05 dicembre 2017

Fusaro lancia la battaglia della lingua: «ananasso e palmizi invece di ananas e palme»



RIPRENDIAMOCI LA VETEROLINGUA ITALIANA CONTRO LA NEOLINGUA DELL’INGLESE DEI MERCATI
di Diego Fusaro

Nel suo capolavoro, “La congiura di Catilina”, lo storico Sallustio utilizzava scientemente forme del latino arcaico: ad esempio, “optumus” in luogo di “optimus”. Lo faceva con il preciso intento di opporsi anche linguisticamente alla decadenza dei tempi in cui si trovava a vivere, di cui era spietatamente critico. Sulle orme dell’antico Sallustio, è arrivato anche per noi il momento dell’indocilità ragionata e della disobbedienza meditata. Anche sul piano linguistico.

Il “tempo della povertà” (duerftige Zeit), come lo apostrofava Hoelderlin, e dello svuotamento assoluto di ogni significato si sta oggi dispiegando, su scala planetaria, nel trionfo della neolingua anglofona dei mercati, il “globish”, un idioma neutro e sterile, vuoto e tale da ridurre il linguaggio, da scrigno delle culture dei popoli, come lo definiva Herder, a grigio medium comunicativo di “scambio”, semplice raddoppiamento simbolico dello scambio delle merci nella sfera della circolazione.

Contro la neolingua anglofona dei mercati mondializzati – che, come il “newspeak” di Orwell, viene ogni giorno impoverendosi tendendo di fatto all’afasia dei “tweet” e degli “sms” –, occorre reagire con coscienza e discernimento rivalorizzando la “veterolingua” nazionale, contro la quale da tempo si scagliano con furore i poliorceti del mondialismo con incoscienza felice. I quali, distruggendo le lingue nazionali, aspirano in pari tempo ad annichilire le culture e le storie dei popoli sull’altare del piano liscio asimbolico, aprospettico e aculturale del “one world” (e sempre più “one word”) del mercato globale.

Ecco perché oggi parlare la propria lingua nazionale è un gesto rivoluzionario. Non solo. Occorre, con Sallustio, selezionare con ponderazione le parole più raffinate e più pregne di storicità, anche a costo di essere scherniti dai mandarini del pensiero unico cosmopolitico: Nuova York in luogo di New York, terminale in luogo di computer, corriera in luogo di pullmann, e così via. Occorre, in compresenza di due parole dal medesimo significato, scegliere diligentemente sempre la forma più arcaica e desueta: spagnuoli in vece di spagnoli, ananasso in vece di ananas, maraviglia in luogo di meraviglia, palmizi in luogo di palme, pronuziare in luogo di pronunciare, e così via. Si tratta, occorre averne coscienza, di una battaglia culturale della massima importanza.

La cultura – ce l’ha insegnato Gramsci – è sempre il luogo dell’acquisizione della consapevolezza del conflitto e del proprio posizionamento in esso.

C’è un Paese in cui sono morti 50.000 bambini nel 2017. 130 al giorno. Ecco perché


Con 50.000 bambini yemeniti morti nel 2017, la guerra Britannico-Usa-Arabo Saudita entra in una nuova orribile fase
di Dan Glazebrook

Due anni e mezzo di un letale assedio e di bombardamenti non hanno prodotto quasi nulla per quanto riguarda i guadagni territoriali nella guerra condotta dall’Arabia Saudita contro la nazione yemenita, per conto dell’Occidente. L’inasprimento del blocco è un osceno tentativo disperato di rimandare l’inevitabile sconfitta. La guerra contro lo Yemen, sponsorizzata dall’Occidente ed eseguita dalle loro sempre fedeli teste di legno saudite, sta andando male. Molto male.

Quando i sauditi hanno iniziato i loro bombardamenti nel Paese più povero del mondo arabo, chiamato “Decisive Storm”, nel marzo 2015, hanno promesso una missione “limitata”. In realtà, si è dimostrata apparentemente senza limiti e per niente decisiva. Uno studio di Harvard stima che i sauditi spendono $ 200 milioni al giorno per questa guerra, portando il loro budget militare a $63,7 miliardi , il quarto più alto al mondo. Ma non sono neanche lontanamente vicini al raggiungimento del loro obiettivo dichiarato di sconfiggere la resistenza guidata da Houthi e riconquistare la capitale, Sanaa. In effetti, Hadi, il “Presidente” che i sauditi sostengono, è ancora rintanato a Riyadh, apparentemente incapace di mettere piede nel suo paese, come dimostra la profondità dell’animosità popolare nei suoi confronti.

Nel frattempo, la “coalizione”, che l’Arabia Saudita pretende di condurre sta cadendo a pezzi. Il Qatar, il paese più ricco del mondo in termini di reddito pro capite, che avrebbe dovuto finanziare una grossa fetta della guerra, si è ritirato molto tempo fa; mentre il parlamento pakistano, il cui ruolo assegnato era quello di fornire le truppe di terra, all’unanimità ha posto il veto alla proposta lo scorso anno. Nel frattempo, nel sud, gli emirati sostengono le forze ostili allo stesso presidente che la guerra intende difendere.

In effetti, le truppe di Hadi ora si lamentano che i sauditi e gli emirati, in realtà, li stanno bombardando. Sì, il “governo legittimo” del presidente Hadi, quello per cui si suppone che l’intera operazione sia combattuta a sostegno, è ora a sua volta bersagliato dagli aggressori, con Hadi che accusa il principe ereditario degli Emirati di comportarsi come un occupante. Tawakkol Karman, attivista vincitrice di un premio Nobel per la pace, ha persino suggerito che “gli attacchi aerei guidati dai sauditi hanno ucciso più combattenti dell’esercito nazionale che gli Houthi”.

Inoltre, la guerra ha espanso in maniera massiccia la base di Al-Qaeda nel paese e ne ha fornito una nuova per l’ISIS. Anche se questo non è un problema immediato per l’Arabia Saudita – dopotutto, più le forze più settarie vengono alla ribalta, meno lo Yemen sarà in grado di unirsi e rappresentare una minaccia per la dinastia Al Saud – ma è comunque un potenziale pericolo potenziale per il futuro, se quelle forze decidessero di trasformare la loro esperienza e le armi contro lo stesso regno. I sauditi sembrano riconoscerlo in ritardo, definendo recentemente come “terroristi di Al-Qaeda” uno dei più grandi gruppi salafiti del paese, la brigata di Abu Abbas, dopo averli armati per anni.

In effetti, la guerra sta andando così male che persino i sauditi stessi ora stanno privatamente affermando di voler uscire dalla guerra. Le e-mail trapelate lo scorso agosto hanno rivelato che il principe ereditario Mohammed bin Salman – che come ministro della Difesa era responsabile dell’avvio della guerra nel marzo 2015 – è desideroso di porle fine. Eppure, la guerra continua. La yemenita Safa al-Shami, che vive a Londra, mi ha detto che “i sauditi sono nei guai; non vogliono che [la guerra] continui più. Ma viene loro detto ‘devi finire la missione fino alla fine’ “. Lontani dal chiudere un occhio sulla” guerra saudita “, l’Occidente sta chiedendo con chiarezza che un’Arabia Saudita riluttante continui la sua futile e omicida campagna.

Il nostro interventismo in Medio Oriente non ha reso gli Stati Uniti o il mondo più sicuri. Invece di chiedere un cambio di regime, abbiamo bisogno di una politica estera di moderazione e diplomazia.

E questa campagna, già caratterizzata da un atteggiamento brutalmente insensibile nei confronti della popolazione yemenita, ha appena raggiunto un nuovo livello di terrore. Umiliati dal lancio di un missile Houthi a Riyadh il 4 novembre ,a dimostrazione del fatto che, nonostante gli anni di mazzate, gli Houthi sono ora più forti che mai, i sauditi hanno annunciato che il loro blocco potrebbe diventare d’ora in poi totale, con l’ingresso di tutti i beni nel paese – tramite terra, mare o aria – completamente fermato.

La settimana dopo, Medici Senza Frontiere ha scoperto che tutti i suoi voli umanitari nel paese erano stati bloccati. I sauditi hanno quindi annunciato che alcuni dei porti minori sarebbero stati riaperti, ma solo quelli nelle aree controllate dal governo. Il più grande porto del paese, Hodeidah, un centro vitale per le importazioni, rimane chiuso . E questa settimana, i sauditi hanno bombardato di nuovo l’aeroporto della capitale, impedendo la consegna degli aiuti.

Anche nella sua precedente, parziale, forma, i risultati del blocco sono stati davvero disgustosi. La capacità di Hodeida è stata enormemente compromessa da quando le sue quattro gru sono state distrutte dai bombardamenti aerei della coalizione nel 2015 e la “coalizione” ha impedito che le sostituzioni venissero installate da allora. Inoltre, le navi sono state rimandate, spesso per mesi, o sono tornate indietro tutte insieme per nessuna ragione esplicabile se non per punire la popolazione delle aree controllate da Houthi. Questo assedio contro un paese dipendente dalle importazioni per oltre l’80% del cibo, del carburante e dei medicinali è nientemeno che un genocidio.

Save the Children ha riferito che 130 bambini yemeniti muoiono ogni giorno per la fame estrema e le malattie, con 50.000 morti solo quest’anno. Nel frattempo, l’epidemia di colera, scatenata da una combinazione di paralisi dei sistemi idrici, distrutti dalla guerra, e della decisione del governo Hadi di bloccare i pagamenti a tutti i lavoratori impegnati nei settori dei rifiuti, delle fognature e della sanità nelle aree controllate da Houthi – è diventata, il mese scorso, la più grande registrata nella storia con quasi 900,000 infettati dalla malattia. La precedente epidemia più grande, ancora in corso ad Haiti, ha richiesto sette anni per raggiungere 800.000 casi. Lo Yemen ha superato quel numero in soli sei mesi.

Eppure, con due terzi della popolazione – oltre 18 milioni di persone – che ora dipendono dagli aiuti umanitari per la loro sopravvivenza, anche queste cifre scioccanti aumenteranno molto rapidamente. Sette milioni di persone sono a rischio immediato di carestia. Se questo nuovo divieto totale di entrata degli aiuti umanitari nei più grandi aeroporti e porti marittimi del paese verrà mantenuto, moriranno. Queste sono le bassezze alle quali l’Occidente è preparato per spingere l’Arabia Saudita nella sua inutile lotta per distruggere definitivamente la “minaccia yemenita’“.

L’Humanitarian Chief delle Nazioni Unite, Mark Lowcock, è stato molto chiaro. “Ho detto al Consiglio [di sicurezza delle Nazioni Unite] che a meno che tali misure non siano revocate … ci sarà una carestia nello Yemen. Non sarà come la carestia che abbiamo visto nel Sud Sudan all’inizio dell’anno, dove ha colpito decine di migliaia di persone, non sarà come la carestia che nel 2011 ha ucciso 250.000 persone in Somalia. Sarà la più grande carestia che il mondo abbia mai visto in molti decenni, con milioni di vittime. “E questa carestia sarà stata coscientemente e deliberatamente orchestrata dai responsabili di questa guerra – i sauditi, con gli inglesi e gli americani dietro di loro.

La Gran Bretagna e gli Stati Uniti stanno spingendo i sauditi a scatenare, per anni, la più grande carestia del mondo contro una popolazione totalmente prigioniera. Eppure, da parte dei media occidentali c’è il totale disinteresse. L’omicidio intenzionale per denutrizione di 130 bambini al giorno per tutto l’anno è una nota a piè di pagina, nel migliore dei casi, alle voci di questa settimana sulla Brexit o sull’ultima assurda volgarità di Trump. Quando ho incontrato Safa Al-Shami, mi ha chiesto: “Dove sono i media in tutto questo? Quante immagini abbiamo visto dalla Siria, dall’Iraq; dov’è lo Yemen in tutto questo? I media dovrebbero iniziare a parlare di questo! ”

Ma per lei era chiaro che questa mancanza di copertura mediatica non è una scusa per la mancanza di azione, almeno non in Gran Bretagna. “Guarda come il popolo britannico ha marciato e dimostrato perché Tony Blair ha dichiarato guerra all’Iraq. Il popolo britannico deve rendersi conto che questa guerra nello Yemen fa parte dello stesso sporco gioco. Devono fare qualcosa. Do la colpa al popolo britannico perché è educato e lo sa. Gli americani sono ignoranti. ”

Gli orrori inflitti allo Yemen dagli inglesi hanno profondi precedenti storici: 50 anni fa questo mese le forze britanniche si ritirarono definitivamente da Aden, il porto yemenita che avevano colonizzato nel 1839. In effetti, il paese è abbastanza radicato nella coscienza nazionale per essere il soggetto di un nuovo dramma della BBC, che insabbia e glorifica la colonizzazione britannica dello Yemen proprio mentre oggi loro insabbiano il ruolo britannico lì.

Eppure agli inglesi piace ancora pensare a Boris Johnson come ad una specie di buffone affabile. La verità è che lui e l’intero gabinetto del Regno Unito sono complici dell’assassinio di questi bambini. Loro, insieme a tutti quei parlamentari che hanno votato per continuare questa guerra feroce, devono essere fermati, prendersi le proprie responsabilità ed essere consegnati alla giustizia.

Dan Glazebrook è uno scrittore indipendente freelance che ha scritto per RT, Counterpunch, Z magazine, the Morning Star, the Guardian, the New Statesman, the Independent e Middle East Eye, tra gli altri. Il suo primo libro “Divide and Ruin: The West’s Imperial Strategy in an Age of Crisis (La strategia imperiale dell’Occidente in un’epoca di crisi)” è stato pubblicato da Liberation Media nell’ottobre 2013. Conteneva una raccolta di articoli scritti dal 2009 in poi che esaminava i legami tra il collasso economico, l’ascesa dei BRICS, guerra alla Libia e alla Siria e “austerità”. Al momento sta studiando un libro sull’uso USA-britannico di squadroni della morte settari contro stati e movimenti indipendenti dall’Irlanda del Nord e dall’America centrale negli anni ’70 e ’80 in Medio Oriente e in Africa.

Tratto da: ComeDonChisciotte

Bitcoin: è veramente condannato al fallimento? Tutto quello che devi sapere


Il Bitcoin, denaro per un mondo limitato
di Alexis Toulet

Quale potrà essere il futuro del Bitcoin, denaro crittografato privo di un centro di controllo, il cui valore è cresciuto in un anno di un fattore 10, da circa 700 € a 7000 €? La banca BNP Paribas ha redatto un rapporto che conclude che l’avvenire del Bitcoin sarà limitato sia a causa della mancanza di un prestatore di ultima istanza, sia per la sua natura deflazionista: in quanto moneta sarà condannata al fallimento.

Contrariamente ad altre prese di posizione del mondo finanziario contro il Bitcoin, Questa si basa su degli argomenti strutturati. Sono convincenti ? Quale avvenire per la regina delle monete crittografate ?

Il Bitcoin in poche parole

Il sistema Bitcoin è contemporaneamente una moneta e un sistema di pagamento – ovvero lo stesso strumento, un software di “portafoglio” permette contemporaneamente di possedere dei Bitcoins e di effettuare dei pagamenti in questa unità di conto a chiunque possegga un analogo software, dovunque si trovi nel mondo, con la sola intermediazione della rete internet.

In comune con le monete classiche ha la caratteristica di essere essenzialmente elettronico : solo una piccolissima parte degli euro o dei dollari esiste sotto forma cartacea di biglietto di banca, la parte essenziale è costituita da cifre binarie dentro ai computer, ed è anche il caso del Bitcoin che non esiste che come sequenza di cifre binarie. Il Bitcoin fa intervenire degli algoritmi crittografici, ragione per cui la si chiama moneta crittografica o cripto-moneta. È ancora suddivisibile, proprio come le monete ordinarie, e si può trasformare in milly-Bitcoins (mBTC) e fino al centomilionesimo di Bitcoin, il “Satoshi “.

La sua originalità, è che non fa intervenire nessun terzo garante e non è emessa da nessuna istituzione che possa servire come prestatore di ultima istanza :

⦁ Che cos’è un “terzo garante” ? È un’istituzione o un’impresa che serve da intermediaria durante una transazione. E in questo modo che qualunque pagamento tradizionale in moneta fa intervenire almeno una banca e alle volte due che gestiscono il conto di colui che paga e il conto di chi riceve il pagamento. Al contrario, il sistema Bitcoin non suppone alcun intermediario – permette di evitare qualunque banca per realizzare un pagamento, come anche per conservare i propri averi sotto forma di Bitcoin.

⦁ Che cos’è un “prestatore di ultima istanza”? È quello che emette il denaro, la banca centrale che la crea a piacere. Al contrario, la rete Bitcoin crea automaticamente e seguendo un ritmo definito in anticipo, dei nuovi Bitcoins, senza che alcun individuo nel gruppo possa cambiare nulla al proposito, neanche il suo creatore. Il numero massimo di Bitcoins aumenta lentamente a partire dai 16,5 milioni del novembre 2017 e non andrà mai oltre 21 milioni.
Bitcoin è stato creato nel gennaio 2009 da parte di una persona o di un gruppo di persone dietro lo pseudonimo di “Satoshi Nakamoto” e la data – che cade poco dopo la grande crisi finanziaria – permette di indovinare facilmente i motivi del Creatore o dei Creatori e dei promotori iniziali:

⦁ Il fatto che si siano diffidenti a proposito del “garante terzo” vale a dire delle banche, è perché molte banche sono state colpite dalla crisi mentre altre banche dovevano affrontare delle accuse di malversazione;

⦁ se vedono un pericolo nel sistema del “prestatore di ultima istanza”, è perché la Banca Centrale Americana (Fed), seguita da molte altre, ha cominciato a creare dei dollari per centinaia e poi migliaia di miliardi per distribuirli a degli istituti la cui sola qualifica per riceverli era di aver perso gigantesche montagne di soldi a causa di prestiti irresponsabili.

Dopo la crisi finanziaria le grandi banche “troppo grandi per fallire “ hanno ricevuto dei crediti praticamente illimitati da parte della Banca Centrale Americana, che ha stampato per l’occasione tutti i dollari necessari.


Dai suoi inizi nel 2009, il sistema Bitcoin si è ingrandito passando da qualche gruppo di appassionati a numerose decine di milioni di possessori su scala mondiale, dall’acquisto di pizza presso un ristoratore compiacente all’accettazione da parte di centinaia di migliaia di commercianti e da un valore di meno di un centesimo di euro per Bitcoin fino a circa 7000 € al 22 novembre 2017.

È una semplice bolla finanziaria irrazionale ?

Numerosi alti dirigenti bancari hanno preso posizione contro il Bitcoin. Jamie Dimon, Amministratore Delegato di JP Morgan Chase, una delle più grandi banche mondiali sia per gli attivi di bilancio, sia per la capitalizzazione di borsa, era senza dubbio il più feroce , e metteva in guardia lo scorso settembre perché il Bitcoin era “una frode”, destinata a “esplodere in volo” e (diceva) “che avrebbe licenziato immediatamente” qualunque impiegato abbastanza “stupido” da acquistarne.

Senza dubbio, Dimon si è attirato qualche sarcasmo. Non solo, ma non era la prima volta che si lasciava andare ad imprecare contro il Bitcoin dato che aveva detto più o meno la stessa cosa due anni prima, assicurando che i fautori della moneta crittografica “stavano perdendo il loro tempo”, perché “nessun governo avrebbe tollerato questo a lungo” ; però nel frattempo non solo il corso del Bitcoin era esploso partendo dai suoi 300 € dell’epoca ma soprattutto il numero dei suoi utenti è aumentato tanto che un governo e non dei più piccoli, quello del Giappone, lo riconosce come mezzo di pagamento a tutti gli effetti.

Ma di più JP Morgan Chase è la banca che ha accettato di pagare il totale più elevato di multe per evitare le cause seguite alla crisi finanziaria, un totale largamente superiore a 25 miliardi di dollari dal 2014, senza contare anche le recenti condanne a pagare parecchi miliardi in aggiunta, per frode e altri delitti.

Inutile dire che quando Jamie Dimon, AD di questa banca dal 2005, ha deciso a sua volta di utilizzare il termine di frode per denunciare la moneta crittografata ovvero il Bitcoin si è attirato qualche sprezzante dileggio.
Jamie Dimon, Amministratore Delegato di JP Morgan Chase. Le Bitcoin : “una frode”.


Jamie Dimon, PDG de JP Morgan, dice che il Bitcoin “E’ una frode”.

Comunque, quali che siano le amenità degli uni e degli altri, resta che le inquietudini sulla valore del Bitcoin sono ben comprensibili. Un aumento di un fattore 10 nel giro di un anno assomiglia furiosamente a una bolla finanziaria, ovvero a un aumento smisurato dato che nuovi acquirenti sono attirati dall’idea che, poiché il valore è aumentato così rapidamente, sia probabile che continui a crescere, mentre la maggior parte degli detentori di Bitcoin rifiutano di vendere nella speranza che il valore cresca ulteriormente, e lo squilibrio tra la domanda e l’offerta aumenta ancora il valore della moneta. Questo genere di eventi normalmente si conclude con un clamoroso crac.

Perché è più complicato di così – Il Bitcoin ha un valore reale.

L’interpretazione del Bitcoin come una semplice bolla irrazionale – il cui prototipo sarebbe la speculazione sui bulbi di tulipano in Olanda nel 1637- pone però parecchi problemi.

Intanto una vera bolla finanziaria non si verifica che una volta sola e dopo che è scoppiata non può ricominciare nessuna nuova infatuazione, soprattutto non per lo stesso prodotto. Non abbiamo mai sentito parlare di una nuova bolla finanziaria sui valori Internet dopo il crac del 2000, e neanche su i crediti “subprime” dopo il crac del 2007. Invece il Bitcoin ha già visto numerose bolle… e vi è sopravvissuto. Così sono andate le sue quotazioni:

⦁ Ha raggiunto un picco superiore a 20 € nel giugno 2011… prima di cadere di più del 50%.

⦁ Nuova crescita furiosa fino a più di 200 € nell’ aprile 2013 … poi perdita Brutale di più del 60% di quel valore;

⦁ Ancora un boom fino a passare i 900 € nel dicembre 2013… seguito da una rovinosa caduta verso il basso, a meno di 200 € nel gennaio 2015;

⦁ Infine un aumento più o meno continuo partendo dall’inizio del 2016 fino a circa 1200 € nella primavera 2017, seguito da una salita verticale a 7000 € nel novembre 2017.

La struttura è evidentemente diversa da quella di una semplice bolla finanziaria. Sono stati toccati dei piani successivi sempre più alti, inframezzati da periodi di rapido ribasso, ma ogni volta il valore del Bitcoin ha finito per riprendere la sua crescita. La progressione è paragonabile a una sequenza “ Tre passi avanti seguiti da un passo indietro “ – o piuttosto tre salti in avanti e uno indietro, dato che sia le progressioni, sia i passi indietro sono ogni volta massicci, se si esprimono in percentuale. O molti milioni di persone stanno sbagliando pesantemente e per giunta in modo ostinato, dato che ricominciano e ricominciano ogni volta… oppure vi è un vero valore sottostante al sistema Bitcoin.

Bisogna ancora ricordare che la moneta crittografica -come le sue sorelle minori costruite su principi analoghi- dà evidentemente dei servizi concreti, indipendentemente dal fatto che abbia o no un futuro come moneta. Questi servizi danno alla rete Bitcoin un innegabile valore. Il Bitcoin permette in effetti dei trasferimenti rapidi di denaro a bassissimo prezzo e ovunque nel mondo.

Mentre i servizi di trasferimento di denaro più conosciuti e utilizzati per esempio da decine di milioni di lavoratori immigrati, usciti da Paesi poveri per sostenere le loro famiglie che sono rimaste in patria, possono correntemente fatturare il 2% o anche il 3% di aggio, in funzione delle destinazioni, lo stessa accredito può essere realizzato a un costo trascurabile se viene fatto unicamente in Bitcoin, e conteggiando anche il cambio avanti e indietro tra Bitcoin e la moneta classica, -sia dalla parte del mittente sia da quella del destinatario del trasferimento di fondi-, si arriva a oneri dell’ordine di 0,5- 0,6 per cento.

È difficile considerare un mezzo di trasferimento dei soldi che costa assai meno della concorrenza come una semplice “frode”.

La coda davanti all’agenzia di un’azienda di trasferimento di denaro molto nota, in un paese povero, dove anche la maggior parte dei clienti è povera, e paga dei costi per il servizio che in funzione della destinazione possono superare il 3%.


La fila davanti ad un ufficio di una nota società di trasferimento di denaro, in un paese povero.

Ma il valore aggiunto più importante che i creatori e i fautori del Bitcoin sperano di ottenere è un altro. Si tratterebbe di fare sì che prenda il suo posto a fianco delle monete fiduciarie -ovvero emesse da uno Stato e dalla sua banca centrale- come alternativa protetta contro ogni tentativo di controllo e di manipolazione. Si potrebbe pagare un abito, un libro o un pasto al ristorante in Bitcoin. Si potrebbe risparmiare e investire in Bitcoin. Questo è credibile ?

Gli argomenti dello studio BNP Paribas – Il Bitcoin ha forse un avvenire limitato ?

Contrariamente ad altri scettici nei confronti del Bitcoin, lo studio fatto da BNP Paribas ha prodotto una relazione organizzata. Anche se il rapporto completo non è disponibile in internet, le descrizioni che ne fa la stampa economica riducono le obiezioni sollevate sostanzialmente a due punti fondamentali: la questione del prestatore di ultima istanza e la questione della deflazione.

La questione principale che bloccherebbe un l’utilizzo del Bitcoin su grande scala sarebbe quella del “prestatore di ultima istanza”. È giusto dire che se si prestano dei Bitcoins a una istituzione e questa fa fallimento, non c’è nessun rimedio possibile. Durante la crisi finanziaria del 2008 le banche centrali hanno stampato dei dollari nuovi, degli euro, eccetera, ma nessuno sarebbe in grado di creare dei nuovi Bitcoin per compensare il fallimento di un “intermediario di fiducia”, che sia una banca o un’altra istituzione finanziaria, perché il sistema Bitcoin è stato precisamente concepito perché ciò sia impossibile!

Un proprietario di Bitcoins che li avesse prestati a una banca non avrebbe più nessuna speranza (di recuperarli), contrariamente al caso dei conti in euro che sono garantiti fino a un massimo di 100.000 €, anche se sarà bene non prendere questa garanzia per oro colato(letteralmente).

Ma gli argomenti dello studio inducono a varie osservazioni. Vi sono almeno due punti che possono indurre in un grave errore :

⦁ Se si posseggono dei Bitcoins, contrariamente a quello che lo studio sembra implicare, non si è obbligati a prestarli a una banca! Evidentemente al contrario degli euro o di qualunque altra moneta fiduciaria che non si può possedere se non prestandola a una banca, che li inscrive come “Avere” su un conto bancario (salvo trattenere qualche banconota presso di sé, ma è una cosa molto limitata). Dunque se una banca o un intermediario finanziario fallisce, questo non avrà conseguenze se non per colui che ha prestato i suoi Bitcoins, cosa che da parte sua è stata una decisione senza dubbio volontaria perché c’è un’alternativa semplice: tenerseli.

⦁ Suggerire che pagare una casa con dei Bitcoins metterebbe in pericolo chi ha preso il prestito, è un’inversione pura e semplice della realtà. È la banca che ha imprestato i fondi che sarà al contrario in pericolo! In effetti in caso di fallimento di un numero eccessivo di operatori immobiliari con relative linee di credito, non potrà contare sulla Banca Centrale per crearle dei Bitcoins di rimpiazzo – ovviamente se il prestito era in Bitcoins. Invece è proprio questo di cui le grandi banche coinvolte nei prestiti “subprime” hanno avuto bisogno, per evitare il fallimento dopo il 2008.

D’altra parte può essere auspicabile prestare i propri Bitcoins, perché è auspicabile imprestare il proprio denaro per “farlo lavorare” sostenendo l’attività economica, così come ci si può augurare di acquistare delle obbligazioni e delle azioni – il che significa in definitiva imprestare dei fondi a istituzioni e imprese perché li facciano rendere. Ed è comunque vero che obbligazioni valutate in Bitcoins non potrebbero beneficiare di nessuna garanzia da una banca centrale -se colui che prende a prestito non può rimborsare, il denaro è perso.

Sì ma… è così grave?
Da una parte c’è sempre il rischio di perdere il proprio investimento – salvo certamente quando si è una grande banca “troppo grande per fare fallimento” (“too big to fail”) e quindi si può dire agli Stati e alle loro banche centrali: “ se non create moneta per prestarcela, andrà a fondo tutta l’economia insieme a noi “.

D’altra parte, che c’è di male a far sì che il rischio inerente a qualunque investimento sia reso chiaro e netto agli occhi di qualunque prestatore? non è una ragione per non prestare, è invece un sano incentivo a prestare con gli occhi aperti, accettando esplicitamente il rischio piuttosto che illudersi su un investimento totalmente sicuro che nella realtà non può esistere. Questo significa anche che non si presteranno i risparmi per le emergenze, destinati a fronteggiare gli imprevisti, e che si chiederà una giusta remunerazione per il rischio che ci si accolla.

Bitcoin deflazionista – è un inconveniente un vantaggio in un mondo limitato?

Lo studio sottolinea ulteriormente e a ragione l’effetto deflazionista del numero massimo non superabile di Bitcoins fissato definitivamente.
Il problema è il seguente: se cresce l’economia, mentre la quantità di unità monetaria resta costante o quasi costante, il valore di ogni unità monetaria avrà tendenza ad aumentare, ovvero il prezzo dei beni espresso in questa unità monetaria avrà tendenza a diminuire. Si tratta dell’inverso dell’inflazione, da qui il nome di deflazione. Ma la deflazione ha per conseguenza di rallentare l’economia, perché tutti sono indotti a rimandare i propri acquisti quanto più possibile, per approfittare di prezzi ancora più bassi, e da qui una domanda più debole, minori attività e minore impiego, Dunque meno reddito e dunque ancora meno domanda, eccetera, in una spirale negativa.

Questa conseguenza legata alla generalizzazione del Bitcoin è uno scenario credibile. Dovremmo allora augurarci che il Bitcoin non si trasformi in moneta corrente accettata in tutto il mondo e non soltanto in Giappone, per evitare il rallentamento della crescita economica?

E se l’effetto deflattivo dato da una generalizzazione del Bitcoin non fosse in effetti un inconveniente… ma un vantaggio ?

Una moneta fiduciaria che si può espandere all’infinito come il dollaro o l’euro è molto adatta ad un periodo di crescita economica rapida come quella degli anni che vanno dal 1945 al 2008, ma l’umanità dopo la grande crisi finanziaria è entrata lentamente in un periodo di crescita più debole, che dovrebbe essere seguito da un rallentamento ulteriore della crescita, o anche dalla decrescita pure semplice, questo per delle ragioni di fondo che non hanno niente a che vedere con il denaro.

⦁ Esaurimento progressivo delle risorse, in particolare quelle energetiche, con un aumento strutturale continuo del costo di estrazione dell’energia, ovvero dell’energia che deve essere investita per estrarre un barile di petrolio o un metro cubo di gas in più: questo diminuisce progressivamente la percentuale dell’energia estratta che costituisce un vero guadagno.

⦁ Carenza nel dominare la complessità, sempre più evidente dalle difficoltà enormi per prendere decisioni importanti su scala mondiale – aumento del disordine politico – ed anche nella palese degenerazione dei “grandi progetti”.

⦁ Senza parlare ulteriormente dell’impatto sull’ambiente, i crescenti disagi che riguardano anche gli uomini, i danni alla natura provocati dall’attività industriale che tendono sempre più a superare i vantaggi che vengono dallo sviluppo.

Insomma l’umanità incontra e incontrerà sempre più dei limiti alla sua attività per il semplice fatto che il nostro mondo è limitato e così pure le sue risorse. Bitcoin è in quantità strutturalmente limitata ed è ben adatto ad un mondo limitato, a un’economia mondiale che sempre più trova dei limiti e che dovrà ulteriormente adattarsi se vuole evitare improvvise decrescite brusche e catastrofiche.

Dunque è una monetache potrebbe adattarsi a un mondo che dovrà limitarsi per non andare in rovina – cioè un mondo dove specialmente le reti elettrica e internet resteranno complessivamente funzionanti dato che l’esistenza stessa del sistema Bitcoin ne è evidentemente dipendente.

La crescita infinita dei consumi materiali, in un mondo limitato, è impossibile. (E.F. Schumacher)

Solo se un collasso economico portasse a una riduzione brutale della società strutturata, sarebbe in pericolo l’esistenza e l’affidabilità delle reti – tal quale il collasso dell’economia post-Sovietica dopo il 1991 anche se per differenti ragioni- in tal caso Bitcoin non potrebbe più servire nè come moneta nè come sistema di pagamenti- ma in questo scenario estremo soltanto i metalli preziosi potrebbero prenderne il posto.

Nota finale sul Bitcoin come investimento…

Non c’è dubbio che in periodi di forti aumenti dei valori la domanda “bisogna comprare?” oppure “bisogna vendere?” riveste un grande interesse! (per chi ne ha).

Insistiamo su due punti essenziali :

⦁ Il sistema Bitcoin è in pieno sviluppo, ha già avuto un certo successo, presenta delle prospettive future attraenti, ma è tuttora sperimentale. La possibilità di estenderlo su una dimensione non di qualche milione ma di centinaia di milioni o anche di miliardi di utenti non è ancora dimostrata. Si può immaginare anche il fallimento del Bitcoin nel tentativo di diventare una vera moneta, oppure l’avvento di un’altra criptomoneta che lo soppianti.

⦁ Il valore di cambio della moneta Bitcoin dopo il 2011 ha già conosciuto almeno tre fenomeni di bolla, come abbiamo già detto. Niente garantisce che il valore raggiunto un giorno lo sarà ancora il giorno dopo, il mese dopo o l’anno dopo.

Ad ogni buon conto, nessuna persona ragionevole investirà in un sistema innovativo ma sperimentale più “di quanto non possa permettersi di perdere”.

Tratto da: ComeDonChisciotte

Guerra USA-Russia: la Russia diventerà una colonia statunitense, o gli USA crolleranno?


Rapporto sui progressi della guerra USA-Russia

Mi viene spesso chiesto se gli Stati Uniti e la Russia entreranno in guerra tra loro. Io rispondo sempre che sono già in guerra. Non una guerra come la Seconda Guerra Mondiale, ma comunque una guerra.

Questa guerra è, almeno per il momento, per circa l’80% informativa, per il 15% economica e per il 5% cinetica. Ma in termini politici l’esito per il perdente di questa guerra non sarà meno drammatico del risultato della Seconda Guerra Mondiale per la Germania: il paese perdente non sopravvivrà, almeno non nella sua forma attuale: o la Russia diventerà di nuovo una colonia statunitense, o l’Impero Anglo-Sionista crollerà.

Nel mio primo articolo per Unz Review intitolato “La storia di due ordini mondiali” ho descritto il tipo di sistema internazionale multipolare regolato dallo Stato di Diritto che la Russia, la Cina e i loro alleati e amici (sia palesi che segreti) in tutto il mondo stanno cercando di costruire, e quanto fosse radicalmente diverso dalla singola Egemonia Mondiale che gli anglo-sionisti hanno tentato di stabilire sul mondo (e hanno quasi imposto con successo al nostro sofferente pianeta!). In un certo senso, i leader imperiali degli Stati Uniti hanno ragione [in inglese], la Russia rappresenta una minaccia esistenziale, non per gli Stati Uniti come paese o per il suo popolo, ma per l’Impero Anglo-Sionista, proprio come quest’ultimo rappresenta una minaccia esistenziale per la Russia. Inoltre, la Russia rappresenta una sfida di civiltà fondamentale per quello che viene normalmente chiamato “Occidente”, in quanto rifiuta apertamente i suoi valori post-Cristiani (e, vorrei aggiungere, anche visceralmente anti-Islamici). Questo è il motivo per cui entrambe le parti stanno facendo uno sforzo immenso per prevalere in questa lotta.

La settimana scorsa il campo antimperialista ha segnato una vittoria importante, con l’incontro tra i presidenti Putin, Rouhani ed Erdogan a Sochi: si sono dichiarati garanti di un piano di pace che porrà fine alla guerra contro il popolo siriano (la cosiddetta “guerra civile”, che non è mai stata tale) e lo hanno fatto senza nemmeno invitare gli Stati Uniti a partecipare ai negoziati. Peggio ancora, la loro dichiarazione finale [in inglese] non ha nemmeno menzionato gli Stati Uniti, nemmeno una volta. La “nazione indispensabile” è stata considerata così irrilevante da non essere nemmeno menzionata.

Per misurare appieno quanto sia offensivo tutto ciò, dobbiamo sottolineare alcuni punti:

Primo, guidati da Obama, tutti i leader dell’Occidente hanno dichiarato urbi et orbi e con immensa fiducia che Assad non aveva un futuro, che doveva andarsene, che era già un cadavere politico e che non avrebbe avuto alcun ruolo da svolgere nel futuro della Siria.

Secondo, l’Impero ha creato una “coalizione” di 59 (!) paesi che non è riuscita ad ottenere nulla, niente di niente: una gigantesca “banda che non sapeva sparare”da miliardi di dollari guidata dal CENTCOM e dalla NATO che ha dimostrato solo la più abietta incompetenza. Al contrario, la Russia non ha mai avuto più di 35 aerei da combattimento in Siria, e ha cambiato il corso della guerra (con notevoli aiuti iraniani e di Hezbollah sul campo).

Successivamente, l’Impero ha decretato che la Russia era “isolata” e che la sua economia era “a brandelli” – cosa che i media sionisti hanno ripetuto con totale fedeltà . L’Iran era, ovviamente, parte del famoso “Asse del Male”, mentre Hezbollah era l’“A-Team del terrorismo” . Per quanto riguarda Erdogan, gli anglo-sionisti hanno cercato di rovesciarlo e ucciderlo. E ora sono Russia, Iran, Hezbollah e Turchia a sconfiggere i terroristi e ad ottenere risultati in Siria.

Alla fine, quando gli Stati Uniti si sono resi conto che non avrebbe potuto mettere al potere il Daesh a Damasco, hanno cercato prima di dividere la Siria (piano B) e poi hanno tentato di creare uno staterello curdo in Iraq e in Siria (piano C). Tutti questi piani sono falliti,Assad è in Russia che abbraccia Putin, mentre il Comandante della Forza Quds del Corpo delle Guardie della Rivoluzione iraniano, il Generale Soleimani, sta facendo una passeggiata verso l’ultima città siriana che deve ancora essere liberata dal Daesh .

Riuscite ad immaginare quanto siano totalmente umiliati, ridicolizzati e battuti i leader statunitensi oggi? Essere odiati o trovare della resistenza è una cosa, ma essere totalmente ignorati – oh se fa male!

Per quanto riguarda la strategia, la cosa migliore che si sono inventati è quella che chiamerei una “meschina molestia alla Russia”: far sì che RT si registri come agente straniero, rubare arte antica dalla Russia, spogliare in massa gli atleti russi delle medaglie, cercare di vietare la bandiera russa e l’inno dalle Olimpiadi di Seul o mettere al bando gli aerei militari russi dal prossimo spettacolo aereo di Farnborough. E tutti questi sforzi rendono solo Putin ancora più popolare, l’Occidente ancora più odiato e le Olimpiadi ancora più noiose (idem per Farnborough – comunque gli spettacoli aerei del MAKS e di Dubai sono molto più “sexy”). Oh, quasi dimenticavo, i “nuovi europei” continueranno la loro mini-guerra contro le vecchie statue sovietiche dei loro liberatori. E, proprio come la mini-guerra degli Stati Uniti alle rappresentanze russe negli Stati Uniti, è un chiaro segno di debolezza.

A proposito di debolezza.

Questo sta diventando comico. I media statunitensi, in particolare la CNN, non riescono a far passare un giorno senza menzionare i russi cattivi, il Congresso degli Stati Uniti è impegnato in un’isteria di massa che cerca di capire chi dei repubblicani o dei democratici hanno avuto più contatti con i russi, i comandanti della NATO se la fanno sotto terrorizzati (o almeno così dicono!) ogni volta che le forze armate russe organizzano un’esercitazione qualsiasi, i rappresentanti della US Navy e della US Air Force si lamentano regolarmente dei piloti russi che fanno “intercettazioni non professionali” , la Marina britannica entra in modalità combattimento quando una singola (e piuttosto modesta) portaerei transita attraverso il Canale della Manica – ma la Russia è, si presume, il paese “debole”.

Ha senso per voi?

La verità è che i russi stanno ridendo. Dal Cremlino, ai media, ai social media – fanno persino sketch esilaranti su quanto siano onnipotenti e su come controllino ogni cosa. Ma soprattutto i russi stanno ridendo a crepapelle chiedendosi che cosa si fumino le persone in Occidente per essere così totalmente terrorizzate (almeno ufficialmente ) da una minaccia inesistente.

Sapete cos’altro stanno vedendo?

Che i leader politici occidentali stanno cercando sicurezza nei numeri. Da qui le “coalizioni” ridicolmente gonfiate e tutte le risoluzioni che escono da vari organismi europei e transatlantici. I politici occidentali sono come i secchioni della scuola che, temendo il bullo, si radunano insieme per sembrare più grandi. Ogni ragazzo russo sa che cercare la sicurezza nei numeri è un segno sicuro di un buono a nulla spaventato. Al contrario, i russi ricordano anche come una piccola nazione di meno di 2 milioni di persone abbia avuto il coraggio di dichiarare guerra alla Russia, e come abbia combattuto duramente i russi, davvero molto. Sto parlando dei ceceni, naturalmente. Sì, amateli od odiateli – ma non si può negare che i ceceni siano coraggiosi. Idem per il Fronte Islamico Unito per la Salvezza dell’Afghanistan. I russi rimasero impressionati. E anche se i nazisti inflissero un’inenarrabile quantità di sofferenza al popolo russo, i russi non hanno mai negato che i soldati e gli ufficiali tedeschi fossero abili e coraggiosi. C’è anche un detto russo “Io amo/rispetto il tataro/mongolo coraggioso” (люблю молодца и в татарине). Quindi i russi non hanno problemi a vedere il coraggio nei loro nemici.

Ma gli eserciti USA/NATO? Si comportano tutti come se Conchita Wurst fosse il loro comandante in capo!

Nessuno di questi uomini era gentile o “simpatico” in alcun modo. Ma contavano. Erano rilevanti. E hanno esercitato un potere molto reale.

Ricordate questo:


Oggi il vero potere si presenta così:


E sapete cosa è veramente offensivo per i leader anglo-sionisti?

Che questa foto mostra un Cristiano Ortodosso e due Musulmani.

Questo sì che è offensivo. E molto spaventoso, ovviamente.

Siamo molto, molto lontani dalla “nascita di un nuovo Medio Oriente” promessa da Condi Rice [in inglese] (sì, è un nuovo Medio Oriente, solo che non è quello che avevano in mente la Rice e i neoconservatori!)

Per quanto riguarda “l’unica democrazia in Medio Oriente”, ora è in piena modalità panico, da qui il loro progetto ormai palese di collaborare con i sauditi contro l’Iran e le loro rivelazioni chiaramente inscenate sul bombardamento di tutte le risorse iraniane fino a 40 Km dal confine israeliano. Ma quel treno ha già lasciato la stazione: i siriani hanno vinto e non sarà la quantità di attacchi aerei a cambiare questo fatto. Quindi, per essere sicuri di sembrare ancora feroci, gli israeliani stanno ora aggiungendo che, in caso di guerra tra Israele ed Hezbollah, il Segretario Generale Hassan Nasrallah sarebbe un obiettivo. Wow! Chi l’avrebbe mai detto?!

Riuscite a sentire le risatine provenienti da Beirut?

La cosa spaventosa è che i ragazzi di Washington, Riyad e Gerusalemme le sentono forte e chiaro, il che significa che prima o poi dovranno fare qualcosa al riguardo, e che questo “qualcosa” sarà il solito bagno di sangue assurdo per il quale questo “Asse della Gentilezza” è diventato famoso: se non puoi battere le loro forze armate, falla pagare ai loro civili (pensate al Kosovo nel 1999, al Libano nel 2006, allo Yemen nel 2015). O così, oppure pesta a sangue una piccola vittima indifesa (Grenada 1983, Gaza 2008, Bahrein 2011). Non c’è niente come un bel massacro di civili indifesi per farli sentire virili, rispettati e potenti (e, per quanto riguarda gli americani – “indispensabili”, ovviamente).

Mettendo da parte il caso del Medio Oriente, penso che possiamo cominciare a vedere i contorni di ciò che gli Stati Uniti e la Russia faranno nei prossimi due anni.

Russia: la strategia russa contro l’Impero è semplice:

Cercare di evitare il più possibile e il più a lungo possibile ogni confronto militare diretto con gli Stati Uniti, perché la Russia è ancora la parte più debole (soprattutto in termini quantitativi). Questo, e prepararsi attivamente alla guerra secondo l’antica strategia si vis pacem para bellum.
Cercare di far fronte il meglio possibile a tutte le “meschine molestie”: gli Stati Uniti hanno ancora infinitamente più “soft power” della Russia, e la Russia semplicemente non ha i mezzi per reagire. Perciò fa il minimo per cercare di scoraggiarle o di indebolire gli effetti di quel tipo di “meschine molestie”, ma, in verità, non c’è molto che possa fare, oltre ad accettarle come un fatto della vita.

Piuttosto che cercare di disimpegnarsi dall’Impero controllato dagli anglo-sionisti (economicamente, finanziariamente, politicamente), la Russia contribuirà del tutto intenzionalmente alla graduale comparsa di un dominio alternativo. Un buon esempio di ciò è la Nuova Via della Seta, promossa dai cinesi, che viene costruita senza alcun ruolo significativo per l’Impero.

USA: la strategia statunitense è altrettanto semplice:

Usare la “minaccia” russa per dare un significato e uno scopo all’Impero, specialmente alla NATO. Reiterare ed espandere le “meschine molestie” contro la Russia a tutti i livelli. Sovvertire e indebolire il più possibile qualsiasi paese o politico che mostri segni di indipendenza o disobbedienza (compresi i paesi della Nuova Via della Seta). Entrambe le parti usano tattiche dilatorie, ma per ragioni diametralmente opposte: la Russia perché il tempo è dalla sua parte, e gli Stati Uniti perché sono a corto di opzioni.

È importante sottolineare qui che in questa lotta la Russia è in grave svantaggio: mentre i russi vogliono costruire qualcosa, gli americani americani vogliono solo distruggere (gli esempi includono la Siria, ovviamente, ma anche l’Ucraina o, se è per questo, un’Europa unita). Un altro svantaggio importante per la Russia è che la maggior parte dei governi là fuori ha ancora paura di opporsi in qualche modo all’impero, da cui il silenzio assordante e la supina sottomissione del “concerto delle nazioni” quando lo Zio Sam fa una delle sue solite sfuriate in totale violazione del diritto internazionale e della Carta delle Nazioni Unite. Questo probabilmente sta cambiando, ma molto, molto lentamente. La maggior parte dei politici del mondo sono proprio come i membri del Congresso degli Stati Uniti: prostitute (e di quelle a buon mercato).

Il più grande vantaggio per la Russia è che gli Stati Uniti si stanno disgregando internamente economicamente, socialmente, politicamente – in tutti i modi. Con il passare degli anni, gli Stati Uniti, una volta più prosperi, stanno iniziando a sembrare sempre più un paese del Terzo Mondo. Oh, certo, l’economia americana è ancora enorme (ma si sta riducendo rapidamente!), ma questo è privo di significato quando la ricchezza finanziaria e la ricchezza sociale si fondono in un indice completamente fuorviante di pseudo-prosperità. Questo è triste, davvero, un paese che dovrebbe essere prospero e felice viene dissanguato dal, diciamo, “parassita imperiale” che si sta “nutrendo” di esso.

In fin dei conti, i regimi politici possono sopravvivere solo con il consenso di coloro che governa. Negli Stati Uniti questo consenso è chiaramente in fase di ritiro. In Russia non è mai stato più forte. Ciò si traduce in una grande fragilità degli Stati Uniti e, quindi, dell’impero (gli Stati Uniti sono di gran lunga l’ospite più grande del parassita imperiale anglo-sionista) e una delle principali fonti di resistenza per la Russia.

Tutto quanto detto sopra si applica solo ai regimi politici, ovviamente. Il popolo della Russia e degli Stati Uniti hanno esattamente gli stessi interessi: abbattere l’Impero con il minor numero possibile di violenze e sofferenze. Come tutti gli imperi, l’Impero USA ha per lo più abusato degli altri nei suoi anni formativi e culminanti, ma come ogni impero decadente ora sta abusando principalmente della sua stessa gente. È quindi fondamentale ripetere sempre che degli “USA senza Impero” non avrebbero motivo di vedere un nemico nella Russia e viceversa. In effetti, la Russia e gli Stati Uniti potrebbero essere partner ideali, ma i “parassiti imperiali” non permetteranno che ciò accada. Quindi siamo tutti bloccati in una situazione assurda e pericolosa che potrebbe provocare una guerra che distruggerebbe completamente la maggior parte del nostro pianeta.

Per quanto ne valga la pena, e nonostante la costante russofobia isterica nei media sionisti americani, non rilevo assolutamente alcun segno che questa campagna stia avendo successo con la gente degli Stati Uniti. Al massimo, alcuni di loro abboccano ingenuamente alla favola “i russi hanno cercato di interferire nelle nostre elezioni”, ma anche in questo caso questa convinzione viene mitigata dalla considerazione “niente di nuovo, lo facciamo anche noi in altri paesi”. Devo ancora incontrare un americano che creda seriamente che la Russia sia un qualche tipo di pericolo. Non rilevo nemmeno reazioni superficiali di ostilità quando, ad esempio, parlo russo con la mia famiglia in un luogo pubblico. In genere, ci viene chiesto in quale lingua stiamo parlando e quando rispondiamo “russo” la reazione normalmente è “fico!”. Molto spesso sento persino “cosa ne pensi di Putin? Mi piace davvero”. Questo è in forte contrasto con il governo federale, che la stragrande maggioranza degli americani americani sembra odiare con passione.

Per riassumere il tutto, direi che in questo momento della guerra Stati Uniti-Russia, la Russia sta vincendo, l’Impero sta perdendo e gli Stati Uniti stanno soffrendo. Per quanto riguarda l’UE, “gode” di una meritata irrilevanza, pur essendo per lo più impegnata ad assorbire ondate di rifugiati che distruggono la società, provando, ancora una volta, la verità del detto che afferma che se hai la testa sotto la sabbia, hai il culo all’aria.

Questa guerra è lungi dall’essere conclusa, non penso nemmeno che abbia raggiunto il suo culmine, e le cose andranno sempre peggio prima di migliorare di nuovo. Ma, tutto sommato, sono molto ottimista sul fatto che l’Asse della Gentilezza, in un futuro relativamente non troppo lontano, mangerà la polvere.

Traduzione: Raffaele Ucci

Fonte: The Saker

La storia incredibile di Giacomo, il figlio di Celentano e Claudia Mori


Giacomo Celentano: dal buio della depressione alla riscoperta della fede
di Silvia Lucchetti

Il cantautore ci parla della sua devozione a Maria, “incontrata” a trent’anni

«Ma Dio cosa vuole che faccia della mia vita?» è la domanda che si pone Giacomo Celentano, figlio di Adriano e Claudia Mori, quando un giorno, senza sapere perché, è assalito da un malessere inspiegabile, un affanno al petto che non lo lascia respirare. Eppure ha tutto: amici, successo, soldi, una ragazza.

Nel suo ultimo libro: “I tempi di Maria” (Itaca edizioni), il cantautore Giacomo Celentano, racconta di sé, della sua vita, della famiglia, tutto attraverso la lente della fede. Il testo è un inno di lode a Dio e soprattutto alla Madonna, che l’autore “incontra” all’età di trent’anni.

«Ho avuto modo di scoprire la mia Madre Celeste tardi, solo da adulto, all’età di trent’anni. Un giorno un mio carissimo amico, Roberto Bignoli, cantautore di musica cristiana, mi disse: «Giacomo, perché non vai a Schio, nel Veneto; lì, in un paesino che si chiama San Martino, appare la Madonna». Non me lo sono fatto ripetere due volte e sono partito subito, anzi ci siamo andati tutti insieme: io, Roberto, Katia – allora eravamo ancora fidanzati – e Paolo. È un posto straordinario (…) Arrivato lì ho respirato subito un’aria diversa, di pace, poi ho ricevuto quasi immediatamente un segno: in certi luoghi, come vicino alla fontana che si trova a metà strada lungo la Via Crucis, ho sentito un profumo soave di rose, che secondo le persone del posto è uno dei segnali più frequenti che la Madonna manda ai pellegrini».

AVERE TUTTO MA ESSERE INFELICI

Facciamo un passo indietro. È il 1990 e la vita procede in maniera splendida, Giacomo è il classico “figlio di papà”, ricco di tutto ma privo dell’unica cosa che può renderlo felice sul serio: Dio.

«In quel periodo avevo tutto: soldi, giovinezza, la fidanzata, gli amici, la mia famiglia d’origine, la macchina, la notte andavo a ballare in discoteca; insomma, ero il classico figlio di papà. Una cosa mi mancava, ma non ci facevo minimamente caso perché ero troppo preso da me stesso: Dio. Fatto sta che una sera di settembre, mentre stavo per andare a dormire, di punto in bianco mi sentii male: mi si dimezzò, forse anche di più, la capacità toracica con una conseguente insufficienza respiratoria. Nel cuore della notte capii che era successo qualcosa di grave dentro di me, ma non sapevo cosa. Passai quella notte in bianco, con i pensieri che si affollavano nella mente; era la mia prima notte da malato. (…)La mia malattia portò scompiglio in famiglia, tanto che i miei genitori mi portarono subito a fare delle visite, che però, cosa strana, non riscontrarono nessuna anomalia nei polmoni. Fisicamente ero sano, ma di fatto respiravo come un vecchio di novant’anni. In pochi mesi persi quasi tutto: gli amici, la fidanzata, il lavoro; la mia stessa famiglia faceva fatica a comprendermi, tant’è che mi ritrovai da solo con la mia malattia. Cos’era successo?»

DAL BUIO DELLA DEPRESSIONE SI RIACCENDE LA FEDE

La malattia azzera tutto e in poco tempo Giacomo perde ogni cosa… o quasi. Perché è in quel deserto, in quella “terra bruciata” intorno a lui, che il Signore vuole incontrarlo, farsi riconoscere come Padre e abbracciare suo figlio.

«Dio, da Padre amorevole e premuroso, aveva permesso quella malattia perché sapeva che solo così, avendo fatto terra bruciata attorno a me, io, come suo figliol prodigo, potevo rivolgermi di nuovo a Lui, pregarlo e cercarlo. E così avvenne».

Sono setti anni di preghiera, di forte riavvicinamento alla Chiesa e ai sacramenti. L’autore racconta che arriva perfino a pensare che il sacerdozio sia la sua strada, perché prova una pace e un benessere grande quando è vicino al Signore. Ma “in realtà, la mia non era tanto una vocazione, quanto la smania di rifugiarmi in un posto nascosto dal mondo e quindi di ripiegarmi su me stesso”.

«HO INCONTRATO GESÙ NEGLI OCCHI PROFONDI DI MIA MOGLIE KATIA»

Nel 1997 Giacomo conosce Katia, anche lei credente, che lo avvicina al culto della Divina Misericordia di Santa Faustina Kowalska. Nel 2002 si sposano e nel 2004 diventano genitori di Samuele.

«Mi diceva che Gesù mi amava e che mi avrebbe guarito completamente, che sarei tornato a cantare. Tutte cose che si sono avverate. (…) ringrazio il Signore per avermi donato questa famiglia che, pur con i suoi limiti e peccati, cerca nel quotidiano di vivere il Vangelo. Io, da parte mia, posso dire di avere incontrato Gesù negli occhi profondi di mia moglie Katia, e che il mio incontro con il Signore si può riassumere nella parabola della pecorella smarrita. Ossia Gesù nel mio momento di massimo smarrimento e di buio è venuto a cercarmi, mi ha trovato, e io mi sono lasciato trovare; mi ha caricato sulle sue spalle, ha curato con il suo amore la mia anima e il mio corpo e mi ha ricondotto all’ovile, che è la sua santa Chiesa. Gesù è il vero medico del corpo e dell’anima».

Sono pagine piene di vita e di preghiera, di pellegrinaggi (molto bello e intenso il racconto su Medjugorie) e di testimonianze che, come recita il titolo, parlano dei tempi di Maria, della sua materna protezione in questo nostro mondo secolarizzato, in piena crisi spirituale, dove la famiglia è attaccata, i giovani e i bambini sono confusi da false teorie che vogliono minare la loro libertà e bellezza, dove i desideri vengono trasformati in diritti e gli uomini in acquirenti o prodotti da consumare. Per questo Giacomo Celentano ci indica Maria, ci invita ad ascoltare i suoi messaggi di Regina della Pace, e a pregare il rosario in famiglia, perché come diceva Madre Teresa “una famiglia che prega unita resta unita”.

Nella presentazione monsignor Giovanni D’Ercole ben sottolinea questi aspetti:

«Nelle pagine che seguono (…)vi è il richiamo alle grandi apparizioni del secolo scorso e ai fenomeni legati con la spiritualità mariana di questi anni. Non uno studio scientifico, ma una raccolta di documentazioni e riflessioni, pensieri spirituali e preghiere, esperienze e considerazioni che narrano questi nostri tempi, Tempi di Maria, segnati in maniera straordinaria dalla presenza vigile della Regina della pace, Madre della misericordia».

Il professor Giuseppe Noia autore della prefazione coglie l’aspetto più profondo del libro di Giacomo Celentano: la testimonianza dell’amore di Dio e dello sguardo della Vergine Maria, Madre tenera di ogni uomo che ci mostra la Misericordia del Figlio.

«(…) Ciò che ha ricevuto, Giacomo lo vuole condividere, lo vuole spezzare con quante più persone possibili, attraverso la testimonianza della sua conversione e di alcune tenerezze che Dio gli ha fatto: la mano sulla spalla per tre volte, il profumo di rose in momenti particolari, la pace del cuore. Egli si ingegna, quindi, a proporre una modalità di serenità e di pace perché ha ricevuto la grazia di rilanciare, con passione, i grandi messaggi di san Luigi Grignon de Monfort. Ci invita a non sprecare questo tempo di grazia in cui la Madonna, da trentacinque anni, appare per consegnare il messaggio della potenza della preghiera che, con l’ascolto docile ai Suoi ammonimenti, fa conoscere la bellezza della vita nascosta insieme a Gesù. Come ogni mamma terrena sembra apparentemente ripetere le stesse cose ma ciò che dice la Santa Vergine, per chi le accoglie, nel profondo della propria anima, le Sue parole sono sempre nuove e attuali e ci guidano come la stella che ha guidato i Magi, per essere anche noi stelle per gli altri e indirizzare le nostre esistenze verso il centro della storia e del tempo: Gesù Cristo Benedetto, il Tenero e Misericordioso Dio incarnato e morto per noi».



Fonte: Aleteia

La Casa Bianca: “A giorni la decisione”


di Francesco Volpi


Il portavoce di Trump: “Il presidente è stato chiaro”. Macron: “Sono preoccupato”


Su Gerusalemme capitale d’Israele una decisione “verrà resa nota nei prossimi giorni”. Il vice portavoce della Casa Bianca, Hogan Gidley, sembra confermare l’intenzione di Donald Trump di andare avanti, nonostante la preoccupazione di parte della comunità internazionale e le minacce di Hamas. Del resto, ha aggiunto Gidley, sullo spostamento dell’ambasciata Usa da Tel Aviv a Gerusalemme “il presidente è stato chiaro sin dall’inizio, non è una questione di se, ma di quando”.
La posizione francese


Una decisione di questo tipo però, è l’obiezione mossa da gran parte dei leader mondiali, rischia di minare il processo di pace e il ruolo privilegiato da sempre goduto dagli Stati Uniti come intermediario in Medio Oriente. Tra chi si dice “preoccupato” c’è presidente francese, Emmanuel Macron, che ne ha parlato direttamente con Trump. L’inquilino dell’Eliseo ha ricordato che la questione dello “status di Gerusalemme dovrà essere risolto nel quadro dei negoziati di pace fra israeliani e palestinesi“.

La trattativa sulla Città Santa dovrà essere portata avanti nell’ambito di negoziati che “puntino in particolare alla creazione di due Stati, Israele e Palestina, che vivano fianco a fianco e in sicurezza, con Gerusalemme come capitale”. Macron ha parlato a Trump anche dell’Iraq, riferendo i risultati della visita a Parigi, sabato scorso, del primo ministro del governo regionale del Kurdistan, Nechirvan Barzani, accompagnato dal vicepremier Qubad Talabani. Nella nota dell’Eliseo si legge che “la Francia e gli Stati Uniti proseguiranno i loro sforzi congiunti per preservare la stabilità e l’unità dell’Iraq e favorire il dialogo nazionale fra le autorità federali e i dirigenti curdi iracheni”.
Palestina in fermento

Intanto anche al-Fatah, dopo Hamas, afferma di vedere la questione di Gerusalemme est come una linea rossa invalicabile per i palestinesi. “Il riconoscimento Usa di Gerusalemme come capitale di Israele – ha avvertito Wassel Abu Yusef, un dirigente di al-Fatah – sarebbe una dichiarazione di guerra“. Al fianco della serrata campagna diplomatica – nel corso della quale l’Anp ha anche chiesto il sostegno attivo della Lega araba e dell’Organizzazione di cooperazione islamica (Oci) – si nota già una mobilitazione popolare sul terreno. Per mercoledì gli attivisti politici di al-Fatah e di Hamas hanno avuto istruzione di tenersi pronti ad organizzare manifestazioni di protesta, e così pure i quadri del Movimento islamico in Israele. Per giovedì Hamas progetta peraltro di portare in piazza a Gaza decine di migliaia di sostenitori per celebrare il 30esimo anniversario della sua fondazione. Sul web circolano filmati che mostrano miliziani palestinesi mentre imbracciano i fucili e caricature che dileggiano Trump. In una di esse il presidente statunitense è mostrato nel gesto di offrire ad Israele, su un piatto di argento, la moschea al-Aqsa di Gerusalemme, sopra alla testa di un imprecisato dirigente arabo che si inchina ossequioso nei suoi confronti.
Fonte: interris

02 dicembre 2017

Per Massimo Cacciari il Natale è stato “ucciso” dai cristiani


di Lucandrea Massaro

Il filosofo veneto mette in chiaro che “Il Natale non è solo dei cristiani”

Il filosofo Massimo Cacciari esordisce con nettezza «Il Natale dei panettoni, il Natale delle pubblicità, il Natale dei soldi. Il Natale oggi è una festina» e poi aggiunge mettendo il carico da novanta: «Sono i cristiani i primi ad aver abolito il Natale». Con queste poche frasi inizia un colloquio tra il pensatore veneziano, già sindaco della città e intellettuale laico di primo piano, e l’intervistatore del Giornale.

Parole che interrogano il credente, ma anche i laici e che certamente avranno strascico, anche perché la posizione di Cacciari è forte di una presa di coscienza molto netta e interessante. Per lui il filosofo non può credere ma può lasciarsi interrogare dal mistero «La ricerca a un certo punto si avvicina alla preghiera – dice -. Certo, il fedele è convinto che la sua preghiera sia ascoltata, il filosofo prega il nulla. Però resta stupefatto davanti al mistero. E lo assorbe, come ho fatto nel mio ultimo libro su Maria: Generare Dio. Pensi, una ragazzetta che è madre di Dio. Da non credere, anche per chi ci crede». Da questo scandalo parte la sua riflessione:

Che cosa è per lei il cristianesimo?

«Il cristianesimo è una parte fondamentale del mio percorso, della mia vicenda, è qualcosa con cui mi confronto tutti i giorni».

Perché laici e cattolici oggi balbettano davanti all’evento che tagliato in due la storia?

«Perché non riflettono, perché non fanno memoria di questa storia così sconvolgente».

Dio che si fa uomo.

«Capisce? Non Dio che stabilisce una relazione con gli uomini, ma Dio che viene sulla terra attraverso Cristo. Vertiginoso».

Cacciari è “arrabbiato”, deluso, di certo percepisce e racconta di una situazione, quella della società italiana ma non solo, che ha smarrito anche la verità dei dati di fatto, il peso della storia e delle provocazioni morali: «Appunto. La nostra società è anestetizzata, il Natale è diventato una favoletta, una specie di raccontino edificante che spegne le inquietudini» aggiunge. Secondo Cacciari “si è perso l’abc” della fede ma anche del suo ruolo culturale nella società. Per lui «La prima distinzione non è fra laico e cattolico, ma fra pensante e non pensante. Se uno pensa, come pensava il cardinal Martini, allora si interroga e se si interroga prima o poi viene affascinato dal cristianesimo, dal Dio che si fa uomo scandalizzando gli ebrei e l’Islam».

Siamo alle prese con uno scontro di civiltà?

«Ma che scontro. Anche dalle loro parti si è persa la portata profonda del fatto religioso. Viviamo in un mondo che dimentica la dimensione spirituale».

Fonte: Aleteia

Bonus bebè, caos sull’assegno per i neo-genitori. Ap: “Valga fino al terzo anno di vita”

Immagine: Pixabay.com

di Stefano Rizzuti

Dubbi e caos sul bonus bebè: ieri è stato annunciato che la misura diventerà strutturale, ma non è chiara la durata dell’emissione dell’assegno mensile per i neo-genitori: Ap chiede che duri per i primi tre anni di vita del bambino e non solo per uno come ipotizzato ieri, il Pd rassicura specificando però che per i due anni successivi sarà comunque dimezzato.

Continua la discussione sul bonus bebè e ancora non sembrano chiare le modalità con cui questa misura verrà stanziata per i neo-genitori. Oggi la polemica è nata nell’aula del Senato dove Simona Vicari, esponente di Alternativa Popolare, ha ribadito come il suo partito chieda che il bonus valga per i primi tre anni di vita del bambino “così come previsto dalla legge che l’ha istituita”. Ieri la commissione Bilancio del Senato ha approvato un emendamento che prevede la conferma della misura per il 2018 e poi il dimezzamento per gli anni successivi, almeno secondo quanto precisato dal capogruppo del Pd in commissione Bilancio Giorgio Santini.


Il bonus bebè diventerà strutturale dal prossimo anno e non più un bonus come ora, ma con il dimezzamento della quota ricevuta dalle famiglie per ogni figlio, passando da 960 a 480 euro a partire dal 2019. Il dubbio su cui Ap chiede un chiarimento riguardo la possibilità che il bonus valga solo per un anno e non più per tre. “L’accordo politico strategico sulla famiglia raggiunto in commissione rappresenta la più importante condizione per votare questa manovra”, dichiara Vicari riferendosi alla durata triennale per i neonati.

Il governo ha precisato, attraverso Luciano Pizzetti, sottosegretario ai Rapporti con il Parlamento, che “in merito a interpretazioni fuorvianti di queste ore confermo che il bonus bebè è misura strutturale, così come definita nella legge di bilancio in fase di approvazione a Palazzo Madama. E trova le coperture per il 2018 e per gli anni seguenti nel bilancio dello Stato così come risulta dall’emendamento nel pieno rispetto dei lavori e delle intese parlamentari”.

Poi è intervenuto anche il Pd con Santini: “La norma è chiarissima, il bonus è triennale fino ai tre anni di vita del bambino”. La precisazione del capogruppo Pd in commissione Bilancio conferma che l’assegno viene erogato completamente (80 euro mensili) per il primo anno e in misura dimezzata (40 euro al mese) nei successivi due per “questioni di coperture”.

Nel maxi-emendamento del governo che riunisce tutte le misure approvate durante la discussione in commissione dovrebbe quindi essere specificato che l’assegno sarà di 960 euro l’anno nel 2018 per i nuovi nati e diventerà poi di 480 euro nel 2019 e nel 2020, dopo il primo anno di età del bambino. Il bonus verrà erogato mensilmente a partire dalla data di nascita o di adozione per i genitori che hanno un reddito Isee inferiore ai 25mila euro. L’assegno dovrebbe essere raddoppiato per coloro che hanno un reddito inferiore ai 7mila euro.

Fonte: Fanpage

Populismo e aristocrazia finanziaria: chi è più antidemocratico?


«​Il populismo non è necessariamente anti democratico, può essere orientato ed educato in forme democratiche. Quel che è certo è che l’opposto del populismo oggi è antidemocratico perché la lotta contro il populismo viene cavalcata dall’élite finanziaria e dal suo ceto intellettuale per tutelare il proprio dominio non democratico»

Continua il dialogo sul populismo e dopo De Benoist, Tarchi e Veneziani interviene sul tema Diego Fusaro che offre una prospettiva basata sui rapporti di forza tra “dominanti” e “dominati”. Una visione che affonda le sue radici nel pensiero di Marx e di Hegel e che si pone in rapporto dialettico con l’illuminismo, ritenuto da Fusaro indispensabile, per aver spazzato via il vecchio ordine della società di ceto e di “ancien regime” ma, al contempo insufficiente per aver lasciato l’umanità in balia del sistema dell’atomistica, incapace di costruire una comunità all’altezza dei tempi.

-Il termine “populismo” è uno dei più ricorrenti nel dibattito politico odierno e viene frequentemente utilizzato come elemento discriminatorio nei confronti dell’una piuttosto che dell’altra forza politica. Al fine di sgomberare il campo da false interpretazioni, potrebbe illustrarci cos’è oggi il populismo?

Come ho cercato di mostrare nel mio libro “Pensare altrimenti”, Filosofia del dissenso (Einaudi, 2017) populismo è una di quelle categorie, di quelle parole di conio, della neolingua capitalistica a beneficio dell’aristocrazia finanziaria come classe dominante.

L’aristocrazia finanziaria, con la complicità degli intellettuali, a guinzaglio più o meno lungo, utilizza una serie di categorie per santificare i rapporti di forza e per impedire alla base qualsiasi tentativo di rovesciamento dell’assetto capitalistico dell’odierno totalitarismo glamour del libero mercato. Populismo è, appunto, la categoria con cui gli intellettuali di riferimento dell’élite dominante demonizzano ogni prospettiva che assuma il punto di vista del popolo dominato e non dell’élite dominante.

Populismo è, quindi, la categoria con cui a vario genere e in diverso modo si assume la prospettiva legata agli interessi materiali delle classi dominate, dette anche popolo, il quale è oggi composto essenzialmente dal vecchio proletariato e dalla vecchia borghesia, dalla vecchia classe lavoratrice e dal vecchio ceto medio che sono oggi finiti in un unico ceto sociale, quello del “precariato”, che si caratterizza per essere pauperizzato e precarizzato. Pauperizzato perché reso sempre più povero, precarizzato perché reso instabile tanto nel mondo del lavoro, quanto in quello della vita mediante la flessibilizzazione integrale delle forme etiche dell’esistenza, dalla famiglia allo Stato, passando per gli enti intermedi.

-Il populismo, come categoria, riemerge nei momenti critici della storia. Potremmo, dunque, esclusivamente definirlo come fenomeno di reazione verso la classe dominante, oppure ha delle radici filosofico culturali?

La storia del concetto di populismo sarebbe interessante e anche feconda. La categoria di populismo come sappiamo nasce in Russia e allude essenzialmente alla ricerca, da parte di alcuni intellettuali, di un contatto con il popolo alla difesa degli interessi del popolo legato alle sue tradizioni e ai suoi diritti sostanziali. Il fatto che oggi venga utilizzato come stigma negativo e quasi demonizzante la dice lunga su quanto stiamo subendo il dominio simbolico e reale da parte dell’élite dominante, la nuova classe egemonica che con Marx si chiama “aristocrazia finanziaria”.

Populismo è la categoria con cui a vario genere e in diverso modo si assume la prospettiva legata agli interessi materiali delle classi dominate, dette anche popolo, il quale è oggi composto essenzialmente dal vecchio proletariato e dalla vecchia borghesia, dalla vecchia classe lavoratrice e dal vecchio ceto medio che sono oggi finiti in un unico ceto sociale, quello del “precariato”, che si caratterizza per essere pauperizzato e precarizzato. Pauperizzato perché reso sempre più povero, precarizzato perché reso instabile tanto nel mondo del lavoro, quanto in quello della vita mediante la flessibilizzazione integrale delle forme etiche dell’esistenza, dalla famiglia allo Stato, passando per gli enti intermedi.

-L’attuale modello di crescita si innesta su un pensiero quale quello illuminista, ormai in crisi. Potrebbe ciò aver contribuito alla rinascita del populismo?

Sul tema dell’illuminismo bisognerebbe aprire una lunga parentesi. Io sulla lettura dell’illuminismo sto dalla parte di Hegel e di Marx e non da quella che mi pare sottoscrivano anche De Benoist, Veneziani e altri rispettabilissimi e stimabilissimi intellettuali contemporanei i quali si rifanno alla critica incondizionata dell’illuminismo. Io, diversamente, con l’illuminismo intrattengo un rapporto dialettico perché come Hegel, come Marx e come Fichte ritengo che esso sia stato insieme dialetticamente, indispensabile e insufficiente.
Indispensabile perché ha spazzato via il vecchio ordine della società di ceto e di “ancien regime” , insufficienteperché ha lasciato l’umanità in balia del sistema dell’atomistica, come dice Hegel, frammentato, senza totalità e nemmeno più in cerca della totalità e quindi, non ha saputo più costruire una comunità all’altezza dei tempi. Possiamo dire che la situazione odierna si presenta esattamente come quella di allora dal momento che vige il sistema dell’atomistica in una forma inedita di globalizzazione dei mercati i cui fattori producono il sistema dell’atomistica su scala planetaria senza più alcun riferimento di eticità in senso Hegeliano. In tale sistema prevale, infatti, la scomposizione atomizzante in ogni ambito: intellettuale, quello che Hegel chiamava l’intelletto astratto; sociopolitica, l’individualismo egoistico delle monadi irrelate; e poi anche a livello di modello ovvero la crescita infinita di pochi individui, quello che Hegel chiamava il cattivo infinito come cifra dell’illuminismo nella sua variante negativa come cifra dell’economia di mercato odierna. Il cattivo infinito del progresso illimitato.

-Il populismo, che spesso viene presentato come anti politica, è una forma anti democratica oppure può essere visto come una neo-democrazia? E in che misura potrebbe esprimersi?

Il populismo non è affatto necessariamente anti democratico, può essere orientato ed educato in forme democratiche. Quel che è certo è che l’opposto del populismo oggi è antidemocratico perché la lotta contro il populismo viene cavalcata dall’élite finanziaria e dal suo ceto intellettuale, gli oratores post moderni di accompagnamento, per tutelare il proprio dominio non democratico. Oggi la democrazia, infatti, nel quadro della società globalizzata, ultra capitalistica, esiste solo come autogoverno delle classi possidenti e quindi come plebiscito dei mercati essenzialmente che decidono che cosa è giusto e cosa no, si innervosiscono quando il popolo, populista e xenofobo, per come viene definito, vota altrimenti rispetto ai desiderata dei mercati e dei loro agenti. Pertanto il populismo e il popolo non sono intrinsecamente né democratici, né anti democratici,possono, però, costituire sola la base di una democrazia reale quale fondamento di un vivere autenticamente comunitario, dove per democrazia dobbiamo intendere potere del demos e demos al potere. Il demos suddiviso su basi libere e ugualitarie deve amministrare la polis, ovvero la comunità politica di riferimento, quindi devono esserci la possibilità del controllo economico, politico e monetario della comunità, deve esserci la possibilità di accedere al governo, secondo l’alternanza fra il governare ed essere governati, principio che Aristotele nella politica assume come fondamento della democrazia e, inoltre, deve esserci il libero gioco delle opinioni e lo scambio del discorso, il dialogo, come fondamento della democrazia, che è la forma che dovrebbe sostanziarsi di dissensi e opposizioni, discussioni e non di autoritarismi adialogici.

-È possibile che dal fermento populista venga selezionata una nuova classe dirigente?
Non credo che dal populismo in quanto tale nasca una classe dirigente o intellettuale. Credo, tuttavia, che sia più che mai necessario avere intellettuali che portino la coscienza al popolo, come avrebbe detto Lenin. Occorre, cioè, che la coscienza infelice degli intellettuali che si trovano in contraddizione con il mondo in cui vivono si sposti casualmente, proprio come fece il giovane Marx secondo le logiche del clinamen di Epicuro, in maniera non necessitata dalla parte delle classi dominate. Il problema sta oggi nel fatto che gramscianamente gli intellettuali sanno ma non sentono, il popolo sente ma non sa. Pertanto, occorrere un innesto di quella che Marx chiamava l’umanità pensante e l’umanità sofferente. Solo allora si potranno creare le basi per una rivoluzione anzitutto culturale che scalzi il modo dominante di pensare, o pensiero unico, e riabiliti il popolo come categoria che possa essere fondamento della vita democratica.

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