28 luglio 2015

Fallita la rivoluzione colorata in Burundi

Fallita la rivoluzione colorata in Burundi
Non deve sfuggire alla nostra attenzione quel che attualmente sta avvenendo in Burundi. Probabilmente per molti di noi questo piccolo paese africano, persino difficilmente individuabile nella cartina geografica, non gode di una particolare importanza. Eppure tale valutazione risulta profondamente erronea, giacchè il Burundi si trova ormai da tempo ad essere l’obiettivo dell’ennesima “rivoluzione colorata”, debitamente pianificata da Washington.

Infatti, come denunciato in un suo articolo dal giornalista Luc Michel, proprio nell’agosto del 2014, ovvero meno di un anno fa, a Washington s’è tenuto il Summit USA-Leader Africani, su forte impulso di Barack Obama, sempre più preoccupato dalla crescente influenza della Cina nel Continente Africano e determinato a contrastarla salvaguardando così quella statunitense, ormai sempre più declinante. In tale occasione, infatti, vennero individuati alcuni paesi i cui governi non risultavano graditi all’Amministrazione Obama, e si parlò apertamente d’operare un “regime change” che avrebbe messo al potere 13 nuovi capi di Stato.

Il modello sarebbe stato quello delle “primavere arabe” (che avrebbero così trovato una loro presumibilmente altrettanto disastrata continuazione nelle ipotetiche “primavere africane”), da sostenersi ovviamente mediante il ricorso all’AFRICOM, ovvero il braccio africano della NATO, creato da Bush nel 2007. Tra le figure che dovevano essere immediatamente estromesse dal potere, vennero indicate Idriss Deby Itno del Ciad, Paul Biya del Camerun, Obiang Gnuema Mbassogo della Guinea Equatoriale, ma anche il Presidente del Burundi.

La cosa che più sorprende è il fatto che gli Stati Uniti e i loro alleati residui in Africa, nel 2014, continuassero ancora a riporre fiducia verso il modello delle “rivoluzioni colorate” che, nella maggior parte dei casi, s’erano sempre dimostrate fallimentari. Ed infatti così è stato anche nel caso del Burundi: si sono infatti tenute le elezioni presidenziali, in un clima di palpabile tensione, ma il risultato è stato quello di una facilmente prevedibile vittoria del Presidente uscente Pierre Nkurunziza. Pure l’elevata partecipazione al voto, stimata fra il 70 e l’80%, fa capire come i metodi intimidatori assunti nei confronti della Presidenza uscente da parte delle opposizioni e dal “fronte occidentale” guidato da Washington siano serviti a ben poco.

I russi hanno parlato espressamente di un tentativo di organizzare una “Maidan burundese” da parte di Washington, in ogni caso fallita. La Casa Bianca, comunque, non appena il risultato elettorale è stato reso ufficiale, ha subito condannato le elezioni tenutesi nel paese, disconoscendone la legittimità e la correttezza. Tale dichiarazione, comunque, cozza con quanto affermato dai vari osservatori, che hanno invece garantito sull’ormai raggiunta maturità elettorale del Burundi e della sua giovane democrazia. Ciò non impedisce comunque ai cultori delle “rivoluzioni colorate” di sbraitare, ormai sempre più soli ed inascoltati, contro un “pluralismo solo di facciata” come quello del Burundi, accusa che tuttavia ben si guardano dal dimostrare.

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