21 febbraio 2015

Dl carceri, dalla bozza scompare la norma sui domiciliari agli ultrasettantenni

Dl carceri, dalla bozza scompare la norma sui domiciliari agli ultrasettantenni


Alla fine i rimaneggiamenti della bozza del decreto legge – chiamato “Svuota carceri” – non “danneggerà” i condannati over 70 con pene superiori ai 4 anni. Il testo – fino a pochi giorni fa – prevedeva che potessero usufruire della detenzione domiciliare tutti gli ultrasettantenni con pene da scontare fino a 4 anni. Una norma che per esempio avrebbe impedito a Silvio Berlusconi  condannato in secondo grado a 4 anni per il processo Mediaset, ma a 7 per il processo Ruby – di usufuire del beneficio di legge in caso di conferma del verdetto sulle serate bunga bunga. Almeno per tre anni. Ecco che quel comma che poteva essere sfavorevole all’ex presidente del Consiglio si è dileguatosecondo l’agenzia politica Public Policy
La modifica interveniva su due passaggi della legge 354/75 (che disciplina la detenzione e in generale la privazione della libertà). In primo luogo eliminava il comma 01 dell’articolo 47ter introdotto con la legge 251 del 2005 – ovvero laex Cirielli su attenuanti generiche e recidiva – sui domiciliari. Era il comma definito “salva Previti” per cui la pena della reclusione per qualunque reato – ad accezione però per reati di mafia, terrorismo e violenza sessuale – “può essere espiata nella propria abitazione o in altro luogo pubblico di cura, assistenza ed accoglienza, quando trattasi di persona che, al momento dell’inizio dell’esecuzione della pena, o dopo l’inizio della stessa, abbia compiuto i settanta anni di età”. E l’ultrasettantenne avvocato e poi deputato Pdl ne aveva usufruito. Il testo contenuto nella bozza deldecreto legge, almeno fino a ieri sera, abrogava il passaggio in questione: “All’articolo 47ter (della 354/75; Ndr) – si legge nel provvedimento – sono apportate le seguenti modificazioni [...] 1) Il comma 01 è soppresso”.
Ma c’era nel testo una seconda modifica che riguardava i detenuti di alcuni categorie particolari – come le persone molto malate o le donne incinte – che potevano scontare in casa i residui di pena fino a 4 anni “anche se costituente parte residua di maggior pena”. Orbene questa modifica prevedeva una strana introduzione nella categorie particolari ovvero gli ultrasettantenni (“al comma 1, dopo la lettera e) è aggiunta la seguente: e bis) persona di età superiore ai settanta anni”). In pratica mentre prima ai domiciliari potevano andare tutti gli over 70 – ad eccezioni di reati gravissimi – con quella modifica ai domiciliari ci sarebbero potuti andare solo gli over 70 con pene da scontare dai 4 anni in giù. Di fatto escludendo, per esempio Berlusconi, dal beneficio almeno per 3 anni in caso di conferma del verdetto Ruby. In particolare, il passaggio della modifica la legge 354/75, che prevedeva la possibilità degli arresti domiciliari per condanne fino a 4 anni, e introduceva questa possibilità anche per le persone di età superiore a 70 anni, mentre nella norma in vigore questa eventualità valeva solo, tra gli altri casi, per le donne incinte, persone in condizioni gravi di salute, e per i minori di 21 anni, è stato però tolto all’ultimo momento dal testo arrivato inConsiglio dei ministri.
“Nel decreto approvato – dice però il ministro della Giustizia Anna Maria Cancellieri – non c’è nulla che possa essere letto a favore o contro Berlusconi, non tocca affatto il presidente Berlusconi ma la popolazione carceraria”.

PD e PDL ghigliottinano il ddl sul voto di scambio mafioso

PD e PDL ghigliottinano il ddl sul voto di scambio mafioso

Il vicepresidente del #Senato, Roberto #Calderoli, annuncia la decisione di sospendere la discussione sul disegno di #legge contro il #voto di scambio #politico-mafioso per passare direttamente al voto del testo (la cosiddetta ‘ghigliottina’).
L’Aula del Senato ha votato a favore della “ghigliottina”, cioè della chiusura anticipata della discussione generale, sul ddl per il voto di scambio. La richiesta di tagliare i tempi era stata firmata, tra gli altri, dai capigruppo Luigi Zanda (Pd),Paolo Romani (Fi) e Maurizio Sacconi (Ncd).
Immediata la risposta dei cinquestelle che scrivono:
“Vergognosa tagliola al Senato sul 416/ter. Pd, Forza Italia, Nuovo Centro Destra, Scelta Civica hanno imposto la fine del dibattito generale, tappando così la bocca a 27 rappresentanti del Movimento 5 Stelle iscritti a parlare. Zanda (Pd), Susta (Scelta Civica), Ghedini (Pd), Cirinnà (Pd), Sacconi (Nuovo Centro Destra), Palma (Forza Italia), Romani (Forza Italia), ecco i nomi degli antidemocratici che hanno tolto la parola ai rappresentanti del Movimento 5 Stelle. Faceva male alle loro orecchie sentire in continuazione la nostra denuncia sulla vergognosa riduzione di pene per chi fa scambio politico-mafioso decisa alla Camera con l’accordo Pd-Forza Italia-Ncd”

SOTTO IL GOVERNO RENZI: PER IL VOTO DI SCAMBIO POLITICO-MAFIOSO PENE PIU’ LIEVI

SOTTO IL GOVERNO RENZI: PER IL VOTO DI SCAMBIO POLITICO-MAFIOSO PENE PIU’ LIEVI

IL MINIMO PASSA DA 7 A 4 ANNI, IL MASSIMO A 10. MODIFICATO IL TESTO USCITO DAL #SENATO. CHI HA PIAZZATO #RENZI A PALAZZO #CHIGI, DOPO #MONTI E #LETTA, SENZA ALCUNA CONSULTAZIONE ELETTORALE, IN BARBA ALLO STATO DI DIRITTO? 
ECCO COSA SFORNA GIORNO DOPO GIORNO, PROPAGANDA A PARTE DEI MASS MEDIA, IN OSSEQUIO AI VOLERI STRANIERI, L’ESECUTIVO RENZIANO DELL’AMMUCCHIATA. NEL 2013 IL POPOLO SOVRANO NON AVEVA VOTATO UN INCIUCIO PER DISTRUGGERE DEFINITIVAMENTE L’ITALIA, MA DISTINTI SCHIERAMENTI PARTITICI.

LEGISLAZIONE A DELINQUERE? LA CAMERA DEI DEPUTATI HA APPROVATO CON 293 SÌ, 83 NO E 2 ASTENUTI L’ULTIMO EMENDAMENTO DEL RELATORE DAVIDE MATTIELLO (PD) CHE MODIFICA IL DDL SUL VOTO DI SCAMBIO POLITICO-MAFIOSO USCITO DAL SENATO   LO SCORSO GENNAIO. CON QUESTO VOTO IL CARCERE, PER IL REATO PUNITO DALL’ARTICOLO 416 TER DEL CODICE CIVILE, SI ABBASSA DA 4 A 10 ANNI. L’EMENDAMENTO È STATO APPROVATO CON IL PARERE FAVOREVOLE DEL GOVERNO DOPO CHE IL PD HA ACCETTATO LE PROPOSTE DI FORZA ITALIA.

Precedentemente l’Aula aveva respinto un subemendameno M5S, votato anche dalla Lega, che chiedeva di riportare le pene da da 7 a 12 anni come aveva deciso il Senato (le stesse previste dall’articolo 416 bis del codice penale, associazione di tipo mafioso). Viene poi eliminato il principio della punibilità del politico “che si mette a disposizione” dell’organizzazione mafiosa. Ora il testo passa di nuovo al Senato. La nuova formulazione dell’art. 416 del codice penale sul voto di scambio politico-mafioso entrerà in vigore immediatamente dopo la sua pubblicazione nella Gazzetta ufficiale: lo prevede un emendamento della commissione al testo approvato dall’Aula della Camera.
“Il governo si impegnerà al massimo nel corso dell’esame al Senato perché questa norma sia definitivamente approvata prima delle elezioni europee”, ha detto nell’Aula della Camera il sottosegretario alla Giustizia Cosimo Ferri rendendo il parere sugli ordini del giorno sul ddl voto di scambio. Tre le modifiche: la prima elimina il termine “qualunque” prima dell’espressione “altra utilità”. Il secondo cancella il principio della punibilità con il 416-ter del politico “che si mette a disposizione” dell’organizzazione mafiosa, mentre la terza modifica diminuisce la pena del carcere per il voto di scambio.
Questo il testo del nuovo 416 ter contenuto nell’emendamento presentato dal relatore alla Camera, Davide Mattiello (Pd): “Chiunque accetta la promessa di procurare voti mediante le modalità di cui al terzo comma dell’articolo 416-ter in cambio dell’erogazione o della promessa di erogazione di denaro o di altra utilità è punito con la reclusione da quattro a dieci anni. La stessa pena si applica a chi promette di procurare voti con le modalità di cui al primo comma”. La riduzione della pena riporta in pratica all’originaria previsione di Montecitorio che poi era stata modificata nel passaggio al Senato con il carcere aumentato da 7 a 12 anni. Su questo Forza Italia aveva protestato. L’altra modifica apportata, dopo l’accordo maggioranza-Fi in Comitato dei 9 della commissione Giustizia, è che nel testo del Senato si parlava di “qualunque altra utilità”, mentre ora si torna a “altra utilità”.
Il testo di Palazzo Madama invece era il seguente: “Chiunque accetta la promessa di procurare voti mediante le modalità di cui al terzo comma dell’articolo 416-bis in cambio dell’erogazione o della promessa di erogazione di denaro o di qualunque altra utilità ovvero in cambio della disponibilità a soddisfare gli interessi o le esigenze dell’associazione è punito con la stessa pena stabilita nel primo comma dell’articolo 416-bis. La stessa pena si applica a chi promette di procurare voti con le modalità di cui al primo comma”. “Un politico può essere a disposizione della mafia: non è reato. Renzi e Verdini hanno ammazzato il 416 ter. Dopo una lunga e dura battaglia il governo delle larghe intese sulla mafia, previo incontro tra capi, ha deciso che lo scambio politico mafioso non deve essere punito. Questo è tutto il punto e non ci resta che appellarci ai cittadini e lanciare il grido d’allarme su quanto sta succedendo”.
Così i membri delle commissioni Giustizia e Antimafia del M5S di Camera e Senato esprimono “il loro pieno sconcerto e la profonda preoccupazione” per le decisioni della Camera sul voto di scambio. Visione completamente diversa è quella di Donatella Ferranti (Pd), presidente della commissione Giustizia alla Camera, il testo sul voto di scambio “è norma di grande rigore, che permetterà di stroncare qualunque patto tra politica e mafia” e le modifiche approvate “tengono conto delle criticità segnalate dall’Anm e da diversi pm antimafia per arrivare a una norma il più possibile chiara ed efficace”.
Come riferisce Giovanni Bianconi sul Corriere della Sera – dal procuratore della Repubblica di Roma Giuseppe Pignatone:
“Stanno rendendo impossibile l’arresto, anche domiciliare, per la corruzione e gli altri reati tipici dei colletti bianchi. Il legislatore deve sapere che non si potrà arrestare neppure chi compie delitti di strada, come lo scippo, il furto, fino alla rapina, a meno che uno non entri in banca col kalashnikov. Potremo applicare la carcerazione preventiva solo a chi ha precedenti condanne definitive, forse, ma agli incensurati no. Mi auguro che il Parlamento ci pensi bene, per non trovarsi costretto a tornare sui propri passi al prossimo allarme sulle città insicure o sulla criminalità diffusa che si fatica a contenere. Spero che deputati e senatori siano consapevoli di quello che stanno facendo, prima delle prevedibili polemiche in cui ci si chiederà perché un presunto rapinatore si trovava libero di colpire ancora, anziché in galera”.

Interventi drastici sulla forma di governo senza sentire il parere dei cittadini? è l’Italia del 2012

Interventi drastici sulla forma di governo senza sentire il parere dei cittadini? è l’Italia del 2012

Stefano Rodotà, “Una fase costituente più democratica”, la Repubblica, 20 giugno 2012, p. 45

“Stiamo vivendo una fase costituente senza averne adeguata consapevolezza, senza la necessaria discussione pubblica, senza la capacità di guardare oltre l’emergenza. È stato modificato l’articolo 81 della Costituzione, introducendo il pareggio di bilancio. Un decreto legge dell’agosto dell’anno scorso e uno del gennaio di quest’anno hanno messo tra parentesi l’articolo 41. E ora il Senato discute una revisione costituzionale che incide profondamente su Parlamento, governo, ruolo del Presidente della Repubblica. Non siamo di fronte alla buona “manutenzione” della Costituzione, ma a modifiche sostanziali della forma di Stato e di governo. Le poche voci critiche non sono ascoltate, vengono sopraffatte da richiami all’emergenza così perentori che ogni invito alla riflessione configura il delitto di lesa economia.
In tutto questo non è arbitrario cogliere un altro segno della incapacità delle forze politiche di intrattenere un giusto rapporto con i cittadini che, negli ultimi tempi, sono tornati a guardare con fiducia alla Costituzione e non possono essere messi di fronte a fatti compiuti. Proprio perché s’invocano condivisione e coesione, non si può poi procedere come se la revisione costituzionale fosse affare di pochi, da chiudere negli spazi ristretti d’una commissione del Senato, senza che i partiti presenti in Parlamento promuovano essi stessi quella indispensabile discussione pubblica che, finora, è mancata.
Con una battuta tutt’altro che banale si è detto che la riforma dell’articolo 81 ha dichiarato l’incostituzionalità di Keynes. L’orrore del debito è stato tradotto in una disciplina che irrigidisce la Costituzione, riduce oltre ogni ragionevolezza i margini di manovra dei governi, impone politiche economiche restrittive, i cui rischi sono stati segnalati, tra gli altri da cinque premi Nobel in un documento inviato a Obama. Soprattutto, mette seriamente in dubbio la possibilità di politiche sociali, che pure trovavano un riferimento obbligato nei principi costituzionali. La Costituzione contro se stessa? Per mettere qualche riparo ad una situazione tanto pregiudicata, uno studioso attento alle dinamiche costituzionali, Gianni Ferrara, non ha proposto rivolte di piazza, ma l’uso accorto degli strumenti della democrazia. Nel momento in cui votavano definitivamente la legge sul pareggio di bilancio, ai parlamentari era stato chiesto di non farlo con la maggioranza dei due terzi, lasciando così ai cittadini la possibilità di esprimere la loro opinione con un referendum. Il saggio invito non è stato raccolto, anzi si è fatta una indecente strizzata d’occhio invitando a considerare le molte eccezioni che consentiranno di sfuggire al vincolo del pareggio, così mostrando in quale modo siano considerate oggi le norme costituzionali. Privati della possibilità di usare il referendum, i cittadini — questa è la proposta — dovrebbero raccogliere le firme per una legge d’iniziativa popolare che preveda l’obbligo di introdurre nei bilanci di previsione di Stato, regioni, province e comuni una norma che destini una quota significativa della spesa proprio alla garanzia dei diritti sociali, dal lavoro all’istruzione, alla salute, com’è già previsto da qualche altra costituzione. Non è una via facile ma, percorrendola, le lingue tagliate dei cittadini potrebbero almeno ritrovare la parola.
L’altro fatto compiuto riguarda la riforma costituzionale strisciante dell’articolo 41. Nei due decreti citati, il principio costituzionale diviene solo quello dell’iniziativa economica privata, ricostruito unicamente intorno alla concorrenza, degradando a meri limiti quelli che, invece, sono principi davvero fondativi, che in quell’articolo si chiamano sicurezza, libertà, dignità umana. Un rovesciamento inammissibile, che sovverte la logica costituzionale, incide direttamente su principi e diritti fondamentali, sì che sorprende che in Parlamento nessuno si sia preoccupato di chiedere che dai decreti scomparissero norme così pericolose.
È con questi spiriti che si vuol giungere a un intervento assai drastico, come quello in discussione al Senato. Ne conosciamo i punti essenziali. Riduzione del numero dei parlamentari, modifiche riguardanti l’età per il voto e per l’elezione al Senato, correttivi al bicameralismo per quanto riguarda l’approvazione delle leggi, rafforzamento del Presidente del Consiglio, poteri del governo nel procedimento legislativo, introduzione della sfiducia costruttiva. Un “pacchetto” che desta molte preoccupazioni politiche e tecniche e che, proprio per questa ragione, esigerebbe discussione aperta e tempi adeguati. Su questo punto sono tornati a richiamare l’attenzione studiosi autorevoli come Valerio Onida, presidente dell’Associazione dei costituzionalisti, e Gaetano Azzariti, e un documento di Libertà e Giustizia, che hanno pure sollevato alcune ineludibili questioni generaliPuò un Parlamento non di eletti, ma di “nominati” in base a una legge di cui tutti a parole dicono di volersi liberare per la distorsione introdotta nel nostro sistema istituzionale, mettere le mani in modo così incisivo sulla Costituzione? Può l’obiettivo di arrivare alle elezioni con una prova di efficienza essere affidato a una operazione frettolosa e ambigua? Può essere riproposta la linea seguita per la modifica dell’articolo 81, arrivando a una votazione con la maggioranza dei due terzi che escluderebbe la possibilità di un intervento dei cittadini? Quest’ultima non è una pretesa abusiva o eccessiva. Non dimentichiamo che la Costituzione è stata salvata dal voto di sedici milioni di cittadini che, con il referendum del 2006, dissero “no” alla riforma berlusconiana.
A questi interrogativi non si può sfuggire, anche perché mettono in evidenza il rischio grandissimo di appiattire una modifica costituzionale, che sempre dovrebbe frequentare la dimensione del futuro, su esigenze e convenienze del brevissimo periodo. Le riforme costituzionali devono unire e non dividere, esigono legittimazione forte di chi le fa e consenso diffuso dei cittadini.
Considerando più da vicino il testo in discussione al Senato, si nota subito che esso muove da premesse assai contestabili, come la debolezza del Presidente del Consiglio. Elude la questione vera del bicameralismo, concentrandosi su farraginose procedure di distinzione e condivisione dei poteri delle Camere, invece di differenziare il ruolo del Senato. Propone un intreccio tra sfiducia costruttiva e potere del Presidente del Consiglio di chiedere lo scioglimento delle Camere che, da una parte, attribuisce a quest’ultimo un improprio strumento di pressione e, dall’altra, ridimensiona il ruolo del Presidente della Repubblica. Aumenta oltre il giusto il potere del governo nel procedimento legislativo, ignorando del tutto l’ormai ineludibile rafforzamento delle leggi d’iniziativa popolare. Trascura la questione capitale dell’equilibrio tra i poteri. Tutte questioni di cui bisogna discutere, e che nei contributi degli studiosi prima ricordati trovano ulteriori approfondimenti. Ricordando, però, anche un altro problema.Si continua a dire che le riforme attuate o in corso non toccano la prima parte della Costituzione, quella dei principi. Non è vero. Con la modifica dell’articolo 81, con la “rilettura” dell’articolo 41, con l’indebolimento della garanzia della legge derivante dal ridimensionamento del ruolo del Parlamento, sono proprio quei principi ad essere abbandonati o messi in discussione”.

‘La Costituzione stravolta nel silenzio’. L’appello contro la riforma presidenziale

‘La Costituzione stravolta nel silenzio’. L’appello contro la riforma presidenziale

Pubblichiamo l’appello contro il ddl di riforma costituzionale firmato anche da Alessandro Pace, Gianni Ferrara, Alberto Lucarelli, Don Luigi Ciotti, Michela Manetti, Raniero La Valle, Claudio De Fiores, Paolo Maddalena, Cesare Salvi, Massimo Siclari, Massimo Villone, Silvio Gambino, Domenico Gallo, Antonio Ingroia, Beppe Giulietti, Antonello Falomi, Raffaele D’Agata, Mario Serio, Antonio Di Pietro, Paolo Ferrero, Aldo Busi, Salvatore Settis, Gian Carlo Caselli, Salvatore Borsellino, Roberta De Monticelli, Paolo Flores D’Arcais, Maurizio Viroli, Maurizio Crozza, Gustavo Zagrebelsky.
Ignorando il risultato del referendum popolare del 2006 che bocciò a grande maggioranza la proposta di mettere tutto il potere nelle mani di un “Premier assoluto”, é ripartito un nuovo e ancor più pericoloso tentativo di stravolgere in senso presidenzialista la nostra forma di governo, rinviando di mesi la indilazionabile modifica dell’attuale legge elettorale. In fretta e furia e nel pressoché unanime silenzio dei grandi mezzi d’informazione la Camera dei Deputati ha iniziato a esaminare il disegno di legge governativo, già approvato dal Senato, di revisione dall’articolo 138, che fa saltare la “valvola di sicurezza” pensata dai nostri Padri costituenti per impedire stravolgimenti della Costituzione.
Ci appelliamo a voi che avete il potere di decidere, perché il processo di revisione costituzionale in atto sia riportato sui binari della legalità costituzionale. Chiediamo, innanzitutto, che l’iter di discussione segua tempi rispettosi del dettato costituzionale, che garantiscano la necessaria ponderazione delle proposte di revisione, il dovuto approfondimento e anche la possibilità di ripensamento. Chiudere, a ridosso delle ferie estive, la prima lettura del disegno di legge costituzionale, impedisce un vero e serio coinvolgimento dell’opinione pubblica nel dibattito che si sta svolgendo nelle aule parlamentari.
In secondo luogo vi chiediamo di restituire al Parlamento e ai parlamentari il ruolo loro spettante nel processo di revisione della nostra Carta costituzionale. L’aver abbandonato la procedura normale di esame esplicitamente prevista dall’articolo 72 della Costituzione per l’esame delle leggi costituzionali, l’aver attribuito al Governo un potere emendativo privilegiato, l’impossibilità per i singoli parlamentari di sub-emendare le proposte del Governo o del Comitato, la proibizione per i parlamentari in dissenso con i propri gruppi di presentare propri emendamenti, le deroghe previste ai Regolamenti di Camera e Senato, costituiscono altrettante scelte che umiliano e comprimono l’autonomia e la libertà dei parlamentari e quindi il ruolo e la funzione del Parlamento.
Vi chiediamo ancora che i cittadini possano liberamente esprimere il loro voto su progetti di revisione chiari, ben definiti e omogenei nel loro contenuto. L’indicazione generica di sottoporre a revisione oltre 69 articoli della Costituzione, contrasta con questa esigenza e attribuisce all’istituendo Comitato parlamentare per le riforme costituzionali indebiti poteri “costituenti” che implicano il possibile stravolgimento dell’intero impianto costituzionale.
Non si tratta di un intervento di “manutenzione” ma di una riscrittura radicale della nostra Carta fondamentale non consentita dalla Costituzione, aperta all’arbitrio delle contingenti maggioranze parlamentari. Chiediamo che nell’esprimere il vostro voto in seconda lettura del provvedimento di modifica dell’articolo 138, consideriate che la maggioranza parlamentare dei due terzi dei componenti le Camere per evitare il referendum confermativo, in ragione di una legge elettorale che distorce gravemente e incostituzionalmente la rappresentanza popolare, non coincide con la realtà politica del corpo elettorale del nostro Paese. Rispettare questa realtà, vuol dire esprimere in Parlamento un voto che consenta l’indizione di un referendum confermativo sulla revisione dell’articolo 138.
Vi chiediamo infine di escludere dalle materie di competenza del Comitato per le riforme costituzionali la riforma del sistema elettorale che proprio per il suo significato politico rilevantissimo ha un effetto distorsivo nell’ottica della revisione costituzionale. E’ in gioco il futuro della nostra democrazia.

Renzi: “Se falliamo noi, arriva la troika”. Perché, lui invece da chi è stato mandato?

Renzi: “Se falliamo noi, arriva la troika”. Perché, lui invece da chi è stato mandato?

Renzi “Se falliamo noi, arriva la troika, sentito Juncker?”.
Il nodo è anche la riforma elettorale. I renziani accusano la minoranza del Pd di volere le elezioni. “C’e’ – spiega un fedelissimo del premier – chi vuole speculare sui mali dell’Italia, andare contro le riforme vuol dire andare contro il Paese”. Graziano Delrio sottolinea che quanto e’ successo ieri in Commissione Affari costituzionali e’ parte della “vecchia politica”. “Se la minoranza del Pd vuole le urne lo dica”, dice, “noi vogliamo andare avanti fino al 2018″.
Voto anticipato? Il premier abusivo smentisce. “Per quello che mi riguarda la legislatura finisce a febbraio del 2018” ha affermato Renzi in conferenza stampa da Ankara. “La riforma costituzionale andrà in Aula a gennaio e rispetterà i termini previsti” ha aggiunto ribadendo la ferma intenzione di proseguire sul sentiero delle riforme.
Sulle riforme “ci sono talvolta incidenti di percorso” come quello che ” è accaduto in commissione alla Camera, recupereremo in Aula perché non è possibile fare soluzioni pasticciate e perché questo voto è stato considerato come segnale politico” ha detto Renzi. con riferimento all’approvazione dell’emendamento che cancella la nomina dei senatori a vita da parte del Capo dello Stato. “Il voto in commissione” alla Camera “è stato considerato come un segnale politico. Di segnali politici ne parleremo in modo chiaro in Assemblea” ha aggiunto Renzi.
“Delrio non minacci i parlamentari”, intima Massimo D’Alema. “Evocare il Mattarellum – osserva un esponente della minoranza – e’ sbagliato. Voglio vedere dove trovano i voti…
Noi – aggiunge – non abbiamo paura del voto, se vogliono andiamo alle elezioni con il Consultellum…”. Il giorno dopo l’incidente parlamentare alla Camera, con il governo che e’ andato sotto sulle riforme, lo scontro non si placa. La minoranza del Pd e’ convinta che difficilmente il via libera alle riforme alla Camera e alla legge elettorale al Senato possa arrivare prima dell’elezione del nuovo Capo dello Stato.

E anche in FI il concetto e’ chiaro: “prima il Quirinale, altrimenti salta tutto”, si legge sul Mattinale. “Dei segnali politici parleremo domenica all’assemblea del Pd”, avverte il presidente del Consiglio. “Le riforme stanno marciando, a volte ci sono incidenti di percorso, ieri e’ accaduto nella commissione della Camera sulla riforma costituzionale.
Recupereremo in Aula perche’ le soluzioni non siano pasticciate”, aggiunge il premier. Gli stessi renziani escludono sanzioni o eventuali scissioni per il momento, ma il Capo dell’esecutivo e’ determinato ad accelerare e all’appuntamento del week end Renzi ribadira’ che e’ necessario avanzare spediti.

Intanto domani al Consiglio dei ministri approda il pacchetto ‘anti-corruzione’, con il rischio che il caso di Roma possa coinvolgere altre realta’ territoriali nel Paese, tanto che si sta pensando ad un coordinamentgo tra le procure per combatterela mafia che si e’ insediata nel sociale.

Riforme, l’Italia abroga il diritto al voto


Riforme, l’Italia abroga il diritto al voto

Ma anche il diritto al voto era oggetto di riforma? È questa la domanda che ci sovviene guardando ai cambiamenti che il Governo Renzi sta varando in queste ore, a colpi di populismo spinto. Una risposta seria la desidera quella gran parte di italiani che oggi è molto preoccupata dalla perdita di sovranità in favore dell’Unione Europea, ma che resta in timoroso silenzio quando si tratta delle tante riforme che stanno finendo per abrogare, nei fatti, il diritto al voto in Italia.
Crediamo, infatti, che non sia sfuggito a nessuno come le abrogazioni-farsa del Senato e delle Province confermino una sola unica certezza: il diritto al voto è diventato un optional, accompagnato dalla massima “non disturbate il manovratore”. D’altra parte, l’insofferenza verso la cabina elettorale non ci stupisce, poiché Renzi è il terzo Presidente del Consiglio consecutivo a non essere passato dalla consultazione popolare, ma costruito in laboratorio grazie alle alchimie dei palazzi romani e dei “club” sovranazionali. Ci stupisce invece la totale assenza di opposizione da parte della gente:  sembriamo un popolo demotivato, in cassa integrazione mentale.
È desolante non vedere neanche un singulto di dignità, non un tricolore che sventoli sotto palazzo Chigi chiedendo miglioramenti veri, non una voce di protesta che affermi che esistono principi basilari che non possono abrogati. Dove sono finiti quei costituzionalisti prezzolati che difendevano l’immutabilità della Carta Costituzionale? Rodotà, se ci sei batti un colpo! Zagrelbesky, se ci sei batti due colpi! Niente girotondi, nessun sit-in: tutti appiattiti sul cambiare tanto per cambiare. Quando un popolo smette di difendere la propria sovranità, muore ogni giorno sotto il nerbo di una dittatura strisciante: e il rischio che si vada proprio in quest’ultima direzione è molto consistente.
La recente immagine che incarna lo spirito di questi giorni è la gongolante ministra Boschi, che come una novella Giovanna D’Arco dichiara: forse per la prima volta c’è qualcuno che le riforme non le promette e basta, ma le realizza. Io vengo da una famiglia contadina, probabilmente ho in me questa cultura e ne vado orgogliosa. Come me ci sono tanti cittadini italiani che hanno studiato molto e semplicemente si sono stancati di promesse non mantenute, in primis dalla classe politica. Per questo abbiamo cercato di accelerare. Un bel discorso, non c’è che dire, solo che di mezzo ci va il sacrosanto diritto di scegliere i propri rappresentanti: Renzi, infatti, ha incamerato tre riforme e su tutte e tre, elettorale/Senato/Province, ha tirato il pacco agli italiani togliendogli la possibilità di selezionare la propria classe dirigente. Insomma, la rottamazione andava bene finché serviva a portarlo al governo, da lì in poi il voto diventa solo un ostacolo.
L’ex sindaco di Firenze non abolisce in senso stretto il Senato, ma gli dà una definizione nuova: “Senato delle Autonomie”. Una parte di esso, composta da ventuno senatori, verrà insignita di questa carica dal presidente della Repubblica: noi riteniamo che “insignire” stia in realtà per “nominare con cooptazione nepotista”. La parte restante sarà cooptata dalle Amministrazioni locali. I Senatori non avranno vincoli di mandato: una vera follia, visto che di fatto diventera un Senato federale. Avrà potere di intromissione sulle leggi della Camera, seppure con potere minore – questo alla faccia del superamento dell’amatissimo bicameralismo perfetto. Questi nuovi Senatori, che sono già Presidenti di Regione, Sindaci e Consiglieri regionali verranno regolarmente retribuiti, quindi dove sono i tanto decantati risparmi sui costi della politica? Ecco l’unica vera riforma: i cittadini non eleggeranno più i Senatori.
Questa settimana la Boschi ha starnazzato inoltre che le Province sono state abolite. Non è vero, le Province sono ancora lì! Ecco infatti le trionfanti parole del presidente delle Province Unite Antonio Saitta (PD): Siamo riusciti a mantenere gran parte delle competenze che avevamo prima e a queste ne abbiamo aggiunte di nuove. Qualche novità c’è ma la sostanza resta quella di prima. Le si è solo chiamate in modo diverso. Le future Province si occuperanno di viabilità (l’80 per cento delle strade italiane), trasporto pubblico su gomma, tutela dell’ambiente, pianificazione territoriale, edilizia scolastica per le scuole medie e potranno anche diventare stazioni appaltanti per i lavori pubblici dei piccoli comuni. Se volete – ha conluso ironico – chiamatela pure “abolizione delle Provincie”. Complimenti, governo Renzi! Anche qui ciò cambia veramente è solo il metodo di elezione. I cittadini non avranno più voce in capitolo, dato che i Consiglieri provinciali saranno “nominati” dai consigli comunali.
Infine, anche l’altra grande riforma, venduta agli italiani come un fustino Dixan e amplificata da media amici come La Stampa, è una farsa. Se a questo aggiungiamo che nella riforma elettorale varata da Renzi è impossibile esprimere la preferenza per un candidato, il cerchio si chiude.
Peccato soltanto che la pazienza degli italiani non sia ancora giunta al limite.

11 Settembre 2001 – Tutti i dati raccolti in 2 documentari

11 Settembre 2001 – Tutti i dati raccolti in 2 documentari


…E pensare che tredici anni fa solo ad ipotizzare l’inganno si veniva additati come dei complottisti, adesso ne parlano tutti e l’opinione pubblica ha spostato la realtà condivisa ormai alla certezza che si sia trattato della realizzazione di una delle più grandi trame oscure realizzate nel nostro pianeta. Da fastidio anche questa visione horror o thriller semplicemente perchè morirono in tanti, come dava fastidio a noi “folli complottisti” allora per lo stesso motivo e per il fatto che nessuno voleva credere ad ogni singolo dettaglio recuperato che riportavamo in ogni Blog o pagina informativa possibile. Adesso anche la casalinga (non me ne vogliano nell’esempio) condivide queste informazioni e proprio questo fatto dovrebbe far riflettere a priori per qualsiasi tematica che viene trattata da quei pazzi complottisti che si trovano in rete e che spesso il tempo e i rimorsi di coscienza di qualche confessore puntualmente confermano.. evidenziando tanti anni di perdita di tempo da parte dei più e della maggioranza che spesso blocca con mille freni a mano e mille pregiudizi quello che dovrebbe essere condiviso, non trovando tempo e voglia per approfondire e studiare. Anche perchè, come potrà notare chi il tempo e la voglia di approfondire lo troverà o lo ha già trovato, niente o poco di tutto questo sarà visibile in TV o trasmesso dal proprio giornalaio..mmm scusate, giornalista televisivo di fiducia.. Neanche oggi 13 anni dopo i fatti. Non è polemica è solo per ricordare che “anche” noi, come gli strapagati giornalai..(aridaje) volevo dire, giornalisti, lo facciamo per amore della verità e per dare pace a tutte quelle anime che in fatti storici e omissioni, hanno perso la vita e non trovano nessun buon motivo per lasciare in pace questa terra che li ha strappati al loro cammino quasi per gioco o per manovre che vanno al di là della più semplice vita di un padre di famiglia o chiunque sia scomparso in quel triste giorno. Di seguito vi linkerò 2 documentari che ho selezionato tra tutti in questi anni d’informazione trascorsi. Le associazioni sono tante, i dati ritrovati pure e non esiste “la fine della storia”, probabilmente non esisterà mai… La cosa certa è che i tempi sono cambiati e forse, grazie alla comunicazione moderna, non arriveremo mai a studiare a scuola la baggianata del Talebano Bin Laden che ha diretto e comandato dei dirottatori su quelle torri come facciamo oggi, ad esempio, con la storia dell’eroe dei 2 mondi Garibaldi che ha unito l’Italia, ma probabilmente, a meno che non ci venga fatto un TSO a larga scala, potremmo raccontare ai nostri figli gran parte di questo scempio con la certezza che i media non ci hanno mai dato. Il primo documentario dura più di 5 ore ed è stato realizzato e composto dal recupero d’informazioni e traduzioni di Massimo Mazzucco e si chiama: 11 Settembre la nuova Pearl Harbor 
Il Secondo documentario, riporta anch’esso, molti dati ma ha un’approccio diverso. Si tratta di una delle prime teorie girate in rete ed è stato realizzato e documentato da esperti e montatori video che hanno da subito notato e documentato delle anomalie durante le dirette video l’11 Settembre 2001. Il video realizzato da Simon Shack si chiama September Clues 
Sicuramente come visione è un pò più forte da accettare ma vi invito a non abbandonarvi completamente a nessuno dei 2 documentari ma a comprendere ed assimilare le informazioni inserite in modo da farvi una vostra visione e magari, perchè no, contribuire con le vostre esperienze a risolvere una volta per tutte, spingendo anche l’opinione pubblica, questo macabro mistero che ha reso buia le nostre generazioni e la nostra storia. Vi prego soltanto di non andare a trovare alibi per i vostri bias di conferma con opinioni e documenti che provengono da gatekeeper strapagati come Paolo Attivissimo o il Cicap, che prendono per i fondelli l’Italia su questo e tanti altri argomenti ormai da anni. Diffidate da chi è pagato per fare male e del male alla nostra ricerca della verità, daltronde se non ci fossero enti o personaggi definiti autorevoli non saremmo quì a parlarne in rete. Questo penso che sia scontato

Storia completa del colpo di stato sostenuto dalla Nato in Ucraina


Storia completa del colpo di stato sostenuto dalla Nato in Ucraina

Il movimento di contestazione (battezzato “#Euromaidan”) recentemente vissuto dall’#Ucraina, è interessante sotto diversi profili. Mostra come un #ColpoDiStato civile contro un governo democraticamente eletto possa essere fomentato con successo con appoggi stranieri e senza interventi militari. Rivela la flagrante parzialità e la disonestà dei media #mainstream occidentali  che, con argomenti falsi, sostengono acriticamente l’interventismo occidentale e, con una visione dicotomica della situazione, gratificano gli uni di essere i “buoni” e gli altri “cattivi”. Ancor più grave, delinea in contorni, fino a poco fa sfumati, una riesumazione della guerra fredda che credevamo sepolta con la caduta del muro di Berlino. Infine ci offre una anticipazione di ciò che saranno i paesi arabi “primaverizzati”, nella misura in cui l’Ucraina ha conosciuto la sua “primavera” nel 2004, primavera comunemente chiamata “rivoluzione arancione”
Ma per comprendere l’attuale situazione ucraina, è preliminare uno schema delle date importanti, oltre che dei nomi dei protagonisti della politica ucraina nell’era post sovietica.

1991
 L’Ucraina si separa dall’URSS

1991-1994
 Leonid Kravtchouk (ex dirigente dell’era sovietica) è il 1° presidente dell’Ucraina

1991
 Yulia Timochenko crea la « Compagnia del petrolio ucraino »

1992-1993
 Leonid Koutchma (filo-russo) è Primo Ministro durante la presidenza Kravtchouk. Si dimetterà nel 1993 per potersi presentare alle elezioni presidenziali dell’anno successivo

1994-1999
 Leonid Koutchma è il 2° presidente dell’Ucraina

1995
 Yulia Timochenko riorganizza la sua società e fonda, con l’aiuto di  Pavlo Lazarenko, la compagnia di distribuzione di idrocarburi  « Sistemi energetici uniti di Ucraina » (SEUU)
1995 Pavlo Lazarenko viene nominato vice-Primo Ministro con delega all’energia

1996
 La SEUU fa 10 miliarid di dollari di fatturato e 4 miliardi di profitti
1996-1997
 Pavlo Lazarenko è Primo Ministro durante la presidenza  Koutchma
1997
 Pavlo Lazarenko è dimissionato dal presidente Koutchma

1998
 Lazarenko viene arrestato dalla polizia svizzera alla frontiera franco-svizzera e accusato dalle autorità di Berna di riciclaggio

1999
 Lazarenko viene arrestato all’aeroporto JFK di New-York. Viene condannato nel 2004 per riciclaggio (114 miliardi di dollari), corruzione e frode

1999-2005
 Leonid Koutchma viene rieletto presidente dell’Ucraina

1999-2001
 Viktor  Yushchenko è Primo Ministro.  Yulia Timochenko è vice-Primo Ministro con delga all’energia (posto che già era stato di Lazarenko)

2001
 Yulia Timochenko viene dimisisonata dal presidente  Koutchma nel gennaio 2001. E’ accusata di “contrabbando e falsificazione  di documenti”, per avere fraudolentemente importato gas russo nel 1996, mentre era presidente della SEUU.
Timochenko viene arrestata e farà 41 giorni di prigione. La giustizia investiga sulla sua attività nel settore dell’energia negli anni 1990 e sui suoi legami con Lazarenko


2002-2005
 Delfino di Koutchma, Viktor Yanukovich (filo-russo)  è Primo Ministro, durante la sua presidenza

2004
 Le elezioni presidenziali vedono  avversari il Primo Ministro in carica, Viktor Yanukovich e l’ex Primo Ministro e leader dell’opposizione, Viktor Yushchenko (filo-occidentale). Il secondo turno viene vinto da Yanukovich (49,46 contro 46,61) %. Il risultato viene contestato in quanto, secondo l’opposizione, le elezioni sono state fraudolente

Rivoluzione arancione : Movimento di protesta popolare filo-occidentale fortemente alimentato dalle organizzazioni occidenytali di « esportazione » della democrazia, soprattutto statunitensi. Yulia Timochenko viene considerata la « musa » di questo movimento. Principale risultato di questa “rivoluzione”: annullamento del secondo turno delle elezioni presidenziali.

Viene organizzato un terzo turno delle elezioni presidenziali: viene eletto Yushchenko (51,99 contro 44,19%)
2005-2010 Viktor Yushchenko è il 3° presidente dell’Ucraina
2005 (7 mesi) Yulia Timochenko diventa Primo Ministro
2006-2007 Viktor  Yanukovich diventa Primo Ministro durante la presidenza Yushchenko.
2007-2010 Yulia Timochenko è per la seconda volta Primo Ministro durante la presidenza Yushchenko
2010 Elezioni presidenziali
Risultati del primo turno : 1° – Yanukovich (35,32%);
2° – Timochenko (25,05%) e 5° – Yushchenko (5,45%).
Secondo turno : Yanukovich batte Timochenko (48,95% contro 45,47%)
2010-2014 Viktor Yanukovich  è il 4° presidente dell’Ucraina
2011 Yulia Timochenko viene condannata a sette anni di prigione per abuso di potere nell’ambito dei contratti di gas firmati tra l’Ucraina e la Russia nel 2009
Un colpo di Stato approvato a grandissima maggioranza dall’Occidente
Quello che vi è stato in Ucraina nei giorni scorsi è stato un vero e proprio colpo di Stato. Infatti il presidente Viktor Yanukovich era stato democraticamente eletto il 7 febbraio 2010 battendo Yulia Tymoshenko al secondo turno delle elezioni presidenziali (48,95% di voti contro il 45,47%).
Evidentemente Tymoshenko non aveva accettato immediatamente il verdetto delle urne (1). Vi è stata sicuramente qualche frode, dal momento che lei era – durante le elezioni – Primo ministro in carica mentre Viktor Yushchenko era presidente. Le due figure emblematiche della Rivoluzione arancione, tanto ampiamente sostenuta dai paesi occidentali, quella che si supponeva avrebbe fatto entrare l’Ucraina in una nuova era, quella della democrazia e della prosperità, sono stati nettamente battuti dal candidato filo-russo. E che candidato! Yanukovich! Quello che era stato “sbeffeggiato” dagli attivisti dell’ondata arancione nel 2004. In meno di sei anni, gli Ucraini hanno capito che quella “rivoluzione” colorata non era tale.
L’8 febbraio 2010, Joao Soares, il presidente dell’Assemblea parlamentare dell’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa (OCSE) dichiara: “L’elezione ha offerto una dimostrazione impressionante di democrazia. E’ stata una vittoria per tutti in Ucraina. E’ venuto il tempo oramai per i leader politici del paese di rispettare la volontà del popolo e fare in modo che la transizione di potere sia pacifica e costruttiva” (2).
Non troppo convinta, ma posta di fronte all’evidenza del verdetto dagli osservatori internazionali,  Tymoshenko si rassegna a ritirare l’azione giudiziaria diretta a invalidare il risultato delle elezioni (3).
I “rivoltosi” di piazza Maidan contestano la decisione di Yanukovich di sospendere un accordo tra il suo paese e l’Unione Europea (UE). E si pone una questione fondamentale: in democrazia, e nell’ambito dei compiti che gli sono stati conferiti, un presidente in carica ha il diritto di firmare gli accordi che ritiene utili al proprio paese? La risposta è “sì”, tanto più che molti specialisti ritengono l’accordo con la UE nefasto per l’Ucraina.
Infatti, secondo David Teurtrie, ricercatore all’Istituto Nazionale delle lingue e civiltà orientali (INALCO, Paris): “La proposta fatta (dalla UE) all’Ucraina è qualcosa che io definirei una strategia perdente-perdente. Perché? L’accordo prevedeva l’istituzione di una zona di libero scambio tra UE e Ucraina. Ma essa era molto sfavorevole all’Ucraina perché avrebbe aperto il mercato ucraino ai prodotti europei e solo socchiuso quello europeo ai prodotti ucraini, che per lo più non sono concorrenziali sul mercato occidentale. Vediamo quindi che vi sono assai pochi vantaggi per l’Ucraina. Per semplificare, l’Ucraina avrebbe subito tutti gli svantaggi di questa liberalizzazione del commercio con l’UE, senza riceverne alcun vantaggio” (4)
L’economista russo Serguei Glaziev la pensa allo stesso modo: “Tutte le stime,
comprese quelle degli analisti europei, prevedono un inevitabile rallentamento nella produzione di beni ucraini nei primi anni successivi alla firma dell’Accordo di associazione, perché condannati a una perdita di competitività nei confronti dei prodotti europei” (5).
A parte la sensibilità filo-russa di Yanukovich, è chiaro però che la proposta russa era molto più interessante per l’Ucraina rispetto a quella proposta dall’Europa. “L’UE non promette la luna ai manifestanti… solo la Grecia”, titolava ironicamente il giornale l’Humanité (6).
Dopo i sanguinosi disordini di Kiev, molti paesi occidentali si sono curiosamente affrettati a dichiarare che erano pronti a sostenere “un nuovo governo” in Ucraina (7), vale a dire a riconoscere implicitamente un colpo di Stato. Invece di attizzare la violenza e finanziare le barricate, questi paesi non avrebbero dovuto invece offrire i loro servigi per calmare gli spiriti fino alle prossime elezioni, come impongono i fondamenti di quella democrazia che tentano di esportare in Ucraina e altrove nel mondo?
Piccole precisazioni sulla “rivoluzione” arancione
La “rivoluzione” arancione fa parte di una serie di rivolte battezzate “rivoluzioni colorate”, svoltesi nei paesi dell’Est, e soprattutto nelle ex repubbliche sovietiche, negli anni 2000. Quelle che hanno provocato mutamenti dei governo in carica sono quelle che hanno interessato la Serbia (2000), la Georgia (2003), l’Ucraina (2004) e il Kirghizistan (2005).
In un articolo esauriente e ben dettagliato sul ruolo degli Stati uniti nelle rivoluzioni colorate, G. Sussman e S. Krader della Portland State University così sintetizzano: “Tra il 2000 e il 2005, i governi alleati della Russia, in Serbia, in Georgia, in Ucraina e in Kirghizistan, sono stati rovesciati da rivolte senza spargimenti di sangue. Nonostante i media occidentali sostengano generalmente che queste sollevazioni siano spontanee, indigene e popolari (potere del popolo), le “rivoluzioni colorate” sono in realtà l’esito di una ampia pianificazione. Gli Stati uniti, in particolare, e i loro alleati hanno esercitato sugli Stati post-comunisti un impressionante assortimento di pressioni e hanno utilizzato finanziamenti e tecnologie al servizio dell’aiuto alla democrazia” (8).
Una analisi delle tecniche utilizzate durante queste “rivoluzioni” mostra che esse rispettano tutte il medesimo modus operandi. Diversi movimenti sono stati usati per guidare queste rivolte: Otpor (“Resistenza”) in Serbia, Kmara (“E’ abbastanza!”) in Georgia, Pora (“E’ ora”) in Ucraina e KelKel (“Rinascita”) in Kirghizistan. Il primo, Otpor, è quello che ha provocato la caduta del regime serbo di Slobodan Milosevic. In seguito ha aiutato, consigliato e formato tutti gli altri movimenti, attraverso una agenzia appositamente concepita a questo scopo, il Center for Applied Non Violent Action and Strategies (CANVAS), con sede nella capitale serba. CANVAS forma dissidenti in erba di tutto il mondo all’applicazione della resistenza individuale non violenta, ideologia teorizzata dal filosofo e politologo statunitense Gene Sharp, la cui opera “From Dictatorship to Democracy” (Dalla dittatura alla democrazia) è stata il fondamento di tutte le rivoluzioni colorate.
Sia CANVAS, che tutti gli altri movimenti dissidenti, hanno beneficiato dell’aiuto di molte organizzazioni statunitensi di “esportazione” della democrazia, come l’United States Agency for International Development (USAID), la National Endowment for Democracy (NED), l’International Republican Institute (IRI), il National Democratic Institute for International Affairs (NDI), la Freedom House (FH), l’Albert Einstein Institution e l’Open Society Institute (OSI). Queste organizzazioni vengono finanziate dal bilancio USA o da capitali privati statunitensi. A titolo di esempio, la NED è finanziata da un budget votato dal Congresso e i fondi sono gestiti da un Consiglio di amministrazione dove sono rappresentati il Partito Repubblicano, il Partito Democratico, la Camera di Commercio degli Stati uniti e il sindacato Federation of Labor-Congress of Industrial Organization (AFL-CIO), mentre l’OSI fa parte della Fondazione Soros, dal nome del suo fondatore, George Soros, il miliardario statunitense, illustre speculatore finanziario. E’ anche interessante notare che il consiglio di amministrazione dell’IRI è presieduto dal senatore John McCain, il candidato sconfitto delle presidenziali USA del 2008. Il coinvolgimento di McCain nelle rivoluzioni colorate viene ottimamente illustrato nell’eccellente documentario che la reporter francese Manon Loizeau ha dedicato alle rivoluzioni colorate (9). Si capisce bene allora perché il senatore si sia recentemente precipitato a Kiev per sostenere i ribelli ucraini. Si capisce anche perché la Russia ha alzato i toni a proposito delle ONG straniere presenti sul suo territorio e la ragione che ha motivato l’espulsione dell’USAID dal suo territorio (10).
La relazione tra il movimento ucraino “Pora” e questi organismi statunitensi viene spiegato da Ian Traynor in un interessante articolo pubblicato da The Guardian nel novembre 2004(11). ”Ufficialmente, il governo USA ha distribuito in un anno 41 milioni di dollari per l’organizzazione e il finanziamento dell’operazione che ha consentito di sbarazzarsi di Milosevic (…) In Ucraina, la cifra si aggira introno ai 14 milioni di dollari”, spiega.
Yulia Tymoshenko e Viktor Yushchenko vengono considerati come le figure di punta della rivoluzione arancione. Con l’appoggio dell’Occidente, questo movimento ha ottenuto l’annullamento del secondo turno dell’elezione presidenziale del 2004 inizialmente vinta da Viktor Yanukovich contro Viktor Yushchenko. Il “terzo” turno diede finalmente la vittoria a Yushchenko, che divenne il 3° presidente dell’Ucraina per la gioia degli Statunitensi e degli Europei.
Fiero delle sue vittorie “rivoluzionarie” colorate, il bellicoso senatore McCain ha dichiarato che aveva proposto al Premio Nobel per la pace le candidature di Viktor Yushchenko e del suo omologo georgiano filo-occidentale Mikhail Saakashvili (12). Ha fatto un viaggio a Kiev nel febbraio 2005 (13) per felicitarsi col suo “pupillo” e forse anche per mostrargli che aveva qualche cosa a che vedere con la sua elezione.
Appena eletto presidente, Yushchenko si è affrettato a nominare Tymoshenko Primo Ministro, ma la “luna di miele” tra i compari della rivoluzione non è durata a lungo. Nonostante fossero incensati dall’Occidente, la coppia Yushchenko- Tymoshenko si rivela traballante e i suoi risultati sono deludenti.
Ecco come Justin Raimondo descrive il bilancio della magistratura Yushchenko (2005-2010): “Oggi, passato da tempo l’entusiasmo della sua rivoluzione, il suo regime si è rivelato altrettanto incompetente e clientelare dei suoi corrotti e venali predecessori, se non di più. Una gran parte dell’aiuto monetario dell’Occidente è sparito (… ) Peggio ancora, l’economia è stata paralizzata dall’imposizione di controlli sui prezzi e corrotta da un vergognoso traffico di influenza. Sotto il peso  dell’accordo di spartizione del potere tra Yushchenko e la volatile Yulia Tymoshenko, la “principessa del gas” e oligarca amazzone, il paese si è disintegrato, non solo economicamente ma anche socialmente (…). La caduta verticale dell’economia e gli scandali in corso che sono diventati fatti quotidiani durante l’amministrazione di Yushchenko hanno comportato la completa marginalizzazione del venerato arancione rivoluzionario: al primo turno delle elezioni presidenziali (2010), ha ottenuto un umiliante 5% di voti. Oramai fuori gioco, e senza dover più per lungo tempo far finta di niente, Yushchenko ha lanciato una vera e propria bomba nell’arena politica, rendendo onore a Stepan Bandera, il nazionalista ucraino e collaboratore dei nazisti, definito come un ‘Eroe dell’Ucraina” (14).
Notiamo infine che le organizzazioni statunitensi di “esportazione” della democrazia sono state largamente convolte in quella che è stata chiamata la “primavera” araba. I giovani attivisti arabi sono stati formati alla resistenza individuale non violenta da CANVAS e alla cyber-dissidenza da organizzazioni statunitensi come l’Alliance of Youth Movemnets (AYM), anch’essa sponsorizzata dal Dipartimento di Stato, come anche dai giganti USA delle nuove tecnologie come Google, Facebook o Twitter (15).
I “gentili” ribelli di piazza Maidan
Nonostante la grande varietà della “fauna” rivoluzionaria che ha occupato la piazza Maidan a Kiev, gli osservatori sono concordi nell’individuare quattro principali gruppi posizionati in un arco politico che va da destra all’estrema destra.
Prima di tutto, c’è ”Batkivshina” o Unione pan-ucraina “Patria”, che è il partito di cui è leader Yulia Tymoshenko, coadiuvata da Olexandre Turchinov, un amico di lunga data considerato come il suo “fedele scudiero” (16). E’ lui che è stato recentemente nominato presidente ad interim dell’Ucraina, dopo la cacciata di Yanukovich.

Olexandre Turchinov e Yulia Tymoshenko
Look Femen per Tymoshenko
Fondato nel 1999, Batkivshina è un partito liberale filo-europeo. E’ membro osservatore del Partito popolare europeo (PPE), che riunisce i principali partiti della destra europea, come la CDU (Unione cristiana-democratica di Germania) della cancelliera tedesca Angela Merkel. Da notare che la Fondazione Konrad Adenauer (Konrad Adenauer Stiftung), think tank del CDU, è anch’essa affiliata al PPE. Peraltro il PPE intrattiene strette relazioni con l’International Republican Institute (IRI). Wilfried Martens, il presidente del PPE all’epoca, ha appoggiato John McCain durante le elezioni presidenziali USA del 2008 (17). Ovvio, perché – come si è detto prima – John McCain è anche e soprattutto presidente del Consiglio di Amministrazione dell’IRI.
Secondo uno dei responsabili del “Mejlis of the Crimean Tatar People”, movimento associato al partito “Patria”, l’IRI è attivo in Ucraina da più di 10 anni, vale a dire che non ha mai lasciato il territorio dalla rivoluzione arancione (18).
Arseni  Yatseniuk, personalità filo-occidentale di primo piano della vita politica ucraina, è considerato come un “leader di primo piano della contestazione in Ucraina” (19). Puro frutto della rivoluzione arancione (ha avuto incarichi ministeriali nell’amministrazione  Yushchenko), aveva in un primo momento fondato un suo proprio partito (Il Fronte per il cambiamento), poi ha aderito a Batkivshina e si è avvicinato a Tymoshenko. Yatseniuk, che è stato appena designato come Primo ministro, è stato plebiscitato dai rivoltosi di piazza Maidan. Ha come compito di guidare un governo di unione nazionale prima delle elezioni presidenziali anticipate previste per il 25 maggio 2014 (20).

Arseni  Yatseniuk

Il secondo partito coinvolto nella violenta contestazione ucraina è l’UDAR (Alleanza democratica ucraina per la riforma). Questo partito, liberale e filo-europeo anch’esso, è stato creato nel 2010 dalla fusione di due partiti, uno dei quali era il partito Pora, erede del movimento di giovani che era stato l’avanguardia della rivoluzione arancione. UDAR (che in ucraino significa “colpo”) è guidato dal boxer ed ex campione del mondo dei pesi massimi Vitali Klitschko. Nato in Kirghizistan, Klitschko è ucraino ma ha vissuto ad Amburgo e Losa Angeles per diversi anni, dunque i suoi tre figli sono di nazionalità statunitense perché nati negli USA (21).

Vitali Klitschko

Una rapida visita al sito del partito consente di rendersi conto che l’UDAR ha come unici partner stranieri: l’IRI (di McCain), il NDI (presieduto da Madeleine K. Albright, l’ex segretaria di Stato USA) e la CDU (di Merkel). Notiamo che IRI e NDI sono due delle quattro organizzazioni satellite della NED.

I partner dell’UDAR (pagina del sito ufficiale del partito)

In un rapporto del German Foreign Policy dal titolo “Il nostro uomo a Kiev”, datato dicembre 2013, si può leggere a proposito di  Klitschko e del suo partito: “Secondo informazioni giornalistiche, al governo tedesco piacerebbe che il campione di box Vitali Klitschko punti alla presidenza per portarlo al potere in Ucraina. Egli vorrebbe migliorare la popolarità della politica dell’opposizione, organizzando per esempio delle apparizioni pubbliche congiunte col ministro degli affari esteri tedesco. A tal fine è stato previsto anche un incontro di Klitschko con la cancelliera Merkel durante il prossimo summit della UE a metà dicembre. La Fondazione Konrad Adenauer ha infatti, non solo sostenuto massicciamente Klitschko e il suo partito UDAR, ma – stando alla testimonianza di un politico della CDU – il partito UDAR è stato fondato nel 2010 per disposizioni dirette della Fondazione della CDU. I rapporti sulle attività della Fondazione per lo sviluppo del partito di Klitschko forniscono una indicazione sul modo col quale i Tedeschi influenzano gli affari interni dell’Ucraina attraverso l’UDAR” (22). Cos’ l’UDAR sarebbe una creazione del CDU, cosa che spiega il forte coinvolgimento della diplomazia tedesca nel “pasticcio” ucraino. Questa informazione è confermata da numerosi altri articoli (23).
Un terzo movimento ha partecipato alla insurrezione filo-occidentale. Si tratta di ”Svoboda” (Libertà, in ucraino) che è un partito di estrema destra ultranazionalista guidato da Oleh Tyahnybok. Svoboda ha fatto versare molto inchiostro a causa delle sue posizioni xenofobe, antisemite, omofobe, antirusse e anticomuniste (24). Questo partito, che è aperto ai soli Ucraini “puri”, esalta alcuni personaggi storici ucraini apertamente fascisti e filo-nazisti, come il tristemente celebre Stepan Bandera. Durante la seconda guerra mondiale, quest’ultimo ha combattuto contro i Sovietici in stretto legame con la Germania nazista(25). Aggiungiamo a questo gli stretti legami di Svoboda con una organizzazione paramilitare “I patrioti dell’Ucraina” (26). Considerata come neo-nazista, essa è stata molto attiva nei recenti avvenimenti che hanno insanguinato le strade di Kiev.

Oleh Tyahnybok

I tre partiti citati prima hanno formato una alleanza chiamata “Gruppo di azione per la resistenza  nazionale” per destabilizzare il governo Yanukovich. Si apprende inoltre che una nuova coalizione è stata creata nel parlamento ucraino post- Yanukovich. Chiamata “Scelta europea”, raggruppa 250 deputati di diversi gruppi parlamentari, tra cui Batkivtchina, UDAR e Svoboda (27).

I leader del “Gruppo d’azione per la resistenza nazionale”: Klitschko, Tyahnybok e Yatseniuk

Per completare l’impossessamento del nuovo potere sulle istituzioni ucraine, Oleg Mahnitsky è stato appena nominato procuratore generale dell’Ucraina, posto di importanza strategica in questo periodo di soprassalti “rivoluzionari” e di evidenti regolamenti di conti “democratici”. Piccola precisazione: Mahnitsky è iscritto al partito Svoboda (28). La ciliegina sulla torta? Nel nuovo governo post-Euromaidan largamente dominato dal partito Batkivshina di Tymoshenko, tre portafogli sono stati affidati a membri di Svoboda: Oleksandr Sych, vice-Primo ministro; Andriy Mokhnyk, Ministro dell’ambiente e Oleksandr Myrnyi, Ministro dell’agricultura [29].
Un’altra nomina non è passata inosservata in questo governo: quella di Pavel Sheremeta che, dal 1995 al 1997, è stato direttore di programma all’Open Society Institute di Budapest, la famosa fondazione di George Soros (30).
Il quarto gruppo presente sulla piazza Maidan è probabilmente il più violento di tutti. Conosciuto come”Pravy Sektor” (Settore di destra), è una coalizione di una moltitudine di gruppuscoli dell’estrema destra radicale e fascista che considera  Svoboda “troppo liberale” (sic) (31). Creata nel novembre 2013 (32), l’organizzazione ha come leader Dmitro Yarosh, capo di una organizzazione di estrema destra che si chiama “Trizub” (Tridente), considerata il nocciolo duro della dissidenza violenta (33). Oltre a Trizub, ne fanno parte i “Patrioti dell’Ucraina”, “l’Ukrainska Natsionalna Asambleya – Ukrainska Narodna Sambooborunu – UNA-UNSO” (Assemblea Nazionale Ucraina – Autodifesa Nazionale Ucraina), Bilyi Molot (Martello Bianco) oltre all’ala radicale di Svoboda (34).

Dmitro Yarosh

In una intervista al magazine TIME, pubblicata il 4 febbraio 2014, Yarosh ha dichiarato che le sue “coorti antigovernative a Kiev sono pronte alla lotta armata” (35) . “Noi non siamo dei politici, siamo soldati della rivoluzione nazionale”, ha aggiunto. Bisogna dire che il leader di Pravy Sektor ha passato qualche anno nell’esercito sovietico e, per lui, la “rivoluzione nazionale” è impossibile senza violenza e dovrà realizzare uno Stato “ucraino puro” con capitale Kiev” (36). Ha anche rivelato, nell’intervista, che la sua colazione aveva ammassato un arsenale di armi letali. E precisato “solo per difendere l’Ucraina dagli occupanti interni (e dai membri del governo)”.
In effetti numerose foto e video mostrano i militanti di Pravy Sektor in tenuta paramilitare mentre si addestrano pubblicamente sulla piazza Maidan (37), coinvolti in scaramucce di estrema violenza con le forze dell’ordine o utilizzando armi da fuoco contro i “Berkut” (polizia antisommossa) (38).
Azioni illegali dei manifestanti “pacifici” a Kiev
In un reportage da Kiev, il giornalista inglese David Blair ci fornisce il suo punto di vista sulla organizzazione Pravy Sektor: “Quello che è chiaro è che sono organizzatissimi. Forniture regolari di maschere antigas,  cibo e grandi quantità di tute mimetiche dell’esercito giungono agli uomini sulle barricate. Ex soldati offrono  addestramento per la lotta a mani nude davanti alla tenda che serve da piccola base operativa di Pravy Sektor sulla piazza dell’Indipendenza a Kiev. I volontari hanno formato un sistema di comando con diversi capi che dirigono l’esercito eteroclita dispiegato sulla barricata principale sulla via Grushevskogo a Kiev. La domanda che sorge spontanea in molti è che cosa farebbe un gruppo così potente, che sfugge al controllo dei politici tradizionali, se la rivoluzione riuscisse e il governo cadesse “(39).

Milizie di autodifesa organizzate dal gruppo di estrema destra Pravy Sektor

Un manifestante armato durante gli scontri con la polizia in piazza Indipendenza a Kiev, il 22 gennaio  (fonte: Libération)

Nessuno può dire se la rivoluzione sia riuscita né se questa insurrezione possa essere considerata come tale. Ma quel che è certo è che il governo è caduto veramente e che Dmitro Yarosh è stato nominato presidente aggiunto del Consiglio di sicurezza e di difesa nazionale dell’Ucraina (40), organismo consultivo di Stato, incaricato della difesa nazionale alle dipendenze del presidente. E chi è il presidente di questo Consiglio?
Addirittura Andriy Parubiy, il “comandante di Maidan” (41), il “capo di stato maggiore della rivoluzione ucraina” (42) che, scoppiata la rivoluzione, ha mutato i suoi panni di deputato del partito Batkivshchyna per vestire quello di “generalissimo dell’esercito” dei ribelli di Euromaidan. Ma la cosa più interessante è sapere che Parubiy è un transfuga del partito Svoboda, Infatti è, con Oleh Tyahnybok, co-fondatore nel 1991 del Partito Social-Nazionalista di Ucraina (SNPU), ribattezzato Svoboda nel 2004 (43). Ecco come le barricate, le sommosse, la disobbedienza civile , la violenza e il fascismo possono portare molto in alto in Ucraina.
Bisogna riconoscere che i fatti di Kiev hanno messo l’acquolina in bocca ad un grande amante di guerre “senza amarle”. Così, come uno squalo attirato dal sangue, Bernard Henri Levy (BHL), il famoso “usignolo dei carnai” è andato a Kiev per incontrare i ribelli. Senza alcun ritegno dopo il fiasco libico e mentendo come un cavadenti, ha esclamato: Io non ho visto neo-nazisti, non ho sentito parole antisemite” (44).
Per contraddire il dandy dalle camice bianche scollate, ecco cosa dice l’ucraina Natalia Vitrenko, presidente del partito socialista progressista di Ucraina: “All’inizio (i leader) erano i deputati dell’opposizione Iatseniuk, Klitschko e Tyahnybok. Erano questi tre che guidavano Maidan. Ma poi è stato il Pravy Sektor che ha preso le cose in mano. Da metà dicembre, la politica del Maidan è stata dettata da Pravy Sektor che è una alleanza di diversi partiti e movimenti neo-nazisti. Si tratta di gruppi paramilitari, di terroristi molto ben addestrati” (45).
Ma la migliore risposta, quella che meglio corrisponde al livello della dichiarazione di BHL, viene dalla giornalista Irina Lebedeva: “(BHL) E’ fortunato, i militanti di Svoboda e del Pravy Sektor, organizzazione che predica la purezza razziale, hanno certamente ricevuto chiare istruzioni di non farsi vedere da lui” (46).
Tymoshenko bionda o bruna?
La figura politica ucraina più madiatizzata dagli organi di stampa occidentali mainstream è incontestabilmente Yulia Tymoshenko. Trattata come un personaggio storico più grande di quanto meriti, le sono stati attribuiti soprannomi elogiativi, ma soprattutto pomposi: la “Marianne con la treccia”, la “Principessa del gas”, la “Giovanna d’Arco ucraina” o la “dama di ferro”. Ma anche se qualcuno ha notato la presenza di una statuetta di Giovanna d’Arco e delle memorie di Margaret Thatcher nel suo studio (47), il suo percorso non è così virtuoso. Infatti la sua pratica politica ha più a che vedere coi romanzi di scandali politico-finanziari (perfino mafiosi) che con l’abnegazione per la patria e il popolo ucraino. Giudicate voi.
A proposito di romanzi, cominciamo con Olexandre Turchinov che è – sembra – un vero e proprio romanziere, specializzato nel genere “scienza-fiction”. Sì proprio colui che è attualmente presidente dell’Ucraina, che è stato definito “fedele scudiero” di Tymoshenko e che, come lei, è nato nella città di Dnipropetrovs’k.

Tymoshenko bruna

Nel 1994, Turchinov creò, insieme a Pavlo Lazarenko, un notabile di Dnipropetrovs’k, il partito Hromada, del quale Tymoshenko diventerà presidente nel 1997. Un anno dopo, la “Marianne con la treccia”, che aveva umilmente avviato la carriera di imprenditrice con un prestito di 5000 dollari, ristruttura la sua piccola “Compagnia del petrolio ucraino” (creata nel 1991) e fonda, con l’aiuto di Lazarenko, la compagnia di distribuzione di idrocarburi “Sistemi energetici uniti di Ucraina” (SEUU). Lo stesso anno Lazarenko viene nominato vice-primo ministro, con delega all’energia. Certamente favorito dall’appoggio politico di Lazarenko, SEUU ottiene straordinari successi: 10 miliardi di dollari di fatturato e 4 miliardi di profitti nell’anno 1996! E ciò grazie a dei contratti assai vantaggiosi di vendita in Ucraina di gas naturale russo (48). Gli anni fortunati continuano con la promozione di Lazarenko al posto di primo ministro nel maggio 1996, benché egli debba sfuggire ad un attentato con una bomba appena due mesi dopo (49). All’inizio del 1997 la SEUU controlla diverse banche, ha partecipazioni in decine di imprese metallurgiche e meccaniche, è comproprietaria della terza più grande compagnia aerea dell’Ucraina e del decimo aeroporto più grande, quello di Dnipropetrovs’k, oltre a partecipazioni nei progetti di gasdotti turchi e boliviani e il controllo di diversi giornali locali e nazionali (50).
Dato che l’arricchimento “esponenziale” è spesso sinonimo di affari loschi, dei sospetti cominciano a pesare su Lazarenko e la SEUU. Nell’aprile 1997, il New York Times riferisce che Lazarenko possedeva quote di questa compagnia. Altri affari vengono rivelati e, nel luglio dello stesso anno, il presidente Koutchma dimissiona Lazarenko. Il seguito è rocambolesco. Nel 1998, Lararenko viene arrestato dalla polizia svizzera alla frontiera franco-svizzera e accusato dalle autorità di Berna di riciclaggio e rilasciato previo pagamento di una forte cauzione. In un articolo pubblicato nel 2000 e intitolato “I fantastici conti del signor Lazarenko”, Gilles Gaetner parla di sottrazione di fondi pubblici ucraini nell’ordine di 800 milioni di dollari, “senz’altro la più importante vicenda di riciclaggio del dopoguerra” (51). Lazarenko fugge allora negli Stati Uniti, cercando di ottenere l’asilo politico, ma vi viene arrestato nel 1999.
Nonostante fossero stati eletti nelle fila di Hromada,  Tymoshenko e Turchinov lasciano questo partito nel 1999 dopo le disavventure di Lazarenko per creare, insieme, il partito Batkivshina (52).

Lazarenko e Tymoshenko

Incriminato dalla giustizia statunitense, Lazarenko viene condannato nel 2006 a nove anni di prigione per sottrazione di fondi, riciclaggio attraverso le banche statunitensi e frode (53). Un rapporto 2004 di “Transparency International Global Corruption “colloca Lazarenko tra i 10 leader politici più corrotti del mondo (54). La giustizia ucraina persegue ancor oggi Lazarenko per l’uccisione del deputato Evguen Scherban e di sua moglie nel 1996. Secondo l’accusa, il gruppo di Sherban era concorrente della SEUU e ne ostacolava le attività.
Lazarenko è stato liberato nel novembre 2013 ma è stato collocato in un centro di detenzione per migranti in quanto il suo visto era scaduto (55).
L’arresto di Lazarenko non ostacola per nulla l’opportunismo politico di Tymoshenko. Quando Viktor Yushchenko diventa primo ministro nel 1999, viene nominata vice-primo ministro con delega all’energia, lo stesso posto occupato da Lazarenko qualche anno prima. Nondimeno viene finalmente toccata dallo scandalo Lazarenko e accusata nel 2001 di “contrabbando e falsificazione di documenti” per avere fraudolentemente importato gas russo nel 1996 quando era presidente della SEUU (56). Tymoshenko viene arrestata e farà qualche settimana di prigione (57). Nel 2002 è vittima di un grave incidente stradale che interpreterà come un tentativo di assassinio (58).
E’ in questo periodo che cambia look. Da bruna, diventa bionda. “Yulia cambia il suo stile di donna d’affari sexy, capelli sciolti e tailleur attillati, con quello, più sobrio, di parlamentare con collo alla collegiale, gonna al di sotto dei ginocchi. Adotta la sua attuale pettinatura, la famosa treccia bionda disposta a corona intorno alla testa” (59).

Il nuovo look di Yulia Tymoshenko

Nel 2004 scoppia la rivoluzione arancione e Tymoshenko ne diventa la musa. Yushchenko accede alla magistratura suprema nel 2005 e lei al posto di Primo Ministro per due volte. Tutti i guai giudiziari vengono, come per incantamento, dimenticati.
Un rapporto al Congresso statunitense del 2005 – divulgato da Wikileaks – descrive in questo modo la “principessa del gas”: ” Tymoshenko è un leader energico e carismatico con uno stile politico talvolta combattivo che ha fatto una campagna efficace per Yushchenko. E tuttavia è anche un personaggio controverso a causa dei suoi legami, nel corso degli anni 1990, coi le élite oligarchiche, tra cui l’ex primo ministro Pavlo Lazarenko, che sconta attualmente una pena nelle prigioni statunitensi per frode, riciclaggio ed estorsione. Tymoshenko è stata contemporaneamente dirigente di una imprese di commercio di gas e vice-primo ministro nel governo notoriamente corrotto di Lazarenko. Si dice che sia ricchissima (…). E’ stata anche indagata per corruzione e riciclaggio e imprigionata per breve tempo. Tutte le accuse sono state archiviate dopo l’elezione di Viktor Yushchenko. Anche la Russia ha depositato denunce contro di lei per corruzione, poco prima della campagna elettorale” (60).
La conquista del potere della coppia  Yushchenko – Tymoshenko (grazie all’ondata arancione) consente a Turchinov di occupare il posto di capo dei Servizi Segreti Ucraini (SBU) nel febbraio 2005. Tuttavia, nel 2006, vi è una inchiesta su di lui e il suo aggiunto. Li si accusa di avere distrutto il dossier di un pericoloso padrino della criminalità organizzata ucraina, Semyon Mogilevich (61). Questo mafioso è sospettato di dirigere un grande impero criminale e viene descritto dallo FBI, nel 1998, come il “gangster più pericoloso al mondo” (62). Le accuse vengono sbalorditivamente archiviate qualche mese dopo ed egli ottiene anche una importante promozione. Infatti, al suo secondo mandato di Primo Ministro, Tymoshenko gli affida l’incarico di vice-Primo Ministro, funzione che occuperà fino al 2010, data in cui perde le elezioni presidenziali contro Yanukovich.


Le relazioni conflittuali della coppia Yushchenko – Tymoshenko danno il colpo di grazia ai miraggi della “rivoluzione arancione”. Tymoshenko viene accusata di aver tradito l’interesse nazionale per coltivare le proprie ambizioni personali (63).
L’arrivo di Yanukovich al potere pone fine alla impunità della candidata battuta dalle urne e il suo fascicolo giudiziario viene ripescato dai cassetti e vi si aggiungono nuove e vecchie vicende.  Tymoshenko viene incriminata in diverse indagini: storno dei fondi ricevuti nel 2009 per le vendita di quote di emissione di CO2, abuso di potere nella firma del 2009 di contratti con la Russia per la fornitura di gas, considerati sfavorevoli per il paese, frode fiscale e storno di fondi relativi alla vicenda Lazarenko e la sua responsabilità nella gestione della SEUU (64). Ancor più grave, viene accusata di concorso in omicidio (con Lazarenko) nella vicenda Scherban (1996). Secondo il procuratore generale aggiunto, “la vittima era in conflitto con la signora Tymoshenko, che si occupava allora della distribuzione del gas russo in Ucraina  e tentava di costringere le imprese della regione industriale di Donec’k (EST) ad acquistarlo dalla sua società, Sistemi Energetici Uniti di Ucraina (SEUU), con l’appoggio dell’allora Primo Ministro Pavlo Lazarenko”; “Evguen Scherban, un uomo forte della regione il cui gruppo industriale era concorrente della società di Tymoshenko, si era pubblicamente opposto alla espansione della SEUU, e ha pagato questo con la vita” (66). Aggiunge che “vi sono testimoni che Tymoshenko e l’ex Primo Ministro Pavlo Lazarenko avevano pagato per l’omicidio”. Queste accuse vengono sostenute da Ruslan, il figlio di Scherban, sopravvissuto all’uccisione dei genitori. In una conferenza stampa, egli ha dichiarato di avere consegnato al Procuratore generale dei documenti che provano il coinvolgimento dei due ex primi ministri (Lazarenko e Tymoshenko) negli omicidi (66).

Evguen Scherban

Si sospetta la complicità di Tymoshenko in due altri omicidi: l’uomo d’affari Alexander Momot (ucciso nel 1996, qualche mese prima di Scherban) e l’ex governatore della Banca nazionale di ucraina, Vadym Hetman (ucciso nel 1998) (67).
Tymoshenko è stata condannata a sette anni di prigione nell’ottobre 2011 e posta agli arresti per il suo coinvolgimento nelle vicende dei contratti di gas (68).
Gli insperati avvenimenti di Euromaidan hanno strappato la “principessa del gas” alla sua galera. E in che modo! Sabato 22 febbraio 2014, alle ore 12,08, Turchinov, il braccio destro di  Tymoshenko, viene eletto Presidente del parlamento ucraino. Trenta minuti dopo, come se si trattasse della cosa più urgente da risolvere in un paese in piena insurrezione, il Parlamento ha votato la “immediata” liberazione di  Tymoshenko. Solo a titolo di comparazione, è stato solo alle ore 16,19 che il Parlamento ha votato la destituzione di Yanukovich (69).
Con la nomina del militante di estrema destra Oleg Mahnitsky a Procuratore Generale, e quelle di un grandissimo numero di membri del partito Batkivshina a posti-chiave in seno all’apparato dello Stato, si può agevolmente predire che Tymoshenko non dovrà più, almeno per un certo tempo, preoccuparsi dei suoi problemi giudiziari.
Bisogna registrare che per due volte Tymoshenko è stata strappata dalle mani della Giustizia grazie a rivolte popolari di grande importanza: la “rivoluzione” arancione del 2004 e, adesso, l’Euromaidan.
Ma “Kiev vale bene una messa”, no?
L’insolente ingerenza occidentale
L’Euromaidan può considerarsi una “rivoluzione” colorata, rivista e corretta in salsa “primavera” araba, con aromi siriani. infatti, benché molte similitudini possano essere trovate tra la “rivoluzione” arancione e l’Euromaidan, si devono notare però due differenze fondamentali. La prima, già precedentemente accennata, è relativa alla violenza della sollevazione, dovuta essenzialmente alla onnipresenza dei manifestanti dell’estrema destra fascista e neo-nazista. La “rivoluzione” arancione si fonda invece sulle teorie non-violente di Gene Sharp. La seconda differenza sta nella insolente presenza fisica di personalità occidentali, politiche e civili, in piazza Maidan, che arringano le folle e incitano alla disobbedienza civile, in completa contraddizione con il principio fondamentale di non ingerenza negli affari interni di un paese sovrano, i cui dirigenti siano stati democraticamente eletti.
Cominciamo da John McCain, presidente del Consiglio di amministrazione dell’IRI che, a Kiev, è merce conosciuta. Effettivamente, dopo (e non durante) la “rivoluzione” arancione, si era già recato in Ucraina (nel febbraio 2005) per incontrarvi i suoi “pupilli” che aveva generosamente finanziato.
Il senatore statunitense è anche andato nei paesi arabi “primaverilizzati”: Tunisia (21 febbraio 2011), Libia (22 aprile 2011) e Siria (27 maggio 2013. Durante i due primi viaggi, i governi erano già caduti. negli ultimi due la guerra infuriava ancora (e prosegue ancora in Siria).
McCain incontra Klitschko, Tyahnybok e Yatseniuk

  A Kiev, McCain si è rivolto agli insorti di Maidan il 14 dicembre 2013. “Noi siamo qui per sostenere la vostra giusta causa, il diritto sovrano dell’Ucraina di scegliere il proprio destino liberamente e in tutta indipendenza. E il destino che desiderate si trova in Europa”, ha strombazzato.
Ha incontrato il “triumvirato di Maidan”, vale a dire Iatseniuk, Klitschko e Tyahnybok. Non si è sentito in imbarazzo a farsi fotografare con Tyahnybok, nonostante a questi fosse stato vietato, l’anno scorso, di entrare negli Stati Uniti a causa dei suoi discorsi anti-semiti (71). No, niente, né lo ha disturbato il fatto di dover trattare col leader di Svoboda, un partito apertamente ultra-nazionalista, xenofobo e che predica valori neo-nazisti, così come non l’aveva turbato il fatto di sostenere dei sanguinari terroristi in Libia e in Siria. Il fine giustifica i mezzi, l’importante è di sottrarre l’Ucraina dalla influenza russa.
L’ingerenza statunitense è illustrata “dall’affaire Nuland”, che ha dimostrato come il vocabolario diplomatico usato da alcuni alti funzionari statunitensi non abbia niente da invidiare a quello dei carrettieri. “Fuck the UE!”, ha esclamato. Cosa che la dice lunga sulla lotta di influenza che oppone lo zio Sam al Vecchio Continente.
E come Victoria Nuland, la sotto-segretaria di Stato per l’Europa e l’Eurasia, chiama i leader di Euromaidan? “Yats” e “Klitsch” (72)? Come “Jon” e “Ponch” nella popolare serie statunitense “CHIPs”? Utilizzare un linguaggio così familiare suppone una evidente prossimità e una innegabile connivenza tra i membri del triumvirato e l’amministrazione USA, è il meno che si possa dire.
Nuland con Klitschko, Tyahnybok e Yatseniuk

Oltre all’IRI, anche la NED è presente a Kiev. Per rendersene conto, basta seguire Nadia Diuk che scrive da Kiev e i cui articoli vengono pubblicati nel “Kiyv Post” e altri famosi giornali. I titoli dei suoi articoli sono idilliaci: “La rivoluzione auto-organizzata di Ucraina” (73), “Le visioni del futuro dell’Ucraina” (74) ecc. Già nel 2004, in piena “rivoluzione” arancione scriveva: “In Ucraina, una libertà indigena” (75), per dimostrare che la “rivoluzione” era spontanea, analisi contraddetta da tutti gli studi (occidentali) successivamente pubblicati. Bisogna arrendersi all’evidenza che l’autrice di questi articoli non è per niente cambiata col passar del tempo. E a buona ragione, la signora Diuk è vice-presidente della NED, incaricata dei programmi per l’Europa, l’Eurasia, l’Africa, l’America latina e i Caraibi (76).
I rapporti annuali della NED mostrano che, solo nel 2012, le somme assegnate ad una sessantina di organizzazioni ucraine raggiungono quasi i 3,4 milioni di dollari (77). Nel rapporto si dice che l’IRI di McCain e il NDI di Albright hanno rispettivamente beneficiato di 380.000 e 345.000 dollari per le loro attività in Ucraina.
Questo evidente coinvolgimento statunitense in Ucraina è stato segnalato da Serguei Glaziev che ha dichiarato che “gli Statunitensi dispensano 20 milioni di dollari a settimana per finanziare l’opposizione e i ribelli, e anche per armarli” (78).
Il secondo paese occidentale più fortemente coinvolto nell’Euromaidan è la Germania. una decina di giorni prima di McCain, Guido Westerwellw, capo della diplomazia tedesca, ha preso un bagno di folla in mezzo ai manifestanti di piazza Maidan in compagnia die suoi protetti “Yats” e “Klitsch” o, più educatamente, Iatseniuk e Klitschko. Dopo essersi intrattenuto con loro a porte chiuse, ha dichiarato: “Noi non siamo qui per sostenere un partito, ma noi sosterremo i valori europei. £ quando ci impegniamo per questi valori europei, fa piacere ovviamente sapere che una grande maggioranza di Ucraini condividono questi valori, vogliono condividerli e desiderano imboccare la strada che porta in Europa” (79). Parlando di maggioranza, Westerwelle non ha evidentemente consultato i recenti sondaggi che mostrano come solo il 37% della popolazione ucraina sia favorevole ad una adesione del loro paese all’Unione Europea (80). D’altronde lo sono forse i cittadini europei? Non sembra. Per esempio, un recentissimo sondaggio mostra che il 65% dei Francesi sono contrari all’idea di un aiuto finanziario della Francia e dell’Unione Europea all’Ucraina e il 67% sono contrari all’ingresso di questo paese nella UE (81).

Merkel con Klitschko e Yatseniuk

D’altra parte la cancelliera tedesca ha, come il suo ministro, ricevuto Iatseniuk e Klitschko il 17 febbraio 2014 a Berlino. Il candidato su cui hanno scommesso Merkel, la CDU e il suo Think tank, la Fondazione Konrad Adenauer, è Klitschko (82). Anche il partito di Tymoshenko viene considerato un alleato del PPE e della CDU, come aveva già detto Martens in un discorso tenuto al Club della Fondazione Konrad Adenauer nel 2011: “Yulia Tymoshenko è persona di fiducia e il suo partito è membro importante della nostra famiglia politica”. Nello stesso discorso ha dichiarato che la sua posizione è simile a quella di McCain per ciò che concerne il sostegno a Tymoshenko (per la sua liberazione, mentre era ancora in prigione) (83).
Occorre sottolineare che tale convergenza di vedute tra l’IRI e la Fondazione Konrad Adenauer non è né fortuita, né recente. In realtà risale alla creazione della NED, come ci spiega Philip Agee, l’ex agente della CIA che ha abbandonato l’agenzia per vivere a Cuba (84). Prima di tutto bisogna capire che la NED è stata creata perché assumesse il carico di taluni compiti originariamente della CIA, nella specie la gestione dei programmi segreti di finanziamento delle società civili estere. Dopo avere consultato un ampio ventaglio di organizzazioni nazionali e straniere, le autorità statunitensi rivolsero la loro attenzione verso le fondazioni dei principali partiti della Germania Ovest, che erano finanziati dal governo tedesco: la Friedrich Ebert Stiftung dei socialdemocratici e la Konrad Adenauer Stiftung dei democratici-cristiani. Vediamo attualmente una struttura analoga nel paesaggio politico statunitense. L’IRI e la NDI, i due satelliti della NED, sono rispettivamente legati ai partiti repubblicano e democratico statunitense e, come i loro omologhi tedeschi, vengono finanziati con fondi pubblici. Giacché la CIA collaborava con questi “Stiftung” tedeschi per finanziare dei movimenti nel mondo ben prima della creazione della NED da parte del presidente Reagan nel 1983, le relazioni sono rimaste solide fino ai giorni nostri.
Per quanto in modo più discreto dei due precedenti, il terzo paese a essere molto coinvolto nei fatti di Ucraina è il Canada. Forse perché il Canada ospita la più numerosa diaspora ucraina nel mondo dopo quella della Russia. Più di 1,2 milioni di canadesi sono di origine ucraina (85).
John Baird, il ministro degli affari esteri canadesi, ha incontrato il triumvirato ucraino il 4 dicembre 2013 a Kiev e, come gli altri, ha effettuato un “pellegrinaggio” a piazza Maidan. Il capo della diplomazia canadese è tornato a Kiev il 28 febbraio 2014 per incontrare le nuove autorità. il presidente Turchinov, il primo ministro Iatseniuk e la “Giovanna d’Arco ucraina”. Intervistato a proposito del suo sostegno “incondizionato” all’Ucraina e le possibili conseguenze nei rapporti con la Russia, ha risposto: Non dobbiamo certo scusarci per avere sostenuto il popolo ucraini nella sua lotta per la libertà” (6). Da notare che Paul Grod, il presidente del Congresso degli Ucraini-Canadesi (UCC), ha accompagnato Baird nei suoi due viaggi. Le sua posizioni sono un calco di quelle della diplomazia canadese.
Le posizioni e le reazioni di tutti questi politici lasciano però perplessi. Certamente le perdite di vite umane durante i sanguinosi scontri sono da deplorare, ma loro che cosa avrebbero fatto se dei manifestanti violenti, appartenenti a gruppi estremisti, avessero occupato il centro della loro capitale, ucciso dei poliziotti, sequestrato decine di poliziotti, occupato dei locali pubblici e creato disordine per mesi? E non hanno anche loro una parte di responsabilità nell’accresciuto numero di vittime, essendo venuti a gettare benzina sul fuoco di Maidan?
In Francia, per esempio, il ministro dell’interno Manuel Valls si è scagliato contro una recente manifestazione di “Black Bloc” che ha provocato sei feriti tra le forze dell’ordine, il 22 febbraio 2014. Ecco cosa ha detto: “Questa violenza che viene da questa ultra-sinistra, da questi Black Bloc, che sono originari del nostro paese ma che vengono anche da paesi stranieri, è inammissibile e continuerà a trovare una risposta particolarmente determinata da parte dello Stato”. Dopo aver reso omaggio “al prefetto della Loira Atlantica, alle forze dell’ordine, poliziotti e gendarmi, che con grande sangue freddo e professionalità hanno contenuto questa manifestazione”, ha aggiunto: “Nessuno può accettare simili prepotenze”(87).
E gli Ucraini devono accettarle? E come avrebbe reagito la classe politica francese e occidentale se questi “Black Bloc” fossero stati finanziati, formati o sostenuti da organizzazioni politiche straniere, Russe, Cinesi o Iraniane, venute a Nantes per sostenerli?
Lascio a voi la risposta.
Conclusioni
In definitiva, occorre arrendersi all’evidenza che l’Euromaidan, come la “rivoluzione” arancione, è un movimento largamente sostenuto da agenzie occidentali. Una simile conclusione non deve far dimenticare la reale corruzione di tutta la classe politica ucraina.
Presentare, come fanno i  media occidentali mainstream, i “buoni” con Tymoshenko e i “cattivi” con  Yanukovich è una visione che non ha nulla a che vedere con la realtà. Il governo Yanukovich essendo stato democraticamente eletto, gli avvenimenti recenti devono essere considerati, senza equivoci, come un colpo di Stato.
Questo colpo di Stato ha consentito a dei militanti dell’estrema destra ucraina, ultra-nazionalisti fascisti e neonazisti, di entrare a far parte del nuovo governo. Questa presenza, apertamente accettata dai governi occidentali, è nefasta per l’avvenire e la stabilità del paese. La affrettata, immediata, controversa e incomprensibile abrogazione della legge sulle “basi della politica linguistica dello Stato” ne è un esempio patente (88).
Inoltre, questo avvicinamento “forzato” dell’Ucraina all’Unione Europea e il suo corollario, l’allontanamento di questi paese dalla Russia, non porta benefici al popolo ucraino. Secondo alcuni specialisti occidentali e non occidentali, la proposta russa era di gran lunga più interessante di quella congiunta di Unione Europea e Stati Uniti, che non hanno altra alternativa se non di offrire la “medicina FMI” a questo paese (89).
Contrariamente ai pietosi voti della Tymoshenko a piazza Maidan, sarebbe utopistico pensare che l’Ucraina possa entrare a far parte dell’Unione “in un prossimo avvenire” (90), tenuto conto dello stato disastroso in cui versano certi paesi europei come la Grecia, per esempio. La “Marianne con le trecce” non ha probabilmente ascoltato le parole del ministro francese degli affari europei, Thierry Repetin: “In tutti i negoziati di adesione dell’Ucraina ad una accordo di associazione, noi ci siamo fermamente battuti perché fossero ritirate tutte le allusioni ad una adesione alla UE. Non è il caso di cambiare adesso posizione”, ha dichiarato in un articolo pubblicato il 3 febbraio scorso (91).
Se l’Ucraina non può pretendere una adesione all’Unione Europea e i difensori occidentali della sua “rivoluzione” non mettono mano alla tasca, tutto sembra indicare che questo paese non è altro che un “cavallo di Troia” per disturbare la Russia che sta prendendo troppo spazio e molta disinvoltura nelle questioni internazionali, come è stato il suo ruolo nel conflitto siriano. Un modo come un altro per aprire una nuova era di guerra fredda. I torbidi in Crimea e le minacce di esclusione della Russia dal G8 (92) ne sono solo le avvisaglie.
Gli Ucraini devono sapere che essi sono condannati a vivere in rapporti di buon vicinato con la Russia, con la quale hanno una frontiera comune e legami storici, commerciali, culturali e linguistici.
Una cosa è sicura però: il risveglio “post-rivoluzionario” sarà doloroso per gli Ucraini.
Ahmed Bensaada
Riferimenti :
1. AFP, « Élection présidentielle – Ioulia Timochenko refuse de reconnaître sa défaite », Le Point, 9 febbraio 2010, http://www.lepoint.fr/actualites-monde/2010-02-09/election-presidentielle-ioulia-timochenko-refuse-de-reconnaitre/924/0/422135
2. AFP, « Ukraine : l’OSCE reconnaît la bonne tenue de l’élection », Le Monde, 8 febbraio 2010,http://www.lemonde.fr/europe/article/2010/02/08/ukraine-ianoukovitch-revendique-une-courte-victoire_1302464_3214.html
3. AFP, « Présidentielle en Ukraine : Timochenko retire son recours en justice », RTL, 20 febbraio 2010,http://www.rtl.be/info/monde/france/308688/presidentielle-en-ukraine-timochenko-retire-son-recours-en-justice
4. David Teutrie, « L’accord d’association de l’UE avec l’Ukraine est une stratégie perdant-perdant », Institut de la Démocratie et de la Coopération, 4 febbraio 2014, http://www.idc-europe.org/fr/-Accord-d-Association-avec-l-Ukraine-est-une-strategie-perdant-perdant-
5. Sergeï Glaziev, « L’Union économique eurasiatique n’aspire pas à devenir un Empire comme l’UE », Solidarité et Progrès, 18 gennaio 2014, http://m.solidariteetprogres.org/actualites-001/article/sergei-glaziev-l-union-economique-eurasiatique-n.html
6. Gaël De Santis,  « Ukraine. L’UE ne promet pas la lune aux manifestants… juste la Grèce », l’Humanité, 24 febbraio 2014, http://www.humanite.fr/monde/ukraine-l-ue-ne-promet-pas-la-lune-aux-manifestant-559788
7. AFP, « Ukraine : Washington et Londres prêts à soutenir “un nouveau gouvernement” », Le Monde, 22 febbraio 2014, http://www.lemonde.fr/europe/article/2014/02/22/ukraine-londres-pret-a-soutenir-un-nouveau-gouvernement_4371763_3214.html
8. G. Sussman et S. Krader, « Template Revolutions : Marketing U.S. Regime Change in Eastern Europe », Westminster Papers in Communication and Culture, University of Westminster, London, vol. 5, n° 3, 2008, p. 91-112, http://www.westminster.ac.uk/__data/assets/pdf_file/0011/20009/WPCC-Vol5-No3-Gerald_Sussman_Sascha_Krader.pdf
9. Manon Loizeau, « États-Unis à la conquête de l’Est », 2005. Il documentario può essere visionato al seguente indirizzo : http://www.ahmedbensaada.com/index.php?option=com_content&view=article&id=120:arabesque-americaine-chapitre-1&catid=46:qprintemps-arabeq&Itemid=119
10. BBC, « Russia expels USAID development agency », 19 setembre 2012,http://www.bbc.co.uk/news/world-europe-19644897
11. Ian Traynor, « US campaign behind the turmoil in Kiev », The Guardian, 26 novembre 2004,http://www.guardian.co.uk/world/2004/nov/26/ukraine.usa
12. VOA, « Senator McCain Tells Ukrainians of Nobel Nomination for Yushchenko », 4 febbraio 2005,http://www.insidevoa.com/content/a-13-34-mccain-intvu-4feb2005/177965.html
13. Archivi del Governo ucraino, « Orange Revolution Democracy Emerging in Ukraine »,http://www.archives.gov.ua/Sections/Ukraineomni/ukrelection030905a.htm
14. Justin Raimondo, « The Orange Revolution, Peeled », Antiwar, 8 febbraio 2010,http://original.antiwar.com/justin/2010/02/07/the-orange-revolution-peeled/
15. Ahmed Bensaada, « Arabesque américaine : Le rôle des États-Unis dans les révoltes de la rue arabe », Éditions Michel Brûlé, Montréal (2011), Éditions Synergie, Alger (2012),
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