28 febbraio 2015

Cinque per mille c'è posto per tutti



Pubblicati gli elenchi definitivi dell'Agenzia delle Entrate: in corsa per una fetta del nostro 730 oltre 4 mila realtà. Con molte sorprese.

C’è un posto dove gli sfollati della Siria possono sfamarsi a pochi passi di distanza dai soci dell’esclusivissimo Yacht Club di Capri. Dove convivono senza problemi no global e forze dell’ordine, malati di gastrite e aficionados del peperoncino, farmacisti e talebani dell’omeopatia, cacciatori e vegani, musulmani ed ebrei. La piazza virtuale dove si ritrovano ogni dodici mesi è un documento, quest’anno lungo 1.068 pagine e zeppo di 49.071 codici fiscali, redatto dall’Agenzia delle Entrate: è l’elenco delle sigle ammesse alla spartizione del 5 per mille. Pubblicato il 14 maggio con il solito corollario di polemiche sui ritardi nei pagamenti degli anni precedenti, l’elenco 2014 fotografa bene l’allargamento progressivo vissuto dalla base degli aventi diritto, che all’introduzione datata 2006 comprendeva solo le onlus tradizionali.
La stragrande maggioranza dei pretendenti naturalmente ha tuttora storia pluriennale e fini nobilissimi. Scorrendo il pdf si trovano l’Avis e le altre associazioni di donatori, Amnesty International e l’Unicef, la Caritas e gli scout dell’Agesci, i tanti meritori enti di ricerca sul cancro, l’Aids e le malattie rare, il Telefono azzurro, Emergency e Medici senza frontiere, l’assistenza ai portatori di handicap dell’Anffas e le cooperative sociali, gli ecologisti di Greenpeace, Legambientee Wwf. Ma chissà quali sono stati i loro pensieri quando hanno scoperto di doversi misurare con soggetti come l’Accademia del Peperoncino (in lizza per il nono anno consecutivo), la Pescara Tennis Tavolo, gli Amici dell’esperanto, l’Accademia della chitarra di Pontedera, i promotori della musica vocale del 1700, l’Ensemble mandolinistico estense o il Coordinamento nazionale per gli aiuti alla Jugoslavia, discioltasi nel 1992. Per non parlare delle associazioni sportive dilettantistiche, ammesse alla spartizione dei fondi dal 2008 con un regolamento a maglie talmente larghe che, accanto alle società impegnate nella promozione dello sport di base tra infanzia e periferie, spuntano decine di yacht club, circoli velici, palestre e e campi da golf.

''ANGELA MERKEL SI DIMETTERA' PERCHE' A RISCHIO DI SCANDALO. RACCOLTE INFORMAZIONI DALLO SPIONAGGIO USA'' (DER SPIEGEL) BERLINO -


Secondo lo “Spiegel”, Angela Merkel potrebbe presto dimettersi in seguito allo scandalo Datagate: la cancelliera è stata spiata per anni dall’Nsa ed è stata sorpresa a utilizzare un telefono criptato al posto di un normale apparecchio. I bene informati, sostiene Mitt Dolcino, ritengono che la donna più potente del mondo possa essere stata effettivamente spiata «dall’improbabile alleato americano». Forse, qualche informazione sensibile è stata davvero raccolta dal controspionaggio Usa: la conseguenza è che, alla lunga, la premiership tedesca «può essere a rischio scandalo, un po’ come è capitato in Italia con Silvio Berlusconi e in Turchia con Erdogan (o, senza essere premier, in Francia con Strauss Kahn)». Problema: «La Germania non può correre questo rischio, non si può rompere l’incantesimo della rinnovata ricchezza tedesca grazie al Santo Graal che è ed è stata la moneta unica, capace di drenare ricchezza dalla periferia al centro in misura pari a una guerra continentale vinta».

"L'opzione per la politica tedesca di un cambio di premier "in corsa" è del tutto legittima. Se gli USA credevano di trovarsi innanzi ad un paese di sprovveduti, con la Germania hanno certamente sbagliato i conti". Lo stesso “Spiegel”, sempre ben informato, proponeva addirittura l’asilo per Edward Snowden. Le possibili dimissioni della Merkel, per “smarcare” Berlino da qualsiasi possibile imbarazzo, dimostrano l’errore strategico dell’amministrazione Obama, che ha permesso alla Germania di diventare «il vero riferimento europeo», ormai in grado «anche in maniera autonoma di decidere le sorti dei governi di numerosi paesi Ue (l’esempio del Cavaliere è davvero sintomatico)». Allarme: l’ex alleato tedesco può aver causato danni agli Stati Uniti, e può provocarne ancora, trasformandosi in avversario economico. In ogni caso, aggiunge Dolcino, per l’Italia di Renzi si preannunciano tempi durissimi: se la cancelliera aveva davvero promesso meno rigore e più flessibilità, domani il premier potrebbe ritrovarsi con un pugno di mosche.
Per chi non l’avesse ancora capito, continua Dolcino, «l’austerità è uno strumento in mani tedesche per perpetrare lo status quo favorevole alla Germania, l’unico paese che ha tratto reale beneficio dalla moneta unica». Secondo fonti riservate, Enrico Letta aveva un impegno (forse anche scritto) dell’Europa e della Germania in particolare, per succedere a Herman Van Rompuy alla guida del Consiglio d’Europa, in cambio della «non belligeranza» dell’Italia verso l’Europa della moneta unica «a valle della restaurazione europea operata dal fido Mario Monti, peraltro a danno degli stessi italiani», come dimostra l’esplosione del debito pubblico, il crollo del Pil e quello dei consumi. «La promessa stava per essere mantenuta», scrive Dolcino, e Letta – sebbene per breve tempo – è stato «candidato europeo senza essere candidato dell’Italia». Ma il piano sarebbe saltato quando Renzi ha detronizzato il premier delle “larghe intese” sostenuto da Napolitano, ostacolando la tecnocrazia europea «per la prima volta dopo cinque anni». La Merkel ha davvero fatto promesse importanti a Renzi? E cosa accadrebbe, dunque, se la cancelliera passasse la mano per dribblare il pressing spionistico di Obama?
«Per intanto il giovane Renzi certamente non si annoierà – annota Dolcino – dovendo dilettarsi con l’esercizio del tassatore riformista, di fatto eseguendo sebbene di malavoglia i desiderata tedeschi finalizzati a indebolire più che a restaurare l’economia del primo competitore manifatturiero della Germania», cioè l’Italia. Poi «dovrebbero venire le privatizzazioni come dopo la crisi degli anni ’90 e le svendite orchestrate da coloro che furono poi predestinati a brillanti carriere europee (Prodi, Draghi)». Per cui, «le aziende europee e tedesche in particolare (soprattutto in ambito energia, occhio all’interesse tedesco per Enel) sembrano rivestire il ruolo degli avvoltoi in agguato». Con Obama saldamente al potere, «Renzi può stare ragionevolmente tranquillo fino al 2016, supportato dalla possente intelligence americana». Ma che sarà del premier italiano se tra due anni dovesse cambiare il vento negli Usa? Secondo “Scenari Economici”, «se non sarà caos – fatto assai probabile – possiamo dire che la partita è più aperta di quanto sembri».

Siria, piovono armi

Siria, piovono armi


Dopo una lunga e faticosa discussione, i ministri degli Esteri dell’Unione Europea nella serata di lunedì hanno di fatto deciso di dare il via libera alla fornitura di armi letali all’opposizione siriana a partire dalle prossime settimane. L’annullamento dell’embargo sugli equipaggiamenti militari, così come quello sul petrolio proveniente dai territori controllati dai “ribelli” deciso qualche settimana fa, contribuirà ad aumentare ulteriormente le violenze in Siria e a favorire il dominio dei gruppi legati al terrorismo islamista sunnita.


Il tutto proprio mentre il summit di Ginevra in fase di preparazione per cercare una soluzione negoziata alla crisi sta assumendo sempre più i contorni di uno strumento nelle mani di Washington per dare la spallata finale al regime di Bashar al-Assad.

Alla scadenza fissata per venerdì prossimo dell’embargo sulle spedizioni di armi deciso da Bruxelles nel 2012, dunque, i paesi più attivi nell’incoraggiare l’Unione Europea ad assumere una posizione più dura nei confronti di Damasco avranno facoltà di procedere senza alcun vincolo. A spingere in questo senso sono state soprattutto Gran Bretagna e Francia, appoggiate, una volta superate le perplessità espresse in precedenza, dalla Germania.

Contro la soppressione dell’embargo si sono invece espressi in particolare i governi di Austria, Svezia, Repubblica Ceca e Finlandia, ufficialmente preoccupati per la possibilità che le armi da inviare in Siria possano finire nelle mani di gruppi jihadisti. Simili scrupoli continuano ad essere espressi pubblicamente nonostante l’Unione Europea sia schierata fin dall’inizio della crisi a fianco della Turchia e delle monarchie ultra-reazionarie del Golfo Persico che, con la supervisione americana, finanziano e armano queste formazioni radicali, alimentando le violenze in Siria.

Senza un accordo unanime, l’UE avrebbe corso il rischio di vedere svanire anche le sanzioni economiche applicate alla cerchia di potere di Assad, così che queste ultime sono state alla fine separate dall’embargo sulle armi e approvate in tarda serata. L’esito del vertice di Bruxelles ha così prodotto uno scenario – definito nel corso della giornata di lunedì come una “catastrofe” per la politica estera UE dal ministro degli Esteri del Lussemburgo, Jean Asselbon – nel quale ogni paese potrà decidere autonomamente sulla spedizione di “tecnologia militare” all’opposizione siriana.

In maniera informale, i ministri riuniti a Bruxelles si sarebbero comunque accordati per attendere fino al primo agosto prima di valutare l’opportunità di fornire armi ai “ribelli”, teoricamente per dare tempo al processo diplomatico in corso e che dovrebbe portare al summit “Ginevra II” entro la metà di giugno.

Il ministro degli Esteri britannico, William Hague, ha assurdamente sostenuto che la fine dell’embargo servirebbe perciò a favorire una soluzione politica della crisi, mentre più realisticamente il prossimo flusso di armi verso i “ribelli” siriani serve a riequilibrare le sorti del conflitto, nelle ultime settimane decisamente favorevole alle forze del regime anche grazie al supporto di Hezbollah sul campo e al sostegno militare di Russia e Iran.

Sempre nella giornata di lunedì, poi, il segretario di Stato americano, John Kerry, ha incontrato a Parigi il suo omologo russo, Sergei Lavrov, ed esponenti del governo francese, ufficialmente per discutere dei preparativi della conferenza di Ginevra. A quest’ultimo evento Damasco ha annunciato la propria partecipazione tramite un comunicato del ministro degli Esteri, Walid al-Moallem, rilasciato domenica nel corso di una visita a Baghdad.

Più complicata appare invece la situazione nel campo avverso, dal momento che l’opposizione continua ad essere attraversata da profonde divisioni che impediscono la selezione di nuovi vertici graditi a tutte le fazioni che la compongono, nonostante i ripetuti inviti dei loro sponsor occidentali a creare una leadership presentabile alla comunità internazionale in vista di un maggiore impegno nella rimozione del regime.

Sull’incontro di Ginevra – promosso a inizio mese da Kerry e Lavrov – pesa comunque la principale condizione imposta esplicitamente dall’opposizione e indirettamente dagli USA, cioè le dimissioni di Assad prima di avviare un qualsiasi processo di transizione. Inoltre, da decidere sarà anche l’eventuale partecipazione dell’Iran, alla quale si oppongono in molti, a cominciare dalla Francia. Il ministro degli Esteri di Parigi, Laurent Fabius, ritiene infatti Teheran un fattore destabilizzante nell’incerto processo diplomatico in atto.

La richiesta preventiva di escludere dal futuro della Siria una delle due parti – il presidente Assad, il cui regime è con ogni probabilità più popolare nel paese rispetto ai “ribelli” sostenuti dall’Occidente e dalle dittature sunnite mediorientali – e dalle trattative il principale alleato di Damasco (l’Iran) testimonia a sufficienza del singolare concetto di negoziato che sembrano avere i governi di Washington, Parigi e Londra, il cui obiettivo è chiaramente quello di utilizzare “Ginevra II” per imporre il proprio volere a Damasco o, in caso di fallimento, per compiere un ulteriore passo verso un intervento esterno in Siria.

Con la conferenza nella città elvetica già quasi morta in partenza, i preparativi per una nuova guerra in Medio Oriente avanzano senza sosta, nonostante qualche barlume di ripensamento e i timori diffusi un po’ ovunque in Occidente per il probabile prevalere di formazioni integraliste nel dopo Assad.


Uno dei maggiori falchi in politica estera del Congresso americano, il senatore repubblicano dell’Arizona John McCain, lunedì ha così attraversato il confine turco per recarsi in Siria accompagnato dal comandante del cosiddetto “Libero Esercito della Siria”, generale Salem Idris. Qui l’ex candidato alla Casa Bianca ha incontrato i leader di 18 milizie anti-Assad a cui ha promesso un maggiore impegno da parte degli Stati Uniti. Il blitz di McCain ricorda minacciosamente quello che lo vide protagonista in territorio libico nel 2011 alla vigilia della campagna imperialista guidata dal suo paese per rovesciare il regime di Gheddafi.

Negli ultimi giorni, inoltre, sono tornate a circolare anche le accuse dell’utilizzo di armi chimiche da parte del regime, un’eventualità definita lo scorso anno dal presidente Obama come una “linea rossa” che Assad non potrebbe oltrepassare senza incorrere in una qualche ritorsione militare. In particolare, la questione è riapparsa con la pubblicazione di un lungo articolo realizzato da Jean-Philippe Rémy di Le Monde dopo due mesi trascorsi come reporter “embedded” tra i “ribelli”. Secondo il giornalista francese, le forze fedeli ad Assad avrebbero usato gas tossici in misura limitata a Jobar, un sobborgo della capitale siriana, causando morti e feriti.

Queste accuse sono state immediatamente raccolte dal governo di Parigi, tanto che lo stesso ministro Fabius ha parlato di “sospetti crescenti” sull’uso di ordigni chimici, anche se ha poi ammesso che serviranno “verifiche molto scrupolose” per far luce sulle responsabilità. Alcune settimane fa, va ricordato, l’ex procuratore del Tribunale Penale Internazionale, Carla Del Ponte, aveva affermato che, in seguito all’indagine condotta dalla commissione delle Nazioni Unite sulla violazione dei diritti umani in Siria, erano emersi “forti e concreti sospetti, anche se non ancora prove incontrovertibili, sull’uso di gas sarin da parte dell’opposizione e dei ribelli, ma non da parte delle forze governative”.

Mentre si continua a cercare di fabbricare un motivo per scatenare un attacco contro la Siria, la Giordania ha fatto sapere un paio di giorni fa di essere in trattativa con “governi amici” per installare missili Patriot sul proprio territorio, come ha già fatto recentemente anche la Turchia.



A livello ufficiale, simili iniziative avrebbero uno scopo puramente difensivo, anche se in realtà i missili rientrerebbero nel quadro dell’implementazione di un’eventuale no-fly zone, i cui effetti devastanti si sono visti drammaticamente durante l’aggressione contro la Libia un paio di anni fa.


Proprio la Giordania, d’altra parte, gioca un ruolo fondamentale nelle mire occidentali sulla Siria, come conferma la presenza sul proprio territorio di almeno 200 soldati americani delle forze speciali, ma anche la recente rivelazione che Amman starebbe già concedendo a Israele di operare una propria flotta di droni nel suo spazio aereo per monitorare la situazione oltre il confine settentrionale in previsione di nuove incursioni aeree totalmente illegali.

Dietro la facciata dello sforzo diplomatico di Ginevra, insomma, le forze coalizzate per abbattere il regime di Assad continuano a preparare un nuovo rovinoso conflitto in cui rischiano di essere trascinati tutti i paesi della regione mediorientale. Il Libano, in particolare, appare sempre più vicino a ricadere nel baratro della guerra civile sull’onda degli eventi in Siria.

A testimonianza della situazione sempre più precaria in questo paese, domenica scorsa due missili sono caduti su edifici civili in un quartiere a sud di Beirut, considerato una roccaforte di Hezbollah, mentre martedì tre soldati dell’esercito libanese sono rimasti uccisi in una sparatoria presso un checkpoint nella Valle della Bekaa, non lontano dal confine con la Siria

Siria, le armi della propaganda

Siria, le armi della propaganda

Coerentemente con l’abituale manipolazione delle notizie provenienti dalla Siria da parte dei principali media occidentali, le informazioni giunte in questi giorni dal paese mediorientale e dagli ambienti diplomatici internazionali continuano ad essere utilizzate per aumentare le pressioni sul regime di Bashar al-Assad e spianare la strada ad un intervento militare esterno per cambiare drasticamente le sorti del conflitto.


Ampio risalto è stato infatti assegnato, ad esempio, al rapporto di una speciale commissione delle Nazioni Unite sulle violenze commesse da entrambe le parti in Siria, così come alle nuove esplicite accuse lanciate dai governi di Francia e Gran Bretagna contro Damasco per avere fatto uso di armi chimiche contro i “ribelli” armati. Al contrario, decisamente meno spazio hanno trovato le notizie che non rientrano nel quadro della presunta repressione di un regime dittatoriale contro un’insurrezione popolare democratica e che raccontano invece una storia ben differente.

I risultati dell’indagine condotta dalla Commissione Internazionale d’Inchiesta sulla Siria sono stati presentati lunedì in una conferenza stampa a Ginevra e hanno dipinto un scenario sempre più allarmante della crisi in atto da oltre due anni. Quasi 7 milioni di persone sono ormai costrette a vivere in aree interessante dal conflitto, quasi 4,5 milioni di siriani hanno abbandonato forzatamente le proprie abitazioni e altri 1,6 milioni hanno trovato rifugio all’estero.

Il rapporto ONU indica poi come causa principale del prolungarsi della guerra l’afflusso ininterrotto di armi da altri paesi, con un possibile aggravamento della situazione dovuto sia alla recente decisione dell’Unione Europea di cancellare l’embargo sulla fornitura di armi all’opposizione sia all’annunciata spedizione del sistema missilistico S-300 dalla Russia al governo Assad. Mentre nel primo caso, equipaggiamenti militari sofisticati potrebbero finire nelle mani di gruppi jihadisti già responsabili di orrendi massacri in Siria, le batterie di missili russi hanno una funzione in larga parte difensiva e servono per contrastare un’eventuale no-fly zone che potrebbe essere imposta dall’Occidente.

Uno dei punti chiave del rapporto è comunque la conferma della prevalenza tra le fila dell’opposizione di formazioni integraliste sunnite, in alcuni casi legate direttamente ad Al-Qaeda, le quali, grazie a militanti stranieri provenienti da paesi vicini, contribuiscono con le loro azioni ad innalzare i livelli di “crudeltà e brutalità”.


Gli investigatori dell’ONU spiegano che esiste una disparità tra i crimini commessi dalle forze governative e quelli dei gruppi di opposizione, ancorché tale disparità riguarda l’intensità degli abusi e non la natura di essi. A scorrere il rapporto, tuttavia, emerge ancora una volta il ritratto di un’opposizione armata dai lineamenti a dir poco inquietanti e responsabile di “crimini di guerra, tra cui assassini, condanne ed esecuzioni senza un processo equo, torture, rapimenti e saccheggi”.

Particolarmente preoccupante viene poi definito il crescente reclutamento di bambini-soldato e la pratica sempre più diffusa della decapitazione di soldati disarmati dell’esercito regolare.

L’attenzione dei media si è rivolta però soprattutto alla sezione del rapporto relativa all’uso di armi chimiche, pretesto utilizzato per giustificare un possibile intervento militare diretto in Siria. Gli investigatori avrebbero infatti trovato per la prima volta prove dell’uso di bombe termobariche che, oltre ad un’esplosione, determinano un consumo istantaneo dell’ossigeno nell’area interessata, impedendo la respirazione. “Quantità limitate di agenti chimici tossici” sarebbero stati inoltre usate tra marzo e aprile in varie località, tra cui Aleppo, Damasco e Idlib.

Il presidente della commissione d’inchiesta dell’ONU, Paulo Pinheiro, non ha però fornito ulteriori dettagli, né ha spiegato a chi dovrebbe essere attribuita la responsabilità dell’uso di armi chimiche. Lo scorso mese di maggio, un membro autorevole della stessa commissione, l’ex procuratore del Tribunale Penale Internazionale, Carla Del Ponte, aveva affermato in un’intervista che le prove raccolte indicavano un probabile uso di gas sarin da parte dei ribelli e non dalle forze del regime.

Da questa dichiarazione, rapidamente insabbiata dai media “mainstream”, avevano preso le distanze gli altri membri della commissione, probabilmente in seguito a pressioni internazionali, senza però smentirne il contenuto. Ugualmente omessa dalla maggior parte dei resoconti giornalistici è stata anche un’altra notizia di qualche giorno fa che ha descritto l’arresto in Turchia di una dozzina di guerriglieri appartenenti al Fronte al-Nusra – la principale formazione jihadista attiva in Siria – nelle cui abitazioni sono rinvenute sostanze chimiche come il sarin.

Gli arresti sono giunti in contemporanea con la rivelazione di un attentato sventato dalle autorità nella città turca di Adana, nonché un paio di settimane dopo la doppia devastante esplosione a Reyhanli, al confine con la Siria, che ha causato la morte di 52 persone ed attribuita sbrigativamente dal governo di Ankara al regime di Assad pur in presenza di molteplici segnali che riconducevano proprio ai gruppi integralisti in guerra contro Damasco.


Le conclusioni del rapporto ONU, in ogni caso, nonostante implichino nelle violenze entrambe le parti in lotta e rivelino ancora una volta la vera faccia dell’opposizione anti-Assad, hanno spinto media e governi occidentali ad intensificare le accuse nei confronti del regime e a promuovere un maggiore impegno a favore dei “ribelli”, propagandando la consueta favola della necessità di armare al più presto le fazioni “moderate”, in modo da emarginare quelle radicali.

Come hanno messo in luce svariate inchieste giornalistiche nei mesi scorsi, tuttavia, il predominio delle formazioni estremiste in Siria è ormai pressoché assoluto ed esse finiranno perciò per beneficiare ulteriormente di un intensificarsi del flusso di armi che andrebbero peraltro ad aggiungersi a quelle già ricevute da oltre due anni tramite gli alleati degli USA nella regione mediorientale sotto la supervisione di Washington.

Per favorire questa evoluzione, i governi di Londra e Parigi questa settimana hanno tra l’altro annunciato di essere in possesso di risultati di laboratorio che dimostrerebbero l’uso di gas sarin in molteplici occasioni. Secondo il ministro degli Esteri francese, Laurent Fabius, “non ci sarebbero dubbi che i responsabili sono il regime e i suoi complici”. Mercoledì, poi, una dichiarazione simile è giunta dal “Foreign Office” britannico, anch’esso però incapace di produrre prove tangibili delle accuse rivolte contro Damasco.

Questa nuova offensiva dei principali paesi occidentali impegnati a manovrare per rimuovere Assad è stata lanciata tutt’altro che casualmente in concomitanza con lo sfondamento delle forze del regime, appoggiate da Hezbollah, nella località strategicamente fondamentale di Qusayr, poco lontano dal confine con il Libano.

Dopo settimane di scontri, mercoledì la televisione siriana ha infatti annunciato che l’esercito siriano ha ripreso il controllo totale della città, centro nevralgico per la fornitura di armi ai “ribelli”. In questi giorni, inoltre, alcuni media hanno citato testimonianze sul campo che indicano come l’esercito regolare e guerriglieri di Hezbollah stiano preparando un’imminente operazione militare ad Aleppo per riprendere la più grande città del paese, da mesi in mano all’opposizione armata.

I rovesci militari patiti da quest’ultima, al contrario di quanto generalmente sostenuto da governi e media occidentali, indicano in maniera evidente una clamorosa mancanza di seguito tra la popolazione siriana. Un’avversione, quella nutrita nei loro confronti anche dalla maggioranza sunnita, che si spiega facilmente scorrendo il già citato rapporto dell’ONU sulle atrocità commesse dai “ribelli” in oltre due anni di conflitto.

Di questa realtà ne sono perfettamente a conoscenza i governi che appoggiano incondizionatamente i “ribelli”, come dimostra un’indagine finita recentemente nelle mani dei vertici NATO e puntualmente trascurata dalla grande maggioranza dei media ufficiali. A fine maggio, cioè, la testata World Tribune aveva rivelato i risultati di una ricerca condotta da organizzazioni e attivisti sponsorizzati dall’Occidente, secondo la quale il presidente Assad godrebbe di un consenso tra la popolazione siriana ben superiore ai livelli che possono vantare, ad esempio, i governi di Washington, Londra o Parigi.


In particolare, circa il 70% dei siriani sosterrebbe il regime alauita, mentre il 20% si dichiara neutrale e un misero 10% è a favore dei “ribelli”. Questi dati smascherano clamorosamente la strategia degli Stati Uniti e dei loro alleati nei confronti della crisi siriana, sfruttata in maniera deliberata per avanzare i propri interessi, presentando come campioni della democrazia un insieme di formazioni integraliste e di dissidenti da tempo screditati con poco o nessun seguito nel paese.

Lo stesso presunto massacro a senso unico messo in atto dal regime contro una popolazione inerme appare infine ben lontano dalla realtà. A smentire questa versione sono stati i numeri forniti un paio di giorni fa all’agenzia di stampa americanaMcClatchy dall’Osservatorio per i Diritti Umani in Siria, un’organizzazione britannica che sostiene l’opposizione e che monitora gli eventi sul campo nel paese mediorientale.

Secondo questa indagine a pagare il prezzo più alto in termini di vite umane sono proprio i membri delle forze di sicurezza del regime, tra i quali si conterebbero finora quasi 25 mila morti. A questi vanno aggiunte poco più di 17 mila vittime tra gli appartenenti alle milizie filo-governative. I combattenti anti-Assad deceduti ammonterebbero invece a poco meno di 17 mila, mentre i civili morti nel conflitto a più di 35 mila, tra i quali l’Osservatorio non distingue però le numerosissime vittime delle operazioni condotte dai “ribelli”, compreso un lungo elenco di attentati di chiara matrice terroristica.

Le bugie di Obama sulla Siria

Le bugie di Obama sulla Siria


Tra il silenzio quasi assoluto dei principali media in Occidente, qualche giorno fa l’autorevole giornalista investigativo americano Seymour Hersh ha pubblicato una nuova esplosiva rivelazione basata su fonti di intelligence statunitensi che contribuisce ulteriormente a smontare le tesi ufficiali sul conflitto in Siria sostenute dai governi che sponsorizzano l’opposizione al regime di Bashar al-Assad.


Uscita sul sito web della London Review of Books, l’indagine di Hersh si apre con una sorta di seguito di quanto egli stesso aveva già portato all’attenzione del pubblico lo scorso dicembre, mettendo nuovamente in evidenza come l’amministrazione Obama avesse mentito deliberatamente nell’agosto del 2013 in relazione alle presunte prove sull’attacco con armi chimiche condotto nella località di Ghouta, nei pressi di Damasco.


Hersh, in particolare, rivela in questa occasione le incertezze e le divisioni all’interno del governo americano in merito alla possibilità di aggredire militarmente la Siria, giustificando l’operazione bellica proprio con il superamento della cosiddetta “linea rossa” imposta da Obama da parte del regime, accusato senza fondamento di avere fatto ricorso al sarin contro i “ribelli”.


I campioni prelevati a Ghouta dopo l’attacco del 21 agosto erano stati analizzati da un laboratorio delle forze armate britanniche a Porton Down, nel Wiltshire, e i risultati avevano dimostrato che la sostanza utilizzata non corrispondeva a quelle facenti parte dell’arsenale di Assad.


Questa conclusione, spiega Hersh, fu riferita allo Stato Maggiore USA e accentuò ulteriormente i dubbi del Pentagono sull’opportunità di una nuova azione militare in Medio Oriente dalle conseguenze imprevedibili. Le perplessità dei militari vennero così riferite al presidente Obama che, poco dopo, fu costretto ad una clamorosa marcia indietro.


D’altra parte, il Pentagono e l’intelligence a stelle e strisce sapevano da mesi che, al contrario di quanto sostenuto pubblicamente dall’amministrazione Obama, il regime di Damasco non era l’unico attore in Siria a disporre del Sarin. Alcuni gruppi armati dell’opposizione erano infatti riusciti ad ottenere una certa quantità di questa sostanza letale, verosimilmente con l’assistenza di paesi come Arabia Saudita o Turchia, ed erano intenzionati a mettere in atto un’azione spettacolare per poi assegnarne la responsabilità ad Assad e provocare la reazione della comunità internazionale.


Già a partire dalla primavera del 2013 vi erano stati attacchi con armi chimiche in varie località siriane e, secondo Hersh, almeno un episodio registrato nei pressi di Aleppo il 19 marzo era da attribuire ai “ribelli”, come avrebbero poi confermato le indagini sul campo condotte dalle Nazioni Unite. I risultati, tuttavia, “non sono stati resi pubblici, perché nessuno [tra i governi occidentali e i media ufficiali impegnati nell’attività di propaganda a favore dell’opposzione] voleva che si sapesse” la verità.



Basandosi quindi su rapporti di intelligence manipolati, sull’occultamento dei fatti e sull’esempio dell’invasione dell’Iraq un decennio prima, l’amministrazione Obama all’indomani dell’attacco di Ghouta a fine agosto ordinò al Pentagono di preparare un piano di guerra.


I vertici militari presentarono una lista di 35 obiettivi da colpire in Siria ma venne respinta dalla Casa Bianca perché insufficiente, visto che includeva soltanto installazioni militari e nessuna infrastruttura civile. Al contrario delle dichiarazioni pubbliche, nelle quali veniva prospettata un’operazione mirata, quello che il governo USA aveva in previsione era in realtà “un attacco gigantesco” che, su basi totalmente illegali, sarebbe risultato in una nuova criminale strage di civili per abbattere il regime di Assad.


Quando l’operazione sembrava sul punto di scattare, però, la versione sostenuta pubblicamente dalla Casa Bianca era ormai finita nel completo discredito e ciò, assieme alla profonda contrarietà alla guerra dell’opinione pubblica occidentale, contribuì in maniera decisiva a far sospendere i preparativi di guerra.


Ufficialmente, tuttavia, il presidente fu costretto a fornire un’altra spiegazione, così che alla fine venne deciso di chiedere al Congresso l’autorizzazione all’uso della forza. Le divisioni nei due rami del Parlamento americano e, soprattutto, l’ostilità della popolazione a una nuova avventura bellica, fecero opportunamente arenare i progetti di guerra di Obama, il quale avrebbe inoltre trovato soccorso nella proposta russa di negoziare la consegna dell’arsenale chimico di Assad.


Un ex alto funzionario del Dipartimento della Difesa USA ha rivelato che la Casa Bianca diede una diversa spiegazione al Pentagono per l’improvvisa marcia indietro sulla Siria, poiché se i bombardamenti americani fossero stati lanciati, “l’intero Medio Oriente sarebbe andato in fiamme”.


Le armi


Del tutto inediti sono invece altri due aspetti evidenziati dal lungo articolo di Seymour Hersh, il primo dei quali riguarda l’impegno statunitense per fornire armi ai “ribelli” anti-Assad. L’amministrazione democratica aveva cioè creato fin dall’inizio del 2012 una cosiddetta “rat line”, gestita dalla CIA, per trasferire armi dalla Libia all’opposizione siriana tramite la Turchia.


Al contrario di quanto affermato pubblicamente circa gli scrupoli nell’assistere solo i gruppi più moderati dell’opposizione, questo materiale è spesso finito nelle mani di formazioni integraliste, comprese quelle affiliate ad Al-Qaeda.



Questa operazione segreta era descritta in un allegato classificato del rapporto prodotto dalla commissione del Senato sui Servizi Segreti per fare chiarezza sui fatti che portarono all’assassinio a Bengasi dell’ambasciatore USA in Libia, Christopher Stevens, e di altri tre cittadini americani l’11 settembre del 2012.


Nell’allegato viene descritta l’attività della CIA in una struttura apposita che sorgeva non lontana dal consolato di Bengasi, da dove l’agenzia di intelligence conduceva le operazioni necessarie a rifornire i “ribelli” siriani con le armi appartenute a Gheddafi.


Le forniture erano scaturite da un accordo tra gli Stati Uniti e la Turchia, in base al quale il governo di Ankara, assieme alle monarchie assolute di Arabia Saudita e Qatar, si occupava dei finanziamenti e la CIA, in collaborazione con l’MI6 britannico, della logistica. Per evitare di mettere al corrente il Congresso dell’operazione, come avrebbe dovuto fare secondo la legge americana, la CIA si appellò a un cavillo, facendo passare la missione come un’iniziativa dei britannici a cui gli agenti americani fornivano la loro cooperazione.


Dopo l’assalto al consolato di Bengasi, in ogni caso, Washington terminò il coinvolgimento della CIA nel trasferimento di armi in Siria, anche se i rifornimenti non vennero interrotti. Poco più tardi, così, alcune decine di sistemi missilistici anti-aerei portabili (“manpads”) sarebbero stati identificati tra le dotazioni dei gruppi “ribelli”. A livello ufficiale però, gli Stati Uniti continuano tuttora a mostrarsi contrari, o quanto meno esitanti, a fornire queste armi, vista la concreta possibilità che esse possano finire in mano a formazioni jihadiste ed essere usate per abbattere velivoli commerciali.


La collaborazione tra Washington e Ankara conduce infine alla rivelazione più eclatante dell’indagine di Hersh in relazione al comportamento di un governo turco già profondamente scosso e infastidito dai rovesci patiti dai “ribelli” per mano delle forze del regime di Assad.


Dalla primavera del 2013, così, l’intelligence americana ha iniziato a raccogliere informazioni sulla collaborazione della polizia militare (“Jandarma”) e del servizio segreto turco (MIT) con il Fronte al-Nusra – l’organizzazione integralista sunnita attiva in Siria apertamente riconosciuta da Al-Qaeda – per sviluppare le capacità necessarie ad ottenere armi chimiche.


La Turchia, d’altra parte, ha investito tutto sul successo dell’opposizione anti-Assad in Siria e un eventuale successo del regime getterebbe ancor più nel panico il governo islamista di Ankara. Erdogan, perciò, prese la decisione di provocare un intervento militare americano per ribaltare gli equilibri del conflitto.


I vertici turchi provarono verosilimente a convincere Obama già nella primavera del 2013 che Assad aveva superato la “linea rossa” fissata dallo stesso presidente americano con alcuni attacchi condotti invece dai “ribelli” utilizzando armi chimiche. Washington, però, continuò a mostrare cautela, anche dopo l’incontro tra i due leader alla Casa Bianca nel mese di maggio.


Il resoconto di una cena tra Obama e Erdogan in occasione della trasferta americana di quest’ultimo fornisce un quadro sufficientemente dettagliato dell’impazienza e del nervosismo del leader turco per le sorti del conflitto in Siria. In quell’occasione, Erdogan era affiancato dal suo ministro degli Esteri, Ahmet Davutoglu, e dal numero uno dell’MIT, Hakan Fidan, primo responsabile dei rapporti con l’opposizione siriana.



La cena era stata dominata dai tentativi quasi disperati del primo ministro turco di dimostrare che la “linea rossa” circa l’uso di armi chimiche in Siria era stata oltrepassata. Secondo quanto riferito successivamente dall’allora consigliere per la sicurezza nazionale di Obama, Tom Donilon, Erdogan esprimeva in maniera molto accesa le sue tesi, puntando ripetutamente il dito contro il presidente americano.


Obama, da parte sua, impedì più volte al capo dei servizi segreti turchi di prendere la parola, per poi affrontare direttamente quest’ultimo, dicendogli che la sua amministrazione era a conoscenza di “ciò che state facendo con gli integralisti in Siria”. Il governo americano, dunque, non si lasciò convincere dai leader della Turchia, anche se Erdogan non uscì a mani vuote dal vertice di Washington, visto che ottenne il permesso di continuare a intrattenere relazioni commerciali con l’Iran sotto sanzioni, pagando le importazioni provenienti da Teheran in oro.


Il rifiuto americano scosse comunque seriamente il governo di Ankara, visto che “senza il supporto militare degli Stati Uniti ai ribelli, il sogno di Erdogan di instaurare un regime amico in Siria stava svanendo”. Inoltre, come racconta un anonimo ex agente dell’intelligence USA, “se la Siria vince la guerra, [Erdogan] sa che i ribelli gli si rivolteranno contro”, così che si ritroverà con “migliaia di fondamentalisti nel suo giardino”.


In questo scenario si inserisce la descrizione di un briefing segreto preparato dall’intelligence americana per il capo di Stato Maggiore americano, generale Martin Dempsey, e il Segretario alla Difesa, Chuck Hagel, circolato qualche settimana prima dell’attacco del 21 agosto 2013 a Ghouta. Il documento parlava della “forte ansia” del governo Erdogan viste le prospettive di un conflitto in Siria sempre più favorevole al regime.


L’analisi metteva anche in guardia dal fatto che la leadership turca aveva espresso “la necessità di fare qualcosa per provocare una risposta militare degli Stati Uniti”. Così, nell’autunno successivo, quando i servizi segreti USA ebbero tutti i pezzi del mosaico per confermare che il regime di Assad non era responsabile dell’attacco con il sarin, i sospetti si spostarono inevitabilmente sui turchi.


In maniera inequivocabile, la fonte di intelligence di Hersh afferma che intercettazioni e altre informazioni raccolte sui fatti del 21 agosto hanno confermato i sospetti su Ankara, così che gli USA hanno potuto confermare che l’attacco “fu un’azione sotto copertura, pianificata dalla cerchia di Erdogan per convincere Obama che la linea rossa era stata oltrepassata”.


I turchi, prosegue l’ex agente segreto americano, “dovevano provocare un’escalation con un attacco con gas chimici a Damasco o nelle vicinanze quando gli ispettori delle Nazioni Unite erano in territorio siriano”. Infatti, questi ultimi erano giunti nel paese mediorientale il 18 agosto per indagare su precedenti episodi nei quali erano state usate armi chimiche.


Ancora, l’intelligence militare degli Stati Uniti e altre agenzie “confermarono che il sarin era giunto [ai ribelli] grazie alla Turchia”. I servizi segreti e i militari turchi, inoltre, si erano occupati anche “dell’addestramento per produrre il sarin e delle modalità per maneggiarlo”.


A queste conclusioni, gli USA sarebbero giunti principalmente tramite intercettazioni di conversazioni telefoniche dopo il 21 agosto. Se andato a buon fine, il piano di Erdogan avrebbe potuto risolvere i problemi della Turchia in Siria: “una volta usato il gas, Obama avrebbe affermato che la linea rossa era stata superata e gli Stati Uniti avrebbero attaccato la Siria”.


La mancanza di scrupoli del governo turco nel provocare una guerra rovinosa su premesse simili è stata confermata anche dalla recente apparizione su YouTube di un filmato nel quale Erdogan e i suoi uomini discutono di un’operazione creata ad arte sempre per provocare un intervento militare contro la Siria.



In questo caso, allo studio c’era un attacco condotto dalla stessa Turchia contro la tomba in Siria di Suleyman Shah, il nonno del fondatore dell’impero Ottomano, Osman I, il cui controllo era stato assegnato ad Ankara nel 1921 durante il periodo coloniale francese. La provocazione, come descritto nel filmato dal capo dei servizi segreti turchi, prevedeva l’invio di alcuni propri soldati oltre il confine meridionale, i quali avrebbero dovuto lanciare “otto missili” nei pressi della tomba e il pretesto per una guerra sarebbe stato facilmente creato.


L’indagine di Seymour Hersh mette a nudo ancora una volta le vere ragioni del coinvolgimento degli Stati Uniti e dei loro alleati mediorientali in Siria, nonché le manovre segrete che vengono condotte da governi che hanno ben poco interesse per la sorte e le aspirazioni democratiche della popolazione di questo paese.


Stati Uniti e Turchia continuano infatti ad operare senza alcun rispetto per il diritto internazionale e sono pronti ad appoggiare organizzazioni terroristiche per rovesciare un regime che rappresenta un intralcio ai loro interessi strategici in Asia sud-occidentale.


L’ennesima rivelazione del veterano giornalista americano evidenzia anche come i media “mainstream” occidentali siano poco più che organi di propaganda dei rispettivi governi, dal momento che essi sono stati praticamente unanimi nel condannare Bashar al-Assad per gli attacchi con armi chimiche registrati nel 2013 nonostante le perplessità da subito emerse e riportate spesso in maniera convincente dalla stampa alternativa.


Non a caso, d’altra parte, come l’indagine dello scorso dicembre, anche il più recente lavoro di Hersh non solo non è stato pubblicato da nessuno dei principali giornali americani, ma questi ultimi, così come quelli europei, hanno ritenuto in gran parte di ignorare il nuovo atto d’accusa contro la condotta criminale del governo americano e dei suoi più stretti alleati.

Siria, Obama entra in guerra

Siria, Obama entra in guerra


Il 13 giugno scorso, la Casa Bianca ha dato l’annuncio ufficiale del proprio cambio di marcia in relazione al coinvolgimento nel conflitto in corso in Siria, rendendo nota la decisione di fornire armi direttamente ai “ribelli” in lotta contro il regime di Bashar al-Assad. Come giustificazione, l’amministrazione Obama ha indicato il possesso di presunte prove dell’uso di armi chimiche da parte delle forze armate di Damasco, prove che però non sembrano più consistenti di quelle sulle armi di distruzioni di massa impiegate un decennio fa dall’amministrazione Bush per invadere illegalmente l’Iraq di Saddam Hussein.

Il sospetto ampiamente diffuso che gli Stati Uniti, assieme a Francia e Gran Bretagna, abbiano ancora una volta gettato con l’inganno le basi per una rovinosa guerra in Medio Oriente è stato confermato nei giorni scorsi anche dai pareri di una serie di esperti indipendenti e delle stesse Nazioni Unite.

Un’indagine di qualche giorno fa del Washington Post, ad esempio, ha ricordato che i campioni di sangue, tessuti biologici e ambientali raccolti in Siria dagli USA, dalla Francia e dalla Gran Bretagna sono stati di “utilità limitata” per gli ispettori ONU incaricati di determinare i responsabili dell’uso di armi chimiche in Siria. La natura degli stessi campioni ottenuti tramite i “ribelli” e la segretezza delle modalità di raccolta hanno poi contribuito a rendere ancora più dubbie le accuse rivolte contro Assad.

Anche se in Siria è stato segnalato finora un numero esiguo di operazioni condotte con armi chimiche e i decessi per questo motivo sarebbero relativamente limitati, la questione della responsabilità è di fondamentale importanza. Infatti, nel tentativo di stabilire un pretesto per giustificare un maggiore coinvolgimento nel paese a fianco dell’opposizione, il presidente Obama la scorsa estate aveva minacciato il regime di Damasco a non oltrepassare la “linea rossa” dell’uso di armi chimiche per non incorrere nella reazione americana.

In concomitanza con lo svanire delle prospettive di vittoria sul campo dei “ribelli”, a partire dai primi mesi del 2013 i governi occidentali hanno così iniziato ad agitare lo spettro delle armi chimiche fino alla definitiva presa di posizione di Washington un paio di settimane fa che potrebbe a breve imprimere una svolta alle sorti del sanguinoso conflitto.

In seguito alle accuse di USA, Francia e Gran Bretagna, le Nazioni Unite avevano incaricato una speciale commissione di indagare sull’impiego di armi chimiche in Siria ma le ricerche non avevano portato a conclusioni definitive. Anzi, un membro della commissione stessa, l’ex giudice del Tribunale Penale Internazionale, Carla Del Ponte, aveva lasciato intendere che a utilizzare armi chimiche in maniera limitata erano stati probabilmente i “ribelli” e non le forze del regime.


Il sospetto espresso da Carla Del Ponte che le formazioni, in gran parte integraliste, che si battono contro Assad si siano impossessate di armi chimiche negli arsenali del regime, oppure le abbiano ricevute da altri paesi come la Libia, per poi utilizzarle in maniera limitata, così da scatenare una campagna internazionale contro Assad, è condiviso ormai anche da esperti autorevoli.

In un’intervista al Washington Post, lo scienziato e diplomatico svedese Rolf Ekéus, già a capo degli ispettori ONU in Iraq negli anni Novanta, ha affermato che, “se i gruppi di opposizione sentono affermare dalla Casa Bianca che l’uso di gas nervino è da considerarsi una linea rossa, è evidente che essi hanno tutto l’interesse nel dimostrare che qualche tipo di arma chimica è stata impiegata”.

L’opinione di Ekéus appare di primaria importanza vista la sua esperienza con i metodi manipolativi dei governi americani. Secondo quanto riportato dalla stampa britannica negli anni Novanta, infatti, il diplomatico svedese subì pesanti pressioni da parte del presidente Clinton per impedire la certificazione di paese privo di armi di distruzioni di massa dell’Iraq di Saddam Hussein, nonostante le indagini degli ispettori non avessero riscontrato alcuna presenza di questi ordigni.

Nel caso della Siria, inoltre, l’inesistenza di prove della responsabilità di Assad è confermata dal fatto che gli Stati Uniti e i loro alleati continuano a sostenere di non essere intenzionati a rendere note nemmeno agli ispettori ONU le modalità con cui i campioni biologici sono stati ottenuti sul campo. La ragione ufficiale della segretezza sarebbe la necessità di non compromettere operazioni di intelligence sotto copertura ancora in corso.

Lo stesso segretario generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-moon, dopo le dichiarazioni della Casa Bianca del 13 giugno scorso aveva rilasciato un prudente comunicato ufficiale nel quale sosteneva che “la validità delle informazioni diffuse non può essere garantita in assenza di prove convincenti sulla catena di persone o enti che hanno avuto in custodia i campioni”. “Per questa ragione”, proseguiva il segretario generale, continuava ad esserci “la necessità di un’indagine sul campo in Siria”, affinché anche gli ispettori dell’ONU “possano raccogliere i loro campioni”.

Sia i governi occidentali che il regime di Assad chiedono da mesi un’indagine in Siria da parte delle Nazioni Unite ma Damasco ha finora impedito l’accesso agli ispettori a causa del mancato accordo sul loro mandato, visto che per gli USA e i loro alleati essi dovrebbero avere accesso illimitato nel paese e non soltanto ai luoghi dove è stato segnalato l’uso di armi chimiche.

Senza un punto di incontro su questo aspetto, le presunte prove raccolte finora si sono basate su interviste con medici e vittime di agenti chimici in paesi come Turchia, Libano o Giordania, mentre i campioni ottenuti da Washington, Parigi e Londra, come già ricordato, sono stati raccolti dai gruppi “ribelli” che hanno tutto l’interesse a vedere Assad sul banco degli imputati.

Un altro contributo all’insegna dell’estremo scetticismo sulle responsabilità dell’uso di armi chimiche in Siria è stato infine quello di Jean Pascal Zanders, esperto nel settore e fino al mese scorso membro dell’Istituto per gli Studi sulla Sicurezza dell’Unione Europea (EUISS). Il ricercatore belga, come ha riportato ancora il Washington Post, negli ultimi mesi ha infatti esaminato attentamente una serie di immagini, filmati e notizie reperite su internet in relazione agli attacchi con armi chimiche segnalati in Siria.


Secondo Zanders, il quale condusse un’indagine sui massacri condotti dal governo iracheno contro la minoranza curda a fine anni Ottanta, il materiale esaminato non mostra sulle vittime i tradizionali sintomi dell’uso di armi chimiche. Questo ricercatore conclude affermando che allo stato attuale delle informazioni presentate “è dunque impossibile raggiungere una conclusione definitiva” e che l’intero processo in corso appare di natura esclusivamente “politica”.

Dopo l’ennesimo tentativo di manipolare la realtà dei fatti per scatenare un’altra guerra imperialista in Medio Oriente, così, gli Stati Uniti e gli altri cosiddetti “Amici della Siria” si sono riuniti sabato in Qatar per dare il via libera a nuove massicce forniture di armi letali ai gruppi “ribelli” anti-Assad.

I destinatari degli equipaggiamenti militari saranno in primo luogo formazioni estremiste profondamente impopolari tra la popolazione siriana e già protagoniste di numerose operazioni di chiaro stampo terroristico in oltre due anni di conflitto. La pretesa occidentale di rafforzare i gruppi moderati e secolari continua d’altra parte ad essere smentita non solo dai fatti sul campo ma anche da una lunga serie di indagini giornalistiche, condotte anche da testate non esattamente allineate al regime di Damasco.

Tra le più recenti va segnalata almeno quella della scorsa settimana di due inviati della Reuters in Siria, dove hanno documentato il progressivo e inesorabile prevalere delle milizie jihadiste nella lotta per rovesciare Assad. I due gruppi più influenti che finiranno in qualche modo per beneficiare delle spedizioni di armi decise questo mese dal governo americano sono attualmente Ahrar al-Sham e l’ormai famigerato Fronte al-Nusra, apertamente affiliato ad Al-Qaeda e responsabile, tra l’alto, di una lunga serie di attentati suicidi che hanno causato centinaia di vittime civili.

Radicali italiani: “Saddam Hussein pronto all’esilio, Bush e Blair potevano evitare la guerra”

Radicali italiani: “Saddam Hussein pronto all’esilio, Bush e Blair potevano evitare la guerra”


La verità su ciò che accadde nel febbraio del 2003, quando sembrava che la guerra in Iraq potesse essere scongiurata con l’esilio di Saddam Hussein. E’ la richiesta fatta oggi dai radicali durante un presidio davanti all’ambasciata inglese a Roma e davanti agli studi della Rai di Milano, prima dell’inizio della trasmissione di Fabio Fazio “Che tempo che fa”, con ospite i l’ex primo ministro inglese Tony Blair. Secondo i Radicali Saddam aveva accettato l’ipotesi dell’esilio, ma Bush e Blair preferirono lo stesso scatenare la guerra, affinché in Iraq non scoppiasse la pace e la libertà. Ma la loro denuncia va oltre. Nel completo silenzio di tutta l’informazione italiana anche il governo impedì il progetto dei Radicali per l’esilio di Saddam Hussein, andando contro la risoluzione del Parlamento, proposta sempre dai Radicali e votata con una larghissima maggioranza, che impegnava lo stesso Governo a sostenere presso tutti gli organismi internazionali e principalmente presso in Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, l’ipotesi di esilio del dittatore iracheno. Per questa ragione Marco Pannella chiede anche l’istituzione di una commissione d’inchiesta che accerti la verità su quegli eventi, per aiutare Governo e Parlamento italiani, la giurisdizione internazionale a dare il loro contributo affinché tutti i cittadini possano conoscere l’effettivo svolgimento dei fatti.

Dal sito www.radicalparty.org Nel gennaio 2003 il Partito Radicale Nonviolento Transnazionale e Transpartito tentò di convincere l’opinione pubblica italiana, europea e mondiale che in Iraq e per l’Iraq, cosi come per l’insieme del Medio Oriente ed del mondo intero, la vera e duratura alternativa, non fosse “la guerra o la pace”, ma “la guerra o la libertà, il diritto, la democrazia e la pace”. Si rivolse quindi alla Comunità internazionale, alle Nazioni Unite, al Parlamento italiano in primo luogo, perché facessero proprie, immediatamente, le affermazioni secondo cui l’esilio del dittatore Saddam Hussein avrebbe cancellato, per gli Stati Uniti stessi, la necessità della guerra, costituendo il punto di partenza per una soluzione politica della questione irachena. Altro obiettivo del progetto radicale consisteva nel far succedere ai decenni del regime un’Amministrazione fiduciaria internazionale (un governo democratico), affidando ad un uomo di stato di altissimo livello il compito di predisporre, entro un termine di due anni, le condizioni per un pieno esercizio dei diritti e delle libertà per l’insieme degli iracheni, donne ed uomini, come sancito dalla Carta dei Diritti fondamentali delle Nazioni Unite.In un mese l’appello fu sottoscritto da 27.344 cittadini di 171 nazioni, da 46 membri del Parlamento Europeo e in Italia da 501 parlamentari corrispondenti al 53,5% delle Camere. Il 19 febbraio il Parlamento italiano con l’adesione del Governo votò la proposta Radicale (345 sì, 38 no, 52 astenuti) che impegnava il Governo «a sostenere presso tutti gli organismi internazionali e principalmente presso il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, l’ipotesi di un esilio del dittatore iracheno e sulla baso dei poteri conferitigli dalla Carta dell’ONU della costituzione di un Governo provvisorio controllato che ripristini a breve il pieno esercizio dei diritti e delle libertà fondamentali di tutti gli iracheni». Nel dibattito Berlusconi afferma che il Governo italiano “sta operando per questa soluzione nell’ambito di riservatezza che è d’obbligo e tiene costantemente informato il governo americano e il Presidente del Consiglio dell’Ue dei progressi che si vanno registrando”. D’intesa con Bush, Berlusconi nello spazio di pochi giorni ottiene da Gheddafi l’informazione che Saddam è ormai deciso a passare alla fase di attuazione delle dimissioni e dell’esilio. Già l’8 febbraio il Presidente del Consiglio italiano Berlusconi aveva inviato un importante, lungo e complesso memorandum a Gheddafi, nel quale si configuravano i possibili scenari di intesa con Saddam volti ed atti a realizzare l’abbandono del potere e il trasferimento in esilio con il massimo possibile di sicurezza e di garanzia non solo per il dittatore ma anche per il suo possibile seguito, in misure da definirsi. Dopo pochi giorni Berlusconi può informare Bush che la risposta di Gheddafi è positiva. Dal colloquio del 22 febbraio in Texas tra Bush e Aznar, con in collegamento telefonico Blair e Berlusconi del 22 febbraio a Crawford, colloquio desecretato per il governo spagnolo dall’ambasciatore Javier Rupérez, emerge da una parte l’evidente tentativo del Presidente Aznar di auspicare dal Presidente Bush ulteriore prudenza. Bush, a questo punto gli comunica di aver ricevuto da Berlusconi la risposta positiva di Gheddafi sull’ accettazione dell’esilio da parte di Saddam. Egli imputa a Saddam di esigere “un miliardo di dollari” e, testuale: “e tutte le informazioni che desidera sulle armi di distruzione di massa”, affermazione assolutamente senza senso. Queste affermazioni mai smentite rendono nettamete chiare le posizioni in campo. Saddam non è irremovibile, Saddam se ne vuole andare.Per qualche giorno Bush sa che ci sono fondate certezze che l’alternativa alla guerra è praticabile. Sa che il 1 marzo ci sarà il Vertice della Lega araba nella quale Gheddafi e gli altri protagonisti della trattativa potrebbero chiedere ad un Saddam che non aspetta altro, di dimettersi. Bush sa che può contare sul consenso di tutti i suoi più stretti alleati per ritardare l’inizio della guerra. Ma Bush vuole la guerra che lui già a fine gennaio aveva stabilito dovesse cominciare il 10 marzo al di là dei riscontri degli ispettori ONU.In straordinaria, ed apparentemente casuale concomitanza, la Campagna Radicale continua. Il 23 febbraio Pannella infatti, a 24 ore dall’incontro di Crawford, mette in guardia il governo italiano, l’Ue e Blair dal “far fiducia” come mediatore a Gheddafi e su questo i riscontri sono conclusivi. Secondo la testimonianza di Mubarak il 1 marzo Gheddafi riesce in modo assolutamente singolare e talentuoso a impedire che la Lega Araba si riunisca. In questa riunione il Presidente degli Emirati Arabi Uniti Zayed al-Nahyan era pronto ad annunciare che, dopo quattro incontri personali dei suoi rappresentanti con Saddam, il dittatore iracheno, per comunicare ufficialmente la sua decisione di accettare pienamente l’esilio, poneva come unica condizione che la proposta e l’invito gli fossero giunti ufficialmente da quella riunione della Lega Araba e “non dagli americani”. Il 6 marzo fonti ufficiali arabe riferiscono che “i Ministri degli Esteri di Egitto, Libano, Tunisia, Siria e della Lega Araba annunciano una missione a Baghdad per chiedere a Saddam di lasciare il paese ed evitare cosi la guerra”. Contemporaneamente, intervenendo all’Assemblea generale all’Onu, l’ambasciatore rappresentante pakistano Munir Akram afferma che Saddam condiziona il passaggio alle dimissioni ed all’esilio alla garanzia per la sua immunità da ogni successiva accusa per crimini di guerra. Proprio “immunità e non impunità”, era la quasi ossessiva ripetizione di Pannella nel corso della campagna.E’ solo in questo momento che si permette a Marco Pannella di accedere e parlare della proposta di esilio a Saddam in una trasmissione di prima serata sulle reti nazionali italiane. Il 18 marzo, Bush dà a Saddam un ultimatum: ha quarantotto ore per lasciare il paese con i suoi ed evitare la guerra. Cioè ingiunge a Saddam di organizzare una fuga che non ha nessuna possibilità oggettiva di salvargli la vita. Nello stesso giorno si consente di informare l’opinione pubblica americana e mondiale di un sondaggio del 25 gennaio: la maggioranza degli americani (62%) afferma di essere d’accordo con il consentire che Saddam viva in esilio per il resto dei suoi giorni e possa evitare persecuzioni per qualsiasi azione intrapresa quale leader dell’Iraq, a patto che accetti di abbandonare il potere in maniera pacifica e che la guerra sia evitata. Per l’intera notte di venerdì 21 marzo da Radio Radicale Pannella implorava, scongiurava, di inviare “anche nel week-end” con estrema urgenza l’ambasciatore italiano da Mubarak. La domenica seguente arrivava la notizia che l’ambasciatore britannico, latore di importante messaggio, aveva chiesto ed ottenuto un incontro con il Presidente Mubarak. Ma niente da fare era troppo tardi. Il Governo italiano forte anche della maggioranza parlamentare aveva il dovere di investire l’intera comunità internazionale al fine di arrivare ad una proposta di esilio largamente condivisa. Sceglie invece di non coinvolgere neppure le istituzioni comunitarie e in particolare i due CAGRE (Il Consiglio Affari Generali e Relazioni Esterne) tenutisi il 24/02/2003 e il 18/03/2003, successivamente quindi al voto del Parlamento, in cui il rappresentate italiano non fa menzione della proposta.

La Jugoslavia e il Bilderberg

La Jugoslavia e il Bilderberg

Non è un caso che la Jugoslavia fosse il secondo cliente più grande, dopo l’Iraq, della Banca Nazionale del Lavoro (BNL). Entrambi i Paesi avevano chiamato la loro moneta dinaro ed entrambe, dopo aver rifiutato la follia globale della “privatizzazione”, videro quelle valute fortemente svalutate. La Jugoslavia, come l’Iraq, ha una lunga storia di sfida alle interferenze esterne nei propri affari. La sua economia, come l’Iraq, inclinava verso il socialismo fin da quando il maresciallo Tito cacciò i nazisti ustasha durante la seconda guerra mondiale. Inoltre, la Jugoslavia è diventata un leader mondiale nel Movimento dei Non Allineati (NAM), un folto gruppo di nazioni tradizionalmente guidata dall’India che scelse di non allinearsi né con gli Stati Uniti, né con l’Unione Sovietica durante la Guerra Fredda. I banchieri internazionali disprezzano il NAM, perché i suoi membri tendono ad essere dei nazionalisti di centro-sinistra che custodiscono le proprie risorse contro Big Oil ed altre multinazionali. Il NAM è stato una spina nel fianco della banda CFR/Bilderberg che vedeva nelle lotte rivoluzionarie del Terzo Mondo contro la loro egemonia finanziaria, una minaccia comunista filo-sovietica. Poterono quindi riprodurre la carta della “Minaccia Rossa” per giustificare le loro guerre sanguinose di spopolamento.

Economic Warfare 101
La Jugoslavia era l’unica nazione dell’Europa orientale che non è mai stata un membro del Patto di Varsavia. Il Paese succedette all’India come presidente del NAM ed è diventato un rispettato leader del G-77, il gruppo delle nazioni in via di sviluppo che ha cercato di spostare i proventi del petrolio dell’OPEC dalle banche internazionali allo sviluppo del Terzo Mondo. La Jugoslavia era un importante fornitore di macchinari poco costosi per le fabbriche del Terzo Mondo e di aziende agricole di proprietà contadine. Dove una volta questi Paesi erano costretti ad acquistare costose attrezzature dall’occidente, utilizzando sempre più valuta forte e affondando sempre più nel debito, ora si volgevano verso la Jugoslavia della nuova industrializzazione, che spesso era disposta a scambiare macchine con materie prime.
Le multinazionali occidentali erano fumanti. Ciò che veramente le irritava era che, come l’Iraq, la Jugoslavia aveva creato una economia socialista di grande successo, indipendente dall’iniquo sistema finanziario internazionale. Altri Paesi del Terzo Mondo presero atto dell’esempio jugoslavo, nonostante la propaganda degli Illuminati secondo cui “il socialismo era morto“. Come il Presidente jugoslavo Slobodan Milosevic, che è stato demonizzato dalla banda della globalizzazione, ha sottolineato, “…il governo socialista resta sotto la minaccia dell’Europa controllata dal capitalismo“, fornendo “la prova vivente che la storia non è finita, che un altro sistema economico è possibile“.
Le risorse naturali della Jugoslavia sono molto vaste. I Quattro Cavalieri scoprirono notevoli giacimenti di petrolio al largo delle coste sul Mare Adriatico. Alcuni addetti del settore ritengono che i giacimenti di petrolio potrebbero eguagliare quelli sotto le dune di sabbia dell’Arabia Saudita. La Jugoslavia controlla diciassette miliardi di tonnellate di carbone e una vasta ricchezza mineraria, tra cui l’enorme complesso minerario di Stari Trg, la prima struttura che ilReichstag nazista di Hitler sequestrò quando invase la Jugoslavia nel 1941. Hitler estraeva piombo a Stari Trg per la rifornire le batterie dei suoi U-Boat. Ma Stari Trg contiene anche oro, argento, cadmio, zinco e platino per almeno 5 miliardi di dollari. Il territorio jugoslavo appare in qualsiasi percorso di oleodotto che colleghi via terra i giacimenti petroliferi dei Quattro Cavalieri del Mar Caspio all’Europa continentale. Si trova anche a cavallo della rotta principale che collega l’Europa all’Asia centrale, mentre lo strategico fiume Danubio scorre attraverso il centro della nazione. Agli occhi dell’oligarchia internazionale, il frutto maturo jugoslavo doveva essere raccolto. Entrarono in scena la BNL e la Kissinger Associates.
Lawrence Eagleburger è stato ambasciatore statunitense in Jugoslavia nel 1977-1981 e più tardi presidente dellaKissinger Associates. Durante quest’ultimo incarico, è stato direttore presso la Banca LBS, una controllata dellaLjubljanska Banka, la seconda banca della Jugoslavia. Mentre era alla LBS, Eagleburger è stato anche responsabile del rapporto della cliente BNL con la Kissinger Associates. Nel 1989, una relazione della Federal Reserve rilevava che il 20-25% delle attività della Banca LBS proveniva dalla BNL, tra cui milioni in prestiti della BNL all’Iraq; prestiti che la LBS comodamente riacquistò poco prima che Saddam ne divenisse inadempiente. La LBS riacquistò i fradici prestiti della BNL del gigante granario Cargill e finanziò un cantiere navale jugoslavo che costruiva le petroliere per laMobil. Eagleburger forniva gratifiche aziendali ai suoi amici, mentre la LBS continuava una dieta di crediti inesigibili. Eagleburger fece anche parte del consiglio della Global Motor, che fabbricava l’automobile Yugo. La Yugo era un simbolo dell’orgoglio nazionale in Jugoslavia, rappresentando un grande passo in avanti per il Paese, che si vedeva nel novero dei Paesi industrializzati. La Global Motor era una filiale della Zavodi Crevna Zastava, la spina dorsale dell’industria degli armamenti jugoslava.
Nel 1988, dopo aver opportunamente fatto uscire Eagleburger, la LBS venne accusata di riciclaggio di denaro. Le autorità jugoslave scoprirono che Eagleburger aveva eluso i libri della LBS, e la sua capofiliale Ljublijanska Bankavenne poi coinvolta in uno scandalo su false cambiali. Lo scandalo scosse il sistema bancario jugoslavo. La Global Motor fallì nel 1989. Il dinaro crollò, portando a diversi fallimenti e a un diffuso panico finanziario. Nel 2000, funzionari dei servizi segreti jugoslavi dichiararono di avere le prove che la CIA avevano diffuso dinari contraffatti nell’ambito del suo piano per destabilizzare l’economia della nazione. La nave jugoslava, sabotata, stava affondando ed i suoi sabotatori del Bilderberger stavano afferrando le ultime scialuppe di salvataggio.
L’occidente si affrettò a dare la colpa dei problemi economici della Jugoslavia ai mali del socialismo, mentre la CIA iniziò a istigare le divisioni etniche nel Paese. Le potenze mondiali volevano distruggere la Jugoslavia socialista, spezzandola in piccoli feudi modellati sugli emirati fantoccio del GCC. Gli Stati Uniti organizzarono il patto di stabilità dei Balcani, che pretendeva un mercato regionale libero, mentre separatisti croati e musulmani, appoggiati dalla CIA, avviarono la rivolta armata. Per 45 anni gli Stati Uniti hanno giocato la carta etnica nei Balcani, una regione tradizionalmente colonizzata dalle potenze occidentali. Durante la seconda guerra mondiale oltre un milione di persone morì nei Balcani, la maggior parte per mano dei paramilitari di destra armati dai nazisti, come gli ustasha croati. Le loro vittime erano in gran parte serbi, ebrei e comunisti. Ora gli Stati Uniti, a scopo di propaganda, gettarono le loro risorse per scatenare lo scontro etnico.
I media statunitensi scelsero i vincitori schierandosi con i ricchi croati e musulmani, mentre demonizzavano la classe operaia serba, in generale socialista. Gli Stati Uniti giustificarono il loro sostegno ai separatisti musulmani e croati accusando l’esercito jugoslavo di pulizia etnica. Anche se vi erano molti musulmani e croati nell’esercito jugoslavo, la macchina propagandistica degli Stati Uniti lo denigrò insieme al popolo serbo. Un articolo di Newsweek del 17 agosto 1992, finalmente ammise che, “La maggior parte delle storie dell’orrore (attribuite ai serbi) sono impossibili da confermare.” Anche il burattino degli Stati Uniti, il Tribunale penale internazionale dell’Aja, accusò dirigenti croati e musulmani di genocidio tanto quanto fece con i serbi. Il movimento anti-guerra degli Stati Uniti, che si era già addormentato durante il fiasco della Somalia, spappagallava la propaganda del dipartimento di Stato. Nessuna guerra nella Storia è stata così teleguidata da media aziendali schiumanti, isterici e completamente ciechi di quanto non fu la guerra che veniva condotta contro il popolo della Jugoslavia.
John Swainton, caporedattore del New York Times dal 1860-1870, spiegò meglio di chiunque altro perché, quando dichiarò di ritirarsi, “Non esiste una cosa come la libertà di stampa. Lo sapete voi e lo so io. Non c’è uno di voi che oserebbe scrivere le proprie vere opinioni. Il ruolo del giornalismo è distruggere la verità, mentire apertamente, pervertire, prostrarsi ai piedi di mammona… Siamo strumenti e vassalli degli uomini dietro le quinte. Siamo burattini: tirando le corde balliamo, i nostri talenti, le nostre possibilità e le nostre vite sono di proprietà di questi uomini. Siamo prostitute intellettuali“.

Untermenschen
I media statunitensi imboccati dalla CIA, non esaminarono mai una volta i paralleli storici vergognosi della loro demonizzazione del popolo serbo. Quasi mezzo secolo prima, Adolf Hitler usò esattamente la stessa tattica per giustificare il genocidio dei serbi. Nel 1941 i nazisti di Hitler invasero la Jugoslavia. Definendo untermenschen i serbi, “meno che umani”. Nel frattempo le famiglie aristocratiche della Jugoslavia, in gran parte musulmani che avevano il potere durante il regno dell’Impero ottomano, si unirono con la grande borghesia croata, per formare gli ustasha pro-Hitler, che commisero orribili atti di genocidio contro la maggioranza della classe lavoratrice serba. I serbi sono in gran parte ortodossi, mentre i 4,7 milioni di croati della la Jugoslavia sono per lo più cattolici. Il Vaticano è stato accusato da gruppi di ebrei vittime dell’Olocausto “di aver raccolto l’oro che gli ustasha saccheggiarono dagli ebrei e dai serbi durante la loro campagna di terrore“. Papa Pio XII, non parlò mai una volta contro i nazisti. [1] Quando Hitler invase l’Austria, i vescovi cattolici dissero alle loro congregazioni di sostenere i nazisti. Svastiche sventolarono sulla cattedrale di Vienna. Rudolf Hess fu l’ufficiale delle SS al centro della segreta alleanza nazisti-Vaticano-USA durante la seconda guerra mondiale.
L’azienda nazista IG Farben, che creò il gas velenoso Zyklon B utilizzato per il genocidio di Auschwitz, dove i prigionieri venivano usati come schiavi, si è trasformato nella Sterling Drug, Hoechst e Bayer. Nel 1998 Papa Giovanni Paolo II confermò la posizione del papato quando beatificò il cardinale croato Alojzije Stepinac, arcivescovo di Zagabria durante la seconda guerra mondiale. Quando la Germania invase la Jugoslavia, nel 1941, Stepinac abbracciò il governo filonazista di Ante Pavelic come la “mano di Dio all’opera“. Papa Pio XII ne fu apparentemente colpito, promuovendo Stepinac cardinale. Il Maresciallo Tito, il grande nazionalista che durante la seconda guerra mondiale unì il popolo jugoslavo contro gli invasori nazisti, non era così innamorato di Stepinac. Tito gettò in cella l’arcivescovo per la sua collaborazione con i nazisti e gli ustasha. Il presidente Franjo Tudjman, che avrebbe governato la Croazia fino alla sua morte nel 2000, adorava il cardinale Stepinac. [2]
Anche le banche internazionali sostennero i nazisti. Max e Paul Warburg sedettero nel consiglio di amministrazione della IG Farben, come fece HA Metz, direttore della Banca Warburg di Manhattan, e poi della Chase Manhattan. Direttore della Bank of Manhattan e membro del consiglio della Federal Reserve, CE Mitchell sedeva nel consiglio di amministrazione della filiale statunitense della IG Farben. Nel 1936 Avery Rockefeller impostò una holding con la famiglia tedesca Schroeder, i banchieri personali di Hitler. La rivista Time definì la nuova Schroeder, Rockfeller & Company “il booster economico dell’Asse Roma-Berlino“. La Morgan Guaranty Trust e la Union Banking Corporation(UBC) finanziarono i nazisti. Un membro del consiglio della UBC fu Prescott Bush, nonno del presidente George Bush Jr. [3]
Altre società statunitensi si allearono con i nazisti. La Farben unì le forze con la ITT, e insieme a GM, Exxon, Ford e GE inviò fondi e armamenti alle SS di Himmler. Sosthenes Behn della ITT era un direttore della National City Bank, oggi Citigroup. La ITT fornì ai nazisti apparecchiature radar, dispositivi di segnalazione dei raid aerei, spolette per l’artiglieria e tutti gli elementi usati per le bombe-razzo che poi devastarono Londra. I veicoli blindati dei nazisti furono prodotti dalla Ford e dalla controllata GM, Opel. Henry Ford fu un grande ammiratore di Hitler, che a sua volta teneva in grande considerazione Ford dopo la pubblicazione nel 1920 del suo trattato ‘L’Ebreo internazionale’. Il Mein Kampfdi Hitler riportava intere pagine del libro di Ford. Nel 1938 Ford ricevette la più alta onorificenza nazista per un non-tedesco, la Gran Croce dell’Ordine Supremo dell’Aquila tedesca. [4]
Nel 1932 i leader dei colossi industriali tedeschi Krupp, Siemens, Thyssen e Bosch firmarono una petizione chiedendo al feldmaresciallo Paul von Hindenburg di nominare Hitler cancelliere della Germania. Un anno dopo, a casa del banchiere barone Kurt von Schroeder, un accordo venne siglato per portare Hitler al potere. Presenti alla riunione vi erano i fratelli John Foster Dulles e Allen dello studio legale Sullivan & Cromwell, che rappresentava laSchroeder Bank. L’amministratore delegato della Schroeder, TC Tiarks fu un direttore della Banca d’Inghilterra. [5] Nella primavera del 1934, il presidente della Banca d’Inghilterra Norman Montagu convocò una riunione di banchieri a Londra, decidendo di finanziare segretamente Hitler. Il presidente della Royal Dutch/Shell Sir Henri Deterding supportò questo sforzo. Sperava che Hitler avrebbe marciato contro l’Unione Sovietica e restituito i beni dellaRD/Shell sequestrati dai rivoluzionari a Baku, Groznij e Majkop. Anche dopo che gli Stati Uniti entrarono in guerra contro la Germania, il residente della Exxon Walter Teagle rimase nel consiglio della IG Chemical, la controllata negli Stati Uniti della IG Farben. Exxon rifornì i nazisti di piombo tetraetile, un componente importante per i carburanti. Solo Exxon, Du Pont e GM l’avevano. Teagle rifornì anche i giapponesi del suo prodotto. [6] Exxon e IG Farbencollaboravano strettamente nel 1942, quando Arnold Thurman, capo della divisione anti-trust del dipartimento di Giustizia degli USA, produsse dei documenti che dimostravano che “Standard e Farben, in Germania, hanno letteralmente disegnato i mercati mondiali, stabilendo monopoli petroliferi e chimici dappertutto.” A partire dal 1998 vi erano ancora decine di cause pendenti contro Ford, Chase Manhattan, JP Morgan, Deutsche Bank, Allianz AG e diverse banche svizzere, per i loro rapporti con i nazisti.
Al centro della cerchia intima di Hitler, vi era la società segreta Germanordern (fratelli degli Skull & Bones di Yale), le società Thule e Vril. I concetti di “Grandi Maestri”, “Adepti” e “Grande Fratellanza Bianca”, che i nazisti usavano per giustificare la loro idea di superiorità ariana, erano idee antiche che provenivano dalle scuole misteriche egizie, dai cavalieri teutonici, dagli Illuminati e dai cabalisti ebraici. Gli stessi concetti si trovano nel movimento New Age di oggi, la cui rivista New Age viene pubblicata dalla Loggia massonica del Grande Oriente di Washington. Henry Kissinger fu uno dei primi sostenitori del movimento New Age. Il centro globale di questo pensiero fascista si può trovare presso la Business Roundtables controllata dai Rothschild di Londra.
Gli occultisti tedeschi credevano che antiche tribù tedesche fossero le vere custodi degli antichi misteri che avevano origine in Atlantide, quando sette razze divine vennero introdotte sulla Terra, forse dagli Annunaki. Thule era l’Atlantide teutonica che secondo i nazisti ospitava queste razze antiche, che avevano perso i loro poteri divini incrociandosi con semplici esseri umani. Al nucleo interno della Società Thule vi erano satanisti che praticavano la magia nera. Il maestro degli adepti del gruppo era Dietrich Eckhart, e in seguito queste idee vennero adottate dalle SS di Heinrich Himmler. Il Vril fu ideato nel libro del guru spirituale della Business Roundtable, Lord Edward Bulwer-Litton, il Vril, che tratta di una super-razza ariana giunta sulla Terra in un lontano passato. Il Generale Karl Haushofer era il leader della Vril e mentore di Hitler e Rudolf Hess. Heinrich Himmler era un membro della Vril. Haushofer collaborò con la CIA e i massoni italiani della P-2 per creare la “linea dei topi” per il Sud America (Haushofer morì nel 1946, quindi che abbia collaborato con massoni e OSS/CIA per realizzare tali linee, resta questionabile. NdT).
Hitler era ossessionato dalla Lancia del Destino, utilizzata dal soldato romano Caio Cassio per uccidere Gesù Cristo quando era appeso sulla croce. Hitler credeva, come i potenti delle società segrete moderne, che chi possiede la lancia controlla il mondo. L’autore Tex Marrs e altri hanno previsto che un candidato probabile degli Illuminati da incoronare come re Sangreal del Nuovo Ordine Mondiale sia Filippo di Spagna, un Asburgo. La famiglia Asburgo si dice possieda la Lancia del Destino. La svastica era un simbolo collegato ad un dio del Sole che simboleggiava Lucifero. L’aderente alla Business Roundtable Rudyard Kipling diffuse il simbolo in India, mentre la Società Teosofica di Madame Blavatsky la diffuse in Europa. Hitler è stato una volta descritto come un “figlio dell’Illuminismo”. [7]
Secondo il dott. Walter Langer, che tracciò un profilo psicoanalitico di Hitler per l’OSS, durante la guerra, Hitler poteva essere stato egli stesso un Rothschild. Langer scoprì una relazione della polizia austriaca che dimostrava che il padre di Hitler era un figlio illegittimo di una cuoca contadina di nome Maria Anna Schicklgruber, che al momento del suo concepimento era governante a Vienna a casa del barone Rothschild. [8] Nel maggio 1941, un mese dopo che le truppe naziste assaltarono la Jugoslavia, Rudolf Hess venne paracadutato nella tenuta del duca di Hamilton, dicendo che una forza soprannaturale gli disse di negoziare con gli inglesi. Hitler, che venne ostentatamente visitato da questa stessa apparizione, improvvisamente si oppose con veemenza all’occultismo. Ordinò un giro di vite contro massoni, templari e la società teosofica. Improvvisamente la banda di banchieri internazionali staccò la spina finanziaria di Hitler e cominciò a denunciarlo. Sei mesi dopo gli Stati Uniti entrarono nella seconda guerra mondiale.

L’ora dello squartamento
Nel giugno 1991, con la guerra del Golfo appena conclusasi, i separatisti croati e musulmani dichiararono la propria indipendenza in due regioni della Jugoslavia. Combattenti arabi fondamentalisti finanziati da Arabia Saudita e Kuwait, e addestrati dalla CIA, arrivarono in Jugoslavia per difendere le nuove enclave. Nel 1992, 1.200 soldati delle forze di mantenimento della pace delle Nazioni Unite arrivarono nella Croazia recentemente costituita. Entro la fine di aprile, i loro ranghi arrivarono a 14.000. [9] Ulteriori truppe delle Nazioni Unite furono schierate nella nuova enclave bosniaca e in Slovenia. Marine degli Stati Uniti arrivarono nel Mediterraneo. Una flottiglia navale, rappresentante sette nazioni guidate dagli Stati Uniti, si dispose nel Mare Adriatico al largo delle coste jugoslave. Istituti di beneficenza statunitensi come Americares e la Croce maltese sbarcarono a Zagabria, roccaforte croata, cibo, beni di consumo e giocattoli. I 600mila serbi che vivevano nella enclave separatista non ebbero giocattoli. Al contrario, erano terrorizzati. [10]
Il segretario di Stato di Bush, James Baker, era l’uomo di punta nell’assalto al governo jugoslavo, che definiva governo ‘serbo’, come se la Jugoslavia fosse improvvisamente scomparsa dalle mappe del mondo. I suoi combattenti islamici importati ora si spostarono in Bosnia. Gli assassini provenivano da gente come la Jihad islamica egiziana, il sanguinario Gruppo islamico armato algerino e al-Qaida. Questi fanatici occuparono le principali città e proclamarono Alija Izetbegovic e i suoi compari governanti della Bosnia-Erzegovina. Nel 1992, gli sloveni nazionalisti di destra seguirono l’esempio e dichiararono l’indipendenza dalla Jugoslavia. [11] Il governo jugoslavo presentò una protesta alle Nazioni Unite, dicendo che gli Stati Uniti si erano schierati con i separatisti. Gli Stati Uniti risposero inviando 1000000 dollari in forniture per la Bosnia a bordo di aerei dell’aeronautica militare che volavano dall’Italia. L’inviato degli USA Ralph Johnson, s’incontrò con l’autodichiarato presidente della Bosnia Izetbegovic.
Gli Stati Uniti riconobbero Croazia, Bosnia e Slovenia come nazioni indipendenti. I Bilderberger si affrettarono a preparare squadre di atleti provenienti da queste nuove nazioni per partecipare ai loro Giochi olimpici dell’estate 1992. Gli Stati Uniti convinsero il Consiglio di Sicurezza dell’ONU a imporre sanzioni sulle restanti repubbliche jugoslave di Serbia e Montenegro. Lawrence Eagleburger e la Casa dei Saud spinsero per una revoca dell’embargo sulle armi delle Nazioni Unite contro la Jugoslavia, per fare avere armi ai combattenti islamici che la CIA addestrava. [12] Le importazioni di petrolio furono bloccate, il servizio di linea aerea sospeso e le squadre sportive jugoslave bandite dai Giochi olimpici. Il presidente Bush congelò 214 milioni dollari in attività jugoslave e annunciò l’imposizione di una no-fly zone, in stile iracheno, sulla Bosnia-Erzegovina. [13] Gli Stati Uniti gettarono denaro nella campagna di Milan Panic, un milionario che viveva negli Stati Uniti, ora sostenuto dai media corporativi come nuovo cavaliere bianco di Belgrado da eleggere a Premier jugoslavo. Nel suo discorso della vittoria, Panic tirò un colpo sottile al socialismo, dichiarando: “Non è un’idea per cui valga la pena morire alla fine del 20° secolo“.
Mentre la Jugoslavia cercava di fermare la partizione del Paese guidata dalla CIA, i combattimenti s’intensificarono. Quando i marines degli Stati Uniti sbarcarono in Somalia, il regista del CFR George Pratt Schultz invocò una campagna di bombardamenti contro la Jugoslavia dal suo trespolo della Chevron-Texaco. Gli aerei da guerra della NATO subito bombardarono le forze jugoslave, che stavano cercando di ri-prendersi la Bosnia. I legislatori russi espressero la loro indignazione per questo primo bombardamento della NATO, approvando una legge che imponeva sanzioni commerciali contro la Croazia per “genocidio contro il popolo serbo“. L’ubriacone e ragazzo-poster del FMI, il presidente russo Boris Eltsin, pose il veto al disegno di legge. Secondo i resoconti dei media russi, la CIA era dietro l’attacco al mercato di Sarajevo che gli Stati Uniti avevano rumorosamente imputato ai serbi come pretesto per la campagna di bombardamenti. L’ex presidente sovietico Mikhail Gorbaciov definì i bombardamenti della NATO “un sentiero perverso che porta al passato, verso il nulla”. [14]
Sia l’esercito bosniaco che la neonata Federazione croato-musulmana e l’esercito croato, furono addestrati ed equipaggiati da consiglieri turchi e statunitensi. L’addestramento fu curato da una società privata nota come Military Professional Resources International (MPRI), una società statunitense composta da generali e colonnelli in pensione. La MPRI venne pagata 400 milioni di dollari per addestrare l’esercito bosniaco, dai governi di Arabia Saudita, Kuwait, Brunei e Malesia. Molti membri dell’esercito bosniaco erano estremisti islamici che ora sono leader di al-Qaida. Dopo aver ricevuto l’addestramento dalla MPRI, l’esercito croato lanciò un’offensiva nel nord-ovest della Jugoslavia, occupando il territorio attorno a Banja Luka e la Krajina e distruggendo i colloqui di pace in corso a Belgrado. Nei cinque giorni precedenti l’offensiva croata, dal nome in codice operazione Tempesta di Fulmini, il generale della MPRI Carl Vuono, che fu Capo di Stato Maggiore dell’Esercito USA sia durante l’invasione di Panama che nella guerra del Golfo, s’incontrò almeno una decina di volte con il generale croato Varimar Cervenko, nell’isola di Brioni nel mare Adriatico. [15]
L’operazione Tempesta di Fulmini ha dato un nuovo significato alla frase “pulizia etnica”. Durante l’assalto sanguinoso croato alla Krajina, interi villaggi serbi furono saccheggiati e bruciati, lasciando centinaia di morti e oltre 170.000 senzatetto. Durante l’assalto croato a Knin, consiglieri degli Stati Uniti sostennero un sanguinoso massacro che spinse 200.000 contadini serbi a fuggire. Molti miliziani croati impiegati nell’assalto erano membri del fascista Congresso Nazionale croato (CNC), che aveva ricevuto finanziamenti da simili paria internazionali come il dittatore nicaraguense Anastasio Somoza e quello paraguaiano Alfredo Stroessner. Il leader del CNC, Janko Skrbin, fu condannato come criminale di guerra nazista, continuando ad evitare il carcere dal suo rifugio negli Stati Uniti. [16] Il comandante militare jugoslavo Momcilo Krajisnik disse dell’offensiva croata, “Ci troviamo nella posizione di fare fallire i colloqui di pace (a Belgrado), o rendere chiaro che non accetteremo un falso cessate il fuoco, approvando così l’atteggiamento della comunità internazionale verso il comportamento musulmano e croato. Se singoli attori della crisi continuano a destabilizzare e distruggere lo Stato, l’esercito della Repubblica si impegna in misure per difenderne l’integrità, la sovranità e l’ordine costituzionale“. [17]
Con le bombe della NATO che piovevano sulla Bosnia e i croati che scatenavano l’offensiva con il sostegno degli USA, il governo jugoslavo fu costretto agli accordi di pace di Dayton, sponsorizzati dagli USA, che sancirono la spartizione della Jugoslavia. [18] Nel 1995, il presidente Milosevic disse che fu ingannato a Dayton dalla delegazione degli Stati Uniti, guidata dall’inviato di Clinton Richard Holbrooke, ex banchiere del Credit Suisse First Boston, la vecchia narco-banca dell’Eastern Establishment che finanziò gli attentati a Kennedy e De Gaulle, e che gestiva i conti della Lake Resources di Richard Secord.
Nel dicembre 1995, durante lo sbarco di truppe straniere nelle nuove nazioni di Croazia, Bosnia e Slovenia, per “mantenere la pace”, il comandante dell’esercito jugoslava Ratko Mladic invitò il popolo jugoslavo a “difendere ciò che è nostro da secoli“. Disse degli sforzi in stile Iron Mountain della NATO, per il mantenimento della pace, “Non dobbiamo permettere che il nostro popolo finisca sotto il dominio di macellai. Coloro che ci hanno bombardato ora s’infiltrano come agnelli, dicendo che vogliono proteggere la pace.” Mladic è stato successivamente incriminato dal Tribunale internazionale per i crimini di guerra (IWCT), insieme al presidente serbo-bosniaco Radovan Karadzic. Prima di perseguire i dirigenti jugoslavi in contumacia, il procuratore capo dell’IWCT Richard Goldstone si riunì per due giorni con il direttore della CIA di Clinton, John Deutch, ex direttore di Citibank e SAIC.

Note
[1] “Vatican’s Finances in WWII being Questioned”. Naftali Bendavid. Chicago Tribune. 8-29-97. p.A1
[2] “Pope Beatifies Croatian Archbishop”. AP. Minneapolis Star Tribune. 10-4-98. p.A19
[3] The Robot’s Rebellion: The Story of the Spiritual Renaissance. David Icke. Gateway, UK. 1994. p.168
[4] Rule by Secrecy: The Hidden History that Connects the Trilateral Commission, the Freemasons and the Great Pyramids. Jim Marrs. HarperCollins Publishers. New York. 2000. p.165
[5] Ibid. p.164
[6] Ibid. p.178
[7] Ibid. p.157
[8] Ibid
[9] “Arriving UN Soldiers Carry Hope to Croatia”. AP. Missoulian. 4-15-92
[10] “Plane Carrying Aid, Holiday Gifts for Croatians Allowed to Land”. Reuters/Kyodo. Japan Times. 12-27-91. p.1
[11] “Slovenians to Choose President, Parliament”. AP. Tulsa World. 12-16-92
[12] Evening Edition. National Public Radio. 12-13-92
[13] “UN Swats Yugoslavia”. AP. Missoulian. 5-31-92
[14] “NATO Bombs Stir Russian Anger”. AP. Missoulian. 9-15-95. p.A1
[15] “Privatizing War: How Affairs of the State are Outsourced to Corporations Beyond Public Control”. Ken Silverstein. The Nation. 7-28 to 8-4, 1997.
[16] The Great Heroin Coup: Drugs, Intelligence and International Fascism. Henrik Kruger. South End Press. Boston. 1980. p.217
[17] “Supporters of Karadzic Ready to Battle in Bosnia”. Misha Savic. Denver Post. 8-23-97
[18] “As the War Winds Down, Troop Training Starts Up”. Missoulian. 2-11-96

Dean Henderson è l’autore di quattro libri: Big Oil & Their Bankers in the Persian Gulf: Four Horsemen, Eight Families & Their Global Intelligence, Narcotics & Terror Network, The Grateful Unrich: Revolution in 50 Countries, Das Kartell der Federal Reserve & Stickin’ it to the Matrix.

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