14 marzo 2015

Alessandro Di Battista - Il Mediterraneo è il cuore dell'Europa

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"L'euro è una zavorra di cui l'Italia deve liberarsi. La realtà è che siamo schiavi del marco. Non stiamo nell'euro ma sostanzialmente nel marco quindi dobbiamo staccarci dal nazismo centrale di Germania e istituzioni europee perché vogliono colonizzare il Sud Europa attraverso le loro politiche economiche. Guardiamo allaGrecia strozzata dalla troika. Uso il termine nazismo non per il popolo tedesco ma riferito alle istituzioni che stanno uccidendo i popoli. Viva la faccia della sana provocazione se questa è un modo per far parlare i media non di Berlusconi ma di come le istituzioni europee stiano distruggendo interi Paesi. 164 suicidi solo dall'inizio dell'anno, 9 milioni di poveri solo in Italia dimostrano quello che stiamo dicendo: queste parole forti ci servono per dire che l'euro è una gabbia che ci riempie di violenza povertà e morte".
Alessandro Di Battista


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Viktoria Shilova: vi racconto l’Ucraina e il Donbass. Quello che non sapete

Viktoria Shilova Vi Racconto l'Ucraina e il Donbass


Per comprendere i nostri tempi, è fondamentale uscire dai nostri confini, rompere il frame dei media mainstream e realizzare collaborazioni strette con gli altri popoli europei, superando le barriere culturali e linguistiche che non devono più essere strumenti di divisione. Supporta adesso e diffondi il progetto Europaleaks: www.europaleaks.com.

Oggi, Anya Stepanova intervista Viktoria Shilova, leader del movimento anti-bellico ucraino.

Anya Stepanova: Buongiorno Viktoria Shilova, leader del movimento ucraino anti-bellico di Kiev e deputato del Consiglio Regionale di Dnipropetrovsk, famosa per le sue critiche al Governo di Kiev che sostiene le operazioni belliche nel sud-est dell’Ucraina. Potrebbe raccontarci del vostro movimento? Come nasce e qual è il suo punto di vista ideologico?
Viktoria Shilova: Il nostro è un movimento pacifista e antibellico. I nostri tre motti principali sono: “Stop alla guerra. Stop all’oligarchia. Stop alla mobilitazione bellica“. E’ nato dieci mesi fa ma abbiamo potuto registrarci solo nell’agosto del 2014. Questo perché il Governo ha un atteggiamento molto critico nei miei confronti. Io sono critica nei loro confronti e loro mi ricambiano con la stessa moneta. A mio parere non vi è nessuna operazione anti-terroristica in atto nelle regioni del sud-est ucraino. Piuttosto, abbiamo a che fare con una banale intimidazione militare verso tutti coloro che non condividono il punto di vista del regime. Otto milioni di persone non possono essere considerate terroriste e separatiste, quando la loro età varia da un’ora a oltre cento anni. Ciò che accade oggi nel Donbass è senza alcun dubbio una vera guerra. Una guerra civile, alimentata dai media completamente controllati dagli oligarchi del paese. Siamo prigionieri di una spaventosa censura che non ha precedenti. Perfino io (che sono un deputato) non ho la possibilità di esprimermi da nessuna parte, né in tv né in radio né su alcun portale internet governativo. Esiste un vero e proprio divieto nei miei confronti. Vengo anche sistematicamente bloccata o espulsa dai social network come Facebook, perché la nostra versione inglese può essere tradotta e le persone possono accedere a materiale alternativo con molta facilità. Su Facebook è stata bloccata non solo la pagina del mio gruppo anti-bellico ma persino il mio contatto personale. Volevamo allargare il nostro gruppo, traducendo il materiale anche in francese, in italiano, in tedesco e in spagnolo (ndr:l’importanza di un progetto come Europaleaks emerge con una straordinaria e spontanea convergenza da molte comunità diverse tra loro, ma unite dal bisogno di comunicare oltre le barriere e i confini imposti dal sistema). Abbiamo trovato dei volontari che hanno accettato con entusiasmo di sostenerci.

Il nostro movimento lavora costantemente sotto pressione: un mese fa hanno aperto un procedimento penale contro di noi. Stiamo parlando della procura generale dello stato Ucraino: la procura militare fa parte della procura generale. A quanto pare, oggi come oggi esprimersi contro la guerra, in Ucraina, è reato. Uccidere dei civili nella regione del Donbass non è considerato un reato, mentre pronunciarsi in difesa della pace lo è. Un nostro grande amico, Ruslan, che ha sostenuto la nostra causa, con posizioni contrarie alla mobilitazione militare, oggi purtroppo si trova in carcere. Amnesty International, che ha riportato numerose testimonianze che riguardano reati di guerra, presentando prove anche all’ONU, sui battaglioni di nome Aidar, Azov e altri, pochi giorni fa ha riconosciuto aRuslan Cazaba lo status di obiettore di coscienza e di prigioniero politico, in quanto giornalista. La convenzione internazionale dei diritti civili, in Ucraina, non viene rispettata. Neppure la convenzione internazionale sui diritti dei prigionieri di guerra viene rispettata. La convenzione che dovrebbe garantire i diritti delle persone socialmente non protette non viene rispettata. I pensionati del Donbass non ricevono le loro pensioni.

Io non so cosa vi dicano i vostri media sulla nostra situazione, ma un qualunque giornalista con la coscienza pulita che sia venuto nel Donbass dice: i media asserviti al Governo non dicono la verità. Pochissimi dicono la verità. Qui non ci sono né terroristi, né separatisti: qui ci sono civili che si difendono perché sono bombardati. L’unica cosa che ha chiesto il sud-est del paese è il federalismo, cioè una certa autonomia regionale, e basta, così come in Germania, in Svizzera, in alcune regioni italiane – se non sbaglio nel nord del vostro paese – così come negli Stati Uniti o in Russia. Non capisco dove sia il problema, considerando che la Crimea aveva un’autonomia allargata.

Il nostro movimento combatte per la pace in modo molto radicale, perché diamo un nome chiaro a quanto accade nel nostro paese. Per esempio, la direzione governativa che firma lo stato di mobilitazione generale mandando l’esercito a combattere: io li chiamo criminali di guerra. E quando arriverà il momento, porteremo le nostre testimonianze al processo. Esiste già un “libro bianco”, con le testimonianze raccontate dai nostri attiviti del Donbass, Lugansk, Donezk, Makeevka, Gorlowka, Uglegorsk, da Debalzevo che è stata rasa al suolo. Tutte queste atrocità sono crimini di guerra e crimini contro l’umanità, quindi rientrano nelle competenze della corte marziale. Purtroppo, un certo Luzenko (il braccio destro del partito di Poroshenko), lo scorso 2 febbraio ha dichiarato: “Noi non aderiremo allo statuto penale della corte internazionale (lo Statuto di Roma)”. Si tratta di una normativa legale che viene applicata ai criminali di guerra: un paese che aderisca allo Statuto di Roma si prende la responsabilità non solo di non commettere reati di guerra, ma anche di combattere chi li compie. Il sig. Luzenko ha rifiutato di firmare l’adesione a tale statuto. Perché? Per quale motivo? Se dicono che è il Donbass ad essere responsabile della guerra e dei crimini di guerra, e non loro stessi, perché si rifiutano di firmare un documento internazionale? Tutta l’Europa ha aderito allo Statuto di Roma. Insomma, ci sono una quantità di contraddizioni e di ipocrisia mai viste prima.

Per non parlare delle dichiarazioni fatte dal presidente ucraino oppure dal Ministero degli Esteri, nelle quali della verità non si è vista nemmeno la più pallida ombra. Hanno dichiarato che l’esercito finalmente è riuscito aduscire dall’accerchiamento di Debalzevo. “Uscire“… Forse la parola giusta da usare è “scappare“! Scappare lasciandosi alle spalle più di tremila cadaveri. Cadaveri abbandonati in mezzo alla strada. Non vengono a recuperare i corpi. Sono i ribelli del sud-est che poi prendono in mano la pala e li seppelliscono. Tra questi cadaveri ci sono tanti mercenari e molti di questi appartengono a religioni diverse che richiedono tecniche di sepoltura particolari. Molti sono circoncisi e quindi non possono essere sepolti secondo le usanze ortodosse: hanno bisogno di un loro rito sacro speciale. Questi cadaveri vengono messi da parte, tutti insieme, e poi si attende che qualcuno torni a recuperare i resti. Tra loro sono presenti molti rappresentanti delle varie etnie del sud. Questo conflitto ha già provocato più di cinquantamila morti tra i civili, ma nessuno mi dava credito quando lo dicevo, finché questa cifr non è stata dichiarata dalla stampa tedesca. Diecimila civili, ottocento bambini! Tutte queste informazioni vengono tenute sotto controllo e tutti i dati vengono occultati: chi risponderà di questi crimini?

Anya Stepanova: Vorrei tornare al processo che è stato aperto contro di lei dalla procura militare ucraina (Shilova è accusata di essere una propagandista anti-bellica). A che punto sono le indagini?

Viktoria Shilova: Sono partite le indagini preliminari, come ha dichiarato il procuratore generale militare che di cognome fa Matios. A quanto mi consta si tratta del parente di un deputato del blocco che rappresenta Poroshenko. Questa indagine preliminare prevede un totale controllo delle mie attività. vengono ascoltate tutte le mie telefonate, vengono controllati i miei amici… insomma io sono sotto controllo. Siamo tornatli al 1937! Ma il fatto è che c’è ben poco da controllare, perché non nascondo nulla: tutte le mie attività sono pubbliche. Di cosa potrebbero incolparmi? Del fatto che parlo male di chi uccide le persone? Se qualcuno è interessato al mio punto di vista, può visitare senza problemi la mia pagina sul sito VK oppure visitare http://www.shilova.org. Probabilmente verrò chiamata dalla polizia. Forse mi metteranno in carcere, non lo so.

Anya Stepanova: Non ha pensato di inviare una richiesta alla Corte Europea che si occupa di diritti umani?

Viktoria Shilova: Una delle organizzazioni che si occupano dei diritti civili cerca di ottenere per me, dall’ONU, lo stato di immunità in quanto fondatrice e portavoce di un movimento pacifista antibellico.

Anya Stepanova: Si tratta di uno dei primi articoli dell’ONU.

Viktoria Shilova: Sì. Esiste un articolo che difende i diritti delle persone che conducono un’attività anti-bellica. In Europa abbiamo aperto varie sedi che raccolgono aiuti umanitari per le persone colpite dalla guerra. Una di queste è situata in Italia. Le persone raccolgono fondi via internet. Inoltre, ne abbiamo una in Germania e una in Norvegia. Ora stiamo cercando di aprirne una anche a Cipro. Proprio poco fa stavo parlando su Skype con alcuni rappresentanti di Cipro, della Norvegia e di Kiev che si offrono di raccogliere fondi per gli invalidi e i bambini del Donbass. La nostra organizzazione dedica molto spazio alla questione che riguarda gli aiuti umanitari, gli aiuti che servono alle città come Debalzevo, Uglegorsk, Lungansk e Donezk dove la situazione è catastrofica. Alcuni punti abitati si trovano oggi in uno stato pietoso. Molti villaggi non esistono più.

Anya Stepanova: lo scorso 24 febbraio, secondo una dichiarazione ufficiale, Kiev, subito dopo avere firmato un accordo di pace a Minsk che prevede l’allontanamento delle armi pesanti dalle zone colpite dalla guerra, ha siglato più di 20 contratti commerciali con l’Arabia Saudita che riguardano la sfera militare. Questo lascia pensare che gli USA continuino a muovere le loro pedine nello scacchiere geopolitico che vede coinvolta l’Ucraina, per il tramite di paesi terzi. Cosa ne pensa al riguardo?

Viktoria Shilova: Beh, che dire? E’ paradossale parlare di pace, firmare accordi di pace e contemporaneamente firmare una legge sulla mobilitazione generale comperando armi quando il paese sta precipitando in una gravissima crisi economica. Siamo praticamente in default. E’ quasi impossibile cambiare la nostra valuta nazionale (la grivnia) nel mercato interbancario. Fino al primo agosto non vi avremo accesso. Non abbiamo la possibilità né di vendere né di comprare dollari. La grivnia è considerata una valuta ad alto rischio. Oggi Poroshenko e il governatore della banca centrale Valeriya Gontareva non sanno come uscire da questa situazione. I prezzi sono saliti di ben sette volte! Prima il dollaro si cambiava a circa 5-8 grivnia. Oggi con un dollaro si possono comprare 40 grivinia. 39,9 al mercato nero.

Anya Stepanova: Secondo le ultime notizie, l’agenzia di rating Fitch ha declassato gli indicatori economici dello stato ucraino a livello CC. Stiamo parlando di default?

Viktoria Shilova: In una situazione economica così drammatica accadono cose assolutamente impensabili come le spese militari che salgono di ben 3 volte. Vengono tagliati fondi a oltre 60 programmi sociali. Stiamo parlando di una cifra approssimativa che si aggira intorno ai 100 miliardi di grivnia. Con tutti questi gravissimi problemi, il nostro Governo cosa fa? Compra armamenti all’estero. Armamenti che costano moltissimo.

Io personalmente credo che l’America non sia interessata in un’Ucraina stabile e fiorente. Gli Usa non sono un un impero che costruisce: sono un paese colonizzatore che si sposta come un parassita da un paese all’altro, succhiando tutte le risorse che il paese colonizzato è in grado di offrire, passando poi alla preda successiva. Il fatto è che tutti i paesi colonizzatori sono condannati fin dal principio, perché lo stesso destino accade anche al loro interno. Oggi infatti possiamo vedere che il debito USA supera i 18 trilioni di dollari, il 120% rispetto al PIL del paese. Con un debito così alto, l’economia degli USA è in una gravissima crisi che può essere risolta solo attraverso un sistema parassitario, che hanno costruito circondandosi di colonie che sostengano il debito americano comprando il dollaro.

Quindi, se volete sapere cosa mi aspetto dal futuro… Io, sapete, sono una pacifista ma sono anche molto realista e ritengo di essere una persona onesta. Credo che a fine marzo Kiev riprenderà l’offensiva contro il sud-est (Donezk e Donbass), ma mi aspetto che i partigiani si rafforzino e riescano a respingere l’esercito. Il massacro a Debalzevo ha demoralizzato l’esercito di Kiev: probabilmente si ritireranno fino alla capitale. Questo potrebbe accadere intorno a maggio o giugno. Questo è lo scenario peggiore. Purtroppo quando faccio una previsione, quasi sempre si avvera. Il fatto è che io vivo in questo paese e quindi sento che aria tira. A maggio o giugno mi aspetto dunque l’intervento della NATO. Naturalmente non di tutta la NATO, ma solo di due dei suoi membri: gli USA e la Polonia. La Polonia è interessata alle terre di Galicina e Bukavina. Si tratta di una disputa storica. Nutrono ancora dei dubbi sugli aspetti legali del patto Molotov-Ribbentrop del 1939. Lo stato polacco avanza ancora delle pretese su alcune città situate in quelle terre. Parliamo di L’vov, Ivano-Frankovsk e Ternopol’. Forse riusciranno ad ottenere anche una parte di Bukavina. Sono delle informazioni che mi vengono riportate da vari attivisti polacchi. L’intervento degli USA, qualora dovesse verificarsi, provocherà una valanga di volontari combattenti russi che verranno a combattere dall’altra parte dell’Ucraina. Ma non vi sarà nessun tipo di intervento da parte dell’esercito russo regolare. Non ci credo: la Russia non è interessata a farsi coinvolgere in una guerra aperta. Mentre per quanto riguarda i volontari… saranno 10, forse 50mila, non lo so: nessuno potrà fermarli. Andranno a combattere contro l’esercito della NATO. E credo che questa guerra vedrà partecipare non solo il sud-est dell’Ucraina, ma persino il centro e forse anche l’ovest. Finirà tutto come previsto. L’Europa avrà una parte di Galicina (che non ha più questo gran desiderio di entrare in Europa). Il resto verrà spartito tra le sfere di potere delle varie corporazioni multinazionali. Penso che il sud-est riuscirà a guadagnarsi l’indipendenza.

Anya Stepanova: Lei non vede la possibilità di uno stato ucraino unito e sovrano in questo momento?

Viktoria Shilova: L’unica speranza era una trasformazione in senso federalista del paese. Il nostro movimento lo ha sempre sostenuto. Dobbiamo essere una federazione per restare uniti. Ogni regione doveva avere una autonomia che avrebbe consentito il suo sviluppo culturale, tenendo in considerazione le sue particolarità storiche, la sua mentalità e la sua ideologia. Ma nessuno ha voluto sentire le ragioni degli homo-sapiens. Il nostro movimento è ragionevole, così come è ragionevole il 90% della popolazione ucraina. Poi ci sono gli altri, quel 10%. Sono i guerrafondai, gli oligarchi al governo: non potrebbero vivere diversamente, tradendo la loro natura parassitaria. Capite? Non sanno vivere diversamente. Possiamo stare certi che non avranno mai l’anima in pace finché non consumeranno questo paese fino all’osso. Tutti loro hanno le famiglie all’estero. Tutto il loro denaro è conservato nelle banche estere. Ognuno di loro ha 3 passaporti diversi. Per esempio Ihor Kolomoyskyi ha 3 passaporti. Uzenko ha altri passaporti. La metà del corpo dei deputati ha più di un passaporto. Tutti sono possessori di più di un passaporto. Solitamente si tratta del passaporto ucraino e di quello dello stato di Israele, oppure di quello svizzero, degli USA e di Panama. Potrebbero essere passaporti di un qualunque paradiso fiscale offshore. Per esempio, Kolomoyskyi ha dichiarato di avere 3 passaporti. Qualcuno gli fece notare che ricoprendo la carica di governatore di Dnipropetrovsk non può essere cittadino di un’altro paese. E lui ha risposto: “Ho un esercito tutto mio, quindi posso!“. Perciò oggi vivo in un paese dove un qualsiasi oligarca ha la possibilità di avere un esercito tutto suo, e questi eserciti combattono fra loro usando armi che girano sul territorio ucraino senza controlli. Sto parlando di 100mila pezzi. Centomila, pensate! E molto spesso sono armi che finiscono tra le mani di persone non molto sane di mente, se vogliamo usare un eufemismo. Cercate di capire che chi spara ai civili non può essere considerato un soldato o un ufficiale. Parliamo di assassini e criminali. E sono numerosissimi. E purtroppo sono liberi. Non sono io a dirvelo: sono dati raccolti e confermati dalle organizzazioni come Amnesty Internationalo Human Rights Watch. Ci sono dichiarazioni di Human Rights Watchsull’uso delle bombe a cassetta, vietate dalla convenzione di Ginevra. Il Governo di Kiev però è scettico quando si tratta di organizzazioni comeHuman Rights Watch. Allora, dico io, perché non vanno di persona nel Donbass a vedere il disastro che hanno combinato? E’ spaventosa la devastazione provocata da quelle armi.

Anya Stepanova: Dato che abbiamo toccato il tasto drammatico che riguarda la situazione economica in Ucraina, qual è lo stato d’animo della popolazione? Come stanno vivendo questa crisi?

Viktoria Shilova: Oggi la pensione media è di 30 dollari. Sotto il governo del “dittatore sanguinario” Yanukovich (non mi importa che dicano che ha ucciso qualcuno a Majdan: io so che non ha avuto il coraggio di ordinare alla polizia di usare delle armi e infatti ha pagato un prezzo molto caro). Dunque, sotto il suo governo un dollaro costava 8 grivnia, mentre le pensioni ammontavano a 120, 150 dollari. Oggi le pensioni sono scese a 30 dollari. Inoltre le bollette del gas sono aumentate del 280% e il riscaldamento del 66%. Nel frattempo sono aumentate anche le spese di condominio, di ben 2 volte. Tutto questo alla fine ha un costo totale di circa 100 dollari al mese. Vede, abbiamo a che fare con il default, quando le banche smettono di vendere dollari in cambio di grvinia, stiamo parlando di default. Il Governo non lo può ammettere. Ma possono stringere la cinghia e opprimere tutti coloro che protestano. Metteranno in carcere tutti quelli che si oppongono. Faranno sparire delle persone, annunceranno un’ennesima mobilitazione militare… Non avete capito che non hanno altra scelta? Devono rimanere a tutti i costi al potere finché in Ucraina non entreranno i mercenari della NATO. Le popolazioni dell’ovest dell’Ucraina si esprimono così.

Posso raccontarle questa storia? Allora, sono andata a Surgut (in Russia), un grosso punto di estrazione del petrolio e del gas, dove il 50% della popolazione è ucraino. Quelli che mi hanno accolto sono quasi tutti dell’Università di Ivano-Frankovsk, l’università che forma il personale specializzato nella gestione delle tecnologie per l’estrazione del gas e del petrolio. Sono stata accolta molto bene: mi hanno alloggiata nel miglior albergo della città, ho avuto la possibilità di parlare apertamente nella televisione locale, il cui direttore è Ucraino. Tutti loro hanno la cittadinanza Russa ma etnicamente rimangono sempre ucraini. Ho parlato anche con degli ucraini dell’ovest che lavorano sempre in Russia. E ciò che ho sentito mi ha lasciato perplessa. Ho chiesto loro: ma non eravate voi a dire che il sud-est del paese deve essere schiacciato? Non eravate voi a volere questa guerra? Uno di loro, un uomo di Ivano-Frankovsk di circa 50 anni, mi ha risposto così: “Non è una guerra che ci riguarda. E’ una guerra tra Russi (Ucraina centro contro Ucraina del sud-est), mentre noi non vogliamo più fare parte di questo conflitto. Troppi di noi sono già morti in questa guerra. Ci è bastato”. Infatti la Mobilitazione di Ivano-Frankovsk è completamente fallita. Solo il 5% dei mobilitati. Gli ucraini dell’ovest hanno già capito che tutta la politica bellica su cui si regge oggi il Governo è costruita su un mucchio di bugie. Hanno capito che nel sud-est del paese loro combattono non contro i terroristi ma contro i lavoratori, che hanno i passaporti ucraini. Se ci sono dei volontari russi, sono semplicemente una piccola parte, al massimo il 5%. Al fianco dei combattenti del sud-est combattono alcuni volontari che vengono dalla Spagna, dalla Francia, dall’Italia. Non sono tanti, ma ci sono. Ci sono persino donne che vengono dalla Germania, le donne anti-fasciste. Ci sono una decina di persone venute da Israele, anche loro anti-fasciste: combattono dalla parte delle persone del sud-est. Non lo nascondono: potete trovare persino delle foto su internet. Se non sbaglio si tratta del gruppo Aliyah. Si tratta dei figli o dei nipoti di coloro che sono stati chiusi nei campi di concentramento dai nazisti. I parenti delle vittime. La situazione è la seguente: nessuno ha più voglia di combattere.

Tornando invece alla questione economica, provate ad immaginarvi la seguente situazione: i soldati ucraini che ricevono telefonate dai loro parenti, madri, figli, mogli che dicono: quali interessi state difendendo?Noi non abbiamo più denaro per pagare le spese condominiali, non abbiamo soldi per mangiare, non possiamo mandare i figli all’asilo, non abbiamo i soldi per pagare nemmeno questo. Non abbiamo nemmeno la possibilità dare ai nosti bambini una merenda quando vanno a scuola, perchè la pensione minima è di 30 dollari mentre lo stipendio minimo è di 45 dollari. E’ una cosa impensabile, per non parlare delle madri che crescono i loro figli senza un padre e non ricevono nessun aiuto dallo Stato. E’ una catastrofe. Sono convinta che la situazione sia destinata a peggiorare, perchè chi sta oggi al governo cerca di risolvere la situazione economica usando la forza bruta, ma l’economia non sopporta un tipo di intervento del genere. L’economia può svilupparsi solo quando si ha libertà di movimento, quando è libera di espandersi, giusto? Invece, non fanno altro che nascondere la verità, cercando di risolvere i loro problemi gestionali.

Oggi al potere si trova il clan di Poroshenko, l’altro clan è quello diKolomojsky. In mezzo a questi clan si trovano i… non voglio usare una brutta parola… diciamo i galoppini di questi due oligarchi, i quali ricoprono cariche di deputato. Cioé tutta la Rada (il parlamento) oggi è composta quasi esclusivamente dagli aiutanti di questi due oligarchi. Parliamo dei capi militari, parliamo delle segretarie o delle amanti. Non volevo usare questa parola, non importa. Sto parlando di persone che hanno 23, 24 anni… Come sono arrivati a ricoprire quelle cariche? Una segretaria che a 24 anni diventa membro del consiglio supremo! Cosa ha fatto per meritarselo? E non finisce qui, perchè poi sono presenti anche persone con dei gravi disturbi mentali. Persone che hanno messo bombe artigianali sotto le statue di Lenin. Un certo Masichuk. Masichuk (l’ex segretario del battaglione Azov) lavora per un certo Liashko nel suo gruppo di deputati. Si tratta di un vero e proprio terrorista. Questo individuo ha messo una bomba in un luogo dove si trovavano anche dei bambini, una bomba carica di bulloni. Per fortuna quelli della SBU (servizi di sicurezza interna ucraini) sono riusciti a disinnescarla. Questa bomba avrebbe potuto fare una strage. Oggi ricopre la carica di deputato. Oppure parliamo del battaglione Aidar, che oggi è accusato di aver commesso crimini contro l’umanità: il capo di questi criminali è un deputato. Ma di cosa stiamo parlando? E queste sono le persone che fanno le leggi! Ma quali leggi possono votare questi quando si presentano al parlamento armati di bombe a mano come Jarosh(comandante di un battaglione considerato criminale di guerra)? Jarosh ha minacciato di farla esplodere direttamente in parlamento: oggi è ricercato dalla Interpol. Vi rendete conto in che situazione ci troviamo!? Mentre i telegiornali ogni giorno ci raccontano favole sui terroristi del sud-est. Poi vai nel sud-est e scopri una situazione completamente diversa, drammatica, persone semplici che soffrono, gli ospedali pieni di feriti, lamenti di sofferenza, donne e bambini uccisi, 10.000 morti. Le persone poi si rendono conto del fatto che sono state semplicemente ingannate, che non è colpa del Donbass o di Putin se il dollaro si cambia a 40 grivnia.

Poroshenko, Porubij, Yazenuk oggi ricevono miliardi di sussidi dalla UE e dagli USA. Dove sono questi soldi? Questi soldi vengono investiti in guerra e le imprese militari sono tutte in mano agli oligarchi. I prezzi qui sono tutti aumentati: il pane, la benzina che costava 10 grivnia, oggi ne costa 28. Nel frattempo il Fondo Monetario Internazionale (che fece un prestito allo Stato ucraino) ha imposto l’obbligo di congelare gli stipendi e le pensioni a 45 e 30 dollari. Sono stati licenziati 250mila insegnanti e 150mila medici. Queste persone come fanno a sopravvivere? I soldati dell’esercito ricevono delle telefonate dai familiari che raccontano loro la situazione drammatica nelle loro città. E chiedono loro di chi stiano difendano gli interessi. Di Poroshenko? Di Parubij? 40 milioni di persone sono finite in ostaggio di una delle tecniche più spaventose mai viste prima. Una tecnica disumana che sfrutta le persone per mettere a segno una serie di colpi di stato, lacerando il paese dall’interno. Siamo un paese-cavia. E tutto perchéqualcuno non riesce a tollerare il fatto che la Russia si stia riprendendo e che l’Ucraina potrebbe nuovamente rientrare nell’orbita del mondo slavo.

L’Ucraina è la Russia di Kiev (la prima capitale Russa era situata a Kiev). L’Ucraina è la madre del mondo slavo.

La narco-economia di Draghi


Il narco-economista Draghi, del potente cartello europeo della BCE, lunedì inizia lo spaccio della nuova droga sintetica, già ribattezzata dagli addetti ai lavori “QE” (Quantitative Easing). Verrà smerciata in tutte le piazze UE, in partite da 60 mld di roba ogni mese. I tedeschi saranno i più scimmiati: se ne pipperanno 15,8 mld, seguono quei fattoni dei francesi con 12,5 mld, mentre noi italiani dovremo accontentarci di sballare con soli 10,8 mld. Le banche stanno già raffinando a ritmi serrati.

I greci sono ricoverati in overdose e devono disintossicarsi, quindi niente partita di QE per Varoufakis: solo Metadone (ELA).

La nostra raffineria centrale, dopo averla avidamente tagliata con un nuovo bilancino chiamato in gergo “riserva frazionaria“, la distrubuirà iniziando dai clan più potenti, che faranno affari d’oro e reinvestiranno sul mercato secondario. Il resto verrà sputtanato nelle bische clandestine, dove si scommette sui derivati.

Sembra che la roba varcherà i confini nazionali nascosta sui jet privati di complici insospettabili, che godono di totale immunità: primi ministri, banchieri centrali, direttori di organizzazioni internazionali… In caso di improbabili controlli, comunque, ai doganieri verranno mostrate le copie dei trattati internazionali. Sembrerà tutto legale! Un piano perfetto, per un giro di denaro che farebbe impallidire i cartelli della droga colombiani ed ogni altro traffico illecito della criminalità organizzata.

La tirannia invisibile dell'euro e come non divenire il "giardino di casa" di Bruxelles, Berlino e Francoforte


E. Galeano: “La carità è umiliante perché viene esercitata in senso verticale e dove capita; la solidarietà è orizzontale e comporta il rispetto reciproco.”

Alcune riflessioni a margine della Conferenza di oggi l'”Alba di una nuova Europa” che si è tenuta alla Camera dei Deputati. Qui il link

"Una nuova tirannia invisibile, a volte virtuale, che impone unilateralmente e senza rimedio possibile le sue leggi e le sue regole [...] Abbiamo creato nuovi idoli. L'adorazione dell'antico vitello d'oro ha trovato una nuova e spietata immagine nel feticismo del denaro e nella dittatura dell'economia senza volto, né scopo realmente umano". Sono parole di Jorge Mario Bergoglio, divenuto Papa Francesco esattamente due anni fa (13 marzo 2013).

Una tirannia invisibile a cui si possono dare tanti nomi: Troika, TTIP, euro, Washington Consensus... Una tirannia contro cui vi dicono non abbiamo strumenti, a cui dobbiamo inevitabilmente arrenderci. Dobbiamo arrenderci al Jobs Act, alle “riforme strutturali” della Bce, alle “rigorose condizionalità” della Commissione europea e del Fondo Monetario Internazionale. Arrenderci all'inevitabile fine dei diritti e della dignità delle singoli popolazioni dell'Europa del sud. Perché, vi dicono, non c'è alternativa al modello di sviluppo fallito e fallimentare dell'attuale globalizzazione. 

Ecco, anche se nessuno ve lo dice - con l'eccezione di Gianni Minà presente oggi a questa Conferenza e non a caso dimenticato da quella che in Italia si autodefinisce “informazione” - l'America Latina oggi sta offrendo un'alternativa credibile e vincente alla globalizzazione dei profitti a scapito dei diritti e alla globalizzazione del dominio dei capitali finanziari sulle esigenze dei singoli esseri umani.  

Un modello che pone di nuovo al centro l'uomo e che ha detto no a quel feticismo del denaro e alla “dittatura dell'economia senza volto né scopo”. Un continente, non solo i paesi dell'ALBA-TCP ma anche il governo argentino, quello cileno, del Brasile, quinta potenza economica al mondo, che ha saputo, nel rispetto della sovranità dei singoli paesi, emanciparsi dai Diktat di Stati Uniti, Fondo Monetario Internaizonale e Banca mondiale (la loro Troika). 

Ma di tutto questo in Italia non arriva nulla, se non in modo distorto. Due esempi su tutti per comprenderlo. La «Ley Organica de Comunicacion» in vigore in Ecuador dal 2013. Con questa nuova normativa in Ecuador l’informazione è divenuto un bene pubblico di prima necessità, al pari dell’acqua. Per farvi capire la portata rivoluzionaria: nel 2006 anno della prima elezione di Correa i privati detenevano il 97% delle frequenze radiotelevisive. La Legge Fondamentale ecuadoriana prescrive ora che accanto ai settori pubblico e privato, cresca un terzo polo no profit, definito «comunitario». Con le frequenze che vengono così ripartite: 34% ai media comunitari, 33% media pubblici, 33% media privati. Nessuna persona fisica o giuridica può accumulare o concentrare concessioni di frequenze. Un gioello assoluto di libertà, democrazia e partecipazione soprattutto se paragonato al paese degli oligarchi alla De Benedetti e Berlusconi. Ma sapete che cosa hanno detto e scritto i media italiani? Per Repubblica, testuale: “Ecuador, la legge bavaglio di Correa è una minaccia per la democrazia”. Repubblica, Gruppo l'Espresso, De Benedetti...

Un altro esempio. Proprio in questo momento, il Venezuela deve rispondere all'ennesimo tentativo di copo di stato, ma nessuno lo sa in Italia. Nessuno ve lo racconta e le notizie che arrivano sono solo distorte. Il grande giornalista australiano John Pilger, una delle poche voci libere nell'informazione occidentale, ha scritto recentemente: “Gli Stati Uniti sono da due secoli i nemici non dichiarati del progresso sociale in America Latina. Non importa chi ci sia stato alla Casa Bianca: Barack Obama o Teddy Roosevelt; gli Usa non sopporteranno paesi con governi e culture che mettono al primo posto le necessità del loro popolo e che si rifiutano di promuovere o di soccombere alle richieste e alle pressioni degli Stati Uniti. Una democrazia riformista sociale con una base capitalista – come il Venezuela – non è perdonata dai dominatori del mondo”. E ancora: “In Venezuela vogliono un golpe in modo che possano far ritirare le più importanti riforme sociali del mondo – come quelle fatte in Bolivia e in Ecuador. Hanno già distrutto le speranze della gente comune in Honduras. La ‘sopravvivenza’ del Venezuela chavista è una testimonianza dell’appoggio dei venezuelani comuni al loro governo eletto – questo mi è stato chiaro quando sono stato di recente in quella nazione. La debolezza del Venezuela è che la ‘opposizione’ politica – quelli che chiamerei la ‘Mafia di Caracas Est – rappresentano potenti interessi a cui è stato permesso di conservare un potere economico fondamentale. Soltanto quando quel potere diminuirà, il Venezuela si scrollerà di dosso la costante minaccia della sovversione appoggiata dall'estero. Nessuna società dovrebbe avere a che fare con questa situazione ogni anno”. Leggete qualcosa di tutto questo in Italia? Le uniche notizie sono quelle che arrivano da El Pais e dal New York Times, attraverso Repubblica.

Nell'Europa del debito privato delle banche che diviene pubblico, nell'Europa della sopraffazione continua, nell'Europa dei 120 milioni di poveri, nell'Europa delle migliaia di sfratti al giorno, non si sa quindi nulla dell'esistenza di un continente che si sta emancipando e offre un modello alternativo possibile. 

Si possono spezzare le catene del debito, le catene dell'euro, le catene della Troika? Si può uscire da questa trappola? Da soli è difficile. Il primo round perso con la Troika da parte di Alexis Tsipras divenuto premier con un mandato elettorale preciso dimostra in modo inequivocabile come per Berlino, Bruxelles e Francoforte non esista alcuna alternativa all'Europa dell'austerità, all'Europa del taglio permanente del Welfare State e all'Europa che tiene conto dei soli interessi delle multinazionali e delle oligarchie finanziarie, mai quelli democratici dei popoli.

Pur nelle differenze di un modello tipico di quelle terre, l'esperienza dell'America Latina da questo punto di vista è emblematica: una serie di movimenti autocreatesi per la protezione di diritti, le diverse comunità a difesa dei loro territori e singoli cittadini stanchi di subire le ennesime sopraffazioni hanno saputo trovare una sintesi politica che si è rilevata vincente. Pur nelle loro differenze hanno saputo convergere e permettere alle loro popolazioni di tornare ad essere padroni del loro destino e del loro futuro. 

Quella solidarietà e condivisione di intenti che ha permesso in molti paesi dell'America Latina di emanciparsi, purtroppo, nell'Europa del sud ancora non c'è. Ma esistono movimenti e partiti non delegittimati da anni di potere e di compromessi con le lobby corporativo-finanziarie che possono, anzi devono, iniziare a pensare ad una nuova Comunità solidale in grado di spezzare le catene dei Diktat della Troika.

Eduardo Galeano una volta ha detto che “La carità è umiliante perché viene esercitata in senso verticale e dove capita; la solidarietà è orizzontale e comporta il rispetto reciproco.” A Grecia, Spagna, Portogallo e Italia, i PIIGS, i famosi maiali, si offre la carità per trasfomare l'Europa del sud nel “giardino di casa” di Bruxelles, Berlino e Francoforte. Per ribellarci a questo sentiero della storia già tracciata si può prendere spunto da chi, dopo anni di lotte, non è più il “giardino di casa” degli Stati Uniti. Solo allora, solo insieme e nel rispetto reciproco dei singoli paesi, potrà sorgere l'Alba di una nuova Europa in grado di ridare libertà, civiltà, sovranità e democrazia alle singole popolazioni.

L’ex generale Usa Robert Scales: per salvare l’Ucraina bisogna uccidere tutti i russi





«Iniziare a uccidere così tanti russi che neanche i media di Putin potranno nascondere il fatto 

che stanno tornando in patria nelle bare» 

Mentre la fragile tregua in est Ucraina continua a reggere anche grazie ai diktat del 

Fondo Monetario Internazionale, che ha posto come condizione per il prestito da 17,5 miliardi 

di dollari la fine delle ostilità in Donbass, la guerra fredda 2.0 tra Usa e Russia si sposta 

inevitabilmente sui media. Ad alimentare l’esasperante tensione tra Mosca e Washington 

ci ha pensato ieri il generale americano in pensione Robert Scales nel corso di un’intervista 

choc all’emittente statunitense Fox News.


L'unico modo per gli Stati Uniti di ottenere risultati in est Ucraina? «Iniziare a uccidere così 

tanti russi che neanche i media di Putin potranno nascondere il fatto che stanno tornando in patria 

nelle bare», ha detto convintamente Scales di fronte all’incredulo Lou Dobbs, giornalista di 

lungo corso televisivo. «Data la quantità di supporto che abbiamo dato agli ucraini – ha aggiunto 

Scales - e data la possibilità degli ucraini stessi di contrattacco nei confronti dei 12.000 russi 

accampati nel loro paese è probabile che questo non accada». Dichiarazione che ovviamente ha 

scatenato le ire di Mosca. 

Il Comitato Investigativo della Russia, infatti, ha aperto un procedimento contro il 
generale in congedo.«Contro il cittadino statunitense Robert Scales è stato aperto un procedimento 

sulla base dell'articolo "Istigazione alla guerra aggressiva attraverso orgni d'informazione" del codice 

penale», si legge un comunicato comparso sul sito del Comitato Investigativo russo. Per i magistrati 

di Mosca le dichiarazioni del generale americano «violano non solo le norme della legge russa, 

ma anche l'articolo 20 del Patto internazionale sui diritti civili e politici del 1966, che stabilisce 

il divieto di propaganda di guerra e di qualsiasi istigazione alla discriminazione, odio o violenza». 
Il reato che viene contestato a Scales prevede fino a cinque anni di reclusione, anche se è difficile 
immaginare che l’ufficiale americano si possa presentare un giorno in un’aula di tribunale moscovita. 
Dura la reazione del ministero degli esteri russo, che attraverso il suo portavoce, 
Aleksander Lukashev 

ich, ha condannato le parole dell’ex generale americano. Il funzionario russo ha parlato di 
«rossofobia atroce che fa diventare ciechi e impedisce di capire in modo adeguato la realtà». 
Scales, comunque, non è nuovo a sortite del genere. Lo scorso 18 febbraio, in un’editoriale pubblicato
sul Wall Street Journal, l’ex generale aveva invitato l’amministrazione Obama a inviare 
«armi difensive 
letali» a Kiev. «L’Ucraina ne ha bisogno per difendersi da ulteriori incursioni da parte delle truppe 

russe e dei separatisti nella parte orientale del paese».

13 marzo 2015

Renzi ora svende anche il Parco dello Stelvio, il più grande parco nazionale delle Alpi

Renzi ora svende anche il Parco dello Stelvio, il più grande parco nazionale delle Alpi


il Parco dello Stelvio, la più grande tra le aree protettedell’arco alpino, potrebbe non esistere più.


Il Parco dello Stelvio, che nell’arco alpino costituisce la più grande area protetta con lo status di parco nazionale, potrebbe non esistere più già nelle prossime settimane, se il Consiglio dei Ministri dovesse avallare l’intesa sottoscritta dal Ministero dell’Ambiente, dalla Regione Lombardia e dalle Province Autonome di Trento e Bolzano, per modificarne radicalmente la governance e le tutele. Così una delle storiche esperienze di conservazione della natura chiuderà i battenti a ridosso del suo ottantesimo compleanno (il parco fu infatti istituito nel lontano 1935), lasciando il posto ad un patchwork di parchi provinciali con un livello di protezione molto inferiore, venendo estromesso di fatto dal novero dei parchi nazionali.

“Sarebbe il primo caso in Europa di declassamento, ci auguriamo quindi che il Presidente Renzi e il ministro dell’Ambiente Galletti vogliano evitare in extremis di danneggiare anche a livello internazionale tutto il nostro sistema di aree protette”, ha dichiarato Vittorio Cogliati Dezza, presidente nazionale di Legambiente.

L’intesa Stato-Regione Lombardia-Province Autonome prende spunto dal fallimento, incontestabile, della governance assicurata dal Consorzio Parco Nazionale dello Stelvio, l’ente che ne ha assicurato la gestione nell’ultimo ventennio rilevandola da quella della ex-azienda di Stato delle Foreste Demaniali. L’insuccesso del Consorzio è dovuto ai mille ostacoli incontrati, alla scarsa collaborazione da parte di Regione e Province, agli enormi problemi ancora irrisolti di regolarizzazione del personale, ad una presenza eccessivamente burocratica del Ministero dell’Ambiente. Forse ostacoli voluto ,proprio in vista della svendita ai privati e multinazionali molto care a renzi. Ma anziché risolvere questi problemi, il testo dell’intesa (nonostante il potere di veto e il parere obbligatorio e vincolante sul piano del parco e del regolamento) scioglie, con un vero colpo di mano, l’unitarietà del parco che tutela le vette e i versanti del massiccio montuoso Ortles-Cevedale, separandolo lungo le linee di confine tra le tre entità amministrative.

“Anziché innovare e semplificare il sistema di gestione dell’area protetta – ha continuato Cogliati Dezza – si preferisce scinderla in tre unità separate che potranno decidere ciascuna, in regime di totale autonomia e in nome di un malinteso e irresponsabile decentramento, di allentare vincoli o addirittura di stralciare porzioni di territorio. E’ difficile comprendere come il Ministero dell’Ambiente possa aver siglato un’intesa con la quale lo Stato, oltre a dismettere il finanziamento dell’ente, rinuncia ad esercitare qualsiasi funzione di controllo nei confronti di un parco nazionale di questa importanza e notorietà”.

L’accordo sottoscritto, infatti, prevede che al posto dell’ente unitario di gestione si insedi un non meglio precisato ‘comitato di coordinamento’, privo di qualsiasi personalità giuridica e con un ruolo di pura ‘moral suasion’ nei confronti di Regione e Province Autonome, che potranno autonomamente deliberare qualsiasi modifica sia al piano del parco che al perimetro dell’area protetta. Ogni Provincia e Regione istituirà invece un proprio ente autonomo per la gestione del territorio ricadente nella propria giurisdizione amministrativa. E, visto che i precedenti non mancano, è molto probabile che lo spezzatino amministrativo non sarà in grado di impedire l’amputazione indisturbata di parti significative di territorio protetto che lascino il posto a resort sciistici o impianti di sfruttamento idroelettrico.

“Il nuovo schema di governo non avrà più nemmeno lontanamente i requisiti per essere considerato parco nazionale, e con questo le Alpi perderanno la loro più grande area protetta.

Ci appelliamo al Governo affinché non avalli una simile decisione – ha dichiarato Damiano Di Simine, presidente di Legambiente Lombardia -, altrimenti sarà inevitabile ricorrere alle istituzioni internazionali per evitare il primato europeo di declassamento di un parco nazionale”.
l


Aree protette ok alla speculazione sul Parco dello Stelvio-

Panorama



Regione e Province Autonome potranno infatti deliberare qualsiasi modifica sia al piano del parco che al perimetro dell’area protetta. Cacciatori e costruttori attendono alla finestra il regalo del governo.

Con la legge 24 aprile 1935, n. 740 fu istituito il Parco Nazionale dello Stelvio, “allo scopo di tutelare e migliorare la flora, di incrementare la fauna, e di conservare le speciali formazioni geologiche, nonché le bellezze del paesaggio e di promuovere lo sviluppo del turismo” (articolo 1) di un vasto territorio tra Lombardia e Trentino – Alto Adige, “comprendente i gruppi montani dell’Ortles e Cevedale”. Già con il DPR n. 279 del 22 marzo 1974 – in attuazione delle norme speciali di autonomia per la Regione Trentino Alto Adige – si decise la costituzione di un Consorzio tra Ministero dell’Ambiente, Provincia autonoma di Bolzano, Provincia autonoma di Trento e Regione Lombardia per la sua gestione.

In realtà il Consorzio del Parco Nazionale dello Stelvio si istituì formalmente solo in seguito all’Accordo di Lucca del 27 marzo 1992 e in applicazione della legge quadro sulle aree protette 6 dicembre 1991, n. 394, con Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri 26 novembre 1993. Successivamente la Provincia autonoma di Trento (L.P. 30 agosto 1993, n. 22), la Provincia autonoma di Bolzano (L.P. 3 novembre 1993, n. 19) e la Regionale Lombardia (L. R. 10 giugno 1996, n. 12) hanno definito la gestione della grande area protetta nel cuore delle Alpi centrali, tramite un Consiglio Direttivo, nominato con Decreto del Ministro dell’Ambiente, e tre comitati di gestione (lombardo, altoatesino e trentino), in cui sono rappresentate, oltre alle amministrazioni locali, anche le istituzioni scientifiche e le associazioni di protezione ambientale. Da quasi 20 anni, dunque, il Parco Nazionale dello Stelvio, uno dei più antichi parchi naturali italiani – esteso su una superficie di circa 130.700 ettari, distribuita su 4 province (Brescia, Sondrio, Bolzano e Trento) e 24 comuni – è amministrato in forma consortile.

Il 30 novembre 2010 la Commissione dei Dodici ha approvato una norma di attuazione relativa alla soppressione del Consorzio del Parco Nazionale dello Stelvio e nella seduta del 22 dicembre 2010 il Consiglio dei Ministri ha recepito con apposito decreto la decisione assunta dall’organo paritetico tra lo Stato e le Province autonome di Trento e Bolzano, in assenza però di un’intesa con la Regione Lombardia e in evidente conflitto con il dettato della legge nazionale sulle aree protette. Come è noto, il Presidente della Repubblica – a cui erano giunte non solo le preoccupazioni delle associazioni ambientaliste, ma anche la contrarietà della Lombardia sancita dall’approvazione in Consiglio Regionale di un apposito ordine del giorno (21 dicembre 2010) – non ha accolto la proposta di smembramento del Parco Nazionale così come avanzata dalle forze politiche di maggioranza della Provincia autonoma di Bolzano e recepita dalla Commissione dei Dodici e dal Governo Berlusconi.

Per rispondere alle richieste del Capo dello Stato tra gennaio e luglio 2011 si è riunito più volte (almeno 7) il cosiddetto “Tavolo tecnico di Brescia”, allo scopo di elaborare una proposta tecnica per “un’intesa preliminare con la 3 Regione Lombardia e le due Province autonome a garanzia della gestione unitaria del Parco”. Di questo tavolo tecnico – i cui lavori si sono ufficialmente conclusi nel luglio 2011 – hanno fatto parte: i tecnici responsabili delle unità organizzative Ambiente e Parchi di Regione Lombardia e delle Province autonome di Trento e di Bolzano, nonchè il Presidente (Ferruccio Tomasi) e il Direttore (Wolfgang Platter) del Consorzio del Parco Nazionale dello Stelvio.

A inizio novembre 2011 presso la sede del Ministero delle Regioni si è tenuta una riunione tra i rappresentanti del Ministero dell’Ambiente, del Ministero delle Regioni, di Regione Lombardia e delle Province autonome di Trento e di Bolzano (esclusi i rappresentanti del Consorzio del Parco!!) con l’obiettivo di concludere il lavoro su un testo d’intesa a firma dei Presidenti dei tre enti come chiesto dal Presidente della Repubblica. Da quanto ci risulta finora questa intesa non è stata raggiunta nè a novembre 2011 nè in seguito…Da molti mesi gli organi collegiali dell’Ente Parco sono scaduti: il Consiglio direttivo dal 26 dicembre 2010; il Comitato di gestione per la Provincia Autonoma di Bolzano dal 12 marzo 2011 e quello per la Provincia autonoma di Trento dal 16 luglio 2011. Il Comitato di gestione per la Regione Lombardia rimarrà in carica fino al 4 ottobre 2012, mentre il Collegio dei Revisori dei Conti concluderà il proprio mandato il 10 agosto 2012.

A termini del DPCM (art. 5, comma 3) del 1993 la nomina del Consiglio Direttivo spetta al Ministro per l’Ambiente, che vi provvede con apposito decreto, ma ad oggi non risulta alcun provvedimento di rinnovo di questo organo, fondamentale –4 insieme ai 3 comitati di gestione – per un buon governo di questa importante area protetta delle Alpi. In mancanza dell’organo collegiale di vertice (Consiglio Direttivo) l’attività istituzionale – compresa l’approvazione del Bilancio di previsione per l’esercizio finanziario 2012 – procede tramite decreti d’urgenza del Presidente del Consorzio, Ferruccio Tomasi, riconfermato per altri cinque anni con decreto ministeriale n.1126 del 3 agosto 2009, che agisce come fosse di fatto un “commissario straordinario”.

Piano del Parco Il Piano per il Parco, previsto ai sensi dell’articolo 12 della legge quadro sulle aree protette (394/1991), giace da anni presso gli uffici del Ministero dell’Ambiente e della tutela del territorio e del mare, in attesa dell’approvazione definitiva. La sua mancanza impedisce naturalmente una gestione efficace e in sintonia con gli indirizzi della legislazione europea ed internazionale. La lettera aperta al Ministro dell’Ambiente e della tutela del territorio e del mare del 1 maggio 2012. In data 1 maggio 2012 CIPRA Italia e le sezioni regionali (Trentino – Alto Adige) delle Associazioni di protezione ambientale (Italia Nostra, Legambiente, LIPU, Mountain Wilderness e WWF) hanno inviato al Ministro Corrado Clini una lettera aperta – ancora senza risposta – per chiedere:

1. il rinnovo tempestivo del Consiglio Direttivo del Parco, condizione indispensabile per la successiva formazione dei tre Comitati di gestione; 2. l’approvazione del Piano di gestione del Parco, adeguandone le normative e gli atti di indirizzo alle più recenti sollecitazioni pervenute dall’Unione Europea in termini di conservazione, della gestione del paesaggio, della tutela della biodiversità;

3. un’adeguata revisione dei finanziamenti al Parco Nazionale dello Stelvio, tale da permettere all’Ente di far fronte ai propri compiti statutari;

4. di avviare le necessarie procedure presso l’Unione Europea per valutare la possibilità di inserire il Parco Nazionale dello Stelvio in un’area strategica di valenza internazionale, un parco trasnazionale, il Parco Naturale europeo delle Alpi Centrali, che comprenda nel suo futuro ambito le confinanti aree protette dell’Austria e della Svizzera, oltre ad altri Parchi Naturali italiani (Adamello-Brenta, Adamello, Orobie-Valtellinesi e Orobie Bergamasche).

QUESTO E’ IL GOVERNO DELLE SPECULAZIONI PRIVATE…

Putin: abbiamo evitato che la Crimea finisse come il Donbass

Putin: abbiamo evitato che la Crimea finisse come il Donbass

DAL FILM-DOCUMENTARIO “CRIMEA, IL RITORNO A CASA”
Chi lo segue quotidianamente si è accorto che Vladimir Putin è scomparso. In pubblico non appare più dallo scorso 5 marzo e l’altro giorno il suo staff ha comunicato l’annullamento di un incontro previsto per oggi con il presidente kazako Nazarbayev sulla crisi ucraina. Così le voci maligne sono iniziate a circolare a Mosca e dintorni. Putin sta male, in questo periodo non gode di buone salute, si sta curando dalla malattia che lo affligge diverso tempo. Persino un’agenzia stampa del calibro diReuters è caduta nel tranello delle malelingue occidentali, secondo le quali Putin avrebbe un cancro al pancreas, e ha costretto stamattina il Cremlino a una smentita ufficiale.

«Il presidente Putin sta benone, non c’è bisogno di preoccuparsi», ha detto il suo portavoce Dmitri Peskov, alla radio Ekho Moskvy. Quelle apparse sui media, dunque, sono «attese vane. Che tacciano. Va tutto bene, perché la stretto di mano di Putin è così forte che spezza le mani», ha ribadito, scherzando, Peskov. E se non appare in pubblico da così tanto tempo «magari è colpa della febbre di primavera», ha sdrammatizzato. Il sito del Cremlino nel frattempo continua a pubblicare resoconti di incontri chiusi alla stampa avvenuti nell’ultima settimana. Anche se, come fa notare l’ex ambasciatore russo in Turchia e Israele, Pyotr Seghny, la cancellazione di visite, già organizzate, delle alte cariche di Stato è molto rara e difficilmente di natura politica. Il mistero rimane fitto.

Intanto l’emittente tv Rossija 1 ha lanciato un’altra anticipazione dell’intervista concessa da Putin per il film-documentario che andrà in onda domenica dal titolo “Crimea, il ritorno a casa”. «Quando abbiamo agito in modo abbastanza duro in Crimea – dice Putin – partivo dalla considerazione che fossero possibili le stesse tragiche conseguenze che oggi osserviamo in Donbass». Dunque, proprio per evitare un tale sviluppo, ha proseguito il presidente russo, «siamo stati costretti a prendere le misure necessarie per garantire la libertà di espressione degli abitanti di Crimea. L’obiettivo finale era dare la possibilità alle persone di esprimere la loro opinione su come volevano continuare a vivere».

Si tratta della seconda anticipazione, dopo quella di tre giorni fa, dove Putin ammetteva candidamente di aver lavorato per far sì che la Crimea tornasse russa e anche di aver salvato la vita all’ex presidente ucraino,Viktor Yanukovych. Nella notte tra il 22 e il 23 febbraio, durante una riunione con i massimi vertici dello Stato, Putin ha raccontato di aver «invitato al Cremlino i responsabili dei nostri servizi segreti, del ministero della Difesa, e ho affidato loro la missione di salvare la vita del presidente ucraino. Sarebbe stato massacrato». Prima di congedarli «mentre ci salutavamo ho detto ai colleghi: siamo costretti ad avviare il lavoro per riportare la Crimea in territorio russo».

Putin ha anche sostenuto di aver preso la sua decisione finale dopo un sondaggio segreto secondo cui l’80% degli abitanti della Crimea erano a favore di un’unione con la Russia, risultato ampiamente confermato dall’esito del referendum dello scorso 16 marzo. Lunedì, dunque, ricade l’anniversario del referendum che ha sancito l’indipendenza della penisola dall’Ucraina. L’evento sarà celebrato in tutta la regione e in Russia, anche se le cerimonie previste non dovrebbero essere

Siri è una spia? Quando la App registra tutto ciò che dici

Siri è una spia? Quando la App registra tutto ciò che dici


«Questa chiamata può essere registrata per garantire la qualità». Tutti conoscono l’avvertimento che certe parole pronunciate attraverso i nostri cellulari possono essere registrate, ma ora pare che vengano registrate anche le conversazioni fatte al telefono.


I comandi orali inoltrati ai programmi a riconoscimento vocale Siri e Cortana vengono registrati e poi inviati a estranei per aiutare a migliorare l’affidabilità di questi programmi, secondo quanto ha affermato un elemento interno sul sito di social newsReddit.

In un post dal titolo “Tutto quello che hai detto a Siri o Cortana è stato registrato… e io posso ascoltarlo” l’utenteFallenmyst ha dichiarato di essere uno degli addetti che ascoltano tutti i nostri comandi − dalle ricerche banali ai messaggi erotici spinti − e poi valutano quanto bene il programma abbia interpretato tali richieste.

«Ragazzi, vi dico che se avete detto qualcosa al telefono è stato registrato… e c’è un’ottima probabilità che possa essere sentito da terzi» ha scritto Fallenmyst. «Ho sentito di tutto, da ragazzini chiedere cose innocenti come «Siri, ti piaccio?» a qualche ragazzo che chiede a Galaxy di leccargli il buco del culo. Vorrei tanto poter dire che stavo scherzando.»

Naturalmente gli avvertimenti sulla registrazione di comandi vocali sono indicati nei termini di servizio dell’iOS (il sistema operativo di Apple per iPhone) per Siri, quelle lunghe note contrattuali che nessuno legge e che tutti saltano per andare a cliccare direttamente su “accetta”.

«Utilizzando Siri o Dictation l’utente accetta e acconsente ad Apple e alle sue società controllate e i suoi agenti la trasmissione, raccolta, manutenzione, trattamento e uso di queste informazioni − compreso il suo input vocale e i dati utente − per sostenere e migliorare Siri, Dictation e la funzione di dettatura in altri prodotti e servizi Apple» si legge nelle condizioni contrattuali.

Traduz.: Tutte le cose che dici a Siri su iPhone sono analizzate e conservate. Tutte le informazioni sono inviate ad Apple, e Apple ha il diritto di condividerle.

Le registrazioni non sono effettuate in tempo reale e sono anonime − Fallenmyst nei suoi messaggi asserisce di non aver mai saputo niente delle persone che ha ascoltato − ma comunque alimenta preoccupazioni sulla privacy tra gli utenti.

Infatti, Motley Fool (una società multimediale di servizi finanziari, ndt) riferisce che in passato Apple ha spiegato che i comandi vocali sono registrati e conservati fino a diciotto mesi, e completamente dissociati dal vostro specifico telefono dopo sei. Anche quando le registrazioni inizialmente conservano qualche connessione con un telefono in particolare, i termini di servizio spiegano anche che i dati vengono criptati.

«Per aiutare i programmi vocali a riconoscere la vostra pronuncia e a fornire le risposte migliori, alcuni dati utente quali il vostro nome, i contatti e le canzoni della vostra libreria musicale vengono inviati ai server di Apple utilizzando protocolli criptati. Detto questo, Siri e Dictation non associano queste informazioni alla vostra ID Apple (il nome utente che si usa ogni volta che si interagisce con Apple), ma piuttosto al vostro dispositivo tramite un identificatore casuale.»

In sostanza, tutti questi dati vengono usati per aiutare il programma di riconoscimento vocale a “imparare” a riconoscere come parlate e a interpretare meglio le voci umane in tutta la loro varietà: parte di questo “apprendimento” comporta che il suo lavoro sia valutato da un vero essere umano vivo. E sembra che probabilmente abbia ancora molta strada da fare.

Traduz. dei tweet:

Tutto ciò che ho sempre sentito da Siri è: «Mi dispiace, non sono sicuro di ciò che hai detto». Sarà il mio accento?

Non posso credere che Apple finga ancora che Siri funzioni.

Penso che lo induca in errore il mio accento scozzese del dialetto di Klingon.

Mio padre è veramente incazzato perché Siri non riesce a capire il suo accento italiano. Ahahahahah!

Assolto o no, Berlusconi resta Berlusconi

Assolto o no, Berlusconi resta Berlusconi


Se la gode, Super Silvio. E intorno a lui, manco a dirlo, se la godono altrettanto i suoi cortigiani e i suoi fan. La Cassazione, la cosiddetta “Suprema Corte”, ha confermato la sentenza di appello che nel luglio dell’anno scorso aveva assolto l’ex Cavaliere dai reati di concussione e prostituzione minorile, nell’ambito dell’arcinoto Rubygate, e adesso tutti loro sono euforizzati come non accadeva da anni. Lo scampato pericolo li entusiasma, li ringalluzzisce, li inebria. Fino a fargli travisare completamente la realtà, sia giudiziaria che politica.


La reazione corretta dovrebbe essere quella del basso profilo. Festeggiamenti privati, o quasi, nella consapevolezza che il verdetto è quello che è, ossia una scappatoia in extremis che non nega i comportamenti scabrosi dell’imputato ma li considera, bontà sua, non rilevanti sul piano penale. Invece, dal capintesta in giù, eccoli lì a straparlare ovunque e ad atteggiarsi a parte lesa. A povere vittime, non solo incolpevoli in senso processuale ma addirittura sul piano etico, che per anni e anni sono state perseguite in maniera tanto ingiustificata quanto accanita e che ora, perciò, hanno diritto a ogni sorta di rivalsa.

L’idea, anzi la pretesa, è attribuire a questa singola assoluzione un valore onnicomprensivo, che ripulisca Berlusconi di ogni precedente addebito e lo legittimi, all’opposto, come il campione dei cittadini onesti che vengono tiranneggiati in modo subdolo e arbitrario. Il ragionamento, si fa per dire, poggia su un sillogismo sbilenco e ributtante: siccome è stata riconosciuta l’infondatezza di questo gravissimo impianto accusatorio – che mettendo insieme l’abuso di potere istituzionale e l’illegalità/immoralità della condotta privata screditava completamente il leader di Forza Italia, inchiodandolo a un’immagine corrotta e delinquenziale sia come governante che come persona – alloravanno ritenuti parimenti immotivati qualsiasi altra contestazione o sospetto di analoghe bassezze, sia per il passato che per l’avvenire.

Alé: il rito dell’ordalia si è compiuto e il volere di Dio si è palesato. San Silvio Martire è stato sottratto, finalmente, al pubblico ludibrio, e restituito alla gloria che gli compete. Per cui si può tornare, evviva, a onorarlo come merita. Egli stesso, che dell’autocelebrazione ha un bisogno smodato e quasi incontrollabile, si è precipitato a rivendicare la legittimazione perduta, o quantomeno assai appannata, e a ergersi a demiurgo di una futura rinascita nazionale: «Archiviata anche questa triste pagina, sono di nuovo in campo per costruire, con Forza Italia e con il centrodestra, un’Italia migliore, più giusta e più libera».

In effetti, e al di là della grottesca promessa di migliorare il Paese (si è visto come è andata quando ha avuto in mano le leve del comando, per un totale di quasi dieci anni da capo del governo), l’affermazione è a dir poco prematura. La sua incandidabilità, che nel novembre 2013 ne ha comportato la decadenza da senatore, dipende dalla condanna definitiva per frode fiscale e perdurerà fino al 2019. A meno che la Corte Europea di Strasburgo non gli dia ragione, riconoscendo che tali misure sono illegittime per il fatto che si basano sull’applicazione retroattiva della legge Severino, la situazione è questa e questa rimane.

Berlusconi lo sa benissimo, ovviamente. Ma sa ancora meglio che la propaganda è cosa ben diversa dalla verità. Ancora una volta, quindi, si affretta a scommettere sui difetti e sulle debolezze altrui: di qua la credulità di quegli elettori del centrodestra che non vedono l’ora di riaverlo come totem da osannare, per poi sentirsi a loro volta vincenti e autorizzati a coltivare qualsiasi egoismo e qualunque rozzezza; di là, l’opportunismo dei “professionisti del consenso” che si sono ingrassati all’ombra di Forza Italia e dintorni, e che dopo tre anni di fortissime turbolenze sperano di ritrovare il loro leader-benefattore, così da tornare in auge o assicurarsi, se non altro, un’ulteriore stagione di vantaggi e privilegi.

Il cinismo di alcuni, la stupidità di altri, la meschinità di entrambi. Un groviglio di interessi materiali e di smanie personalistiche. Guarda caso, le stesse identiche espressioni che si potrebbero usare per l’holding renziana.

Il Magistrato Varone: lo Stato deve emettere moneta gratuitamente senza farsela prestare!

Il Magistrato Varone: lo Stato deve emettere moneta gratuitamente senza farsela prestare!


Riportiamo l’ultimo post pubblicato dal Magistrato Varone Gennaro sul suo profilo Facebook:


La (finta) ripresa.

A parte il fatto che ancora non c’è (e non sappiamo affatto se ci sarà davvero): il PIL a dicembre è crollato, letteralmente.

A parte il fatto che mi auguro ci sia, allo stesso modo in cui mi auguro di vincere alla lotteria: irrazionalmente.

Mi chiedo: perché “dovrebbe” esserci? Perché .. ce lo dicono? Sono sette anni che ce lo dicono …

Allora. Se c’è più Moneta in giro è “probabile” la Comunità ne abbia più a disposizione da spendere.

Si, d’accordo. Ma alla Comunità “come” dovrebbe arrivare questa Moneta, posto che la BCE la consegna alle Banche Commerciali Private E NON AI GOVERNI?

In due modi.

Primo. Attraverso i Prestiti che le Banche Commerciali faranno alla Comunità. Prestiti più a buon mercato (si spera), ma sempre prestiti.
Certo, se io ho più denaro (prestato) ne posso spendere di più. E questo dovrebbe far salire la Domanda di beni ed incentivare la Produzione.
Ovviamente, se cresce la Domanda, saliranno anche i prezzi. Ecco perché Draghi sostiene che ci vuole un po’ di inflazione “buona”: perché è il segnale che Domanda e Produzione crescono.
Si. Nel breve periodo. Un po’.
Ma attenzione: l’inflazione è davvero “buona” se, nel frattempo, gli stipendi non perdono potere di acquisto; cioè, se vengono ‘indicizzati’.
Se i prezzi dovessero salire, ma i salari restare uguali, tutti saremmo più poveri. E siccome la Domanda è cresciuta NON perché ci hanno ‘dato’ denaro (indicizzazione), ma perché ce l’hanno “prestato”, molto presto ci ritroveremo ancora più indebitati di prima: perché, una volta prodotta l’inflazione “buona”, non la si può combattere … aumentando il prestito. Ci vorrebbe Moneta … guadagnata (ma non si può, nell’Eurozona -salva la lotta sulle Esportazioni).

Il secondo modo è la Spesa Pubblica.
Se la BCE acquista i Titoli di Stato, l”interesse sui Titoli di Stato cala e il Governo ha più Moneta da spendere.
Non sappiamo “quanta” Moneta in più.
In ogni caso, se fossi il Premier, la spenderei in Opere Pubbliche e Servizi ed indicizzerei gli stipendi dei pubblici dipendenti (fermi da decenni): non perché sono un pubblico dipendente; ma perché questo è l’unico modo che ha il Governo di sostenere la Spesa Privata, senza costringere gli individui ad indebitarsi loro; il modo di sostenere la Domanda (e la conseguente inflazione), senza provocare povertà.
Il mio stipendio non è soltanto “mio”: è reddito per tutti coloro presso i quali lo spendo mese per mese. E’ elementare.
Tuttavia, l’aumento di Spesa Pubblica, comporterebbe, nel lungo periodo, un aumento del debito pubblico e, dunque, degli interessi sul debito pubblico. E siamo punto e a capo.

Come vedete non c’è soluzione.
E sapete perché? Non capite da soli dov’è l’errore?
L’errore è che la Moneta NON PUO’ ESSERE TUTTA UN PRESTITO come avviene ora.
La soluzione è che UNA PARTE della Moneta, quella necessaria ad assorbire IL REALE AUMENTO DI PRODUZIONE CHE CI SI ATTENDE, sia immessa GRATIS nella Comunità da uno Stato che LA STAMPA DA SE’ e la offre con una Spesa Pubblica finalmente NON A DEBITO.
E’ il solo modo di tutelare il nostro benessere, di garantire il Risparmio (articolo 47 Costituzione, che pochissimi ricordano), di sostenere la Domanda.
NESSUNA DOMANDA PUO’ ESSERE SOSTENUTA A DEBITO PER SEMPRE. E’ logica e l e m e n t a r e.

Quindi, attendiamoci un breve periodo di respiro.
Poi i tassi torneranno a salire, le Banche vorranno rientrare nei prestiti, i Redditi fissi avranno perso valore grazie all’inflazione “buona”.
Ma la cottura della rana sarà a buon punto.

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