21 marzo 2015

Il reddito delle famiglie greche si è ridotto dell'86% a causa della crisi. Studio IMK

Il reddito delle famiglie greche si è ridotto dell'86% a causa della crisi. Studio IMK

Secondo uno studio commissionato dall'Istituto tedesco per la ricerca macroeconomica (IMK) e riproposto dal blog KTG, in Grecia le famiglie più povere hanno perso quasi l'86% del loro reddito, mentre i più ricchi solo il 17-20%. La pressione fiscale sui poveri è aumentata del 337%, mentre l'onere per le classi superiori di reddito è aumentato solo del 9% !!! Questo è il risultato di uno studio che ha analizzato 260.000 dati fiscali e redditi degli anni 2008-2012. 

Questi gli altri principali risultati dello studio:


I dipendenti del settore privato hanno subito la maggiore perdita di reddito, ed hanno più probabilità di essere disoccupati rispetto a quelli occupati nel settore pubblico.

Da 2009-2013 i salari e gli stipendi del settore privato sono diminuiti del 19 per cento. Il salario minimo è stato abbassato e le strutture di contrattazione collettiva sono state indeboliti. I dipendenti nel pubblico settore hanno perso circa un quarto del loro reddito .

La disoccupazione è salito dal 7,3% nel 2 ° trimestre del 2008 al 26,6% nel Q2 2014. Tra i giovani di età compresa tra 15-24 anni, la disoccupazione ha avuto una media del 44%.

Il prepensionamento nel settore privato è aumentato del 14%.

Il repensionamento nel settore pubblico è aumentato del 48%

I ricercatori vedono qui un chiaro legame con la politica di austerità.

Dall'inizio dell' austerità, le imposte dirette sono aumentate di quasi il 53% , mentre le imposte indirette sono aumentate del 22 per cento . 

Le famiglie più povere pagano sproporzionatamente più in tasse e la pressione fiscale che grava su di loro è aumentata del 337%. In confronto, la pressione fiscale per le famiglie ad alto reddito è aumentato solo del 9%. 


In media, lil reddito annuale delle famiglie greche è sceso da 23.100 euro nel 2008 a poco meno 17.900 euro nel 2012. Ciò rappresenta una perdita di quasi il 23 per cento.

Le perdite sono state significativamente diverse per ogni classe di reddito con le famiglie più povere che hanno subito le maggiori perdite.

Quasi una famiglia greca su tre nel 2012 avevaun reddito annuo inferiore a € 7.000. 

Milioni di persone in Grecia sono state distrutte economicamente da una politica di austerità eccessivamente severa e totalmente squilibrata dal punto di vista sociale, ha commentato Gustav Horn, direttore scientifico dell'Istituto.

I terroristi che operano in Siria esprimono le “congratulazioni” a Natanyahu per la sua vittoria elettorale

I terroristi che operano in Siria esprimono le “congratulazioni” a Natanyahu per la sua vittoria elettorale
I leaders dei vari gruppi terroristi che operano contro il governo siriano hanno invito messaggi di felicitazione al primo ministro israeliano, Benyamin Netanyahu, per la recente vittoria del suo partito (Likud) nelle elezioni parlamentari, incitando il governo di Tel Aviv nel continuare il suo sostegno.


I messaggi sono stati consegnati da un membro del parlamento israeliano che opera come mediatore tra il regime di Israele ed i gruppi dei miliziani jihadisti in Siria.
Il partito Likud ha vinto in una dura corsa elettorale le elezioni legislative del martedì, nell’ottenere 30 seggi dei 120 del Parlamento, di fronte ai 24 dell’Unione Sionista.

“Abbiamo ricevuto con grande speranza ed allegria la notizia della sua vittoria”, recita una delle missive inviate da uno dei gruppi. In un altro messaggio, uno dei capi terroristi, oltre a felicitarsi per la vittoria del partito della destra Likud, chiede a Netanyahu di proseguire nel suo sostegno agli uomini armati “siriani” (quasi tutti stranieri) che combattono contro il governo del presidente Bashar al-Assad.
Allo stesso modo, afferma che le bande terroriste “desiderano costruire le migliori relazioni a tutti i livelli con Tel Aviv”.

Il mediatore Mendi Safadi, ha anche dichiarato alla televisione israeliana di aver ricevuto due note ufficiali e varie chiamate, incluso da parte di dirigenti del denominato “Esercito Libero siriano” (ELS), considerato dai paesi occidentali “ribelli moderai” e da Damasco terroristi.


Con il fine di destabilizzare le forze del governo siriano e dividere i paesi che l’appoggiano, il regime di Tel Aviv, dall’inizio della crisi siriana, ha offerto ogni tipo di sostegno ai gruppi terroristi, in specie al Fronte Al-Nusra, branca di Al-Qaeda, che opera per rovesciare il governo di Assad per conto delle potenze occidentali e dei sauditi.

Molti dei miliziani feriti nel corso dei combattimenti con l’Esercito siriano sono stati ricoverati presso gli ospedali israeliani ed il loro trasporto è stato effettuato dall’esercito israeliano. Questo è avvenuto già dopo l’offensiva israeliana contro la striscia di Gaza (tra Luglio ed Agosto del 2014), altri centri ospedalieri hanno subito tagli delle risorse e per questo in alcuni casi non accettano i pazienti israeliani.



Ilregime israelino ha prestato appoggio logistico al Fronte Al-Nusra, in violazione delle risoluzioni delle Nazioni Unite (n.2170) e di quelle della Convenzione sulla separazione delle Forze nella zona emesse dal Consiglio di Sicurezza.

Lo scorso 5 marzo il network televisivo Press TV aveva diffuso i video che dimostravano la cooperazione tra i soldati del regime israeliano ed i componenti del Fronte Al-Nusra.
In Febbraio del 2014, Netanyahu aveva anche visitato personalmente in terroristi ricoverati presso un ospedale israeliano sulle alture del Golan dove erano stati ricoverati diverse decine di militanti di Al Nusra. Lo stesso Netanyahu aveva rivelato che, dall’inizio della crisi siriana, Tel Aviv aveva provveduto ad assistere molti miliziani feriti ricoverandoli e curandoli presso le proprie strutture ospedaliere.

Nel Marzo del 2014, il giornale locale Yadiot Aharonot ha informato che il governo di Tel Aviv fino a quel momento a veva speso ciorca 10 milioni di dollari in servizi medici per i componenti dei gruppi armati che operano in Siria.

Allo stesso modo, Kamal al-Labwani, leader dell’opposizione armata siriana, aveva ringraziato il regime israeliano per “l’appoggio” che fornisce ai terroristi che combattono contro il governo di Damasco, mettendi in risalto che loro non dimenticheranno mai quello che ha chiamato “l’appoggio umanitario” fornito dal governo di Israele ai suoi militanti feriti”.

Fonte: Hispan TV

Traduzione e sintesi: Luciano Lago per Controinformazione

Nella foto in alto: Netanyahu parla con un terrorista ricoverato in ospedale israeliano

Nella foto al centro: il ricovero effettuato dai soldati israeliani di un terrorista ferito

Nell’ultima foto: soldati israeliani e miliziani di Al Nusra “fraternizzano” presso un posto di frontiera sul Golan

Oggi è il 36° anniversario di morte del giornalista Mino Pecorelli, “l’uomo che sapeva troppo sul caso Moro”.

Oggi è il 36° anniversario di morte del giornalista Mino Pecorelli, “l’uomo che sapeva troppo sul caso Moro”.

36 anni fa veniva ucciso da Massimo Carminati in persona (noto alle recenti cronache per essere il boss di Mafia Capitale) il giornalista Mino Pecorelli. L’omicidio è una sintesi perfetta dell’oscuro periodo in cui transitava la Repubblica Italiana in quegli anni, tra Segreti di Stato, Mafia e Politica.


Cosa è cambiato da allora? Forse poco. Forse l’unica cosa che è davvero cambiata è che a certi livelli di potere non si spara più e le guerre di mafia si vincono in un altro modo: in tribunale con gli avvocati. Proprio Carminati, il boss di Mafia Capitale ed esecutore dell’omicidio Pecorelli, fino a qualche mese fa era libero di gestire i suoi loschi affari guidando con disinvoltura auto appartenenti alla questura e tessendo fitti rapporti con politici e agenti dei servizi segreti. Poi da un giorno all’altro l’arresto, dovuto sicuramente ad un “cambio” nelle file del potere della criminalità organizzata.

Ma torniamo alla vicenda Pecorelli, che vede coinvolti nomi del calibro di Tommaso Buscetta, Carminati, Aldo Moro, Andreotti, Antonio Mancini (Banda della Magliana), Vitalone (Senatore DC, fedelissimo di Andreotti), Calò e Badalamenti.

Ecco l’articolo, buona lettura.



ROMA Ad uccidere Mino Pecorelli sono stati Massimo Carminati (ritornato alle cronache per essere il boss di Mafia Capitale) e un certo “Angelino il biondo”, un siciliano. L’omicidio fu commissionato dal senatore Claudio Vitalone›. Così ha detto ai giudici l’ultimo pentito della banda della Magliana, Antonio Mancinisoprannominato l’‹accattone›, un pezzo da 90 della criminalità romana, un killer senza scrupoli che da qualche mese collabora con la giustizia. La sua testimonianza conferma quelle di altri pentiti sul coinvolgimento dell’ex senatore ed ex ministro democristiano, fedelissimo di Giulio Andreotti. E conferma la pista mafiosa del’omicidio Pecorelli indicata daTommaso Buscetta, nonché l’intreccio tra Cosa Nostra, gruppi criminali diversi ed eversione di destra già emerso in altre vicende, come la strage di Natale del 1984. Quell’Angelino venuto dalla Sicilia per uccidere il direttore del settimanale ‹Op›, infatti, secondo gli accertamenti ordinati della procura di Perugia ed effettuati dalla direzione investigativa antimafia è Michelangelo La Barbera, 51 anni, latitante, capo-mandamento della famigli mafiosa di Passo di Rigano, un tempo legato ai boss Stefano Bontade eSalvatore Inzerillo e successivamente, dopo la loro uccisione, passato coi corleonesi di Totò Riina. Nel 1979 – Pecorelli fu ammazzato, a Roma, il 20 marzo di quell’anno – La Barbera era dunque uno dei killer di fiducia di Bontade, l’uomo che, secondo il racconto di Buscetta, aveva fatto uccidere Pecorelli ‹su richiesta dei cugini Salvo›, i quali agivano per conto di Andreotti. Vitalone, come il suo leader politico, ha sempre negato i rapporti coi cugini mafiosi, ma è stato smentito da diversi testimoni. Anche Andreotti ha riferito che il suo fedelissimo gli aveva detto di conoscere i cugini; poi, messo a confronto con Vitalone, l’ex presidente del Consiglio ha fatto marcia indietro spiegando che forse aveva capito male. Adesso, alla deposizione di Buscetta si aggiunge l’indicazione dei killer data da Mancini, uno dei quali è, appunto, uomo di Cosa Nostra. ‹Don Masino› aveva anche detto che il motivo per cui Pecorelli morì era nei segreti che il giornalista conosceva sul caso Moro. E Mancini, quando chiama in causa Vitalone, ribadisce questo movente per quell’omicidio di 15 anni fa. Il coinvolgimento diretto della banda della Magliana avviene con Massimo Carminati, all’epoca poco più che ventenne, neofascista dei Nar ma anche killer della banda, agli ordini dei boss Giuseppucci e Abbruciati: è stato chiamato in causa in altri omicidi su commissione, e una volta finita l’epoca del terrorismo politico è entrato negli ‹affari› dei criminali comuni. Tutte questi elementi sono agli atti dell’inchiesta condotta per competenza dal sostituto procuratore di Perugia Fausto Cardella, perché nel marzo ’79 Vitalone era ancora magistrato a Roma; di lì a due mesi sarebbe entrato inParlamento, nelle file democristiane. Ma sono anche contenute negli atti del maxi-processo romano sulla banda della Magliana, di cui il giudice istruttore Otello Lupacchini sta per depositare il rinvio a giudizio. In quelle carte ci sono pure le dichiarazioni di Fabiola Moretti, moglie di Antonio Mancini: anche lei sa molte cose della banda della Magliana, per essere stata la donna di Danilo Abbruciati e amica di EnricoDe Pedis, altri due pezzi grossi della banda, uccisi il primo nell’82 e il secondo nel ’90. Ai magistrati la donna ha raccontato le confidenze ricevute dai due criminali sui loro rapporti proprio con l’ex giudice ed ex senatore Vitalone, al quale si sarebbero rivolti per l’‹aggiustamento› dei processi. La prima dichiarazione su Vitalone, che determinò lo spostamento dell’inchiesta a Perugia, si riferiva proprio all’aggiustamento di un processo e veniva da un altro pentito della Magliana, Vittorio Carnovale detto ‹il coniglio›: durante il dibattimento, nelle gabbie, ‹il coniglio› sentì dire che non c’era da preoccuparsi perché del processo si sarebbe occupato Vitalone, il quale doveva restituire il favore dell’omicidio Pecorelli. Ora, insieme a quella testimonianza, ci sono le dichiarazioni dei due nuovi pentiti, su cui sarebbero stati già trovati dei riscontri. E il boss della banda Maurizio Abbatino, ‹collaboratore di giustizia› dal ’92, pur dicendo di non sapere nulla sul delitto Pecorelli, afferma che all’arsenale del gruppo custodito nei sottorranei del ministero della Sanità avevano accesso sia Abbruciati che Massimo Carminati: le perizie hanno stabilito che due dei proiettili jevelot che hanno ucciso il giornalista venivano proprio da quel deposito di armi. Appena saputo dei nuovi elementi a suo carico, grazie al deposito dell’inchiesta romana, Vitalone s’è presentato al giudice Cardella per dichiarazioni spontanee, ribadire la sua estraneità all’omicidio Pecorelli e smentire i rapporti con la Magliana. Ma l’indagine sul suo conto e su Andreotti, sui killer e sui ‹tramiti› mafiosi Calò e Badalementi, continua.


Giovanni Bianconi

Il Piano B dell’Europa: gli “alleati” mollano Obama aderendo alla Bank of Infrastrutture della Cina

Il Piano B dell’Europa: gli “alleati” mollano Obama aderendo alla Bank of Infrastrutture della Cina


Sembra che il mare della de-dollarizzazione abbia raggiunto le coste dell’Europa. Con Australia e Regno Unito che già aderiscono all’AIIB della Cina, FT riporta che Francia, Germania e Italia sono d’accordo nell’aderire alla banca di sviluppo, il ‘perno in Asia’ appare essere il Piano B dell’Europa. Come Greg Sheridan ha già osservato, “la saga della Banca della Cina è quasi un caso da manuale del fallimento della politica estera di Obama“, ma come conclude FT, le decisioni europee rappresentano una significativa sconfitta per l’amministrazione Obama, che ha sostenuto che i Paesi occidentali potrebbero avere più influenza sulla nuova banca se ne rimanessero tutti fuori. Come nota Forbes, ciò lascia ad Obama 3 opzioni scomode…
Come riporta FT, “Francia, Germania e Italia hanno accettato di seguire l’esempio della Gran Bretagna partecipando alla banca di sviluppo internazionale della Cina, secondo i funzionari europei, colpendo gli sforzi degli Stati Uniti per tenere i principali Paesi occidentali fuori dalla nuova istituzione. La decisione dei tre governi europei viene dopo che la Gran Bretagna annunciava che avrebbe raggiunto l’Infrastructure Asian Investment Bank da 50 miliardi, potenziale rivale della Banca Mondiale di Washington. … Le decisioni europee rappresentano una significativa sconfitta dell’amministrazione Obama, che ha sostenuto che i Paesi occidentali potrebbero avere più influenza sulla nuova banca se ne rimanessero tutti fuori, aumentando gli standard sui prestiti. L’AIIB, ufficialmente inaugurato dal presidente cinese Xi Jinping lo scorso anno, è un elemento dell’ampia spinta cinese nel creare nuove istituzioni finanziarie ed economiche per aumentarne l’influenza internazionale. E’ diventato tema centrale nella crescente contesa tra Cina e Stati Uniti su chi definirà le regole economiche e commerciali in Asia nei prossimi decenni”.
Questo segue Australia e Regno Unito… “L’Australia, alleato chiave degli Stati Uniti nell’Asia-Pacifico, sottoposto a pressione da Washington affinché rimanesse fuori dalla nuova banca, ha detto che ora ci ripenserà su tale posizione. Quando la Gran Bretagna ha annunciato la decisione di aderire all’AIIB, l’amministrazione Obama ha detto al Financial Times che rientrava nella tendenza alla “continua sistemazione” di Londra verso la Cina. I funzionari inglesi furono relativamente trattenuti nel criticare la Cina sulla gestione delle proteste pro-democrazia a Hong Kong, l’anno scorso. La Gran Bretagna ha cercato di acquisire il “vantaggio del promotore” firmando con la nascente banca cinese prima degli altri membri del G7. La Gran Bretagna spera di affermarsi come meta numero uno degli investimenti cinesi e i funzionari inglesi non se pentono”.
Il che, come spiega Forbes, “lascia ad Obama tre opzioni…
1) Continuare a premere sugli alleati per non aderire all’AIIB, finché non ne controlleranno la governance;
2) Partecipare all’AIIB;
3) Eliminare il problema.
L’opzione uno è chiaramente una proposta perdente. Non ha senso spendere capitale politico per convincere attori regionali ed altri a non aderire alla banca. È un problema di piccola portata che fa apparire gli Stati Uniti deboli in un momento in cui la loro influenza nella regione è comunque molto forte. Opzione due, io, come praticamente ogni altro analista sulla Cina al di fuori del governo degli USA, ritiene da ottobre che gli Stati Uniti debbano aderire all’AIIB. Ci sono diversi motivi per cui sarebbe una buona idea. Consentirebbe agli Stati Uniti di sedervi dove potrebbe essere una forza positiva per una migliore governance e un critico interno, se le cose andassero male. Inoltre, contribuirebbe a garantirsi che le imprese statunitensi abbiano un accesso equo alle offerte che scaturiranno dal finanziamento degli investimenti dell’AIIB. Aderirvi ora difficilmente ne salverebbe la faccia, ma gli Stati Uniti potrebbero riconoscere pubblicamente la necessità del finanziamento in Asia che l’AIIB può fornire, avviandosi rapidamente a cooperare con Australia, Corea del Sud e Giappone per elaborare i principi di una comune adesione.
Opzione tre, gli Stati Uniti si allontanerebbero dall’AIIB evitando di premere sugli altri Paesi che potrebbero risentire dall’adesione degli Stati Uniti e lasciare che l’AIIB cresca o cada per propri meriti. Risorse e infrastrutture cinesi incontrano notevoli difficoltà in un certo numero di Paesi, tra cui Zambia, Myanmar, Vietnam, Brasile e Sri Lanka. Se l’AIIB non va meglio delle banche di sviluppo della Cina, sarà una macchia non solo per Pechino, ma anche per tutti gli altri Paesi che vi partecipano. Se non sarà come Banca Mondiale e Banca asiatica di sviluppo, allora sarà una gradita aggiunta al finanziamento del Mondo in via di sviluppo. Gli Stati Uniti non devono aderire ad ogni organizzazione regionale in Asia-Pacifico; non sono nella Shanghai Cooperation Organization, per esempio, e sono solo osservatori alla Conferenza su Interazioni e misure di fiducia in Asia. Possono evitare l’AIIB o assumervi lo status di osservatore. La priorità di Washington dovrebbe essere la promozione di ideali e istituzioni propri con il perno o il riequilibrio, anziché bloccare le iniziative cinesi, se non assolutamente necessario. (Non confondiamo lo sforzo della Cina di sviluppare l’AIIB con la spinta ad attuare l’Air Defense Identification Zone, per esempio). L’opposizione all’Infrastructure Investment Asiatic Bank è diventata una macina al collo di Washington. È tempo di togliersela, in un modo o nell’altro”.
La de-dollarizzazione continua… Come ha recentemente concluso Simon Black, ora possiamo vedere le parole divenire fatti… “‘Gli alleati’ potrebbero essere fin troppo educati nel dire in faccia agli Stati Uniti, “Guardate, avete 18100 miliardi dollari di debito ufficiale, 42000 miliardi di dollari di passività non finanziate, e siete dei cazzoni. Vi molliamo. Così, invece si persegue l’approccio del “non sa chi sono io”. Ma a chi interessa è abbastanza evidente dove tale tendenza porta. Non passerà molto tempo prima che le altre nazioni occidentali saltino sul carro anti-dollaro con i fatti e non solo a parole”.
In fondo non si tratta di teoria o ipotesi. Ogni brandello di prova oggettiva suggerisce che il dominio del dollaro volge al termine.


Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Arrivano dati impressionanti sulla povertà nella UE dell’austerità

Arrivano dati impressionanti sulla povertà nella UE dell’austerità

Un nuovo rapporto compilato da un centro studi irlandese, Social Justice Ireland, per la Caritas Europa, documenta la devastazione sociale provocata della politica di austerità imposta dall’Unione Europea dal 2007.

Un cittadino su quattro nell’UE, 123 milioni di cittadini, è attualmente sulla soglia della povertà, mentre quasi un quarto dei giovani economicamente attivi non hanno un posto di lavoro. Questi dati risalgono alla fine del 2013, e da allora la situazione è peggiorata drammaticamente.

Il rapporto – si legge inoltre sull’agenzia Eir – esamina in particolare la situazione in sette dei 28 paesi che compongono l’UE: Irlanda, Italia, Portogallo, Cipro, Grecia, Spagna e Romania.
La percentuale di giovani classificati come NEETs, ovvero “Not in Employment, Education or Training” (non occupati, non a scuola e non nella formazione) nel 2013, era la più alta in Italia (22%), seguita dalla Bulgaria (21,6%), dalla Grecia (20,6%), e dall’Irlanda (16,1%).
La disoccupazione tra i giovani al di sotto del 25 anni era al 58,3% in Grecia, seguita da Spagna (55,5%) e Irlanda (26,8%).
Quanto alla disoccupazione in generale, quella a lungo termine è in aumento in tutta l’UE: Grecia (70,9%), Irlanda (62%), Italia (58,6%) e Portogallo (57,8%).
Come conseguenza del numero di persone senza un posto di lavoro o con bassi salari, il rapporto ha scoperto che il tasso di povertà dei bambini nei 28 paesi è il più alto in Romania (40%), seguito da Grecia (28,8%), con Spagna e Italia che seguono (rispettivamente 27,5 e 24,8), e l’Irlanda al 18%.
Il costo netto di questo sviluppo allarmante per la società è enorme, aggiunge il rapporto, quantificando in 158 miliardi le perdite economiche per l’UE nel 2012. Eppure, nonostante l’evidenza dei fatti, i leader ed i burocrati dell’UE continuano a chiedere altri giri di vite della stessa politica, perché il loro obiettivo non è difendere il bene comune ma salvare un sistema finanziario in bancarotta.

Tratto da: www.imolaoggi.it

OBAMA MIRA AD INVADERE IL VENEZUELA

Appare come una violenta aggressione la dichiarazione di guerra al Venezuela, quella insita nel discorso che Barack Obama ha tenuto pochi giorni fa di fronte al congresso.

Il presidente americano, dopo aver lanciato al governo di Caracas infondate accuse di vario genere in nome dei diritti umani, della democrazia e libertà, ha affermato come il Venezuela sia una “minaccia per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti”.

Viene da chiedersi, con quale morale gli Stati Uniti di Gringolandia, primo governo guerrafondaio del pianeta, che si autodefinisce guardiano dei diritti umani, non firma gli accordi di Kyoto? Come mai continua ad ignorare i diritti socio-economici della dichiarazione universale dei diritti umani? Perché analizza minuziosamente i termini di tutela razziale, politica, di diritti civili ed ambientali nel mondo ma si astiene sempre dal firmarli? Sapevate che gli USA ignorano la convenzione mondiale per la protezione dei bambini?

Siete a conoscenza sulle profonde relazioni e ottime collaborazioni della intelligence americana con le più violente monarchie e regimi dittatoriali del Medio Oriente, terroristi arabi, gruppi etno-religiosi, e mercenari fascisti organizzati dalla Francia, UK, Israele che agiscono a favore degli interessi ANGLO-ISRAEL-AMERICANI?

Questa élite agisce nel Golfo Persico, in Libia, Afghanistan, Iraq, Anatolia, Asia Minore e pianure dell’ Iran, avvalendosi di politiche che fanno parte di un antico piano strategico, economico e militare di caos e distruzione in ricche zone geografiche della terra. Interi popoli subiscono sanguinari conflitti da parte del militar control capitalista..
Sono numerosi i governanti assoggettati al colosso USA che dopo anni di partnership con la CIA sono diventati all’ improvviso selvaggi nemici della “democrazia gringa”. Un esempio i casi di Saddam, Mobutu, Ceausescu, Marcos, Duvalier, Somoza, Trujillo fanno parte di una lunga lista di ladri e assassini che hanno perso i favori degli USA quando non sono stati più in grado di compiere le brutali richieste assegnate dagli Stati Uniti.

L’amministrazione Obama aggredisce le politiche internazionali lasciate da Chavez, ignora i sostegni di una identità nazionale venezuelana e sudamericana che respinge con forza le pretese imperiali. Subito la risposta di piazza nelle capitali latino americane e altri luoghi del globo a favore al governo di Caracas. Le classi disagiate, le popolazioni indigene e rurali dell’ intero continente danno vita ad una nuova latinità che dalla Patagonia ai Caraibi ha sviluppato, grazie a Chavez, un forte senso patriotico e di consapevolezza del proprio valore e della importanza di lottare per un continente di pace senza le manipolazioni degli USA del passato. La minaccia di Obama si scontra, per la prima volta dopo secoli di saccheggio colonialista, con il grido di liberazione definitiva di tutti i paesi latinoamericani in costante evoluzione.

Nonostante gli ostacoli imposti da Washinton e le sue problematiche sociali, il Venezuela ha potuto creare
leggi favorevoli all’emancipazione del suo popolo, normative per il controllo delle proprie risorse strategiche e petrolifere (le più grandi del pianeta). Queste leggi di protezione territoriale sono divenute la priorità da difendere contro gli interessi euroamericani che tutt’ora desiderano riprendere il controllo del ricco paese Venezuelano.

Il senso della misura e quello delle proporzioni difettano non poco al presidente USA, visto che in nessun momento questa nazione sudamericana, ha rappresentato una minaccia per gli Stati Uniti. Occorre dire il contrario semmai, poiché sono proprio gli USA a procedere pubblicamente da anni sul fronte politico, diplomatico e commerciale contro gli interessi del Venezuela e dei paesi progressisti Bolivia, Argentina, Ecuador, Brasile, Nicaragua, Uruguay. In forma nascosta gli Stati Uniti agiscono con il finanziamento di ogni operazione mediatica supportati da violenti cortei di opposizione in maniera di cercare la destabilizzazione di questa nazione Bolivariana. Dichiarando il Venezuela come una minaccia per la sicurezza nazionale, il governo degli Stati Uniti “si auto giustifica” per poter creare consenso internazionale e conflitto contro il governo democratico di Caracas, sia economicamente che militarmente, dice l’avvocatessa e scrittrice Eva Golinger, analizzando i piani degli Stati Uniti in Venezuela per RT Network.




Quindi, ciò che i politici venezuelani temono è proprio “un’ imminente azione bellica da parte degli USA “. E questa paura non è infondata se ci si ricorda, ad esempio, dei casi di Panama e Granada, prosegue la Golinger. A differenza di questi due paesi, il Venezuela ha molte risorse strategiche – principalmente petrolio – il che lo rende “ancor di più un obiettivo importante per gli Stati Uniti”.

Il decreto di Obama consente di punire qualsiasi persona o organizzazione in Venezuela, come anche i governi che sostengono questa nazione. Pertanto, si tratta di una misura con “ampie capacità e conseguenze” non solo in questo momento, ma anche per il futuro. Il futuro della pace, della cultura filosofica e spirituale originaria e della protezione delle ultime risorse del pianeta si decide in Venezuela. Il segretario di stato americano John Kerry anticipa la mossa successiva che farà il suo governo, incolpando PETROCARIBE (organizzazione fondata da Chávez per la distribuzione a prezzo solidale di petrolio a paesi poveri dei Caraibi), se l’aggravarsi di un conflitto in Venezuela avrebbe causato una crisi umanitaria nella regione.

Proprio gli Stati Uniti furono gli organizzatori del colpo di stato, poi neutralizzato nel 2002, per spodestare Chávez; un secondo tentativo di ” Golpe” nel Febbraio scorso fu scoperto e smantellato dai servizi di intelligence del Venezuela. Questa costante aggressione e manipolazione mediatica voluta dall’amministrazione di Barack Hussein Obama, (premio Nobel per la pace e prominente sostenitore di conflitti e aggressioni militari ed economiche che portano venti di guerra in ogni angolo del pianeta).

Secondo l’attivista ed intellettuale americano Noam Chomski gli Stati Uniti continuano a ripetere lo stesso errore, Chomski afferma che, per la prima volta in oltre 500 anni, il Sudamerica ha fatto passi da gigante nella sua liberazione dal dominio imperialista, divenendo il Venezuela la prima nazione all’avanguardia in vittorie sociali e nel controllo delle proprie ricchezze. Caracas ha denunciato più volte nelle sedi mondiali la sporca politica nord americana in complicità con la ONU e il suo consiglio di sicurezza (considerata da Caracas un’organizzazione inutile che non difende più gli interessi dei paesi deboli) Gli USA agiscono impunemente contro Cuba, in Colombia, in Africa, Siria,Libia,Iraq, El Salvador e Argentina.

Le strategie di sfruttamento schiavista neo-liberalista continuano e sono sostenute dall’ emporio mediatico. Senza paura né mezzi termini, il governo di Caracas attacca l’ipocrisia del disperato commercio unilaterale euroamericano che, in mezzo ad una forte crisi, cerca nuovi mercati e risorse, questo governo socialista promuove la conoscenza del popolo sulle politiche ambigue e schiaviste imposte alle nazioni subordinate alle lusinghe del nord e dei suoi alleati europei. L’ultimo intervento USA prevedeva il bombardamento del palazzo presidenziale di Miraflores e della sede del network latinoamericano di notizie TeleSur, ma questo piano si è concluso con l’arresto dei congiurati e la pubblicizzazione continentale del progetto ordito dalla CIA e dall’opposizione di ultradestra.

E in qualche modo è la ennesima sconfitta della CIA che a fronte di improvvisate misure anti venezuelane promosse dal dipartimento di stato USA ha dovuto incassare ancora una volta le normative di reciprocità da parte di Caracas. In questo senso il discorsetto di Obama ha rappresentato l’ultima grave dimostrazione di come Washington cerchi con ogni mezzo di disfarsi del fastidioso governo Bolivariano, responsabile di finanziare e risvegliare la coscienza rivoluzionaria sudamericana e caraibica.

Si fa luce su quali siano i reali intenti che si celano dietro la retorica dei diritti umani imposta a chi non sostiene gli interessi capitalisti; l’inetto Presidente mulatto degli States si trova a dover far fronte ai nuovi problemi razziali in USA dove, ogni 28 ore, vedono giustiziata una persona afroamericana o ispanica da una polizia repressiva, nella maggioranza dei casi in maniera brutale e senza motivazione. Sono in crescita gli spazi di reclusione per i dimostranti che si azzardano ad esprimere pubblicamente il loro dissenso contro il governo, mentre lo stato di Utah cerca di ripristinare la fucilazione come pena capitale. Obama ha riempito di guerre e colpi di stato tre continenti su cinque in soli sei anni, causando una destabilizzazione e una crisi internazionale economica senza precedenti.

Ma sarebbe riduttivo imputare l’iniziativa bellica di Obama ad un solo rigurgito neocolonialista; piuttosto va letto nel contesto ampio del quadro politico venezuelano. La destra reazionaria e filo USA di Caracas, sostenuta dalla Casa Bianca, si è organizzata con paramilitari colombiani pagati in dollari e la benedizione oligarca che fa capo agli interessi della corona spagnola. Questa trilogia corporativa rappresenta la mano armata di Washington nella regione, non riesce ad avere la meglio sul governo guidato dal pupillo di Chavez, Nicolas Maduro.

La sostanziale divisione interna dell’opposizione obbliga in qualche modo gli USA a forzare per una soluzione rapida benché cruenta senza però aver previsto le conclusioni di UNASUR (unione dei paesi sudamericani) che ha emesso una dichiarazione di completo dissenso contro il governo degli Stati Uniti, affermando che non permetteranno ulteriori aggressioni contro la sacra terra del Libertador o qualunque altro luogo dell’ America Latina. Dalla Bolivia, il primo presidente indigeno del mondo Evo Morales ha affermato che Obama doveva chiedere scusa al Venezuela e ritirare il suo decreto, altrimenti si sarebbe trovato, alla prossima riunione delle Americhe, “la orma per le sue scarpe”.

Il consenso popolare e continentale al governo Maduro resta alto. Anche se la crisi grava sulla popolazione. La caduta del prezzo del petrolio, per volontà statunitense, ha inciso pesantemente sulla bilancia commerciale del Venezuela, tra i primi esportatori di greggio al mondo. Inoltre, la patria di Bolivar e Chavez è fatta oggetto di una campagna internazionale speculativa, manipolativa e criminale, alla quale poi si sono sommati gli sforzi costanti di gruppi di potere in Miami, Bogotá, Madrid e Washinton.

E’ una opposizione filo borghese che cerca disperatamente di riproporre la stagione delle “guarimbas” con le quali nel 2014 misero a ferro e fuoco buona parte del paese, lasciando un saldo pesante di morti e distruzioni. Non era in nessun modo pensabile che il governo rimanesse a guardare e così è stato.
Le indagini della polizia e le risultanze delle inchieste della magistratura determinarono alcuni arresti, tra i quali quello di Leopoldo Lopez, autentico leader nazista a capo della frangia più estrema della destra. La stessa “mesa de dialogo”, nata su iniziativa vaticana e dell’Unasur, ha prodotto una divergenza strategica importante tra i vari settori della destra.

Anche in seguito a questa divergenza, Leopoldo Lopez, che agisce in comproprietà con Maria Cristina Machado, il volto isterico dell’opposizione, non gode dell’appoggio politico di Enrique Capriles, uomo dell’imprenditoria e referente degli USA e della gerarchia ecclesiale, già sconfitto candidato unico contro Chavez prima e Maduro poi.
Gli Stati Uniti vedono il rischio che le misure adottate dal governo stabilizzino il paese e avvertono dunque il bisogno di agire subito. Come? Premendo sull’acceleratore dello scontro con Caracas, innescando un vero e proprio embargo di prodotti e delle attività finanziarie, nella speranza di determinare una rapida escalation della crisi e impedire che il governo Maduro possa – con le misure a sostegno dell’economia – portare il quadro economico del paese verso un netto miglioramento e garantirsi così il consenso elettorale alle elezioni previste per quest’anno.

La solidarietà latinoamericana con il Venezuela non si è fatta attendere. Non solo Cuba, Nicaragua, Bolivia, Euador, Argentina, ma persino l’OEA, attraverso il suo segretario Jorge Insulza (non certo un amico di Caracas) hanno denunciato l’assurdità delle affermazioni di Obama e la grave ingerenza negli affari interni di un paese sovrano. Intanto, se l’intenzione di Obama era quella di intimorire il governo Maduro o allontanare il consenso popolare, il risultato è stato esattamente l’opposto, giacché per i venezuelani un popolo allegro e pacifico che, tuttavia, non si lascia intimorire o assoggettare da nessuno. Sentirsi minacciati da un potente paese straniero ha rinvigorito il sentimento originario e nazionalista diffusissimo nel paese, arrivando ad incrementare il consenso al governo perfino da molti oppositori. Importante puntualizzare che fu proprio da Caracas che ebbe inizio la lotta di liberazione che portò Simon Bolivar a unire le forze e vincere, nella sua terra e in altre nazioni del continente, la guerra contro l’oppressione coloniale spagnola. Se la strategia USA era quella di isolare Caracas la risposta è stata solida e determinata: l’Unasur , la Celac, e Petrocaribe a livelli presidenziali hanno rigettato la provocazione statunitense.

Non a caso l’edizione di giovedì del New York Times, che pure aveva esortato Obama a muoversi contro Caracas, ha duramente criticato il presidente, accusandolo di dilettantismo stupido e di aver messo in moto un meccanismo che produrrà risultati opposti a quelli voluti. Praticamente un copione identico a quello recitato per 55 anni contro Cuba, dal quale sembrava che Obama avesse imparato l’inutilità.


Nelle foto in alto: manifestazioni contro la minaccia dell “‘imperialismo” USA a Caracas



Tratto da: Controinformazione

Made in Italy e delocalizzazioni, a rischio la Perugina

Made in Italy e delocalizzazioni, a rischio la Perugina


Lo stabilimento Nestlè di Perugia San Sisto, sede esclusiva dell’icona della storia dolciaria italiana e simbolo del Made in Italy nel mondo, rischia di chiudere i battenti. E come ogni chiusura- cui purtroppo il nostro Paese sembra oggi essersi tristemente abituato per via di una crisi sempre più soffocante- anche questa notizia non può lasciare indifferenti, sia perché porta con sé il destino di migliaia di lavoratori italiani che si ritroverebbero da un giorno all’altro senza lavoro, ma anche perché, dietro le astute mosse della multinazionale, potrebbero celarsi interessi economici conseguenziali all’entrata in vigore del regolamento europeo 1169/11 (avvenuta in Italia lo scorso 14 Dicembre) che prevede l’abolizione dell’obbligo di inserimento nelle etichette alimentari della sede di produzione.

Le dichiarazioni ufficiali che ruotano intorno la paventata chiusura dello stabilimento di Perugina, passata a Nestlè Italiana s.p.a. nel lontano 1991, vertono principalmente sulle difficoltà economiche in cui versa la fabbrica, dato che, secondo quando comunicato pubblicamente, le previsioni per l’anno 2015 dei volumi produttivi saranno ulteriormente in calo rispetto all’anno precedente. Eppure, nonostante lo scorso febbraio i sindacati abbiano sostenuto i dipendenti della fabbrica con tanto di manifestazione ed abbiano annunciato a gran voce la “vertenza Perugina”, nessun segnale di reazione, o di speranza, sembra essere trapelato dai vertici della multinazionale, convocati d’urgenza lo scorso 3 Febbraio a Palazzo Donini dalla presidente della Regione, Catiuscia Marini. Forse la multinazionale- che per sua natura tende ad anteporre logiche di profitto ad ogni spirito umanitario- ha già confrontato i costi che gravano sullo stabilimento italiano con gli eventuali risparmi garantiti in caso di trasferimento della stessa produzione altrove. Un’ipotesi che fa riflettere e che ci fa ricordare in che modo l’entrata in vigore del regolamento europeo sopra citato abbia addirittura incentivato la delocalizzazione dei grandi marchi, non essendo più previsto l’inserimento delle sede di produzione, con la possibilità- da parte della multinazionale- di continuare a produrre all’estero un prodotto falsamente indicato come italiano (in questo caso).

Già in una recente intervista rilasciata a L’Intellettuale Dissidente, l’avvocato Dario Dongo, esperto di diritto alimentare ed autore del libro “L’etichetta”, ci aveva dettagliatamente spiegato i possibili i effetti derivanti dall’entrata in vigore di tale regolamento, affermando che “se il c.d. ‘Italian sounding’ può venire liberamente confuso con il ‘Made in Italy’, senza bisogno di informare i consumatori globali che un alimento dal marchio italiano è in realtà prodotto altrove, gli imprenditori più scaltri non esiteranno a trasferire le produzioni in altri Paesi, europei e non, dove ‘conviene di più’. Conviene di più perché si può costruire un capannone senza attendere due anni l’autorizzazione, conviene di più perché l’imposta sui redditi d’impresa è più bassa, conviene di più perché esistono incentivi fiscali o contributivi o di altra natura, e così via”. Regolamento a cui il Governo italiano, più volte sollecitato da associazioni cittadine e numerose petizioni come quella di Great Italian Food Trade (qui il link), sembra non aver associato il grave grido di allarme teso a pregiudicare duramente l’intero Made in Italy.

Un esempio di delocalizzazione già avviato dalla Nestlè riguarderebbe proprio il caso Buitoni: mentre è da anni incerto il futuro dello stabilimento di Arezzo- di fronte la scarsa volontà, da parte dell’impresa, di lavorare per individuare nuovi progetti ed investimenti sul territorio- il colosso svizzero continua ad investire sulla produzione di pizze italiane falsamente indicate o richiamate come toscane (d’altronde come può capirlo un consumatore che acquista il prodotto in un normale supermercato?). Tutto questo mentre il Governo italiano approva l’ennesima tassa per i terreni agricoli facendo finta di valorizzare l’agricoltura attraverso un Expo, quello di Milano, interamente sponsorizzato da multinazionali come Coca e McDonald.



Quella del gender è un’ideologia o no?

Quella del gender è un’ideologia o no?
VI PROPONIAMO DUE INTERESSANTISSIMI ARTICOLI SULLA QUESTIONE. IL PRIMO DI DIEGO FUSARO DELL’INTELLETTUALE DISSIDENTE E IL SECONDO DI ENZO PENNETTA DI CRITICA SCIENTIFICA. I DUE AMICI SCRITTORI DICONO COSE LOGICHE, QUASI BANALI CHE PERÒ È BENE RICORDARLE IN UNA SOCIETÀ LIBERTICIDA, DOVE TI FANNO CREDERE CHE IL CIELO È VERDE E GUAI A DIRE CHE È BLU.


QUELLA DEL GENDER È UN’IDEOLOGIA O NO?

Anche i signori capitalisti dicono, guarda caso, che non esiste alcuna ideologia capitalista e che quello da loro propugnato è il modo naturale di essere al mondo dell’uomo. Il comunismo non è riuscito a realizzare la società senza classi.

L’odierno monoteismo del mercato sta invece riuscendo, per ironia della storia, a realizzare la società senza sessi: la società asociale degli atomi unisex interscambiabili, dotati di una sola identità, quella del consumo.
È una domanda certo pertinente quella riguardante il vero carattere della teoria del gender: è un’ideologia oppure no? A sentire i suoi difensori, ovviamente, non è un’ideologia.

È, anzi, una teoria scientifica, che mira a dimostrare e a tradurre in comportamenti conseguenti la visione secondo cui la scelta del sesso è storicamente e socialmente determinata: per natura, invece, non esisterebbero sessi. Ciascuno potrebbe, dunque, scegliere liberamente cosa essere. Di qui l’esigenza, difesa a spada tratta dagli adepti della visione gender, di decostruire la prospettiva tradizionale secondo cui esisterebbero maschi e femmine, bambini e bambine.

Tali decostruttori scriteriati aspirano a rieducare la popolazione a partire dalle fasce più giovani, cioè dai bambini delle elementari: rieducandoli in un modo che farebbe ridere se non facesse piangere (giochi di gender, scambio di vestiti tra bambini e bambine, esempi gender nei problemi di matematica, ecc.): Orwell e Huxley erano dilettanti nel descrivere la società totalmente amministrata e manipolata!

Che piaccia o no, l’umanità esiste, da sempre, tramite la dicotomia uomini/donne: il genere umano è unitario e si riproduce tramite la differenza sessuale tra uomini e donne, parti diverse e ugualmente appartenenti al genere umano (dunque portatori di eguale dignità e di eguali diritti). È una banalità, ma occorre ripeterla: nel tempo della menzogna planetaria, occorre lottare perché anche le cose ovvie e banali non vengano negate fino in fondo dalla manipolazione organizzata.

Ora, senza entrare nel merito della questione, mi limito a prendere rapidamente in esame la tesi in questione: la tesi, cioè, secondo cui quella del gender non sarebbe un’ideologia. Lo dico apertamente: tra le categorie più divertenti di persone che abbia incontrato recentemente vi sono indubbiamente coloro i quali sostengono, convintamente, che “non esiste alcuna ideologia gender”. Ogni ideologia – Marx docet – si regge esattamente sul tentativo di negare il proprio carattere ideologico: ossia sul tentativo di mostrare la propria “naturalezza”.

Anche i signori capitalisti dicono, guarda caso, che non esiste alcuna ideologia capitalista e che quello da loro propugnato è il modo naturale di essere al mondo dell’uomo. Il comunismo non è riuscito a realizzare la società senza classi. L’odierno monoteismo del mercato sta invece riuscendo, per ironia della storia, a realizzare la società senza sessi: la società asociale degli atomi unisex interscambiabili, dotati di una sola identità, quella del consumo.

Se Marx invitava alla rivoluzione orientata alla riappropriazione dei mezzi di produzione, oggi siamo giunti al paradosso di dover lottare per la riappropriazione dei mezzi di riproduzione!



“LA TEORIA DEL GENDER NON ESISTE”: NERVI TESI SU WIRE

– di Enzo Pennetta –
SU WIRED, PER DIFENDERE IL CONDIZIONAMENTO PSICOLOGICO OPERATO A PARTIRE DAI BAMBINI DELLA SCUOLA MATERNA, SI NEGA CHE ESISTA LA TEORIA DEL GENDER.



La testata è Wired e propone un giornalismo fatto da giovani e rivolto ai giovani, il termine “wired”significacollegato via cavo, ma in un uso gergale può anche significare “agitato, dai nervi tesi”, e in questo caso sembra proprio che il significato da intendere sia il secondo. Un’agitazione scaturita dal dover fronteggiare le critiche giunte riguardo all’insegnamento della (secondo loro inesistente) teoria del Gender nelle scuole. La domanda ovviamente è la seguente: ma se la teoria del Gender davvero non esiste, contro cosa protestano le associazioni che la contrastano?

Si capisce subito che Wired opera dall’interno di una teoria del complotto: il Gender l’hanno inventato i cattolici. Ecco le esatte parole impiegate nell’articolo:


La teoria del gender Non esiste. Nessuno, in ambito accademico, parla di teoria del gender. È infatti un’espressione usata dai cattolici (più conservatori) e dalla destra più reazionaria per gridare “a lupo a lupo” e creare consenso intorno a posizioni sessiste e omofobe.

Ecco lo scoop! Si tratta dell’invenzione di un falso nemico da parte di quei furbacchioni dei cattolici per poter giustificare il conseguimento di un altro scopo, che in questo caso sarebbe la difesa di posizioni sessiste e omofobe. Continua poi a spiegare l’articolo:


In sostanza, come spiega Sara Garbagnoli sulla rivista AG About Gender, la teoria del gender è un’invenzione polemica, un’espressione coniata sul finire degli anni ’90 e i primi 2000 in alcuni testi redatti sotto l’egida del Pontificio consiglio per la famiglia con l’intento di etichettare, deformare e delegittimare quanto prodotto in questo campo di studi. Poi ha avuto una diffusione virale quando, in particolare negli ultimi due-tre anni, è entrata negli slogan di migliaia di manifestanti, soprattutto in Francia e in Italia, contrari all’adozione di riforme auspicate per ridurre le discriminazioni subite dalle persone non eterosessuali.

Ma cosa vogliono indicare allora con l’espressione “Toeoria del Gender” quelli che l’avrebbero “inventata”? Un buon giornalismo richiederebbe una domanda rivolta ai gruppi che l’avrebbero coniata, invece no, la domanda viene posta ad un rappresentante di quelli che sostengono che sia un’invenzione, come dire mi faccio la domanda e mi rispondo da solo, così mi do anche ragione. E infatti così avviene:


Secondo gli ideatori dell’espressione teoria/ideologia del genere, nasciamo maschi o femmine. Punto. Il sesso biologico è l’unica cosa che conta. L’identità sessuale non si crea, ma si riceve. E il genere è una fumisteria accademica, come scrive Francesco Bilotta, tra i soci fondatori di Avvocatura per i diritti Lgbti – Rete Lenford.

L’orwelliano bipensiero di cui è permeato l’articolo, si manifesta andando a spiegare subito dopo che quella teoria del Gender poco prima negata in realtà esiste ma va chiamata “studi di genere”, che però essendo degli studi che propongono una visione finale della realtà concernente l’argomento studiato, configurano una teoria, così come confermato dal vocabolario Treccani:


Teoria:

Formulazione logicamente coerente (in termini di concetti ed enti più o meno astratti) di un insieme di definizioni, principî e leggi generali che consente di descrivere, interpretare, classificare, spiegare, a varî livelli di generalità, aspetti della realtà naturale e sociale, e delle varie forme di attività umana.

Quindi la descrizione, interpretazione, classificazione e spiegazione della realtà che proviene dagli studi di genere altro non è che una teoria: la teoria del Gender. Ma perché allora negare che esista una teoria detta del “Gender”, forse preferivano “Genere”? Ma certamente su Wired non saranno scandalizzati dall’uso del termine anglofono “gender” anziché “genere”, altrimenti si sarebbero chiamati “Cablati” anziché “Wired”…

Una volta appurato che esistono vediamo quindi cosa propongono gli studi di genere con la loro teoriaosservazione su come vadano le cose:


Il genere invece è un costrutto socioculturale: in altre parole sono fattori non biologici a modellare il nostro sviluppo come uomini e donne e a incasellarci in determinati ruoli (di genere) ritenuti consoni all’essere femminile e maschile. La categoria di genere ci impone, cioè, sulla base dell’anatomia macroscopica sessuale (pene/vagina) e a seconda dell’epoca e della cultura in cui viviamo, delle regole cui sottostare: atteggiamenti, comportamenti, ruoli sociali appropriati all’uno o all’altro sesso.

Il genere, in sostanza, si acquisisce, non è innato, ha a che fare con le differenze socialmente costruite fra i due sessi.

La (non) teoria del Gender insomma propone l’idea che l’essere femminile o maschile sia un costrutto socioculturale e che quindi alla nascita siamo una tabula rasa esempio di perfetta neutralità.

Deve essere spiacevole per una testata che si propone di essere scientifica sostenere teorie antiscientifiche non supportate da prove, sì perché gli studi di genere hanno prodotto una (non) teoria che contrasta con le prove di studi seri, come ad esempio “Sex differences in human neonatal social perception” pubblicato su Elsevier.

Negare che esista una teoria del Gender si inserisce a buon diritto nel filone dei “negazionismi”, ma si tratta anche di un negazionismo pericoloso perché diffonde l’idea che chi non vuole che le giovani generazioni vengano educate nell’antiscientifica superstizione che maschi e femmine alla nascita siano sessualmente neutri, sia in realtà un omofobo animato da intenti malvagi.

E dopo aver stabilito che chi parla di teoria del Gender è uno che se l’è inventata per giustificare l’omofobia, arriva la conferma che la teoria esiste in quanto giustifica l’affermazione che a un bambino non debbano essere garantite due figure genitoriali maschile e femminile:


adulti coscienziosi e capaci di fornire cure, che siano uomini o donne, etero o omosessuali, possono essere ottimi genitori. Ciò di cui i bambini hanno bisogno è sviluppare un attaccamento verso genitori coinvolti, competenti, responsabili. 

Ma la teoria del Gender non esiste, è solo un’invenzione, così assicura Wired, va bene, ci crediamo. Ma allora, per favore, smettetela di insegnarla nelle scuole!



Lo Stato e’ corrotto? Colpa dei cittadini?

Lo Stato e’ corrotto? Colpa dei cittadini?



Quanto costa la corruzione in Italia? 60 miliardi di euro all’anno, assicurano gli esperti. Ma se sono così esperti da sapere persino quanto vale, come mai non intervengono per impedirla? Per ridurla? Un ex magistrato di Mani Pulite spiega che la colpa, guarda caso, e’ dei cittadini. Che non fan nulla per impedire lo sconcio, che non si ribellano, che non hanno il senso dello Stato. Forse ha ragione. Ma potrebbe perlomeno chiedersi perché manchi completamente il senso dello Stato.

Forse perché i cittadini sono stanchi di essere sudditi. Forse perché vedono nello Stato i privilegi dei magistrati in pensione in confronto alle pensioni da fame elargite dallo Stato ai propri sudditi. Forse perché i cittadini sono quelli massacrati dalla Fornero, ministro di questo Stato. Forse perché lo Stato percepito dai cittadini e’ quello di Equitalia, sempre assiduo a differenza di quello che dovrebbe proteggere i cittadini dai criminali: tragicamente assente.

Lo Stato, per i sudditi, e’ quello che a Torino inizia le indagini contro i potenti e tutti sanno già che non ci saranno condanne. Mai che le attese vengano smentite. Lo Stato e’ quello che ha trasformato i diritti dei cittadini in favori elargiti ai sudditi preferiti. E’ quello che trova hotel e villette per ospitare i clandestini e manda per strada i sudditi poveri. E’ quello che promette lavoro e mantiene disoccupazione. E’ quello che manda in galera i sudditi che si difendono dalle aggressioni, sostenendo che alla difesa deve provvedere lo Stato, salvo spiegare che lo Stato non è in grado di intervenire, perché impegnato a fare l’esattore. Lo Stato e’ quello che fa studiare i figli dei sudditi in scuole fatiscenti e con insegnanti demotivati, ma se il ragazzo riesce lo stesso ad istruirsi lo costringe ad emigrare.

Ecco, questo e’ lo Stato che dovrebbe convincere i cittadini a diventare paladini dell’onestà e della battaglia contro la corruzione. Ossia contro quei corrotti che, tra un furto e l’altro, elargiscono favori ed un osso da rosicchiare ai sudditi disperati. 60 miliardi? Possono aumentare, con questo Stato.



Fonte: Girano

Nigeria. Boko Haram fa strage di spose-schiave

Nigeria. Boko Haram fa strage di spose-schiave

Decine di donne massacrate da Boko Haram sono state scoperte dall’esercito nigeriano gettate nei pozzi insieme ad altri cadaveri, al momento della liberazione del villaggio di Bama: lo affermano diversi media nigeriani e internazionali, che ipotizzano si tratti di donne rapite e rese spose-schiave dai terroristi islamici. Le donne sarebbero state uccise dai Boko Haram, per non farle cadere in mani «infedeli», prima del loro ritiro dal villaggio.


Il massacro è stato riferito da diversi testimoni, tra cui Sharifatu Bakura, 39 anni e madre di tre figli, oltre che moglie di un combattente ucciso dai militanti quattro mesi fa ma risparmiata da un matrimonio forzato perché visibilmente incinta. La donna ha affermato che “gli attivisti islamici sapevano di un immediato attacco militare e avevano timore di essere uccisi o che le loro mogli sarebbero state date in sposa ai soldati o ad altri cosiddetti non credenti. Hanno deciso quindi di fuggire verso la vicina città di Gwoza ma prima di abbandonare il campo, hanno deciso di uccidere le proprie mogli”.

Intanto, il presidente nigeriano Goodluck Jonathan ha illustrato la roadmap dell’offensiva lanciata dall’Unione Africana contro i fondamentalisti jihadisti, che stanno mettendo a ferro e fuoco in particolar modo il nordest della Nigeria: ” I combattenti – ha detto – diventano sempre più deboli e saranno sconfitti entro un mese”. In questo modo il presidente tenta di eliminare una volta per tutte la minaccia rafforzata dalla recente alleanza tra Boko Haram e Stato Islamico. Secondo gli osservatori, la dichiarazione va letta soprattutto in chiave elettorale.

Il presidente nigeriano è stato infatti uno dei principali attori del rinvio delle elezioni politiche, previste inizialmente per il 14 febbraio. Il voto è previsto per il 28 marzo, per quella data Goodluck Jonathan contava di riportare un certo ordine nel paese, di sgominare la minaccia jihadista e presentarsi alle urne come il protagonista di tale successo, in modo da cercare di assicurarsi una facile rielezione. La nuova strage delinea un quadro diverso e conferma che il terrorismo di Boko Haram è ancora forte e minaccia la sicurezza e la tenuta di un paese piegato dalla violenza di matrice islamica.



Fonte: Sponda Sud

Stai mangiando OGM senza saperlo: ecco la lista dei prodotti più comuni!

Stai mangiando OGM senza saperlo: ecco la lista dei prodotti più comuni!

Sconfiggiamo le industrie che voglio ucciderci solo per loro guadagno, non acquistiamo più i loro sporchi prodotti, ricchi di OGM.


La nostra vita vale, non continuiamo a vivere nell’ignoranza, CONOSCERE PER VIVERE PIÙ A LUNGO.

Eccovi qui la lista delle più note marche che si sono insidiate nelle nostre vite, uccidendoci giorno per giorno.



Società di produzione Kellog “s

Corn Flakes (cereali)
Frosted Flakes (cereali)
Rice Krispies (cereali)
Corn Pops (fiocchi)
Schiaffi (fiocchi)
Froot Loops (anelli di cereali colorati)
Di Apple Jacks (cereali-ring con il gusto di mela)
All-Bran Apple Cinnamon / Blueberry (crusca sapore di mela, cannella, mirtillo)
Gocce di cioccolato (gocce di cioccolato)
Pop Tarts (sfoglia ripiena di tutti i gusti)
Nutri-grain (brindisi pieno di tutti i tipi)
Crispix (biscotti)
Smart Start (fiocchi)
All-Bran (Flakes)
Just Right Fruit & Nut (fiocchi)
Miele Crunch Corn Flakes (cereali)
Raisin Bran Crunch (cereali)
Cracklin “crusca di avena (fiocchi)
PRODUZIONE SOCIETÀ HERSHEY “S

Toblerone (cioccolata, tutti i tipi)
Mini Baci (cioccolatini)
Kit-Kat (barretta di cioccolato)
Baci (cioccolatini)
Chips di cottura semi-dolci (biscotti)
Chocolate Chips di latte (biscotti)
Reese “s Peanut Butter Cups (burro di arachidi)
Scuro speciale (cioccolato fondente)
Cioccolato al latte (cioccolato al latte)
Sciroppo di cioccolato (sciroppo di cioccolato)
Dark Chocolate Syrup speciale (sciroppo di cioccolato)
Strawberry Syrop (sciroppo di fragola)
CASA DI PRODUZIONE MARS

M & M “s
Snickers
Via Lattea
Twix
Nestle
Crunch (fiocchi di riso al cioccolato)
Cioccolato al latte Nestle (cioccolato)
Nesquik (bevanda al cioccolato)
Cadbury (Cadbury / Hershey “s)
Fruit & Nut
CASA DI PRODUZIONE HEINZ

Ketchup (regolare e senza sale) (ketchup)
Chili Sauce (salsa di peperoncino rosso)
Heinz 57 Steak Sauce (con sugo di carne)
SOCIETÀ DI PRODUZIONE HELLMAN “S

Reale Maionese (maionese)
Maionese Light (maionese)
Maionese Low-Fat (maionese)
SOCIETÀ DI PRODUZIONE COCA-COLA

Coca-Cola
Sprite
Cherry Coca
Minute Maid Arancione
Minute Maid Uva
CASA DI PRODUZIONE PEPSICO

Pepsi
Pepsi Cherry
Mountain Dew
SOCIETÀ DI PRODUZIONE FRITO-LAY / PEPSICO (COMPONENTI GM POSSONO ESSERE PRESENTI NEL PETROLIO E ALTRI INGREDIENTI)

Stabilisce Potato Chips (tutti)
Cheetos (tutti)
SOCIETÀ DI PRODUZIONE CADBURY / SCHWEPPES

7-Up
Dr. Pepe
PRODUZIONE PRINGLES (PROCTER & GAMBLE)

Pringles (patatine fritte con sapori originali, Magro, Pizza-licious, Sour Cream & Onion, Salt & Vinegar, Cheezeums)
E COME ALIMENTAZIONE OGM IN RUSSIA PER PRODOTTI:

Kellogg (Kellogg) – produce cereali per la colazione, tra fiocchi di mais
Nestlé (Nestlé) – produce cioccolato, caffè, bevande caffè, alimenti per l’infanzia
Unilever (Unilever) – produce alimenti per l’infanzia, maionese, salse, ecc
Heinz Foods (Hayents Foods) – produce ketchup, salse
Hershey (Hershis) – produce cioccolato, bibite
Coca-Cola (Coca-Cola) – Coca-Cola, Sprite, Fanta, Tonic “Denali”
McDonald (McDonald) – una rete di “ristoranti” fast food
Danon (Danone) – produce yogurt, kefir, ricotta, alimenti per l’infanzia
Similac (Similac) – produce alimenti per l’infanzia
Cadbury (Cadbury) – produce cioccolato, cacao
Marte (Mars) – produce cioccolato Mars, Snickers, Twix
PepsiCo (Pepsi-Cola) – Pepsi, Mirinda, Seven-Up

Direttamente dalle fonti di Greenpeace.


Tratto da: terrarealtime

PUTIN POTREBBE A BREVE NAZIONALIZZARE LA BANCA CENTRALE DI RUSSIA CONTROLLATA DAI ROTHSCHILD

PUTIN POTREBBE A BREVE NAZIONALIZZARE LA BANCA CENTRALE DI RUSSIA CONTROLLATA DAI ROTHSCHILD

A sostenerlo e’ Yevgeny Fyodorov un confidente di Putin e lo fara’ per raccogliere fondi per i suoi progetti (armamenti) per evitare che la Russia sia sottomessa agli USA.


La Banca Centrale di Russia (BCR) appartiene ad uno stato estero, la City of London, che prende ordini da Londra e Washington. Questa banca puo’ stampare solo il denaro corrispondente alla sua liquidita’ in valuta estera che non e’ sufficiente ai fini di Putin.
La BCR ha anche acquistato obbligazioni inutili degli USA con i dollari incassati dalla vendita del petrolio russo.
Fydorov ha detto che c’e’ stata spaccatura dell’elite russa qualche mese fa ed una parte ha deciso di stare con Putin.
La nazionalizzazione della BCR sarebbe un primo segnale e significherebbe una rottura finale con la City of London dei Rothschild/Impero Britannico/Corona Inglese ed il suo arnese, gli USA.

Il rapporto e’ diventato teso da quando Putin ha sequestrato le azioni Yukos a Chodorkowsky (uomo Rothschild). Pertanto Putin esita con la nazionalizzazione.
La BCR e’ membra del BIS dei Rothschild che e’ la Banca Centrale delle Banche Centrali a Basilea.
Rothschild controlla la BCR tramite la sua FED rendendo la BCR impossibilitata a stampare piu’ rubli corrispondente alla suo approviggionamente di valuta estera. La Russia vende petrolio in cambio di dollari. Per i dollari la Russia acquista obbligazioni USA per cui i soldi tornano nella FED USA. Ed e’ un furto. In questo modo la FED schiaccia l’economia russa.
Forbes l’11 ottobre 2014 ha scritto che la politica monetaria della Russia e’ stata determinata dalla FED e dalla Banca del Popolo della Cina, significa che la BCR non ha un reale controllo del rublo e della politica monetaria.
Nonostante le dichiarazioni di Fydorov riguardo la nazionalizzazione della Banca, Putin e’ riluttante ad inferferire sul controllo dei Rothschild sulla BCR.
Il 3 settembre 2014 Fydorov ha affermato che la BCR esegue gli ordini di Washington e Londra e sta
distruggendo l’economia russa. Occorre nazionalizzare il rublo e rinazionalizzare imprese straniere.

Fonte originale: new.euro-med.dk

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