24 aprile 2015

IL GOVERNO HOLLANDE STA AMMAZZANDO LA FRANCIA: E' DIVENTATA UN ALTRO ''GRANDE MALATO'' DELL'EUROZONA (CON ITALIA E GRECIA)

IL GOVERNO HOLLANDE STA AMMAZZANDO LA FRANCIA: E' DIVENTATA UN ALTRO ''GRANDE MALATO'' DELL'EUROZONA (CON ITALIA E GRECIA)



PARIGI - Il trascinarsi dell'irrisolto caso Grecia alla vigilia dell'Eurogruppo ha finito per distrarre l'attenzione da quello che forse è un problema ancora più strutturale nell'area euro: la Francia. La seconda economia dell'unione valutaria sembra esser ricaduta in stallo, nonostante l'energica azione di stimolo che è stata dispiegata dalla Bce, con l'avvio del programma di quantitative easing sui titoli di Stato.

Ad aprile infatti il dato preliminare dell'indice tra i responsabili degli approvvigionamenti delle imprese francesi è calato a 50,2 punti, dai 51,5 di marzo, appena sopra la soglia limite tra crescita e contrazione dell'attività.

Si tratta di stagnazione quindi, come suggerisce la stessa società di ricerche che elabora il dato, Markit Economics. La frenata ha coinvolto anche la Germania, ma nel suo caso il Purchasing managers' index (Pmi) è rimasto ad un livello solido, 54,2 punti. Zavorrato dai due grandi Paesi il dato medio di Eurolandia ha segnato una frenata a 53,5 punti, ma nel resto della regione l'attività si è rafforzata ai massimi dall'agosto del 2007, posto che nella stima preliminare Markit non fornisce il disaggregato Paese per Paese a parte per i due maggiori.

E la Francia di Hollande e Valls sta perdendo colpi.

L'unica nota positiva è arrivata dal clima di fiducia delle imprese, che sia nell'indagine di Markit sia in quella condotta dall'Insee - l'istituto di statistica e analisi economica pubblico - si attesta a livelli storicamente elevati.

Tuttavia "si fatica a trovare nei risultati di aprile una giustificazione a questi rinnovati ottimismi", afferma l'economista di Markit, Jack Kennedy. La Francia quindi si staglia sempre più come il vero "malato d'Europa", scomoda appellativo che ormai le è stato affibbiato da tempo.

Va rilevato che alcuni a analisti mettono in dubbio la capacità dell'indice Pmi di cogliere effettivamente l'andamento dell'economia reale francese. Peraltro il dato di aprile non ha ricevuto particolare attenzione sulla stampa economica transalpina, ed è comprensibile, dato che è schierata dalla parte dei socialisti euristi, difensori delle dannose politiche d'austerità imposte della Germania e strenui difensori dell'euro, principale ragione del tracollo dell'economia francese.

Ad ogni modo la Francia esce da un periodo non propriamente florido. Il Pil ha segnato un magro più 0,1 per cento nel quarto trimestre 2014, che seguiva un più 0,3 per cento nel terzo, una contrazione dello 0,1 per cento nel secondo trimestre e una dinamica di stagnazione in avvio d'annata 2015.

E questa debolezza non aiuta a migliorare i parametri sui conti pubblici, che vede la Francia ancora sotto esame da parte della Commissione europea, con un rapporto debito-Pil ben al disopra del 4%, con la possibilità tutt'altro che remota d'arrivare al 5% nel 2015. 

Redazione Milano



INCHIESTA BOMBA SUI CLINTON: MILIONI DI DOLLARI DALLA RUSSIA DI PUTIN (CHE COSI' E' DIVENTATA 1° PRODUTTORE D'URANIO)

INCHIESTA BOMBA SUI CLINTON: MILIONI DI DOLLARI DALLA RUSSIA DI PUTIN (CHE COSI' E' DIVENTATA 1° PRODUTTORE D'URANIO)



L'agenzia dell'energia atomica russa (Rosatom) ha lentamente acquisito, tra il 2009 e il 2013, una società canadese che possiede circa il 20% della capacità produttiva di uranio degli Stati Uniti. Nello stesso periodo, un'ingente quantità di denaro è stata versata dai manager canadesi che guidavano la società alla fondazione dell'ex presidente statunitense, Bill Clinton, e di sua moglie Hillary, candidata alle prossime presidenziali e all'epoca segretario di Stato. Il suo dipartimento, insieme ad altre entità governative, ha dovuto approvare la transazione.

A scriverlo è il New York Times, che ha ricevuto alcune anticipazioni di un libro in uscita, "Clinton Cash", scritto da Peter Schweizer; notizie che ha verificato e su cui ha costruito, insieme a interviste e controlli di dati pubblici in Canada, Russia e Stati Uniti, il proprio reportage.

L'accordo che ha permesso alla Rosatom di diventare uno dei maggiori produttori di uranio, consentendo al presidente Vladimir Putin di avvicinarsi all'obiettivo di controllare un'ampia parte della catena di distribuzione globale dell'uranio, ha coinvolto i manager dell'industria mineraria canadese - grandi donatori della fondazione Clinton - che hanno costruito, finanziato e venduto ai russi una società poi conosciuta con il nome Uranium One.

L'uranio è considerato un asset strategico, con implicazioni per la politica nazionale statunitense, e per questo l'accordo ha avuto bisogno dell'approvazione di una commissione composta dai rappresentanti di diverse agenzie del governo degli Stati Uniti.

Tra queste, il dipartimento di Stato, allora guidato da Hillary Clinton. Durante le tre transazioni che hanno portato alla conclusione dell'accordo, un flusso di denaro è finito nelle casse della fondazione della famiglia Clinton: il presidente di Uranium One ha usato la sua fondazione di famiglia per versare quattro donazioni, per un totale di 2,35 milioni di dollari, mai rese pubbliche dai Clinton, nonostante l'accordo tra Hillary e il presidente Barack Obama, che prevedeva la massima trasparenza sui donatori della fondazione. Altre persone legate alla società, secondo i dati verificati dal New York Times in Canada, hanno versato delle donazioni.

Poco dopo l'annuncio dell'intenzione della Russia di acquisire la quota di maggioranza di Uranium One - salutato dal sito della Pravda con il titolo "L'energia nucleare russa conquista il mondo" - Bill Clinton ha ricevuto, per un discorso, 500.000 dollari da una banca d'investimento russa con legami con il Cremlino, che stava promuovendo le azioni di Uranium One.

"Non si sa - ha scritto il New York Times - se le donazioni abbiano avuto un ruolo nell'approvazione dell'accordo sull'uranio, ma l'episodio sottolinea" i dubbi etici riguardanti la fondazione Clinton, guidata da un ex presidente degli Stati Uniti che ha fatto molto affidamento sul denaro estero per accumulare 250 milioni di dollari in asset, con la moglie che ha guidato la politica estera del Paese potendo teoricamente fare gli interessi dei donatori della fondazione.

Il lungo percorso verso l'acquisizione dei russi dell'uranio statunitense era cominciato nel 2005 in Kazakhistan, dove il finanziere canadese Frank Giustra organizzò il primo grande accordo sull'uranio, con Bill Clinton al suo fianco.

Un'operazione che ha poi creato polemiche durante la prima campagna presidenziale di Hillary, nel 2008, proprio per le rivelazioni del New York Times sul rapporto tra Bill Clinton e Giustra, che poco dopo l'accordo sull'uranio aveva donato 31,3 milioni di dollari alla fondazione Clinton.

In un comunicato, un portavoce della campagna presidenziale di Hillary Clinton, Brian Fallon, ha scritto che "nessuno ha mai prodotto uno straccio di prova a sostegno della teoria che Hillary Clinton abbia mai preso una decisione come segretario di Stato per sostenere gli interessi dei donatori della fondazione". Ha poi enfatizzato il fatto che molte agenzie federali e il governo canadese hanno dato la loro approvazione all'accordo e che, in generale, queste questioni sono gestite da funzionari di secondo livello.

"L'insinuazione che il dipartimento di Stato, sotto l'allora segretario Hillary Clinton, abbia esercitato un'influenza inappropriata per la vendita di Uranium One è totalmente senza fondamento". Nelle ultime settimane, soprattutto dopo la candidatura ufficiale di Hillary Clinton alle prossime presidenziali, la fondazione e la sua lista di donatori sono state motivo di discussione e polemica, e non vi è alcun dubbio sul fatto che continueranno a esserlo fino al voto.

Le campagne elettorali dei politici statunitensi non possono ricevere donazioni straniere; possono invece riceverle le fondazioni. Dopo l'annuncio della candidatura dell'ex segretario di Stato, la Bill, Hillary e Chelsea Foundation ha deciso che continuerà ad accettare donazioni dai governi stranieri, principalmente da sei Paesi selezionati. Le nuove regole pubblicate dalla fondazione permettono donazioni da Australia, Canada, Germania, Paesi Bassi, Norvegia e Regno Unito, i Paesi che hanno sostenuto i programmi su sanità, povertà e cambiamento climatico della fondazione.

Questo significa che gli altri governi non potranno versare ingenti somme alla fondazione, ma potranno continuare a partecipare alla Clinton Global Initiative, una sussidiaria della fondazione grazie a cui aziende, nonprofit e governi lavorano alla soluzione di problemi globali, pagando una quota di partecipazione a ogni evento di 20.000 dollari. I limiti sono stati imposti per trovare un equilibrio tra la necessità di non danneggiare il lavoro della fondazione e quella di evitare l'accusa che i governi stranieri "acquistino" influenza negli Stati Uniti con le donazioni. La fondazione pubblicherà i nomi dei donatori ogni tre mesi, a partire da luglio, e non più annualmente.

I sei Paesi approvati sono tra quelli più "sicuri", a prova di polemiche, sorte invece per le donazioni effettuate lo scorso anno da governi come quelli di Arabia Saudita, Oman ed Emirati Arabi Uniti. A febbraio, il Washington Post aveva per primo riaperto la polemica sulle donazioni, scrivendo che la fondazione aveva accettato milioni di dollari da diversi governi stranieri anche mentre Hillary Clinton era segretario di Stato, al contrario di quanto era stato dichiarato in precedenza, violando in un caso anche il codice etico stabilito dall'amministrazione Obama che, oltre a caldeggiare la trasparenza, era naturalmente preoccupata dalle possibili conseguenze politiche.

La fondazione aveva poi ricominciato a ricevere soldi dall'estero senza paletti dopo l'uscita di Clinton dal governo. L'accordo per Uranium One, però, sottolinea i limiti di certi divieti, visto che la fondazione continuerà ad accettare contributi da parte di cittadini stranieri i cui interessi, come per il caso dell'uranio, possono sovrapporsi a quelli di governi di altre nazioni, anche ostili agli Stati Uniti.

"Dovremmo essere preoccupati? Certamente" ha detto Michael McFaul, che è stato l'ambasciatore statunitense in Russia quando Hillary Clinton era segretario di Stato. "Vogliamo che Putin abbia il monopolio sull'uranio? Certo che no. Non vogliamo dipendere da Putin per nulla". Ma ora, è così. 

Redazione Milano


LA RICETTA AUSTRALIANA CONTRO L'ARRIVO DEI BARCONI DI CLANDESTINI FUNZIONA, MA L'ITALIA GOVERNATA DAL PD LA RIFIUTA

LA RICETTA AUSTRALIANA CONTRO L'ARRIVO DEI BARCONI DI CLANDESTINI FUNZIONA, MA L'ITALIA GOVERNATA DAL PD LA RIFIUTA



LONDRA - In questi giorni tutti i giornali e talk show sono pieni di pseudo opinionisti che fanno a gara per dare il migliore suggerimento per evitare altre morti nel Mediterraneo ma stranamente nessuno ha pensato di chiedere l'opinione di Tony Abbott nonostante il fatto che sia la persona piu' qualificata sull'argomento.

Per chi non lo sapesse questo signore e' il primo ministro dell'Australia e in tale veste ha risolto con grande successo e in maniera semplice il problema degli sbarchi dei clandestini. Per risolvere alla radice questo problema il governo australiano ha incaricato la marina militare di intercettare tutti i barconi e di riportarli indietro (molti arrivano dall'Indonesia).

Qualora le autorita' indonesiane rifiutino di riprendersi questi disperati le navi della marina scortano i barconi in Papua Nuova Guinea o a Nauru (un'isola distante migliaia di chilometri dall'Australia) dove vengono messi nei centri di accoglienza e le loro domande di asilo esaminate.

Qualora le loro richieste vengano accolte possono scegliere di rimanere a Papua Nuona Guinea o andare in Cambogia ma per nessun motivo possono mettere piede in Australia.

Questa politica ha lo scopo di togliere a queste persone ogni incentivo a pagare gli scafisti, visto che non otterrebbero cio che vorrebbero, e sebbene tale linea dura sia stata fortemente criticata dalle Nazioni Unite, il governo australiano non si e' fatto piegare anche perche' tale soluzione ha funzionato benissimo visto che da circa 18 mesi non si registrano sbarchi e nessuno e' morto in mare.

Per tale motivo Tony Abbott ha suggerito all'Unione Europea di non accogliere nessuno perche' solo cosi' capiscono che non vale la pena di pagare queste organizzazioni per tentare di attraversare il Mediterraneo.

Tale soluzione e' semplice ed efficace e questo spiega perche' in Italia nessuno ne abbia parlato, e' ovvio che darebbe troppo fastidio ai vari Renzi e Boldrini e danneggerebbe gli affari delle coop che con questi afflussi si stanno arricchendo in maniera spudorata.

Per nostra sfortuna gli altri paesi europei la pensano diversamente e chi spera in una solidarieta' europea si illude anche perche' nessuno e' cosi' folle da farsi carico di un problema creato a tavolino dall'Italia. Tanto è vero, che tutti i "migranti" sbarcati e accolti in Italia se provano a varcare le frontiere dell'Austria, della Svizzera, della Germania, vengono immediatamente arrestati e ricondotti in modo coatto sul territorio italiano. Se invece provano a raggiungere la Gran Bretagna o la Germania dal territorio francese, vengono egualmente respinti con destinazione Italia. 

Questo ovviamente non viene detto nei telegiornali nazionali e della stampa di regime perchè produrrebbe immediate reazioni negative nell'opinione pubblica, che invece deve essere "drogata dal metadone Renzi" come ha detto il suo compagno di partito ed ex primo ministro Enrico Letta.

GIUSEPPE DE SANTIS


E' IN CORSO L'ECOFIN SULLA GRECIA SENZA SPERANZE (PER LA TROIKA): L'UNICA VIA E' IL TAGLIO DEL DEBITO USURAIO GRECO.

E' IN CORSO L'ECOFIN SULLA GRECIA SENZA SPERANZE (PER LA TROIKA): L'UNICA VIA E' IL TAGLIO DEL DEBITO USURAIO GRECO.




E' in corso, in un'atmosfera priva di grandi aspettative, l'incontro a Riga dei ministri delle Finanze dell'Eurogruppo che deve valutare l'andamento dei colloqui con Atene in vista dell'eventuale erogazione dell'ultima tranche di aiuti alla Grecia. Alcuni dei partecipanti non hanno nascosto la loro frustrazione per la lentezza dei negoziati tra Grecia e creditori, mentre Atene appare sempre più a corto di liquidità. "Semplicemente stiamo perdendo troppo tempo" ha riconosciuto il ministro delle Finanze austriaco Hans Joerg Schelling al suo arrivo nella capitale lettone. "Sono un po 'irritato, non si può andare avanti così. Bisogna prendere delle decisioni" ha aggiunto.

Sulla stessa linea l'omologo slovacco Peter Kazimir che - ammettendo di non avere "quasi nessuna speranza per l'incontro di oggi" - ha anche riconosciuto di essere "un po 'stanco di questa questione: si parla, si parla e senza nessun risultato". Dal canto suo il lituano Rimantas Sadzius ha osservato: "Penso che tutti i miei colleghi siano molto delusi, ma non possiamo fare tutto da soli: abbiamo bisogno anche che la controparte si impegni a fondo e fornisca qualche risultato".

Senza troppe aspettative anche il 'falco' tedesco Wolfgang Schaeuble che ha osservato come oggi "probabilmente tutti diremo che il tempo sta per scadere, e che è importante fare progressi". L'unico a tacere al suo arrivo a Riga, proprio il protagonista principale, il ministro delle Finanze greco Yanis Varoufakis che si è rifiutato di rispondere alle domande dei giornalisti ma ha osservato in un nuovo post sul suo blog che "le attuali divergenze con i nostri partner non sono insormontabili".

Allo stesso tempo Varoufakis ha ribadito la sfiducia nelle ricette proposte dagli interlocutori europei, sottolineando come - adottandole - Atene cadrebbe in una "tappola da austerità": di qui l'invito a "lasciar perdere un approccio che ha fallito", fatto di "nuovi tagli ai salari e alle pensioni."

Ieri il premier greco Tsipras aveva avuto un confronto a Bruxelles con la cancelliera tedesca Angela Merkel che aveva parlato di una "conversazione costruttiva" sollecitando a "fare di tutto per evitare" il fallimento di Atene. Ma nelle stesse ore il vicepresidente della Commissione europea Jyrki Katainen aveva sottolineato come la fiducia tra Atene e i suoi creditori si sia erosa. In Grecia - ha osservato - "oggi è molto difficile capire ciò che sta succedendo e questa non è una cosa buona, perché non si può negoziare se non ti fidi" del tuo interlocutore. "Le autorità devono adottare azioni decisive" ha aggiunto.

Il finlandese Katainen è lo stesso personaggio che - ribadendo questi contenuti politico economici - ha fatto perdere clamorosamente le elezioni politiche in Finlandia proprio al suo partito. Ora, la maggioranza del futuro governo finlandese è anti Ue e anti austerity. Praticamente Katainen da oggi parla a titolo personale e non più come portavoce del suo popolo, che lo ha bocciato senza appello.

Redazione MIlano.



Davanti ai grandi temi, l'Europa si scopre piccola

Davanti ai grandi temi, l'Europa si scopre piccola


I deludenti risultati del Consiglio europeo straordinario sull'immigrazione

Tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare. Mediterraneo, in questo caso. Chi sperava in una prova di maturità dell’Europa dopo anni di inerzia totale, "di vedere il suo volto solidale", chi sperava in una chiara distribuzione dei migranti o nell’autorizzazione alla distruzione dei barconi è rimasto deluso. 

Il Consiglio europeo straordinario sull'immigrazione convocato in risposta all’ultima tragedia dei migranti al largo delle coste della Libia ha partorito il topolino che in molti si aspettavano. I fondi per Triton, l'operazione europea coordinata dall'agenzia Frontex (con la sua assurda sede a Varsavia), – che conserva lo stesso mandato, ossia resta una missione di controllo delle frontiere e non un’operazione di ricerca e salvataggio - sono stati triplicati e passeranno così da 3 a 9 milioni di euro al mese, raggiungendo quasi la cifra che, da sola, l’Italia spendeva per l’operazione Mare Nostrum.

“Un grande risultato? Un grande passo avanti?” A sentire il presidente del Consiglio italiano, sì. In realtà, come ammette la stessa Federica Mogherini, Alto Rappresentate della politica estera e di sicurezza dell'Ue , “aumentare la portata della missione Triton determina automa ticamente un aumento dei salvataggi in mare”. Più mezzi che incoraggeranno gli scafisti. Più viaggi in mare e il rischio di altre vittime. 

L’Italia ha dovuto incassare le “chiusure" degli altri Stati europei. Se è vero che 15 dei 28 paesi dell'Unione europea hanno promesso mezzi navali per la missione, David Cameron, in piena campagna elettorale, ha messo in chiaro che “il Regno Unito darà il suo contributo sia dal punto di vista del budget, sia sul piano dei mezzi, fornendo tre elicotteri e due pattugliatori, ma il contributo britannico è subordinato alle giuste condizioni, ovvero che le persone salvate siano portate nei Paesi sicuri più vicini, come l’Italia e che non chiedano asilo in Gran Bretagna". O ancora il Cancelliere tedesco, Angela Merkel, che ha detto che la Germania “è pronta a sostenere l’Italia ma la registrazione dei rifugiati deve essere fatta in modo adeguato, secondo le regole Ue”. Per rimandarli in Italia, come ha già fatto.

Poco, molto poco sul tema dei meccanismi di solidarietà interna. La quota prevista dal progetto pilota della Commissione sui reinsediamenti su base volontaria dei richiedenti asilo resta ferma a 5000 unità. Tant'è che lo stesso presidente della Commissione Ue Jean Claude Juncker ha ammesso che “Sui ricollocamenti avrei voluto un risultato più ambizioso”. 

I leader hanno anche deciso per la prima volta di elaborare piani militari per colpire le reti del traffico di esseri umani nel Mediterraneo e distruggere le navi utilizzate dagli scafisti. Federica Mogherini è stata incaricata di redigere il progetto di una missione militare "per catturare e distruggere i barconi" prima del loro utilizzo, magari con operazioni chirurgiche su obiettivi precisi, anche sulle coste libiche. L'identificazione degli obiettivi, dal punto di vista operativo, è il primo limite di questo piano. Non tutto si risolve con la tecnologia, con queste "armi intelligenti", come conferma il caso della morte del cooperante italiano Giovanni Lo Porto, ucciso da un drone americano nel corso di un'operazione antiterrorismo del governo statunitense. L'intelligence di terra è necessaria.

L'azione militare necessita poi di un mandato del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite e qui occorre verificare la posizione della Russia, che detiene il diritto di veto in seno al Consiglio, e non permetterebbe mai il ripetersi di quanto avvenuto nel 2011 in LIbia. Il governo di Tripoli, poi, ha già fatto sapere che si opporrà ad eventuali raid sul territorio libico.

La stabilizzazione della Libia è senza dubbio una priorità ma, dal momento che il paese è solo lo snodo di traffici che principalmente hanno origine in Sudan e Niger, focalizzarsi esclusivamente sulla situazione del paese nordafricano non è sufficiente. Serve una strategia regionale più ampia. 

Infine, sebbene nel comunicato di fine vertice si sottolinei che "la priorità è salvare vite umane", il Consiglio è sembrato principalmente interessato alla sicurezza dei confini della "fortezza europea". Finchè la questione migratoria continuerà ad essere letta solo attraverso il filtro della sicurezza e del crimine organizzato, ogni approccio è destinato al fallimento.

-Mara Carro-

Il quarto reich dell’Euro e dell’Unione Europea: verso una nuova festa della liberazione

 Il quarto reich dell’Euro e dell’Unione Europea: verso una nuova festa della liberazione

Gli industriali della Germania Nazista sono i veri padri fondatori del mercato unico europeo e dell’Euro

1944. La Germania è a un passo dalla sconfitta definitiva nella seconda guerra mondiale. Gli alleati avanzano sul fronte occidentale e l’Armata Rossa continua la sua marcia verso il fronte orientale. L’obbiettivo militare dei nazisti è proteggere a tutti i costi la linea Siegfried, in uno strenuo tentativo di difendere le posizioni che giorno dopo giorno vengono perdute sotto i colpi della crescente pressione delle forze alleate che avanzano.

La guerra è perduta, anche se molti non hanno il coraggio di dirlo apertamente per timore di essere accusati di alto tradimento. Il colonnello dell’Esercito, Von Stauffenberg , ne era pienamente consapevole, e insieme ad alti ufficiali della Wermacht ordì la camarilla che avrebbe dovuto uccidere Hitler e che avrebbe permesso al nuovo governo di firmare una pace separata con gli alleati. Il colonnello è la stessa persona che piazzò l’ordigno esplosivo che avrebbe dovuto uccidere Hitler, ma quel giorno la fortuna era con il Fuhrer, e la detonazione non risultò fatale. Molti uomini nei ranghi militari e nelle elite industriali sapevano che non c’era scampo, e già pensavano a come limitare l’impatto dell’inevitabile sconfitta. 

L’incontro al Mason Rouge Hotel

Come era dunque possibile costruire un nuovo progetto di dominio dell’Europa da parte della Germania post-bellica? E’ il quesito che si posero gli industriali tedeschi che si riunirono il 10 agosto 1944 a Strasburgo, nel Mason Rouge Hotel in una cornice di segretezza nella quale si possono fare le ammissioni più franche, ben lontane dai trionfalismi della propaganda nazista. Un agente dei servizi segreti francesi stilò un rapporto di quell’incontro (http://www.cuttingthroughthematrix.com/articles/Intelligence_Report_EW-Pa_128.html) nel quale si descrivono i piani degli industriali tedeschi per soggiogare l’Europa uscita dalla seconda guerra mondiale. A presiedere l’incontro fu il Dr. Heich, luogotenente generale delle SS e direttore della Hermandorff & Schonburg , mentre tra gli invitati era presente il gotha dell’industria tedesca come il Dottor Kaspar, rappresentante della Krupp, Ellenmayer and Kardos, rappresentanti della Volkswagen, i Dr. Kopp, Vier e Beerwanger in rappresentanza della Rheinmetall, e il Dr. Sinderen, in veste di rappresentante della Messerschmitt.

Scheid dichiarò che la guerra era perduta e propose di gettare fin da subito le basi per costruire il futuro dominio della Germania sull’Europa. Il primo passo da fare fu il trasferimento dell’apparato industriale tedesco presente in Francia verso la Germania. Il problema principale era rappresentato in quel momento dalla difesa della linea Siegfried e occorreva quindi trasferire immediatamente i materiali industriali in Germania. La Germania post-bellica avrebbe dovuto lanciarsi in una campagna di guerra commerciale nei confronti degli altri paesi europei, una volta che la guerra sul piano militare era fallita. Il timore di molti industriali e banchieri tedeschi era di rivivere nuovamente l’incubo dell’iperinflazione dopo la prima guerra mondiale, che compromise la crescita dell’economia tedesca, fortemente provata anche dalle ingenti riparazioni di guerra nei confronti delle potenze vincitrici. La nuova Germania avrebbe dovuto avere una moneta stabile e una bassa inflazione, le condizioni essenziali che le avrebbero poi permesso di lanciare la sua guerra commerciale, puntando sulla crescita imponente delle proprie esportazioni. Ogni grande industriale quindi avrebbe dovuto cercare delle alleanze nella discrezione più totale con importanti società straniere, così da ottenere quei finanziamenti necessari per costruire la crescita tedesca del dopoguerra. 

L’esempio più lampante dell’interconnessione con imprese straniere, viene dalle indicazioni fornite dal Dr. Scheid che cita in proposito i brevetti per la produzione dell’acciaio posseduti rispettivamente dalla Chemical Foundation Inc. assieme alla Krupp e le partnership tra le grandi corporation americane come la U.S. Steel Corporation, la Carnegie Illinois, la American Steel and Wire che avevano un accordo di cooperazione con la Krupp, senza trascurare il fatto che la Zeiss Company e la Leisa Company erano state particolarmente efficienti nella protezione degli interessi tedeschi all’estero. Il Dr. Scheid diede agli industriali presenti alla riunione gli indirizzi delle sedi di New York delle imprese tedesche. 

Il nuovo impero tedesco: il mercato unico europeo

Dopo l’incontro tra il Dr. Scheid e gli industriali, ne seguì un altro più ristretto tra il ministro degli Armamenti Bosse e i soli rappresentati della Krupp, della Hecho e della Rochling. Il ministro informò i presenti che la guerra era perduta e che gli industriali avrebbero dovuto fondare una strategia commerciale alimentata esclusivamente dalla propulsione delle esportazioni tedesche. Il nuovo Reich non doveva essere più militare, ma economico e commerciale. Il rigido divieto di esportazione dei capitali che il regime nazista aveva imposto fino a quel momento cadde, quando il governo decise di favorire il flusso dei capitali verso paesi stranieri e finanzia le imprese tedesche all’estero che in questo modo beneficarono di una riserva di liquidità dopo la fine del conflitto, senza la quale sarebbe stato impossibile ricostruire l’impero tedesco. 

Se dunque la sconfitta del regime nazista apparve inevitabile, ecco che i suoi protagonisti erano pronti a modificare i loro piani di dominio per adattarli alle nuove contingenze. L’impero economico pan-europeo nacque sotto l’egida delle tre grandi industrie tedesche della BMW, della Volkswagen e della Siemens, sotto la guida di Alfred Krupp e Friedrich Flick. Secondo lo storico Michael Pinto-Duschinsky “per molte figure industriali vicine al regime nazista, l'Europa è diventata una copertura per perseguire gli interessi nazionali tedeschi dopo la sconfitta di Hitler. La continuità dell'economia della Germania e le economie europee del dopoguerra in Europa è impressionante. Alcune delle figure di spicco dell'economia nazista sono divenute i principali artefici dell'Unione europea”. Il banchiere tedesco Abs che partecipa al consiglio di amministrazione della Deutsche Bank, faceva anche parte del consiglio di amministrazione della I.G. Farben, la compagnia che produceva il gas Zyklon B usato nei campi di concentramento nazisti. Lo stesso Abs nel 1946 diviene membro della Lega Economica per la Cooperazione Economica, un gruppo di pressione che è il precursore del mercato unico europeo. L’analogia tra le politiche naziste e le successive politiche che hanno poi fondato i pilastri dell’Unione Europea sono impressionanti e lo storico Rodney Atkinson nel suo libro “ Europe’s full circle” ne cita alcuni esempi:

Europaische Wirtshaftsgemeinschaft
Comunità Economica Europea
Europabank 
Banca Centrale Europea
Accordi di liberalizzazione commerciale
Mercato Unico Europeo

Abs nel dopoguerra divenne uno degli artefici principali della rinascita della Germania, e gli venne affidato l’incarico di gestire i fondi del Piano Marshall che vennero affidati alle industrie tedesche. Le fondamenta della ripresa tedesca erano solide e Abs nel 1949 venne chiamato ad affiancare il Cancelliere della Germania Occidentale Konrad Adenauer nel ruolo di consigliere economico. Il timore di un’iperinflazione come quella del primo dopoguerra fu scongiurato, l’economia tedesca era stabile e il DeutscheMark introdotto nel 1948 ebbe un ruolo primario nella crescita economica del dopoguerra. 

Nonostante i sei anni di guerra, gli asset a disposizione dell’industria tedesca sono superiori a quelli del 1936, grazie anche al business degli armamenti. Una volta assicurata la stabilità monetaria e la crescita economica, restava da sciogliere il nodo del dominio economico e commerciale sul resto dell’Europa. Ludwig Ehrard, consigliere economico di Adenauer e futuro cancelliere tedesco si pose la questione e scrisse un manoscritto nel quale elaborava la fase di transizione economica del dopoguerra tedesco, mentre esprimeva gli stessi timori di instabilità monetaria che furono poi messi da parte grazie al decisivo intervento della potenza occupante americana, che rafforza la stabilità del Marco tedesco. La risposta alla domanda di Ehrard era il sovranazionalismo. Occorreva costruire delle entità sovranazionali che avocassero a sé i poteri dei singoli stati, per poter così rafforzare la supremazia tedesca sugli altri paesi europei. Nel 1951 nacque così la CECA, Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio, dietro alla quale c’era la regia di Francia e Germania. Sorse in questo modo il primo nucleo di entità sovranazionale che sottrasse potere agli stati nazionali e questo fu il primo dei passaggi necessari per erodere successivamente i poteri degli stati. 

L’amnistia sui crimini degli industriali tedeschi

Il mercato unico europeo non poteva nascere però senza che prima venissero perdonati i crimini di guerra agli industriali nazisti. Nel 1957, John J. McCloy, Alto Commissario per la Germania, promulgò l'amnistia per gli industriali accusati di crimini di guerra. Alfred Krupp e Friedrich Flick, che possedeva una quota del 40 per cento in Daimler-Benz, furono rilasciati dal carcere dopo aver scontato appena tre anni. Le industrie di Flick e Krupp si servivano del lavoro degli schiavi nei campo di concentramento che spesso morivano tra indicibili stenti, per poter alimentare la produzione delle industrie tedesche. La schiavitù fu la fonte della ricchezza delle industrie naziste. 

I passi per la successive cessioni di sovranità sono dunque pronti e nel 1957 con il Trattato di Roma nasce la CEE (Comunità Economica Europea) che istituisce il mercato unico europeo. L’area di libero scambio fu il principio della liberalizzazione dei mercati che si realizzò negli anni successivi. Il Trattato prevede anche l’istituzione della Commissione Europea, organismo di governo sovranazionale europeo e del Parlamento Europeo. I poteri della Commissione Europa all’epoca non erano pari a quelli attuali, ma lo diventeranno in seguito con il Trattato di Maastricht del 1992 che attribuirono alla Commissione il ruolo di dominus sovranazionale. Uno dei primi a proporre la creazione di questo tipo di entità sovranazionali europee fu Walther Funk, ministro per gli affari economici della Germania Nazista, che nel suo libro “La Comunità Europea” evidenziò la necessità di costruire una “Unione Centrale Europea” e una “Area Economica Europea” che si sarebbe realizzata attraverso un’unione di cambi fissi; il futuro SME del 1979 al quale aderì anche l’Italia, pagandone le conseguenze negli anni successivi. 

Funk sosteneva che “nessuna nazione in Europa può raggiungere da sola il più alto livello di libertà economica che sia compatibile con tutte le esigenze sociali. La formazione di grandi aree economiche segue una legge naturale di sviluppo. Gli accordi tra gli stati in Europa determineranno il controllo delle forze economiche in generale e ci deve essere dunque una disponibilità a subordinare i propri interessi in alcuni casi, a quelli della Comunità Europea.” Funk non era il solo tra i nazisti a credere al progetto di unificazione europea. Joseph Goebbels, il famigerato Ministro della Propaganda, credeva necessaria “l’unificazione su larga scala dell’economia europea” e arrivò a sostenere che “ nell’arco di 50 anni i popoli non avrebbero più pensato in termini di singoli paesi”. 

Lo SME, l’Euro e Maastricht 

Le radici del mercato unico europeo e delle successive cessioni di sovranità, sono dunque il frutto del concepimento di un sistema che trae le sue origini da progetti nazisti di dominio sull’Europa ed è amaro constatare che i piani nazisti sono oggi diventati realtà. L’unica maniera per poter soggiogare le nazioni europee, dopo il fallito tentativo militare, era quello di spogliarle dei loro poteri economici e limitarne la competitività sui mercati. Il mercato unico ingloba e divora i singoli paesi, costretti a sottostare a dei parametri monetari come quelli dello SME, disegnati per permettere all’economia tedesca di essere più competitiva. Il Trattato di Maastricht del 1992 concepisce la moneta unica per alimentare il dominio dell’economia tedesca sugli stati europei e soffocare le politiche sociali degli stati nazionali. 

L’Unione Europea e la moneta unica sono l’emanazione di politiche naziste espressione del totalitarismo più subdolo. Un totalitarismo che non appartiene più al singolo stato nazione, ma che si riconosce nella governance sovranazionale europea che sanziona i singoli stati che non obbediscono al suo sistema normativo e li costringe a praticare politiche di austerity. La seconda metà del XX secolo ha testimoniato i vari passaggi della cessione di sovranità fino ad arrivare agli ultimi anni, nei quali il dominio delle esportazioni tedesche è stato possibile solamente grazie all’adozione della moneta unica che ha annullato il bonus di competitività delle monete nazionali. I documenti dimostrano come la moneta unica e l’Unione Europea siano l’emanazione diretta del pensiero nazista ed è un fatto da tenere a mente, anche in occasione del settantesimo anniversario della Liberazione che cade domani.

Contro l'aggressione di Renzi ai beni comuni, "Insieme ce la possiamo fare". L'appello di Padre Zanotelli

Contro l'aggressione di Renzi ai beni comuni, Insieme ce la possiamo fare. L'appello di Padre Zanotelli


"Mi appello a tutti i comitati di riprendere quel grande movimento unitario pre-referendario. Dobbiamo rimetterci insieme per opporci uniti alla politica economica di Renzi".

di Alex Zanotelli

I Comitati Acqua di Napoli e Campania festeggiano una seconda insperata vittoria in difesa di Sorella Acqua bloccando un disegno di legge proposta dal governatore Caldoro che avrebbe privatizzato l’acqua campana. L’altra straordinaria vittoria è avvenuta il 9 marzo quando il Consiglio Comunale di Napoli ha affidato con Convenzione trentennale, l’acqua partenopea ad ABC (Acqua Bene Comune), azienda speciale.

Il coordinamento dei Comitati Acqua della Campania ha dovuto mettersi subito al lavoro per bloccare la legge regionale il cui scopo è di porre l’acqua della regione sotto un unico soggetto, la Gori, una società mista pubblico-privata, che gestisce la rete idrica di 76 comuni dell’area vesuviana. Dietro ci sta l’ACEA di Roma che usa la Gori per mettere lentamente le mani sull’acqua del Meridione (la GORI ha già siglato un Protocollo con l’Acquedotto Pugliese). Da anni i comitati e i cittadini contestano la pessima gestione della GORI che, nel vesuviano, fa arrivare bollette salate agli utenti ed ha iniziato a staccare l’acqua a chi non paga.

Ecco perché il coordinamento campano ha lanciato una campagna di pressione su Caldoro e il Consiglio Regionale per bloccare una legge che non tiene in nessun conto l’esito del Referendum del 2011. Una campagna di pressione che è durata due anni ,con un susseguirsi di manifestazioni, sit-in, incontri con la Commissione Ambiente della Regione. In questi ultimi mesi i comitati hanno premuto sul consiglio Regionale partecipando alle sedute dove si discuteva di acqua. Questo ha avuto un notevole impatto sui consiglieri sia della maggioranza che della minoranza, bloccando così la legge della privatizzazione dell’acqua. Con l’avvicinarsi delle elezioni regionali, Caldoro decise di forzare la mano, ma si trovò con una sua maggioranza spaccata. Il 13 e il 14 aprile, gli ultimi due giorni per legiferare, Caldoro dovette rinunciare a far votare quella legge perché non aveva i voti. E questo grazie a una costante pressione dei comitati in aula. Fu un momento di grande festa per noi presenti in aula e per tutto il coordinamento. 

Ma questa è una vittoria temporanea. Caldoro o chi per lui ritornerà alla carica dopo le elezioni. Perché il problema non è solo Caldoro, ma il governo Renzi e la sua politica sull’acqua e sui beni comuni. Infatti la ‘Spending Review’ del governo Renzi prevede aggregazioni e fusioni individuando dei poli di coesione nelle grandi multiutilities come Iren,A2A, Hera e Acea. 

Il governo Renzi ha stipulato la sua politica economica con due provvedimenti legislativi: lo ‘Sblocca Italia’ e la ‘ Legge di Stabilità.’ Lo ‘Sblocca Italia ‘ convertito in legge a colpi di fiducia lo scorso 5 novembre, costituisce un piano complessivo di aggressione ai beni comuni, e inoltre incoraggia l’incenerimento dei rifiuti , nuove trivellazioni e contiene norme che mirano alla privatizzazione del servizio pubblico. Inoltre la ‘Legge di stabilità’ limita l’affidamento ‘in house’(sia SPA a totale capitale pubblico che aziende speciali) e dall’altra favorisce le privatizzazioni , incentivando la cessione di quote e più in generale le operazioni di fusione.

Questa legge di Stabilità, in maniera più esplicita del decreto ‘ Sblocca Italia’, indica la direzione della privatizzazione dei servizi pubblici, incentivando esplicitamente le dismissioni di quote dei comuni e favorendo economicamente i soggetti privati e i processi di aggregazione.

“I due decreti del governo Renzi-scrive Paolo Carsetti del Forum nazionale per l’acqua pubblica-costruiscono un meccanismo per cui, attraverso processi di aggregazione e fusione, i quattro colossi delle multiutilities attuali:ACEA, Iren, Hera e A2A, già collocati in Borsa, potranno inglobare tutte le società di gestione dei servizi idrici, ambientali e energetici , diventando ‘campioni’ nazionali in grado di competere sul mercato globale!”

Nella medesima direzione vanno le norme del disegno di Legge delega Madia attualmente in discussione in Senato. Se approvate consegneranno una delega al Governo con indicazioni precise volte al rilancio dei processi di privatizzazione. L’obiettivo ultimo di questo decreto è garantire incentivi e premialità per gli enti locali che favoriscono le aggregazioni e la perdita del controllo pubblico.

Questa politica economica di Renzi è stata una manna anche per il governatore della Campania che subito si è mosso a privatizzare. A questa politica di Renzi come di Caldoro, i comitati campani si sono opposti con forza ottenendo queste due importanti vittorie: l’ABC e il blocco della Legge Regionale. 

Abbiamo ottenuto tutto questo perché i comitati cittadini hanno lavorato in rete (anche se non sono mancati momenti di incomprensione) sempre in contatto con il Forum nazionale.

Per questo mi appello a tutti i comitati di riprendere quel grande movimento unitario pre-referendario. Dobbiamo rimetterci insieme per opporci uniti alla politica economica di Renzi. Ritrovare quello slancio, quell’entusiasmo, quell’unità che ci ha portato alla vittoria referendaria. Non è possibile che dopo una così straordinaria vittoria (tanti al mondo ce la invidiano), ci siamo adagiati. E questo mentre a livello mondiale il processo di ripubblicizzazione dell’acqua sta guadagnando terreno. In questi ultimi 15 anni ben 180 grandi città hanno ripubblicizzato l’acqua, fra le quali Parigi, Berlino, Buenos Aires, Budapest, Kuala Lampur, Maputo ed ora Jakarta. Abbiamo avuto soprattutto nel periodo 2010-2015 , 235 casi di ripubblicizzazione dell’acqua in 37 nazioni, che coinvolgono 100 milioni di persone.

Insieme, facciamo pressione sul Parlamento italiano perché discuta la Legge di iniziativa popolare che è stata rivista e aggiornata da oltre 200 degli attuali deputati. La Presidente della Camera, Laura Boldrini, che ha ricevuto il 13 aprile una delegazione del Forum , ci ha promesso di darsi da fare perché la Legge venga discussa al più presto. E’ fondamentale che questo avvenga al più presto perché il Referendum diventi legge. E questo richiede uno sforzo unitario e nazionale.

Mentre a livello locale ,mi appello ai comitati perché riprendano la pressione sui loro comuni per la ripubblicizzazione dell’acqua. Aspettiamo ora una vittoria a Reggio Emilia come a Savona , a Trento come a Venezia. Non possiamo accettare che le grandi multiutilities si impadroniscano della Madre di tutta la vita. Mi appello ai comitati del Sud d’Italia per rimettersi insieme per resistere ai tentacoli dell’ACEA (Roma), che vuole impadronirsi dell’acqua del Meridione. (Il 23 aprile ci siamo dati appuntamento davanti all’ACEA di Roma per respingere una tale possibilità.)

Per questo mi sembra importante un incontro a Napoli di tutte le realtà del Sud (insieme al Forum) per salvare le nostre ‘acque’. L’ABC di Napoli è pronta a darci una mano per organizzare un tale evento.

L’ importante è far ripartire con forza il movimento acqua per far fronte alla politica economica di Renzi e delle multinazionali dell’acqua che si nascondono sotto IL CONSIGLIO MONDIALE DELL’ACQUA, che si è incontrato il 12 aprile nella Corea del Sud. Ma soprattutto per rispondere alla drammatica crisi ecologica. L’acqua sarà la prima vittima del surriscaldamento. Un disastro che sarà pagato di nuovo, dagli impoveriti del Pianeta.


Diamoci da fare perché vinca la MADRE di tutta la vita sulla Terra.

23 aprile 2015

LA GRANDE DISTRIBUZIONE LASCIA MILANO: IL GRUPPO AUCHAN CHIUDE IL COLOSSALE CENTRO COMMERCIALE DI CESANO BOSCONE

LA GRANDE DISTRIBUZIONE LASCIA MILANO: IL GRUPPO AUCHAN CHIUDE IL COLOSSALE CENTRO COMMERCIALE DI CESANO BOSCONE



La grande distribuzione lascia Milano. Il Centro Commerciale Auchan a Cesano Boscone, vicino a Milano, chiuderà i battenti entro il 31 luglio 2015 a seguito della "risoluzione anticipata del contratto di locazione, accordata dalla proprietà". E' quanto fa sapere il gruppo, che sottolinea come sin dall'apertura nel 2005 e con il successivo acuirsi della crisi dei consumi, "l'ipermercato di Cesano Boscone non è mai riuscito a trovare un equilibrio economico, soprattutto a causa dell'oneroso canone di locazione".

Proprio all'ipermercato - escludendo i negozi - i dipendenti del gruppo sono 180: per loro, spiegano dall'azienda, si cercherà di trovare una soluzione ed è già stato attivato un tavolo di confronto con le organizzazioni sindacali. Negli ultimi tre anni, spiega sempre Auchan, le perdite sono state di oltre 16 milioni e nel solo 2014 hanno raggiunto il valore di oltre 6 mln. "Tale livello ormai - spiega il gruppo - non è più sostenibile anche alla luce dei risultati pesantemente negativi delle attività di Auchan in Italia registrati negli ultimi esercizi". 

A questo proposito Auchan, ricostruisce, "ha provato più volte nel corso degli ultimi anni a negoziare con la proprietà del centro una riduzione delle condizioni del contratto di locazione, in modo da renderlo meno oneroso e, quindi, maggiormente compatibile con tutti gli altri parametri economici.

Ma a più riprese la proprietà del centro ha manifestato la propria indisponibilità a ridurre in modo congruo il citato canone; inoltre - continua - ha sempre respinto la proposta di separare la negoziazione delle condizioni del canone locativo dell'ipermercato rispetto a quello delle gallerie, oggi in un unico contratto".

Conseguentemente Auchan "si è vista costretta ad intraprendere un'azione legale per vedersi riconosciuta o la continuità del contratto di locazione ma con un canone ridotto o la possibilità di andare via anticipatamente. Senza attendere la sentenza del Tribunale di Milano, che avrebbe anche potuto determinare solo una riduzione del canone, la proprietà del Centro, costituitasi in giudizio, ha cambiato completamente il proprio orientamento tenuto precedentemente e ha aderito alla risoluzione anticipata del contratto con Auchan, con riconsegna del centro commerciale entro il 31 luglio 2015" .

Per effetto di ciò Auchan dovrà abbandonare i locali e cessare definitivamente l'attività dell'ipermercato di Cesano Boscone. Ugualmente si dovranno fermare anche le attività presenti nella galleria commerciale gestita da Gallerie Commerciali Italia. 

L'abbandono del colosso della grande distribuzuione del punto vendita di Cesano Boscone illustra meglio di ogni dato statistico le drammatiche condizioni delle vendite al dettaglio in Italia. 

Redazione Milano


Lavrov: il principale nemico della Russia è lo stato islamico non gli Stati Uniti

Lavrov: il principale nemico della Russia è lo stato islamico non gli Stati Uniti


Mentre gli Usa continuano a lavorare per danneggiare la Russia, Mosca risponde con la diplomazia

Mentre gli Usa continuano a lavorare per danneggiare la Russia, Mosca risponde con la diplomazia. Sergey Lavrov lo ha detto molto chiaramente oggi. Intervistato da tre emittenti radiofoniche russe, Russia Today, Radio Eco Mosca e Radio Govorit Moskva, il capo della diplomazia di Mosca ha messo i puntini sulle i circa le posizioni del suo paese su alcune questioni calde.

«Gli Usa? Io credo che lo Stato islamico sia il nostro più grande nemico in questo momento», ha detto Lavrov, facendo notare come «centinaia di cittadini europei, centinaia di americani combattono nelle file dell’Isis». Persone che secondo lui «stanno già rientrando. Vengono da noi per riposarsi dopo aver combattuto, e un bel giorno possono risvegliarsi e giocare brutti scherzi in patria».

Per questo motivo, stando alle dichiarazioni di Lavrov, negli ultimi tempi il dialogo tra Usa e Russia per costituire meccanismi comuni di interazione ed allerta nell’ambito della crescente minaccia terroristica si sarebbe fatto sempre più intenso. «Se sono interessati ad implementare tali meccanismi – ha precisato - ben vengano le loro proposte in tal senso, quasi certamente noi accetteremo». Ma i rapporti tra Washington e Mosca continuano a rimanere tesi. Su questo Lavrov è sembrato abbastanza categorico, affermando che «si tratta di questioni di stato, questioni di ordine mondiale, che devono essere risolte attraverso il dialogo».

Il ministro degli Esteri russo, poi, ha ribadito che qualsiasi forma di collaborazione non può prescindere da un atteggiamento diverso nei confronti del suo paese, che vede come una grossa minaccia il completamento dello scudo missilistico ai propri confini. «Non vedo minacce da parte della Cina come in generale non vedo minacce dall'Oriente, tranne una lo scudo missilistico: un sistema di difesa globale degli Stati Uniti creato sul territorio Usa , esteso in Europa fino alle regioni dell'Asia Nord-Orientale, che avvolge quasi per magia il perimetro dei confini della Federazione Russa».

Lavrov, inoltre, ha ammesso che Mosca sta fornendo armi a Iraq e Siria per combattere l’avanzata dell’Isis. «Stiamo aiutando tanto l'Iraq quanto la Siria, forse in maniera più efficace rispetto a qualcun altro, fornendo armi alle loro Forze Armate e ai loro apparati di sicurezza», ha spiegato in tono polemico, alludendo ai raid aerei condotti contro le postazioni jihadiste dalla coalizione internazionale guidata dagli Usa.

Infine la questione ucraina. Lavrov ha voluto sfatare il mantra occidentale secondo cui la Russia vuole prendersi un pezzo dell’ex repubblica sovietica. «L’Ucraina deve rimanere unita, ma può esistere solo come Stato che riconosce le diversità delle sue regioni e delle sue culture. Non è interesse di Mosca spaccare l'Ucraina, ma renderla neutrale in termini politico-militari, altrimenti la Nato andrà avanti con i tentativi di farne uno Stato anti-russo». -Eugenio Cipolla-

Paramilitari colombiani hanno regalato armi agli agenti della Dea

Paramilitari colombiani hanno regalato armi agli agenti della Dea


L'Agenzia Antidroga ha rivelato che gli agenti in Colombia hanno accettato fucili AK-47 regalati dai paramilitari. -Telesur-

Un rapporto dell'Amministrazione per il controllo della droga (DEA il suo acronimo in inglese) presentato al Congresso degli Stati Uniti, ha rivelato dettagli sul comportamento dei funzionari dell'agenzia durante il lavoro svolto in Colombia.

La relazione, presentata nel corso di un'audizione davanti alla Commissione di Vigilanza della Camera dei Rappresentanti, ha svelato che membri di organizzazioni paramilitari colombiane hanno donato agli agenti della DEA fucili AK-47. Uno di questi è stato occultato e introdotto all'interno dell'Ambasciata degli Stati Uniti a Bogotà.

L'audizione è stata convocata dopo che lo scorso 27 marzo l'Ufficio dell'Ispettore Generale del Dipartimento della Giustizia (OIG) ha presentato una relazione riguardante delle denunce per comportamenti sessuali inadeguati rilevati in alcune agenzie statunitensi, tra cui figurano la DEA e l'FBI. 

In questa relazione, l'OIG sostiene che gli agenti dell'Amministrazione per il Controllo delle Droghe hanno utilizzato le proprie case o locali comunque affittati dal governo per «orge con donne a pagamento». Inoltre, in varie occasioni, hanno preso parte a grandi feste con prostitute, pagate dai narcotrafficanti. 

Il rapporto denuncia il fatto che, nonostante l'enorme rischio per la sicurezza derivante da questi comportamenti, la DEA ha sanzionato gli agenti con una sospensione di sole due settimane. 

Il senatore statunitense, Elijah Cummings, ha affermato che «ciò che questo nuovo rapporto dimostra è che non si trattava di uno o due casi isolati, ma sono decine i casi in cui gli agenti hanno ingaggiato prostitute che sono poi state portate in case e uffici presi in affitto dal nostro governo».

Inoltre, Cummings ha spiegato che il rapporto ha riscontrato come gli 'incidenti' non sarebbero limitati al periodo circoscritto tra il 2005 e il 2008, come inizialmente ipotizzato, in quanto vi sono alcune denunce risalenti all'anno 2001. -Fabrizio Verde-

Libro Bianco della Difesa della Pinotti: l'ennesima occasione persa. Il Commento della Campagna “Un’altra difesa è possibile”

Libro Bianco della Difesa della Pinotti: l'ennesima occasione persa. Il Commento della Campagna “Un’altra difesa è possibile”


"Sempre più urgente la costituzione di un Istituto di Ricerca sulla Pace e il Disarmo che produca strategie di peacebuilding"

Più che un Libro Bianco per la sicurezza internazionale e la difesa del nostro Paese lo si dovrebbe chiamare un Libro Bianco delle Forze Armate. Perché nel testo presentato ieri al Consiglio Supremo di Difesa dalla ministra Roberta Pinotti manca completamente la dimensione civile ed allargata della difesa di cittadini. Ma mancano anche una qualsiasi citazione del Servizio Civile Nazionale (già ora considerato per legge una forma di difesa del Paese) e tutte quelle prospettive di prevenzione e composizione dei conflitti che sole possono costruire una pace positiva sia a livello internazionale che locale.

“Per tutti questi motivi continuiamo a dire con forza che un’altra difesa sarebbe possibile e soprattutto necessaria”. È questa la valutazione di fondo che le sei Reti Nazionali protagoniste di una campagna per una Legge di iniziativa popolare che costituisca il Dipartimento della difesa civile non armata e nonviolenta esprimono all’indomani della presentazione ufficiale del Documento.

“Da tempo noi chiedevamo una riscrittura collettiva ed aggiornata del Modello di Difesa dell’Italia – afferma Francesco Vignarca coordinatore di Rete Disarmo – ed abbiamo quindi accolto positivamente l’annuncio da parte della Ministra Pinotti dell’istituzione di questo percorso. Un annuncio apparentemente positivo in virtù delle intenzioni di renderlo un percorso partecipato e pronto all’allargamento del concetto di difesa, classicamente solo legato alle Forze Armate. Purtroppo non troviamo niente di tutto questo nel documento presentato e le stesse analisi sulle minacce e sugli interessi ed obiettivi nazionali per i prossimi anni appaiono essere solo una piccola ricognizione legata alle strategie classiche, senza nemmeno un’articolazione concreta sulle modalità per realizzarle davvero”.

Nel documento, che solo in pochissimi casi fornisce prescrizioni effettive e rimanda invece la maggior parte delle decisioni a nuove e successive Commissioni ed analisi, si dà per scontato che la difesa del nostro Paese sia garantita solamente dal ruolo delle forze militari. Eppure, come sottolinea con forza la nostra Campagna, dall’articolo 11 e dall’articolo 52 della Costituzione (richiamati anche dalla Ministra della propria introduzione) sono da tempo discese conferme giurisprudenziali della possibilità di difendere la Patria e i suoi cittadini anche con mezzi non armati e nonviolenti. Tutti completamente dimenticati nel testo presentato.

“Difficile comprendere come sia stato possibile dimenticare il Servizio Civile Nazionale nel libro bianco sulla difesa in un momento in cui il Governo se n’è dichiarato il più convinto sostenitore ed ha avviato una riforma importante volta ad estenderlo a 100.000 giovani l’anno, a fronte dei 190.000 militari che compongono le forze armate – sottolinea Enrico Maria Borrelli, presidente del Forum Nazionale Servizio Civile – La difesa civile e non armata del Paese è una conquista culturale che l’Italia si candida a rappresentare in tutta Europa e nel mondo, non possiamo permetterci di mortificarne la portata politica omettendone il racconto e mortificando l’impegno che centinaia di migliaia di giovani hanno donato in difesa della loro Patria.”

Non è l’unico dei problemi riscontrati. “Da una prima analisi del Libro Bianco, con la macroscopica assenza nell’impianto generale di qualsiasi riferimento all’articolazione plurale delle forme di difesa (armata e non armata civile nonviolenta) potremmo forse cavarcela con un ‘Niente di nuovo dalle parti del Ministero della Difesa’ – commenta Licio Palazzini presidente della CNESC – ma a noi non va bene che, dopo che del DDL di riforma del Terzo Settore e del Servizio Civile Universale il Governo ha definito quest’ultimo ‘la difesa non armata della Patria’ il Libro Bianco continui imperterrito a dare per scontato che la sola difesa sia invece quella armata.L’amarezza è ancora più grande considerando come le nostre organizzazioni avevano incontrato gli estensori del documento per un proficuo confronto, inviando anche considerazioni in forma scritta. Di tutto questo ci pare non ci sia traccia nella versione finale”.

Hanno trovato invece spazio nella stesura diversi punti dedicati all’industria della difesa e quindi alla necessità, secondo il Governo, di promuoverla come elemento privilegiato. “In pratica la nostra strategia di difesa privilegia gli interessi economici dell’industria militarerispetto alle esigenze sociali della cittadinanza” commenta Grazia Naletto portavoce di Sbilanciamoci!

In definitiva per la Campagna “Un’altra Difesa è possibile” quello presentato ieri al Quirinale è un Libro Bianco inconcludente, perché fallisce rispetto al progetto vagheggiato inizialmente, oltre a non riuscire ad essere un documento “alto” e capace di impostare un nuovo modello generale che possa comprendere le dinamiche del nostro tempo, cercando di tracciare una linea ed un percorso. “Inoltre fermandosi praticamente solo nell’ambito di proposizioni molto generiche e molto banali – sottolineaSergio Bassoli della segreteria di Rete della Pace - non riesce nemmeno a scendere nel dettaglio e a fornire tutta quella serie di indicazioni che analisti, Parlamento (peraltro nemmeno consultato e investito di un qualunque ruolo) e anche società civile stavano aspettando da tempo”. Ad esempio nel testo non si dice nulla a riguardo delle spese per programmi legati all’acquisizione di sistemi d’arma, un tema invece molto importante e dibattuto negli ultimi anni: una quota di spesa militare sempre più criticata da larghe fasce della popolazione.

“Questo Libro Bianco sancisce l’incapacità attuale del Governo Italiano di produrre una strategia di costruzione della pace con mezzi di pace – esordisce Martina Pignatti Morano referente del Tavolo Interventi Civili di Pace – Rispetto alle esigenze di composizione dei conflitti sociali, economici, culturali, e di prevenzione della violenza (attività chiaramente non affidabili alle Forze Armate) non vi è proposta, perché non c’è volontà di istituire nuovi strumenti di analisi e di azione. Per questo è invece sempre più urgente la costituzione di un Istituto di Ricerca sulla Pace e il Disarmo che produca strategie di peacebuilding per tutte le forze civili dello Stato, a partire dal corpo diplomatico, e di Corpi Civili di Pace che possano intervenire in zone di conflitto con compiti di mediazione, dialogo, riconciliazione, monitoraggio e tutela dei diritti umani, sostegno agli attori di società civile che dal basso compongono patti di non belligeranza e di coesistenza tra comunità”.

Proposte che sono cardine della prospettiva e delle azioni della Campagna “Un’altra Difesa è possibile”.

Arrestato Leonidas Bobolas. I primi successi (e le prime vittime) della guerra di Tsipras agli oligarchi greci

Arrestato Leonidas Bobolas. I primi successi (e le prime vittime) della guerra di Tsipras agli oligarchi greci


Il tycoon delle costruzioni greco costretto a patteggiare 1,8 milioni di euro per evasione e riciclaggio

Membro di una delle famiglie più importanti di Grecia e presidente della ELLAKTOR, principale industria di costruzione del paese, oltre che amministratore delegato di Attiki Odos, Attica Toll-Fees, Aktor Parachorisis, MOREAS SA, Aegaio Highways, HERHOF GmbH, Leonidas Bobolas è stato arrestato mercoledì mattina dalla polizia finanziaria e portato davanti le autorità con le accuse di evasione fiscale e riciclaggio. 

Secondo i media greci, il caso va inquadrato nelle investigazioni nate dalla cosiddetta “Lista Lagarde” o “Lista Falciani” che contiene circa 2 mila grandi evasori greci. Leonidas Bobolas è accusato di aver rubato al fisco del paese due milioni di euro (secondo alcuni giornali la cifra originale sarebbe stata di 4 milioni). E' stato arrestato e poi rilasciato dopo aver patteggiato per 1,8 milioni di euro, 200 mila euro in meno di quello che lo stato gli richiedesse. 

In una nota alla stampa, Leonidas Bobolas ha dichiarato di aver contattato le autorità per un patteggiamento di sua iniziativa e il caso è stato archiviato “dopo la soluzione finale amministrativa”. 

Prosegue quindi, scrive il blog Ktg, la guerra di SYRIZA alle elites locali e agli oligarchi greci che dominano la vita politica ed economica del paese. “Abbiamo preso la decisione di scontrarci con un regime di potere economico e politico che ha spinto il nostro paese in una crisi che è responsabile della svalutazione della Grecia a livello internazionale”, aveva dichiarato il premier Alexis Tsipras a febbraio. Il ministro anti-corruzione ed ex Pm Panagiotis Nikoloudis aveva dichiarato che “una serie di famiglie che pensano che lo stato e i servizi pubblici esistono per servire i loro interessi”. E ancora: “3500 casi di evasione per un totale di 7 miliardi di euro rimangono ancora da vagliare e il ministero potrebbe ottenere 2,5 miliardi di euro in multe e sanzioni”.

Anche il giornale tedesco BILD descrive il caso di Leonidas Bobolas come un successo di Tsipras nella lotta ai grandi evasori greci e agli oligarchi del paese...

A differenza dell'Italia hanno letto il ciclo di Frenkel: no del Kazakistan all'euro russo

A differenza dell'Italia hanno letto il ciclo di Frenkel: no del Kazakistan all'euro russo


Il viceministro dell'Economia Timur Zhaksylykov ha chiarito che il suo paese non accetterà la proposta di Putin

In Kazakistan devono aver letto bene qualche manuale di teoria economica, in particolare il ciclo di Frenkel, e devono aver capito cosa succede al paese debole quando decide di accettare una moneta unica con un paese più forte. In estrema sintesi non finisce mai particolarmente bene per il primo: Grecia, Spagna, Italia, Portogallo, Irlanda.... insegnano.

Al contrario di chi in Italia ha spinto senza consultazione popolare il paese al collasso economico con l'ingresso nell'euro, il viceministro dell'Economia Timur Zhaksylykov ha chiarito che il suo paese non accetterà la proposta avanzata da Putin di una una moneta unica all'interno dell'area di libero scambio con la Russia, la Bielorussia e l'Armenia - Unione economia euroasiatica (EEU).


"Noi non stiamo discutendo questioni di questo tipo" ha detto il viceministro kazako parlando coi giornalisti. "Vorrei dire - ha aggiunto - che il Kazakistan ha una posizione chiara e precisa nell'escludere la possibilità d'introdurre una moneta unica nella cornice dell'EEU". 

Putin aveva avanzato la sua proposta nel corso di un vertice con il presidente kazako Nursultan Nazarbayev e con quello bielorusso Alexander Lukashenko il mese scorso.

Un ufficiale degli US Marshal distrugge il telefono di una donna che lo stava riprendendo

Un ufficiale degli US Marshal distrugge il telefono di una donna che lo stava riprendendo


Il Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti ha affermato che i cittadini hanno il diritto di riprendere gli agenti di polizia


"Mi ha detto che dovevo andare. Ha detto che stavo interferendo con la loro indagine e io gli ho risposto che ero su un marciapiede pubblico e avevo il diritto di riprendeli .. " E poi è accaduto questo ...




Come riporta MyFOXLA,

Beatriz Paez dice che non stava facendo nulla di sbagliato riprendendo degli ufficiale degli US Marshal in servizio su San Juan Avenue. Ha visto la gente in manette. "Circa 8 persone, tra cui le donne sono tenute a mano armata sul ventre con le mani dietro la schiena", spiega Paez.

Ma, quando un ufficiale ha visto che la donna stava filmando le ha detto "che doveva andare. E, io gli ho detto che avevo il diritto di riprendere e mi ha detto che stavo interferendo con la loro indagine. Io gli ho risposto che ero su un marciapiede pubblico e avevo il diritto di riprenderli. "

Come nota il Washington Post,

... i tribunali hanno costantemente affermato che il Primo Emendamento protegge il diritto dei cittadini di registrare gli agenti di polizia mentre esercitano le loro pubbliche funzioni. La polizia non può impendirlo a meno che le riprese non stiano interferendo con il loro lavoro - e gli agenti non possono impedire la registrazione, né sequestrare o distruggere i filmati. 

La polizia ha bisogno di un mandato per visionare il contenuto del tuo telefono cellulare.

* * *



Ma a quanto pare non è così

La Russia è un attore globale fondamentale. Cristina Fernandez de Kirchner in visita a Mosca

La Russia è un attore globale fondamentale. Cristina Fernandez de Kirchner in visita a Mosca


L'Argentina è il terzo partner commerciale della Russia in America Latina, dopo il Brasile e il Messico

Il presidente dell'Argentina, Cristina Fernandez de Kirchner, accompagnata da diversi ministri del suo governo, è arrivata a Mosca il 21 aprile per una visita ufficiale al fine di concretizzare gli accordi raggiunti nel 2014durante la visita di Vladimir Putin in Argentina e rafforzare così le relazioni bilaterali.

Come documenta RT, il primo impegno all'ordine del'agenda del presidente dell'Argentina è stata una visita al Business Forum argentino-russo che si è tenuto a Mosca. Nel suo discorso, Cristina Fernández ha sottolineato i cambiamenti che si sono verificati sulla scena mondiale negli ultimi anni: "La Russia è un attore importante",sottolineando i "molti interessi" condivisi dai due paesi. In secondo luogo, Cristina Fernández ha sottolineato che la visita in Russia e la partecipazione al forum mirano a far sì che "gli uomini d'affari russi e gli imprenditori argentini possano fare sinergia". Poi il presidente ha sottolineato l'importante ruolo svolto dall'Argentina in America Latina che serve come "piattaforma più interessante per l'intera regione." Il presidente argentino ha insistito sul fatto che nel suo paese si registra la più alta crescita economica della sua storia, ed è un paese "che investe in petrolio, estrazione mineraria, cibo". 

In una intervista con RT , il Ministro degli Esteri argentino, Hector Timerman, ha anche insistito sul fatto che lo scopo della visita ufficiale in Russia è quello di "portare a termine un piano di investimenti che completi la cooperazione economica tra i due paesi". 

Il ministro degli Esteri ha sottolineato la coincidenza tra le posizioni dei due paesi nell'affrontare l'attuale situazione economica, insistendo sul fatto che la Russia e Argentina devono "lavorare insieme", come hanno fatto nel quadro delle organizzazioni internazionali in passato. 

Il ministro dell'Economia argentino, Axel Kicillof in un'intervista con RT ha detto che c'è una "grande opportunità" nei rapporti commerciali tra Argentina e Russia. "Importiamo combustibile russo, la Russia importa cibo argentino, vale a dire esiste una complementarità e c'è anche una potenziale espansione per le imprese dei due paesi a lavorare tra di loro", ha osservato il Ministro. 

In un colloquio con RT, il Segretario della Sicurezza argentino, Sergio Alejandro Berni, ha detto che durante la visita del presidente Fernandez de Kirchner a Mosca è stato possibile affrontare diverse questioni importanti che consentono di "espandere ulteriormente gli orizzonti" di cooperazione tra i due Paesi. In particolare il Ministro si riferiva al nucleare e "ai significativi investimenti che la Cina e la Russia stanno facendo in Argentina per lavori idroelettrici, finanziando opere importanti della diversificazione energetica." 

Settori di cooperazione

Cooperazione militare

L'alto livello di cooperazione tra Russia e Argentina permette ad entrambi i paesi di coordinare le azioni in ambito internazionale e apre prospettive di ulteriore cooperazione in campo militare e tecnico-militare, ha detto il ministro della Difesa russo, Sergei Shoigu, dopo l'incontro con il suo omologo argentino, Agustín Rossi.



Nel quadro della visita ufficiale sono stati firmati documenti per la fornitura, da parte della società nucleare statale russa, Rosatom, di combustibile nucleare poco arricchito per i reattori in Argentina. 

Il consigliere del presidente Vladimir Putin ha annunciato che la Russia progetta di costruire una centrale nucleare in Argentina e ha dettagliato che "il memorandum su questo progetto è pronto per la firma dopo la riunione di Putin e Kirchner di giovedi al Cremlino ".

Collaborazione nel campo del gas e del petrolio

Il consigliere del presidente russo, Yuri Ushakov, ha annunciato che Gazprom e la compagnia petrolifera nazionale argentina, YPF, firmeranno un memorandum dopo l'incontro tra i due capi di Stato giovedì

Il politologo Atilio Boron ha analizzato in questo modo la visita del presidente dell'Argentina in Russia:"L'influenza della Russia in America Latina è chiaramente positiva e rende la regione più sicura .La strategia politica seguita dall'Argentina e la Russia di forgiare accordi e partnership dovrebbe essere salutata come un elemento di stabilizzazione in un difficile scacchiere geopolitico globale", afferma Boron.

Gli scambi commerciali tra Russia e Argentina

Entrambi i paesi godono di già strette relazioni in molti settori, tra cui il settore economico. In particolare, nel 2014 il commercio tra Mosca e Buenos Aires ha raggiunto 2.120 miliardi di dollari, una cifra che fa dell'Argentina il terzo partner commerciale della Russia in America Latina, dopo il Brasile e il Messico. 


Per quanto riguarda le esportazioni russe verso l'Argentina, la fornitura di fertilizzanti minerali raggiunge il 39% del totale, seguito da gasolio e metalli ferrosi. A loro volta, i prodotti principali delle esportazioni argentine verso la Russia sono carne, frutta, noci, e latte. 


La conferenza sul clima di Parigi sarà sponsorizzata dalle multinazionali inquinanti?

La conferenza sul clima di Parigi sarà sponsorizzata dalle multinazionali inquinanti?


Per il governo francese "queste aziende hanno un ruolo indispensabile da svolgere nel promuovere il cambiamento"

Il prossimo 21 dicembre, Parigi ospiterà la Conferenza internazionale sui cambiamenti climatici (COP21) e per completare il finanziamento della manifestazione - il cui bilancio complessivo è stimato a 187 milioni di euro - il governo francese ha scelto di fare appello alle grandi aziende. Europe 1 ha anche annunciato il nome di due sponsor: la casa automobilistica tedesca BMW e il gigante energetico svedese Vattenfall, con interessi nel nucleare e nel carbone. Niente di strano per una conferenza destinata a promuovere un modello di sviluppo "verde"? Secondo le informazioni rilasciate da Europe 1 e poi ritrattate, altre due società francesi sarebbero in corsa, Suez Environment e LVMH



La squadra organizzativa della conferenza sul clima, contattata dalla rivista francese Basta!, ha negato la sponsorizzazione di Vattenfall e BMW. Sembra che ci sia stata confusione tra gli sponsor della Conferenza sul clima e quelli del Forum per l'Innovazione Sostenibile, SIF, un evento organizzato dal Programma delle Nazioni Unite per l'ambiente (UNEP) a Parigi nel mese di dicembre, ... Per quanto riguarda gli accordi con gli sponsor della COP21, questi sono in fase di definizione e saranno annunciati a breve. 


Il caso illustra il grado di confusione per quanto riguarda il ruolo esatto delle grandi imprese private nei preparativi per la conferenza sul clima. La confusione di Europe 1 sembra comprensibile: il Forum è organizzato da un altro organismo delle Nazioni Unite, nello stesso periodo e nello stesso luogo, come la COP, per promuovere la "green economy". E l'indirizzo del suo sito web è altrettanto ambiguo: www.cop21paris.org . L'indirizzo del sito web "reale" della COP è invece: www.cop21.gouv.fr ...

Un altro evento: "Business & Climate Summit", organizzzato dalle imprese, si terrà a fine maggio presso la sede dell'UNESCO. Un vertice che deve fornire alla Conferenza governativa del mese di dicembre un "libro bianco di soluzioni" scritto da un dipendente di Areva. Tra gli sponsor di questo evento si sono un gruppo di imprese francesi, molte delle quali direttamente coinvolte nell' energia sporca, come EDF, GDF Suez, Arcelor Mittal e Total.

Altra iniziativa pubblico-privata per "dare soluzioni climatiche": "COP21 Solutions", con un padiglione a Parigi e una mostra al Grand Palais. Sponsor privati ​​sono GDF Suez, Avril (ex Sofiproteol), Carrefour, Veolia e Suez Environment. Per non parlare di una moltitudine di iniziative che si terranno a margine della COP, senza il riconoscimento ufficiale da parte delle Nazioni Unite o del governo francese. 


Gli organizzatori della Conferenza sul clima di Parigi assicurano di aver imparato la lezione della COP19, che si è tenuta in Polonia nel 2013 ed è stata sponsorizzata da grandi imprese private apertamente favorevoli all'energia sporca, compreso il carbone. Questa volta, avevano promesso che si sarebbe garantita la "rispettabilità" degli sponsor. Ma, in assenza di criteri chiari e trasparenti, non si sa cosa aspettarsi. E i potenziali sponsor citati da Europe 1 - Suez o LVMH - ripropongono la questione.

Suez Environment, per fare solo un esempio, è una società strettamente correlata con GDF Suez, che ne detiene il 36%. GDF Suez ha interessi sia nei combustibili fossili,(carbone, gas shale ...) che nel nucleare. Come il suo rivale Veolia, Suez Environment ha recentemente focalizzato la sua strategia sullo sviluppo dei servizi al settore minerario, petrolifero e del gas. E non esita a sostenere direttamente lo sviluppo di nuova energia sporca, dal momento che è uno degli sponsor della nuova struttura di lobbying delle società francesi per lo shale gas, il Centro per gli idrocarburi non convenzionali.

La questione della sponsorizzazione si pone anche per altre multinazionali come Coca-Cola, Danone e Carrefour.

Il discorso ufficiale del governo francese e più in generale di coloro che sostengono il coinvolgimento delle grandi aziende nella Conferenza sul clima è che queste aziende hanno un ruolo indispensabile da svolgere nel promuovere il cambiamento. "C'è bisogno di soluzioni che funzionino economicamente", sostengono. Il problema è che di solito avallano l'idea che l'azione in materia climatica non dovrebbe mettere in discussione l'ordine economico stabilito. 

Con questa logica, si può già essere certi che le misure che saranno annunciate in occasione della Conferenza sul clima di Parigi saranno minime.

Renzismo 2.0: "E' meglio fare degli errori che stare nella palude".

Renzismo 2.0: E' meglio fare degli errori che stare nella palude.


Dopo l'epurazione di deputati dem della minoranza, inizia una nuova fase per il premier

Domenica, parlando a Mantova, per la prima volta dall'inizio della legislatura, Matteo Renzi si era quasi concesso alle sue debolezze. Chiuse le dottrine di Nietzsche in un cassetto, aveva messo da parte il superomismo e ammesso che il governo non ha la "verità in tasca", ma è meglio "fare degli errori" che "stare nella palude".

Non proprio parole rassicuranti. Come a dire “hanno sbagliato tutti, posso sbagliare pure io”. Vero, ma non è quello che ci si aspetterebbe da un premier sceso in campo come uno scudiero e trasformatosi in un tiragliatore napoleonico nel giro di pochi mesi, mandato poi al martirio dal suo stesso ego.

Il paradosso dei paradossi oggi lo vuole sulla graticola proprio insieme ai nemici di sempre, vale a dire l’ala minoritaria del suo partito, quelli che alla rottamazione non ci hanno mai creduto. Quelli che l’Aventino oggi no, domani forse, ma dopodomani sicuramente.

L’ultima stoccata Renzi gliel’ha lanciata ieri, quando in commissione Affari costituzionali ha scelto di azzerare la discussione sulla legge elettorale, sostituendo – riferiscono i giornali, anche se sarebbe più corretto scrivere “epurando” – 10 deputati dem della minoranza per non consentire modifiche al testo dell'Italicum.

Un atto d’imperio, dopo che nei giorni scorsi non si era fatto poi tanti problemi a dire ai suoi che il futuro del governo si giocava sull'approvazione della riforma elettorale così com'è stata licenziata dall'aula del Senato, senza ulteriori modifiche. In un solo colpo ha mandato a spasso gli eretici. Giusto il tempo di portare a casa il bottino, salvo poi ripiazzarli ai loro posti.

C’è chi dice si tratti di una strategia studiata ad hoc per far saltare il banco, tornare alle urne nonostante la clausola di salvaguardia e prendersi la legittimità popolare in un momento in cui i numeri, nonostante le continue prove muscolari, gli danno pesantemente torto. Insomma, un all-in in piena regola, ma a carte scoperte. Ed è questo che il mini-premier non ha considerato.

Semmai l’Italicum dovesse arenarsi alla Camera, Renzi, nolente, sarà infatti obbligato a confrontarsi con la minoranza del suo partito. Mettere la fiducia al testo - come si vocifera in questi giorni a Palazzo - contribuirà però a portare a casa un risultato balordo. Si tratterebbe di uno strappo che ha un solo precedente nella nostra tradizione repubblicana, la Legge truffa del 1953, e già allora il colpo non fu di buon auspicio per la Dc. Historia magistra vitae.  - Augusto Rubei -

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