09 maggio 2015

La bonifica del Sahara come strumento per fermare la fuga dall'Africa e dalla fame

La bonifica del Sahara come strumento per fermare la fuga dall'Africa e dalla fame

"Un appello a sollevare un problema e aprire una riflessione su queste ipotesi"

In un appassionante dibattito sull'ipotesi della bonifica del deserto del Sahara come strumento necessario per fermare la fuga dall'Africa e dalla fame offrendo grandi possibilità di sussistenza trovando lavoro “in loco” e, contemporaneamente, provocare in Europa il risveglio di tutte le languenti attività produttive che dovrebbero fornire gli strumenti d'ogni genere per la mastodontica impresa, il mio corrispondente Aldo Ferretti di Grosseto, membro di Legambiente e attento osservatore dei grandi fenomeni socio-economici mondiali, mi aveva cautamente fatto osservare quanto, tra l'altro, qui di seguito trascrivo.

“Lo sviluppo dell’Africa è un tema di cui si discute dal dopoguerra, non solo con le Organizzazioni internazionali (ONU, Banca Mondiale, ecc.) ma anche a livello di imprese multinazionali.

Nelle università esiste da anni un filone di studio che si chiama “sociologia dello sviluppo” e che tratta proprio i temi a noi cari. Come già detto il problema dell’Africa non è la mancanza di risorse (che invece sono abbondanti) ma di cultura politica (che non c’è).

Tutt’oggi ci sono troppe zone di conflitto armato in corso e altre potenziali (dalla Libia al Maghreb, dall’Egitto al Corno d’Africa, dal Sudan alla Nigeria) e pensare di andare li a fare agricoltura non è pensabile.

Le stesse organizzazioni umanitarie e non governative (ONG) spesso sono costrette a evacuare e chiudere progetti in corso.

Se l’ENI riesce a fatica a strappare concessioni per l’estrazione di petrolio e gas naturale (militarizzando i pozzi, e questo non evita rapimenti e scontri) è perché ci sono in ballo miliardi di dollari, e non è un aspetto secondario).

Ma la bonifica del Sahara, sia in termini di grano nel deserto per usi alimentari o coltivazioni di colza per il biodiesel non smuove miliardi, e non è concentrabile in pochi impianti, ma sarebbe una forma di sviluppo, non controllabile dal potere, che non ci guadagnerebbe nulla.

Sarebbe quello che ci vuole, ma non è realistico. E non è che con un libro, anche se fatto bene, che si smuovono le coscienze di chi deve decidere (neppure Renzi potrebbe fare qualcosa, se a Bruxelles non sono d’accordo. E a Bruxelles non sono d’accordo se a Washington non sono d’accordo. E a Washington non sono d’accordo se a Pechino non sono d’accordo…). Lo sviluppo dell’Africa (o meglio il suo sottosviluppo) è una questione internazionale che smuove miliardi di dollari e di interessi. E delle migrazioni e dei barconi nel Mediterraneo non importa a nessuno (Gli USA hanno i loro problemi con le migrazioni dal Messico, la Russia ha i suoi problemi con l’Ucraina e il Caucaso, l’India ha i suoi problemi con il Pakistan, la Cina con il Tibet, Israele con la Palestina, eccetera eccetera). Oggi dall’Africa fanno notizia solo Ebola e solo i rapimenti dei tecnici e dei cooperanti occidentali.

Del resto, non nascondiamoci dietro un dito, i migranti clandestini fanno molto comodo alle economie sommerse, al lavoro nero, alla criminalità organizzata che gestisce il caporalato. Da questo punto di vista siamo tornati indietro di cinquant'anni, con il più assordante silenzio dei sindacati e delle organizzazioni datoriali.”

Purtroppo questa visione “non fa una grinza”, ma in attesa che, almeno nelle zone più a contatto con l'Europa, quale può essere la Libia, si riesca pacificamente a ristabilire un ordine che consenta normali o straordinari “sviluppi”, mi parrebbe ora indispensabile cominciare ad affrontare il problema non soltanto come da qualche parte politica si prospetta a parole, ma indirizzando lo spirito avventuroso e solidale che ancora alberga nel cuore di molti giovani e nelle menti dei saggi che, anche se vecchi e vicini all'ultimo addio, desidererebbero soltanto non fosse tradita la loro speranza di poter ancora credere nel progresso per le generazioni future.

A tal fine potremmo rivolgerci soprattutto (ma non solo ) alle associazioni, ai gruppi e alle personalità conosciute per il loro spirito umanitario, alle organizzazioni ecologiste e a quelle che operano a livello civile e religioso delle tre grandi fedi monoteistiche ,che proprio in questo difficile momento stanno aprendo importanti spiragli di dialogo tra loro.

Come ai tempi di Abramo, ( così si legge nella Bibbia) che, nel suo vagabondare di primitivo nomade, quando trovava una zona che gli pareva adatta ne acquistava una parte e cominciava a scavare un pozzo, oggi occorre sensibilizzare i giovani ad affrontare una grande sfida per portare a compimento la profezia del salmo : “Il deserto fiorirà come la rosa”.

Già ci sarebbero, inascoltati dai Governi, grandiosi progetti come quello della captazione delle acque del fiume Congo per alimentare l'ormai evanescente Lago Ciad che, da solo, potrebbe oggi trasformare una vasta zona del sud Sahara in fertile abitazione di migliaia di affamati.

Una “manovra” però certamente più semplice e meno costosa, potrebbe consistere in “assaggi” finanziati da gruppi di privati mossi da valori etici ed umanitari ( con eventuale apporto pubblico di qualche Stato più intelligente ) che acquistino o ottengano la concessione di aree desertiche del Sahara, per la ricerca mediante TRIVELLAZIONE non dell'inquinante petrolio, ma della prima, divina, sorgente della vita umana, l'acqua sotterranea che attende di sgorgare !

Il reclutamento dei giovani per realizzare questa attività potrebbe essere una scuola di vita, certamente qualcosa di attraente, una forma di volontariato civile per rendere fertili aree geografiche sterili e ad acquisire anche un credito formativo utile dopo il rientro nei luoghi di origine .

Cittadini italiani e del mondo occidentale potrebbero costruire nuovi legami con l'Africa e i giovani africani, unendosi a loro in un progetto condiviso: cercare l'acqua invece che portando armi, distruzioni e sfruttamento come ancora avviene.

Si tratta intanto solo di sollevare un problema e aprire una riflessione su queste ipotesi.

Mi piacerebbe però ricevere pareri, idee e suggerimenti e magari pensare che qualcuno tra chi legge possa aver voglia di individuare qualche strada utile a tentare questa sfida, idea alla quale sto riflettendo da molto tempo e che ora ho voluto condividere con voi.

La finanza internazionale sostiene l'Italicum di Renzi: arriva la fiducia (la sola) che il premier aspettava

La finanza internazionale sostiene l'Italicum di Renzi: arriva la fiducia (la sola) che il premier aspettava


L'Italicum, il Jobs Act, la scuola buona sono solo tasselli di una strategia che JP Morgan aveva scritto chiaramente nel 2013

Per Renzi arriva la fiducia, l'unica, che aspettava veramente sull'Italicum. Del Parlamento o del Presidente della Repubblica? No non servono più nel sistema post-democratico ormai in vigore. Il sostegno che il premier italiano attendeva è quella dei suoi reali punti di riferimento in termini di fiducia per il mantenimento del suo posto. In un rapporto pubblicato oggi, l'agenzia di rating Fitch si complimenta per l'approvazione della legge elettorale. Si legge: "Il passaggio della nuova legge elettorale in Italia rappresenta un progresso nel cammino delle riforme istituzionali e strutturali che se portato avanti porterebbe a un rafforzamento nel medio termine del profilo di credito sovrano riducendo il rischio politico che grava sulle decisioni di natura politica ed economica”. Lo riporta la Repubblica.

Gli analisti di Fitch poi arrivano a dire che la “riforma” - le chiamano sempre riforme anche se è la nuova legge elettorale, ma questo serve per confondere le idee - dovrebbe “indirettamente” permettere all'Italia di avere minori problemi di accesso al credito per la presenza di governi più stabili nell'attuare le riforme strutturali che verranno imposte dall'esterno di mese in mese. Il ragionamento è più o meno quello che gli Stati Uniti hanno fatto in Cile nella fase tra Allende e Pinochet, che garantì un governo stabile perfetto per i Chicago Boy. 

E poi arriva l'endorsement dell'endorsement per il nostro premier da parte dell'agenzia di rating: "Il rischio di nuove tensioni politiche nel breve termine - prosegue il rapporto di Fitch - è stato tenuto sotto controllo da quando Matteo Renzi è diventato primo ministro nel febbraio del 2014". E ancora sul Jobs Act: “Il governo ha continuato a portare avanti il suo programma di riforme macroeconomiche strutturali, fra cui il Jobs Act che potrebbe aumentare la flessibilità del mercato occupazionale e aumentare il debole potenziale di crescita dell'italia". 

Queste parole degli analisti di Fitch sono l'essenza più profonda del fallimento di Renzi come rappresentante delle istanze dei cittadini italiani e la testimonianza di come le sue “riforme” servano solo a servire gli interessi della grande finanza internazionale. 

L'obiettivo di fondo di quest'ultima è chiara ed è distruggere l'impalcatura democratica e costituzionale sorta in Europa dopo la seconda guerra mondiale. Lo hanno detto e scritto chiaramente se non ve ne siete accorti. JP Morgan lo aveva diffuso chiaramente in un documento di 16 pagine, in cui scriveva chiaramente come il problema non è semplicemente una questione di rigore fiscale e di promozione della competitività, ma che c’è anche un eccesso di democrazia che va ridimensionato in alcuni paesi europei. Esattamente questo: “Nei primi tempi della crisi si pensava che questi problemi nazionali ereditati fossero in larga misura economici: un eccesso di leva dei debiti sovrani, bancari e delle famiglie, disallineamenti dei cambi reali interni e rigidità strutturali. Ma col tempo è divenuto chiaro che ci sono anche problemi nazionali ereditati di natura politica. Le costituzioni e le soluzioni politiche nella periferia meridionale, poste in essere dopo la caduta del fascismo, hanno una quantità di caratteristiche che appaiono inadatte a un’ulteriore integrazione nella regione. Quando i politici e decisori tedeschi parlano di un processo di aggiustamento decennale hanno probabilmente in mente la necessità di riforme sia economiche sia politiche”. Sì avete letto bene. Per gli autori le leggi e le costituzioni dell’Europa meridionale sono un po' troppo democratiche. 

Ecco, in questo quadro, per JP Morgan, per Fitch e in generale per la finanza internazionale, Renzi è semplicemente l'uomo giusto al momento e al posto giusto per curare i loro interessi (fini). L'Italicum, il Jobs Act, la scuola buona sono solo tasselli di questa strategia...

Renzi, il piccolo Duce (e i suoi complici). Che vergogna

Renzi, il piccolo Duce (e i suoi complici). Che vergogna

Qualcosa vorrà pur dire se per la seconda volta in poche settimane le opposizioni abbandonano in massa il Parlamento al momento del voto di leggi fondamentali per il futuro del Paese. Tutte le opposizioni: da Sel alla Lega. Un comportamento senza precedenti. Significa che i principi fondamentali della democrazia sono in pericolo, non sono più condivisi.

E’ in questi frangenti che un presidente della Repubblica deve intervenire, rimandando alle Camere le leggi contestate e costringendo il premier a riaprire trattative su quelle che non possono essere che regole condivise. Sergio Mattarella, che nella sua vita professionale si è creato l’immagine di giudice inflessibile, ora appare come un fantasma politico, una non-entità, tanto lusingata per l’inaspettata elezione al Colle quanto palesemente inadeguata, al punto da convalidare il sospetto che sia stato messo lì apposta per non disturbare il manovratore.

Se ha personalità, se ha davvero il senso dello Stato, questo è il momento di mostrarlo, di imporlo con forza ma temo che Mattarella questo coraggio non l’abbia e che preferisca passare alla storia come il presidente che ha avallato due misure golpiste – riforma dell’articolo V della Costituzione e ora l’Italicum – anziché, come suo dovere istituzionale, fermare il nuovo piccolo Duce, Matteo Renzi.

E che dire del Partito democratico? All’ultima votazione i dissidenti sono stati 60, più di prima ma ancora troppo pochi e chiaramente isolati. Nel Pd non si respira un clima di rivolta, si percepisce, semmai, uno straordinario ma non sorprendente conformismo, un appiattimento delle coscienze che cancella d’un tratto tutte le loro emozionanti, travolgenti, irrinunciabili battaglie civiche degli ultimi due decenni.

Già perché la sinistra dei “pecoroni” si era fatta leonina per combattere i rischi di una deriva autoritaria da parte di Berlusconi, che avrà avuto tanti difetti e ha commesso tanti errori, ma non ha mai avuto mire dittatoriali. All’epoca, però, era facile opporsi, tutti assieme, a Berlusconi; era facile provare, tutti assieme l’ebrezza di sentirsi inflessibili paladini della democrazia di fronte al satrapo di Arcore.

E ora che quei timori si materializzano – e non è un’opinione, ma un fatto – quella sinistra non solo non si oppone all’uomo che rappresenta davvero una minaccia per la democrazia, Matteo Renzi, – il caudillo come lo ha definito Ferruccio De Bortoli – ma lo saluta festante, partecipa attivamente al golpe, approvandolo in Parlamento. Ancora una volta, tutti assieme, con poche lodevoli ma insufficienti eccezioni.

Sempre e comunque omologati e cortigiani.

Lasciatemelo dire: che vergogna.

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Gli Usa finanzieranno l’esercito ucraino con 25 milioni di dollari

Gli Usa finanzieranno l’esercito ucraino con 25 milioni di dollari


IL MESE SCORSO SONO INIZIATI GLI ADDESTRAMENTI DELLA GUARDIA NAZIONALE UCRAINA SOTTO LA SUPERVISIONE DEI SOLDATI USA

6.100 civili morti, altri 1.000 dispersi dei quali non si hanno notizie da mesi, 1657 soldati dell’esercito regolare uccisi durante i combattimenti. Poi c’è la questione delle centinaia di bambini che da mesi vivono in rifugi e scantinati nei villaggi attorno a Donetsk e Luhansk. Il bilancio delle guerra in Ucraina si fa sempre più pesante. Stamattina il presidente ucraino Petro Poroshenko, citando dati Onu, ha fatto il punto della situazione, sottolineando che la situazione rimane grave. «Ogni giorno senza nessun morto è una festa per me», ha detto Poroshenko. E oggi non lo è, perché nelle ultime 24 ore in Donbass sono morti due soldati di Kiev, mentre altri ventisei sono rimasti feriti.

Poroshenko è poi tornato alla carica sulla possibile adesione alla Nato da parte del suo paese, disattendendo l’invito fatto qualche settimana fa da Juncker sull’essere più cauto per non irritare Mosca. «Stiamo progettando la piena adattabilità delle nostre forze di sicurezza e di difesa» in modo da raggiungere gli standard necessari per l’adesione alla Nato. «Il raggiungimento di certi requisiti da parte dell’Ucraina dovrebbe dare al paese la possibilità di diventare membro dell’Alleanza Atlantica in futuro, così da da avere autentiche garanzie di sovranità, integrità e indipendenza».

In attesa di questo e nonostante la lunga scia di sangue che questo conflitto si sta portando appresso, gli Stati Uniti continuano a soffiare sul fuoco della guerra. Gli Stati Uniti, infatti, hanno stanziato circa 25 milioni di dollari per finanziare l’esercito ucraino. «Attualmente l’assistenza tecnica e finanziarie di Whashington ammonta a quasi 25 milioni di dollari», ha spiegato alla stampa Viktoria Kushnir, portavoce del ministero della Difesa di Kiev.

E’ la conseguenza del “Freedom support act per l’Ucraina – 2014” approvato lo scorso dicembre dal Congresso Usa, che prevede l’assistenza all’ex repubblica sovietica nel settore militare ed energetico. Già lo scorso mese, nella regione occidentale di Lviv, sono iniziati gli addestramenti della Guardia Nazionale ucraina sotto la supervisione di trecento soldati Usa della 173esima brigati, arrivati direttamente dalla base statunitense di Vicenza.

Nel frattempo ieri, Olga Bhomolets, capo della Commissione Parlamentare per l’assistenza sanitaria della Rada, eletta nelle fine del Blocco Poroshenko, ha rivelato alcuni dettagli terrificanti circa le conseguenze della guerra nell’est del Paese. Sono migliaia, infatti, i militari ucraini che, dopo aver partecipato alle operazioni militari del governo contro i separatisti filorussi, hanno contratto diversi problemi di salute mentale.

«Circa 5.500 soldati si sono già sottoposti a cure di salute mentale, il 35% di loro è stato trasferito nelle riserve dell’esercito a causa di disturbi mentali», ha detto la deputata, aggiungendo che «circa 800 soldati ucraini soffrono di disturbi post traumatici da stress ed il numero del personale militare che potrebbe avere bisogno di trattamenti per problemi di salute mentale potrebbe aumentare ulteriormente, visto che molti soldati che hanno partecipato all’ATO non vogliono ammettere che hanno bisogno di un aiuto psicologico o psichiatrico».


– di Eugenio Cipolla –  L’Antidiplomatico

L’EURO È IL SEGNO DELLA NOSTRA SUDDITANZA AGLI STATI UNITI

L’EURO È IL SEGNO DELLA NOSTRA SUDDITANZA AGLI STATI UNITI


“UN BELL’AGGANCIO VALUTARIO EURO-DOLLARO E IL TTIP TRASFORMEREBBERO GLI STATI EUROPEI NEI PIIGS DELL’UNIONE TRANSATLANTICA (IL PAESE IN DEFICIT ESTERO)”.

Vi dicono (dal Pd e giornali servili principalmente) che l’euro sarebbe il momento più significativo di costruzione dell’identità “europea”, nonché uno strumento essenziale per competere ad armi pari non solo con la Cina ma anche con gli Stati Uniti. Questo è ciò che si vuole imprimere nell’immaginario collettivo da coloro che continuano a voler difendere l’indifendibile, vale a dire un’unione monetaria fallita e fallimentare che ha sulla coscienza povertà diffusa, disoccupazione di massa e la perdita progressiva di diritti sociali acquisiti negli anni nel continente. Ebbene, scrive Alberto Bagnai sul suo blog Goofynomics in uno dei suoi ultimi articoli, l’argomento secondo cui “gli Stati Uniti ci invidierebbero l’euro, e per questo motivo tanti studiosi statunitensi lo criticherebbero, ha il valore degli studiosi che l’hanno proposto (quasi zero)”. Dopo la Seconda guerra mondiale, prosegue l’economista, l’Europa continentale era una tabula rasa, “semplicemente non c’era più, lacerata da guerre civili combattute prima, durante e in parte anche dopo il conflitto mondiale”.

In questo contesto a dettare le regole furono i vincitori (gli Usa) che avevano a cuore alcune priorità: “ricostruire un mercato mondiale per quei beni che solo lui aveva ormai la capacità di produrre, e garantirsi un baluardo contro un sistema, quello sovietico, che, nel bene e nel male, si poneva come antagonista al suo modello di capitalismo. L’Europa, da ricostruire col piano Marshall, e da mantenere coesa col Movimento federalista europeo, risolveva entrambi questi problemi. E infatti gli Stati Uniti finanziarono l’uno e l’altro. Sapete, probabilmente, del piano Marshall, ma magari non sapete che il movimento federalista europeo era finanziato da una speciale “agenzia” del governo statunitense (prima di essere finanziato dalla Commissione)”.

Questo ha comportato un passaggio storico molto semplice: “essere americani, non europei”. “Per capirlo meglio, considerate l’altro caposaldo del populismo europeista, quello secondo cui “L’Europa ci avrebbe dato la pace”. Un’affermazione che si sbriciola di fronte all’evidenza del fatto che la pace sono state la basi NATO a darcela: l’Europa è, dalla Seconda guerra mondiale in poi, una allegra brigata di paesi sconfitti e militarmente occupati. Meglio questo della guerra, siamo d’accordo. Ma è questo, non è un’altra cosa”.

La costituzione economica europa, tutta articolata sul concetto di stabilità dei prezzi, viene fatta risalire al sacro orrore dei tedeschi per l’inflazione di Weimar che avrebbe portato al nazismo. Ma questo, si sa, è un falso storico (peraltro, costruito a tavolino dalla Bundesbank): al nazismo ci portò, e ci sta riportando, la deflazione, e ormai questa cosa, che raccontavo nel Tramonto dell’euro (quando già non era originale), dovrebbe essere di dominio pubblico. Senza disconoscere le radici europee dell’ordoliberismo (a proposito, vi saluta Lars Feld), va però chiarito che anche l’apparato ideologico di Maastricht è prima facie del tutto statunitense: l’impiego di regole fisse (monetarie e fiscali) è infatti il cavallo di battaglia del monetarismo statunitense anni ’70 (Milton Friedman, per capirci), ed è a causa dell’egemonia culturale e geopolitica di quel monetarismo che fu relativamente facile far recepire l’approccio “regole fisse” in un progetto che però voleva qualificarsi come europeo. Peraltro, il dibattito fra regole fisse e regole flessibili all’inizio degli anni ’80 oppose economisti statunitensi (come Barro, per capirci) a economisti europei (come Buiter). Le regole flessibili sono europee: le regole fisse sono yankee. Il Trattato di Maastricht è il momento più infimo di sudditanza culturale dell’Europa alla sua ex colonia (roba che in confronto il MacDonald a piazza di Spagna è le cinque giornate di Milano…).

L’euro è precisamente il segno della nostra sudditanza culturale e politica agli Stati Uniti: uno strumento costruito con logica statunitense per difendere interessi statunitensi di carattere economico e geopolitico. Sì, perché, come spiego ne l’Italia può farcela, in un mondo che si sta de-dollarizzando, e dove quindi il potere di signoraggio degli Stati Uniti (“stampo e compro”) è progressivamente eroso, gli Stati Uniti intuiscono che non potranno continuare ad essere “l’acquirente mondiale di ultima istanza” (o, il che è lo stesso, a finanziare un deficit estero strutturale stampando dollari), e quindi, esattamente come dopo la Seconda guerra mondiale, noi europei gli serviamo come mercato di sbocco. Un bell’aggancio valutario euro-dollaro e il TTIP trasformerebbero gli Stati europei nei PIIGS dell’Unione transatlantica (il paese in deficit estero), con grande soddisfazione degli Stati Uniti, che di questa unione diventerebbero la Germania (il paese in surplus estero)! Saremmo noi a comprare, con un eurollaro sopravvalutato, la merce Usa, aiutando la nostra ex-colonia a correggere il proprio deficit estero, esattamente come, grazie all’euro, abbiamo aiutato “il malato d’Europa” (come abbiamo visto più volte). Inutile notare che gli Stati Uniti hanno, come la cronaca dimostra, strumenti di controllo sociale molto più efficaci dei nostri, e che qualora volessero, come la Germania, ad aggancio valutario effettuato, effettuare una sleale svalutazione competitiva dei propri salari, saprebbero come gestire il malcontento in casa propria!

La questione economica è più complessa. Avrete visto, credo, segni di scetticismo sempre più diffusi provenire da ambienti vicini alla finanza statunitense (da Michael Pettis a Patrick Chovanec a tanti altri). Lasciate perdere che questi argomenti per noi sono standard: per loro no (più precisamente: lo sono in ambito accademico, ma non in ambito operativo). Accompagnando a Pescara Philippe Weil, quest’ultimo mi faceva notare come si stia diffondendo negli ambienti che contano l’idea che quella dei Bund sia una bolla speculando contro la quale ci si mette in banca per il resto della propria esistenza: lo ha detto Bill Gross, che a quanto pare è uno che se ne intende. Il problema è il timing. Io l’ho detto troppo presto (e quindi ho sbagliato, è uno dei miei errori). Tuttavia, vi assicuro, a Wall Street l’idea che il sistema sia disfunzionale, il che lo rende potenziale fonte di grosse perdite per molti (e di grossissimi guadagni per pochi) si sta piano piano diffondendo. Il problema è solo capire quando i pochi che hanno i mezzi per guadagnare molto decideranno di passare all’attacco (come fece Soros nel 1992).

Insomma, e per concludere, nonostante in questo periodo la stanchezza mi induca al pessimismo, mi sento istintivamente vicino al commento di un altro lettore (non riesco a trovare il suo tweet, se ha interesse si dichiari lui): il fatto che gli Stati Uniti sentano il bisogno di ribadire così apertamente l’ovvio, ovvero che l’euro è cosa loro e che qui comandano loro, paradossalmente apre a qualche speranza. Le minacce sono sempre armi del minacciato, anche e soprattutto quando il minacciato è, in linea di principio, così potente da poterne tranquillamente fare a meno.

Proposta shock dalla Gran Bretagna: maschietti in gonna a scuola

Proposta shock dalla Gran Bretagna: maschietti in gonna a scuola

E così, dopo le cliniche per bambini transgender, in Gran Bretagna arriva una proposta in nome della neutralità di genere, per evitare discriminazioni nei confronti degli alunniLGBT nei collegi, dove notoriamente i bambini si contraddistinguono tra loro per le divise che indossano.

L’idea arriva da Elly Barnes un’attivista per i diritti della comunità Lgbt (Lesbiche, Gay, Bisessuali, Transgender), e presidente di “Educate and Celebrate”, un gruppo a favore dei diritti dei gay molto attivo nelle politiche anti-discriminazione di genere nelle scuole. La Barnes ne fa una questione di principio e dichiara: “Se le femminucce possono indossare i pantaloni, perché a un maschietto non è permesso indossare una gonna? Dovremmo dare loro la possibilità di farlo”. Questo è quanto emerso nel corso di una conferenza indetta dall’Associazione delle Boarding Schools, in cui la Barnes ha sottolineato le necessità di rendere lescuole più Lgbt-friendly. A tal fine è opportuno educare lo staff scolastico, tramite corsi di formazione, a una maggiore familiarità con questi mondi. La stessa ha inoltre esortato tutte le scuole ad aggiornare le loro politiche di pari opportunità promuovendo le relazioni omosessuali sotto una luce favorevole. Ma la comunità LGBT che pretende un’assenza di condizionamenti, non si accorge che anche questo è un condizionamento?

Come già avviene in Italia, la Barnes ha anche ribadito l’importanza, sin dalla scuola materna, di utilizzare libri che raccontano di costellazioni familiari diverse e non conformi, come avere due mamme o due papà e la necessità di raccontare e far studiare ai bambini la lotta per i diritti della comunità LGBT così come viene previsto, nei programmi scolastici, lo studio delle lotte dei neri per il riconoscimento dei diritti civili e l’olocausto. Per la Burnes dunque gli omosessuali e i transessuali sono persone attualmente perseguitate che non godono dei diritti civili. La finalità di queste politiche basate sulla neutralità del genere sarebbero finalizzate oltre che all’estirpazione del “bullismo omofobico” anche alla liberazione del bambino che finalmente può essere ciò che vuole liberandosi dagli stereotipi di genere?


È inevitabile il riferimento a Mario Mieli e a quanto scritto in “Elementi di critica omosessuale” del 1977, considerata dalla comunità LGBT la “bibbia” gay. Egli scrive precisamente: “La società agisce repressivamente sui bambini, tramite l’educastrazione, allo scopo di costringerli a rimuovere le tendenze sessuali congenite che essa giudica “perverse” […]. L’educastrazione ha come obiettivo la trasformazione del bimbo, tendenzialmente polimorfo e “perverso”, in adulto eterosessuale, eroticamente mutilato ma conforme alla norma”. E ancora in una intervista rilasciata al programma “Come Mai”, sempre nel 1977, Mieli risponde alla domanda sul perché si veste da donna: “Mi travesto perché mi piace. E poi anche con un po’ di spirito polemico in quanto intendo oppormi a quella normalità, secondo me demenziale, che vuole gli uomini necessariamente vestiti coi pantaloni e le donne possono invece travestirsi da uomo ma l’uomo non può travestirsi da donna. Bisognerebbe interrogarsi sul perché di questa contraddizione”.

È lecito a questo punto chiedersi se il fine di queste politiche è davvero quello di sconfiggere l’omofobia, o se ci sono altre motivazioni dietro la volontà di annientare il “maschile” e il “femminile”. Anche in Italia negli ultimi due anni sono stati investiti milioni di euro per quella che doveva essere una lotta contro le discriminazioni sessuali ma che si sta rivelando una imposizione di metodi e comportamenti atti a minare l’identità dei più piccoli. E poi, è davvero necessario promuovere dei corsi ad hoc per le discriminazioni sessuali? E dei bambini “quattrocchi”, obesi, tetraplegici, secchioni ecc. chi se ne occupa? Ecco perché sarebbe opportuno educare i bambini tramite dei progetti che mirano ad esempio all’insegnamento delleLife Skills (come indicato dall’OMS) che sono una serie di abilità cognitive, emotive e relazionali di base, che consentono ai ragazzi di operare con competenza sia sul piano individuale che su quello sociale. Le Life Skills, quindi, giocano un ruolo importante nella promozione del benessere mentale incrementando la motivazione a prendersi cura di noi stessi e degli altri, la prevenzione del disagio mentale e dei problemi comportamentali e di salute.

E questo vale per il benessere psicofisico di tutti i bambini.

Marta Stentella



Pillole dimagranti: allarme mondiale per una sostanza-killer

Pillole dimagranti: allarme mondiale per una sostanza-killer



Tutto è iniziato con la tragica morte, a metà aprile, di Eloise Aimee Parry, era una ragazza inglese di appena 21 anni,deceduta a causa di alcune pillole dimagranti acquistate online. Subito è stato messo sotto accusa il componentedinitrofenolo (DNP), una sostanza considerata altamente tossica e di cui Eloiseavrebbe fatto abuso, fino a provocarsi un’overdose.

La Food Standards Agency britannica lanciò un appello per evitare che i cittadini proseguissero ad acquistare questo tipo di prodotti, soprattutto le pillole che contengono quella sostanza, molto pericolose per la salute. Si capì subito anche che quelle pillole dimagranti non avrebbero dovuto essere messe in vendita, in quanto assolutamente non adatte per il consumo umano.

È notizia di queste ore che l’allarme è stato elevato al massimo grado, con l’intervento dell’Interpol che ha lanciato un’allerta generalizzata su pillole dimagranti e creme a base di 2,4-dinitrofenolo, una sostanza illecita e potenzialmente letale utilizzata anche dai culturisti. Oltre ai pericoli legati alla sostanza, i rischi sono amplificati dalla produzione illegale, in laboratori clandestini che espongono i consumatori al rischio di sovradosaggio e contaminazioni.

Pillole a base di DNP possono tuttavia essere acquistate in rete con una certa facilità, anche perché sono spesso “mascherate” con nomi di fantasia, come “Pure Caffeine 200mg” (commercializzato per lungo tempo da una ditta tedesca), o “curcuma”, tanto per fare due esempi.

Il problema è che quantità elevate di DNP (tra 1.000 a 3.000 mg, equivalenti a 4-10 compresse) possono essereletali, inoltre la sostanza si accumula nell’organismo e non esistono antidoti in grado di salvare la vita del paziente dopo intossicazione con una dose letale.


Il dinitrofenolo è una sostanza in grado di provocare un brusco aumento del metabolismo ma anche in dosi apparentemente moderate può causare alterazioni dello stato psichico, collasso e morte. Si tratta di una sostanza illegale come alimento ma legalmente presente in commercio come pesticida e fertilizzante, essendo inoltre utilizzato nella produzione di coloranti e conservanti per il legno.

In Italia il DNP non è notificato come integratore e non è autorizzato come farmaco, per cui non può essere venduto, ma sussiste comunque il rischio di distribuzione online, che consente di superare la barriera delle prescrizioni mediche.

Oltre ad alcuni paesi orientali, la Guyana, confinante col Venezuela, è noto per essere un “paradiso” per le contraffazioni farmacologiche, grazie all’assenza di una vera e propria struttura statale e di controllo.

La raccomandazione a tutti i giovani italiani è quella di non ricorrere mai a soluzioni “fai da te” in materia di terapie, come quelle per il dimagrimento, che devono a tutti gli effetti essere considerate materia medica come per qualsiasi altra “malattia”.

Più in generale, è bene sapere che, fatta eccezione per pochi disturbi di lieve entità, e talvolta nemmeno quelli, non esistono bacchette (e pillole) magiche per risolvere i propri problemi sia di salute che estetici: il ricorso al proprio medico di fiducia è sempre e comunque una buona pratica. E infine, anche una buona dose di accettazione di noi stessi come siamo, esteticamente parlando, non farebbe così male.




Nella foto sopra: Eloise Aimee Parry, la ragazza inglese deceduta per abuso di pillole dimagranti tossiche

Marine Le Pen accusa la UE e gli USA di aver destabilizzato il Medio Oriente ed il nord Africa

Marine Le Pen accusa la UE e gli USA di aver destabilizzato il Medio Oriente ed il nord Africa



La presidente del partito francese Front national (FN) Marine Le Pen, ha accusato i leaders europei e gli Stati Uniti di essere responsabili dei conflitti e della destabilizzazione che si sono verificate nei paesi del Medio Oriente e del Nord Africa, in particolare in Siria ed in Libia.
Nel corso della conferenza, il cui tema era “La pace e la prosperità della Unione Europea”, che ha avuto luogo lo scorso Giovedì a Praga, capitale della Repubblica Ceca, la Le Pen ha precisato che l’insicurezza in Medio Oriente, creata dai leaders occidentali, ha spinto ” una forte ondata di immigrazione illegale verso lì’Europa”.

In altra parte del suo discorso ha qualificato la UE come una pazzia politica che si nasconde dietro false asserzioni di democrazia.

Le dichiarazioni della Le Pen sono state registrate mentre uno dei suoi compatrioti, il giornalista Xavier Panon, ha rivelato lo scorso 6 Aprile, nel suo libro “Dans le coulisses de la diplomatie française” (gli intrecci della diplomazia francese), che il Governo francese ha fornito armi offensive al’opposizione armata in Siria nel corso del 2012.

“Risulta che La Francia ha fornito cannoni da 20 mm., mitragliatrici da 12,7 mm., lanciamissili e missili anticarro all’opposizione armata”, ha assicurato Panon.
La Francia è riconosciuta per il suo atteggiamento anti Siria ed anti democratico nel Medio Oriente. Di fatto il presidente francese, François Hollande, ha sottolineato Panon lo scorso Lunedì, ed il governo di Parigi stanno cercando in tutti i modi di ottenere il rovesciamento di Bashar al-Assad, un presidente eletto democraticamente.

La Francia non soltanto appoggia finanziariamente e con forniture di armamenti i gruppi armati terroristi che combattono contro la Nazione siriana, ma ha permesso anche a molti dei suoi cittadini( militari di forze speciali francesi), come ha riconosciuto lo stesso presidente Hollande in Giugno dell’anno scorso, di combattere assieme ai terroristi per rovesciare il regime di Assad.

Il libro rivela anche una serie di episodi diplomatici e militari, alimentati dalle testimonianze di personaggi coinvolti nella vita diplomatica e militare francese (oltre al Capo dello Stato, ministri, consiglieri …), che sono entrati in carica nel 2012, quando era presidente, Nicolas Sarkozy (2007-2012) e a cui è succeduto l’attuale presidente, Francois Hollande.


Tra gli episodi che vengono citati nel libro, la preparazione degli attacchi aerei (che è stata interrotta nella tarda estate del 2013) contro le postazioni del governo siriano.
Oltre a questi , Panon parla di alcuni obiettivi, come «l’attacco al servizio di intelligence militare siriano che controlla il sistema chimico”, e sottolinea, citando un consigliere, che alla fine gli Stati Uniti hanno rifiutato.

Si voleva raccogliere un duplice risultato, spiega Panon: cambiare la “situazione politica” in Siria e destabilizzare la Russia che sostiene Damasco per spingere il governo di Mosca a cambiare la propria posizione nel conflitto.

Da parte sua, il governo di Damasco ha assicurato in più occasioni che Parigi è uno dei principali sponsor dei terroristi che operano in Siria da circa 4 anni e che hanno seminato morte e distruzione nel paese.

La Siria, da metà Marzo del 2011, sta subendo una grave crisi ed un conflitto provocato dai gruppi di terroristi, infiltrati dall’estero, che ricevono l’appoggio da alcuni paesi regionali (Arabia Saudita, Turchia, Qatar) e da paesi occidentali (USA, Francia e Regno Unito) con l’obiettivo di rovesciare il Governo di Al-Assad.

Questa ondata di violenza ha causato al momento oltre 220.000 vittime ed una massa di profughi calcolata nel complesso in 7,6 milioni di persone costrette a fuggire all’estero ed all’interno del paese arabo.

Xavier Panpon, è un giornalista e specialista in questioni diplomatiche e militari.

Fonti:

Traduzione e sintesi: Luciano Lago per Controinformazione

ULTERIORI SEGNALI DI PREPARATIVI DI GUERRA ?

ULTERIORI SEGNALI DI PREPARATIVI DI GUERRA ?

Come molti di voi già sanno, la Marina Cinese ha mandato navi da guerra nel Mar Nero. Sono dirette alla base navale russa di Novorossiysk. Di questo viaggio possono esserci diverse spiegazioni:
sono una parte dei preparativi per la partecipazione di Xi Jinping alle celebrazioni del 9 Maggio
c’è in vista una possibile vendita di queste fregate alla Russia da parte della Cina
è una preparazione per manovre navali congiunte Russia-Cina nel Mediterraneo

Tutte queste spiegazioni mi sembrano plausibili. Anche se qualcuno ha detto che l’acquisto di fregate cinesi da parte della Russia sarebbe «un cazzotto in un occhio» per l’industria navale russa, io non sono d’accordo. Se una nazione si prepara alla guerra, allora la quantità di equipaggiamento difensivo (che è possibile ottenere) diventa molto più importante della nazione che lo costruisce. Inoltre ben si sa che i progetti delle navi da guerra cinesi ricalcano quelli delle navi russe, per cui non è il caso di dire «questo la Russia non può farlo», ma piuttosto «i cantieri navali russi lavorano già al massimo, mentre quelli cinesi possono consegnare subito». Come misura tappabuchi, è perfettamente logico acquistare equipaggiamento da un alleato, specialmente quando il progetto di quell’equipaggiamento è basato sul tuo.

Qualunque ne sia il motivo, l’arrivo di queste navi della Marina Cinese è uno schiaffo in faccia agli USA e al resto della NATO, che ce l’hanno messa tutta per mostrare nel Mar Nero quella che loro chiamano «risoluzione», solo per vedere poi la Cina schierarsi apertamente con la Russia. Il fatto poi che russi e cinesi condurranno manovre navali congiunte nel Mediterraneo, che la NATO ha sempre considerato un mare nostrum, è un affronto ancora più grande per quelli che vorrebbero essere i dominatori del mondo.


Nel frattempo, guardate questo video che mi ha mandato un amico.



Quando ho visto questo video, ho pensato: «questa è esattamente la musica da mobilitazione prodotta da una nazione che si prepara alla guerra». Non c’è nulla di sbagliato nel patriottismo, almeno finchè non degenera nel nazionalismo, ma questo mantra ripetitivo «Russia!, Russia!, Russia!, Russia!», mi rende nervoso, perchè è stato creato appositamente o per suscitare una «voglia di mobilitazione» o, peggio, per andare incontro allo spirito già «mobilitato» della popolazione.

Non sto dicendo che la Russia sia in procinto di attaccare qualcuno. Quello che voglio dire è che ci sono numerosi segnali sul fatto che la Russia si sta comportando come una nazione che si prepara alla guerra. Inoltre non sto criticando la Russia per i suoi preparativi di guerra, sono solo rattristato (e spaventato) dal fatto che la Russia senta di doverlo fare.

Infine trovo che sia spaventoso e scoraggiante il fatto che l’opinione pubblica in Occidente sia tenuta beatamente all’oscuro sul fatto che, in questo preciso momento, l’Impero Anglo-Sionista e la Russia sono in rotta di collisione. Come fa qualcuno ad opporsi a qualcosa che non conosce?

Questo è il perchè continuerò a far suonare l’allarme, nella speranza che la «barriera del silenzio» possa essere rotta prima che sia troppo tardi.

GRECIA SFIDA LA TROIKA: RIASSUME 3.900 IMPIEGATI PUBBLICI

GRECIA SFIDA LA TROIKA: RIASSUME 3.900 IMPIEGATI PUBBLICI



In Grecia i problemi non sembrano finire mai. Ora le banche elleniche non riescono più a trovare broker disposti a effettuare con loro operazioni di trading in valuta estera.

È un problema serio, considerando che il Forex è uno dei mercati più liquidi al mondo, ed è alimentato di tentativi dei broker internazionali di ridurre le linee di credito. Il tutto implica un aumento dei costi.
Le società di investimento e istituzioni di tutto il mondo sono sempre più riluttanti dall’eseguire scambi con le banche greche sui mercati, per paura di esporsi al rischio di un default del debito pubblico ellenico e per via della possibilità crescente che vengano imposti controlli di capitale presso le banche.

Quest’ultima è una manovra di ultima spiaggia a cui ricorrono talvolta i governi per impedire una corsa agli sportelli. È quanto successo a Cipro due anni fa.

La paura è che nel caso di un default o di un’uscita della Grecia dall’area euro, l’euro si indebolisca fortemente, lasciando i broker che hanno fatto affari con la Grecia esposti a rischi molteplici.


Ieri la Grecia ha evitato il default, pagando in tempo 200 milioni al Fondo Monetario Internazionale, ma è solo la prima di una serie di scadenze che Atene dovrà rispettare tra maggioe giugno. Ne restano altri 750 da restituire entro il 12 maggio. Il giorno prima si terrà un vertice cruciale per decidere le sorti del paese.

Al prossimo Eurogruppo si discuterà del piano di riforme che il governo Tsipras presenterà cercando di convincere i creditori internazionali a offrire in cambio nuovi prestiti.

Intanto però in patria il governo guidato dal partito di sinistra Syriza ha lanciato un affronto alla Troika dei creditori tanto criticata in campagna elettorale.

Tramite una legge approvata per vie parlamentari stabilito la riassunzione di 3.900 dipendenti statali licenziati “illegalmente” secondo il governo. La norma consente di riprendere in servizio una parte degli impiegati che erano stati esclusi dal personale come conseguenza diretta delle misure di austerità imposte da Bce, Commissione UE e Fmi.




Tratto da: Stop Euro

LA UE RITIENE SCONTATO IL PROSSIMO AUMENTO IVA

LA UE RITIENE SCONTATO IL PROSSIMO AUMENTO IVA



Sono uscite le previsioni di crescita elaborate dalla Commissione Europea. Per il 2015, l’italia viene accreditata con una crescita del Pil pari allo 0.6%, grazie al contributo apportato dai fattori esterni. Per il 2016, la commissione prevede un’accelerazione della crescita a 1.4%.

Salvo molti punti interrogativi, aggiungo io. Perché, ad esempio, le condizioni esterne favorevoli (prezzo del petrolio, euro debole, bassi tassi di interesse e congiuntura globale) non è affatto detto che rimangano tali.

Come che sia, al di là delle previsioni di crescita che potete trovare in forma integrale QUI eQUI, giova soffermarsi sulla dinamica dell’inflazione che, secondo la commissione, raggiungerà l’1.8% nel 2016.
La commissione scrive che all’aumento dell’inflazione – attesa all’1.8% nel 2016 – contribuirà anche l’aumento dell’IVA previsto nella legge di bilancio per salvaguardare il raggiungimento degli obiettivi di finanza pubblica.



Tuttavia la commissione precisa che il governo italiano si è impegnato ad evitare l’aumento dell’Iva attraverso la riduzione della spesa che troverà dettaglio nella prossima legge di stabilità (quella per il 2016).
Al riguardo giova segnale che le previsioni di finanza pubblica elaborate dalla Ue non

considerano gli effetti derivanti dalla recente sentenza della Corte Costituzionale, che ha dichiarato illegittimo il blocco della perequazione all’inflazione delle pensioni previsto nel “Salva Italia” del governo Monti (ne abbiamo parlato QUI e QUI). Secondo i numeri che circolano, la sentenza rischia di aprire una voragine nei conti pubblici che, in base alle stime, si quantifica tra i 10 e i 14 miliardi di euro.

Giacché le clausole di salvaguardia da disinnescare per il 2016 ammontano a circa 16 miliardi (che poterebbero variare sia in eccesso che in difetto, in relazione alla crescita economica), alla luce delle sentenza della Corte Costituzionale appare assai arduo evitare il prossimo aumento dell’Iva che, chiaramente, produrrà ulteriori effetti recessivi.



9 Maggio: Vittoria russa, sconfitta della NATO

9 Maggio: Vittoria russa, sconfitta della NATO

- di Christopher Black –

Il 2 febbraio 1943, la 6.ta armata tedesca, sotto il comando del maresciallo Paulus, ed elementi della 4° armata panzer, si arresero all’Armata Rossa a Stalingrado. Questa splendida vittoria è considerata il punto di svolta della guerra in Europa, annunciando la sconfitta della Germania fascista. Quella sconfitta avvenne il 2 maggio1945, quando le forze tedesche a Berlino, capitale del Terzo Reich,si arresero alle forze dell’Armata Rossa che avevano preso la città. Il 9 maggio l’atto ufficiale di resa delle forze governative e militari tedesche si svolse a Berlino, quando i tedeschi si arresero al comandante sovietico Maresciallo Zhukov, e testimoniata dai rappresentanti delle forze inglesi, francesi e statunitensi. Fu la fine della guerra in Europa.

La resa di elementi delle armate tedesche in Italia e Austria il 2 maggio e nel nord Europa il 7 maggio, in un primo momento sostenuta dagli alleati occidentali quale resa ufficiale della Germania, non fu riconosciuta dal governo sovietico, dato che violava l’accordo del comitato consultivo europeo delle tre grandi potenze, perfezionato nel marzo 1944. Tale accordo richiedeva che la resa fosse unica del governo tedesco, e non di elementi dell’esercito in posizioni impossibili, e doveva avvenire presso la sede del governo da cui l’aggressione tedesca era stata lanciata, Berlino. Gli alleati occidentali non avevano altra scelta che accettare e considerare la cerimonia del 9 maggio come atto ufficiale di resa del governo tedesco. Ma era chiaro già allora che gli alleati occidentali cercavano di organizzare una pace separata con i tedeschi, mentre i sovietici stavano ancora combattendo, e fu molto chiaro che statunitensi ed inglesi volevano rubare la scena ai russi. Ora 70 anni dopo, la macchina della propaganda occidentale afferma ancora una volta che la data precedente fu la fine della guerra in Europa. E’ bene ricordare l’importanza di tale tentativo di statunitensi ed inglesi di concludere una pace separata con i nazisti, mentre le forze sovietiche erano ancora impegnate nella feroce battaglia di Berlino, un tradimento della solidarietà promessa tra le nazioni che combattevano contro l’aggressione fascista e a cui le forze sovietiche a Stalingrado diedero il colpo fatale.

Durante una chiacchierata davanti al focolare alla radio statunitense il 28 luglio 1943, il presidente Roosevelt disse, “Il mondo non ha mai visto maggiore devozione, determinazione e spirito di sacrificio di quelli mostrati dal popolo russo… sotto la guida del Maresciallo Stalin. Come nazione che salva se stessa, contribuisce a salvare tutto il mondo dalla minaccia nazista, questo nostro Paese dovrà essere sempre felice di esserne buon vicino e amico sincero nel mondo futuro“. Belle parole, e vero, ma dove è il buon vicino, adesso?

Invece della solidarietà internazionale tra i vincitori e il riconoscimento del sacrificio del popolo sovietico che Roosevelt elogiava, i Paesi della NATO ora si rifiutano di partecipare alla Parata della Vittoria di Mosca commemorando la sconfitta della Germania nazista. Ma perché insultano la nazione che ha sofferto e si è sacrificata di più, combattuto più duramente e ottenuto le maggiori vittorie contro i fascisti? Davvero per l’Ucraina? La risposta è che semplicemente vedono la sconfitta della Germania fascista non come una vittoria sul fascismo, ma come fallimento del tentativo occidentale di schiacciare la Russia. Dobbiamo anche ricordare che la NATO include lo Stato tedesco occupato le cui forze attaccarono l’Unione Sovietica il 22 giugno 1941, uno Stato che non ha ancora sovranità ed è ancora occupato da forze statunitensi, due decenni dopo che le forze russe se ne sono andate, e la cui leader, che si scopre permettere all’intelligence statunitense di spiare le imprese tedesche per vantaggi economici, è evidentemente in mano al governo statunitense. C’è anche la Gran Bretagna, il cui leader di allora, Winston Churchill, facendo eco alle dichiarazioni del generale statunitense Patton, propose di attaccare le forze sovietiche in Europa nel luglio 1945, con forze combinate anglo-statunitensi-canadesi e i resti dell’esercito tedesco. Il piano comprendeva anche l’uso di armi nucleari. Fu chiamata Operazione Impensabile, ma era chiaramente molto pensabile riprendendo laddove i nazisti avevano fallito nel soggiogare l’URSS, e fu accantonato solo quando le analisi dimostrarono che le forze sovietiche erano troppo forti.


E’ chiaro che i bombardamenti di Dresda e Tokyo e gli attacchi nucleari sul Giappone, in cui centinaia di migliaia di civili furono inceneriti da statunitensi e inglesi, erano una dimostrazione di potenza rivolta all’Unione Sovietica, un tentativo di intimidire e sottomettere il presunto alleato ancor prima della fine della guerra con la Germania. La minaccia di guerra mondiale continua contro la Russia avvenne con gli attacchi su città indifese. Ma con l’Operazione Impensabile sospesa e la formazione del Patto di Varsavia come difesa contro la minaccia della NATO, la guerra contro l’URSS continuò con altri mezzi e venne chiamata Guerra Fredda, un eufemismo politico dato che le forze sovietiche combatterono direttamente gli alleati della NATO in Corea e in Vietnam e indirettamente in molti Paesi che cercavano di liberarsi dal colonialismo occidentale in Asia, Africa e Afghanistan. Dobbiamo anche ricordare che nel 1939, quando Hitler attaccò la Polonia, Gran Bretagna e Francia rinnegarono la promessa di difenderla in caso di attacco da parte della Germania, perché volevano che le forze tedesche arrivassero ai confini dell’Unione Sovietica per facilitare alla Germania l’invasione dell’URSS di solo due anni dopo. La cosiddetta guerra finta, dopo la caduta della Polonia fino all’attacco tedesco alla Francia nel maggio 1940, diede tempo cruciale alla Germania per promuovere i suoi piani per attaccare l’URSS.


La ragione della NATO, formatasi subito dopo la sconfitta della Germania, era la guerra all’URSS e, dopo la sua caduta e l’indebolimento del potere russo, la NATO ha costantemente avanzato le posizione di attacco con una serie di guerre dalla Jugoslavia a Georgia e Ucraina, dalla Cecenia a Iraq, Siria, Libia e Afghanistan, tutte volte ad eliminare gli alleati dei russi e mettere le forze della NATO ai fianchi meridionali e occidentali del territorio russo. In un documento noto come Carta Atlantica, redatta su una nave da guerra al largo di Terranova anmetà 1941, statunitensi e inglesi promisero che obiettivo della guerra mondiale non era ingrandire i propri territori, ma garantire ai popoli auto-governo, libero scambio, cooperazione globale per garantire migliori condizioni economiche e sociali per tutti, libertà dalla paura e dalla guerra, libertà dei mari, abbandono dell’uso della forza come strumento di politica e disarmo.

L’Unione Sovietica aderì a questi principi il 1° gennaio 1942 con la Dichiarazione delle Nazioni Unite. Ma a parte l’inesorabile imposizione dei trattati di “libero scambio” ai lavoratori di tutto il mondo, in realtà libertà di sfruttare i lavoratori in tutto il mondo per il profitto di poche compagnie, i firmatari occidentali violarono ogni clausola della Carta Atlantica. Al mondo fu assicurato che ci sarebbe stata la pace, ma non fecero altro che 70 anni di guerra. Avevano promesso la libertà dal bisogno, ma hanno inesorabilmente cercato di distruggere ogni governo che tutelasse i diritti dei lavoratori, e la povertà è aumentata drammaticamente in ogni Paese occidentale dopo la caduta dell’Unione Sovietica. Le nazioni cui fu promessa la liberazione alla fine della guerra mondiale, dovettero combattere le stesse potenze per ottenere giustizia. Alcune, come Cina, Vietnam, Cuba e Corea democratica ci riuscirono dopo lunghe e aspre lotte, mentre molte altre furono schiacciate o sovvertite. In Ucraina ora vediamo esercito nazionale e formazioni fasciste, nuove SS, sparare e bombardare concittadini che protestano cono l’illegittimità del governo e l’agenda statunitense per usarla come base per attaccare la Russia. Prevalgono gli interessi del Partito della Guerra in occidente sulle esigenze dei popoli per giustizia sociale ed economica, e libertà da paura e guerra.

Nella sconfitta del fascismo in Europa, il mondo intero ha verso i popoli dell’Unione Sovietica, della Federazione russa, un debito che non potrà mai essere ripagato. Hanno sofferto le perdite più gravi, la maggior parte dei danni, il fardello più pesante nel combattere la macchina da guerra nazista. Il rifiuto dei capi della NATO di assistere alla cerimonia di Mosca del 9 maggio è un insulto alla storia, al sacrificio di decine di milioni di russi, ed equivale al ripudio dei principi della Carta Atlantica e della Carta delle Nazioni Unite. Ma è più di questo. E’ la prova, se mai fosse necessaria, che l’obiettivo principale della guerra mondiale in Europa era la frantumazione della Russia a favore delle potenze Stati Uniti, Gran Bretagna e Germania. Mentre lottavano tra esse per vedere chi sarebbe stata il capobranco mondiale, erano unite dal desiderio di sottomettere la Russia. Tale obiettivo fu a lungo impedito dalla potenza sovietica. La caduta dell’Unione Sovietica e la sua sostituzione con un governo inizialmente composto da compradores filo-occidentali, diede a statunitensi ed alleati l’impressione di esser riusciti mettere la Russia sotto il loro dominio completo Ma l’ascesa dei nuovi leader in Russia, rigenerò la sovranità russa e fece rivivere potenza e prestigio russo nel mondo, facendo arrabbiare questi lupi guerrafondai che ora la circondano e la molestano, aspettando l’occasione per colpire.



Christopher Black è un avvocato penalista internazionale di Toronto, membro della Law Society of Upper Canadanoto per una serie di casi di alto profilo sui diritti umani e crimini di guerra, per la rivista on-line New Eastern Outlook.




Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Perché sono contrario alla sperimentazione su animali

Perché sono contrario alla sperimentazione su animali

La ricercatrice e docente universitaria, nonchè senatrice a vita Elena Cattaneo ha firmato un pezzo (“Perchè la scienza non può rinunciare a sperimentare sugli animali”) dove difende e sostiene la sperimentazione su animali come mezzoindispensabile per la ricerca di cure contro le malattie, unendosi così ad altri eminenti personaggio come Veronesi, la Capua, ecc.. Addirittura, nonostante le recenti prese di posizione della comunità europea sugli OGM, lamenta che alcune limitazioni presenti in Italia renderebbero difficile la ricerca scientifica inducendo le nostre menti migliori ad espatriare e confinando l’Italia, di fatto, ai margini dello sviluppo fra le nazioni progredite, con inevitabile perdita di posti di lavoro, finanziamenti alla ricerca, ecc. (lo spauracchio dei posti di lavoro di solito fa sempre presa, e tutti si mettono in riga per questo “bene superiore” del posto di lavoro!)


L’articolo si basa, senza dirlo, su un assunto fondamentale: che la malattia sia un nemico da combattere (e che c’è di strano? dirà qualcuno: se uno è malato, certo che vuole guarire… Errore!)

Un nemico con una sua identità.
Un nemico con una sua intelligenza.
Un nemico con una sua forza.
Un menico con una sua strategia.

Un nemico con dei suoi punti di forza e di debolezza, contro il quale adottare delle tattiche per vincere la battaglia, e se tale è, ci può stare che uno si “alleni” a combatterlo in un tereno “neutro“ (se così si può dire) come quello dell’animale sul quale il nemico è stato installato, una specie di palestra dove provare, sperimentare, trovare le soluzioni migliori per poi essere preparati quando questo stesso nemico si troverà nel nostro corpo.

Ma la realtà è ben diversa. Noi che conosciamo Hamer e le sue leggi biologiche sappiamo che la malattia è un’altra cosa, e che ogni volta che si analizza il particolare e si perde di vista il tutto si impoverisce la conoscenza, non la si aumenta! Come ho scritto anche qui, nella lunga storia della battaglia contro il cantro (ovviamente fallmentare) è stata propria l’ostinazione a concentrarsi sul piccolo, sul particolare a far perdere di vista la soluzione, come se un uomo fosse solo la somma di cellule, proteine, enzimi, e non un Tutto molto più complesso e meraviglioso.

Anche la famosa rivista scientifica Nature lo ha affermato: gli esperimenti sugli animali ostacolano il progresso della medicina. Se non ce la sentiamo di contraddire una “scienziata” e “senatrice a vita“, almeno teniamo presente che anche la comunità scientifica sta abbracciando posizioni che un tempo sembravano appartenere solo a romantici idealisti difensori degli animali!

Fonte: www.losai.eu

Cina. Partito comunista demolisce altre croci e ordina: «Vietato erigerle sui tetti delle chiese»

Cina. Partito comunista demolisce altre croci e ordina: «Vietato erigerle sui tetti delle chiese»




Non accenna a fermarsi la campagna di demolizione e rimozione delle croci delle chiese nella provincia cinese di Zhejiang. Il partito comunista perseguita le chiese cattoliche e protestanti, ufficiali e non registrate, attraverso la campagna «Tre rettifiche e una demolizione», grazie alla quale ha distrutto in un anno tra le 500 e le 1000 croci. Solo nell’ultima settimana, dal 30 aprile, ne sono state rimosse almeno 15 e altre 10 chiese della città di Fanshan hanno ricevuto l’avviso di demolizione.

DEMOLIZIONI NOTTURNE. Sabato 2 maggio a Wenxi, comune della città-prefettura di Lishui, migliaia di soldati sono stati dispiegati per rimuovere in sole 24 ore ben 12 croci, tra chiese protestanti e cattoliche. Sempre a Lishui, riportaChinaAid, 100 poliziotti e una squadra di demolitori sono stati mobilitati per abbattere la croce della chiesa protestante di Longquan. Come spesso accade, i poliziotti sono arrivati di notte, alle 3. La protesta dei fedeli riuniti attorno all’edificio per impedire la demolizione è stata inutile.

«FEDELI ABBRACCIAVANO LA CROCE». La stessa sorte è toccata al crocifisso che si ergeva sulla chiesa di Jingning, a Hexi (Lishui). Un testimone ha raccontato che «alcuni fedeli hanno abbracciato la croce per impedire agli ufficiali di tirarla giù. Ma non è servito a niente». L’ultima rimozione, in ordine di tempo, è avvenuta lunedì 5 maggio nella contea di Jinyun. Alla croce è stato dato fuoco con un cannello da taglio, come si vede nella foto, nel tentativo (riuscito) di rimuoverla.


«PROTEGGERE LA LIBERTÀ RELIGIOSA». Il governo comunista però non si accontenta più di distruggere i crocifissi delle chiese, con la scusa che sarebbero «troppo vistose» e «irregolari». Lo scorso 5 maggio il Comitato per gli affari religiosi della provincia di Zhejiang ha avanzato una proposta, che dovrebbe essere approvata a giugno e che è stata inviata a tutti i leader religiosi, per cambiare i regolamenti a cui tutte le chiese dovranno attenersi. L’obiettivo è quello di «proteggere la libertà religiosa dei cittadini, migliorare la gestione degli affari religiosi, promuovere la standardizzazione e l’avanzamento scientifico nel design degli edifici religiosi e promuovere un salutare e ordinato sviluppo della religione».

BASTA CROCI SULLE CHIESE. Per «proteggere la libertà religiosa», dunque, il governo ha deciso: «I simboli religiosi del Cattolicesimo sono i campanili, le croci, i crocifissi di Gesù e le icone di Gesù. La croce dovrebbe essere costruita seguendo la tradizione del Cattolicesimo e generalmente dovrebbe essere appesa sulla facciata dell’edificio religioso principale». Questa, rispetto all’altezza della chiesa, dovrà essere grande «in scala 1:10 e il colore deve coincidere con quella della facciata della chiesa e dell’ambiente circostante». In parole povere, se si vuole mantenere la croce, la si deve rendere invisibile.

«CRESCITA ECCESSIVA». La stessa cosa vale anche per le chiese protestanti. In generale, poi, «gli edifici religiosi dovrebbero incarnare lo stile e le caratteristiche culturali locali». Il governo accetterà eventuali commenti e opinioni entro il 20 maggio, poi procederà ad approvare la norma. La rimozione delle croci, che i fedeli cinesi definiscono «unapersecuzione peggiore di quella dei tempi della Rivoluzione Culturale», è cominciata quando il governo provinciale di Zhejiang si è lamentato della «crescita eccessiva» del cristianesimo, che si è diffuso in modo «troppo disordinato».

Siria: La strage silenziosa di Ishtibraq

Siria: La strage silenziosa di Ishtibraq



- di Pierangela Zanzottera –

Ishtibraq è un tranquillo villaggio della provincia di Idleb, pochi chilometri a ovest di Jirs al-Shougur. Lo scorso 28 aprile, i terroristi di Jabhat al-Nusra, il ramo di al-Qaeda in Siria, approfittando di un allontanamento dell’esercito siriano dal posto di blocco all’ingresso della zona abitata, sono riusciti ad intrufolarsi nottetempo nel villaggio e hanno commesso un’altra terribile strage. Le prime ricostruzioni hanno parlato di circa 200 vittime o poco meno, ma poche ore dopo già si parlava di 300 morti. Il centinaio di sopravvissuti, che è riuscito a rifugiarsi nella vicina cittadina di Jourin, ha testimoniato delle esecuzioni raccapriccianti di uomini, donne e bambini.

I terroristi, seguendo un copione tristemente noto alle cittadine siriane, hanno approfittato della notte per sorprendere gli abitanti del villaggio alawita: alcuni dei pochi testimoni sopravvissuti hanno poi raccontato di essere stati svegliati dalle grida strazianti di donne e bambini che stavano venendo torturati o assassinati. La maggior parte ha lottato in ogni modo fino all’ultimo per difendere la propria abitazione, altri in preda al panico e alla disperazione hanno cercato di darsi alla fuga o rifugiarsi sotto uno dei molti ponti del villaggio, quelli che sono stati scoperti sono stati immediatamente processati da un improvvisato “tribunale islamico” e uccisi. Dramma nel dramma gli assassini hanno scelto di uccidere i genitori davanti allo sguardo sconvolto dei bambini e i giovani sotto gli occhi dei genitori. In molti hanno denunciato la presenza di aerei turchi a coprire la vile operazione.

Tamer Masri, un abitante del villaggio che ha confidato ad al-Akhbar di aver perso il fratello e otto membri della sua famiglia, ha raccontato che i residenti in preda al panico hanno cercato inizialmente di sfuggire all’assalto attraverso i campi verso il vicino villaggio di Ziyarat e sono stati uccisi nella fuga dal gran numero di terroristi accorso da più parti nel centro abitato armati di mitragliatrici pesanti e lanciarazzi.

Un anziano testimone ha paragonato l’eccidio al massacro di Deir Yassin del 1948, dove era stata annullata anche la memoria storica del villaggio palestinese, accusando i regimi saudita, qatariota, giordano e turco di complicità. Sulla stessa linea, altri hanno raccontato della caduta di centinaia di razzi, contenenti sostanze chimiche (cloro) che hanno reso ai residenti difficoltosa la respirazione e la possibilità di reagire.


Mohammed Youssef Hammoud, uno dei residenti che ha cercato di difendere il villaggio, ha perso madre e sorella che si trovavano su un’auto attaccata dai terroristi con razzi, mentre il suo destino rimane ancora sconosciuto. Aiham Ibrahim, un altro sopravvissuto ferito nell’attacco, racconta di aver assistito a un dialogo tra un branco di questi terroristi intento a rapire alcune giovani di Ishtibraq: «le donne sono nelle nostre mani … poi ce le divideremo… trascinate gli uomini al tribunale della shaaria… sono della setta alawita, dovevano essere uccisi 40 anni fa…». Poi aggiunge di aver visto con i suoi occhi morire diversi familiari e di aver nascosto tra l’erba il corpo di un parente ormai senza vita per sottrarlo alla loro furia sanguinaria. Un’anziana donna aggiunge di aver dovuto percorrere 16 km a piedi per raggiungere la salvezza in una cittadina poco distante.

Solo una settantina di vittime, tra cui 15 bambini, sono state al momento identificate con certezza. Ma molte risultano anche le famiglie alawite disperse, trascinate dai terroristi verso una località sconosciuta. Nel complesso sono circa 700 le persone coinvolte in questa nuova tragedia completamente sottaciuta dai media internazionali.

Come già accaduto troppe volte in stragi con alawiti come protagonisti, infatti, queste morti silenziose non fanno notizia. Si era visto il 2 dicembre 2012 con la tragedia di Aqrab, il 29 gennaio 2013 con la strage di Amiriyah in provincia di Homs e ancora nell’agosto del 2013 con i 10 villaggi attaccati dai terroristi in provincia di Hama o le oltre 350 persone assassinate a Khan al-Asal, con la strage di Adra dell’11 dicembre 2013 o con il massacro di Ma’an del 9 febbraio 2014. Gli alawiti sono il gruppo religioso con più martiri nel Paese, ma si tratta di vittime costantemente ignorate dal punto di vista mediatico.

Sempre il 29 aprile, poco distante da Ishtibraq, si è consumato un altro crimine che ha scosso la popolazione, protagonista un terrorista che i media occidentali definirebbero “moderato” e il suo prigioniero, Hamzi Mustafa ‘Alian. Alla dichiarazione, da parte del prigioniero, di essere alawita, il terrorista gli spara a sangue freddo, promettendo di uccidere tutti gli alawiti uno a uno.



Fonte: SibiaLiria

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