13 giugno 2015

I furbetti del Jobs Act. La Cgil: alcune aziende licenziano e riassumono per avere gli sgravi del governo



La denuncia della Cgil: in due aziende licenziamenti fittizi e riassunzioni dopo sei mesi di contratti a termine per ottenere gli sgravi promessi dal governo

La Cgil, che ha segnalato i primi casi, li chiama “i furbetti del Jobs act”. Aziende che propongono ai propri dipendenti, anche a tempo indeterminato, di licenziarsi per essere assunti a tempo determinato per un po’ di settimane da un’altra azienda che lavora negli stessi cantieri, e tornare poi al tempo indeterminato d'origine, reso però a questo punto più interessante dagli sgravi fiscali assicurati dal Governo con la Legge di Stabilità, che valgono 8mila euro all’anno per tre anni.

“Vere distorsioni che a nostro avviso dovrebbero essere considerate come vere e proprie truffe ai danni dell’erario”, denuncia la Cgil dell’Emilia-Romagna, che segnalerà i casi di cui è a conoscenza all’Inps e alla Direzione territoriale del lavoro, per invitarli a intervenire. “Ma stiamo valutando anche una denuncia per truffa”, spiega Antonio Mattioli, del sindacato.

Il meccanismo, secondo la Cgil emiliana, sarebbe questo: le aziende, che nei casi specifici sono di Piacenza e Reggio Emilia e si occupano di logistica e facchinaggio, propongono ai lavoratori di licenziarsi, magari con un piccolo incentivo, per poi essere riassunti il giorno successivo da una nuova azienda, che lavora negli stessi cantieri e svolge le stesse attività. In questo caso però l'assunzione è con un contratto a termine di sei mesi - il termine minimo per assicurarsi gli sgravi - con l’impegno che al termine dei sei mesi verranno tutti assunti a tempo indeterminato. “Trascorso quel periodo le aziende, di solito tutte nuove – denuncia la Cgil – avranno ripulito i lavoratori e chiederanno di accedere ai famosi sgravi fiscali, senza aver creato alcuna nuova occupazione”.

I primi casi che verranno segnalati dal sindacato agli enti competenti, continua Mattioli, sono quelli del Consorzio Albatros di Piacenza e di Movimoda a Reggio Emilia, attiva nel facchinaggio nel comparto tessile. Quest’ultima, per mettere in pratica il meccanismo, ha costituito la società MMOperations srl. “Tutto ciò sta accadendo con la benedizione del nostro solerte presidente del Consiglio e del ministro del Lavoro, vista

l’enfasi con la quale stanno incensando il Jobs Act”, attacca la Cgil.

Del caso si è occupato anche Giorgio Squinzi, presidente di Confindustria. “Il Jobs act non dovrebbe essere utilizzato in questo modo – ha detto intervenendo a un incontro a Ravenna –. Ho sempre pensato che dovrebbe andare nella direzione di contratti a tempo indeterminato con tutta una serie di flessibilità. Mi auguro che sia questo il punto di arrivo”.

Partecipate, in perdita 1 su 4. Patrimonio, record negativo per Casinò di Venezia, Fiera di Roma e Cotral

Partecipate, in perdita 1 su 4. Patrimonio, record negativo per Casinò di Venezia, Fiera di Roma e Cotral

Sono 1.424 su 5.264 (circa 1 su 4) le società partecipate da enti locali in perdita, ovvero con un Roe (l'indice che esprime in percentuale la redditività del capitale proprio, in inglese Return On Equity) negativo rispetto al capitale investito. Il dato, riferito al 2012, è contenuto nelle tabelle pubblicate oggi sul sito del commissario alla spending review Carlo Cottarelli, una serie di indici sull'efficienza delle partecipate che il commissario rende pubblici come «importante stimolo al miglioramento delle attività di queste società». On line anche altre informazioni patrimoniali sulle partecipate, come la classifica di quelle con patrimonio negativo o nullo. 

Casinò di Venezia in testa per patrimonio negativo Nella graduatoria pubblicata sulle società partecipate con patrimonio nullo o negativo, spicca al primo posto il Casinò di Venezia (Cmv spa, -20,3 milioni) - che peraltro compare anche nella tabella che registra il Roe delle società con patrimonio netto oltre 1 mln di euro, evidenziando una incongruenza che il sito spiega - seguita dalla Fiera di Roma (-15,7 milioni) e dalla società di trasporti del Lazio Cotral (-14,9 milioni). L'azienda speciale Aprilia Multiservizi segna -10 milioni di euro, mentre il consorzio per la zona industriale di Macomer, partecipata dalla regione Sardegna e dal Comune di Macomer, si attesta su un dato negativo di 5 milioni e 200mila.

Quattro categorie base per favorire il confronto Per favorire un confronto omogeneo, il sito dedicato alla revisione della spesa mette dunque on line diverse classifiche, «a seconda della classe dimensionale delle partecipate misurata sulla consistenza del patrimonio netto». Quattro in particolare le categorie individuate sulla base della banca dati del dipartimento del Tesoro: partecipate con patrimonio netto fino a 10mila euro (130 unità); da 10mila a 100mila euro (1.182); da 100mila ad i milione di euro (1.662); oltre 1 milione di euro (2.290). Le altre tabelle si riferiscono alle società che sfuggono al censimento perché non hanno un bilancio 2012 disponibile (1.075), a quelle che non sono operative.

Roe a due cifre per 1.424 società Nel complesso, l'analisi della redditività delle oltre cinquemila società registrate nelle tabelle del commissario Cottarelli (elaborazione di dati già messi a disposizione dal Mef) si fonda sull'indice "Return on Equity" (Roe) calcolato come rapporto percentuale tra risultato netto e mezzi propri, ovvero l'ammontare dei profitti o delle perdite per unità di capitale investito. Su 5.264 società, quelle con Roe negativo sono 1.424. Seguono 2.708 con un Roe superiore a zero ma inferiore al 10% e 1.132 con una forte redditività, ovvero con Roe a due cifre. 

Redditività negativa più frequente per piccole società Scorrende i dati, emerge anche il ruolo della dimensione societaria per i risultati economici: sulle 130 società con patrimonio fino a 10mila euro ben 67 hanno un Roe negativo, in pratica una su due. Quelle con una dimensione appena maggiore (tra 10 e 100 mila euro) sono 1.182: una su tre (337) hanno redditività sotto lo zero. Se si sale sopra questa soglia, ad avere un Roe negativo è in media una società su quattro. In particolare tra 100mila e 1 milione di euro ci sono 1.662 società e tra loro 408 con Roe sotto zero. Sopra la soglia di 1 milione di capitale vengono invece contate 2.290 società, tra le quali 612 evidenziano un Roe con il segno meno. 

Corte dei conti: le società partecipate costano 26 miliardi all’anno

 Salvatore Nottola, procuratore generale della Corte dei conti  (Imagoeconomica)

Corte dei conti: le società partecipate costano 26 miliardi all’anno

L’allarme del procuratore generale Salvatore Nottola: «Hanno un forte impatto sui conti pubblici ma poca trasparenza»

complessivo». Per il loro peso finanziario e per la dimensione economica, gli enti partecipati - sottolinea il procuratore generale Salvatore Nottola nel suo giudizio sul rendiconto generale dello Stato - «hanno un forte impatto sui conti pubblici, sui quali si ripercuotono i risultati della gestione, quando i costi non gravano sulla collettività, attraverso i meccanismi tariffari».

Un terzo delle partecipate dagli enti locali

In realtà le imprese partecipate in Italia sono circa 7500: 50 sono partecipate dallo Stato, 2214 sono organismi di varia natura (come consorzi, fondazione, e così via), e 5258 sono quelle in mano degli enti locali: ed è proprio su queste che si concentra l’analisi impietosa del procuratore generale presso la Corte dei Conti. Perché un terzo di queste società risulta in perdita: significa che alla fine a rimetterci sono Regioni, Province e Comuni, che rimpolpano le casse quando i conti vanno in rosso.E’ il caso, per fare un esempio, delle società di trasporto pubblico locale, che garantendo un servizio essenziale per la collettività vengono spesso mantenute in regime pubblico: con conseguenze però spesso devastanti, visto che oltre il 40% delle società è in perdita nonostante autobus, tram e metro in molte città funzionino male.

«Aspetti contabili oscuri»

Complessivamente, il movimento finanziario indotto dalle società partecipate dallo Stato, costituito dai pagamenti a qualsiasi titolo erogati dai Ministeri nei loro confronti è ammontato a 30,55 miliardi nel 2011, 26,11 miliardi nel 2012 e 25,93 nel 2013.Ma anche le società partecipate dai ministeri hanno il loro peso (economico): sono costate 785,9 milioni nel 2011 alle casse dello Stato, 844,61 milioni nel 2012, e 574,91 milioni nel 2013. Sono numeri che vanno calando nel corso del tempo, e che dimostrano che lo Stato sta provando ad intervenire per razionalizzare i costi. Il piano di razionalizzazione di Cottarelli dovrebbe arrivare a breve, entro il mese di luglio, ma intanto i magistrati contabili rilevano che un giro d’affari così consistente richiederebbe «assoluta trasparenza del fenomeno». Invece «la realtà è diversa»: l’assetto delle società è mutevole e soggetto a vicende che i magistrati contabili definiscono «complesse», con aspetti contabili che sono «spesso oscuri». Da qui la richiesta di Nottola al mondo politico: bisognerebbe attuare «un disegno di ristrutturazione organico e complessivo, che preveda regole chiare e cogenti, forme organizzative omogenee, criteri razionali di partecipazione, imprescindibili ed effettivi controlli da parte degli enti conferenti e dia a questi ultimi la responsabilità dell’effettivo governo degli enti partecipati».

Le reazioni

«Il quadro che emerge dai dati della Corte dei Conti sulle società partecipate e municipalizzate non sorprende ma deve allarmare: questi sono i veri costi della politica e questo è il nodo gordiano da recidere se vogliamo uno Stato che agevoli l’iniziativa e non cerchi di sostituirsi malamente ad essa», dice Gaetano Quagliariello, coordinatore nazionale di Ncd. «Per troppo tempo la politica, soprattutto negli enti locali, ha creato vere e proprie mangiatoie elettorali, che oggi si caratterizzano per assoluta mancanza di trasparenza, costi improponibili e servizi non resi ai cittadini», commenta invece il presidente dell’Udc Gianpiero D’Alia, ex ministro per la Pa e la Semplificazione. «Il problema è che tutti i partiti, dal Pd a Forza Italia alla Lega, fanno finta di niente per proteggere centri di consenso e potere politico», sottolinea Andrea Mazziotti, deputato di Scelta Civica e membro della commissione bilancio. Mentre la vicepresidente del Senato, Linda Lanzillotta, suggerisce: «Le aziende sane e produttive (e qualcuna esiste) siano valorizzate e per il resto si intervenga con decisione senza più cedere alle resistenze che hanno fino ad oggi vanificato tutti gli interventi legislativi di riduzione delle spa locali». 

Spending review, il bilancio di Cottarelli. “Mentre cercavo di tagliare passavano misure che aumentavano le uscite”

Spending review, il bilancio di Cottarelli. “Mentre cercavo di tagliare passavano misure che aumentavano le uscite”

Spending review, il bilancio di Cottarelli. “Mentre cercavo di tagliare passavano misure che aumentavano le uscite”

L'ex commissario, nel saggio La lista della spesa, tira le somme di un anno di lavoro. Tra proposte cadute nel vuoto, riforme passate solo a metà (come quella delle auto blu) e norme cambiate in corsa da qualche manina. "Ma qualcosa è stato fatto: l'anno scorso sono stati fatti tagli per 8 miliardi. L'unico capitolo che non è stato toccato è quello delle pensioni, nonostante il peso che hanno sul bilancio pubblico". Ne è valsa la pena? "Sì, rifarei tutto"

“Se se pol fa mia, se fa sensa“. Tradotto dal dialetto cremonese, “se non si può si fa senza”. Cioè il livello di spesa “giusto” dipende da quello che ti puoi permettere. E’ l’adagio che Carlo Cottarelli ha scelto come motto durante i dodici mesi trascorsi a Roma con il cappello di commissario alla spending review. Chiamato da Enrico Letta, confermato e poi accompagnato all’uscita dal governo Renzi, lo scorso 31 ottobre l’economista è tornato a Washington, al Fondo monetario internazionale, nel cui consiglio esecutivo rappresenta l’Italia e altri cinque Stati. Ora ha scritto un libro, La lista della spesa – La verità sulla spesa pubblica italiana e su come si può tagliare (Feltrinelli), che è un viaggio nei meandri di come e quanto la Penisola spende ma anche un vademecum contro qualunquismi e leggende metropolitane. Per esempio non è vero che “tutta la spesa è spreco” né che “se si taglia si distrugge il welfare state“.

Partiamo dal suo addio. È stata una scelta obbligata, visto che i rapporti con il governo erano da tempo tesi?
Nell’ottobre 2013 sono arrivato a Roma con una nomina triennale, ma l’accordo era che sarei rimasto un anno. Fare il pendolaretransatlantico con Washington, dove vive la mia famiglia, era abbastanza complicato. E dodici mesi dopo ho ritenuto di aver dato abbastanza contributi in termini di nuove idee. Certo, quell’anno è stato difficile. Non facevo parte della macchina della pubblica amministrazione, per cui certe informazioni non mi arrivavano e certi disegni di legge non mi venivano fatti vedere prima. Mentre ero lì che cercavo di tagliare la spesa, passavano provvedimenti che la aumentavano. L’ho detto pubblicamente. Ma la scelta di tornare negli Usa è stata legata a motivi personali.

Il premier Matteo Renzi, per spiegare “la differenza tra chi ha fatto il sindaco e di chi fa la spending da tecnico”, usò la sua proposta sulla riduzione delle uscite per l’illuminazione pubblica: disse che avrebbe creato “unallarme sociale pazzesco”. Lei, nel capitolo sulle spese dei Comuni, torna sulla polemica scrivendo che si può “risparmiare sui costi dell’illuminazione pubblica SENZA SPEGNERE LE LUCI DELLE STRADE DOVE CIRCOLANO I CITTADINI”. Caratteri maiuscoli voluti.
La mia idea non consisteva certo nello spegnere i lampioni lungo le vie più frequentate…si trattava di rendere più efficiente il sistema tagliando i punti luce su strade extraurbane, aree industriali, tangenziali. Questo partendo dal presupposto che il consumo annuo pro capite per illuminazione pubblica in Italia è più del doppio della Germania e della Gran Bretagna e un terzo in più della Francia. Avevo fatto una proposta dettagliata che avrebbe dato a regime risparmi per 400 milioni. Sta di fatto che non è stata adottata. A un certo punto ci ho sperato: una notte, andando in auto da Roma a Fiumicino, ho trovato i lampioni spenti e ho pensato “finalmente! Dev’essere un’iniziativa anti sprechi del Comune”. Poi però ho scoperto che il motivo era tutt’altro: avevanorubato i fili di rame degli impianti.

C’è un capitolo di spesa più piccolo (280-350 milioni compresi gli stipendi degli autisti) ma decisamente simbolico che lei puntava a colpire: le auto blu. L’anno scorso è stato varato un decreto per tagliarle, ma sta funzionando?
Il vincolo delle cinque auto per ogni amministrazione centrale stabilito con il Dpcm del settembre 2014 è operativo, sì. Peccato però che lo stesso limite sia previsto anche per le amministrazioni più piccole. La versione iniziale del provvedimento era diversa, vietava esplicitamente che quelle fino a 50 dipendenti potessero averne. Non ho idea di quando e da chi sia stata fatta la modifica, ma il risultato è meno ambizioso di quel che avevo sperato. In più c’è il problema delle sedi distaccate: il ministero della Giustizia per esempio ha auto blu sparse in tutti i tribunali d’Italia, con il risultato che a inizio 2014 ne contava 900 e ora sono poche di meno. Lì il progresso è ben più difficile. A questo aggiungiamo che gli enti territoriali non stanno facendo un bel niente: province, Regioni, Comuni, asl non si stanno adeguando. Il provvedimento non le vincola e loro stanno a guardare. Mi dicono che si è tentato di affrontare il problema, convincerle a adottare provvedimenti ad hoc, ma niente.

Uno dei capitoli fondamentali della sua spending review riguardava l’adozione dei costi standard per l’acquisto di beni e servizi e la riduzione delle stazioni appaltanti da 34mila a 35. Interventi con risparmi previsti, a regime, fino a 7,2 miliardi. In questo campo qualcosa si è iniziato a fare, anche se a rilento.
Sono stati pubblicati i prezzi di riferimento per gli acquisti fatti tramite Consip, ora ci si sta muovendo per calcolare anche i benchmark di prezzo dei beni comprati in modo autonomo dalle pubbliche amministrazioni. E il decreto 66 ha affidato all’Anac di Raffaele Cantone il compito di controllare il rispetto dei parametri, cosa che in precedenza nessuno faceva. Nel luglio dell’anno scorso io e Cantone abbiamo inviato 200 lettere a un campione di amministrazioni chiedendo di vedere i contratti, per capire se i prezzi a cui avevano comprato in autonomia erano più bassi di quelli Consip. Non tutti ha risposto e un numero non trascurabile non ha neppure cercato di sostenere di aver comprato a condizioni più convenienti. Temevo che la riforma poi si fosse bloccata, invece quando sono stato a Roma in missione per il Fondo ho saputo che è andata avanti, il commissario Yoram Gutgeld e Roberto Perotti ce l’hanno ben presente e la stanno seguendo. Entro la fine di giugno dovrebbe esserci l’elenco dei 35 soggetti aggregatori, poi bisognerà indicare le soglie sopra le quali gli acquisti dovranno passare per questi soggetti.

Veniamo ai costi della “casta”. Le spese per gli organi costituzionali e di rilevanza costituzionale, scrive, sono rimaste sostanzialmente invariate a 2,7 miliardi tra 2009 e 2013. E poi?
Poi è iniziata qualche riduzione e nel 2014 un ulteriore taglio con l’introduzione di tetti e sottotetti agli stipendi dei dipendenti di Camera e Senato. Certo, l’implementazione non è rapidissima: tre anni per arrivare a regime. Il processo è iniziato, ma più tardi che in altre parti della pa e non so se sia realistico immaginare ulteriori interventi. Quanto ai vitalizi, come è noto sono stati aboliti per chi adesso è ancora membro del Parlamento, ma si è fatto poco su quelli in essere e secondo me bisognerebbe fare di più non solo a livello di amministrazione centrale ma anche di Regioni. Alcune lo hanno fatto, anche se ci saranno ricorsi. Bisogna continuare perché, pur non trattandosi di grandi costi, sono cose che danno molto fastidio.

Per tutta la pubblica amministrazione, compresi i vertici delle aziende pubbliche, è stato fissato un tetto unico di 240mila euro. Si poteva fare di più?
Sì, la mia proposta era che venissero stabilite fasce differenziate. Dai confronti internazionali e aggiustando per il livello del reddito italiano emerge che i dirigenti pubblici, anche se non tutti, sono più pagati dei colleghi tedeschi e inglesi.


Il dibattito sulle spese militari tende a concentrarsi sul costo degli F-35. Ma nel libro lei spiega che tagliare quel programma non produrrebbe risparmi di spesa immediati.
Non spetta a un economista prendere posizioni sulla tipologia di armamenti scelti. Faccio solo presente che la spesa viene contabilizzata quando vengono consegnati e non quando vengono ordinati o pagati e visto che la consegna avverrà nei prossimi dieci anni la revisione del programma avrebbe effetti sulla spesa solo nel lungo periodo. Nel complesso comunque, utilizzando benchmark internazionali che tenessero conto del debito italiano e della rigidità della spesa per pensioni, ho calcolato che per essere in linea con l’Europa c’è spazio per risparmiare 2,7-3 miliardi di spese militari. E si può fare riformando i tribunali e la sanità militare, rivedendo la struttura degli stipendi, delle carriere e dei benefici dei dipendenti della Difesa, creando servizi interforze per alcune attività. La riforma fatta a fine 2012 sposta la spesa da una cosa all’altra, invece bisognerebbe puntare a un risparmio netto.

Lei è dell’idea che bisognerebbe tagliare gli assegni più alti “per trasferire risorse da chi è in pensione a chi lavora”. Su 739 miliardi di spesa pubblica primaria 320 fanno capo agli enti previdenziali, per cui, scrive, “un’operazione di revisione della spesa che escluda completamente le pensioni finirebbe per colpire in modo troppo forte le altre voci”.
Ovviamente sono scelte politiche, perché riguardano ladistribuzione della spesa tra diversi gruppi di cittadini. Ma io sono un tecnico e il compito di un tecnico è presentare la verità delle cose: parliamo di una spesa molto elevata e dell’unica componente che tra 2009 e 2013 è aumentata. Quanto alle riforme fatte a partire dagli anni Novanta, sono state anche pesanti ma sia chiaro che colpiranno essenzialmente chi oggi ancora lavora. Chi è andato in pensione in passato con trattamenti generosi rispetto ai contributi pagati, invece, non è stato toccato. Tranne che con i blocchi parziali dell’indicizzazione ora bocciati. Nel libro peraltro cito due sentenze della Corte costituzionale degli anni Novanta in cui si diceva che per esigenze di finanza pubblica era possibile rivedere gli assegni già in essere.

Ma anche una volta che la politica ha deciso dove tagliare, il percorso è pieno di ostacoli: errori nella stesura dei decreti (anche quello “degli 80 euro”, che fu corretto in fase di conversione), “linguaggio incomprensibile”. E poi la famigerata “implementazione” dei provvedimenti.
Spesso le procedure che si introducono per l’attuazione dei decreti sono molto complicate. Per rendere operativo quello sui fabbisogni standard c’è voluto un anno, non a causa di ritardi ma perché il decreto stesso prevedeva un percorso in ben sei fasi. Quanto all’implementazione, non è che se la delega concede al governo 12 mesi quello ce ne deve per forza mettere 12: magari si può fare più in fretta. Per quanto riguarda il ddl delega sulla pa, per esempio, so che il dipartimento della Funzione pubblica sta già lavorando sui decreti legislativi per essere pronto subito. Speriamo. A valle, poi, ci sono molti controlli, ma sono sugli aspetti formali, cioè se la procedura è stata seguita, più che su quelli sostanziali, cioè se un certo dirigente non ha preso una decisione che avrebbe fatto risparmiare soldi allo Stato.

I famosi dossier sulla revisione della spesa dei gruppi da lei coordinati sono stati diffusi solo a fine marzo di quest’anno. Che fine avevano fatto?
Non mi spiego perché non siano stati resi pubblici prima. Penso che avessero di meglio da fare piuttosto che metterli online. Comunque alcuni di quei documenti erano buoni, altri meno. Gli otto messi a punto dai gruppi orizzontali (Pubblico impiego, Investimenti pubblici, Organizzazione della pa, Partecipate locali, Immobili Pubblici, Costi della politica, Fabbisogni standard dei comuni, Beni e servizi) contenevano proposte concrete, ma cinque non sono stati mai completati e i 12 dei gruppi di lavoro “verticali”, cioè quelli dei ministeri e degli enti territoriali, hanno tante pagine ma poche proposte di risparmio.

Lei è rimasto in sella per 12 mesi prima di tornare al Fondo. Pensa che in futuro vedrà i risultati concreti del suo lavoro?
Già nel 2014, con il decreto 66 e la legge di Stabilità, la spesa è stata ridotta di 12 miliardi, 8 al netto degli aumenti di uscite. Posso dire che su tanti aspetti, dagli acquisti della pa ai trasferimenti alle imprese ai tagli alla politica, qualcosa è stato fatto. Anche sui costi standard e l’efficienza nella sanità l’accordo tra Stato e Regioni recepisce molte mie proposte. Per quanto riguarda le societàpartecipate, nel disegno di legge di riforma della pa sono previste diverse misure di riordino. Speriamo sia la volta buona. La legge di Stabilità ha previsto che entro il 31 marzo Regioni, province e Comuni dovessero presentare piani di razionalizzazione, ma come spesso avviene era una scadenza “elastica” e chi non l’ha rispettata non rischia nessuna conseguenza. L’unico capitolo che non è stato toccato è quello delle pensioni.

Tutto considerato, ne è valsa la pena?
Rispondo con la citazione di Francesco Guccini che apre il libro: “Ma sei io avessi previsto tutto questo… forse farei lo stesso”.

Costi della politica, Uil: “Spesi 23 miliardi l’anno. Se ne possono risparmiare 7″



Costi della politica, Uil: “Spesi 23 miliardi l’anno. Se ne possono risparmiare 7″

Lo dice il sindacato in un report di quindici pagine che non offre soluzioni specifiche, ma elenca i numeri: sono oltre 1 milione le persone stipendiate da organi istituzionali e società pubbliche; 2,2 miliardi l'anno la spesa per le consulenze; 2,2 miliardi invece il costo di auto blu e trasporti
di RQuotidiano | 16 dicembre 2013


La politica costa agli italiani 23,2 miliardi l’anno tra funzionamento di organi istituzionali, società pubbliche e consulenze. Sono oltre 1 milione le persone che vivono alle dipendenze di questo sistema, ma si potrebbero risparmiare almeno7 miliardi. L’allarme lo lancia Luigi Angeletti, segretario generale della Uil: “Abbiamo perso un milione di posti di lavoro, ma neanche un assessore”, ha detto presentando il III rapporto “I costi della politica“, “è una spesa che non possiamo più permetterci”. Si tratta di un report di quindici pagine, che non entra nel merito e non offre soluzioni specifiche, ma traccia in sintesi l’elenco di spese, sprechi e numero di persone “stipendiate” dal Palazzo.

Nel dettaglio lo studio identifica che per il funzionamento degli organi istituzionali (Stato Centrale e Autonomie Territoriali), nel 2013 si stanno spendendo oltre 6,1 miliardi di euro, in diminuzione del 4,6% rispetto all’anno precedente (293,3 milioni di euro in meno); per le consulenze 2,2 miliardi di euro e per il funzionamento degli organi delle società partecipate, 2,6 miliardi di euro; per altre spese (auto blu, personale di “fiducia politico”, Direzione ASL, ecc.) 5,2 miliardi di euro; per il sovrabbondante sistema istituzionale 7,1 miliardi di euro. Una somma pari a 757 euro medi annui per contribuente, che pesa l’1,5% sul Pil.
Pubblicità

La proposta del sindacato è quella di procedere con una riforma che possa far risparmiare 7,1 miliardi di euro, con l’obiettivo di “ammodernare e rendere più efficiente il sistema istituzionale”. Tra i punti analizzati dalla Uil: accorpamento dei 7400 comuni sotto i 15mila abitanti (risparmio di 3,2 miliardi di euro); riduzione delle spese di “Funzione generale di amministrazione” (anagrafe, segreteria generale, stato civile, uffici elettorali,uffici tecnici) che costa ogni anno allo Stato oltre 15 miliardi di euro. Un capitolo a parte spetta alle province: “Se la loro spesa fosse indirizzata esclusivamente ai compiti che la legge gli attribuisce”, continua il rapporto, “il risparmio sarebbe di 1,2 miliardi di euro annui. Infatti, già da qualche anno a questa parte, è iniziata una cura dimagrante che ha portato il livello della loro spesa dai 14,1 miliardi di euro del 2008 agli 11,6 miliardi di euro del 2012″. 

Nel mirino del report, anche consulenze e incarichi che costano circa 2,2 miliardi di euro con un costo medio per contribuente pari a 72 euro. Nello specifico, 1,3 miliardi di euro per incarichi e consulenze della Pubblica amministrazione, 350 milioni di euro per incarichi retribuiti a dipendenti pubblici, oltre 580 milioni di euro per incarichi e consulenze conferiti da società pubbliche. 

2,2 miliardi è la spesa annuale invece per le auto blu e per garantire la mobilità dei politici (auto blu e grigie, taxi, vetture a noleggio, etc.). Per quanto riguarda invece i costi degli organi di Regioni, province e Comuni ammontano a 3,1 miliardi di euro (101 euro medi per contribuente), in diminuzione del 5,1% (170 milioni di euro).

Il report Uil si sofferma anche sulle spese delle Regioni: “Negli ultimi due anni”, si legge nel testo, “ci sono stati timidi segnali di risparmi relativi ai costi istituzionali, seppur a macchia di leopardo. Così come va segnalato il fatto che, in quasi tutte le Regioni, si è deliberato per il superamento dei vitalizi, ma a partire dalla prossima legislatura”. Si segnala anche una riduzione (decreto Monti) e del numero dei consiglieri, che però, fa da contraltare all’uso delle nomine di “assessori esterni” (120 assessori non consiglieri). Nonostante quanto già fatto, secondo Angeletti, il risparmio potrebbe arrivare da una riduzione del personale delle segreterie degli assessori e delle sedi di rappresentanza per un totale di 1,5 miliardi di euro. Mentre altri 1,2 miliardi potrebbero arrivare da “una razionalizzazione del funzionamento dello Stato centrale e degli uffici periferici, anche a seguito del decentramento amministrativo avvenuto in questi anni”.

La visita dell'Expo per una famiglia di cinque persone costa 300 euro


La visita dell'Expo per una famiglia di cinque persone costa 300 euro

Ecco il "conto" del tour dell'esposizione milanese. Prima di mettersi in cammino meglio verificare quanto si può spendere

Milano - Altro che paura dei terroristi. A tener lontane le famiglie dall'Expo potrebbe essere più l'attentato al portafogli, visto che una giornata tra i padiglioni con moglie e tre figli rischia di costare quanto un week-end al mare.

E ha un bel dire il commissario unico Giuseppe Sala che alla vigilia in piazza Duomo ha rassicurato tutti: «Venite e vi divertirete...». Nessun dubbio. I bimbi sicuramente tantissimo, i genitori forse un po' meno perché il conto è salato. Va così. Ed è la solita storia della coperta corta. Alla fine torneranno i bilanci dell'Esposizione ma a far quadrare quelli familiari si farà un po' di fatica in più. Così prima di decidere che la visita va fatta ( perchè va fatta)bisogna mettersi lì con calma a far di conto. Carta e penna. Si comincia dal biglietto di ingresso che, per una famiglia di 5 persone che oggi come oggi è davvero un gesto di coraggio, deve essere per forza «family». Per un giorno, due adulti e due ragazzi spendono 99 euro a cui si devono aggiungere i 10 euro del terzo pargolo che, giustamente, di restare a casa non ne vuol neppure sentir parlare. Centodieci euro in tutto, centesimo più centesimo meno. Si parte. Altri 25 euro (cinque a testa) vanno spesi per andare avanti e indietro da Rho-Pero in metrò perché l'opzione auto più parcheggio non deve essere neppure presa in considerazione. Non conviene e poi con i mezzi Atm si fa molto prima. È solo l'inizio. La giornata sarà lunga e papà e mamma si preparino a dire molti no. Expo è una meraviglia tentatrice per gli adulti ma soprattutto per i più piccoli che, si sa, spesso non vogliono sentir ragioni. Dieci euro per i pennarelli è un no. Altri 10 per il Memory è un altro no. E altri due no in sequenza arrivano per il portachiavi con la frutta e per le tazze da colazione con il la mascotte Foody che ti guarda sorridente forse perché già ti vede mentre vai alla cassa a pagare 60 euro. Ma se qualche no aiuta a crescere sempre no non si può dire e così si cede davanti al Cluster del cioccolato per una barretta non indimenticabile e assolutamente da condividere perché costa 12 euro tondi tondi... È andata. Ma l'occhiata di tua moglie ti fa capire che il peggio deve ancora arrivare. Perché c'è chi ha sete (2,50 una bottiglietta d'acqua), chi vuole le caramelle (4 euro), chi la Coca Cola (5 euro ma c'è anche la cannuccia) e chi il caffè (1,50 euro). Niente di scandaloso, sono i prezzi che in media si ritrovano nei bar del centro di ogni città, ma qui siamo ad Expo che dovrebbe spiegarci come si farà nei prossimi anni a nutrire il pianeta e a trovare le energie necessarie per la vita. Forse così...Boh. Si gira, si cammina e ci si stupisce perché, nonostante tutte le «gufate» Expo ti lascia a bocca aperta. Ma poi arriva il momento in cui la meraviglia lascia posto a un languorino e qualcosa sotto i denti bisogna pur mettere. Il pranzo, è chiaro da subito, non sarà in un ristorante, perché 50 euro di media per un menu completo moltiplicato per cinque sono un salasso e quindi si passa oltre. Però Diana Bracco dice che i prezzi non sono assolutamente alti e la prova è che tutti i locali sono pieni. Sarà. Ma 16 euro per un sorbetto al Mirto sono davvero troppi. E comunque quello del Presidente di Expo, è un punto di vista. Non il mio. Così la scelta cade sullo «street food», un modo elegante per spiegare ai tre bimbi che sarebbe stato più saggio portarsi qualcosa da casa ma, vista la dimenticanza, toccherà mangiarsi un panino. La scelta è ottima e varia, i prezzi un po' meno: 8 euro e 90 centesimi per una piadina al formaggio, 6 per un panino (ma si può scegliere) e tredici per un piatto (in carta) di trofie da mangiare in piedi così si digerisce prima. Non c'è rischio di abbuffarsi e ha ragione il patron di Eataly Oscar Farinetti che però gongola visto che in quattro giorni ha servito oltre 36mila pasti. Ma vaglielo a spiegare a tre adolescenti che in un amen ti svuotano un frigorifero che devono accontentarsi di assaggiare. Però è così. Bis vietati e un po' di sana rinuncia che serve anche a temprare lo spirito. Anche perché, tutto compreso, il conto è già lievitato ben oltre i 300 euro. Come si diceva una volta a Portobello: «Big Ben ha detto stop!».

Pisapia trova casa ai rom. Per 50 euro al mese


Nuovo scandalo a Milano: il Comune "regala" alloggi ai nomadi e alle loro famiglie. I soliti trattamenti privilegiati

Decine e decine di famiglie di etnia rom godono a Milano di una casa popolare. Ad esse se ne aggiunge qualcuna di origine albanese, moldava e croata, per un totale di settantacinque alloggi, molti dei quali assegnati dal Comune «in deroga» ai requisiti previsti dal regolamento regionale o alla graduatoria.

Bypassando, quindi, la regolare procedura e la partecipazione al bando.

Settantacinque alloggi sono tanti, in un momento in cui la crisi economica dilaga e sono molti i disoccupati, i precari, gli anziani che vorrebbero poter usufruire di un appartamento a costi così agevolati. Si parla di cifre che vanno dai 50 euro circa ai 120, a seconda che i beneficiari facciano parte delle fasce di «accesso» o «protezione», stabilite sulla base delle loro condizioni economiche.

Non solo. «Molti di loro sono morosi, non hanno mai pagato un affitto», dichiara il consigliere regionale Fabio Altitonante, che per primo ha documentato il problema con foto, video (girati all'interno e all'esterno delle abitazioni interessate) e numeri alla mano. «Basti pensare che, soltanto nel primo bimestre del 2014, i morosi tra gli assegnatari di case Aler sono il 43 per cento, per un valore complessivo di 15 milioni e mezzo di euro».

Noi siamo andati a vedere questi appartamenti. Nelle case non c'era nessuno, o magari chi c'era ha preferito non farsi vedere. Le palazzine sorgono in diversi quartieri della città. Famagosta, Lorenteggio, viale Molise sono solo alcune delle zone interessate. A giocare nei cortili solo qualche bambino. Salendo su per le scale di una delle strutture si trovano porte sfondate e poi riparate alla buona ma, al suono del campanello d'ingresso, nessuno risponde. Per documentare la presenza dei Rom, che pure si evince dai dati ufficiali, è necessario appostarsi la mattina presto, o la sera.
Milano, le case popolari regalate ai rom

Come si decide a chi affidare gli alloggi? «La legge regionale stabilisce i criteri fondamentali - spiega Altitonante - ai Comuni spettano le assegnazioni e poi ci sono i gestori (a Milano Aler e MM). Oggi, quindi, è Palazzo Marino a gestire le assegnazioni delle case popolari. C'è una graduatoria, dove sono in lista d'attesa più di 24mila persone.

VIDEO CORRELATI
Milano, le case popolari regalate ai rom

Poi ci sono le assegnazioni in deroga, il 25% del totale all'anno. Che cosa significa? Palazzo Marino può dare case a sua discrezione. È una possibilità pensata per far fronte alle emergenze, ai casi sociali più gravi. Ma dalla teoria alla pratica le cose cambiano, molto».

La metà di questi «casi gravi», circa il 47 per cento, secondo i dati forniti dal consigliere, sarebbero stranieri, quasi tutti di origine romena.

Un altro punto fondamentale riguarda la burocrazia. Adesso il Comune decide sull'assegnazione dell'alloggio, poi trasmette la pratica al gestore, che deve combinare la richiesta con la disponibilità. E, nel frattempo, passano mesi. «Non è tollerabile- conclude Altitonante- le assegnazioni devono passare direttamente in capo ai gestori, eliminando i passaggi inutili, con l'obiettivo di garantire una casa a chi ha realmente bisogno: i milanesi in difficoltà».


 Ecco gli alloggi dell'Aler concessi ai rom

Italia ancora in crisi. Confesercenti: 25mila negozi chiusi in 8 mesi


Italia ancora in crisi. Confesercenti: 25mila negozi chiusi in 8 mesi
Nei primi otto mesi dell’anno le chiusure di imprese solo per il commercio si attestano a quota 25mila. È il dato fornito dal presidente della Confesercenti, Marco Venturi, che presentando il quadro macroeconomico dell’economia italiana, realizzato con Ref Ricerche, ha poi lanciato l’allarme disoccupazione: “In Italia ci sono sei milioni di persone che non lavorano o perchè hanno perso il posto (sono circa tre milioni) o perché sono rimasti ai margini del mercato del lavoro scoraggiati dalla situazione di crisi (altri tre milioni)”.
Il rapporto mostra che il tasso di disoccupazione è previsto in calo dal 12,5% del 2014 al 12,3% del 2015. Secondo la Confesercenti i due ritardi “pesantissimi da ridurre al più presto” sono il tasso
di occupazione fra le persone tra i 20 e i 64 anni di età (pari al 59,8%) e il tasso di occupazione femminile nella stessa fascia di età (49,9%) ovvero 20 in meno della media europea.
Sono passati 8 mesi dall’inizio dell’anno e le chiusure di imprese (soltanto relativamente al commercio) superano il numero impressionante di 25mila. Questo sconcertante dato, fornito dal presidente di Confesercenti italia, descrive in triste quadro macroeconomico italiano.

Il dato statistico, analizzato da Ref Ricerche, ha inolte messo in evidenza un allarme disoccupazione sempre crescente.
In Italia ci sono sei milioni di persone che non lavorano o perchè hanno perso il posto (sono circa tre milioni) o perché sono rimasti ai margini del mercato del lavoro scoraggiati dalla situazione di crisi (altri tre milioni).


Enzo Vincenzo Sciarra

Cosa contiene davvero il te verde in lattina o bottiglietta?



Il te verde ha moltissime proprietà benefiche: ma quante ne contiene quello commerciale?

Il tè verde è una bevanda che si ottiene dall’infusione delle foglie di Camellia Sinensis, una pianta sempreverde che cresce nei climi tropicali e sub-tropicali. Arrivato in Europa nel 1600 grazie alla compagnie delle Indie Occidentali ben presto divenne bevanda nazionale in Inghilterra (nella variante di tè nero).

Ciò che distingue i vari tipi di tè (tè nero, verde, bancha, giallo, etc.) è la lavorazione delle foglie dopo la raccolta: meno sono lavorate maggiori sono i benefici apportati dalla bevanda. Ricco di antiossidanti, al tè verde sono ascritte numerose proprietà eccezionali: è infatti ormai consolidata la sua capacità di ridurre i livelli di colesterolo LDL (quello cattivo) e trigliceridi nel sangue, inoltre contiene alcuni composti come la catechina EGCC (epigallocatechina-3-gallato) ed altri che sembrano avere spiccata attività antitumorali e antiinfiammatorie oltre a contribuire alcontrollo della glicemia.

COSA SI TROVA IN COMMERCIO?
Tè verde in bustine: è il classico tè che si trova al supermercato nelle comode bustine già pronte per essere messe in infusione. L’unica pecca di questa preparazione è che all’interno delle bustine invece di germogli e foglioline (di qualità superiore) si trova spesso una polverina composta da varie parti della pianta del tè.
Tè verde sfuso: si acquista nelle erboristerie, è sicuramente la scelta migliore anche se è necessario filtrare l’infuso prima di consumarlo.
Tè verde in bottiglia o lattina: venduti in supermercati, bar e in alcuni punti di ristoro è la risposta commerciale alla salutistica bevanda asiatica.

Ma cosa contengono i tè in bottiglia o in lattina? Siamo sicuri che sia solo tè verde? Vi riporto gli ingredienti di 2 dei marchi più famosi e forse più venduti che si trovano in commercio.

Tè verde al limone –Lipton Ice Tea
INGREDIENTI: acqua, zucchero, acidificante: acido citrico, estratto di tè verde (0,14%), succo di limone da concentrato (0,1%), correttore di acidità: citrato trisodico, aromi, antiossidante: acido ascorbico, edulcoranti: glicosidi steviolici.

Estathè Verde
INGREDIENTI: infuso di the verde (acqua, the verde), zucchero, succo di pesca concentrato reidratato, destrosio, succo di limone in polvere reidratato, aromi naturali, esaltatore di sapidità (acido ascorbico), correttore di acidità (acido citrico), sale.

Premettendo che il tè (così come il caffè) andrebbe consumato senza l’aggiunta di zucchero, latte o altro, analizzando gli ingredienti delle due preparazioni salta subito all’occhio:
Il numero elevato di ingredienti: se pensiamo a quando lo prepariamo a casa oltre al tè e all’acqua non aggiungiamo altro, il numero degli ingredienti si riduce quindi a due.
La quantità eccessiva di zuccheri e dolcificanti (solo nel primo) aggiunti alle preparazioni. Nel Lipton troviamo oltre allo zucchero i dolcificanti che ad oggi sono ancora oggetto di studio circa la loro sicurezza, nel secondo oltre allo zucchero (o saccarosio, formato da glucosio e fruttosio) troviamo il destrosio (altro non è che il glucosio) e addirittura il sale.

La quantità di zuccheri assunta con queste bevande non è indifferente:
Tè verde al limone –Lipton Ice Tea: bevendo un bicchiere (200 ml) assumiamo quasi 2 cucchiaini di zucchero -8.8 gr, più il dolcificante;
Estathè Verde: bevendo un bicchiere (200 ml) assumiamo quasi 3 cucchiaini di zucchero -13,2 gr (in questo caso lo zucchero è di più perché non sono aggiunti i dolcificanti).

Il mio consiglio è quello di desistere dall’acquistare tali bevande visto l’elevato apporto di zucchero che contengo: le bevande zuccherate diversamente da quello che si crede non tolgono la sete, anzi dopo pochi minuti dalla loro assunzione tendono ad aumentarla, non aiutano nel controllo del peso e andrebbero evitate da chi soffre di diabete o presenta una glicemia alterata. Anche i bambini non dovrebbero berle: anche in questo caso troppi zuccheri e calorie inutili. In queste preparazioni le inutili aggiunte di zuccheri ed ingredienti vari se da un lato rendono sicuramente il tè verde molto più gradevole al palato, dall’altro mascherano tutti gli effetti benefici del tè verde trasformandolo in una bevanda che sarebbe opportuno non consumare.

COME FARE UN’OTTIMA BEVANDA PER LA SALUTE?

Acquistate del buon tè verde in erboristeria, e procuratevi dello zenzero fresco. Tagliate qualche fettina di zenzero e mettetela nel pentolino con l’acqua sul fuoco. Fate bollire 5 minuti, spegnete il gas, lasciate stemperare e mettete in infusione le foglie di tè per qualche minuto. Filtrate e gustate con l’aggiunta di qualche cubetto di ghiaccio.

Potrebbe interessarti anche questo video: Il problema dell’alimentazione dei bambini

LA POTENTE BEVANDA NATURALE CHE AIUTA A BRUCIARE GRASSI

Con l’arrivo del caldo lecentrifughe sono un ottimo modo per rinfrescarsi. Ma non tutti sanno quanto possano essere benefiche per il nostro organismo, per disintossicarci e perdere peso. In base alla ricetta potrete aiutare il vostro organismo in diversi modi: esistono centrifughe drenanti, energizzanti, tonificanti, antistress. Scopriamole tutte.
BRUCIA GRASSI 
Ricco di fibre e stimolante, questo succo favorisce la circolazione del sangue ed è efficace per combattere le infezioni.
INGREDIENTI: 3 carote, 1 manciata di cavolo riccio, 1/2 limone, 50 gr di zenzero.
PROCEDIMENTO: Centrifugate tutti gli ingredienti.
TONICIZZANTE 
Questo succo potenzierà il vostro metabolismo. Ricco di potassio, contribuisce anche ad abbassare la pressione arteriosa.
INGREDIENTI: 1/2 limone, 1 peperone verde, 1 barbabietola, 2 gambi di sedano, 3 ravanelli, 1/2 cetriolo, 1 cucchiaino di olio d’oliva.
PROCEDIMENTO: Se la vostra centrifuga è dotata di uno spremiagrumi, utilizzatelo per spremere il limone. Altrimenti, sbucciatelo e centrifugatelo con gli altri ingredienti. Aggiungete l’olio di oliva nel bicchiere e mescolate.
DIGESTIVO
Ricco di kempferolo e di acido folico, questa centrifuga contribuisce a purificare l’organismo e a ridurre l’accumulo di tossine.
INGREDIENTI: 1 porro, 1/2 cetriolo, 1/2 avocado, 5 ravanelli, 1 spicchio d’aglio, 1/2 limone.
PROCEDIMENTO: Frullate gli ingredienti, quindi aggiungete un po’ d’acqua, se necessario, per ottenere la consistenza desiderata. Per una nota piccante, aggiungete qualche fetta di peperoncino japaleno.
ABBRONZANTE
Ricco di betacarotene e vitamina A, questo succo darà una sferzata benefica ai vostri organi interni e alla pelle.
INGREDIENTI 4 carote, 1 mela rossa, 1 patata dolce.
PROCEDIMENTO Centrifugate tutti gli ingredienti.
PER STIMOLARE L’ORGANISMO 
Questa centrifuga che rinforza l’organismo risveglia tutte le cellule del corpo. Ricco di vitamina A, vitamina K e calcio.
INGREDIENTI: 2 manciate di crescione, 1 cucchiaio di germe di grano, 1 cucchiaio di semi di lino, 1 limone spremuto.
PROCEDIMENTO: frullate gli ingredienti, quindi aggiungete un po’ di acqua, se necessario, per ottenere la consistenza desiderata. Per una nota più dolce, aggiungete un po’ di miele.
IMMUNIZZANTE 
Questo succo ha un elevato contenuto di licopene, una sostanza benefica per la salute del cuore.
INGREDIENTI: 2 pomodori, 1/2 cetriolo, 1 bulbo di finocchio, 1 mela rossa, 1 mazzetto piccolo di prezzemolo.
PROCEDIMENTO: Centrifugate tutti gli ingredienti.
ANTIOSSIDANTE
Ricco di licopene, è ottima per purificare i reni e la vescica.
INGREDIENTI: 3/4 di un’anguria piccola o 1/4 di un’anguria grande , senza semi, 1 lattuga romana, 1 banana, 1 filo di succo di limone.
PROCEDIMENTO: Frullate tutti gli ingredienti tranne il limone, quindi aggiungete un po’ d’acqua, se necessario, per ottenere la consistenza desiderata. Aggiungete il succo di limone e poi gustatevi la vostra centrifuga.
Potrebbe interessarti anche questo video: Curarsi in cucina: crema di riso integrale

12 giugno 2015

11 Micro-Nazioni Autoproclamate di cui non sapevate l’esistenza

11 Micro-Nazioni Autoproclamate di cui non sapevate l’esistenza

Il fotografo Léo Delafontaine ha visitato alcune micronazioni girando per l’America , Europa e Australia e quello che ha trovato è molto interessante 

Pensate bene.. ci sono 400 micronazioni che si sono autoproclamate.
Tutte hanno i Loro Governi e le loro Leggi.
Una micronazione è un’entità creata da una persona, o da un piccolo numero di persone, che pretende di essere considerata come nazione o statoindipendente (Wikipedia)

Pensate le implicazioni.. mentre il mondo è all’oscuro circa questa realta’.
Qui vi vengono presentate le prime 11 visitate…dal fotografo.
Buona Visione

Straordinarie Immagini dei Capi e delle MicroNazioni visitate dal fotografo Leo Delafontaine.




L’aeroporto della Repubblica di Conch. Leo Delafontaine / leodelafontaine.com

Sir Peter Anderson, segretario generale della Repubblica di Conch, una delle poche micronazioni che emette passaporti. Leo Delafontaine / leodelafontaine.com


Georgette Bertin-Pourchet, presidente della Repubblica di Saugeais. E ‘stata fondata da suo padre, George, nel 1947. Leo Delafontaine / leodelafontaine.com

Leo Delafontaine / leodelafontaine.com


Jacques Vuillemin, doganiere della Repubblica di Saugeais. Leo Delafontaine / leodelafontaine.com

Leo Delafontaine / leodelafontaine.com



Il principato di Sealand è una piattaforma abbandonata dalla Seconda Guerra Mondiale È stata fondata nel 1967 da Paddy Roy Bates come stazione radio pirata. Leo Delafontaine / leodelafontaine.com

Il Principe Michael of Sealand. Leo Delafontaine / leodelafontaine.com



Con una superficie abitabile di 5.290 mq, Sealand vanta camere ma anche una cappella e una prigione. Essa ha la sua bandiera e moneta, e rilascia anche i passaporti. Leo Delafontaine / leodelafontaine.com



Consoli Pascalux, Philippeon e Sebastiel de la Boirie del Consolato di la Boirie. Leo Delafontaine /leodelafontaine.com

Corpo della Guardia è la forza armata del principato, responsabile per la difesa dei confini e mantenere l’ordine pubblico. Leo Delafontaine / leodelafontaine.com



Frederikke Rose Holm, Julie Holstein, Nanna Gilsgaard, Christine Barnett, e Bolette Winnerskjold Gjaldbaek, le farfalle del regno di Elleore. Leo Delafontaine / leodelafontaine.com

Portare una copia di Robinson Crusoe per l’isola di Elleore può essere punito con una pena di 11 minuti e 17 secondi di carcere. Leo Delafontaine / leodelafontaine.com

L’isola passa Elleore Standard Time, usa un fuso orario con 12 minuti di ritardo riepsetto all’ora danese. Leo Delafontaine /leodelafontaine.com

La gente di Elleore attesa per il loro re. Leo Delafontaine / leodelafontaine.com

Il confine tra la Repubblica di Molossia e Stati Uniti. Leo Delafontaine / leodelafontaine.com

Kevin Baugh, presidente della Republica di Molossia. Leo Delafontaine / leodelafontaine.com







Imperatore Giorgio II dell’Impero di Atlantium. Leo Delafontaine / leodelafontaine.com

Il nome Calsahara deriva da una combinazione di California e Sahara. Leo Delafontaine / leodelafontaine.com

Travis Henry, o Montague, re di Calsahara. Leo Delafontaine / leodelafontaine.com


PoliNation: seconda conferenza internazionale delle micronazioni

“PoliNation riunisce accademici e presidenti micronazione, imperatori e re di tutto il mondo per due giorni di scambio di conoscenza intensiva. E ‘un’opportunità per i delegati di spalla a spalla con una serie di leader mondiali alternativi “-. Léo Delafontaine

PoliNation: seconda conferenza internazionale delle micronazioni




Foto: Leo Delafontaine / leodelafontaine.com

Facebook Seguimi