20 giugno 2015

Nasce 'Per l'Italia-Centro Democratico, il nuovo gruppo interno alla maggioranza


Nasce 'Per l'Italia-Centro Democratico, il nuovo gruppo interno alla maggioranza

Nonostante la norma preveda che i gruppi parlamentari devono avere almeno 20 esponenti nelle proprie fila, Laura Boldrini ha consentito la formazione di "Per l'Italia-Centro Democratico", che conterà solo 13 deputati, come riporta Libero

Da oggi alla Camera ci sarà una nuova formazione politica interna alla maggioranza. Si chiama "Per l'Italia-Centro Democratico" e conterà 13 deputati. Sette in meno rispetto alla norma, che prevede per Montecitorio gruppi di almeno 20 parlamentari. Il via libera della presidente Laura Boldrini, come scrive Il Giornale, non è però arrivato senza polemiche. In particolare centrodestra e Movimento 5 Stelle, secondo cui "non era mai successo che un gruppo con così pochi deputati e non rappresentativo dell'intero territorio ottenesse una deroga". 

Chi c'è - Di Pi-Cd faranno parte tre deputati del Centro Democratico di Bruno Tabacci, che si unì al Pd di Bersani nel 2013, e dieci eletti con Scelta civica tra cui anche il nuovo capogruppo: Lorenzo Dellai, ex sindaco di Trento. Alla Camera ci sono altri due gruppi con meno di 20 deputati. Il primo è Fratelli d'Italia, che conta 8 membri e su cui fu applicato il criterio della presentazione delle liste in tutte le 26 circoscrizioni. Il secondo è la Lega nord, che ne conta 17 dopo l'uscita di 3 parlamentari vicini a Flavio Tosi. Resta comunque il fatto che all'interno della maggioranza è nata una nuova corrente interna, ufficializzata da un gruppo alla Camera. E che questa condizione comporterà costi aggiuntivi per l'amministrazione. 

La denuncia dei 5 Stelle, Nuovo gruppo alla Camera: 300mila euro a spese dei cittadini

Mentre i parlamentari del M5S si fanno in quattro per risparmiare qualche milione di euro e devolverlo ai piccoli imprenditori e ai disoccupati, c'è chi non si mette problemi a prelevare da quel "bancomat" che è diventato lo Stato. I Popolari per l'Italia hanno formato un nuovo gruppo parlamentare pur essendo sotto la soglia minima di 20 deputati: questo significa, fa sapere Riccardo Fraccaro del M5S, nuovi contributi pubblici, privilegi e incarichi come quello di Segretario dell'Ufficio di Presidenza: 

"CAMERA, NUOVO GRUPPO PARLAMENTARE E SEGRETARIO DI PRESIDENZA: ALTRI 300.000 € A SPESE DEI CITTADINI! IL M5S TAGLIA GLI SPRECHI, RENZI E' IL CASSIERE DELLA CASTA 

La Camera ha aperto il portafoglio dei cittadini e sganciato altri 300mila € di soldi pubblici per mantenere all'ingrasso la casta. Mentre il M5S ha rinunciato a 42 milioni di euro di finanziamenti e tagliato 10 milioni dagli stipendi dei portavoce per le Pmi, i partiti pensano solo a riempirsi le tasche e a collezionare poltrone aggravando le emergenze del Paese. I cittadini devono sapere che la sparuta banda dei sedicenti Popolari per l'Italia, capeggiati da Dellai, ha chiamato in soccorso altri deputati sparsi per formare un gruppo parlamentare ad hoc: il che significa nuovi contributi pubblici, privilegi e incarichi come quello di Segretario dell'Ufficio di Presidenza, che per i partiti significa incassare circa 300mila euro. 

I centristi sono numericamente inferiori alla soglia dei 20 deputati previsti dal regolamento per formare un gruppo, rappresentano appena se stessi ma il Pd ha concesso la deroga per mere ragioni di tornaconto politico: tanto pagano i cittadini. La Lega si è astenuta, anche perché lo stesso gruppo di Salvini è composto da soli 17 deputati: come al solito predicano a vanvera e razzolano a man bassa. Le istituzioni sono il bancomat della casta. E Renzi è il cassiere! Se pensava di poter raccontare impunemente bugie sul taglio dei costi della politica ha fatto male i conti: ora ci sono i cittadini a vigilare in Parlamento e la verità è che il M5S taglia gli sprechi facendo risparmiare soldi ai cittadini e il Pd li alimenta saccheggiando le risorse pubbliche".

Costi della politica, Camera. M5S: “Ecco tutti gli stipendi dei dipendenti”

Costi della politica, Camera. M5S: “Ecco tutti gli stipendi dei dipendenti”
Riccardo Fraccaro, deputato membro dell’Ufficio di presidenza è stato incaricato di raccogliere i dati sulle spese di Montecitorio: “Abbiamo incontrato un muro di gomma. Nessuno vuole che si tocchino questi privilegi”. Ecco la presentazione del primo dossier a 5 Stelle sull’argomento con un’ipotesi di riduzione


Una Camera “oscura” di conti, stipendi e privilegi intoccabili al prezzo di 280 milioni all’anno. Il Movimento 5 Stelleracconta così l’entrata nelle istituzioni e il tentativo di realizzare uno dei punti chiave del loro programma: l’abbattimento dei costi della politica. Tetti retributivi e tagli alle indennità, l’ipotesi di riduzione delle spese è già sul tavolo dei parlamentari a 5 Stelle. E’ l’impresa che sognano, ma che ha già una prima difficoltà: la resistenza dei protagonisti.

Infografica di Pierpaolo Balani

“Non volevano darci i dati ufficiali, siamo stati ostacolati in tutti i modi”, raccontano i deputati. Riccardo Fraccaro, membro dell’Ufficio di Presidenza e del Comitato per gli Affari del personale è stato il parlamentare incaricato di raccogliere le informazioni, ma il risultato è stato “trovare un muro di gomma” e uno status quo difficile da toccare. “Fraccaro”, ha denunciato Beppe Grillo sul blog, “ha chiesto di conoscere il trattamento retributivo nominativo percepito mensilmente da tutti i dipendenti appartenenti alle diverse qualifiche. Gli è stato risposto che in capo al deputato non esiste “un interesse giuridicamente rilevante alla conoscenza dei dati”.

All’appello mancano stipendi nominativi e il curriculum vitae dei dipendenti:”Nelle ultime ore”, ha dichiarato Riccardo Fraccaro, “è arrivata l’autorizzazione a pubblicare gli aumenti di stipendio e ci hanno dato accesso a 91 curriculum strutturali. E’ un passo avanti, ma non basta. Continueremo a chiedere”. Gli eletti a 5 Stelle hanno deciso di pubblicare un dossier sui costi di Montecitorio prima di affrontare la questione nell’ufficio di presidenza.

“Noi pensiamo”, ha continuato il deputato Fraccaro, “che questa crisi si debba combattere chiedendo a chi ha di più di dare di più. E possiamo farlo solo chiedendo coerenza. Vediamo quello che ho scoperto: il costo per il personale è di 280 milioni di euro. Per i dipendenti in pensione 220 milioni di euro. Se aggiungiamo le spese per i parlamentari, quasi 2\3 del bilancio della Camera è destinato a pagare dipendenti di Montecitorio”. Le proposte di riduzione e trasparenza sono state in parte accolte dagli altri partiti: “Il problema è che non hanno intenzione di essere efficaci veramente, ma vogliono fare scelte di facciata. Ho chiesto di vedere i curriculum, ma si sono opposti Pd e Sel. La Boldrini ha scelto invece di pubblicare le curve retributive fino al 35esimo anno di carriera, ma si tratta di una presa in giro: gli stipendi aumentano automaticamente e senza merito”. Secondo Fraccaro, l’intervento annunciato sulle curve retributive “non intacca i diritti acquisiti e i tagli si applicheranno solo ai futuri dipendenti e per quelli attuali non è stata accettata neppure l’introduzione di un tetto massimo. “Tra le proposte che abbiamo avanzato, c’è quella di inserire ilmerito nell’aumento di stipendio. Provvedimenti sono stati presi sulle ferie, maggiori rispetto ai dipendenti pubblici al di fuori della Camera. Un’altra battaglia: divieto di cumulare le pensioni con ulteriori incarichi. Poi temporaneità degli incarichi e dei vicesegretari generali. Temporaneità che permette di non creare poli di potere“.

La denuncia del Movimento 5 Stelle riguarda tutta l’attività parlamentare. “L’ufficio di presidenza”, ha aggiunto Luigi Di Maio, vice presidente della Camera, “non ha fatto che approvare privilegi. Tanti i capitoli da affrontare. Intanto i vitalizi ci costano 91,8 milioni di euron e con la nostra proposta di stipendi ridotti potremmo risparmiare 42 milioni di euro”. Per stipendi e pensioni di dipendenti, parlamentari ed ex vanno via 784 mln l’anno mentre gli stipendi apicali dei consiglieri ammontano a quasi 400mila. C’è poi il capitolo dell’affitto degli immobili, che costa alla Camera, “dunque ai cittadini, 30 milioni di euro l’anno”. Soldi spesi, a detta dei 5 Stelle, in barba a possibili e semplici risparmi. “Gli uffici degli ex presidenti Bertinotti e Fini sono incredibilmente ancora qui: 10 stanze del Theodoli-Bianchelli. Senza dimenticare gli appartamenti dei questori: la scorsa legislatura erano a palazzo Marini 1, edificio poi dismesso, ci si è affrettati ad adeguare il nuovo palazzo: costo 200 mila euro. Inizia nuova legislatura: li dismettiamo”. Spazi che Di Maio propone di utilizzare per farli diventare uffici, aspettando che scadano i gli affitti senza possibilità di recesso..

Tanti gli sprechi denunciati: “Qui dentro si stampano atti parlamentari per 9 milioni di euro, è giunto il momento di informatizzarci. Si spendono ogni anno 4 milioni per l’acquisto software, noi proponiamo di usare i software open source. Poi l’assicurazione per la vita ci costa 110 milioni di euro. Si regge sui contributi dei parlamentari” . Nel dossier presentato alla stampa anche una lista di proposte: “Noi vogliamo aggredire i diritti acquisiti. Non lo dico solo per la Camera dei deputati. I vitalizi ad esempio sono una spesa enorme e credo che potremmo affrontare un ricorso per l’abolizione. Se non cominciamo, scarichiamo sempre sulla generazione futura”. Ci sono poi le erogazioni ad enti esterni: 100 mila euro per il circolo di Montecitorio, 20 mila per il rettore della Chiesa San Gregorio Nazianzeno, 260 mila per l’Unione Interparlamentare. Altri risparmi, secondo il dossier, si potrebbero ottenere intervenendo sui contributi alle assicurazioni dei parlamentari e tagliano di qualche punto percentuali altre spese: per esempio, 7,1 milioni di euro l’anno per le pulizie, 3,8 per la gestione dei servizi informatici più altri 3,1 per la manutenzione software ed hardware, 3 milioni di euro per l’ufficio stampa

Ecco i primi dati che il Movimento 5 Stelle ha potuto consultare:

Il personale e i livelli retributivi I dipendenti pubblici in servizio alla Camera sono 1521, divisi in cinque livelli a cui corrispondono diverse retribuzioni. Al quinto livello troviamo 183 consiglieri parlamentari: 121 generali, 33 con la funzione di stenografi, 18 bibliotecari e 8 tecnici. Questi arrivano a guadagnare fino a 400 mila euro lordi all’anno a fine carriera, dopo 41 anni di servizio. Cominciano guadagnando € 2.920,44 netti al mese, e poi ogni due anni scatta l’aumento di stipendio. Così dopo 25 anni passano a 341, 947 annuali lordi. A cui si aggiunge, per 170 circa di loro, l’indennità di funzione che aumenta secondo il grado. Si parte con circa 3900 euro lordi per il segretario generale fino a scendere sui 600 euro mensili per le qualifiche minori.

Il quarto livello invece riguarda 293 dipendenti pubblici, che comprendono documentaristi, tecnici e ragionieri. Cominciano con uno stipendio di € 1.876,57 netti al mese e dopo 25 anni hanno un guadagno pari a 227 786 lordi all’anno. E a fine carriera arrivano a quasi 270mila euro. Senza dimenticare che 139 di questi godono di un aggiunta mensile, ovvero dell’indennità di funzione.

Il terzo livello: comprende 777 dipendenti che svoglono la professione di segretari, assistenti di settore, infermieri di reparto, coordinatori. Il loro stipendio è di 40 968 euro lordi iniziali all’anno per poi crescere fino a 167 400 euro a fine carriera. Di questi, 118 hanno lo stipendio aumentato grazie all’indennità di funzione.

Il secondo livello è composto da 262 persone tra segretari, assistenti parlamentari, collaboratori tecnici. La retribuzione iniziale è di circa 40mila euro all’anno lordi e a fine carriera arriva a 156mila euro circa.

Il primo livello sono invece gli operatori tecnici. Un assunto risulta alla Camera, che guadagna dopo 25 anni circa 35 644 euro lordi.

Indennità La proposta dei 5 Stelle riguarda anche la riduzione dell’indennità di funzione percepita dai dipendenti di Montecitorio. La spesa attuale complessiva arriva a 4 150 334, 16 euro lordi e l’idea è quella di dimezzarla a 2 594 534, 53 con riduzioni che vanno dal 70% per il segretario generale fino al 30% per i vice assistenti.

Avanza la spoliazione dell’Italia, favorita dai governi complici dei potentati finanziari

Avanza la spoliazione dell’Italia, favorita dai governi complici dei potentati finanziari
di Luciano Lago

L’episodio accaduto a Roma il 29 Ottobre, con gli scontri avvenuti tra gli operai delle acciaierie di Terni e la polizia, le manganellate dispensate sulla testa di quanti erano in piazza per protestare contro la perdita del loro posto di lavoro ed il programma di delocalizzazione dell’azienda tedesca, la Thyssen Krupp, sono soltanto l’avvisaglia di quanto si prepara nel corso dei prossimi mesi.

Consideriamo che al Ministero del Lavoro presieduto dalla Federica Guidi, ex contitolare di un gruppo industriale “esperto” in delocalizzazioni, ci sono oltre 160 vertenze similari a quella della Thyssen con decine di grandi aziende che chiudono o delocalizzano gli stabilimenti per la difficoltà di continuare a produrre in un paese come l’Italia che ha i costi di produzione più alti degli altri paesi europei, la tassazione record, oltre al peso di tasse e contributi sul lavoro che rendono non conveniente mantenere produzioni industriali nel “bel paese”. Le vertenze arrivate sul tavolo della Guidi coinvolgono circa 160.000 lavoratori. Si va dalla chimica alla siderurgia, ai trasporti, all’alluminio, al tessile all’informatica, all’agro alimentare, con casi di aziende il cui destino è segnato come all’Alcoa in Sardegna ed alle miniere del Sulcis, alla Natuzzi in Puglia, alla Guaber di Bologna, da ultimo alla Meridiana, ecc..

Non vengono calcolate in questo elenco le altre migliaia di piccole aziende, sia manifatturiere che commerciali, che chiudono direttamente senza passare per i tavoli del Ministero ma con una semplice comunicazione all’INPS ed all’Ufficio delle Imposte. Si tratta di aziende che sono generalmente al di sotto dei 15 dipendenti ma il cui numero è talmente elevato che costituisce un’altro cospicuo esercito di senza lavoro che spesso non godono di alcun supporto di cassa integrazione o di altri palliativi.

Questo accade mentre il premier ,Matteo Renzi, ha impostato tutta la discussione politica sulle TV, dove è presente tutti i giorni, oltre che in Parlamento, su una fantomatica legge, il Job Act, che ancora non si conosce nei dettagli ma ha avuto la capacità di sollevare una cortina fumo negli occhi dell’opinione pubblica, su articolo 18 ed altri aspetti, distogliendo dai problemi essenziali. Un provvedimento che, a detta di tutti gli analisti economici, non risolve certo il problema della disoccupazione uniformando il regime del lavoro ed aumentando i livelli di flessibilità dei contratti.

Il peso della tassazione sul lavoro è ritenuto da tutti gli analisti economici eccessivamente alto in rapporto alla produttività in confronto con altri paesi europei concorrenti e questo spinge le multinazionali a chiudere gli stabilimenti in Italia ed a delocalizzare in paesi come la Polonia, la Serbia o la Bulgaria (paesi fuori dal sistema euro) che presentano costi 4 o 5 volte inferiori all’Italia ma anche in paesi come Austria ed in Svizzera dove c’è una fuga di aziende italiane attirate dagli incentivi e facilitazioni per gli investitori oltre che da un sistema pubblico efficiente che prevede esonzioni fiscali per il primo periodo dell’investimento.

Tuttavia, se dobbiamo spiegare i due concreti ed essenziali fattori in Italia che rendono impossibile una riavvio del sistema economico, oltre al carico fiscale intollerabile per le imprese, questi sono 1) quello della domanda interna stagnante – 2) quello dell’assenza di credito e della moneta circolante .

1-Tutti coloro che sanno di economia hanno ben chiaro che un sistema economico riparte quando si mette in moto la domanda interna (la domanda aggregata, la chiamano gli economisti) quella per intenderci che spinge le famiglie ed i consumatori ad acquistare beni e servizi, dalla spesa al supermercato, ai mobili, gli elettrodomestici, ai prodotti per la casa, alle automobili, alle parti di ricambio, agli utensili, ecc.. La domanda interna si riattiva contemporaneamente quando gli imprenditori investono acquistando macchinari per produrre e materie prime e di conseguenza assumono operai per far ripartire le fabbriche. L’economia in sostanza riprende a girare.

Si da il caso che in Italia, grazie alle demenziali politiche di austerità volute da Bruxelles ed ai provvedimenti di torchiatura fiscale attuati dai governi Monti, Letta e Renzi, la domanda interna e la capacità di spesa degli italiani siano tornati indietro di 25 anni almeno, con interi settori industriali messi in crisi nera, in particolare quello dell’edilizia, considerato trainante, affossato per effetto della super tassazione sulla casa, assieme a tutti i settori collaterali che ruotano intorno alle abitazioni (dai mattoni alle ceramiche, ai prodotti idraulici, agli infissi, alle vernici, ai mobili, agli elettrodomestici, ecc.), oltre ad altri settori importanti come l’auto , la chimica, la siderurgia, ecc..

2- Il credito e la circolazione monetaria sono ugualmente essenziali per far ripartire l’economia di un paese (e quindi la domanda interna) in quanto consentono di fornire il credito alle piccole e medie imprese, ai commercianti, agli artigiani, alle famiglie per fare i mutui e per acquistare case e beni durevoli. Questo non avviene in Italia perchè le banche hanno ricevuto i finanziamenti attraverso la BCE e li hanno utilizzati in massima parte per investire in titoli di credito e prodotti finanziari che offrono rendimenti sicuri e pochi rischi. Nel circuito dell’economia produttiva manca il denaro circolante che è quello creato dalle grandi banche private (in cartello bancario) che ha convenienza a monopolizzare il denaro, darlo in prestito agli stati che si indebitano e devono pagare interessi al cartello bancario sovranazionale.

Spiegate in modo semplice e sintetico, sono queste le due principali cause per cui le imprese chiudono, delocalizzano, le famiglie non acquistano beni, il lavoro manca e l’economia ristagna. Qualsiasi provvedimento venga preso a livello di un governo, privo di sovranità monetaria e che agisce esclusivamente sull’offerta (ritocco di imposte su imprese e su lavoro) non risolve le cause principali del ristagno dell’economia. Nessun imprenditore investe ed assume personale se non ha la sicurezza di vendere gli articoli che produce. Il lavoro è la questione centrale poichè il lavoro spinge gli individui ad investire ed a fare spese per se e per la propria famiglia ma se questo manca ci si limita ad attendere tempi migliori cercando di sopravvivere alla meglio.

Va detto che il governo, qualunque sia, non dispone di margini di manovra (con un debito impagabile arrivato ad oltre il 130% del PIL) se non quelli di spostare o ritoccare qualche imposta da una parte ed compensarla con altre imposte indirette (accise, bolli, IVA, ecc.) e con tagli ai servizi pubblici essenziali, dipendendo totalmente dalle politiche imposte da Bruxelles e dai vincoli posti dall’oligarchia europea: non ha possibilità di emettere una propria moneta con cui finanziare un programma di investimenti pubblici che pure sarebbe indispensabile (dal riassetto del territorio alle scuole, alle strade, all’edilizia pubblica, ecc.), al contrario deve prendere a prestito una moneta straniera su cui paga interessi che dissanguano l’economia (80 miliardi all’anno circa), deve mantenere il rapporto tra deficit e PIL entro il 3% (demenziale in tempi di crisi), deve versare decine di miliardi ai fondi europei come MES/ESM per salvaguardare i crediti delle banche tedesche e francesi, deve rispettare tutti gli altri vincoli monetari e di bilancio posti dall’eurocrazia. Una politica restrittiva che è esattamente l’opposto di quello che servirebbe.

Peggio ancora il governo del fiorentino, con il pretesto di ridurre il debito (insostenibile), si prepara ad attuare un piano di privatizzazioni (concordato con la Troika) che priverà il sistema italiano dei suoi asset industriali di proprietà pubblica rimasti (Enel, Finmeccanica, ENI, ecc..), con grande vantaggioso business e profitti per i gruppi finanziari e per le grandi “corporations” internazionali che caleranno sul paese come avvoltoi.

Nello stesso tempo si registra la fuga dei capitali attuata dai detentori dei grandi patrimoni i quali portano all’estero le loro ricchezze poichè dell’Italia non si fidano e si sottraggono alle imposte (eccessive) spostando tali patrimoni (finanziari) in mercati più favorevoli.
Rimane la classe media, quella che negli anni buoni aveva accumulato risparmi e proprietà immobiliari e che ha visto deprezzarsi queste ultime (grazie alle imposte elevate ed al mercato stagnante) e trova intollerabile spesso sopportarne il costo se non dispone di un reddito adeguato. Su questa classe media viene continuamente aumentata l’imposizione fiscale affossando la sua capacità di spesa e di reddito. Di conseguenza si svendono molte proprietà e questo concorre al deprezzamento immobiliare del patrimonio italiano.

Questo in sintesi è il quadro dell’economia italiana causato da un concorso di fattori, primo fra tutti il sistema dell’euro che ha affossato l’economia italiana e tolto ogni sovranità allo Stato italiano, con l’effetto più deleterio che è quello della deindustrializzazione del paese, un effetto non casuale ma voluto per gli interessi esterni ai quali si è subordinata la classe politica italiana di tutto l’arco parlamentare che si è alternato negli ultimi 35 anni, a partire dal 1981 quando fu privatizzata la Banca d’Italia. Vedi: Nino Galloni: come ci hanno deindustrializzato

Naturalmente da alcuni anni, pur avendo sempre e regolarmente sbagliato ogni previsione, i responsabili di governo dell’Italia continuano a prevedere “la ripresa per il prossimo anno” oppure “la luce in fondo al tunnel”, sempre poi regolarmente smentiti dai fatti e giustificandosi nell’indicare le cause della inevitabile retrocessione economica del paese, vuoi alla crisi internazionale , vuoi al contesto europeo generale, occultando il fatto che tutti i paesi al di fuori dell’euro sistema hanno tassi di crescita positivi ed indici di disoccupazione molti più bassi e tollerabili di quanto avviene in Italia, come anche in Spagna, in Grecia ed in Portogallo (nella stessa Francia) che sono i paesi più colpiti dalla crisi.

Nel frattempo il tasso di disoccupazione, l’impoverimento del paese, la perdita di migliaia di imprese, il deprezzamento del patrimonio immobiliare, l’avanzare della miseria in larghi strati della popolazione, sono il bilancio delle politiche finanziarie ed economiche dell’eurosistema, molto simili ad una catastrofe nazionale che soltanto una guerra persa potrebbe aver prodotto. Vedi: Missione compiuta, l’Italia muore: la catastrofe in cifre

Non c’è speranza finchè l’Italia rimane nel sistema dell’euro che costituisce un vero cappio al collo per il paese e fin tanto che ci saranno al governo personaggi come Monti, Letta, Renzi, tutti succubi delle politiche europee e dei potentati finanziari che le dirigono, abili a sollevare cortine fumogene per distogliere l’opinione pubblica da quanto sta avvenendo alle spalle della popolazione italiana: la spoliazione dell’Italia delle sue industrie, del suo risparmio e del suo patrimonio.

La Casta con un trucchetto si riduce il 18,7% delle tasse in busta paga

La Casta con un trucchetto si riduce il 18,7% delle tasse in busta paga
CON UN TRUCCHETTO, GRAZIE A UN LAVORÌO RIMASTO SEMPRE SOTTO TRACCIA, È PASSATA LA RIDUZIONE AL 18,7% DELLE TASSE SULLA BUSTA PAGA DI DEPUTATI E SENATORI.

I partiti politici italiani se le sono date di santa ragione per favorire a colpi di leggi i loro rispettivi bacini elettorali. Ma su un fronte hanno lavorato tutti insieme appassionatamente.

L’obiettivo era quello di garantire un trattamento fiscale di straordinario privilegio ai loro rappresentanti in parlamento (ma le stesse regole sono previste anche per gli onorevoli regionali). Ed è stato perfettamente centrato, con un lavorìo rimasto sempre sotto traccia.

Pochi lo sanno: l’indignazione dei cittadini per i costi della politica si è finora concentrata sui benefici economici e pensionistici degli onorevoli.

Ma quelli fiscali sono ancora più scandalosi: la retribuzione complessiva di chi siede alla Camera in rappresentanza del popolo italiano è sottoposta a un’aliquota media Irpef del 18,7 per cento. Ecco come funziona, documenti ufficiali alla mano (ricavati dal sito istituzionale della Camera).

Prendiamo un parlamentare che non svolge altre attività ed è talmente ligio da non saltare mai una seduta di Montecitorio. La voce più pesante della sua busta paga è l’indennità mensile, oggi ridotta a 10.435 euro, pari a 125.220 euro l’anno.

Dall’importo vengono sottratte ritenute previdenziali per 784 euro al mese (9.410 euro l’anno) come quota di accantonamento per l’assegno di fine mandato, che è esentasse, come vedremo (e come d’altronde è scritto nero su bianco nella relazione al 31 dicembre 2011 su Attività e risultati della Commissione Giovannini sul livellamento retributivo Italia-Europa).

L’onorevole subisce poi una ritenuta mensile per il trattamento pensionistico di circa 918 euro (11.019 euro l’anno). Dall’indennità parlamentare viene infine detratta una ritenuta mensile di 526 euro (6.320 euro l’anno) per l’assistenza sanitaria integrativa.

Il trattamento del deputato è però arricchito da altre quattro voci con il segno positivo, tutti benefit esentasse. La prima è la diaria, una sorta di rimborso per i periodi di soggiorno a Roma, che ammonta a 3.503 euro al mese (42.037 l’anno) e viene decurtata di 206 euro per ogni giorno di assenza. La seconda è il rimborso delle spese per l’esercizio del mandato, pari a 3.690 euro al mese (44.280 l’anno), che per il 50 per cento va giustificato con pezze d’appoggio (per certe voci) e per il restante 50 per cento è riconosciuto a titolo forfettario.

La terza voce non è perfettamente quantificabile e deriva dal fatto che il deputato è fornito di una serie di tessere per volare, prendere treni e navi e viaggiare in autostrada senza sborsare un soldo (ai fini della nostra simulazione abbiamo ipotizzato che ciò gli consenta di risparmiare 5 mila euro tondi l’anno) e un rimborso forfettario delle spese di trasporto (ma non viaggia già gratis?) di 3.995 euro a trimestre (15.980 l’anno). La quarta voce è rappresentata da una somma a forfait mensile di 258 euro (3.098 euro l’anno) per le bollette telefoniche.

Il pallottoliere dice che il totale fa 235.615 euro. Che, dedotte le ritenute previdenziali e assistenziali e i rimborsi spese documentati, si riduce a 189.431 euro. Ma per l’onorevole, come per magia, grazie ai trattamenti di favore architettati dal parlamento stesso, la base imponibile ai fini Irpef è di soli 98.471 euro e comporta il pagamento di tasse per 35.512 euro. Che corrisponde in concreto a un’aliquota media, appunto, di appena il 18,7 per cento.

Qualunque altro cittadino italiano, un manager per esempio, che percepisse la stessa somma a titolo di stipendio e di benefit di analoga natura, si ritroverebbe con una base tassabile ai fini dell’imposta sul reddito di 189.431 euro e dovrebbe mettere mano al portafoglio per 74.625 euro di Irpef (con un’aliquota media del 39,4 per cento).

L’onorevole paga dunque solo il 47 per cento di quello che toccherebbe a un cittadino comune (e per semplicità non si è tenuto conto degli ulteriori benefici di cui gode sulle addizionali regionale e comunale) e risparmia ogni anno qualcosa come 39 mila euro d’imposta (vedere la tabella nella pagina a fianco). A consentire questa incredibile iniquità è un’interpretazione alquanto generosa, da parte del parlamento, dell’articolo 52, comma 1, lettera b del Tuir (Testo unico delle imposte sui redditi), in base al quale non concorrono a formare il reddito le somme erogate a titolo di rimborso spese ai titolari di cariche elettive pubbliche (parlamentari, consiglieri regionali, provinciali e comunali) e ai giudici costituzionali, «purché l’erogazione di tali somme e i relativi criteri siano disposti dagli organi competenti a determinare i trattamenti dei soggetti stessi».

Il rispetto dei principi di capacità contributiva e il divieto di disparità di trattamento rispetto agli altri contribuenti imporrebbe la limitazione dell’esenzione fiscale ai soli rimborsi spese effettivi, quelli cioè strettamente legati alle funzioni pubbliche svolte e corredati di documentazione. Ma il parlamento ha deciso diversamente. Costringendo altri uffici pubblici a fare i salti mortali per non doverne censurare le scelte. Basti pensare che il Gruppo di lavoro sull’erosione fiscale, costituito a suo tempo da Tremonti per tagliare la spesa pubblica e presieduto da Vieri Ceriani, non avendo altri criteri di rilievo costituzionale per giustificare le ragioni di tali benefici fiscali ha dovuto classificarli tra le misure a rilevanza sociale, cioè alla stregua di quelle a favore delle Onlus e del terzo settore e di quelle che aiutano l’occupazione. Poi dice l’antipolitica.

Ma non è finita. Siccome pagare l’Irpef al 18,7 per cento a Lorsignori doveva sembrare ancora poco e per non farsi mancare proprio nulla, i parlamentari hanno pensato bene di trovare un escamotage per mettersi in tasca pulito pulito l’assegno di fine mandato, che dovrebbe invece essere sottoposto a tassazione in base all’articolo 17, comma 1, lettera a del Tuir (Decreto del Presidente della Repubblica 22 dicembre 1986, n. 917).

Ecco come hanno fatto. Ogni mese, lo abbiamo appena visto, l’onorevole subisce, proprio in vista dell’assegno di fine mandato, una ritenuta sull’indennità parlamentare di 784 euro.

Trattandosi di contributi previdenziali, la somma viene dedotta annualmente dal reddito da tassare, nel presupposto che ciò avverrà poi al momento della consegna dello chèque. L’articolo 17, comma 1 del D.P.R. 917/86 prevede, come per il Tfr dei lavoratori, una tassazione separata dell’assegno di fine mandato, per evitare che si sommi al reddito dell’anno in cui viene incassato, facendo così scattare un’aliquota fiscale più alta.

Ma c’è un’altra disposizione (contenuta nell’articolo 19, comma 2 bis del Tuir) che riguarda il metodo di tassazione separata dell’indennità spettante ai dipendenti pubblici (buonuscita per gli statali) e agli assimilati (soci lavoratori delle cooperative, sacerdoti e parlamentari): dice che la base imponibile dell’assegno va determinata in funzione del peso del contributo a carico del datore di lavoro sul totale del contributo previdenziale. Per capire meglio, prendiamo un caso concreto.

Quello di un dipendente pubblico, la cui indennità di buonuscita è alimentata da un contributo obbligatorio a carico del lavoratore nella misura del 2,5 per cento e da contributi a carico del datore di lavoro del 7,10, per un totale del 9,60 per cento. Il contributo pubblico del 7,10 per cento corrisponde al 73,96 del 9,60 per cento. Quindi al travet verrà tassato il 73,96 per cento della buonuscita.

Non avviene così nel caso dei parlamentari. Disciplinando da soli il sistema di rappresentazione contabile della loro busta paga, gli onorevoli hanno creato un meccanismo perfetto, che rispetta formalmente la legge, ma consente di non pagare un euro bucato di tassazione separata sull’assegno di fine mandato. Il trucco è tanto banale quanto efficace: mentre per il dipendente pubblico, come abbiamo visto, il 73,96 per cento dell’accantonamento è a carico del datore di lavoro; nel caso del parlamentare la quota da accantonare per l’indennità di parlamentare è tutta figurativamente imputata a lui. E così non deve pagare. Non è certo da questi politici (a parte qualche lodevole eccezione) che ci si può aspettare una seria guerra ai ladri di tasse.

Testo tratto dal saggio di Stefano Livadiotti “Ladri – Gli evasori e i politici che li proteggono” (Bompiani)

BOSCHI E FORNERO, QUANDO LA MENZOGNA E’ DONNA

BOSCHI E FORNERO, QUANDO LA MENZOGNA E’ DONNA
Lo dico conoscendo il genere: se le donne devono conquistarsi la parità con gli uomini esibendo un tasso di menzogna così alto, la partita individuale possono anche vincerla, quella del genere è persa definitivamente. In fondo, l’accusa originaria era che il mondo al maschile faceva un po’ schifo e avremmo potuto migliorarlo solo noialtre. Se siamo pari al gradino più basso, addio cambiamento. In meglio, voglio dire.

Apprendo dalle agenzie che Maria Elena Boschi, giovane aretina laureata in legge, con qualche preferenza per il diritto commerciale (l’hanno messa a fare le riforme costituzionali, un senso ci deve essere; commercialmente parlando…) avrebbe dichiarato a proposito della scuola e della “riforma” renziana, che ha portato in piazza tutti coloro che la scuola la fanno vivere: «quello che non è accettabile è lasciare le cose come sono. La scuola solo in mano ai sindacati funziona? Io credo di no».

Qualche ora di lezione l’ho messa sulle spalle anch’io e devo dire che la scuola è in mano a tanta gente che non ne capisce nulla (presidi che cercano di fare i manager colleghi stanchi e demotivati, studenti che si comportano come vedono fare nei talk show, “riformatori” che andrebbero messi in riformatorio, ecc). E qualche sindacalista maneggione, indubbiamente, ci sguazza pure. Ma da qui ad “avere in mano la scuola”, in splendida solitudine, ce ne corre parecchio.

Se le parole hanno un senso simile per tutti coloro che parlano la stessa lingua, almeno. Se invece si devono sparare battute da bar, allora è giusto ricordare che la signorina Boschi è arrivata dov’è – con qualche probabilità – grazie al fatto di essere figlia di Pierluigi, vicepresidente della Banca Popolare dell’Etruria e del Lazio, casualmente scelta dall’aretino Licio Gelli come banca fiduciaria in cui versare le quote di iscrizione alla Pidue. Perché di “cultori della materia” – diritto commerciale – elevati al rango di ministro non se ne sono mai visti prima e probabilmente non se ne vedranno più. Una volta compiuto lo scasso con destrezza ai danni degli equilibri costituzionali repubblicani.

Insomma, la signorina mente con naturalezza, come il suo premier, con lo stesso stile e – presumo – grazie allo stesso staff di istruttori. Quel che dice non ha nulla a che fare con la realtà che anche noi conosciamo, ma solo con la necessità di stendere un velo di chiacchiericcio ottimistico sulle operazioni che questo governo va svolgendo a danno della popolazione tutta e a vantaggio di Confindustria o di qualsiasi altro capitalista voglia prendersi un pezzo di questo paese.

Ma non è l’unica donna a esercitarsi nella triste arte della lingua biforcuta. Elsa Fornero, ex ministro giustamente odiata da chiunque debba vivere di pensione (giovani che non l’avranno mai e anziani che la vedono allontanarsi ogni anno che passa), se n’è uscita a Mezz’ora, con Lucia Annunziata, in questo modo: «La sentenza della Consulta (sulla mancata integrazione all’inflazione delle pensioni al di sopra dei 1.200 euronetti al mese, ndr) rimette di nuovo al centro i cosiddetti diritti acquisiti, che invece vanno discussi con molta pacatezza e molta serietà. Bisogna domandarsi chi paga il conto della tutela di chi è già in pensione, e se sono sempre i giovani vuol dire che nella Costituzione non c’è protezione per i giovani».

Chi paga? Signor ex ministro, ha mai letto da qualche parte che la pensione è “salario differito”, grazie ai contributi previdenziali non percepiti in busta paga durante la carriera lavorativa e quindi “accantonati” per il dopo? Strano, c’è scritto su tutti i manuali, anche dell’istituto tecnico…

Nei giorni scorsi, grazie ad alcuni giornalisti compiacenti, l’ex ministro aveva fatto sapere di aver versato la sua famosa lacrima proprio per essere stata “costretta” – dal ministro del Tesoro d’allora – ad accettare quella misura poi bocciata dalla Consulta. Con vivo e fremente sprezzo del ridicolo, oggi sostiene che la sentenza della Corte Costituzionale che cancella (temporaneamente, stanno preparando il decreto-copia-e-incolla) quella norma è “un errore”. Delle due l’una: o era una norma così sbagliata da farla piangere (e allora dovrebbe plaudire, magari con discrezione, alla sentenza) oppure era una scelta condivisa anche da lei (che quindi ha pianto per altre ragioni, magari indicibili).

Ma c’è di peggio. Nell’ansia di criticare la Consulta, la signora Deaglio – protagonista di un’altra inarrestabile carriera, dal diploma di ragioneria fino alla cattedra universitaria, e di lì a una notevole molteplicità di incarichi (vedi in fondo) prima di sbarcare nel governo di Mario Monti – arriva a collegare la sentenza della Consulta con la “mancanza di protezione per i giovani”. Addirittura “dimenticati dalla Costituzione”…

Populisti si nasce, signora mia. O almeno si studia per diventarlo senza inciampare in certe fesserie. Se chi oggi ha meno di 40 anni e, pur lavorando, non ha alcuna prospettiva di godere – quando potrà smettere, se ancora vivo – una pensione decente, è anche grazie alla sua riforma delle pensioni del 2011. Se in questo disgraziato paese ci fosse qualcuno che ricorda quel che è accaduto ieri o l’altro ieri, signore come la Boschi o la Fornero non troverebbero mai un microfono in cui rovesciare cotanta “saggezza”.

Biografia di Elsa Fornero, da Wikipedia:

Professore universitario ordinario dal 2000 di economia politica presso la Scuola di management e economia dell’Università di Torino, viene indicata come «allieva di Onorato Castellino»[2]. Insegna macroeconomia ed economia del risparmio, della previdenza e dei fondi pensione (in inglese). Le sue ricerche scientifiche riguardano i sistemi previdenziali, pubblici e privati, le riforme previdenziali, l’invecchiamento della popolazione, le scelte di pensionamento, il risparmio delle famiglie e le assicurazioni sulla vita.

È coordinatore scientifico del CeRP (Centre for Research on Pensions and Welfare Policies, Collegio Carlo Alberto).

È membro onorario del Collegio Carlo Alberto, membro del Collegio docenti del dottorato in Scienze economiche dell’Università di Torino e del dottorato in Social Protection Policy presso la Maastricht Graduate School of Governance (Università di Maastricht), di cui è anche docente, membro del Nucleo di valutazione della spesa previdenziale, costituito presso il Ministero del Welfare, membro del comitato scientifico dell’Observatoire de l’Epargne Européenne (Parigi), membro del comitato editoriale della Rivista Italiana degli Economisti, editorialista del quotidiano economico e finanziario il Sole 24 ore.

Dal 1993 al 1998 è stata consigliere comunale al Comune di Torino, eletta con la lista “Alleanza per Torino” a sostegno del sindaco di centro-sinistra Valentino Castellani.

Nel 2001 ha ricevuto (ex aequo con Ignazio Musu) il premio Saint Vincent per l’economia. Nel 2003 ha ricevuto (ex aequo con Olivia Mitchell) il premio INA-Accademia dei Lincei per gli studi in materia assicurativa.

È stata vice presidente del Consiglio di sorveglianza di Intesa Sanpaolo (2010-2011)[3][4][5], vice presidente della Compagnia di San Paolo (2008-2010)[6], membro del consiglio direttivo della Società italiana degli economisti (2005-2007), membro del comitato scientifico di Confindustria (2005-2006), membro della commissione di esperti valutatori presso la World Bank (2003-2004), con l’incarico di valutare il ruolo di assistenza svolto dalla Banca nell’attuazione delle riforme previdenziali di paesi con economie di transizione, membro della commissione di esperti della Task Force su “Portability of Pension Rights and Taxation of Pension Schemes in the EU” costituita presso il CEPS (Center for European Policy Studies), Bruxelles (2001-2003), membro della Commissione Ministeriale di esperti indipendenti per la verifica previdenziale (2001), componente del Comitato Scientifico del Mefop (2000-2003).

Nel 2013 ha ricevuto il premio “Ezio Tarantelli” del Club dell’economia, per la migliore idea economica dell’anno: ASPI (assicurazione sociale per l’impiego), un nuovo ammortizzatore sociale, introdotto attraverso la riforma del mercato del lavoro che porta il suo nome.

Nel 2014 entra nel consiglio di amministrazione della Centrale del Latte di Torino, nominata nel board della società quotata in borsa, in qualità di consigliere indipendente. Resterà in carica, come gli altri membri del nuovo consiglio d’amministrazione, fino all’approvazione del bilancio al 31 dicembre 2016.

L’obiettivo di Renzi: lavoratori tutti uguali e tutti sfruttati

L’obiettivo di Renzi: lavoratori tutti uguali e tutti sfruttati
- di Eugenio Orso -

Da molto tempo la propaganda sistemica, per giustificare lo smantellamento delle difese dei lavoratori, utilizza subdolamente i temi della precarietà e della disoccupazione, anche se dovrebbe essere evidente, soprattutto a chi vive situazioni di precarietà, di lavoro nero e di assenza di occasioni lavorative, che i contratti a termine del precariato e la disoccupazione di massa è lo stesso sistema ad averli diffusi, fino a esaltare la “spaccatura” nel mercato del lavoro italiano, che oggi possiamo osservare con estrema chiarezza. Si tratta di una tripartizione che genera squilibri e ingiustizie sociali, non producendo alcun effetto positivo per la produzione, i redditi e i consumi, come ci insegna un’esperienza ultradecennale. Il mercato del lavoro è così tripartito:

1) Lavoro “garantito”, cioè quello ancora tutelato dalla normativa vigente e dallo statuto dei lavoratori degli anni settanta, che sta diventando sempre di più l’ultima “ridotta”, particolarmente nel pubblico impiego, dei diritti e delle tutele concesse ai lavoratori. E’ destinato progressivamente a scomparire, perché troppo “oneroso”, sia in termini di costi, sia in termini di “privilegi” concessi ai lavoratori protetti, in ossequio agli interessi degli agenti strategici neocapitalistici, ben tutelati dai loro servitori politici locali. Obiettivo di attacchi continui e reiterati (Sacconi, Brunetta, Renzi), addirittura d’insulti e di criminalizzazione (Ichino, i “nullafacenti” della pubblica amministrazione) il lavoro stabile, garantito e a tempo indeterminato è contrario all’ideologia neoliberista dominante e, per tale motivo, deve essere portato a estinzione. La stabilità del lavoro e le garanzie offerte dal comunismo, dal fascismo, dal keynesismo postbellico, non appartengono in alcun modo alla liberaldemocrazia di mercato, espressa dal grande capitale finanziario.

2) Lavoro precario, flessibile, interinale, introdotto in Italia nella seconda metà degli anni novanta e dilagato progressivamente nei duemila, figlio naturale del cosiddetto toyotismo. Dal “just in time”, applicato una prima volta negli anni settanta, per razionalizzare le scorte, dall’industria automobilistica giapponese (la Toyota, appunto), compiendo un passo successivo di grande rilevanza sociale e antropologica, si è deciso di estendere il “toyotismo” e di pagare i lavoratori esclusivamente per il tempo di lavoro, utilizzando il “servizio lavorativo” quando necessario per esigenze produttive. Da questo punto di vita, chiaramente economico e di organizzazione della produzione, l’imposizione del lavoro precario mira a razionalizzare l’uso del fattore-lavoro comprimendone all’estremo i costi, come nel caso delle materie prime, dei pezzi da assemblare, delle scorte, dei semilavorati. E’ chiaro che il precario non è un cittadino, nel mondo neocapitalistico, ma soltanto l’anonimo prestatore di un servizio lavorativo, che si tende a pagare sempre meno, riducendone l’incidenza sul costo di produzione. Quella dell’imposizione di soli contratti a termine e precari, in un progressivo e rapido evaporare dei diritti, è la strada scelta dagli agenti strategici neocapitalistici per l’Italia, ed è esattamente la consegna che hanno dato ai lacchè subpolitici, come Matteo Renzi.

3) Lavoro nero, senza oneri contributivi e prelievi fiscali, senza alcuna garanzia e diritto. Realizza il massimo della flessibilità/precarietà del lavoratore, alimenta l’evasione e garantisce un significativo risparmio di costi. Con il declino produttivo in accelerazione e la disoccupazione galoppante, anche il lavoro nero entra in crisi, riducendosi il numero degli occupati, non pagando i lavoratori e aumentandone lo sfruttamento.

Se questa è la situazione, Renzi spergiura di voler rinnovare il mercato del lavoro dalle fondamenta, introducendo un nuovo contratto d’ingresso che partirebbe da una condizione di precarietà per arrivare alle chimeriche tutele. Dichiara di voler semplificare e di voler estendere le opportunità di lavoro anche a chi, oggi, ne è escluso. Dichiarazioni chiaramente mendaci, le sue, che nascondono l’unico esito possibile della riforma: rendere il lavoro precario contrattualizzato (di cui al punto 2) assolutamente prevalente.

La cgil, messa con le spalle al muro, non può approvare il “piano lavoro” renziano apertamente, ma deve fingere di attaccarlo, deve contestarlo con enfasi e risonanza mediatica. Perciò si erge a difesa di quel vecchio simulacro che ormai è diventato lo statuto dei lavoratori, che ancora sbarra la strada, con l’articolo 18, ai sogni liberisti, europeisti “alla Benigni”, occidentali, di libertà, cioè, nel concreto, alla realizzazione di una precarietà assoluta e generale.

Renzi e i suoi accoliti vogliono realizzare i “sogni” dei padroni neocapitalisti, unificando il mercato del lavoro italiano sotto il segno, non dei pesci, ma della precarietà fin dall’inizio della vita lavorativa. La cgil dell’orripilante Camusso, legata a doppio filo al pd, deve obbligatoriamente fingere di opporsi e di tutelare gli iscritti, per trattenere tessere e consensi. La cosa, in effetti, puzza di bruciato, di contrapposizione sul piano mediatico-propagandistico che non fermerà “il nuovo che avanza”, rullando i lavoratori. In prima battuta, il contratto d’ingresso senza diritti per i nuovi assunti, poi, in futuro, l’abolizione del tempo indeterminato anche per i “vecchi” lavoratori. Non si può partecipare troppo apertamente al massacro, questo i vertici della cgil lo sanno bene, perciò si oppongono alla riforma, a costo di passare per “conservatori”!

Uno scontro fra “parenti serpenti”, quello fra Renzi e Camusso, disposti a coprirsi a vicenda di contumelie, a fronteggiarsi tirandosi piatti e soprammobili ma uniti da vincoli “di sangue” e di appartenenza. Più che altro, l’ennesima recita infarcita di imbrogli, finzione e malafede, per truffare gli italiani.

E’ bene analizzare di seguito ciò che ha dichiarato in proposito Renzi, in un video presente su You Tube della durata di due minuti e mezzo. Le parole e i buoni propositi espressi dal furbetto neoliberista, in polemica col sindacato, nascondono le sue vere intenzioni nei confronti del “popolo lavoratore”, non dissimili da quelle di Draghi, della Lagarde, di Junker, a lui ideologicamente affini.

La cgil avrebbe deciso l’attacco al governo, secondo Renzi, che accetta la “sfida” della Camusso (sicuro di vincerla, a quanto sembra) e nega di aver in mente Margaret Thatcher quando si parla del lavoro. Infatti, possiamo scommettere che lui non incontrerà una resistenza sanguinosa come quella opposta alla Thatcher dai minatori britannici di Arthur Scargill (dal 1984 al 1985), ma, al più, le blande resistenze di maniera della cgil all’abolizione dell’articolo 18. Per questo Renzi dichiara in video di non preoccuparsi di uno scontro del passato, ideologico, come non si preoccupa della Thatcher, ma di Marta, di 28 anni, che non ha la possibilità di avere il diritto alla maternità. Lei sta aspettando un bambino, ma a differenza delle sue amiche, che sono dipendenti pubblici, non ha nessuna garanzia. Perché? Perché in questi anni si è fatto cittadini di serie A e di serie B. Pensa a Giuseppe di 50 anni che non può avere la cassa integrazione, o a chi, piccolo artigiano, è stato tagliato fuori da tutte le tutele. Magari la banca gli ha chiuso i ponti e improvvisamente si è trovato dalla mattina alla sera a piedi. Come si nota, con molta malizia tira in ballo una precaria che non può andare in maternità, ma solo per stigmatizzare la tutela finora concessa ai dipendenti pubblici – come se fossero loro i colpevoli della situazione di Marta – fra i quali le sue amiche che hanno il diritto alla maternità. Perché non toglierlo anche a loro, questo diritto, per una questione di giustizia, rendendo i cittadini tutti uguali? Perché non ridurre tutti come Giuseppe, senza cassa integrazione, o come il piccolo artigiano (una sorta di “piccola fiammiferaia” dei nostri tempi, che suscita tenerezza), rovinato dalle banche? Il suo vero piano, incentrato sull’estensione massima della precarietà lavorativa, è ridurre tutti a cittadini di serie B, senza discriminazione alcuna, come Marta, Giuseppe e il piccolo artigiano. In ciò, ha incidentalmente ragione la Camusso, che si oppone per ragioni di sopravvivenza del centro di subpotere sindacale alla “radicalità” liberista della riforma renziana.

Renzi e i suoi pensano ai co.co.co. e co.co.pro., pensano a quelli ai quali non ha pensato nessuno in questi anni. Condannati a un precariato a cui il sindacato ha contribuito, preoccupandosi soltanto dei diritti di qualcuno e non dei diritti di tutti. Loro non vogliono il mercato del lavoro di Margaret Thatcher, ma i cittadini tutti uguali sul mercato del lavoro (nel senso prima esplicitato, però), un mercato del lavoro giusto e regole giuste, non che dividono sulla base della provenienza geografica e non regole complicate. Se poi con queste regole nuove aziende, multinazionali e non solo, verranno a investire in Italia e creeranno posti di lavoro, si potrà finalmente dare il lavoro a chi non ce l’ha. Così s’introduce il tema dei capitali stranieri che devono tornare a investire in Italia, ma che lo faranno, come sappiamo, solo se il lavoro sarà debitamente flessibilizzato, offerto a prezzi stracciati e a condizioni di semi-schiavitù. Renzi è felice, come ha dichiarato più volte, se i grandi squali “investono” in Italia, facendo lo shopping di aziende a prezzi di fine stagione, anche se poi chiudono e spostano le produzioni in estremo oriente o nell’Europa dell’est.

Ai sindacati che vogliono contestarlo (Camusso, Landini) Renzi dice: dove eravate in questi anni quando si è prodotta la più grande ingiustizia che ha l’Italia? L’ingiustizia tra chi il lavoro ce l’ha e chi non ce l’ha, tra chi ce l’ha a tempo indeterminato e chi è precario e soprattutto tra chi non può neanche pensare a costruirsi un progetto di vita, perché si è pensato soltanto a difendere le battaglie ideologiche e non i problemi concreti della gente. Sono i diritti di chi non ha diritti che ci interessano e noi li difenderemo in modo concreto e serio. Commovente. I diritti di chi non ha diritti. Una frase di sicuro effetto alla papa Francesco (non d’Assisi, ma de Xavier, gesuita). Così, per difendere gli ultimi, si abolisce la tutela dell’articolo 18 dello statuto dei lavoratori per i nuovi assunti “a tutele crescenti”, in modo tale che l’ingresso nel mondo del lavoro sia sempre e comunque precario. A questo, forse, non ci aveva pensato neppure Marco Biagi (n. 1950, giustiziato nel 2002), il giuslavorista e consigliere ministeriale da laboratorio, che ha contribuito a inoculare il virus della precarietà nella società italiana. Sulla concretezza e sulla serietà dell’impegno, trattandosi di Renzi, è lecito avanzare qualche dubbio.

Su una cosa, però, ha ragione l’imbonitore fiorentino, in polemica strumentale con la cgil: ciò che è accaduto ai lavoratori negli ultimi decenni, tutte le ingiustizie che hanno subito, portano anche la firma dei sindacati, che hanno favorito, in modo più o meno scoperto – scopertamente la cisl, più subdolamente la cgil e ancor più nascostamente la fiom – la “discesa negli inferi” neoliberista del lavoro, siglando contratti-truffa e accordi-capestro, avallando riforme antipopolari, facendo carne di porco persino dei loro iscritti.

ART. 18? OPERAI E IMPIEGATI, SE NON LO AVETE CAPITO VE LO RIPETO, NELL’EURO SIETE “MORTI CHE CAMMINANO”

ART. 18? OPERAI E IMPIEGATI, SE NON LO AVETE CAPITO VE LO RIPETO, NELL’EURO SIETE “MORTI CHE CAMMINANO”
Questa mattina voglio spargere palate di notizie meravigliose.

Partiamo dall’analisi semiseria dell’operato (altrettanto semiserio) di un governo di incompetenti e sognatori.

Il PIL del terzo trimestre forse supererà (in peggio) quello dei primi 2, forse farà -0,5, e forse la decadenza di questo ultimo periodo registrerà ulteriori grandissimi successi del SALSICCIAIO:

- crollo della produzione industriale;

- crollo senza fine dei consumi;

- caduta illimitata degli investimenti fissi lordi.

Eppure il salsicciaio, che non capisce proprio da quale parte del corpo il serpente vada preso (se per la coda o per la testa), continua a voler fare cose senza senso, tipo:

- la riforma del senato;

- la legge elettorale;

- la riforma del lavoro.

Nessuna di queste BISCHERATE porterà alcun risultato al paese e sapete perché?

Perché nel paese esistono due tipologie di aziende:

1) quelle che hanno il ciclo integrato nel paese (e non possono andarsene) o con alta tecnologia e basso impiego della manodopera (rispetto ai materiali o all’innovazione);

2) le altre.

Le prime non se ne andranno mai dal paese ma hanno talmente tanti margini che possono permettersi di pagare fior di consulenti per sfruttare le leggi europee ed eludere abilmente la tassazione dello stato.

Le seconde, e tra esse abbiamo molte imprese di eminenti esponenti del governo o di confindustria (vedi Squinzi), sono già delocalizzate da tantissimo tempo.

Queste seconde, sono quelle che ogni giorno decretano il peggioramento dei conti pubblici e degli indicatori che ci parlano dello stato della nostra economia (produzione industriale, disoccupazione, ecc. ecc).

Nonostante quel che pensa Cofferati, il quale a LA7 oggi ha detto:

“non serve la riforma del lavoro e neanche abbatterne il costo, perché le aziende assumano dobbiamo rilanciare la domanda con investimenti in infrastrutture e in ricerca e sviluppo perché le aziende”

in realtà abbiamo due problemi grossi per riportare in Italia queste aziende:

1) la Slovenia ha manodopera che costa 700 euro lordi (contro un minimo di 2.500 del nostro operaio che prende solo 1.100 euro netti il mese), la Croazia più o meno ha lo stesso costo, la Bosnia sta a 400 euro il mese, la Serbia pure, per non dire dell’Albania dove il salario medio è di 200 euro.

Con queste cifre, a parità di fatturato a fine anno, un qualunque imprenditore già con 20 dipendenti ha un miglioramento del MARGINE OPERATIVO LORDO di almeno 400.000 euro annui ed oltre…..E CHI RITORNA PIU’ IN ITALIA.

Dunque, come vediamo, l’articolo 18, averlo o non averlo, non fa 36….fa “0″, è assolutamente ininfluente (a meno che non si desideri utilizzare la sua eliminazione come strumento di marketing verso le multinazionali).

2) la tassazione, che in Italia supera abbondantemente il 20% in UK, il 18% della Slovenia o lo 0% (a determinate condizioni ) della Bosnia. Sì, 0%, ovvero ESENZIONE TOTALE PER L’AZIENDA ESTERA CHE SI TRASFERISCE in quel paese.

ADESSO VEDIAMO SE POSSIAMO FARE LE RIFORME STRUTTURALI PER FAR CRESCERE IL NOSTRO PAESE:

A – POSSO PORTARE GLI STIPENDI DA 2500 EURO LORDI A 700 LORDI ? NO, PERCHE’ NOI DOBBIAMO PAGARE LE PENSIONI (300 MILIARDI DI EURO L’ANNO) A CHI LE PERCEPISCE OGGI…..QUINDI AL MASSIMO POTREMMO OTTENERE UNA CIFRA LORDA DI 1.100 EURO IN CUI 800 SARANNO I CONTRIBUTI E 300 IL NETTO ALL’OPERAIO (DATI 22 MILIONI DI LAVORATORI OTTERREMMO ALL’INCIRCA QUANTOMENO 220 MILIARDI DI EURO…..(questo significa comunque dover sostenere un taglio delle pensioni di almeno il 25%;

A.bis – è ipotizzabile un taglio del 25% delle pensioni? Secondo me no!

B – POSSO PORTARE A ZERO LA TASSAZIONE PER LE AZIENDE DI NUOVA COSTITUZIONE O LE NUOVE MULTINAZIONALI CHE ENTRANO NEL PAESE? MA NON SE NE PARLA NEANCHE, SERVONO ALMENO 220 MILIARDI DI IRPEF E IRES E 40 DI IRAP….. ..se già taglio sui contributi di almeno 80 miliardi le tasse dirette non possono calare….ERGO DATO CHE GLI STIPENDI CALANO….LE TASSE DOVRANNO AUMENTARE PER FORZA…ANZICHE’ DIMINUIRE….

IN PRATICA, SE NON SI TORNA ALLA LIRA E (FORSE) NON SI ADOTTANO Q.E. A BASE DI PIZZA DE FANGO, VA A FINIRE CHE O MUORE LO STATO PER INERZIA, E DOPO GLI ITALIANI, O PER NON MORIRE LO STATO QUESTI TRASFORMA STIPENDIATI E SALARIATI IN CADAVERI CHE CAMMINANO!

E ora?

Ora, avendo i dipendenti pubblici e i pensionati votato PD e volendo il PD difendere i salari dal TAGLIO SUGGERITO DAL FMI, forse si riuscirà ad evitare i tagli suesposti pagando il misero prezzo dell’inutile Articolo 18!

E sapete questo cosa comporterà?

IL PARTITO DEMOCRATICO INNALZERA’ ANCORA DI PIU’ LA TASSAZIONE, INVECE DI RIDURRE IL COSTO DELLA MANODOPERA AL FINE DI FAR RIENTRARE GLI INDUSTRIALI NEL PAESE, NEL DISPERATO TENTATIVO DI TRASFORMARE 22 MILIONI DI METALMECCANICI E FALEGNAMI A DIVENTARE 22 MILIONI DI CHIMICI E MICROBIOLOGI CHE POSSANO PRODURRE AD ALTO VALORE AGGIUNTO E PAGARE QUESTE TASSE OGNI GIORNI PIU’ ELEVATE.

NEL FARE QUESTO, SI COSTRINGERANNO SEMPRE PIU’ IMPRESE E PROFESSIONISTI AD EMIGRARE DOVE TROVANO CONDIZIONI MIGLIORI.

E SE OGGI SAREBBE POSSIBILE CONTENERE LA SUESPOSTA FUORIUSCITA CON UN BUON TAGLIO AI SALARI E ALLE PENSIONI (CIRCA 30%),…… SEMPRE DI PIU’ SI AVVICINERA IL MOMENTO IN CUI CHI LAVORA E CHI VIVE DI PENSIONI SARANNO LETTERALMENTE MASSACRATI:

- DEAD 

- ON 

- ARRIVE !

Maurizio Gustinicchi



TAGLIO DELLE PENSIONI. RENZI PREPARA UNA RIFORMA “STILE FORNERO”

TAGLIO DELLE PENSIONI. RENZI PREPARA UNA RIFORMA “STILE FORNERO”
DOPO NUMEROSI AVVERTIMENTI LANCIATI DALLA TROIKA SUL TAGLIO DELLE PENSIONI, IL GOVERNO RENZI SEMBRA AVER PIEGATO LA TESTA ANCHE QUESTA VOLTA E L’ANNUNCIO ARRIVA DIRETTAMENTE DAL PRESIDENTE DELL’INPS, TITO BOERI.

“Reddito minimo per contrastare le situazioni di povertà” e “forme di flessibilità” sull’età di uscita anticipata dal lavoro, con pensioni proporzionalmente più leggere. Sono le due proposte lanciate dal neopresidente dell’ Inps, Tito Boeri, in un’intervista che apre oggi la prima pagina del Corriere della Sera. Due idee da accompagnare al taglio delle direzioni centrali, “che sono troppe, una cinquantina”, al cambio di governance dell’ Istituto, con un cda di tre membri e un Civ (consiglio di indirizzo e vigilanza) più “snello” e senza “funzioni di cogestione”, e a un’operazione trasparenza, con un ‘pin’ di accesso al proprio conto sul sito dell’Inps in modo che tutti possano conoscere la propria situazione: nel 2015 sarà una “possibilità” per tutti i dipendenti privati e nel 2016 per i parasubordinati. Il neopresidente assicura che non c’è da preoccuparsi per il deficit da 6,7 miliardi ‘ereditato’ dall’Inpdap: “Lo squilibrio verrà gradualmente riassorbito”.(ma come accadrà non lo spiega)

A suo giudizio è da avviare una riflessione sulle spese assistenziali, “per affrontare l’aumento della povertà che, in questi anni di crisi, ha colpito di più le fasce d’età prima del pensionamento”. “Bisognerebbe insomma spendere meglio le risorse pubbliche – prosegue – prevedendo per esempio un reddito minimo per contrastare le situazioni di povertà, finanziato dalla fiscalità generale. Poi, dal lato della previdenza, è chiaro che, usando il calcolo contributivo, si potrebbero introdurre forme di flessibilità”. “Ma prima – precisa – bisogna convincere la Commissione europea perchè purtroppo i conti pubblici vengono considerati nella loro dimensione annuale anzichè sul medio-lungo periodo”.

All’intervista, fa seguito la dichiarazione – evidentemente coordinata – del ministro del Lavoro Poletti: “Il tema degli interventi sulla riforma Fornero delle pensioni – ha dichiarato stamattina – è all’ordine del giorno e il punto di riflessione coinciderà con la prossima legge di stabilità. La flessibilità in uscita a fronte di un assegno più basso è una delle opzioni”. Come dire: invece della legge Fornero, che costringe a lavorare fino a ben oltre i 65 anni, cacciamo a casa tutti magari a 60 ma con la pensione ridotta a un pugno di monetine.

La risposta della CGIL non s’è fatta attendere: “La Cgil chiede al Governo di aprire al più presto un tavolo ‘per cambiare radicalmente la legge Fornero, ma l’introduzione della flessibilità deve avvenire senza penalizzazioni quindi senza nuovi tagli agli assegni previdenziali. L’esigenza di flessibilità è ormai ineludibile – dice il segretario confederale Vera Lamonica – ma deve significare la modifica dei requisiti di accesso e quindi l’abbassamento delle soglie di età in cui è possibile andare in pensione, poiché quelle attualmente previste sono palesemente insostenibili. Non può trattarsi di un ulteriore taglio alla consistenza degli assegni, e quindi di un’operazione pagata interamente dai lavoratori, ma di una riconsiderazione dell’impianto rigido e punitivo della legge, anche alla luce della irriducibile diversità dei lavori cui questa, invece, si applica in modo uniforme”.

In pratica, il governo Renzi in tema pensioni – e non solo – mette in atto il famigerato “sistema Juncker”: manda avanti figure di secondo piano a buttare “la bomba”, poi se non ci sono reazioni significative, mette in atto i suoi propositi, per nefasti che siano. Stavolta, però, la strada è in salita. Con le pensioni non si scherza. Se il governo pensa di attuare un’altra porcata stile Fornero, Renzi può già ora dire addio a Palazzo Chigi.

Fonte: nord.it

Trattati UE Incostituzionali: Renzi, Alfano E Mogherini A Processo In Corte Costituzionale

In data odierna gli Avv.ti Laura Muzio, Gabriela Musu e Marco Mori hanno dato il via alla prima causa volta a portare le illegittime cessioni di sovranità compiute con in Trattati UE innanzi alla Corte Costituzionale, la prima udienza è fissata per il 30 gennaio 2015. I legali auspicano che la loro azione azione avrà un effetto emulativoconsentendo di aumentare le possibilità di vincere questa battaglia, “l’unica che può salvare ancora il paese”.
L’atto è sintetico, come si conviene ad un atto di citazione, posto che gli opportuni approfondimenti avverranno nelle successive fasi processuali su cui vi terremo aggiornati:

* * * *
TRIBUNALE CIVILE DI GENOVA
ATTO DI CITAZIONE
Nell’interesse dell’Avv. Laura Muzio (C.F.: MZU LRA 79E44 C621P), nata a Chiavari (GE) il 4.05.1979 e residente in Lavagna (GE) che ai fini del presente atto, si difende in proprio ai sensi dell’art. 86 c.p.c. oltre che, giusto mandato a margine, per mezzo della rappresentanza e della difesa anche ad essa disgiunta dell’Avv. Gabriela Musu (C.F.: MSU GRL 74L41 D969B – Pec: studiolegalegabrielamusu@pec.it) e, sempre in via anche disgiunta, dell’Avv. Marco Mori (C.F.: MRO MRC 78P29 H183L – Tel e Fax: 0185.23122 – Pec: studiolegalemarcomori@pec.it) presso il cui studio e la cui persona sito in Rapallo, C.so Goffredo Mameli 98/4, elegge domicilio
PREMESSO CHE
L’art. 1 Cost. recita: “l’Italia è un Repubblica democratica fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”;
Suddetti limiti sono disciplinati nell’art. 11 Cost. il quale testualmente dispone: “L’Italia (omissis…) consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo”;
Le cessioni tout court di sovranità sono invece palesemente illegittime sotto il profilo Costituzionale trovando addirittura, nei casi più gravi, tutela in ambito penale sotto la rubrica “Dei delitti contro la personalità dello Stato” ex art. 241 e ss c.p. Altrettanto illegittime sono anche le semplici limitazioni di sovranità allorquando compiute in assenza di condizioni di parità tra le nazioni e per fini che nulla rilevano circa il raggiungimento della pace e della giustizia tra i popoli;
Occorre sin d’ora rimarcare che i principi fondamentali della nostra Costituzione ed i diritti inviolabili della persona non sono emendabili o tanto meno comprimibili attraverso un“vincolo esterno”, anche se proveniente dall’UE. Tra detti principi non emendabili vi è certamente compreso anche il divieto assoluto di cessione della sovranità nazionale;
Nonostante ciò il nostro paese è stato spogliato della sovranità monetaria ed economica, in tali campi non ha più alcuna voce in capitolo proprio in forza del “vincolo esterno” imposto con l’illegittima ratifica del Trattato di Maastricht, di quello di Lisbona e del Trattato sulla stabilità, sul coordinamento e sulla governance nell’Unione economica e monetaria, meglio conosciuto come Fiscal Compact;
La Corte Costituzionale con sentenza n. 284/2007 ha già avuto modo di affrontare elegantemente il tema così motivando: “Ora, nel sistema dei rapporti tra ordinamento interno e ordinamento comunitario, quale risulta dalla giurisprudenza di questa Corte, consolidatasi, in forza dell’art. 11 della Costituzione soprattutto a partire dalla sentenza n. 170 del 1984, le norme comunitarie provviste di efficacia diretta precludono al giudice comune l’applicazione di contrastanti disposizioni del diritto interno quando egli non abbia dubbi – come si è verificato nella fattispecie – in ordine all’esistenza del conflitto. La non applicazione deve essere evitata solo quando venga in rilievo il limite, sindacabile unicamente da questa Corte, del rispetto dei principi fondamentali dell’ordinamento costituzionale e dei diritti inalienabili della persona (da ultimo con ordinanza n. 454/2006”. In claris non fit interpretatio.
Con la perdita delle prerogative sovrane in materia monetaria ed economica è divenuto impossibile per lo Stato anche promuovere la piena attuazione di tutti i diritti fondamentali riconosciuti. Con la cessione della sovranità nazionale è la stessa Costituzione a diventare lettera morta;
La fondazione della Repubblica sul lavoro non è affatto una mera affermazione apodittica ma costituisce un preciso impegno, ormai inattuabile, che viene ulteriormente imposto dall’art. 4 Cost.“La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto” e specificato nelle sue modalità concrete anche nel titolo III della Costituzione (“Rapporti economici” Artt. 36 e ss. Cost.) dove viene codificato un modello economico di matrice chiaramente keynesiana. Ed ancora l’art. 3 Cost., nel sancire il fondamentale principio di eguaglianza, impone alla Repubblica un obbligo preciso ed ormai impossibile da attuare in forza delle cessioni di sovranità compiute ovvero “E’ compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del paese”;
L’esponente dunque ritiene, quale membro del popolo italiano, di aver subito la radicale cancellazione del diritto costituzionalmente tutelato della “sovranità”, diritto che ovviamente viene esercitato nelle forme e nei limiti costituzionalmente imposti. Diritto necessariamente plurisoggettivo, dunque interessa ogni cittadino italiano sul lato attivo, che avrebbe dovuto essere esplicato pienamente per tramite il voto eguale, libero e personale. Ciascuno dei soggetti titolari di tale diritto è ovviamente legittimato a richiederne la piena tutela giuridica e certamente è legittimato a chiedere l’accertamento puro di tale lesione;
Va sin d’ora rimarcato che la lesione del diritto di voto, strumento naturale con cui si esplica la sovranità popolare, è stata già accertata con due sentenze. Nello specifico la legge elettorale n. 270/2005 è stata dichiarata illegittima dalla Corte Costituzionale con sentenza n. 1/2014, che ivi deve intendersi integralmente richiamata e trascritta (Doc. 1);
La Cassazione con sentenza n. 8878/14 (Doc. 2), successiva proprio alla pronuncia della Corte Costituzionale, ha potuto accertare che la declaratoria d’incostituzionalità non ha fatto venir meno il diritto per ogni cittadino di far accertare la lesione del proprio diritto di voto, con la conseguente piena legittimità per l’attrice di promuovere anche il presente giudizio. Infatti è indubbio che la lesione del diritto di voto ha riflesso immediato e diretto anche sulla compressione della sovranità, punto sul quale l’esponente ha interesse ad un pieno accertamento. Precisamente se si perde la sovranità in determinate materie diventa assolutamente superfluo anche poter esercitare il diritto di voto secondo modalità legittime;
La sovranità infatti non è stata cancellata in forza della sola compressione del diritto di voto ma anche, ed ancor più significativamente, dal citato vincolo esterno costituito dai Trattati UE che hanno, tra l’altro, determinato la cessione della sovranità in materia di politiche economiche e monetarie, ciò fin dal 1992. Anche l’accertamento di tale lesione che ad oggi si continua a perpetrare è nel pieno interesse dell’esponente, accertamento che passa necessariamente per il vaglio della legittimità costituzionale delle leggi di autorizzazione alla ratifica dei Trattati internazionali che hanno, pezzo dopo pezzo, ceduto la sovranità nazionale. Dette leggi di autorizzazione alla ratifica sono manifestamente incostituzionali per chiaro contrasto con i principi fondamentali dell’ordinamento Repubblicano e con il modello economico keynesiano, intelligentemente imposto nella parte economica della nostra Costituzione;
Fin dal Trattato di Maastricht ratificato con Legge n. 454/1992 e la conseguente nascita della moneta unica denominata Euro, il nostro paese ha pacificamente ceduto la sovranità monetaria. Tale aspetto è già da solo sufficiente a rendere palese la violazione dei diritti dell’esponente che non ha alcuna possibilità di influire con il proprio voto eguale, libero e personale su siffatta prerogativa riservata al popolo: “La Repubblica disciplina, coordina e controlla il credito” Art. 47 Cost.
Oggi la sovranità monetaria è di esclusiva competenza del SEBC, il sistema delle Banche Centrali Europee. BCE., la Banca Centrale Europea, con assoluta indipendenza, decide le politiche monetarie emettendo, in esclusivo favore delle sole banche commerciali e dunque agendo in plateale conflitto d’interesse, la liquidità sovranamente determinata al tasso d’interesse sempre da essa sovranamente stabilito. BCE altresì non ha funzione di prestatrice di ultima istanza per le nazioni ne tanto meno ha alcun obbligo in merito all’acquisto dei titoli di Stato emessi dalle nazioni per finanziarsi. Anzi vige sul punto un espresso divieto, potendo BCE acquistare titoli a tasso maggiore di quello ufficiale di sconto, unicamente sul cd. mercato secondario (art. 123 TFUE – versione consolidata). BCE non può concedere alcun tipo di credito agli Stati dai quali non può ricevere neppure meri consigli;
Una nazione che vuole finanziare le proprie politiche pertanto, non potendo emettere moneta, deve necessariamente prendere il denaro in prestito attraverso i mercati finanziari. Questo obbligo di condotta non garantisce allo Stato la possibilità di agire in autonomia per gli scopi previsti nei principi fondamentali della carta costituzionale tra cui la tutela del diritto al lavoro, ovvero il diritto posto a fondamento della Repubblica. Ovviamente tale cessione priva qualsivoglia cittadino della possibilità di partecipare sovranamente, per mezzo il diritto di voto, alla determinazione della politica monetaria nazionale che ad oggi resta, a prescindere dai risultati elettorali, di competenza esclusiva di soggetti terzi estranei all’ordinamento italiano e ciò in clamorosa violazione dell’art. 1 Cost.
Nell’ambito dell’assemblea costituente (i cui lavori verranno abbondantemente trattati nelle memorie ex art. 183 VI c.p.c.) infatti non vi era alcun dubbio che l’unico ordinamento per il quale si ipotizzavano limitazioni di sovranità (ma giammai cessioni a terzi!) era quello volto a ripudiare la guerra come strumento di risoluzione delle controversie, nulla a che vedere con i vincoli di politica monetaria dunque;
La medesima situazione, ovvero quella di una illegale cessione di sovranità, si è verificata in materia di politica economica laddove i Trattati, ed i successivi regolamenti emanati in loro attuazione, hanno imposto agli Stati limiti all’indebitamento annuo ed a quello complessivo in rapporto al PIL (art. 119 e ss. TFUE – versione consolidata e protocollo n. 12). Addirittura con l’approvazione del Trattato sulla stabilità, sul coordinamento e sulla governance nell’Unione economica e monetaria si è andati oltre al parametro del Protocollo n. 12 allegato al Trattato di Lisbona arrivando a fissare il limite di deficit annuo nella misura dello 0,5% del P.I.L. Rammentiamo che tale vincolo all’indebitamento comprende anche gli interessi passivi del debito con la conseguenza che lo Stato, ogni anno, è costretto a tassare più di quanto spende così impoverendo matematicamente i propri cittadini e perdendo ogni prerogativa sovrana. Se la moneta è insufficiente le insolvenze non possono che moltiplicarsi ed i debiti non possono che essere solo parzialmente ripagati in beni reali, ormai svalutati dalla conseguente deflazione indotta da tali politiche palesemente illecite. Dunque non solo l’Italia non può emettere moneta ma non può averne neppure in prestito più di quanto previsto dai Trattati, neppure emettendo obbligazioni. La conseguenza ovvia di tutto ciò è l’aumento della disoccupazione e la deflazione dei prezzi, fatti che si sono puntualmente verificati;
La cessione di sovranità in materia economica comporta l’impossibilità per lo Stato di perseguire gli interessi di cui ai principi fondamentali ledendo così gli stessi diritti inviolabili dell’uomo, la nazione non può governare direttamente l’inflazione ed in definitiva risulta impossibilitata a raggiungere il suo scopo principale: la piena occupazione. Trattasi della trappola perfetta per la personalità giuridica di uno Stato che viene così platealmente disattivato in ogni sua prerogativa sovrana che, in definitiva, viene sottratta ai cittadini stessi;
L’incostituzionalità dei Trattati non trova dunque la sua fonte unicamente nel fatto che sono avvenute conclamate cessioni di sovranità e lesioni dell’indipendenza nazionale, ma anche nella citata circostanza che la perdita della stessa incide in maniera determinante e consequenziale su ogni altro diritto fondamentale portando addirittura i diritti inviolabili dell’uomo verso una lenta ma inesorabile disattivazione. Si arriverà, per fare un esempio già drammaticamente reale, a non poter assistere un malato ovvero un disabile per mancanza di possibilità di prerogative sovrane che consentano di fare deficit o anche la sola semplice emissione di moneta a tale fine;
Lo stesso inserimento del pareggio in bilancio in Costituzione avvenuto nel 2012 con la modifica dell’art. 81 Cost. è la piena prova che non siamo più un paese sovrano. Addirittura con tale modifica, imposta dall’UE, si è riusciti ad introdurre una manifesta contrarietà ai principi fondamentali all’interno della stessa costituzione, fatto mai accaduto prima. L’art. 81 Cost. è norma palesemente incompatibile con i principi fondamentali e pertanto non potrà che essere considerata a sua volta illegittima;
Infine per mero tuziorismo difensivo, benché la differenza tra limitare e cedere sia lapalissiana è comunque utile ricordare che cedere significa “trasferire a qualcuno” mentre limitare significa“circoscrivere uno spazio, ridurre”.
Dunque, per fare un esempio giuridico, abolire le dogane in accordo con gli altri Stati aderenti ad un trattato di libero scambio è certamente una mera limitazione della sovranità compiuta in condizioni di parità (forse anche idonea a favorire la pace e la giustizia tra i popoli). Al contrario, rimanendo ad un esempio analogo, attribuire il controllo delle dogane ad un ordinamento straniero costituirebbe pacificamente una cessione di sovranità in quanto una prerogativa sovrana non sarebbe meramente limitata ma trasferita permanentemente ad un soggetto diverso dallo Stato italiano e dunque sottratta al popolo. Ecco perché se economia e moneta, nonché la relativa legislazione, vengono attribuite definitivamente alle decisioni sovrane di UE o BCE non può che parlarsi di cessione e dunque di atto pacificamente illecito ex artt. 1 e 11 Cost. e probabilmente illecito anche sotto il profilo penale;
Peraltro le politiche UE sono scientemente rivolte a cagionare una violenta crisi economica al fine di ottenere dagli stati ulteriori cessioni di sovranità, fatto di cui si darà compiuta prova nel corso del presente giudizio, prova assai facile data la moltitudine di dichiarazioni confessorie compiute dai “nostri (?)” esponenti politici, in particolare dallo sciagurato avvento di Mario Monti in poi;
Nel caso di specie sono dunque in gioco diritti costituzionalmente tutelati, diritti cancellati da un palese illecito civile e forse anche penale. Trattasi pertanto di un’evidente responsabilità ex art. 2043 c.c. fondata su solide basi normative. Come noto il Ministro proponente leggi assume la responsabilità giuridica dei propri atti ai sensi e per gli effetti dell’art. 89 Cost. Inoltre gli atti che hanno valore legislativo sono controfirmati anche dal Presidente del Consiglio dei Ministri che ne è direttamente responsabile;
Pare quasi superfluo sottolineare che il Presidente del Consiglio dei Ministri ed i Ministri stessi, prima di assumere le funzioni, prestano giuramento nelle mani del Presidente della Repubblica con la seguente formula: “Giuro di essere fedele alla Repubblica, di osservarne lealmente la Costituzione e le leggi e di esercitare le mie funzioni nell’interesse esclusivo della nazione” e ciò ai sensi dell’art. 1 Legge n. 400/1988”;
Conseguentemente o si ritiene tale giuramento un inutile orpello formale oppure si deve ammettere che allo stesso conseguano precise responsabilità giuridiche, la cui violazione è fonte di responsabilità. La sottoscrizione di una legge incostituzionale, come avvenuto nel caso della legge elettorale, da parte del Ministro proponente e da parte del Presidente del Consiglio dei Ministri, nonché la sottoscrizione delle leggi di autorizzazione alla ratifica dei Trattati internazionali in violazione degli artt. 1 ed 11 Cost. (In questo caso con riferimento al Ministro degli Esteri ed al Presidente del Consiglio) costituiscono fatto illecito ex art. 2043 c.c.;
Il danno non patrimoniale è risarcibile laddove si è in presenza della lesione di un bene inviolabile previsto e protetto da una norma di rango costituzionale. Innegabile che la lesione del diritto plurisoggettivo alla sovranità esercitabile per tramite del diritto di voto abbia determinato in ogni cittadino un nocumento di natura morale economicamente apprezzabile, seppur oggettivamente di difficile quantificazione, come sempre nei casi di risarcimento del danno non patrimoniale relativo ad un bene immateriale, di cui è piena la casistica giurisprudenziale.
Tutto quanto premesso, l’Avv. Laura Muzio, ut supra rappresentata, domiciliata e difesa
CITA
La Presidenza del Consiglio dei Ministri in persona del Presidente protempore Matteo Renzi, ilMinistero dell’Interno in persona del Ministro protempore Angelino Alfano, il Ministero degli Esteri in persona del Ministro protempore Federica Mogherini tutti presso l’Avvocatura Distrettuale dello Stato corrente in Genova, Viale Brigate Partigiane n. 2 a comparire nanti il Tribunale Civile di Genova, per l’udienza del 30 gennaio 2015, ore e luoghi di rito, invitando espressamente i convenuti a costituirsi in giudizio ai sensi e nelle forme dell’art. 166 c.p.c. con avvertimento che la tardiva costituzione implica le decadenze di cui agli artt. 38 e 167 c.p.c., con riguardo ad eventuali domande riconvenzionali e chiamate di terzo. Con avvertimento che in difetto di costituzione si procederà in sua legittima declarandacontumacia, per ivi sentire accogliere le seguenti
CONCLUSIONI
Piaccia all’Ill.mo Tribunale adito, contrariis reiectis, per le causali di cui in narrativa, accertare che l’esponente non ha potuto esercitare, per i motivi tutti di cui in narrativa, il diritto plurisoggettivo della sovranità conformemente al combinato disposto degli artt. 1 e 11 Cost. e conseguentemente condannare, eventualmente anche in solido tra loro, la Presidenza del Consiglio dei Ministri in persona del presidente protempore, il Ministero dell’Interno in persona del Ministro protempore, il Ministero degli Esteri tutti presso l’Avvocatura Generale dello Stato corrente in Genova, Viale Brigate Partigiane n. 2 a risarcire il danno non patrimoniale conseguente alla lesione del diritto plurisoggettivo della sovranità esercitato per il tramite il diritto di voto e ciò in forza delle norme di rango costituzionale citate ed ai sensi e per gli effetti del combinato disposto degli artt. 89 cost., 2043 c.c., 1 L. n. 400/1988 ovvero per le altre norme meglio viste e ritenute tra cui anche gli artt. 241 e ss. c.p., con quantificazione in via anche equitativa o nella misura che sarà determinata in corso di causa secondo il prudente apprezzamento del Giudicante ed in ogni caso non superiore alla somma di € 5.100,00.
In ogni caso con vittoria di spese e competenze professionali.
Con ogni più ampia riserva di ulteriormente dedurre e produrre nei termini concedendi.
Ai sensi dell’art. 9 comma 5 L.466/88 si dichiara che il valore della causa è compreso è pari ad € 5.100,00 pertanto il contributo unificato da versare è pari ad € 98,00.
Ai sensi e per gli effetti di legge, il sottoscritto procuratore dichiara di volere ricevere le comunicazioni relative alla presente procedura al seguente numero di fax 0185.231221.

Si producono i seguenti documenti:

Doc 1) Copia certificato elettorale;
Doc 2) Sentenza Corte Cost. 1/2014;
Doc. 3) Sentenza Cass. n. 8878/14;
Doc. 4) Certificato elettorale.

Con osservanza.

Rapallo, 25 settembre 2014

Avv. Laura Muzio
Avv. Marco Mori
Avv. Gabriela Musu

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