18 luglio 2015

Dimenticare di essere nati liberi

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Dimenticare di essere nati liberi!

Il neonato viene subito introdotto nel circuito del sistema per farne di lui un adattato sociale, un normalizzato, un autoritario, un richiedente istruzioni e assistenza. Prima si adegua ai codici coercitivi di questa società mercantile, meglio è. Ma fino a una certa età possiamo ancora vedere il bambino che, di fronte alla minaccia del genitore ‘o fai come dico io, o ti punisco’ (spesso non esiste neppure la minaccia, si passa alle vie di fatto) reagisce facendo il muso lungo, piangendo, recalcitrando, e soprattutto chiedendosi intimamente perché mai dovrebbe fare una cosa che ritiene ingiusta. Bisogna intendersi subito sul diritto-dovere dei genitori di intervenire arbitrariamente sui figli, e lo farò con Marcello Bernardi che così dice:‘le limitazioni alla libertà di un bambino sono giustificate solo quando sono indispensabili per la difesa della sua persona. Altrimenti sono dei veri e propri attentati alla sua persona’.Questo tipo di umana reazione del bambino, che vorrebbe solo difendere i suoi diritti e la sua unicità, svanisce per effetto dell’educazione omologante e si fa largo un altro tipo di modello mentale e di comportamento, quello dell’adattato, del richiedente istruzioni. Il bambino imparerà col tempo a distogliere l’attenzione dall’ingiustizia della richiesta o della minaccia in sé, e si concentrerà invece sul come eseguire bene l’ordine senza così avere conseguenze punitive, come prescritto. Imparerà quindi che l’ordine in sé, accompagnato dalla punizione oppure dal premio nella versione adulatoria e subdola della richiesta, non deve essere messo in discussione, perché si tratta di normalità. ‘Insomma, se lo fanno tutti, tu non fare il sovversivo’! Il bambino crederà che tutto nell’universo funzioni in questo modo, che non vi possono essere alterantive, e chi le propone è un sovversivo, un pazzo, un sognatore, un animale… Per inciso, chi ha mai letto Flatlandia?




L’unico problema del bambino sulla via dell’adattamento, appena introdotto nel circuito della produzione, è intanto quello di cercare le soluzioni più efficaci per non finire in punizione, ma al contempo per soddisfare i suoi bisogni. E’ ancora un umano, ma in pieno conflitto con qualcosa che lo soffoca in quanto tale, e che gli fa intraprendere percorsi dolorosi, non voluti, già alienanti. La bugia detta ai genitori è quasi sempre una di queste soluzioni, che è sostanzialmente un inganno (il bambino lo sa, ne soffre, ma ancora in lui è più forte l’istinto di conservazione della propria libertà) che gli serve a conciliare, là dove è possibile, il proprio diritto a non eseguire un ordine, che ritiene ingiusto, con il volere dei genitori, cioè dell’autorità, della legge calata dall’alto. E’ chiaro che l’ingenuità dei bambini è tale per cui la loro autodifesa per mezzo della bugia si rivela a volte comica (‘non sono stato io a far cadere il vaso’, quando in casa c’era solo lui), ma col passare del tempo egli imparerà ad affinare la tecnica ingannatoria, e non soltanto nei confronti dei genitori o delle autorità a lui più prossime, maestri e professori in testa. Imparerà quindi anche ad accusare gli altri (se in casa con lui c’era il cane o il fratellino, incolperà il cane o il fratellino) e a ricattare a sua volta (‘se lo dici alla mamma ti faccio i dispetti’).




Ma quando per varie ragioni non è più la bugia ad essere una soluzione, ma è invece il codice di legge ad essere considerato tale (e lo diventerà presto, in barba al buon senso sbandierato ovunque), allora la faccenda è più grave, poiché la persona già adattata, cioè quella che non ha più neppure la vaga idea dell’ingiustizia insita nell’ordine in sé, nella minaccia, nel ricatto, ma anzi lo perpetua con gli altri, sugli altri, eseguirà l’ordine soltanto‘perché lo dice la legge’, e lo eseguirà acriticamente nelle forme e nei modi dettati dal sistema padronale, dall’istituzione. Come prescritto. L’umano bambino di prima è finalmente sconfitto, e con lui la sua libertà. Se prima il bambino in via di adattamento cercava ancora i modi meno dolorosi per non eseguire gli ordini (o per eseguirli con un minimo di salvaguardia della propria libertà), ora l’adulto perfettamente adattato trova immediatamente i modi per eseguirli, e li trova già confezionati: di ciò ne è felice, perché il sistema gli fornisce i pre-testi e le scusanti specifiche. Siamo arrivati a un punto della cosiddetta èra civile dove l’adulto, se non trova norme calate dall’alto per un problema che potrebbe risolvere da solo, le richiede a gran voce. In poche parole richiede governi, ordini, punizioni, e ‘giustificazioni’ preconfezionate. Non a caso, quando si parla di certi argomenti con un adulto normalizzato, le sue frasi sono spesso codificate, stereotipate, gonfie di retorica e di pregiudizi. Tutto acquisito culturalmente. Se i fatti smentiscono la retorica -come avviene- l’adattato si arrabbia, non con se stesso, ma con chi gli dimostra che la sua retorica non regge di fronte ai fatti.




Ci ricordiamo a questo punto dell’intima domanda del bambino non ancora adattato?‘Perché mai dovrei fare una cosa che ritengo ingiusta’? Nell’adulto adattato, nel bravo cittadino ligio al dovere e ‘onesto’, nella persona educata e per bene, quella domanda è ormai un’ombra remotissima, una questione che i figli devono imparare a soffocare e presto. Quella domanda si trasforma invece e di fatto in un imperativo che l’adulto ben educato rivolge a se stesso: ‘devo fare così perché lo dice la legge, e se non lo faccio nei modi e nei tempi stabiliti mi puniscono; io lo posso anche trovare ingiusto, ma la legge è legge’. 


Tutto questo aderisce al modello generale imposto, al modus perpetuandi di questa società, laddove non ci si chiede più, ad esempio, se sia necessaria la scuola tradizionale (specie se obbligatoria), dati i suoi tragici effetti visibili ovunque, quanto invece se sia prudente disertarla, data la punizione prevista dalla legge. Ogni questione calata dall’alto, in questa società, si sposta dalla sua vera sostanza alle conseguenze previste in caso di disobbedienza. 

Non si affronta neppure la questione se sia umano un popolo governato attraverso la paura, perché ormai è tutto così orribilmente normale e consolidato.

Qualcuno si chiedeva come mai i popoli obbediscono all’autorità costituita anche quando obbedire significa andare contro i propri interessi. Prodigi dell’educazione.

E in Grecia spunta la prima città senza euro: la storia di Volos

E in Grecia spunta la prima città senza euro: la storia di Volos

Nella città di Volos la Grexit è diventata realtà e non si utilizza più l’Euro ma una moneta parallela che sta dando ottimi frutti: ecco la storia di resistenza e felicità di Volos, come racconta Libero.

In Grecia c’è già chi prova a vivere senza euro, ma con una propria moneta. Da ben prima che il falco tedesco Wolfang Schaeuble ipotizzasse una Grexit temporanea, con ritorno alla Dracma, nella città di Volos si usava il Tem, una moneta parallela all’euro.
140 mila abitanti circa, a nord-est di Atene nella Tessaglia, Volos è la prima città della Grecia che prova a sfruttare il meccanismo di una moneta nata sul web, non ancora stampata, ma che aiuta a far girare l’economia interna.

All’inizio sono stati in 50 ad iscriversi sul sito dell’ingegnere informatico Christos Papaioannou, a ognuno è stato rilasciato un credito di 300 Pcs.

Oggi sono in 800 tra commercianti e cittadini che fanno scambi e vendono prodotti e servizi.

I promotori, scrive Il Giornale, chiariscono che non si tratta di una vera e propria moneta, ma giocando sulle parole la chiamano unità di scambio che un gruppo di persone usa tra loro. Lo scopo è permettere ai commercianti di svuotare i magazzini pieni di merce invenduta e ai cittadini rimasti senza euro contante di acquistare beni di prima necessità.

Il Tem gode del suo valore solo all’interno della rete degli iscritti. Tutto quello che è fuori deve essere ancora pagato con l’euro, dagli affitti al carburante passando per le bollette delle utenze domestiche.

Chi è riuscito a guadagnarci, ad esempio, è stato un gruppo di coltivatori che ha scelto di smaltire la propria produzione nel solo mercato interno cittadino: usando il Tem come valuta sono riusciti a vendere frutta e verdura a prezzi vantaggiosi.

LA BULGARIA RIBADISCE IL NO ALL’EURO: ”SOLO COSTI E NESSUN BENEFICIO, ED E’ UNA VALUTA RISCHIOSA, GUARDATE LA GRECIA”

LA BULGARIA RIBADISCE IL NO ALL’EURO: ”SOLO COSTI E NESSUN BENEFICIO, ED E’ UNA VALUTA RISCHIOSA, GUARDATE LA GRECIA”
- di Giuseppe De Santis –

LONDRA – Se c’e’ una cosa che la crisi greca ha insegnato e’ che l’euro e’ un progetto fallimentare e chi ne e’ fuori farebbe meglio a starne alla larga il piu’ lontano possibile. L’ultimo in ordine di tempo ad affermarlo è niente di meno che il Fondo Monetario Internazionale, come riferisce il New York Times, che però in Italia – stranamente – non viene… tradotto.

In ogni caso, a proposito della sfiducia e della negatività che emana l’euro, e’ importante notare come il governo della Bulgaria non abbia la ben che minima intenzione di entrare a far parte della moneta unica, una posizione che e’ condivisa da quasi tutti i paesi dell’est europeo. Ne sono fuori e fuori vogliono rimanerne.

A mettere nero su bianco questo euroscetticismo della Bulgaria – che è bene sapere è in condizioni economiche difficili con molta povertà – e’ stato il ministro del lavoro e delle politiche sociali Ivaylo Kalfin il quale ha dichiarato che la moneta unica europea creerebbe enormi problemi alla Bulgaria visto che la sua economia non e’ ricca come quella di altri paesi europei. La Grecia insegna, quindi.

“Riguardo l’entrata nell’euro, vediamo solo costi e nessun beneficio. Per noi, entrare rappresenterebbe un rischio”. Secondo il ministro, l’entrata nell’euro comporterebbe l’adeguarsi alle politiche scelte dalle istituzioni europee, incapaci di gestire la crisi attuale. Inoltre, anche l’opinione pubblica non è d’accordo ad un’entrata nell’euro. Un “no” all’euro, sia dal Governo che dal popolo.

Ovviamente Kalfin ha ragione da vendere e semmai la vera sorpresa e’ che ci siano ancora politici che si ostinano a dire che l’euro e’ stato un enorme successo, ma questo e’ quello che succede quando al governo ci sono i servi dei poteri forti.

Ebreo salvato dai cristiani durante il Nazismo, ora aiuta i perseguitati dall’Isis

Ebreo salvato dai cristiani durante il Nazismo, ora aiuta i perseguitati dall’Isis
Lord Weidenfeld deve la vita ai Cristiani che lo hanno ospitato e aiutato a fuggire dall’occupazione nazista nella sua Austria più di 70 anni fa. Ora, a 95, l’uomo sta in qualche modo ripagando il suo ‘debito’, aiutando rifugiati cristiani a fuggire ISIS. Weidenfeld era solo un adolescente quando fu costretto a lasciare la sua casa proprio prima dell’inizio della Seconda Guerra Mondiale. Fuggì in Gran Bretagna, dove alcune persone gli diedero dei vestiti e del cibo, fino a quando non è stato in grado di provvedere a sé stesso da solo. Quando un anno fa il Califfato ha fatto la sua prepotente comparsa in Medio Oriente, Weidenfeld ha sentito il bisogno di intervenire.

In un’intervista al Times, ha detto: “Avevo un debito da ripagare. Negli anni della guerra, i quaccheri e persone di altre confessioni cristiane portano i bambini in Inghilterra. Noi ebrei dovrebbero essere grati e fare qualcosa per i cristiani che ora vogliono sfuggire all’Isis”. L’uomo recentemente ha fondato il Weidenfeld Safe Havens Fund, che aiuta i cristiani a fuggire dalla Siria e fornisce loro posti sicuri in cui soggiornare. Finora, l’organizzazione afferma di aver salvato più di 150 persone dalle zone di guerre. Il progetto ha ricevuto critiche da alcuni perché esclude apertamente altre religioni, in particolare l’Islam. Weidenfeld si limita a replicare così: “Non posso salvare il mondo”.

Fidel nell’85: «Il debito estero è un meccanismo di estorsione»

Fidel nell’85: «Il debito estero è un meccanismo di estorsione»
Nel 1985 il Comandante della Rivoluzione Cubana, Fidel Castro, affermava che se i governi non avessero agito in maniera congiunta, attaccando il problema alla radice, il debito estero che le nazioni latinoamericane avevano contratto con gli istituti finanziari nordamericani, si sarebbe convertito in un’ipoteca eterna, insostenibile e impagabile.

«Noi diciamo: è impagabile. Non può essere pagato per ragioni matematiche, economiche. Noi diciamo anche: è impossibile politicamente. I governi non sono nelle condizioni, in nessun paese dell’America Latina, di applicare queste misure (dall’alto costo sociale) del Fondo Monetario Internazionale», queste le parole pronunciate da Fidel Castro in occasione dell’incontro sul debito estero dell’America Latina e dei Caraibi, che ebbe luogo il 5 agosto del 1985 a L’Avana.

Il Comandante cubano definì il debito estero un cancro «che si moltiplica, invade l’organismo e lo uccide; che richiede un’operazione chirurgica».

«L’imperialismo ha creato questa malattia, l’imperialismo ha creato questo cancro che dev’essere estirpato chirurgicamente, totalmente. Non vedo altra soluzione», spiegò nel suo discorso.

Per Castro la soluzione a questo male non risiede solo nell’abolizione o nella cancellazione del debito, ma necessita dell’unione dei popoli in via di sviluppo, per poter far fronte all’imperialismo e ai suoi intenti di dominio e sfruttamento.

«Noi proponiamo due cose correlate: l’abolizione del debito e la creazione di un Nuovo Ordine Economico Internazionale».


«È importante essere consapevoli – ha poi spiegato Fidel – che questa non è una lotta solo dell’America Latina, ma di tutto il Terzo Mondo. Abbiamo gli stessi problemi, ma l’America Latina può guidare questa lotta. Perché ha sviluppo sociale, più sviluppo politico; una migliore struttura sociale, milioni di intellettuali, professionisti, decine di milioni di operai, contadini, un alto livello di preparazione politica».

Trent’anni dopo questo discorso, l’America Latina e i Caraibi hanno unito i loro sforzi per promuovere l’unione tra i popoli, e possono fare affidamento su meccanismi d’integrazione e cooperazione, come l’Unione delle Nazioni Sudamericane (UNASUR), la Comunità degli Stati Latinoamericani e dei Caraibi (CELAC), l’Alleanza Bolivariana per i Popoli della Nuestra America (ALBA), l’alleanza energetica Petrocaribe, che permettono di accrescere lo sviluppo sociale, politico, economico e culturale della regione.

Cooperazione che contrasta con la situazione in cui versa il continente europeo, dove le nazioni che compogono la Zona Euro, hanno imposto alla Grecia una serie di riforme del lavoro e delle pensioni, così come privatizzazioni per oltre 50 miliardi di euro, come condizione per un nuovo salvataggio della sua economia.



Fonte: librered.net

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Fabrizio Verde]

Trecentosessantacinque giorni fa l’occidente si accorse che esisteva un’altra guerra. Non una di quelle lontane... di Eugenio Cipolla Trecentosessantacinque giorni fa l’occidente si accorse che esisteva un’altra guerra. Non una di quelle lontane un continente e migliaia di chilometri, ma una vicina, appena ai confini di quell’Europa premiata con il nobel per la Pace. Era la guerra in Ucraina, scoppiata qualche mese prima come risposta alle proteste di Maidan, che portarono alla caduta del regime di Yanoukovych e alla prese di potere da parte dell’estabilishment filo-europeo e filo-americano. Il 17 luglio di un anno fa sopra Hrabovo, un piccolo villaggio al confine tra gli oblast di Donetsk e Luhansk, ottanta chilometri a est dell’ex capitale industriale ucraina, il Boeing malese MH17, partito qualche ora prima da Amsterdam, fu abbattuto in circostanze tutt’oggi misteriose. Nel corso di questi mesi in tanti si sono precitati a giudicare la vicenda, emettendo, senza alcun elemento valido, sentenze e contro-sentenze. E’ stata colpa dei separatisti armati da Mosca, dicono alcuni, è stato colpa di Kiev che aveva scambiato quel velivolo per l’aereo presidenziale di Vladimir Putin, sostengono altri. Non rendendosi conto, forse, che le guerre, da qualsiasi punto di vista le si guardi, non producono mai eroi, ma solo macellai. L’unica verità sull’abbattimento di questo aereo, che causò la morte di 298 persone, 283 passeggeri e 15 membri dell’equipaggio, è che la verità su chi è stato veramente non si saprà mai. Sono troppi gli interessi in ballo in questa storia, troppa la propaganda che è stata vomitata da entrambi le parti, in barba al vero giornalismo, in barba a centinaia di vittime innocenti. Un anno dopo quell’incidente rimane poco e nulla. I riflettori dei media occidentali si sono spenti una settimana dopo lo schianto e la guerra in Ucraina è tornata nel dimenticatoio, rendendo vano il sacrificio delle 298 vittime. E da domani, quando i media capiranno che nemmeno il ricordo dell’anniversario serviva a far notizia, tornerà tutto come prima. Intanto stamattina Ria Novosti ha pubblicato cinque domande rimaste senza risposta sull’abbattimento del boeing. Proviamo a rilanciarle, non certo per devozione putiniana o per difendere la parte “sbagliata” agli occhi dell’occidente . E’ più una sorta di giustizia/vendetta verso quei media che hanno già emesso la loro sentenza di colpevolezza nei confronti dei filorussi, pubblicando faziosamente tutti elementi riguardanti una parte e ignorando volutamente quelli riguardanti l’altra. Sono cinque domande interessanti nel merito, a prescindere dal fatto che le proponga un’agenzia di stampa chiaramente influenzata dal Cremlino. Se tutti giudicassero obiettivamente gli elementi a carico di entrambe le parti, la verità potrebbe non essere poi così lontana. Perché il Boeing ha deviato la rotta? Il boeing stava seguendo il percorso stabilito, ma all’improvviso a deviato la rotto verso nord, dove le ostilità erano più intense. Subito dopo l’aereo ha provato a rientrare nella rotta stabilita, ma l’equipaggio non ha fatto in tempo a effettuare la manovra che l’aereo è stato abbattuto. Qual è stato il motivo di questa deviazione? Un errore dell’equipaggio o l’esecuzione di comando del flight dispatcher? Il mistero potrebbe essere svelato dai registratori di volo, ma i dettagli non sono ancora stati resi pubblici. Perché non vengono pubblicati tutti i documenti sulle indagini? Le indagini proseguono da oltre un anno in un clima di assoluta segretezza. Nel mese di aprile, su input del ministero della Giustizia olandese sono stati pubblicati 569 documenti relativi alle indagini sull’abbattimento del Boeing. Non sono stati ancora declassificati 147 documenti. Perché l’Ucraina non ha diffuso i dati sulle attività della sua aviazione quel giorno? Un anno dopo l'incidente questa informazione non è mai stato resa pubblico da Kiev. Tempo fa, il Ministero della Difesa russo ha pubblicato i dati relativi al monitoraggio della situazione nella regione di Donetsk prima dello schianto, dove viene indicato che quel giorno diversi aerei militari ucraini, presumibilmente SU-25, si erano alzati in volo a pochi chilometri nel punto in cui è stato abbattuto il Boeing. Perché l'intelligence americana non ha pubblicato le prove contro i filorussi? Pochi giorni dopo il disastro gli Stati Uniti dissero di essere certi della colpevolezza dei separatisti filorussi, adducendo a prove fotografiche scattate dai proprio satelliti, promettendo di pubblicarle presto. Ma la promessa di rendere pubbliche queste prove, ad oggi, non è stata mantenuta. Perché la versione degli investigatori olandesi non è supportata da testimonianze? La versione che il Boeing è stato buttato giù da missili Buk (di fabbricazione sovietica) può essere facilmente sostenuta o confutata da testimoni. Questo perché il sistema missilistico Buk non solo è accompagnato da un forte rumore, ma gli effetti visivi successivi sono piuttosto eloquenti: fumo e polvere si alzano nello stesso istante, creando una sorta di nuvola che avvolge tutta la zona. Come è possibile che ciò sia passato inosservato a occhi umani?

L’arsenale nucleare israeliano: la reale minaccia per il Medio Oriente

Perché nessuno parla mai delle 200-400 testate nucleari in mano a Benyamin Netanyahu e delle due centrali proibite?


Una delle ragioni per cui il primo ministro israeliano, Benyamin Netanyahu, teme tanto l’accordo nucleare con l’Iran è che l’attenzione del mondo si sposti inevitabilmente sul programma nucleare militare d’Israele, uno Stato che secondo gli esperti possiede tra le 200 e le 400 testate nucleari. 

Il grosso arsenale del regime israeliano può rappresentare una grave minaccia per la regione mediorientalee per il mondo intero. Occorre ricordare che il regime israeliano, a differenza di quello iraniano, periodicamente aggredisce i suoi vicini, sganciando bombe a grappolo, al fosforo e altre armi proibite per massacrare le popolazioni civili.

Alcuni esperti israeliani hanno lanciato l’allarme su tale arsenale, compreso lo scienziato Mordechai Vanunu, ancora in prigione per aver svelato l’esistenza del nucleare israeliano e il suo programma; e il prof. Uzi Evan, ex responsabile del centro di ricerca nucleare di Dimona, nel deserto del Negev, il quale ha manifestato il suo potenziale pericolo.
Nel 2003, il generale israeliano,Van Creveld, si vantò della capacità d’Israele di raggiungere la maggior parte delle capitali europee con le sue armi nucleari.

Israele possiede almeno due centrali nucleari proibite, quella di Dimona, un regalo del governo socialista francese di Guy Mollet del 1956, e quella del centro di ricerche nucleari di Nahal Sorek, a ovest di Gerusalemme, un regalo questo, del presidente statunitense Eisenhower. La centrale di Dimona fu un compenso per i servigi prestati da Israele al colonialismo francese durante la Guerra d’Indipendenza dell’Algeria, in cui Israele aiutò la Francia a combattere l’FLN algerino grazie alle reti sioniste presenti nel Paese nordafricano.

Vanunu, neutralizzato dal bellicismo israeliano, svelò pubblicamente per la prima volta nel 1986 l’esistenza della centrale nucleare e la sua capacità di fabbricazione di testate nucleare. Questo gli valse il suo sequestro e 18 anni di reclusione. Oltre al suo isolamento e divieto di rilasciare interviste alla stampa. 

Nel 2008, un quotidiano italiano svelò un grosso scandalo: Mahmud Saada, esperto e membro di una commissione internazionale responsabile della protezione in caso di guerre nucleari, informò che “le radiazioni emanate dal reattore israeliano di Dimona e dalle scorie nucleari sepolte in tre depositi sotterranei adiacenti, sono la causa di forme molto rare di tumore agli occhi e al cervello tra i bambini palestinesi del distretto di Daheriyeh, a sud di Al Jalil (Hebron), in Cisgiordania. Non vi erano altre spiegazioni per l’aumento del 60% di questo tipo di cancro.

Due anni prima, alcuni medici palestinesi, con l’appoggio dell’esperto israeliano Michael Shapira, avevano denunciato l’aumento di casi di cancro e di aborti spontanei in cinque villaggi a sud di Hebron.

Nel 2009, un gruppo di lavoratori israeliani di Dimona accusò la direzione del Centro di averli usati come cavie esponendoli all’uranio per fini sperimentali.

Ma nonostante tutti questi crimini, lo Stato d’Israele continua a godere di una totale impunità. Si rifiuta di firmare il Trattato di Non Proliferazione e impedisce le ispezioni dei suoi impianti, senza che gli si vengano applicate sanzioni. L’Agenzia Internazionale dell’Energia Atomica (AIEA) continua a far finta di niente di fronte ad uno Stato che rappresenta il maggior pericolo nucleare del pianeta. 

(traduzione di Stefania Russo)

Le cinque domande sull’abbattimento dell’MH17 rimaste senza risposta

Le cinque domande sull’abbattimento dell’MH17 rimaste senza risposta

Trecentosessantacinque giorni fa l’occidente si accorse che esisteva un’altra guerra. Non una di quelle lontane...

di Eugenio Cipolla

Trecentosessantacinque giorni fa l’occidente si accorse che esisteva un’altra guerra. Non una di quelle lontane un continente e migliaia di chilometri, ma una vicina, appena ai confini di quell’Europa premiata con il nobel per la Pace. Era la guerra in Ucraina, scoppiata qualche mese prima come risposta alle proteste di Maidan, che portarono alla caduta del regime di Yanoukovych e alla prese di potere da parte dell’estabilishment filo-europeo e filo-americano. Il 17 luglio di un anno fa sopra Hrabovo, un piccolo villaggio al confine tra gli oblast di Donetsk e Luhansk, ottanta chilometri a est dell’ex capitale industriale ucraina, il Boeing malese MH17, partito qualche ora prima da Amsterdam, fu abbattuto in circostanze tutt’oggi misteriose.

Nel corso di questi mesi in tanti si sono precitati a giudicare la vicenda, emettendo, senza alcun elemento valido, sentenze e contro-sentenze. E’ stata colpa dei separatisti armati da Mosca, dicono alcuni, è stato colpa di Kiev che aveva scambiato quel velivolo per l’aereo presidenziale di Vladimir Putin, sostengono altri. Non rendendosi conto, forse, che le guerre, da qualsiasi punto di vista le si guardi, non producono mai eroi, ma solo macellai. L’unica verità sull’abbattimento di questo aereo, che causò la morte di 298 persone, 283 passeggeri e 15 membri dell’equipaggio, è che la verità su chi è stato veramente non si saprà mai.

Sono troppi gli interessi in ballo in questa storia, troppa la propaganda che è stata vomitata da entrambi le parti, in barba al vero giornalismo, in barba a centinaia di vittime innocenti. Un anno dopo quell’incidente rimane poco e nulla. I riflettori dei media occidentali si sono spenti una settimana dopo lo schianto e la guerra in Ucraina è tornata nel dimenticatoio, rendendo vano il sacrificio delle 298 vittime. E da domani, quando i media capiranno che nemmeno il ricordo dell’anniversario serviva a far notizia, tornerà tutto come prima.

Intanto stamattina Ria Novosti ha pubblicato cinque domande rimaste senza risposta sull’abbattimento del boeing. Proviamo a rilanciarle, non certo per devozione putiniana o per difendere la parte “sbagliata” agli occhi dell’occidente . E’ più una sorta di giustizia/vendetta verso quei media che hanno già emesso la loro sentenza di colpevolezza nei confronti dei filorussi, pubblicando faziosamente tutti elementi riguardanti una parte e ignorando volutamente quelli riguardanti l’altra. Sono cinque domande interessanti nel merito, a prescindere dal fatto che le proponga un’agenzia di stampa chiaramente influenzata dal Cremlino. Se tutti giudicassero obiettivamente gli elementi a carico di entrambe le parti, la verità potrebbe non essere poi così lontana.

Perché il Boeing ha deviato la rotta?
Il boeing stava seguendo il percorso stabilito, ma all’improvviso a deviato la rotto verso nord, dove le ostilità erano più intense. Subito dopo l’aereo ha provato a rientrare nella rotta stabilita, ma l’equipaggio non ha fatto in tempo a effettuare la manovra che l’aereo è stato abbattuto. Qual è stato il motivo di questa deviazione? Un errore dell’equipaggio o l’esecuzione di comando del flight dispatcher? Il mistero potrebbe essere svelato dai registratori di volo, ma i dettagli non sono ancora stati resi pubblici.

Perché non vengono pubblicati tutti i documenti sulle indagini?
Le indagini proseguono da oltre un anno in un clima di assoluta segretezza. Nel mese di aprile, su input del ministero della Giustizia olandese sono stati pubblicati 569 documenti relativi alle indagini sull’abbattimento del Boeing. Non sono stati ancora declassificati 147 documenti.

Perché l’Ucraina non ha diffuso i dati sulle attività della sua aviazione quel giorno?
Un anno dopo l'incidente questa informazione non è mai stato resa pubblico da Kiev. Tempo fa, il Ministero della Difesa russo ha pubblicato i dati relativi al monitoraggio della situazione nella regione di Donetsk prima dello schianto, dove viene indicato che quel giorno diversi aerei militari ucraini, presumibilmente SU-25, si erano alzati in volo a pochi chilometri nel punto in cui è stato abbattuto il Boeing.

Perché l'intelligence americana non ha pubblicato le prove contro i filorussi?
Pochi giorni dopo il disastro gli Stati Uniti dissero di essere certi della colpevolezza dei separatisti filorussi, adducendo a prove fotografiche scattate dai proprio satelliti, promettendo di pubblicarle presto. Ma la promessa di rendere pubbliche queste prove, ad oggi, non è stata mantenuta.

Perché la versione degli investigatori olandesi non è supportata da testimonianze?
La versione che il Boeing è stato buttato giù da missili Buk (di fabbricazione sovietica) può essere facilmente sostenuta o confutata da testimoni. Questo perché il sistema missilistico Buk non solo è accompagnato da un forte rumore, ma gli effetti visivi successivi sono piuttosto eloquenti: fumo e polvere si alzano nello stesso istante, creando una sorta di nuvola che avvolge tutta la zona. Come è possibile che ciò sia passato inosservato a occhi umani?

Kiev vieta l'ingresso a Kusturica. E la via verso la "libertà" prosegue...

Kiev vieta l'ingresso a Kusturica. E la via verso la libertà prosegue...

Emir Kusturica non può mettere piede in Ucraina. Lo ha deciso il Ministro della Cultura del governo di Kiev in accordo con quello degli Interni. Alla base della decisione la posizione filo-putiniana tenuta dal regista in occasione dell’annessione della Crimea alla Russia, nel 2004.
Kusturica era atteso in Ucraina per una serie di appuntamenti, tra i quali un concerto russo-ucraino (poi cancellato) e le celebrazioni del millesimo anniversario della morte di Vladimiro il Grande, Principe di Kiev.

Vatikiotis: "I membri del governo di Tsipras sono ora passati nel campo dei nemici del popolo e della società"

Vatikiotis: I membri del governo di Tsipras sono ora passati nel campo dei nemici del popolo e della società

"Per la prima volta Atene si è piegata all'impoverimento dei lavoratori in eterno e anche al tentativo di eliminare la funzione del sindacato"

Nel suo ultimo articolo, il giornalista ed economista greco Leonidas Vatikiotis scrive come le nuove misure di austerità imposte alla Grecia - tra le quali l'aumento dell'iva, la riduzione delle pensioni e la reintroduzione della clausola del deficit zero – fanno del Memorandum firmato da Tsipras il peggiore di tutti, “perché per la prima volta Atene si è piegata all'impoverimento dei lavoratori in eterno e anche al tentativo di eliminare la funzione del sindacato”. 

La Grecia è divenuto un paese capitalista di secondo o terzo rango a beneficio del Quarto Reich tedesco, prosegue Vatikiotis. 
SAVE
Quattro misure specifiche fanno la differenza rispetto ai memorandum precedenti:

l'introduzione della “calusola di tagli alla spesa quasi automatici in caso di deviazioni rispetto agli ambiziosi programma di surplus”. Quindi se c'è una deviazione dalle previsioni, una scuola, un ospedale potrebbero essere chiuse per arrivare al surplus.

Secondo. Il programma di privatizzazioni con il fondo di oltre 50 miliardi è ormai sulla carta e non un ambizione. La metà, 25 miliardi, verrà girato al Mes per la ricapitalizzazione delle banche e il resto per investimenti, connette la proprietà pubblica con interessi reali, crea le condizioni di svendite di aziende pubbliche alle banche. Il “bottino” che seguirà, con la svendita di tutte le tracce di proprietà pubblica (Comuni, Università, enti pubblici), sarà travolgente, al fine di riuscire a raccogliere una grande quantità tali, come i migliori "pezzi" di proprietà pubblica (OTE Olympic Airways etc.) sono
già stati venduti.

Terzo. “Il programma sotto gli auspici della Commissione europea, per la de-politicizzazione della amministrazione pubblica “tenterà di eliminare la lotta sindacale nel settore pubblico e riformare la pubblica amministrazione, abolendo le gerarchie attuali e lanciare una nuova generazione di manager della macchina statale, pienamente sottoposti ad un regime di semi-sovranità che il nuovo Memorandum, il terzo, di fatto stabilisce”. 

Quarto. Il target politico dell'ultimo Memorandum firmato da Tsipras è chiaro in questa frase: "un esame rigoroso volto alla modernizzazione della contrattazione collettiva, mobilitazioni di lavoro e licenziamenti collettivi." Non più solo i diritti e gli scioperi contrattazione collettiva come obiettivi, ma anche le proteste stesse. Per la prima volta anche il diritto di protestare è messo in discussione!

Il terzo memorandum, che, conclude Vatikiotis, segnala l'umiliazione totale di SYRIZA, mette l'ultimo chiodo nella bara della richiesta di cancellazione del debito pubblico, come richiesto da ultimo anche dalla commissione per la verità del Parlamento sul debito pubblico. Il chiaro riferimento sulla penultima pagina della decisione che "il vertice euro sottolinea che tagli nominali sul debito non possono essere intraprese", insieme al riferimento "alle autorità greche ribadiscono l'impegno inequivocabile di onorare i propri impegni finanziari a tutti i loro creditori completamente e in modo tempestivo " pongono i membri dell'attuale governo di Alexis Tsipras nel campo dei nemici del popolo e della società, che a partire dal 2010 fino ad oggi hanno utilizzato il debito per eludere i diritti e le conquiste di decenni.

Uscire dai petrodollari, uscire dalle guerre

Uscire dai petrodollari, uscire dalle guerre

Non solo la dittatura del dollaro si mantiene a suon di bombe, ma a loro volta i petrodollari alimentano la violenza.

di Marinella Correggia

Per quale sortilegio la maggioranza delle nazioni è tuttora succube del dollaro, imposto da un ristretto gruppo di Stati privilegiati, onnipotenti, abituati a fare terra bruciata e guerre impunite pur di mantenerlo come moneta di riserva internazionale? Come mai questa dittatura finanziaria non è ancora stata vinta, nemmeno in un mondo sempre più – per fortuna – multipolare? Come mai se il Bhutan deve commerciare con il Vietnam – per dire -, gli tocca sempre passare per il biglietto verde? 

Il sortilegio si chiama: mancanza di unione. Chi negli ultimi decenni ha provato a sottrarsi a dollari e petrodollari lo ha fatto da solo e in ordine sparso, pagando dunque con la distruzione bellica, o pesanti sanzioni, o forti destabilizzazioni o tutto questo insieme. Proprio come successe al presidente rivoluzionario del Burkina Faso Thomas Sankara il quale poco prima di essere assassinato, nel 1987, aveva invano esortato gli altri capi di Stato africani: «Dobbiamo dirlo tutti insieme, che non possiamo pagare il debito. Se il Burkina Faso rifiuta da solo di pagare, io non sarò più qui alla prossima conferenza!» Infatti non ci fu.

Ma torniamo al dollaro, anzi al petrodollaro e al suo rapporto con le guerre di aggressione e perfino con il terrorismo. L’analista di sistemi energetici William Clark (da non confondersi con il generale Wesley Clark) scrisse nel 2005 un prezioso libro in materia: Petrodollar Warfare, ovvero La guerra dei petrodollari (http://www.petrodollarwarfare.com/). 
Ma ecco qualche reminiscenza storica, partendo da un principio: denominare in dollari le materie prime e gli scambi è strategico, è la base economica dell’imperialismo d’oggidì.

Nel 1973 con un patto «segreto», vero matrimonio di convenienza fra Stati uniti e Arabia saudita (http://www.atimes.com/atimes/Global_Economy/ME06Dj02.html), i monarchi wahabiti si impegnano a vendere in dollari il petrolio e a riciclare i petrodollari nell’economia del Grande fratello d’oltreoceano, ottenendo in cambio da quest’ultimo la protezione manu militari, con esagerate vendite di armi e se occorre spietati interventi con i bombardieri dal cielo.
Nel 1975 tutte le nazioni Opec (Organizzazione dei paesi esportatori di petrolio) decidono di denominare in dollari le vendite del cosiddetto «oro nero» (da altri chiamato «sterco del demonio»).

Ma nel 2000, l’Iraq, stremato dalla prima guerra del Golfo e da un embargo che dura dal 1990, decide che il petrolio sarà venduto in euro. Una sfida che non sarà estranea alla guerra di Bush del 2003 e alla conseguente rovina del paese mediorientale, ora stretto nella morsa del califfato terrorista.

Poi anche l’Iran annuncia l’apertura di una borsa petrolifera basata su un sistema di scambi interamente in euro; un progetto al quale il Venezuela di Hugo Chavez dà il suo appoggio…Ed ecco fatto: altri due paesi petroliferi e non ribelli nel mirino. Come nel mirino sono del resto tutte le nazioni dell’Alleanza Alba (Venezuela, Cuba, Bolivia, Ecuador, Nicaragua) che non solo si sottraggono ai diktat del Fondo monetario internazionale ma cercano anche di sviluppare un proprio sistema finanziario basato sulla moneta virtuale sucre e perfino sul baratto.

E la Libia, che nel 2011 le bombe della Nato hanno trasformato in Stato fallito? Da tempo il governo libico proponeva al mondo arabo e all’Africa la creazione di una moneta propria, il dinaro aureo. Ottenendo molti consensi. Ovviamente la guerra «a protezione dei civili libici» ha archiviato tutto.

Eppure, se il rifiuto individuale del dollaro e dei petrodollari è impensabile, un’uscita in massa di molti paesi non comporterebbe rischi di morte – Usa e amici non possono bombardare mezzo mondo in una volta -, e significherebbe anche una felice uscita dalle guerre e dalle ingerenze armate (US Dollar Egemony . The Soft Underbelly of the Empire: http://www.jstor.org/stable/4416354?seq=1#page_scan_tab_contents). 

Infatti non solo la dittatura del dollaro si mantiene a suon di bombe, ma a loro volta i petrodollari alimentano la violenza. Per esempio: l’Arabia saudita, come…Usa i petrodollari, a parte comprare armi da Washington (e dall’Italia) e mantenere in un lusso insolente l’élite del paese? Finanzia movimenti terroristi che adesso rischiano di incenerire il Medioriente. E bombarda lo Yemen, sua eterna vittima (http://www.lantidiplomatico.it/dettnews.php?idx=82&pg=12048: e http://www.lantidiplomatico.it/dettnews.php?idx=82&pg=12043). 

Ebbene finalmente un addio collettivo all’egemonia dittatoriale e bellicista del dollaro sembra possibile.Anzi di fatto sta avvenendo. Se il 15 luglio i cinque paesi del gruppo Brics (Brasile, Russia, hanno creato la Nuova Banca per lo sviluppo (New Development Bank), l’obiettivo del gruppo fin dalla fondazione nel 2009 è stata «la creazione di un nuovo ordine mondiale che superi la dollarizzazione»! Certo il cammino è lungo, nel campo del commercio internazionale e del credito: le riserve sono tuttora denominate in dollari, per esempio (http://www.globalresearch.ca/brics-and-the-fiction-of-de-dollarization/5441301). 

Nell’importante convegno Il nuovo mondo con i Brics (Roma, 10 luglio 2015) con il quale la Commissione esteri del gruppo parlamentare 5 stelle ha fatto conoscere agli italiani una realtà ignorata o banalizzata dai media e che pure conta , il vicepresidente della Commissione esteri del Senato russo Andrei Klimov, sottolineando il valore della «differenza e complementarietà» fra i membri dei Brics, ha ricordato l’accordo dell’anno scorso fra Russia e Cina per commerciare con le proprie valute by-passando il dollaro (http://it.sputniknews.com/italian.ruvr.ru/2014_09_02/Si-sviluppa-il-commercio-in-valute-nazionali-6824/):«Ritorniamo alle nostre monete». Egli ha ricordato l’incongruenza per la quale «Il Pil della Cina ha superato quello degli usa eppure l’80% dei pagamenti internazionali sono tuttora in dollari» benché essi non siano affatto una moneta garantita: «Il debito russo è niente in confronto a quello statunitense che supera il 100% del Pil». (En passant, Klimov ha anche segnalato agli italiani, dati alla mano, che le sanzioni europee alla Russia avvantaggiano gli Stati uniti). 

Ha insistito sulla de-dollarizzazione del mondo il parlamentare Carlo Sibilia sottolineando l’importanza del nuovo scenario dei Brics, dal quale il governo italiano sembra volersi isolare: «Bretton Woods è in dismissione, e così il dollaro come moneta di riferimento, anche grazie ai Brics diventati soggetto economico. Contro le superpotenze che destabilizzano i paesi, e contro il mondo unipolare imposto dall’Occidente, è giunto il momento di una nuova struttura finanziaria globale che riduca la dipendenza dal dollaro, che permetta l’investimento nelle monete locali, che rispetti la sovranità delle nazioni e la ricchezza della diversità. (…) Sta nascendo un’alternativa al sistema finanziario che ha finora condannato i paesi poveri alle guerre e alle distruzioni». Come sottolineava il presidente Sankara, lungamente citato da Sibilia. 

Insomma: pianeta de-dollarizzato, pianeta mezzo salvato.

L’altro pezzo del cammino sarà, una volta usciti dai petrodollari, uscire anche dal petrolio (e in generale dagli idrocarburi e dall’estrattivismo).

L'ex capo salvataggi Europa del FMI: "La Germania, non la Grecia deve lasciare l'euro"..

L'ex capo salvataggi Europa del FMI: La Germania, non la Grecia deve lasciare l'euro..

Mody: "Sarebbe meglio oggi per tutti gli interessati, però, che sia la Germania piuttosto che la Grecia la prima ad uscire”.

Nel suo ruolo ormai egemonico dell'Europa, la Germania ha di fatto distrutto il progetto della zona euro e dell'Unione europea. Nessuno con un minimo di coscienza politica può oggi dire che esiste una singola possibilità di riformare l'Europa dell'austerità dopo l'umiliazione della democrazia imposta alla Grecia di Tsipras. Euro ed austerità sotto il regime di Berlino Bruxelles e Francoforte sono state, sono e saranno sempre due facce della stessa medaglia. Accogliamo quindi con interesse quanto scritto questa mattina su Bloomberg dall'ex responsabile del FMI sui salvataggi europei, Ashoka Mody secondo cui deve essere la Germania non la Grecia che deve lasciare la zona euro.

"L'ultimo round di dispute tra la Grecia e i suoi creditori europei ha dimostrato ancora una volta che i paesi con queste economie diverse non avrebbero mai dovuto entrare in una unione monetaria. Sarebbe meglio oggi per tutti gli interessati, però, che sia la Germania piuttosto che la Grecia la prima ad uscire”. 

E ancora, prosegue Mody: “Dopo mesi di trattative estenuanti, recriminazioni e inversioni, è difficile vedere un vincitore. L'accordo raggiunto in Grecia con i suoi creditori - se dura - persegue la stessa strategia economica che non ha guarito il paese, anzi. I Greci stringeranno ancora di più la cinghia. I creditori non vedranno quei nuovi soldi che inietteranno nel paese”. Che senso ha proseguire quindi?

"Un ritorno al marco tedesco provocherebbe un deprezzamento immediato dell'euro, dando paesi della periferia una spinta in termini di competitività. Se, come poi sarebbe probabile, Paesi Bassi, Belgio, Austria e Finlandia seguissero l'esempio della Germania, forse per formare un nuovo blocco della moneta, l'euro continuerebbe a deprezzarsi”, prosegue Mody secondo cui il rischio da un'uscita tedesca sarebbe di scarso rilievo. Ma con un grande guadagno politico: la Germania ha acquisito il ruolo d potenza egemone in Europa ma non è disposta a sostenere i costi. “Giocando il ruolo di bullo con una patina morale, sta facendo la regione un disservizio”, ha concluso.

GEREXIT, scrive a commento il Blog KTG, suona poi molto meglio di Grexit. Uno smembramento di questa trappola che parta dalla Germania è il modo più semplice e indolore per togliere dalle spalle dei popoli dell'Europa questa scure di democrazia, diritti e libertà.

La mafia al servizio del massone Garibaldi

La mafia al servizio del massone Garibaldi
«Fu nel maggio del 1860 che iniziò quel salto di qualità della mafia,
del quale ancora oggi piangiamo le conseguenze».

Intervistato dal Corriere della Sera del 31 luglio 2008, Vincenzo Consolo (siciliano di origine con il desiderio di abbandonare l’Isola su suggerimento di Sciascia) in un momento di pura follia aveva detto, tra l’altro, che«dietro Finocchiaro Aprile c’era la mafia e anche il fascismo di Junio Valerio Borghese che hanno sparato a Portella della Ginestra nel 1947 uccidendo e ferendo delle povere vittime». Leggi l’intervista cliccando qui.

Al suo sragionato discorso, pubblichiamo la risposta che diede Giuseppe Scianò, Separatista della vecchia guardia e segretario del Fronte Nazionale Siciliano “Sicilia Indipendente”.

La mafia al servizio di Garibaldi

Ci sembra di riscontrare nella sua intervista al Corriere della Sera grosse inesattezze (non sempre involontarie) per quanto riguarda non solo la storia della Sicilia ma anche quella del Separatismo Siciliano, quella della mafia e non ultima quella personale, politica e militare di Giuseppe Garibaldi. Al quale il comune di Capo d’Orlando ha revocato la intitolazione di una piazza per dedicarla alla battaglia navale del 4 luglio 1299.

È opportuno, pertanto, ricordare all’illustre scrittore che la conquista della Sicilia da parte dell’armata anglo-piemontese-garibaldina trova il maggiore, e forse l’unico supporto locale, proprio nella mafia che in quel mese di maggio del 1860 iniziò quel salto di qualità, del quale ancora oggi piangiamo le conseguenze.

Ovviamente, il tutto avviene nell’ambito della regìa britannica. I picciotti di mafia, impresentabili e del tutto inaffidabili nei combattimenti veri e propri, sono gli unici a dare legittimazione all’impresa dei Mille. E per questa loro utilità saranno compensati con prebende, privilegi, assegnazione di terre dei demani comunali di uso civico (sottratte alla disponibilità dei veri contadini), di pensioni (trasmissibili per più generazioni agli eredi) e cose simili. Vergogna!

La brutta impressione (per non dire altro) che fanno i picciotti di mafia la testimoniano, fra gli altri scrittori garibaldini, Beppe Bandi, Ippolito Nievo e persino Giuseppe Cesare Abba che pure avrebbe passato la propria vita a impinguare l’agiografia risorgimentale esaltando al massimo, e senza pudore, l’impresa dei Mille e il suo Duce.

Chi aiutò, dunque, Garibaldi? Non certo il Popolo Siciliano, non certo i volontari forti e puri che, almeno in Sicilia, non esistevano in quanto la Sicilia si era sempre battuta per la propria indipendenza e non certamente per diventare una colonia interna dello Stato Sabaudo. Garibaldi, ed è tutto documentabile, fu aiutato, ancora prima dello sbarco da operetta a Marsala, dal governo di Londra e, in subordine, dal governo Piemontese. Gli Inglesi misero a sua disposizione migliaia e migliaia di mercenari provenienti anche da Paesi extraeuropei. Interessante è la sorte dei mercenari, feroci, della Legione Ungherese, ai quali, dopo l’unità d’Italia, fu rinnovato il contratto d’ingaggio per contrastare le eroiche ribellioni anti-piemontesi del Mezzogiorno.

Rinviamo ad altra occasione l’approfondimento delle condizioni politiche ed economiche internazionali che determinarono, nel tempo, la scelta britannica di fare l’Italia unita e di finanziare ed eseguire, con l’aiuto di complici e di mosche cocchiere, tutte le varie operazioni necessarie e comunque connesse.

Unitarismo ossessivo

Per quanto riguarda il fatto che, con tono apodittico, il prof. Consolo avanzi le tesi della equiparazione del Separatismo alla mafia e della obbligatorietà della demonizzazione del Separatismo Siciliano, ci sembra che il tutto confermi l’accusa che Antonio Gramsci ebbe a rivolgere agli storiografi siciliani. E cioè quella di essere affetti da unitarismo ossessivo.

Non aggiungiamo altro, per ragioni di spazio. Puntualizziamo, però, che non è vero che negli anni Quaranta del secolo scorso il Movimento Indipendentista, quello storico e vero, guidato da Andrea Finocchiaro Aprile e da Antonio Varvaro, fosse legato o comunque fosse espressione della mafia. Certamente allora i partiti politici non avevano avvertito come prioritaria la lotta contro la mafia (le eccezioni in tal senso sono lodevoli, ma sono pochissime).

Ma fu la mafia stessa a fare il distinguo e si schierò, dopo aver compiuto un giro d’orizzonte e in perfetta coerenza con la propria tradizione, a favore di ben determinati partiti italiani unitari. Come ebbe a scrivere Marcello Cimino, il compianto intellettuale che per lungo tempo era stato anche direttore de L’Ora, la mafia, anzi, contribuì, nelle province dove era più forte, a smantellare l’organizzazione e le sedi del Movimento Indipendentista (quello storico e vero).

Interferenze di potenze straniere

E non è un caso che la strage di Portella della Ginestra del primo maggio 1947, sulla quale si continua a chiedere verità e giustizia, sia stata effettuata completamente al di fuori del Movimento Separatista (che, peraltro, in quel periodo era in piena crisi). Mentre sono chiamati in causa e vi rientrano fino al collo i rapporti fra i partiti italiani unitari. E non mancano i sospetti di probabili interferenze di potenze straniere, anche queste nettamente d’accordo fra loro in un solo punto. Quello di essere contrarie all’ipotesi di indipendenza della Sicilia.

Con il fatto di Capo d’Orlando tutte queste polemiche, collegabili a eventi del dopoguerra e distanti più di ottant’anni dalle vicende garibaldine cui ci riferiamo, non c’entrano affatto. E, se approfondite, ci darebbero spunti ulteriori per parlare a lungo del ruolo della mafia dal 1860 ai nostri giorni. Ci sembra che bisognerebbe, piuttosto, recuperare quelle verità sul Risorgimento italiano che, invece, sono tanto utili alla crescita democratica e civile del Popolo Siciliano.

E poi è lo stesso Garibaldi, nelle sue memorie, ad ammettere di essere stato mercenario e via dicendo. Ed è lo stesso Garibaldi che, scrivendo alla signora Cairoli, dice di non volere tornare in Sicilia per paura di essere preso a sassate. Se lo dice Garibaldi, perché non lo può dire il Popolo Siciliano che delle opere e dei comportamenti di un tale personaggio piange ancora le tragiche conseguenze?

Sulla opportunità di dedicare la piazza alle vittime siciliane dell’eroica battaglia navale del 4 luglio 1299, basta informarsi su quanto in proposito ha scritto il Professor Corrado Mirto. Approfondisci cliccando qui.

Scianò risponde a Consolo


17 luglio 2015

"L’imperialismo ha creato questa malattia. Noi diciamo: il debito estero è impagabile". La lezione di Fidel Castro alla Grecia

L’imperialismo ha creato questa malattia. Noi diciamo: il debito estero è impagabile. La lezione di Fidel Castro alla Grecia

«L’imperialismo ha creato questo cancro che dev’essere estirpato chirurgicamente, totalmente. Non vedo altra soluzione»

da librered.net

Nel 1985 il Comandante della Rivoluzione Cubana, Fidel Castro, affermava che se i governi non avessero agito in maniera congiunta, attaccando il problema alla radice, il debito estero che le nazioni latinoamericane avevano contratto con gli istituti finanziari nordamericani, si sarebbe convertito in un’ipoteca eterna, insostenibile e impagabile.

«Noi diciamo: è impagabile. Non può essere pagato per ragioni matematiche, economiche. Noi diciamo anche: è impossibile politicamente. I governi non sono nelle condizioni, in nessun paese dell’America Latina, di applicare queste misure (dall’alto costo sociale) del Fondo Monetario Internazionale», queste le parole pronunciate da Fidel Castro in occasione dell’incontro sul debito estero dell’America Latina e dei Caraibi, che ebbe luogo il 5 agosto del 1985 a L’Avana.

Il Comandante cubano definì il debito estero un cancro «che si moltiplica, invade l’organismo e lo uccide; che richiede un’operazione chirurgica».

«L’imperialismo ha creato questa malattia, l’imperialismo ha creato questo cancro che dev’essere estirpato chirurgicamente, totalmente. Non vedo altra soluzione», spiegò nel suo discorso.

Per Castro la soluzione a questo male non risiede solo nell’abolizione o nella cancellazione del debito, manecessita dell’unione dei popoli in via di sviluppo, per poter far fronte all’imperialismo e ai suoi intenti di dominio e sfruttamento.

«Noi proponiamo due cose correlate: l’abolizione del debito e la creazione di un Nuovo Ordine Economico Internazionale».

«È importante essere consapevoli – ha poi spiegato Fidel – che questa non è una lotta solo dell’America Latina, ma di tutto il Terzo Mondo. Abbiamo gli stessi problemi, ma l’America Latina può guidare questa lotta. Perché ha sviluppo sociale, più sviluppo politico; una migliore struttura sociale, milioni di intellettuali, professionisti, decine di milioni di operai, contadini, un alto livello di preparazione politica».

30 anni dopo questo discorso, l’America Latina e i Caraibi hanno unito i loro sforzi per promuovere l’unione tra i popoli, e possono fare affidamento su meccanismi d’integrazione e cooperazione, come l’Unione delle Nazioni Sudamericane (UNASUR), la Comunità degli Stati Latinoamericani e dei Caraibi (CELAC), l’Alleanza Bolivariana per i Popoli della Nuestra America (ALBA), l’alleanza energetica Petrocaribe, che permettono di accrescere lo sviluppo sociale, politico, economico e culturale della regione.

Cooperazione che contrasta con la situazione in cui versa il continente europeo, dove le nazioni che compogono la Zona Euro, hanno imposto alla Grecia una serie di riforme del lavoro e delle pensioni, così come privatizzazioni per oltre 50 miliardi di euro, come condizione per un nuovo salvataggio della sua economia.

NSA: Israele responsabile dell’uccisione di Mohammed Sleiman, un generale siriano


Israele è responsabile per l’omicidio, avvenuto nel 2008, del generale siriano Mohammed Suleiman, un uomo molto vicino al presidente Bashar al-Assad

da al manar

Israele è responsabile per l’omicidio, avvenuto nel 2008, del generale siriano Mohammed Suleiman, un uomo molto vicino al presidente Bashar al-Assad. Lo rivela un documento dell’agenzia dell’intelligence statunitense, NSA, citato dal sito web The Intercept.

L’attribuzione dell’assassinio ad Israele è stato rivelato in un documento interno della NSA, fornito dall’ex consulente Edward Snowden.

Il documento NSA, un estratto di Intellipedia, un database interno per il servizio di intelligence, indica che l’omicidio sia stato commesso da un commando della marina israeliana nella città costiera di Tartous.

Questo assassinio è il primo esempio conosciuto di un attacco di Israele contro un funzionario di un governo legittimo, secondo il documento NSA.

Nel 2010, WikiLeaks aveva pubblicato un cablogramma degli Stati Uniti sostenendo che la Siria già sospettava che Israele fosse responsabile per l’assassinio del generale.

Il Generale Sleiman è stato ucciso la notte del 1 agosto 2008 dai cecchini nella sua villa sul bordo delle acque di Tartous, mentre riceveva gli ospiti.

Il Generale aveva fama di essere un punto collegamento del governo siriano con Hezbollah in Libano.

Secondo gli USA affermano, Sleiman era legato al complesso di Al-Kibar, distrutto nel settembre 2007 da con il pretesto che fosse una centrale nucleare in costruzione.

Mohammed Sleiman è stato l’interlocutore dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica (AIEA), nelle indagini sulle ambizioni nucleari siriane.

Secondo la rivelazione, NSA ha stabilito la responsabilità di Israele nella morte del generale attraverso l’intercettazione delle comunicazioni israeliane.

L’uccisione di Mohammed Suleiman, avvenne sei mesi dopo quella a Damasco di Imad Mughniyeh, il principale comandante militare di Hezbollah, rimasto ucciso in un attentato con un’autobomba, tipico marchio delle uccisioni di Israele.

L’Europa della Troika violenta la Grecia

L’Europa della Troika violenta la Grecia
- di Valerio Lo Monaco –

La Grecia sta per essere pignorata. Fisicamente e moralmente. Non c’è un modo più specifico di spiegare la situazione. Visto? Vatti a fidare di Tsipras. E dellademocrazia…

Il premier del partito che ha vinto le elezioni al grido “fuori la troika dalla Grecia” e che ha “ridato la parola al popolo”, mediante il referendum del 5 luglio scorso per lasciare decidere i cittadini se accettare o meno le misure richieste da Ue, Fmi e Bce, ha siglato ora, invece, il più tragico (mortale?) patto col diavolo. La carriera politica nazionale di Tsipras finisce qui. Ed egli lo sa benissimo. Non sapremo mai realmente cosa è accaduto nelle stanze in cui si è discusso il tutto. Quali sono state le pressioni, e forse le minacce, che Alexis Tsipras ha dovuto subire per poterne uscire, ma al suo posto, una volta tornato a casa, avremmo paura proprio per la mera incolumità.

Fatto sta che esce dal summit con un accordo ben peggiore di quello sul quale aveva chiesto di esprimersi al popolo greco a suo tempo.

A questo proposito abbiamo l’impressione che non ci si sia resi conto sul serio, a livello di opinione e percezione diffusa, sulla reale portata e pericolosità di quello che sta accadendo in queste ore. Perché oltre alla classica indignazione non abbiamo trovato riscontri più adeguati in tal senso. Anche ad Atene, almeno sino a oggi, a scendere in piazza sono state solo alcune centinaia di persone (da noi quasi il nulla, salvo qualche risatina amara o rabbia da tastiera sui social media…). E invece questa vicenda segna una cesura storica in tutta l’Europa, e forse in buona parte del mondo.

Non convince del tutto neanche la faccia di Angela Merkel di fronte ai microfoni per dare l’annuncio su questo fantomatico “accordo”. E non regge unicamente la storiella della sua stanchezza dovuta alle lunghe trattative. Forse teme anch’ella, essendo una delle artefici principali di questa operazione, per la sua incolumità?

Occorre dirlo con maggiore chiarezza: la violenza di come si sono svolte le cose nelle ultime ore, e il significato profondo di tutta l’operazione non solo dal punto di vista economico e tecnico, ma anche morale, innesca uno scenario molto più pericoloso di quello che si sarebbe portati a prima vista a immaginare. Perché la Grecia non viene solo nuovamente vessata. La Grecia è stata umiliata sulla pubblica piazza, adottando metodi di propaganda e ostensione tipici di altre culture.

Non c’è molta differenza, poi, tra i tagliatori di teste dell’Isis che ostentano in televisione la fine che fanno fare agli infedeli e l’indicazione che arriva al popolo greco (e a tutti gli altri) sulla fine che fa chi si permette di sindacare pubblicamente sulle decisioni di Fmi, Bce e Ue. Perché da una parte c’è la violenza della lama, dall’altra quella che priva i cittadini di un Paese del denaro per nutrirsi e per curarsi: cambia la tecnica della tortura, ma non il risultato finale (la mortalità infantile, in Grecia, è già aumentata in modo esponenziale).

La lezione che si è voluta impartire alla Grecia e a monito dell’Europa intera e forse anche oltre i confini continentali è molto chiara da leggere: chi osa dare la voce al popolo, chi osa mettere in discussione ciò che gli viene ordinato di fare, va fatalmente incontro a misure ancora più restrittive e umilianti. Cioè, di fatto, a una sorta di vendetta.

Quanto accaduto sancisce inoltre alcuni nuovi principi. Intanto che la democrazia e il voto del popolo non contano più assolutamente nulla. Quindi che nulla conta neanche il Parlamento di un singolo Stato. E infine che il progetto europeo butta giù la maschera e si pone, anche nei confronti dei più profondi suoi sostenitori (ingenui), nella sua cruda realtà: un sistema di potere unicamente basato su una moneta a cui i suoi pochi proprietari (privati) vogliono piegare il resto dei cittadini del continente. Ovvero né più né meno del capitalesimo di cui ha scritto Paolo Gila (qui). E infine che, da ora, per laconcessione di prestiti, la Troika chiederà prima in pegno alcuni asset al singolo Stato chedovesse farne richiesta.

Per la Grecia non si può più parlare, ormai, di misure draconiane e di norme lacrime e sangue. Perché ancora prima degli aspetti sociali ed economici che queste nuove norme richieste porteranno con sé è l’aspetto morale e culturale a essere stato calpestato nella sua più intima profondità.

L’aumento dell’Iva si abbatterà soprattutto sulle fasce più deboli, come ovunque altrove con norme del genere, e lo stesso per le altre misure simili che sono state imposte dal Parlamento europeo, ma il fatto di dover dare in garanzia i propri asset – cioè, ribadiamo, un pignoramento anticipato visto che si sa benissimo che il debito greco non potrà essere ripagato né ora né mai – è non solo un furto, ma una azione di violenza inaudita che dovrebbe far riflettere ogni persona sulla faccia di questa terra. Ed è un precedente enorme.

È come se in Italia venissero a pignorarci il Colosseo e i Fori imperiali, e poi gli Uffizi di Firenze, e Venezia e magari parte delle Dolomiti, come garanzia sui nostri pagamenti futuri. E vista la deriva del debito pubblico e delle norme allo studio e in applicazione in tutta Europa, è praticamente certo che una soluzione del genere possa essere replicata altrove.

“Intanto ci prendiamo i vostri gioielli (che il “fondo” venga impiantato, istituzionalmente, a Bruxelles o ad Atene poco importa, se i gestori sono gli stessi) e se non pagate ce li teniamo noi”. Per ora si parla di asset per 50 miliardi. Che per un Paese come la Grecia significa grossomodo “sold out”.

Non solo: d’ora in avanti (altro punto del memorandum siglato da Tsipras, qui) ogni decisione di politica interna non potrà essere presa senza la preventiva autorizzazione da parte della Troika. Ovvero, tout court: la democrazia in Grecia è del tutto sospesa. Basterà il Parlamento di esecutori diretto da fuori, da Fmi, Ue e Bce. Il popolo non conta più assolutamente nulla.

Sono norme, lo ribadiamo, di una violenza mai vista prima. E a una azione di violenza di questo tipo – visto che né la politica né i cittadini, ormai è certo, possono proprio più nulla – in genere si risponde, se si vuole rispondere, con una reazione di altrettanta violenza. Sempre che vi sia la presa di coscienza, in Grecia e altrove, di voler reagire.

Ecco perché il momento è di importanza enorme. Guerre mondiali sono scoccate per un semplice attentato, come sappiamo. E gli artefici delle violenze di questi giorni sono ben identificabili (le loro facce tirate, a nostro avviso, dimostrano proprio questo).

Al momento non è più pensabile nemmeno un intervento di Putin, in soccorso alla Grecia. Perché una sua mossa sarebbe letta praticamente come un atto di guerra.

Sul fronte interno, in Grecia, le cose appaiono abbastanza chiare da prevedere.

Syriza a questo punto sembra essere destinato a spaccarsi in due: le parti – totalmente divergenti – di Tsipras e Varoufakis, per intenderci. Ma a livello politico la cosa non ha più alcun valore, perché la sconfitta (a meno di ulteriori e clamorosi colpi di scena) è della Grecia nel suo complesso. E ora si conosce anche la realtà delle dimissioni di Varoukakis:«Avevo un piano B, ma (Tsipras, N.d.R) mi ha bloccato». Impossibile fraintendere: il ministro delle Finanze voleva rispettare il popolo greco e andare alla rottura, Tsipras ha preferito ripudiare i suoi concittadini sino ad andare ad accettare ciò che è stato partorito domenica notte in quella interminabile pantomima delle trattative a senso unico. Potrà anche cadere, questo Parlamento, ma al suo posto arriveranno i tecnici, per eseguire gli ordini.

Torneranno in vista i nazionalisti più radicati, come Alba Dorata (qui alcune nostre note, in merito) e a questo punto vorremmo tanto sapere chi sarà, tra i commentatori liberi del nostro Paese, a trovare in ciò qualcosa di strano.

E allora diciamolo chiaramente: è probabilmente questo l’epilogo per una delle civiltà più antiche e importanti del mondo (e forse di questa Europa nel complesso) perché per evitare che tali asset vengano pignorati del tutto in seguito alla certa impossibilità di ripagare le cambiali sottoscritte da parte di un popolo esanime economicamente e socialmente, e per riprendere la propria sovranità sulle decisioni di politica interna, a questo punto non potrà servire alcuna manifestazione di piazza, alcun referendum, alcun politico fantoccio. A questo punto non potrà bastare nessun tipo di accordo. Ci vorrà una guerra.

«Ciao, mi chiamo Deborah e vendo aborti fatti a pezzi»

«Ciao, mi chiamo Deborah e vendo aborti fatti a pezzi»

Se mai vi foste chiesti che faccia ha il male, ho un nome per voi: Deborah Nucatola. Se un po’ avete seguito questa pagina, sapete che Planned Parenthood è la catena di cliniche abortiste più grande d’America, una cosa enorme, un giro d’affari per oltre un miliardo di dollari. La dottoressa Nucatola a Planned Parenthood riveste un incarico di prestigio: è Senior Director of Medical Services, una posizione ai vertici del quartier generale del colosso degli aborti. In questa veste supervisiona le pratiche abortive nelle sedi PP di tutta l’America fin dal 2009 e si occupa anche dell’addestramento dei nuovi arruolati nei ranghi delle cliniche della morte. E da martedì sappiamo anche un nuovo perché.

L’associazione californiana prolife Center For Medical Progress, nel lanciare il suo sito, ha pubblicato martedì un video che riporta l’inimmaginabile: con una telecamera nascosta, le immagini mostrano un pranzo di lavoro in un ristorante di Los Angeles fra la dottoressa Nucatola e due attori, che si sono finti imprenditori nel campo delle biotecnologie e interessati all’acquisto di tessuti fetali. La dottoressa, mentre impassibile pasteggia con un calice di vino rosso in mano, racconta con una noncuranza rivoltante il commercio illegale che Planned Parenthood farebbe di organi e altre parti dei bambini appena abortiti. Il video, emblematicamente intitolato “Capitale umano”, è il risultato di un’azione investigativa durata quasi tre anni da parte dell’associazione non-profit, che – dichiara – è costituita da cittadini giornalisti interessati alla sorveglianza delle pratiche sanitarie. Per questo motivo le immagini girate nel ristorante riportano impressa la data del luglio 2014. Del video esistono due versioni, entrambe pubblicate su YouTube: quella integrale, della durata di più di due ore, e quella sintetica, di circa otto minuti, che qui raccontiamo.

Il video si apre con un’intervista del 2000 condotta dai giornalisti della ABC News, nella quale si chiede all’allora CEO di Planned Parenthood, Gloria Feldt, di commentare uno scoop della rete televisiva su un commercio analogo. Si vede la Feldt che si indigna e, dall’alto della sua caratura morale, esclama: “Se c’è reato, che i colpevoli siano consegnati alla giustizia”. Belle parole, indubbiamente. Il video, a commentare direttamente queste affermazioni, riporta alcuni estratti della conversazione con la Nucatola, la quale con orgoglio riporta come siano diventati esperti a Planned Parenthood nel preservare polmoni, fegato e soprattutto il cuore, per il quale, riferisce, c’è un’altissima domanda. E anche gli arti inferiori, ammettendo di non sapere neanche che cosa vogliono farsene gli acquirenti, forse cercano il tessuto muscolare. Con l’ironia tipica di chi sa che te la farà pagare, l’attore commenta: «Certo, dieci centesimi la dozzina».

Peccato che il commercio di parti del corpo umano sia un reato federale, tanto che c’è un’espressa previsione che riguarda proprio il traffico di resti di bambini abortiti, punito con la reclusione fino a 10 anni e/o un’ammenda fino a 500mila dollari. Ce ne informa il filmato subito dopo. Tanto che si resta increduli a guardare le immagini che seguono: una schermata presa dal sito Stemexpress.com, nel quale basta riempire un semplice modulo online per richiedere gli organi (organi!) che si desiderano, con possibilità di scegliere anche la settimana di gestazione del feto. Nel menù a tendina del modulo d’ordine si può leggere una lista impressionante: cervello, cuore, cuore con arterie e vene, polmoni, fegato, fegato e timo, tiroide con paratiroidi, milza, intestino tenue e crasso. Se andate sul sito e siete curiosi di sapere a quale livello può arrivare l’avidità umana, avete anche la possibilità di richiedere l’intero catalogo e vedere alcuni prezzi – si parla di migliaia di dollari. Cioè avevate, non si può più. Il sito ora è in manutenzione. Un caso, certamente.

Ma non basta. Il video prosegue: gli attori chiedono alla Nucatola se il fatto di sapere che esiste una specifica richiesta di tessuti cambi qualcosa nella procedura medica dell’aborto – in pratica se Planned Parenthood faccia o meno “aborti su misura”, a seconda delle necessità del cliente, con lo scopo di raccogliere determinati organi. Pare che sia proprio così: infilando la forchetta nell’insalata, la Nucatola risponde che «fa un’enorme differenza: direi che molte persone vogliono il fegato. E per questo motivo la maggioranza dei providers [medici delle cliniche di Planned Parenthood, n.d.r.] eseguono questi casi con l’aiuto dell’ecografo, in modo da sapere dove mettono il forcipe». Per cui è importante per il medico “essere consapevole di dove mette le pinze, tu cerchi intenzionalmente di andare sopra o sotto il torace. Siamo stati molto bravi a ricavare cuore, polmoni, fegato, perché lo sappiamo. Quindi non andrò a schiacciare quella parte, in pratica andrò a schiacciare sotto, o andrò a schiacciare sopra e vedrò se riesco a ottenere il tutto intatto». Difficile dire che cosa sia più osceno, se sia la facilità con cui usa la parola “schiacciare” parlando del corpo di un bambino indifeso o il gusto con cui mangia l’insalata mentre dice queste cose.

Anche se non sembra possibile, la Nucatola aggiunge altro orrore, andando avanti a spiegare come la parte più difficile sia riuscire a mantenere la testa intatta in un aborto. In questi casi il medico cercherà di modificare la posizione in cui si presenta il bambino, perché se è posizionato a testa in giù, la dilatazione all’inizio della procedura medica non è sufficiente per preservare l’integrità del cranio. Per questo motivo l’abortista girerà il bambino in modo da poter effettuare un’estrazione podalica, al termine della quale avrà una dilatazione sufficiente per ottenere il suo scopo. La Nucatola non chiarisce come avvenga l’aborto, cioè in quale momento dell’operazione il medico proceda a uccidere il bambino in questo caso. Il video di Center for Medical Progress inferisce che questa procedura sia identica a quella dell’aborto con nascita parziale, una pratica dichiarata illegale a livello federale nel 2003, particolarmente se e quando diretta al commercio di parti umane. Una norma che è riuscita anche a superare il giudizio di costituzionalità da parte della Corte Suprema (che, a quanto pare, ogni tanto prende anche qualche decisione giusta), seppure con un voto di 5 a 4. In questo tipo di procedura – e se siete impressionabili, scorrete più avanti nella lettura – il medico, dopo aver estratto il corpo del bambino fino al collo, lasciando intenzionalmente la testa all’interno, procede a perforare il cranio e ad estrarne il contenuto con un aspiratore. Se così non facesse, il bambino nascerebbe vivo e ogni ulteriore pratica volta a ucciderlo sarebbe considerata omicidio per la legge.


Che Planned Parenthood si preoccupi delle possibili conseguenze legali di tutto questo emerge nella conversazione nel momento in cui gli attori chiedono se sia possibile trattare l’acquisto dei tessuti direttamente con la sede centrale di Planned Parenthood. La domanda non è peregrina: Planned Parenthood, infatti, per proteggersi da azioni legali federali, obbligherebbe i potenziali acquirenti a rivolgersi alle singole cliniche locali, in modo che, qualora il traffico venisse scoperto, potrebbe sempre sostenere che si tratta della devianza del singolo provider e non una pratica autorizzata dall’azienda. La Nucatola candidamente ammette che, a livello nazionale, la cosa è stata discussa ma gli avvocati di Planned Parenthood vogliono evitare ogni coinvolgimento della sede centrale. «È un problema troppo delicato al momento perché possiamo assumerci la posizione di intermediario”, intendendo fra gli acquirenti e i singoli provider locali. Ma poi aggiunge: «Però vi dirò che, a porte chiuse, queste conversazioni si fanno».



All’uscita del video, Planned Parenthood non ha tardato a rilasciare un comunicato stampa, nel quale si precisa che tutti i campioni di tessuto sono ottenuti in modo etico e legale, trattandosi di materiale donato dalle pazienti. Come se fosse roba loro, viene da dire. E poco vale il fatto che la sua dipendente abbia parlato esplicitamente di un compenso per campione, che va dai 30 ai 100 dollari: poiché la Nucatola ha specificato che il prezzo varia “a seconda di cosa comporta”, secondo il vicepresidente dell’ufficio comunicazioni di Planned Parenthood, Eric Ferrero, si tratterebbe semplicemente di un rimborso spese per la consegna dei campioni, presi seguendo “i più alti standard etici e legali”. Dimenticando di spiegare l’intera faccenda dell’aborto con nascita parziale.

La replica di Center for Medical Progress non si è fatta attendere: in primo luogo l’associazione sottolinea che, con il comunicato, Planned Parenthood esplicitamente ammette di raccogliere organi nei suoi centri e che esiste uno scambio monetario collegato a questa attività. Mette inoltre in dubbio che questa pratica predatoria sia fatta con il consenso delle pazienti, che Planned Parenthood non ottenga alcun guadagno da ciò e che tutto sia perfettamente legale. A supporto di queste affermazioni, i giornalisti pro-life sganciano la seconda bomba: un volantino pubblicitario ottenuto da Stem Express LLC (più volte nominati dalla Nucatola nel video come loro acquirenti) nel quale si esaltano ripetutamente i vantaggi economici che le cliniche otterrebbero entrando in collaborazione con loro. A questo si aggiunge il vero e proprio endorsement di una delle direttrici delle cliniche di Planned Parenthood che compare sul volantino.


Al momento, la signora Nucatola risulta sparita dai radar: account Twitter cancellato, pagina Facebook che fino a martedì era ricca e colorata, ora è ridotta all’essenziale, il sito di Stem Express LLC è inaccessibile, anche se rimane la memoria incancellabile di Google, che ancora mostra nella copia cache le pagine dei moduli d’ordine, con tanto di gamma di prezzi, alcuni di svariate migliaia di dollari. Tutti rimborsi spese?

Il sito di Center for Medical Progress invita più che altro a sollecitare un’indagine da parte del Congresso sulle pratiche di Planned Parenthood. E i primi segnali sono confortanti: già due Governatori, quello dello Stato del Texas e quello della Louisiana, hanno annunciato azioni investigative per verificare la legalità di quanto avviene nelle cliniche abortiste dei loro Stati. I repubblicani si stanno mobilitando: il senatore e candidato presidenziale Ted Cruz ha auspicato che il Governo inizi un’estesa indagine, non solo su Planned Parenthood ma anche su tutti gli altri soggetti coinvolti, invocando nuovamente la sospensione di ogni erogazione di fondi statali al colosso degli aborti; sulla stessa linea anche un altro candidato, Marco Rubio; il portavoce della Camera John Boehner ha dichiarato di aver dato disposizioni alle varie commissioni competenti di esaminare la questione e ha chiesto al presidente Obama di condannare simili pratiche. Da parte dei Democratici, un silenzio assordante. E forse è meglio così, visto che, nel giorno in cui queste atrocità vengono alla luce, il leader del mondo libero ha twittato: «Noi riconosciamo che ogni bambino merita delle opportunità. Non solo alcuni. Non solo i nostri».

Qualcosa sembra muoversi, dunque. La notizia è approdata su molti media, riportata anche dal canale televisivo FoxNews e, cosa molto più rara, anche dal Washington Post. Più di un commentatore, della parte esclusivamente non liberal, ha affermato che l’exposé dell’associazione è il segno più evidente che un approccio sicuro e legale all’aborto è cosa impossibile: nel momento in cui si disumanizza un bambino al punto da ritenere moralmente accettabile l’aborto, ogni altra pratica accessoria appare secondaria e, perciò, giustificabile. Anzi, ne è la logica conseguenza.

A quali conseguenze porterà per Planned Parenthood lo scoop di Center For Medical Progress lo sapremo solo con il passare dei giorni. Che ci sarà una battaglia legale è ormai quasi una certezza. Ci auguriamo che i giornalisti pro-life riescano a provare tutto ciò che affermano. Di assolutamente vero, ad ogni modo, rimane il motto del gigante degli aborti: «Cura. A qualunque costo».



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