25 luglio 2015

La mafia si libera delle certificazioni


"Sostituire la certificazione antimafia con l'autocertificazione solo ed esclusivamente per la ricostruzione de l'Aquila è un vero regalo alle mafie. Non bastano tutte le inchieste che hanno dimostrato quanto sia stata depredata la cittadinanza, ora è stato approvato anche un emendamento, presentato dalla Pezzopane e votato dal PD e tutta la maggioranza, nel decreto legge su Enti Locali che permetterà a chiunque di speculare sui morti di quel tragico terremoto".

I membri M5S della commissione Antimafia mettono in risalto questa gravissima azione anche alla luce: "di una continua riduzione delle prefetture, un disegno messo in atto dal Governo. Se le prefetture ad oggi hanno problemi nell'emettere le certificazioni antimafia oberate come sono di lavoro, il Governo riduce le prefetture di numero e così si passa facilmente all'autocertificazione su tutto il territorio nazionale. La manovra è chiara: favorire le mafie. Non c'è altro da aggiungere".

Caro Papa Francesco, sono stupito.


Caro Papa Francesco, sono stupito.

Sono stupito che tu parli di spiritualità mentre in Vaticano ha sede una delle più potenti banche del mondo.
Sono stupito che tu invochi l'accoglienza degli altri ma non del Vaticano, che possiede - come ben sai - centinaia di palazzi a Roma molti dei quali vuoti e chiusi, essendo stati seminari oggi deserti per il calo delle vocazioni.
Sono stupito che tu chieda di abbattere muri e anzi, costruire ponti, ma non mandi nessuno della Chiesa in Nord Africa ad aiutare i poveri e i disperati in Libia, che rimangono preda delle mafie islamiche, di volta in volta carne da cannone o da barcone.
Sono stupito che la Chiesa dei poveri che tu vuoi sia ancora oggi la Chiesa ricca di beni materiali, case, terreni, lasciti in denaro e altre utiità. Così ricca dall'essere considerata da molte istituzioni economiche mondiali tra le prime 10 nazioni patrimonialmente potenti del pianeta. Cosa ti impedisce di donare tutto ai poveri come fece prima di te Francesco d'Assisi, a cominciare dalle popolazioni in miseria dell'Africa che fuggono? 
Sono stupito che tu invochi preghiera e perdono "per le istituzioni e le persone che chiudono le loro porte a gente che cerca aiuto e cerca di essere custodita" come se quelle del Vaticano fossero aperte, quando invece sono sbarrate.
Sono stupito che tu rivolga parole di conforto e di vicinanza ai disperati che arrivano dall'Africa come se fossero più bisognosi dei disperati italiani, che a centinaia si sono anche tolti la vita diventata miserabile, e che ogni mese - penso ai disabili totali - ricevono molto meno dallo Stato italiano di quanto riceva chi arriva via mare dalla Libia. Ti pare giusto?
Sono stupito che tu venga da una nazione che subì una feroce dittatura che affamò il popolo e non spendi una sola parola per quanto accaduto in Grecia, dove un'altra "dittatura" - passami l'espressione - questa volta della Troika europea con a fianco niente di meno che il Fondo Monetario Internazionale in lunghi e recentissimi anni ha affamato tanto quanto l'argentino, il popolo greco. Perchè taci? Sono un semplice cittadino italiano.
Stupiscimi ancor di più, Papa Francesco: rispondi con chiarezza ai miei dubbi.


RICHIESTA DI REFERENDUM - IN FINLANDIA - PER USCIRE DALL'EURO! TRAVOLGENTE RACCOLTA FIRME, SARA' FATTO IN PRIMAVERA 2016


LONDRA - Dopo l'Austria un altro paese potrebbe dare il colpo di grazia all'Unione Europea.

Proprio in questi giorni, infatti, in Finlandia e' iniziata una raccolta di firme per un referendum sull'uscita dell'euro e tale proposta e' stata ben accolta dai finlandesi visto che in pochissimi giorni sono state raccolte 26mila firme.

Per convertirla in disegno di legge pero' questa iniziativa necessita di almeno 50mila firme in sei mesi e dopo dovra' essere discussa dal parlamento e l'obbiettivo potrebbe essere raggiunto già a fine luglio, anzichè a fine dicembre. 

Finora in Finlandia c'è stato solo un precedente di legislazione popolare legge ed e' la sul matrimonio ugualitario.

La nuova iniziativa è stata lanciata da Paavo Väyrynen, ex ministro degli Esteri del paese e oggi deputato del Partito di Centro finlandese. La sua proposta è stata pubblicata sul sito delle iniziative civiche (kansalaisaloite.fi), creato con il contributo del Ministero della Giustizia della Finlandia.

Secondo Paavo Väyrynen, l'adesione all'euro ha avuto per Finlandia conseguenze più gravi che per altri Stati. La partecipazione all'eurozona ha portato soltanto a gravi danni economici, disoccupazione e seri problemi nel settore pubblico. A sostegno della sua tesi il politico cita uno studio, effettuato dal professor Vesa Kanniainen dell'Università di Helsinki.

Sul suo blog Väyrynen ha scritto che i finlandesi devono seguire l'esempio di altri paesi dell'Europa del Nord, che non hanno rinunciato alla loro moneta nazionale e quindi possono essere più flessibili nella loro politica fiscale, ma allo stesso tempo sono integrati bene nell'Unione Europea. Per Väyrynen l'economia della Svezia si sviluppa meglio di quella finlandese, pertanto la Finlandia ha fatto un errore, votando per euro.

"Il popolo della Finlandia deve avere la possiblità di scegliere se restare nell'eurozona o seguire l'esempio degli altri paesi dell'Europa settentrionale, cominciando a usare una nostra moneta in parallelo con l'euro", sottolinea Paavo Väyrynen.

Questa iniziativa popolare potrebbe portare a forti cambiamenti nella UE e quindi non e' un caso che la stampa di regime abbia censurato questa storia, che viceversa ha trovato ampio spazio nella stampa del nord Europa. 

Le probabilità che effettivamente la Finlandia lasci l'euro, sulla base del riscontro di massa alla richiesta di referendum, sono molto alte. Il referendum potrebbe essere tenuto già entro i primi mesi del 2016, esattamente in concomitanza, tra l'altro, col possibile voto referendario britannico di uscita dalla Ue, che sulla base delle pessime risposte ottenute da Cameron in sede europea alle richieste di ulteriore autonomia e indipendenza dalle stupide direttive comuntarie, potrebbe essere anticipato, appunto, alla primavera del 2016 invece del 2017 come già stabilito. 

La Ue e l'euro, quindi, hanno davanti due baratri, uno in fila all'altro.

GIUSEPPE DE SANTIS - Londra.

"Gli Usa hanno attaccato il mercato azionario cinese in rappresaglia per la creazione della Banca dei BRICS"

Gli Usa hanno attaccato il mercato azionario cinese in rappresaglia per la creazione della Banca dei BRICS

Gli Usa cercano di bloccare il ruolo chiave svolto dalla Cina nel finanziamento di grandi progetti bancari, infrastrutturali e di sviluppo

Mentre la Russia e la Cina stanno creando un ordine mondiale alternativo sulla base dell'Organizzazione di cooperazione di Shanghai (SCO), l'Unione economica eurasiatica e i BRICS, Washington sta fieramente tentando di resistere a questo processo scatenando una guerra economica contro i paesi membri della nuova comunità, sostiene l'analista e ricercatore presso l'Università dell'Ontario, Mahdi Darius Nazemroaya.

Nel suo articolo, pubblicato sul sito Global Research, Nazemroaya sostiene che attualmente l'architettura finanziaria del mondo sta cambiando. La forza del dollaro USA è in calo drammatico, in quanto le organizzazioni internazionali come SCO , BRICS, Mercosur e l'Unione economica eurasiatica stanno abbandonando il dollaro nelle transazioni nazionali a favore delle monete nazionali. Nel frattempo il sistema di Bretton Woods, fondato sul dominio americano all'interno del Fondo monetario internazionale e della Banca mondiale, si trova di fronte ad una sfida diretta posta dalla Nuova Banca di sviluppo dei BRICS e alla Banca d'investimento per le infrastrutture asiatiche, AIIB.

In risposta a questi sviluppi sta guadagnando slancio una guerra economica lanciata dagli Stati Uniti, spiega l'analista, Secondo Nazemroaya, Washington ha utilizzato il rallentamento economico in Cina come arma psicologica e come un mezzo per manipolare il mercato per contrastare le misure adottate da Pechino e Mosca per frenare l'influenza del dollaro. L'esperto ritiene che il recente attacco al mercato azionario cinese può essere considerato uno dei passi degli Stati Uniti in questa guerra. Pechino ha accusato Washington dell' attacco, ma il Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti ha negato il coinvolgimento nell'incidente. 

Secondo Nazemroaya, con questo comportamento economico aggressivo gli Stati Uniti cercano di bloccare il ruolo chiave svolto dalla Cina nel finanziamento dei grandi progetti bancari, infrastrutturali e di sviluppo che mettono in discussione il dominio globale di Washington. Causare il crollo del mercato azionario cinese, in particolare, mirava a seminare il panico tra gli investitori e portare alla fuga di capitali mediante una vendita di massa delle azioni.

In realtà, questa misura mira a compromettere la salute economica della Cina e ostacolare la realizzazione del progetto della Nuova Via della Seta e altre iniziative simili intraprese da Pechino e dai suoi partner russi, dei BRICS, della SCO e dell'Unione economica eurasiatica, nota l'analista, aggiungendo che queste azioni di Washington spingono il mondo verso un conflitto globale.

Gli Usa ripristinano l'invio di aiuti militari al Bahrein nonostante la situazione dei diritti umani nel Regno

Gli Usa ripristinano l'invio di aiuti militari al Bahrein nonostante la situazione dei diritti umani nel Regno

E hanno anche premiato i "progressi" della Malesia in materia di lotta al traffico di esseri umani solo per promuovere il TPP

Uno dei tanti miti che gli americani amano raccontare di loro stessi è che il governo degli Stati Uniti è uno strenuo difensore dei diritti umani e della democrazia in tutto il mondo. In realtà, niente potrebbe essere più lontano dalla verità, scrive Michael Krieger.

Sì, è vero, ci sono un sacco di individui e organizzazioni dalle buone intenzioni che si preoccupano molto profondamente di queste cose; ma il governo degli Stati Uniti non è uno di questi. I fatti dimostrano chiaramente che l'unica cosa che preoccupa i responsabili è il potere imperiale e il denaro. Naturalmente, sanno anche che mantenere vivo il mito è estremamente importante al fine di mantenere la superiorità morale e un certo grado di legittimità agli occhi del pubblico.

Il più recente esempio di quanto l'impegno del governo americano per i diritti umani sia una farsa è stata la rivelazione della scorsa settimana che il Dipartimento di Stato è pronto a "promuovere" la Malesia nella classifica sul traffico di essere umani solo per spingere avanti il TPP nonostante la scoperta, appena due mesi fa, di 139 fosse comuni di lavoratori migranti che erano stati vittima di tratta e / o detenuti a scopo di riscatto. E l'ambasciatore Usa in Malesia avevano criticato pubblicamente il paese per non aver affrontato il suo massiccio problema di traffico di esseri umani.

Oggi, apprendiamo, invece, che il governo degli Stati Uniti ha ripristinato la vendita di armi al Bahrainnonostante le terribili violazioni dei diritti umani. Da International Business Times:

"Il governo del Bahrain ha fatto qualche progresso significativo in materia di diritti umani e riconciliazione".

Con questa formulazione ambigua, gli Stati Uniti hanno giustificato la decisione di revocare il blocco sui trasferimenti di armi alle Forze armate e alla Guardia Nazionale del Bahrein deciso nel tentativo di fare pressione sul Regno per riformare le sue tattiche violente nei confronti dei manifestanti.

Ma mentre i funzionari del Dipartimento di Stato stavano scrivendo le modifiche per lo sblocco della vendita di armi, il governo del Bahrein ha fatto nuovamente presente di non avere il minimo interesse per tutela dei diritti umani e la riconciliazione politica.

Due settimane prima della decisione, un tribunale ha condannato Ali Salman, leader del partito di opposizione al-Wefaq, a quattro anni di carcere per "incitamento all'odio" e "insulto alle istituzioni pubbliche", accuse che Amnesty International ha respinto. Il giorno prima che gli Stati Uniti sbloccassero la vendita di armi, il governo ha condannato un altro leader dell'opposizione, Fadhel Abbas, a cinque anni di carcere per aver twittato la sua condanna della guerra in Yemen.

Tre giorni dopo la decisione americana, le autorità hanno arrestato Majeed Milad con l'accusa di " istigazione all'odio verso il regime. Nabeel Rajab, difensore dei diritti umani, è stato, invece, appena rilasciato per non meglio specificati "motivi di salute" dopo essere stato in prigione dal 2 aprile. Le autorità lo hanno preso di mira per le critiche al conflitto yemenita.

Tutto questo avviene mentre il Dipartimento di Stato ha dichiarato che i funzionari del Bahrain stanno contribuendo a creare n ambiente più favorevole alla riconciliazione e al progresso".

Ma lo smacco peggiore per il Dipartimento di Stato, tuttavia, è venuto l'11 giugno, quando il ministero dell'Interno ha arrestato Ebrahim Sharif. In quel giorno, le autorità hanno arrestato l'ex leader del partito di opposizione laica Wa'ad , per "incitamento a rovesciare il governo".

Come prova, i funzionari hanno citato un discorso di venti minuti tenuto da Sharif. Un esame delle parole di Sharif non rivela nulla sull' istigazione alla violenza o ad colpo di stato, ma piuttosto al dissenso non violento a cui i membri del movimento democratico del Bahrain sono impegnati da anni

Beh, almeno non stanno abusando di cittadini americani o occidentali, si potrebbe dire. Oh, aspettate.

Il cittadino americano Taqi al-Maidan rimane dietro le sbarre, soffrendo torture e maltrattamenti a causa di accuse infondate.

E se la Grecia con lo 0,33% tiene il mondo sotto scacco, figuriamoci quando verrà rivelata la verità su Francia, Spagna e Italia La Grecia, come si evince dall'infografica molto interessante di Visual Capitalist, rappresenta solo lo 0.33% dell'economia mondiale. Eppure con il livello di debito non sostenibile generato dalla leva finanziaria tiene sotto scacco il futuro dell'occidente. Pensate, si chiede Jim Quinn, quello che potrebbe accadere quando verrà rivelata la verità sulla situazione della Francia (quasi il 4%), Italia (2.88%) e Spagna (1.88%). L'intera economia cinese (13.9%) è stata costruita sul debito e sul fatto che il mondo consumi i suoi prodotti. Ma il mondo ha finito i soldi: il Giappone (6.18%), ad esempio, è nel pieno di una spiarale demogrfica e del debito mortale. Gli Usa (23,2%), infine, stanno solo comprando tempo seduti su una bomba ad orologeria grazie al dominio del dollaro. Ma quanto potrà durare questa situazione? Non per molto secondo Quinn, la verità verrà scoperchiata molto presto.


L’attivismo Usa sul territorio ucraino nelle ultime settimane si è incrementato
di Eugenio Cipolla

«Equipaggiamento bellico? Credo sia qualcosa che dovremo prendere in seria considerazione, e sarei a favore di fornire armi difensive all’Ucraina». Mark Milley, candidato alla carica di capo di Stato maggiore dell’esercito americano, ha rotto gli indugi. Nei giorni scorsi, nel corso di un’audizione al comitato dei Servizi Armati del Senato, il generale statunitense ha risposto così ad una domanda del senatore John McCain, da sempre accanito sostenitore di una fornitura di armi letali all’ex Repubblica sovietica. La questione circa un’ufficializzazione della cosa (più volte l’Ucraina ha detto di ricevere già armi letali da diversi paesi occidentali, ndr) è ancora nelle mani di Obama e, a meno di una nuova e violenta escalation in Donbass, e di una rottura definitiva dei canali diplomatici tra Mosca e Washington, è difficile che si concretizzi.

Nel corso del suo intervento, Milley non si è fermato a proporre nuove soluzioni per aiutare l’Ucraina, ma ha analizzato la pericolosa situazione alla quale si è esposta il proprio paese, sfidando Vladimir Putin. «La Russia è l’unico paese al mondo che ha un arsenale nucleare in grado di distruggere gli Stati Uniti», ha affermato. Ed è per questo che l’amministrazione Obama sta continuando a lavorare incessantemente sul fronte ucraino, per cercare di indebolire la Russia, vista come una vera e propria minaccia all’esistenza stessa degli Stati Uniti. 

Non a caso l’attivismo Usa sul territorio ucraino nelle ultime settimane si è incrementato, raggiungendo livelli mai visti prima. Qualche giorno fa, in una base militare presso Lviv, sono iniziate le operazioni congiunte NATO-Ucraina, con la presenza di militari statunitensi (uno dei gruppi più corposi). La cosa non è stata gradita affatto da Mosca, che attraverso una nota del suo ministero degli Esteri ha reso pubblico il suo disappunto, parlando di una grave minaccia al processo di pace in corso. A dire il vero, al Cremlino non hanno gradito nemmeno la decisione di Mikhail Saakashvili, governatore della regione di Odessa ed ex premier georgiano, di firmare un memorandum con le autorità Usa che prevede l’invio di istruttori per addestrare la polizia dell’oblast situato nel sud del paese.

Intanto il Wall Street Journal ha scritto che il Pentagono si appresta a fornire all’Ucraina un discreto numero di radar (RLS) per aiutare l’esercito di Poroshenko a combattere le milizie filorusse in Donbass. Secondo il quotidiano americano, la proposta del Dipartimento della Difesa Usa, che dovrà essere approvata dalla Casa Bianca, si inserisce in un contesto più ampio, nella volontà di Washington di mostrare maggiore disponibilità per rafforzare la capacità difensiva di Kiev.

Intervistato da Fox News, il generale Usa in pensione e analista militare dell’emittente televisiva, Robert Scales, famoso per aver detto che l’unica soluzione alla guerra in Ucraina è quella di uccidere tutti i russi, ha lanciato l’allarme sullo strapotere bellico della Russia, fornendo la sua soluzione alla minaccia rappresentata da Mosca: fornire all’Ucraina lanciarazzi, missili anticarro, missili guidati, artiglieria e apparecchiature di comunicazione. Ma questo, secondo lui, non avverrà con Obama, piuttosto con l’amministrazione che gli succederà: «Putin sta diventando sempre meno affidabile. E in futuro ci troveremo ad affrontare la Russia, ma non con questa amministrazione».

L'economia mondiale in una Infografica

L'economia mondiale in una Infografica

E se la Grecia con lo 0,33% tiene il mondo sotto scacco, figuriamoci quando verrà rivelata la verità su Francia, Spagna e Italia

La Grecia, come si evince dall'infografica molto interessante di Visual Capitalist, rappresenta solo lo 0.33% dell'economia mondiale. Eppure con il livello di debito non sostenibile generato dalla leva finanziaria tiene sotto scacco il futuro dell'occidente. Pensate, si chiede Jim Quinn, quello che potrebbe accadere quando verrà rivelata la verità sulla situazione della Francia (quasi il 4%), Italia (2.88%) e Spagna (1.88%).

L'intera economia cinese (13.9%) è stata costruita sul debito e sul fatto che il mondo consumi i suoi prodotti. Ma il mondo ha finito i soldi: il Giappone (6.18%), ad esempio, è nel pieno di una spiarale demogrfica e del debito mortale. Gli Usa (23,2%), infine, stanno solo comprando tempo seduti su una bomba ad orologeria grazie al dominio del dollaro. Ma quanto potrà durare questa situazione? Non per molto secondo Quinn, la verità verrà scoperchiata molto presto.

Dal Telegraph: perché è giunto il momento che la Germania esca dall'euro

Dal Telegraph: perché è giunto il momento che la Germania esca dall'euro

La moneta unica è “reversibile”, dopo tutto. E il dogma è finito grazie a Wolfgang Schäuble

Di Mehreen Khan, 21 luglio 2015

Il ministro delle finanze tedesco, Wolfgang Schäuble, ha suscitato aspre critiche e complimenti in egual misura a causa della sua proposta di “time-out” della Grecia rispetto all’eurozona.

Nel suggerire che la Grecia starebbe meglio fuori l’euro, l’irascibile 72enne ha varcato un Rubicone politico: ha confermato che la moneta unica è “reversibile”, dopo tutto.

Ma dopo che è stato rotto il più grande tabù dell’euro, i commentatori ora suggeriscono che sia la Germania del signor Schäuble, anziché la Grecia, a dover fare il grande passo e abbandonare l’euro.

Figure importanti come l’ex capo della Federal Reserve, Ben Bernanke, ha utilizzato la decisione della scorsa settimana di portare avanti un nuovo, punitivo salvataggio per la Grecia come un’occasione per ricordare alla Germania le sue responsabilità verso il continente.

Il signor Bernanke ha usato il suo blog per evidenziare che la politica fiscale eccessivamente restrittiva di Berlino ha contribuito a distruggere gli euro-sogni di prosperità e di “sempre più stretta” integrazione tra le 18 diverse economie.

Nella sua ultima valutazione della forza economica tedesca, anche il FMI (ritenuto da molti circoli tedeschi il garante della disciplina contro i ribelli greci) ha esortato Berlino a svolgere ” azioni più ambiziose… e a contribuire al riequilibrio globale, in particolare nell’eurozona”.

Un riequilibrio sbagliato

Il surplus commerciale tedesco da record è additato come il sintomo principale della sua posizione pericolosamente preponderante nell’eurozona.

Il saldo tedesco delle partite correnti – una misura della posizione dell’economia nei confronti del resto del mondo – ha raggiunto il valore, record per l’eurozona, del 7.9% del PIL ossia 215 miliardi di euro nel 2014. Al momento si prevede che possa superare l’8% del PIL quest’anno, secondo il FMI.

Questo surplus persistente, in parte riflette la forza delle tanto decantate industrie esportatrici tedesche. Ma altri fattori che contribuiscono ad essa sono motivi di preoccupazione. Il FMI ha detto che tale squilibrio cronico riflette anche una “riluttanza dal settore aziendale ad investire di più in Germania”. Come osserva anche il signor Bernanke, il surplus pone “tutto il peso dell’aggiustamento sui paesi con deficit commerciali, che devono subire una dolorosa deflazione dei salari e di altri costi per diventare più competitivi.”

Le economie del sud come la Grecia sono le principali vittime del costo di tale adeguamento. Ma come mostra il grafico qui sotto, fintanto che la Germania rimarrà dentro l’unione monetaria, i tentativi di riaggiustamento dell’eurozona non andranno da nessuna parte.

Perchè è ora che la Germania esca 

Il ribilanciamento iniziale tra nazioni debitrici e creditrici, iniziato nel 2008, “si è interrotto dal 2012 e sembra essere sul punto di inversione”, osserva Standard & Poor’s.

L’altro problema della politica economia tedesca è l’ossessione del governo per lo “schwarze Null” ossia la politica “zero nero” tesa a raggiungere il pareggio di bilancio.

Berlino è riuscita a raggiungere questo obiettivo magico quest’anno. Lo “schwarze null” viene considerato comela pietra angolare della forza e stabilità finanziaria tedesca in un contesto globale pericoloso, ma ha attirato critiche, perché è l’ennesimo sintomo del malfunzionamento dell’eurozona.

L’economista Paul De Grauwe l’ha definito un fondamentalismo quasi religioso del pareggio di bilancio.

La disciplina fiscale è finita anche nel mirino delle prescrizioni del FMI all’economia tedesca. Il Fondo ha raccomandato a Berlino di impiegare almeno il 2% del PIL in progetti di investimento nei prossimi quattro anni, un obiettivo che il governo sta costantemente fallendo.

PERCHÉ UN’USCITA TEDESCA AIUTEREBBE

L’economista di Princeton ed ex-capo dei salvataggi dell’FMI Ashoka Mody è tra i sostenitori più recenti di un’uscita tedesca dall’euro.

Il signor Mody rileva che un ritorno al marco tedesco fornirebbe una duplice spinta al martoriato resto dell’eurozona: farebbe immediatamente svalutare l’euro, stimolerebbe le esportazioni nella periferia meridionale e causerebbe anche molte minori perturbazioni al resto del blocco di quanto non farebbe un potenziale Grexit.

“Un marco tedesco potrebbe comprare più beni e servizi in Europa (e nel resto del mondo) di quello che fa oggi un euro, i tedeschi diventerebbero più ricchi in un colpo solo”, scrive il signor Mody.

“Gli asset tedeschi all’estero varrebbero meno in termini dei più costosi marchi tedeschi, ma i debiti tedeschi sarebbero più facili da rimborsare”.

Fuori della moneta unica, l’industria tedesca sarebbe costretta a tornare a un mondo pre-euro e a doversi continuamente adeguare ai costi di una valuta che tende ad apprezzarsi. Ma il signor Mody ritiene che questa transizione, pur rappresentando un grande shock iniziale, non sarebbe certo nuova per le aziende tedesche.

Egli aggiunge che una valuta meno competitiva potrebbe anche fornire un incentivo decisamente necessario all’industria tedesca a produrre prodotti di qualità superiore e a migliorare la pigra produttività nel settore dei servizi.

UN PROGETTO PER IMPRIGIONARE LA FORZA TEDESCA
Non bisogna sopravvalutare il valore economico della Germania all’interno dell’euro.

Una delle cause del suo “feticismo fiscale” è una profonda insicurezza riguardo le prospettive economiche di lungo termine del paese. La Germania è una delle economie che invecchiano più velocemente al mondo, ha bisogno di un’immigrazione di massa, di incorporare più donne nella forza lavoro e di un notevole aumento al suo tasso di natalità.

E nonostante tutta la relativa forza economica tedesca, l’euro è sempre stato in sostanza un costrutto politico progettato per ingabbiare una Germania riunificata 25 anni fa.

Paradossalmente, il signor Mody ora dice che una liberazione dalle catene della moneta unica potrebbe infine spianare la strada alla Germania per agire come una “potenza egemone benevola”, una cosa di cui un sistema di cambi fissi funzionante ha sempre avuto bisogno.

“Per rimanere unite, le nazioni d’Europa potrebbero aver bisogno di allentare i nodi che li legano così strettamente”.

In ogni caso, la volontà popolare di un’uscita della Germania è – al momento – quasi inesistente. Ma dopo che la carta del Grexit è stata giocata, il signor Schäuble e i suoi compagni dovranno sopportare le conseguenze dell’affermazione che l’unione monetaria non è più sacra e inviolabile.

Obama lo confessa. In un'intervista alla Bbc rileva ciò che lo fa sentire più "frustrato"

Obama lo confessa. In un'intervista alla Bbc rileva ciò che lo fa sentire più frustrato

"Se si guarda al bilancio delle vittime degli Stati Uniti dagli attacchi di 11 settembre 2001 in poi..."

Il presidente Usa Barack Obama lo ha confessato in un'intervista con la BBC. Nello spiegare che ciò che ha lo fatto sentire più "frustrato" in questi mesi è l'incapacità di mettere sotto controllo le armi da fuoco nel paese, nonostante i ripetuti massacri commessi dai propri cittadini, ha di fatto ammesso come la politica contro il terrore che il paese sta perseguendo è un fallimento assoluto. "Se si guarda al bilancio delle vittime degli Stati Uniti dagli attacchi di 11 settembre 2001, il terrorismo ne ha prodotti meno di un centinaio. Se si guardano le vittime dall'uso di armi da fuoco, la cifra sale a decine di migliaia di persone," Obama lo ha ammesso poco prima di partire per il Kenya, dove inizierà un tour nel continente africano.

Anche se il presidente americano Ha cercato di porre fine al problema dopo il massacro avvenuto nel 2012 nella Sandy Hook scuola elementare a Newtown (Connecticut), dove 26 persone sono morte, allora la sua iniziativa non ha trovato sostegno nel Congresso. Ma nel frattempo queste sono le cifre dei soldi spesi (buttati) per arginare il terrorismo con nuove guerre che alimentano nuovo terrorismo.

Le vittime del terrorismo sono quintuplicate dagli attacchi dell’11 settembre 2001 ad oggi, la guerra al terrore” lanciata dagli Usa è costata 4.400 miliardi di dollari, spesi nelle guerre in Iraq, Afghanistan e in operazioni antiterrorismo in giro per il mondo. Nel 2014, le forze delle operazioni speciali (SOF) statunitensi erano presenti in 133 paesi e le forze d’élite americane in 150. Dopo più di un decennio di guerre segrete, sorveglianza di massa, un numero imprecisato di incursioni notturne, detenzioni ed omicidi, per non parlare di miliardi su miliardi di dollari spesi, sono nati 36 nuovi gruppi terroristici, tra cui diverse succursali, propaggini e alleati di al-Qaida.

Lo strano caso delle margherite 'mutanti' nei pressi di Fukushima: le foto

Lo strano caso delle margherite 'mutanti' nei pressi di Fukushima: le foto

Non è il primo caso di irregolarità naturali dopo il disastro nucleare

Un utente giapponese di Twitter, San _kaido ha postato delle strane margherite “mutanti” che crescono nella città giapponese di Nasushiobara, a soli 110 chilometri dalla centrale nucleare di Fukushima. Il fiore subisce deformazioni significative.

Sebbene le cause delle mutazioni subite dai boccioli di fiori non sono ancora chiare, le immagini suggeriscono che queste deformazioni possono essere causati da radiazioni dalla centrale di Fukushima, come sottolinea la rivista ScienceAlert.

Non è il primo caso di “irregolarità” in natura in quelle zone a seguito del disastro nucleare di Fukushima del 2011. L'anno scorso uno studio ha rilevato una decimazione delle farfalle, oltre ad una serie di alterazioni morfologiche.

Anche se la radiazione potrebbe spiegare quello che è successo alle margherite nella regione, sottolinea la rivista scientifica, ci sono altre ragioni che suggeriscono che questa mtazione potrebbe avere cause naturali.

"Gli Stati Uniti stanno organizzando un nuovo Piano Condor in America Latina"

Gli Stati Uniti stanno organizzando un nuovo Piano Condor in America Latina

Vladimir Davydov: "L'obiettivo è rovesciare tutti i governi che hanno buone relazioni con la Russia"

Al vertice recente del Mercosur si è espressa viva preoccupazione per l'intensificazione delle attività di intelligence degli Stati Uniti in America Latina, al fine di organizzare un graduale rovesciamento dei presidenti democraticamente eletti nella regione. In diversi hanno notato, in particolare, l'analogia della situazione attuale con l'Operazione Condor, effettuata dalla CIA negli anni '70 e '80 in Sud America.

Come ha detto al portale di informazione Pravda.ru, il membro dell'Accademia Russa di Scienze Vladimir Davydov, in quel momento gli agenti americani hanno fisicamente posto fine ai leader progressisti in Brasile, Argentina, Bolivia, Cile, Paraguay e Perù. Oggi la situazione è diverse. "Penso che le moderne tecnologie rendano la situazione ben diversa dall'Operazione Condor, anche se i problemi sono simili", ha detto l'esperto, aggiungendo che ciò che esiste oggi in America Latina è "una guerra basata su materiali compromettenti e organizzazione di proteste contro tutti quesi governi che mantengono buone relazioni con la Russia. "

Se Washington prima utilizzava l'intelligence, la corruzione, il finanziamento dell'opposizione ragicale e l'eliminazione fisica dei leader, oggi utilizza un'altra arma: la guerra dell'informazione. Ad esempio, l'esperto cita l'esempio del Brasile, dove gli Stati Uniti e la mafia locale hanno mobilitato l'opposizione, in particolare attraverso Internet, per partecipare ad una campagna contro il governo di Dilma Rousseff. Le organizzazioni criminali hanno visto come una minaccia alla loro posizione il nuovo piano del governo contro il dominio di trafficanti di droga nelle favelas e hanno trasformato le proteste da pacifiche in gravi scontro. Per quanto riguarda ilVenezuela, Davydov ha sottolineatoche vi è il rischio di scontri violenti di piazza organizzati.

Il grande esodo: diritti umani o quote d’accoglienza?

Il grande esodo: diritti umani o quote d’accoglienza?

Intervista ai Proff. C. Amirante e M. Pascali: "Un problema dai forti connotati politici, economici ed etico-sociali viene ridotto a una questione di ordine pubblico-burocratico”

di Alessandro Bianchi

Carlo Amirante. Già Professore ordinario di Dottrine dello stato e diritto costituzionale all’Università Federico II di Napoli

Michelangelo Pascali. Docente presso l’Università “Parthenope” di Napoli ci Sociologia generale e Sociologia dei processi economici e del lavoro.

- Nel recente saggio monografico “Alien. Immigrazione clandestina e diritti umani (Editoriale Scientifica, 2015)” avete sollevato più di una riserva nei confronti delle politiche comunitarie, ma anche di quelle dei governi e del legislatore del nostro Paese, in materia di immigrazione. Qual è il vostro giudizio sulla spinosa e sulla controversa tematica dell’accoglienza e del diritto di asilo?

«In un quadro generale nel quale il diritto internazionale, come afferma Koskenniemi, ondeggia fra realismo e utopia e l’Onu attraversa una fase di stallo e di delegittimazione evidente, i diritti umani vivono una fase di grande sofferenza, di cui immigrazione ed esodi di massa nell’area geopolitica del Mediterraneo sono una drammatica riprova. Il trattamento riservato ai migranti in fuga da guerre, fame e persecuzioni etnico-religiose si scontra contro gli interessi prevalenti e almeno apparentemente inconciliabili del mercato globale. In questo contesto, le politiche comunitarie sembrano in ritardo e comunque inadeguate ad affrontare una situazione che è oramai divenuta endemica e non può essere certo risolta con misure di emergenza».

- Il diritto di asilo può costituire di per sé lo strumento prioritario per orientare le politiche di accoglienza degli immigrati?

«Di accordo con la più attenta dottrina internazionalistica, risulta chiaro che, per più di un motivo, il diritto di asilo – soprattutto se inteso nel suo significato originario, riaffermato dalla Costituzione italiana all’art. 10, comma terzo, come il diritto dello straniero al quale sia impedito nel suo Paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche costituzionalmente garantite, secondo una formulazione che sembra potenzialmente comprendere la maggior parte di coloro che affrontano l’emigrazione per motivi politici – è stato in realtà tradizionalmente riferito a singoli casi ben delimitati, storicamente circoscritti a chi si sottrae a un sistema politico notoriamente ritenuto “illiberale”.
E’ più che evidente che, se inteso in questi termini, il diritto di asilo è assolutamente inidoneo ad affrontare e risolvere emigrazioni di massa come quelle in corso nell’area del Mediterraneo. D’altra parte, è la stessa Costituzione che, dato il carattere individuale del provvedimento, impone la valutazione di ciascun caso, cosa che si traduce nell’obbligo per lo Stato di accogliere sul territorio nazionale, sia pure temporaneamente, coloro i quali lo invocano come “asilanti”…».

- La dimensione economica degli esodi di massa, che i Paesi membri dell’Unione europea e, in particolare, il nostro si trovano ad affrontare, ha un peso determinante nel definire modalità e termini dell’accoglienza?

«La risposta non può che essere affermativa; innanzitutto, anche prima che si verificasse l’attuale situazione di grave emergenza, le politiche in materia di immigrazione sono sempre state affrontate considerando il potenziale o l’effettivo ruolo dei migranti nel mercato del lavoro e nell’economia del Paese comunitario, e non certo ponendo al primo posto il criterio della salvaguardia dei diritti umani, che pure i mentori dell’Unione europea e i governi degli Stati membri hanno la consuetudine di richiamare come elemento distintivo e irrinunciabile della cultura europea. In secondo luogo, bisogna ribadire che, accanto a quei fortunati che godono di un contratto di lavoro a tempo indeterminato che assicura loro una situazione di tranquillità per quanto riguarda il soggiorno, esiste un numero estremamente rilevante di lavoratori stagionali, precari e irregolari, che concorrono all’economia del Paese senza che questo corrisponda a piene garanzie relativamente alla permanenza continuativa sul territorio. La questione dell’accoglienza di migranti che fuggono da situazioni di insicurezza politica, da cui deriva insicurezza economica, disoccupazione e carenza di ogni forma di assistenza sociale, è stata stigmatizzata con una sentenza del Tribunale costituzionale federale tedesco, che non ha mancato di sollevare critiche, distinguendo tra un “asilo politico”, costituzionalmente garantito, e un “asilo economico”, che non pare rientrare in alcun modo nella fattispecie del tradizionale diritto di asilo.»

- Sembra che finalmente l’Unione europea si sia decisa ad assumere almeno un ruolo di coordinamento delle modalità e soprattutto della misura dell’impegno dei singoli Paesi membri nell’accoglienza degli immigrati. Vi sembra che, a fronte di un fenomeno che non accenna a scemare, le indicazioni politiche di Bruxelles siano adeguate?

«Innanzitutto, non si può negare che, anche in questo caso, il conflitto fra la teorica priorità della tutela dei diritti umani e le regole di mercato resta evidente. Infatti, in luogo di una “gara di solidarietà” fra Paesi che pure non dovrebbero dimenticare le proprie corresponsabilità in molte delle situazioni drammatiche da cui fuggono i migranti è subentrata una “concorrenza al ribasso” che contribuisce a incancrenire, e non a risolvere, il problema. Privilegiare il criterio della ‘volontarietà’ nella determinazione delle quote di accoglienza nei singoli Stati membri, mentre irrigidisce l’intero apparato ‘militar-burocratico’, destinato sia ai respingimenti che ai controlli degli immigrati, crea poi sfiducia reciproca fra i Paesi; una sfiducia dovuta, in larga parte, all’esigenza dei Paesi di prima accoglienza di non divenire automaticamente gli unici concretamente obbligati ad accogliere in via definitiva le persone a cui si è prestato soccorso o che sono comunque in qualsiasi modo penetrate nel territorio nazionale (anche se non va dimenticato, d’altro canto, l’esigenza dei Paesi che offrono migliori condizioni di lavoro e di vita di non divenire l’obiettivo quantitativamente privilegiato dei migranti).»

- Il conflitto che ha occupato negli ultimi tempi le prime pagine dei quotidiani nazionali fra governo centrale, prefetti e amministratori locali e popolazioni riguarda la ridistribuzione degli immigrati sul territorio nazionale. Quali sono le cause di questo conflitto montante?

«Certamente sono dovute a interessi contrapposti di diversa natura. Mentre il governo ha tutto l’interesse a risolvere il problema nel modo più rapido e ‘indolore’, i responsabili dei governi locali si dimostrano particolarmente sensibili agli umori e agli atteggiamenti sia dei partiti politici a cui devono rendere conto che del loro elettorato. Ne è una chiara dimostrazione la paradossale riproposizione, da parte di quegli stessi soggetti che criticano gli Stati del Nord Europa per un improprio atteggiamento ‘egoistico’ assunto nei confronti degli Stati del Sud, di una analoga frattura Nord-Sud nel nostro Paese. Non va, d’altronde, dimenticato che sono state registrate, da più parti, tendenze (vedi, per esempio le ipotesi accusatorie presenti nell’inchiesta “Mafia capitale”) a trasformare anche la macchina dell’accoglienza in un’occasione di business, in cui sembrano presenti interessi corruttivi in antinomia con le finalità stesse dell’accoglienza. Uno dei risultati delle evidenti, frequenti strumentalizzazioni del malcontento delle popolazioni locali, che talora sfocia in vere e proprie rivolte, è che spesso i capri espiatori delle situazioni di disagio divengono i prefetti, anche al di là delle loro reali responsabilità. In tal modo, un problema dai forti connotati non solo politici ma anche economici ed etico-sociali viene ridotto a questione di ordine pubblico e di stampo “burocratico”.»

24 luglio 2015

Pier Paolo Pasolini , Io so, Corriere della Sera, 14 novembre 1974

GRAVISSIMA DENUNCIA DELLA CNA: GOVERNO RENZI REINTRODUCE L'ANATOCISMO SUI DEBITI COL FISCO (PD VUOLE L'USURA DI STATO)


GRAVISSIMA DENUNCIA DELLA CNA: GOVERNO RENZI REINTRODUCE L'ANATOCISMO SUI DEBITI COL FISCO (PD VUOLE L'USURA DI STATO)

Uscito dalla porta nel 2011, l'anatocismo sui debito fiscali rientra dalla finestra. Lo denuncia la Cna, sottolineando che, con uno degli ultimi decreti della delega fiscale, quello sulla semplificazione della riscossione, il governo ha deciso di reintrodurre, dopo quattro anni, il pagamento degli interessi di mora anche sulle sanzioni e sugli interessi relativi ai debiti con il fisco.

Secondo l'associazione degli artigiani, l'incasso per l'erario potrebbe superare 1,2 miliardi di euro. "E' una ingiustizia che colpisce le famiglie, ma anche gli artigiani e le piccole imprese. - afferma il presidente della Cna Daniele Vaccarino - Come abbiamo gia' fatto nel 2011, ci batteremo contro questa decisione. Devono cancellare la norma. E' un errore. A nessuno, nemmeno al fisco, dev'essere consentito di chiedere gli interessi sugli interessi. Significa calpestare qualunque forma di civilta' nelle relazioni tra lo Stato e i contribuenti, che vanno al contrario sicuramente migliorate. E' chiaro che chi non e' in regola con il fisco, deve pagare. Ma pagare non vuol dire essere messi al rogo degli interessi impazziti".

Per la Cna, quella intrapresa, e' "una strada molto pericolosa, che puo' far raddoppiare il tasso di incremento del debito fiscale totale. Puo' renderlo, in tantissimi casi, insostenibile, con un doppio danno: per l'erario, che non incasserebbe nulla, e per il contribuente, che si vedrebbe sbarrare per sempre la strada del ritorno alla normalita'. Senza contare che rischierebbero di tornare ulteriormente conflittuali i rapporti tra contribuenti ed Equitalia".

Secondo le stime della Cna, considerato che le somme iscritte al ruolo e ancora da riscuotere ammontano a circa 80 miliardi di euro e ipotizzando, con la dovuta cautela, che le sanzioni e gli interessi rappresentino mediamente il 32% di questa cifra, le maggiori entrate che ogni anno l'erario potrebbe incassare da tutti i contribuenti coinvolti sono superiori a 1,2 miliardi.

Redazione Milano

PERCHE' I GRANDI CHEF COME CRACCO E OLDANI TACCIONO SULL'IMPOSIZIONE UE A PRODURRE FORMAGGI COL LATTE IN POLVERE?


LONDRA Sta facendo ancora scalpore l'ultima follia dell'Unione Europea che vuole permettere l'uso di latte in polvere nella produzione di formaggi ma sembra che a diverse persone questo non vada giu' e hanno iniziato una campagna per porre fine a questa cosa.

In questi giorni su Alice, Leonardo e Marco Polo (visibili rispettivamente sul canale 221, 222 e 223 del digitale terrestre) sta andando in onda una campagna contro questa direttiva europea.

A questo spot partecipano tutti i volti noti di Alice, un canale specializzato in programmi gastronomici, i cui autori e conduttori giustamente non accettano questa follia e vogliono sensibilizzare il pubblico a questa campagna.

Qui sotto il link di youtube dove e' possibile vedere il video di questa iniziativa:


Da parte nostra non possiamo che lodare questa campagan di sensibilizzazione ma allo stesso tempo non possiamo che notare come le grandi reti private e pubbliche italiane non abbiano fatto nulla a proposito nonostante i tanti cuochi e conduttori che prendono parte a seguitissimi programmi televisivi culinari. Mentre invece sarebbe interessante sapere cosa ne pensano i vari Cracco, Oldani e compagnia, di questa direttiva, perche' se il loro silenzio equivale al loro favore ai formaggi in polvere, allora a nostro parere dovrebbero chiudere bottega e cambiare mestiere.

GIUSEPPE DE SANTIS - Londra

Le radici della civiltà europea secondo Renzi

Le radici della civiltà europea secondo Renzi

- di Luciano Lago –

Affermazioni fatte da Renzi nel corso della sua visita in Israele : «Israele è il paese delle nostre radici, delle radici di tutto il mondo e anche il paese del nostro futuro». Renzi, nel suo discorso, ha inoltre assicurato che i legami tra Italia e Israele «sono molto forti, in particolare forti in politica estera»
Sono affermazioni molto discutibili che denotano una ignoranza profonda della Storia, sembrano dettate dalla necessità di compiacere gli interlocutori (il governo Netanyahu), meritano quindi un approfondimento.

Sarebbe interessante capire di quali “radici israeliane” parla Renzi ? Forse si riferiva alle radici comuni in Terra Santa, la Palestina, dove hanno avuto origine le tre grandi religioni monoteistiche? Allora avrebbe dovuto precisare : le radici provengono dalla Palestina storica, che ospita luoghi come Gerusalemme, sacri a Ebraismo, Cristianesimo e Islam.
Sappiamo tutti che Israele è uno stato artificiale creato nel 1948, per volontà delle grandi potenze, mediante l’espropriazione forzata delle terre dei palestinesi, con l’espulsione della popolazione autoctona, realizzando l’obiettivo del movimento sionista, instaurando di fatto una forma di neo colonialismo europeo nel Medio Oriente.

Cosa c’entrano queste pretese “radici” con le vere radici culturali dell’Europa?

Non sono certo quelle che cita Renzi ma, secondo Franco Cardini “……L’Europa come idea geografica nasce nell’antica Grecia, come parte del mondo conosciuto è antica e medievale, come realtà distinta dalla Cristianità latina è figlia del processo di laicizzazione e si può dire che emerga solo nel Sei-Settecento, a partire dalle paci di Westfalia, come realtà costituita dal “consesso delle nazioni cristiane”. E’ solo col romanticismo, penso soprattutto al “Novalis del Christenheit oder Europa”, che cristianità ed Europa vengono proposte come sinonimi.


Parlando del ruolo del cattolicesimo nella costruzione europea, Cardini prosegue: “…..I cristiani d’Occidente, ben presto in vari modi riuniti nell’osservanza romana e nella lingua liturgica latina (per quanto realtà locali, come la Chiesa celtica, abbiano sopravvissuto a lungo), hanno gradualmente costruito lo spazio geoculturale europeo attraverso il processo di cristianizzazione del mondo romano-ellenistico prima, celtico, germanico, slavo e baltico più tardi. Le esperienze della sia pur imperfetta unificazione politica carolingio-ottoniana e di quella ecclesiale e disciplinare da parte della Chiesa di Roma si sono poi perfezionate nell’unità culturale e intellettuale raggiunta in pieno XII con il metodo scolastico, la diffusione delle cattedrali e delle università, il ritorno in Occidente di parte della cultura greca attraverso le traduzioni arabe ed ebraiche e del diritto giustinianeo. Dal punto di vista della coscienza identitaria religioso-intellettuale, l’Europa unita raggiunge la sua maturità tra XII e XIII secolo; maturità che viene tuttavia insidiata fin dal Due-Trecento dal sorgere delle monarchie feudali preludio degli stati assoluti e a partire dal Cinquecento dalla rottura dell’unità religiosa a causa della Riforma”. Vedi:Francocardini.net

Di sicuro si può affermare che le radici originarie del’Europa non sono univoche, al contrario esse sono molteplici e risalgono a varie epoche storiche . La Chiesa cattolica e i tradizionalisti cattolici vorrebbero ricondurre la vasta e complessa cultura europea unicamente o prevalentemente alle radici giudaico-cristiane, la qual cosa condurrebbe ad una visione riduttiva della cultura europea, che in realtà ha risentito e si è beneficiata di vari influssi. Senza considerare che, parlare del cristianesimo come di un fenomeno religioso/ culturale unitario, è quanto meno azzardato, viste le feroci e cruenti guerre di religione scoppiate nei secoli passati e alle divisioni ancora attuali tra cattolici, protestanti, anglicani, greco-ortodossi. Sarebbe difficile pensare che gli europei attuali, dei paesi del nord come di quelli sud, oggi ideologizzati in base al modernismo trionfante, possano tutti identificarsi con un unica confessione, quella cristiana o cattolica che, nella sua Storia, contiene molte pagine poco gloriose di oscurantismo, basti pensare all’ Inquisizione o al rifiuto delle scoperte scientifiche da parte delle gerarchie ecclesiastiche. Infatti nell’Unione Europea, dei 42 paesi che la compongono, quasi nessuno dei 42 paesi che compongono la UE ha voluto menzionare l’accenno alle radici cristiane, con l’eccezione di 4 paesi Grecia, Irlanda, Polonia e Slovacchia.

L’Europa possiede radici che provengono dalla antica civiltà celtica, oltre che dalla grande tradizione greco-romana, dal Sacro Romano Impero, dal Rinascimento, dall’Umanesimo e dall’Illuminismo, tutti fenomeni e correnti di pensiero che hanno lasciato sul corpo del continente tracce profonde e importantissime, non inferiori a quelle lasciate dall’influsso guidaico-cristiano.
Volendo analizzare il valore di queste tracce nell’esperienza storica, può valere la pena rileggersi quanto scritto dal celebre studioso Giuseppe Tucci, il quale ha sostenuto che le radici più antiche della civiltà europea vanno rintracciate in Asia e, più in particolare, in quella meravigliosa cultura che in India ha dato nascita ai Veda. Il prof. Tucci coniò appositamente il termine ‘Eurasia’ per identificare quella vastissima area in cui egli — e ancor più gli studiosi che vennero dopo di lui — rintracciò precisi legami comuni talmente forti da condurre a un denominatore comune unico.

Sono state indagate ed esaminate in varie opere le caratteristiche salienti che accomunano la vasta area indoeuropea (vedi Eurasia). Indagini approfondite fatte da studiosi, esperti di antropologia ed di archeologia, hanno appurato che è proprio dall’antichissima cultura Arya, originaria dell’India, che si sono sviluppate le varie culture dei popoli dell’Europa — compresa la civiltà greca e quella celtica. Fino al secolo scorso, si propendeva a dimostrare la tesi prevalente che l’origine dell’attuale civiltà umana fosse da attribuire alle popolazioni dei bianchi europei, iniziata nel vicino Oriente (Egitto e Mesopotamia) e sviluppata dai popoli del Caucaso e delle aree attigue. Tuttavia, recenti scoperte non lasciano dubbi circa le vere origini di tale civiltà. Risulta importante per la Storia dell’Europa appurare quelle che sono state le vere origini e le radici della civiltà e come da queste popolazioni siano derivate le evoluzioni verse le forme sociali più evolute nell’antichità che hanno dato il via alla civiltà micenea, dorica e della Magna Grecia. Le due grandi branche di civiltà, differenziate fra loro, con caratteristiche divergenti, sono state quelle dell’Oriente e dell’Occidente, entrambe hanno preso origine da quelle indoeuropea ove, nello stato iniziale, riuscivano a mescolarsi ed a convivere fra loro. Da quelle origini sono venute fuori le Civiltà classiche che hanno fornito all’Europa Platone , Eschilo ed Aristotele, la civiltà romana, Virgilio, Giustiniano e, di seguito, il Sacro Romano impero, Carlo Magno, Federico II e la civiltà germanica.

Questa in sintesi la Storia e le origini ben più complessa ed elaborata delle semplicistiche e riduttive dichiarazioni di Matteo Renzi. Bisogna poi accennare che, fatto ancora più grave, Renzi, nella sua visita in Israele, neppure nomina i diritti del popolo palestinese, sottoposto ad un’opera di repressione e di pulizia etnica da parte di Israele, si limita a parlare del concetto ormai divenuto un luogo comune, dei “due popoli e due stati”, quando si sa benissimo che è proprio Israele quello che nega la legittimità ad uno Stato palestinese, opponendosi (con pretesti strumentali) al suo riconoscimento internazionale.

Renzi accenna anche alla ” sicurezza di Israele” come se questo sia il problema fondamentale dell’area (tesi israeliana) omettendo di dire che questo è il pretesto che ha consentito al governo di Tel Aviv di invadere ed occupare i paesi vicini (Libano e Cisgiordania), di essere la maggiore potenza militare dell’area, di scatenare aggressioni ingiustificate, come anche di sostenere i gruppi terroristi che combattono in Siria per rovesciare un governo legittimo. Un personaggio allineato in toto con le tesi atlantiste in un paese privo di una propria politica estera che non sia quella della NATO e della strategia del caos seminata dagli Stati Uniti in Medio Oriente ed altrove. Ne vediamo oggi le conseguenze in paesi come la Libia, l’Iraq, la Siria ed il Libano.

Le lamentele di Israele contro l’Iran, un paese che non possiede armamenti atomici, a differenza di Israele, che non ha mai invaso i paesi vicini, al contrario di Israele, che ha il suo pieno diritto di dotarsi di energia nucleare oltre che di essere considerato un paese emergente con una propria area di influenza politica ed economica. Le lamentele di Netanyahu e soci, se non fossero sostenute con milioni di dollari in una campagna mediatica lanciata dall’AIPAC e le altre organizzazioni sioniste della potente lobby, lascerebbero il tempo che trovano.

Renzi accenna poi anche al presunto boicottaggio contro Israele, promosso da varie organizzazioni e stati che denunciano le violazioni dei diritti umani ed il genocidio attuato da Israele nei confronti della popolazione palestinese. Per il fiorentino tutto questo non esiste e non se ne deve parlare. Il boicottaggio contro Israele non si può fare, dice il fiorenetino (naturalmente si può fare però il boicottaggio con le sanzioni contro la Russia).

Sorvoliamo poi su altre dichiarazioni fatte da Renzi poichè si tratta di luoghi comuni della propaganda sionista che il fioretino dimostra di aver ben assimilato, come ad esempio “….l’antisemitismo è una minaccia per la pace, mai più”. Certamente l’antisemitismo è un grande problema, mentre radere al suolo Gaza City ed annientare alcune migliaia di donne bambini innocenti , mantenere il blocco e l’assedio della striscia, dove vive circa un milione e mezzo di persone in condizioni disumane, quella non è per Renzi una “minaccia per la pace” ma piuttosto un “tributo alla sicurezza” di Israele.

Non si era mai vista da parte dell’Italia una politica così sfacciata di allineamento alla politica di USA ed Israele ed al doppio standard utilizzato da Washington nel considerare i paesi alleati e quelli ostili agli interessi occidentali. Per i primi è vietato qualsiasi boicottaggio o sanzione anche quando sono regimi (come Israele, l’Arabia Saudita, il Qatar, ecc.) che praticano le peggiori violazioni dei diritti umani , per i secondi (l’Iran, la Siria, la Corea del Nord, il Venezuela) ci si allinea alle campagne di demonizzazione attuate sotto la regia di Washington. Renzi sembra deciso a vincere il premio per il “miglior cameriere” di Obama. Il ragazzo è ambizioso.

I numeri clamorosi sui costi dello Stato che i prestigiatori di Renzi hanno tutto l’interesse a far sparire

I numeri clamorosi sui costi dello Stato che i prestigiatori di Renzi hanno tutto l’interesse a far sparire
23 miliardi. È questa la cifra che, secondo uno studio di Confcommercio, lo Stato potrebbe risparmiare ogni anno se adottasse il modello di amministrazione della Lombardia. Dunque, lo spazio per tagliare le tasse e per non aumentare l’Iva c’è. Se solo si prendesse a modello la regione gestita, guidata e riformata dai famigerati (secondo la favola mediatico-giudiziaria) Formigoni e Maroni, evitando così gli sprechi di cui lo Stato è maestro e prestigiatore. Nel senso della capacità che ha lo Stato di fare intendere che il problema non sta nella resistenza alle riforme e al ridimensionamento della spesa pubblica da parte di chi detiene posizioni di rendita (corporazioni e apparato elefantiaco centralista per cui il debito pubblico italiano continua a crescere e corre ormai verso il 140 per cento): il problema è sempre altro. La corruzione, l’evasione fiscale, i costi della politica, le Regioni, eccetera.

Bene, l’ennesimo studio di Confcommercio è una ulteriore conferma di ciò che è già agli atti della storia di questa Repubblica bananiera. Che questa testata documenta da anni. Ma che i padroni delle banane tendono sistematicamente a ignorare. Vedi, ad esempio, il caso della Commissione Antonini sul federalismo, liquidata giù a Roma perché aveva rivelato lo scandalo di una contabilità nazionale degli enti locali che non si poteva né analizzare, né comparare; tutti pescavano nella stessa cassa statale e ciascuno aveva i propri criteri di contabilità, qualcuno non teneva in ordine neppure i conti (e la Calabria non aveva neppure un bilancio); la Commissione aveva indicato la soluzione ai problemi italiani: costi standard e federalismo serio, solidale ma responsabile, cioè amministratori pubblici sotto il diretto controllo territoriale dei cittadini-elettori.

Oggi, quasi dieci anni dopo, la Commissione finita su un binario morto e i polveroni manipulitisti serviti solo a inventare nuovi idoli moralisteggianti per coprire la resistenza delle corporazioni statali alle riforme, con l’Europa che ci controlla i conti e tiene Roma per gli zebedei (per cui sta benissimo alla Merkel il neo centralismo romano che fa da collettore e semplifica il controllo della “cura” imposta ai tre premier italiani “nominati” da Bruxelles), Confcommercio mette nero su bianco la cifra minima – appunto, 23 miliardi – che lo Stato risparmierebbe se adottasse il modello lombardo di spesa pubblica.

Domanda: mentre Renzi rilancia il sogno dei tagli fiscali e il ministro Padoan studia le coperture per realizzare il sogno, come mai il neo commissario renziano alla spending review ha subito sentito la necessità di ridimensionare l’ennesimo invito a imparare dalla Lombardia come si gestisce al meglio la spesa pubblica?

«La spesa pubblica italiana è, con quella spagnola, tra le più basse d’Europa», dice il commissario Gutgeld. E con questo siamo al celebre sonetto di Trilussa sull’uso politico delle statistiche. Se qualcuno mangia due polli e qualcun altro nessuno, in media abbiamo mangiato un pollo a testa. Così succede con la spesa pubblica nel dato statistico offerto dal commissario. Complessivamente la macchina statale italiana costa un tot – dice il Commissario Gutgeld – che sarebbe inferiore a quello che spende l’hidalgo statale spagnolo. Già. Ma che significa? Siano pochi o tanti, c’è modo e modo di spendere i soldi dei contribuenti, no?

C’è chi spende e spande offrendo alla collettività servizi senza qualità. E c’è chi, invece, come la Lombardia, a costi pro capite inferiori rispetto al resto d’Italia, offre servizi di qualità ed efficienza superiori. Adottando il modello lombardo, rispetto a una spesa complessiva di regioni, comuni e province che ammonta a 176,4 miliardi per fornire beni e servizi pubblici, sarebbe possibile – sostiene Confcommercio – un risparmio teorico di 74,1 miliardi e, reinvestendo 51,2 miliardi, si potrebbe comunque ottenere un risparmio di 23 miliardi. A fronte di un dato del genere, che senso ha obbiettare che la spesa media complessiva nazionale «è tra le più basse d’Europa»? O si contesta lo studio di Confcommercio o si cambia mestiere, compagno Gutgeld.

E dire che 23 miliardi sono un tesoretto vero. Corrisponde a un terzo degli interessi che i contribuenti italiani pagano sul mostruoso debito pubblico. Ed è una cifra che sarebbe sufficiente a garantire un taglio dell’Irap o, in alternativa, la diminuzione della prima aliquota Irpef di circa tre punti percentuali. Ma evidentemente i prestigiatori di Renzi puntano per l’ennesima volta a eludere il nodo dei nodi del debito italiano: un Mezzogiorno che da Roma in giù versa nelle condizioni di default tecnico stile Grecia (vedi ad esempio il caso Atac di Roma: 12 mila dipendenti, un servizio da terzo mondo, un miliardo di buco e metà degli incassi dalla vendita dei biglietti rispetto all’Atm di Milano). Un Centro Italia che da Roma a Bologna vive di economia statale, turismo ultra tassato e “regime” postcomunista efficientato ma illiberale (vedi sanità e istruzione: è lo Stato ente locale che decide dove ti devi curare e come ti devi istruire, la libertà di scelta per il cittadino è pari a zero se non appartiene a una certa estrazione sociale). Un Nord, specialmente concentrato in Lombardia e Veneto, uniche due regioni italiane tradizionalmente governate dal centrodestra, dove da vent’anni si pratica un buono e risparmioso governo. Con libertà di cura, di educazione, di sussidiarietà, di economia liberale e di oculata amministrazione.

Tal che il modello funziona. E funziona così bene, come ricorrentemente segnalano le inchieste socio-economiche serie, che ricorrentemente il governo di Roma si incarica di ignorare e, per di più, punire la Lombardia (tagli lineari, prelievo fiscale record, residuo fiscale bancomat) invece di imparare dal suo buon amministrare. Poco male. Nonostante l’assalto belluino di giornali e magistrati che da anni cercano di abbattere il fortino lombardo (e di mettere le mani sul suo tesoro di 10 milioni di abitanti che trainano l’economia di tutto un paese), il cittadino-elettore ha ormai capito molto bene come “gira il fumo”.

E così la sinistra statalista non può fare altro che divagare, rosicare e, naturalmente, insistere sulla spremitura fiscale. Che per altro non porta alcun beneficio alle altre regioni ma serve soltanto al giochino del buco scavato a Roma e ricoperto al Nord. A moltiplicare le tasse nello stesso momento in cui si promette il taglio delle tasse. A mantenere gli impegni contratti da Roma con l’Europa della Merkel. E poi ci fanno pure la lezione morale. Con la tv dei talk-show e dei giornaloni della Repubblica romana delle banane.

Fonte: Tempi

Iraq: a Kirkuk espropriate le case dei cristiani

Iraq: a Kirkuk espropriate le case dei cristiani
Nella città di Kirkuk e nella provincia di cui è capoluogo, molte case e terreni appartenenti ai cristiani vengono sottratti illegalmente ai legittimi possessori attraverso la produzione di falsi documenti legali, che rendono di fatto impossibile il loro recupero da parte dei proprietari. Il fenomeno, che in passato era stato registrato e denunciato anche a Baghdad, ha potuto prendere piede anche grazie a connivenze e coperture di funzionari corrotti, che si mettono a servizio di singoli impostori e gruppi organizzati di truffatori.

In un caso recente – riferisce il sito iracheno ankawa.com, citato dalla Radio Vaticana – un gruppo di abitazioni appartenenti a cittadini cristiani che avevano temporaneamente lasciato la città sono state abbattute e al loro posto è sorto un parcheggio. Il furto «legalizzato» delle proprietà delle famiglie cristiane è strettamente collegato all’esodo di massa dei cristiani iracheni, seguito degli interventi militari a guida Usa per abbattere il regime di Saddam Hussein.

I truffatori si appropriano di case e immobili rimasti vuoti, contando sulla facile previsione che nessuno dei proprietari tornerà a reclamarne la proprietà. Parlamentari e associazioni cristiane hanno fatto appello alle istituzioni amministrative locali, chiedendo di stroncare il fenomeno delle false certificazioni su cui si regge questo tipo di truffa.

Fonte: Sponda Sud

Grecia, le banche francesi salvate (sottobanco) dall’Italia

Grecia, le banche francesi salvate (sottobanco) dall’Italia
Il sito del Council on Foreign Relations (CFR) sottolinea in maniera esplicita come il denaro che l’Italia perderebbe in seguito a un default della Grecia è in realtà quello che il nostro paese ha impegnato per il salvataggio delle banche francesi sovraesposte. Se ne possono dedurre due considerazioni: la prima, evidente, è che non è stata la Grecia a usufruire dei soldi; la seconda, che nella socializzazione delle perdite dai debiti privati ai debiti pubblici, quello che conta non è la nazionalità delle banche, ma la partecipazione di ogni paese a questa “Unione europea per il salvataggio della finanza”. 

- di Benn Steil e Dinah Walker -

Nel marzo 2010, due mesi prima dell’annuncio del primo salvataggio greco, le banche europee erano esposte sulla Grecia per 134 miliardi di €. Le banche francesi, come mostrato nella figura qui sotto, erano di gran lunga le più esposte: 52 miliardi di € – 1,6 volte più della Germania, undici volte l’Italia, e sessantadue volte la Spagna.

I 110 miliardi di € di finanziamenti erogati alla Grecia dal FMI e dall’Eurozona a maggio 2010 hanno permesso alla Grecia di evitare il default sulle sue obbligazioni verso queste banche. In assenza di tali prestiti, la Francia sarebbe stata costretta a un piano di salvataggio di massa del suo sistema bancario. Invece, le banche francesi sono state in grado di eliminare virtualmente la loro esposizione verso la Grecia vendendo le obbligazioni, portandole a scadenza, e subendo una parziale ristrutturazione nel 2012. Il piano di salvataggio ha sostanzialmente socializzato gran parte della loro esposizione all’interno della zona euro.

L’impatto di questo salvataggio clandestino delle banche francesi si fa sentire ora, con la Grecia sul punto di uno storico default. Mentre a marzo 2010 circa il 40% del totale dei prestiti europei alla Grecia passava per le banche francesi, oggi è solo lo 0,6%. I governi hanno coperto la falla, ma non in proporzione a quella che era la esposizione delle loro banche nel 2010. Piuttosto, in proporzione al loro capitale versato alla BCE – che nel caso della Francia è solo il 20%.

Di conseguenza, la Francia è effettivamente riuscita a ridurre la sua esposizione totale – bancaria e sovrana – verso la Grecia di € 8 miliardi, come si vede nella figura qui sopra. All’opposto, l’Italia, che nel 2010 non aveva praticamente nessuna esposizione verso la Grecia, ora ha un’esposizione massiccia: 39 miliardi di €. Complessivamente, l’esposizione tedesca è di un importo analogo – 35 miliardi di €. Anche la Spagna ha visto la sua esposizione espolodere, passando da quasi nulla nel 2009 ai 25 miliardi di € di oggi.

In breve, la Francia è riuscita a utilizzare il salvataggio greco per scaricare 8 miliardi di € di debito spazzatura sui suoi vicini, caricandoli con decine di miliardi in più che essi avrebbero potuto evitare se nel 2010 alla Grecia fosse stato semplicemente permesso di fare default. Il risultato è che oggi Italia e Spagna sono molto più vicine alla crisi finanziaria di quanto dovrebbero essere.

In Finlandia preparano il “reddito universale”

In Finlandia preparano il “reddito universale”
“Il lavoro deve diventare una scelta di vita e con 1.000 euro al mese si può decidere di condurre un’esistenza modesta ma completamente dedita al tempo libero, alla famiglia, agli amici, al godersi la vita come meglio si crede”. Questo è il fantastico progetto di Juha Sipila, primo ministro della Finlandia.

È noto come i paesi del Nord Europa abbiano un sistema di welfare ai massimi livelli, che protegge e sussiste i residenti. Ma ciò il programma di “Basic Income” – reddito di cittadinanza – che sta mettendo in campo il primo ministro Juha Sipila, in carica dal 29 maggio scorso, è qualcosa di assolutamente rivoluzionario.


Juha Sipila, il primo ministro finlandese

Implement A Basic Income Experiment” (qui il pdf in lingua originale) è il primo esperimento di reddito di cittadinanza universale che vuole portare fino a 1.000 euro per tutti i cittadini, a prescindere dalla loro età o situazione sociale, rendendo di fatto il lavoro una “scelta di vita”.

I DETTAGLI DELLA PROPOSTA

Nonostante manchi ancora l’ufficialità sono trapelati i dettagli della proposta di Sipila, che consiste nel trasformare gradualmente il sistema di welfare in un sistema di reddito minimo. Tutti gli adulti sarebbero retribuiti con reddito di base mensile di € 620, che è il salario indicizzate. In aggiunta a questo reddito base è possibile richiedere una sovvenzione condizionale di € 130 (in casi di disoccupazione, malattia, studio, congedo parentale e assistenza all’infanzia), per un totale di 750 €.

LA FORZA DELLA FINLANDIA

Grazie al petrolio, il Governo di Helsinki ha un Pil pro capite superiore a quello di Germania e Francia e il rapporto tra debito e Pil è del 59,3%, superiore del 20% rispetto a nove anni fa. Parliamo di un paese virtuoso, ricco,dove tutti pagano le tasse e dove burocrazia e macchina amministrativa hanno subito un notevole restyling, fatto anche di tagli al personale. Le riforme, quelle vere, sono state tutte realizzate.

Ecco perché sinistra e destra si trovano d’accordo nel portare avanti il programma di “Basic Income”. Gli scettici lo ritengono una follia, preoccupati come sono di un’esplosione del debito ma il primo ministro Sipila vuole andare avanti a tutti i costi. E fa bene.

Voi cosa ne pensate? Fatecelo sapere con un mi piace o un commento.

Die Welt, perché l’euro fallirà. Lo sapete che il Sud Italia finanzia il Lussemburgo grazie alla UE?

Die Welt, perché l’euro fallirà. Lo sapete che il Sud Italia finanzia il Lussemburgo grazie alla UE?
L’importante quotidiano tedesco di orientamento conservatore Die Welt pubblica un interessante articolo sul fallimento dell’euro. L’assenza di trasferimenti fiscali rende l’euro una costruzione instabile e incapace di garantire equità economica e sviluppo armonico degli stati membri.

La tesi riportata da Die Welt non è nuova: l’eurozona è destinata prima o poi al fallimento per la mancanza ditrasferimenti fiscali sufficienti. Come spiega Die Welt i trasferimenti fiscali sono uno degli strumenti indispensabili al funzionamento di una zona valutaria, insieme ad una elevata mobilità dei capitali e dei lavoratori (questa molto difficile in Europa a causa delle barriere linguistiche).

Tra i grafici a corredo dell’articolo uno in particolare merita attenzione. Si tratta dei trasferimenti fiscali USA ed eurozona a confronto, ovvero il saldo tra denari versati alla UE e denari ricevuti dalla UE degli stati aderenti all’euro zona rispetto ai saldi degli stati USA nel bilancio federale.

Ricordiamo che la spesa federale USA 2014 ($3.500 mld) vale il 20% del PIL USA (17.500 mld). La spesa UE (€145 mld, ed estesa a tutti i paesi, non solo all’eurozona) conta solo l’1% del PIL UE ( €14.300 mld).




Il grafico di Die Welt ci mostra due fatti:
I trasferimenti fiscali europei sono solo il 5% di quelli USA. L’eurozona non possiede dunque lo strumento più importante per attenuare gli squilibri di produttività e gli shock asimmetrici, al contrario degli USA e di tutte le altre unioni monetarie funzionanti del mondo, da Australia a India a Canada a UK, Germania Francia e Italia (prima dell’euro).
I già minuscoli trasferimenti fiscali in Europa non vanno poi a regioni povere come il Sud Italia, ma (anche) a stati ricchi come il Lussemburgo. Il ricchissimo Lussemburgo (maggior reddito procapite europeo) ottiene infatti paradossalmente trasferimenti europei pari al 4,1% del suo PIL. In pratica: il Sud Italia trasferisce parte delle sue imposte al Lussemburgo, via UE.

In sintesi: chiunque difenda l’euro citando il dollaro come esempio riuscito di moneta unicanon sa quello di cui parla. Gli USA impiegano massicci trasferimenti fiscali tra stati ricchi e stati poveri per compensare gli squilibri e stabilizzare l’unione politica e amministrativa.

Per chiarire il concetto del ruolo essenziale dei fiscal transfers basta riportare l’abstract di undocumento della Federal Reserve Bank di San Francisco:

“Le tasse raccolte dal governo USA sono spese attraverso trasferimenti che promuovono l’equità economica trastati. Questo sistema redistribuisce fondi tra stati più ricchi e più poveri nel lungo periodo e contribuisce astabilizzare gli stati colpiti da shock economici temporanei. Sorprendentemente, poco o nulla di questa redistribuzione ed effetto di stabilizzazione deriva da trasferimenti di spesa attraverso programmi federali e servizi. Piuttosto, sono le differenze tra tasse federali pagate negli stati a produrre questi effetti. La ricerca suggerisce che un sistema simile di tassazione e trasferimenti nell’Unione Europea avrebbe potuto ridurre la divergenzaeconomica tra gli stati membri”

Nonostante queste informazioni siano alla portata di chiunque purtroppo si vedono ancora molti sedicenti economisti (e troll prezzolati) propugnare l’enorme sciocchezza del confronto tra euro e dollaro (sciocchezze talvolta proferite da gestori di fondi sovrani, in palese conflitto di interesse).

Die Welt conclude molto seccamente: o trasferimenti fiscali adeguati o fine dell’euro. E visto che decuplicare i contributi di stati ricchi come Germania, Olanda, Francia e Italia è politicamente impossibile, l’euro ha davanti a sé un avvenire né brillante né lungo.

LA BEAT GENERATION DEL DUEMILA

LA BEAT GENERATION DEL DUEMILA
E’ l’estate del 1947 e l’asfalto di New York sembra sciogliersi sotto il rovente sole di luglio. Un giovane dai capelli spettinati e lo sguardo inquieto si dirige alla periferia di Manhattan e dai qui inizia un viaggio senza meta che lo avrebbe portato a toccare quasi tutti i 50 stati.

La strada sarà la sua casa per 7 lunghi anni e quell’avventura appuntata su carta avrebbe fatto di Jack Kerouac il padre della Beat Generation. On the road raggiungerà le tre milioni di copie con traduzione in 25 lingue diventando ben presto la bibbia dei giovani alternativi.

Kerouac, forse senza volerlo diventa l’icona della trasgressione ma qualcosa di lui, soprattutto in Italia venne completamente lasciato all’oscuro e si tratta del suo latente ‘cattolicesimo’. In un’intervista televisiva gli fu chiesto: “Si è detto che la Beat Generation è una generazione che cerca qualcosa. Cosa state cercando? – Jack rispose – “Dio. Voglio che Dio mi mostri il suo volto”.

C’è chi nel mondo cattolico potrebbe avere dell’irritazione al pensiero che Jack “l’ ubriacone” possa essere accostato a un santo dalle mani congiunte e la riga di lato come si vede in alcune immaginette. Tra i fan di “On the road” invece si potrebbe scatenare la rivolta per aver fatto del giovane ribelle americano un chierichetto da altare.

Nulla di tutto questo, nessuna etichetta, solo una riflessione profonda su quello che spesso è stato tenuto nascosto. In un’intervista al New York Times alla vigilia della sua morte Kerouac non esita a ribadire le sue scelte: “I’m not a beatnick. I am Catholic”.

Esiste però un’altra Beat Generation, quella di quei giovani del XX secolo che spinti dal bisogno di rispondere alle domande importanti della vita si sono incamminati sulla strada delle beatitudini.
“On the road” sui sentieri impervi del proprio cuore, combattendo la minaccia dell’egoismo con l’amore al prossimo, come il giovane Pier Giorgio Frassati che ha dedicato parte della sua vita ai poveri e ai diseredati lavorando così nel regno di Dio come operatore di pace. Il ragazzo torinese seppure cresciuto nel benessere non si è mai adeguato a quel tipo di esistenza sterile e tra i suoi scritti si legge quanto compreso in quei brevi ma intensi 24 anni: “Vivere senza una fede, senza un patrimonio da difendere, senza sostenere in una lotta continua la Verità, non è vivere, ma vivacchiare”.

Tra i poveri in spirito c’è chi invece come Chiara Luce Badano ha saputo spogliarsi di ogni pretesa sulla sua vita per accogliere un Gesù che si presentava nella malattia.Tenace e volitiva, ha sempre espresso il suo amore per la vita, manifestando una grande passione per lo sport. E’ all’età di 16 anni che durante un partita a tennis avverte i primi dolori lancinanti ad una spalla, segni di un tumore che l’avrebbe in pochi anni consumata. Dalle prime analisi ai suoi ultimi giorni Chiara si è vista pian piano privare dell’autonomia fisica, senza mai perdere il sorriso e la fede, anzi restituendo pace e speranza a chi veniva a trovarla: “Mi piaceva tanto andare in bicicletta e Dio mi ha tolto le gambe, ma mi ha dato le ali”. Un abbandono totale che si traduce in quella frase divenuta celebre: “Se lo vuoi tu, Gesù, lo voglio anch’io”.

C’è poi chi, come Daniele Badiali, appena ordinato sacerdote a 29 anni parte per il Perù, felice di servire quei poveri tanto amati dal suo Signore. Una fede semplice ma concreta che lo portò la sera del 16 marzo 1997 a donarsi completamente, certo che quella parola del Vangelo di Matteo che spesso aveva ascoltato era vera: “Chi perde la sua vita per causa mia, la troverà”. Di ritorno dalla messa una domenica, la jeep su cui viaggiava con altre persone viene fermata da un uomo armato. La pistola è puntata alla tempia e l’aggressore vuole prendere in ostaggio Rosamaria, una collaboratrice della missione in Perù. Daniele non esita un solo istante e rivolgendosi alla ragazza dice: “Tu rimani, vado io”. Un gesto che gli è costato la vita e che oggi lo vede annoverato tra i servi di Dio, tra coloro che hanno trovato quel tesoro per cui vale la pena vendere tutto. Uno schiaffo alla società moderna e ai suoi stereotipi giovanili improntati sui fragili ideali di successo, benessere e denaro. Così avanza la nuova Beat Generation, non sotto i riflettori del mondo ma silenziosamente, lasciando nella storia tracce indelebili per raggiungere la beatitudine vera.

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