07 agosto 2015

IL GOVERNO CONSERVATORE AUSTRALIANO CON LA TOLLERANZA ZERO HA VINTO: NON ARRIVA PIU' NEPPURE UN BARCONE DI CLANDESTINI



CAMBERRA - AUSTRALIA - Il governo conservatore di Canberra, che sin dalla sua elezione a fine 2013 ha praticato con durezza e supporto militare la politica di "fermare i barconi" di sedicenti richiedenti asilo, in realtà clandestini economici molti dei quali in fuga soprattutto dalla giustizia dei loro paesi e che tentano di raggiungere acque territoriali australiane, ha rivelato che sono state respinte verso i paesi di partenza negli ultimi 20 mesi 20 imbarcazioni, con 633 profughi a bordo.

Lo ha detto il ministro dell'Immigrazione Peter Dutton, aggiungendo che "sono passati 12 mesi da quando i contrabbandieri di persone hanno completato con successo un viaggio fino all'Australia".

"Se quelle 20 barche fossero passate, migliaia di persone le avrebbero seguite, e questa e' la lezione degli anni passati di governo laburista", ha aggiunto Dutton.

"Se i contrabbandieri di persone vedono che dei viaggi raggiungono con successo l'Australia, anche una sola volta, per loro e' luce verde per tornare in affari" ha spiegato il ministro.

Dall'inizio dell'operazione 'confini sovrani' di intercettazione di 'arrivi illegali', solo un barcone e' arrivato in luglio 2013 e le 157 persone a bordo sono state trasferite nel campo di detenzione stabilito nel piccolo stato-isola di Nauru nel Pacifico, insieme ai richiedenti asilo intercettati in alto mare.

Il ministro ha confermato che 46 richiedenti asilo sono stati respinti in Vietnam un mese fa dopo che la loro imbarcazione era stata intercettata.

Aspre le critiche di partiti e associazioni di sinistra autraliani alla politica del governo. Secondo un "gruppo di supporto ai profughi" alcuni di loro sono detenuti dalla polizia "per un periodo indefinito di interrogatori".

Il partito di sinistra dei verdi ha ripetuto che i respingimenti sono in violazione della Convenzione Onu sui rifugiati, senza spiegare per quale motivo sarebbero dei "rifugiati" i clandestini che tentano d'arrivare in Australia, dato che nessuna delle nazioni di provenienza è considerabile in stato di guerra o di gravissime calamità..

Secondo la senatrice Sarah Hanson-Young, la riconsegna del gruppo di vietnamiti alle autorita' e' contro il principio di non-refoulement - l'espulsione di persone che hanno diritto di richiedere lo status di profughi. Tuttavia. il Vietnam non è nella lista nera degli stati le cui popolazioni fuggendo hanno diritto di richiedere asilo. 

Resta il fatto che la politica della "tolleranza zero" del governo conservatore australiano, che ha stravinto le eleizoni proprio mettendo al centro del programma il pugno di ferro contro i clandestini, dà i suoi frutti. E l'Australia è salva dall'invasione, cosa che per l'Italia del Pd di Renzi non si può dire. Anzi.

Redazione Milano

06 agosto 2015

MOSTRUOSO: DA QUANDO IL PD E' AL GOVERNO, IL PRELIEVO FISCALE SUI RISPARMI DEGLI ITALIANI E' AUMENTATO DEL 130% (LADRI!)



Negli ultimi quattro anni di governo Pd, in Italia il prelievo complessivo dello Stato sul risparmio degli italiani ha subito un incremento progressivo del 130% pari a 9 miliardi di euro, passando dai 6,9 miliardi di prelievo del 2011 ai 15,9 miliardi di prelievo per il 2015.

Lo rileva una ricerca del centro studi Impresalavoro basata su dati e indici Banca d'Italia, Abi, Mef e Fideuram. A pesare sulla cifra sono per 4,7 miliardi l'aumento delle aliquote - leggi: tasse - sui rendimenti, per 4 miliardi l'introduzione della nuova imposta di bollo proporzionale introdotta dal governo Renzi e per 0,3 miliardi la Tobin Tax, che in fondo è il minore dei mali.

"Questo incremento nella tassazione del risparmio - si legge nella nota che presenta lo studio - appare vertiginoso anche in considerazione del drastico calo della redditività tanto dei titoli di Stato quanto dei depositi bancari. Se ciò non fosse bastato, da quest'anno è entrato in vigore un giro di vite fiscale (per giunta retroattivo) anche sulla rivalutazione di fondi pensione, casse previdenziali, e trattamento di fine rapporto". In concreto, un salasso inconcepibile in uno Stato democratico.

La ricerca inoltre dimostra che l'incremento delle aliquote sui fondi pensione al 20% ridurrà il montante contributivo atteso (e quindi la pensione) dei giovani lavoratori di una percentuale compresa tra il 5% e l'8,6%. Per quanto riguarda casse previdenziali e Tfr, con l'aumento al 17% i giovani lavoratori subiranno una decurtazione della liquidazione di fine rapporto compresa tra il 3,6% ed il 6,2%. 

Quindi, avendo aumentato le tasse sui fondi pensione, il governo Renzi ha ottenuto anche il risultato umiliante di sforbiciare le già misere future pensioni dei giovani lavoratori di oggi. 

Il quadro nell'insieme è desolante. E questi numeri indicano che il governo Renzi ha in odio il risparmio degli italiani e le pensioni dei giovani di oggi. Oltre tutto, questi dati sono incontrovertibili. C'è poco da fare: questa è la verità dei numeri. 

Redazione Milano.


IL PRESIDENTE DELL'ISTAT AFFONDA RENZI & POLETTI CHE DIVULGANO DATI SBAGLIATI SUL LAVORO E ACCENDONO FALSE SPERANZE



ROMA - Con i numeri sul lavoro, con i dati di Istat, ministero e Inps "abbiamo assistito a un caos poco edificante".

"Quelli forniti dal ministero del Lavoro e dall'Inps sono dati di fonte amministrativa, non 'statistiche'. Valutare il saldo tra attivazioni e cessazioni dei contratti come se fosse un aumento di teste, cioe' di occupati, e' una approssimazione non accettabile".

A dirlo e' il presidente dell'Istat Giorgio Alleva, che intervistato dal Fatto Quotidiano riflette cosi' sui dati utilizzati dal ministro del lavoro Giuliano Poletti e rilanciati con molta enfasi da Matteo Renzi.

"Il governo fa il suo mestiere, ma a me preoccupa molto quando si sbandierano dati positivi dello 0,1%, anche perche' poi come si e' visto portano a fare dietrofront il mese dopo".

La Garanzia Giovani voluta fortissimamente da Renzi? "I risultati non ci sono stati. Le cose vanno fatte bene, e trovati forse altri strumenti, come per esempio il reddito minimo".

"Puo' servire - spiega Alleva - a ridurre le disuguaglianze. Abbiamo fatto un'analisi sulla proposta del M5S, che erroneamente l'ha presentato come 'reddito di cittadinanza', mentre invece loro hanno studiato un reddito minimo selettivo. Ridurrebbe di molto la poverta' ed e' ben congegnato perche' proporzionato al reddito e versato al singolo, che cosi' ha autonomia di scelta. Andrebbe pero' attuato bene per evitare che incentivi il lavoro nero".

"Costa 14,9 miliardi, ma non e' all'ordine del giorno". Quanto al Jobs Act, riflette ancora il presidente Istat, "i conti li faremo alla fine dell'anno. A oggi gli effetti non appaiono straordinari, sembrano esserci soprattutto sulle stabilizzazioni dei contratti precari, che comunque non e' poco". Resta il fatto che l'occupazione non cresce, certifica l'Istat. Anzi, sta ulteriormente diminuendo.

Redazione Milano


LE BANCHE ITALIANE SONO LE PIU' ESOSE DELLA ZONA EURO: I MUTUI SONO PIU' ALTI DEL 9% (E IL GOVERNO RENZI COMPLICE, TACE)


Le banche italiane sono le più esose della zona euro. I tassi di interesse dei mutui casa praticati dalle banche italiane rimangono piu' alti del 9 per cento circa rispetto all'intera eurozona. Tra i principali Paesi che utilizzano la moneta unica, solo i Paesi Bassi registrano un tasso medio superiore a quello italiano, ma i volumi finanziari del Belgio sono imparagonabili con quelli del nostro Paese, dato che sono molto inferiori. Quifni, quelli italiani sono i mutui più cari d'Europa.

A giugno di quest'anno, fa notare la CGIA di Mestre che ha condotto l'indagine, il tasso medio riferito alle nuove operazioni di acquisto di abitazioni mediante la sottoscrizione di un mutuo da parte delle famiglie si e' attestato in Italia al 2,20 per cento, rispetto a una media in Eurolandia del 2,02 per cento.

Nonostante cio', va ricordato che negli ultimi anni il differenziale tra il nostro paese e il resto d'Europa si e' ridotto notevolmente: nel 2012, ad esempio, scontavamo uno scarto del 20,7 per cento. L'anno dopo, il gap e' salito ancora, passando al 22,4 per cento, per ridursi nel 2014 al 13,2 per cento. Ma ora, benchè il tasso d'interesse sia stato portato praticamente a zero dalla Bce, in Italia le banche continuano ad imporre i tassi più elevati della zona euro

A giugno di quest'anno, lo scostamento si è attestato all'8,9 per cento. Se analizziamo invece l'andamento delle consistenze erogate dagli istituti di credito attraverso i mutui alle famiglie dell'area euro, dal 2011 al 2015 l'incremento e' stato del 2,6 per cento, mentre in Italia il dato e' rimasto pressoche' stazionario: -0,7 per cento.

In termini assoluti, lo stock di credito tramite mutuo che le banche italiane hanno erogato al 30 giugno di quest'anno e' pari a 359 miliardi di euro. Si tratta di un valore nettamente inferiore rispetto al dato olandese (401,9 miliardi di euro), a quello spagnolo (565,8 miliardi), a quello francese (875,8 miliardi) e a quello tedesco (1.061,3 miliardi).

Si pensi che dal 2011 al 2015 in Francia l'aumento percentuale e' stato di 9,4 punti e in Germania di 9,3 punti, in Italia invece -0,7% come appena detto.

"Sebbene i tassi siano in calo rispetto il 2014 - segnala Paolo Zabeo della CGIA - gli effetti di questa tendenza li avvertiremo, molto probabilmente, solo verso la fine dell'anno. Purtroppo, la situazione del mercato delle nuove abitazioni rimane ancora molto difficile, con pesanti ricadute su tutto il comparto dell'edilizia. 

Secondo gli ultimi dati presentati a giugno dall'Agenzia delle Entrate, la situazione del mercato immobiliare nel nostro paese rimane molto difficile. Gli ultimi dati disponibili ci dicono che rispetto allo stesso periodo del 2014, nel primo trimestre di quest'anno le compravendite del settore residenziale sono scese del 3 per cento, con una punta del -4,6 per cento nei Comuni capoluogo di provincia.

A livello territoriale, invece, la situazione piu' pesante si avverte nel Centro: -7,3 per cento. Segue il Nord (-2,4 per cento) e poi il Mezzogiorno (- 0,8 per cento). Per quanto riguarda le compravendite riferite alle grandi citta', solo Milano (+2 per cento), Napoli (+3,6 per cento) e Palermo (+11,2 per cento) hanno registrato una variazione positiva nel primo trimestre di quest'anno rispetto allo stesso periodo dello scorso anno.

In tutte le altre metropoli, invece, si e' verificata una contrazione: Bologna - 0,1 per cento, Firenze -1 per cento, Torino -9,5 per cento, Roma -11,4 per cento e Genova -18,9 per cento.

E le reazioni politiche non si sono fatte attendere.

"Mutui ancora difficili da ottenere e tassi di interesse 9% piu' alti che in Ue. Governo ne prendera' atto o continuera' con regalini a banche?". Lo scrive su Twitter il senatore di Forza Italia Andrea Mandelli commentando i dati diffusi dalla Cgia.

"L'Italia - prosegue - si appropria di un altro record negativo, a testimonianza di quanto lo sviluppo sia fermo al palo. Numeri impietosi, che si affiancano a quelli gia' evidenziati ieri dal documento uscito dall'Ufficio di Presidenza di Forza Italia: pressione fiscale 1,7 punti piu' alta dell'Eurozona; disoccupazione ai massimi dal 1977; 4 milioni di cittadini in condizioni di poverta' assoluta. E quando a soffrire e' la casa, ne risente evidentemente a cascata tutto il settore dell'edilizia con il suo indotto, motore dell'economia. Ieri abbiamo visto un premier intento a giocare su twitter sbeffeggiando i 'gufi', ma l'unico vero avversario di Renzi sono i fatti", conclude.

Quanto è vero.

Redazione Milano

05 agosto 2015

Il mio grasso grosso funerale greco. "Sono stufo di vedere il mio paese e la mia gente disintegrarsi"

Il mio grasso grosso funerale greco. Sono stufo di vedere il mio paese e la mia gente disintegrarsi

KTG: “Sono senza parole. Non da ieri o dalla scorsa settimana. Sono senza parole dal 13 luglio"

Vi proponiamo un'ampia sintesi del toccante sfogo di Keep talking on Greece, da sempre uno dei nostri principali punti di riferimento nel nostro racconto del saccheggio in corso ad Atene da parte del regime di Berlino, Bruxelles e Francoforte. Tutti concetti e dati che vi abbiamo raccontato nei mesi scorsi e che non troverete mai in quella che è la stampa mainstream anche perché, nonostante tutto, vi ostinate a leggere.


“Sono senza parole. Non da ieri o dalla scorsa settimana. Sono senza parole dal 13 luglio, quando il governo di coalizione di sinistra ha deciso di affossare il paese e la sua popolazione con un nuovo prestito, il terzo piano di salvataggio per la Grecia dal 2010, con un nuovo programma di austerità con misure più severe che mai. Sono stato senza parole da allora e per più di una settimana ho pensato di non scrivere più su questo blog. Ma ho preso un po' di tempo per assorbire lo shock senza risucirci.

Non riesco a capire come un governo di sinistra abbia finito per firmare il peggior programma di austerità. Per la semplice ragione che se un governo di sinistra al governo firma quest'accordo, cosa mi devo aspettare da una destra o un governo neoliberista? Raid nel mio appartamento, che rubino anche le mie pentole da cucina, la mia collezione di ceramica o la mia biancheria intima? Quando un governo di sinistra firma un accordo del genere, si può dire che il sistema politico in Grecia è finito. E non c'è alternativa.

In primo luogo, non si può non ricordare la colpa dei creditori per voler umiliare SYRIZA, al fine di evitare di creare altri esempi dello stesso tipo all'interno della zona euro. La colpa dei creditori e in particolare del ministro delle finanze tedesco Schaeuble per il suo piano di Grexit: 5 anni di salvataggi, cinque anni di Grexit temporanea, prima che la Grecia potesse tornare ai mercati. Quello era il tono originale Schaeuble nel 2011. Poi abbiamo accusato il disaccordo tra il Fondo monetario internazionale e la Germania in termini di "riduzione del debito greco". E infine abbiamo accusato il 'dilettantismo del governo greco' che ha inviato all'Eurogruppo la sua squadra economica per spiegare ai creditori che la zona euro dovesse essere modificata. Ci sono voluti Varoufakis & Co per capire che i creditori non sono in vena di ascoltare alcune teorie economiche e manifesti rivoluzionari, ma che semplicemente vogliono solo i soldi indietro. Tutta la nostra narrazione era giusto e sbagliato allo stesso tempo, perché il gioco era già deciso fin dall'inizio.

Quando la squadra greca ha iniziato a lavorare sulle sue proposte, era troppo tardi. Schaeuble era determinato a cacciare la Grecia fuori dall'euro e a tamponare il Grexit con un prestito di circa 50 miliardi di euro. In entrambi i casi, con o senza euro, con o senza dracma, con o senza Schaeuble e SYRIZA, il risultato era lo stesso: un terzo piano di salvataggio e un altro programma di salvataggio. Non c'è speranza per questo paese, per le persone - almeno, per la maggior parte di loro.

A me davvero non interessa, se Varoufakis indossa camicie strane o sul perché ha voluto 'hackerare' i numeri dei contribuenti mentre era seduto con il suo team di hacker specializzati. Francamente, signori, non me ne frega più nulla. Francamente, signori, io sono stufo.

Sono anche stufo di ascoltare parlamentari dell'opposizione lamentarsi che il Presidente del Parlamento Zoi Konstantopoulou stia torturando i parlamentari con la sua rigidità. Sinceramente non me ne frega nulla. Francamente, signori, io sono stufo di vedere parlamentari "torturati" guadagnare 5.000 euro al mese e godere di esenzioni fiscali e diarie, mentre il resto di noi è in ginocchio finanziariamente, psicologicamente, fisicamente e moralmente.

Né mi interessa se SYRIZA sta cadendo a pezzi, se il primo ministro vuole le elezioni anticipate nel mese di settembre per avere una chiara maggioranza in Parlamento in modo che possa passare le bollette di austerità che non portano da nessuna parte.

Sono stufo di ministri e funzionari di partito e parlamentari dell'opposizione che discutono sull'opportunità che Varoufakis debba essere incriminato per alto o basso tradimento.

Quello che mi interessa è di guardare il mio paese e la gente letteralmente disintegrarsi. Vedo la nostra vita e vedo i greci soffrire ancora e poi ancora per la 'svalutazione interna' (euro, ndr), giorno dopo giorno, settimana dopo settimana. Quando il terzo salvataggio sarà sigillato il 15 o il 20 agosto è questo che dirò.

La svalutazione interna del 40% è stata imposta in Grecia dal 2010. I controlli di capitale imposti il ​​29 giugno, al fine di salvare le banche, hanno rovinato la vita di molti greci. I miei amici che hanno lavorato per più di 20 anni in società private, sono stati "inviati a forzata vacanza" e il loro lavoro a tempo pieno si è trasformato in uno o al massimo due giorni di lavoro alla settimana. Che è di 4 o 8 giorni di lavoro al mese. Molti dipendenti del settore privato hanno visto i loro orari di lavoro e già bassi salari ridotti. Come possono queste persone andare d'accordo senza reddito? Nessuno si preoccupa e nessuno ne parla. Nessun media nazionale né internazionale ne parla. Sussurriamo queste vicende pericolose tra di noi. In silenzio. Perché ci si vergogna. .

Altri, afflitti dalla disoccupazione di lunga durata e senza la prospettiva di ottenere un lavoro o anche una pensione, si sentivano obbligati a vendere la loro casa. Questo non è possibile sotto il controllo dei capitali. L'importo di vendita rimane in banca e può anche cadere vittima di tagli "haircut" entro la fine dell'anno. Un altro amico che ha bisogno di vendere il suo secondo appartamento – ricevuto in eredità - in modo da avere i soldi per vivere, non può più nemmeno vendere. Dieci anni fa, l'appartamento valeva 130.000 €. Ora, per 45,000-50,000 euro nessuno si è presentato per una proposta.

Con il nuovo aumento delle tasse, la quantità di soldi necessaria per i nostri prodotti alimentari di base settimanale aumenterà di 15-20 euro. "Solo 15 €?" Si penserà. Nella Grecia di chi ha bollette arretrate e bambini da pagare sono cifre importanti. E le Fatture rimarranno non pagate: mangiare o morire, voi che scegliereste?

Negli ospedali e sanità pubblica la situazione è sempre peggiore. La carenza di medici, di infermieri, di personale amministrativo, di materiale è a livelli non più definibile. Nel turno di notte un infermiere deve gestire 40-50 pazienti. I pazienti che hanno bisogno di cure la sera devono assumere un infermiere privato per 8,5 € l'ora, € 55 per sei ore e mezza. E 'questa la competitività di cui la troika ha sempre parlato? 

Una coppia di pensionati con una moglie costretta a letto per demenza, malati entrambi, sono stati costretti ad entrare ed uscire dagli ospedali negli ultimi cinque mesi. La donna ha bisogno di cure 24/7, ma non possono permettersi né un badante o meglio ancora una casa di cura per anziani. I loro ultimi risparmi sono stati spesi per gli infermieri privati ​​quando la donna è stata ricoverata. L'uomo era in stato di shock e sgomento quando ha saputo che entrambi avranno 20 euro in meno a causa degli aumenti dei contributi di assistenza sanitaria. L'uomo era in un tale shock che ha dimenticato di andare a ritirare la pensione.

E poi, ho questa sensazione maledetta che vivo in un altro pianeta, in un universo lontano. E voglio restare lì per sempre. In una bolla. Lontano da tutto questo, lontano da una Grecia, dove la metà della popolazione muore di fame ed è sotto la soglia di sopravvivenza e l'altra metà vive di truffe, evasioni fiscali e registratori di cassa falsi. Lontano da accordi di austerità, richieste della Troika e l'odioso "Mnimonia" (Memorandum) che ha distrutto il sistema pubblico del paese. Lontano da tutto questo.

L'Arabia Saudita è sulla buona strada per battere il record annuale di 192 esecuzioni

L'Arabia Saudita è sulla buona strada per battere il record annuale di 192 esecuzioni

L'alleato degli Usa (e di Renzi) ha appena decapitato la 110ima persona quest'anno

Un uomo è stato decapitato in Arabia Saudita, portando il numero totale delle esecuzioni nel Regno quest'anno a 110 e facendo registare un aumento del 26 per cento del numero di persone messe a morte nel 2014.

Mugrib al-Thanyan è stato giustiziato dopo essere stato giudicato colpevole e condannato a morte per aver sparato e ucciso un concittadino in seguito ad una lite, informa una dichiarazione del ministero dell'Interno

L'uomo è la 110ima persona giustiziata nel paese nel 2015 e l'Arabia Saudita ha già visto un aumento del 126 per cento delle condanne a morte. Nel 2014, 87 persone sono state giustiziate.

Il numero di esecuzioni nel 2015 si avvicina al record annuale del Regno di 192 che è stato documentato da Amnesty International nel 1995. 

"Quasi la metà delle esecuzioni eseguite quest'anno sono state per reati legati alla droga, che non rientrano nella categoria di 'reati più gravi' riconosciuta a livello internazionale e l'uso della pena di morte per questi reati viola il diritto internazionale", si legge in una dichiarazione sul sito di Amnesty International.

Il "ritmo frenetico" delle esecuzioni in Arabia Saudita è stato ritenuto "molto preoccupante" da un relatore speciale delle Nazioni Unite.

"Se continua di questo passo avremo il doppio del numero di esecuzioni, o più del doppio del numero di esecuzioni, che abbiamo avuto l'anno scorso", ha denunciato Christof Heyns, che ha presentato la relaziona annuala al Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite e all'Assemblea Generale,

Questo stretto alleato degli Stati Uniti ( e di Renzi) è descritto come segue da Amnesty International .

Il governo ha fortemente limitato libertà di espressione, di associazione e di riunione, e operato un giro di vite sul dissenso, arrestando e imprigionando i critici del regime, tra cui i difensori dei diritti umani. Molti hanno ricevuto processi iniqui davanti a tribunali che non hanno garantito un giusto processo. La nuova legislazione ha equiparato le critiche al governo e le altre attività pacifiche con il terrorismo. Il giro di vite delle autorità sull'attivismo online ha intimidito gli attivisti e i membri delle loro famiglie che hanno riferito di violazioni dei diritti umani. La discriminazione contro la minoranza sciita è rimasta radicata; alcuni attivisti sciiti sono stati condannati a morte e decine hanno ricevuto lunghe pene detentive. La tortura di detenuti è comune; i tribunali hanno condannato gli imputati sulla base di "confessioni" estorte con la tortura e altri sono stati condannati alla fustigazione. Le donne hanno subito discriminazioni nel diritto e nella pratica, e non sono state adeguatamente protette contro la violenza sessuale e altri tipi di violenza, nonostante una nuova legge che criminalizza la violenza domestica. Le autorità hanno arrestato e sommariamente espulso migliaia di migranti stranieri, respingendoli 'verso paesi in cui erano esposti al rischio di gravi violazioni dei diritti umani. Le autorità hanno fatto ampio uso della pena di morte e condotto decine di esecuzioni pubbliche.

Oligarchia americana: 400 famiglie hanno versato il 50% dei fondi raccolti per i candidati presidenziali del 2016

Oligarchia americana: 400 famiglie hanno versato il 50% dei fondi raccolti per i candidati presidenziali del 2016

La maggioranza del pubblico americano ha poca influenza sulle politiche che il governo adotta

Da uno studio – “Testing Theories of American Politics: Elites, Interest Groups, and Average Citizens” - condotto nel 2014 da Martin Gilens della Princeton University e Benjamin I. Page della Northwestern University è emerso che gli Stati Uniti non sono una democrazia, ma un’oligarchia.

“Nonostante l'apparente forte supporto empirico in precedenti studi per le teorie della democrazia maggioritaria, le nostre analisi suggeriscono che la maggioranza del pubblico americano in realtà ha poca influenza sulle politiche che il nostro governo adotta. Gli americani godono di molte caratteristiche centrali per una governance democratica, quali elezioni regolari, la libertà di parola e di associazione. Ma noi crediamo che se le politiche continueranno ad essere dominate da potenti organizzazioni imprenditoriali e un piccolo numero di ricchi americani, la democraticità della società americana è gravemente minacciata”. 

Dalla pubblicazione di questo studio in molti hanno ammesso che gli Stati Uniti sono un'oligarchia. Anche l'ex presidente Jimmy Carter l'ha riconosciuto la scorsa settimana. 

Un articolo del New York Times di ieri, ripreso dal blog di Mike Krieger, rivela che "meno di 400 famiglie hanno versato quasi la metà del denaro raccolto nella campagna presidenziale per il 2016, una concentrazione di donatori politici che non ha precedenti in epoca moderna.

La corsa alla raccolta fondi ha reso la maggior parte dei candidati alla presidenza profondamente dipendenti da una piccola cerchia di ricchi americani.

E questo è esattamente come piace agli oligarchi.

Esaminare i principali donatori delle campagne presidenziale equivale a concentrarsi sul ricco 1% degli americani. Almeno 67 sono miliardari o sposati con uno, secondo Forbes.

"Nel mondo dei donatori, è fondamentale l'amore per la libertà economica", sostiene Chart Westcott, un investitore di private equity di Dallas che ha contribuito con 200.000 dollari all' Unintimidated PAC, un gruppo che sostiene il governatore Scott Walker del Wisconsin. "Questa è la principale motivazione per la maggior parte dei donatori - maggiore prosperità per il paese nel suo complesso, oltre che per se stessi. "

"Più prosperità per il paese nel suo complesso ..."

Davvero? Dove si trova questa diffusa prosperità?

Il senatore Ted Cruz del Texas, un favorito del movimento del Tea Party , ha raccolto la maggior parte dei fondi dal minor numero di donatori. Un gruppo di super PAC a sostegno di Cruz rhanno accolto 37 milioni di dollari quasi tutti provenienti da sole tre famiglie. Robert Mercer, un investitore di New York, ha contribuito con 11 milioni, diventando il principale donatore del paese in questo ciclo elettorale.

Ma milioni di dollari sono arrivati ​​anche da persone giuridiche senza un chiaro legame con un individuo o un'azienda: Una donazione da un milione di dollari per un super-PAC pro-Bush è arrivata dalla Jasper Reserves, una società a responsabilità limitata fondata due anni fa in West Virginia di cui si sa molto poco dei suoi proprietari.

La più grande donazione singola in America ad un gruppo che sostiene il governatore Chris Christie del New Jersey è venuto da un investitore di Boston che cerca di costruire un resort da 4 miliardi nella zona".

Il colpo di Stato permanente nell'epoca post-democratica

Il colpo di Stato permanente nell'epoca post-democratica

Finirà solo ad ottobre con la fine definitiva della rappresentatività democratica. E' questo che vogliamo?

di Paolo Becchi*
(articolo già pubblicato su Mondooperaio)

Tra fine Ottocento e inizio Novecento studiosi autorevoli del calibro di Ranke, Treitschke e Meinecke hanno diffuso nella storia del pensiero l’idea della “ragion di Stato”. Per questi autori l’esistenza di una pluralità di Stati implicava il riconoscimento di un conflitto sempre possibile fra di essi, perché connaturato allo Stato è Kratos, e l’istinto di potenza porta a volerla affermare a scapito di altri. Ragion di Stato, in questo contesto, significa che uno Stato, nel rapporto con gli altri Stati, cerca con ogni mezzo di aumentare la propria potenza a scapito degli altri. 

Si potrebbe oggi ritenere ormai superata questa concezione per almeno due ragioni. La prima - generale - è che lo Stato, come forma politica decisiva dell’epoca moderna, sembra essere entrato in una crisi irrimediabile; la seconda - particolare - è che i nostri Stati nazionali in Europa hanno comunque perso gran parte della loro sovranità aderendo ad una entità transnazionale come l’Unione europea e facendo propria una moneta comune.

Il primo aspetto meriterebbe un’ ampia riflessione sulla crisi dello Stato nell’epoca di internet e della globalizzazione. Qui solo uno spunto di riflessione. Si può condividere l'idea che - mentre la modernità politica si è costituita sullo Stato-nazione - la postmodernità lo abbia messo in crisi. Gli Stati-nazione sono entrati in crisi, e non solo in Europa, a causa di quel processo di globalizzazione economico-finanziaria che ha spostato il potere verso corporations internazionali, dividendo gli Stati in debitori (deboli) e creditori (forti), tutti comunque costretti a rimettere in discussione molti settori di quel welfare state creato a fatica nel secondo dopoguerra.

Il problema è dunque una globalizzazione che sta frantumando le ultime resistenze poste dagli Stati nazionali, che cercano ancora di difendere i rispettivi popoli. Lo Stato non può prescindere da una localizzazione territoriale, mentre la rete e la globalizzazione sono per loro natura non territoriali e non localizzate. Deterritorializzazione e tramonto della sovranità statale sono due facce della stessa medaglia. Eppure, nonostante il processo sia in atto, gli Stati - o meglio alcuni - stanno dimostrando una sorprendente capacità di resistenza. Noi ad esempio ci pieghiamo ai diktat europei - l’episodio più eclatante è stato il governo Monti - che molte volte sono diktat tedeschi, i tedeschi invece no: in Europa hanno sempre fatto quello che hanno voluto e continuano a fare quello che vogliono.

A ben vedere il problema cruciale dell’Unione Europea è questo: non aver unito un bel niente, creando al contrario - e come mostra il caso della Grecia - una lacerante divisione tra Stati creditori e Stati debitori. Ciò che aveva contraddistinto il modello europeo era la capacità di integrare popoli diversi senza annullare le loro diversità, riconoscendo i diritti delle diverse comunità europee: ma dopo il Trattato di Maastricht le differenze sono state annullate, assorbite dal progetto di una moneta, l’euro, che ormai sta distruggendo quei popoli riducendoli in miseria. La verità è che oggi il cammino intrapreso con il Trattato di Maastricht ha mostrato come Stato e cittadinanza transnazionali fossero solo una trappola per vincere le ultime resistenze degli Stati nazionali al progetto di globalizzazione capitalistica. In Europa non c’è più democrazia, ma eurocrazia.

Come si vede, dunque, per alcuni Stati la politica di potenza è tutt’altro che tramontata, anche se non si esercita più attraverso la guerra nel senso classico bensì attraverso la colonizzazione. La Grecia, ancora una volta, costituisce l’ esempio eclatante. Insomma: è pur vero che in Europa il potere non domina più attraverso il comando visibile (come di recente ha messo in evidenza Enzensberger nel Mostro buono di Bruxelles), ma attraverso procedure che mirano sostanzialmente a omogeneizzare la vita sul continente, è però altrettanto vero che gli Stati, o perlomeno alcuni, cominciano ad essere sempre più insofferenti nei confronti di questa forma di “servitù volontaria” verso i cosiddetti “vincoli europei”, dal momento che nessun potere visibile in fondo ci costringe a restare in questa Unione o all’interno della zona-euro.

E allora che fare? Ritornare alla grande narrazione dello Stato nazionale? Recuperare una “ragion di Stato” interna, che sappia almeno coniugare kratos con ethos, evitando che essa degeneri in semplice tecnica politica? Insomma, lo Stato nazionale come male minore rispetto a quel potere transnazionale invisibile che oggi ci opprime? Sarebbe questa una possibile ragione per l’esistenza dello Stato? Una risposta positiva presupporrebbe che lo Stato nazionale avesse la capacità di rinnovarsi aprendosi alle nuove realtà sociali. Ma è proprio questo che non accade.

Laddove si manifesta concretamente la possibilità del cambiamento interviene proprio la “ragion di Stato” a mettere in atto tutti i suoi strumenti per difendere lo status quo. Il caso italiano è da questo punto di vista emblematico. In passato si è fatto apertamente ricorso alla violenza. Si pensi a tutte le stragi rimaste impunite nel nostro paese, a partire da Piazza Fontana: una lunga scia di sangue prodotta dalla violenza neofascista ma utilizzata da apparati dello Stato. Alla strategia della tensione, che giunge sino agli inizi degli anni Novanta con la trattativa Stato-mafia, ha fatto seguito negli ultimi tempi una tecnica diversa: quella che è cominciata nel 2011 con la stagione dei Governi del Presidente, che segna una svolta nel nostro ordinamento, utilizzando una tecnica in fondo non completamente nuova: quella del colpo di Stato. È ciò che ho cercato di spiegare in un libretto uscito lo scorso anno per Marsilio intitolato Colpo di Stato permanente, in cui descrivo l’instaurarsi nel nostro Paese di un sistema di potere che ha colpito la nostra Costituzione rispettandone peraltro formalmente le regole: sistema che quindi potrà sempre dire di aver agito legalmente.

Ma ha senso parlare in questo caso di “colpo di Stato”? Questa espressione non indica forse una tecnica politica necessariamente illegale, e che fa un uso illegale della violenza? Un colpo di Stato non è pur sempre un rovesciamento violento dell’ordine costituito esistente? Non dobbiamo cadere nell’errore di confondere la rivoluzione con il colpo di Stato. Il colpo di Stato molto spesso è una reazione posta in atto dal potere che si sente minacciato, e non è affatto detto che debba avvenire con l’uso della violenza. È questo che è avvenuto chiaramente in Italia a partire dalle elezioni politiche del febbraio 2013, dove per bloccare l’aria di rinnovamento che si cominciava a respirare con l’entrata nel Parlamento del M5S il potere si è chiuso a riccio, rieleggendo Giorgio Napolitano come Presidente della Repubblica. Beninteso, tutto ciò è avvenuto nel rispetto formale delle regole, e dunque senza violenza e nondimeno proprio per bloccare l’ascesa di un giovane movimento si è forzata la legalità costituzionale, sino a rovesciare di fatto i principi di legittimità alla base dell’ordinamento repubblicano, trasformatosi in regime presidenziale di fatto operante.

I Governi che si sono succeduti a partire da Monti, per continuare con Letta e ora con Renzi, sono tutti governi del Presidente. Il voto di fiducia delle Camere ha funzionato soltanto come mera ratifica a posteriori di una decisione presa direttamente e sostanzialmente dal Presidente della Repubblica. Il Presidente della Repubblica, con Napolitano, da organo cui non spettano mai atti di natura squisitamente politica, è diventato il sovrano, colui che schmittianamente decide nello stato d’eccezione. Non c’è dubbio che il regista di tutta l’operazione volta a salvare l’establishment sia stato Giorgio Napolitano: Re, nella Repubblica, per riprendere il titolo del mio nuovo pamphlet, scritto a quattro mani con Daniele Granara e recentemente pubblicato da Mimesis. Napolitano ha lasciato nel momento in cui il vero nemico è stato sconfitto, o quanto meno neutralizzato: indebolito da emorragie sempre più consistenti, ma soprattutto ormai privo di quello slancio ideale che lo aveva inizialmente contraddistinto e che aveva fatto sognare milioni di italiani (la forza propulsiva dei movimenti è all’inizio notevole, ma nella longue durée rischiano di esaurirsi, di scomparire o , come nel caso del M5S di stabilizzarsi e ridursi a “vocazione minoritaria”). Ammettiamolo: la “ragion di Stato” ha ancora una volta vinto e tuttavia lo “stato d’eccezione” persiste.

Basti pensare al modo in cui si sta stravolgendo la Costituzione e al modo in cui è stata approvata la legge elettorale, una legge elettorale che, nonostante la promulgazione frettolosa e silenziosa del nuovo Presidente della Repubblica, presenta gli stessi profili di incostituzionalità di quella precedente. Il dibattito parlamentare, decisivo in questi casi, è stato soffocato con sufficienza e disprezzo, in aperta violazione dei regolamenti: con la convinzione che siano sufficienti numeri stiracchiati per approvare una legge elettorale.

Renzi è riuscito a imporre una maggioranza numerica composta da deputati e senatori che hanno tradito il mandato ricevuto dagli elettori (con la quota record di 173 “transumanti”). Insomma, il colpo di Stato permanente continua. Per completarlo ci sarà in autunno la riforma costituzionale e alla fine il combinato disposto di legge elettorale e riforme costituzionali produrrà una Camera formata in larga parte di nominati con un Senato completamente depotenziato. Certo la “governabilità” sarà garantita, in effetti esisterà solo il potere esecutivo, ma della rappresentatività democratica alla fine non resterà che una debole traccia. È questo che vogliamo?

*Docente di Filosofia del diritto all’università di Genova

"Renderò la Siria un’altra grande Stalingrado": Putin rompe le relazioni con la Turchia?


All’ambasciatore turco: "Puoi dire a Erdogan di andare all’inferno con i suoi terroristi dell’Isis"

da al manar 

Il presidente russo Vladimir Putin ha rotto i protocolli diplomatici ed ha personalmente convocato l’ambasciatore turco a Mosca, Ümit Yardim, e lo ha avvertito che la Federazione russa è intenzionata a rompere le relazioni diplomatiche, immediatamente, a meno che il presidente turco, Recep Tayyip Erdoğan fermi il supporto ai terroristi dell’Isis in Siria, dove la Russia mantiene la sua ultima base navale nel Mediterraneo. Lo ha riferito la FNA.

Il sito web di notizie di AWD, citato da Moscow Times, ha segnalato che il presidente russo, presumibilmente, ha avuto una discussione con Yardim, criticando la politica estera turca e il suo ruolo malevolo in Siria, Iraq e Yemen sostenendo i terroristi di al-Qaeda. Il colloquio è poi degenerato con l’ambasciatore turco in una polemica feroce.

Anche il sito web Repubblican ha riferito che, secondo le informazioni ottenute dal Moscow Times, l’incontro tra Putin e l’ambasciatore turco è stato pieno di risentimento reciproco con Yardim che ha respinto tutte le accuse russe, dando la colpa alla Russia per la guerra civile prolungata in Siria.

«Puoi dire al tuo presidente dittatore che può andare al diavolo con i suoi terroristi dell’Isis e renderò la Siria un’altra grande Stalingrado per Erdogan e i suoi alleati sauditi che non sono meno crudeli di Adolf Hitler», ha risposto Vladimir Putin, dopo 2 ore discussione ed aver messo alla porta l’emissario turco.

Putin ha continuato dicendo che il suo paese non abbandonerà il legittimo governo siriano e collaborerà con i suoi alleati, in particolare Iran e Cina, per trovare una soluzione politica alla guerra interminabile in Siria.

Presidente della Duma Nariškin: "Tollerare le ideologie fasciste e razziste può portare alla terza guerra mondiale"

Presidente della Duma Nariškin: Tollerare le ideologie fasciste e razziste può portare alla terza guerra mondiale

"Sono deplorevoli tentativi di ripetere nel mondo contemporaneo la politica neo-coloniale”

Il presidente della Duma russa Sergej Nariškin ha concesso a Izvestija una intervista pubblicata il 30 luglio, sull’anniversario dei Cannoni d’agosto, ovvero dell’ingresso in guerra, il 1 agosto 1914, della Russia a fianco della Serbia, nella quale ha avvertito con decisione che “una terza guerra mondiale potrebbe essere l’ultima per l’umanità”.

“Se ci verrà imposta la logica della Guerra Fredda, dovremo rispondere in modo appropriato. E bisognerebbe essere molto cauti nell’usare termini quali “ridividere il mondo’ o ‘terza guerra mondiale’. Sia nella nostra patria, sia all’estero. Una terza guerra mondiale potrebbe essere l’ultima per l’umanità. E il rafforzamento delle capacità di difesa della Russia, incluse le decisioni assunte dalla Duma, è inteso proprio al fine di evitare una tale guerra”.

Presentando l’intervista, Russia Today ha riportato che “il parlamentare russo ha anche deprecato i tentativi di ripetere nel mondo contemporaneo la politica neo-coloniale” e ha affermato che ciò in parte avviene poiché vi sono “reazioni deboli ai crimini contro la pace e l’umanità” e v’è “tolleranza delle ideologie fasciste e razziste”.

Russia Today cita direttamente Nariškin:

“Molti conflitti militari sono cominciati con la silenziosa connivenza con l’idea che vi sia la superiorità di un popolo rispetto agli altri… Le principali nazioni occidentali fanno finta di non vedere, proprio come cercano di non notare le tendenze neo-naziste e la glorificazione dei collaboratori di Hitler”.

Stando a Russia Today, Nariškin avrebbe anche sostenuto che:

“l’accordo suggerito dall’Unione Europea all”Ucraina – quello di ottemperare a certi obblighi senza godere di corrispettivi diritti – può essere descritto soltanto come uno status coloniale”.

Ha escluso la possibilità che la Crimea torni all’Ucraina e, contrariamente a quanto affermato da altri esponenti del governo russo, che vi sarà

“una fusione delle due unioni regionali – l’Unione Economica Eurasiatica e l’Unione Europea… [poiché la Russia] è sempre stata e rimarrà sempre nella comune famiglia del popolo europeo”.

Putin all’inviato turco: «Dì a Erdogan di andare all’inferno con l’Isis»

Putin all’inviato turco: «Dì a Erdogan di andare all’inferno con l’Isis»
Il presidente russo Vladimir Putin ha rotto i protocolli diplomatici ed ha personalmente convocato l’ambasciatore turco a Mosca, Ümit Yardim, e lo ha avvertito che la Federazione russa è intenzionata a rompere le relazioni diplomatiche, immediatamente, a meno che il presidente turco, Recep Tayyip Erdoğan fermi il supporto ai terroristi dell’Isis in Siria, dove la Russia mantiene la sua ultima base navale nel Mediterraneo. Lo ha riferito la FNA.

Il sito web di notizie di AWD, citato da Moscow Times, ha segnalato che il presidente russo, presumibilmente, ha avuto una discussione con Yardim, criticando la politica estera turca e il suo ruolo malevolo in Siria, Iraq e Yemen sostenendo i terroristi di al-Qaeda. Il colloquio è poi degenerato con l’ambasciatore turco in una polemica feroce.

Anche il sito web Repubblican ha riferito che, secondo le informazioni ottenute dal Moscow Times, l’incontro tra Putin e l’ambasciatore turco è stato pieno di risentimento reciproco dove Yardim ha respinto tutte le accuse russe, dando la colpa alla Russia per la guerra civile prolungata in Siria.

«Puoi dire al tuo presidente dittatore che può andare al diavolo con i suoi terroristi dell’Isis e renderò la Siria un’altra grande Stalingrado per Erdogan e i suoi alleati sauditi che non sono meno crudeli di Adolf Hitler», ha risposto Vladimir Putin, dopo 2 ore discussione ed aver messo alla porta l’emissario turco.

Putin ha continuato dicendo che il suo paese non abbandonerà il legittimo governo siriano e collaborerà con i suoi alleati, in particolare Iran e Cina, per trovare una soluzione politica alla guerra interminabile in Siria.


[Trad. dall’inglese per ALBAinformazione di Francesco Guadagni]

Per i soldati americani in Italia un regime d’eccezione che li rende impuniti

Per i soldati americani in Italia un regime d’eccezione che li rende impuniti
Disastri, stupri e sequestri: gli impuniti a stelle e strisce. Dal MUOS alle violenze nelle basi passando per gli incidenti stradali: perché non pagano mai.

Un militare statunitense incarcerato in Italia su 200 accusati. La statistica arriva dagli stessi Americani, dal giornale Stars & Stripes, Stelle e Strisce, distribuito tra i militari USA: “Negli ultimi cinque anni ci sono state 200 indagini per accuse che vanno dall’aggressione, allo stupro fino all’omicidio colposo, ma solo una persona è stata incarcerata in Italia”, scrive la giornalista Nancy Montgomery in un articolo dal titolo “Le truppe americane sotto accusa in Italia spesso sfuggono la pena”.
Un fenomeno noto da decenni e, però, taciuto: in Italia la giustizia per i militari americani è meno uguale. Quando compiono reati in servizio, ma anche quando si rendono responsabili di reati comuni: incidenti stradali, botte e stupri. E oltre le statistiche emergono storie dolorose.Una in particolare è diventata un simbolo: quella di Jerelle Lamarcus Grey, un ragazzone americano di 22 anni che prestava servizio presso la base a stelle e strisce di Vicenza, la Del Din (ex Dal Molin) nota per le proteste dei vicentini.
È il 9 novembre 2013, al Disco Club Cà di Denis alla periferia della città è in programma una festa: musica reggae, champagne e porchetta. Ci sono giovani del posto e militari americani reduci da missioni di guerra. Magari vogliono sfogare la tensione pazzesca che si portano dentro. Quando una ragazzina sudamericana di 17 anni esce dal locale si trova davanti un soldato che la spinge in un angolo buio. La stupra.
I carabinieri sono convinti di averlo identificato: è Jerelle. L’accusato resta a piede libero – non ci sarebbe pericolo di reiterazione del reato – finché pochi mesi dopo ecco un altro stupro: una prostituta incinta di sei mesi viene aggredita e violentata. E l’indagine porta di nuovo a lui, a Jerelle e a un suo commilitone: Darius Mc Cullough. Sarebbero loro i responsabili. Ma com’è possibile, si chiedono in tanti a Vicenza, che Jerelle sia libero?
La Procura intanto dispone per lui gli arresti domiciliari. Dove? Nella base Del Din, dove pare girasse indisturbato. Ma la storia non è ancora finita: una notte del dicembre scorso, Jerelle riempie il suo letto di stracci, per far credere di dormire. E senza difficoltà scappa. Viene infine arrestato vicino a un residence frequentato da prostitute: ne avrebbe picchiato un’altra, sempre incinta, pretendendo prestazioni sessuali. Jerelle alla fine riesce a finire nelle galere italiane. “Mi risulta che siano i primi, lui e il suo complice”, non nascondono la loro soddisfazione Alessandra Bocchi e Anna Silvia Zanini, avvocati delle presunte vittime.
Oggi Jerelle attende il processo per il primo stupro, mentre per il secondo è stato condannato (sei anni in primo grado, come il suo presunto complice Darius Mc Cullough). E i casi non si contano. Spesso sono reati di violenza. L’ult imo è di pochi giorni fa: un parà di 22 anni accusato di violenza sessuale nei confronti della figliastra di sette anni. Militari, ma non solo.C’è un civile americano, Mark Gelsinger, tra gli otto indagati nell’inchiesta per reati ambientali relativi alla costruzione del MUOS, l’impianto satellitare della Marina USA di Contrada Ulmo a Niscemi (Caltanissetta). Le autorità americane hanno chiesto subito che sia sottoposto alla loro giurisdizione.
I pm italiani indagano, le autorità americane chiedono di sottoporre i loro cittadini alla giurisdizione statunitense. E la risposta finora era quasi sempre scontata: 91 sì su 113 domande in quindici mesi fino al marzo 2014. Perché? Pesava una sudditanza dell’Italia nei confronti degli Stati Uniti, ma contano anche i tempi della giustizia.
“Nelle more del processo i militari vengono rispediti a casa. E addio”, racconta l’avvocato vicentino Paolo Mele. Alla base di tutto la Convenzione di Londra ratificata nel 1956, quella chiamata “familiarmente” patto di benevolenza. Prevede che per i reati commessi dai militari NATO si tenda a concedere la giurisdizione del Paese d’origine. In pratica un accordo ricamato addosso ai soldati americani.
Per decenni a migliaia si sono sottratti alla nostra giustizia. Con due casi clamorosi: “Il 3 febbraio 1998″, racconta Mele, “due avieri americani – il pilota Richard Ashby e il navigatore Joseph Schweitzer – volando come Top Gun tranciarono i cavi della funivia del Cermis. Venti persone morirono. I due militari furono sottratti alla giustizia italiana e processati in America dove vennero assolti per l’incidente. Furono radiati e condannati a pochi mesi solo perché distruggendo il video del volo avevano ostacolato la giustizia”, conclude Mele.
Poi ecco il caso Abu Omar, l’imam egiziano sequestrato dalla CIA nel centro di Milano e portato nel suo Paese dove fu incarcerato e torturato. Il pm Armando Spataro e la Digos di Milano arrivarono a identificare i responsabili: 23 agenti condannati in Cassazione. Ma tutti si sottraggono alla giustizia italiana. E il responsabile della struttura Jeff Romano ottiene la grazia dal presidente Giorgio Napolitano. Se non ci pensano gli Americani, facciamo noi. Nessuno dei nostri governi ha mai chiesto l’estradizione per le spie condannate.
Violenze, disastri e spionaggio. Ma anche marines in fuga dai loro impegni familiari. Già, perché in Italia ci sono 59 installazioni militari americane. Solo a Vicenza una persona su dieci vive nella base. Nel 1959 ogni mese si celebravano dieci matrimoni misti. Poi qualcosa è cambiato: divorzi, mariti in fuga, irrintracciabili che lasciano le compagne sole e senza un soldo. Un reato, ma nessun militare paga: l’America li tutela a qualunque costo.
“Qualcosa, però, negli ultimi mesi sembra cambiato, non so se per merito dell’Italia o dell’amministrazione Obama”, sostiene Alessandra Bocchi. Conclude: “Noi non ce l’abbiamo con gli Americani, anzi. Ma dobbiamo tutelare le vittime”. Il ministro della Giustizia, Andrea Orlando nel luglio 2014 ha twittato: “I due militari americani accusati di stupro saranno processati in Italia”. Jerelle e Darius per il momento sono in carcere. Si capirà presto se è un primo passo.
Ferruccio Sansa

[Fonte: Il Fatto Quotidiano, 11/7/2015 – i collegamenti inseriti sono nostri]

Tratto da: byebyeunclesam

Il Pentagono conclude che l’America non è sicura se non conquista il mondo. Il piano di guerra USA contro la Russia

Il Pentagono conclude che l’America non è sicura se non conquista il mondo. Il piano di guerra USA contro la Russia
Il Pentagono ha rilasciato la sua “Strategia militare nazionale degli Stati Uniti d’America 2015” in giugno.

Il documento annuncia un cambio di obiettivo, dai terroristi ad “attori statuali” che stanno “sfidando le norme internazionali”. E’ importante capire cosa queste parole significhino. I governi che sfidano le norme internazionali sono nazioni sovrane che perseguono politiche indipendentemente dalle linee di Washington. Questi “Stati revisionisti” sono minacce non perché pianifichino di attaccare gli Stati Uniti, che il Pentagono ammette non sia un obiettivo né della Russia né della Cina, ma perché essi sono indipendenti.

Siate sicuri di cogliere il punto: la minaccia è l’esistenza di Stati sovrani la cui indipendenza di azione li rende “Stati revisionisti”. In altre parole, la loro indipendenza è in disaccordo con la dottrina neoconservatrice di “Unica Potenza”, che dichiara che le azioni indipendenti siano un diritto solo di Washington. L’egemonia data a Washington dalla storia preclude ad ogni altra nazione la possibilità di essere indipendente nelle sue azioni. Per definizione, una nazione con una politica estera indipendente da Washington è una minaccia.

Il rapporto del Pentagono definisce come “Stati revisionisti” la Russia, la Cina, l’Iran e la Corea del Nord. L’obiettivo primario è posto sulla Russia. Washington spera di cooptare la Cina, nonostante le “tensioni nell’area Asia-Pacifico” causate dalla difesa cinese della sua sfera di influenza, una difesa “incoerente con il diritto internazionale” (questo detto dagli USA, grandi violatori del diritto internazionale), girando quello che rimane del mercato dei consumatori americani alla Cina. Non è ancora certo che l’Iran sia scampato allo stesso destino che Washington ha imposto all’Irak, all’Afghanistan, alla Libia, alla Siria, alla Somalia, allo Yemen, al Pakistan, all’Ucraina e, attraverso la sua complicità, alla Palestina.

Il rapporto è sufficientemente audace nella sua ipocrisia, come del resto ogni documento di Washington, da dichiarare che la Casa Bianca e i suoi vassalli “sostengono le istituzioni e i processi dedicati alla prevenzione dei conflitti, al rispetto della sovranità e al rafforzamento dei diritti umani.” Questo detto dall’apparato militare di un governo che ha invaso, bombardato e rovesciato 11 governi, uccidendo e costringendo all’esodo milioni di persone dal regime di Clinton a quello attuale che sta lavorando per rovesciare governi in Armenia, Kirghizistan, Ecuador, Venezuela, Bolivia, Brasile, e Argentina.
Nel documento del Pentagono, la Russia è sotto attacco per non aver agito “in accordo con le norme internazionali” che significa che la Russia non segue l’egemonia di Washington e non si comporta come un vassallo, che è il comportamento da riservare all’Unica Potenza.

In altre parole, questo è un rapporto scritto dai Neoconservatori al fine di fomentare la guerra con la Russia.
Nient’altro può essere detto in merito a questo rapporto del Pentagono, che giustifica la guerra a oltranza finché nessuno esista. Senza guerra e conquiste gli Stati Uniti non sono sicuri. Questo percorso verso una fine del mondo nucleare viene ripetuto in maniera martellante ogni giorno nelle teste degli Americani e dei vassalli europei dalle agenzie di stampa occidentali. “La guerra ci rende sicuri!”.

Il modo di Washington di guardare alla Russia è lo stesso che Catone il Censore riservava a Cartagine. Catone finiva ogni suo discorso al Senato Romano con la frase “Carthago delenda est”.
Questo rapporto del Pentagono ci dice che la guerra con la Russia è il nostro futuro a meno che la Russia non accetti di diventare uno Stato vassallo come ogni altro Paese in Europa, il Canada, l’Australia, l’Ucraina e il Giappone. Altrimenti, i Neoconservatori hanno deciso che è impossibile per gli Americani tollerare di vivere in un mondo in cui gli altri Paesi prendano decisioni indipendentemente da Washington. Se l’America non può essere l’Unica Potenza che decide per il mondo, meglio che si muoia tutti. Almeno è quanto mostreranno i Russi.

Paul Craig Roberts

Fonte – traduzione di M. Janigro

Tratto da: byebyeunclesam

Schiavi del debito? Il problema è che non siamo sovrani

Schiavi del debito? Il problema è che non siamo sovrani
- di Simone Paliaga –

Roma, 4 ago – Quarantasei. Proprio quarantasei sono le volte che, nei centocinquant’anni di unificazione, il debito italiano ha doppiato il valore del PIL. Insomma per quasi un terzo della nostra storia avremmo sforato abbondantemente il prodotto interno lordo. Quindi non è niente di eccezionale quanto la BCE, Wolgang Schäuble, Mario Monti, Renzi o Jean-Claude Juncker ci imputano oggi?

Da anni siamo pungolati da un tormentone che toglie il fiato. Avremmo vissuto al di sopra delle nostre possibilità, goduto di privilegi che i luterani Paesi del Nord se li sognavano. Non avremmo esitato a saccheggiare le finanze pubbliche incuranti delle generazioni future e del senso responsabilità. Da qui nascerebbe quel debito che oggi ci strangola e che diffonde tra gli italiani una vaga idea di colpa come se avessimo all’improvviso importato e fatto nostro il doppio significato del tedesco Schuld: colpa e debito.

Ebbene per valutare adeguatamente la presunta eccezionalità del nostro debito essa andrebbe rivista e
soppesata in una prospettiva storica. Solo sottraendosi dell’emotività mediatica, utile ad avvalorare le politiche di austerità o le reazione isteriche, è possibile prendere le distanze a avviare una valutazione serena. Ad aiutarci in questo disincanto arriva un libro appena pubblicato da Laterza: Il conto degli errori. Stato e debito pubblico in Italia di Leonida Tedoldi che, sebbene concentrato sulla situazione finanziarie dagli anni Settanta a oggi, non manca di consentire un’analisi disincantata dell’intera storia nazionale del debito. I suoi passi iniziali non partono però né dall’epoca berlusconiana, né dallo scialo dei socialisti. Occorre risalire ben più indietro nel tempo.

Siamo nel 1881, riportano anche i report storici sfornati del ministero del Tesoro, e siamo al battesimo della nostrana arditezza fiscale. Allora, con la salita della Sinistra storica al potere e con Agostino Depretis in sella all’esecutivo, sforiamo col debito pubblico. Ma è solo la prima di molte altre volte. A determinare l’eccesso di spesa in quel lontano anno intervengono tre fattori. Da un lato, un fattore strategico: la necessaria statalizzazione delle ferrovie che serviva a restringere le distanze in uno stato ancora molto diviso e a regolare un sistema di comunicazioni in mano a privati. Ma se questa era un’esigenza prioritaria per l’interesse nazionale le altre due ragioni probabilmente affondavano le loro ragioni nel malcostume clientelare.

Si trattava del fallimento dei comuni di Napoli e Roma. Il governo si trovò a dover chiedere, ben prima che nascesse la Banca d’Italia, agli istituti di credito privati autorizzati di emettere titoli di stato per recuperare 170 milioni di lire di allora per il capoluogo partenopeo e 50 per la capitale. La lunga storia del debito pubblico italiano comincia da lì. Ma la sua storia procederà ancora a lungo. Per venticinque anni nulla si riuscì a fare. Poi la situazione migliorò grazie all’oculata politica giolittiana. Poi tra il 1918 e il 1924, in seguito ai debiti di guerra, la situazione riprecipitò nuovamente ma le politiche messe in atto, ai tempi del fascismo, da Giuseppe Volpi riuscirono ad abbattere nuovamente il debito che tornò a farsi sentire tra il 1941 e il 1943 in tempi di guerra.

La situazione fila liscia per tutti gli anni della Guerra Fredda. Ma gli anni che seguono sono esiziali. Le politiche di adesione all’Unione europea a partire degli anni Novanta riducono i margini di manovra dei governi, rendono indipendente la Banca d’Italia e impossibile la leva monetaria per gestire il peso del debito. Così questo finisce per esplodere.

Secondo Leonida Tedoldi non si tratta però di malgoverno. Semplicemente la situazione storica cambia e il debito diventa uno strumento utile alla conquista del consenso. Ma senza la sovranità monetaria esso diventa incontrollabile. I governi che via via si succedono al potere tentano di assicurarsi l’appoggio dei governati mettendo in atto delle politiche di spesa espansive, secondo l’autore. Insomma il debito sarebbe il frutto di un errato accordo elettorale tra eletti ed elettori.

Ma queste politiche di spesa, diciamo invece noi, servono per consolidare le conquiste sociali degli anni passati senza abbandonare lo Stato sociale al suo destino neoliberista dove tutto, dalla sanità alla scuola, deve recare profitto. Per contrastare però il dissolvimento del welfare l’indebitamento si acuisce fino a dovere cercare liquidità presso investitori esteri visto che con Maastricht e l’euro la leva monetaria non spetta più allo Stato ma alla BCE.

Secondo Tedoldi così assistiamo all’alterazione della sovranità del debito. Esso non è più in mano ai cittadini e agli istituti di credito nazionali ma a finanziatori stranieri che pretendono di trarre, bene che vada, guadagno dai prestiti erogati. Se questa è la storia fino a qui conviene chiedersi se mai ci ritroveremo nelle condizioni di attuare una riconversione sovrana del debito. O magari nella possibilità poterlo tagliare grazie a un nuovo ruolo strategico ritagliatosi dall’Italia sulla scena internazionale.

LA DISOCCUPAZIONE E’ TORNATA A SALIRE: IL FALLIMENTO DEL JOBS ACT E DELLE RICETTE €UROPEE

LA DISOCCUPAZIONE E’ TORNATA A SALIRE: IL FALLIMENTO DEL JOBS ACT E DELLE RICETTE €UROPEE

- di Giuseppe Palma –

– Nonostante gli incentivi in vigore dal 1° gennaio 2015 in merito alla decontribuzione dei nuovi assunti con contratto a tempo indeterminato;
– Nonostante la maggiore flessibilità in uscita (diciamo pure piena libertà di licenziamento) introdotta col Jobs Act (i cui primi due decreti attuativi sono entrati in vigore il 7 marzo 2015);
– Nonostante il Jobs Act abbia ridotto la tutela obbligatoria (risarcitoria) da 12-24 mensilità previste dalla Legge Fornero alle attuali 4-24 mensilità;
– Nonostante la costituzionalizzazione del vincolo del pareggio di bilancio (aprile 2012);
– Nonostante la sottoscrizione (marzo 2012) e l’autorizzazione alla ratifica (luglio 2012) del Fiscal Compact;
– Nonostante la riforma del codice di procedura civile che ha quasi totalmente informatizzato l’intero processo civile e previsto norme ad hoc per lo smaltimento dei procedimenti in corso;
– Nonostante l’avvio del percorso di revisione costituzionale (riforma della Parte II della Costituzione che miri al superamento del bicameralismo perfetto);
– Nonostante la riforma della legge elettorale (l’Italicum – tanto per intenderci – è una Legge Acerbo 2.0, quindi il premio di maggioranza sarà attribuito, salvo modifiche, alla lista e non alla coalizione);
– Nonostante l’introduzione di sistemi giacobini e anticostituzionali di lotta all’evasione fiscale;
– Nonostante la riforma delle pensioni (Fornero, dicembre 2011) che ha posticipato di parecchio l’età pensionabile degli italiani;
– Nonostante le condizioni generali siano tutte favorevoli: a) il Quantitative Easing di Draghi – annunciato a gennaio di quest’anno – ha avuto inizio già da qualche mese (marzo 2015); b) il prezzo del petrolio non è mai stato così basso dal 2008; c) la BCE ha provveduto continuamente – negli ultimi anni – a tagliare i tassi; d) il 1° maggio di quest’anno è iniziato l’Expo, una vetrina internazionale che – nelle aspettative del Governo – avrebbe dovuto rappresentare il simbolo della ritrovata crescita economica italiana dopo tre anni consecutivi di recessione

Nonostante tutto quanto sopra premesso
secondo i dati diffusi dall’ISTAT il 31 luglio, LA DISOCCUPAZIONE IN ITALIA E’ TORNATA A SALIRE!

Questi i dati aggiornati al 30 giugno 2015 (Fonte ISTAT), quindi dopo 6 mesi di incentivi per le assunzioni a tempo indeterminato, circa 4 mesi di Jobs Act e più di 3 mesi di QE:

– Tasso disoccupazione: 12,7% [+0,2% su base mensile (maggio-giugno 2015), +0,1% su base trimestrale (Gen-Mar 2015/ Apr-Giu 2015) e +0,4% su base annuale (medesimo periodo di riferimento rispetto all’anno precedente)];
– Tasso disoccupazione giovanile (15-24 anni): 44,2% (+1,9% su base mensile, +0,8% su base trimestrale e +0,5% su base annuale).

Il dato che maggiormente preoccupa è quello che, nonostante le stiano provando tutte (ma proprio tutte) pur di salvare il crimine dell’Euro, il lavoro non registra mai significativi segnali di ripresa, anzi, visti gli ultimi dati, si è avuto addirittura un peggioramento! Tuttavia, non è un più o meno ZERO VIRGOLA che può mutare la situazione, ormai profondamente drammatica e – nel quadro delle ricette economiche dell’UE – irreversibile!

In pratica siamo di fronte a veri e propri bollettini di guerra, anche alla luce del fatto che nel 2011 – quando una concentrazione di “forze sovranazionali” (ben appoggiate dall’interno) attaccarono l’economia e la democrazia del nostro Paese – il tasso di disoccupazione era all’8,4% e quello giovanile poco sotto il 30%. Ciononostante, Monti fu accolto come salvatore della Patria! Misteri insiti nelle capacità comunicative dei giornalai di regime!!!
Dal novembre 2011 in avanti abbiamo avuto tre Presidenti del Consiglio senza alcuna legittimazione democratica(Mario Monti, Enrico Letta e Matteo Renzi) che hanno servilmente (e coscientemente) portato a termine quasi tutti icrimini dettati dall’UE (contenuti nella lettera che la BCE inviò al Governo Berlusconi il 5 agosto 2011), quindi AUSTERITA’ e SVALUTAZIONE DEL LAVORO!
Ho già scritto, in più occasioni, sul CRIMINE DELLA SVALUTAZIONE DEL LAVORO ALLO SCOPO DI SALVARE L’EURO (a tal proposito leggete questi due miei articoli: http://scenarieconomici.it/il-crimine-della-svalutazione-del-lavoro-allo-scopo-di-salvare-leuro-di-giuseppe-palma/ ; http://scenarieconomici.it/jobs-act-il-lavoro-torna-indietro-di-oltre-un-secolo-di-giuseppe-palma/) quindi eviterò di dilungarmi sull’argomento. Non potendo sfruttare la leva della svalutazione monetaria, i 19 Paesi dell’Eurozona – per tornare ad essere competitivi – sono costretti a svalutare il lavoro (riduzione dei salari e contrazione delle tutele contrattuali e di legge). La Legge Fornero prima, e il Jobs Act dopo, vanno proprio in questa direzione, tant’è che il Jobs Act – nella sostanza – ha cancellato del tutto la tutela reale (reintegro del lavoratore illegittimamente licenziato) sia per i licenziamenti per g.m.o. che per quelli per g.m.s. A tal proposito potete leggere quest’altro mio articolo: http://scenarieconomici.it/il-jobs-act-e-i-licenziamenti-la-farsa-del-contratto-a-tempo-indeterminato-di-giuseppe-palma/

E’ dunque ovvio, e non posso sottrarmi dal sottolinearlo, che le ricette economiche dell’UE (che l’Italia osserva come una Colonia subalterna) sono del tutto fallimentari. Il lavoro, lo ripeto per l’ennesima volta, si crea – oltre che attraverso un aumento delle esportazioni – soprattutto con una forte ripresa dei consumi interni (e degli investimenti privati), i quali – in determinate situazioni – possono non bastare per creare piena occupazione e necessitano dell’intervento della spesa governativa, elemento che a Bruxelles vedono come fumo negli occhi tant’è che – col Fiscal Compact – l’apparato eurocratico ha scolpito la parola ZERO alla voce “spesa a deficit”!
Ciò detto, se si continuano a seguire i dettami di questa UE, l’Italia diverrà un cimitero! Ho già ascoltato le parole delle solite zucche vuote del Governo e della maggioranza parlamentare, e le dichiarazioni sono sempre le stesse: “dobbiamo continuare a fare le riforme, dobbiamo combattere con fermezza l’evasione fiscale, dobbiamo velocemente modernizzare il Paese, l’UE e l’Euro sono irreversibili” etc…
Tutte sciocchezze con le quali si lavano la bocca i criminali che ogni giorno uccidono la democrazia e il lavoro, quindi la Costituzione!

Se nè il Quantitative Easing (che ha prodotto una svalutazione dell’Euro sul dollaro di circa il 25%), nè le riforme (e che riforme!), riescono a risolvere il problema del lavoro, cosa potranno più inventarsi questi criminali pur di salvare una moneta unica sbagliata? Sospenderanno la democrazia e reintrodurranno la schiavitù? Non sorprendetevi, tutto è possibile ormai!

Questa UE – coi suoi Trattati, con la sua struttura istituzionale, coi suoi interessi e con la sua moneta unica – è la morte dei “principi supremi” sui quali si fonda la nostra Repubblica! Democrazia costituzionale e lavoro da un lato, UE ed Euro dall’altra, sono del tutto incompatibili! Chi ne ha individuato un minimo comune denominatore ha commesso ALTO TRADIMENTO nei confronti dello Stato italiano e della sua Costituzione!

Continuando di questo passo, l’Italia e il suo popolo sono destinati a morte certa! #Sapevatelo

Pizzini e fedelissimi, così Messina Denaro protegge la latitanza

Pizzini e fedelissimi, così Messina Denaro protegge la latitanza

agosto 05
07:562015
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Ma per i pm ci sono protezioni di “alto livello”. Le rivelazioni sulla sua rete di comunicazione e i suoi tanti viaggi d’affari. 
di Aaron Pettinari.

L’operazione “Ermes” che questa mattina ha portato all’arresto di undici fedelissimi del superlatitante Matteo Messina Denaro, stringe ancora una volta il cerchio attorno al capomafia, svelando quella rete di comunicazione con cui il boss di Castelvetrano impartiva ordini e gestiva gli affari di Cosa nostra. Tuttavia “Diabolik”, ancora una volta, risulta “imprendibile”. “Nonostante il territorio sia più che sorvegliato e da anni si susseguono operazioni, ancora non siamo riusciti a prendere il latitante. Questo può significare solo che gode di protezioni ad alto livello” ha detto il procuratore aggiunto Teresa Principato. Un altro dettaglio fornito dagli inquirenti è la conferma che il boss di Castelvetrano “non sta sempre nel Trapanese, ma si sposta dalla Sicilia e anche dall’Italia. Quando sente stringersi attorno a lui il cerchio taglia i contatti con i fedelissimi finiti sotto indagine”.
Era accaduto tra l’ottobre ed il novembre 2012 quando, dopo l’arrivo del primo carico di pizzini, gli investigatori non avevano più registrati raccolte o invii di corrispondenza. Un silenzio che secondo gli inquirenti “doveva essere attribuito o al silenzio imposto da Messina denaro o al suo temporaneo allontanamento dalla Sicilia, che avrebbe reso impossibile l’inoltro e soprattutto la consegna nelle sue mani della corrispondenza.

Pochi uomini fidati
Per la gestione delle comunicazioni il capomafia trapanese si poteva fidare di pochissimi uomini fidati. Fino al marzo 2010 il sistema di trasmissione della corrispondenza era stato gestito dai cognati del latitante, Vincenzo Panicola e Filippo Guttadauro, e dal fratello Salvatore tutti arrestati così come in manette era finita la sorella Patrizia. Per sostituirli Diabolik si era affidato a chi poteva avere il giusto pedegree, a cominciare dall’ultimo anello della catena, Vito Gondola, nome storico della mafia trapanese.
C’era lui seduto accanto a Riina, a Tonnarello di Mazara, durante cena del dicembre 1991 in cui il capo dei capi decise di sterminare i nemici della mafia marsalese.
Un altro pezzo di storia è rappresentato anche da Michele Gucciardi, boss di Salemi, che il postino di Messina Denaro lo aveva già fatto negli anni Ottanta.
Altro mafioso di rango è l’anziano uomo d’onore, Pietro Giambalvo, condannato in via definitiva per essere stato, tra l’altro, vero e proprio fiduciario di Totò RIINA, per il quale faceva da autista negli anni’80 quando si trovava nella provincia trapanese e doveva recarsi a summit mafiosi.
Altro “pizzinaro” in epoca più recente lo era già stato anche Domenico Scimonelli, originario di Partanna. A loro si sarebbero aggiunti degli insospettabili come Michele Terranova, proprietario della masseria o Sergio Giglio.



La rete dei pizzini
Le direttive del boss di Castelvetravano arrivavano tramite un sistema collaudato sin dai tempi di Provenzano. Rispetto al capomafia di Corleone le regole imposte da Messina Denaro apparivano decisamente più ferree. Dagli inquirenti sarebbe stato accertato che il latitante “non scrive direttamente le sue lettere, evitando così che le stesse siano graficamente a lui riconducibili, servendosi invece di un amanuense che raccoglie il suo pensiero e lo riversa nei pizzini. Ruolo quest’ultimo pur tuttavia rivestito sempre dalla medesima persona che, in tal modo, assicura continuità negli scritti e garantisce la loro pronta riconducibilità al boss latitante da parte dei sodali che lo leggono”. I messaggi venivano raccolti in una vecchia masseria in contrada Lippone.
Qui venivano nascosti, sottoterra, per poi essere consegnati quando venivano organizzati i summit. Gondola e gli altri sapevano di avere “il fiato sul collo” degli investigatori (“Siamo tutti guardati” diceva Gucciardi in un incontro, ed anche Giglio aveva visto due macchine a Salemi fare “sali e scendi”), nonostante ciò però non si sono fermati. Il motivo è semplice e lo spiega proprio Gonodola: “non è che uno si. impressiona non deve camminare più… se dobbiamo camminare dobbiamo camminare…”.
I pizzini, che arrivavano mediamente tre o quattro volte l’anno, venivano letti ed immediatamente distrutti. I fogliettini di carta aveva un codice cifrato ma Gondola sapeva chi erano gli autori ed anche a chi dovevano essere consegnati. C’era anche una tempistica per comunicare con Messina Denaro.
“A quindici giorni . oggi ne abbiamo due . uno. trentu . uno . perciò giorno 16, giorno 15 noi ci dobbiamo vedere” diceva Gondola a Gucciardi nel giugno 2012. Una cadenza temporale confermata anche in un dialogo tra Gucciardi e Giglio del 27 novembre 2012: “.entro il 15 queste cose devono partire destiniamo la data per buono, il 14 va bene. [.] Il 14, alle case la dove ci sono le olive. [.] tu a Mimmo gli fai sapere che entro il 15 . prima . no giorno 15, prima di giorno 15 si deve incontrare con lui.”. Una cadenza che gli inquirenti avevano già ravvisato nei pizzini risultati in possesso di Antonino Vaccarino, ex sindaco di Castelvetrano e collaboratore del Sisde, protagonista di una corrispondenza con Matteo Messina con il nominativo convenzionale Svetonio. Una vicenda del passato a cui si fa accenno nell’ordinanza dell’operazione odierna”.
Nei discorsi tra i boss, quando si parla dei pizzini, si fa anche riferimento ad una “carrozza” (“Io me lo immaginavo che c’era qualcosa in arrivo con la stessa carrozza arrivaru”). Si intende un carico di messaggi del capomafia di Castelvetrano o si parla di un soggetto ulteriore, posto come filtro tra Gondola e Messina Denaro. Del resto il capo mandamento di Mazara del Vallo diceva: “. dei conti lui aspetta… facciamo due viaggi. non ce lo dimentichiamo… per loro urgenza c’è” E poi ancora: “gliela posso dare a quello. che la devo dare io a lui… perché tutte le cose a me.mi pare giusto. ma a chi lo devo dare io. giusto è. se me li mandi tutti cose. riceve tutte le cose. se mi mandi una partita. sono. come per la prudenza . decidi tu. e glieli devo mandare a dire queste cose”.

 
Il pentimento di Cimarosa
Tra i discorsi dei boss era anche finito Lorenzo Cimarosa, cugino del boss latitante, arrestato il 13 dicembre 2013, nell’ambito dell’operazione antimafia interforze “Eden” che ha intrapreso successivamente una collaborazione con la giustizia. Vincenzo Giambalvo, riferendo di un dialogo tra Vincenzo La Cascia (uomo d’onore della famiglia di Campobello di Mazara) e tale zu Giovanni raccontava delle lamentele di Cimarosa, rispetto al ruolo preminente assunto dal nipote di Matteo Messina Denaro, Francesco Guttadauro. “Si lamentava di un nipote dice questo da Palermo viene da Bagheria dice perché deve venire a comandare qua lui dice .”. E Gondola replicava decretando legittima la collocazione apicale del Guttadauro: “ma lui non è di fuori paese . lui è . lì è nato la madre è di lì perciò non è che è di fuori paese”.
I due commentavano anche la volontà di Cimarosa di rendere dichiarazioni all’Autorità Giudiziaria, includendola nel novero delle “cose che non si fanno” (“e non si fanno lo stesso queste cose”).
Il giudizio di Gondola è stato, al riguardo, assai severo: “.se il sangue è marcio ragionano come ragiona lui va bene”.
Valutando poi le dichiarazioni di Cimarosa agli inquirenti un altro indagato, Scimonelli, aggiungeva: “danno molto non ne dovrebbe fare”. E Gondola replicava: “ma .fino a che è solo non ne fa.”. Una conferma, se ce ne fosse mai stata bisogno, che all’interno di Cosa nostra ad essere i più temuti sono proprio i collaboratori di giustizia.

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