11 agosto 2015

"Washington non ha impedito l'ascesa dell'Isis di proposito". Parla l'ex capo dell'intelligence Usa

Washington non ha impedito l'ascesa dell'Isis di proposito. Parla l'ex capo dell'intelligence Usa

Michael Flynn, ex capo della Defense Intelligence Agency (DIA): "Penso che sia stata una decisione. Penso che sia stata una decisione volontaria"

Gli Stati Uniti non hanno impedito l'ascesa di gruppi jihadisti anti-governativi in Siria poi degenerato nello Stato islamico. A parlare è l'ex capo della Defense Intelligence Agency americana, che in un rapporto segreto del 2012 aveva accuratamente predetto la loro ascesa.

In un'intervista a Mehdi Hasan, il tenente generale in pensione Michael Flynn, ex capo della Defense Intelligence Agency (DIA) conferma i sospetti iniziali che Washington stava monitorando gruppi jihadisti emergenti come opposizione in Siria.

Flynn ritiene che il governo degli Stati Uniti non ha ascoltato la sua agenzia di proposito.
"Penso che sia stata una decisione. Penso che sia stata una decisione volontaria ", ha detto l'ex capo della DIA.

Il rapporto della DIA presentata nel mese di agosto 2012 affermava che "i salafiti, i Fratelli Musulmani, e AQI [Al-Qaeda in Iraq] erano le forze principali che guidavano l'insurrezione in Siria," sostenute da "Occidente, Paesi del Golfo e la Turchia . "

Il documento recentemente divulgato attraverso il Freedom of Information Act (FOIA), analizza la situazione in Siria, nell'estate del 2012 e prevede: "Se la situazione degenera, vi è la possibilità di stabilire un principato salafita dichiarato o non dichiarato in Siria orientale ... e questo è esattamente ciò che i poteri di sostegno all'opposizione vogliono, al fine di isolare il regime siriano ".

Il rapporto mette in guardia da "terribili conseguenze", perché permetterebbe di Al-Qaeda di riconquistare le sue posizioni in Iraq e unificare le forze sunnite jihadiste in Iraq, la Siria e il resto dei sunniti nel mondo arabo contro tutte le altre minoranze musulmane essi considerano dissidenti.

"ISI (lo Stato Islamico dell'Iraq) potrebbe anche dichiarare uno Stato islamico attraverso la sua unione con altre organizzazioni terroristiche in Iraq e Siria, che creerà un grave pericolo per quanto riguarda la possibilità di unificare l'Iraq e la protezione del suo territorio", il rapporto DIA aveva previsto correttamente.

A differenza del Dipartimento di Stato degli Stati Uniti, che si precipitò ad etichettare il memo DIA declassificati come poco rilevanti subito dopo il suo declassamento, l'ex capo della DIA ha espresso piena fiducia nella relazione del 2012.

Quando Hasan di Al Jazeera ha chiesto Flynn perché non ha cercato di fermare gli Stati Uniti rispetto ai trasferimenti di armi verso gli estremisti islamici, il generale in pensione, ha detto: "Odio dire che non è il mio lavoro, ma il mio lavoro è stato quello di garantire la precisione della nostra intelligence ", ha detto Flynn, che è stato anche direttore dell'intelligence per il Joint Special Operations Command (JSOC) durante la ricerca degli Stati Uniti a Bin Laden.

Die Welt. "Il super tram del futuro russo: una Batmobile stabilirà nuovi standard in tutto il mondo

Die Welt. Il super tram del futuro russo: una Batmobile stabilirà nuovi standard in tutto il mondo

Il "supertram del futuro" si chiama R1 ('Rossiya-1'

In un futuro ormai prossimo per le strade delle città russe circolerà il cosiddetto "supertram del futuro" R1 ('Rossiya-1'). Lo ha scritto il giornale tedesco 'Die Welt', mettendo a confronto l'innovazione russa con la mitica "Batmobile".

Il quotidiano tedesco sottolinea come dentro il tram al passeggero sarà possibile immaginare di essere “a bordo di un jet privato di lusso." Materiali di qualità prodotti in Russia, un comfort incredibile e una novità futuristica. Si tratta di un modello tecnicamente più moderno rispetto alla maggior parte dei suoi analoghi esteri, conclude il Welt.

La società Uraltransmash, in collaborazione con l'ufficio tecnico di sviluppo Atom, è l'autore del progetto, presentato a Ekaterinburg lo scorso anno. Secondo 'Die Welt', la Russia è pronta per la produzione in serie di questo "tram da sogno" che "ha stabilito nuovi standard in tutto il mondo. Ekaterinburg sarà la prima città i cui abitanti avranno la possibilità di utilizzarlo.


Il tram è perfettamente dritto e fatto di pannelli di vetro composito di colore nero. Le batterie consentono al tram 50 km di autonomia in caso di problemi nelle linee di alimentazione.

E se Goldman Sachs assume l'ex Segretario della Nato

E se Goldman Sachs assume l'ex Segretario della Nato

Rasmussen al soldo paga di Goldman per assicurarsi il buon esito della controversia con la Danimarca sul saccheggio di DONG

Nel gennaio 2014 Goldman Sachs rilevò il 18% di DONG Energy in Danimarca per circa 1,5 miliardi di dollari. La decisione produsse una campagna di resistenza popolare immediata con centinaia di migliaia di danesi che si ribellarono alla cessione, in particolare, come riferiva The Local, per il fatto che la vendita "non ha incluso un affare enorme che entrambe le parti sapevano fosse imminente, imbrogliando il valore della società di ben 20 miliardi di corone. "

“La Danimarca ha perso miliardi di corone quando ha venduto la proprietà parziale di Dong Energy la società di investimento americana Goldman Sachs nel gennaio 2014”, ha scritto la settimana scorsa Politiken. Quando il governo danese ha venduto una quota del 18 per cento di Dong a Goldman Sachs, il Ministero delle Finanze ha calcolato il valore della società a 31,5 miliardi di corone. Ma appena tre mesi dopo, a Dong è stato concesso il diritto di installare un enorme parco eolico offshore con l'appoggio del Regno Unito. Secondo Politiken il valore di Dong è passato in poco tempo a oltre 50 miliardi di corone, ma non è stata calcolata sulla vendita di Goldman Sachs, nonostante sia Dong sia l'impresa di investimento fossero pienamente consapevoli del tutto.

Politiken riferisce inoltre che l'affare incombente era risaputo in tutto il settore eolico.

Come risultato, i locali erano meno felici di sapere i dettagli di un altro saccheggio di Goldman. Bloombergriporta inoltre che "l'affare Goldman ha lasciato un segno indelebile nella politica danese. Il disaccordo sugli investimenti della banca di Wall Street a beni dello Stato ha indotto una parte della precedente amministrazione socialdemocratica ad uscire la coalizione in segno di protesta. Il governo di Helle Thorning-Schmidt, che ha supervisionato l'affare Goldman è stato estromesso nelle elezioni giugno 2014, aprendo la strada a un governo liberale guidato da Lars Loekke Rasmussen. 

Ora il governo danese ha deciso di lasciare che i legislatori vedano e decidano sui documenti segreti sull'acquisto di Goldman. Il ministro delle finanze Claus Hjort Frederiksen ha detto che rilascerà i documenti a breve. Ma mentre il dominio di Goldman di tutte le questioni legislative americane è ben noto, in Danimarca le cose sono diverse e bisogna passare alle contromisure, scrive oggi il blog americano Zero Hedge.

È per questo che Goldman ha deciso di andare sul sicuro e per controllare il processo su DONG, ha assunto nientemeno che Anders Fogh Rasmussen, l'ex primo ministro danese che governò la Danimarca dal 2001 fino al 2009 "a aiutare ad affrontare gli ostacoli politici che la banca ha incontrato da quando l'acquisto in un programma di utilità di stato l'anno scorso. " Perché assumerlo? Poiché l'attuale primo ministro danese, Lars Loekke Rasmussen era ministro subordinato delle finanze sotto l'"altro" Rasmussen, quello che Goldman ha appena assunto: Anders Fogh.

Ma non è tutto: in questo caso particolare, Goldman ottiene punti bonus influenza perché oltre ad acquistare il primo ministro danese, e di conseguenza, l'attuale PM e il suo ex protetto, e assicurarsi che lo scandalo DONG abbia un buon esito per lei, Goldman ha appena ingaggiato l'ex Segretario della NATO. In altre parole, con una sola assunzione, Goldman ha assicurato non solo il suo dominio finanziario sulla Danimarca, ma è ormai sicuro di capitalizzare qualunque sviluppo militare che la NATO scatenerà nelle prossime settimane. Ci dovremmo meravigliare, conclude Zero Hedge, se sarà Goldman a finanziare l'imminente invasione siriana?

La nostra posizione, l'ipocrisia

Equivoci, ipocrisie e cause ignorate. A chi giova l'ambiguità del M5S? La nostra posizione

Il Pd, come altri partiti di centro e “sinistra”, negli anni si è quasi sempre schierato a favore di interventi armati occidentali diretti (bombardamenti) o indiretti (destabilizzazioni) che sono fra le cause di immani spostamenti di popolazioni. Qui abbiamo già scritto quanti milioni di persone, anche lavoratori migranti, abbiano dovuto lasciare il loro luogo di residenza e lavoro a causa delle bombe e delle guerre per procura occidentali. I guerrafondai della Nato e del Golfo, e chi negli ultimi anni non ha agito per opporsi alle guerre, né in sede istituzionale né in sede di movimenti, hanno gravi responsabilità. In pochi anni l’Occidente ha disfatto Iraq, Siria e Libia, rovinando anche i paesi circostanti e in particolare quelli africani. Qui tutti i dati prodotti dalle "nostre guerre, la loro fuga". Il ministro Gentiloni ribadisce la sua solidarietà all’Arabia saudita (primo acquirente di armi dall’Italia) che bombardando da mesi lo Yemen e impedendo l’avvio di aiuti umanitari sta provocando l’esodo di moltissimi yemeniti, i quali potrebbero convertirsi in nuovi "clanedstini" sulle nostre coste.

Ricordiamo poi altre cause importanti delle migrazioni forzate. Infatti accanto a chi fugge da guerre e destabilizzazioni che rovinano interi paesi (e ha più o meno diritto di asilo umanitario o altro), c’è chi fugge dalla miseria lasciata dallo sfruttamento coloniale e postcoloniale, dalla caccia alle risorse, e anche dal disastro climatico provocato dal surriscaldamento dell’atmosfera terrestre; un’altra responsabilità occidentale che ricade pesantemente sul Sud del mondo. Eppure, chi va via dalla miseria e dalla distruzione provocata dal caos climatico non ha da noi nessun diritto…è bollato come clandestino, sfruttato fino alla morte dagli schiavisti italiani, costretto a nascondersi…

Eppure la Terra è di tutti, e l’Occidente ne ha già usufruito più di altri popoli…

Nell’epoca della dittatura finanziaria della Troika , siamo tutti, migranti o meno, stranieri in patria. Mettere, in questo contesto sociale, i migranti contro i non migranti è come mettere i lavoratori a tempo indeterminato contro quelli a tempo determinato come ha fatto Renzi con il Jobs Act. Si alimenta una guerra tra poveri che è proprio quello che chiede la grande finanza e le grandi corporazioni.

Prima delle elezioni nazionali del febbraio 2013 il Movimento arrivò ad essere la prima forza politica nazionale con l’idea che nessuno dovesse rimanere indietro. Per un Movimento che con orgoglio rivendica di essere nato lo stesso giorno di San Francesco, questo concetto ha una portata universalistica, che travalica i confini. 

"Del resto le masse popolari in Europa non sono contro le masse popolari in Africa. Ma quelli che vogliono sfruttare l’Africa sono gli stessi che sfruttano l’Europa. Abbiamo un nemico comune.” 
Thomas Sankara, 29 luglio 1987

Le nostre guerre, la loro fuga.

Le nostre guerre, la loro fuga.

Dall'Iraq 1991 allo Yemen tutti i dati racchiusi in questa tabella: : 60 milioni di sfollati e rifugiati nel mondo, solo 600 mila "accolti" in Europa

La quasi totalità dei sessanta milioni di sfollati e rifugiati di guerra nel mondo rimane all’interno dei loro paesi o nei paesi confinanti; solo 600mila sono stati accolti in Europa. Per arrivarci, sono morti in mare a migliaia, 5 volte in più nel 2014 rispetto al 2011. In questo contesto, le guerre condotte dall’Occidente continuano a provocare esodi biblici, non solo di cittadini dei paesi bombardati o attaccati, ma anche di milioni di migranti che in quei paesi lavoravano. 

I rifugiati di guerra si intrecciano con il fenomeno dei migranti economici e climatico-ambientali, frutto degli sfruttamenti coloniali e neo-coloniali.

Ma ecco alcuni dati su chi fugge dai conflitti prodotti o direttamente fomentati dall’Occidente. L’Italia non si è mai sottratta…

1991, “Tempesta nel Golfo”, guerra all’Iraq

La guerra provoca l’esodo di circa tre milioni di persone dall’area. Fra questi, 300mila lavoratori palestinesi vengono espulsi per vendetta dal Kuwait “liberato” e da altre petromonarchie, o lasciano l’Iraq distrutto dalle bombe e impoverito e dal successivo embargo. Abbandonano l’Iraq in tutto circa un milione di lavoratori stranieri (bengalesi, egiziani, yemeniti, filippini, indiani, pakistani…). L’Arabia saudita espelle circa 800mila yemeniti perché il loro paese non ha votato a favore della guerra all’Iraq. 

1999 Serbia-Kosovo

Nel 1996, 200mila serbi vengono espulsi impunemente dalla Croazia con l’appoggio degli Usa. Nel 1999 i bombardamenti della Nato su Serbia e Kosovo, non approvati dall’Onu, provocano – invece di prevenire o arrestare – l’esodo di massa di centinaia di migliaia di kosovari. Dopo la vittoria della Nato, sono i serbi a fuggire a decine di migliaia dal Kosovo “liberato”. 

2003 Iraq (operazione “Iraqi Freedom”)

Varia fra i 3,5 e i 5 milioni il numero di iracheni sfollati interni e rifugiati all’estero a causa dell’occupazione anglo-statunitense (con alleati) del 2003 e della successiva guerra settaria. A partire dal 2014, un milione e 800mila iracheni hanno lasciato le loro case di fronte all’avanzata del cosiddetto Stato islamico in Iraq.

2011, Libia, guerra della Nato 

Fino al 2011 in Libia lavoravano oltre due milioni di stranieri, regolari o irregolari, fra nordafricani (in primis egiziani), africani sub-sahariani e asiatici (70-80mila dal Bangladesh). Con le bombe della Nato e la concomitante “caccia al nero” da parte dei “ribelli” libici alleati della Nato sul campo, lasciano la Libia 800.000 lavoratori migranti. Con l’arrivo dei “ribelli” a Tripoli, fine agosto 2011, lasciano il paese anche quasi due milioni di libici, distribuiti soprattutto fra Tunisia e Libia senza un vero status di rifugiati. 

2011-oggi, Siria, guerra fomentata da paesi Nato e petromonarchi

Dal 2011, sei milioni e mezzo di siriani sono diventati sfollati interni; tre milioni hanno lasciato il paese. Poche centinaia di migliaia hanno ottenuto asilo in Europa. 

2015, Yemen, bombardamenti sauditi

A partire dal 26 marzo 2015, con i bombardamenti sullo Yemen da parte di una coalizione di paesi arabi guidati dall’Arabia Saudita, oltre un milione di yemeniti si sono spostati in altre zone. Sono altri potenziali richiedenti asilo in Europa. L’Arabia saudita è il primo acquirente di sistemi d’arma dall’Italia…

Marinella Correggia

Il numero di sfollati è in tutto il mondo ha raggiunto il suo record di sempre, quasi 60 milioni, la metà dei quali sono bambini, secondo un nuovo rapporto dell'agenzia dell'ONU per i rifugiati. Le cause sono guerre, conflitti e persecuzioni

L'annuale "Trends Global Report: World at War " è stato pubblicato ieri dall'Ufficio dell'Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR).

Secondo il rapporto, sono 59,5 milioni i migranti forzati costretti a fuggire dalle loro case alla fine del 2014 rispetto ai 51,2 milioni di un anno prima e ai 37,5 milioni di dieci anni fa. ​ 

"Siamo di fronte a un cambio di paradigma, a un incontrollato piano inclinato in un'epoca in cui la scala delle migrazioni forzate, così come le necessarie risposte, fanno chiaramente sembrare insignificante qualsiasi cosa vista prima", ha dichiarato l'Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Rifugiati António Guterres. 

Le cifre mostrano che, in tutto il mondo, una persona ogni 122 è attualmente un rifugiato, uno sfollato interno o un richiedente asilo. 


Secondo il Rapporto, questo aumento del numero degli sfollati va ricondotto ai primi mesi del 2011, quando è scoppiata la guerra in Siria, diventata la principale causa di migrazione forzata a livello mondiale, superando per la prima volta l'Afghanistan.

Il rapporto osserva che almeno 15 conflitti sono scoppiati o si sono riaccesi in tutto il mondo negli ultimi cinque anni: otto in Africa, tre in Medio Oriente, uno in Europa e tre in Asia. 


"Poche di queste crisi sono state risolte e la maggior parte ancora genera nuovi spostamenti", afferma il rapporto. 

Il rapporto ha anche richiamato l'attenzione sulla crisi dei rifugiati del Mediterraneo, risultato dell'instabilità in Nord Africa e aggiunge che i paesi che ospitano la maggior parte dei rifugiati sono paesi poveri. Quasi nove rifugiati su 10 si trovano in regioni o paesi considerati economicamente meno sviluppati. 


"A causa delle enormi carenze di finanziamenti e degli ampi divari nel regime globale per la protezione delle vittime di guerra, molte persone bisognose di compassione, aiuto e rifugio vengono abbandonate a loro stesse. In un'era di esodi forzati di massa senza precedenti, abbiamo bisogno di una risposta umanitaria senza precedenti e di un rinnovato impegno globale in favore della tolleranza e della protezione delle persone in fuga da conflitti e persecuzioni"

10 agosto 2015

Le nuove realtà geopolitiche richiedono nuove forme di governance globale. Joseph Stiglitz

Le nuove realtà geopolitiche richiedono nuove forme di governance globale. Joseph Stiglitz

"L'egemonia degli Stati Uniti è il più grande ostacolo allo sviluppo globale"

La crescente importanza economica dei paesi in via di sviluppo e dei mercati emergenti richiede un cambiamento nell'architettura internazionale affinché questa funzioni "anche per i per i poveri". L'egemonia di un gruppo di paesi guidati dagli Stati Uniti d'America è il principale ostacolo per questa trasformazione."L'egemonia degli Stati Uniti è il più grande ostacolo allo sviluppo globale", è il parere del premio Nobel per l'economia Joseph Stiglitz (2001), 


La terza conferenza internazionale sui finanziamenti per lo sviluppo si è recentemente svolta nella capitale dell’Etiopia, Addis Ababa. La conferenza è arrivata in un momento in cui i Paesi in via di sviluppo e i mercati emergenti hanno dimostrato la propria capacità di assorbire ingenti quantità di denaro in modo produttivo. Di fatto, i passi che stanno compiendo questi Paesi – investire in infrastrutture (strade, elettricità, porti e tanto altro), costruire città che un giorno daranno dimora a miliardi di persone e passare a un’economia green – sono davvero enormi.

Allo stesso tempo, non c’è una carenza di denaro in attesa di essere destinato ad uso produttivo. Solo alcuni anni fa, Ben Bernanke, allora presidente della Federal Reserve americana, parlava di un eccesso di risparmi globali. Eppure i progetti di investimento con elevati rendimenti sociali venivano privati dei fondi. E ancora oggi funziona così. Il problema, allora come oggi, è che i mercati finanziari del mondo, che dovrebbero mediare in modo efficiente tra risparmi e opportunità di investimento, al contrario allocano in modo errato il capitale e creano rischio.

E il fatto ironico è anche un altro. Gran parte dei progetti di investimento di cui necessita il mondo emergente è a lungo termine, così come molti dei risparmi disponibili – i trilioni nei conti pensionistici, nei fondi pensione e nei fondi sovrani. Ma i nostri mercati finanziari sempre più miopi stanno nel mezzo.

Molte cose sono cambiate nei 13 anni successivi alla prima Conferenza internazionale sui finanziamenti per lo sviluppo tenutasi a Monterrey, in Messico, nel 2002. Allora il G-7 dominava la politica economica globale; oggi, è la Cina l’economia più grande del mondo (in termini di parità di potere di acquisto), dove i risparmi sono il 50% in più di quelli degli Usa. Nel 2002, le istituzioni finanziarie occidentali si credevano dei maghi a gestire il rischio e allocare capitale; oggi, sappiamo che sono dei maghi a manipolare il mercato e ad attuare altre pratiche ingannevoli.

Ormai sono passate le richieste fatte ai Paesi sviluppati di onorare il proprio impegno di concedere almeno lo 0,7% del RNL in aiuti per lo sviluppo. Alcuni Paesi del Nord Europa – Danimarca, Lussemburgo, Norvegia, Svezia e, a sorpresa, il Regno Unito – nel pieno dell’austerità auto-inflittasi – hanno mantenuto le promesse nel 2014. Ma gli Stati Uniti (che hanno dato lo 0,19% del RNL nel 2014) rimangono molto molto indietro.

Oggi, i Paesi in via di sviluppo e i mercati emergenti dicono agli Usa e ad altri: se non manterrete le vostre promesse, almeno non siate d’intralcio e lasciateci creare un’architettura internazionale per un’economia globale che funzioni anche per i poveri. Non sorprende il fatto che le egemonie esistenti, guidate dagli Usa, stiano facendo tutto il possibile per contrastare tali sforzi. Quando la Cina propose la Banca asiatica per gli investimenti nelle infrastrutture allo scopo di contribuire a riciclare parte dell’eccesso di risparmi globali laddove i finanziamenti sono fortemente necessari, gli Usa tentarono di respingere quest’iniziativa. L’amministrazione del presidente Barack Obama subì però un’amara (e alquanto imbarazzante) sconfitta.

Gli Usa stanno anche bloccando il passaggio del mondo verso uno stato di diritto internazionale per il debito e la finanza. Se i mercati obbligazionari, ad esempio, devono funzionare bene, bisogna trovare un modo ordinato per risolvere i casi di insolvenza sovrana. Che ad oggi ancora non esiste. L’Ucraina, la Grecia e l’Argentina sono tutti esempi del fallimento dei vigenti accordi internazionali. La maggioranza dei Paesi ha invocato un quadro d’azione per la ristrutturazione del debito sovrano. Gli Usa restano l’ostacolo maggiore.

Anche gli investimenti privati sono importanti, ma le nuove disposizioni sugli investimenti previste negli accordi commerciali in fase di negoziazione da parte dell’amministrazione Obama implicano che accanto agli investimenti diretti esteri vi sia una riduzione delle capacità dei governi di regolamentare l’ambiente, la sanità, le condizioni di lavoro, e persino l’economia.

La posizione degli Usa sulla parte più controversa della conferenza di Addis Ababa è stata particolarmente deludente. Dal momento che i Paesi in via di sviluppo e i mercati emergenti si sono aperti alle multinazionali, è diventato sempre più importante poter tassare questi colossi sui profitti generati dall’attività che rientrano nei loro confini. Apple, Google e General Electric sono stati bravissimi ad evitare le tasse che superano quanto da loro impiegato nel creare prodotti innovativi.

Tutti i Paesi – sia sviluppati che in via di sviluppo – hanno perso miliardi di dollari in gettito fiscale. Lo scorso anno, il Consorzio internazionale di giornalisti investigativi ha rilasciato un’informativa sui regimi fiscali del Lussemburgo e sulla portata dell’evasione e dell’elusione fiscale. Mentre un Paese ricco come gli Usa può permettersi la condotta descritta nel cosiddetto Luxembourg Leaks, i Paesi poveri no.

Sono stato membro di una commissione internazionale, l’Independent Commission for the Reform of International Corporate Taxation, che esamina le modalità con cui poter riformare l’attuale sistema fiscale. In un report presentato alla Conferenza internazionale sui finanziamenti per lo sviluppo, abbiamo convenuto all’unanime che l’attuale sistema è corrotto, e che piccole modifiche non risolveranno il problema. Abbiamo proposto un’alternativa – simile alla procedura con cui le società vengono tassate all’interno degli Usa, con i profitti allocati in ciascuno stato sulla base dell’attività economica che avviene all’interno dei confini statali.

Gli Usa e gli altri Paesi avanzati stanno spingendo per ottenere modifiche più esigue, raccomandate dall’Ocse, il club dei Paesi avanzati. In altre parole, i Paesi da cui derivano gli evasori ed elusori fiscali politicamente influenti vorrebbero ideare un sistema per ridurre l’evasione fiscale. La nostra Commissione spiega perché le riforme dell’Ocse sono perlopiù piccole modifiche in un sistema sostanzialmente difettoso e perché sono semplicemente inadeguate.

Secondo i Paesi in via di sviluppo e i mercati emergenti, guidati dall’India, un forum adeguato per discutere di queste tematiche globali poteva essere un gruppo già esistente all’interno delle Nazioni Unite, la Committee of Experts on International Cooperation in Tax Matters, i cui finanziamenti e status andavano aumentati. Gli Usa vi si sono fortemente opposti: intendevano mantenere le cose come in passato, con la governance globale in mano e a favore dei Paesi avanzati.

Le nuove realtà geopolitiche richiedono nuove forme di governance globale e che sia data una voce maggiore ai Paesi emergenti e in via di sviluppo. Gli Usa avranno anche prevalso ad Addis, ma si sono dimostrati dalla parte sbagliata della storia.

Traduzione di Simona Polverino

Una grande crisi finanziaria è imminente. L'avvertimento di otto esperti

Una grande crisi finanziaria è imminente. L'avvertimento di otto esperti

“Guardate i dati e vi renderete conto che le nostre preoccupazioni attuali non sono esagerazioni"

Ci sarà un crollo finanziario negli Stati Uniti entro la fine del 2015? Sempre più stimati esperti finanziari stanno avvertendo che siamo proprio sull'orlo di un'altra grande crisi economica. Naturalmente questo non significa che accadrà. Gli esperti hanno sbagliato in passato ma alcuni indizi sembrano suggerire che una nuova crisi finanziaria potrebbe essere alle porte.

I seguenti sono otto esperti finanziari che stanno avvertendo che una grande crisi finanziaria è imminente ...

# 1 Durante un'intervista recente, Doug Casey ha affermato che stiamo andando verso "una catastrofe di proporzioni storiche" ...

"Con questi governi stupidi che stampano trilioni e trilioni di nuove unità di valuta", afferma Casey, " andiamo verso a una catastrofe di proporzioni storiche "

Doug Casey è un investitore di grande successo a capo della Casey Research

"Non terrei capitale significativo nelle banche", ha detto. "La maggior parte delle banche del mondo sono in bancarotta."

# 2 Bill Fleckenstein avverte che i mercati degli Stati Uniti potrebbe affrontare delle 'calamità' nei prossimi mesi ...

Bill Fleckenstein ha correttamente previsto la crisi finanziaria nel 2007, 

# 3 Richard Russell ritiene che la crisi che sta arrivando "farà a pezzi il sistema economico attuale" ...

Dal mio punto di vista, questo è il periodo più strano che ho vissuto dal 1940. 

# 4 Larry Edelson è "sicuro al 100%" che avremo una crisi finanziaria globale "entro i prossimi mesi" ...

" Il 7 ottobre 2015, il prima superciclo economico dal 1929 innescherà una crisi finanziaria globale di proporzioni epiche . Porterà l'Europa, il Giappone e gli Stati Uniti in ginocchio, e quasi un miliardo di esseri umani sulle montagne russe per i prossimi cinque anni. Una corsa che nessuna generazione ha mai visto. Sono sicuro al 100% che colpirà nei prossimi mesi . "

# 5 John Hussman avverte che le condizioni di mercato che stiamo osservando in questo momento si sono verificate solo in pochi momenti chiave in tutta la nostra storia ...

“Guardate i dati e vi renderete conto che le nostre preoccupazioni attuali non sono esagerazioni. Semplicemente non abbiamo osservato le condizioni di mercato che osserviamo oggi, tranne che in una manciata di casi nella storia del mercato, e le cose sono andare piuttosto male”

# 6 Nel corso di una recente apparizione sulla CNBC, Marc Faber ha suggerito che il mercato azionario degli Stati Uniti potrebbe presto perderà fino al 40 per cento ...

# 7 Henry Blodget suggerisce che il mercato azionario americano potrebbero presto perdere fino al 50 per cento ...

# 8 Egon von Greyerz ha recentemente detto che stiamo andando verso “una storica distruzione della ricchezza" ...

“ci sono più aree problematiche al mondo che situazioni stabili. Nessuna nazione importante in Occidente può rimborsare i propri debiti. Lo stesso vale per il Giappone e la maggior parte dei mercati emergenti. L'Europa è un esperimento fallito. La Cina è una bolla enorme, in termini di mercati azionari, mercati immobiliari e sistema bancario ombra. Gli Stati Uniti sono il paese più indebitato del mondo e hanno vissuto al di sopra dei propri mezzi per oltre 50 anni.

Così vedremo l’esplosione di due bombe gemelle: una del debito da 200 trilioni di dollari e una di derivati da 1,5 quadrilioni che porterà ad una storica distruzione della ricchezza, con i mercati in calo di almeno 75-95 per cento. Il commercio mondiale si contrarrà drammaticamente e vedremo un enorme disagio in tutto il mondo .



Hanno ragione? Lo sapremo presto.

"A 70 anni da Hiroshima, la minaccia di una guerra incombe sull'Europa"

A 70 anni da Hiroshima, la minaccia di una guerra incombe sull'Europa

A Roma una manifestazione per chiedere la fine della guerra in Ucraina e il ripristino delle relazioni con la Russia.

Per celebrare il 70° anniversario del bombardamento nucleare di Hiroshima, si è tenuta una manifestazione nella capitale italiana, Roma, dove gli attivisti hanno chiesto la fine della guerra in Ucraina e il ripristino delle relazioni amichevoli e la cooperazione tra l'Europa e la Russia.

Decine di manifestanti hanno marciato attraverso il centro di Roma esibendo striscioni con slogan come "Non permetteremo un'altra Hiroshima", "Fermate la guerra in Ucraina". "Il mondo ha bisogno di pace, l'Europa ha bisogno della Russia".

"Dopo 70 anni dalla tragedia di Hiroshima, ancora una volta incombe sull' Europa la minaccia di una guerra. Questa volta la scusa è la crisi ucraina. Dobbiamo evitare la guerra perché l'Europa ha bisogno di pace, ha bisogno della Russia, un paese con il quale ha un futuro comune, interessi economici comuni e valori culturali. Per questo guardiamo con speranza verso la Russia, in grado di garantire la pace e la stabilità nel nostro continente e nel mondo ", ha detto gli attivisti.

Durante la manifestazione, gli attivisti hanno acceso candele e fiaccole in memoria delle vittime della tragedia di Hiroshima e degli altri conflittii. Nel mese di agosto del 1945, gli Stati Uniti hanno sganciato due bombe atomiche sulle città giapponesi di Hiroshima e Nagasaki , uccidendo più di 200.000 persone, distruggendo completamente entrambe le città e provocando gravi malattie nelle generazioni successive a causa di avvelenamento da radiazioni.

Deng e quell'accenno alle rivoluzioni colorate

Deng e quell'accenno alle rivoluzioni colorate

di Diego Angelo Bertozzi

In un suo recente intervento Paul Craig Roberts ha riconosciuto il valore delle politiche Pechino e Mosca di contrasto ai tentativi (non solo militari) egemonici degli Stati Uniti, soprattutto in relazione alle tante organizzazioni non governative che, sotto la suadente etichetta della promozione della democrazia e dei diritti umani, rappresentano gli strumenti “privati” della sovversione e dell'aggressione a governi considerati scomodi.

Russia e Cina popolare hanno di fatto costituito un fronte comune approvando pacchetti di leggi e regolamenti per autorizzare e monitorare le azioni sul proprio territorio delle tante Ong e istituzioni private, finanziate dall'esterno.

Decisioni ovviamente seguite dalle solite accuse di violazione dei diritti umani, soprattutto nei confronti di Pechino.

E proprio sulla Cina conviene fermarci un attimo, perché l'attenzione riservata a questi strumenti della sovversione e dell'aggressione imperialista non è nuova, ma risale proprio agli inizi della politica di riforma avviata a fine anni '70 da Deng Xiaoping. Già allora alla dirigenza comunista era ben chiaro che la fuoriuscita della Cina dall'isolamento e la progressiva apertura al commercio internazionale e agli investimenti stranieri avrebbero potuto produrre un frutto velenoso: quello dell'appoggio e del finanziamento a forze interessate a mettere in discussione il ruolo del partito comunista.

Ecco cosa diceva in un seminario del 30 marzo del 1979 proprio Deng Xiaping: “Negli ultimi tempi un piccolo numero di persone ha provocato incidenti in alcune località. Anziché accettare la guida, il consiglio e le spiegazioni dei funzionari dirigenti del partito e del governo, alcuni cattivi elementi hanno avanzato parecchie richieste che non possono al momento essere accolte o che sono nell'insieme ragionevoli. Essi hanno provocato o convinto con l'inganno parte delle masse ad attaccare le organizzazioni del governo e del partito, ad occupare gli uffici, a tenere dimostrazioni, scioperi della fame, e blocchi stradali, danneggiando così gravemente la produzione, le altre attività e l'ordine pubblico.
Costoro hanno inoltre inalberato slogan quali “Abbasso la fame” e “dateci diritti umani”, incitando il popolo a manifestare e cercando deliberatamente di far sì che gli stranieri dessero pubblicità alle loro parole ed azioni in tutto il mondo. C'è un cosiddetto Gruppo cinese dei diritti umani che è arrivato al punto di attaccare manifesti a grandi caratteri in cui si chiede al presidente degli Stati Uniti di “interessarsi” ai diritti dell'uomo in Cina.Possiamo consentire simili esplicite richieste di intervento negli affari esteri cinesi?”

Deng Xiaoping, “Socialismo alla cinese. Scritti e interventi”, Editori Riuniti, 1985, Roma, pag. 87-88

Facebook Seguimi