22 agosto 2015

RENZISMO DA OSCAR

RENZISMO DA OSCAR – DA FARINETTI SI LAVORA 40 ORE A SETTIMANA PER 800 EURO AL MESE, PERÒ TI REGALANO MEZZO LITRO D’ACQUA PER TURNO – A FIRENZE FATTI FUORI METÀ DEI PRECARI, NONOSTANTE LE PROMESSE

“L’imprenditore che non stabilizza i precari è un bastardo” diceva pochi mesi fa il renzianissimo fondatore di Eataly. Adesso ne caccia una sessantina con sole 24 ore di preavviso. A Bologna ha fatto costruire la nuova cittadella dell’alimentazione alla Legacoop, ma a Milano si è rivolto a una ditta rumena con capitale sociale da 110 euro…


Matteo Pandini per “Libero Quotidiano

OSCARI FARINETTIOSCARI FARINETTI
«L’imprenditore che non stabilizza i precari è un bastardo» tuonava pochi mesi fa Natale Oscar Farinetti - chiamato semplicemente Oscar - patron di Eataly e uomo d’affari riferimento della sinistra renziana. Se il suo pupillo toscano deve vedersela con «gufi» e «rosiconi», il buon Farinetti è alle prese con i giornalisti «cattivi» e soprattutto con i dipendenti che non si rassegnano al licenziamento. E che si lamentano per tutto, a partire dalla busta paga leggera.

Oscar FarinettiOSCAR FARINETTI
Succede anche a Firenze: i Cobas stanno manifestando fuori da Eataly (aperta da meno di un anno) perché sono evaporati metà dei lavoratori. Erano circa 120, ora sono una sessantina. Cacciati, e «con sole 24 ore di preavviso» stando al comunicato sindacale. Pensare che nel cuore della Toscana Farinetti aveva cominciato in grande, affidando i lavori a una ditta di Greve in Chianti il cui legale rappresentante è l’imprenditore quarantenne Stefano Carrai, lo stesso che riceveva incarichi dall’allora sindaco Renzi e gli pagava l’affitto di un appartamento in città.

A Firenze una ditta del posto, mentre per Eataly Milano (stando alla denuncia della Cisl) il patron ha chiamato un’impresa rumena con capitale sociale da 110 euro e 25 lavoratori edili «di cui 23 operai non specializzati in costruzioni». Situazione ben diversa a quella di Bologna, dove il bando per la costruzione di Fico Eataly World, la nuova cittadella del cibo italiano, è finito alla cordata guidata dal Consorzio cooperative costruzioni (Ccc), braccio destro di Legacoop e che si sta occupando anche del contestato (e indagato) Mose di Venezia. Appalto da 39 milioni.
EATALYEATALY

Farinetti guida un’impresa dove i dipendenti vengono perquisiti alla fine del turno e guadagnano più o meno 800 euro al mese per 40 ore a settimana. Però possono avere mezzo litro d’acqua per turno, da ritirare strisciando il badge alla cassa. Poi ci sono i part time assunti a tempo determinato, magari attraverso le società interinali come successo in Puglia.

 I sindacati protestano? «Sono medievali!» ringhia il patron. E all’inaugurazione di Eataly Bari aggiunse: «Grazie a noi, dei giovani possono mettere su famiglia». Con 800 euro. Al mese. Una miseria? «Far apparire Eataly come un’azienda che sottopaga i lavoratori è una vigliaccata», perché «un giovane al primo impiego che incassa 1.000 euro costa più di 2.500» si lamentò col Fatto Quotidiano.

EatalyEATALY
Nato il 24 settembre del 1954 ad Alba, tre figli, dal 1980 al 1982 guidò il Psi craxiano in paese. La sua famiglia è sempre stata di sinistra. Il 25 aprile di qualche anno fa decise di chiudere i suoi ristoranti con lo slogan «resistiamo chiusi». Vende un Barolo battezzato Resistenza. E nell’area libri di Eataly è esposto un volume dedicato al padre, Paolo Farinetti, partigiano della XXI Brigata Matteotti.

Il 18 giugno 1946 Farinetti senior finì sulla Stampa di Torino. Indicato come membro di una banda di rapinatori che prese di mira un mezzo che trasportava le buste paga dei lavoratori Fiat. Bottino: più o meno due milioni e mezzo di lire. Farinetti senior fu condannato, ma chi ricorda la faccenda fa imbufalire il figlio: «Mio padre è stato un galantuomo e dopo quella condanna è stato assolto per non aver commesso il fatto e riabilitato». Una versione che non ha convinto tutti i giornali. Di sicuro Farinetti ha la sinistra nel Dna.

matteo renziMATTEO RENZI
Lo ribadì una sera del 2004, mentre assaggiava acciughe al ristorante Cà del Re a Verduno, Cuneo, davanti all’allora sindaco di Torino Sergio Chiamparino: «Sono di sinistra e non tiepidamente» ripetè. Fu così che la sua Eataly esordì all’ombra della Mole (primo passo di un’ascesa inarrestabile che l’ha portato anche in America e Giappone), strappando in concessione gratuita i capannoni della Carpano, storica fabbrica di vermouth, che Farinetti avrebbe voluto per 99 anni.

Chiamparino gli rispose in dialetto «esageruma nen», non esageriamo, e gli concesse «soli» 60 anni. Fu l’inizio del successo mondiale per Farinetti, che negli anni 70 aveva messo piede nel supermercato di famiglia Unieuro, che poi si fonderà con Trony. A metà degli anni Duemila, il salto nella ristorazione. Prodotti tipici. Eccellenze italiane. E l’adesione allo Slow Food, l’associazione che si contrappone alla diffusione dei fast food valorizzando la buona cucina.

SERGIO CHIAMPARINO - copyright PizziSERGIO CHIAMPARINO - COPYRIGHT PIZZI
Anche per questo sono piovute smentite all’ipotesi che Eataly possa accordarsi con i diavoli di Pizza Hut, catena americana, che stando ad alcune linguacce potrebbe aprire un locale insieme a Farinetti in piazza Duomo. Di sicuro, a Milano Oscar (come si fa chiamare dai dipendenti) si siederà alla tavola di Expo: Eataly avrà un ruolo da protagonista con due aree di servizio.

Offrirà piatti tipici italiani, e pazienza se i soliti maliziosi raccontano che i fornitori dei suoi ristoranti vengono pagati dopo sei mesi perché devono ottenere la certificazione. In un’intervista dello scorso gennaio a Libero, l’imprenditore «di sinistra e non tiepidamente» ha ammesso di aver creato delle fiduciarie che servivano per aggirare le leggi americane ma «ora il problema è risolto e le toglieremo». E poi sì, nei primi anni Duemila «ho fatto il condono perché era un’operazione normale. Lo facevano tutti». Pragmatico. Come quando insultò i leghisti «scimmie senza coscienza» e giurò che a Milano, avesse vinto Roberto Maroni le regionali, non avrebbe aperto il suo ristorante in piazza XXV Aprile. Vinse Maroni.

sergio chiamparino lapSERGIO CHIAMPARINO LAP
Lui ha aperto lo stesso. E si è scusato: «Non vedo l’ora di diventare suo amico e simpatizzante». Farinetti non simpatizza invece per Brunetta, il quale deve accettare gli insulti sulla statura perché «aizza e fa parte del partito dei cattivi». Farinetti ha un’ossessione per i cattivi, come bolla anche i giornalisti che si occupano di lui anche se «dietro ai miei atti c’è buona fede».

Ha accusato Libero di «cercare le cose brutte nei suoi locali» mentre «ci sono mille altri problemi in Italia». Un’inchiesta del Fatto gli è sembrata «un gesto veramente cattivo». E chissà cosa ha pensato del Mattino, quando ha scritto che Renzi aveva incaricato proprio Farinetti di valutare l’ammissibilità di alcuni progetti agroalimentari del «made in Italy». Lui, Oscar, si sbatte per il bene del Paese e sui giornali monta la polemica perché un’azienda campana (leader delle farine per pizza) era stata esclusa da un evento promozionale negli Stati Uniti.
RENZI MANGIA LA BANANARENZI MANGIA LA BANANA

Sfortuna ha voluto che la ditta in questione fosse concorrente dello stesso Farinetti, che prima parlò di semplice «refuso» e poi di «una cagata pazzesca». Più volte indicato come papabile ministro o assessore in Piemonte, Farinetti ha sempre negato. Meglio fare l’imprenditore «di sinistra e non tiepidamente», che accetta tutti gli inviti ai dibattiti, che adora Renzi e che non vede l’ora «di fare amicizia» con i cattivi dell’altra
 

PARLAMENTARI ITALIANI ED EUROPEI



Parlamentari italiani

Che in Italia ci siano circa 10 milioni di persone che vivono sulla soglia di povertà è un dato di fatto che non fa certamente onore ad un Paese che si dice essere l’ottava potenza economica mondiale. Tanti pensionati se la passano veramente male dovendo campare con 500 euro al mese, così come tante famiglie, specialmente di giovani, che se non avessero il supporto dei parenti non riuscirebbero ad arrivare a fine mese, così come tanti lavoratori che non ce la fanno a tirare avanti per colpa degli alti affitti, delle bollette sempre più esose, di un fisco che castiga anziché gratificare.

Mai però avrei pensato che anche diversi Onorevoli vivono da nullatenenti o con redditi quasi da barboni. Infatti, visitando il sito www.cittadiniattivi.it ho constatato che, sulla base della dichiarazione del 2006 e quindi riferita ai redditi del 2005, i parlamentari nullatenenti, cioè quelli che non hanno dichiarato al fisco neppure un euro, sono sette.

C’è da dire che i parlamentari dichiarano solo la voce relativa all'indennità di base, non essendo obbligati a comunicare anche la diaria e i vari rimborsi spese.

I sette deputati che nel 2006 hanno dichiarato reddito zero sono: Francesco Caruso (Rifondazione comunista, ricercatore sociale, come riportato dal sito internet di Montecitorio); Alì Raschid (anche lui Prc, diplomatico); Alberto Filippi (Lega, imprenditore); Massimo Fundarò (Verdi, imprenditore agricolo biologico); Maria Ida Germontani (An, giurista d'impresa - direttore legale di gruppi multinazionali); Francesco Laratta (Ulivo, ragioniere e perito commerciale); Donatella Poretti (Rosa nel pugno, giornalista).

Certo, vale la pena ricordare che i numeri si riferiscono al 2005, quando nessuno di loro sedeva ancora in Parlamento, ma è pur sempre lecito domandarsi come abbiano fatto a campare fino all'ingresso a Montecitorio.

Poi ci sono altri deputati, di cui alcuni nel frattempo facenti parte del governo, con un reddito tutt'altro che invidiabile. E dire che in alcuni casi si tratta di professionisti e imprenditori. Paola Pelino, ad esempio, deputato di Forza Italia, è nota soprattutto per la fabbrica abruzzese di confetti ("dal 1783", come recita con orgoglio il sito dell'azienda) che porta il suo nome. Ebbene, Pelino nel 2006 ha dichiarato un reddito di 6.818 euro.

E' andata un po' meglio, sul versante della maggioranza, al sottosegretario agli Affari regionali Pietro Colonnella. Diessino, dirigente politico e vicepresidente dell'Upi Marche, l'Unione delle province marchigiane, nel 2006 ha comunicato al fisco un reddito di poco più di 9mila euro.

Meglio, per sua fortuna, ha fatto il rifondarolo Paolo Ferrero, attuale ministro della Solidarietà sociale. Lui, che alla voce professione fa segnare "attività nell'ambito di partito politico - dirigente", due anni fa ha portato a casa la bellezza, si fa per dire, di 20.245 euro.

Scarni anche numeri del collega Cesare Damiano, ministro del Welfare. Diessino sindacalista Cgil, prima di essere eletto deputato ha portato a casa poco più di 64mila euro. Così risulta uno dei ministri più poveri.

Poi c’è Daniela Melchiorre, il sottosegretario alla Giustizia, salito agli onori delle cronache per la gestione dell’affaire Maria, la bimba contesa tra l'Italia e Bielorussia. Lei, avvocato residente a Milano, sostituto procuratore militare presso il tribunale militare di Torino, "cultore della materia Diritto amministrativo presso l’università di Bari", lo scorso anno ha dichiarato di aver percepito un reddito di poco più di 34mila euro.

Al governo, del resto, non è che i suoi colleghi se la passino poi tanto meglio. Patrizia Sentinelli, ad esempio, attuale viceministro degli Esteri. Docente di scuola media superiore, dirigente di partito (Rifondazione comunista) nel 2006 ha dichiarato un reddito di 42.733 euro.

Tornando ai semplici deputati, merita una segnalazione anche il reddito di Manuela Di Centa, la campionessa olimpica di sci entrata in Parlamento sotto le insegne di Forza Italia. "Dirigente sportivo internazionale - libero professionista", nel 2005 ha guadagnato in tutto poco più di 48mila euro.

Numeri che vanno di pari passo con quanto denunciato dal quotidiano “Italia oggi”, che ha dimostrato come i nostri deputati in sede di dichiarazione dei redditi non dichiarino al fisco metà dei loro guadagni da parlamentare.

Infatti il trattamento economico di chi siede a Montecitorio è composto da più voci: l’indennità parlamentare vera e propria, pari a 5.486,38 euro; la diaria, che è corrisposta a titolo di rimborso delle spese sostenute per il soggiorno a Roma e che ammonta a 4.003,11 euro mensili; il rimborso per le spese "inerenti ai rapporti tra eletto ed elettori” (che comprende i soldi per i portaborse), pari ad altri 4.190 euro al mese; il rimborso trimestrale - oltre alla tessera «per la libera circolazione autostradale, ferroviaria, marittima ed aerea" - per il trasferimento dal luogo di residenza all’aeroporto più vicino e dall’aeroporto di Fiumicino a piazza Montecitorio, pari a 3.323,70 euro che diventano 3.995,10 euro se la distanza da percorrere è superiore a 100km; un ulteriore rimborso annuale di 3.O98,74 euro per le spese telefoniche sostenute. Di queste voci, però, solo la prima, quella relativa all'indennità di base, finisce nella dichiarazione dei redditi mentre le altre no.

E’ in questo modo che i parlamentari, agli occhi del fisco, sembrano più poveri. Giusto che siano detratti i costi relativi alle indennità percepite, ma perché per loro è possibile e per tutti gli altri cittadini italiani NO?

Trattamento economico

La prima voce è l'indennità, quella che nel linguaggio comune è definita "stipendio", seguono la diaria e i rimborsi: per le "spese inerenti al rapporto tra eletto ed elettori", per le spese accessorie di viaggio e per i viaggi all'estero, per le spese telefoniche.

Completano la scheda le voci sull'assegno di fine mandato, le prestazioni previdenziali e sanitarie e sui trasporti.

Indennità parlamentare

L'indennità, prevista dalla Costituzione all'art. 69, è determinata in base alla legge n. 1261 del 31 ottobre 1965. È fissata in misura non superiore al trattamento complessivo massimo annuo lordo dei magistrati con funzioni di presidente di Sezione della Corte di Cassazione ed equiparate. Tale misura è stata rideterminata in riduzione dall'art. 1, comma 52, della legge 23 dicembre 2005, n. 266 (legge finanziaria per il 2006).

L'indennità è corrisposta per 12 mensilità. L'importo mensile - che, a seguito della delibera dell'Ufficio di Presidenza del 17 gennaio 2006, è stato ridotto del 10% - è pari a 5.486,58 euro, al netto delle ritenute previdenziali (€ 784,14) e assistenziali (€ 526,66) della quota contributiva per l'assegno vitalizio (€ 1.006,51) e della ritenuta fiscale (€ 3.899,75).

Diaria

Viene riconosciuta, a titolo di rimborso delle spese di soggiorno a Roma, sulla base della stessa legge n.1261 del 1965.

La diaria ammonta a 4.003,11 euro mensili. Tale somma viene ridotta di 206,58 euro per ogni giorno di assenza del deputato da quelle sedute dell'Assemblea in cui si svolgono votazioni, che avvengono con il procedimento elettronico.

È considerato presente il deputato che partecipa almeno al 30 per cento delle votazioni effettuate nell'arco della giornata.

Rimborso per spese inerenti al rapporto tra eletto ed elettori

A titolo di rimborso forfetario per le spese inerenti al rapporto tra eletto ed elettori, al deputato è attribuita una somma mensile di 4.190 euro, che viene erogata tramite il gruppo parlamentare di appartenenza.

Ai deputati non è riconosciuto alcun rimborso per le spese postali a decorrere dal 1990.

Spese di trasporto e spese di viaggio

I deputati usufruiscono di tessere per la libera circolazione autostradale, ferroviaria, marittima ed aerea per i trasferimenti sul territorio nazionale.

Per i trasferimenti dal luogo di residenza all'aeroporto più vicino e tra l'aeroporto di Roma-Fiumicino e Montecitorio, è previsto un rimborso spese trimestrale pari a 3.323,70 euro, per il deputato che deve percorrere fino a 100 km per raggiungere l'aeroporto più vicino al luogo di residenza, ed a 3.995,10 euro se la distanza da percorrere è superiore a 100 km.

I deputati, qualora si rechino all'estero per ragioni di studio o connesse all'attività parlamentare, possono richiedere un rimborso per le spese sostenute entro un limite massimo annuo di 3.100,00 euro.

Spese telefoniche

I deputati dispongono di una somma annua di 3.098,74 euro per le spese telefoniche. La Camera non fornisce ai deputati telefoni cellulari.

Assistenza sanitaria

Il deputato versa mensilmente, in un apposito fondo, una quota del 4,5 per cento della propria indennità lorda, pari a 526,66 euro, destinata al sistema di assistenza sanitaria integrativa che eroga rimborsi secondo quanto previsto da un tariffario.

Assegno di fine mandato

Il deputato versa mensilmente, in un apposito fondo, una quota del 6,7 per cento della propria indennità lorda, pari a 784,14 euro. Al termine del mandato parlamentare, il deputato riceve l'assegno di fine mandato, che è pari all'80 per cento dell'importo mensile lordo dell'indennità, per ogni anno di mandato effettivo (o frazione non inferiore ai sei mesi).

Assegno vitalizio

Anche in questo caso, il deputato versa mensilmente una quota - l'8,6 per cento, pari a 1.006,51 euro - della propria indennità lorda, che viene accantonata per il pagamento degli assegni vitalizi, come previsto da un apposito Regolamento approvato dall'Ufficio di Presidenza il 30 luglio 1997.

In base alle norme contenute in tale Regolamento, il deputato riceve il vitalizio a partire dal 65° anno di età. Il limite di età diminuisce fino al 60° anno di età in relazione agli anni di mandato parlamentare svolti.

Lo stesso Regolamento prevede la sospensione del pagamento del vitalizio qualora il deputato sia rieletto al Parlamento nazionale ovvero sia eletto al Parlamento europeo o ad un Consiglio regionale.

L'importo dell'assegno varia da un minimo del 25 per cento a un massimo dell'80 per cento dell'indennità parlamentare, a seconda degli anni di mandato parlamentare.

* * *

Senza voler tirare fuori vari “privilegi” (ristorazione, trasporti, tessere varie, barbieri, dentisti ecc.) si può rilevare che l’indennità di un parlamentare che si presenta regolarmente ai lavori della Camera, ammonta a 13.679,69 €uro netti mensili. A fine mandato poi riceve un assegno (che equivale al TFR dei lavoratori dipendenti) pari a 9.409,68 €uro per anno di mandato o frazione superiore ai sei mesi, che in pratica equivalgono a circa altri 780 €uro mensili.

A questi aggiungansi i rimborsi ed indennità per spese di trasporto, telefoniche, ecc. che ammontano a circa €uro 16.390 annui, ma che essendo rimborso di costi non li si può considerare emolumenti.

A parte gli importi, che collocano i nostri parlamentari al primo posto fra i meglio pagati della Comunità Europea (e fors’anche del mondo) o il fatto che hanno diritto all’assegno vitalizio dopo 30 mesi di carica, volendo non polemizzare ci sono da dire almeno due cose:

- la prima che “E’ considerato presente il deputato che partecipa almeno al 30 per cento delle votazioni effettuate nell'arco della giornata.” Per fortuna che questo, stante l’impegno in commissioni ed altro capita raramente, poiché vuol dire che con 3 ore di presenza gliene vengono riconosciute 8.

- la seconda che non è indicato nell’atto di presentazione delle paghe è che, essendo i manager pubblici gli unici lavoratori in Italia a godere della scala mobile, ed essendo l’indennità dei parlamentari legata a quella dei magistrati con funzioni di presidente di Sezione della Corte di Cassazione ed equiparate, anche i parlamentari beneficiano degli aumenti derivanti appunto dalla scala mobile.

La vergogna delle auto blu

Non c’è nazione al mondo che abbia tante auto blu come l’Italia. L’Associazione dei Contribuenti Italiani ha stimato che in Italia ci sono 574.215 auto blu.

Negli Stati Uniti, dove la popolazione è di circa 6 volte più dell’Italia, le auto blu arrivano a malapena a 73.000 (è anche vero che loro hanno anche molti meno parlamentari che vivono di politica).

Se prendiamo invece i paesi a noi più vicini, la Francia ha 65.000 auto blu e la Germania 54.000.

Il nostro certamente è un record: in pratica un’auto blu ogni 100 abitanti. Però, dato che tutti i governi che si sono succeduti in questi ultimi dieci anni, hanno dichiarato di aver ridotto il numero delle auto blu, c’è da chiedersi quante siano state prima. Tuttavia, la stessa Associazione ha rilevato che negli ultimi tre anni sono triplicate.

Se le mettessimo in fila indiana da Roma arriverebbero oltre 400 chilometri dopo Mosca, per una lunghezza di 2.756 chilometri. Se invece le mettessimo una sopra l’altra raggiungerebbero un’altezza di 862 chilometri, pari a 97 volte l’altezza dell’Everest. Se poi le volessimo parcheggiare tutte assieme, servirebbe una piazza di 746 ettari, che equivalgono a 1.065 campi di calcio.

A tutto questo poi si devono aggiungere i vari servizi, gli autisti, la gestione, ecc.

Chi ha il computer ed Internet e vuole affliggersi ancora un po’ di più può visitare i siti di www.contribuenti.it e di www.cittadiniattivi.it.

I Parlamentari Europei

L’Europa si allarga sempre più e crescono pure i parlamentari europei. Questi parlamentari percepiscono uno stipendio che viene pagato dalla nazione che rappresentano. Noi italiani anche su questo vogliamo strafare e siamo quelli che meglio paghiamo i nostri parlamentari in Europa. Anche qui siamo i primi, come primi siamo per auto blu, per debito pubblico, per imposizione fiscale e per tante nefandezze.

Gli stipendi lordi percepiti dai parlamentari europei sono questi:

Italia 149.215
Austria 105.527
Germania 84.108
Irlanda 83.706
Gran Bretagna 82.380
Grecia 73.850
Belgio 72.017
Danimarca 69.768
Olanda 66.782
Lussemburgo 63.791
Francia 63.093
Finlandia 62.640
Svezia 61.704
Slovenia 49.860
Cipro 48.960
Portogallo 48.285
Spagna 39.463
Polonia 28.056
Estonia 23.064
Malta 17.082
Repubblica Ceca 16.900
Lituania 14.196
Lettonia 12.900 
Repubblica Slovacca 10.656 
Ungheria 10.080

I nostri Parlamentari quindi percepiscono il doppio dei Greci, il triplo degli Sloveni, il quadruplo degli Spagnoli per arrivare a 14 volte in più degli Ungheresi.

Oltre a quello stipendio hanno altri appannaggi e privilegi, come il rimborso aereo, nella classe più costosa, per loro ed i loro collaboratori e questo senza alcun obbligo di presentare documentazione. Fra le indennità e benefit vari ci sono 3.785 euro mensili per spese generali, 571 euro settimanali per spese di viaggio, 3.786 euro annui per indennità di viaggio, 268 euro giornalieri di soggiorno per i periodi in cui restano fuori sede e, ciliegina sulla torta, 14.865 euro all’anno di indennità per gli assistenti.

A questo punto va detto che gli europarlamentari italiani sono 78 e quindi tutti i costi sopra indicati devono essere moltiplicati per detto numero. Da ciò si capisce il perché fanno le “coltellate” per farsi eleggere al parlamento europeo, dove molti di costoro partecipano solo ogni tanto, si che i nostri sono considerati i più assenteisti.

Ugo Cortesi - L’Ugo di Romagna – 10.06.2007

Fonti:

Il privilegio di essere poveri


Vi si trovano i soliti noti. Al numero 180 c’è il Burundi con l’attuale Presidente che vuole spostare la Costituzione in avanti di cinque anni. Segue il Burkina Faso che si è messo a cercare le ossa diThomas Sankara sotto la terra del mito della rivoluzione. A ruota si trova l’Eritrea, una prigione a cielo aperto che sforna giovani per la guerra e l’emigrazione. Il numero 183 è custodito gelosamente dalla Sierra Leone i cui diamanti fanno felici le signore e i contrabbandieri. Il Tchad del petrolio, delle partecipazioni alle guerre si trova nella scia di sabbia. La Repubblica Centrafricanaesce dalla guerra civile dopo la conferenza di pace e le inevitabili elezioni ritardate. E infine tocca a noi. Proprio come l’anno scorso e l’anno precedente. Buoni ultimi della lista rammendata dalleNazioni Unite basata sull’indice di sviluppo umano. Il numero 187 del Niger chiude il plotone ufficiale. Rimangono scampoli di paesi i cui confini appaiono labili come le loro statistiche.

Nel documento si parla di paesi dallo sviluppo umano molto elevato. Poi quelli dallo sviluppo elevato. Seguono i paesi con un medio sviluppo umano. Chiudono la lista i paesi dallo sviluppo umano debole. L’indice Onu è stato stilato prendendo in esametre fattori principali. Salute e longevità, accesso all’educazione e livello di vita decente. Nel Niger la speranza di vita si aggira sui 58 anni e la durata media della scuola passa di poco l’anno. Gli anni di scuola sperata sono circa cinque. L’uranio va male, il prezzo del barile di petrolio è stato dimezzato, l’oro e altri minerali lasciano a desiderare. Le spese accresciute sono quelle della difesa per armare le guerre alle frontiere, nel Mali, verso la Libia e sconfinando in Nigeria, il cui nuovo Presidente appare deciso a chiudere l’avventura di Boko Haram. E allora rimangono i migranti come risorsa da sfruttare. Compagnie di viaggi, passeurs, trafficanti, mediatori, poliziotti, umanitari e persino giornalisti. L’industria che va.

Nel Niger la povertà si trova come a casa propria. Benvoluta e persino ricercata, cerca di rendersi utile coi mezzi limitati che possiede. Carestie, epidemie, siccità, piani strutturali e soprattutto la classe politica del paese. Una specie di amore a prima vista l’ha legata alle agenzie umanitarie a cui va tutta la sua riconoscenza. Grazie a loro lei prosegue indisturbata il suo sogno. Rimanere a lungo in un paese che sente come suo. Una creatura di sabbia a lungo coltivata e custodita. Poche le velleità reali a cui ha dovuto fare fronte con diligenza e coerenza. Gli anni di disboscamento hanno finalmente creato ciò che cercava. L’amico deserto che avanza e scaccia gradualmente la terra fertile col vento secco che si perde lungo il fiume. I progetti di sviluppo non le fanno più paura. Ha capito dove vogliono arrivare e con loro c’è un’intesa di massima. Ognuno per la sua strada senza incontrarsi mai. Strade parallele come i binari irregolari della ferrovia che forse un giorno partirà.

La povertà si sente a suo agio anche a Niamey. Si limita ad osservare quello che accade ogni mattina con centinaia di bambini mendicanti ormai suoi complici. Tra le strade del centro come quella della periferia conosce i suoi clienti per nome e per professione. Sorride di nascosto quando le scuole sono chiuse perché nessuno paga i maestri. Osserva da lontano l’Ospedale Nazionale che organizza i decessi di chi non può pagare le cure. Si infiltra all’università dove tra la moschea, le classi, gli anfiteatri e gli orari, gli studenti non sanno a che docente votarsi. Sanno bene che alla fine del ciclo lei li aspetta per consolarli. La povertà è la fedele compagna quotidiana degli abitanti della capitale. Si contenta di poco. Una pioggia in ritardo, gli scarichi delle fognature, l’acqua potabile inesistente, e finalmente le misure di contrasto alla povertà e vulnerabilità. Quando il sistema programma e pianifica gli aiuti lei sa che ha un bell’avvenire davanti.

E’ ormai parte del paesaggio.

COLDIRETTI, VACANZE 2015 DEGLI ITALIANI: 504 EURO DI MEDIA A PERSONA, 82% RIMASTO IN ITALIA, SOLO 30% IN ALBERGO


Sono 30 milioni gli italiani adulti che hanno deciso di trascorrere una vacanza durante l'estate 2015 con un aumento dell'8 per cento ma un segnale positivo viene soprattutto dall'aumento degli arrivi dei turisti stranieri in Italia con un tasso di crescita stimato pari al 3 per cento anche sotto la spinta di Expo. E' quanto emerge dal bilancio delle vacanze tracciato sulla base dell'analisi Coldiretti/Ixè divulgato in occasione del weekend del grande rientro con più di otto italiani su dieci che hanno terminato le vacanze estive.

"Siamo di fronte ad una inversione di tendenza rispetto al passato che - sottolinea la Coldiretti - ha avuto un effetto diretto positivo per un milione di persone che lavorano nel turismo soprattutto durante il periodo estivo. Un 'popolo' composto per la maggioranza da donne (57 per cento) e da giovani under 40 anni (63 per cento) con una forte presenza di stranieri (24 per cento. A beneficiarne sono stati - precisa la Coldiretti - tutti quei profili professionali utilizzati dalle strutture vacanziere come cuochi, camerieri, addetti all'accoglienza, all'informazione, ai servizi e all'assistenza alla clientela ma anche tutte le strutture economiche impegnate ad offrire prodotti e servizi, a partire da quelli agroalimentari con circa 1/3 della spesa turistica che è destinata al cibo".

"Sotto la spinta dell'incertezza internazionale con situazioni di crisi o conflitti in aree turisticamente molto note e ancor di più per le poche risorse economiche a disposizione, l'82 per cento dei vacanzieri italiani - continua la Coldiretti - è rimasto nei confini nazionali con il mare a fare la parte del leone per 7 italiani su 10 seguito dalla montagna con il 18 per cento ma non mancano scelte alternative con l'aumento delle presenze in campagna che è scelta dal 5 per cento dei vacanzieri con un buon risultato per gli agriturismi anche in previsione di settembre".

"La spesa media è stata di 504 euro a persona ma nel dettaglio secondo l'indagine - sottolinea la Coldiretti - il 59 per cento ha speso meno di 500 euro, il 33 per cento tra i 500 ed i mille euro a persona, il 3 per cento tra i mille ed i duemila mentre solo una minoranza del 1 per cento oltre i duemila euro, con il 4 per cento che invece preferisce non rispondere". Sono dati che mostrano senza equivoci la gravità della crisi economica in atto in Italia.

"Nella distribuzione del budget c'è da segnalare che la spesa alimentare ha sorpassato quella per l'alloggio ed è diventata la prima voce della spesa turistica. Non è un caso che due stranieri su tre considerino la cultura e il cibo la principale motivazione del viaggio in Italia mentre ben il 78 per cento degli italiani in vacanza vuole gustare i prodotti tipici del luogo in cui si reca", secondo l'indagine Coldiretti/Ixè.

"Quest'anno meno di uno italiano in vacanza su tre (31 per cento) - conclude la Coldiretti - ha scelto di alloggiare in alberghi o pensioni con il 36 per cento che si è orientato verso case o appartamenti di proprietà, di parenti e amici mentre un ulteriore 15 per cento le ha affittate".

Redazione Milano

BUROCRATI UE, BANDA DI LADRI: SPESI 103 MILIONI DI EURO L'ANNO CON CARTE DI CREDITO UE SENZA GIUSTIFICARE GLI ACQUISTI


LONDRA - E' un fatto abbastanza risaputo che i dipendenti dell'Unione Europea navighino nell'oro grazie agli stipendi da nababbo e i vari benefici di cui godono, ma sembra che questo a loro non basti.

Pochi giorni fa il quotidiano britannico Daily Telegraph ha rivelato che i 13mila dipendenti della UE hanno speso nel 2013 - è l'ultimo dato disponibile, si noti... - ben 103 milioni di euro con le carte di credito a loro concesse dalle varie istituzioni comunitarie e questi soldi sono stati spesi per vitto, alloggio e altre non specificate forme di intrattenimento. Queste, le "parole" usate per definire con vaghezza tali spese, come se una somma del genere fosse una mancetta che non necessita di ulteriori spiegazioni, quando invece si tratta di una colossale somma di denaro in contanti proveniente della tasse dei contribuenti della Ue.

Questa notizia e' venuta fuori perche' in questi giorni le varie istituzioni europee hanno fatto una gara d'appalto con una societa' di carte di credito per la durata di sei anni e quindi alcuni dettagli di tale spesa sono inevitabilmente divenuti di pubblico dominio anche se, come è evidente, questa importante voce di spesa del bilancio dell'Unione europea e' tutt'altro che trasparente.

Ad ogni modo, è bene sapere che ogni singolo dipendente della UE quando e' in missione ha diritto fino a 100 euro al giorno di rimborso per pranzi e altre spese e questi "signori" (con i soldi degli altri) possono anche ottenere un rimborso per spese di intrattenimento, come serate danzanti, concerti, ingressi a musei piuttosto che a cinema e teatri, se per loro tali spese sono "ritenute necessarie".

A ricevere queste carte di credito sono stati, tra gli altri, 143 funzionari Ue con sede in Gran Bretagna, 362 funzionari Ue in Germania e 79 in Francia. La maggioranza di essi pero' e' in Belgio, cosa che lascia intendere che genere di "missioni" questi furbi mettano sul conto della Ue.

Questa notizia, comunque, ha destato scalpore in Gran Bretagna visto che nel Regno Unito i ministeri per legge devono mettere su internet ogni spesa fatta con le carte di credito e giustamente vogliono che anche l'Unione Europea faccia lo stesso visto che al momento come vengano usate queste carte e' un mistero.

Sarebbe opportuno che una legge simile venisse approvata anche in Italia ma ovviamente questo non accadra' mai visto che nessuno ha interesse a combattere gli sprechi e la corruzione.

Tuttavia, il vero scandalo è che la stampa e più in generale d'informazione italiana se ne guarda bene dal dare questo genere di notizie all'opinione pubblica, nel timore che si accentui ancor di più l'odio già molto esteso verso questa istituzione dittatoriale, costosissima, ingorda di soldi e pericolosa per tutti i cittadini.

GIUSEPPE DE SANTIS - Londra

LE TASSE SULLA CASA SONO AUMENTATE DEL 236% CON RENZI, ORA RAPPRESENTANO IL 56,7% DI TUTTO IL GETTITO (E SALGONO ANCORA)


La casa rappresenta, da sempre, per gli italiani il sogno ed il bene rifugio. La maggior parte degli italiani possiede una casa o un appartamento in cui abita regolarmente. A questo dobbiamo poi aggiungere gli immobili destinati ad attività lavorativa, quali capannoni, negozi, depositi, magazzini, ecc.

Si tratta di beni visibili, impossibili da spostare, a differenza dei flussi finanziari che possono essere fatti sparire con un semplice colpo di click su una tastiera di computer, per cui lo stato costantemente affamato sa benissimo dove andare ad affondare il coltello: tra tassare una multinazionale ed una casa, molto meglio quest’ultima.

Non a caso, nell’italico paese, gli immobili sono soggetti ad un numero incredibile di tipi di tassazione diversi:

• imposte di natura «reddituale» il cui presupposto è il reddito prodotto dalla proprietà o dal possesso del bene (IRPEF, IRES);

• imposte di natura «patrimoniale» il cui presupposto è la proprietà o il possesso del bene (IMU);

• imposte sui servizi pubblici resi ai proprietari di immobili (TASI);

• imposte sul trasferimento degli immobili a titolo oneroso (IVA, registro, ipotecaria, catastale); 

• imposte sul trasferimento degli immobili a titolo gratuito (successioni e donazioni);

• imposte sulle locazioni (cedolare secca, registro e bollo sui contratti di locazione).

Dal 2011 al 2014, ultimi dati ufficiali disponibili, la tassazione è cresciuta di ben il 27,9% Qui parliamo del totale della tassazione degli immobili, quindi comprensiva delle imposte sulle compravendita.

Se andiamo a vedere l’impatto fiscale di IMU e TASI, esso rappresenta il 56,7% del totale delle entrate, mentre nel 2011 l’ICI impattava “solo” per il 28,7%.

Questo significa che la nuova tassazione ideata dai “governi di salvezza nazionale” ha fatto raddoppiare l’esborso per i cittadini.

Questi soldi sono serviti allo stato non tanto per risanare i conti, visto che il debito pubblico è lievitato a livelli record, ma per foraggiare i vari fondi salva stati, dare una “manina” al Monte dei Paschi, “sfamare” l’orda di clandestini che arriva quotidianamente sulle nostre coste. Tutto, tranne che per il benessere dei cittadini.

Nel 2011 l’ICI rappresentava l’1,3% del gettito statale complessivo, mentre nel 2014 con IMU e TASI siamo arrivati al 3%, proiettandoci in testa alla classifica della tassazione in Europa. Non c’è che dire: quando si tratta di record negativi, il bel paese primeggia sempre, grazie soprattutto agli ultimi tre governi, nessuno dei quali eletti dai cittadini (non ci risulta, difatti, che Letta o Renzi fossero i candidati ufficiali del Pd alle ultime elezioni politiche).

A questo aggiungiamo che incombe la spada di Damocle della riforma delle rendite catastali che, aumentando d’ufficio il valore degli immobili porterebbe ad un ulteriore salasso per i cittadini.

Al momento la macchina infernale si è fermata, ma conoscendo la fame di denaro di questo governo e dell’unione europea di cui è un mero esecutore di ordini, dubitiamo che arriveranno notizie positive per i contribuenti italiani.

Vi basti, a titolo chiarificatore, che secondo le prime proiezioni, il valore degli immobili salirà tra le quattro e le sei volte e, se lo stato non dovesse decidere di abbassare le aliquote di tassazione, questo si tradurrebbe automaticamente in un aumento da quattro a sei volte delle imposte sulla casa. La Cgia di Mestre ha calcolato recentemente che con il governo Renzi le tasse sugli immobili sono aumentate del 236%. Avete letto bene: duecentotrentasei per cento.

Ora, si ha notizia che il governo "ha allo studio" un altro pacchetto di tasse sugli immobili, ennesima manovra d'autunno per annientare quel ceto medio che da sempre rappresenta la spina dorsale del paese e che viene visto come il fumo negli occhi da questo governo amico di qualsiasi genere di persone purché non italiane o non appartenenti alle categorie produttive. 

Luca Campolongo

Fonti

http://www.agenziaentrate.gov.it/wps/file/Nsilib/Nsi/Agenzia/Agenzia+comunica/Prodotti+editoriali/Pubblicazioni+cartografia_catasto_mercato_immobiliare/Immobili+in+Italia/Gli+immobili+in+Italia+2015/La+fiscalita+immobiliare+in+Italia/Immobili%2B2015%2B5%2BLa%2Bfiscalità%2Bimmobiliare%2Bin%2BItalia.pdf

http://www.ance.it/docs/docDownload.aspx?id=23749

http://www.repubblica.it/economia/2015/06/23/news/sul_catasto_e_caos_rischio_salasso_fiscale_salta_la_riforma-117479798/




A OTTOBRE ELEZIONI A VIENNA: IN TESTA A TUTTI I SONDAGGI L'FPO DI STRACHE: NO EURO NO UE NO ISLAM (SE VINCE, UE ADDIO)

LONDRA - Probabilmente sono in pochi a sapere che il prossimo 11 ottobre, a Vienna, si terranno le elezioni municipali, ma questa tornata elettorale e' molto più importante della semplice elezione di un sindaco, visto che secondo i sondaggi il Partito Della Libertà Austriaco (FPO) si trova in vantaggio nelle previsioni di voto. E la vittoria a Vienna darebbe il colpo di grazia al governo in carica, aprendo le porte a un radicale ricambio al vertice delle istituzioni nazionali austriache.

Il leader di questo forte movimento euroscettico austriaco FPO, Heinz-Christian Strache, ha guadagnato molti consensi negli ultimi anni proprio grazie al suo pragmatico programma politico contro i diktat dei signori di Bruxelles e contro l’immigrazione massiccia che rischia di sconvolgere gli equilibri demografici del paese, come avviene del resto in tutte le nazioni del vecchio continente e contro l’accettazione di qualunque sensibilità multiculturale, sino ad affermare che in Austria ci vorrebbero più case per gli austriaci e meno moschee. Anzi, nessuna moschea.

La popolarità del FPO viene confermata dagli ascolti che alcune sere fa ha fatto registrare in una trasmissione proprio con il leader di questo movimento, abbattendo i record e guadagnandosi tre posizioni nella top ten dei personaggi politici del vicino paese alpino.

D'altra parte, la sterzata a destra dell'elettorato, generalizzata a livello europeo, è la risposta più ovvia a decenni di governi di centro sinistra e centro destra gli uni fotocopie degli altri, che in pratica portano avanti lo stesso programma politico senza interessarsi ai reali bisogni dei cittadini.

Inoltre, in Austria è stata lanciata una raccolta firme per indire un referendum a proposito della permanenza del paese nella “Disunione Europea” come viene definita sarcasticamente la Ue in Austria, e dopo la sottoscrizione di più di 260.000 cittadini, ora il parlamento di Vienna dovrà espirmersi sulla questione.

Ovviamente nessun mezzo di informazione ha riportato in Italia queste notizie perche' la nostra classe politica al potere non vuole che il popolo prenda coscienza del fatto che in tutta Europa il rifiuto della Ue continua a salire. L'ondata euroscettica e' oramai impossibile da fermare e presto o tardi travolgera' anche l'Italia.

GIUSEPPE DE SANTIS - Londra

IL COLPO DI STATO IN GRECIA: LA LIQUIDITA’ COME ARMA DI COERCIZIONE

IL COLPO DI STATO IN GRECIA: LA LIQUIDITA’ COME ARMA DI COERCIZIONE

- DI ELLEN BROWN –

Nel moderno sistema bancario globale, per far parte del “sistema di pagamento” tutte le banche hanno bisogno di una linea di credito presso la Banca Centrale. Soffocarla è stata una forma di ricatto che il Governo Greco “non poteva rifiutare”.

“Il Padrino, 1972: “Mio padre gli fece un’offerta che non poteva rifiutare. Luca Brasi gli premeva una pistola sulla testa, e mio padre gli assicurò che, sul contratto, ci sarebbe stata o la sua firma o il suo cervello”.

L’ex Ministro delle Finanze greco, Yanis Varoufakis, è stato accusato di “alto tradimento” per aver esplorato la possibilità di un sistema di pagamento alternativo, nel caso la Grecia fosse uscita dall’euro. L’assurdità di questa storia è stata sottolineata da Raúl Ilargi Meijer che, il 27 Luglio, ha scritto nel suo blog:

“Il fatto che sia stato preso in considerazione un sistema di pagamento alternativo, non significa che Syriza stesse progettando un “colpo di stato” … Se siete alla ricerca di un “colpo di stato”, guardate piuttosto alla Troika e alla sua battaglia per il controllo delle finanze nazionali greche. E’ questo il vero “colpo di stato”, se mai avete ne avete visto uno. Chiediamoci come diavolo sia stato possibile che una congrega di faccendieri mai eletti possa aver ottenuto il pieno controllo su tutta la struttura finanziaria di un Governo membro dell’Eurozona che, al contrario, è stato democraticamente eletto. Per quanto si voglia girarci intorno, non ci sono argomenti giuridici a sostegno”.

Ed allora, com’è possibile che [le oligarchie finanziarie europee] abbiano potuto organizzare quel “colpo di stato”? La risposta sembrerebbe essere questa: attraverso un’estorsione. La Banca Centrale Europea ha minacciato di tagliare la liquidità di cui tutte le banche – anche quelle solventi – hanno assoluta necessità per sostenere i loro saldi contabili, giorno per giorno.

Questa minaccia si è materializzata nei giorni che hanno preceduto il referendum in Grecia, quando la BCE ha chiuso il rubinetto della liquidità e le banche greche hanno dovuto chiudere i battenti. Conseguentemente, le aziende sono rimaste senza forniture ed i pensionati senza cibo.

Com’è stato giustificato questo gesto, apparentemente criminale? Ecco il tormentato ragionamento del Presidente della BCE Mario Draghi, in occasione della conferenza stampa del 16 Luglio:

“C’è un articolo del Trattato di Maastricht in cui c’è scritto, in sintesi, che la BCE ha la responsabilità di promuovere il regolare funzionamento del sistema dei pagamenti. Ma tutto ciò ha a che fare con … la distribuzione delle banconote e delle monete. E quindi non con l’erogazione della liquidità che, in realtà, è regolata da una disposizione diversa, l’articolo 18.1 dello Statuto della BCE, in cui c’è scritto che: “… al fine di raggiungere gli obiettivi del SEBC [Sistema Europeo delle Banche Centrali], la BCE e le Banche Centrali Nazionali possono effettuare operazioni con ‘Istituti di Credito’ ed altri operatori di mercato, erogando i prestiti sulla base di adeguate garanzie”.

E’ questa la disposizione del Trattato. Le nostre operazioni, quindi, non erano delle normali “operazioni di politica monetaria”, ma di “Emergency Assistance Liquidity” [ELA], che sono regolate da un accordo separato, che fa esplicito riferimento alla necessità di disporre di garanzie sufficienti. La liquidità, quindi, non è mai stata né incondizionata né illimitata”.

In un post del 23 Luglio su “Naked Capitalism”, Nathan Tankus l’ha definita “una dichiarazione davvero scioccante”. Perché? Perché tutte le banche si affidano alle loro Banche Centrali per regolare i pagamenti con le altre banche.

“Se il buon funzionamento di un ‘sistema’ coincide con la capacità degli Istituti di Credito di effettuare i pagamenti”, spiega Tankus, “la Banca Centrale deve garantire in ogni caso che i ‘saldi delle liquidazioni’ [scolasticamente, la misura complessiva delle operazioni finanziarie ed economiche private di un paese con il resto del mondo] siano disponibili ad un certo prezzo”.

COME FUNZIONA IL SISTEMA DEI PAGAMENTI

Il ruolo di una Banca Centrale in un “sistema di pagamento” è spiegato in questo modo dalla “Banca dei Regolamenti Internazionali” [BRI o BIS]:

“Una delle principali funzioni di una Banca Centrale è quella di essere ‘custode della fiducia del pubblico’ nei riguardi del denaro, e questa fiducia dipende in modo cruciale dalla capacità degli operatori economici di trasmettere gli strumenti monetari e finanziari, senza intoppi e in modo sicuro, attraverso i ‘sistemi di pagamento e di saldo’. Le Banche Centrali provvedono in modo sicuro al saldo degli assets ed in molti casi ne consentono il trasferimento”.

A livello internazionale, prima del 1971, il mezzo per il “saldo degli assets” era l’oro. Più tardi si passò alla “liquidazione elettronica dei saldi”, bilanciando le “riserve” detenute presso la Banca Centrale. Oggi, quando il denaro viaggia dalla banca A alla banca B, la Banca Centrale liquida il trasferimento regolando semplicemente il bilancio delle loro rispettive riserve, sottraendole da una e aggiungendole all’altra.

I controlli vanno avanti e indietro per tutto il giorno. Se alla fine della giornata il “conto di riserva” di una banca diventa “scoperto”, la Banca Centrale lo tratta in modo automatico, concedendo a quella stessa banca il denaro necessario sotto forma di “liquidità” elettronica, perché possa cancellarlo.

La banca provvederà poi a sistemare il deficit o attirando nuovi depositi, o prendendo in prestito del denaro da un’altra banca, dotata di riserve in eccesso. Se l’intero sistema è a corto di riserve, la Banca Centrale ne crea delle altre perché il sistema possa restare liquido.

La funzione di “garante della liquidità” è stata molto visibile in occasione della crisi bancaria del 2008, quando il credito fu congelato e le banche smisero in gran parte di prestarsi soldi a vicenda.

La Federal Reserve statunitense intervenne anticipando oltre 16.000 miliardi di dollari agli Istituiti Finanziari attraverso il “Term Asset Facility” [TAF], il “Term Asset-Backed Securities Loan Facility”] e altre strumenti similari, con un tasso d’interesse pari quasi a zero.


In questo modo gli assets tossici non commerciabili furono convertiti in “collaterali” del tutto accettabili, per cui le banche continuarono ad essere solvibili e quindi in grado di tenere le porte aperte.

LA LIQUIDITA’ COME STRUMENTO DI COERCIZIONE

E’ questo il modo in cui la Fed concepisce il suo ruolo … ma la BCE ha evidentemente delle idee piuttosto diverse su questo strumento di liquidità. L’accesso delle banche di un determinato paese alle “operazioni di politica monetaria” non lo intende come un atto obbligatorio, ma solo discrezionale.

Condizione di accesso è che se il rating delle obbligazioni di un paese non raggiunge l’“investment grade”, questo deve essere obbligatoriamente sottoposto ad un programma elaborato dall’UE e dal FMI – ovvero a delle misure di austerità.

Secondo il Vice-Presidente della BCE, Vitor Constâncio, in occasione della stessa conferenza stampa:

“Quando un paese ha un rating inferiore all’”investment grade” – che è il requisito minimo per poter accedere ad operazioni di politica monetaria – deve sottoporre un “waiver” [scolasticamente, cessione o restituzione di un diritto o di un privilegio]. Il “waiver” viene accettato se ci sono due condizioni. La prima è che il paese si trovi nell’ambito di un programma elaborato dall’UE e dal FMI. La seconda è che il rispetto di questo programma sia credibile”.

La liquidità è fornita solo sulla base di “adeguate garanzie”, di solito dei Titoli di Stato. Ma il fatto che queste obbligazioni siano “adeguate” non è determinato dal loro prezzo di mercato. Al paese che le emette vengono richieste, piuttosto, delle concessioni politiche. Il governo deve vendere i beni pubblici, tagliare i servizi pubblici, licenziare i lavoratori pubblici … e sottoporre le sue politiche fiscali alla sorveglianza di burocrati non eletti, che possono dettare ogni singola voce del bilancio nazionale.

Nathan Tankus ha osservato che:

“L’Europa fa parte di un sistema in cui possono verificarsi problemi di liquidità e d’insolvenza. Possono entrambi essere generati deliberatamente, almeno in parte, dalla Banca Centrale. Dopodiché la Troika può costringere quel paese ad un “programma del FMI”, se vuole continuare ad avere un sistema bancario funzionante. In alternativa, la Banca Centrale può scegliere, semplicemente, di “sospendere la convertibilità” di quell’unità di conto – tagliando ad esempio le forniture di euro – e forzare la svalutazione dei depositi, haircut e bail-in, fino a quando le banche saranno di nuovo solventi”.

UN PAESE SPINTO SUGLI SCOGLI DALLA MAFIA FINANZIARIA

I problemi di liquidità e d’insolvenza della Grecia sono stati generati intenzionalmente, come suggerisce Tankus? Vediamo un po’.

Prima ci sono stati quei derivati che, nel 2001, la Goldman Sachs ha venduto alla Grecia e che già nel 2005 avevano quasi raddoppiato il debito del paese.

Poi c’è stata la “crisi del credito” indotta dal sistema bancario nel 2008, quando la BCE costrinse la Grecia a salvare le sue banche private diventate insolventi, facendo precipitare il paese nel fallimento.

Questa crisi fu poi seguita, alla fine del 2009, dall’intenzionale sopravvalutazione del debito della Grecia, effettuato da un agente dell’Eurostat – che per questa ragione fu processato a livello penale – che innescò il primo piano di bail-out [salvataggio esterno], accompagnato da misure di austerità.

Il Primo Ministro greco fu poi sostituito da un tecnocrate non eletto, ex Governatore della “Banca di Grecia” e successivamente Vice-Presidente della BCE, che rifiutò la ristrutturazione del debito, preferendo un secondo e massiccio piano di salvataggio, insieme ad ulteriori misure di austerità. Si stima che circa il 90% del denaro di quel salvataggio finì di nuovo nelle casse delle banche.

A Dicembre del 2014 la Goldman Sachs avvertì il Parlamento greco che la liquidità della Banca Centrale avrebbe potuto essere tagliata, se Syriza avesse vinto le elezioni. Quando, a Gennaio, le ha effettivamente vinte, la BCE ha attuato la sua minaccia, tagliando quasi del tutto la liquidità alle banche.

Quando, a Luglio del 2015, il Primo Ministro Tsipras ha indetto un referendum pubblico, attraverso il quale gli elettori hanno respinto la brutale austerità loro imposta, la BCE ha fatto chiudere le banche in pieno stile mafioso. Il governo greco è stato quindi messo in ginocchio, costretto ad abbandonare la sovranità nazionale e a svendere i suoi tesori pubblici, pezzo per pezzo.

Una mente sospettosa potrebbe dedurre che si trattava di un progetto concepito fin dall’inizio per poter mettere all’asta i beni della Grecia, per poter effettuare una scalata ostile, o un asset-stripping [acquisto di una società per poterla rivendere a pezzi], a beneficio di quanti fossero in grado di acquistare quei beni, comprese le stesse banche, gli hedge-funds e gli speculatori posti strumentalmente alla guida del debito della Grecia, per distruggere l’economia del paese.

NON C’E’ SOVRANITA’ SENZA IL CONTROLLO DEL DENARO E DEL CREDITO

Nella conference-call registrata, per la quale Yanis Varoufakis sta affrontando l’accusa di tradimento, l’ex Ministro delle Finanze ha parlato della trappola in cui si trovano i paesi dell’Eurozona. In pratica, sembra che non ci sia alcun modo legale per liberarsi dell’euro e del dominio della Troika. I governi non hanno accesso ai files contenenti i dati critici delle loro banche, che sono controllate dalla BCE.

Varoufakis ha sostenuto che tutto questo dovrebbe allarmare i governi dell’UE. Il Primo Ministro canadese William Lyon Mackenzie King disse, nel 1935, che:

“Una volta che hanno preso il controllo della moneta e del credito di una nazione, a quel punto non ha più importanza chi fa le leggi. L’usura, una volta che ha preso il controllo [della moneta e del credito], sarà in grado di distruggere qualsiasi nazione”.

Per riprendere il controllo della moneta e del credito un paese ha bisogno di una Banca Centrale che abbia il mandato di servirne gli interessi. Il credito dovrebbe essere, in effetti, un’utilità sociale al servizio dell’economia e del popolo.

Ellen Brown


Scelto e tradotto per www.comedonchisciotte.org da FRANCO

Per i soldati americani in Italia un regime d’eccezione che li rende impuniti

Per i soldati americani in Italia un regime d’eccezione che li rende impuniti

Disastri, stupri e sequestri: gli impuniti a stelle e strisce. Dal MUOS alle violenze nelle basi passando per gli incidenti stradali: perché non pagano mai.

Un militare statunitense incarcerato in Italia su 200 accusati. La statistica arriva dagli stessi Americani, dal giornale Stars & Stripes, Stelle e Strisce, distribuito tra i militari USA: “Negli ultimi cinque anni ci sono state 200 indagini per accuse che vanno dall’aggressione, allo stupro fino all’omicidio colposo, ma solo una persona è stata incarcerata in Italia”, scrive la giornalista Nancy Montgomery in un articolo dal titolo “Le truppe americane sotto accusa in Italia spesso sfuggono la pena”.
Un fenomeno noto da decenni e, però, taciuto: in Italia la giustizia per i militari americani è meno uguale. Quando compiono reati in servizio, ma anche quando si rendono responsabili di reati comuni: incidenti stradali, botte e stupri. E oltre le statistiche emergono storie dolorose.Una in particolare è diventata un simbolo: quella di Jerelle Lamarcus Grey, un ragazzone americano di 22 anni che prestava servizio presso la base a stelle e strisce di Vicenza, la Del Din (ex Dal Molin) nota per le proteste dei vicentini.
È il 9 novembre 2013, al Disco Club Cà di Denis alla periferia della città è in programma una festa: musica reggae, champagne e porchetta. Ci sono giovani del posto e militari americani reduci da missioni di guerra. Magari vogliono sfogare la tensione pazzesca che si portano dentro. Quando una ragazzina sudamericana di 17 anni esce dal locale si trova davanti un soldato che la spinge in un angolo buio. La stupra.
I carabinieri sono convinti di averlo identificato: è Jerelle. L’accusato resta a piede libero – non ci sarebbe pericolo di reiterazione del reato – finché pochi mesi dopo ecco un altro stupro: una prostituta incinta di sei mesi viene aggredita e violentata. E l’indagine porta di nuovo a lui, a Jerelle e a un suo commilitone: Darius Mc Cullough. Sarebbero loro i responsabili. Ma com’è possibile, si chiedono in tanti a Vicenza, che Jerelle sia libero?
La Procura intanto dispone per lui gli arresti domiciliari. Dove? Nella base Del Din, dove pare girasse indisturbato. Ma la storia non è ancora finita: una notte del dicembre scorso, Jerelle riempie il suo letto di stracci, per far credere di dormire. E senza difficoltà scappa. Viene infine arrestato vicino a un residence frequentato da prostitute: ne avrebbe picchiato un’altra, sempre incinta, pretendendo prestazioni sessuali. Jerelle alla fine riesce a finire nelle galere italiane. “Mi risulta che siano i primi, lui e il suo complice”, non nascondono la loro soddisfazione Alessandra Bocchi e Anna Silvia Zanini, avvocati delle presunte vittime.
Oggi Jerelle attende il processo per il primo stupro, mentre per il secondo è stato condannato (sei anni in primo grado, come il suo presunto complice Darius Mc Cullough). E i casi non si contano. Spesso sono reati di violenza. L’ult imo è di pochi giorni fa: un parà di 22 anni accusato di violenza sessuale nei confronti della figliastra di sette anni. Militari, ma non solo.C’è un civile americano, Mark Gelsinger, tra gli otto indagati nell’inchiesta per reati ambientali relativi alla costruzione del MUOS, l’impianto satellitare della Marina USA di Contrada Ulmo a Niscemi (Caltanissetta). Le autorità americane hanno chiesto subito che sia sottoposto alla loro giurisdizione.
I pm italiani indagano, le autorità americane chiedono di sottoporre i loro cittadini alla giurisdizione statunitense. E la risposta finora era quasi sempre scontata: 91 sì su 113 domande in quindici mesi fino al marzo 2014. Perché? Pesava una sudditanza dell’Italia nei confronti degli Stati Uniti, ma contano anche i tempi della giustizia.
“Nelle more del processo i militari vengono rispediti a casa. E addio”, racconta l’avvocato vicentino Paolo Mele. Alla base di tutto la Convenzione di Londra ratificata nel 1956, quella chiamata “familiarmente” patto di benevolenza. Prevede che per i reati commessi dai militari NATO si tenda a concedere la giurisdizione del Paese d’origine. In pratica un accordo ricamato addosso ai soldati americani.
Per decenni a migliaia si sono sottratti alla nostra giustizia. Con due casi clamorosi: “Il 3 febbraio 1998″, racconta Mele, “due avieri americani – il pilota Richard Ashby e il navigatore Joseph Schweitzer – volando come Top Gun tranciarono i cavi della funivia del Cermis. Venti persone morirono. I due militari furono sottratti alla giustizia italiana e processati in America dove vennero assolti per l’incidente. Furono radiati e condannati a pochi mesi solo perché distruggendo il video del volo avevano ostacolato la giustizia”, conclude Mele.
Poi ecco il caso Abu Omar, l’imam egiziano sequestrato dalla CIA nel centro di Milano e portato nel suo Paese dove fu incarcerato e torturato. Il pm Armando Spataro e la Digos di Milano arrivarono a identificare i responsabili: 23 agenti condannati in Cassazione. Ma tutti si sottraggono alla giustizia italiana. E il responsabile della struttura Jeff Romano ottiene la grazia dal presidente Giorgio Napolitano. Se non ci pensano gli Americani, facciamo noi. Nessuno dei nostri governi ha mai chiesto l’estradizione per le spie condannate.
Violenze, disastri e spionaggio. Ma anche marines in fuga dai loro impegni familiari. Già, perché in Italia ci sono 59 installazioni militari americane. Solo a Vicenza una persona su dieci vive nella base. Nel 1959 ogni mese si celebravano dieci matrimoni misti. Poi qualcosa è cambiato: divorzi, mariti in fuga, irrintracciabili che lasciano le compagne sole e senza un soldo. Un reato, ma nessun militare paga: l’America li tutela a qualunque costo.
“Qualcosa, però, negli ultimi mesi sembra cambiato, non so se per merito dell’Italia o dell’amministrazione Obama”, sostiene Alessandra Bocchi. Conclude: “Noi non ce l’abbiamo con gli Americani, anzi. Ma dobbiamo tutelare le vittime”. Il ministro della Giustizia, Andrea Orlando nel luglio 2014 ha twittato: “I due militari americani accusati di stupro saranno processati in Italia”. Jerelle e Darius per il momento sono in carcere. Si capirà presto se è un primo passo.
Ferruccio Sansa

[Fonte: Il Fatto Quotidiano, 11/7/2015 – i collegamenti inseriti sono nostri]

Tratto da: byebyeunclesam

Le vere potenze del nostro tempo: le multinazionali Le multinazionali che si giocano gli stati.


Già all’inizio del XX secolo, due economisti come J.B. e J.M. Clark potevano constatare le gigantesche fusioni che si stavano realizzando nel mondo degli affari, con il risultato di veri e propri “dinosauri”. Nel 1913, un economista e industriale della statura di Walter Rathenau poteva dire che “trecento uomini che si conoscono tutti personalmente dirigono i destini economici dell’Europa e scelgono tra di loro i successori”. La differenza con oggi è che i 300 si sono ridotti, in Europa, a 50... Le concentrazioni hanno riconfigurato il capitale, negli Stati Uniti come in Francia, Regno Unito, Germania, Giappone, fino a creare un vero e proprio “universo concentrazionario”. Basta pensare che in questi paesi risiede il 90% delle 200 prime società del pianeta. Queste 200 società ricoprono praticamente tutte le attività umane, dall’industria all’agricoltura alle banche, fino ai servizi finanziari, leciti o illeciti (distinzione ormai non più così semplice). Un tratto che caratterizza queste grandi società è la loro fusione, in vista di “prede” sempre più grandi. Per farsene un’idea, basta pensare che in un decennio sono state realizzate fusioni per qualcosa come 20.000 miliardi dollari, cioè due volte e mezzo il prodotto interno lordo (PIL) degli Stati Uniti. Emerge chiaramente la prevalenza schiacciante dei colossi americani, che rappresentano il 71,8% del totale mondiale delle capitalizzazioni borsistiche delle prime 50 imprese. È poco corrispondente alla realtà parlare economia di mercato in condizioni simili. In realtà, si può dire piuttosto che “globalizzazione” sia una mitologia per nascondere le dimensioni del potere schiacciante delle multinazionali. È significativo anche che i 200 colossi mondiali siano distribuiti geograficamente negli stessi sei paesi in cui sono distribuiti i 50 primi colossi in termini di capitalizzazione borsistica (USA, Giappone, Germania, Francia, Regno Unito, Svizzera). Un altro dato significativo è che la cifra d’affari dei 200 colossi è superiore al PIL dell’insieme dei paesi che non sono membri dell’OCSE (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico). Un altro fattore problematico è costituito dalle somme gigantesche che “drogano” le borse e che provengono dall’indebitamento (di imprese e stati), sottoposto a una crescita esponenziale annuale del 6,2%: un vero e proprio vulcano che può sfuggire al controllo in ogni momento. Le politiche tenute da questi colossi scherzano tuttavia con il fuoco: il “calo dei costi” e la “creazione di valore” significano, in pratica, la perdita di centinaia di migliaia di posti di lavoro. Questo spiega la rinnovata combattività dei salariati. 

L’egemonia delle multinazionali e i suoi meccanismi

È innegabile, stando a un’analisi attenta dei dati, che le multinazionali esercitano un vero e proprio governo a livello planetario, anche se nessuno ha conferito loro questo mandato. Per farsi un’idea del potere effettivo delle multinazionali: 47 delle 100 economie più importanti del pianeta sono delle multinazionali; il 70% del commercio mondiale dipende da 500 imprese e l’1% delle multinazionali del pianeta possiede circa la metà degli investimenti stranieri diretti. I nuovi regimi di mercato e di libero scambio non fanno che accrescere tale potere per cui le multinazionali e le banche possono spostare a loro piacimento capitali, tecnologie, beni e servizi scavalcando quasi indisturbati le legislazioni e i governi democraticamente eletti. Un enorme potere si è spostato nelle mani delle multinazionali e delle banche, che reggono così, di fatto, le sorti di una parte notevole degli abitanti del pianeta. Spesso, i movimenti che lottano per un cambiamento sociale democratico perdono di vista questo potere “nascosto” dietro le quinte, mirando a fare pressione sui governi per piegarne le politiche, mentre il vero bersaglio sta in questo potere mondiale concentrato nelle mani delle multinazionali. L’élite mondiale degli ambienti d’affari e dei governi s’incontrano regolarmente, in vista di piani comune sulla mondializzazione. La conclusione di nuovi accordi di libero scambio, che rinforzano quelli di Bretton Woods e la creazione dell’Organizzazione mondiale del commercio (OMC) hanno permesso a quest’élite mondiale non eletta di possedere importanti strumenti di governo nelle varie regioni del globo senza doverne rendere conto a nessuno. La caratteristica comune alle imprese giapponesi, nord-americane ed europee è di essere diventato a-nazionali, senza identità e legami nazionali. Meglio esse usano le identità nazionali a servizio dei loro interessi: ricorrono infatti a filiali estere, alle joint-venture, ad accordi di licenza e ad alleanze strategiche per potersi presentare con un’identità nazionale o un’altra. Questa strategia consente alle imprese di ottenere vantaggi fiscali, sovvenzioni per la ricerca o una rappresentanza presso un governo, quando si tratta di negoziare i loro progetti di commercializzazione. In questo modo gli stati nazionali vengono piegati ai loro interessi.

L’alleanza stato-impresa.

Nella maggior parte dei paesi industrializzati, consigli formati da quadri dirigenti delle ditte e delle banche hanno provveduto a contrarre nuove alleanze con lo stato: così ha fatto per esempio laBusiness Roundtable negli Stati Uniti, comprendente i direttori delle più importanti imprese (stabilite dalla lista presentata daFortune), banche commerciali, compagnie d’assicurazioni, catene di distribuzione, compagnie di trasporto e imprese di servizi pubblici della nazione. Attraverso campagne di lobbying e di pubblicità ben orchestrate, forti di una rete di istituti di ricerca e di ditte di pubbliche relazioni, queste coalizioni affaristiche avanzano proposte politiche e organizzano gruppi di cittadini per lanciare delle campagne allo scopo di influenzare i governi e le loro politiche. Il risultato ottenuto è in pratica di aver smontato un certo numero di poteri e di strumenti di governo nazionali. Effettivamente, scopo nemmeno troppo velato degli accordi di libero scambio (come il GATT e l’ALENA) è quello di permettere alle multinazionali di agire senza i freni posti dalle legislazioni e dalle costituzioni nazionali, come d’altronde era stato esplicitamente dichiarato dalla negoziatrice principale, Carla Hills. Le clausole di questi accordi garantiscono agli investitori stranieri gli stessi diritti e le stesse libertà garantite alle imprese locali. Di fatto viene assicurata così l’abrogazione di varie regolamentazioni degli stati nazionali, soprattutto per quanto riguarda le condizioni poste agli investimenti stranieri, le quote d’esportazione, il ricorso ai fornitori nazionali, le obbligazioni in materia d’impiego. Così con questa nuova forma di protezione costituzionale, i diritti delle multinazionali finiscono per avere la precedenza su quelli dei cittadini di quello stato, senza contare che in caso di conflitto l’autorità legislativa di GATT e ALENA ha la priorità sulla legislazione degli stati firmatari. Essenziale poi al potere delle grandi imprese è la creazione di una cultura mondializzata del consumatore: non per niente le multinazionali spendono attualmente in pubblicità più della metà di quanto tutti i paesi del mondo spendono per l’istruzione pubblica. Si va così verso una monocultura mondiale imposta dall’alto, che rischia di esercitare sempre più una sorta di dominio sociale su comportamenti e attese delle persone di tutto il mondo. È grazie alla Banca mondiale e al Fondo monetario internazionale che i gestori delle multinazionali hanno potuto mantenere nazioni e popoli sotto la loro dipendenza. La Banca e il Fondo hanno spesso un legame diretto con il settore finanziario e spesso i prestiti vengono negoziati segretamente tra i loro funzionari e quelli del governo. Di fatto, secondo un osservatore, la Banca e il Fondo devono essere considerati come “istituzioni di governo che esercitano il loro potere grazie alla loro forza di leva finanziaria per legiferare attraverso interi regimi giuridici e persino modificare la struttura costituzionale degli stati che fanno dei prestiti”. A partire poi dagli anni ’80, la Banca mondiale e il Fondo monetario internazionale, rinegoziando il debito dei paesi in via di sviluppo, li hanno costretti in cambio ad applicare i cosiddetti piani d’aggiustamento strutturale (PAS), con i quali vengono imposti cambiamenti economici e sociali radicali volti a canalizzare le risorse e la produttività del paese verso il rimborso del debito e ad acuire la concorrenza transnazionale. Tra le varie misure imposte dal PAS: la privatizzazione, la svalutazione della moneta nazionale, la riduzione delle spese sociali, l’alleggerimento della fiscalità delle imprese, l’aumento dell’esportazione delle risorse naturali e dei prodotti agricoli, la soppressione delle restrizioni imposte agli investimenti stranieri e il rapido aumento della dipendenza del paese nei confronti delle importazioni di beni e servizi. Così i PAS sono diventati sostanzialmente strumenti della ricolonizzazione dei paesi del sud nell’interesse delle multinazionali e delle banche. La nuova Organizzazione mondiale del commercio (OMS) è concepita di fatto come una funzione di governo mondiale a servizio delle multinazionali: dotata di potere legislativo e giudiziario e con il mandato di eliminare gli ostacoli alla concorrenza e all’investimento internazionali. L’OMC, un gruppo di rappresentanti commerciali non eletti da nessuno, ricopre, di fatto, il ruolo di parlamento mondiale, con il potere di annullare le decisioni di politica economica e sociale degli stati nazionali. Va da sé che all’interno dell’OMC giocano un ruolo di primo piano le più grandi multinazionali, attraverso il trucco di stretti legami con i rappresentanti dei paesi partecipanti. Per gli Stati Uniti, ad esempio, siedono nel comitato consultivo in materia politica e di negoziazione commerciale giganti come la IBM, Boeing, Eastman Kodak, Amoco, Hewlett-Packard, General Motors, per fare solo alcuni nomi.


Un’egemonia dalle molte sfaccettature

Vediamo ora come multinazionali e banche hanno di fatto usurpato i sistemi planetari.

- Finanze mondiali. Se in passato le autorità nazionali erano deputate a stabilizzare i mercati finanziari attraverso una regolamentazione bancaria, oggi si assiste a una deregolamentazione finanziaria e a una fusione tra banche commerciali e d’investimento. Di più, le multinazionali ormai emettono titoli in proprio. Grazie alle tecnologie dell’informazione più moderne, sono possibili transazioni internazionali di somme enormi a una velocità e una frequenza che rendono difficile risalirne all’origine e tanto più regolamentarne il movimento. Ma questo mercato finanziario deregolamentato è talmente fragile che basta una crisi in un paese per sconvolgere i mercati finanziari di altri paesi prima ancora che le autorità nazionali possano intervenire. Questa situazione rende necessarie misure di regolamentazione del tutto nuove, se si vuole evitare che le politiche fiscali degli stati siano non solo dettate ma minacciate dalla volatilità del mercato finanziario mondiale.

- La produzione industriale mondializzata. Con il subappalto delle operazioni di produzione e di rifornimento di interi settori industriali all’estero, a imprenditori indipendenti, nasce la “fabbrica planetaria” e una divisione del lavoro completamente nuova. Grazie alla mondializzazione delle reti di produzione, le ditte industriali multinazionali sono in grado di trasferire velocemente le loro attività intorno al mondo, in cerca di occasioni d’investimento più vantaggiose e di manodopera a basso costo e non organizzata in sindacati. Questa mondializzazione d’altra parte comporta una riduzione massiccia dei posti di lavoro nelle industrie dei paesi più ricchi, per cui i lavoratori del mondo, sfruttati come riserva di manodopera, finiscono per essere considerati da quelli del nord una concorrenza sleale. Tale concorrenza finisce in ultimo per abbassare i salari in tutto il mondo verso una specie di minimo comun denominatore salariale.

- La distribuzione mondializzata. Il pianeta è diventato una specie di supermercato: la produzione agricola ha subito trasformazioni ovunque e al contempo è stata ridotta la capacità di ogni nazione di soddisfare i bisogni essenziali della propria popolazione. Molti paesi poveri del sud sono stati costretti a cedere preziose terre agricole alle multinazionali dell’agroalimentare e a convertirsi alle culture di riporto, mentre devono importare ciò che serve alla nutrizione della loro popolazione. Se lo slogan è “esportare o perire”, la realtà è “esportare e perire”. Nuove minacce, come si sa, vengono dall’adozione di metodi di produzione biotecnologica, che non solo minacciano le colture tradizionali, ma anche la qualità e l’innocuità dei prodotto alimentari in generale. Anche in questo campo si spendono somme da capogiro per la pubblicità, con l’intento di trasformare il mondo in una specie di paradiso del consumatore, un mercato basato sul consumo di massa: si arriva così a una massificazione anche di tipo alimentare, che ignora usanze e gusti locali per vendere dappertutto allo stesso modo prodotti uguali (esempi: McDonald’s, Nestlé, Kellogg, Pepsico).

- La presa di possesso delle risorse. Grandi multinazionali come Exxon, Mitusbishi, Texas Gulf, Shell e tante altre del settore energetico, minerario, forestale e idroelettrico hanno esteso il loro campo d’azione a tutto il mondo, con grave minaccia per l’ambiente (riversamenti accidentali di petrolio, deforestazione, distruzione di fauna e flora). L’unico elemento nuovo di questo fenomeno vecchio è la deregolamentazione anche nei confronti della protezione ambientale. I codici di ALENA e GATT sono concepiti per accelerare lo sfruttamento e l’esportazione delle risorse naturali. Inoltre, per le imposizioni del FMI, i paesi poveri la cui economia si fonda su tali risorse sono costretti ad aprire le porte alle multinazionali del settore. Si contribuisce così ad accelerare l’esaurimento delle risorse oltre che ad intensificare la domanda mondiale di acqua dolce. Senza contare i danni ingenti per l’ambiente dovuti a deforestazione e allo scarico di residui tossici.

- La salute e l’educazione. Le multinazionali stanno facendo mano bassa anche dei servizi di base (cure mediche ed educazione) di cui nella maggior parte dei paesi si era fatto carico lo stato. Nasce così un sistema sanitario dominato dai grandi gruppi. È il caso degli Stati Uniti, dove grandi compagnie farmaceutiche (come Eli Lily) si sono fuse con quelle assicurative (come PCS) per assorbire ospedali, farmacie, cliniche private, case di riposo e studi medici. Si può immaginare a che cosa mirino questi colossi a livello mondiale. Qualcosa di simile avviene per il sistema educativo: sempre negli Stati Uniti, ditte come la Coca-Cola, McDonald’s, Burger King e Pepsi partecipano direttamente alla concezione dei programmi, esibendo il loro marchio commerciale e organizzando promozioni pubblicitarie, il cui risultato è di plasmare i giovani in modo uniforme.

- Protezione dei brevetti. Se manca la regolamentazione delle multinazionali, si affermano però i loro diritti monopolistici sull’informazione e sulla tecnologia, protette con il regime della proprietà intellettuale del GATT. In particolare la protezione attraverso i brevetti internazionali si estende anche ai materiali genetici. Le multinazionali esercitano così un controllo completo degli organismi geneticamente manipolati: col risultato di mettere in ginocchio gli agricoltori tradizionali, a cui è stato fatto divieto di farsi le proprie provviste di semi, secondo le abitudini tradizionali.

Il clonaggio culturale. Fornite ora anche di satellite, le fabbriche del divertimento vendono i loro prodotti nel mondo intero. Target di questa industria planetaria sono i due quinti dei giovani del mondo al di sotto dei 20 anni. Un esempio significativo di questa tendenza è lo sfondamento di MTV negli anni ’80, che già nel 1993 raggiungeva ben 210.000.000 di case nel mondo. Un altro esempio è l’impero della musica rock gestito dal gruppo Bertelsmann. Un’espansione simile fa pensare a una vera e propria forma di imperialismo culturale, che rischia di soffocare le tradizioni musicali locali e di emarginare gli artisti locali. Il risultato è una cultura omogeneizzata che riflette i valori e le priorità dell’occidente.

Nuove basi di un’azione sociale.

La speranza di lotta suggerita da Tony Clarke sta nella formazione di movimenti sociali che rivendichino i diritti sovrani dei cittadini. Non solo i popoli del sud, ma anche le classi medie lavoratrici maggioritarie del nord vivono nell’impressione di aver perso il controllo del loro futuro economico, sociale, ecologico. Si tratta di ristabilire un controllo democratico dei nostri affari.

- Sovranità popolare. Può essere questa la base di un’azione comune. Il XX secolo è stato attraversato dalle lotte per il riconoscimento della democrazia, dei diritti fondamentali dell’uomo, con la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomoe varie altre convenzioni internazionali che ne riconoscono i diritti sociali, civili, economici e culturali. Un’altra istanza da recuperare è la responsabilità dei governi nazionalid’intervenire nell’economia di mercato, messa fuori gioco dal sistema economico, fiscale, sociale, culturale, ecologico e politico imposto dalle multinazionali per favorire la concorrenza e l’investimento. Ma con il crescere dell’insicurezza dovuta a questo sistema, si profilano di nuovo all’orizzonte le minacce del nazionalismo e nuove forme di protezionismo (contro l’immigrazione e le importazioni a basso prezzo delle multinazionali). Si rende necessaria una resistenza alla tirannia delle grandi multinazionali e all’ascesa dei nazionalismi di destra. Bisogna riorganizzare lo stato nazionale perché serva aldiritto dei popoli a scegliersi il loro futuro economico, sociale ed ecologico.

- Il manifesto cittadino. Tony Clark propone una piattaforma di programmi comuni. Da segnalare ci sembrano le sue proposte di obbligare le multinazionali a soddisfare certe condizioni economiche, sociali, ecologiche, di richiedere ai governi la definizione e la promulgazione di nuove misure regolamentari che permettano l’esercizio di un controllo democratico sulle multinazionali. Inoltre i movimenti sociali dovrebbero avere la capacità di impegnarsi in forme d’azione necessaria per garantire che i diritti fondamentali delle persone siano rispettati e il controllo democratico delle multinazionali sia mantenuto. 

Dati e analisi di questa pagina si rifanno all’articolo di Tony Clarke, L’hégémonie des transnationales et ses mécanismes che si trova in M. Borghi – P. Meyer-Bisch (a cura di), Éthique économique de droits de l’homme. La responsabilité commune, Éditions universitaires, Fribourg 1997, pp. 133-147

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