12 settembre 2015

Enzo Vincenzo Sciarra "Chi gestisce le paure trova consenso"


Enzo Vincenzo Sciarra 

"Chi gestisce le paure trova consenso"

Silvia Sardone, consigliere del comune di Milano della zona 2 di Forza Italia, cagnolino del Cav. S.B. Si è presa la licenza di volantinaggio nella zona 2 di milano, distribuendo un volantino terroristico, in tutti i quartiera: Adriano, via Padova e Ponte Nuovo, con uno slogan minaccioso contro le categorie meno abbienti, con la scusa del degrado, la sicurezza, sgombero di campi rom, installare telecamere per la sorveglianza, pattugliamento dell'esercito e polizia, inoltre chiusura dei locali notturni e chi più ne ha più ne metta. 

Sta terrorizzando i quartieri solo per prendere consensi. 

Una persona senza un briciolo di umanità, non si cura dell'aspetto psicologico che sconvolge i cittadini, inducendoli ad un comportamento razzistico, si ad odiare il disperato, l'affamato, il disoccupato, i senza tetto. Una donna senza moralità, non conosce la vergogna. 
Ieri girava per Milano nella zona 2, con un bambino e il suo compagno, fermandosi nei bar della zona 2, distribuiva bigliettini da visita e chiedere in cambio il loro consenso e approvazione per la sua vergognosa iniziativa, pretendendo ipocritamente di essere avvisata in caso di cattiva convivenza sociale del quarieri. Basta continuare a cavalcare le paure. Sono indotte dal sistema schifoso, per poi gestirle, e usarci a loro sporco comodo e convenienza, non si può aver paura dell'affamato, del disperato, del disoccupato, dei 9MLN di poveri che sono sotto la soglia di povertà, sappiamo chi ci affama e ci mette in una condizione di perenne paura, solo per prendere voti, sedersi su quella maledetta poltrona, e non schiodarsi più. SVEGLIAMOCI GENTE!!!!

La paura è un'emozione primaria, comune sia al genere umano sia al genere animale. La paura è un'emozione dominata dall'istinto (cioè dall'impulso) che ha come obiettivo la sopravvivenza del soggetto ad una suffragata situazione di pericolo; irrompe ogni qualvolta si presenti un possibile cimento per la propria incolumità, e di solito accompagna ed è accompagnata da un'accelerazione del battito cardiaco e delle principali funzioni fisiologiche difensive. Principali controffensive alla paura possono essere: intensificazione delle funzioni fisiche e cognitive teoretiche con relativo innalzamento del livello di accortezza difficoltà di applicazione intellettiva fuga protezione istintiva del proprio corpo (cuore, viso, organi genitali) ricerca di aiuto (sia articolato, sia racchiuso) calo della temperatura corporea sudorazione aumento adrenalinico aumento dell'ansia La paura è talvolta causa di alcuni fenomeni di modifica comportamentale permanenti, identificati come sindromi ansiose: ciò accade quando la paura non è più scatenata dalla percezione di un reale pericolo, bensì dal timore che si possano verificare situazioni, apparentemente normalissime, ma che sono vissute dal soggetto con profondo disagio. In questo senso, la paura perde la sua funzione primaria, legata alla naturale conservazione della specie, e diventa invece l'espressione di uno stato mentale. La paura di oggetti o contesti può essere appresa; negli animali questo effetto è stato studiato e prende il nome di paura condizionata, che dipende dai circuiti emozionali del cervello.

11 settembre 2015

Esercito industriale di riserva "Karl Marx"


Espressione con la quale Karl Marx indica, nel I libro del Capitale[1], la massa dei disoccupati in una economia capitalistica e la sua funzione.

Il filosofo-economista nota due caratteristiche apparentemente paradossali (se osservate dal punto di vista della lotta di classe) del fenomeno della disoccupazione.

Innanzitutto è la stessa opera subordinata degli operai che concorre a rendere in parte eccedente il proprio stesso lavoro. Sono gli operai infatti, costretti a produrre plusvalore di cui si appropriano i capitalisti, plusvalore grazie al quale il capitalista può tentare, una volta raggiunto il limite oltre il quale gli è impossibile abbassare i salari, di combattere la concorrenza rinnovando i processi produttivi, quindi risparmiando manodopera, così come il loro stesso lavoro subordinato produce le macchine che sostituiscono in parte il lavoro loro o di altri operai.

I capitalisti, obbligati dalla concorrenza ad aumentare la produttività, ossia a diminuire il costo unitario delle merci prodotte, sono così costretti ad aumentare l’uso delle macchine modificando la composizione del proprio capitale, aumentando la quota del capitale costante (macchinari, acquisti di materie prime) a scapito di quella del capitale variabile (salari). Ma d’altro canto i capitalisti non ricavano, come credono, plusvalore dalla quantità di capitale investito ma dal lavoro operaio che hanno comunque, come per qualsiasi loro voce di spesa, interesse a pagare il meno possibile, tendenzialmente non più del livello di sussistenza. Dall'osservazione di questa contraddizione, aumento del capitale costante e diminuzione di quello variabile (la spesa per il lavoro), il solo che produca valore, nasce in Marx la teoria della caduta tendenziale del saggio di profitto.

La presenza di un gran numero di disoccupati è funzionale all’esistenza stessa del sistema capitalistico, poiché, alimentando la concorrenza tra gli operai, garantisce un basso livello di salari opponendosi alle rivendicazioni di aumenti salariali che diminuirebbero ancor di più il profitto per il capitalista e la massa totale di plusvalore di cui si appropria la classe capitalistica nel suo insieme (accelerando quindi la caduta tendenziale del saggio di profitto).

La definizione marxiana è tratta dal linguaggio militare perché secondo Marx la disoccupazione è un’arma in mano ai capitalisti nel dispiegamento della lotta di classe.

Marx prosegue la propria analisi definendo la disoccupazione come una sovrappopolazione relativa, e sottolineando come solo in natura, tra gli animali o le piante e senza l’intervento regolatore dell’uomo, si possa parlare di “sovrappopolazione assoluta”. Enzo Vincenzo Sciarra

LA CSU SI RIBELLA ALLA MERKEL SUI ''MIGRANTI'' E IL BADEN-WURTTEMBERG CHIUDE LE PORTE: NON ABBIAMO PIU' POSTI DISPONIBILI.


MONACO DI BAVIERA - Il ministro delle Finanze bavarese, Markus Soeder (della Csu, alleato centrale della maggioranza che sorregge il governo Merkel), chiede una restrizione del diritto di asilo tedesco, anche se per farlo dovesse rivelarsi necessaria una modifica della Costituzione.

In un contributo per il quotidiano "Frankfurter Allgemeine Zeitung", Soeder scrive che "questa misura e' necessaria per arrivare ad un accordo sulla politica di asilo europea".

Secondo il ministro Cristiano-sociale, infatti, gli altri partner europei non sarebbero disposti ad adottare gli alti standard del diritto di asilo vigenti in Germania: "La Germania verra' invece accusata da alcuni partner europei di attirare le persone in Europa a causa dei suoi regolamenti liberali e delle sue prestazioni sociali".

"Chi vuole trovare una soluzione per la crisi dei profughi - prosegue Soeder - deve essere disposto ad europeizzare gli standard tedeschi, e dunque a ridimensionarli".

Per Soeder il modello da seguire e' quello svizzero che, nel giro di 48 ore, permette di respingere i migranti provenienti da paesi considerati "sicuri" senza garantire loro alcuna prestazione sociale: "Questo metodo sarebbe il modello giusto per la Germania, anche se si renderebbe necessaria una modifica della Costituzione", sostiene l'esponente della Csu.

"La Germania deve continuare a trattare i profughi in maniera dignitosa", afferma Soeder, "ma nell'interesse della coesione sociale del paese dovremmo fare di tutto per ridurre l'afflusso di rifugiati".

Nel frattempo, nel sud della Germania il massiccio flusso di migranti - molti dei quali senza diritto d'asilo perchè non sono profughi e non provengono da nazioni in guerra - inizia a provocare le prime drastiche reazioni politiche: l'amministrazione del Baden-Wurttemberg, terzo land tedesco per popolazione ed estensione, ha annunciato di non poter accogliere altri migranti in quanto ha esaurito gli spazi disponibili. 

Ora, il governo Merkel ha un grosso problema: dove pensa di collocare le decine di migliaia di persone arrivate in Germania attratte dalle sirene "dell'accoglienza"? 

Redazione Milano



GOVERNO TEDESCO: NEPPURE UN PROFUGO SU 10 PUO' ESSERE COLLOCATO A LAVORARE. E L'SPD: COSI' L'EUROPA ANDRA' IN ROVINA


BERLINO - Il segretario del partito socialdemocratico tedesco (Spd, che sostiene il governo Merkel, senza il quale Angela Merkel non ha la maggioranza), Sigmar Gabriel, ha messo in guardia da un fallimento dell'Unione Europea di fronte alla crisi dei rifugiati.

"O gli europei rinsaviscono, o l'Europa andra' alla rovina", ha dichiarato ieri sera il vice-cancelliere all'emittente televisiva Zdf. Gabriel ha sottolineato come una delle piu' grandi conquiste del progetto europeo sia proprio l'apertura dei confini alla libera circolazione delle persone, una conquista messa in discussione dai flussi migratori da Africa e Medio Oriente e dalle sfide del terrorismo di matrice islamica.

Sino ad oggi - ha evidenziato Gabriel - lo sviluppo europeo si e' alimentato proprio della sostanziale abolizione dei confini interni. "Con gli Stati piu' forti finanziamo lo sviluppo europeo", ha dichiarato Gabriel, secondo cui pero' "tutto questo non funzionera' piu' se non ci atteniamo alle regole e se i profughi non vengono registrati nei paesi europei di primo approdo (come previsto dai regolamenti di Dublino, ndr)".

"Posso solo sperare che i capi di Stato e di governo europei acquistino giudizio", ha concluso l'esponente socialdemocratico.

E in piena emergenza immigrazione anche il ministro tedesco dello Sviluppo, Gerd Mueller, ha preso la parola chiedendo che non solo la Germania, ma l'Europa e il mondo intero impieghino tutte le risorse possibili per assistere i rifugiati nei paesi vicini alla Siria, anziche' reagire passivamente al flusso di profughi in arrivo dai balcani.

"Non possiamo sospendere le leggi europee ancora a lungo. Far fronte a questi mastodontici flussi migratori e' un compito dell'intera Europa. Al momento la Germania sta accogliendo i due terzi dei profughi siriani arrivati nella Ue: gran parte di questi rimane in Baviera. Abbiamo bisogno di solidarieta', in Germania cosi' come in Europa", ha dichiarato Mueller, il quale propone "un piano d'emergenza da 10 miliardi di euro con un amministratore per i profughi che gestisca gli aiuti negli Stati confinanti con la Siria".

E mentre Mueller chiede di aiutare i profughi all'estero, la sua collega a capo del dicastero del Lavoro mette le mani avanti: se a causa dei flussi migratori peggioreranno i dati relativi alla disoccupazione in Germania, non sara' lei a risponderne. Con queste parole Andrea Nahles ha frenato gli entusiasmi di chi sino a questo momento ha giudicato scontata la garanzia di un impiego alle decine di migliaia di richiedenti asilo che varcano i confini tedeschi.

"Nemmeno uno su dieci puo' essere collocato direttamente", ha messo in guardia Nahles, la quale si e' detta tuttavia pronta ad avviare un'ampia operazione di formazione e istruzione. Secondo l'opinionista Heike Goebel sul quotidiano "Frankfurter Allgemeine Zeitung", si trattera' di un processo, "lungo, difficile e dispendioso e - come ha insegnato la storia della riunificazione tedesca - non necessariamente votato al successo".

E se dal governo si moltiplicano i segnali di nervosismo, in Baviera cresce l'insofferenza: Il Partito cristiano-sociale (Csu, consorella bavarese della Cdu) ha preso le distanze dall'intesa tra Unione di centro-destra e Spd sulla politica dell'immigrazione. Secondo il ministro delle Finanze bavarese, Markus Soeder, l'afflusso di centinaia di migliaia di profughi in Germania sottopone il paese ad uno stress eccessivo.

L'ex ministro degli Interni Hans-Peter Friedrich ha messo in guardia: "Abbiamo perso il controllo". I due esponenti della Csu hanno criticato con particolare durezza la decisione della cancelliera Angela Merlel di aprire le porte ai profughi dall'Ungheria. La cancelliera tedesca, pero', continua dispensare ottimismo: "Attualmente la nostra situazione economica e' buona, riusciremo a coprire i costi per l'accoglienza dei migranti", ha dichiarato Merkel questa mattina ai media tedeschi. Ma il suo governo, la sua maggioranza, sono appesi a un filo molto sottile.

Redazione Milano.

La soluzione al problema dei profughi? Non interferire negli affari di altri paesi. Ron Paul

La soluzione al problema dei profughi? Non interferire negli affari di altri paesi. Ron Paul

Gli stessi governi che hanno creato il problema pensano di avere il diritto di dirci come risolverlo

L'Europa sta affrontando una delle peggiori crisi degli ultimi decenni, scrive Ron Paul sul giornale online del suo Istituto La scorsa settimana, decine di migliaia di migranti sono entrati nell'Unione europea attraverso l'Ungheria nella speranza di raggiungere la Germania.

Mentre i media si concentrano sulla tragedia umana di tante persone sradicate e costrette a viaggiare in circostanze pericolose, c'è ben poca attenzione sugli eventi che li hanno portati a lasciare i loro paesi. Certo, abbiamo tutti dei sentimenti per gli sfollati, soprattutto i bambini, ma non dimentichiamo che questa è una crisi artificiale ed è una crisi creata dai governi.

La ragione per cui così tanti fuggono da luoghi come la Siria, la Libia, l'Afghanistan e l'Iraq è che la politica estera interventista di Stati Uniti ed europei ha lasciato questi paesi destabilizzati, senza speranza di ripresa economica. Questa migrazione di massa dal Medio Oriente è il risultato diretto della politica estera neoconservatrice di "regime change".

Anche quando gli Usa hanno rovesciato con successo un regime, come in Iraq, ciò che si sono lasciati alle spalle è un paese quasi inabitabile che ricorda tanto il detto attribuito a un importante generale degli Stati Uniti nella guerra del Vietnam che, discutendo il bombardamento di Ben Tre, disse : "Era necessario distruggere la città per salvarla ".

Gli europei condividono una buona dose di colpa. Francia e Regno Unito sono stati entusiasti sostenitori dell' attacco alla Libia ed erano i primi sostenitori della politica di "Assad deve andare". Assad non sarà un bravo ragazzo, ma le forze che si sono scatenate per rovesciarlo sembrano essere peggiori e molto più pericolose. Non c'è da meravigliarsi se le persone sono così disperati da decidere di lasciare la Siria.

La maggior parte di noi ha visto la foto straziante del bambino siriano che giaceva annegato su una spiaggia turca. Mentre gli interventisti stanno sfruttando questa tragedia per chiedere attacchi diretti degli Stati Uniti contro il governo siriano, il bambino fuggiva da Kobane, città curda contesa tra curdi e l'ISIS. E come sappiamo non c'era l'ISIS in Iraq o in Siria prima dell'invasione statunitense dell'Iraq nel 2003.

Come spesso accade quando c'è un contraccolpo da una cattiva politica estera, le stesse persone che hanno creato il problema pensano di avere il diritto di dirci come risolverlo senza mai ammettere le loro colpe.

Così vediamo il generale David Petraeus che offre la sua soluzione al problema in Siria: facciamo un'alleanza con Al Qaeda contro ISIS! Petraeus è stato capo della CIA, quando gli Usa hanno lanciato la loro segreta politica di cambio di regime in Siria, e lui è stato responsabile del "surge" in Iraq, che ha contribuito alla creazione di al-Qaeda e ISIS in Iraq e in Siria. L'idea che gli Stati Uniti possano salvare la loro politica disastrosa Siria stringendo un'alleanza con al-Qaeda è orribile. 

Ecco la vera soluzione al problema dei profughi: smetterla di interferire negli affari di altri paesi. Abbracciate la prosperità che viene generata da una politica estera di pace, non la povertà che causa il mantenimento di un impero.

La crisi strutturale dell'UE accelera la fine del ciclo “AmeriKano”

La crisi strutturale dell'UE accelera la fine del ciclo “AmeriKano”


Alba euromediteranea e LatinAmerica. Achille Lollo intervista Luciano Vasapollo

di Achille Lollo*, Contropiano

Gli sviluppi della crisi greca dimostrano chiaramente la spaccatura all'interno dell'UE con la Germania che guida il processo di neo-colonizzazione dei paesi europei mediterranei. Per questo la rottura politica e l'abbandono dell'Euro possono diventare una parola d'ordine per complementare l'evoluzione del conflitto capitale/ lavoro. Nel frattempo, in America Latina i paesi dell’ALBA, nonostante la reazione sviluppata dai gruppi al servizio dell’imperialismo, dinamizzano i processi di transizione socialista approfondendo con la teoria bolivariana il concetto di sovranità nazionale.

Intervista di Achille Lollo per il Brasil De Fato con il professore Luciano Vasapollo**

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Il dramma della Grecia ha fatto cadere il mito dell'opulenza economica dell'Unione Europea e nello stesso tempo ha dimostrato che i valori aggregati all'economia reale sono diventati del tutto insignificanti quando entrano in ballo gli interessi del mercato, che oggi assumono una dimensione tentacolare, in termini globali. In realtà, il mercato non è più quello degli anni ottanta o novanta, quando con una apparente timidezza, l'allora primo ministro britannico, Tony Blair presentò la “Terza Via” come alternativa social-neoliberista ai differenti processi di finanziarizzazione e di attacco generale al costo del lavoro.

Oggi, il mercato, dopo aver alimentato la speculazione e giocato con gli effetti delle crisi di natura fiscale è finalmente riuscito a controllare gli Stati e, in particolare, la sovranità politica e finanziaria degli stessi.

Un mercato che, quando vuole, impone la sua logica sovrapponendosi all'etica della democrazia borghese e agli stessi meccanismi di crescita dell'accumulazione capitalista. Il “diktat” della Troika al governo di Alexis Tsipras e al popolo greco sono il “pass par tout” del nuovo scenario geopolitico europeo e anche di quello mondiale.

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Per quale motivo, i partiti di destra e di centrosinistra, nelle loro campagne elettorali, promettono sviluppo e investimenti per l'economia reale, che poi nella programmazione dei nuovi governi scompaiono perché prevalgono gli argomenti finanziari del mercato, pur sapendo che i processi di finanziarizzazione sterilizzano l'economia e la stessa crescita dell'accumulazione capitalista?

La chiusura del ciclo speculativo dell’estate 2007, con il connesso crollo del mercato del credito mondiale, ha portato ad un rigenerato interventismo degli Stati dei paesi a capitalismo maturo, indirizzato però non al rilancio della produttività nell’economia reale, ma al salvataggio del sistema bancario e finanziario.

Tali operazioni, che puntano a ridare ossigeno alle banche, innalzano pesantemente il deficit fiscale dei paesi centrali, sia per l’entità delle somme impiegate, sia per la diminuzione degli introiti fiscali, dovuta alla decelerazione degli investimenti produttivi causati dalla riduzione del credito alla produzione, che di fatto blocca i processi di crescita dell’accumulazione capitalista. In proposito la Commissione Europea indicava che nel 2009 i paesi dell’Unione Europea si sono letteralmente giocati il potenziale di circa un terzo del loro PIL nell’aiuto delle banche in crisi, considerando complessivamente le immissioni di capitale, le garanzie per le banche e il ripristino di liquidità e la bonifica di quegli impieghi finanziari di cattiva qualità.

Si tratta in effetti di una gigantesca operazione a favore di banche, sistema finanziario e imprese, per lo più medie e grandi, per trasformare il debito privato in debito pubblico; si porta così la crisi del capitale in una direzione più pesante che è quella relativa alla crisi economica e politica degli Stati sovrani sotto forma di crisi del debito pubblico.

In tal modo il processo di privatizzazione, in atto fin dall’inizio della fase neoliberista come ulteriore tentativo per occultare gli effetti della crisi di accumulazione del capitale, che è legata ai processi di finanziarizzazione e di attacco generale al costo del lavoro, torna ad essere attuale nel momento in cui la crisi di natura fiscale piega la sovranità degli stati.

Perché il mercato, e quindi la sovrastruttura politica che lo rappresenta, è riuscito a convincere l'opinione pubblica che i punti deboli dell'economia europea sarebbero il costo del lavoro, il deficit fiscale e il debito pubblico?

Per capire quello che oggi accade bisogna ritornare alle modalità di costruzione del polo imperialista europeo che si è realizzato intorno all’asse franco-tedesco e che ha privilegiato soprattutto gli interessi economici, finanziari e geopolitici della Germania. Di conseguenza, manipolare l’opinione pubblica dicendo che gli Stati europei sono sull’orlo del fallimento, serve a mascherare la crisi economica generale di accumulazione del sistema capitalistico e il disastro dei mercati creditizi e finanziari.

Uno scenario che permette al mercato di richiedere ai governi la “socializzazione” delle perdite del sistema bancario, usando poi lo Stato per appropriarsi del denaro ottenuto dalle imposte e dalle tasse pagate dai lavora-tori. Inoltre sono sempre gli “uomini” del mercato che “suggeriscono” ai governi i tagli nell’amministrazione pubblica, le ristrutturazioni dei costi sociali e “dulcis in fundo” la riduzione dei cosiddetti costi del lavoro.

In pratica salvare l’Unione Europea significa salvare il modello di export tedesco e distruggere le possibilità autonome di sviluppo dei paesi europei dell’area mediterranea. E’ in questo ambito che si è scatenata la speculazione dei mercati finanziari internazionali sui titoli dei paesi volgarmente chiamati PIIGS (Portogallo, Irlanda, Italia, Grecia, Spagna).

L'acutizzarsi dei problemi finanziari nella maggior parte dei paesi dell'Unione Europea e la perdita di rappresentatività da parte dell'Euro, hanno messo a nudo l'essenza di una profonda crisi sistemica, determinando, tra l'altro, la fine del ciclo politico e economico degli Stati Uniti. Ciò significa che le “eccellenze” della Casa Bianca cercheranno di imporre rapidamente delle soluzioni geostrategiche, capaci di sostenere nel prossimo futuro il potere imperiale. Oggi, la guerra manovrata dell'IS in Iraq e Siria è un chiaro esempio.

D'altra parte con la rapida affermazione dei BRICS (Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica) si è creata una nuova posizione dominante, che, anche se in maniera diversificata, presenta nuove forme di potere politico del capitale. Ugualmente importante è il consolidamento dell'ALBA in America Latina, che già comincia a manifestare con forza le posizioni anti-capitaliste e anti-imperialiste. Un contesto che permette alle componenti del movimento operaio e di classe che non si erano mai arrese, di affermare che esistono solide perspettive per trasformare la crisi economica e politica in crollo del sistema di produzione capitalista, introducendo nuovi processi di costruzione di sistemi di relazioni socialiste.

La situazione di crisi politica che oggi si vive in Portogallo, Grecia, Spagna e Italia riapre il discorso sull'esistenza di due blocchi all'interno dell'Unione Europea, quella ricca, al nord, capeggiata alla Germania e quella povera del sud mediterraneo. Questo contesto può promuovere un movimento di rottura con l'Unione Europea? Può sopravvivere un'ALBA Mediterranea fuori dall'Euro?

Innanzitutto la risposta a questi interrogativi dipende da come viene gestita la capacità politica di combattere gli interessi associati dei capitali finanziari e produttivi europei e statunitensi. In secondo luogo l’uscita dall’euro dovrebbe realizzarsi in forma concertata tra i paesi della periferia mediterranea con quattro momenti, intimamente relazionati, senza i quali tale processo potrebbe risultare un disastro per tutti. Vale a dire:

a) La determinazione dei paesi dell’Europa mediterranea di creare una nuova moneta comune libera dai vincoli monetari imposti anteriormente per la costruzione dell’euro.

b) La rideterminazione del concetto di debito nella nuova moneta dell’area periferica relazionata al cambio ufficiale che si stabilisce;

c) L'azzeramento almeno di una parte consistente del debito, a partire da quello contratto con le banche e le istituzioni finanziarie, e la rinegoziazione del residuo;

d) La nazionalizzazione delle banche e la stretta regolazione sulla fuoriuscita dei capitali dall’area stessa.

E' importante sottolineare che questi elementi si devono però realizzare simultaneamente, per evitare la descapitalizzazione dell’intera regione periferica e per assumere il necessario controllo sulle risorse disponibili per gli investimenti.

Dal 2010 la disoccupazione che imperversa nei paesi dell’Europa mediterranea (in particolare Portogallo, Italia, Grecia e Spagna) è diventata un problema strutturale. In Italia, per esempio, 13,05% della forza lavoro è disoccupata. Di questi 44% sono giovani tra i 18 e i 35 anni. Con le nuova leggi sulle pensioni, nel 2050 più del 50% dei lavoratori italiani pensionabili rischiano “di non aver diritto alla pensione”. Una situazione drammatica creata “ad hoc” grazie al collaborazionismo delle tre confederazioni sindacali (UIL, CISL e CGIL) che hanno implementato un compromesso storico con il capitale, senza avere nulla in cambio.

Per questo il movimento sindacale e la stessa sinistra italiana hanno vissuto difficili momenti di smobilitazione che però hanno prodotto un effetto reattivo, soprattutto in alcuni sindacati dove la lotta per il rispetto dei benefici acquisiti ha risvegliato le emozioni della lotta di classe. E' il caso della confederazione nazionale USB (Unione Sindacale di Base) che, oggi rappresenta il polo più avanzato e combattivo del movimento dei lavoratori (occupati, precari e disoccupati) in Italia.

Com’è possibile spiegare la dinamica delle lotte dell'USB (reddito sociale, rinnovo dei contratti nel servizio pubblico, lotta ai ritmi ecc.), contrapposta all'arrendevolezza del PD berlingueriano e peggio ancora a quello di Matteo Renzi. Come è possibile convivere con il “double face” dei seguaci di Bertinotti nel PRC e l'opportunismo dei nuovi “euro-non-più-comunisti” di SEL?

Il modello sociale europeo è sempre più in crisi, solo in Germania e in Francia si mantiene in piedi. Nel resto dell'Unione Europea, ma soprattutto nei quattro paesi dell'area mediterranea (Portogallo, Italia, Grecia, Spagna), la disoccupazione è divenuta un fattore endemico e il potere d’acquisto salariale ei lavoratori è stato compresso fortemente per cercare di sanare le finanze pubbliche e rinforzare l’economia dei “patti di stabilità” e le politiche di aggiustamento.

Un contesto in cui la situazione politica e economica continua avversa ai lavoratori, grazie anche all’operato dei mass-media che fanno di tutto per dissuadere la creazione di nuove forme di lotta. D'altra parte, non dobbiamo dimenticare che l'USB nacque, nel 23 maggio del 2010, scontrandosi prima con gli uomini dei governi di Berlusconi e poi con quelli del PD, che hanno fatto di tutto per esercitare un effettivo controllo sul movimento sindacale, cercando di relegarlo ad un ruolo sempre più condizionato ai paradigmi istituzionali.

Una manovra che non è passata perché le esperienze di lotta dei sindacati di base glielo hanno impedito. Questo fatto ha ampliato la volontà di resistere per poi avviare un processo di riformulazione e soprattutto di ridefinizione ideologica dei programmi di lotta che non si limitano ai soli lavoratori occupati.

Sono forme di lotta che si estendono nella società. Per esempio l'USB, oggi porta avanti proposte concrete sul reddito sociale che si sono concretizzate, oltre che con iniziative di lotta e di mobilitazione, anche con reiterate proposte di legge sostenute con migliaia di firme raccolte in tutto il paese. Comunque, voglio precisare che la proposta del reddito sociale fu lanciata negli anni novanta quando la confederazione dell’USB ancora non esisteva. All'epoca la proposta del reddito sociale era sostenuta da tre aggruppamenti sindacali indipendenti, la SdL intercategoriale, la RdB e i CUB. Organizzazioni che, poi, nel 2010, formarono l'USB con il tesseramento iniziale 250.000 militanti. Oggi l'USB è diventata una confederazione di ambito nazionale che difende i lavoratori del servizio pubblico e quelli delle macro-aree industriali, mentre a livello internazionale è legata alla Federazione Sindacale Mondiale.

Il Venezuela, l’ALBA, Cuba e la Colombia sono i soggetti di uno scenario politico in cui gli Stati Uniti stanno perdendo influenza. Per questo le “Eccellenze” della Casa Bianca tentano di recuperare consensi in America Latina accettando di negoziare con Cuba e di appoggiare le trattative tra il presidente colombiano, Juan Manoel Santos e la guerriglia (FARC ed ELN). Nello stesso tempo la CIA inasprisce la” Guerra Permanente” (economica e psicologica) in Venezuela per destabilizzare il governo boliviano, mentre in Colombia alimenta le operazioni dell’esercito e dei gruppi paramilitari per rendere più complesse le trattative che da due anni si realizzano a Cuba. Anche in Bolivia e in Ecuador, paesi dell’ALBA, esiste il rischio di una destabilizzazione, con le “antenne” della CIA che cercano di organizzare l’opposizione. Soltanto Cuba vive un momento di relativa tranquillità, anche se i mass-media statunitensi cercano di manipolare il clima delle trattative con gli USA dicendo che: “… Presto la dittatura castrista sarà democratizzata!”.

C’è una relazione diretta tra i mass-media, la Casa Bianca e la CIA nell’evoluzione della guerra psicologica e di quella economica contro il governo bolivariano di Maduro?

Innanzitutto bisogna dire che i mass-media non hanno mai sopportato Maduro, per il fatto di essere comunista, sindacalista e di origine proletaria, un semplice autista della metropolitana di Caracas. Comunque, l’avversione nei confronti di Maduro toccò il massimo della riprovazione quando lui vinse le ultime elezioni con un margine di 300.000 voti. Persino “Repubblica” gridò allo scandalo, dimenticando, però che Romano Prodi fu eletto con una differenza di soli 18.000 voti!

Bisogna riconoscere che la riduzione del prezzo del petrolio, quasi 60%, ha creato una serie di problemi al governo bolivariano nel momento in cui le conseguenze della “Guerra Permanente” degli Stati Uniti diventavano sempre più dure. Infatti l’ultimo progetto politico di Barak Obama è quello di destabilizzare il governo bolivariano e, quindi, mettere fine a un’esperienza che contrasta gli interessi geopolitici ed economici degli Stati Unti. Infatti, il processo di destabilizzazione cominciò subito dopo la prima vittoria elettorale di Chávez con la guerra monetaria che usò la quotazione del dollaro nel mercato parallelo per cercare di rompere l’equilibrio monetario in Venezuela.

Oggi, il dollaro nel cambio ufficiale è quotato 6,5 bolivar, mentre nel parallelo è arrivato a 400 bolivar. In questo modo sono riusciti a minimizzare il potere di acquisto dei lavoratori, oltre a far esplodere la spirale inflazionista sui prezzi di tutti i prodotti. Nello stesso tempo si sono moltiplicate le operazioni di sabotaggio economico, con i grandi distributori commerciali che esportano illegalmente in Colombia i prodotti dell’industria venezuelana. Con la copertura della DEA americana, i narcotrafficanti colombiani stoccano i prodotti venezuelani - dal formaggio ai mobili - fino a quando sono ricomperati, ma in dollari dagli stessi grandi distributori che l’hanno esportata. In questo modo i prodotti basici scompaiono dai supermercati statali per riapparire in quelli privati a prezzi assurdi.

A questo punto la stampa venezuelana e l’opposizione sono scese in campo per moltiplicare gli effetti della guerra psicologica dicendo che “…In Venezuela si muore di fame, … Il regime chavista è il responsabile della carestia, … Bisogna chiudere con la dittatura di Maduro….”. In questo modo l’opposizione crea una permanente psicosi del colpo di stato. Una situazione che diventa sempre più complessa con gli attentati terroristi e gli attacchi armati dei “guarimba” che sparano per strada ai militanti del PSVU o del PCV. Negli ultimi otto mesi i “guarimba” hanno ucciso più di ottanta persone!”.

Per quali motivi gli USA stanno portando avanti questa Guerra Permanente contro il Venezuela?

Il Venezuela è il quinto esportatore di petrolio greggio, ma è anche il primo per quanto riguarda le riserve, che sono di molto superiori a quelle dell’Arabia Saudita. Prima l’85% del profitto ricavato con la vendita del petrolio andava alle multinazionali. Oggi, il governo bolivariano lo reinveste nelle Missiones, che sono dei programmi che a costo zero offrono alla grande maggioranza della popolazione i benefici dell’istruzione, dei servizi medici e ospedalieri, la costruzione di abitazioni, trasporti, oltre alla diffusione della cultura e dello sport. Quindi, per gli USA lo smantellamento della rivoluzione bolivariana in Venezuela è un obiettivo geopolitico e geostrategico, perché oltre che a riappropriarsi del petrolio pretendono far morire questa grande esperienza di transizione per il Socialismo del Secolo XXI, nei paesi dell’ALBA, per l’appunto il Venezuela, la Bolivia e L’Ecuador”.

La riapertura delle rispettive ambasciate significa che le problematiche politiche tra Cuba e gli USA sono state risolte? Perché ilNew York Timesafferma che con queste trattative Cuba va in direzione di una democratizzazione?

Quello che i mass-media non dicono è che Cuba si è seduta al tavolo dei negoziati ponendo delle condizioni minimali che poi gli USA hanno accettato. Vale a dire: a) pari dignità nel tavolo delle trattative; b) il corpo diplomatico statunitense non deve far politica a l’Avana, come quello cubano non la farà a Washington; c) Deve essere risolta l’annosa questione del blocco commerciale perché distrugge qualsiasi tentativo di espansione della pianificazione socio-economica in Cuba; d) Il governo cubano esige che la base di Guantanámo sia smantellata per permettere che quel territorio – occupato dagli USA fin dal 1901 -, torni a far parte della sovranità cubana. Inoltre la “Grande Stampa” non dice che la trattativa sarà molto lunga perché il governo cubano non cederà una sola virgola sulla questione del socialismo”.

Nel 2013 le FARC e poi anche l’ELN hanno intrapreso delle trattative con il governo colombiano un possibile trattato di pace. Cosa manca per arrivare alla firma finale?

Come in tutte le trattative che contrappongono un governo e una guerriglia che rappresenta una guerra di classe in atto, il nodo principale da sciogliere è la situazione dei prigionieri politici e quella del cessar fuoco bilaterale. Le FARC e L’ELN hanno inizialmente dichiarato il cessar-fuoco unilaterale per convincere il presidente Santos a fare lo stesso. Infatti, è difficile parlare di pace se poi l’esercito e i paramilitari entrano nei villaggi arrestano, torturano e uccidono chi è sospettato di avere contatti con la guerriglia.

Nelle prigioni colombiane ci sono all’incirca 8000 prigionieri politici e un terzo di questi sono sindacalisti, militanti dei movimenti contadini per la terra e per i diritti umani. Quindi, se il governo non apre le prigioni decretando un’amnistia per i prigionieri politici, se poi la magistratura non garantisce ai guerriglieri delle FARC e dell’ELN l’incolumità per il riciclo politici e se l’esercito e i gruppi paramilitari continueranno con le operazioni di “tierra queimada” le trattative falliranno e la guerra ricomincerà”.

*****

* Achille Lollo è il corrispondente in Italia del giornale Brasil De Fato, Editor del programma TV “Quadrante Informativo” articolista del "Correio da Cidadania. Collabora con “ALBA Informazione” e “L’Antidiplomatico”.

** Luciano Vasapollo. Oggi, 60 anni, è professore di Analisi Dati di Economia Applicata all’Università di Roma “La Sapienza”, disimpegnando l'incarico di Delegato del Rettore per le Relazioni Internazionali con i Paesi dell’ALBA. È anche professore nelle Università cubane di La Habana (Cuba) e Pinar del Río.

È “Miembro de Honra” del Consiglio Accademico del Centro di Ricerca del Ministero dell’Economia e della Pianificazione della Repubblica di Cuba.

Profondo studioso del marxismo, oggi, è considerato uno dei principali analisti europei della rivoluzione bolivariana e del processo di transizione al Socialismo del Secolo XXI. Insieme a Attilio Boron, (Argentina), Riccardo Antunes (Brasile) e James Petras (USA) è considerato uno dei pochi teorici marxisti che hanno affrontato il problema del modernità rivoluzionaria del marxismo. Pe questo fu invitato da Fidel Castro e Hugo Chávez per identificare il potenziale politico dell'ALBA.

Militante, in gioventù, dell’organizzazione “Potere Operaio” a Roma e poi membro attivo del Movimento ha partecipato in tutte le lotte dei sindacati di base. Nel 2010, ha contribuito alla fondazione dell'Unione Sindacale di Base (USB), la confederazione sindacale indipendente che “...resiste all'attacco del neoliberalismo...”.

Insieme a Rita Martufi dirige il Centro Studi CESTES dell’USB e le riviste “Proteo” e “Nuestra Amèrica”. Svolge l'attività di Advisor Board nella rivista “Historical Materialism” e quella di Editor nei Comitati, nei Consigli editoriali e nelle Commissioni di Redazione di diverse riviste internazionali, tra le quali la “Revista de Ciências Sociais, Politica e Trabalho” dell’Università Federal di Paraiba (Brasile), la “Revista Outubro” dell’Istituto di Studi Socialisti di São Paulo (Brasile); la rivista “Sociedade Brasileira de Economia Politica” ; la “Revista Laberinto de Filosofia, Politica y Economia”, della Università di Malaga (Spagna). Ed è anche consigliere editoriale della casa editrice Jaca Book (Milano, Italia) per l’area “Macroeconomia e statistica economica”.

Ha scritto 18 libri, e in altri 32 è co-autore. Insieme a Rita Martufi), nel 2012, ha pubblicato “Il risveglio dei Maiali -PIIGS, Portogallo, Irlanda, Italia, Grecia Spagna”, pubblicato da Jaca Book e poi tradotto in spagnolo. Ultimamente ha pubblicato “L’ALBA di una futura umanità, dieci anni dell'Alleanza Bolivariana dei Popoli di Nuestra America”, con la collaborazione di Efrain Echevarria, Gloria Martinez Gonzalez, Rita Martufi e Alejandro Valle.

Il successo della morte su schermo: il duplice omicidio in Virgina 'premia' le tecniche dell'ISIS

Il successo della morte su schermo: il duplice omicidio in Virgina 'premia' le tecniche dell'ISIS

La scorsa estate l’Isis ha iniziato a consolidare il proprio brand tagliando la gola ad alcuni reporter occidentali e diffondendo i video delle esecuzioni

di Augusto Rubei, MicroMega

Si chiama Vester Lee Flanagan, è afroamericano. Ha freddato con una decina di colpi di arma da fuoco due suoi ex colleghi di lavoro: una giornalista, Alison Parker, 24 anni e il cameraman Adam Ward, 27 anni. Il duplice omicidio è avvenuto in diretta alle telecamere della WDBJ7, un’affiliata della Cbs. Un assassinio in piena regola, in tv, live. Se qualcuno lo avesse filmato, probabilmente avrebbe pensato al colpo del secolo. Vester lo ha fatto, l’ha raccontato a modo suo, con un video del delitto pubblicato e condiviso con gli utenti sui social.

La cruda realtà in meno di 50 secondi. Non un reality, non più la televisione che lambisce i confini della realtà, ma il piccolo schermo che li travalica. In un timing a sorpresa e per questo sorprendente, deciso da un evolversi di eventi imprevedibili. Le immagini in poche ore hanno fatto il giro del mondo e catturato le aperture dei principali network internazionali. La morte in mondovisione è soprattutto questo: notizia. A noi giornalisti ce lo insegna il mestiere. Il cinismo non c’entra, conta l’impatto, la forza emotiva dell’immagine. Quando hai qualcosa che non serve descrivere a parole, significa che hai fatto bingo.

Possiamo definirla “vetrina sociale”, anche se gli autori Thompson e Giddens preferirono chiamarla “sequestro dell’esperienza”, vale a dire il meccanismo per cui le forme e i tempi della società capitalistica hanno pian piano smussato ogni angolo della nostra vita quotidiana, sollecitando, a loro volta, la massa verso una fruibilità narrata e dipinta dalla potenza dei mass media.

In questo controverso processo abbiamo dovuto far propri nuovi linguaggi, appropriarci di nuove cornici emotive, in larga parte affettate o di natura prevalentemente artificiosa, condite ad esempio da colori sgargianti: il rosso più rosso del sangue; o da colpi di scena improvvisi: un proiettile esploso e schivato da una piroetta acrobatica in slow-motion.

Se è vero che la morte non è una idea chiara e distinta che predisponga all'azione ma un sentimento che si esprime, più che nella paura, nella sua angoscia (scriveva Søren Kierkegaard), è anche vero che lo choc in mondovisione, nell'era della digitalizzazione, si lega inevitabilmente a quello della noia. Questo è un tema che andrebbe approfondito analiticamente, ma intanto, guardando all’attenzione rivolta al caso in Virginia possiamo limitare a dirci che il duplice omicidio in diretta tv di Alison Parker ed Adam Ward ha definitivamente sancito il successo della morte su schermo, o teletrasmessa (anche via web), premiando – involontariamente - le tecniche manipolatorie adottate dallo Stato Islamico.

La scorsa estate l’Isis ha iniziato a consolidare il proprio brand tagliando la gola ad alcuni reporter occidentali e diffondendo i video delle esecuzioni online, ricorrendo peraltro all'ausilio di service di comunicazione che rendessero il fatto uno spot, nel chiaro tentativo di accreditarsi agli occhi della comunità internazionale e moltiplicare in questo modo i propri canali di proselitismo. C’è riuscito, al Baghdadi, ispirandosi e prendendosi gioco di un modello occidentale violento.

Le decapitazioni hanno rappresentato uno strumento indispensabile per raggiungere il pathos di una teatralità che ancora oggi affonda le proprie radici nel nostro passato. Basti pensare a Maria Antonietta d’Asburgo, o all’ex criminale tedesco Eugen Weidmann, l’ultimo ghigliottinato a Versailles nel ’39: teste mozzate per la gloria di molti. Spettatori e platee. Una scabrosa barbarie, che cela lo stesso schema seriale di Vester Lee Flanagan.

Non è niente di più che il pane di cui ci nutriamo ogni giorno, alla ricerca di quanto più irrealizzabile possa accadere. Qualcuno, con improvvida ironia, direbbe che è semplicemente la stampa, bellezza.

La Russia ribadisce: «Continueremo a sostenere militarmente la Siria alla luce del sole»

La Russia ribadisce: «Continueremo a sostenere militarmente la Siria alla luce del sole»

Mentre Francia e Gran Bretagna annunciano di voler attaccare le la Siria con il pretesto di colpire l'Isis, la Russia continua a ribadire il suo sostegno politico, e non solo, anche militare al Paese arabo.

Se il Presidente francese François Hollande, il più impopolare della V Repubblica, ha ribadito, nuovamente, che il legittimo Presidente siriano, Bashar Al Assad "deve andarsene" e che il suo paese è pronto ad effettuare attacchi sul suolo siriano contro l'Isis, la Russia, dal canto suo, così come l'Iran, conferma il sostegno politico e militare al governo siriano. Proprio Hollande nelle sue dichiarazioni rilasciate oggi aveva messo in dubbio il sostegno della Russia al governo siriano, affermando: «la Russia è un alleato del regime siriano, ma questo non vuol dire che sia un alleato incrollabile di Assad, anche la Russia vuole trovare una soluzione».

A spazzare via ogni dubbio, le dichiarazioni, riportate da Hispantv della portavoce del Ministero degli esteri russo, Mary Zajárova.

«La Russia non ha mai nascosto che sta fornendo assistenza militare alle autorità siriane con l'obiettivo di combattere il terrorismo», ha affermato Zajarova. In merito alle preoccupazioni espresse dal Segretario di Stato USA, John Kerry sull'assistenza Russia alla Siria, Zarjarova ha precisato: «Lavrov ha confermato (al suo omologo statunitense), che tale assistenza è stata sempre fornita e continua ad essere fornita».

Oltre a Francia e Gran Bretagna anche il Qatar è intenzionato ad effettuare attacchi in Siria contro l'Isis. Un vero proprio paradosso per un paese patrocinatore del terrorismo. Le prossime settimane saranno comunque decisive per capire il valore del sostegno di Iran e Russia alla Siria nella liberazione del paese dai gruppi terroristi.

Francesco Guadagni

10 settembre 2015

Francia e Gran Bretagna scaldano i bombardieri. Contro l’Isis? No contro Damasco

 Francia e Gran Bretagna scaldano i bombardieri. Contro l’Isis? No contro Damasco

Hollande e Cameron sembrano intenzionati a giocare la carta dei raid sulla Siria sfruttando l’onda emotiva che colpisce l’opinione pubblica

di Sergio Cararo

(Direttore di contropiano.org)

E adesso tutti vogliono andare a bombardare in Siria. L’opinione pubblica è ormai sufficientemente coinvolta, prima dall’impatto degli “orrori dell’Isis”, poi dalle immagini dei profughi siriani arrivati nel cuore dell’Europa con la foto del bambino morto su una spiaggia turca a fare da immagine-simbolo, ma anche come bulldozer mediatico per mettere a tacere ogni riluttanza e ogni capacità di discernimento. Si va a bombardare in Siria dunque, ma chi e per fare cosa? Dalle dichiarazioni ufficiali si conferma ormai che l’Isis è una solo una sorta di spauracchio a uso e consumo del consenso intorno all’intervento militare che ha come vero obiettivo la destabilizzazione finale del regime di Bashar Al Assad il quale, contrariamente ai pronostici e alla guerra civile scatenata dal paese dalle potenze occidentali e dalle petromonarchie del Golfo, negli ultimi quattro anni è riuscito a rimanere in piedi in una parte del paese.

Londra e Parigi stanno infatti scaldando i motori dei bombardieri. Da un lato annunciano l’accoglienza per 15mila profughi siriani direttamente dai campi, dall’altro intendono iniziare entro ottobre una campagna di raid aerei in Siria. La Gran Bretagna pensa di impiegare i bombardieri Tornado stanziati nella base militare britannica a Cipro e finora utilizzati solo sporadicamente contro i miliziani dell’Isis sull’Iraq. Il ministro britannico George Osborne alla riunione dei ministri del G-20 adAnkara aveva affermato che “un piano per una Siria più stabile e in pace” deve prevedere la lotta contro la “radice del problema: il malvagio regime di Bashar al-Assad e i terroristi dell’Isis”. Dunque i bombardieri inglesi non si dedicheranno solo ai tagliagole dell’Isis ma anche – e secondo noi soprattutto – alle forze armate siriane.

Il presidente francese Francois Hollande, ha invece deciso l’avvio immediato di voli di ricognizione sulla Siria che dovrebbero anticipare i bombardamenti dei Mirage 2000 e dei Rafale delle forze aeree francesi. Un esperto militare come Gianandrea Gaiani scrive su Analisi Difesa che “le parole di Hollande lasciano qualche dubbio circa il fatto che il nemico che Parigi vuole colpire sia davvero l’ISIS”, appena due anni or sono i franco-britannici erano entusiasti inviare i oro jet a colpire la Siria di Assad. “A meno che Londra e Parigi non seguano le orme di Ankara con i jet di Ankara che da oltre un mese, con la scusa della guerra all’ISIS, bombardano i curdi, cioè i più fieri avversari dei jihadisti” sottolinea giustamente Gaiani.

"L'esodo massiccio di siriani, il fallimento della coalizione nel far retrocedere l'Isis in Iraq o ancora la maggiore presenza militare russa sul campo, stanno facendo lentamente cambiare la posizione francese", commenta Le Monde, ricordando che la Francia già partecipa con alcuni aerei alle operazioni in Iraq della coalizione diretta dagli Usa contro l'Isis. Ma non vuole fare altrettanto in Siria, per non aiutare in questo modo il regime di Bashar al Assad. Parigi invece potrebbe intervenire militarmente in Siria "per questioni di sicurezza interna" e "in tutta indipendenza", avrebbe spiegato una fonte governativa al quotidiano.

Ad agosto, il presidente statunitense Barack Obama aveva dato l'autorizzazione alle forze Usa per compiere raid aerei in difesa dei gruppi di ribelli siriani addestrati dagli Usa nell'ambito della sua strategia anti-Isis, ma anche se ad attaccarli fossero state le forze del presidente siriano Bashar al Assad. 

La risposta della Russia a questa direttiva di Washigton non si era fatta attendere. I possibili raid aerei Usa per proteggere l'opposizione siriana, secondo il Cremlino, potrebbero destabilizzare ulteriormente la situazione in Siria facendo il gioco dell'Isis. ''Mosca ha sottolineato ancora una volta che l'assistenza, tanto piu' con mezzi finanziari o tecnici all' opposizione in Siria, porta all'ulteriore destabilizzazione del Paese'', aveva dichiarato Dmitri Peskov, portavoce di Putin. ''In sostanza questo porta ad una situazione nel Paese di cui possono approfittare i terroristi del cosiddetto Stato Islamico perche' e' in questo modo che la dirigenza indebolita perde il suo potenziale per combattere l'ulteriore espansione dello Stato Islamico''.

Su questa frenesia da bombardamento, contro l’Isis ufficialmente, ma contro le forze di Assad più probabilmente, si innesta l’emergenza profughi con la decisione della Germania di aprire le porte ma solo ai rifugiati siriani. Un dettaglio che, a questo punto, si presta a interpretazioni molto diverse da quelle del diritto di asilo e dell’aiuto umanitario.

Ma i governi europei sono ormai “fulminati” sulla via di Damasco e decisi a sfruttare per i propri interessi (in questo caso la destabilizzazione finale della Siria di Assad) l’impatto emotivo derivante dall’emergenza rifugiati che è arrivata nel cuore dell’Europa. Hollande e Cameron sembrano quindi intenzionati a giocare la carta dei raid sulla Siria sfruttando l’onda emotiva che colpisce l’opinione pubblica, scrive Analisi Difesa e cita a tale un proposito alcuni sondaggi, come quello condotto in Francia dalla Odoxa secondo cui il 61% del campione di un migliaio di francesi sarebbe favorevole a un intervento addirittura terrestre contro l’ISIS in Siria, mentre in Gran Bretagna il sostegno a un intervento militare in Siria raccoglierebbe il consenso del 52% consensi pur senza specificare se si tratti intervento aereo o anche terrestre ,secondo un sondaggio pubblicato dal Sun.

Da cosa nasce questa accelerazione di Gran Bretagna e Francia? La prima, più che con i partner europei, da sempre gioca le partite in proprio e in raccordo con gli Stati Uniti. La Francia invece intende recuperare sul piano dell’attivismo (e dell’avventurismo) militare il protagonismo e l’autorevolezza che sul piano politico è stata invece incassata dalla Germania. Berlino fa il “beau jeste” dell’accoglienza dei profughi siriani e la Francia va a bombardare la Siria, con una ripartizione di bombe tra tagliagole dell’Isis e soldati siriani che sarà da uno a dieci (una contro l’Isis, dieci contro le forze armate di Assad).

In questo contesto desta sorpresa la momentanea prudenza del governo italiano e di Renzi “In Siria c'è un presidente, (Bashar al) Assad, che controlla una parte del territorio. L'Italia non partecipa a iniziative che Francia e Inghilterra hanno annunciato di studiare" ha affermato Renzi intervenendo alla trasmissione Porta a porta. “Quanto avvenuto in Libia con Gheddafi insegna ad avere attenzione a non avere un atteggiamento poco responsabile nell'affrontare la crisi in Siria ed Iraq”, ha sottolineato.

Ma negli altri paesi europei (e secondo noi ben presto anche in Italia) c’è una opinione pubblica ormai abilmente frastornata con immagini che non ammettono repliche né discernimento (il piccolo Aylan morto sulla spiaggia), esaltata con la bandiera europea portata in testa alla marcia dei profughi siriani dalla “cattiva Ungheria alla buona Germania”, con l’Inno alla Gioia di Beethoven (che è anche l’inno della Ue) che dilaga nelle amplificazioni delle stazioni, chiede solo che “i governi facciano qualcosa, qualsiasi cosa”. Se poi andranno a bombardare Damasco invece che le postazioni dell’Isis, nessuno ci farà troppo caso.

In un mese la Cina si è sbarazzata di 94 miliardi di dollari dalle riserve di valuta estera

In un mese la Cina si è sbarazzata di 94 miliardi di dollari dalle riserve di valuta estera

Le scorte di 3557 miliardi diminuiranno di circa 40 miliardi al mese per il resto del 2015. Bloomberg

Poco dopo la mossa della People's Bank of China di svalutare lo yuan, la Cina ha venduto da qualche parte circa 100 miliardi di buoni del Tesoro USA nel giro di sole due settimane. A luglio, invece, il blog americano ZeroHedge aveva notato che la Cina aveva scaricato già ben 143 miliardi di dollari in buoni del Tesoro USA in tre mesi via Belgio, lasciando la Goldman senza parole per una volta. 

Lunedì i dati ufficiali hanno confermato che la Banca Popolare Cinese si è sbarazza di oltre 94 miliardi di dollari dalle riserve di valuta estera nel solo mese di agosto, portandole a 3557 miliardi. Le riserve in valuta estera cinese erano 3710 miliardi di dollari nel maggio 2015. 


“La Banca Popolare della Cina scarica dollari e acquista yuan per sostenerne il tasso di cambio, una politica che ha ridotto di 315 miliardi di dollari le riserve valutarie negli ultimi 12 mesi. Le scorte di 3650 miliardi diminuiranno di circa 40 miliardi al mese per il resto del 2015, secondo le stime di un’indagine di Bloomberg. Strategicamente e probabilmente è intenzione della Cina trovare il momento giusto per alleggerire l’eccessivo cumulo di titoli del Tesoro USA”.

"Io che ero ministro della Libia post Gheddafi dico: la Nato ha ucciso il Medio Oriente con le menzogne"

Io che ero ministro della Libia post Gheddafi dico: la Nato ha ucciso il Medio Oriente con le menzogne

"A proposito di bombardamenti…ricorda quando attaccarono la Libia nel 2011, accusando le forze di Gheddafi di stupri, di aggregare mercenari ecc.? Nessuna di queste accuse avanzate a livello di Nazioni unite per giustificare ha avuto riscontri."

FATIMA AL HAMRUSH, MEDICO, MINISTRO DELLA SALUTE DEL GOVERNO LIBICO DI TRANSIZIONE (POST GUERRA NATO, dicembre 2011- dic 2012. Ora è tornata a lavorare in Irlanda, dove una radio l’ha intervistata.
 
 
D. Che cosa ha suscitato la foto del bambino curdo annegato in Turchia?


FATIMA. Finora tutti cercavano di stornare lo sguardo dalla realtà. Ci sono stati tanti bambini morti. Questo è stato fotografato. E’ la punta dell’iceberg. Non è la prima e nemmeno l’ultima. Ho confrontato questa situazione con l’olocausto. L’unica cosa che manca sono le camere a gas. In Medioriente c’è una massa di persone che scappano dalle loro case per paura di essere uccise, le donne per non essere schiavizzate dal cosiddetto Isis. Il fatto che accettino di rischiare di morire alle frontiera o in mare dice chiaramente quanto sia disperata la loro situazione. Vede, il Medio oriente è in un momento terribile. All’inizio eravamo tutti contenti di queste “primavere arabe”, e speravamo nel meglio. Ero anche io fra chi voleva il cambio ma ora credo che sia andata malissimo, e non parlo di teorie cospirazioniste, ma di fatti provati. Si sta distruggendo il Medio oriente, per creare una nuova mappa.

D. E chi è dietro questo?

FATIMA. Se il Medio oriente non fosse ricco, tutto questo non succederebbe! Ci sono molti e potenti interessi.

D. Interessi da fuori?

Sì. E’ provato ormai da molte cose. Pensiamo alla Libia, il pese che conosco meglio, il mio paese. Quando iniziammo la primavera araba, volevamo un futuro migliore. Ma in seguito, da ministro rimasi scioccata dal numero di compagnie straniere che bussavano alla porta perché volevano concludere affari, quando il paese non poteva. Non solo: i servizi segreti stranieri in Libia, sono diventati più presenti e forti dei nostri. Infine, i gruppi estremisti, al Qaeda, gli antenati dell’Isis, erano fiorenti in Libia. Una parte della popolazione aveva all’inizio simpatizzato con loro perché Gheddafi li aveva messi in prigione. Ora vediamo bene che aveva ragione, ma allora non lo sapevamo. Quando lui andò in tivù all’inizio della crisi e disse: “Sarete governati da al Qaeda, governerà il paese, schiavizzerà le donne”, i libici ridevano, “ma che sta dicendo? inventa”. Adesso vediamo che aveva ragione. Intere città libiche sono cadute completamente nelle mani del cosiddetto Isis. 

D. L’Isis vuole creare il califfato in Medioriente; la Siria è stata il trampolino. Come mai gli interessi occidentali alla fine li hanno appoggiati, quando quelli dicono di voler distruggere l’Occidente, fanno attacchi, propongono distruzioni?

FATIMA. Devo precisare. Non accuso gli occidentali, vivo qui da 20 anni e il popolo è ok, parlo di certi politici…


D. Robert Fisk parla appunto di disconnessione fra la classe dirigente e le popolazioni…

FATIMA. Sì, lo rispetto e quel che dice riflette davvero quel che avviene in Medioriente. Non tutti i politici sono cattivi. Ma molti ritengono che per l’interesse superiore del loro paese si può fare qualunque cosa. Non è giusto. E finalmente questo bambino ha toccato tutti noi.

D. Davanti a questa fuga in massa di persone che cercano di evitare la morte, l’Europa dovrebbe accoglierne di più?

FATIMA. Queste persone vorrebbero rimanere a casa loro. Vorrebbero la pace. E come mai i paesi arabi del Golfo non li accolgono come rifugiati, visto che sono arabi? Anzi, quando vanno là sono trattati male. Quindi vengono in Europa, ma vogliono tornare indietro se arriva la pace. Ringrazio la Germania per quel che ha fatto. Ma voglio tornare a quello che queste persone vogliono. Io stessa vorrei tornare in Libia e aiutare il mio paese, ma c’è una sentenza di morte su di me da parte dei jihadisti: mi hanno accusata di essere contro la religione, perché ero contro di loro. Così vanno le cose in quei luoghi. Insomma, chi scappa vorrebbe poter tornare a casa! 

D. Allora che cosa deve fare l’Occidente? Deve guardare alle cause di queste situazioni. Perché è successo? 

Parliamo ad esempio della Libia. Mi ha molto colpita il fatto di sentire che tutta la discussione a livello europeo è su “come distribuirsi i profughi”. E invece nessuno si sofferma sulle cause, sul perché. Come esempio. Torno sempre alla Libia perché è il caso che conosco bene. Le frontiere libiche sono completamente aperte, perché c’è molta corruzione oggi, e confusione, è il caos totale. Ma le frontiere da dove queste persone arrivano, sono frontiere sorvegliate, presidiate, no? Terra, aereo, mare. Quelli che arrivano da quei paesi, per esempio in aereo dalla Turchia, sono già stati controllati, alla partenza. E così quando partono da paesi africani. Vuol dire è là la radice del problema. C’è una rete mafiosa che manda queste persone, promette loro una vita migliore, sapendo che qualcuno in Libia li tratterà come schiavi, mettendoli su barconi che affondano... Chi manda queste persone? Chi fa loro promesse? Perché queste persone arrivano in aereo in Libia dove non ci sono controlli? I governi potrebbero collegarsi!

D. Dunque i trafficanti…Certo lei dice che le persone vogliono stare nei loro paesi ma non possono, c’è l’Isis. La mia domanda è: dove sono gli Usa e le “forze alleate” che andarono in Afghanistan e Iraq?

FATIMA. E’ molto facile trovare su internet il video nel quale la stessa Hillary Clinton ha ammesso, al Congresso: “we created them”; li abbiamo creati noi. Nella lotta fra Usa e Unione sovietica, gli Usa crearono al Qaeda, e l’Isis è il figlio di al Qaeda, a un più profondo livello di atrocità. Quel che fanno, lei pensa che serva ai musulmani? Ma no, i musulmani sgozzati, catturati, trattati come schiavi solo le loro prime vittime dirette, e quelle indirette sono i musulmani e gli arabi che scappano. 

D. Allora le forze statunitensi e alleate che hanno già creato così tante tragedie storicamente in questo mondo, lei pensa che loro possano combattere e sconfiggere l’Isis?

FATIMA. No, non sono d’accordo. Guardi a tutti i paesi nei quali sono andati, che destino: Iraq, non c’è più l’Iraq adesso!

D. E allora? Lasciamo l’Isis libero di creare il califfato?

Penso che i servizi segreti sappiano come fare. La persona accusata di ucciso l’ambasciatore Chris Stevens 
in Libia, una forza speciale degli Usa è arrivata, lo ha preso e l’ha portato negli Usa. Se vogliono prendere i responsabili, possono farlo così, senza…

D. …Senza andare con bombe e uccidere innocenti…

A proposito di bombardamenti…ricorda quando attaccarono la Libia nel 2011, accusando le forze di Gheddafi di stupri, di aggregare mercenari ecc.? Nessuna di queste accuse avanzate a livello di Nazioni unite per giustificare ha avuto riscontri. Niente stupri di massa, niente mercenari portati in Libia (c’erano corpi speciali a guardia di Gheddafi); e anche la terza scusa secondo la quale le forze di Gheddafi stavano per arrivare a sterminare l’est del paese, si è rivelata falsa. Dunque dopo quest’esperienza, i popoli non vogliono più interventi da parte di qualunque comunità internazionale. Vogliamo che quei paesi che ci mandano terroristi siano fermati. Possiamo fare da noi. Quando ci buttano questi terroristi nel paese, e non possiamo controllarli, ecco che noi diventiamo una piscina dove nuotano, una terra di nessuno per questi terroristi!

D. Quindi quelli che si radicalizzano e vogliono partire per il Medioriente, dovrebbero essere fermati?

Certo! Si sa chi chi sono. Le dico questo. Il sindaco di Tripoli, la mia capitale, è irlandese, perché ha vissuto qui e ha ottenuto la cittadinanza irlandese, oltre a quella libica. Poi è arrivato in Libia per fare la “rivoluzione”, e si è rivelato essere un estremista, non dirò terrorista, ha aiutato a mandare armi e combattenti in Siria. Ha anche formato una brigata in Siria. E poi, è diventato sindaco di Tripoli! Non lo è più…Comunque l’Irlanda sa di lui!

D. In ogni caso, certo dobbiamo aiutare chi si ammassa alle nostre frontiere, anche se vogliono tornare a casa. 

Certo, occorre aiutarli. Ci sono due tipi di migranti. Quelli che scappano dall’orrore, e quelli che vogliono una vita migliore, come gli africani. E dall’altra parte ci sono i terroristi che arrivano qui. L’intelligence sa bene come separarli. 

Trascrizione e traduzione di Marinella Correggia

Le cause della crisi migratoria sono le guerre che Usa e Ue alimentano. Eurodeputata spagnola

Le cause della crisi migratoria sono le guerre che Usa e Ue alimentano. Eurodeputata spagnola

"Un paese che si rifiuta di accogliere la propria quota di rifugiati dovrebbe essere portato davanti alla Corte di Strasburgo"

"Le cause della crisi dell'immigrazione in Europa sono le guerre che l'Europa e gli Stati Uniti stanno alimentando", ha detto in un'intervista con RT la portavoce della coalizione Izquierda Plural al Parlamento europeo, Marina Albiol.

"Stiamo causando la partenza dei profughi dai loro paesi. Dobbiamo prendere in considerazione le cause di questa crisi umanitaria che stiamo vivendo e sono senza dubbio le guerre che sia l'Europa che gli Stati Uniti stano alimentando. Si tratta del'l'invasione dell'Iraq, dell'Afghanistan, i bombardamenti in Libia e del conflitto siriano", ha detto l'eurodeputato.

Per quanto riguarda la proposta della Commissione europea sulla distribuzione di 120.000 rifugiati tra i paesi europei (dopo i 40.000 trasferimenti decisi a maggio), Albiol la ritiene "assolutamente insufficiente". Inoltre, il piano "non è all'altezza della situazione se non è accompagnato da misure supplementari", ha detto.

"Questo numero è al di sotto della reale capacità di accoglienza dell'Ue. Paesi come il Libano, il Pakistan e Turchia hanno una percentuale molto più alta di rifugiati, pari a oltre il 20% della popolazione, mentre la proposta di 160.000 persone per l'UE rappresenta solo lo 0,03% della popolazione europea ", spiega il deputato.

"L'accoglienza è un obbligo internazionale che abbiamo come Unione europea", ha detto Albiol, riferendosi alla Convenzione relativa allo status dei rifugiati del 1951 firmata da tutti i paesi del vecchio continente. Così, l'eurodeputato ha criticato alcuni stati come l'Ungheria, la Repubblica Ceca e la Slovacchia che si oppongono alla proposta di Bruxelles.

"Un paese che si rifiuta di accogliere la propira quota di rifugiati dovrebbe essere portato davanti alla Corte di Strasburgo per mancato rispetto dei diritti umani", ha detto.

Il 14% delle famiglie statunitensi non ha cibo a sufficienza per una vita sana

Il 14% delle famiglie statunitensi non ha cibo a sufficienza per una vita sana

17,4 milioni di famiglie americane vivono nell'insicurezza alimentare

Secondo il Dipartimento dell'Agricoltura degli Stati Uniti, 17,4 milioni di famiglie americane non hanno "abbastanza cibo per una vita attiva e sana".

Più dell' 80 per cento degli intervistati ha dichiarato di essere affamato, ma di non poter mangiare perché non poteva permettersi il cibo.

Il rapporto per il 2014, pubblicato ieri, ha rilevato che la maggior parte delle famiglie americane (86 per cento) ha accesso a cibo sufficiente per tutto l'anno. Tuttavia, una minoranza di famiglie (14 per cento, o 17,4 milioni) vive nell'insicurezza, il che significa che il loro accesso al cibo è stato limitato dalla mancanza di denaro o altre risorse.

Oltre l'80 per cento delle persone che vive nell'insicurezza alimentare ha ammesso di non avere risorse a sufficienza per comprare cibo sufficiente a coprire il fabbisogno di un mese, e oltre il 75 per cento ha riferito che non poteva permettersi un pasto equilibrato.

Il Ministro dell'Agricoltura Tom Vilsack ha detto che la relazione è un riflesso dell'economia e ha osservato che "due milioni in meno di persone vivono oggi in uno stato di insicurezza alimentare rispetto al 2011."

"Questo rapporto ... riflette la continua importanza dei programmi contro la povertà e sulla nutrizione, tra cui SNAP e pasti scolastici sani, che aiutano a limitare l'aumento del dato sulll''insicurezza alimentare", ha aggiunto in un comunicato.

Mentre c'è stato un calo nelle famiglie che hanno spetimentato l'insicurezza tra il 2011 e il 2014, da un picco del 14,9 per cento al 14 per cento, la percentuale annua di famiglie che viveva in situazione di insicurezza alimentare prima della crisi finanziaria del 2008 aleggiava intorno all'11 per cento.

"Situato nel contesto della nostra ripresa economica, [i numeri] sono devastanti," ha commentato Billy Shore, fondatore di Share Our Strength, alla CNN. "Wall Street ha recuperato. L'industria automobilistica ha recuperato. Gli americani affamati sono rimasti quasi esattamente nello stesso numero"

Il rapporto ha anche evidenziato le disparità razziali dell'insicurezza alimentare. Mentre il 10,5 per cento delle famiglie bianche ha sofferto di insicurezza alimentare lo scorso anno, il numero raddoppiava per le famiglie ispaniche (22,4 per cento), e ha colpito il 26,1 per cento delle famiglie nere. I più colpiti sono stati le famiglie con reddito al di sotto del livello federale di povertà (poco più di $ 24.000 per una famiglia di quattro persone), le famiglie con i bambini composte da donne o uomini single, donne che vivono da sole, e le famiglie situate in zone rurali.

Anche se molti di questi nuclei familiari ricevono benefici alimentari federali e forniture di emergenza da parte delle banche alimentari, Politico sostiene che molti dei benefici alimentari, come SNAP, sono disponibili in una somma forfettaria ogni mese, e spesso le famiglie sono a corto di cibo alla fine del mese. Nell'ambito del programma SNAP, una famiglia su quattro riceve un assegno mensile di 649 $.

"Questo rapporto riflette anche [l'importanza continua] degli sforzi per migliorare l'occupazione e la formazione di programmi che aiutano le persone a basso reddito ad acquisire le competenze necessarie per trovare un buon lavoro in modo da poter acquistare una quantita di cibo sano sufficiente per le loro famiglie", ha detto Vilsack.

I risultati provengono dall'indagine annuale dell'USDA su oltre 43.000 famiglie dal titolo La sicurezza alimentare delle famiglie. Il rapporto monitora la portata e la gravità dell' insicurezza alimentare negli Stati Uniti, e si basa su un campione rappresentativo dei 124 milioni di famiglie del paese.

Il Washington Post incorona Putin:«La guerra in Ucraina l’ha vinta lui»‏

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Tra due settimane Putin sarà a New York, all’Assemblea generale delle Nazioni Unite, dove incontrerà Papa Francesco

di Eugenio Cipolla

Il tempo è galantuomo, si sa, e prima poi emette i suoi responsi. Chissà se lo pensa anche Vladimir Putin, chissà se il capo del Cremlino gongola, osservando l’andamento di alcuni questioni internazionali delicate che lo hanno rimesso al centro della scena dopo alcuni mesi di buio, che hanno visto il suo paese, la Russia, affrontare diverse difficoltà a causa delle nuove tensioni tra Mosca e Washington. La scelta di mandare uomini e armi in Siria in un momento come questo ha creato l’immagine di un Putin decisionista e determinato, unico tra i leader europei a prendere una decisione drastica contro l’avanzata inesorabile dell’Isis, in controtendenza rispetto al temporeggiamento suicida dell’amministrazione Obama.

Tra due settimane Putin sarà a New York, all’Assemblea generale delle Nazioni Unite. E’ lì, secondo quando riferito dal suo portavoce, Dmitri Peskov, che solleverà la questione della Siria. Anche perché Mosca «ritiene le forze di Damasco che fanno capo ad Assad le uniche a poter fermare l’avanzamento dello Stato Islamico». In questo contesto, il presidente russo avrà un incontro con Papa Francesco. Il Santo Padre interverrà il 25 settembre, mentre Putin tre giorni dopo. Tra queste due date, riferiscono fonti diplomatiche, ci sarà un colloquio tra i due e sarà l’unico incontro privato con un capo di Stato previsto nell’agenda di Papa Bergoglio. Putin, sottolineano, avrà modo di ascoltare le idee e le proposte del Pontefice sulla crisi in Siria. Un dialogo, quello sulla Siria tra Mosca e la Santa Sede, che va avanti da diverso tempo.

Intanto, sul fronte ucraino, un paio di giorni fa il Washington Post, con un articolo a firma di Marvin Kalb, ha incoronato il leader del Cremlino, sottolineando come il vero vincitore della guerra che ha sconvolto l’ex repubblica sovietica nell’ultimo anno e mezzo sia proprio lui. “Putin won his war” titola l’articolo del quotidiano americano. Secondo Kalb, alla base dei motivi che hanno fatto calare il sipario mediatico sulla crisi in Ucraina c’è proprio il fatto che «Putin sembra aver vinto la sua piccola guerra e i suoi critici occidentali guardano da bordo campo, impotenti e pieni di rabbia».

Circa un anno fa, il presidente russo doveva prendere uno delle più importanti decisioni della sua presidenza: se trovare un accordo con Poroshenko o utilizzare apertamente le sue truppe e i suoi carri armati per portare avanti una guerra. Di fronte alla prospettiva di una sconfitta dei ribelli filorussi, Putin ha raddoppiato, utilizzando mezzi e uomini che hanno attraversato il confine ucraino per poi tornare indietro. «Ha chiaramente voluto dimostrare a Poroshenko e ai suoi sostenitori occidentali – si legge – che in caso di guerra tra Russia e Ucraina, vincerebbe la Russia».

In uno scenario che ha visto Petro Poroshenko sempre meno sovrano rispetto alle influenze di Usa e Germania e sempre più ricattato dagli estremisti di destra, scrive Kalb, «Putin ha lentamente e inesorabilmente congelato il conflitto, proprio come ha fatto nel 2008 in Georgia. Tanto che oggi Putin può influenzare il corso degli sviluppi economici, politici e diplomatici in Ucraina molto più che i leader occidentali». Insomma, il futuro dell’Ucraina passa dalle sue mani. «Che piaccia o no, la Russia è la potenza dominante in Europa orientale. Putin può tollerare un'Ucraina indipendente fintanto che è "amichevole" per gli interessi nazionali russi, Egli ha lasciato intendere che avrebbe voluto convocare una conferenza in stile Yalta, in cui lui e altri leader mondiali dovrebbero ridisegnare la mappa dell’Europa post 1991. Non è una possibilità molto probabile, ma Putin crede di avere tempo. L’Ucraina si dimena nel palmo della sua mano e vede i suoi avversari occidentali come deboli, divisi, corrotti».

Leggetelo prima che il mainstream manipoli la morte di un bimbo per giustificare una nuova guerra

Leggetelo prima che il mainstream manipoli la morte di un bimbo per giustificare una nuova guerra

E così che i governi preparano le loro giustificazioni per un intervento “umanitario”. Il Truman Show è sempre lo stesso...

La storia la conoscete tutti e ve l'hanno raccontata da giorni tutti i mezzi d'”informazione”. Un bambino disteso sulla riva del mare. La sua famiglia, rifugiati politici siriani, tentava di raggiungere le coste greche, ma il mezzo di fortuna si è ribaltato nel Mar mediterraneo e il suo corpicino ha scosso l'attenzione dei media occidentali e le coscienze di popolazioni del “mondo libero” dormienti da anni. 

Bambini innocenti e preziosi come Aylan, scrive Dan Sanchez su TheAntiMedia.org, stanno morendo per la miopia della politica estera occidentale (Nato) in Yemen, Libia o inceneriti da un drone in Pakistan. Ogni singolo istante nel mondo si presenta un fotogramma come quello di Aylan che avete visto tutti e i responsabili sono quelli che oggi passano “per chi ha a cuore” l'emergenza dei profughi. Quei fotogrammi non vengono immortalati da media complici e le coscienze delle popolazioni tornano dormienti.

Ma per Aylan è diverso. Tutti hanno visto la foto, prosegue Sanchez, immedesimandosi nelle sensazioni ed emozioni della tragica storia del padre. Ma è solo una storia tra le migliaia, le centinaia di migliaia di storie di genitori disperati tra i rifugiati politici creati dalle armi e dalla brama di potere dell'occidente (Nato) in Iraq, Siria, Libia, Afghanistan, Yemen, Somalia, Palestina, Ucraina e l'elenco prosegue.
 
E' una vergogna, scrive Sanchez, che la curiosità, l'empatia e l'immaginazione di molti si concentri su un caso singolo e non sulle politiche criminali dei loro governi. Politici al potere che alle prossime elezioni le popolazioni oggi scosse continueranno a votare, permettendo nuovi morti come quella di Aylan. Dopo l'indignazione, si torna nuovamente ad essere manipolato dai media ed essere pronti ad accettare un nuovo intervento, lo stesso che ha creato le tragedia. Ma il Truman Show deve proseguire. 

I guerrafondai nel governo e dei media stanno utilizando il cadavere di Aylan nella loro marcia verso l'escalation di guerra in Siria. La morte di Aylan - il copione è sempre lo stesso - ha una trama creata ad arte: “l'Occidente non è intervenuto contro il dittatore siriano Bashar al-Assad e deve farlo ora per risparmiare altri bambini la stessa sorte”.
Ma la famiglia di Aylan, profughi curdi da Kobanê, scappava non da Assad, ma dai nemici di Assad: l'ISIS. Di tutto questo resterete ignari e vi farete nuovamente manipolare? Forse no, forse questa volta no.

L'ISIS intanta dilaga in quella parte della Siria solo perché l'Occidente a guida Usa ed i suoi alleati regionali hanno dato loro copertura, sostenendo e armando la rivolta jihadista contro Assad. L'Occidente è poi pesantemente intervenuto in Siria almeno dal 2012. E' stato proprio quell'intervento che ha esacerbato e prolungato un conflitto, che ha già fatto 250 mila morti. 

Dato che gran parte dell'intervento è stato segreto e per delega ha ricevuto scarsa copertura mediatica e l'attenzione del pubblico. Così il "contraccolpo" emotivo che ne deriva in questi giorni, rimarca Sanchez, può essere comodamente utilizzato per incolpare il "non-intervento" e utilizzato per giustificare l'intervento più evidente e diretto in Siria.

E così che i governi preparano le loro giustificazioni per un intervento “umanitario” che creerà le prossime catastrofi umanitarie e nuovi Aylan pronti a morire da innocenti ed ignari.

Se i falchi vogliono rovesciare Assad e vogliono le sue forze smantellate, si creerebbe una situazione simile alla Libia con jihadisti e affiliati di Al-Qaeda a farla da padrone. Ma se la crisi dei rifugiati è ora così drammatica, pensate solo quello che accadrà una volta che le numerose minoranze religiose della Siria inizieranno a fuggire disperatamente dalle nuove norme dei settari e fondamentalisti sunniti, armati fino ai denti con armi occidentali, messi in un futuro che possiamo evitare al potere dall'occidente.

Lungi dal prevenire tali tragedie come l'annegamento di Aylan, questo scenario creerebbe le premesse per nuovi drammi umanitari. 

Vi siete turbati oggi dalle foto che avete visto su Facebook. Bene. Significa che avete un cuore e che la propaganda di deumanizzazione e di xenofobia che avete subito negli ultimi vent'anni non ha completato la sua azione. Ma non lasciatevi ora manipolare per l'ennesima volta dal partito della guerra. Se vogliamo contribuire veramente a fare giustizia ad Aylan e risolvere la situazione, il primo passo è smettere di appoggiare governi sudditi del principale responsabile del disastro e della tragedia in corso: la Nato.

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