10 ottobre 2015

Turchia, strage al corteo ad Ankara: almeno 97 morti, quasi 400 feriti I canti per la pace, poi le esplosioni L’inferno turco e i nodi irrisolti Cosa succede? La crisi in 4 punti

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Un sanguinoso attacco terroristico ha sconvolto la Turchia a tre settimane dalle elezioni politiche del primo novembre, ritenute decisive per il governo del presidente Erdogan. Erano circa le dieci di sabato mattina quando due kamikaze si sono fatti esplodere in mezzo alla folla radunata di fronte alla stazione di Ankara. Poco prima dell'inizio di una manifestazione organizzata per chiedere la fine delle violenze tra esercito turco e separatisti curdi del Pkk nel Sud-Est del Paese. Il bilancio - ancora provvisorio - è di 97 morti e oltre 400 feriti. «La strage più grave nella storia della Repubblica», ha detto il premier turco, Ahmet Davutoglu, annunciando tre giorni di lutto nazionale. «Nessuno ha rivendicato le esplosioni, ma Isis, Pkk e Dhkp-c (estrema sinistra, ndr) sono potenziali sospetti», ha aggiunto.
Il leader filocurdo: «L'Akp ha le mani sporche di sangue»
Subito dopo le esplosioni, il partito filocurdo Hdp - tra i promotori della marcia - ha denunciato che «la polizia ha attaccato le persone che cercavano di portare via i feriti». Il leader Selahattin Demirtas ha accusato l'Akp, il partito del presidente Erdogan, di avere «le mani sporche di sangue» e di «sostenere il terrorismo». Definendo il nuovo attacco come «una continuazione di quelli di Diyarbakir e Suruc». Il riferimento è all'attentato avvenuto alla fine della sua campagna elettorale il 5 giugno, in cui morirono due persone. E a quello del 20 luglio,quando un kamikaze si fece esplodere uccidendo 33 attivisti filocurdi in partenza per Kobane, la città siriana diventata simbolo della resistenza all'Isis.
Il Pkk ordina il cessate il fuoco
Il Pkk curdo ha dichiarato un cessate il fuoco unilaterale nel conflitto con la Turchia nel sud-est del Paese. Una decisione che arriva tre mesi dopo la fine della tregua che durava da due anni, annunciata dal Pkk come risposta all’offensiva anti-terroristica avviata a fine luglio da Erdogan.
Erdogan: «Attacco contro l'unità del Paese»
Il premier turco Ahmet Davutoglu ha convocato una riunione di emergenza. Erdogan dal canto suo ha condannato la strage, affermando che l'attacco prende di mira l'unità e la pace della Turchia. E aggiungendo che i responsabili mirano a seminare divisioni fra le diverse parti della società turca.
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Turchia, violente esplosioni ad Ankara prima del corteo per la pace
Le polemiche sulla sicurezza
Dopo gli attacchi di Ankara, intanto, monta la rabbia contro il governo. Una folla di persone ha contestato i ministri turchi di Salute e Interno quando si sono recati sul luogo dell’attentato - anche con lanci di bottiglie - tanto che i due si sono subito allontanati in auto. Poi in serata a Istanbul è cominciato, sotto stretta sorveglianza della polizia in tenuta antisommossa, un corteo in cui vengono scanditi slogan come «Erdogan dimettiti» e «Akp assassino». Ad Ankara fino al momento delle esplosioni non era stata notata la presenza di polizia né di altre misure di sicurezza, cosa inusuale nelle manifestazioni di questo tipo nella capitale turca. La marcia era stata organizzata dal Collegio degli ingegneri, da quello degli architetti, dal sindacato Kesk e dal sindacato di sinistra Disk, ma contava anche sull’appoggio di altri gruppi fra cui grandi associazioni della stampa, che sostenevano la protesta visti i recenti arresti di giornalisti.

Condanna e cordoglio
Forte la condanna internazionale. Il segretario generale della Nato, Jens Stoltenberg, ha ribadito l’unità dei membri dell’Alleanza atlantica contro il terrorismo. La Francia, nel condannare l’accaduto, ha espresso alla Turchia la sua solidarietà. Dal Regno Unito il segretario britannico agli Esteri ha definito quelli di Ankara «attacchi barbari» e condoglianze sono giunte anche da Putin e Steinmeier, mentre dall’Italia il presidente del Consiglio Matteo Renzi ha espresso il proprio sgomento e dolore «per l’efferato attentato terroristico contro la democrazia e la pace che è costato la vita a tanti manifestanti ad Ankara» . «Vicini alla Turchia contro il terrorismo che vuole distruggere pace e democrazia», ha commentato su Twitter il ministro degli Esteri Paolo Gentiloni; e il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha scritto a Erdogan e ha condannato l’attentato definendolo «ignobile», oltre che un «gesto vile e riprovevole che, nella sua barbara efferatezza, richiama l’urgenza di combattere uniti la piaga del terrorismo».

NASCE IN GRAN BRETAGNA ''VOTE LEAVE'' CAMPAGNA PER IL BREXIT FINANZIATA DA GRANDI INDUSTRIALI E POLITICI, ANCHE LABURISTI


LONDRA - Alcuni dei maggiori donatori del Partito conservatore britannico, riferisce il quotidiano nazionale "The Telegraph", hanno unito le forze con imprenditori e politici di varia provenienza per lanciare la campagna a favore della Brexit, l'uscita del Regno Unito dall'Unione Europea.

Il gruppo, chiamato Vote Leave, ha tra i suoi sostenitori tre miliardari, decine di membri della Camera dei Comuni e della Camera dei Lord e i fondatori di alcune delle piu' note compagnie del paese. La nuova organizzazione intende agire subito, convinta che il primo ministro, David Cameron, impegnato in sede europea in una trattativa per rinegoziare i termini dell'appartenenza della Gran Bretagna, non riuscira' a ottenere concessioni significative.

Il premier incontrera' oggi la cancelliera tedesca, Angela Merkel, dalla quale probabilmente sara' sollecitato a formulare richieste piu' chiare. Vote Leave ritiene che il Regno Unito, lasciando l'Ue dopo il referendum previsto entro la fine del 2017, potrebbe sviluppare con la stessa "una nuova amichevole relazione" basata su accordi di libero scambio.

La ricchezza dei promotori dell'iniziativa preoccupa molto gli "europeisti"; la presenza infatti di rappresentanti delle grandi imprese del Regno Unito costituisce un forte argomento contrario all'allarme sul presunto impatto negativo sull'economia e sulla finanza dell'eventuale Brexit.

Vote Leave, inoltre potrebbe anche unirsi con gli antieuropeisti; un altro gruppo, Leave.eu, sostenuto dall'Ukip, il Partito per l'indipendenza del Regno Unito, che punta a guidare il fronte referendario del "no".

Vote Leave ha nominato tre tesorieri: Peter Cruddas, ex cotesoriere del Partito conservatore; John Mills, a capo del colosso dello shopping televisivo Jml, e Stuart Wheeler, ex tesoriere dell'Ukip.

Tra gli uomini d'affari hanno aderito Crispin Odey e John Caudwell. Tra gli altri nomi, anche quelli di Lord Kalms, presidente di Dixons; Christopher Foyle, presidente di Foyles, e Joe Foster, fondatore di Reebok, tutti colossi industriali-finanziari britannici.

Il gruppo ha il sostegno dei Conservatori per la Gran Bretagna. Tra gli esponenti Tory di rilievo figurano Steve Baker, Michael Freeman, Owen Paterson (ex segretario all'Ambiente) e Bernard Jenkin (presidente della commissione parlamentare Pubblica amministrazione).

E ci sono addirittura anche sostenitori provenienti dal Labour, guidati da Kate Hoey, e da altri partiti, come Jenny Jones dei verdi; Lord Trimble, ex leader del Dup, il Partito unionista democratico dell'Irlanda del Nord, e Douglas Carswell dell'Ukip.

In occasione del suo lancio, Vote Leave ha pubblicato un nuovo sondaggio di Icm, condotto subito dopo il discorso di Cameron al congresso di Manchester, secondo il quale il 53 per cento degli elettori e' pronto ad appoggiare la campagna per lasciare l'Ue se Londra non otterra' la fine della prevalenza del diritto europeo. Cosa che Bruxelles ha già dichiarato - e più volte - d'essere impossibile.

Redazione Milano

NUOVO RECORD DELLE SOFFERENZE BANCARIE: DA AGOSTO 2014 AD AGOSTO 2015 +15%. 198 MILIARDI DI CREDITI MARCI (CRACK ITALIA)


Nuovo record per le sofferenze nelle banche: negli ultimi 12 mesi, da agosto 2014 ad agosto 2015, sono cresciute del 15% arrivando a superare i 198 miliardi di euro, in aumento di quasi 26 miliardi.

Lo riporta ina una nota Unimpresa. La fetta maggiore di prestiti che non vengono rimborsati regolarmente agli istituti di credito è quella delle imprese (142 miliardi), le "rate non pagate" dalle famiglie valgono più di 36 miliardi, mentre quelle delle imprese familiari sono vicine a 16 miliardi.

Superano il tetto dei 4 miliardi, poi, le sofferenze della pubblica amministrazione, delle assicurazioni e di altre istituzioni finanziarie. Complessivamente le sofferenze adesso corrispondono al 14% dei prestiti bancari, in aumento rispetto al 12% di un anno fa.

Alla fine del 2010 le sofferenze ammontavano a 77,8 miliardi: in quattro anni e mezzo, quindi, sono più che raddoppiate.

Nell'ultimo anno le banche hanno tagliato i finanziamenti a imprese e famiglie per complessivi 8 miliardi (-0,5%), ma i prestiti di medio periodo per le aziende sono andati in controtendenza e sono saliti di oltre 14 miliardi (+11%) così come è cresciuto il credito al consumo, aumentato di quasi 12 miliardi (+20,%).

Secondo lo studio dell'associazione, basato su dati della Banca d'Italia, in totale le sofferenze sono passate dai 172,4 miliardi di agosto 2014 ai 198,4 miliardi di agosto 2015 (+15,06%) in aumento di 25,9 miliardi.

Nel dettaglio, la quota di sofferenze che fa capo alle imprese è salita da 122,7 miliardi a 141,9 (+15,61%) in aumento di 19,1 miliardi. La fetta relativa alle famiglie è cresciuta da 32,8 miliardi a 36,1 miliardi (+10,03%) in salita di 3,2 miliardi. Per le imprese familiari c'è stato un aumento di 1,6 miliardi da 14,3 miliardi a 15,9 miliardi (+11,17%). Le "altre" sofferenze (pa, onlus, assicurazioni, fondi pensione) sono passate invece da 2,4 a 4,3 miliardi (+77,13%) con 1,9 miliardi miliardi in più.

Ad agosto 2014 le sofferenze corrispondevano al 12,18% dei prestiti bancari (1.416,6 miliardi), percentuale salita al 14,09% ad agosto scorso, quando i finanziamenti degli istituti erano a 1.408,5 miliardi.

Rispetto alla fine del 2010 le sofferenze sono più che raddoppiate: in quattro anni e mezzo, da dicembre 2010 ad agosto 2015, quando hanno toccato un nuovo record, sono passate da 77,8 miliardi a 198,4 miliardi in salita di 120,6 miliardi. A fine 2011 erano a 107,1 miliardi; alla fine del 2012 a 124,9 miliardi. Se il trend resta invariato, le sofferenze toccheranno quota 200 miliardi nel mese di settembre o, al più tardi, a ottobre.

Parallelamente c'è la difficile situazione del credito, i cui rubinetti faticano a riaprirsi, usando un eufemismo. Da agosto 2014 ad agosto 2015, il totale dei finanziamenti al settore privato è diminuito di 8,1 miliardi di euro passando da 1.416,6 miliardi a 1.408,5 miliardi.

Una riduzione che interessa soprattutto le imprese che nell'ultimo anno hanno assistito alla riduzione dei finanziamenti di quasi tutti i tipi di durata. Sono calati i prestiti a breve termine (fino a 1 anno) per 11,04 miliardi (-3,69%) da 299,4 miliardi a 288,3 miliardi e quelli di lungo periodo (oltre a 5 anni) di 21,7 miliardi (-5,52%) da 394,01 miliardi a 372,2 miliardi, mentre quelli di medio periodo (fino a 5 anni), in controtendenza, sono cresciuti di 14,3 miliardi (+11,36%) da 126,05 miliardi a 140,3 miliardi.

In totale, lo stock di finanziamenti alle imprese è comunque sceso da 819,4 miliardi a 801,1 miliardi con una diminuzione di 18,4 miliardi (-2,26%).

Inoltre, si registrano meno prestiti personali per 771 milioni (-0,43%) da 179,5 miliardi a 178,8 miliardi. Fermo il comparto mutui casa con le erogazioni degli istituti diminuite di 790 milioni (-0,22%) da 359,3 miliardi a 359,8 miliardi; in controtendenza il credito al consumo, salito di 11,9 miliardi (+20,48%) da 58,2 miliardi a 70,1 miliardi, dei quali però - come detto - il 15% non viene rimborsato.

Redazione Milano

La nuova ERA della Sanità. Il modello Unipol.

La nuova ERA della Sanità. Il modello Unipol.

- di Valerio Franceschini -

Il piano è sempre lo stesso, qualsiasi sia il settore pubblico da demolire. Tagli la spesa, diminuisci i servizi, aumenti le tariffe, fai avvelenare gli utenti, muovi un po’ di media, alimenti una campagna contro “il servizio pubblico” che incontra resistenze sempre più deboli (il servizio funziona sempre meno) e alla fine privatizzi tutto o quasi.

Abbiamo assistito ai “grandi successi” di Telecom e diAlitalia, per non parlare dell’Ilva. Lo stiamo vedendo con la scuola e l’università, deteriorate dal taglio dei fondi, maltrattamento del personale e aumento delle rette, parallelo all’aumento dei fondi regalati alle scuole private.

La “fase finale” ora tocca alla Sanità.

La domanda è semplice, come si privatizza la sanità pubblica? Dandola in mano alle assicurazioni e alle strutture private come avviene in USA. C’è ancora un po’ di timore a presentarla così, quindi si comincia con degli studi, in cui magari un centro di ricerca serio come il Censis comincia a collaborare con un qualcosa che si chiama Unipol, si comincia a far circolare la teoria secondo la quale “bisogna superare certi pregiudizi” poiché le assicurazioni, in Italia, non godono effettivamente di grandi simpatie tra i cittadini, ma si comincia anche a disegnare teoricamente il nuovo assetto possibile di una sanità completamente privatizzata. Ad iniziare dal nome, ovviamente in inglese: White Economy.

Il rapporto Censis-Unipol prende atto con soddisfazione che la sanità pubblica è stata ormai “frantumata” a sufficienza e quindi “Appare ormai maturo il tempo di una nuova integrazione tra pubblico e privato, capace non solo di garantire la tutela sanitaria e sociale delle persone, ma anche di favorire la crescita economica, a partire dai territori”.

In fondo gli utenti sono stati ormai abituati a pagarsi quasi tutte le prestazioni sanitarie, a cominciare dall’assistenza agli anziani. Quindi non ci sarebbero troppi ostacoli pratici. Anzi, bisogna velocizzarsi perché la crisi economica ha ridotto la capacità di spesa delle famiglie in questo settore, infatti ci si cura in generale di meno (nonostante l’aumento dei ticket, infatti, nel 2014 la spesa delle famiglie è scesa del 5,7%) e per la prima volta è in diminuzione anche il numero delle badanti assunte per assistere gli anziani.

Per il presidente di Unipol, Pierluigi Stefanini, “Se sapremo superare i pregiudizi consolidati, il pilastro socio-sanitario, inteso non più solo come un costo, può divenire una solida filiera economico-produttiva da aggiungere alle grandi direttrici politiche per il rilancio della crescita nel nostro Paese”. E così, il gioco è fatto.

La salute della popolazione smette di essere un diritto individuale garantito dallo Stato (vedasi art. 32 Costituzione) e diventa una merce “prodotta” da una “solida filiera economico-produttiva”, con aziende private (cliniche, laboratori di analisi e diagnostica, etc…) che sostituiscono quasi in tutto la rete sanitaria pubblica; cui dovrebbero essere affidate, in misura assolutamente residuale, tutte quelle prestazioni da cui proprio è impossibile estrarre profitti privati: pronto soccorso, malattie gravi e/o invalidanti di persone con redditi troppo bassi, etc….

Naturalmente bisogna “comunicare” qualcosa di più attraente e meno crudele. Quindi si cerca di far leva sulle famiglie italiane argomentando che “nei lunghi anni della recessione hanno supplito con le proprie risorse ai tagli del welfare pubblico”; ed anzi ci si presenta come pronti a correre in loro soccorso, perché “oggi questo peso inizia a diventare insostenibile. Per questo è necessario far evolvere il mercato dei servizi alla persona in una moderna organizzazione che garantisca prezzi più bassi e migliori prestazioni utilizzando al meglio le risorse disponibili”.

Sembra la campagna pubblicitaria di una catena di ipermercati che garantisce “prezzi bassi e fissi”. E bisognerebbe chiedersi come sia possibile che una “moderna organizzazione” della sanità in mano ai privati riesca a garantire -in futuro – prezzi più bassi e migliori prestazioni.

L’esperienza comune, infatti, registra l’esatto opposto: prezzi spaventosi (una clinica privata con una certa affidabilità può arrivare a chiedere 500 euro al giorno per il solo ricovero, senza ancora calcolare i costi di visite specialistiche e medicinali, per non parlare degli interventi chirurgici), qualche problema con i casi clinicamente più complessi (come nella neonatologia, dove non è infrequente che bambini nati in cliche private vengano trasferiti d’urgenza in ospedali pubblici specializzati, come il Bambin Gesù di Roma). Poi, certamente, in una clinica privata il “numero chiuso” – ristretto a chi si può permettere di pagare certe cifre o è coperto da un’assicurazione (appunto…) – garantisce un rapporto meno frettoloso con medici e infermieri, meno affollamento e nessun letto nei corridoi. Queste sono prerogative che vengono da sempre assegnate alla sanità pubblica che deve accogliere e assistere chiunque – meritoriamente – anche se non c’è posto.

Ma ci sono dettagli decisamente interessanti nel rapporto Censis-Unipol. Per esempio, lo scorso anno (2014) la spesa sanitaria privata è crollata del 5,7%. La riduzione generalizzata dei redditi, la diminuzione dei consumi, insomma, sta mettendo in crisi i profitti dei proprietari dei grandi gruppi di cliniche e dei centri diagnostici privati (ad esempio i De Benedetti, per citarne uno); quindi è decisamente il “momento” di garantir loro un solido aumento delle entrate.

L’idea è di copiare il modello statunitense, con qualche mediazione: “un’integrazione tra offerta pubblica e strumenti assicurativi (che permettano di sottoscrivere polizze a costi accessibili per poter godere in futuro diservizi di assistenza, di cura e di long term care) e di intermediazione organizzata e professionale di servizi”.

Tutto ciò senza consegnare immediatamente e brutalmente la popolazione agli “intermediatori” sanitari privati ma attraverso una attenta regolamentazione che serva a “stabilire le modalità precise per attivare tale percorso di integrazione, non tralasciando che molti fenomeni di cambiamento socio-demografico variano ed assumono sfumature differenti a seconda dei territori in cui si articola il Paese (ad esempio coinvolgere gli Enti territorialinella definizione di processi di integrazione pubblico-privato, vedasi le liste di attesa). In questa prospettiva si pongono le proposte, di alcuni operatori privati, in primis Unipol, di attivare fondi sanitari integrativi di tipo territoriale, con una forte compartecipazione degli Enti locali.

Decentramento, accordi con enti locali inchiodati dal “patto di stabilità” e dunque impossibilitati ad opporsi validamente alle pressioni dei “privati” in presenza di una riduzione generalizzata della spesa sanitaria pubblica e quindi alle montanti proteste della popolazione. La chiave per disarticolare le resistenze passa da qui.

Pertanto, i cittadini si preparino alle battaglie con le Assicurazioni, che ome in America, pretendono di coprire soltanto i clienti in perfetta salute, scartando tutti quelli che rischiano di costar loro più di quanto non versino di polizza.

LA TRAGEDIA DEL DONBASS PER I MEDIA OCCIDENTALI NON ESISTE

LA TRAGEDIA DEL DONBASS PER I MEDIA OCCIDENTALI NON ESISTE

I bambini dovrebbero essere uguali ovunque, il rispetto per le vittime e i morti innocenti dovrebbe valere in modo uguale in tutto il mondo. Le stragi umane dovrebbero essere documentate e raccontate indipendentemente dagli interessi politici dietro ai conflitti e alle guerre in corso.
In realtà non è così. Ci sono guerre di cui si parla, foto di bambini morti scappando da zone di crisi che girano il mondo e scuotono le coscienze. Ci sono altri bambini invece, come quelli del Donbass, che stando alla stampa occidentale e italiana, non esistono. Come non esistono i milioni di profughi che scappano dal Donbass dilaniato dalle bombe e si recano in Russia, dove trovano accoglienza. Non esistono i civili rimasti uccisi in questo conflitto, oramai più di 8.000.Sorge una domanda: perché regna il silenzio più assoluto su questa tragedia? Dove sono tutti i “je suis”, pronti a gridare vergogna sempre e comunque, ma tutti zitti se si tratta del Donbass? Forse perché parliamo di vittime russofone appartenenti all’etnia russa, quindi di seconda categoria. Forse perché è lo stesso occidente ad avere un ruolo importante in questa guerra e i giornali allora, ubbidienti ai governi, tacciono e chiudono gli occhi. Per fortuna esiste internet, la gente si può informare e mobilitare. Ognuno può aiutare i civili del Donbass anche tramite associazioni italiane. Una di queste, l’Associazione culturale Lombardia-Russia, ha lanciato una raccolta fondi per aiutare la popolazione del Donbass. Il vice presidente dell’Associazione, Gianmatteo Ferrari, ha rilasciato un’intervista in merito a Sputnik Italia.— Parlaci della vostra raccolta fondi per il Donbass.— Abbiamo lanciato questa raccolta fondi per aiutare le popolazioni del Donbass, perché in Occidente non se ne parla, è un disastro dimenticato. Ci sono altre associazioni che fanno queste raccolte, però abbiamo voluto farla anche noi in maniera pubblica, abbiamo fatto in modo che sia un sistema trasparente perché tutti possano vedere esattamente quanto si è raccolto e dove andranno utilizzati questi soldi. Associazione Culturale Lombardia Russia

— Quanti soldi siete riusciti a totalizzare e dove saranno destinati?

— Abbiamo pensato di mettere come budget massimo di raccolta nel sito la somma di 2.000 euro, che non è tantissimo, però speriamo possano essere utili. Mancano ancora 70 giorni alla termine della raccolta, siamo arrivati a 1800 euro, manca poco al traguardo.

Siamo in contatto con esponenti dell’amministrazione di Donetsk, questi soldi verranno destinati ai progetti che loro stanno seguendo, noi daremo l’intera cifra e loro ci diranno come li spenderanno. Faranno la rendicontazione di tutto quello che viene speso e dovrebbero anche fornirci un video di come è stata spesa la somma. 

— Come funziona questa raccolta, si può aiutare e versare una somma direttamente sul sito?

— Sia sul nostro sito internet, lombardiarussia.org, che sulla nostra pagina facebook c’è il link per entrare nel sito della raccolta fondi, che si chiama kapipal. Si può donare utilizzando paypal, qualsiasi tipo di carta di credito è accettata, uno può pagare anche se non ha l’iscrizione a paypal.

— Perché secondo te sulla stampa italiana non si da voce a questa tragedia, non si parla dei bambini vittime di guerra?

— Non si dice nulla perché è una tragedia, una guerra civile nel cuore dell’Europa, che però è stata creata ad arte dall’Occidente, ricordiamo che il tutto è cominciato con il colpo di stato a Kiev. Siccome tutti i mezzi di informazione occidentali sono controllati da chi ha fatto questo colpo di stato le notizie non passano.

— C’è da dire che ci sono molti conflitti nel mondo legati all’Occidente, come in Siria per esempio. Se la foto con un bambino siriano annegato nel mare per raggiungere l’Europa fa il giro del mondo, dei bambini uccisi nel Donbass invece non si dice niente. Forse perché sono di etnia russa, quindi di un’altra categoria?

— Assolutamente sì. Loro nonostante la guerra rimangono a difendere la propria terra. Non venendo in Europa, la notizia non passa, la gente non se ne rende conto. Poi senz’altro perché sono etnie russofone al confine con la Russia, quindi all’Occidente fa comodo non far sapere nulla di quello che accade.

— In realtà molti cittadini del Donbass scappano dalla guerra.

— Sì, ma vanno in Russia che li accoglie e li aiuta. Siccome in Occidente passa il messaggio che la guerra nel Donbass è stata causata anche da ingerenze russe, uno dovrebbe chiedersi: se la Russia ha fatto tutto ciò, come mai uno scappa verso la Russia, che dovrebbe essere l’aggressore?

— Il tema profughi è sulle prime di tutti i giornali, la Russia sta ospitando più di un milione di profughi dal Donbass, ma anche su questo silenzio totale in Occidente.

— Dire che la Russia accoglie più di un milione di profughi sarebbe un punto a favore della Russia e quindi non fa comodo all’Occidente far sapere questi fatti.

— Qual è il tuo auspicio e il messaggio che vorresti lanciare a chi ci segue?

— Quella del Donbass è una guerra fratricida. L’auspicio è che torni ad esserci la pace nel Donbass, in Ucraina, e che chi vive sulle guerre la smetta di andare in altre nazioni a fare queste ingerenze. Ogni popolo è padrone a casa sua, i governi non devono essere decisi da oltreoceano, ognuno a casa sua decide il proprio governo. Che i bambini, le donne, gli anziani, tutti tornino a vivere in pace, l’unica cosa che penso vogliano.


Tratto da: Lo Sai

La triste storia di Rokstan, stuprata in Siria e uccisa dai familiari in Germania perché impura

La triste storia di Rokstan, stuprata in Siria e uccisa dai familiari in Germania perché impura

Violentata in Siria da una gang criminale; uccisa dai suoi stessi familiari in Germania, dove credeva di aver trovato asilo. È la sorte che, secondo una prima ricostruzione della polizia tedesca rimbalzata in Gran Bretagna sul giornale free press Metro, pare sia toccata a una giovane donna siriana, Rokstan, 20 anni, trovata morta in un parco di Dessau, nell’est della Germania, nei giorni scorsi.

Gli investigatori tedeschi stanno ora dando la caccia a suo padre e ai suoi fratelli, che l’avrebbero assassinata (o fatta assassinare) considerandola ormai «impura» per ‘colpà della violenza subita. E quindi causa di «disonore» per la famiglia. Rokstan – scrive Metro riprendendo informazioni pubblicate da alcuni media in Germania – era fuggita dalla Siria di recente. Ma non tanto dagli orrori della guerra, quanto dal ricordo dello stupro subito – raccontava – da tre criminali.

A Dessau, dove credeva d’aver trovato rifugio con la famiglia, è cominciato tuttavia un altro incubo. Tanto che, a dar credito a Metro, la ragazza aveva predetto la sua fine non molti giorni fa, in un messaggio inviato a conoscenti poco tempo fa: «Sto aspettando la morte. Anche se sono troppo giovane per morire».

Fonte: Sponda Sud

Matrimonio gay – Il business del “Gay Bride Expo” a Bologna

Matrimonio gay – Il business del “Gay Bride Expo” a Bologna

-di Elia Buizza-

Il matrimonio gay, legalizzato o no, non è “matrimonio”. Comunque muove un bel giro di soldi.

Le associazioni ci sono, la militanza territoriale è sommariamente garantita, il contesto storico-sociale attuale (caratterizzato da una forte disinformazione) pare essere favorevole, le pressioni internazionali sono più che sufficienti e i finanziamenti abbondano.
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Sembra mancare solo un riconoscimento da parte del legislatore per completare il disegno da anni perseguito dal mondo lgbt, che incontra il suo ultimo ostacolo nella mancata estensione giuridica del vincolo matrimoniale alle coppie di persone dello stesso sesso.
Questo deficit legislativo, però, non pare influenzare particolarmente il mondo gay che, in tutta Italia, organizzaconvegni ed esposizioni per sensibilizzare l’opinione pubblica, educandola a guardare con favore a questi nuovi modelli familiari che invocano riconoscimento e tutela (già garantiti, a livello di diritti privati individuali, dall’ordinamento vigente).

Ed ecco che a Bologna (comune che già nel 1982 riconosceva “l’importanza e la progettualità di una realtà associativa gay e lesbica”, concedendo una sede al “Circolo di cultura omosessuale 28 giugno”, oggi chiamato “Il Cassero”) approda Gay Bride Expo, un salone integralmente dedicato ai matrimoni tra persone dello stesso sesso che si svolgerà alla Fiera di Bologna il 10 e l’11 ottobre. L’obiettivo dichiarato dagli organizzatori è “costituire il punto di riferimento del dibattito nazionale tramite stand espositivi dedicati alle aziende del settore Same Sex Wedding, incontri politici, seminari tecnici e mostre e di affermarsi come testimone autorevole delle tendenze moda, del design e del divertimento” (si veda il sito www.queerblog.it).

Certo è che, alla luce delle dichiarazioni rilasciate da alcuni organizzatori, l’iniziativa pare più essere un eventounidirezionalmente orientato che non prevede la presenza di alcuna controparte e, di conseguenza, destinato a perdere il ruolo di “punto di riferimento del dibattito” ancor prima di vederselo riconosciuto. Tra i nomi dei partecipanti i più rilevanti sono Alessandro Fullin (curatore delle iniziative culturali del centro gay Il Cassero) e Carlo Gabardini (attivista nella lotta contro l’omofobia).

Flavio Romani, presidente dell’Arcigay (patrocinatore dell’evento) afferma che “il matrimonio tra persone dello stesso sesso è una realtà anche in Italia, Gay Bride Expo ce ne dà la prova: esistono operatori commerciali che hanno deciso di rivolgersi alle coppie omosessuali per dar corpo ai loro sogni, e realtà che sostengono spose lesbiche e sposi gay nel loro viaggio verso la felicità”. Ma la “realtà” di cui parla Romani non esiste, è un auspicio personale e soggettivo, una convivenza amorosa e passionale, ma non è un matrimonio.

Che poi gli operatori commerciali si siano rivolti alle coppie omosessuali per assecondare i loro desideri è un dato di fatto, ma i dubbi circa le motivazioni che li spingono a rendersi disponibili per l’organizzazione di questo tipo di cerimonie sono numerosi e ben fondati: il fatto che, statisticamente parlando, si può riscontrare nelle coppie lgbt che vorrebbero sposarsi un tasso di ricchezza notevolmente elevato, induce a considerare l’ipotesi che talune scelte vengano assunte dai suddetti operatori seguendo logiche più di tipo economico che di tipo etico. Potete rileggere quanto già abbiamo scritto qui, per riflettere sugli interessi economici che muovono i fautori dei “diritti per tutti”.

Il diffondersi di questi eventi, però, non illuda l’opinione pubblica. Non basta un abito ed una cerimonia formale ad unire in vincolo matrimoniale due persone. Un travestimento, per quanto bello e realistico, rimane un travestimento. Anche quando i matrimoni tra persone dello stesso sesso fossero espressamente riconosciuti dal nostro ordinamento, queste “fiere nozze” saranno pallide imitazioni mal riuscite sotto tutti i punti di vista; null’altro che imitazioni, un imbarazzante tentativo di assimilare la preparazione e l’organizzazione di un matrimonio all’organizzazione e alla preparazione di qualcosa che matrimonio non è, in quanto carente degli elementi essenziali richiesti.

E’ interessante sottolineare che è lo stesso “orgoglio gay”, quello che non ha perso completamente il lume della ragione e del buon senso, a sostenerlo.

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