13 novembre 2015

CLAMOROSO: IL 36% DEL PIL UE È DESTINATO ALLE BANCHE. LA VERITÀ NEL RAPPORTO UFFICIALE

CLAMOROSO: IL 36% DEL PIL UE È DESTINATO ALLE BANCHE. LA VERITÀ NEL RAPPORTO UFFICIALE

In un documento ufficiale dell’Unione Europea si dice testualmente: «il supporto combinato totale alla istituzioni bancarie garantito dai Governi della UE è stato senza precedenti».

Il documento «The effects of temporary State aid rules adopted in the context of the financial and economic» datato il 5 ottobre del 2011 non lascia spazio ad equivoci quando afferma: «Tra settembre 2008 e dicembre 2010, gli Stati Membri hanno fornito un totale di circa 4.300 Miliardi. Il Budget totale garantito che è stato approvato dalla Commissione UE è ammontato al 36% del PIL UE e al 10% degli assets totali dell’intero settore bancario europeo». In seguito si specifica che ci sono state però grandi differenze a seconda degli stati.

Ad esempio sia Germania che Inghilterra hanno dovuto garantire supporti (tra garanzie e capitale) superiori a 500 Miliardi di Euro mentre l’Italia è indicata come uno dei paesi più virtuosi avendo fornito garanzie inferiori a 1% del proprio PIL (circa 15 Miliardi). L’aumento esponenziale del debito pubblico di Inghilterra, Spagna e Irlanda negli anni successivi alla crisi fu soprattutto dovuto alla necessità di ripianare i budget disastrosi del loro sistema finanziario. Caso parzialmente diverso è quello tedesco.

La Germania dovette ulteriormente (alcune fonti parlano di un onere complessivo superiore ai 600 Miliardi di Euro) ampliare il suo intervento per salvare molte delle sue banche principali ma per farlo ha creato una Bad Bank, garantita però sempre dallo stato tedesco (Il suo nome è SOFFIN).


Per chi volesse approfondire ecco il riferimento al documento della Ue

In conclusione: sia indicazioni teoriche, ma soprattutto evidenze pratiche, documentate con i numeri di Eurostat o con gli stessi documenti UE, dimostrano che la crisi è nata in ambito finanziario/bancario e che l’incremento del debito pubblico degli stati è a conseguenza della crisi. E’ fondamentale evidenziare cosa è la causa e cosa è l’effetto. Per impostare una corretta cura. Oggi la UE e a cascata i singoli governi, si comportano come quei medici che sottopongono il paziente a cure di cavallo per eliminare i sintomi della malattia, ma si guardano bene dallo spiegare qual è la malattia originaria e tantomeno dal somministrare la cura corretta. Se il vostro medico dopo 8 anni di cure continuasse con la stessa ricetta e la malattia non solo non guarisce, ma peggiora, forse, dovreste prendere in considerazione di cambiarlo.

Articolo tratto e integrato da ecroscettico.com

Prima la guerriglia, poi il pianto: “Polizia violenta, vi denuncio” – IL VIDEO

Prima la guerriglia, poi il pianto: “Polizia violenta, vi denuncio” – IL VIDEO


Roma, 11 nov – Si torna a discutere dei disordini creati dagli antifascisti a margine della manifestazione della Lega di Bologna. Sta facendo il giro della rete, in particolare, il video di questo militante dei centri sociali che prima lancia oggetti contro le forze dell’ordine, poi, una volta bloccato dalle stesse, si lamenta della violenza della polizia e minaccia di denunciarla. Singolare la reazione quando una sua compagna interviene in sua difesa e viene allontanata dalla polizia: “Lasciatela stare, è una femmina”, urla l’attivista, con un involontario lapsus ideologico per chi era sceso in piazza in nome dei diritti, compreso il diritto alla “parità di genere”…

L’illusione a tempo indeterminato

L’illusione a tempo indeterminato
Partiamo dal dato annunciato dall’Inps: cresce la “quota di assunzioni con rapporti stabili sul totale dei rapporti di lavoro attivati/variati”. Nel primo semestre, spiega l’osservatorio sul precariato confermando l’andamento già espresso dai dati del Ministero del Lavoro, aumenta, rispetto al corrispondente periodo del 2014, il numero di nuovi rapporti di lavoro a tempo indeterminato nel settore privato (+252.177), rimangono sostanzialmente stabili i contratti a termine mentre si riducono le assunzioni in apprendistato (-11.500).

Nel periodo – dice lo studio – la variazione netta tra i nuovi rapporti di lavoro e le cessazioni, pari rispettivamente a 2.815.242 e 2.177.002, è di 638.240; nello stesso periodo dell’anno precedente è invece stata di 393.658. Nel primo semestre le nuove assunzioni a tempo indeterminato nel settore privato stipulate in Italia, rilevate da Inps, sono state 952.359, il 36% in più rispetto al 2014, mentre Le trasformazioni a tempo indeterminato di rapporti di lavoro a termine, comprese quelle degli apprendisti, sono state 331.917 (+30,6%). Da qui – si analizza – la crescita dal 33,6% al 40,8% della quota di assunzioni stabili sul totale.

Ma il confronto, la pesatura di quanto entra e quanto esce, si fa non solo con i contratti a tempo indeterminato, bensì anche con quelli a tempo determinato. E calcolando tutti i fattori esterni. Perché tra quelli sostenuti finanziariamente di oggi e quelli di prima non c’è confronto; non solo, ma essendo cambiate anche le regole stesse dei contratti a tempo indeterminato, il paragone è difficile, se non addirittura improprio.

Rispetto al concetto di incentivo economico, dobbiamo valutare anche qui gli effetti futuri. L’esempio lo abbiamo avuto nel settore automobilistico con la cosiddetta rottamazione; i trend registrati dal mercato sono stati di un incremento sostanziale finché erano in vigore i bonus, per poi assistere a una brusca frenata una volta terminati.

Per avere una fotografia più possibile vicina al reale, dunque, andrebbero conteggiate e confrontate entrambi le tipologie contrattuali, a tempo determinato e indeterminato. il rischio è quello di farsi prendere da facili entusiasmi, molto suggestivi sotto il profilo politico ma impropri sotto quello economico. E se questo dovesse accadere, a farne le spese sarebbero proprio i lavoratori, che oggi si sentono “garantiti” da un contratto che, però, potrebbero veder scivolare dalle proprie mani entro un breve lasso di tempo.

Fonte: Interris

Tra massoni e finanza, ecco chi sostiene la propaganda LGBT

Tra massoni e finanza, ecco chi sostiene la propaganda LGBT
- di Mirko De Carli

A livello internazionale troviamo diversi soggetti decisamente attivi nel sostenere in varie forme le lobby lgbt: organismi internazionali, fondazioni bancarie, filantropiche e multinazionali. Tutte realtà accomunate spesso dalla partecipazione attiva alle cosiddette battaglie per i diritti civili. Qualche anno fa lo scrittore Vittorio Messori alla domanda ‘chi finanzia coloro che vogliono abbattere la famiglia naturale’ ha risposto senza mezze misure: ‘Alcuni settori della massoneria, l’organizzazione mondiale della sanità, le grandi lobby omosessuali internazionali, influenti settori del partito socialista europeo e i partiti di vecchia ispirazione marxista trasformati in aggregazioni cosiddette liberal’.

Dietro i movimenti a favore del riconoscimento del matrimonio omosessuale operano quindi apparati di potere che programmano e finanziano la propaganda pro lgbt. Non comprendere questo significa non arrivare a capire le ragioni per cui le istituzioni internazionali siano così appassionate a festival come i ‘gay pride’. È un dato incontestabile l’attivismo delle lobby lgbt all’interno delle Nazioni Unite: ogni settimana vengono sollecitate iniziative per imporre agli Stati membri ONU il riconoscimento legale dell’unione tra persone dello stesso sesso all’interno dei meccanismi internazionali di attuazione e controllo dei diritti umani, pena le continue pressioni e le persistenti dichiarazioni di condanna verso gli Stati che non favoriscono politiche di tale ispirazione.


Affianco a questo troviamo l’alta finanza: la lobby omosessuale internazionale, molto attiva a New York, Washington e Bruxelles riceve contributi sia dalle private corporation americane sia dai governi ed istituzioni europee ed internazionali. Il tutto avviene sotto forma di donazioni a organizzazioni non governative per, ad esempio, la lotta all’Aids. Uno dei maggiori contribuenti del mondo lgbt risulta essere l’organizzione ‘Catholic for a free choice’: un ente che insieme all’ILGA (International Gay and Lesbian Association), di cui vi ho parlato nei giorni scorsi sulle colonne de La Croce, opera quotidianamente a Bruxelles per imporre ai legislatori europei il riconoscimento del matrimonio omosessuale negli Stati in cui ancora non è divenuto legge.
CFFC (acronimo di Catholic for a free choice) è finanziata da diverse fondazioni: Playboy Foundation, MacArthur Foundation, la fondazione della casa automobilistica Ford (con oltre un milione di dollari), Open Society Institute del finanziere George Soros, Goldman Fund, Turner Foundation e Rockfeller Foundation. Tanto per citarne alcune. A queste vanno poi aggiunte aziende riconosciute a livello internazionale come Kodak, American Airlines, Apple, Citigroup, Microsoft, Toyota ed Ubs che sovvenzionano le lobby lgbt di Washington: prima fra tutte la ‘Human Right Campaign’. Un’azienda che eccelle nel proprio attivismo, non solo finanziario, a favore di queste lobby è Motorola, la quale impone ai propri dipendenti corsi di formazione contro l’omofobia nell’ambito dei quali non viene garantita la possibilità di dissentire o di esprimere pareri contrari a quanto proposto.

Oltre a questi casi nota è la vicenda dei finanziamenti arrivati dai fondi ‘hedge’ (fondi speculativi della finanza creativa) per sostenere le campagne volte a far cancellare la legge, approvata nello stato della California con referendum popolare , che afferma come unico matrimonio riconosciuto per legge quello tra un uomo ed una donna. Queste esperienze, questi numeri e questi fatti documentano e certificano sempre più una verità: ci sono miliardari, banche e fondi di investimento che sovvenzionano con milioni di euro e dollari le campagne pro lgbt. Il tutto perché il soggetto consumatore è economicamente più interessante del soggetto famiglia. Più un bambino diventa un oggetto di desiderio e non il frutto di un amore autentico più il business di certi settori aumenta: stiamo attraversando le nefaste conseguenze del consumismo di cui Giovanni Paolo II ne ha più volte sottolineato la pericolosità. A noi, oltre il dovere di conoscere quanto accade e raccontarlo a chi ancora non ha piena consapevolezza, il compito di appellarsi alle istituzioni affinché non continuino a ritenere vantaggioso sostenere lobby che del futuro degli Stati hanno ben poco interesse ma favoriscano politiche di sostegno reale al vero motore dell’economia: la famiglia naturale.

Fonte: La Croce Quoridiano 11/11/2015

I documenti UK che fanno gelare il sangue: da Enrico Mattei ad Aldo Moro

Ho intervistato Giovanni Fasanella, giornalista che da anni scava in quella storia italiana che nessuno vi racconta, autore di oltre 21 libri. Insieme aMario José Cereghino ha scritto “Colonia Italia. Giornali, radio e tv: così gli inglesi ci controllano. Le prove nei documenti top secret di Londra“.

Sono cose che dobbiamo sapere.

Quando si pensa alle ingerenze dall’estero nei confronti del nostro Paese si pensa sempre agli Stati Uniti d’America. 

Basta aprire una cartina geografica e vedere dov’è l’Inghilterra, un’isola del Nord Europa, dove sono stati per molti decenni – a ancora oggi – i suoi interessi economici, strategici, militari. In Nord Africa, nel Medio Oriente e in Estremo Oriente. E cosa c’è tra la Gran Bretagna e i suoi interessi? C’è il Mediterraneo e, al centro del Mediterraneo, l’Italia. Quindi già dai tempi del Risorgimento, l’Italia per la Gran Bretagna era una postazione di fondamentale importanza, attraverso la quale poteva controllare i suoi domini e le sue rotte marittime.

Che cosa succede dalla seconda guerra mondiale in poi?

L’Italia perde la guerra e, tra Gran Bretagna e Stati Uniti, c’è una visione molto conflittuale sul problema Italia: per gli Stati Uniti noi eravamo un paese cobelligerante, cioè che si era autoliberato dal nazifascismo combattendo al fianco degli alleati. Per la Gran Bretagna invece noi eravamo un paese sconfitto tout-court. Punto e basta. Quindi un paese soggetto ai vincoli, imposti attraverso trattati internazionali, dalle potenze vincitrici alle nazioni sconfitte. Questo ha determinato il corso degli eventi della storia successiva, praticamente fino ai giorni nostri. Al tavolo della pace, quando le grandi potenze vincitrici cominciarono a spartirsi il mondo in aree di influenza, all’interno del campo atlantico la Gran Bretagna pretese e ottenne, dagli Stati Uniti e dall’Unione Sovietica, una sorta didiritto di supervisione sull’Italia. Quindi l’Italia, dalla seconda guerra mondiale in poi, è paese che appartiene all’area di influenza britannica.

Questa influenza come si è esplicata?

C’è una differenza importante tra gli Stati Uniti e la Gran Bretagna. Gli Stati Uniti hanno combattuto anche in Italia una guerra contro il comunismo. La Gran Bretagna non ha combattuto solo quella, ma anche una guerra contro l’Italia, in modo particolare contro quella parte della classe dirigente italiana del secondo dopoguerra – penso ai De Gasperi, ai Mattei, ai Fanfani, ai Vanoni fino agli Aldo Moro – sovranista, cioè che pur nel contesto di un’alleanza internazionale, l’alleanza atlantica, si muoveva con una propria visione sulla base di un proprio interesse nazionale. Era l’Italia del dopoguerra, uscita a pezzi, che però voleva crescere, riprendersi, ricostruire le proprie istituzioni, il proprio sistema economico e per poterlo fare aveva bisogno di quella materia prima che è il sangue, l’ossigeno per ogni sistema, e cioè il petrolio, l’energia. Questo è stato all’origine di un conflitto con la Gran Bretagna che dura ancora oggi.

Facciamo dei nomi: Enrico Mattei…

La Gran Bretagna, che ha esercitato un controllo pressoché assoluto sul nostro sistema di informazione, ha usato la stampa, i giornali, gli opinion leader, gli intellettuali per orientare l’opinione pubblica e tentare di condizionare le scelte politiche dei partiti e dei governi. Una di queste grandi scelte su cui la Gran Bretagna ha tentato di condizionarci è stata la politica mediterranea, la politica energetica, petrolifera dell’Italia. De Gasperi, Presidente del Consiglio nel 1953, aveva il mandato britannico di sciogliere l’AGIP. Mattei, nel 1953, era stato messo alla presidenza dell’Agip per scioglierla. E invece di sciogliere l’AGIP lui fondò l’ENI, grazie anche a un decreto di De Gasperi. E dopo aver fondato l’ENI, Mattei cominciò ad attuare una propria politica. Non era accettata l’Italia di Mattei, dell’ENI, al tavolo delle grandi compagnie internazionali, in modo particolare di quelle britanniche, con pari dignità. Era ammessa a sedersi, tutt’al più, su uno strapuntino, ma Mattei e l’Italia di quegli anni non volevano assolutamente dipendere dal punto di vista energetico dalla Gran Bretagna. Per cui cercarono autonomamente le fonti di approvvigionamento, offrendo ai paesi produttori di petrolio, che erano quasi tutti controllati dalle compagnie britanniche, condizioni più favorevoli. C’era la famosa regola del fifty-fifty: 50% ai produttori, 50% alle compagnie petrolifere straniere. Questa era una regola imposta dalle sette sorelle. Mattei cambiò le regole dello scambio, proponendo il 25% alle compagnie e il 75% ai produttori: i paesi produttori trovarono più conveniente fare affari con l’Italia che non con la Gran Bretagna. Questo disturbò parecchio gli inglesi.

La rivelazione di questo libro è l’esistenza di una vera e propria macchina della propaganda occulta britannica. E questa macchina venne scagliata contro De Gasperi e contro il suo erede politico Attilio Piccioni, attraverso la macchina del fango. De Gasperi venne coinvolto in uno scandalo, il famoso scandalo Guareschi – De Gasperi delle lettere che poi risultarono false, fabbricate dalla propaganda occulta inglese, e Piccioni venne coinvolto in un altro scandalo, quello famosissimo di Wilma Montesi, la ragazza trovata morta su una spiaggia di Tor Vaianica. Il figlio, Piero Piccioni, venne coinvolto in quello scandalo e il padre, Ministro degli Esteri, sodale di De Gasperi e protettore di Enrico Mattei, venne travolto da quell’ondata di fango. E poi lo scandalo si rivelò infondato, perché le responsabilità del figlio di Piccioni non erano quelle che la campagna ispirata dalla macchina occulta britannica gli aveva attribuito, tant’è che Piero Piccioni qualche anno dopo fu prosciolto, risultò innocente. Questo è solo un esempio di come la Gran Bretagna è intervenuta pesantemente nelle nostre vicende interne, e adesso ho citato due episodi che sono collegati alla guerra specifica energetico-petrolifera.

L’Iran di Mohammad Mosaddegh, primo ministro iraniano, aveva nazionalizzato il petrolio britannico. La Gran Bretagna reagì imponendo l’embargo e l’Italia dell’ENI e di De Gasperi violarono quell’embargo.Winston Churchill, allora premier britannico – nel libro ci sono dei documenti desecretati inglesi – ordinò ai suoi apparati di dare una lezione agli italiani, perché avevano osato violare l’embargo imposto dagli inglesi contro l’Iran.

E quindi, la morte di Mattei?

Sono emersi nuovi documenti sulla guerra scatenata dalla macchina della propaganda occulta contro Enrico Mattei. Mattei, attraverso la sua politica,emarginò progressivamente le compagnie che curavano gli interessi britannici, in aree che gli inglesi consideravano, per importanza – sto citando testualmente un documento -, seconde soltanto alla Gran Bretagna stessa. Aree come la Libia, come l’Egitto, come l’Iran, come l’Iraq che per gli inglesi erano di vitale importanza. Mattei andò a ficcare il naso, con la sua politica, in queste zone, disturbando, anzi emarginando addirittura nel corso degli anni la presenza britannica. In questi documenti Mattei venne definito dagli inglesi – cito testualmente – “un pericolo mortale per gli interessi britannici nel mondo”. E c’è un altro documento che fa venire la pelle d’oca. E’ del 1962. Gli inglesi dicono: “[Mattei] è una verruca, è un’escrescenza da rimuovere in ogni modo. Abbiamo tentato di fermarlo in tutti i modi e non ci siamo riusciti: forse è giunto il momento di passare la pratica alla nostra intelligence“. Sei mesi dopo Enrico Mattei morì in un incidente aereo che oggi sappiamo con certezza, anche sul piano giudiziario, essere stato causato da un atto di sabotaggio.

E Aldo Moro?

La vicenda di Aldo Moro si colloca esattamente nello stesso contesto della vicenda di Enrico Mattei. Aldo Moro è stato l’erede della politica mediterranea di Enrico Mattei. Tra il 1969 e il 1975, Aldo Moro è stato l’ispiratore della politica estera italiana. Era Ministro degli Esteri in diversi Governi, e riuscì a mettere a segno ulteriori colpi contro gli interessi inglesi. Certo, non è che gli italiani scherzassero, a loro volta. In Libia nel 1969, con Moro ministro degli esteri, ci fu un colpo di stato che rovesciò la monarchia filo britannica e portò al potere il colonnello Muammar Gaddafi, addestrato nelle accademie militari italiane. E’ vero che Gheddafi cacciò via gli italiani, ma subito dopo nazionalizzò il petrolio che era controllato dalle compagnie britanniche, espulse dalla Libia le basi militari britanniche e iniziò un rapporto privilegiato con gli italiani, grazie al quale l’Italia conobbe un periodo di grande benessere economico.

E poi, negli anni successivi, ci furono altri colpi messi a segno, come inIraq, dove il regime nazionalista aveva espropriato, nazionalizzato il petrolio controllato dalle compagnie britanniche e l’ENI era riuscita a penetrare anche lì, grazie ovviamente ai successori della politica energetica di Mattei, ma soprattutto grazie alla politica estera di Aldo Moro. 

Tra i documenti di “Colonia Italia“, ce n’è uno che veramente fa venire i brividi, riportato con tutti i suoi riferimenti archivistici, per cui chiunque voglia andare a controllare può farlo.. Nel gennaio del 1969 il responsabile della macchina della propaganda occulta a Roma dice: “Attraverso la macchina della propaganda occulta non abbiamo ottenuto grandi risultati contro questa classe dirigente italiana“. Quindi invita il suo Governo: “Dobbiamo adottare altri metodi“. Quali metodi? Questa parte del documento è oscurata ancora oggi. E’ ancora oggi coperta dal segreto. Io chiedo continuamente agli opinionisti, ai direttori dei giornali, alla stampa: “Ma perché non chiedete al Governo britannico la desecretazione di quella parte del documento in cui sono spiegati gli altri metodi da utilizzare contro l’Italia a partire dal 1969?”. Nel 1969 ci fu la strage di piazza Fontanae iniziò una stagione di sangue, lo stragismo, il terrorismo, che toccò il suo punto più alto con il sequestro e l’assassinio di Aldo Moro. E anche qui c’è da dire qualcosa a proposito dell’intervento britannico.

Nel 1976 – questo è provato, perché lo dicono gli stessi documenti inglesi desecretati e conservati nell’archivio di Stato di Kew Gardens, a disposizione di tutti – ci fu un tentativo di colpo di stato organizzato o progettato dagli inglesi nei primi sei mesi del 1976 per bloccare la politica di Aldo Moro. Quel progetto venne sottoposto all’attenzione degli alleati francesi, tedeschi e americani. I francesi aderirono immediatamente, perché l’Italia era un concorrente temibile anche per i francesi, non solo per gli inglesi, mentre americani e tedeschi si mostrarono mostro più scettici, e dissero agli inglesi: “Ma voi siete pazzi! Un colpo di stato in Italia, a parte i contraccolpi negativi nell’opinione pubblica per l’alleanza atlantica, ma poi c’è una sinistra forte, c’è una organizzazione sindacale molto radicata, cioè ci sarebbe una reazione e quindi un bagno di sangue!“. Gli inglesi allora misero da parte il progetto di un colpo di stato vero e proprio, classico. Però c’è un altro documento, pubblicato nel libro. Scrivono: “Visto che non è possibile attuare un colpo di stato militare classico, per l’opposizione di Germania, e Stati Uniti d’America, passiamo al piano B“. Qual era questo piano B? Purtroppo anche in questo caso, come nel documento che ho citato prima, c’è soltanto il titolo. E il titolo è agghiacciante. Testualmente: “Appoggio a una diversa azione sovversiva per bloccare Aldo Moro“. Quale poteva essere questa azione sovversiva, naturalmente io non lo so, perché anche questa parte del documento è ancora oggi secretata, protetta dal segreto. A suo tempo venne oscurata persino agli americani e ai tedeschi. E anche in questo caso non mi trattengo dal chiedere agli opinionisti italiani, alla stampa italiana: “Siamo in un paese in cui rivendichiamo tutti i giorni verità e giustizia, beh: quando ci troviamo di fronte a documenti di questo tipo, ma che ci vuole a chiedere agli inglesi di desecretare anche questo documento per capire quale poteva essere la diversa azione sovversiva contro Moro?“. Magari non c’entra nulla con il sequestro e l’assassinio di Aldo Moro, le cui responsabilità ovviamente ricadono sulle brigate rosse italiane. Magari, attraverso la desecretazione di quel documento, scopriamo che la diversa azione sovversiva con cui gli inglesi volevano bloccare Aldo Moro era una scampagnata soltanto una scampagnata della regina Elisabetta in Italia.

Ci sono due documenti drammatici, che segnano due fasi drammatiche della nostra storia: Piazza Fontana e l’assassinio di Aldo Moro. Entrambi questi documenti sono incompleti. Sono ancora oggi secretati. E visto che la Gran Bretagna è un paese nostro amico, addirittura nostro alleato, sarebbe utile per noi sapere se questo paese amico ha avuto un qualche ruolo, oppure no, nella strage di Piazza Fontana e nell’assassinio di Aldo Moro.

La manipolazione dell’opinione pubblica italiana da parte della Gran Bretagna è ancora in essere, oppure nel tempo si è attenutato?

Allo stato delle nostre ricerche, che ovviamente continuano – non posso fare riferimenti precisi, per il momento, a documenti sui quali stiamo ancora lavorando -, sulla base di quello che abbiamo letto e pubblicato finora, ho ragione di ritenere che oggi il controllo britannico sul nostro Paese sia ancora più forte di prima.
Fonte: Byolu

12 novembre 2015

A.A.A. SVENDITA ITALIA CON LA COMPLICITA’ DEI GOVERNI

A.A.A. SVENDITA ITALIA CON LA COMPLICITA’ DEI GOVERNI

Pubblichiamo molto volentieri un’analisi sul triste fenomeno della vendita di aziende italiane a soggetti esteri realizzato da uno studenti del terzo anno di Economia e Commercio, Corso CLEC, dell’Università Gabriele d’Annunzio di Chieti-Pescara.
Ormai da anni sempre più aziende italiane finiscono per passare in mani straniere.
L’ultimo in ordine di tempo è Grom, il “gelato più buono del mondo” che dal 1° ottobre 2015 passa alla multinazionale olandese Unilever, quella di Algida per intenderci.
Ma oltre al suo “Gelato più buono” l’Italia in questi anni è stata depredata dai colossi stranieri di molti dei suoi marchi più importanti e  prestigiosi.
Prima della Grom di fatti è lunghissima la lista di imprese italiane, molte delle quali rappresentano un vero pezzo di storia del nostro Paese, nel finire sotto il controllo di imprenditori stranieri.
La lista del “Made in Italy” che ci ha abbandonato è infinita e sarebbe troppo lunga da elencare completamente al punto di poter amaramente constatare che lo Stivale sia ormai diventato un immenso outlet dove si viene a fare shopping a prezzi di saldo.
Basti pensare che la quota di imprese italiane in mano agli stranieri corrisponde al 23% del totale, mentre ben il 43% delle società per azioni tricolori quotate in Borsa è posseduto da soggetti esteri.
Ma la colpa di tutto ciò principalmente è imputabile a quali fattori? Iniziamo subito nell’affermare che, in linea di principio, una azienda viene venduta essenzialmente per due motivi:
-perché viene offerto un prezzo estremamente elevato rispetto agli utili generati e alle aspettative d’incremento del valore, tanto da indurre chi ne detiene il controllo a cederla.
-perché non genera sufficienti utili e le prospettive future, anche in termini di incremento di valore, inducono nel cederla.
Inutile precisare che attualmente la stragrande maggioranza delle aziende italiane non genera soddisfacenti livelli di utili e che le prospettive future d’incremento del proprio valore sono pertanto estremamente basse. Questa situazione si è determinata a causa della recessione in atto da diversi anni che sta affliggendo in particolar modo il Vecchio Continente e che oltre ad aver creato le condizioni di contrarre i fatturati, compresso gli utili e ridotto drasticamente risorse destinate agli investimenti, ha sensibilmente diminuito l’accesso al credito da parte delle aziende italiane. Gli effetti della globalizzazione, che come effetto più evidente ha indotto alla delocalizzazione produttiva con tutto quello che ne consegue anche in termini di occupazione, ha fatto poi il resto.
In questo desolante scenario molte aziende hanno gettato la spugna e sono passate di mano a favore di soggetti esteri che invece hanno la disponibilità di capitali idonei a ricapitalizzazioni che permettono il rafforzamento patrimoniale bypassando il sistema bancario e consentendo di intraprendere investimenti produttivi e innovativi. Naturalmente il rovescio della medaglia è rappresentato dagli effetti generati dalle riorganizzazioni societarie, anche profonde, che prevedono oltre a cessioni di rami d’azienda, riduzioni di personale e trasferimenti all’estero di produzioni, anche la scelta di sedi fiscali in paesi dove è possibile godere di trattamenti fiscali migliori rispetto all’Italia costretta invece sempre più ad effettuare prelievi fiscali penalizzanti per l’intero “Sistema Paese” nel tentativo di rincorrere i vincoli di bilancio europei pur di rimanere del “club dell’euro”.
I Governi italiani invece di proteggere pertanto le aziende italiane dalla propria svendita, preferisce ostinarsi nell’intraprendere politiche di austerity necessarie al sostentamento della moneta unica che determinano contrazione della domanda interna, e quindi di fatturato delle aziende stesse, e una pressione fiscale al limite della sopravvivenza per qualsiasi attività produttiva.
Insomma si vende, anzi si svende, per non cedere in prospettiva a prezzi ancora più inferiori degli attuali a soggetti esteri i quali sono ben contenti di venire in Italia a comprare tutto il possibile perché riescono ad accaparrarsi eccellenze in ogni campo a prezzi estremamente competitivi, coscienti che con la messa a disposizione di risorse finanziarie fresche riescono ad incrementare notevolmente l’investimento. Poi se si fanno “spezzatini” o si licenzia personale per ristrutturazioni e si chiudono siti produttivi per trasferirli anch’essi all’estero poco importa, tanto lo Stato italiano non alza un dito per evitare questo scempio.
Ormai il passo allo status di “Colonia del Nord Europa” è sempre più vicino!
Franco Cherubini

11 novembre 2015

Dicono democrazia, ma intendono tirannide


La Catalogna ieri ha votato per l’indipendenza. Mariano Rajoy: «Utilizzeremo lo stato di diritto per impedire che questa sfida alla democrazia si compia. Metteremo in marcia tutti i meccanismi che la legge ci concede. E’ un tentativo che disprezza la pluralità spagnola. Ma i cittadini stiano tranquilli: la Catalogna resterà in Spagna e in Europa. Siamo una democrazia avanzata». Alla faccia della democrazia: si scrive democrazia, si legge tirannide.


Il Parlamento catalano ha approvato lunedì 9 novembre una risoluzione che ha avviato il processo per creare una Repubblica Indipendente della Catalogna di Spagna, a partire dal 2017. I risultati quasi definitivi delle elezioni del 27 settembre scorso hanno infatti conferito la maggioranza del parlamento regionale a entrambe le parti che sostengono l’indipendenza della Catalogna. Questa regione del nord-est della Spagna non è mai stata uno Stato sovrano, ma negli ultimi decenni ha visto accrescersi la domanda di indipendenza.

Il nazionalismo catalano è apparso relativamente tardi: nel 1932 un movimento repubblicano che si oppone alla monarchia porta alla creazione di un governo catalano, chiamato Generalitat. Soffocato sotto la dittatura di Franco, la Generalitat viene ripristinato nel 1977 e nel 2005 il parlamento catalano approva un progetto di autonomia. Il sentimento nazionalista resta ampiamente minoritario fino al 2010, quando un testo che intendeva ampliare l’autonomia della regione e riconoscere l’esistenza della “nazione” catalana viene respinto dalla Corte costituzionale di Madrid. In segno di protesta, un milione di persone hanno marciato a Barcellona. Numeri molto significativi, considerato che la regione conta 7,5 milioni di persone in tutto. In seguito, il nazionalismo si è intensificato e la sua festa nazionale, la Diada (il giorno nazionale della Catalogna), quest’anno ha richiamato più di un milione di persone. Ma perché questa regione vuole l’indipendenza? Se lo può permettere?




Cosa rappresenta la Catalogna in Spagna?

Si tratta di una delle più potenti e più ricche regioni della Spagna. Pur rappresentando il 16% della popolazione spagnola, i catalani producono circa il 20% della ricchezza del paese. Un quarto delle esportazioni spagnole nel 2014 sono partite della Catalogna. Con il porto di Barcellona, ​​la Catalogna rappresenta uno dei più grandi snodi commerciali del Mediterraneo. Ha quattro aeroporti internazionali, un’industria farmaceutica competitiva ed è sede del quartier generale di importanti multinazionali come Mango, gigante del tessile. Il tasso di disoccupazione, certamente elevato, rimane comunque inferiore alla media nazionale: nel secondo trimestre si è attestato al 19,1% della popolazione attiva, contro il 22,4% nazionale.

A livello politico e amministrativo, come le altre comunità autonome (Andalusia, Isole Canarie, Galizia, ecc), la regione ha il suo Parlamento e il suo Governo, che si occupa in particolare di sanità, istruzione e servizi sociali. E ha anche le sue forze di polizia.

in termini di radici culturali, la Catalogna ha anche una propria lingua, il catalano, più parlato dello spagnolo (castigliano), ha il suo inno, Els Segadors (i mietitori) e la sua bandiera, a strisce alternate rosse e oro.


Quali sono le sue rivendicazioni indipendentiste?

Pesantemente in debito per la somma di quasi un terzo del suo PIL, la Regione sostiene che non sarebbe in deficit (il deficit pubblico era pari al 2% alla fine del 2013) se il sistema di ridistribuzione spagnolo, secondo il quale le province più ricche danno a quelle più povere, fosse calibrato meglio in suo favore.

Secondo i calcoli della Generalitat nel 2011, la differenza tra ciò che la regione paga in tasse a Madrid e quello che riceve dallo Stato è di circal’8,5% del Pil catalano. Un contributo contestato dal governo, che parla di una cifra inferiore della metà: circa il 4,3%.

Oggi la regione gestisce autonomamente circa la metà delle imposte, il potere centrale l’altra metà. Le forze nazionaliste vorrebbero adattare il sistema già in vigore nei Paesi Baschi: la gestione autonoma di tutte le imposte, creando una sorta di cassa unica regionale, dalla quale versare poi una quota di Madrid sulla base dei servizi prestati allo Stato Catalogna, e un contributo di solidarietà territoriale (per le regioni meno ricche).

Oltre alla questione fiscale, i separatisti hanno ancherivendicazioni culturali: sono contro la legge nel 2012 che ha introdotto l’uso della lingua spagnola nelle scuole. Il ministro dell’istruzione José Ignacio Wert l’aveva anche chiamata “ispanificazione” dei giovani catalani, una dichiarazione che aveva risvegliato brutti ricordi tra coloro che avevano vissuto la presa della regione da parte dei franchisti durante la guerra civile e la repressione dell’identità catalana.

Perché può essere complicato

Dal punto di vista del processo politico, diversi ostacoli si frappongono sul cammino dell’indipendenza catalana. Innanzitutto, i separatisti hanno vinto sì le elezioni con una maggioranza di 72 seggi su 135, ma non hanno ottenuto la maggioranza assoluta dei voti (47,8%) e non si sono accordati sul futuro presidente della regione. L’estrema sinistra rifiuta il candidato della coalizione indipendentista, Artur Mas, Presidente uscente.

Il primo ministro conservatore, Mariano Rajoy, che ha convocato una riunione straordinaria del consiglio dei ministri per l’11 novembre, ha annunciato la sua intenzione di presentare un ricorso urgente alla Corte Costituzionale per invalidare la decisione. Quest’ultima è in conflitto con l’articolo 2 della Costituzione (l’unità della nazione e il diritto all’autonomia), che riconosce il diritto all’autonomia regionale, ma non l’indipendenza, secondo il principio di unità indissolubile della nazione.

La Corte costituzionale, tuttavia, ha riconosciuto ai catalani il “diritto di decidere” secondo le loro “aspirazioni politiche“, ma la revisione della Costituzione si può esercitare solo una volta. Si tratta tuttavia di un processo complesso che richiede la maggioranza in entrambe le camere del Parlamento, cosa che i separatisti non hanno.

Inoltre, come nel caso della Scozia, sarebbe difficile dire se un Catalogna indipendente potrebbe entrare nell’Europa Unita. Bruxelles ritiene da molto tempo che la secessione di una regione facente parte dall’inizio di uno stato membro dell’Unione Europea comporterebbe automaticamente la sua uscita dal blocco dei 28 paesi. “Una nuova regione autonoma, in virtù della sua indipendenza, diventerebbe un paese terzo rispetto alla UE e potrebbe quindi presentare la sua candidatura per diventare un membro dell’Unione“, ha spiegato il portavoce dell’esecutivo di Bruxelles,Margaritis Schinas, la settimana scorsa.

Infine, una questione pur sempre rispettabile: dove giocherebbe il Barça? Il campione di Spagna e tutti gli altri club catalani sarebbero in effetti esclusi dalla Liga spagnola in caso di secessione della regione.

Una secessione favorirebbe la Catalogna?

La banca Natixis ha affrontato la questione in una analisi pubblicata un anno fa e ritiene che a Barcellona avrebbe anche molto da perdere da una secessione. Nella fattispecie: calo delle esportazioni, con l’applicazione della tariffa doganale comune e la comparsa di costi di transazione; rischio di abbandono delle società con sede in Catalogna che intendono accedere al mercato unico; riduzione della quantità di investimenti diretti esteri (realizzati per l’80% da entità europee).

A livello nazionale, i conseguenti attriti con l’autorità centrale sarebbero rischiosi per la Catalogna: la metà del commercio catalano avviene con il resto della Spagna. Il governo catalano ha a sua volta emesso una nota sulle “relazioni commerciali tra la Catalogna e la Spagna“, dove si parte da ipotesi meno pessimistiche, concludendo che l’impatto della diminuzione delle esportazioni catalane verso la Spagna sarebbe solo del 2%.

Natixis ha anche rilevato che si pone la questione del mantenimento dell’euro come valuta nazionale, che aggiunge incertezza circa la fattibilità di un nuovo Stato catalano. Inoltre, la regione rimarrebbe fragile finanziariamente: non potrebbe finanziarsi sui mercati e non ha attualmente come sola banca che Madrid.

Usi obbedir tacendo…

Usi obbedir tacendo…

Un con­vo­glio di spe­ciali tir por­ta­con­tai­ner è par­tito il 26 otto­bre dalla base ita­liana di Pog­gio Rena­tico (Fer­rara), dove è stato costi­tuito il Cen­tro rischie­ra­bile di comando e con­trollo aereo della Nato, la prima unità del suo genere. Dopo aver per­corso oltre 2500 km attra­verso Austria, Repub­blica Ceca, Polo­nia, Litua­nia e Let­to­nia, col sup­porto mili­tare anche della Ger­ma­nia, è giunto nella base let­tone di Liel­vārde, a ridosso del ter­ri­to­rio russo, appena ristrut­tu­rata per ospi­tare i droni Pre­da­tor e altri veli­voli mili­tari Usa. Qui, con le sofi­sti­cate appa­rec­chia­ture tra­spor­tate dall’Italia, è stato atti­vato il Dars, «punta di lan­cia» del Cen­tro rischie­ra­bile Nato di Pog­gio Renatico.
Fino al 27 novem­bre, nel qua­dro dell’esercitazione seme­strale Ram­stein Dust, il Dars effet­tuerà «mis­sioni aeree dal vivo e simu­late nello spa­zio aereo bal­tico», ossia prove di guerra con­tro la Rus­sia. Agli ordini del gene­rale ita­liano Roberto Nor­dio, coman­dante del Cen­tro rischie­ra­bile Nato di Pog­gio Rena­tico, a sua volta agli ordini del gene­rale sta­tu­ni­tense Frank Gorenc che dirige il Comando aereo della Nato, a sua volta agli ordini del gene­rale sta­tu­ni­tense Phi­lip Breed­love, Coman­dante supremo alleato in Europa nomi­nato, come i suoi pre­de­ces­sori, dal Pre­si­dente degli Stati Uniti.
Men­tre da Pog­gio Rena­tico parte la mis­sione aerea nel Bal­tico a ridosso del ter­ri­to­rio russo, la prima effet­tuata al di fuori del ter­ri­to­rio ita­liano, sem­pre da Pog­gio Rena­tico ven­gono dirette le ope­ra­zioni aeree tat­ti­che della Tri­dent Junc­ture 2015, con la par­te­ci­pa­zione di oltre 160 cac­cia­bom­bar­dieri, aerei per il rifor­ni­mento in volo, eli­cot­teri e droni che ope­rano da 15 basi aeree in Ita­lia, Spa­gna e Portogallo.
La Tri­dent Junc­ture è una evi­dente eser­ci­ta­zione di guerra diretta con­tro la Rus­sia la quale – ha dichia­rato a Tra­pani Birgi il vice­se­gre­ta­rio della Nato, lo sta­tu­ni­tense Ver­sh­bow, capo­vol­gendo i fatti – «ha ille­gal­mente annesso la Cri­mea, appog­gia i sepa­ra­ti­sti in Ucraina ed è entrata nella guerra in Siria dalla parte di Assad», creando «una situa­zione poten­zial­mente più peri­co­losa di quella della guerra fredda».
Scom­parsa l’Urss, pre­sen­tata allora come potenza aggres­siva che mirava a inva­dere l’Europa occi­den­tale, a Washing­ton si crea ora il nuovo «nemico», la Rus­sia, attuando in Europa la poli­tica del «divide et impera». E si mobi­lita la Nato (este­sasi a tutti i paesi dell’ex Patto di Var­sa­via e a tre dell’ex Urss) in pre­pa­ra­tivi di guerra che ine­vi­ta­bil­mente pro­vo­cano con­tro­mi­sure mili­tari da parte russa.
L’Italia di nuovo si trova in prima linea, con un governo che obbe­di­sce agli ordini di Washing­ton e una mag­gio­ranza par­la­men­tare che segue il vec­chio motto (ora in disuso anche tra i cara­bi­nieri) «usi obbe­dir tacendo». L’opposizione par­la­men­tare (salvo qual­che voce dis­so­nante) fini­sce spesso col fare il gioco di chi ci sta por­tando alla guerra. Emble­ma­tico il recente docu­mento di un par­tito di oppo­si­zione, in cui non si nomina la Tri­dent Junc­ture né la Nato, ma si attri­bui­sce il dram­ma­tico ritorno della guerra in Europa in primo luogo ai sogni di glo­ria e di ege­mo­nia della Rus­sia e, in subor­dine, di Fran­cia, Gran Bre­ta­gna, Tur­chia e, per ultimo, anche degli Stati uniti.
Senza una parola sulle gravi respon­sa­bi­lità del governo ita­liano che, die­tro false dichia­ra­zioni disten­sive, con­tri­bui­sce ai pre­pa­ra­tivi di guerra della Nato verso Est e verso Sud. Igno­rando che, tra­mite la Nato e i patti segreti sti­pu­lati al suo interno con le oli­gar­chie euro­pee, Washing­ton influi­sce non solo sulla poli­tica estera e mili­tare, ma sugli indi­rizzi poli­tici ed eco­no­mici della Ue.
Impos­si­bile pen­sare a una nuova Europa senza libe­rarsi dalla stretta sof­fo­cante della Nato.
Fonte: Manlio Dinucci | ilmanifesto.info

Campania, bufera su De Luca: “Favori per restare in carica”

Campania, bufera su De Luca: “Favori per restare in carica”

Campania, bufera su De Luca: “Favori per restare in carica”

Napoli, 11 nov – Nuova bufera su Vincenzo De Luca, il controverso governatore dellaCampania. Sembra infatti che la sentenza che ha consentito al politico campano di rimanere alla guida della regione possa non essere stata regolare.

Per questo motivo lo stesso De Luca sarebbe stato iscritto nel registro degli indagati con altre sei persone, tra cui Carmelo Mastursi, suo ex capo della segreteria dimessosi dimesso 24 ore fa mentre si diffondeva la notizia di una indagine che lo coinvolgeva.

Nel mirino lo stop alla sospensiva disposta dalla legge Severino nei suoi confronti: secondo la Procura di Roma sarebbe stato indotto a promettere un posto di primo piano nella Sanità campana al marito del giudice Anna Scognamiglio, relatrice dell’ordinanza del 22 luglio.

Gli uomini della squadra mobile di Napoli hanno già perquisito alcuni uffici di palazzo Santa Lucia e l’appartamento di Mastursi al quale è stato sequestrato anche il cellulare, oltre a numerosi documenti.

La sentenza al centro dell’inchiesta romana è quella con la quale la prima sezione civile del Tribunale di Napoli ha confermato quanto già deciso il 2 luglio dal giudice monocratico Gabriele Cioffi, il quale aveva congelato la sospensione di De Luca dalla carica di governatore che era stata disposta con un decreto del presidente del Consiglio in base alla legge Severino.
La sospensione era relativa ad una condanna a un anno di reclusione per abuso di ufficio inflitta a De Luca quando era sindaco di Salerno. Il collegio aveva accolto il ricorso presentato dai legali di De Luca e aveva inviato gli atti alla Corte Costituzionale sospendendo il procedimento sul merito.

Il governatore indagato ha così replicato: “In relazione all’annunciata indagine nei miei confronti, nel dichiarare senza alcun margine di equivoco la mia totale estraneità a qualunque condotta meno che corretta, chiarirò ogni aspetto in una conferenza stampa nella mattinata di domani”.

Giuliano Lebelli

LA GUERRA AL CONTANTE AVANZA SU TUTTI I FRONTI. “PRIMA DI TUTTO VENNERO A PRENDERE I CENTESIMI…”

LA GUERRA AL CONTANTE AVANZA SU TUTTI I FRONTI. “PRIMA DI TUTTO VENNERO A PRENDERE I CENTESIMI…”

La “lotta al contante” è un fenomeno globale, come ci mostra questo articolo rilanciato da Zero Hedge. Presentata come una questione di trasparenza e comodità, applaudita da molti, l’abolizione del contante è una manna per il potere delle banche, una minaccia alla privacy e potenzialmente, in futuro, una minaccia alle libertà sociali e politiche fondamentali: un unico potere centrale potrebbe teoricamente tenere sotto controllo –ed eventualmente impedire– qualsiasi transazione, qualsiasi acquisto, qualsiasi spostamento. La società senza contante, presentata come una liberazione, è in realtà la peggiore distopia orwelliana.

di Don Quijones via WolfStreet.com, 08 novembre 2015

La guerra al contante sta avanzando su tutti i fronti. Una regione in cui i titoli dei giornali sono stati monopolizzati da questo tema, cioè dalla guerra contro la moneta fisica, è la Scandinavia. La Svezia è diventato il primo paese a includere i propri cittadini come cavie, in buona parte volenterose di esserlo, per un esperimento di economia distopica: tassi di interesse negativi in una società senza contante. Come riporta Credit Suisse, non importa dove vai o cosa vuoi comprare, troverai sempre un piccolo onnipresente cartello che dice “Vi hanterar ej kontanter” (“Non accettiamo il contante”):

Che sia per una tazza di vin brulè al mercatino di Natale, per una birra al bar, anche il più piccolo addebito viene regolato in modo digitale. Perfino i venditori ambulanti di giornali come Faktum e Situation Stockholm, agli angoli delle strade, dovranno portarsi dietro il lettore di carta di credito.

Una cosa simile si sta svolgendo in Danimarca, dove circa il 40 percento della popolazione paga utilizzando MobilePay, un’applicazione della Danske Bank che permette di effettuare tutti i pagamenti via smartphone. Essendoci sempre più negozianti che rifiutano i pagamenti in denaro fisico, una società senza contante “non è più un’illusione, ma una visione che può essere realizzata in un tempo ragionevole” dice Micheal Busk-Jepsen, direttore esecutivo dell’Associazione dei Banchieri Danesi.

Il più grande laboratorio del mondo di abolizione del contante

Mentre la Svezia e la Danimarca possono essere i due paesi più vicini all’abolizione completa del contante, il banco di prova più importante per un’economia senza contante è a mezzo globo di distanza, nell’Africa sub-sahariana.

In molti paesi africani, andare in giro senza contante non è solo un fatto di praticità (come in Scandinavia), è fondamentalmente una questione di sopravvivenza. Meno del 30 percento della popolazione ha conti in banca, e ancora meno hanno carte di credito. Ma quasi tutti hanno un telefono cellulare. Ora, grazie all’enorme aumento dell’utilizzo delle comunicazioni tramite telefonia mobile, e a causa dell’enorme numero di cittadini senza conti bancari, l’Africa è diventato il luogo perfetto per il più grande esperimento sociale di vita senza contante.

Le organizzazioni governative e non-governative dei paesi occidentali stanno lavorando gomito a gomito con le banche, le compagnie di telecomunicazioni e le autorità locali per rimpiazzare il contante con denaro alternativo spostato tramite telefoni cellulari. Le organizzazioni coinvolte includono CitiGroup, Mastercard, VISA, Vodafone, USAID, e la Fondazione Bill e Melinda Gates.

In Kenya il denaro trasferito dal più grande operatore di telefonia mobile, M-Pesa (di proprietà di Vodafone) conta per oltre il 25 percento del PIL del paese. Nel paese africano più popoloso, la Nigeria, il governo ha lanciatouna Carta d’Identità biometrica Mastercard, che funge anche da carta di credito. Il “servizio” fornisce a Mastercard l’accesso diretto a oltre 170 milioni di potenziali clienti, per non parlare dei loro dati personali e biometrici.

L’azienda ha recentemente ottenuto anche un contratto con il governo per progettare la Hunduma Card, che sarà utilizzata per pagare i servizi pubblici. Per Mastercard questi accordi con il governo sono essenziali per raggiungere la nobile visione di un “mondo oltre il contante”.

Una nuova frontiera

In India è in corso un progetto ancora più ambizioso: l’Autorità per l’Identificazione Unica in India (UIDAI), che mira a creare un sistema unico e centralizzato per l’iscrizione di 1,2 miliardi di elettori. Si tratterà della più grande piattaforma per la registrazione dell’identità e dei dati biometrici nel mondo. C’è solo un problema: secondo i suoi creatori, il solo modo per far funzionare il sistema a dovere è attraverso l’adozione di un ampio sistema di pagamenti elettronici, affiancato, come sempre, al sistema di riconoscimento dei dati biometrici.

Dato che il contante regna ancora sovrano nel subcontinente asiatico, il governo potrà avere un bel da fare. Il ministro delle finanze Arun Jaitley ha sottolineato più volte la necessità di trasformare l’India in un’economia senza contante, a suo dire per “tenere a freno il problema del denaro sporco”. Comunque, con la sua enorme economia informale, l’India rimane il più grande produttore e consumatore di banconote dopo la Cina (come anche il più grande utilizzatore di oro).

Ecco qualche dettaglio in più dal Financial Express indiano:

Ad oggni meno del 5 percento di tutti i pagamenti sono fatti in forma elettronica. I risultati del sondaggio ICE 360 sull’uso del denaro nel 2014 mostravano che il contante è la modalità preferita di pagamento per fino a Delhi, la metropoli più popolosa e più sviluppata. Circa il 73 percento di tutti gli acquisti effettuati dai consumatori a Delhi sono pagati in contanti, e solo il restante 17 percento tramite carta di credito.

Ovviamente il governo indiano farà tutto il possibile per cambiare questa situazione. In un articolo sul Daily Mail, Nandan Nilekani, uno dei tecnocrati dietro l’UIDAI, sollecita il governo a proseguire per questa strada. “Il governo deve essere il primo a condurre questo cambiamento, usando il peso e l’estensione dei suoi schemi di previdenza sociale per guidare la popolazione verso l’adozione di modelli di pagamento elettronico“, ha detto Nilekani. “Sull’onda di questo cambiamento, anche molti privati entreranno nel sistema“.

I privati includono senza dubbio anche le banche. Dopotutto, in un mondo dove ogni transazione – o quantomeno ogni transazione “ufficiale” – deve essere elettronica, il potere delle banche sugli individui è destinato ad aumentare enormemente, come ammonisce Brett Scott in un articolo del Guardian:

Assieme a tutto ciò si presenta lo spettro della sorveglianza da parte delle banche, e ogni transazione a cui prendete parte viene autorizzata e registrata da una banca commerciale privata, fornendole tutta la vostra storia transazione per transazione. Se a una tale banca non dovesse piacere una certa impresa – ad esempio Wikileaks – può semplicemente bloccarle il conto.

Il nuovo costo di fare business

Un beneficio spesso trascurato delle transazioni in contante è che non c’è intermediario. Una parte paga l’altra in una moneta che entrambi accettano, e non c’è nessun intermediario a ficcare il naso.

In una società senza contante non c’è nulla che impedisca alle banche o ad altri mediatori finanziari di trattenere un pochino da ciascuna transazione. I mediatori saranno anche in grado di usare – e potenzialmente abusare – l’enorme deposito di dati che raccolgono dai pagamenti effettuati dai loro clienti. Queste informazioni sono di enorme interesse e valore per i servizi di marketing, istituzioni finanziarie, compagnie di assicurazione, governo, servizi segreti, e una miriade di altre organizzazioni.

Un altro vantaggio molto importante del contante è che limita significativamente la capacità delle banche centrali di continuare a condurre quello che è forse il più grande furto finanziario dell’era modera, vale a dire la politica dei tassi d’interesse negativi. Il solo modo in cui le banche centrali posso mantenere i tassi d’interesse negativi all’infinito è quello di abolire totalmente il contante, come il capo economista della Bank of England, Andrew Hadlaine, ha di fatto ammesso. Fino a che esiste il denaro, non c’è modo per impedire ai correntisti di fare la cosa più logica, cioè prendere il loro denaro e metterlo là dove gli effetti erosivi dei tassi negativi non lo possono raggiungere.

Pertanto, al fine di salvare un sistema finanziario che ha moralmente oltrepassato i limiti e che ha smesso da molto tempo di servire i bisogni fondamentali dell’economia reale, i governi e le banche centrali devono sbarazzarsi dell’ultima cosa rimasta che dà alle persone una sembianza di riservatezza, anonimità e libertà personale, nelle loro vite sempre più controllate e sorvegliate.

La più grande tragedia in tutto questo è che il maggiore alleato dei governi e delle banche, nella loro guerra al contante, è la stessa popolazione. Fino a che le persone continuano ad abbandonare l’uso del contante in cambio di qualche piccola comodità, la guerra al contante è già conclusa.

Una guerra condotta da banchieri, politici e accademici, e perfino da giovani imprenditori.

Il Ku Klux Klan e i cattolici

Il Ku Klux Klan e i cattolici

LA STORIA DEL KKK CI DICE QUALCOSA SULLA CAPACITÀ DEGLI IMMIGRATI NEGLI STATI UNITI DI ASSIMILARSI COL TEMPO.

 Attualmente c’è una buona dose di nervosismo sotto quei cappucci bianchi. Il gruppo Anonimous ha dichiarato la propria intenzione di rivelare l’identità di circa un migliaio di membri del Ku Klux Klan (KKK) negli Stati Uniti, minacciando di scoprire molti militanti razzisti clandestini. Chissà che queste misure non possano finalmente far fuori quello che una volta era il formidabile Gigante Bianco…
Concentrarci sull’elemento razzista ci fa tuttavia dimenticare un altro aspetto fondamentale della storia del KKK, di grande rilievo per le persone religiose. Sì, il Klan si è sempre concentrato soprattutto sull’eliminazione degli afroamericani e sul rafforzamento della supremazia bianca, ma al culmine della sua forza e della sua popolarità, negli anni venti del XX secolo, ha attirato vari milioni di seguaci negli USA, la maggior parte dei quali si preoccupavano di combattere i cattolici romani. Per qualche anno, il movimento ha goduto i suoi più grandi successi negli Stati industriali del nord come Pennsylvania e Indiana piuttosto che nel profondo Sud, e buona parte del suo fascino risiedeva nel suo anticattolicesimo.
Vent’anni fa ho avuto la fortuna di avvalermi degli archivi interni del Klan della Pennsylvania, che ho trattato nel mio libro del 1997 Hoods and Shirts. Negli anni Venti, il Klan ha raggiunto più di cinque milioni di membri in tutta la Nazione, e solo in Pennsylvania si stima ne avesse almeno 250.000. La Pennsylvania è diventata un regno del Klan, sotto il suo Grande Dragone, ed è stata ulteriormente divisa in otto province, ciascuna posta sotto un Grande Titano. Lo Stato ha acquistato almeno 423klavern, o logge. Alla metà degli anni Venti, il Klan appariva spesso sui quotidiani della Pennsylvania, sia per le sue parate e i rituali di massa che per i sempre più frequenti atti di violenza e confronto.
Dimostrazioni aggressive del Klan e proteste anticattoliche portarono al conflitto con i gruppi cattolici, e nel 1923 e nel 1924 le rivolte scatenarono un bagno di sangue nelle città industriali di Carnegie, Scottdale e Lilly. Uno di questi episodi diede al Klan un celebrato eroe in Tom Abbott, il “Klansman martirizzato” protagonista di opuscoli e leggende. In risposta alla continua violenza, il Klan formò un corpo paramilitare di klavaliers, o reparti d’assalto, e abbiamo i formulari di ingresso che venivano forniti per entrare in questo gruppo.
Ma perché i cattolici?
In parte il Klan aveva ereditato la potentissima tradizione della bigotteria anticattolica militante, che presentava la Chiesa come un veicolo di tirannia, paganesimo, immoralità, persecuzione e qualsiasi forza anticristiana. Il Klan riprendeva le antiche accuse del “nativismo” americano circa i mali cattolici, includendo Inquisizione, giuramenti segreti sediziosi fatti dai Cavalieri di Colombo e la natura cospiratrice dell’ordine gesuita. Era tutto familiare, ma dagli anni Novanta dell’Ottocento gli Stati Uniti sperimentarono un’immigrazione di massa soprattutto dall’Europa centrale e orientale, e i nuovi gruppi erano fortemente cattolici ed ebrei.
Secondo il Klan, il potere cattolico emergente minacciava di schiacciare la società e i valori americani. Nel secolo precedente, la Chiesa negli Stati Uniti era passata da 50.000 membri e 35 sacerdoti a 20 milioni di fedeli con una vasta rete di clero, scuole e seminari. La forza cattolica si basava sull’“alienismo”, “le orde non assimilate dell’Europa”, che minacciavano la purezza razziale americana. L’incubo era che un giorno gli americani sarebbero stati soggetti alla tirannia cattolica, e che un giorno un cattolico avrebbe raggiunto la presidenza degli Stati Uniti. La campagna presidenziale del 1928 del cattolico Al Smith galvanizzò nuovamente il Klan.
Sempre nel 1928, il leader del Klan della Pennsylvania Paul Winter avvertì nel suo What Price Tolerance? che presto sarebbe iniziata una lotta apocalittica tra “l’americanismo tradizionale e l’invasione politica e religiosa degli Stati Uniti da parte dei sostenitori delle istituzioni e degli ideali dell’Europa”.
L’“Armageddon americano” sarebbe stato sia fisico che morale, visto che i cattolici si erano spesso mostrati i maestri della sovversione e della cospirazione. Era imminente un colpo di Stato cattolico? Contro il pericolo chiaro e presente che affrontava la repubblica, Winter dichiarava che le forze patriottiche erano in fermento. Queste includevano il clero protestante non corrotto da tentazioni ecumeniche e la rete di ordini fraterni e patriottici, soprattutto la massoneria. L’organizzazione del Klan era fortemente basata sulla massoneria.
Il Klan era prevalentemente un movimento protestante. Il clero protestante aveva un posto di spicco alla guida di questa “crociata”, “consacrata sotto la fiera croce del cristianesimo protestante militante”. Ogni loggia aveva il suokleagle, o cappellano, che era sempre un ministro protestante.
Il Klan della Pennsylvania presto si estinse, e l’organizzazione nazionale collassò tra accuse di crimini e corruzione. L’organizzazione statale resistette fino agli anni Quaranta, ma come setta marginale. Solo negli anni Cinquanta i Klan del Sud si riformarono, per combattere la fine della segregazione.
Guardando al movimento oggi, due aspetti colpiscono in modo particolare. Uno è il quasi totale oblio che riguarda l’elemento religioso, al punto che gli stessi leader del Klan reclutano cattolici e negano che il Klan abbia mai fatto diversamente. Come ha potuto essere dimenticato un elemento così fondamentale?
La risposta, forse, si ritrova nel secondo punto, nella fattispecie in quanto rapidamente e totalmente gli immigrati (e le loro fedi) sono stati assimilati nella vita americana. Oggi ci facciamo beffe delle accuse che il Klan faceva ai danni dei nuovi arrivati cattolici o ebrei, e di come dichiarava che le popolazioni straniere come polacchi e irlandesi, slovacchi e italiani non avrebbero mai potuto diventare veri americani. Dopo una generazione o due, quelle famiglie immigrate erano diventate iperamericane, al punto che perfino il Klan non poteva criticare il loro devoto patriottismo. Possiamo sperare che qualche altro decennio porterà a un epilogo simile i nostri dibattiti attuali sull’immigrazione e ci farà chiedere cosa ci infastidiva tanto nel 2015?
 Philip Jenkins è Distinguished Professor di Storia alla Baylor University e autore di The Many Faces of Christ: The Thousand-Year Story of the Survival and Influence of the Lost Gospels
(New York, Basic Books, 2015).
[Traduzione dall’inglese a cura di Roberta Sciamplicotti]
Fonte: Aleteia

Invasione di migranti e “rivoluzioni colorate”, stesso calderone politico degli USA

Invasione di migranti e “rivoluzioni colorate”, stesso calderone politico degli USA

Lo stesso calderone politico degli Stati Uniti, incentrato sulle accademie di Boston che hanno fornito il modello delle “rivoluzioni colorate” in Europa orientale e Medio Oriente, è responsabile dell’“arma delle migrazioni di massa” nell’attuale caos che impazza in Europa. Anche se a volte sembri a molti osservatori che la politica estera sia presa dal cappello di un mago da circo, molte politiche apparentemente insensate degli Stati Uniti sono profondamente radicate nei documenti, libri bianchi e libri sponsorizzati dal governo. Anche se la cancelliera tedesca Angela Merkel giustamente è accusata di avere la responsabilità dell’apertura dei confini dell’Europa all’afflusso possibile di oltre 1,5 milioni di migranti soprattutto musulmani da Asia e Africa, la politica che usa i rifugiati come “arma di migrazioni di massa” è un’idea di una consigliera di dipartimento della Difesa, Ford Foundation e Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR). Un libro scritto nel 2010 dalla professoressa Kelly Greenhill della Tufts University ha avuto non solo l’attenzione dei pianificatori di guerre e conflitti civili del Pentagono ma anche della Merkel e dei magnati tedeschi intenti a ringiovanire la popolazione lavoratrice della Germania. Il libro “Armi di migrazioni di massa: epurazioni, coercizione e politica estera”, ha avuto subito successo presso i pianificatori statunitensi di Pentagono e Central Intelligence Agency, sempre alla ricerca di modi nuovi per creare il caos a vantaggio dell’estensione della sfera d’influenza degli Stati Uniti. Greenhill è legata ai vertici del complesso militare e d’intelligence degli Stati Uniti in qualità di presidentessa del gruppo di lavoro pubblico su conflitto, sicurezza e politica presso l’Harvard Kennedy School of Government di Belfer Center; ex-assistente del senatore John Kerry ed ex-consigliera del Pentagono.
fe2-1Il libro della Greenhill è un modello per creare disordine sociale attraverso la migrazione di massa forzata, come il manuale sull’“azione non violenta” dell’ex-professore dell’Università del Massachusetts Gene Sharp, diventato la guida delle “rivoluzioni colorate” per provocare colpi di Stato con l’uso dei social media e scontri di strada. A differenza di Sharp che si affida a movimenti sociali e politici sintetici creati all’esterno del Paese preso di mira, e che possono avere risultati vari come s’è visto in Egitto, Greenhill vede l’arma di migrazione di massa come il metodo più efficace per raggiungere certi risultati. La ricerca sulle migrazioni forzate della Greenhill come arma del “soft power” sui complessi campi di battaglia di oggi si accorda all’interesse simile espresso da James Clapper, direttore della National Intelligence statunitense e delNational Intelligence Council degli Stati Uniti (NIC). Il NIC formula la politica di sicurezza nazionale e sui servizi segreti statunitensi. Le decennali proposte delle comunità militare e d’intelligence statunitensi d’utilizzare i rifugiati come un’arma del soft power hanno avuto subito l’attenzione di Merkel e sostenitori più stretti, tra cui la ministra della Difesa tedesca Ursula van der Leyen. In un documento del 2000 dal titolo, “Crescente migrazione globale e implicazioni per gli Stati Uniti”, il NIC previde la seguente situazione demografica per l’Europa: “Con una bassa crescita economica, l’Europa occidentale subirà molte sfide dagli attuali flussi di immigrati e dagli immigrati residenti. Supponendo che la fertilità dell’Europa occidentale rimanga a livelli di sub-sostituzione, potrà aspettarsi un rapido mutamento della composizione etnica, in particolare nelle aree urbane”. La soluzione del NIC? “Può darsi che governi e sistemi politici dell’Europa occidentale incontrino scarso successo nella gestione dell’integrazione dei musulmani residenti”. E oltre a integrare nella società europea i lavoratori musulmani con permessi di soggiorno già presenti, i pianificatori futuri della comunità d’intelligence degli Stati Uniti conclusero che lavoratori supplementari saranno necessari dalla periferia d’Europa, cioè da Medio Oriente e Nord Africa: “Sforzi per introdurre la cittadinanza degli immigrati (come lo sforzo della Roma imperiale di dare status giuridico ai popoli della periferia)”. E il NIC previde come tali nuovi lavoratori sarebbero stati costretti a lasciare i loro Paesi d’origine per l’Europa: “I migranti continueranno ad essere spinti dallo stress ambientale nei loro Paesi d’origine, come cambiamento climatico, guerra, conflitti civili e criminalità, rivalità etniche e discriminazione. La sopravvivenza motiverà molti a muoversi, nonostante l’emarginazione dei profughi nei Paesi di arrivo”. Il NIC si rese conto che conflitto civile e rivalità etniche potevano esserci solo nelle nazioni prese di mira dalle “azioni non violente” e “rivoluzioni colorate” di Sharp. Quindi, la “Primavera araba” inventata contro i leader di Libia, Egitto, Tunisia, Yemen e Siria ha creato il peggiore problema dei profughi in Europa dalla fine della Seconda Guerra Mondiale. E chi in realtà finanzia le migrazioni di massa verso l’Europa da Paesi come Turchia, Siria, Iraq e Libia?” Ci sono varie notizie in Europa sulla fuga precipitosa, soprattutto di giovani musulmani armati di nuovi smart phones, coordinata da ONG finanziate dal magnate globale degli hedge fund George Soros.
La cospirazione delle élites occidentali per spostare le popolazioni è un disastro per i Paesi di accoglienza in Europa come per i rifugiati legittimi morti su imbarcazioni insicure cercando di raggiungere l’Europa. In un campo di Lipsia, un gruppo di afghani radicali ha attaccato un altro gruppo di siriani secolari con conseguenti numerosi feriti. Gli stupri di donne migranti nei campi e quartieri vicini ai campi in Germania sono saliti alle stelle. Molte donne tedesche ora evitano di uscire di casa da sole per paura di essere stuprate dai loro nuovi “vicini” stranieri. Vi è anche la prova che il massiccio flusso di rifugiati musulmani da Siria, Iraq e Afghanistan in Paesi come Slovenia, Croazia, Austria, Ungheria e Serbia sia stato affiancato da quello dei musulmani di Bosnia-Erzegovina, Kosovo e Albania. La ripartizione delle frontiere interne dell’Unione europea ha spinto coloro che speravano nell’assistenza sociale in Germania e Austria ad unirsi al corteo dei migranti dai Balcani. In termini di salute pubblica, i migranti che arrivano hanno creato una situazione da incubo. Vi sono rapporti di migranti che defecano nei parchi tedeschi e austriaci e urinano per strada creando una crisi sanitaria e un orribile fetore in alcuni quartieri. Miran Vuk, sindaco di Zavrc in Slovenia, s’è lamentato che i migranti temporaneamente ospitati nel nuovo stadio della città avessero defecato sul campo, costringendone la chiusura. Gli ospedali tedeschi sono stati sommersi da casi di migranti avvelenati. Alcuni migranti siriani scambiavano il locale velenoso fungo “tappo della morte” per la varietà commestibile Barba Amanita, che si trova nella nativa Siria. Le autorità mediche tedesche misero in cima all’elenco dei donatori di fegato un 16enne siriano che necessitava del trapianto di fegato per aver mangiato i funghi velenosi. Anche se l’adolescente siriano è morto, un altro siriano avvelenato veniva posto in cima alla lista dei donatori di fegato, negando così a un cittadino tedesco il dovuto trapianto di fegato. La “falsa” sinistra in Germania è in prima linea nella confisca della proprietà privata per accogliere i migranti senza fissa dimora dal Medio Oriente. Socialdemocratici, Verdi e Partito della Sinistra di Amburgo si sono uniti ai sostenitori della Merkel nel far passare un disegno di legge nel parlamento di Amburgo che legalizza la confisca di aziende vuote per alloggiarvi i migranti. Solo i democristiani anti-Merkel, Liberaldemocratici (FDP) e Alternativa per la Germania (AfD) hanno bloccato in seconda lettura il provvedimento di confisca. La finta sinistra in Germania, che prende ordini dai provocatori politici delle ONG finanziate da Soros e NATO, sostiene l’arma della politica migratoria di massa della Merkel, mentre il partito fratello bavarese, l’Unione cristiano sociale, s’è unito al Primo Ministro ungherese Viktor Orban e al sempre più popolare leader del Partito della Libertà austriaco Heinz-Christian Strache nel chiedere di fermare immediatamente l’invasione dei migranti dell’Europa. Tedeschi e austriaci che si oppongono alla politica della porta aperta ai migranti sono minacciati da procedimenti penali dalla Merkel per sostegno all’ideologia “neonazista”. Tuttavia, tedeschi e austriaci preferiscono affrontare il carcere e multe salate piuttosto che vedere i loro villaggi, paesi e città trasformati in futuri centri di assassinio e decapitazione “delle province occidentali del Califfato islamico”.
La ripubblicazione è gradita in riferimento alla rivista on-lineStrategic Culture Foundation.
Ursula von Leyen
L’Ayn Rand Institute degli USA promuove l’emigrazione musulmana in Germania
Perchè una ONG degli USA promuove l’esodo dei rifugiati dal Medio Oriente in Europa?
Info Direkt Russia Insider 9 novembre 2015
fluchthelfer1“Aiuta l’esodo!” con tale slogan l’organizzazione cerca volontari e tale invito crea molto rumore nei media. (1) Il sitohttp://www.fluchthelfer.in (nota: “fluchthelfer” si traduce approssimativamente “aiutare i profughi”) sembra professionale, dal design del web ai banner pubblicitari, tutto appare sofisticato. Dato che tale organizzazione promuove attivamente il traffico di esseri umani molte denunce sono state depositate contro di essa. Il traffico di esseri umani è illegale in Germania e Austria. È interessante notare che tale campagna per il traffico di esseri umani è stata ideata dagli Stati Uniti. L’organizzazione statunitense “The Ayn Rand Institute” è proprietaria del dominio. L’indirizzo di posta elettronica sul sito appartiene a un ente di Seattle chiamato “Rise Up“.
Umanitarismo o bellicismo?
L’”Ayn Rand Institute” è uno dei think tank degli Stati Uniti che promuove il traffico di esseri umani in Europa esortando “umanità” e “empatia” nei suoi messaggi agli europei. La maggior parte dei richiedenti asilo in Europa è costituita da musulmani e arabi. Ciò sorprende ricordando che l’”Ayn Rand Institute” non si distingue per la simpatia verso i popoli arabi. La fondatrice e patrona Ayn Rand (nata Alisa Zinoveevna Rosenbaum) era una sionista ebrea e feroce sostenitrice d’Israele, che lo definiva Paese progressista, tecnologico e civile. Sempre secondo Rand, Israele rappresenta tutto il contrario dei popoli arabo e palestinese che bollava così: “Questi arabi sono primitivi e selvaggi, non si sono sviluppati e sono razzisti che odiano lo Stato d’Israele”. Senza motivo li accusava di uccidere donne e bambini innocenti; quindi il loro Paese era “la terra degli assassini” ed erano puri “mostri“. (2) In uno dei pochi articoli tedeschi disponibili su Ayn Rand viene indicata come capo ideologo della destra statunitense e fervente sostenitrice degli eroi del capitalismo occidentale. (3) Dopo la morte le cose non cambiarono molto. L’attuale direttore dell’istituto è l’israeliano Yaron Brook. In un video sulla guerra contro i civili palestinesi non lascia dubbi: “tutto va bene finché necessario per la guerra…” (4) L’Ayn Rand Instituteincoraggia Israele nelle guerre in Medio Oriente e chiede azioni decisive e dure nella guerra al terrore. Ondate di profughi verso l’Europa sono il risultato diretto dei conflitti che causa. L’organizzazione “Rise Up” si trova a Seattle, Stati Uniti d’America, e si occupa anche del “progetto http://www.fluchthelfer.in”; e dal suo programma appare come un’altra trovata della Soros Foundation. L’ordine del giorno dice: “avviamo le rivoluzioni e la società aperta” (“Lavoriamo per creare rivoluzione e una società libera“). È interessante notare che tali organizzazioni aiutano i profughi solo in Europa. Purtroppo e non sorprende, non troverete un’iniziativa simile negli Stati Uniti, ad esempio a sostegno degli immigrati dal Messico negli Stati Uniti. Aiutate i rifugiati che vanno in Germania… ma non quelli che vanno in America o Israele!refugeesTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Facebook Seguimi