03 dicembre 2015

Se il presepe e “Tu scendi dalle stelle” diventano pericolosi

Se il presepe e “Tu scendi dalle stelle” diventano pericolosi

Il caso di Rozzano si è aggiunto ad uno dei tanti episodi del genere, dove si vieta qualcosa in nome di una presunta ‘laicità’, che immancabilmente cozza con la libertà di espressione e di culto sancita dalla nostra costituzione.

Da qualche anno a questa parte, non c’è Natale senza polemica su presepe e canti religiosi.

Eh si, perché il caso esploso in questi giorni a Rozzano dopo che un preside aveva deciso di cancellare il consueto concerto natalizio, non fa altro che riproporre un copione già visto con fastidiosa regolarità nell’ultimo decennio.

Già nel 2006, un drappello di parlamentari del centrodestra aveva invitato a boicottare l’Ikea dopo che la catena svedese aveva spiegato in un comunicato di non voler vendere gli addobbi del presepe, preferendo puntare sul più “trasversale” albero.

Protagonista della polemica del 2010 era stata sempre una preside, della scuola materna comunale di via delle Forze Armate a Milano, che aveva vietato ogni simbolo cristiano dalle celebrazioni natalizie per timore di discriminare i suoi studenti di altra fede.

Nel dicembre 2012 la storia si ripete nel piacentino, nell’istituto di Monticelli d’Ongina dove la dirigente scolastica, dicendo di voler “rispettare la […] normativa rivolta a promuovere una scuola interculturale a tutela degli studenti stranieri”, aveva invitato gli insegnanti a bandire tutto ciò che potesse conferire un senso religioso alle festività ed era riuscita a compattare PD e Lega Nord cittadini contro questa posizione.

L’anno successivo, invece, il presepe aveva fatto litigare centrodestra e centrosinistra ad Udine: l’opposizione azzurra rimproverava alla giunta rossa di aver fatto togliere la Sacra Rappresentazione dalla piazza centrale della città. Nel 2014 era stata la scuola De Amicis di Bergamo a conquistare la ribalta mediatica dopo la decisione del preside di proibire il presepe perché “discriminatorio” suscitando le proteste dei genitori e l’intervento di Matteo Salvini che, come avvenuto quest’anno a Rozzano, si presentò fuori l’edificio per sfidare il divieto.

Divenuta più tradizionale di una partita a Mercante in fiera e di “Una poltrona per due” trasmesso la sera della Vigilia su Italia 1, la polemica sul presepe e i canti religiosi ci accompagna pure quest’anno nel periodo di Avvento.

Al preside di Rozzano, però, va riconosciuto il tentativo di rottamare il classico e stantio polpettone ideologico della difesa della laicità dello Stato, concetto tanto abusato dai suoi predecessori presidi antipresepe mediante un goffo aggancio all’attualità: per il dirigente, infatti, far intonare brani religiosi alla scolaresca sarebbe una provocazione dopo i fatti di Parigi. Provocazione nei confronti di chi? Degli studenti musulmani della scuola materna? Un’argomentazione di questo tipo sembra andare a braccetto con la teoria degli integralisti teocon che mischiano nello stesso minestrone Islam ed Isis.

Come già successo in passato in questo genere di polemiche, le famiglie musulmane coinvolte hanno dimostrato buon senso ed hanno richiesto il ripristino della festa natalizia con canti religiosi inclusi.

Un buon senso che manca a chi, in nome dell’integrazione, pretenderebbe un annientamento delle tradizioni e dell’identità della nostra società. Non sfugge alle comunità islamiche, soprattutto quelle radicate nelle piccole realtà di quartiere e di paese, il pericolo di finire invisi, soprattutto in un momento delicato come questo, al resto della popolazione proprio a causa delle iniziative imprudenti di chi ha la brama d’essere “più realista del re”.

Una foto ironica girata in questi giorni sui social a commento di questi episodi di ‘laicità’

Pur avendoci fatto il callo in quest’Italia dell’ultra politicamente corretto, la ciclica polemica natalizia fa venire voglia di lasciarsi assalire dalla nostalgia per quel Peppone, campione della laicità “dopoguerresca”, che parla di rivoluzione proletaria mentre dipinge amorevolmente il Bambinello al fianco del suo eterno rivale don Camillo. E quanta nostalgia anche per il capofamiglia di “Natale a casa Cupiello” interpretato dal comunista Eduardo? Quello stesso amore per il presepe che, agli occhi di moglie e figlio, lo rendeva un noioso tradizionalista, oggi farebbe di lui un pericoloso rivoluzionario. Non a caso, in risposta al caso Rozzano, su alcuni siti cattolici è partita una campagna che invita a compiere un atto rivoluzionario che più rivoluzionario non si può: fare il presepe.

Nico Spuntoni

Condannata la Turchia per violazione della libertà di pensiero. Aveva oscurato Youtube.

Condannata la Turchia per violazione della libertà di pensiero. Aveva oscurato Youtube.

La Corte Europea dei Diritti dell’Uomo (CEDU) hacondannato la Turchia per aver tagliato fuori dalla rete del paese YouTube in diverse occasioni tra il 2008 ed il 2010, un blocco decretato sulla base della presenza di diversi video illegali che avrebbero infangato l’immagine di Mustafa Kemal Ataturk, che la Turchia ritiene padre fondatore della Turchia moderna, e rimosso solo con l’eliminazione dei video.

Non si tratta dell’ultimo caso in cui la piattaforma viene bloccata in Turchia: all’inizio del 2014, per esempio, Ankara l’aveva resa inaccessibilein concomitanza con le elezioni amministrative. Sulla piattaforma di videosharing erano comparse delle registrazioni di certe intercettazioni sgradite al primo ministro Erdogan, che avrebbero rivelato troppo sulle strategie del potere turco in Siria. L’autorità che vigila sulle tecnologie delle comunicazioni, così come era avvenuto anche con Twitter, aveva ordinato ai fornitori di connettività di innescare i filtri: solo in un secondo momento era intervenuta l’autorità giudiziaria, riconducendo i blocchi all’illegalità di dieci video che che tiravano in ballo Ataturk, pericolosi per la sicurezza nazionale. Contro tale decisione non erano mancati i ricorsi, che in un primo momento avevano anche ottenuto la sospensione del blocco giudicato non proporzionale: tuttavia, davanti all’impossibilità da parte delle autorità locali di bloccare l’accesso ai singoli video, questo era stato rimosso ed il caso era arrivato fino alla Corte Costituzionale, che ne aveva infine decretato l’illegalità.

Il caso legato ai blocchi imposti dal Governo tra il 2008 ed il 2010, nel frattempo, non essendo riuscito ad ottenere giustizia nelle corti locali, faceva il suo iter: grazie al ricorso dei cittadini Serkan Cengiz, Yaman Akdeniz e Kerem Altıparmak, è giunto fino alla Corte di Strasburgo che si è così trovata per la seconda volta a condannare la Turchia per il blocco di un contenuto online considerato lesivo della memoria di Ataturk. Come in un analogo caso del 2012, scaturito dalla decisione da parte delle autorità locali di chiudere – insieme ad un sito accusato di ledere la memoria di Ataturk – anche l’intera piattaforma di blogging Google Sites, la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo ha rilevato la violazione della libera manifestazione del pensiero.

Nella sentenza si legge inoltre che non vi è nessuna disposizione nella normativa nazionale che permetta alle autorità di bloccare una piattaforma intera in forza di un solo contenuto trovato in violazione della legge. Altresì si specifica che le restrizioni all’accesso di contenuti online sono considerate lecite solo nella misura in cui riguardinocontenuti specifici e che non rispettino invece l’articolo 10 della Convenzione internazionale sui diritti dell’uomo quelle interdizioni generali che finiscono per colpire una piattaforma intera o comunque altri contenuti estranei a quelli accusati di violazione.

Fonte: ByoBlu

Come Renzi distrugge l’Italia: ultima nell’Ocse per percentuale di laureati

Come Renzi distrugge l’Italia: ultima nell’Ocse per percentuale di laureati

Superata anche dalla Turchia e dal Cile, l’Italia è scesa all’ultimo posto tra le nazioni Ocse per quanto riguarda lapercentuale di popolazione laureata nella fascia 25-34 anni: 24% l’Italia contro il 41% della media OCSE. Pare incredibile:poco più della metà.

Se già nel giugno scorso lanciammo l’allarme su queste colonne – quando ancora il paese oggi messo all’indice per le presunte complicità con l’Isis ci stava appena dietro, e la lontana nazione sudamericana ci affiancava – oggi il sorpasso è stato sancito ufficialmente dall’edizione 2015 del rapporto OcseEducation at a Glance, ripreso e discusso sul portale specializzato della ricerca Roars.
Il nuovo rapporto dell’organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico chiarisce anche definitivamente quanto già sostenemmo mesi fa: il problema della maglia nera italiana non è certo quello dello spreco di risorse da parte delle università o degli enti di ricerca, che in realtà generalmente si adoperano freneticamente per recuperare all’esterno i fondi per la ricerca negati dallo Stato.

Lo sconfortante dato sulla spesa per laureato in Italia, in confronto ad altri paesi europei

Infatti, considerando la spesa per laureato, emerge che quella spagnola e quella francesesono il 170% di quella italiana, mentre quella tedesca e quella svedese sono più del doppio.

In termini di spesa per istruzione universitaria sul prodotto interno lordo, quella italiana è penultima nell’area Ocse, pari a un misero 0,9% cioè penultima tra tutte le nazioni più o meno sviluppate, la cui media raggiunge l’1,5% del Pil. Peggio di noi solo ilLussemburgo che, per ovvie ragioni, non appare un buon metro di paragone, trovandosi al primo posto mondiale per reddito pro-capite.

Non sarà quindi propagandistico sostenere che Renzi ha fatto peggio di tutti anche in questo campo, oltre che nell’economia, dal momento che la posizione nazionale non ha fatto che peggiorare nel corso del suo mandato.

È infine da notare che il dato sui laureati si lega probabilmente anche a quello, altrettanto sconfortante, sull’aumento degli inattivi, per lo più soggetti giovani come quelli oggetto del rapporto Ocse, nonché al livello delle tasse universitarie, in cui il nostro paese è secondo in Europa, progressivamente sempre meno affrontabili da famiglie le cui capacità di spesadiscrezionale stanno precipitando mese dopo mese.

Francesco Meneguzzo

California, sparatoria a San Bernardino: le notizie verificate


LE VITTIME, GLI AUTORI, IL MOVENTE, LA RICOSTRUZIONE, LA TESTIMONIANZA, LE INDAGINI, LE REAZIONI. TUTTE LE INFORMAZIONI.

È di 14 morti il bilancio delle vittime della terribilesparatoria avvenuta ieri aSan Bernardino, in California, avvenuta in un centro disabili. Ecco tutto quello che sappiamo (e non) della strage.
SPARATORIA CALIFORNIA, VITTIME -

Quattrordini persone sono state uccise e 17 ferite in una sparatoria avvenuta a San Bernardino, in California. Tra le vittime anche i due esecutori, uccisi dalle forze dell’ordine durante la fuga, in un conflitto a fuoco.
SPARATORIA SAN BERNARDINO, AUTORI -

Gli autori sono un uomo e una donna. Si tratta di Syed Farook, 28 anni, un cittadino americano di origine araba e musulmano, e di Tashfeen Malik, 27 anni, forse sua moglie, una donna pachistana che aveva vissuto in Arabia SAudita prima di trasferirsi negli Usa. Farook era un dipendente della contea di San Bernardino. Lavorava presso l’ispettorato della Sanità. I due killer avevano una figlia di sei mesi. All’inizio si era anche parlato della possibilità che all’attacco avesse partecipato anche una terza persona. Questa ipotesi è poi stata smentita dalle forze dell’ordine.
SPARATORIA CALIFORNIA, LUOGO -

La sparatoria ha avuto luogo all’interno di un centro di assistenza per disabili, l’Inlan Regional Center. San Bernardino è una città di 250mila abitanti a circa un’ora di auto da Los Angeles. La strage è avvenuta precisamente nell’auditorium del centro.
SPARATORIA SAN BERNARDINO, MOMENTO -

Nell’auditorium del centro di assistenza per disabili era in corso un grande pranzo, una festa natalizia organizzata dal County Health Department, il dipartimento di salute pubblica della contea della quale Farook era ispettore.
SPARATORIA CALIFORNIA, RICOSTRUZIONE -

Stando alla ricostruzione considerata più attendibile, Farook si è affacciato nell’auditorium dell’Inlan Regional Center per controllare che il bersaglio suo e di Malik fosse senza protezioni. I due sono entrati vestito da incursore e munito di diverse armi d’assalto con le quali ha scaricato colpi sui presenti. La raffica sarebbe durata più di 30 secondi. In un secondo momento Farook avrebbe ricaricato i colpi e continuato ad uccidere. Dopo la sparatoria i due sono fuggiti a bordo di un suv di colore nero, poi individuato dalle forze dell’ordine a circa 2 miglia dal luogo della strage. Tra polizia e attentatori è cominciato un conflitto a fuoco che si è concluso con l’uccisione dei due.

SPARATORIA SAN BERNARDINO, TESTIMONIANZA -

Secondo una testimonianza Farook stava partecipando al pranzo all’interno del centro e si sarebbe poi allontanato dopo un alterco. Stando a quanto raccontato da Patrick Beccari, che alla festa era seduto proprio al fianco di Farook, il 28enne sarebbe improvvisamente sparito lasciando il suo impermeabile sulla sedia. Al momento della sparatoria beccari si trovava in bagno. Fortunatamente è stato solo ferito da alcune schegge.
SPARATORIA CALIFORNIA, PREPARAZIONE -

Prima del loro attacco i due killer avevano lasciato la loro bambina di sei mesi alla nonna, a Redlands. A sua madre Farook aveva detto di avere un appuntamento dal medico.
SPARATORIA SAN BERNARDINO, MOVENTE -

Il movente della strage non è chiaro. Ma prende corpo l’ipotesi che Farook e Malik abbiano organizzato un attacco terrorista. Non è certa la matrice jihadista della loro azione. Se però così fosse, si tratterebbe del primo caso di terrorismo jihadista di grandi dimensioni negli Stati Uniti. L’altra ipotesi al vaglio degli inquirenti è quella della vendetta di Farook legata al suo ambiente di lavoro.
SPARATORIA CALIFORNIA, NOVITÀ -

A differenza di altre stragi avvenute in America stavolta non ha agito un lupo solitario, ma due persone. Una chiara novità.
SPARATORIA SAN BERNARDINO, INDAGINI -

Le forze dell’ordine hanno cominciato una perquisizione in casa dell’attentatore, a Redland, cittadina a circa 10 km da San bernardino. Il modo in cui i due killer erano equipaggiati lasciano pensare che la loro azione era premeditata. Gli attentatori sapevano cosa volevano e non hanno affatto agito d’impulso. Gli investigatori cercano ora di far luce sulla provenienza della armi.
SPARATORIA CALIFORNIA, REAZIONI -

La comunità musulmana ha ovviamente preso le distanze e condannato in maniera categorica l’attacco di San Bernardino. Anche i familiari di Farook si sono detti addolorati e sorpresi da quanto accaduto. Barack Obama ha dichiarato che il no del Congresso ad un piano per un controllo più stringente sulla vendita di armi è forse la più cocente sconfitta nella sua esperienza da presidente degli Stati Uniti. «Ci sono troppe sparatorie, ora basta. Il Congresso deve fare di più per prevenire la violenza delle armi da fuoco», ha detto l’inquilino della Casa Bianca. Su Internet, intanto, alcuni estremisti islamici hanno esultato, sotto l’hashtag #American_Burning’, ovvero ‘L’America brucia’.
SPARATORIA SAN BERNARDINO, PRECEDENTE -

La sparatoria di ieri in California risulta essere la più grave negli usa dall’assalto alla scuola di Newtown, in Connecticut, avvenuto tre anni fa. Quella volta persero la vita 26 bambini e una persona adulta.

Più di 1.000 suore si stanno facendo passare per prostitute per riscattare le vittime del traffico di esseri umani

Più di 1.000 suore si stanno facendo passare per prostitute per riscattare le vittime del traffico di esseri umani

FANNO PARTE DELLA RETE TALITHA KUM E ARRIVANO A INFILTRARSI NEI BORDELLI E A COMPRARE BAMBINI VENDUTI COME SCHIAVI – SÌ, IN PIENO 2015.

La rete internazionale Talitha Kum riunisce circa 1.100 religiose che agiscono in 80 Paesi per combattere il traffico di esseri umani e la schiavitù.

Il gruppo, creato nel 2004 dal banchiere e filantropo John Studzinski, calcola che l’1% della popolazione mondiale sia oggetto di qualche forma di traffico. Stiamo parlando di 73 milioni di persone, ovvero l’equivalente dell’intera popolazione di Argentina, Uruguay, Paraguay, Cile e Bolivia.

Il 70% delle persone trafficate nel mondo è costituito da donne, la metà delle quali di 16 anni o meno.

John Studzinski è vicepresidente della banca di investimenti statunitense The Blackstone Group. Alla Conferenza delle Donne ha parlato di casi di traffico e schiavitù come quello di una donna costretta a prostituirsi che è stata tenuta prigioniera per una settimana senza cibo e costretta a mangiare le proprie feci per essersi rifiutata di continuare ad avere rapporti sessuali con una media di 12 uomini al giorno.

Studzinski ha spiegato che le suore che fanno parte di questa rete si vestono da prostitute e si infiltrano nei bordelli, oltre ad agire nella lotta agli schemi di vendita di bambini schiavi in Africa, nelle Filippine, in Brasile e in India.

“Queste suore non hanno fiducia in nessuno. Non hanno fiducia nei Governi, non hanno fiducia nelle corporazioni, non hanno fiducia nella polizia locale, e in alcuni casi non possono confidare neanche nel clero di sesso maschile”, ha affermato il filantropo.

Talitha Kum significa “Fanciulla, alzati” in aramaico. La frase è stata pronunciata da Gesù stesso a una bambina di 12 anni, figlia di Giairo, uno dei capi della sinagoga (cfr. Mc 5, 41).

[Traduzione dal portoghese a cura di Roberta Sciamplicotti]

Fonte: Aleteia

Il gran colpo di Putin

Il gran colpo di Putin

l padrone del Cremlino toglie i curdi agli statunitensi per sigillare il confine siriano ai turchi? Ovviamente…
Piaccia o no, è difficile non riconoscergli un genio strategico da Richelieu o Sun Tzu. Secondo i precetti del judo che ama così tanto, Vladimir “Abracadabra” Putin passa sempre a suo vantaggio, infine disperando gli avversari. La reazione russa alla “pugnalata alla schiena” di Ben Erdogan ha già stupito per velocità e dimensioni. Inoltre non è finita perché ora veniamo a sapere che la cooperazione scientifica tra i due Paesi è sospesa e più di 1000 camion turchi sono bloccati alla frontiera. Inoltre, il Turkish Stream potrebbe essere congelato dai russi, se si crede a Gazprom. Ma è ovvio che Mosca provi anche a ribaltare la situazione a suo vantaggio strategico. Informazioni emergono e non sono brutte…
La Russia avrebbe iniziato a concordare con le YPG curde in Siria l’interruzione del traffico tra Stato islamico e Turchia, cambiando drammaticamente la situazione strategica. Avevamo già detto più volte che c’era la possibilità, e con l’incidente del Sukhoj diveniva poco a poco certa, dispiacendo il sultano che avrà da rimpiangere per molto, molto tempo, il suo momento di follia. Alcune spiegazioni sono necessarie per misurare l’importanza della cosa. Ma prima una cartina:

Dopo i fallimenti del SIIL nell’affrontare i curdi ad Hasaqa e Ayn al-Arab, le vie di comunicazione con lo sponsor turco si riducono a una porta di circa 80 km, da est di Azaz a Jarabulus sull’Eufrate (i due puntini rossi sulla mappa). Come si vede, le YPG curde, nemesi di Ankara che le considera “terroristi”, si trovano su entrambi i lati sognando di riunire i loro territori (che chiamano per ora “curdi dell’est e curdi dell’ovest”). Il sultano aveva deciso la linea rossa da non superare per i curdi siriani: l’Eufrate, oltre il quale gli aerei turchi non esitano a bombardarli, cosa successa più volte. Il problema è che le YPG dovrebbero essere alleate degli Stati Uniti, alleati della Turchia. In breve, un vortice in cui Putin va liscio come sul velluto; ci ritorneremo. Quando in estate si parlava dell’operazione curda per prendere Jarabulus ed interrompere i rifornimenti allo SIIL, Ankara minacciò d’intervenire militarmente. Infine fu raggiunto un accordo tra statunitensi e turchi. I primi garantivano ai secondi l’annullamento dell’operazione in cambio degli aviogetti statunitensi basati a Incirlik. Dov’erano quando il Sukhoj fu abbattuto…
Se i “curdi dell’est” di Ayn al-Arab non si erano mossi, né avevano attraversato l’Eufrate, i “curdi dell’ovest” si muovevano combattendo nella pianura a nord di Aleppo… supportati dai bombardamenti russi! Le YPG hanno preso il controllo di diversi villaggi a due passi dal confine con la Turchia, minacciando i rifornimenti ai terroristi moderati (al-Qaida e Ahrar al-Sham). Ciò che si profila all’orizzonte è un movimento a tenaglia tra i “curdi dell’est” che attraversano l’Eufrate e i “curdi dell’ovest” protetti dai famosi S-400 russi che abbatteranno gli aerei turchi come mosche se si avventurassero nella regione.
Gli statunitensi, imbrogliati in alleanze totalmente contraddittorie, sono paralizzati e Putin se ne compiace dannatamente. Se Mosca supporta le YPG, Washington non solo non farà nulla, ma neanche dirà nulla in quanto le milizie curde erano le sue alleate teoriche. Ancora una volta, Barack friggerà vedendo con orrore i russi portarsi via i suoi alleati. Vladimir Vladimirovich vede più lontano chiedendo ad Assad e PYD (partito curdo ombrello delle YPG) di unirsi. I curdi acconsentono da qualche tempo; finora è Assad a non esserne molto entusiasta, ma è obbligato da Mosca con la campagna aerea lanciata due mesi fa. L’alleanza, che sembra già esserci in campo militare in assenza di un accordo politico formale, sarebbe un colpo mortale a SIIL e altri terroristi moderati cari all’occidente, uno schiaffo ai turchi e terribilmente imbarazzante per gli statunitensi.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il lavoro come violenza istituzionalizzata

Il lavoro come violenza istituzionalizzata

Il lavoro all’epoca della globalizzazione: una mattanza sociale all’insegna del precariato, che le nostre classi dirigenti non hanno saputo evitare, ma che era stata ampiamente prevista dalle scienze sociali, almeno vent’anni fa. Perché nelle parole di Poletti si nasconde una nuove compressione dei Diritti…

Hanno fatto molto discutere le dichiarazioni rilasciate dal Ministro del Lavoro Giuliano Poletti nella scorsa settimana, l’ultima di novembre. I titoli dei giornali ne hanno riportate soprattutto due: la prima sul voto di laurea: “prendere 110 e lode a 28 anni non serve a un fico, è meglio prendere 97 a 21”, e la seconda sul calcolo delle retribuzioni: “l’ora di lavoro a fronte dei cambiamenti tecnologici è un attrezzo vecchio”.

Queste frasi ci fanno sospettare che non ci si renda conto della situazione. Basta parlare con qualche giovane laureato per capire che oggi né un 110 lode né un 97 assicurano nulla: c’è chi toglie la laurea dal proprio curriculum per avere più speranze di essere assunto, chi oltre a una laurea ha ottenuto anche uno o più master e/o dottorati, ma per poter lavorare nel suo specifico campo di specializzazione si trasferisce all’estero. Per Poletti sarebbe meglio finire prima gli studi “per non essere costretti a competere contro lavoratori più giovani”: questo cosa mai risolverebbe?

Il problema è proprio il fatto di essere tutti costretti, a prescindere dall’età, ad una competizione spietata, mentre i datori di lavoro, vista la disoccupazione, dispongono di un potere di ricatto verso chi cerca o tenta di mantenere un impiego, potere che una lieve diminuzione dei relativi tassi non può certo limitare.
Gli imprenditori, anch’essi impegnati a competere tra loro, spesso lo fanno seguendo la strada più facile, comprimendo il costo della ‘forza-lavoro’: sono messi in condizione di farlo dalle regole vigenti, quasi come si trattasse di una compensazione per il fatto di essere vessati dal fisco. E’ esattamente il contrario di ciò che lo Stato dovrebbe fare, ovvero proteggere i lavoratori e allo stesso tempo semplificare la vita alle aziende.

La globalizzazione ha poi influito in modo negativo sia sulle imprese che sui lavoratori, non solo perché ne ha aumentato i competitori: se della concorrenza sleale delle società straniere attraverso il ‘dumping’ e del fenomeno delle delocalizzazioni all’estero si è molto parlato, pur senza risolvere nulla, sull’impatto dell’immigrazione non si riesce ad argomentare senza essere tacciati di xenofobia.
Lo slogan ‘ci rubano il lavoro’ certo non aiuta la discussione, poiché oltre a scaldare gli animi è inesatto: sarebbe meglio dire che gli immigrati ‘ci vincono il lavoro’, escono cioè vittoriosi dalla competizione “tutti contro tutti”, in certi rari casi per le competenze, più spesso perché disposti ad accettare paghe più basse, talvolta addirittura da fame.


Che tutto ciò potesse verificarsi non era del tutto imprevedibile, se già nel 1995 uscì un libro di Jeremy Rifkin dal titolo ‘La fine del lavoro, il declino della forza lavoro globale e l’avvento dell’era postmercato’, che trattava della ‘terza rivoluzione industriale’ (la ‘rivoluzione microelettronica’) e prevedeva che essa avrebbe portato sempre più lavoratori verso la disoccupazione.
Per correre ai ripari l’autore proponeva di ridurre l’orario di lavoro, mettere limiti alla globalizzazione economica e valorizzare il terzo settore, soluzioni che oggi possono sembrare insufficienti, ma sono state proposte vent’anni fa: se si fosse iniziato allora ad applicarle, forse avrebbero sortito qualche effetto positivo.
Invece la nostra classe dirigente non ha saputo andare oltre a delle variazioni sul tema delle ricette economiche degli anni ’80, tentando di risolvere i problemi ripetendo scelte simili a quelle che li avevano creati. Era quindi ovvio che non funzionassero, ma l’importante era sapere a chi attribuire la colpa, cioè ai lavoratori e coloro che cercano lavoro, in particolare i giovani, definiti con appellativi sprezzanti quanto fantasiosi: riconosciamo a Poletti almeno il merito di aver preso le distanze da chi insulta, affermando “non ho mai pensato che i giovani italiani siano ‘choosy’ o ‘bamboccioni’; anzi ho sempre espresso e continuo a nutrire molta fiducia in loro”.

I politici giurano di volere la piena occupazione per tutti, ma ci permettiamo di nutrire dei dubbi: una certa quota di disoccupati ha l’effetto di contrarre i salari e molte scelte politiche sembrano fatte per mantenerla, senza preoccuparsi del fatto che la parte della popolazione impossibilitata a lavorare si troverà ad essere socialmente esclusa.
La violenza psicologica tra colleghi è possibile solo quando a permetterlo sono le regole aziendali alle quali i lavoratori sono sottoposti.
Solo alcune aziende perseguono una politica di forte contrasto del fenomeno, in molti casi si lascia che le cose seguano il loro corso, in altri ancora sono gli stessi datori di lavoro che praticano una variante del mobbing detta‘bossing’, ovvero una “politica aziendale di abuso psicologico sui dipendenti” .
Vi sono contesti lavorativi in cui le cosiddette ‘risorse umane’ sono gestite attraverso una violenza istituzionalizzata, allo scopo di spremerle il più possibile. L’autore elencava una serie di condizioni lavorative dietro alle quali si può celare questa ‘organising violence’, tra le quali la flessibilità degli orari ed il pagamento legato al raggiungimento degli obiettivi firmati, con perdita dei straordinari e del recupero delle ore.

Poletti ha affermato che “dovremmo immaginare contratti che non abbiano come unico riferimento l’ora-lavoro”, ma questi contratti non solo esistono già da decenni, ma sono anche già stati utilizzati, in modo subdolo, per colpire i lavoratori!
Non c’è niente di male nel ragionare sui diversi metodi di calcolo della retribuzione, basta che in essi non si nascondano nuove compressioni dei diritti.

Michele Orsini

Nella foto il ministro del Lavoro Giuliano Poletti

Nè con Renzi, nè con Salvini: il buon senso è con Assad

Nè con Renzi, nè con Salvini: il buon senso è con Assad

La professione della tutela delle sovranità viene scongiurata dalle incoerenze di una pessima direttrice di politica estera. Prima o poi, la Lega Nord e il suo Segretario dovranno rispondere all’obbligo programmatico di prendere una netta e congruente posizione. Solidarizzare con Putin delegittimando il Presidente siriano, e condannare le strategie statunitensi plaudendo a Netanyahu, sono i riflessi della notevole confusione di un propagandismo accattona-voti, senza lungimiranza, né scopo risolutivo.

La reazione non equivale alla soluzione. Rivoltarsi è, però, la via migliore per opporsi all’annullamento. Non esiste canone che richieda considerazione. La reazione deve solo rispettare il principio della sovversione culturale: arringare gli animi, spingendoli alla rivolta dell’intelletto. I capovolgimenti radicali non appartengono all’epoca dell’involuzione del pensiero, in cui la segmentazione dell’assurdo si diffonde epidemicamente e l’esilio della coscienza diviene inevitabile.

La ribellione occorre a sopprimere l’insistenza del relativismo, e ad elevare le ragioni dell’Umanità. La reazione, dunque, è il canale principale per avvicinarsi alla soluzione. Matteo Salvini inciampa spesso nella non totale comprensione di questo paradigma. E si limita nelle contraddizioni della sua inconsapevolezza. Il perenne e sbandierato sostegno a Putin, ad esempio, non coincide con talune prerogative dell’attuale Lega Nord. La prova empirica è presto sfornata dal salotto della solita Lilli Gruber, che si è apprestata a fungere da ancella accomodante per le confusionarie tesi salviniane. In virtù delle quali, Bashar al-Assad dovrebbe essere epurato dal conclave della diplomazia internazionale. Un’insulsa osservazione, in dispotica salsa occidentalista.

Geopoliticamente, la battaglia del Presidente siriano all’unipolarismo occidentale, è cardine del ripristino di un ordine sociale e pacifico nelle regioni mediorientali. Nell’ottica della polverizzazione del fondamentalismo islamista, invece, le pulsioni di Salvini a reprimere l’ISIS, convergono verso un’alleanza necessaria con la massima carica di Damasco. A meno che all’altro Matteo non riguardi esclusivamente l’elemosina elettorale, sfamando la pancia degli incazzati con la focaccia di Cerbero, condita di miele e soporifere boiate. Da Strasburgo a Lampedusa, il Comunista Padano – riciclato in Camerata di Pontida – pontifica le piccole comunità ed incensa l’autodeterminazione. Ma non lascia che siano i siriani a scegliere se deporre democraticamente il loro Presidente. La professione della tutela delle sovranità viene scongiurata dalle incoerenze di una pessima direttrice di politica estera. Prima o poi, la Lega Nord e il suo Segretario dovranno rispondere all’obbligo programmatico di prendere una netta e congruente posizione. Solidarizzare con Putin delegittimando Assad, e condannare le strategie statunitensi plaudendo a Netanyahu, sono i riflessi della notevole confusione di un propagandismo accattona-voti, senza lungimiranza, né scopo risolutivo. Il buon senso sta con Bashar.”

Italia: disoccupazione, disinformazione e piddi’

Italia: disoccupazione, disinformazione e piddi’

- di Eugenio Orso –

Quale è’ il legame fra disoccupazione/inoccupazione, altissima di questi tempi, e la disinformazione, imperante anche in materia di andamenti economici e occupazionali nel nostro paese? Il trait d’union è senza ombra di dubbio il governo affidato dalla troika al piddì, o meglio, la necessità di tenerlo in piedi anche come consenso (fittizio?) espresso negli immancabili sondaggi.

Il sotto-potere piddino ha necessità di presentare al volgo i suoi presunti successi, in materia di “lotta” alla disoccupazione e l’altrettanto vitale necessità di disinformare la popolazione, millantando andamenti economici sia pur moderatamente positivi.

Ecco perché si da molta enfasi al modesto ridursi della disoccupazione ufficiale in Italia, notizia rimbalzata su tutti i media in questi giorni. Un po’ più in sordina, per ovvi motivi, la contestuale avanzata della deflazione, testimoniata da un calo dell’indice dei prezzi di qualche decimale di punto. Infatti, l’indice nazionale dei prezzi al consumo per l’intera collettività assume andamenti negativi, in questa fine d’anno, smentendo clamorosamente le previsioni (artefatte) di Padoan e del governo.

Il sistema di disinformazione mediatica in atto, a supporto del piddì collaborazionista della troika, mette in evidenza il (modesto) calo del tasso di disoccupazione ufficiale, che è valutato dall’Istat all’11,5% della forza lavoro in ottobre, ma non può esimersi dall’avvertire che contemporaneamente aumentano gli scoraggiati/ inoccupati, infatti, secondo la stessa fonte, gli occupati diminuiscono di quasi quarantamila unità. E’ evidente che parte significativa del calo dei disoccupati censiti alimenta non nuova occupazione, ma le file degli scoraggiati che non cercano più un lavoro, mentre l’occupazione continua a diminuire. Gli inoccupati sono riserva della riserva, cioè del grande esercito di lavoratori di riserva che esiste fin dai tempi di Marx.

Come se non bastasse, sono in aumento i Voucher, indicatori di massima precarietà e di lavoro saltuario, utilizzati dai datori di lavoro per pagare (poco) il “lavoro accessorio”, fuori dai regolari contratti. Bonus bebè e buoni lavoro sono le sole cose che può concedere, a una popolazione sempre più stracciona, un governicchio euroservo e troikista come quello piddino-renziano. Per il resto, sono mazzate continue, passate presenti e future, tanto che l’ex coop Giuliano Poletti, ministro contro i lavoratori per la distruzione del welfare, ha già lanciato il sasso nello stagno (per studiare le reazioni dei colpiti) ipotizzando di sostituire l’”attrezzo vecchio” dell’ora lavorata con qualcos’altro. Persino gli schiavi del mondo antico non avevano questo “attrezzo vecchio”!


L’infernale triangolazione disoccupati in calo, occupati anch’essi in calo e inattivi/scoraggiati in crescita è palesemente una spia della cattiva situazione economico-produttiva del paese.

Tuttavia, gli esponenti piddini gongolano, amplificati dai media, per il solo calo del tasso di disoccupazione ufficiale, decontestualizzandolo in modo truffaldino, e cioè considerandolo disgiuntamente dal numero degli occupati, in calo, e da quello degli inattivi, in crescita. “Non ci accontentiamo”, “#Italiacolsegnopiù” e altre corbellerie, scrivono costoro nei tweet con trionfalismo provocatorio. Renzilandia, come la definisce ironicamente qualcuno in contrapposto all’Italia reale, è anche questo, anzi, soprattutto questo, quando si parla di andamenti economico-produttivi e aspetti sociali.Tutto ciò fa parte dell’ondata di disinformazione che dovrebbe nascondere la realtà, economica e sociale, o almeno renderla confusa e illeggibile per il volgo, nonostante la sempre più difficile esperienza quotidiana.

In una simile situazione, se si volesse fare veramente la lotta alla disoccupazione, si tornerebbe indietro agendo sull’età pensionale e riducendola a sessant’anni, ma soprattutto, andando all’origine del problema, si uscirebbe completamente dal cerchio infernale delle politiche neoliberiste d’austerità (esclusivamente per la popolazione) imposte dai trattati europei. Il che vorrebbe dire uscita in tempi brevi dall’euro e dalla sedicente unione, provvedere a nazionalizzare con urgenza il sistema bancario e ciò che resta della grande industria, estinguere la precarietà (compreso lo jobs act), stabilire salari e pensioni minimi non irrisori (almeno 1.000 euro mensili netti), sotto i quali non si può andare. Cosa impensabile non solo per il piddì euroservo – che mai e poi mai lo farebbe, suscitando le ire dei suoi vendicativi padroni! – ma anche per le cosiddette opposizioni parlamentari, come il cinque stelle e la Lega+centrodestra, che difficilmente, una volta al governo con regolari elezioni politiche (per pura ipotesi, se non per assurdo!), avrebbero il coraggio e la volontà politica di farlo veramente.

Ciò che ci resta, in simili contesti dove il bicchiere mezzo vuoto che presto sarà vuoto lo si fa passare per mezzo pieno, non è la speranza, ma la certezza che continuerà, sine die, la mortale triangolazione disoccupazione-disinformazione-governo del piddì.

Fonte: Pauper Class

IN GRECIA I PRIVATI DEVONO DICHIARARE CONTANTE E GIOIELLI AL FISCO

IN GRECIA I PRIVATI DEVONO DICHIARARE CONTANTE E GIOIELLI AL FISCO

Ieri leggendo Zerohedge abbiamo avuto un sussulto, e quindi siamo andati a controllare direttamente nei giornali greci… ed è vero.

Dal 2016, partendo dai politici, funzionari pubblici e dai giornalisti, sarà obbligatorio per i contribuenti greci dichiarare al fisco i beni di valore ed il denaro che posseggono privatamente, i cosiddetti soldi nel materasso. Per la precisione sarà necessario dichiarare a Taxisnet, l’agenzia informatica delle imposte greca :
il denaro contante posseduto in casa quando superi i 15.000 euro
oro, pietre preziose, gioielli ed altri beni personali quando il loro valore superi i 30 mila euro.

Ora queste misure si applicano inizialmente solo a dipendenti pubblici, politici e giornalisti, ma è previsto l’ampliamento a tutti i cittadini.

Ecco il modulo che i greci dovranno compilare.


Le dichiarazioni devo essere fatte anche in nome e per conto dei figli minori. Inoltre sono cumulative per nucleo famigliare.

Ora alcune rapide ed immediati ragionamenti:
Perchè un governo vuole conoscere il valore di TUTTI i beni dei propri cittadini ? sta preparando la “Mossa finale” per restare nell’euro ? Ricordiamo che Tsipras è un neoconvertito all’austerità, quindi deve dimostrare tutta la propria ortodossia…
Divertente l’ampliamento del controllo patrimoniale ai giornalisti… 
alla faccia della semplificazione , quanti di voi sono aggiornati sulla quotazione di oro e diamanti ? Quanti di voi potrebbero dirsi certi di non superare la soglia ? Sarà un gran lavoro per commercialisti e stimatori..

In Europa, soprattutto quella del sud, tira una bruttissima aria.

TELEGRAPH: UNA ÉLITE SEGRETA HA CREATO LA UE PER COSTRUIRE UN GOVERNO MONDIALE

TELEGRAPH: UNA ÉLITE SEGRETA HA CREATO LA UE PER COSTRUIRE UN GOVERNO MONDIALE

Dal Telegraph, un articolo dello storico Alan Skedricostruisce la spinta all’adesione della Gran Bretagna al progetto della Ue come parte di un più grande disegno, portato avanti con l’inganno da una élite, volto al superamento delle democrazie nazionali e alla costruzione di un super stato mondiale, con l’appoggio degli Stati Uniti e della Cia.

di Alan Sked *, 27 Novembre 2015

Gli elettori del referendum in Gran Bretagna devono capire che l’Unione europea sin dal primo giorno ha avuto lo scopo di costruire un superstato federale

Mentre cresce il dibattito intorno al prossimo referendum sulla UE, forse sarebbe saggio in primo luogo ricordare come la Gran Bretagna è stata portata all’adesione. Mi sembra che la maggior parte delle persone non abbia idea del perché uno dei vincitori della seconda guerra mondiale avrebbe dovuto non veder l’ora di far parte di questo “club”. Ed è un peccato, perché la risposta a questa domanda è la chiave per capire il motivo per cui l’Unione europea è andata così male.

La maggior parte degli studenti sembra avere l’idea che la Gran Bretagna fosse in difficoltà economica, e che la Comunità economica europea – come si diceva allora – sia stata il motore economico in grado di rilanciare la nostra economia. Altri sembrano credere che dopo la seconda guerra mondiale la Gran Bretagna avesse bisogno di riformulare la sua posizione geopolitica, dall’impero a una posizione più realistica al centro dell’Europa. Nessuno di questi argomenti, tuttavia, ha realmente un senso.

Quando è arrivata la crescita, questa non è arrivata dalla UE. Dalle riforme dal lato dell’offerta di Ludwig Erhard nella Germania Ovest del 1948 alla privatizzazione dell’industria pubblica della Thatcher degli anni Ottanta, la crescita europea è il risultato delle riforme introdotte da singoli paesi, che poi sono state copiate anche nel resto dell’Europa. La politica dell’Unione europea è sempre stata irrilevante, o dannosa (come è avvenuto con l’euro).

Né la crescita britannica è mai veramente rimasta indietro rispetto a quella dell’Europa. A volte ha fatto un balzo in avanti. Negli anni ’50 l’Europa occidentale aveva un tasso di crescita del 3,5 per cento; negli anni ’60, era del 4.5 per cento. Ma nel 1959, quando entrò in carica Harold Macmillan, il tasso reale di crescita annuo del PIL britannico, secondo l’Ufficio nazionale di statistica, era quasi al 6 per cento. Ed era ancora quasi al 6 per cento quando de Gaulle pose il veto alla nostra prima domanda di adesione alla CEE, nel 1963.

Nel 1973, quando siamo entrati nella CEE, il nostro tasso di crescita nazionale annuo in termini reali toccava un record del 7,4 per cento. L’attuale cancelliere darebbe la vita per cifre simili. Quindi l’argomento economico non funziona affatto.

Che dire di quello geopolitico? Quale argomento, alla fredda luce del senno di poi, avrebbe potuto essere così convincente da indurci a dare un calcio ai nostri alleati del Commonwealth della seconda guerra mondiale per partecipare a una combinazione di Belgio, Paesi Bassi, Lussemburgo, Francia, Germania e Italia?

Quattro di questi paesi non avevano nessun peso internazionale. La Germania era occupata e divisa. La Francia, nel frattempo, aveva perso una guerra coloniale in Vietnam e un’altra in Algeria. De Gaulle era giunto al potere per salvare il paese dalla guerra civile. I più realisti certamente devono aver considerato questi stati come un gruppo di perdenti. De Gaulle, che era un grande realista, sottolineava come la Gran Bretagna aveva istituzioni politiche democratiche, rapporti commerciali globali, cibo a buon mercato dal Commonwealth, ed era una potenza mondiale. Perché avrebbe dovuto voler entrare nella CEE?

La risposta è che Harold Macmillan e i suoi consiglieri più stretti erano parte di una tradizione intellettuale che vedeva la salvezza del mondo in una qualche forma di governo mondiale basato su federazioni regionali. Era anche molto vicino a Jean Monnet, che credeva nella stessa idea. Fu quindi Macmillan che diventò il rappresentante del movimento federalista europeo nel governo britannico.

In un discorso alla Camera dei Comuni si fece fautore anche di una Comunità europea del carbone e dell’acciaio (CECA), prima che la cosa venisse effettivamente annunciata. In seguito si adoperò perché venisse firmato un trattato di associazione tra il Regno Unito e la CECA, e fu lui a garantire che un rappresentante britannico fosse inviato ai negoziati di Bruxelles che seguirono la Conferenza di Messina, che diedero vita alla CEE.

Alla fine degli anni ’50 portò avanti dei negoziati per un Associazione europea di libero che portasse all’adesione alla CEE. Poi, quando il generale de Gaulle cominciò a trasformare la CEE in un organismo meno federalista, si assunse il rischio di presentare una domanda di adesione piena della Gran Bretagna nella speranza di frustrare le ambizioni dei Gollisti.

Il suo scopo, in alleanza con gli Stati Uniti e i sostenitori europei di un ordine mondiale federalista, era quello di vanificare l’emergente alleanza franco-tedesca, che era vista come una alleanza tra nazionalismi, francese e tedesco.

Monnet si incontrò segretamente con Heath e Macmillan in innumerevoli occasioni, allo scopo di facilitare l’ingresso britannico. Egli, infatti, era stato informato prima del Parlamento britannico dei termini in cui sarebbe stato inquadrato l’approccio britannico all’Europa.

Malgrado il parere espresso dal Lord Cancelliere, Lord Kilmuir, secondo il quale quell’adesione avrebbe significato la fine della sovranità parlamentare britannica, Macmillan trasse deliberatamente in inganno la Camera dei Comuni – e praticamente tutti gli altri, dagli statisti del Commonwealth ai colleghi di governo, e all’opinione pubblica – affermando che si trattava solo di negoziati commerciali di minore importanza. Cercò anche di ingannare de Gaulle, dandogli ad intendere di essere un anti-federalista a lui vicino, che avrebbe fatto in modo che la Francia, come la Gran Bretagna, ricevesse i missili Polaris dagli americani. De Gaulle comprese perfettamente chi aveva davanti, e pose il veto al tentativo britannico di adesione.

Macmillan lasciò che Edward Heath portasse avanti il progetto, e Heath, insieme a Douglas Hurd, fece in modo – secondo i documenti di Monnet – che il Partito Tory diventasse un membro (segreto) del Comitato d’azione di Monnet per gli Stati Uniti d’Europa.

Secondo l’assistente e biografo di Monnet, Francois Duchene, più tardi sia i Laburisti che i Liberali fecero lo stesso. Nel frattempo il conte di Gosford, uno dei ministri di politica estera di Macmillan nella Camera dei Lord, in effetti comunicò alla Camera che l’obiettivo della politica estera del governo era il governo mondiale.

Il Comitato d’azione di Monnet ottenne anche sostegno finanziario da parte della CIA e del Dipartimento di Stato americano. L’istituzione anglo-americana era coinvolta nella creazione degli Stati Uniti d’Europa di tipo federale.

Oggi, è ancora così. Potenti lobby internazionali sono già al lavoro per cercar di dimostrare che il ritorno all’autogoverno democratico da parte della Gran Bretagna significherebbe la morte. I funzionari americani sono stati già istruiti per affermare che la Gran Bretagna sarebbe esclusa da qualsiasi accordo di libero scambio con gli Stati Uniti e che il mondo ha bisogno del trattato TTIP sul commercio, su cui si basa la sopravvivenza della UE.

Fortunatamente, i candidati repubblicani negli Stati Uniti stanno diventando euroscettici e riviste come The National Interest pubblicano argomenti a favore del Brexit. La coalizione internazionale che sta dietro a Macmillan e Heath questa volta si troverà davanti a una situazione molto più difficile – soprattutto in considerazione delle evidenti difficoltà della zona euro, del fallimento della politica migratoria dell’UE e della mancanza di qualsiasi politica di sicurezza coerente.

Ancora più importante, essendo già stato ingannato una volta, sarà molto più difficile ingannare di nuovo il pubblico britannico.

Alan Sked è il primo fondatore di Ukip e docente di Storia internazionale presso la London School of Economics. Attualmente sta raccogliendo materiale per un libro di prossima pubblicazione sull’esperienza della Gran Bretagna all’interno della Ue.

Trentenne #staisereno , Al lavoro fino (Almeno) 75 anni Pensione -25%. Schiavo!

Trentenne #staisereno , Al lavoro fino (Almeno) 75 anni Pensione -25%. Schiavo!

Ah che bello lavorare e pagare le tasse nella rinascimentale italia. Un posticino adatto ai giovani ammesso che i trentenni (e i quarantenni) li possiamo definire tali.

Gente che lavora, paga un sobrio 40% di tasse e poi butta nel cesso i contributi previdenziali per mantenere un esercito di parassito. Quelli dell’Istituto Nazionale Parassiti Sociali, l’INPS.

Ok non son tutti parassiti, ok non si spara nel mucchio, però vedete cari Parassiti Sociali, siccome per anni avete votato e fatto manifestazione per il sacro “diritto acquisito” chi ora è chiamata a fare lo schiavo per pagarlo non si può mica pretendere che vada per il sottile.

Il mio consiglio è sempre lo stesso: delocalizzarsi o dal punto di vista geografico o dal punto di vista della legalità.

Tanto alla fine, chi avrà dato avrà dato e chi avrà avuto avrà avuto, basta leggere la storia di un qualunque paese in dissesto.

dalla Stampa

Lavoreranno anche fino a 75 anni e prenderanno una pensione inferiore rispetto alle generazioni precedenti. Anzi: in tanti rischieranno di non prendere proprio l’assegno, visto che il sistema contributivo penalizza pesantemente chi vive di contratti precari. È questa la fotografia della situazione previdenziale dei 35enni di oggi. Sono i ragazzi nati nel 1980, che ne avranno 70 nel 2050. E rischieranno di non riuscire a far quadrare i bilanci familiari della loro vecchiaia.

I NUMERI

Il rischio di povertà – è l’allarme lanciato dal presidente dell’Inps, Tito Boeri – si è trasferito dagli anziani ai giovani. Il 15% delle persone tra i 18 e i 25 anni sono povere, conferma il rapporto dell’Ocse . E la situazione di chi è giovane oggi rischia di essere ancora più difficile in futuro. La pensione di chi è nato nel 1980 – si legge infatti in una simulazione Inps – sarà del 25% inferiore a quella che percepisce chi è nato nel 1945 e oggi ha 70 anni, tenendo conto anche del fatto che l’assegno sarà percepito per molto meno tempo.

ASSEGNO PIU’ BASSO, PIU’ TARDI E PER MENO TEMPO


Circa tre su quattro dei pensionati nati nel 1945 è uscito dal lavoro prima dei 60 anni.Per chi è nato nel 1980 le proiezioni dicono che sarà possibile andare in pensione prima dell’età di vecchiaia (70 anni nel 2050) in meno del 40% dei casi.«Nell’ipotesi di un tasso di crescita del Pil dell’1% – si legge nel rapporto -, molti trentenni di oggi dovranno lavorare anche fino a 75 anni». E l’importo medio passerà dagli attuali 1.703 euro a 1.593 euro. Insomma si prenderà meno e lo si prenderà molto più tardi. L’istituto ha calcolato anche un «importo medio comparabile» che tiene conto del fatto che i giovani di oggi prenderanno la pensione per meno tempo, rispetto ai giovani di ieri. Tenendo conto di questa differenza, l’importo medio della pensione di oggi risulta pari a 2.106 euro, cioè un quarto in più rispetto a chi lo prenderà in futuro. …….




L’ATOLA’ DEI SINDACATI A UNA NUOVA STRETTA

I sindacati ribadiscono il “no” a nuovi interventi di “stretta” sul sistema previdenziale. «La tenuta finanziaria del nostro sistema previdenziale – dice il segretario confederale Cgil Vera Lamonica – non è a rischio, di certo lo è l’entità delle prestazioni per ampie fasce della popolazione: basta riforme per fare cassa, si restituisca equità e solidarietà al sistema. «L’Italia – avverte il segretario confederale Cisl Maurizio Petriccioli – è il Paese che più di ogni altro, fra quelli dell’area Ocse, ha realizzato, negli ultimi 20 anni, interventi legislativi che hanno messo in sicurezza la sostenibilità finanziaria del sistema pensionistico, trascurandone semmai la sostenibilità sociale». Il rapporto Ocse – afferma il segretario confederale Uil Domenico Proietti – «continua a perseverare nell’errore di quantificare la spese per le pensioni al 15,7%, non tenendo conto che questo dato somma la spesa previdenziale con quella assistenziale».

p.s. altolà dei sindacati… non sapete la soddisfazione di di pagare le tasse in Svizzera (o Inghilterra o dove vi avrà portato il vostro coraggio), non lo si apprezza mai abbastanza.

YEMEN. Venditori di armi e al Qaeda: ecco chi ci guadagna


I qaedisti hanno occupato stamattina altre due città nel governatorato di Abyan. Diplomatici occidentali accusano il governo di ostacolare il dialogo, Save The Children Londra per fare affari sui civili.

Un conflitto dimenticato fa comodo a tanti. Agli aggressori (l’Arabia saudita e la coalizione anti-Houthi), ai loro sostenitori (i governi europei che vendono armi), a chi approfitta del caos (al Qaeda).

Stamattina si è registrata un’altra vittoria eclatante da parte qaedista: due città meridionali, Zinjibar e Jaar, sono state occupate dopo un attacco a sorpresa che ha sbaragliato le milizie locali pro-governative a difesa delle due comunità. Secondo i residenti, i qaedisti sono entrati senza troppe difficoltà e hanno posto subito checkpoint agli ingressi, prima di annunciare la presa delle due città dai megafoni delle moschee.

Le due città, entrambe nel governatorato di Abyan (Zinjibar ne è il capoluogo), sono strategiche: a metà tra il governatorato di Aden e dalla città costier, dove al Qaeda controlla alcuni quartieri, e il governatorato di Hadramaut, quasi del tutto occupato dai qaedisti.

Il collasso dello Stato, la guerra civile e l’aggressione saudita fanno avanzare quello che in teoria è il nemico numero uno, al Qaeda nella Penisola Arabica, la più potente e organizzata “filiale” della rete. Quella per cui gli Usa hanno lanciato la guerra dei droni e che ha sostenuto apertamente gli alleati occidentali, ovvero il governo ufficiale yemenita, nella ripresa di Aden contro il movimento ribelle Houthi. “L’ingresso di al Qaeda è avvenuto nell’assenza di ogni istituzione dello Stato”, ha commentato un residente di Zinjibar, Fadl Mohammed Mubarak.

E mentre al Qaeda pubblica comunicati online nel quale minaccia vendetta contro Riyadh per le future esecuzioni di oltre 50 qaedisti, annunciate nei giorni scorsi, nel governatorato accanto, Lahij, la coalizione anti-Houthi guidata dall’Arabia Saudita prosegue cieca nella battaglia al movimento ribelle. Un movimento che ha iniziato una rivolta per chiedere maggiore coinvolgimento politico e economico nel paese. Ma per Riyadh la minaccia rappresentata dagli Houthi è maggiore di quella rappresentata da al Qaeda. Ieri l’esercito yemenita ha cominciato un’operazione di ampia scala per la ripresa dell’area di al-Sharija, a Lahij, insieme ad alcune unità di truppe sudanesi. L’obiettivo è più ampio: la riconquista della provincia di Taiz, vero target saudita e governativo. Se gli Houthi perdessero Taiz, si romperebbe la continuità tra i territori occupati da nord al centro, dalla capitale Sana’a alle porte di Aden.

Intanto, lontano dal dramma dei civili, dai 5.700 morti dalla fine di marzo, il governo ufficiale in auto-esilio nel Golfo blocca ogni possibile negoziato internazionale con gli Houthi. Il presidente Hadi continua a dire di voler procedere con il dialogo ma poi si sfila. Tanto da far dire a diplomatici impegnati nel negoziato che Hadi rappresenta un ostacolo: “Hadi sta tentando di fermare ogni tipo di dialogo perché sa che qualsiasi risultato rappresenterà la fine della sua carriera politica – ha detto un funzionario anonimo – Non è mai stato popolare e non è nel suo interesse fermare la guerra, a meno di una vittoria totale”. Così poco popolare da non riuscire nemmeno ad imporre un rimpasto di governo al suo premier, Khaled Bahah, che ha rigettato ieri la sostituzione di cinque ministri (tra cui il ministo degli Esteri, quello degli Interni e il vice premier) ordinata dal presidente.

A poco servono quindi gli annunci dell’Onu che con regolarità promette l’avvio del dialogo. Lunedì ci ha provato l’ambasciatore britannico all’Onu: il negoziato inizierà a dicembre. Ma su quali basi? Se Riyadh puntasse davvero al dialogo, interromperebbe l’operazione militare. Così non è perché l’obiettivo è un altro: riprendere completamente il controllo di quello che ritiene il proprio cortile di casa, lo Yemen, senza garantire alcuno spazio agli Houthi, accusati di essere vicini all’Iran. Lo Yemen è fondamentale al controllo dello stretto di Bab al-Mandeb, porta di passaggio del greggio del Golfo diretto in Europa: spartirlo con un gruppo considerato parte dell’asse sciita guidato da Teheran significherebbe perdere il monopolio sulla zona e l’ampliamento dell’influenza iraniana sull’intera regione, già forte dopo l’intervento in Siria.

A boicottare i negoziati sono in tanti, anche indirettamente, continuando a sostenere la coalizione anti-sciita che sta devastando lo Yemen. Tra questi i paesi che proseguono imperterriti a vendere tonnellate di armi ai paesi del Golfo, Arabia saudita, Qatar e Emirati Arabi. C’è l’Italia che pochi giorni fa ne ha inviate in quantità da Cagliari. E c’è la Gran Bretagna, duramente accusata da Save The Children per il ruolo nella guerra: “La Gran Bretagna si dice orgogliosa di essere un leader mondiale nella risposta alle crisi umanitarie, ma la mancata condanna pubblica del costo umano del conflitto in Yemen dà l’impressione che le relazioni diplomatiche e la vendita di armi prevalgono sulla vita dei bambini yemeniti”, ha detto Edward Santiago, rappresentante di Save The Children in Yemen.

Londra è tra i primi fornitori di armi all’Arabia Saudita. Un fatto che non mette in buona luce la Gran Bretagna visto che il 73% dei bambini uccisi in Yemen (quasi 700) sono morti in raid sauditi. Altri mille i feriti, la maggior parte dei quali da missili, bombe, colpi di artiglieria, colpi di mortaio. Nena News

Fonte: nena-news.it

Petrolio, ecco come l’Europa finanzierebbe il Daesh

Petrolio, ecco come l’Europa finanzierebbe il Daesh

È molto difficile battere i terroristi continuando a sostenerli. A parole tutti vogliono fare la guerra al Califfato, ma in un modo o nell’altro i così temuti tagliagole vengono armati e sostenuti da diversi Paesi.
Chi finanzia il Daesh? Probabilmente anche l’Europa, che senza accorgersene, potrebbe comprare il petrolio dei terroristi finito sul mercato regolare attraverso canali illegali. Paesi come l’Arabia Saudita o il Qatar invece appoggiano consapevolmente il Daesh e i terroristi jihadisti, fornendo loro armi e soldi. La Turchia in questo contesto ha un ruolo molto ambiguo, membro della Nato e “alleato” dell’Occidente, è un Paese che di fatto non combatte lo Stato Islamico. La Turchia farebbe da corridoio per i foreign fighters e comprerebbe il petrolio dei terroristi.

Una cosa è certa, se l’Occidente avesse voluto impedire i finanziamenti al Daesh, l’avrebbe già fatto da tempo. Perché non imporre sanzioni ai Paesi che finanziano il terrorismo, invece di imporle a Mosca? Perché si è dovuto aspettare l’intervento della Russia in Siria per rivalutare la grave minaccia del Califfato?

Sputnik Italia ha raggiunto per una riflessione in merito Alessandro Pansa, Direttore del Master in corporate finance alla LUISS Business School, ex ad di Finmeccanica.

— Il petrolio del Daesh attraverso diversi Paesi, come la Libia o la Turchia, potrebbe finire in Europa?

— Sì, è così. L’ISIS controlla i pozzi petroliferi, non controlla invece gli oleodotti nei porti, ragion per cui il contrabbando di petrolio e il suo commercio da parte dell’ISIS ad oggi può avvenire solamente via terra attraverso delle autobotti che vengono poi vendute ai broker. Il petrolio viene successivamente piazzato illegalmente presso raffinerie oppure lo scaricano presso oleodotti che lo mettono in circuiti tradizionali.

La vendita del petrolio estratto dai pozzi controllati dall’ISIS è sicuramente una delle principali fonti di finanziamento dei terroristi. Chi li sostiene? Società di intermediazione, che hanno sede in Paesi dove i controlli societari e finanziari sono poco rigidi. Queste società spesso mascherate da società di ingegneria commerciano petrolio e altre materie prime di valore, fonti di finanziamento del terrorismo.

— Il Daesh quindi guadagna soldi che provengono anche da Paesi dove i terroristi commettono stragi e uccidono civili, come a Parigi?

— Sì, in modo molto indiretto. Non è che la Francia, la Gran Bretagna, l’Italia o gli Stati Uniti esplicitamente e consapevolmente acquistano prodotti petroliferi o minerali dall’ISIS. Resta il fatto che società di intermediazione, apparentemente legali, svolgono un commercio illegale, mettono sul mercato delle partite di petrolio e altri prodotti di valore, che poi si confondono nel mercato con commerci regolari e trasparenti.

Purtroppo è possibile acquistando questi prodotti, che noi sosteniamo finanziariamente le casse dell’ISIS, ma non ce ne accorgiamo. Ci sono poi alcuni Paesi, in particolare del mondo arabo, che invece finanziano i terroristi più consapevolmente, ma questi non sono certo i Paesi occidentali.


— Esistono infatti Paesi come l’Arabia Saudita, il Qatar che finanziano apertamente il Daesh. Secondo lei si possono contrastare questi finanziamenti al terrorismo sanzionando questi Paesi o è un’utopia?

— È molto difficile. Molti Paesi arabi produttori di petrolio e gas hanno tradizionalmente tenuto i piedi in due scarpe: da un lato hanno sempre esportato risorse naturali in Occidente, trovando anche degli accordi politici, dall’altro però hanno aiutato in modo consistente organizzazioni terroristiche, come oggi l’ISIS, oramai un’entità territoriale molto pericolosa.

Se l’Occidente avesse voluto effettivamente impedire che questi Paesi finanziassero organizzazioni terroristiche lo avrebbe fatto da tempo. Non ha mai avuto la convenienza, aveva tutto l’interesse da un lato a importare a prezzi accettabili materie prime da quei Paesi, dall’altro a sostenere i regimi politici considerati dall’Occidente “meno peggio”. È molto difficile che si impongano delle sanzioni, lo ritengo impensabile. Non riesco ad immaginare gli Stati Uniti, la Francia o l’Italia imporre sanzioni all’Arabia Saudita o al Qatar, che mettono sul mercato il 30% del petrolio e il gas dell’intero mondo.

— Le sanzioni però le fanno alla Russia!

— Questo purtroppo è vero, devo dire che è più che altro un fatto politico e io credo sia stato commesso un grave errore. Questo non perché io pensi che la Russia avesse il diritto di comportarsi come ha fatto in Ucraina, cioè credo in modo non corretto secondo la legalità internazionale.

Credo che le sanzioni siano state un errore, perché quando ti trovi di fronte un problema come quello del terrorismo dell’ISIS, sarebbe certamente meglio riuscire ad interrompere le forniture di petrolio che arrivano da quella parte del mondo. È molto meglio che noi importassimo più petrolio dalla Russia e meno petrolio dai Paesi come la Libia, dove potrebbe essere che l’ISIS, controllando alcuni tratti di costa, abbia una maggiore capacità di contrabbandare petrolio e gas di quanto non abbia dai suoi pozzi.

— Con l’intervento della Russia in Siria c’è stato qualche cambiamento, i russi bombardano anche le autobotti del Daesh. Ora anche gli altri Paesi si stanno muovendo in questa lotta. Perché si è aspettato così tanto prima di colpire il Daesh?

— Innanzitutto colpire le autobotti tecnicamente mi sembra difficile, la piccolezza del bersaglio rispetto alle capacità delle strutture militari sia russe che dell’occidente non rende molto facile un’operazione di questo genere.

Credo si sia aspettato così tanto per due motivi. Tra i Paesi occidentali, Russia compresa, c’erano interessi di tipo divergente e molto contrastante nei rapporti col Medio Oriente, i Paesi arabi, Israele e la Siria.

D’altra parte credo sia stata sottovalutata questa minaccia, si è preferito evitare di commettere gli errori che si sono commessi nella guerra in Iraq nel 2003-2004 e nella scellerata operazione in Libia. Nonostante il fatto che l’Occidente abbia commesso due errori capitali, oggi il suo impegno dovrebbe essere certamente maggiore. Da questo punto di vista ho la sensazione che l’apporto della Russia sia assolutamente quanto mai necessario oggi.

La Russia mostra le prove: “Ecco come Erdogan compra il petrolio dall’Isis”

La Russia mostra le prove: “Ecco come Erdogan compra il petrolio dall’Isis”

Lo aveva annunciato Putin due giorni fa a Parigi ed oggi il ministero della difesa russo non ha esitato a mostrare le prove che inchiodano Erdogan all’evidenza dei fatti: fotografie e mappe in formato gigante che documentano il trasporto illegale di petrolio dai territori controllati dallo Stato islamico alla Turchia. Martedì il premier turco si era detto indignato da tali insinuazioni ma pronto a dimettersi se le accuse fossero state provate.

“La Turchia è il principale consumatore dipetrolio rubato ai legittimi proprietari, ovvero Siria e Iraq. Secondo le informazioni che abbiamo ricevuto, la leadership politica del paese – il presidente Erdogan e la sua famiglia -è coinvolta in questa attività criminale“, ha dichiarato il viceministro russo della Difesa Anatoly Antonov. “Il cinismo dei leader turchi non conosce limiti – ha poi aggiunto lo stesso Antonov – stanno rubando il petrolio di uno stato sovrano e il figlio di Erdogan è stato nominato ministro dell’energia”.

Per il ministero della difesa russo la Turchia è il principale acquirente del petrolio saccheggiato a Siria e Iraq dall’Isise sempre Antonov ha detto che Mosca ha in manoaltre prove che verranno mostrate la prossima settimana riguardanti il traffico illegale di armi e l’addestramento di terroristi in territorio turco.

Eugenio Palazzini

Alla guerra a passi da gigante: gigante demente

Alla guerra a passi da gigante: gigante demente


“Sia chiaro: la Turchia è membro della NATO e nostro alleato”, ha detto Obama a Parigi a margine del vertice sul clima. Le prove (schiaccianti) portate da Mosca che Erdogan e famiglia trafficano il petrolio di DAESH? “Totalmente assurde, ha risposto Steve Warren, portavoce del Pentagono. Ha deciso di posizionare batterie di Patriot al confine tra Turshia e Siria, come voleva Erdogan (e non aveva finora ottenuto). Contemporaneamente, la NATO – su raccomandazione del comando americano dell’alleanza – invita il microscopico Montenegro (630 mila abitanti) e conduce esercitazioni militari in Ucraina col regime di Kiev. A cui ha fornito già armi letali. Yatseniuk, il governante del regime di Kiev che è in bancarotta e tenuto in piedi da miliardi di finanziamenti FMI ed europei dal canto suo, si offre di fornire alla Turchia “mais e girasole e petrolio” (sic) ad Erdogan per aiutarlo nella lotta contro la Russia.

Cameron ha ottenuto dal suo parlamento il via a “bombardare le basi ISIS” in Siria e lo fa’ senza coordinarsi con i russi. In pratica, un atto di ostilità.

E la UE ha deciso – a porte chiuse, senza consultare i parlamenti per volontà di Angela Merkel – di prolungare le sanzioni contro Mosca. Che cosa precisamente la UE rimproveri alla Russia, non si sa più. Una cosa è evidente: “E’ la NATO a determinare totalmente la politica estera della UE”, commenta Deutsche Wirtschaft Nachrichten.

Kerry e Stoltenberg istruscono Kllimkin (ministro di Kiev) al vertice NATO di mercoledì

Berlino s’impegna per la prima volta a mandare i suoi Tornado a bombardare la Siria – ormai chiaramente una operazione occidentale per ostacolare la vittoriia russa contro l’ISIS – anche se dei 93 Tornado che aveva in origine acquistato ne restanooperativi solo 29, aerei vecchi anche di 34 anni, considerati obsoleti. Dei 68 Eurofighter piàù moderni, ne restano operativi 37. Però anche Berlino ha annunciato che bombarderà “senza coordinarsi con la Russia”.

La miserabile debolezza con cui gli europei si prestano a queste dementi provocazioni anti-Putin è dimostrata dal fatto che da quando Mosca ha posizionato gli S-400 per contrastare gli aerei turchi, la francese Charles De Gaulle ha smesso di “bombardare l’ISIS”. Otto, nove giorni senza incursioni sulla Siria; senza il permesso di Assad – che non vuol chiedere – Hollande (che aveva promesso una “risposta spietata”) non osa rischiare la sua unica portaerei. Per giorni, anzi, la Charles De Gaulle è stata introvabile. Poi si è scoperto che aveva lasciato il Mediterraneo orientale “per rifugiarsi dietro i Patrios Usa in Turchia”. Erdogan, a cui non par vero di trovare ogni giorno più membri della NATO coinvolti nella sua sporca guerra, ha subito consentito ai caccia francesi di andare a “bombardare l’ISIS” (intralciare i russi) dalla base turca di Incirlik.

Insomma tutto l’Occidente, in perfetta malafede, è schierato a dar ragione ad Erdogan e a sostenere di fatto DAESH che cede sotto i colpi russi.

Il numero delle provocazioni che emergono in questi giorni è troppo, per non vedere una volontà precisa. Energe che quando gli F-16 turchi abbatterono il Sukhoi, erano appoggiati da F-16 americani come deterrente per una rappresaglia russa. “Se è vero, significa che Obama non ha alcuno scrupolo a cominciare un conflitto diretto con Mosca”, ha commentato Michael Jabara Carley, docente di politica internazionale alll’Università di Montreal.

L’ultima per il momento e forse la più inquietante provocazione: due sommergibili turchi (Dolunay e Burakreis) scortati dall’incrociatore americano USS Carney che porta missili balistici Aegis, stanno tallonando la nave da guerraMoskva, armata di missili S-300, al largo di Cipro, in acque internazionali.

La cosa è allarmante perché può essere il preludio alla ritorsione da Mosca più temuta fin dai tempi degli Zar: che la Turchia chiuda alla navigazione russa il Bosforo e i Dardanelli. Voci non confermabili che Erdogan lo sta già facendo – il traffico delle navi russe negli stretti viene vistosamente rallentato. Non c’è

dubbio che il regime tgurco ci pensi, ne sia tentato. Il ministro Davutoglu ha minacciato: “Anche la Russia ha da molto da perdere” da controsanzioni.

Se Erdogan chiudesse gli stretti, commetterebbe un atto di criminalità internazionale con pochi precedenti, una violazione della libertà di navigazione sancita – per gli Stretti – dalla Convenzione di Montreudel 1936.


Mosca potrebbe far valere la Convenzione ed ottenere una condanna della cosiddetta comunità internazionale. Ma in quale sede? L’Onu? L’Europa? E’ chiaro che la “comunità internazionale” è dominata dall’impero del caos, e gli darebbe torto.
gli Stretti

Impedita di passare con le navi per gli Stretti, la Russia non potrebbe più facilmente rifornire le sue forze in Siria.Peggio: ogni tipo di commercio russo verrebbe praticamente paralizzato, reso difficle e costoso.

A quel punto, la guerra contro la NATO per Putin non diventerebbe un’opzione, ma una necessità.Esattamente come le sanzioni di Roosevelt che lasciavano il Giappone con riserve di petrolio per otto mesi, convinsero a quel tempo Tpokio che la guerra era una necessità, altrimenti sarebbe stato lo strangolamento: e fu l’attesa, auspicata, desideratissima Pearl Harbour. Come un caso di scuola, gli Stati Uniti “si fanno aggredire” per cominciare le guerre mondiali, e quelle locali.


Facebook Seguimi