09 gennaio 2016

Banca Etruria, sprechi e favori: le accuse agli ex vertici e al consiglio


Banca Etruria, sprechi e favori: le accuse agli ex vertici e al consiglio
Dodici contestazioni che chiamano in causa Boschi senior e i manager. Entro due mesi le sanzioni

La quantificazione delle nuove sanzioni si conoscerà entro due mesi. Ma l’atto di incolpazione di Bankitalia contro i vertici del consiglio di amministrazione di Banca Etruria e cinque componenti dell’organismo, fa ben comprendere quali siano «le carenze nel governo, gestione e controllo dei rischi e connessi riflessi sulla situazione patrimoniale» che hanno portato l’istituto di credito all’insolvenza. Dodici punti di contestazione che chiamano direttamente in causa l’ex presidente Lorenzo Rosi, i due ex vicepresidenti Alfredo Berni e Pierluigi Boschi - padre del ministro delle Riforme Maria Elena - e i componenti del Cda Claudia Bugno, Andrea Orlandi, Luciano Nataloni, Luigi Nannipieri e Claudio Salini. Tutti accusati dai funzionari di Palazzo Koch di «inerzia nell’attivare adeguate misure correttive per risanare la gestione, provocando un ulteriore peggioramento della situazione tecnica, già gravemente deteriorata. Comportamento che ha provocato una significativa erosione delle esigue risorse patrimoniali, da tempo non in grado di soddisfare il previsto “capital conservation buffer” del 2,5 per cento». Tutti chiamati a difendersi dall’accusa di non aver «pianificato interventi idonei a ristabilire l’equipaggio reddituale del gruppo, per di più necessari in considerazione dell’elevato ammontare degli attivi infruttiferi e dei vincoli in termini di patrimonio e redditività».
Nella relazione già notificata agli interessati per le controdeduzioni, sono elencati gli sprechi, gli abusi, e gli atti omissivi che hanno svuotato le casse di Etruria e - dopo il decreto del 22 novembre varato dal governo - causato perdite enormi per azionisti e obbligazionisti. Tra loro anche piccoli risparmiatori convinti di aver messo al sicuro i propri soldi e invece travolti da un fallimento che ha reso il loro investimento carta straccia.
Persi 517 milioni in un anno
I primi due «capi di incolpazione» riguardano le politiche messe in atto dai vertici e si concentrano su quanto accaduto nel 2014, che avrebbe dovuto rappresentare il momento di svolta, visto quanto era già stato eccepito nel corso delle precedenti ispezioni. Per questo stigmatizzano «le esigenze di accantonamento sul portafoglio crediti deteriorati che hanno portato a rettifiche su crediti per 622 milioni di euro e hanno concorso a generare la perdita di esercizio di 517 milioni di euro». Un’enorme massa di denaro persa concedendo finanziamenti anche a chi non forniva adeguate garanzie, firmando contratti di consulenza per incarichi inutili e soprattutto «non in linea con la normativa interna sul ciclo passivo di spesa», gli sprechi nella gestione degli immobili.
Tra i principali addebiti al presidente e ai due vice c’è poi il mancato rispetto della delibera sulla riduzione degli emolumenti, ma pure la scelta di non proporre ai soci «l’unica offerta giuridicamente rilevante presentata dalla Popolare di Vicenza di un euro per azione, estesa al 90 per cento del pacchetto azionario». Secondo gli ispettori ciò «ha lasciato inevasa la richiesta della Vigilanza di realizzare un processo di integrazione con un partner di elevato “standing” e non ha portato a tempestive ed efficaci iniziative per una soluzione alternativa».
Stipendi, premi, buonuscite
I conti erano in profondo rosso ma questo non ha impedito al consiglio di amministrazione di autorizzare pagamenti faraonici ai manager, nonostante ci fosse un esplicito divieto. Al punto 6 delle contestazioni gli ispettori scrivono: «Non si è tenuto conto del “documento sulle politiche di remunerazione e incentivazione” approvato dall’assemblea dei soci nel maggio 2014 che non consentiva la corresponsione di alcuna forma di incentivazione al “personale più rilevante”». Ancor più grave è la denuncia contenuta al punto 8 dove fra l’altro si rimarca l’esito di un audit concluso il 28 gennaio 2015 sui contratti consulenza che evidenziava proprio i «comportamenti anomali» degli organi amministrativi.
Il quadro delineato da Bankitalia mostra come in tutti i settori non si sia intervenuto in maniera adeguata e sottolinea quanto grave sia il fatto che queste mancanze abbiano riguardato in modo particolare «le strutture deputate alla gestione del credito deteriorato che non hanno fronteggiato l’imponente crescita delle partite anomale». Tra gli esempi più clamorosi citati nell’atto di incolpazione c’è quello degli «indicatori di performance» relativi alle sofferenze «risultati ampiamente al di sotto degli standard di mercato in particolare per i tassi di recupero del credito che nel giugno 2014 erano pari a 1,3 per cento anziché 3,5 per cento».
Le fidejussioni «scoperte»
Accusano gli ispettori: «Dall’analisi di un campione di 103 “sofferenze” classificate tra settembre 2013 e lo stesso mese del 2014 emergono le seguenti anomalie: le garanzie consortili sono risultate non attivabili nel 23 per cento dei casi a motivo del mancato pagamento delle commissioni o del mancato invio di lettere di messa in mora; le fidejussioni rilasciate dai garanti, nel 91 per cento dei casi erano prive di efficacia ai fini del recupero, anche a causa della mancanza di monitoraggio sui beni degli stessi».
Mancavano i controlli, mancava pure la volontà di recuperare - nei pochi casi in cui ciò era possibile - il denaro uscito dalle casse di Etruria. E così, anche per quanto riguardava “le cause di minor importo”, «nonostante l’assegnazione a un ufficio che avrebbe dovuto garantire una maggiore tempestività nelle azioni di recupero, ha fatto registrare invece un ritardo medio di circa tre mesi nella lavorazione delle pratiche dal momento della classificazione».

BUON ANNO DI SVENTURA: GLI SMS CHE BUZZI SPEDIVA A CAPODANNO 2013, AUGURAVANO EMERGENZE E CATASTROFI SULLE QUALI FAR PROSPERARE I SUOI AFFARI

BUON ANNO DI SVENTURA: GLI SMS CHE BUZZI SPEDIVA A CAPODANNO 2013, AUGURAVANO EMERGENZE E CATASTROFI SULLE QUALI FAR PROSPERARE I SUOI AFFARI

BUON ANNO DI SVENTURA: GLI SMS CHE BUZZI SPEDIVA A CAPODANNO 2013, AUGURAVANO EMERGENZE E CATASTROFI SULLE QUALI FAR PROSPERARE I SUOI AFFARI

tutti-con-buzzi-bonafe-poletti-marino-622258A Capodanno del 2013 l’uomo forte delle cooperative romane Salvatore Buzzi ebbe l’idea di inviare un messaggio di auguri a qualche amico, attraverso il suo telefonino che i carabinieri del Ros stavano già intercettando. Fra i destinatari c’era pure Angelo Scozzafava, che lui chiamava confidenzialmente «Scozzi», all’epoca direttore del dipartimento Promozione dei servizi sociali e della salute del Campidoglio: il suo nome compare spesso nelle carte sulla presunta associazione mafiosa di cui Buzzi è accusato di essere «organizzatore e gestore delle attività economiche».
Il 2013 era cominciato da poche ore quando, alle 14.19, Buzzi gli spedì questo testo (gli errori di ortografia sono nell’originale): «Speriamo che il 2013 sia i n anno pieno di monnezza , profughi, immigrati, sfollati, minori, piovoso così cresce l’erba da tagliare e magari con qualche bufera di neve: evviva la cooperazione sociale e».

SALVATORE BUZZI
SALVATORE BUZZI
Un auspicio per i suoi affari che forse voleva essere solo scherzosamente cinico; ma visti gli interessi che l’inquisito per mafia finito in carcere insieme a Carminati e agli altri presunti complici aveva messo in piedi in quei settori d’intervento — dalla raccolta dei rifiuti ai campi nomadi, passando per la crisi abitativa e la manutenzione delle aree verdi —, svela una volta di più lo stato d’animo di chi accumula denaro su emergenze e catastrofi. Che riguardano gli altri.
Qualcosa che ricorda molto da vicino la telefonata intercettata all’indomani del terremoto dell’Aquila, quando il costruttore Francesco De Vivo Piscicelli confidò al cognato: «Io ridevo stamattina alle 3 e mezzo dentro al letto».
Proprio Buzzi, quattro mesi dopo quel messaggio di auguri, in una conversazione registrata dalle microspie il 20 aprile 2013, spiegava: «Noi quest’anno abbiamo chiuso… con quaranta milioni di fatturato ma tutti i soldi… gli utili li abbiamo fatti sui zingari, sull’emergenza alloggiativa e sugli immigrati. Tutti gli altri settori finiscono a zero». Ed è lo stesso artefice della ormai famosa confessione intercettata: «Tu c’hai idea quanto ce guadagno sugli immigrati? Il traffico di droga rende di meno».
Anche sulla grande nevicata che colpì Roma nel febbraio 2012 il gruppo aveva lucrato centinaia di migliaia di euro: l’ex detenuto divenuto un simbolo delle cooperative romane spiega in un altro colloquio che per partecipare alla gestione di quell’emergenza aveva concordato una tangente di 40.000 euro per Claudio Turella, il funzionario del Comune al quale gli investigatori hanno trovato oltre 500.000 euro in contanti.
tor sapienza, sassi contro il centro immigrati. cariche della polizia e feriti 11
Ma il vero business di Buzzi, che si augurava un 2013 «pieno di profughi», sembra essere quello dell’assistenza ai migranti che sbarcano sulle coste italiane. Compreso il Centro di accoglienza per i richiedenti asilo di Cropani Marina, provincia di Catanzaro, gestito fra il 2008 e il 2009 dalla cooperativa «29 giugno». Secondo il giudice che ieri ha mandato in carcere altri due indagati per associazione mafiosa, Rocco Rotolo e Salvatore Ruggiero, quell’appalto da un 1.300.000 euro fu vinto da Buzzi che poté godere della protezione da parte della ‘ndrangheta grazie a un accordo con la famiglia Mancuso di Limbadi, cosca dai «saldi collegamenti con i Piromalli, i Mammoliti, i Pesce».
Grazie al «favore» concesso dal clan Mancuso, Buzzi nella sua attività in Calabria ottenne rispetto e protezione dal clan, come emerge da alcune intercettazioni. «Tu sei stato rispettato dai Mancuso — dice Buzzi a Rotolo —… So’ passati 5 anni… T’ha toccato qualcuno là sotto?». In cambio di questo trattamento, nella ricostruzione dell’accusa, il gruppo romano guidato da Buzzi e Carminati ha concesso ai calabresi l’appalto per la pulizia del mercato romano al rione Esquilino. Il benestare finale sarebbe arrivato da Carminati, presunto capo di «Mafia capitale».
Giovanni Bianconi- Il Corriere della Sera   Foto: Dagospia
Buzzi gli aveva chiesto se fosse d’accordo a concedere attraverso «una piccola cooperativa» affidata agli emissari dei Mancuso «quello che facciamo noi su Piazza Vittorio». E l’ex estremista nero rispose: «Come no, ma che scherzi?».

Prostituzione, pagare in natura si può. Olanda shock.



Il governo dei Paesi Bassi ha chiarito che è legale, per gli istruttori di guida, offrire lezioni in cambio di sesso, sempre che gli studenti siano maggiorenni. Paradosso dei paradossi, al contrario, non è legale offrire sesso in cambio di lezioni.

Il ministro dei trasporti Melanie Schultz van Haegen e quello della giustizia Ard van der Steur hanno affrontato la questione in risposta a una interrogazione presentata in parlamento da Gert-Jan Segers del partito conservatore dell’Unione Cristiana, sottolineando che, sebbene ‘indesiderabile’, offrire lezioni di guida pagando ‘in natura’ non sia illegale.

“Non si tratta di offrire attività sessuali dietro compenso, ma di offrire una lezione di guida in cambio di sesso. È importante che l’iniziativa spetti all’istruttore di guida e si concentri sull’offerta di una lezione accettando come forma di pagamento atti sessuali. Offrire atti sessuali in cambio di merce finanziaria, al contrario, è prostituzione“, hanno sottolineato i due ministri.

La pratica, che si chiama ‘ride for a ride‘, recentemente ha visto aumentare la sua popolarità. Gert-Jan Segers, tuttavia, non ha sollevato obiezioni sulla pratica in sè, quanto sul fatto che gli studenti non avrebbero una licenza da ‘escort’ e non dichiararerebbero dunque al fisco i servizi sessuali erogati.

Bitcoin, è rivoluzione: la Sec lo autorizza come strumento finanziario

Bitcoin, è rivoluzione: la Sec lo autorizza come strumento finanziario

La videointervista al ricerctore Marco Amadori che spiega cos’è il Bitcoin (ricordati di abilitare i sottotitoli in italiano)

I colossi della finanza si sono già impegnati ad adottare la tecnologia alla base di Bitcoin per la gestione delle transazioni finanziarie del futuro, e ora dalla società specializzata Overstock arriva la conferma del fatto che la Securities and Exchange Commission (SEC) statunitense non ha nulla da ridire su questo genere di sistema a uso finanziario.


La tecnologia Blockchain permette di tenere traccia, in maniera sicura e anonima, delle transazioni avvenute online, e oltre a essere parte integrante della moneta virtuale più nota (Bitcoin, appunto) si presta a essere usata nello scambio non solo di valuta ma anche di altri prodotti di valore come azioni, bond e security finanziarie assortite.

Overstock aveva già cominciato a usare un database blockchain in precedenza, limitandone però l’azione allo scambio di bond fra privati senza intervento alcun sul mercato. Ora, dopo l’autorizzazione della SEC, la società potrà sfruttare il database anche per lo scambio di titoli azionari pubblici.

Stando a quanto sostiene Overstock, le potenzialità della tecnologia blockchain vanno molto oltre Bitcoin, l’anonimato finanziario “sicuro” o lo scambio azionario: si tratta di un sistema che potrebbe fare al mercato dei capitali “quello che Internet ha fatto al mercato dei consumi”, dice la società.

A riprova delle grandi aspettative riposte dall’industria sulle blockchain, un gruppo di pezzi da novanta del settore tecnologico (IBM, Cisco, Intel) e finanziario (JP Morgan, SWIFT, Deutsche Borse) ha annunciato una partnership con la Fondazione Linux per la realizzazione di un nuovo database distribuito open source. La blockchain sarà separata da Bitcoin e “ready for business” dal 2016.

di Alfonso Maruccia per Punto Informatico.

Cosa sono i bitcoin? Come funzionano?

Leggi e guarda l’intervista che byoblu ha realizzato al ricercatore Marco Amadori: “Fuori dall’euro, dentro al Bitcoin!“.

Per donazioni in bitcoin al blog, clicca qui: “Come si dona in bitcoin“.


La dittatura finanziaria totalitaria prossima ventura


La dittatura finanziaria totalitaria prossima ventura.

1. LA BANCA D’ITALIA

In quanto aderente al sistema SEBC (Sistema Europeo delle Banche Centrali) della BCE, Banca d’Italia è un’autorità monetaria completamente autonoma ed indipendente dal governo, perché in base ai trattati europei e al suo statuto non può finanziare direttamente lo Stato italiano tramite scoperti di conto di tesoreria, acquisto diretto di titoli del debito pubblico o qualsiasi altra forma di facilitazione creditizia. Inoltre, nessun politico o ministro italiano può influire sulle scelte di politica monetaria della Banca d’Italia o può chiedere conto e ragione, in parlamento o in altre sedi, dell’operato del Consiglio superiore o del governatore dell’istituto. La situazione opposta, invece, è incredibilmente ammessa, come conferma la lettera inviata il 5 agosto del 2011 da Trichet e Draghi al governo Berlusconi. L’unico obiettivo di Banca d’Italia, in linea con quello della BCE, è il mantenimento di un tasso annuo di inflazione prossimo al 2%, mentre l’istituto non si assume alcuna responsabilità né per quanto riguarda la disoccupazione né la crescita economica in generale, lasciando che siano il governo e il parlamento con la sola leva fiscale e tributaria a doversi fare carico della soluzione di questi problemi. Tranne l’elezione del governatore, che avviene su esplicita proposta e indicazione del Consiglio superiore della banca centrale (articolo 17 dello Statuto), i politici non hanno alcuna influenza nelle attività strettamente tecniche o istituzionali di Bankitalia.
La proprietà della banca centrale è al 95% privata, anche se l’istituto viene ipocritamente definito di diritto pubblico, perché si è appropriato giuridicamente di un’attività regolamentata per legge: l’emissione della moneta (sotto forma di banconote e riserve bancarie). Siccome noi siamo obbligati per legge dal corso forzoso ad accettare l’euro come moneta di stato, la Banca d’Italia, che ha l’esclusivo privilegio di emettere le banconote e le riserve elettroniche in euro, malgrado la sua proprietà e funzione privatistica ha acquisito negli anni una chiara posizione dominante nell’assolvimento di un diritto pubblico. I banchieri privati si sono gradualmente, con il tacito consenso o l’approvazione unanime di tutti i politici, impossessati di un istituto giuridico pubblico, la moneta, cercando di ricavarne nel corso del tempo un maggiore profitto privato. E visto che un’istituzione o è pubblica (nel senso che non è orientata ai profitti ma a garantire un diritto della cittadinanza) o è privata (nel senso che antepone il raggiungimento del profitto al benessere dei cittadini),Bankitalia da questo punto di vista è un ente assolutamente privato, perché antepone il profitto dei suoi azionisti banchieri (inflazione bassa, dividendi, prestiti agevolati agli amici della cricca) a quello dei cittadini (occupazione, bassa tassazione, regolarità del credito a famiglie e imprese). Tuttavia, questo esproprio di fatto della funzione monetaria un tempo subordinata al governo democratico, fino ad oggi veniva quantomeno ricompensato versando gran parte degli utili di gestione alle casse dello Stato (e per come viene gestita oggi una banca centrale, gli utili sono sempre assicurati, mentre è praticamente impossibile avere delle perdite). Da oggi invece, tramite la scandalosa proposta di trasformare Banca d’Italia in una public company, anche gran parte di questi utili verranno veicolati verso gli azionisti bancari privati.

2. I PROFITTI DEI BANCHIERI PRIVATI

Ma vediamo nel dettaglio cosa si nasconde dietro questa incredibile truffa legalizzata, spulciando il documento redatto da tre consulenti di Banca d’Italia (uno dei tre relatori è il famigerato ex-presidente del consiglio fantoccio della Grecia Lucas Papademos, governatore della banca centrale ellenica ai tempi dei trucchi di bilancio organizzati insieme a Goldman Sachs per fare rientrare il paese nei parametri di Maastricht: con un consulente così siamo in una botte di ferro!!!). Innanzitutto partiamo dall’assetto proprietario attuale, che è diviso in quote fittizie per un valore complessivo del capitale sociale simbolico di €156.000, di cui Banca Intesa, Unicredit e Assicurazioni Generali insieme detengono quasi il 60% del totale. Il fatto che si sia creata una tale concentrazione di capitale sociale in pochi grandi gruppi dipende dal processo di trasformazione e fusioni successive avvenute nel sistema bancario italiano a partire dai primi anni novanta.

In base alle rispettive quote e al valore nominale delle stesse, secondo quanto disposto dall’articolo 39 dello Statuto, i dividendi dovuti agli istituti finanziari e assicurativi privati ammonterebbero al 10% dell’intero capitale sociale, ovvero a soli €15.600. Tuttavia i banchieri sono già riusciti in passato ad inserire un comma all’articolo 40 dello Statuto, secondo cui oltre ai risibili dividendi figurativi di cui sopra, spettano agli azionisti privati altri dividendi aggiuntivi pari ai profitti degli investimenti del valore massimo del 4% delle riserve detenute nell’anno precedente (per il 2012 l’aliquota è stata piuttosto bassa, 0,5%, che tradotta in soldoni equivale a €70 milioni regalati alle banche). Il resto dell’utile netto (€2,5 miliardi nel 2012) viene invece ripartito fra accantonamenti a riserve statutarie (€1 miliardo) o girato direttamente al ministero del Tesoro (€1,5 miliardi). Considerando che l’utile lordo è stato di poco superiore a €7 miliardi e sottratta la quota versata in anticipo al fondo rischi generali, ciò significa che lo Stato incassa all’anno all’incirca altri €2 miliardi di tasse sugli utili. E in totale si tratta di €3,5 miliardi entrati nelle casse dello Stato nel 2013.Una bella somma, che giustifica le enormi pressioni dei banchieri sul governo per accaparrarsi una fetta molto più grande del bottino. Dato il contesto istituzionale e politico favorevole (dall’inizio della crisi del 2011 i banchieri sono riusciti ad infiltrare nei governi tecnici Monti e Letta una quantità considerevole di propri dirigenti, affiliati e simpatizzanti) e la situazione di emergenza in cui versa l’Italia, era chiaro che fosse arrivato il momento di sferrare l’attacco decisivo.

3. LA TRUFFA LEGALIZZATA

La proposta dei banchieri è la rivalutazione del capitale sociale, ricalcolato in base ai flussi di reddito che esso genera, il quale si collocherebbe in un intervallo compreso fra i €5 e €7,5 miliardi. Questi soldi verrebbero spostati contabilmente dalle riserve di Banca d’Italia, prendendo a pretesto il fatto che le banche per 14 anni di fila non hanno sfruttato fino in fondo le potenzialità dell’articolo 40, utilizzando sempre un valore di riserve investite inferiore al 4%. Come dire, non solo lo Stato ha fatto annualmente un regalo alle banche (i 70 milioni di euro di cui sopra), ma adesso i banchieri pretendono pure di farci pesare la colpa che il gentile omaggio non fosse all’altezza delle loro aspettative. Inoltre verrebbe fissato un limite del 5% alle quote possedute da ogni singolo azionista e a coloro che, adesso o in futuro, dovessero ritrovarsi con quote in eccesso, verrebbe concesso un periodo di tempo prestabilito per sbarazzarsene, vendendole ad “investitori istituzionali con un orizzonte di lungo periodo” (definizione generica che significa tutto e niente, ma che alla fine si ridurrebbe a privilegiare i ben noti colossi finanziari mondiali “too big to fail”, tipo Goldman Sachs, Morgan Stanley, JP Morgan, Barclays, Deutsche Bank e così via).

In pratica si verrebbe a creare un vero e proprio mercato internazionale delle quote di Banca d’Italia, difficile se non impossibile da gestire e monitorare (se Goldman Sachs acquisisce o scala un altro azionista, chi si deve prendere la briga di obbligarla a cedere le sue quote in eccesso?), a cui potrebbero accedere soltanto gli istituti finanziari abilitati ed autorizzati (come avviene oggi con il consorzio degli “specialisti” in acquisto di titoli di stato). In nessun altro contesto internazionale, in cui la banca centrale è in tutto o in parte controllata dai privati, esiste un mercato regolamentato delle quote di partecipazione al capitale di una banca centrale, dato che queste ultime rappresentano ovunque una semplice certificazione azionaria fittizia che non può essere trasferita, venduta, prestata, acquistata. L’Italia sarebbe all’avanguardia in questo settore, visto che il progetto in questione prevede chiaramente che le quote siano “facilmente trasferibili e in grado di attrarre potenziali acquirenti”.

La smania di incentivare l’arrivo di capitali esteri ha contagiato pure uno dei settori in cui la presenza straniera non è affatto necessaria (gli stranieri sanno per caso “stampare” le banconote meglio di noi? O azionare i computers dei funzionari della banca centrale in maniera innovativa?) e creerebbe invece dei paradossi difficilmente risolvibili senza innescare infiniti intoppi diplomatici ed istituzionali: cosa succederebbe se un giorno Banca d’Italia diventasse interamente di proprietà straniera? Potrebbero istituti finanziari esteri pretendere tutto l’oro e il patrimonio accumulato da Banca d’Italia in passato, grazie soprattutto ai privilegi di gestione concessi dallo Stato italiano? Il patrimonio di Banca d’Italia è pubblico o privato? Non sono stati gli italiani e il loro ligio rispetto della lex monetae di Stato a garantire a Banca d’Italia di incrementare nel tempo le sue proprietà e ricchezze? Un ginepraio inestricabile, che giustifica il fatto che nei paesi più civili ed evoluti del mondo la proprietà della banca centrale è interamente pubblica e anche nei casi di proprietà privata, nessuno ha mai osato tanto quanto gli italiani oggi in termini di privatizzazione e apertura ai mercati esteri.

4. COME FUNZIONA?

Se la ridefinizione dell’assetto proprietario di Bankitalia venisse attuata in tempi brevi, consentirebbe al governo e ai banchieri di raggiungere tre importanti obiettivi in un colpo solo:
il governo incasserebbe una tassa una tantum sulle plusvalenze della rivalutazione pari a circa €1,5 miliardi, utile a coprire il mancato gettito per il 2013 dell’IMU sulla seconda casa;
migliorerebbe la situazione patrimoniale dei disastrati istituti bancari italiani in vista degli stress test che la BCE condurrà per tutto il 2014;
i banchieri avrebbero annualmente maggiori dividendi complessivi, che finirebbero alle banche private azioniste (italiane e straniere).

Analizzando tuttavia un punto alla volta questo programma, ci si accorge ben presto che ogni passaggio equivale ad un guadagno certo per i banchieri e ad una perdita netta per noi cittadini.

a) la tassa una tantum

Lo Stato incasserà subito €1,5 miliardi, da utilizzare soltanto per un anno a copertura di un mancato gettito, privandosi però per tutti gli anni futuri di un sicuro introito derivante dalle tasse e dalla redistribuzione degli utili di Banca d’Italia. E’ lo stesso tipo di errore che si commette quando si vogliono utilizzare i proventi delle privatizzazioni (un asset strategico in conto capitale che produce rendimenti certi) per abbattere magari debiti di medio e breve periodo (che invece, in una logica di contabilità spicciola, dovrebbero essere ridotti utilizzando le entrate in conto corrente). In questo modo, una volta abbattuto tutto o parte di quel debito, lo Stato si ritroverebbe senza un asset, senza un rendimento certo, e senza essere neppure riuscito ad estirpare la vera causa da cui si originava quel buco di bilancio, che qualora dovesse riaprirsi avrebbe ora minori possibilità di essere rimarginato. Perché non solo lo Stato avrà un patrimonio minore a garanzia di quel nuovo debito ma anche meno entrate nel suo conto economico per equilibrare le uscite e le eventuali perdite di esercizio. In un paese normale, la necessità di reperire €1,5 miliardi tramite Banca d’Italia si sarebbe risolta in un’altra maniera, molto più immediata e indolore per le tasche dei cittadini: la rinazionalizzazione a costo zerodell’istituto, la rivalutazione del capitale sociale a €7 miliardi e l’incasso delle tasse sulle plusvalenze direttamente da Banca d’Italia. Inoltre, ogni volta che si fanno questo tipo di operazioni avventate, bisognerebbe quantomeno fare un confronto fra i rendimenti attivi dell’asset che si vuole privatizzare (che possono essere anche figurativi, come i mancati costi di affitto di un edificio pubblico) e gli interessi passivi del debito che si vuole ridurre. Se i primi sono superiori ai secondi, la privatizzazione non ha alcun senso, perché conviene pagare gli interessi passivi e incassare annualmente la quota marginale di profitto. Cosa che sta puntualmente accadendo con il fallimentare e scandaloso piano di privatizzazioni del governo Letta chiamato beffardamente “Destinazione Italia”, che toglierà allo Stato asset strategici, rendimenti certi dell’ordine del 7%, per ripagare una parte minima del montante di debito (circa €12 miliardi), da cui scaturiscono mediamente interessi passivi del 4%. Ogni anno quindi lo Stato perderà il 3% di quei €12 miliardi, ovvero €360 milioni, che dovrà recuperare mettendo altre tasse o facendo altri tagli ingiustificati alla spesa pubblica sociale.

b) la patrimonializzazione delle banche

Andiamo al secondo punto, la questione controversa dellapatrimonializzazione delle banche, che è all’origine di tutti i problemi attuali dei paesi europei. Come già sappiamo, nell’eurozona si è già deciso da tempo che i costi della cattiva gestione dei banchieri devono essere pagati dai cittadini, con ingarbugliati accordi intergovernativi o fraudolenti schemi di salvataggio pubblico (Fiscal Compact, MES, bail in e bail out, prelievi forzosi etc). Anche nel caso della rivalutazione del capitale sociale di Banca d’Italia la musica non cambia, perché quei €7 miliardi di aumento di capitale, che i banchieri si ritroveranno spalmato come per magia sui loro bilanci, deriva da un fondo di riserve che in teoria (ma anche in pratica) è di proprietà dello Stato e dei cittadini italiani. Sono infatti lo Stato e i cittadini italiani (questi ultimi come sempre a loro insaputa) ad avere concesso negli anni alla Banca d’Italia il privilegio di emettere la moneta legale a corso forzoso, senza il quale l’istituto nazionale di Palazzo Koch non avrebbe mai potuto registrare utili o creare riserve statutarie. Siamo alle solite insomma, il Governo dei Banchieri cerca di mascherare una chiara operazione di salvataggio pubblico delle banche, con nomi più o meno evocativi di altro: rivalutazione delle quote di Banca d’Italia non significa altro che spostamento fisico e contabile di un tesoretto degli italiani nelle casse delle banche private. Qualora un giorno lo Stato italiano volesse procedere alla sacrosanta e legittima nazionalizzazione della sua banca centrale, per mettersi al passo con i paesi europei più grandi ed evoluti (Germania, Francia ed Inghilterra) e allontanarsi dalla condizione di colonia del Terzo Mondo, dovrebbe conferire ai banchieri privati ben €7 miliardi di regali ed elargizioni per riacquistare tutte le quote azionarie circolanti. Insomma i banchieri stanno già cercando di pararsi il colpo, nell’improbabile caso in cui agli italiani dovesse un giorno venire un insperato (e alquanto provvidenziale) impeto di orgoglio e amore nazionale.

Inoltre quelle quote un tempo simboliche e fittizie, con la rivalutazione diventerebbero concreti e reali attestati di proprietà, che potrebbero porre diversi contenziosi o interrogativi in caso di liquidazione della Banca Centrale: chi sarebbero i proprietari dei €100 miliardi e oltre di riserve valutarie e auree, lo Stato o i banchieri? E i €23 miliardi di riserve statutarie invece? Visto che proprio da queste ultime sono stati ricavati i €7 miliardi di rivalutazione, sembrerebbe che le banche private vantino ad oggi maggiori diritti di proprietà rispetto allo Stato riguardo al patrimonio di Banca d’Italia e non è escluso che potrebbero sfacciatamente rivendicare questo diritto in qualsiasi momento futuro (magari richiedendo una nuova ricapitalizzazione dell’istituto per ripianare i loro buchi di bilancio). E non abbiamo ancora parlato dell’enorme conflitto di interessi che vede le banche controllate proprietarie dell’ente controllore di vigilanza. Ed è qui che entra in ballo il più sfrontato raggiro dell’opinione pubblica, perché questa intollerabile ambiguità di fondo viene fatta passare come la maggiore garanzia di imparzialità, autonomia ed equidistanza dell’istituto di sorveglianza, dato che, testuali parole, “non va alterato l’equilibrio che ha assicurato l’indipendenza dell’Istituto, preservandone la capacità di resistere alle pressioni politiche”, prendendo gli Stati Uniti e la Federal Reserve come esempio virtuoso e modello di massima efficienza dell’azionariato privato nel capitale sociale dell’ente di vigilanza bancaria (senza citare però minimamente i disastri della crisi finanziaria deisubprime del 2008, avvenuti anche grazie ad un controllo quasi inesistente della Federal Reserve sull’operato delle grandi banche private sue proprietarie). Ma che cos’è questa se non una truffa? Abbiamo detto prima che i trattati europei impediscono a monte qualsiasi influenza dei politici sull’operato della banca centrale, sia in termini finanziari (impossibilità di acquisto diretto di titoli di stato o di scoperti sul conto di tesoreria) sia in termini operativi (incapacità di fissare il tasso di interesse di riferimento o di regolamentare il sistema del credito). Quindi che bisogno c’è di blindare l’autonomia e l’indipendenza della banca centrale dal governo, ricorrendo all’azionariato privato? Prova ne è il fatto che la Bundesbank e la Banque de France sono interamente pubbliche, eppure né Hollande né la Merkel né l’ultimo dei politici tedeschi o francesi avrebbe oggi la capacità di influire anche lontanamente sulle scelte di politica monetaria dei rispettivi istituti centrali. Inoltre il modello degli Stati Uniti è completamente fuori luogo per fare un paragone con gli stati non più sovrani dell’eurozona, perché sappiamo che la Federal Reserve, benché di proprietà privata, èobbligata ad indirizzare le proprie decisioni di politica monetaria in base alle esigenze del Governo. Mentre gli stati dell’eurozona sono costrettiobbligatoriamente a coprire i propri deficit di bilancio chiedendo in prestito i capitali ai mercati finanziari privati, gli Stati Uniti possono invece decidere discrezionalmente di finanziarsi sui mercati con il collocamento dei propri titoli di stato oppure di ricorrere al supporto diretto della banca centrale. La loro scelta insomma è di carattere più tecnico, politico o ideologico (il terrorismo fatto sull’ampiezza estrema dei debiti pubblici, che invece in condizione di sovranità monetaria sono sempre contabilmente solvibili) che strettamente finanziario, perché gli americani, così come i giapponesi, i canadesi, gli australiani, non immaginano nemmeno che sia possibile interrompere drasticamente il collegamento e il coordinamento fra politica monetaria della banca centrale e politica fiscale del governo, così come è avvenuto qui in Europa con l’adesione ai trattati comunitari. Il confronto quindi fra l’azionariato privato della Federal Reserve e quello di Banca d’Italia è del tutto inappropriato, anche perché mentre negli Stati Uniti la scelta di fornire dei dividendi agli azionisti privati non esclude il governo dal pieno controllo della banca centrale e non limita la capacità di spesa dello Stato (il vero vincolo caso mai riguarda l’equilibrio dei conti con l’estero e la stabilità di cambio della moneta), qui in Italia il governo non solo non può ricevere nulla dalla banca centrale in termini di sostegno finanziario ma continua a perdere parte degli utilissimi introiti da signoraggio a favore dei banchieri, rendendo più pressante e oneroso il ricorso ai mercati finanziari privati. Con questa riforma l’Italia quindi si avvicinerebbe più che altro ai sistemi privatistici periferici dell’eurozona di Belgio e Grecia (non proprio due fari di innovazione, sviluppo e modernità nel panorama internazionale), allontanandosi invece pericolosamente dai modelli più equilibrati ed evoluti di Francia, Germania ed Inghilterra, dove quantomeno i profitti della banca centrale pubblica sono interamente girati allo Stato. Nel caso specifico gli utili della Bundesbank tedesca sono disciplinati per legge e ritornano alle casse statali fino alla somma di €2,5 miliardi, mentre la parte eccedente viene destinata ad un fondo speciale istituito per finanziare i costi della riunificazione tedesca e vari programmi di sviluppo. I profitti della Banque de France vanno invece per più della metà allo Stato, mentre il resto viene distribuito tra fondi pubblici e altre riserve della stessa banca. Ripetiamo che si tratta di briciole, rispetto alla possibilità di finanziare per intero il proprio fabbisogno pubblico o calmierare a piacimento gli interessi passivi, come avviene negli stati che hanno mantenuto intatta la propria sovranità monetaria. Tuttavia, strozzati come siamo nell’eurozona dai vincoli di bilancio, questi soldi sono molto utili se non indispensabili per evitare di applicare ulteriori salassi tributari alla cittadinanza o di tagliare ancora servizi pubblici essenziali.

Ma è proprio questo il nodo più spinoso della questione. L’Italia ha già deciso di uscire dal novero dei paesi forti economicamente in Europa, autoriducendosi al grado di protettorato e colonia (sulla scia di Grecia e Belgio), oppure esiste ancora qualche possibilità di riscatto per il nostro paese? I nostri politici sono davvero così incapaci e incompetenti da svendere in pochi anni tutto il nostro notevole patrimonio economico e geopolitico agli stranieri, oppure esiste ancora un modo per liberarci da questi impostori collaborazionisti e mercenari? Stando alla cruda realtà dei fatti, pare che il destino dell’Italia sia già stato scritto e segnato da tempo, e nel nostro paese ormai la tecnocrazia bancaria abbia preso il sopravvento e incorporato l’intera classe politica e dirigente. Non si spiegherebbe altrimenti la tracotanza con cui viene ribadito nel documento di Banca d’Italia che bisogna “evitare che si dispieghino gli effetti negativi della legge n. 262 del 2005, mai attuata, che contempla un possibile trasferimento allo Stato della proprietà della Banca”. Per carità, non dobbiamo ambire a diventare come Francia, Germania, Inghilterra, ma rassegnarci a ridurci come Belgio e Grecia. Solo per la cronaca, la legge n. 262 del 2005 prevedeva che entro tre anni dalla sua entrata in vigore le quote di partecipazione a Banca d’Italia possedute da istituti privati venissero trasferite allo Stato o ad enti pubblici. Ma, oltre ad essere ignorata, ci pensarono Prodi, Napolitano, Padoa Schioppa, Draghi (il quartetto di Quisling più pericoloso del paese) già nel 2006 a modificare l’articolo 3 dello Statuto di Banca d’Italia per vanificare l’attuazione della legge, impedire di fatto la nazionalizzazione e rendere legittima la presenza di azionisti privati nel capitale sociale della banca centrale.

c) il rendimento garantito

Ma veniamo adesso all’ultimo punto cruciale della riforma, quello del rendimento garantito da corrispondere agli azionisti privati. Prendendo spunto dalle regole utilizzate negli Stati Uniti e in Giappone (due esempi come abbiamo detto del tutto inopportuni), il tasso di dividendo verrebbe fissato al 6% del nuovo capitale sociale rivalutato, ovvero ben €420 milioni annui nel caso in cui quest’ultimo fosse ampliato a €7 miliardi. Una bella differenza dai €70 milioni attuali, che verrebbe sottratta direttamente alle casse dello Stato per un ammontare di €350 milioni annui. I banchieri insomma con un investimento iniziale di €1,5 miliardi, ammortizzabile in soli quattro anni, si assicurerebbero una rendita perpetua di posizione di €420 milioni annui, con un valore di riscatto del capitale di €7 miliardi. Chi, sano di mente, non farebbe mai un investimento simile? E viceversa, quale politico veramente interessato al bene del proprio paese priverebbe i propri cittadini di una rendita che gli spetta di diritto per regalarla ai banchieri nazionali e internazionali? La risposta è presto trovata: Saccomanni e Letta stanno facendo questo all’Italia, perché il primo non nasconde neppure di fare gli interessi dei banchieri essendo un banchiere lui stesso, e il secondo ormai è troppo impelagato negli intrecci di palazzo e nella difesa dei suoi interessi personali per pensare seriamente al bene dei propri connazionali.

5. CONCLUSIONI

Per concludere, possiamo dire che il senso profondo di questa operazione di riforma di Banca d’Italia è che gli italiani, al contrario dei francesi o dei tedeschi, devono essere “cornuti” (perché non hanno più una banca centrale) e “mazziati” (perché devono pure rinunciare a buona parte degli utili e delle riserve che la banca centrale produce annualmente). L’Italia, così come Grecia, Portogallo, Irlanda e Spagna, deve essere sacrificata sull’altare dell’euro, mettendo a disposizione degli investitori nazionali ed esteri, non solo il suo patrimonio industriale, naturale, artistico, ma anche alcuni dei suoi tradizionali istituti giuridici, come l’attività di emissione della moneta. Ma la vera discriminante fra una nazione che può ancora pretendere di difendere la propria democrazia e uno stato ormai in balia degli organismi sovranazionali, senza più uno straccio di sovranità politica ed economica, non sono tanto i profitti da signoraggio o la natura giuridica dell’ente emittente (pubblico o privato), ma il grado di indipendenza ed autonomia delle banche centrali dai governi democratici. E quello che sta accadendo oggi in Italia è solo una normale conseguenza dell’eccesso di autonomia e indipendenza conquistato dalle banche centrali nel corso degli anni. Più le banche centrali sono autonome, indipendenti, svincolate dai governi, più si restringe lo spazio di manovra dei decisori politici. E ormai lo spazio qui da noi è diventato talmente risicato da rendere indistinguibile la nostra forma ibrida e imbastardita di governo da una vera e propria dittatura finanziaria totalitaria. I banchieri sono talmente autonomi e indipendenti da avere assoggettato e sostituito i politici al governo delle nazioni, anteponendo i loro interessi corporativi al benessere del paese. Con buona pace dei cittadini, della democrazia e dei principi costituzionali.

Comincia così, con un regalo da 420 milioni di euro annui ai banchieri e una proposta che, se accettata, ci condannerà ad essere più simili alla Grecia e molto meno alla Francia, alla Germania e all’Inghilterra, la reale dittatura finanziaria totalitaria che, più della democrazia o più di qualsiasi presa del potere attraverso le armi, caratterizza i tempi che ci apprestiamo a vivere e a lasciare in eredità ai nostri figli. Se non avremo la forza di combattere.

Claudio Messora

E' diventato chiaro nel 2015 che l'egemonia occidentale è giunta al termine. Il Telegraph


"Nel 2015 abbiamo assistito ad un raro cambio di potere geopolitico, e di fronte ad ogni tipo di nuova sfida esterna i leader dell'Unione europea e degli Stati Uniti non sono mai stati più deboli o perplessi", scrive il giornalista britannico Christopher Booker sul Telegraph.

Secondo lui, l'Occidente non può far fronte al flusso di rifugiati, come non è in grado di far fronte alla minaccia terroristica causata dai "nostri [dell'Occidente] interventi vanagloriosi in Iraq, Afghanistan e Libia". "Mai i nostri politici e le nostre istituzioni politiche sono stati rispettati meno di adesso", dice Booker.

"Ovunque vediamo le illusioni occidentali che si scontrano con la realtà, come quando il tentativo avventato di assorbire l'Ucraina nella UE e la NATO, ha inevitabilmente provocato una risposta da parte del Presidente Putin e il senso russo di interesse nazionale ci ha prateticamente lasciati impotenti. Altrettanto con il suo sostegno al presidente siriano Bashar Al Assad, Putin ha dato ai leader occidentali un centinaio di giri".

L'antidiplomatico

Soros vede i fantasmi del 2008 e accusa la Cina: "scarica i suoi problemi sul mondo"



"Direi che equivale a una crisi. Quando guardo i mercati finanziari è una sfida seria che mi ricorda la crisi che abbiamo avuto nel 2008. "

Ogni volta che c'è volatilità azionaria globale e pressione su un'economia mondiale George Soros è presente. Parlando ad un forum economico a Colombo (Sri Lanka), il noto gestore del fondo di speculazione finanziari ha lanciato un monito che fa rabbrividire i mercati globali e gli investitori. Sulla scia della seconda frenata dei mercati globali in quattro giorni, Soros ha esclamato questa fraese: "Direi che equivale a una crisi ... che mi ricorda il 2008."

La volatilità è in aumento in tutto il mondo (grafico Zero Hedge)


E come riporta Bloomberg, Soros è preoccupato...

I mercati globali si trovano ad affrontare una crisi e gli investitori devono essere molto cauti, ha proseguito il miliardario George Soros. La Cina sta lottando per trovare un nuovo modello di crescita e la sua svalutazione della moneta è un modo per trasferire i problemi al resto del mondo, secondo Soros. Un ritorno ai tassi di interesse positivi è una sfida per il mondo in via di sviluppo, ha detto, aggiungendo che il contesto attuale ha delle somiglianze con il 2008. "La Cina ha un grave problema di regolamentazione", ha detto Soros. "Direi che equivale a una crisi. Quando guardo i mercati finanziari è una sfida seria che mi ricorda la crisi che abbiamo avuto nel 2008. ", le sue parole precise.

L'antidiplomatico

La Russia schiera missili antiaerei in Siria, e gli aerei della NATO scompaiono

La Russia schiera missili antiaerei in Siria, e gli aerei della NATO scompaiono

I media inglesi confermano che la campagna aerea inglese in Siria è completamente ferma. I media statunitensi confermano che la campagna aerea degli USA sul nord della Siria si è fermata dopo che i russi hanno installato missili antiaerei.
Qualche settimana fa ho scritto un pezzo dicendo che tutto il fuoco e i tuoni in Gran Bretagna per la decisione del governo Cameron di bombardare la Siria era inutile, perché il contributo militare inglese nella guerra in Siria sarebbe stato militarmente irrilevante. Gli eventi mi hanno pienamente dato ragione. Il coinvolgimento totale militare inglese in Siria ammonta a tre missioni di attacco, effettuati a cinque giorni dall’approvazione parlamentare. Sembra che non più di 19 bombe siano state gettate, meno di un Tu-22M russo in un solo attacco. Probabilmente sottovalutando anche la differenza tra le bombe che può trasportare il Tu-22M, di gran lunga più pesanti delle bombe che un bombardiere inglese Tornado può trasportare. Tutte le bombe sono state sganciate su un obiettivo solo, il giacimento Umar, già bombardato un mese prima dagli Stati Uniti. Un articolo del Daily Telegraph espone l’entità del fiasco, e conferma che non ci sono stati bombardamenti inglesi in Siria dal 6 dicembre 2015. Il fatto che i tre attacchi inglesi furono sul giacimento Umar, per inciso significa che non possono essere stati gli aerei inglesi a bombardare la base siriana di Dair al-Zur. Il governo inglese non ha spiegato l’assenza di un qualsiasi serio bombardamento dello Stato islamico in Siria dall’inizio teorico della campagna di bombardamenti inglese. La verità è che, date le dimensioni militari inglesi, e quelle francesi e tedesche, che scompaiono di fronte a Stati Uniti e Russia, l’eventuale contributo inglese è stato e sempre sarà simbolico. Tuttavia la dimensione francamente patetica dei bombardamenti inglesi suggerisce che ci sia qualcos’altro. L’articolo del Daily Telegraph conferma non solo che i bombardamenti inglesi in Siria si sono virtualmente fermati. L’articolo conferma anche che tra il 1° e il 22 dicembre 2015, la coalizione statunitense aveva effettuato solo 148 raid aerei in Siria. Li si confronti alle 164 sortite svolte dai russi in tre giorni a dicembre (dal 25 al 28 dicembre 2015) e alle oltre 5200 sortite condotte dai russi dall’inizio della loro campagna di bombardamenti in Siria, il 30 settembre 2015. Il Daily Telegraph sostiene che tale assenza di sortite da parte di USA e alleati in Siria sia causata dalla presunta preoccupazione di evitare vittime civili, e dall’assenza di obiettivi. Nonostante le smentite prevedibili, la spiegazione più probabile è l’enorme aggiornamento delle difese aeree russe e siriane, avutosi dall’abbattimento turco del Su-24 a novembre. Non solo i russi hanno schierato il sistema missilistico antiaereo S-400 in Siria, ma sembra che abbiano fornito all’Esercito arabo siriano avanzati sistemi missili antiaerei Buk, aggiornando in modo significativo le difese aeree della Siria. E’ probabile che “consiglieri” russi “aiutino” i siriani a gestire questi sistemi. Un articolo di Bloomberg implica che i sistemi Buk(denominazione NATO del “SAM-17”) siano controllati dai russi. Bloomberg dice che aerei da bombardamento statunitensi in Siria sono stati monitorati (“illuminati”) dai radar associati al sistema Buk, spingendo gli Stati Uniti a fermare del tutto i bombardamenti sulla Siria settentrionale. Se è così, allora potrebbe spiegare perché i bombardamenti inglesi siano sospesi. Essendo politicamente imbarazzante per gli inglesi, e gli statunitensi, ammettere che la presenza russa in Siria impedisce i loro bombardamenti in Siria, è comprensibile il motivo per cui i rappresentanti degli Stati Uniti, consultati dal Daily Telegraph, non parlino tirando fuori invece la traballante scusa di essere a corto di obiettivi. Indipendentemente dal vero motivo del fallimento della campagna di bombardamenti inglesi e statunitensi, ora è più chiaro che mai che gli unici che realmente combattono lo Stato islamico e i vari altri gruppi terroristi in Siria, siano russi, siriani e loro alleati, e nessun altro.
L’articolo è apparso originariamente sul Daily Telegraph:
La controversa campagna aerea della Gran Bretagna in Siria è stata bollata “insignificante”, dopo che è emerso che la RAF ha effettuato un solo attacco nel Paese nelle ultime quattro settimane. Da quando i parlamentari hanno votato per la guerra in Siria il 1° dicembre, più di un mese fa, Tornado e Typhoon della RAF hanno svolto solo tre missioni di attacco, tutte nei primi cinque giorni di operazioni. Alcun attacco della RAF su un qualsiasi bersaglio in Siria dal 6 dicembre, 28 giorni fa, può essere notato. L’unico ulteriore attacco avvenne a Natale con un aereo telecomandato, un drone Reaper, portando il numero totale di missioni di attacco inglesi a quattro. I dati diffusi dal Comando Centrale indicano che nelle loro missioni, Tornado e Typhoon possono aver sganciato minimo 19 bombe. Le rivelazioni mettono in dubbio le affermazioni del segretario alla Difesa Michael Fallon, che all’inizio dell’operazione in Siria il Regno Unito “incendiava il tempo” con un “fuoco intenso” colpendo le infrastrutture. Dicendo che ciò che chiamava “assalto” della RAF avrebbe messo la Gran Bretagna dalla “periferia” al “centro” della campagna aerea. Fallon inoltre affermò che le missioni con equipaggio nella prima settimana di dicembre erano stati un “successo” infliggendo “un serio colpo” allo SIIL. Di fatto, però, tutte le missioni con equipaggio della RAF furono contro un bersaglio, il giacimento di Umar, che già subiva l’”incapacità a lungo termine” per opera di un molto più grande raid statunitense del 21 ottobre, sei settimane prima, secondo un portavoce militare statunitense, Maggiore Michael Filanowski, nella conferenza stampa del giorno seguente. La Gran Bretagna ha effettuato una serie di ulteriori missioni di ricognizione sulla Siria, e ha continuato a compiere attacchi aerei su obiettivi dello SIIL in Iraq, effettuati prima che i parlamentari votassero il mese scorso. “C’è uno scollamento quasi completo tra l’acceso dibattito politico inglese sulla Siria e quello che il governo ha effettivamente fatto“, ha dichiarato Jon Lake, esperto di aeronautica militare. “La campagna aerea della Gran Bretagna in Siria finora è fondamentalmente insignificante, o può avere avuto poco, nel caso, impatto sull’equilibrio di potere sul campo“. Nel corso di una conferenza stampa congiunta con il segretario della Difesa Ash Carter a Washington, l’11 dicembre, Fallon affermava che la RAF avrebbe svolto “più attacchi di precisione contro le infrastrutture chiave”, tra cui “pozzi petroliferi, depositi di munizioni, logistica, comando e controllo, rotte tra Siria e Iraq“. Tuttavia non è successo, anche perché entrambe le nazioni, che operano secondo regole rigorose per impedire vittime civili, in gran parte hanno esaurito gli obiettivi siriani.
Il 1° dicembre, il giorno in cui la Gran Bretagna aderiva alla campagna aerea sulla Siria, il principale portavoce degli Stati Uniti, Colonnello Steve Warren, disse che non vi furono bombardamenti quella settimana perché, “non abbiamo avuto obiettivi negli ultimi due giorni, o non abbastanza“. Tra il 1° e il 22 dicembre, secondo i dati del Comando Centrale (CENTCOM), che dirige le operazioni aeree, la coalizione anglo-statunitense ed altri effettuò 148 attacchi aerei sulla Siria, una media di appena 7 al giorno o 49 alla settimana, meno del tasso già molto basso di attacchi alla Libia nel conflitto del 2011, meno della metà del numero di attacchi aerei nella campagna aerea sul Kosovo e una piccola frazione dell’intensità vista nelle precedenti campagne in Iraq. Il Generale Mark Welsh, Capo di Stato Maggiore dell’US Air Force, dichiarava: “Non assomiglierà mai alla prima campagna aerea della Guerra del Golfo. È il solo intento della strategia decisa, che si sia d’accordo o no“. Dei 148 attacchi aerei sulla Siria tra 1 e 22 dicembre, gli Stati Uniti ne effettuarono 127 e il “resto della coalizione” 21, secondo i dati del CENTCOM. È noto che i velivoli francesi hanno effettuato due attacchi in quel periodo, il che significa che non più di 19 attacchi furono effettuati dalla RAF. Un “attacco” significa che almeno una bomba fu sganciata o un missile sparato. Il ministero della Difesa inglese segnala tre missioni di attacco della RAF in Siria, dicendo di aver colpito almeno 17 obiettivi. L’attacco del drone del 25 dicembre vide il lancio di un solo missile Hellfire su un posto di blocco dello SIIL a sud di Raqqa. Il ministero della Difesa ha detto che il contributo della RAF nella ricognizione sulla Siria è più significativo, con alcuni rapporti indicare il 60 per cento della ricognizione tattica della coalizione. Ma non ha voluto specificare il numero delle missioni da ricognizione, però.
Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Yemen, una valle di lacrime

Yemen, una valle di lacrime


Fertile terra situata nell’angolo sud-occidentale della Penisola araba, lo Yemen è tornato alla ribalta nei media internazionali di certo non per buone notizie. Infatti, il Paese sta vivendo una guerra civile sulla cui naturale risoluzione pesa come un macigno l’intervento della famiglia reale dei Saud.
Lo Yemen è un territorio, a dispetto delle aspettative che può avere il pensiero comune, fertile e ricco di corsi d’acqua, tant’è che i beduini affermano l’inutilità di portarsi dietro delle provviste quando lo si visita, poiché lì la natura da tutto ciò di cui si ha bisogno. Anche gli antichi romani lo conoscevano, e lo chiamavano col nome di “Arabia Felix”, in forza della sua posizione strategica per i commerci, così lanciato a Oriente e ben comodo sul mare da ricevere le merci dell’Asia attraverso rotte navali dirette in Egitto grazie allo stretto che collega il golfo di Aden al Mar Rosso. A dispetto di questa posizione felice e della ricchezza d’acqua, attualmente lo Yemen è uno dei Paesi più poveri al mondo, dipendente quasi per intero da aiuti esterni. Conquistato e perso da diversi imperi, signori e regni, la storia contemporanea di questo Stato, equiparabile per dimensioni all’Indonesia, è tutt’altro che tranquilla. Dal 1839 al 1967 fu sotto l’Impero Britannico, che fu cacciato da una rivolta fomentata dall’Egitto, il che portò all’instaurazione della Repubblica Democratica Popolare dello Yemen, di ispirazione marxista, nota anche come Yemen del Sud. Quest’ultimo nel 1990 si unì al cosiddetto Yemen del Nord, governato dall’assolutista Alì Abd Allah Saleh, dal quale tentò di separarsi nel 1994 senza riuscirvi. Nonostante il tentativo di ribellione dei marxisti fu soffocato, a questi fu concessa l’amnistia e, in seguito, per evitare ulteriori attriti fu resa elettiva la carica del Presidente della Repubblica. Nel 2012, Saleh passò il testimone al suo vice, Abd Rabbih Mansur Hadi.
Il quadro poco sopra descritto ci fa capire le tumultuose vicende di questo Paese anche per introdurci agli ultimi fatti, cioè alla rivolta della maggioranza zaydita Huthi. Questi ultimi sono un gruppo armato sciita che si è sempre opposto al governo del sunnita Saleh e del suo successore Hadi, ed hanno ottenuto, il 22 Gennaio 2015, le dimissioni del Presidente e del Primo Ministro. La divisione dello scacchiere non è complessa: il governo yemenita, essendo sunnita, ha sempre trovato nell’Arabia Saudita un alleato, mentre gli sciiti Huthi no, trovandolo nell’Iran. Da qui scaturisce il conflitto che ora si sta vivendo in quelle terre. Il movimento Huthi è nato nel 1992 e si definisce col nome di “Ansar Allah” (Partigiani di Dio). Contrario all’intervento degli Stati Uniti in Iraq, il gruppo armato ha visto l’arresto di 800 suoi militanti nel 2004 a San’a, episodio sfociato in una rivolta e nella morte del capo Husayn al-Huthi. Comunque, nonostante la morte della loro guida, i ribelli hanno occupato la parte sud-occidentale del Paese, fino a toccare la capitale e, poco dopo, a prenderne il totale controllo. E’ proprio su San’a, fra le altre cose una città il cui nucleo più antico è Patrimonio Unesco, che si stanno concentrando i raid dell’Arabia Saudita, prontamente intervenuta al fianco del governo sunnita e accusata da Amnesty International di violazione di diritti umani a causa dell’uso di bombe a grappolo e del bombardamento di obbiettivi civili, fra cui scuole e due ospedali di Medici Senza Frontiere a Sa’da (governatorato sotto il controllo Huthi) e a Al Houban. Ma gli attori in gioco non sono pochi, e aiuti ai ribelli arrivano dall’Iran e dai suoi alleati, fra i quali si trova anche la Russia.

Visita in Arabia Saudita di Governo e imprese: “Giù le mani dal mio Rolex” e dopo la rissa, regali spariti

Visita in Arabia Saudita di Governo e imprese: “Giù le mani dal mio Rolex” e dopo la rissa, regali spariti


AFFARE DI STATO: TRASFERTA A RYAD – VISITA IN ARABIA SAUDITA DI GOVERNO E IMPRESE. I DELEGATI ITALIANI SI ACCAPIGLIANO IN PIENA NOTTE
– di Carlo Tecce –
Parapiglia tra dirigenti del governo in viaggio con Matteo Renzi per i Rolex elargiti dagli amici di Ryad. Questo racconto, descritto da testimoni oculari, proviene dall’Arabia Saudita. È una grossa figuraccia internazionale per l’Italia.
A PALAZZO CHIGI
La scorta li ha presi e portati in Italia, ma nella “stanza speciale” non ci sono più
È ormai la notte tra domenica 8 e lunedì 9 novembre. Il palazzo reale di Ryad è una fonte di luce che illumina la Capitale saudita ficcata nel deserto. La delegazione italiana, che accompagna Matteo Renzi in visita ai signori del petrolio, è sfiancata dal fuso orario e dal tasso d’umidità. La comitiva di governo è nei corridoi immensi con piante e tende vistose, atmosfera ovattata, marmi e dipinti. Gli italiani vanno a dormire. Così il cerimoniale di Palazzo Chigi, depositario degli elenchi e dei protocolli di una trasferta di Stato, prima del riposo tenta di alleviare le fatiche con l’inusuale distribuzione dei regali. Quelli che gli oltre 50 ospiti di Roma – ci sono anche i vertici di alcune aziende statali (Finmeccanica) e private (Salini Impregilo) – hanno adocchiato sui banchetti del salone per la cena con la famiglia al trono: deliziose confezioni col fiocco, cognome scritto in italiano e pure in arabo.
Gli illustri dipendenti profanano la direttiva di Mario Monti: gli impiegati pubblici di qualsiasi grado devono rifiutare gli omaggi che superano il valore di 150 euro oppure consegnarli subito agli uffici di competenza. Qui non si tratta di centinaia, ma di migliaia di euro. Perché i sovrani sauditi preparano per gli italiani dei pacchetti con orologi preziosi: avveniristici cronografi prodotti a Dubai, con il prezzo che oscilla dai 3.000 ai 4.000 euro e Rolex robusti, per polsi atletici, che sforano decine di migliaia di euro, almeno un paio. A Renzi sarà recapitato anche un cassettone imballato, trascinato con il carrello dagli inservienti.
Il cerimoniale sta per conferire i regali. Il momento è di gioia. Ma un furbastro lo rovina. Desidera il Rolex. Scambia la sua scatoletta con il pacchiano cronografo con quella dell’ambito orologio svizzero e provoca un diverbio che rimbomba nella residenza di re Salman. Tutti reclamano il Rolex. Per sedare la rissa interviene la scorta di Renzi: sequestra gli orologi e li custodisce fino al ritorno a Roma.
La compagine diplomatica, guidata dall’ambasciatore Armando Varricchio, inorridisce di fronte a una scena da mercato di provincia per il chiasso che interrompe il sonno dei sauditi. Anche perché i generosi arabi sono disposti a reperire presto altri Rolex pur di calmare gli italiani. Non sarà un pezzo d’oro a sfaldare i rapporti tra Ryad e Roma: ballano miliardi di euro di appalti, mica affinità morali. Nonostante le decapitazioni di Capodanno, tra cui quella dell’imam sciita che scatena la furia dell’Iran, per gli italiani Ryad resta una meta esotica per laute commesse. E che sarà mai una vagonata di Rolex? Il guaio è che degli orologi, almeno durante le vacanze natalizie, non c’era più traccia a Palazzo Chigi. Non c’erano nella stanza dei regali al terzo piano. Chi avrà infranto la regola Monti e chi l’avrà rispettata? E Renzi ce l’ha o non ce l’ha, il Rolex? La dottoressa Ilva Sapora, la padrona del cerimoniale di Palazzo Chigi, non rammenta il contenuto dei doni. Ha la febbre e poca forza per rovistare nella memoria. Varricchio ascolta le domande e la ricostruzione dei fatti di Ryad: annuisce, non replica.
Varricchio è il consigliere per l’estero di Renzi, nonché il prossimo ambasciatore italiano a Washington. Allora merita un secondo contatto al telefono. Non svela il destino del Rolex che ha ricevuto, ma si dimostra comprensivo: “I cittadini devono sapere. Queste vicende meritano la massima attenzione. Le arriverà una nota di Palazzo Chigi. Che la voce sia univoca”. Ecco la voce del governo, che non smentisce niente, che non assolve la Sapora, ma precisa i ruoli: “I doni di rappresentanza ricevuti dalla delegazione istituzionale italiana, in occasione della recente visita italiana in Arabia Saudita, sono nella disponibilità della Presidenza del Consiglio, secondo quello che prevedono le norme. Come sempre avviene in questi casi, dello scambio dei doni se ne occupa il personale della presidenza del Consiglio e non le cariche istituzionali”. Il racconto non finisce. Cos’è accaduto dopo la notte di Ryad? Chi non voleva restituire o non ha ancora restituito i Rolex?

Fonte: ppiccini52

08 gennaio 2016

Tengo Famiglia....!Nulla più della famiglia in cui si è nati determina chi e cosa si sarà in futuro


Diceva Leo Longanesi che al centro del Tricolore bisognerebbe scrivere: “Tengo famiglia”. A pensarci bene, non c’è lemma che sintetizzi in maniera così efficace il carattere nazionale.
Ritratto di una famiglia italiana dei primi del ’900
In Italia nulla è più importante, solido ed attuale della famiglia. Nulla più della famiglia in cui si è nati determina chi e cosa si sarà in futuro. Lasciamo da parte i casi che costituiscono reato, come favorire un parente in un concorso pubblico: prendiamoci il lusso di ignorarli. Il punto è che in Italia – più che in altri Paesi a cui l’Italia può essere paragonata – la consuetudine per cui le soluzioni, le risorse e le opportunità si incontrano attraverso e nella famiglia ècosì profonda e radicata da costituire un ostacolo alla crescita della società stessa.
Se siamo nati in una famiglia agiata, ben “inserita”, in alto nella gerarchia sociale, è assai probabile che anche noi, una volta adulti – a prescindere da meriti e valore – saremo persone agiate, ben “inserite” ed in alto nella gerarchia sociale. Se invece la nostra è una famiglia non benestante, lontana dai “giri giusti”, con frequentazioni di livello sociale medio-basso, allora per noi la strada verso la conquista di un posto nella scala sociale, sarà molto in salita.
Se definiamo la mobilità sociale tra generazioni come la relazione tra lo status socio-economico dei genitori e dei loro figli una volta adulti, ossia quanto le persone salgono (o scendono) nella scala sociale rispetto ai loro genitori, allora la mobilità sociale inter-generazionale italiana è molto, troppo bassa. Esistono cioè barriere quasi invalicabili tra classi, caste, corporazioni sociali che rendono assai difficile per chi è nato in basso ascendere ai livelli più alti.
L’altezza della barra misura quanto il reddito dei figli è in relazione a quello dei loro genitori (fonte: OCSE)
Un recente rapporto dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (OCSE) certifica – con tanto di numeri e graduatorie – la situazione appena descritta. Tra le 12 nazioni più “progredite”, l’Italia è la seconda (dopo il Regno Unito) per più bassa mobilità sociale tra generazioni. Australia, Canada e Paesi del nord Europa sono invece le nazioni in cui è minima l’importanza del reddito dei genitori rispetto a quello dei figli, una volta adulti.
In questo numero dell’Undici è pubblicata una lista di nomi di personaggi pubblici che occupano ruoli di “potere”, importanti ed influenti che sono figli (o stretti parenti) di personaggi pubblici che occupavano/occupano ruoli di “potere”, importanti ed influenti in vari settori nella società italiana. Ammettiamo pure che siano tutti bravissimi, competenti e meritori di occupare il posto che occupano e svolgere il lavoro che svolgono. Il punto è: altre persone, altrettanto brave, competenti e meritorie, ma non “figlie di”, hanno avuto le medesime (o perlomeno paragonabili) opportunità?? Non sarebbe meglio per la società italiana verificare se esistano migliori giornalisti, migliori scrittori, migliori attori? E non sarà che questa consuetudine in Italia è così radicata (più che in altri Paesi) da essere applicata anche in contesti dove costituisce reato (assunzione in posti pubblici, ecc.?
Supponiamo di essere figli adolescenti ed i genitori organizzano una cena con amici. Tra una pietanza e l’altra un amico di nostro padre domanda: «Cosa fa di bello tuo figlio?». «Mah, s’è messo in testa di fare il regista». A questo punto, se i nostri genitori sono ben “inseriti”, la seguente battuta potrebbe essere: «Ah bene, perché non mi fa leggere qualcosa? Sto giusto cercando nuovi registi per la mia casa di produzione». Se invece i nostri genitori hanno a cena persone “ordinarie” come loro, il dialogo proseguirà con: «Ah simpatico, ma di lavoro cosa vuol fare?». Ammettiamo che i figli delle due ipotetiche famiglie siano ugualmente capaci: il primo diventerà un giovane regista di successo, il secondo dovrà limitarsi a realizzare genialishort-movies con gli amici; nuovi registi vengono scelti attraverso meccanismi “castali” e non attraverso selezioni che premino il merito. Ripetiamo: non c’è nulla di illegale, è naturale che questi dialoghi accadano. La questione è che in Italia le risorse familiari, nel senso più vasto del termine, sono la (quasi) unica maniera per avere l’opportunità far valere i propri meriti.
Cena di un certo livello
Siamo un Paese di caste e corporazioni, delle quali “la casta” dei politici è una delle tante, forse solo la peggiore o la più in vista, ma certamente non l’unica. Per definizione, per appartenere ad una casta o se ne è parte per diritto familiare oppure vi si accede solo se si fa parte di un’altra casta al medesimo livello sociale. Se mi attende un esasperante precariato/praticantato di anni per diventare medico (esempio) e sono figlio di un agiato avvocato, posso farcela. Ma se i miei genitori fanno i professori di scuola media o peggio i fruttivendoli, la situazione si complica molto.
Uno degli aspetti deteriori di questa situazione è che la famiglia italiania si sostituisce allo Stato che ha abdicato al suo dovere di garantire a tutti i cittadini le medesime opportunità. Chi aiuta le madri incinta o i giovani genitori? Chi presta loro i soldi se non hanno un lavoro fisso? Chi li finanzia per l’acquisto di una casa? Chi va a prendere ed accompagna i bambini all’asilo? Chi gli fornisce sostegno economico per qualsiasi eventualità? Chi ti rimedia un colloquio di lavoro? Assai poco lo Stato, molto di più la famiglia. Se la tua famiglia è in grado di fare tutto ciò, puoi anche non avvertire l’assenza dello Stato; in caso contrario, tutto si complica terribilmente. Se la tua famiglia fa parte della casta giusta, potrai anche tu occupare un posto di potere; se così non è, dovrai accontentarti di altro o magari emigrare.
Se è vero che alcuni fattori determinanti per ascendere nella scala sociale sfuggono alla sfera pubblica (attitudine al rischio, dedizione al lavoro, ecc.), altri sono strettamente dipendenti dall’azione e presenza dello Stato: sostegni ai genitori durante l’infanzia dei figli, agevolazioni per affitti ed acquisto di case, ecc. Ma il principale fattore alla base della mobilità sociale è l’educazione. Lo status sociale di un individuo è in stretta relazione con il suo livello di educazione. In particolare se i tuoi genitori sono laureati, avrai più possibilità di avere un reddito più alto di chi ha genitori che non sono andati all’università e questo è molto vero soprattutto in Italia piuttosto che in altre nazioni.
La diseguaglianza sociale (differente distribuzione di istruzione, sanità e reddito) è un altro fattore di scarsa mobilità sociale su cui politiche statali potrebbero intervenire
Sempre secondo il rapporto OCSE però il “background” socio-economico degli studenti italiani ha scarsa influenza sui loro risultati scolastici (test PISA, NdA). In altre parole, sembrerebbe che per andare bene a scuola non sia strettamente necessario provenire da famiglie agiate e con buona educazione. Il problema è che poi molti di questi bravi studenti con genitori non agiati, non hanno le possibilità di frequentare buone università o di essere adeguatamente sostenuti nei lunghi anni di precariato dopo la laurea. La famiglia non è in grado di farlo e lo Stato non provvede…Ne consegue che l’Italia è anche uno dei Paesi in cui è più probabile che figli di laureati si laureeranno, e figli di non laureati non lo faranno: se so già che la mia famiglia non sarà in grado di sostenermi all’università e nei difficili anni successivi, è meglio che all’università non ci vada neanche e mi cerchi subito un lavoro. Lo status sociale si perpetua e le possibilità di cambiarlo sono basse. Considerando che solo il 20% dei giovani italiani tra i 25 e i 34 anni è laureatomentre la media OCSE è 37,1%, il futuro del Belpaese non è così roseo.
Lo Stato dovrebbe supplire alle deficienze della famiglia non solo per conformarsi ad un astratto ideale di giustizia, ma anche perché una società basata eccessivamente sulla famiglia è una società bloccata che dilapida e disperde le potenzialità dei suoi cittadini. Chi quotidianamente constata che i propri sforzi, motivazioni e talenti si scontrano contro barriere sociali insuperabili e contro la colpevole assenza dello Stato, finisce per sentirsi frustrato e depresso, giungendo a volte fino alle estreme conseguenze, cioè a togliersi la vita.
Questa situazione è la causa anche di un altro blocco più “intimo” e complesso, ma non meno preoccupante. Se abbiamo contratto dei debiti con i nostri genitori, se il loro sostegno è indispensabile per poterci realizzare professionalmente, se dipendiamo da loro per tante, piccole faccende quotidiane, diventerà difficile allontanarci da loro, sotto ogni punto di vista.
Uscire dal nido familiare è la pre-condizione per essere liberi e realizzarsi. Nella Bibbia è scritto:“L’uomo lascerà il padre e la madre e si unirà con la propria moglie, e i due diverranno una sola carne”. Ma se è proprio grazie al padre e alla madre che possiamo procacciarci le opportunità – piccole o grandi che siano – per farci largo nella società, come facciamo a “lasciarli”?
L’Italia è uno dei Paesi “sviluppati” in cui è più importante la famiglia d’origine per determinare il futuro di una persona
Se è vero che da sempre i genitori hanno “fatto sacrifici” per i figli, è anche vero che erano poi ripagati dal vedere – generalmente – un figlio più istruito di loro, più ricco di loro, più in alto nella scala sociale di loro. Oggi i figli (trentenni, quarantenni) sanno già che sarà molto più difficile che in passato ripagare i genitori in senso lato. Ci è stato ripetuto come un mantra che corrisponde alla realtà: questa generazione di figli è la prima che non starà meglio dei genitori.
Paradossalmente, oggi, in un’epoca in cui i genitori educano i figli in maniera più libera e a cui hanno la possibilità di dare più soldi, i figli hanno più difficoltà a rendersi liberi dai vincoli familiari. E nemmeno questo è bene per la crescita di un individuo e quindi dell’intera società (è addirittura la Bibbia a dirlo..)
Terzo aspetto. Chiunque di noi, anche senza essere un capitano d’azienda, avrà concepito e realizzato un piccolo, grande progetto. Ed è probabile che vi avrà presto coinvolto qualche familiare. Quello che accade con le maggiori imprese italiane (Benetton, FIAT, Tod’s, Fininvest, ecc. ecc. ecc.) i cui posti dirigenziali sono tramandati di padre in figlio, accade certamente anche a livelli più bassi, nelle nostre “piccole” quotidianità.
Non c’è nulla di male a contrarre un debito con un cugino piuttosto che con una banca o che sia un nonno ad andare a prendere i bambini a scuola invece che una baby-sitter o che la rassegna teatrale che stiamo organizzando sia gestita insieme ai nostri fratelli e non con sconosciuti impresari. E’ normale e naturale fidarsi dei nostri familiari. Tuttavia, anche in questo caso, questa consuetudine è eccessiva. Perché se essa da un lato si fonda sulla fiducia verso i familiari, dall’altro sottintende una totale sfiducia in chi nostro familiare non è.
Le logiche ed i meccanismi mafiosi non sono altro che la massima manifestazione delle comuni logiche familiari italiane
La profonda fiducia che nutriamo verso la “famiglia” è causa ed effetto di una universale sfiducia nel prossimo. Ci fidiamo solo di chi ha il nostro stesso sangue. Perché, proprio per un vincolo di sangue, non potrà tradirci o potrà farlo solo ad un prezzo altissimo, ossia l’emarginazione dalla famiglia stessa che è sinonimo di morte sociale. L’estremo esempio di questa logica tribale è la mafia nei cui rituali d’iniziazione – non a caso – la presenza e la simbologia del sangue sono primarie.
Anche in questo ambito, l’assenza dello Stato è colpevole. Perché la fiducia in un cittadino qualsiasi non nasce dal nulla, ma deve anche essere costruita, motivata e sostenuta. Io mi fido di uno sconosciuto se ho la ragionevole certezza che rispetterà le regole e le leggi, come ogni altro cittadino. Ossia se esiste una “cultura delle regole” che è a sua volta frutto di uno Stato presente, che sanziona chi le regole non le rispetta e invece premia chi lo fa. Altrimenti non solo la mia fiducia nei confronti del prossimo sarà incrinata e tenderò ad evitare rapporti fiduciari con lui, ma addiritturaproverò a fregarlo prima che lui freghi me. E’ superfluo sottolineare che una società basata su queste logiche ha scarse prospettive di crescita.
In questo senso, l’espressione “tengo famiglia” è illuminante. Significa che i miei comportamenti saranno determinati non dalle regole della società, ma da quelle della mia famiglia. “Tengo famiglia”…ossia: “non posso far altro che conformarmi a ciò che è bene per la mia famiglia (e solo secondariamente per la società), perché è solo nella famiglia (e non nella società) che trovo le risorse necessarie per vivere e quindi la mia stessa identità”.
La mescolanza è faticosa e complicata, ma è fonte di vita
Il rapporto OCSE menzionato sopra fornisce un’ultima interessante indicazione: unire nelle stesse classistudenti provenienti da background sociali e familiari diversi, ossia – per semplificare – ricchi e poveri, italiani e stranieri, ecc. non solo non influisce negativamente sui risultati scolastici dell’intera classe, ma aumenta decisamente quelli degli studenti più “svantaggiati”. In altre parole, la commistione tra sottogruppi di persone diverse, il mescolamento delle esperienze e delle storie di individui differentiaumenta le performance del gruppo globale.
Riteniamo che lo stesso valga in ogni altra attività e contesto: se da un lato fare sempre e solo riferimento alla famiglia, circondarsi e rivolgersi solo ai familiari anche negli ambiti apparentemente più futili, assicura fiducia e facile comunicazione, dall’altro può essere una pratica limitante. L’incontro con l’”altro” seppure spesso faticoso e fonte di conflitti, è però frequentemente occasione e motivo di crescita. Perché l’”altro”, ciò che sta fuori dalla “famiglia”, ci offre visioni differenti, stimola la nostra mente, ci invita a pensare il mondo con occhi diversi. L’intera storia umana è lì a dimostrarcelo.
Oltre 30.000 anni fa i nostri antenati si trovarono a convivere in Europa con un’altra specie umana: gli uomini di NeandertalI Neandertal erano molto simili a noi, ma erano “altri” e una delle caratteristiche che li differenziava da noi, era che noi dipingevamo le pareti delle caverne, costruivamo ornamenti, collane, oggetti artistici, mentre i Neandertal no: noi eravamo artisti, loro invece no. L’”essere artisti” sembrerebbe quindi essere un tratto associato all’”essere umani”. Ma il dato più interessante è che se su una cartina si segnano i siti dei reperti artistici dei nostri progenitori, il territorio così delimitato coincide esattamente con l’area popolata anche dai Neandertal. Cosa significa questo? Che i nostri antenati avvertirono l’esigenza e lo stimolo di sviluppare la loro vena artistica e quindi diventare “umani”, proprio al contatto con l’”altro”…
Redazione

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