23 gennaio 2016

Contraddizioni e ipocrisie storiche del Cattolicesimo, la religione dei potenti


“La religione è considerata vera dalla gente comune, falsa dalle persone sagge, utile dai governanti”. (Seneca)

“Se si dimostrasse che la Terra è rotonda, tutto il Cattolicesimo cadrebbe in errore”. (Sant’Agostino)

Contraddizioni e ipocrisie storiche del Cattolicesimo, religione pagana dei potenti

Lo sapevate? 
Il Sacramento della Confessione fu istituito solo nel 1215. 
Fino all’anno 1079, i preti potevano sposarsi. 
Il Papato iniziò a svilupparsi solo dopo l’anno 600 d.C. 
“L’Assunzione in Cielo” di Maria (quella che si festeggia il 15 agosto, per intenderci) fu introdotta appena nel 1950. 

Principali deviazioni e contraddizioni della Chiesa Cattolica
rispetto al Cristianesimo

Nel 375, mentre i primi cristiani veneravano solo Dio (Gesù stesso rifiutò di essere considerato oggetto di culto), la Chiesa introdusse il culto dei Santi e degli Angeli, per compiacere le tendenze pagane del popolo.

Successivamente, nel 431, il Concilio di Efeso, sulla base di forti pressioni popolari che “reclamavano” per l’assenza di “divinità femminili” nel Cristianesimo, proclamò Maria “Madre di Dio” (attenzione al particolare “Madre di Dio”, cioè genitrice, oltre che di Gesù, di Dio stesso).

Tale rassicurante e superstiziosa venerazione colmava il “vuoto” lasciato dalle varie Dee della religione pagana.

Maria prese dunque il posto, nella devozione popolare, di Diana, Iside, Artemide e varie altre dee.

Infatti, numerose caratteristiche del culto della “Madonna” risalgono a divinità femminili precristiane.

L’iconografia della Vergine con in braccio il bambino, è ispirata al culto di Iside (ivi comprese le “grotte”, preferite da Iside come tipico luogo delle sue “apparizioni”).

Lo stesso racconto della verginità di Maria e della nascita “miracolosa” di Gesù fu aggiunto ai Vangeli posteriormente, per facilitare la diffusione del Cristianesimo fra i pagani che già erano ”abituati” ai racconti riguardanti esseri “semidivini” figli di un dio e di una donna vergine (Eracle, Mithra, Horus, etc, tutti figli partoriti da vergini).

Quando la Santa Vergine era Iside e partorì Horus

Nel Paganesimo, la Vergine Iside tiene in braccio Horus.

Il Padre Divino di Horus era Osiride, con cui si amalgamava (“Io e mio Padre siamo Uno”), mentre il padre terreno era Seb.

L’angelo Thot annuncia ad Iside che concepirà un figlio pur essendo vergine.

Horus nasce in una grotta, annunciato da una Stella d’Oriente. Viene adorato da pastori e da tre uomini saggi (i Magi?) che gli offrono doni.

A dodici anni insegna nel Tempio e poi scompare fino ai trent’anni. Horus viene poi “battezzato”, sulle rive di un fiume, da Anup, detto il Battista, il quale, in seguito, verrà decapitato.

Combattè quaranta giorni nel deserto contro Set (una specie di omologo di Satana).

Horus compie numerosi miracoli e cammina sull’acqua (proprio come Gesù).

Con Iside ed Osiride, Horus costituiva la “Trinità Egizia” (vi ricorda qualcosa?)

A Luxor, su edifici risalenti al 1500 a.C. si possono vedere immagini relative all’Annunciazione e all’Immacolata Concezione (riferite ad Iside, non a Maria, che sarebbe nata circa millecinquecento anni dopo).

Nei sotterranei di Roma vi è una rappresentazione di Horus allattato dalla Madre Vergine Iside risalente al II secolo d.C.

Nel 593, il Vescovo di Roma, Gregorio Magno, “inventa” il Purgatorio, che fino a quel momento non esisteva).

Questa leggenda permetterà alla Chiesa di Roma, per molti secoli, fino a tutt’oggi, di “vendere” (per soldi) suffragi, indulgenze, “promozioni” in paradiso, come qualsiasi altro prodotto commerciale, per inculcare nella mentalità della gente che il potere della Chiesa arriva fino… all’aldilà!

Nel 610, praticamente ben oltre sei secoli dopo Cristo, per la prima volta, un Vescovo di Roma viene chiamato “Papa” (si legge “Papa” non “papà”).

L’idea fu dell’Imperatore Foca, che prese il potere facendo assassinare il suo predecessore.

Per tale atto criminale, il Vescovo Ciriaco di Costantinopoli lo scomunicò, ma Foca, per ritorsione, proclamò “Papa” (ossia capo di tutti i Vescovi) il Vescovo di Roma, ossia Gregorio I, il quale (bontà sua) rifiutò un simile titolo, fedele alla tradizione episcopale della Chiesa Cristiana dell’epoca.

Tuttavia, il Vescovo di Roma successivo, cioè Bonifacio III, accettò di avvalersi del titolo di “Papa”.

Il Cristianesimo era nettamente contrario a capi spirituali: l’Autorità era esercitata, più o meno democraticamente, per mezzo dei Concili. In proposito, il messaggio originale di Gesù era ben più radicale: “Ma voi non vi fate chiamare ‘Maestro’; perché uno solo è il vostro Maestro, e voi siete tutti fratelli. Non chiamate nessuno sulla terra vostro padre, perché uno solo è il Padre vostro, quello che è nei cieli. Non vi fate chiamare guide, perché una sola è la vostra Guida, il Cristo…” (Matteo 23:8-10).

Come facilmente deducibile, è lo stesso Vangelo cristiano a dichiarare blasfemo e pagano il Cattolicesimo.

Nel 788, la Chiesa Cattolica adotta ufficialmente l’adorazione del Crocifisso (erroneamente e premeditamente, per confondere le idee, definito anche Croce, che è e rappresenta tutt’altra cosa), delle immagini e delle reliquie dei Santi.

Ovviamente, si tratta di pratiche superstiziose, adatte a sottomettere psicologicamente il popolo analfabeta e a mantenerlo in una suggestionabile macroscopica ignoranza.

I primi cristiani, proprio come gli ebrei, consideravano “idolatria” ogni pratica di questo tipo. Poiché, il secondo dei famosi Dieci Comandamenti di Mosè proibiva il culto delle immagini e ciò poteva turbare i sinceri devoti, la Chiesa di Roma modificò addirittura la lista dei dieci comandamenti, censurandone il secondo e dividendo in due l’ultimo.

A tutt’oggi, anche nelle Bibbie cattoliche, la lista dei comandamenti è riportata fedelmente, mentre il Catechismo Cattolico continua ad alterarne la lista.

Una contraddizione molto evidente che non suscita particolare scandalo solo perché la stragrande maggioranza dei cattolici è pressoché indifferente nei confronti delle questioni spirituali, basando la sua fede sul “Dio del Peccato”, della paura della sua condanna per l’eternità.

Ma ecco la lista dei Dieci Comandamenti di Mosé, così com’è riportata nel libro dell’Esodo al capitolo 20.

I “veri” Dieci Comandamenti della Bibbia

Io sono il Signore, tuo Dio, che ti ho fatto uscire dalla terra d’Egitto, in schiavitù:

1. Non avrai altri dèi all’infuori di me.

2. Non ti farai idolo, né immagine alcuna di ciò che è lassù nel cielo, né di ciò che è quaggiù sulla terra, né di ciò che è nelle acque sotto la terra. Non ti prostrerai davanti a loro e non li servirai.

3. Non pronuncerai invano il nome del Signore, tuo Dio, perché il Signore non lascerà impunito chi pronuncia il suo nome invano.

4. Ricordati del giorno di sabato per santificarlo: sei giorni faticherai e farai ogni tuo lavoro; ma il settimo giorno è il sabato in onore del Signore, tuo Dio: tu non farai alcun lavoro, né tu, né tuo figlio, né tua figlia, né il tuo schiavo, né la tua schiava, né il tuo bestiame, né il forestiero che dimora presso di te.

5. Onora tuo padre e tua madre, perché si prolunghino i tuoi giorni nel paese che ti dà il Signore, tuo Dio.

6. Non uccidere.

7. Non commettere adulterio.

8. Non rubare.

9. Non pronunciare falsa testimonianza contro il tuo prossimo.

10. Non desiderare la casa del tuo prossimo. Non desiderare la moglie del tuo prossimo, né il suo schiavo, né la sua schiava, né il suo bue, né il suo asino, né alcuna cosa che appartenga al tuo prossimo.

Si noti anche la “sostituzione”, operata dalla Chiesa, del Comandamento “Non commettere adulterio”, diventato nel Catechismo Cattolico “non fornicare”, oppure “non commettere atti impuri”.

Nel 995, Giovanni XIV introduce la “Canonizzazione dei Santi”. Fino a quel momento, nel Nuovo Testamento il termine “Santi” generalizzato si riferisce a tutti i membri della comunità.

Per esempio, Paolo conclude le sue lettere con la tipica espressione “un saluto a tutti i Santi”.

Si potrebbero fare molti altri esempi sul vero significato di questo termine.

L’idea sopravvenuta oggi che essere “Santo” sia una condizione pressoché irrangiungibile per le persone comuni ha una precisa funzione politica, in quanto avvalora l’idea di una società gerarchica, dove i poveri, i semplici e gli umili possono soltanto sottomettersi ai “potenti” (sia del Cielo che della… Terra!) ed invocare la loro “Misericordia” piuttosto che reclamare “Giustrizia”!

Nel 1079, Papa Gregorio VII introduce il “Celibato dei Preti” (fino ad allora erano liberi di sposarsi ed avere figli). 

Sul celibato, nel Nuovo Testamento, si dice l’esatto contrario, ovvero, secondo Paolo, il “Vescovo” deve avere famiglia, in quanto: “…bisogna che il vescovo sia irreprensibile, marito di una sola moglie, sobrio, prudente, dignitoso, ospitale, capace di insegnare, non dedito al vino, non violento ma benevolo, non litigioso, non attaccato al denaro. Sappia dirigere bene la propria famiglia e abbia figli sottomessi con ogni dignità, perché se uno non sa dirigere la propria famiglia, come potrà aver cura della Chiesa di Dio?” (Prima Epistola a Timoteo, cap. 3).

Nel 1090, viene introdotto il Rosario.

Ciò costituisce l’ennesimo capovolgimento dell’insegnamento di Gesù, che disse: “… e nel pregare non usate inutili dicerie come fanno i pagani, i quali pensano di essere esauditi per la moltitudine delle loro parole…. Ma tu, quando preghi, entra nella tua cameretta e, serratone l’uscio, fai orazione al Padre tuo che è nel segreto…..” (Matteo 6:5-8).

Nel 1184, il Concilio di Verona istituisce l’Inquisizione per gli Eretici. Di tutte le invenzioni della Chiesa Cattolica, questa è quella più immensamente lontana sia dallo spirito e dalla lettera del Vangelo, sia da ogni minimo spirito umanitario con cui si riempie ipocritamente la bocca.

Da questa data, per oltre cinque secoli, la storia della Chiesa Cattolica sarà una storia criminale, fatta di ossessiva ricerca di potere, di intrighi politici ed economici, di stermini, di torture, di roghi, di repressione di ogni atteggiamento di sia pur vaga opposizione, ma soprattutto la religione sarà usata per sfruttare le istintive paure dell’uomo e per sottomettere la gente semplice ed umile con il terrorismo della paura delle punizioni terrestri e divine.

Nel 1190, inizia la “vendita di indulgenze”. Che il denaro possa far acquisire “meriti spirituali”, oltre ad essere un concetto del tutto opposto allo spirito del Cristianesimo, rappresenta una notevole degenerazione morale, sia per la Chiesa che per la gente comune.

Che Dio stesso si lasci “corrompere” dal denaro rappresenterà uno “schema mentale” che avrà delle conseguenza catastrofiche sull’etica e la morale dominante dei paesi cattolici.

Nel 1215, Papa Innocenzo III proclama il “dogma” della “Transustanzazione”. Ovvero, il pane dell’Eucarestia (in seguito sostituito dall’ostia) cessa di essere un semplice simbolo della Comunione per diventare “vero Corpo e vero Sangue di Cristo”.

Dopo aver rinnegato in mille modi lo spirito dell’insegnamento di Gesù, fondato sull’amore, sull’interiorità e sulla libertà, ora la Chiesa di Roma riduce il povero Nazareno ad una piccola particella farinacea da far mangiare ai fedeli!

Una aberrante cerimonia pagana, un “pasto sacro” sanguinario e cannibalesco!

Anche in questo, la Chiesa ha sapientemente manipolato la psicologia dei fedeli: se i preti hanno il potere di trasformare particelle di pane nel “vero” corpo (e sangue) di Gesù, evidentemente occorre sottomettersi a loro con timore!

Nel 1215, nello stesso anno in cui fu introdotta la “transustanzazione”, Innocenzo III rese obbligatoria la cosiddetta “confessione auricolare” ovvero quella fatta all’orecchio del prete.

I primi cristiani offrivano solo a Dio il loro pentimento, nella loro interiorità.

Nel 1229, la Chiesa Cattolica, ormai abissalmente lontana dal Cristianesimo, per prudenza e per evitare contestazioni, decide di mettere la Bibbia (ivi compresi i Vangeli) nell’indice dei “Libri Proibiti”.

Un fedele che avesse “osato” leggere il Vangelo, rischiava dunque la pena di morte come sospetto eretico!

Evidentemente sono provvedimenti che lasciano il segno anche nel DNA, perché a tutt’oggi la maggioranza dei cattolici ignora (e non ha l’intelletto per capirlo) che il contenuto dei Vangeli e della Bibbia è in aperto contrasto con la Chiesa Cattolica e non sospetta minimamente che esistano insegnamenti ben diversi da quelli falsi che sono stati loro inculcati sin dalla primissima infanzia.

Nel 1311, il Battesimo per aspersione dei fanciulli viene reso legale dal Concilio di Ravenna. I primi cristiani battezzavano solo gli adulti, in quanto il battesimo rappresentava un semplice rito simbolico di rinascita, adatto a sottolineare l’iniziazione dei convertiti.

Gesù non invitava le persone a compiere riti religiosi, ma a cambiare vita, a scoprire il Regno di Dio nel proprio cuore, non nelle cerimonie o nelle formalità.

Nel 1439, il Concilio di Firenze trasforma in “dogma” di fede la leggenda popolare del Purgatorio.

Non c’è assolutamente nulla nelle scritture cristiane che alluda ad un simile “luogo” metafisico. Tale credenza viene incoraggiata dalla Chiesa Cattolica con il solo scopo di spaventare i fedeli e, al tempo stesso, per renderli più dipendenti dalle interessate indulgenze della Chiesa.

Nel 1854, Papa Pio IX proclama il nuovo dogma della cosiddetta “Immacolata Concezione”.

Prosegue, dunque, il processo di “divinizzazione” di Maria, perché la Chiesa Cattolica, abile manipolatrice di menti e di Popoli, sa molto bene che più si accentua il ruolo delle divinità“materne” e più la gente regredisce a livello infantile, diventando così ancora più sottomessa all’autorità della Chiesa (che guarda caso, anch’essa si autodefinisce come“Santa Madre”).

Il concetto di “Concezione Immacolata” non ha alcun senso rispetto all’insegnamento di Gesù, bensì deriva dalla metafisica greca e dal paganesimo.

Nel 1870, Papa Pio IX impone alla Chiesa Cattolica un assurdo privilegio che nessun Papa precedente aveva osato mai reclamare: quello della (risibile) “Infallibilità del Papa”.

Guarda caso, ciò è accaduto nello stesso anno in cui la Chiesa, con la presa di Roma, ha perso definitivamente il potere temporale. Quasi una “rivincita”, dunque, sul piano di una pretesa autorità assoluta in campo spirituale e morale.

Che un uomo possa considerarsi una “autorità religiosa”, oltretutto “infallibile”, è uno dei massimi stravolgimenti dell’antica fede cristiana e dell’insegnamento di Gesù.

Nel 1950, PIO XII proclama che il corpo di Maria sarebbe “volato via”, in cielo (dogma della cosiddetta “Assunzione”).

Dove si troverebbe ora? In orbita intorno alla Terra? I fedeli cattolici, ormai immunizzati ad ogni senso del ridicolo, privi di ogni capacità critica, si accontentano del fatto che nel calendario ci sarà un giorno festivo in più, ovvero il 15 agosto, ripristinando così un’antica festa pagana in onore della dèa Diana.

Perché la Chiesa Cattolica impone come “verità” queste leggende pagane?

Perchè sa benissimo che così facendo, la gente si “abitua” ad obbedire passivamente.

Più sono assurdi i dogmi in cui credere, più sottomesso e servile sarà l’atteggiamento mentale del fedele.

E’ una tecnica ben conosciuta dai capi militari, che a volte impongono comandi illogici proprio per “addestrare” ad una cieca obbedienza.

Le radici pagane del Cattolicesimo

Natale

La festività del Natale esisteva già da molto prima della nascita di Cristo e dell’avvento del Cristianesimo.

Era una festa pagana legata al solstizio invernale e godeva di grande importanza in tutto l’Impero Romano.


Ricordiamo che il solstizio invernale è il giorno più corto dell’anno e cade intorno al 21 dicembre. In questo giorno, tra l’altro, il sole tocca il punto più basso rispetto all’orizzonte.

Il 25 dicembre, la durata del giorno rispetto alla notte ricomincia a crescere in modo evidente.

Ovvio che, per le popolazioni antiche, tale evento astronomico fosse visto come un rinnovamento della speranza, una festa della luce, una possibilità di sopravvivenza.

Pertanto, fu mitizzato come “nascita del Dio Sole”, partorito dalla Dea Vergine (personificazione della Notte).


Tale mito, già da molto tempo prima di Cristo, prese varie forme religiose: Horus partorito dalla Vergine Iside in Egitto, Thammuz partorito da Mylitta, o Ishtar, nelle religioni iranico-caldee, etc.

La tradizione giunse fino a Roma nella forma del Culto di Mithra ed entrò nelle abitudini dei romani.

Quando il Cristianesimo iniziò a diffondersi, dovette venire a patti con queste tradizioni molto radicate, per cui la Chiesa tentò, tutto sommato con successo, di “appropriarsi” della festività del Natale, proponendo Gesù Cristo come vero “Sole Divino” che nasce di notte da una Vergine.

Questo accomodamento contribuì, in modo determinante, a modificare la teologia cristiana nel senso di una progressiva “divinizzazione” di Gesù.

Fu Costantino a ufficializzare il giorno 25 dicembre come “Nascita di Cristo”, all’inizio in aggiunta, e non in sostituzione, del Natale di Mithra.

Pretendendo di cristianizzare il paganesimo, alla fine la Chiesa Cattolica è giunta al risultato opposto, ovvero di paganizzare il cristianesimo.

Pasqua

In questo giorno, i cristiani festeggiano la “Resurrezione” di Gesù.

La Pasqua cade la prima domenica dopo il primo plenilunio di primavera. Si tratta, quindi, di una festività legata all’equinozio di primavera.

Tutti i popoli pagani dell’Impero Romano, e non solo, conoscevano già questa festa, che non è altro che una festa primaverile: gli alberi germogliano, nei prati sbocciano i primi fiorellini e quindi la natura, dopo il freddo inverno, “risorge”.

L’idea di “resurrezione della natura” diventò “Resurrezione di Cristo” e, anche questo mito, in qualche modo, fu “incorporato” nella nuova religione che andava diffondendosi in antitesi al paganesimo, ma, al tempo stesso, paradossalmente, non c’è tradizione pagana che non sia stata “rubata” e fatta propria dalla Chiesa di Roma dei primi secoli.

Le Madonne

Il Cristianesimo non prevedeva alcun tipo di devozione che non fosse rivolta esclusivamente a Dio.

La penetrazione della nuova religione in territorio greco-romano ha fatto sì che fossero importati culti pagani, opportunamente rivisitati per dare loro quantomeno una sfumatura nominalmente cristiana.

La Chiesa di Rima ha sempre tollerato di buon grado queste contaminazioni, in quanto hanno favorito l’adesione al Cattolicesimo da parte delle popolazioni pagane, che potevano così ritrovare elementi a loro familiari.

Di tutte le contaminazioni pagane, la creazione del “Culto della Madonna” rivolto a Maria, madre di Gesù, è forse il più appariscente e anche quello che contrasta di più con i testi dei Vangeli.

Gesù, da buon ebreo monoteista, non ha mai proposto il culto di sé stesso, né ha mai avuto pretese divine. Men che meno ha mai accettato che sua madre diventasse meritevole di particolari onori solo per motivi di parentela fisica.

Al contrario, nel Vangelo di Matteo si legge che, quando Gesù iniziò a predicare, sua madre lo venne a prendere per portarlo a casa, considerando probabilmente una stramberia il fatto che il figlio si dedicasse a problematiche religiose piuttosto che aiutare il padre nel lavoro di falegname.

Quando Gesù seppe che sua madre e i suoi fratelli volevano parlare con lui, rispose con questa frase: “Chi è mia madre? E chi sono i miei fratelli?”. Poi, con la mano indicò i suoi discepoli e disse: “Guarda: sono questi mia madre e i miei fratelli, perché se uno fa la volontà del Padre mio che è in cielo, egli è mio fratello, mia sorella e mia madre” (Matteo 12, 46-50).

Ma non è tutto. Nel Vangelo di Luca si racconta di una donna che fu probabilmente la prima persona a rivolgere delle parole di devozione alla madre di Gesù, in presenza di quest’ultimo. La donna disse infatti: “Beato il seno che ti portò e le mammelle che ti allattarono!” Ma Gesù disse: “Beati piuttosto quelli che odono la Parola di Dio e l’osservano.” (Luca 11:27-28).

Come si vede chiaramente, i Vangeli sottolineano che l’insegnamento di Gesù è teologicamente rigoroso, centrato sull’osservanza degli insegnamenti e non su devozioni sentimentali.

Ma i popoli pagani, che aderivano, per fede, per paura o per convenienza, alla nuova religione, non potevano certo dedicarsi alla lettura dei Vangeli (a parte l’analfabetismo, siamo in un’epoca dove ogni comunità cristiana possiede solo una piccola porzione del Nuovo Testamento) e preferivano seguire una religiosità istintiva, che li portava addirittura a preferire il culto di qualche divinità “materna” piuttosto che l’austera adorazione dell’Unico Dio.

Esistono anche motivazioni psicologiche profonde, che rendono la figura materna più protettiva e rassicurante di quella paterna.

Il Culto della Madonna, sebbene contenga elementi sincretistici di varia provenienza, deriva principalmente dal Culto di Iside.

E’ Iside che era definita la “Vergine”, come del resto molte altre madri di eroi divini secondo i miti mediterranei.

Poiché Iside rappresentava la Notte (nei miti pagani sono rappresentati anche eventi astronomici), molte sue statue erano nere (come le tenebre appunto) e questo spiega l’esistenza di “Madonne Nere”.

Tuttora esistono più di 450 luoghi in cui si trovano Madonne Nere.

E’ stato appurato, da reperti, che moltissime Chiese Cattoliche sono sorte su antichi templi di Iside, ad esempio la Chiesa di S. Stefano a Bologna, come pure Notre Dame a Parigi.

Nei secoli passati molte immagini e statue delle originali Madonne Nere sono state distrutte o si trovano in collezioni private. Alcune sono state restaurate e, spesso, sono diventate bianche (a volte sono state anche riprodotte su marmo bianco), forse per cancellare la loro origine “pagana”!

La Chiesa Cattolica, nei secoli, pur non avendo alcun conforto nei testi evangelici, anzi in antitesi agli stessi Vangeli, è andata elaborando una “Teologia Mariana” che ha concentrato sempre di più su Maria le mitologie pagane sulle divinità femminili, materne, vergini.

Persino le feste dedicate a Maria sono la trasformazione, anzi, per meglio dire, il proseguimento, di antiche feste dedicate alle madonne pagane.

Fu il Concilio di Efeso a introdurre ufficialmente nella Chiesa il mito pagano della Dèa Madre che, fecondata da un Dio padre, fa nascere un essere semidivino.

Maria fu proclamata “Madre di Dio” nel 431, ben oltre quattro secoli dopo la predicazione di Gesù.

Non è un caso che ciò sia avvenuto proprio ad Efeso, città che aveva un forte attaccamento al culto di una Madonna (in questo caso si trattava di Artemide o Diana).

Negli Atti degli Apostoli si racconta che quando Paolo arrivò in questa città con il proposito di fondare una comunità cristiana, incontrò una forte ostilità da parte della folla, che l’accusava di minacciare la sopravvivenza del culto della loro “Madonna”.

Le grida “Grande è l’Artemide degli Efesini!” (Atti 19,28) mostravano la potenza di un culto che indusse Paolo a lasciare la città.

Il fatto è che, per i primi cristiani, era assolutamente impensabile la sola idea di poter avere un culto di tipo “mariano”.

Chi l’avrebbe detto che, dopo quattro secoli, i pagani non avrebbero più temuto che il Cristianesimo entrasse in competizione con il mito della dèa madre? Anzi, al contrario, i pagani sono riusciti ad introdurre i loro miti nel Cristianesimo.

Il Culto dei Santi

I primi cristiani avevano la più totale repulsione per ogni tipo di onore o devozione, sia per le persone che per le statue o immagini, essendo rigidamente monoteisti come gli ebrei.

Negli Atti degli Apostoli, si racconta che Pietro rimproverò Cornelio perché si era inginocchiato davanti a lui, con la frase: “Levati, anch’io sono uomo!” (Atti 10:25-26).

Non appena il Cristianesimo iniziò a diffondersi in terre pagane, la prima e più immediata esigenza dei nuovi convertiti fu di trovare un corrispettivo alle divinità protettrici del politeismo.

La Chiesa, da sempre intollerante solo quando si mette in discussione la sua autorità, ma estremamente compiacente nell’assecondare ogni compromesso spirituale pur di espandersi numericamente, ha pensato bene di istituire, prima a livello ufficioso, poi come vero e proprio dogma, il Culto dei Santi.

In realtà, per i primi cristiani il termine “Santo” era esteso a tutti i credenti. Tutte le epistole di Paolo terminano con dei saluti e, spesso, si leggono frasi del tipo “salutatemi tutti i santi che sono nella tale città”, etc.

Tuttavia, dopo circa un secolo dall’inizio dell’espansionismo cristiano, si cominciò prima a parlare di “martiri” a proposito di coloro che erano morti a causa di persecuzioni e, successivamente, di “Santi” per designare coloro che erano riusciti a mettere in pratica in modo efficace tutta la dottrina.

Entrambi, martiri e santi, furono oggetto di culto in sostituzione della pluralità di dèi che, a livello psicologico, non potevano trovare una adeguata sostituzione nella semplice e austera adorazione dell’Unico Dio monoteista giudeo-cristiano.

Poiché gli dèi pagani erano sempre protettori di qualche categoria di persone, si pensò bene di attribuire ad ogni santo una particolare predisposizione nel proteggere (o, meglio, patrocinare) persone, luoghi o eventi.

La festa del Dio locale diventò la “Festa del Patrono”.

Anche molti templi, dedicati agli dèi e alle dèe pagane, furono rinominati con nomi di Santi simili ai nomi delle antiche divinità.

Cosicché, ad esempio, molti templi di Giove divennero Chiese di San Giovenale (un Santo che non esiste). Ci sono, poi, innumerevoli luoghi dedicati alle divinità femminili, principalmente templi di Iside, che sono poi diventate Chiese dedicate a Maria.

La Candelora

I romani, per le calende di febbraio, illuminavano la città per tutta la notte con fiaccole e candele, in onore della dea Februa, madre di Marte, dio della guerra, e imploravano dal figlio la vittoria contro i nemici.

La Chiesa Cattolica ha mantenuto la festa modificandone il significato, dedicandola alla commemorazione del rito di “Purificazione di Maria” che, come tutte le donne ebree, dopo aver partorito, si sottopose al prescritto periodo di isolamento, una sorta di quarantena dettata da precauzioni igienico/sanitarie, sia pure codificate sottoforma di pratica religiosa.

Il mese di maggio e le rose

Secondo la Chiesa Cattolica, è il “Mese della Madonna”. In realtà, il mese di maggio era dedicato, dalla religione romana, alla Dèa Maia.

E sempre a lei erano dedicate anche le rose.

San Giovenale

Come già detto in precedenza, questo Santo non è mai esistito.

Si tratta solo di una denominazione vagamente “cristianizzata” con cui si rinominavano i Templi di Giove trasformati in Chiese.

REDAZIONE

Utero in affitto, la pratica che trasforma le donne in forni e i bambini in oggetti

Utero in affitto, la pratica che trasforma le donne in forni e i bambini in oggetti

Negli Stati Uniti costano 117 mila euro, in Thailandia 61 mila, in Georgia e Ucraina 58.500 mila, in Canada 56 mila, in India 55 mila. Gli affari si fanno in Grecia, dove si spendono “solo” 48 mila euro. Stiamo parlando di bambini e questa è la classifica che l’anno scorso fu redatta dall’associazione “Famiglie attraverso la maternità surrogata” per dare una panoramica dei prezzi cui va incontro chi desideri un figlio ma non possa averlo. In verità, alla cifra andrebbe aggiunto qualche altro migliaio di euro (dai 5 ai 15 mila) per le spese inerenti gli spostamenti, gli hotel, le assicurazioni.
È questo il dorato mondo della maternità surrogata, melliflua espressione per indicare le pratiche di utero in affitto. Spesso ammantate di parole quali «altruismo», «amore», «affetto», tali pratiche altro non sono che contratti commerciali per la fornitura di figli. Ora che il 28 gennaio inizia in Senato la discussione sulle unioni civili si torna a parlarne, soprattutto in relazione alla contrastata norma sulla stepchild adoption (l’adozione del figliastro) che, di fatto, permetterebbe anche alle coppie italiane di ricorrervi.
Il tema entra nella cronaca italiana, ma non è da oggi che se ne dibatte. All’estero sono molto più “avanti” (basti pensare a Apple e Facebook che sostengono le spese per il congelamento degli ovuli delle loro dipendenti) e c’è chi, come Ruth Walker e Liezl van Zyl, due professori neozelandesi dell’Università di Waikato, ha proposto di rendere la maternità surrogata un vero e proprio mestiere. In verità, lo è già di fatto, ma i due ricercatori hanno avanzato l’ipotesi di sostituire la pratica dei rimborsi – che lascia sempre ai compratori il coltello dalla parte del manico – con un più equo sistema di pagamento che riconosca la professionalità delle gestanti. Insomma, rendere la maternità – non diversamente dalla collaborazione domestica – un lavoro, con tutte le tutele del caso. Si eviterebbero così episodi incresciosi, ormai sempre più frequenti, di cause fra committenti e gestanti che si vedono rifiutare i propri prodotti perché “difettosi”.
Adolescenti attempatiA questo, ormai, siamo arrivati. Come raccontò l’anno scorso un giornalista su Le Figaro, la “riproduzione high-tech” è un enorme business, e i figli, grattata via la scorza retorica del sentimento, né più né meno che un prodotto da banco, un bambolotto da scaffale. Quando il giornalista Xavier Lombard si recò a Bruxelles per partecipare alla conferenza“Opzioni genitoriali per uomini gay europei” si trovò immerso in quella che potremmo definire una fiera del concepimento. Agenzie che promuovevano i propri pacchetti viaggio “tutto compreso”: pernottamenti, cataloghi, assistenza legale. Tutto molto professionale, expensive, gay-friendly. Un paese dei balocchi dell’embrione, dove gli unici a non avere voce in capitolo, gli unici a non poter dire la loro erano proprio gli oggetti di quei costosissimi desideri: loro, i figli. Bambolotti muti in mano ad adolescenti attempati e abituati ad ottenere tutto ciò che recriminano.
Ma la realtà tende sempre a prendersi le sue rivincite sulla ubris umana. Negli Stati Uniti, e nel mondo occidentale in genere, crescono le cause tra madri surrogate e committenti. Il problema nasce sempre dal fatto che, ad un certo punto, come d’incanto, ci si accorge che quella “cosa lì”, il figlio, non è esattamente un prodotto, ma qualcosa d’irriducibile al tentativo di reificarlo. E così nascono le dispute tra gestanti e committenti, con le prime a reclamare il loro diritto a tenere i figli e i secondi a scuotere contratti e mostrare firme in cui l’assenso a selezionare i prodotti (perché troppi, perché malformati…) era stato messo nero su bianco. L’ultimo caso, in ordine di tempo, riguarda Melissa Cook, donna californiana incinta di tre gemelli grazie allo sperma di un uomo di 50 anni della Georgia e di una donatrice di ovuli. L’uomo ha detto di non volere tre figli, ma solo due. Melissa si oppone, non vuole abortire il terzo figlio, «perché è sano», dice.
tempi-copa-utero-affittoCose, cioè schiaviIl problema inizia a investire quei paesi dove, finora, si era chiuso più di un occhio su tali pratiche. Il caso più clamoroso riguarda la Thailandia che, dopo trent’anni di pilatismo, ha deciso di limitare fortemente l’utero in affitto. Tempo fa, aveva destato grande scandalo il caso di una giovane di 21 anni, Pattaramon Chanbua, che, dopo aver condotto una gravidanza per conto di una coppia di australiani, aveva partorito due gemelli. Ma uno di loro, Gammy, era nato Down e per questo era stato rifiutato dalla coppia. Un caso non raro, ma nuovo per la determinazione di Pattaramon che non si era arresa a “scartare” quel bambino. È stato allora che il parlamento ha deciso di intervenire arrivando poi nell’estate scorsa a vietare agli stranieri di ricorrere alla maternità surrogata. «Vogliamo impedire che la Thailandia diventi l’utero del mondo», disse un parlamentare locale.
Insomma, non una bella pubblicità per il business della riproduzione. È per questo che da un po’ di anni sono stati introdotti dei correttivi linguistici per edulcorare il commercio degli “avventurieri della genitorialità”. È per questo che, anche in Italia, qualcuno ha iniziato a parlare di “maternità surrogata altruistica”, pratica che non prevederebbe un pagamento ma solo un rimborso spese. A parte poi comprendere a quanto ammonterebbe il rimborso, l’escamotage rivela la forma mentis di chi l’ha proposto: gratuito o a pagamento, un bambino non dovrebbe essere oggetto di scambio. Si possono regalare le cose, non gli esseri umani. A meno di volere ritenerli degli schiavi, e dunque a nostra totale disposizione. Sono i “progressi” del XXI secolo.
Femministe e omosessuali“Progressi” ai quali si oppongono non solo gli “oscurantisti” cattolici, ma anche varie personalità laiche d’estrazione culturale molto diversa. Le più interessanti si sono viste muoversi in quest’ultimo periodo in Francia, coagulate intorno alla figura della filosofa femminista e di sinistra Sylviane Agacinski, moglie dell’ex primo ministro socialista Lionel Jospin. Dopo aver promosso e fatto pubblicare su Liberation un manifesto contro l’utero in affitto, Agacinski ha convocato per il 2 febbraio a Parigi un convegno per chiedere l’abolizione universale dell’utero in affitto. Presentandolo ad Avvenire il 29 ottobre scorso, la filosofa autrice di Corps en miettes («Corpi sbriciolati», Flammarion), ha accusato i media che «si sono smarriti volendo vedere in questa pratica sociale un presunto progresso. Hanno parlato molto della felicità delle coppie che vogliono un bambino a ogni costo, al punto che si è radicata l’idea che esista un diritto al figlio, indipendentemente dai mezzi per farlo nascere. Nonostante questa propaganda, si comincia a comprendere, grazie a numerosi documentari, la violenza che rappresenta, per le donne, l’ingresso della maternità su questo mercato».
Un mercato che Agacinski ha paragonato alla prostituzione: «Fare della maternità un servizio remunerato è una maniera di comprare il corpo di donne disoccupate che presenta molte analogie con la prostituzione». Per questo, ha aggiunto, non devono esistere compromessi: la pratica dell’utero in affitto va considerata un reato e vanno puniti agenti, medici e intermediari che la favoriscono. Le posizioni della Agacinski sono meno minoritarie di quanto si possa pensare. La sua battaglia è stata sostenuta in Francia anche da personalità assai differenti come l’intellettuale “ateologo” Michel Onfray e il leader no global José Bové. Un fronte assai ampio e composito che include anche persone provenienti del mondo dell’associazionismo omosessuale. Non stiamo parlando solo di Jean-Pierre Delaume-Myard, ex portavoce di Homovox che aderì alla Manif pour tous e si scagliò contro «la mercificazione delle donne, trattate come galline che fanno le uova», ma anche di Marie-Josèphe Bonnet, storica militante della causa femminista, lesbica e fondatrice del Fronte omosessuale d’azione rivoluzionaria (Fhar). Fu lei, in un’intervista apparsa su Tempi nel dicembre 2014, a dire che l’utero in affitto è «lo schiavismo moderno. È un mercato, è l’apertura al commercio internazionale di bambini e alla negazione del ruolo della madre, alla riduzione del corpo della donna a mero strumento atto a soddisfare i desideri di coppie agiate. Il messaggio vergognoso che viene fatto passare è che tutto si compra e tutto si vende, compreso il potere procreatore della donna. È uno scandalo che deve essere fermato».
Anche in Italia si sono levate voci contrarie alla pratica: la filosofa Luisa Muraro, le giornaliste Ritanna Armeni, Paola Tavella, Marina Terragni, per fare qualche nome. E da ultime, le femministe di “Se non ora quando” che hanno pubblicato a inizio dicembre un appello contro l’utero in affitto. Ovviamente, purtroppo, anche loro sono state accusate di omofobia, un’etichetta a cui è ormai sempre più difficile sfuggire. Non ce l’ha fatta nemmeno Aurelio Mancuso, che ha scritto di essere contrario alla gestazione per altri. Nemmeno lui, che è stato presidente dell’Arcigay e ora presidente di Equality Italia, è scampato alle reprimenda di chi considera i figli un diritto.
Fonte: Tempi

22 gennaio 2016

Tenetevi forte: qui rischiamo che venga giù tutto.

Tenetevi forte: qui rischiamo che venga giù tutto.

Dopo il lunedì di passione in borsa con il crollo dei titoli bancari, Mps in testa e con l’offensiva di Draghi che chiede chiarimenti a sei banche italiane, cè stato un parziale recupero della Borsa martedì mattina, ma i titolo bancari sono continuati a scendere. Che sta succedendo?
Certo, in questo c’è una forte pressione speculativa e sicuramente c’è una manovra destabilizzante, ma è anche vero che le banche italiane sono le più esposte, in questo momento, sul terreno delle sofferenze che ammonterebbero a 200 miliardi più 150 di cosiddetti “incagli” e per di più, data la ben nota inefficienza della giustizia italiana, ottenere il realizzo di una garanzia spesso richiede 7 o 8 anni. Il che significa che è a “bagnomaria” circa il 17-18% degli impieghi di tutte le banche.
Che si sappia, nessun altro sistema bancario in Europa ha difficoltà di questo spessore. Dunque la speculazione aveva una buona base di partenza e, per di più, è stata agevolata dal comportamento della Bce che viene pudicamente definito “ambiguo”, “erroneo”, “intempestivo. E qui mi chiedo se si sia trattato di ambiguità non volute, di errori e di ritardi occasionali o… di altro.
Il punto è che l’urto del bail-in sta portando allo scoperto il buco su cui stanno sedute le banche italiane: già due anni fa sapemmo del disastro di Carige e della Bpm, poi, con la strana riforma delle popolari voluta da Renzi, sono cominciate a venir fuori notizie sempre peggiori dell’Etruria, della Popolare di Vicenza e, dopo, delle popolari delle Marche, di Spoleto, che ora mette nei guai anche il banco di Desio che aveva avuto l’infelice idea di acquistarne un bel pacchetto azionario. La Bce mette sotto osservazione il Mps, il Banco Popolare, la Bpm, Bper, Carige e Unicredit. E si parla di un allargamento alla Popolare di Sondrio, a Credem e (udite udite!) San Paolo. E l’elenco cresce ogni giorno.
Si dice inoltre che buona parte delle banche finite nei guai avrebbero fatto investimenti sbagliati nel trading dei metalli; che furbi! Investono in commodities di quel tipo quando inizia il calo cinese: dei geni dell’economia!
Ma gli investimenti sbagliati probabilmente sono solo un pezzo della storia: da otto anni c’è una crisi che ha costretto tutti a ballare sul filo del rasoio. Poi il governo Monti (ed il Pd che lo sosteneva) con il suo “rigore”  ha portato al disastro migliaia di imprese che hanno chiuso i battenti, lasciandosi dietro miliardi di sofferenze e folle di disoccupati. La cosa più probabile è che ciascuno abbia tentato speculazioni fra le più spericolate nel tentativo di andare in pari, ma alla maggior parte di essi  le cose sono andate male, raddoppiando il buco che dovevano sanare.
Fra le piccole banche, l’incendio principale riguarda l’Etruria, ma vedrete che musica quando si “scopriranno le tombe” di Vicenza e delle sue controllate, che daranno brutte sorprese.
Ne sono preoccupati anche gerarchi e gerarchetti renziani che iniziano ad ammettere che il sistema bancario è “appesantito” dalle sofferenze e cominciano a dire che si, ci vorrebbe una bad bank in cui concentrare i crediti deteriorati.
Ma la bad bank in cui scaricare le sofferenze, è un rimedio o ormai è troppo tardi? Giusto chiederselo.
L’Unione Europea ha dato la direttiva del bail-in sostenendo che i salvataggi debbano essere fatti da un fondo interbancario di resistenza, sostenuto da tutti. E’ il principio delle assicurazioni che distribuiscono il rischio, per il quale, sapendo che è molto probabile che tre di noi si ammaleranno, ciascuno mette 1 euro e poi si assiste chi si ammalerà. Ma il guaio è che qui i malati sono di più di quelli sani e già sanno di esserlo. Insomma: se in mille mettiamo 1 lira e tre di noi rischiano di fallire per un buco complessivo di 300 lire, il fondo li salva con parte del denaro accumulato. Ma se quelli che stanno fallendo sono 600 ed hanno sofferenze per 6.000 lire, che dovrebbero essere coperte dai 400 sani o quasi, il risultato è che, più che salvare dal burrone i 600, ci mandiamo dietro anche i restati 400 che si guarderanno bene dall’imbarcarsi in una simile sconclusionata operazione. Va da sé. E, infatti, sin qui, la fuga dei clienti dalle piccole banche è stata arginata dai prestiti interbancari di Unicredit ed Intesa, ma ora che le cifre diventano troppo onerose (senza contare che anche Intesa e Unicredit hanno i loro grattacapi) i due blocchi maggiori tirano il freno a mano.
Di fatto, i ragionamenti astratti servono a poco: il bail-in era pensato punitivamente proprio nei confronti dell’Italia che, infatti, è quella che ora si trova in difficoltà più di tutti.
Ma allora, direte voi, se le cose stavano in questo modo (e la Banca d’Italia avrebbe dovuto saperlo) perché mai l’Italia ha accettato senza fare una piega, la direttiva del bail-in, senza neppure cercare di dilazionarne di uno o due anni l’applicazione? Verrebbe da dire “Ce lo chiede l’Europa! Basta la parola”. Ma la realtà è più complessa ed incidono molti fattori: l’impresentabilità internazionale di Renzi che, ormai, ha superato quella di Berlusconi, la sostanziale acquiescenza della Mogherini e dell’ambasciatore italiano presso la Ue (che, infatti, il governo ha licenziato di colpo), le pressioni ed i ricatti reciproci, il cattivo funzionamento degli organi di controllo,  l’incompetenza dei nostri parlamentari, la speranza di uscirne con la solita furbata all’italiana (come il decreto salva banche del pagliaccio fiorentino) ecc. Il risultato finale è che stiamo ballando sull’orlo del precipizio. Certo la situazione è volutamente appesantita dall’offensiva della speculazione, e magari i margini di ripresa potrebbero esserci, ma, dobbiamo mettere nel conto che ci sono anche speculazioni che riescono nell’intento di mettere in ginocchio qualcuno.
Qui il rischio è che ci sia una cascata di fallimenti bancari e con la distruzione di una larga fetta del risparmio italiano. Che è precisamente quello che i tedeschi da tempo desiderano, rinfacciando all’Italia il suo debito pubblico dovuto all’evasione fiscale, che avrebbe consentito agli italiani di comperarsi casa e mettere soldi in banca, cosa che i tedeschi non hanno fatto, perché pagavano le tasse.
Il carattere punitivo del Bail-in è troppo evidente perché se ne possa dire, di fatto, le banche tedesche sono state salvate anche con il solito trucco della Cassa Depositi e Prestiti che per la sola Germania non è considerata nel bilancio statale e i cui aiuti non sono considerati di Stato. Solo dopo si è varata la direttiva.
Il rischio è che venga giù una bella porzione dell’edificio e che l’altra resti in piedi grazie allo sbarco di investitori stranieri. Dopo di che non esisterà più una “finanza italiana” in quanto tale.
Probabilmente, il peggiore disastro finanziario della storia repubblicana di cui il Pd ed i governi che ha sostenuto (Monti, Letta e Renzi) portano la maggior parte delle responsabilità. E dopo seguirà il crollo del sistema politico, ma di questo parleremo un’altra volta.
Fonte: Aldo Giannuli

Yemen: portavoce esercito, ci bombardano anche i caccia di Usa, Israele e Gb

Yemen: portavoce esercito, ci bombardano anche i caccia di Usa, Israele e Gb

Il portavoce dell’esercito yemenita, Sharaf Luqman, ha informato che oltre ai caccia sauditi, anche aerei da guerra di Stati Uniti, Israele e Gran Bretagna bombardano lo Yemen.
Il generale Luqman ha spiegato che i piloti sauditi non sono in grado di pilotare gli aerei all’avanguardia utilizzati per il bombardamento dello Yemen.
Secondo il portavoce, le forze rivoluzionarie yemenite alleate con l’esercito, hanno abbattuto finora 3 F-16, 10 elicotteri Apache e decine di droni. Anche per quanto riguarda i soldati, il generale yemenita ha spiegato che circa 400 mercenari stranieri, provenienti dall’Europa e dall’America Latina, sono stati assoldati dai sauditi per combattere contro lo Yemen.
Nel mese di Dicembre 2015, in effetti, 6 mercenari colombiani ed un australiano sono stati uccisi negli scontri a fuoco con i rivoluzionari yemeniti. Secondo il New York Times, gli Emirati Arabi Uniti, alleati dell’Arabia Saudita, hanno inviato in Yemen 450 mercenari provenienti da Colombia, Panama, El Salvador e Cile. E’ stato inoltre provato che gli Stati Uniti hanno contribuito all’aggressione saudita ai danni dello Yemen fornendo supporto logistico e dati di intelligence.
La sporca guerra dell’Arabia Saudita nello Yemen, un conflitto oscurato dai media occidentali
Sanà (Yemen)- A dieci mesi dall’inizio della guerra, con l’aggressione saudita sullo Yemen, il paese più povero del Medio Oriente, questo conflitto non solo continua a ridurre a brandelli il paese, ma anche a porre la maggioranza della popolazione in uno stato di miseria e disperazione.
L’Arabia Saudita continua la sua aggressione con bombardamenti indiscriminati sulle zone residenziali e trova l’appoggio degli alleati occidentali che stanno collaborando nel massacro pianificato della popolazione yemenita, colpevole di non voler sottostare alle dominio della Monarchia dei Saud.
Distruzione nello Yemen
Distruzione nello Yemen
Il costo umano della guerra finora è stato immenso e ha inflitto orrende atrocità in tutto il paese. Il conflitto ha provocato oltre 32.000 vittime, con 5.700 persone uccise, tra cui 830 donne e bambini, insieme ad un registrato aumento delle violazioni dei diritti umani, stando all’ultimo rapporto delle Nazioni Unite. Sono stati bombardati ospedali, scuole ed abitazioni civili e sono state utilizzate bombe a grappolo ed a frammentazione, proibite dalle convenzioni internazionali.
Dall’inizio della guerra i sauditi ed i loro alleati hanno attuato sullo Yemen un blocco totale dei rifornimenti. In un paese come lo Yemen che importa il 90% del suo cibo, carburante, medicinali e altri beni vitali da fornitori esteri, il blocco di tali importazioni è stato utilizzato come arma di guerra. Non è solo il blocco navale messo in atto dalla coalizione nei principali porti dello Yemen, ha lasciato l’80% della popolazione yemenita di fronte ad un disastro umanitario, ma i sauditi hanno anche fatto in modo che perfino gli aiuti umanitari giunti nel paese, non giungessero in quelle aree sotto controllo degli Houthi. La catastrofe umanitaria così scatenata, ha poi subito un peggioramento all’inizio di questo mese, quando due cicloni si sono abbattuti sulla costa meridionale dello Yemen, uccidendo 26 persone e colpendo migliaia di famiglie.
Alla luce della gravità dei bisogni, è emerso in questi mesi un fiorente mercato nero su tutte le materie prime che scarseggiano portando i prezzi alle stelle. L’utilizzo di carri trainati da asini per il trasporto e l’utilizzo dell’energia solare per compensare la scarsità di energia elettrica, sono diventate una forma di sopravvivenza e la nuova norma in Yemen, dove le persone sono intrappolate in un escalation del conflitto e la sperimentazione di metodi di vita alternativi.
Detto questo, ci si aspetterebbe il mondo e la comunità internazionale si mobiliti per aiutare gli yemeniti nel loro calvario, ma le loro grida sembrano invece cadere nel vuoto. Esistono essenzialmente due ragioni principali dietro questa indifferenza generale. La prima, è che la copertura mediatica del conflitto è fortemente dominata dai portavoce degli interessi internazionali (USA-Israele e Sauditi) e dalla manipolazione dei media occidentali. Si vuole dare così la falsa impressione che la guerra in Yemen sia una questione settaria e non di una vera e propria aggressione contro un paese sovrano.
La seconda, è che la guerra in Yemen è diventata un business redditizio per le grandi potenze. L’Arabia Saudita, il paese aggressore, è il principale cliente acquirente di armi del Regno Unito, mentre soldati (mercenari) provenienti da diversi paesi, come la Colombia e il Sudan, hanno trovato nel reclutamento in guerra nello Yemen, opportunità economiche. Molti sembrano trarre beneficio dalla guerra nello Yemen, ed essere interessati al proseguimento di questa guerra, per finalità geopolitiche, a scapito delle vite della popolazione yemenita.

COME LA FED SI È COMPRATA GLI ECONOMISTI DI TUTTO IL MONDO

COME LA FED SI È COMPRATA GLI ECONOMISTI DI TUTTO IL MONDO

Un’interessante indagine dell’ Huffington Post  sui rapporti assai stretti tra la Federal Reserve e gli economisti accademici mostra in maniera chiara il modo efficace attraverso il quale le istituzioni riescono ad orientare i risultati della ricerca scientifica e di conseguenza l’informazione e la pubblica opinione. Non è, soltanto, una questione di denaro e di economisti a libro paga, si tratta di aprire o meno loro l’accesso alle pubblicazioni nelle riviste che contano e a una brillante e prestigiosa carriera.  L’importante è che non escano dal seminato ideologico.
di Ryan Grim, 23 ottobre 2009, aggiornato al 13 maggio 2013
traduzione di @Rododak
Un’indagine dell’Huffington Post ha rivelato che la Federal Reserve, attraverso la sua vasta rete di consulenti, studiosi invitati, ex studenti ed economisti dipendenti, domina così a fondo il campo dell’economia, che criticare seriamente la Banca centrale è diventato un ostacolo alla carriera per chi svolge questa professione.
Questo dominio aiuta a spiegare come, anche dopo il fallimento della Fed nel prevedere il più grande collasso economico dai tempi della Grande Depressione, la Banca centrale è in gran parte sfuggita alle critiche degli economisti delle università. In balia della Fed, anche gli economisti hanno mancato il bersaglio.
La Fed ha una forte presa sul mondo economico“, dice Joshua Rosner, analista di Wall Street che aveva correttamente messo in guardia nei confronti del crollo. “Non c’è spazio per altri punti di vista, credo sia questo il motivo per cui gli economisti si sono sbagliati di così tanto.
Un sistema essenziale attraverso cui la Fed esercita il controllo sugli economisti accademici sono i suoi rapporti con chi tiene in mano le chiavi di accesso alla professione. Ad esempio, al Journal of Monetary Economics, una delle riviste su cui è obbligatorio pubblicare per gli economisti in carriera, più della metà del comitato editoriale è attualmente sul libro paga della Fed – e il resto lo è stato in passato.
La Fed non è riuscita a vedere la bolla immobiliare che si stava gonfiando, sostenendo invece che l’aumento dei prezzi delle abitazioni era normale. Nel 2004, dopo che il termine “flipping” (l’acquisto e immediata vendita di immobili a fini speculativi, ndt) era ormai usato anche da poliziotti e portinai per descrivere un modo veloce di fare soldi nel settore immobiliare, l’allora presidente della Federal Reserve Alan Greenspan affermò che “una grave distorsione del prezzo nazionale [è] molto improbabile“. Un anno dopo, l’attuale presidente Ben Bernanke (attuale al momento della pubblicazione del post, ndt) ha dichiarato che il boom “riflette in gran parte robusti fondamentali economici.”
La Fed ha anche fallito nel disciplinare a sufficienza le più importanti istituzioni finanziarie, nella convinzione di Greenspan – e degli economisti dominanti – che le banche si sarebbero regolate da sole, nel loro interesse.
E nonostante tutto questo, Bernanke è stato nominato per il secondo mandato dal presidente Obama.
Nel campo dell’economia, il presidente della Fed resta un personaggio celebrato e coperto di lodi per la reazione a una crisi generata, in primo luogo, dalla Fed stessa. Il Congresso sta perfino considerando una normativa per espandere notevolmente i poteri della Fed, per regolamentare in modo sistematico il settore finanziario.
Paul Krugman, nel supplemento domenicale del New York Times, ha fatto la sua autopsia all’economia, ponendo questa domanda: “Come hanno fatto gli economisti ha sbagliare in questo modo?” E ha concluso che “l’economia, come settore, si è messa nei guai perché gli economisti sono stati sedotti dalla visione di un sistema di mercato perfetto, senza intoppi“.
Ma chi li ha sedotti?
La Fed.
Tre decenni di dominio
La Fed ha dominato la professione per circa trent’anni. “Per gli economisti che uscivano dalla seconda guerra mondiale, la Federal Reserve, per quanto li riguardava, non era un posto molto importante, e la loro visione della strategia monetaria non era inquadrata in una relazione di lavoro con la Federal Reserve. Io daterei l’inizio intorno alla metà degli anni Settanta“, dice James Galbraith, professore di Economia all’Università del Texas, critico nei confronti della Fed. “La generazione in cui sono cresciuto io, che includeva sia Milton Friedman a destra sia Jim Tobin a sinistra, era indipendente dalla Fed. Mandavano studenti alla Fed ed esercitavano un’influenza sulla Fed, ma non c’era una cultura delle consulenze, non era la stessa enorme rete di economisti che ci lavorano ora“.
Mentre nel 1993, quando l’allora presidente Greenspan fornì all’House banking committee (Commissione parlamentare sui servizi finanziari, ndt) le cifre in dettaglio sul numero di economisti consulenti o assunti dalla Fed, riportò che 189 lavoravano per la banca centrale e altri 171 per le diverse banche regionali. Aggiungendo alle statistiche lo staff di supporto e i “funzionari” – generalmente economisti anche loro – si arrivava a un numero totale di 730. A questi, bisognava poi aggiungere le consulenze a contratto. In un periodo di tre anni, fino all’ottobre 1994, la Fed ha offerto 305 contratti a 209 professori, per una spesa totale di tre milioni di dollari.
Ma quanto è dominante la Fed oggi?
Secondo una portavoce della Fed, il consiglio direttivo della Federal Reserve ha alle dipendenze 220 PhD in economia e un esercito di ricercatori e staff di supporto. Le 12 banche regionali molti di più (l’Huff Post ha chiesto, ma non ha ottenuto numeri precisi). La Fed inoltre distribuisce milioni di dollari in contratti agli economisti per compiti di consulenza, articoli, presentazioni, seminari e gli ambitissimi inviti agli esterni. La portavoce della Fed ha spiegato che non sono disponibili le cifre precise sul numero di economisti coinvolti. Ma ha precisato che nel 2008 la Federal Reserve ha speso 389,2 milioni di dollari per la “strategia monetaria ed economica”: sono soldi spesi in analisi, ricerca, raccolta dati e studi di mercato; per il 2009 sono stati messi a budget 433 milioni.
Sono tanti soldi, per un numero di economisti relativamente piccolo. Secondo la American Economic Association (AEA), solo 487 economisti in tutto dichiarano come principale o secondo campo di specialità “politica monetaria, gestione della banca centrale, circolazione di moneta e credito”; 310 indicano “moneta e tassi di interesse”; e 244 indicano “formazione delle politiche macroeconomiche [e] aspetti di finanza pubblica e strategia generale”. La National Association of Business Economists (NABE) ha dichiarato all’HuffPost che 611 dei loro circa 2.400 membri partecipano alla loro “tavola rotonda finanziaria”, il modo più preciso che hanno per approssimare quelli con un interesse specifico per la politica monetaria e la banca centrale.
Robert Auerbach, già investigatore nella House banking committee, ha passato anni a raccogliere informazioni sulle attività della Fed e ha pubblicato molto di quanto ha scoperto in un libro uscito nel 2008, “Deception and Abuse at the Fed“. Un capitolo del libro, che si può leggere qui, ha dato l’impulso a questa inchiesta.
Auerbach scoprì che nel 1992 approssimativamente 968 membri dell’AEA avevano indicato “sistema monetario nazionale, teoria delle finanze, istituzioni” come campo di ricerca principale, e 717 lo avevano dichiarato come secondo. Confrontando queste cifre con quelle fornite dalla AEA e dalla NABE, si può concludere che ci sono tra i 1.000 e i 1.500 economisti monetari che lavorano nel Paese. Sommando i 220 economisti che lavorano alla Direzione centrale della Fed con quelli assunti o a contratto nelle diverse sedi locali, aggiungendo quelli assunti o a contratto alla Fed – che arrivano tranquillamente a 500, in qualsiasi momento – più quelli che hanno lavorato alla Fed in passato – o sperano di farlo in futuro – si può calcolare che gli economisti monetari legati alla Fed costituiscono una significativa maggioranza del settore.
Auerbach conclude che sorgono “problemi legati al grande numero di economisti assunti o consulenti della Fed quando questi si presentano come esperti nelle audizioni legislative o nei procedimenti giudiziari, e quando pubblicano i loro studi e le loro opinioni sulla Fed, incluse quelle pubblicate dalla Fed stessa“.
Gatekeeper a libro paga
La Fed tiene a libro paga molti influenti editor di importanti riviste universitarie. È comune per chi fa parte del comitato editoriale di una rivista accademica decidere se accettare o meno gli articoli sulla Fed proposti per la pubblicazione, mentre contemporaneamente riceve soldi dalla banca stessa. L’HuffPost ha passato in rassegna le sette riviste più autorevoli nel settore, scoprendo che 84 dei 190 membri dei comitati di redazione sono legati alla Federal Reserve, in un modo o nell’altro.
Prova a pubblicare un articolo critico sulla Fed quando l’editor lavora per la Fed“, commenta Galbraith. E sono queste riviste, a loro volta, a stabilire quali economisti ottengono un posto nelle università e quali idee sono da considerare rispettabili.
L’industria farmaceutica ha seguito una strategia simile per controllare le riviste chiave in campo medico, ma qui almeno vi sono aziende diverse. Nel campo dell’economia, c’è solo la Fed.
Del resto, essere nel libro paga della Fed non è soltanto una questione di soldi. Avere rapporti con la Fed significa prestigio; essere invitati a una conferenza o come studioso esterno alla Fed segnala una stella nascente o un economista arrivato.
Le affiliazioni alla Fed sono diventate ossigeno per la vita universitaria degli economisti monetari. “Se vuoi fare la carriera universitaria, e non hai un posto confermato, è molto importante mostrare che sei stimato dalla Federal Reserve”, dice Jane D’Arista, critica nei confronti della Fed ed economista al Political Economy Research Institute dell’Università del Massachussetts di Amherst.
Robert King, redattore capo del Journal of Monetary Economics e professore a contratto alla sede della Federal Reserve di Richmond, smentisce che la sua rivista sia influenzata dai suoi rapporti con la Fed. “Ritengo che questa sia un’idea sciocca, perlomeno, per quanto riguarda la mia esperienza“, ci ha scritto in una email (la risposta completa è in fondo all’articolo).
Galbraith, critico nei confronti della Fed, ha provato in prima persona l’effetto dell’influenza della Fed sulle pubblicazioni universitarie. Insieme ad altri due studiosi, Olivier Giovannoni e Ann Russo, ha dimostrato che nell’anno che precede le elezioni presidenziali la Fed tiene una politica monetaria significativamente più rigida se il Presidente in carica è democratico, e significativamente più morbida se è in carica un Repubblicano. Entrambi gli effetti sono statisticamente significativi, controllabili, e importanti dal punto di vista delle conseguenze economiche.
I tre ricercatori nel 2008 hanno proposto un articolo che esponeva questi risultati allaReview of Economics and Statistics, ma l’articolo è stato respinto. “Il revisore cui era stato assegnato risultò essere affiliato alla Fed, e questo dopo che avevo chiesto esplicitamente che non venisse assegnato a un revisore legato alla Fed“, ha dichiarato Galbraith.
Come in qualsiasi altra disciplina, pubblicare su riviste al top è la chiave della carriera universitaria. In effetti, paradossalmente, la carriera universitaria richiede una sorta di fedeltà alla ideologia economica dominante, ovvero proprio l’opposto di quello che dovrebbe essere lo scopo per cui è strutturata la carriera universitaria, ovvero tutelare gli universitari che hanno posizioni alternative.
È vero che la maggior parte delle discipline universitarie e delle riviste al top sono controllate da qualche paradigma caratterizzante: però se siamo nel campo della poesia, questo non dovrebbe fare grossi danni, se non, forse, agli alberi. Sfortunatamente, invece, l’economia entra in collisione con la realtà – come è successo con la lettura sbagliata della bolla immobiliare da parte della Fed e con la mancata regolamentazione delle istituzioni finanziarie. E non si è trattato neppure di incompetenza, ma – in entrambi i casi – dei pregiudizi intoccabili della Fed su come funziona il mercato.
Perfino l’ultimo Milton Friedman, la cui teoria economica monetaria ha pesantemente influenzato Greenspan, era preoccupato di quanto fosse stato soffocato il dibattito. In una lettera del 1993 ad Auerbach, citata dall’autore nel suo libro, afferma che la condotta della Fed danneggia l’obiettività: “Non posso non concordare con lei che avere un giro di qualcosa come 500 economisti è estremamente malsano. Come lei dice, non porta a una ricerca indipendente e obiettiva. Lei ed io sappiamo bene che c’è stata una censura sulle pubblicazioni. Non meno importante è che la posizione degli economisti nella Federal Reserve ha avuto una significativa influenza sul tipo di ricerche che fanno, deviando questa ricerca su questioni tecniche di metodologia, non controverse, invece che su studi sostanziali sulla strategia e sui suoi risultati“, scrive.
Nell’ottobre 2008 Greenspan ha dichiarato al Congresso di essere in uno stato di “scioccata incredulità” e che “l’intero edificio intellettuale” era crollato. Il presidente della Commissione sulle riforme governative, Henry Waxman, gli ha ribattuto: “In altri termini, lei ha scoperto che la sua visione del mondo, la sua ideologia, era sbagliata, non funzionava“.
Assolutamente sì, precisamente“, ha risposto Greenspan. “Questa è la ragione per cui ero scioccato, perché per 40 anni e oltre ero andato avanti con prove molto evidenti che funzionava eccezionalmente bene“.
Però se l’edificio intellettuale è crollato, la infrastruttura intellettuale è rimasta in piedi. Gli stessi economisti che hanno fornito a Greenspan le sue “prove molto evidenti” stanno ancora al controllo delle riviste e ancora analizzano il mondo con gli stessi modelli che non sono stati capaci di riconoscere l’esplosione del credito e il crollo imminente.
Rosner, l’analista di Wall Street che ha previsto la crisi, sostiene che il dominio ideologico della Fed sui giornali ha ostacolato i suoi sforzi per mettere in guardia i colleghi su quanto stava per accadere. Rosner nel 2001 aveva scrittoun articolo profetico, in cui sosteneva che l’allentamento delle regole sul credito e altri fattori avrebbero portato a un’esplosione dei prezzi delle case nel giro di pochi anni, ma che la crescita sarebbe stata altamente suscettibile di provocare scossoni economici, perché era fondamentalmente poco sana.
Rosner sviluppò queste idee negli anni successivi, unendo i puntini e concludendo che l’imminente collasso immobiliare avrebbe devastato il mercato dei CDO (Collateralized debt obbligation, obbligazioni garantite da debito ndt) e dei MBS (Mortgage baked securities,Obbligazioni derivate dalla cartolarizzazione di prestiti ipotecari ndt), il che avrebbe avuto un effetto domino sul resto dell’economia. Questo è esattamente ciò che è avvenuto, ma cogliendo totalmente di sorpresa la Fed e il mondo dell’economia.
Per pubblicare i tuoi lavori“, dice Rosner “quello che fai è essere costretto a eliminare o smorzare quello che potrebbe altrimenti essere una visione contraria o troppo ampia. L’unico modo di pubblicare in un giornale è aderire alla sua posizione“.
Quando Rosner si guardò intorno per pubblicare il suo articolo sui CDO e MBS, sapeva che gli serviva un coautore universitario perché un giornale lo prendesse in considerazione: sette economisti gli opposero un rifiuto.
Tu non credi che il mercato sia efficiente?“, racconta che gli chiedevano, spiegandogli che l’articolo era “al di fuori dei confini” di quello che poteva essere pubblicato. “Continuavo a rispondere che il mercato è efficiente solo quando c’è pari accesso di tutti alle informazioni, una condizione impossibile“, ricorda.
Il mercato dei CDO e MBS andò sotto zero proprio perché – mentre il mercato immobiliare crollava – i risparmiatori non si fidavano più della possibilità di ottenere informazioni affidabili, esattamente la previsione di Rosner.
Alla fine Rosner trovò un coautore, Joseph Mason, professore associato di Finanza al LeBow College of Business della Drexel University, senior fellow alla Warton School e professore a contratto alla Federal Deposit Insurance Corporation (Agenzia federale con lo scopo di vigilare sulla stabilità e fiducia pubblica nel sistema finanziario, ndt). Ma i due riuscirono a trovare un posto per il loro articolo solo in un ente conservatore come lo Hudson Institute. Nel febbraio 2007 pubblicarono qui un articolo intitolato “How Resilient Are Mortgage Backed Securities to Collateralized Debt Obligation Market Disruptions?” e in maggio ne postarono un altro “How Misapplied Bond Ratings Cause Mortgage Backed Securities and Collateralized Debt Obligation Market Disruptions” (www.hudson.org).
Insieme, i due articoli offrono un’analisi dei fattori che hanno portato al crollo migliore di quella che sono riuscite a mettere insieme le riviste di economia – e sono stati pubblicati da un economista senza PhD prima della crisi.
Non è semplicemente un compenso
L’economista Rob Johnson fa parte della Commissione di esperti delle Nazioni unite sulla Finanza e Riforma del sistema monetario internazionale ed è stato un economista di rilievo alla Commissione bancaria del Senato, sia con un presidente di commissione democratico, sia repubblicano. Secondo Johnson le consulenze non devono essere considerate semplicemente “come un’entrata, come denaro. Secondo me è più come fare parte, essere membro di un club – essere rispettato, invitato alle conferenze, essere consultato dal chairman, tutta la dimensione del prestigio, oltre che un assegno“.
Secondo Johnson, il fatto che la Fed coinvolga così tanti economisti può essere visto in molti modi. Perché sicuramente l’istituzione ha bisogno di analisti di valore. “Puoi vederlo dall’una o dall’altra parte del telescopio. Da una parte, puoi dire: bene, si stanno rivolgendo verso l’esterno, hanno un grande budget e quello che stanno facendo, si può dire, è vagliare un range di talenti altrettanto grande“. Questa potremmo chiamarla “l’ipotesi sana”.
L’altra ipotesi, secondo Johnson, è che “sostanzialmente, stiano usando il denaro dei contribuenti per avvolgere nelle loro spire chiunque sia critico e in questo modo soffocare o silenziare il dibattito. Direi che probabilmente in realtà sono presenti entrambe le dimensioni“.
Per avere opinioni generali, l’HuffPost ha intervistato alcuni economisti monetari scelti casualmente dall’elenco dell’AEA. “Credo che ci siano un bel numero di professori di economia che sono per un uso molto limitato della politica monetaria e non penso che questo abbia necessariamente un impatto negativo sulla loro carriera,” ha dichiarato Ahmed Ehsan, che abbiamo raggiunto al dipartimento di Economia alla James Madison University. “È perfettamente possibile che se hanno qualche nuova idea questo possa attirare l’interesse della Federal Reserve“.
Eshan, riflettendo sulla carriera sua e dei suoi studenti, ha ammesso che in effetti accade qualcosa di quello che denunciano i critici della Fed. “Non credo [che la Fed abbia così tanta influenza], però il mio settore è la economia monetaria e io conosco i miei professori, che erano veramente molto noti, quando lavoravo all’Università statale del Michigan, il mio relatore finì alla Fed di St.Louis” – ricorda. “Fece molti lavori. Era un figlio del suo tempo… insomma, c’è qualche evidenza, ma non una cosa strabordante“.
C’è un che di molto prestigioso nel passare qualche anno alla Fed, che può dare un impulso alla tua carriera accademica, ha aggiunto Eshan. “È uno dei migliori passi nella carriera di molti studenti del primo ciclo. Ti rende molto competitivo“.
L’ufficio stampa della direzione della Federal Reserve ci ha fornito alcune informazioni di base per questo articolo, ma non ha acconsentito a farci parlare con qualcuno per commentare l’argomento nella sostanza.
Intolleranza della Fed per il dissenso
In caso di dissenso interno, la Fed lo ha affrontato come qualsiasi altra istituzione che favorisce l’uniformità.
Prendiamo il caso di Alan Blinder. Benché sia saldamente posizionato all’interno del mainstream e considerato una delle grandi menti della sua generazione in campo economico, è stato vice presidente della Fed soltanto per un anno e mezzo, e l’ha lasciata nel 1996.
Rob Johnson, che ha assistito al calvario di Blinder, dice che il suo errore era stato comportarsi come se la Fed fosse un luogo in cui c’è un dibattito tra idee e ipotesi diverse. “Dal punto di vista sociologico, quello che stava accadendo è che il personale della Fed aveva veramente paura di Blinder. A un certo livello, come economista empirico applicato, Alan Blinder è veramente eccezionale“, dice Johnson.
Nelle riunioni a porte chiuse, Blinder fece quello che pochissimi osano fare: mise in discussione le ipotesi. “Lo staff della Fed se ne usciva con le sue idee e il rituale era: Greenspan in qualche modo aveva suggerito loro quale doveva essere la risposta e loro producevano studi che portavano a quella risposta. Ma Blinder, appena arrivato, si comportò piuttosto come se fosse a un dibattito accademico aperto, prendeva la parola e diceva: ‘Be’, non è così. Se cambi questa e questa ipotesi e ne usi una di un altro tipo ottieni un risultato completamente diverso’. E questo creò un terremoto interno – era come se si fosse interrotto tutto il percorso che portava Greenspan a prendere una decisione.
Questo non concordava con lo stile di Greenspan né del suo staff. “Molti anziani dello staff erano seccati dal fatto che Blinder – come dire? – non giocava secondo le regole cui erano abituati“, racconta Johnson.
E neanche la celebrità è uno scudo dall’essere tagliati fuori dalla Fed. Paul Krugman, in effetti, è stato trattato ruvidamente. “Sono stato escluso dal congresso estivo della Fed a Jackson Hole, dove ero sempre andato, non appena l’ho criticato“, ha raccontato Krugman, riferendosi a Greenspan, in un’intervista rilasciata nel 2007 a Radio Pacifica di Democracy Now! “Nessuno vuole veramente contrastarlo“.
Un invito al congresso annuale, o qualche altro gesto di benevolenza da parte della Fed, è un segnale per la professione economica che sei un membro certificato del club. Perfino Krugman sembra un po’ scottato dall’affronto. “due anni fa“, ha aggiunto nel 2007, “il congresso era dedicato a un argomento, la nuova geografia economica, che ho inventato io: eppure non sono stato invitato“.
Tre anni dopo la conferenza, nel 2008, Krugman ha vinto il premio Nobel per i suoi studi nel campo della geografia economica.
Una rivista, in dettaglio
L’Huffington Post ha passato al vaglio le testate: Journal of Economic Perspectives, Journal of Economic Literature, American Economic Journal. Applied Economics, American Economic Journal: Economic Policy, Journal of Political Economy e Journal of Monetary Economics.
I redattori dell’HuffPost hanno cercato su Google i curricula e verificato le relazioni con la Fed delle 190 persone che lavorano per queste testate. Degli 84 che in un momento o l’altro della loro carriera erano stati legati alla Federal Reserve, 21 erano sul libro paga della Fed anche quando valutavano le pubblicazioni su riviste importanti.
Al Journal of Monetary Economics (JME), ogni singolo membro del comitato editoriale è o è stato affiliato alla Fed e 14 dei 26 membri della redazione sono attualmente sul libro paga della Fed.
Dopo il capo del comitato editoriale, King, viene il senior editor Marianne Baxter, che ha scritto articoli per le banche di Chicago e Minneapolis ed è stata invitata come studiosa alla banca di Minneapolis nel 1984 e ’85, alla banca di Richmond nel ’97, e alla direzione centrale nel 1987. La stessa è stata consulente del presidente della banca di New York dal 2002 al 2005. Tim Geithner, in seguito segretario del Tesoro, è diventato presidente della banca di New York nel 2003.
I senior editor: Janice C Eberly è stata invitata dalla Fed come studiosa a Filadelfia (’94), Minneapolis (’97) e alla sede centrale (’97). Martin Eichenbaum ha scritto molti articoli per la Fed ed è consulente delle banche di Chicago and Atlanta. Sergio Rebelo ha scritto per la Direzione centrale e ne è stato in precedenza un consulente. Stephen Williamson ha scritto per le banche di Cleveland, Minneapolis e Richmond, ha lavorato nel dipartimento di ricerca della banca di Minneapolis dall’85 all’87, fa parte del comitato editoriale della Federal Reserve Bank of St. Louis Review, nel 2009 è stato il coorganizzatore del congresso annuale di politica economica della St. Louis Federal Reserve Bank e nel 2008 del congresso della stessa banca “Money, Credit, and Policy”, ed è stato invitato come studioso alla banca di Richmond dal ’98.
Poi ci sono gli editor associati. Klaus Adam è stato invitato come studioso alla banca di San Francisco. Yongsung Chang è ricercatore associato alla banca di Cleveland e dal 2001 lavora per la Fed, in vari ruoli. Mario Crucini è stato invitato come studioso alla Federal Reserve Bank di New York nel 2008 e da quell’anno è senior fellow della banca di Dallas.Huberto Ennis è senior economist alla Federal Reserve Bank di Richmond, dal 2000.Jonathan Heathcote è senior economist alla banca di Minneapolis ed è stato invitato tre volte come studioso, dal 2001.
Ricardo Lagos è attualmente studioso invitato dalla banca di New York, in precedenza è stato senior economist per la banca di Minneapolis e invitato come studioso nella stessa banca e in quella di Cleveland. Nel 2007 e 2008 è stato invitato come studioso sia alla banca di Cleveland sia a quella di New York. Edward Nelson è stato assistente vice presidente della banca di St Louis dal 2003 al 2009.
Esteban Rossi-Hansberg è stato invitato come studioso dalla banca di Filadelfia dal 2005 al 2009 e ha svolto lo stesso ruolo nelle banche di Richmond, Minneapolis e New York.
Pierre-Daniel Sarte è senior economist alla banca di Richmond, posizione che occupa dal ’96. Frank Schorfheide è stato invitato come studioso dalla banca di Filadelfia dal 2003 e dalla banca di New York dal 2007. Ha svolto quattro periodi in questo ruolo alla banca di Atlanta ed è stato borsista nella direzione centrale nel 2003. Alexander Wolman è senior economist alla banca di Richmond dal 1989.
Questa è la risposta completa di King, capo del comitato editoriale della rivista: “Ritengo che questa sia un’idea sciocca, perlomeno, per quanto riguarda la mia esperienza. In un articolo del 1988 per AEI, in seguito ripubblicato sulla Federal Reserve Bank of Richmond Review, Marvin Goodfriend (che allora lavorava alla Banca federale di Richmond e oggi alla Carnegie Mellon) e io abbiamo argomentato che è molto importante per la Fed separare le decisioni di politica monetaria (determinazione dei tassi di interesse) dalle decisioni di politica bancaria (prestiti alle banche, attraverso la “discount window” (facilitazione al credito per le banche ndt) e in altro modo). Noi abbiamo argomentato ulteriormente che c’erano pochi casi in cui fosse pertinente l’intervento della Fed nel secondo campo: la liquidità ad ampia base poteva sempre essere fornita con il primo strumento. Abbiamo anche argomentato che il moral hazard è il prezzo dell’intervento in campo bancario.
Ben Bernanke comprende bene questa distinzione: lui e gli altri membri del FOMC (Federal Open Market Committee, organismo della Fed ndt) hanno letto la mia prospettiva e a volte usano esattamente la stessa distinzione tra politica monetaria e bancaria. In momenti di difficoltà, Bernanke e i suoi colleghi del FOMC hanno scelto di coinvolgere la Fed in importanti interventi sui mercati finanziari, ben oltre la tradizionale area bancaria, una posizione che attira numerose critiche e consensi. Il JME e altri importanti riviste pubblicheranno sicuramente articoli molto stimolanti che ricadranno nell’una o nell’altra di queste due diverse prospettive: nessun intervento o intervento massiccio. Un prossimo congresso Carnegie-Rochester, i cui atti saranno pubblicati sul JME, ospiterà un dibattito su ‘Il futuro della banca centrale’.
Autorizzo solo la pubblicazione per intero di questa citazione“.
Auerbach, dopo avere letto la email di King, ha commentato che la questione è semplice: “Se sei sul libro paga della Fed, sei in conflitto di interessi“.
AGGIORNAMENTO
Ci hanno scritto diversi economisti, prendendo parte per una o l’altra delle posizioni che abbiamo dibattuto. Ne pubblichiamo due.
Stephen Williamson, Robert S.Brookings Distinguished Professor in Arts and Sciences, Washington University, St.Louis.
Dato che mi avete menzionato nel vostro articolo sul sistema della Federal Reserve, ho pensato di mandarvi due righe, visto che evidentemente non afferrate la relazione che c’è tra la Fed e alcuni degli economisti sul suo libro paga. Io ho avuto una lunga relazione con la Fed, e con altre banche centrali nel mondo, tra cui la Banca del Canada. Al momento ho un posto come docente universitario alla Washington University a St. Louis, ma sono anche pagato come consulente dalla Federal Reserve Bank di Richmond e St.Louis. In passato sono stato economista a tempo pieno per la Banca del Canada e alla Federal Reserve Bank di Minneapolis.
Come forse è diventato più chiaro nell’ultimo anno, l’economia e la scienza della politica monetaria è un affare complicato, e la Fed ha bisogno di tutto il supporto che riesce a procurarsi. Forse sorprendentemente, la Fed è aperta a nuove idee, e a idee che a volte sono in conflitto con le opinioni dei suoi vertici. Uno dei punti di forza del sistema della Federal Reserve è che le Federal Reserve regionali hanno un buon grado di indipendenza dalla direzione di Washington, e questo crea una sana concorrenza di idee all’interno del sistema. Infatti alcune idee assolutamente rivoluzionarie in campo macroeconomico sono uscite dall’ambiente intellettuale della Federal Reserve Bank di Minneapolis negli anni ’70 e ’80. Quell’ambiente intellettuale includeva economisti che lavoravano a tempo pieno per la Fed, e altri che erano consulenti pagati dalla Fed, ma con una posizione universitaria a tempo pieno. Questi economisti spesso erano aspramente critici nei confronti della politica della Fed, e sicuramente non sembrano averne mai sofferto; al contrario, erano apprezzati.
Non mi sono mai sentito costretto nei miei rapporti con gli economisti della Fed (inclusi alcuni presidenti della Federal Reserve Bank). Sono curiosi e desiderosi di conoscere nuove idee. Non ho problemi a ‘mordere la mano che mi nutre’, e anzi l’ho spesso strapazzata allegramente. Continuano a pagarmi, quindi devono essere soddisfatti anche loro del nostro rapporto.”
Un ex economista della Fed non è d’accordo. “Sono stato economista alla Fed per più di dieci anni e ho continuato a infilarmi nei guai per motivi di cui sono fiero. Ho colto il vostro messaggio, forte e chiaro“, ci ha detto, chiedendo di non fare il suo nome, be’, per i motivi esposti sopra.
Hanno contribuito a questa inchiesta Elyse Siegel, Julian Hattem, Jeff Muskus e Jenna Staul 

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