30 gennaio 2016

IL NEW YORK TIMES DISTRUGGE RENZI: SI CREDE UN GRANDE, MA E' COMICO E MARGINALE, IN PIU' ALIMENTA CONFLITTI DENTRO LA UE

NEW YORK Senza celare una buona dose di ironia, c'è chi ha detto addirittura di disprezzo, il più importante quatidiano d'America titola oggi in prima pagina:"Renzi si invita al tavolo dei grandi". Non è difficile osservare la scelta della forma verbale che sottende l'evidente critica al personaggio Renzi, autoproclamatosi un "grande" in nome di cosa sfugge, però, al New York Times. 

In ogni caso, con questo titolo sparato a tutta pagina in prima dall'International New York Times, l'edizione distribuita in Europa prima che altrove, il giornale presenta un lungo articolo che già dalle prime righe tira sciabolate al presidente del Consiglio: "Il premier italiano alimenta le tensioni mentre cerca un posto tra gli europei che contano", esordisce.

L'analisi di Jim Yardley, il responsabile dell'ufficio romano del New York Times, viene anche ripresa, in terza pagina, nell'edizione americana del quotidiano con un titolo leggermente diverso: "Renzi preme per un posto al tavolo del potere". E' proprio ai lettori euopei e italiani, quindi, che è rivolto il pezzo al vetriolo.

"Tra gli stati membri dell'Unione europea - scrive Yardley - l'Italia e' importante ma non sempre influente, in parte a causa del malfunzionamento decennale delle sue politiche. Francia e Germania tradizionalmente scrivono l'agenda europea, mentre l'Italia e' spesso un junior partner, un socio di minore importanza, talvolta comico e marginale".

Comico e marginale non sembrano giudizi in linea con la considerazione che ha di sè stesso il "grande" signor Renzi. Tuttavia, l'accusa più grave è quella che segue queste parole.

Secondo il New York Times, "per farsi ascoltare ed essere preso sul serio, Renzi ha scelto un approccio conflittuale, causato in parte dalla sua frustrazione, portando così nuove tensioni nel blocco Ue, anche se tutte le parti hanno tentato di diminuirle in questi ultimi giorni".

Tra le analisi citate da Yardley, che ha parlato con politici ed esperti italiani, c'e' quella che vede "Renzi sotto pressione politica in casa dato che l'economia, pur migliorando, rimane fiacca mentre le riforme sono troppo recenti per apportare modifiche sostanziali alla vita della gente".

"Scegliere una linea piu' dura con Bruxelles - viene rilevato dal New York Times che tra l'altro è da sempre schierato a sinistra, fieramente "liberal" e a favore del Partito Democratico e del presidente Obama - lo aiuta forse ad arginare le sfide politiche populiste in Italia, ma solo questo".

"Altri analisti - scrive ancora il giornalista del Nyt - sostengono che Renzi stia tentando di ottenere maggiore influenza mentre sta negoziando con Bruxelles per ottenere una maggiore flessibilita' nei confronti del budget nazionale" mentre grava sull'Italia la minaccia incombente della crisi dell'intero sistema bancario nazionale.

Non sfugge alla stampa americana che la mole del crediti deteriorati (subprime all'italiana) abbia raggiunto un livello insostenibile e questo ha prodotto, come sempre accade, lo scatenarsi della speculazione, dei fondi avvoltoio che già hanno agito in Grecia e a Cipro con le note conseguenze. 

In questo quadro drammatico, oggi - conclude ilNew York Times - Mister Renzi è a Berlino a parlare con la Cancelliera Merkel a sua volta in grandi difficoltà politiche interne alla propria coalizione per la questione "esplosiva" dei migranti. 

Dall'incontro allo scontro, il passo sarà molto breve.

Redazione Milano

Io, cresciuta con un padre transessuale, vi chiedo di non approvare le nozze gay»

Io, cresciuta con un padre transessuale, vi chiedo di non approvare le nozze gay»

di Benedetta Frigerio
Denise Shick ha raccontato la sua storia terribile alla Corte Suprema americana: «Mio padre fu infelice fino alla morte, anche vestito da donna, e con lui tutti noi»
Denise Shick (foto a fianco) è cresciuta negli Stati Uniti con un padre “transgender” e il 24 marzo ha raccontatoalla Corte Suprema americana «l’ossessione di mio padre transessuale» e la «sua infelicità anche quando ha ottenuto ciò che pensava di desiderare». Shick è stata chiamata a raccontare la sua storia ai giudici federali e si è opposta alla legalizzazione dei matrimoni tra persone omosessuali.
«MIO PADRE NON ERA FELICE». Shick ha ricordato quando all’età di 9 anni si sentì dire da suo padre che voleva diventare una donna e di quanto «i desideri sessuali di mio padre e i suoi comportamenti fossero più che disorientanti». L’uomo, che cominciò a vestirsi e comportarsi da femmina, sua figlia lo ricorda come «un miserabile che voleva che tutti intorno a lui condividessero la sua miseria. Non ricordo un giorno in cui mi sembrò felice o che sorridesse. Risa e gioia semplicemente non facevano parte della sua vita». Come tante persone transessuali, suo padre aveva molti problemi, tra cui l’alcolismo, per cui quando era ubriaco «veniva con la sua cintura nera e spessa» e «dopo le frustrate non sapevo bene che cosa mi facesse più male, se i lividi sulla mia schiena o vederlo e sentire le sue risate maniacali dopo che aveva picchiato i suoi figli». Fu solo più tardi che «gli abusi diventarono psicologici», quando «mio padre mi disse che voleva diventare una donna». Ai giudici Shick ha ricordato la sensazione «di rigetto e di abbandono» e il desiderio «naturale» di un padre e di «un rapporto tra un vero padre e una vera madre». Ma lui sembrava non comprendere questi desideri. Ma ci fu anche un’altra cosa «che mi confuse ancora di più». Il padre le disse che ogni volta che lo avesse visto con le gambe accavallate, «saprai che in quel momento mi sto sentendo una donna». Pensiero che riaffiorava alla mente di Shick tutte le volte che vedeva un uomo in quella posizione, perché «parole come quelle non abbandonano la memoria di un bambino e hanno un impatto sulla sua vita».
ABUSI E VIOLENZE. Quando Shick divenne adolescente il padre, invidioso del suo corpo, cominciò a palpeggiarla e più il tempo passava «più l’ossessione di mio padre nel comprare vestiti femminili cresceva» e «lentamente cominciai a capire che stava distruggendo il mio desiderio di essere una donna». Il desiderio «ossessivo compulsivo» lo portò a rubarle i vestiti, dopo aver speso tutti i risparmi di famiglia in trucchi e abiti. Così, «nonostante la mia volontà iniziale di spezzare il ciclo di abusi, la depravazione ebbe i suoi effetti. Da adolescente cominciai a bere» e «scoprendo un profondo desiderio di amore maschile e di attenzioni che non avevo ricevuto da mio padre, cominciai a flirtare con quelli da cui volevo attenzioni e alla fine delle scuole medie avevo 13 fidanzatini». Alla fine, fra alcol e uomini, «raggiunsi un punto in cui contemplai il suicidio». A salvare la ragazza fu la frequentazione della casa di un amico, che poi diventerà suo marito e da cui imparò cosa fosse una famiglia e chi fosse un padre.
«NON VOGLIO DUE MAMME». Il peggio sembrava superato, eppure, persino il giorno delle nozze, mentre Shick stava per raggiungere l’altare, «mio padre mi disse che voleva essere al mio posto (…), per sopravvivere feci finta di non sentire (…). Mi rubò il mio “giorno speciale” accentrando tutto su di lui e sul suo desiderio egoista». Eppure, dopo tutta questa vicenda, Shick è stata spesso «accusata di essere insensibile e irrispettosa dei desideri di mio padre», perché «non volevo due mamme. Ho sempre voluto una mamma e un papà. Un papà che mi insegnasse a ballare. Un papà che mi spiegasse che cosa cercare nel mio futuro marito». Ma «la mia brama per un padre non era egoista, era semplicemente il bisogno di ogni bambino». Quando la donna ebbe figli decise quindi di allontanarsi dal padre per la loro sicurezza, mentre lui «lasciò mia madre per soddisfare pienamente il “suo sogno di vita” come donna e avere relazioni con altri uomini», finché «trent’anni più tardi mia madre mi disse che mio padre stava morendo». Shick ha quindi spiegato ai giudici che per i sei mesi successivi, prima del decesso, «ebbi modo di parlare con lui e come adulta di provare a comprendere la sua pena attraverso gli occhi della compassione e dell’amore», perché «nonostante tutto restava mio padre» e «io lo amo». Ma «l’ironia è che alla fine, quando ebbe ciò che pensava di aver sempre desiderato, non raggiunse comunque la felicità e la soddisfazione. Rimase triste fino all’ultimo momento della sua vita. Lo dico con le parole di mio padre: “Ho cambiato la mia casa molte volte, cambiamenti, cambiamenti, cambiamenti, cambiamenti. Eppure, mi manca qualcosa, quel qualcosa è la completezza”»
«NON SI PUÒ FARE L’IMPOSSIBILE». In questi mesi altri adulti cresciuti con coppie dello stesso sesso o genitori con uno stile di vita omosessuale hanno testimoniato di fronte alla Corte Suprema. «Noi non pretendiamo di dire che tutti i genitori omosessuali o i genitori transessuali agiranno in modo abusivo», conclude Shick. Però, anche se le coppie «dello stesso sesso hanno intenzioni buone e buoni curriculum, non sono in grado di fare l’impossibile: come può un uomo fare da modello femminile a una bambina?». Infatti, per quanto Denise amasse suo padre, «il suo tentativo di entrare in una “Identità femminile” fantastica è stato disastroso e incredibilmente distruttivo». Perché «un uomo non è un donna, anche se pensa di esserlo. E se questa Corte cercherà di cancellare il sesso, questo progetto inutile nel lungo periodo non avrà migliori risultati di quelli che ha qualsiasi tentativo di far finta che la natura non esista. La realtà ha dei limiti che la fantasia e l’irresponsabilità semplicemente non possono superare. Pertanto i cittadini di ogni Stato hanno il diritto, e anche una responsabilità, di proteggere la salute pubblica, il benessere generale e il bene dei bambini non estendendo il matrimonio al di là della sua definizione tradizionale, naturale e sana».
Tratto da: Lo Sai

MISTER GAY 2015: “GLI OMOSESSUALI ESAGERANO, LA MANIF NON È OMOFOBA”. RICEVE MINACCE DI MORTE

MISTER GAY 2015: “GLI OMOSESSUALI ESAGERANO, LA MANIF NON È OMOFOBA”. RICEVE MINACCE DI MORTE

di Leone Grotti
Matthieu Chartraire ha vinto il concorso di bellezza in Francia del magazine Tetu. Poi è però si è scoperto che vota Marine Le Pen ed è stato ostracizzato e «minacciato di morte»
Non l’hanno bollato esplicitamente come omofobo, ma poco ci è mancato. E sarebbe stato alquanto strano, essendo lui stato eletto «Mister Gay 2015». Parliamo di Matthieu Chartraire, vincitore del concorso di bellezza lanciato dal magazine lgbt francese Têtu. Ma che cosa ha fatto di male questo ragazzo di 22 anni per aver costretto il periodico francese a cambiare le regole del concorso, «così che gente come lui non possa più partecipare?».
GAY E VEGETARIANO. Dal punto di vista fisico, come si può giudicare dalla foto, Matthieu ha tutte le carte in regola per partecipare e vincere un concorso di bellezza. Ma anche dal punto di vista del politicamente corretto, il ragazzo è ben instradato: oltre (ovviamente) a essere gay, Matthieu è vegetariano dall’età di 16 anni e «non vedo l’ora di parlare della causa animale e delle sofferenze che ancora patiscono troppi animali». Bingo.
FRONT NATIONAL. Qual è allora il problema? Il problema è che Mister Gay 2015 è di destra e non odia neanche la Manif Pour Tous. A dicembre Matthieu, dopo aver vinto, ha scritto su Facebook di essersi iscritto al Front National, il partito di Marine Le Pen accusato un giorno sì e l’altro pure di essere responsabile di (quasi) tutti i mali del mondo. Le Pen è votata da milioni di francesi ma per i benpensanti è e sarà sempre impresentabile.
“TOLLERANTI” E SOCIALISTI. Come dichiarato pochi giorni fa da un responsabile di Têtu a Libération, «noi siamo un giornale tollerante, progressista e di sinistra. È vero che facciamo un concorso di bellezza ma ora chiederemo ai partecipanti di firmare una carta di valori, così che persone [come Matthieu] non possano più partecipare». Alla faccia della tolleranza.
«MINACCE DI MORTE». Anche Mister Gay 2015, però, ci ha messo del suo. Il magazine Têtu, dopo la sua malaugurata uscita su Facebook, l’aveva intervistato per dargli la possibilità di recuperare. E lui, invece che ritrattare e allinearsi all’immagine che ogni Mister Gay politicamente corretto dovrebbe avere, si è dimostrato recidivo: «Dopo l’incidente di Facebook mi hanno dato del razzista, ho ricevuto minacce di morte, mi hanno trattato come un fascista, me ne hanno dette di tutti i colori. Ma in tanti mi hanno sostenuto, anche se non condividono le mie idee e quelle del Fn. Io non apprezzo tutte le idee del Fn ma ognuno ha il diritto di votare chi vuole».
PROBLEMA SICUREZZA. Ma non potrebbe votare il partito socialista e François Hollande, visto che ha pure legalizzato matrimonio e adozione gay? In un video pubblicato su Facebook, in cui un uomo di colore aggrediva una ragazza bianca, «io volevo solo denunciare il problema della mancanza di sicurezza. L’aggressore poteva essere bianco, non sarebbe cambiato nulla. Io ogni volta che vado a Parigi ho paura e il Fn è l’unico partito che mi dà sicurezza».
«MANIF NON È OMOFOBA». E va bene. Mister Gay 2015 è di destra. Però c’è una cosa che proprio non doveva dire: «Io non penso che il movimento la Manif Pour Tous sia omofobo». Per Matthieu il problema è che «siamo in una società che non si fida degli omosessuali. Gli omosessuali esagerano nella ricerca del riconoscimento della loro sessualità. Questa fa paura all’opinione pubblica. Basta vedere i gay pride, che non rappresentano i gay, o che per lo meno non rappresentano me. Io non faccio proprio parte di quelli che si mettono in mutandine di pelle e girano per strada».
IN MANIERA COSTRUTTIVA. Certe cose, Mister Gay, non dovrebbe dirle. È per questo che il magazine Têtu ha annunciato il nuovo regolamento, dove si legge: «I candidati dovranno sostenere gli obiettivi di Mister Gay France e anche la comunità Lgbtq nel suo insieme, in maniera costruttiva e positiva». Criticare il gay pride non è costruttivo. Ecco perché con Matthieu Chartraire non si può proprio essere tolleranti.
Tratto da: Lo Sai

Tutte quelle armi “made in Italy” in giro per il mondo


Tutte quelle armi “made in Italy” in giro per il mondo

Per descrivere le pratiche di approvvigionamento belligeranti saudite insieme con la reciprocità di certi “doni” palesemente illeciti e contro ogni forma di legge istituita/istituzionalizzata; l’ambiguità di certe figure politiche in cerca di conferme; la performatività linguistica di certi atti locutori spesso proferiti dagli “uomini della politica”: «L’Italia non vende bombe ai sauditi […] Ѐ tutto regolare, si tratta solo di transito» – che di fatto si traducono in pratiche di occultamento/clientelismo – si potrebbe aderire ad uno dei claim tipicamente impiegati nell’ambito della comunicazione pubblicitaria che, con l’intento di promuovere la natura genuina e l’assenza di intermediari durante la transazione economica, ne invocano l’autenticità, accorciando le distanze tra produttori di materie prime e consumatori ultimi dei prodotti finiti. L’ennesima – la quinta per la precisione – concessione bellica “elargita” dal Belpaese ai “Monarchi” del Golfo a capo della famigerata coalizione (anti-ISIS, Houthi, Cremlino, Iran, etc.), si inserisce in un contesto giuridico e geopolitico sui generis, invoca reminiscenze anacronistiche, istituisce nuove forme di accordi internazionali, ne viola altri, sancisce altresì una nuova forma di costruzione sociale, che definisce politicamente i termini: mandati, diritto internazionale, crimine di guerra, sostegno agli alleati, rifornimenti illeciti e pratiche di import/export; nonché di “popular diplomacy”; ed infine, inserisce il sistema giuridico/politico italiano, insieme con le normative o “posizioni”, piuttosto che trattati, in un circolo di emendamenti, rettifiche, firme e ratificazioni molteplici, che di fatto attestano la flessibilità formale e contenutistica di certi istituti giuridici, ma altresì l’agentività dei plurali attori politici dello scacchiere internazionale, regolamentato sì, ma solo per mantenere lo status quo ed attivare politiche di controllo/consenso altrove. Pertanto, mentre gli organismi sovranazionali si interrogano circa la destituzione di accordi (Schengen) un tempo attestanti la pretenziosità europea e la pratica paternalistica degna di un vero “Welfare” che cura di buon grado la “libera circolazione delle persone”, con l’unico intento di garantire la tutela e l’incolumità della Madrepatria – sono solo dettagli – l’intera comunità internazionale assiste ad un evento “straordinario”, una pratica di remota rilevanza sociologica-relazionale: «il Dono». Tra le varie forme di “scambio” – la cui natura è particolarmente “regolamentata” e solo apparentemente disinteressata – l’antropologo francese Marcel Mauss annovera “il dono”, evidenziando l’importanza della dimensione relazionale che sottende una simile pratica. Ebbene, possiamo rintracciare il suggellamento dell’ennesima alleanza tra Italia ed Arabia Saudita, in vista dei doni – rolex nella fattispecie- elargiti al Premier ed ai “sodali”, insieme con le bombe spedite in zone di guerra? Come interpretare l’attacco alla popolazione yemenita da parte dei paesi a guida della coalizione e tra questi anche di una parte del Barhain? Perché le ONG sono continuamente osteggiate (vedi MSF) e nonostante le molteplici ricerche, nessuno prende atto di un simile scenario apocalittico?
Cronistoria di uno scempio
Un cargo Boeing 747 della compagnia aerea azera Silk Way è decollato furtivamente nella notte di sabato scorso dall’aeroporto civile – che infondo, non differisce poi così tanto dal “militare” – Elmas di Cagliari, destinazione: Royal Saudi Air Force di Taif, vicino alla Mecca, e città nella quale risiede l’omonima base militare di Royal Saudi Armed Forces. Un carico notevole, quello imbarcato sul cargo, bombe MK84 e Blu 109. Obiettivo: rifornire l’aviazione saudita ed ottemperare agli obblighi derivati dai “rapporti economici/politici/militari”. Dunque i voli internazionali che partono dalla Sardegna divengono di indubbio sospetto/rilevanza, poiché stranamente – come si evince dall’infografica del sito aeroportuale (…) – il volo delle 15:34 in partenza da Taif e diretto a Baku mostra l’orario dell’arrivo a destinazione, mentre il volo previsto per le 04:31 in partenza da Cagliari, non solo è sprovvisto di destinazione, ma omette le informazioni utili ai passeggeri “della notte”. La notizia è pervenuta agli italiani attraverso la denuncia mossa dal Deputato (Gruppo misto – Unidos) Mauro Pili, il quale ha pubblicato sui social alcune foto, che mostravano il decollo furtivo del cargo nella notte di sabato. In realtà il rifornimento di armi in Yemen è stato duramente condannato e denunciato anche da Rete Italiana per il Disarmo (rete che raggruppa una trentina di associazioni rappresentanti la società civile); Amnesty International Italia; e l’Osservatorio Permanente sulle Armi leggere e Politiche di Difesa e Sicurezza (OPAL di Brescia), ma sarà l’inchiesta condotta dal giornalista irlandese Malachy Brown di Reported.ly tradotta da “Il Post” [1]e la collaborazione dell’analista Giorgio Beretta (OPAL) a scandagliare le pratiche e studiare le molteplici “licenze” concesse alla società dal governo italiano in merito alla vendita di armi ai Paesi Arabi. L’evento, infatti, non è un episodio singolo, poiché rappresenta l’epilogo di una prassi ormai consolidata. Come bene evidenziato dall’inchiesta di reported.ly, si tratta del quinto approvvigionamento. Grazie alla documentazione – “reperita” dal server del Ministero degli esteri Saudita – concessa dal gruppo di hacker “Yemen Cyber Army” (che difende gli Houthi in Yemen), la redazione di reported.ly è riuscita a ricostruire e provare le spedizioni di armamenti dal territorio europeo all’Arabia saudita. La prima spedizione ha avuto luogo il 12 maggio 2015. Dal porto di Genova, la nave «Jolly Cobalto», trasportava componenti Mk82 ed Mk84 prodotte dalla RWM Italia, che avrebbero raggiunto dapprima Gedda in Arabia Saudita da lì trasferita via terra al centro produzioni di Abu-Dhabi, con un carico pari a 6 container di 12 metri. Qui, in territori sauditi interviene l’azienda Burken Munition System per le forze armate degli Emirati Arabi Uniti, la quale è per l’appunto deputata all’assemblaggio delle componenti in vista della realizzazione finale dell’ordigno. Tale spedizione è attestata altresì da un comunicato inoltrato dalla Burken all’esercito degli Emirati, nel quale la società esplica palesemente la richiesta di facilitare (nel mese di maggio) il transito della nave “Jolly Cobalto” e anche, con una certa urgenza. Il comunicato poi sarà inoltrato dall’esercito all’ambasciata di Riyad. Ebbene, la nave noleggiata dagli arabi giungerà a destinazione. Le altre spedizioni, avvenute via mare nel porto di Olbia e Cagliari seguiranno in data 29 ottobre, 18/19 novembre, 4 dicembre, ed infine 16 gennaio. I materiali imbarcati sono componenti di armamenti che andranno a costituire l’ordigno finale assemblato in un secondo momento nella penisola arabica, dunque.. Nelle fattispecie, si tratta di componenti prodotte dalla RWM Italia, azienda del gruppo tedesco Rheinmetall AG (con sede legale a Ghedi – Brescia- e stabilimento in Sardegna (Domusnovas – piccolo centro di 6 mila abitanti a 10 Km da Iglesias -). Società sussidiaria della multinazionale tedesca, che vanta Stakeholders di tutto rispetto. Nel 2015, infatti, è stata finanziata da: Allianz, Hartford, fondo pensionistico di New York, e fondo pensionistico sovrano di Norvegia; il che potrebbe dirla lunga sui “ritorni” e sulla profittabilità derivatane ai molteplici attori economici.
Dura lex
L’esportazione di simili armamenti, impiegati per fomentare la guerra in Yemen, distruggere popolazioni – si stima che si tratti di un vero e proprio “crimine di guerra” che conta circa 6 mila feriti- risponde ad una molteplicità di istituti giuridici che in un certo senso, ne determinano la presunta liceità. Le consegne puntualmente effettuate dall’Italia agli alleati arabi violerebbero, infatti, non solo la legge in oggetto n. 185/1990 e relativi emendamenti (Norme sul controllo dell’esportazione, importazione e transito dei materiali da armamento), poiché: «L’esportazione ed il transito dei materiali di armamento, nonché la cessione delle relative licenze di produzione, sono vietati quando siano in contrasto con la Costituzione […] ed è altresì vietato (n.dr.) il transito, il trasferimento, intracomunitario e l’intermediazione di materiali di armamento verso i Paesi in Stato di conflitto armato, in contrasto con i principi dell’articolo 51 delle Carta delle Nazioni Unite » ma potremmo dire la Convenzione di Ginevra, il Trattato Internazionale sul Commercio delle Armi e la “Common position” dell’Unione Europea sull’export degli armamenti. In realtà, verrebbe da chiedersi perché non solo non esiste nessun mandato internazionale (risoluzione ONU) che autorizzi l’intervento in Yemen da parte della coalizione Saudita, ma in riferimento alla normativa italiana, ed i tentativi dissimulatori dei ministri, non solo è vietata la semplice “trasferibilità”, ma altresì in “luoghi in stato di conflitto armato”: che siano loro gli artefici della guerra? In tal caso, si uscirebbe dall’ impasse. Nessun conflitto d’interessi. Del resto, l’analisi dettagliata compiuta da Beretta [2] (analista dell OLP di Brescia) verte proprio sul senso delle famigerate relazioni cui il governo italiano è tenuto a tenere (ultima nel mese di Marzo) per comunicare con trasparenza le autorizzazioni rilasciate per la vendita di armamenti. Ebbene, pare insorgano dubbi (sia per l’omissione di dati, come sottolinea Beretta), per l’assenza di destinatari di sistemi militari nella relazione governativa riferita all’anno 2013, che secondo l’analista risponde all’Arabia Saudita, sia (secondo la stampa) per la mancata presenza di autorizzazioni relative ai “permessi” concessi alla RWM Italia dal governo nell’anno 2015. Inoltre, il 19 marzo del 2013 è diventata operativa la disposizione dell’art. 27 della legge 185/90 in virtù della quale gli istituti bancari non sono tenuti a chiedere l’autorizzazione al ministero dell’economia e delle finanze per i trasferimenti bancari collegati ad operazioni in tema di armamenti[3]. Dura Lex!
[1] http:// www.ilpost.it/2015/06/26/yemen-bombe-inchieste-italia
[2] http: //www.unimondo.org/notizie/bombe-italia-nel -conflitto-in-Yemen-nuove-informazioni-152280
[3] E. Annunziato, «Le esportazioni di armi italiane nel 2014 », Istituto di ricerche internazionali Archivio Disarmo, n. 9/2015.

COMMISSIONE D’INCHIESTA SUL SISTEMA BANCARIO: MASSONERIA DI PROVINCIA VS MASSONERIA INTERNAZIONALE

COMMISSIONE D’INCHIESTA SUL SISTEMA BANCARIO: MASSONERIA DI PROVINCIA VS MASSONERIA INTERNAZIONALE

È un Matteo Renzi già emarginato dalle oligarchie euro-atlantiche e indebolito sul piano interno quello che, sull’onda del decreto salva banche, caldeggia l’istituzione di una commissione parlamentare d’inchiesta sul sistema bancario: conscio che l’affaire Banca Etruria è una minaccia mortale per il suo esecutivo, il presidente del Consiglio brandisce l’arma della commissione minacciando di disseppellire cadaveri eccellenti, capaci di compromettere i vertici di Bankitalia e (soprattutto) di Francoforte. Nonostante l’iniziativa sia destinata a scomparire nei marosi dell’eurocrisi, è interessante il quadro d’insieme. Ne emerge una massoneria di provincia che, temendo di essere estromessa dal potere a causa di uno scandalo che impallidisce di fronte ad altri dissesti finanziari, minaccia di far luce sulle nefandezze bancarie della grande massoneria internazionale. Estendere l’inchiesta a 15 anni indietro, significa infatti scavare sulla defenestrazione da Palazzo Koch di Antonio Fazio e sulla vicenda Monte dei Paschi di Siena: in una parola, investigare sugli scheletri nell’armadio del venerabile Mario Draghi, un massone più vicino alla corona d’Inghilterra che al direttore commerciale dei materassi Permaflex, Licio Gelli.
I ruspanti massoni di provincia contro…
Il Pd vuole chiarezza assoluta, per salvaguardare i risparmiatori. Per questo abbiamo depositato un disegno di legge per istituire nel più breve tempo possibile una commissione d’inchiesta bicamerale sugli stati di crisi e di dissesto degli istituti bancari a partire dal 2000. L’obiettivo della commissione è quella di valutare la condizione del sistema nel suo complesso e di verificare l’efficacia delle attività di vigilanza e controllo negli ultimi 15 anni” dice1 all’antivigilia di Natale il deputato Andrea Marcucci, renziano di ferro. Sono i bollenti giorni di dicembre, quando si accavallano ildecreto salvabanche, l’esplosione della rabbia dei risparmiatori ed il tragico suicidio di un pensionato 68enne di Civitavecchia, distrutto dalla perdita di 110.000 euro investiti in obbligazioni emesse da Banca Etruria.
Il clima che si respira a Palazzo Chigi è pesantissimo: non solo il salvataggio dei quattro istituti bancari (Banca delle Marche, Banca Etruria, CariChieti e CariFerrara), il primo attuato secondo i criteri del bail-in che azzera gli investimenti di azionisti ed obbligazionisti subordinati, colpisce gli storici feudi dei PCI-PDS-PD, ma, attraversoBanca Etruria, sferra un durissimo colpo all’intera impalcatura dell’esecutivo: nell’istituto con sede ad Arezzo ricopre la carica di membro del cda dal 2011, e vicepresidente dal 2014, Pier Luigi Boschi, padre di quella Maria Elena che rappresenta la declinazione al femminile del “renzismo”, oltre ad essere ministro per le Riforme Costituzionali ed intestataria del disegno legge per il superamento del bicameralismo perfetto, su cui l’ex-sindaco di Firenze punta tutto.
La mossa della commissione d’inchiesta ha tutto il sapore del gesto stizzito, se non della rappresaglia: “Volete mettermi all’angolo? Bene, anch’io posso farvi male!” deve essere il ragionamento che frulla nella testa dell’ex-sindaco di Firenze.
Non c’è alcun dubbio che Matteo Renzi avrebbe voluto agire diversamente nel salvataggio delle quattro, per una lunga serie di motivi: non contraddire il mantra che “le banche italiane sono solide”, evitare effetti a cascata sul sistema creditizio (vedi fuga dai depositi da MPS), non interrompere “la narrazione” del Paese in ripresa e, soprattutto, per circoscrivere il più possibile la vicenda Banca Etruria-Boschi. Se il presidente del Consiglio è costretto ad imboccare la strada del decreto salvabanche, lo fa perché obbligato dalle circostanze, ed in particolare dalle istituzioni brussellesi: a dicembre le quotazioni dell’ex-enfant prodige Matteo Renzi presso le oligarchie euro-atlantiche sono già precipitate e non è azzardato ipotizzare che, dietro l’obbligo di anticipare di un mese l’applicazione del bail-in (entrato formalmente in vigore il 1º gennaio 2016) e lo scandalo Banca Etruria, si nasconda il progetto di estrometterlo da Palazzo Chigi.
Era intenzione dell’esecutivo ricorre infatti al Fondo interbancario di tutela dei depositi (Fidt) che, alimentato dalle banche italiane, avrebbe evitato di azzerare il valore delle obbligazioni subordinate (al costo di 350 mln2, quasi la stessa cifra che Renzi nega ora alla UE per gestire la crisi migratoria in Turchia): è l’Unione Europea che, tacciando l’intervento come aiuto di Stato (in quanto esproprierebbe risorse private per usarle secondo i fini del governo3), obbliga Renzi e Padoan ad agire secondi i canoni di quel bail-in che, agendo a dicembre, si sperava di evitare.
Le pressioni esercitate su Roma dai commissari europei ai Servizi finanziari e alla Concorrenza, il britannicoJonathan Hill e la danese (quindi anch’essa in quota inglese) Margrethe Vestager, contro l’impiego del Fitd, sono contenute nella lettera, datata 19 novembre, che il governo italiano rende pubblica ed appare il 23 dicembre nientemeno che sull‘agenzia Reuters,4. Si tratta ovviamente di un grave sgarro da parte di Renzi, perché il documento è riservato e chi l’ha scritto non ha certo ipotizzato un suo impiego nell’agone politico.
Renzi compie quindi il secondo strappo con l’establishment, dopo avere già annunciato che i parziali rimborsi agli obbligazionisti saranno erogati attraverso procedure di arbitrato, gestite dalla Autorità Nazionale Anticorruzione(Anac) presieduta dal renziano di ferroRaffaele Cantone. “Vorrei che l’arbitrato fosse gestito non dalla Consob, non da Bankitalia ma dall’Anac di Raffaele Cantone, un soggetto terzo, autorevole e dunque massima trasparenza e rigore” dice il 17 dicembre Matteo Renzi5.
Il soggetto cui sarebbe spettata naturalmente la questione è, ovviamente, Bankitalia, dove il governatore, Ignazio Visco, è però ascrivibile alla cerchia di Mario Draghi, uno dei massimi esponenti di quell’establishment euro-atlantico che, dopo averlo insediato a Palazzo Chigi, meditano ora di sbarazzarsi di Matteo Renzi. Che il governatore della Banca Centrale italiana non presenti, secondo il presidente del Consiglio, le caratteristiche di imparzialità, autorevolezze e rigore è un pesante affronto: attorno al 20 dicembre circola la notizia che Visco mediti le dimissioni, peraltro prontamente scartate dal presidente della Repubblica6 Sergio Mattarella, garante come il predecessore degli interessi delle oligarchie finanziarie.
Dulcis in fundo, è la volta, il 23 dicembre, dell’annuncio di una commissione d’inchiesta bicamerale sul sistema bancario, con un raggio d’azione dilatato sino al lontano 2000. Portare le lancette indietro di sedici anni, significa in sostanza rivangare due dossier molto scottanti: le dimissioni da Palazzo Koch di Antonio Fazio (2005) e l’acquisto di Antonveneta da parte di Monte dei Paschi di Siena (2008). In entrambi i casi la commissione d’inchiesta (che rispecchia la maggioranza renziana in Parlamento) avrebbe gioco facile a gettare così tanto fango sul governatore della BCE, Mario Draghi, da sommergerlo: immediata, come nel caso delle dimissioni di Visco, scatta quindi la reazione del presidente Sergio Mattarella, preoccupato dall’esito potenzialmente esplosivo che avrebbe un’inchiesta parlamentare animata da un Matteo Renzi senza più niente da perdere. “La nostra democrazia è connotata dal pluralismo istituzionale e dal mutuo bilanciamento dei poteri. (…) E’ confortante constatare come questa collaborazione sia abitualmente praticata. Talvolta si registra invece competizione, sovrapposizione di ruoli, se non addirittura conflitto, e questo genera sfiducia” dice Mattarella alla cerimonia degli auguri di fine anno7.
Il conflitto di cui parla Mattarella, più che uno scontro tra poteri dello Stato, si profila come uno scontro tutto interno alla massoneria che occupa le più alte cariche istituzionali, italiane ed europee.
Da un lato la ruspante massoneria di provincia dei clan Renzi e Boschi, catapultata ai vertici della Repubblica italiana con la presunzione (errata) di essere artefice delle proprie fortune; dall’altro l’algida massoneria internazionale di Mario Draghi, il direttore generale del Tesoro che nel 1992 calpesta il ponte del panfilo Britannia, passato poi alla vicepresidenza diGoldman Sachs International, subentrato ad Antonio Fazio aBankitalia ed infine installatosi nel tempio della Banca Centrale Europea.
I massoni di pronvincia sono i cugini un po’ sempliciotti di campagna, gettati nel rutilante mondo dei palazzi romani e delle passerelle dei G20 dagli astuti e spregiudicati massoni cosmopoliti: è affidata loro la missioni di vendere quello che resta dell’argenteria (Poste, Enav, Fincantieri, Fs, etc.) e rimettere in moto il Paese applicando le “riforme strutturali” basate sui triti e ritriti dogmi neoliberisti (abolizione art. 18, tagli alla sanità, etc.).
Renzi e Boschi, a forza di leggere sui giornali che sono “fuoriclasse della politica”, “energici e spregiudicati come il Fanfani degli anni ’50”, “l’ultima speranza della classe dirigente italiana”, commettono l’errore di credere a quanto la stampa scrive, dimenticando gli alti gradi della massoneria internazionale, come li ha trasportati sul tappeto magico dalla provincia toscana ai dicasteri romani, così può rompere l’incantesimo quando meglio crede.
Terminata l’età dell’oro del renzismo (i tre mesi che intercorrono tra l’insediamento a Palazzo Chigi e le elezioni europee del maggio 2014), inizia il rapido appannarsi del più giovane presidente del Consiglio della storia italiana. Il piano di Renzi di rilanciare l’economica con un’iniezione mediatica di fiducia si schianta contro il concreto muro dell’austerità: l’Italia stagna dopo anni di recessione, le finanze pubbliche peggiorano ed il sistema bancario scricchiola paurosamente, mentre il suo indice di gradimento, sceso per la prima volta sotto il 50% nell’autunno del 20148, si sgretola fino al 30% attuale. A questo punto la massoneria internazionale constata che è il momento di liberarsi dei consunti cugini di campagna e lo fa colpendo con un’inchiesta giudiziaria, Banca Etruria, e l’assalto speculativo alle pericolanti banche italiane, su cui pende la ghigliottina del bail-in.
In ossequio al principio risalente all’impero britannico per cui i fantocci locali non devono mai essere personaggi autorevoli ed inattaccabili, ma deboli e discussi, cosicché non accarezzino sogni di indipendenza, la libera muratoria internazionale installa infatti alla guida dell’Italia due clan, quello Renzi e quello Boschistrutturalmente deboli. Si tratta di personaggi ruotanti attorno ad opache consorterie locali, coinvolti nelle classiche attività dellamassoneria di piccolo cabotaggio: un piede nella banca del capoluogo, un prestito senza garanzie per avviare un’attività commerciale, una consulenza al “Maestro” di turno per condurre in porto un grosso affare, etc. etc.
Sulla filiazione di Matteo Renzi alla libera muratoria non si dispongono sufficienti informazioni ma, di certo, si può affermare che di stampo massonico è tutta la galassia del presidente del Consiglio. Grazie alla pervasiva massoneria di Firenze (ambiente in gioca un ruolo di rilievo l’allora braccio destro di Silvio Berlusconi, Denis Verdini) Renzi vince “a sorpresa” le primarie del PD contro il favorito Lapo Pistelli; grazie ad accordi di natura massonica il PDL schiera alle elezioni comunali del giugno 2009 un candidato debole come l’ex-calciatore Giovanni Galli, abbandonato per di più dal centrodestra quando Renzi manca l’obbiettivo di vincere al primo turno9; uno “stantio odore di massoneria” è emanato anche dal Patto del Nazareno, secondo quanto scrive Ferruccio De Bortoli nel settembre 2014 (manifestando il disprezzo della grande massoneria che siede nel cda del Corriere della Sera diretto da De Bortoli, per il parvenu di Firenze); di chiara natura massonica è infine l’intesa tra Denis Verdini e Matteo Renzi per il progressivo ingresso dei “verdiniani”, decisivi in Senato, nella compagine di governo.
I rapporti del clan Renzi con la Banca Etruria sono di diversa natura e spaziano dal finanziamento alla kermesse della Leopolda11, agliinvestimenti immobiliari con il presidente dell’istituto12 Lorenzo Rosi, culminando con i tentativi di salvataggio in extremis attraversoDavide Serra (fondo Algebris) e Marco Carrai (gli israeliani di Bank Hapoalim)13.
Ancora più forti sono i legami tra il clan Boschi e l’istituto di Arezzo che, si ricordi, era il feudo di Licio Gelli, il direttore commerciale della Permaflex, assurto a “burattinaio d’Italia” nella veste di venerabile maestro della loggia P2. Nel consiglio di amministrazione di Banca Etruria, travolta dal cocktail micidiale di recessione e prestiti clientelari, siede dal 2011 Pier Luigi Boschi, salito alla vice-presidenza nel 2014. Il padre del ministro delle Riforme Costituzionali bazzica, pure lui, negli ambienti toscani della libera muratoria: quando Boschi, in qualità di vice-presidente di Banca Etruria, cerca denaro fresco per il pericolante istituto, l’uomo interpellato è nientemeno che il faccendiere Flavio Carboni, il cui nome appare a fianco a quello del venerabile maestro Licio Gelli in molti controversi dossier della Prima e Seconda Repubblica.
Ne esce il quadro di una ruspante massoneria della provincia toscana, invischiata nella gestione parecchio opaca dell’istituto di credito del capoluogo, “la gallina dalle uova d’oro” grazie cui si può possono ottenere finanziamenti facili, per la costruzione di ipermercati o “shopping mall” (che fa più fine, perché americano): il fatto che, nonostante i disperati tentativi dei Renzi e dei Boschi, nessuno investitore anglosassone od israeliano abbia soccorso Banca Etruria, è sintomo della progressiva emarginazione del Presidente del Consiglio, perché difficilmente un simile incidente sarebbe mai avvenuto nel primo rutilante anno di governo.
Al punto in cui si arrivati, è sufficiente un avviso di garanzia per il fallimento di Banca Etruria affinché Maria Elena Boschi sia travolta, trascinandosi con sé il presidente del Consiglio: la scelta dei fantocci cade sempre su personaggi fragili e ricattabili, in modo da potersene liberare al momento opportuno.
È quindi un Matteo Renzi amareggiato ed irato quello che brandisce l’arma della commissione d’inchiesta sul sistema bancario: dopo aver assaporato per nemmeno due anni il comando, già sente che la grande massoneria, quella delle oligarchie anglofone, vuole sbarazzarsi di lui e, di conseguenza, reagisce al motto di “muoia Sansone con tutti i filistei”. Non c’è infatti alcun dubbio che un’inchiesta che scavasse sul sistema creditizio italiano dal lontano 2000 coinvolgerebbe il venerabile Mario Draghi, più vicino alla Loggia Madre inglese che al direttore commerciale della Permaflex, Licio Gelli.
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Più allattamento al seno salverebbe 800mila bambini all’anno

Più allattamento al seno salverebbe 800mila bambini all’anno

Solo 1 bambino su 5 è allattato al seno fino all’anno di età nei paesi ad alto reddito, solo 1 su 3 è allattato esclusivamente al seno per i primi 6 mesi di vita nei paesi a basso e medio reddito. Il risultato? Milioni di bambini vengono privati dei grandi benefici dell’allattamento materno. Su The Lancet sono stati pubblicati i risultati di uno degli studi più ampi e dettagliati che hanno quantificato il livello, l’andamento e i benefici dell’allattamento nel mondo.
Secondo lo studio, aumentare l’allattamento al seno in tutto il mondo salverebbe la vita a oltre 800mila bambini ogni anno, l’equivalente del 13% di tutte le morti dei bambini sotto i 2 anni, e consentirebbe di prevenire altre 20mila morti per cancro al seno nelle donne ogni anno. «C’è la diffusa e sbagliata percezione che i benefici dell’allattamento al seno siano relativi solo ai paesi poveri. Nulla potrebbe più lontano dalla verità» ha spiegato il professor Cesar Victora dell’università federale di Pelotas in Brasile. «Il nostro lavoro dimostra chiaramente che l’allattamento salva vite in tutti i paesi, siano essi ricchi o poveri». Sono stati analizzate 28 revisioni sistematiche e meta-analisi ed è emerso che l’allattamento non ha solo molteplici benefici per bambini e madri, ma ha anche effetti incredibili sull’aspettativa di vita. Per esempio, nei paesi ad alto reddito riduce il rischio di morte infantile improvvisa di oltre un terzo, mentre nei paesi a basso e medio reddito potrebbe evitare la metà dei casi di diarrea e un terzo delle infezioni respiratorie. L’allattamento materno aumenta anche l’intelligenza e può proteggere da obesità e diabete in età più avanzata. Per le madri una estesa durata dell’allattamento riduce il rischio di cancro al seno e alle ovaie. Lo studio pubblicato su Lancet ha anche stimato che aumentare l’allattamento al seno nei bambini sotto i 6 mesi fino al 90% in Usa, Cina e Brasile e fino al 45% in Inghilterra potrebbe tagliare le spese per le comuni malattie dell’infanzia e far risparmiare ai sistemi sanitari almeno 2,45 miliardi di dollari in Usa, 29,5 milioni in Inghilterra, 223,6 milioni in Cina e 6 milioni in Brasile.
Nel mondo la percentuale di allattamento al seno è bassa, soprattuto nei paesi ad alto reddito. Per esempio, in Inghilterra meno dell’1%, Irlanda 2% e Danimarca 3% fino a 12 mesi di età. Il Codice internazionale sul commercio dei sostituti del latte materno è stato adottato nel 1981 ma non è mai stato veramente rafforzato, sostenuto e non vengono fatti adeguati monitoraggi sull’effettivo rispetto delle regole. Ciò ha condotto ad aggressive campagne di marketing da parte dei produttori di latte artificiale che mina gli sforzi per aumentare l’allattamento al seno. E, visto che in Occidente il mercato è ormai saturo, le aziende cercano di farsi largo nei paesi più poveri. Sempre secondo il professor Victora, «c’è l’errata convinzione che il latte materno possa essere sostituito con prodotti artificiali senza conseguenze negative per la salute. Ma le evidenze emerse nel nostro studio non lasciano adito a dubbi: la decisione di non allattare ha forti effetti negativi a lungo termine sulla salute, sulla nutrizione e sullo sviluppo del bambino e sulla salute delle madri».
QUI I TESTI INTEGRALI DELLO STUDIO
 Fonte: Il Cambiamento

Genitori di omosessuali: noi al Family Day contro una legge che non accetta i nostri figli

Genitori di omosessuali: noi al Family Day contro una legge che non accetta i nostri figli

L’adesione dell’associazione Agapo: «Il ddl Cirinnà erige un nuovo tabù per impedire la più elementare delle domande: da dove vengono i figli delle unioni gay?»
 Pubblichiamo la lettera scritta da Michele Gastaldo per la Presidenza AGAPO (Associazione di Genitori e Amici di Persone Omosessuali) con la quale l’associazione ha voluto motivare la sua adesione al Family Day di sabato 30 gennaio a Roma.
Come genitori di figli omosessuali aderiamo alla manifestazione contro la proposta di legge sulle Unioni civili omosessuali perché non fa il bene delle persone omosessuali stesse.
Sosteniamo il rinforzo giuridico, ove necessario, dei diritti derivanti da una convivenza stabile, ma riteniamo completamente sbagliata l’omologazione delle unioni dello stesso sesso al matrimonio e alla possibilità di adottare figli.
Come genitori conosciamo bene le sofferenze dei nostri figli, anche quelle legate al fatto che da una loro relazione affettiva non possono nascere figli, dolore che, riteniamo, deve essere rispettato e non negato da nessuno.
Ma il testo di legge e i fautori della Stepchild Adoption, come se la realtà non esistesse, parlano di “figlio naturale del partner”, di “figli nati dall’amore di persone dello stesso sesso” e così via, nascondendo e negando in tal modo ciò che caratterizza la condizione omosessuale.
Nella legge Cirinnà si applica il principio dell’uguaglianza per situazioni che uguali non sono, erigendo un nuovo tabù, volto a impedire che ci si ponga la più elementare delle domande: da dove vengono i figli delle cosiddette famiglie omosessuali?
Come Associazione AGAPO, attraverso il nostro servizio di ascolto, siamo a conoscenza di situazioni in cui una persona omosessuale in una precedente relazione eterosessuale, abbia generato un figlio in modo naturale, ma in questo caso non c’è nessun figlio naturale “già esistente” adottabile, perché il bambino il secondo genitore lo ha già.
Da alcuni mesi le “avanguardie illuminate”, promotrici della legge, “svegliano l’Italia” e insegnano che la maternità surrogata non ha a che fare con l’adozione del figlio del partner. Parole testuali della senatrice Cirinnà. Ecco, non ci resta che credere alla cicogna!
Attraverso qualunque via si arrivi all’adozione del figlio del partner, sia eterologa, surrogata o per l’intervento della cicogna, si tratta comunque di procedimenti in cui, in modo deliberato, si fa sparire uno dei due genitori biologici dalla vita del bambino e si uccide simbolicamente il genitore dell’altro sesso, la madre o il padre.
La maggior parte delle persone omosessuali, e la recente diatriba tra Domenico Dolce e Elton John lo ha messo ancora in evidenza, non vuole essere strumentalizzata a tali fini; sanno di essere nati da una madre e un padre e ne sono contenti.
Agli amici, promotori della Stepchild Adoption consigliamo, prima di parlare dell’omofobia degli altri, di cominciare a guardare la realtà della condizione omosessuale e di accettarla. È questo il punto da cui inizia il vero rispetto della persona omosessuale.
Foto Ansa
Fonte: Tempi

Aereo spia americano intercettato da caccia russo

Aereo spia americano intercettato da caccia russo

Washington, 29 gen – Il Pentagonoriferisce che un aereo da ricognizione elettronica RC-135U è stato intercettato sulMar Nero nella giornata di lunedì scorso da un caccia russo Su-27 “Flanker”.
La notizia è trapelata solo ieri quando il capitano della US Navy Daniel Hernandez, portavoce capo per il U.S. European Command, ha rilasciato un’intervista alWashington Free Beacondicendo che il caccia “ha intercettato il velivolo da ricognizione in modo pericoloso e poco professionale“. Secondo il Pentagono l’RC-135 volava a circa 30 miglia dalla costa russa, nello spazio aereo internazionale, quando il Su-27 si è avvicinato a circa 20 piedi (quasi 7 metri) dal quadrireattore americano, compiendo quindi una manovra evasiva poco ortodossa che con la sua scia avrebbe “disturbato la controllabilità” dell’aereo spia: il caccia infatti avrebbe compiuto una virata “aggressiva” davanti muso dell’RC-135.
Sempre come riportato dal Washignton Free Beacon, il Pentagono ha annunciato giovedì scorso che ha concluso l’accordo con la Russia in merito ad un memorandum sulla sicurezza in volo dopo una videconferenza con ufficiali del Ministero della Difesa russo. La discussione verteva sulla sicurezza aerea sopra i cieli della Siria in modo da “evitare incidenti e scontri involontari tra le forze della coalizione e la Russia ogni volta che le due parti operano a distanza ravvicinata” come riportato dal portavoce del Pentagono Peter Cook. Nessun cenno, invece, riguardo all’incidente di lunedì.
L’incontro ravvicinato tra il Su-27 e l’RC-135 è solo l’ultimo della lunga serie di “incidenti” avvenuti tra le due potenze dall’inizio della crisi ucraina: si ricorda infatti lo scramble dei caccia americani per intercettare due bombardieri russi al largo della California, oppure il passaggio a volo radente di un Su-24 sul cacciatorpediniere lanciamissili USS “Donald Cook”(DDG-75) avvenuto sempre nel Mar Nero nell’aprile del 2014.
Paolo Mauri

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