13 febbraio 2016

Le tasse in Italia



Le tasse in Italia

Tutti in Italia ci lamentiamo che i costi di beni e servizi siano tra i più cari d'Europa. Ebbene è del tutto normale che nel Paese dove c'è la più alta tassazione alle imprese ci siano anche i costi più alti.
Se sono un'azienda ed il mio prodotto costa 100, il ricavato della mia vendita verrà decurtato subito di un 50% di tasse ed oneri aggiunti. Se nel tempo questa tassazione diretta ed indiretta giunge al 60% è gioco forza che io debba aumentare il prezzo del mio prodotto a 110.

Nella semplicità e nella banalizzazione di questo concetto è impossibile alcuna obiezione. Un'alta tassazione fa lievitare i costi di beni e servizi.

E' da chiarire che in Italia la tassazione è diretta ed indiretta, spalmata in decine e decine di voci, risulta, pertanto, anche difficile il sole elencarle.

Ci proviamo, se ne saltiamo qualcuna aiutateci:

- Imposta sul reddito delle persone fisiche (IRPEF): Questa tassa è sul reddito e va dal 23% al 43%

- Imposta sul reddito delle società (IRES): Questa tassa ha un aliquota al 33%

- Imposta regionale sulle attività produttive (IRAP): Questa tassa ha un aliquota dal 4,25% al 8,50%

- Imposta sul Valore Aggiunto (IVA): Questa tassa è un aggiunta del 21% al costo di un bene o di un servizio. Nessuno la considera, perché si ritiene che sia una partita di giro...CON IL CAVOLO!!! Vi sono beni la cui IVA non è detraibile e l'uso promiscuo di un bene o servizio non ti consente di detrarla.

- Imposta Comunale sugli Immobili (I.M.U. ex ICI): Questa la tassa più vergognosa sul patrimonio e sul possesso, varia da comune a comune e da tipologia d'immobile.

- Imposta di Registro: E' un obolo che si dà allo Stato per registrare qualsiasi documento

- Accise: Queste sono tasse nascoste e poco conosciute, sono all'interno dei prezzi della benzina, del gas, delle sigarette, degli alcolici e chissà dentro cos'altro.

- Imposte e addizionali sull'energia elettrica: Chiunque consumi energia elettrica ha due tipi di imposte, quella erariale e l'addizionale regionale. Una media/piccola azienda, che consuma 1 milione di kWh annui, deve tirar fuori di tasse circa 15 mila euro, lo stipendio mensile di quasi 10 addetti!!!!!

- Tasse sui rifiuti: Sono diventate incredibili, ogni anno aumentano in modo vertigionoso

- ALTRE IMPOSTE: Imposta ipotecaria, Imposta catastale, Imposta di bollo, Imposta sulle pubblicità

Qualcuna ci sarà sfuggita, segnalatecelo. In questo contesto il futuro dell'Italia è fosco, soprattutto, perché la classe dirigente non comprende che l'evasione fiscale per molte realtà è una necessità.

Tra la vita e la morte scegliamo sempre e, comunque, la vita. Riteniamo, quindi, giusta l'evasione fiscale in quelle realtà dove non farla equivalrebbe a morire...

L'evasione fiscale è, però, un reato, ma anche il fascismo, quando era al potere, era un "reato", anche l'oppressione dello Zar sui contadini era un "reato"...

Un appello alla classe dirigente, di giovani emergenti, abbattete le tasse non fate altro!!!

Enzo Vincenzo Sciarra

Grecia: il sindacato di polizia chiede l’arresto dei membri della Troika


Sempre più tesa la situazione in Grecia, oltre la violenta recessione, anche uno sciopero generale lanciato dagli agricoltori, ma rapidamente esteso alle altre categorie, sta paralizzando il Paese.


Ma la notizia più importante, rilanciata dalle agenzie di stampa, seppur con poca convinzione, è certamente questa. I vertici del POASY, uno dei sindacati di polizia greco, hanno affermato che la troika starebbe tentando con le sue richieste di ribaltare l’ordine democratico, di scalfire la sovranità nazionale e di depredare il popolo greco di importanti beni. Tali affermazioni sono state rese in una lettera diffusa pubblicamente ed inoltrata anche alla Procura di Atene, quale informativa di reato. Nella comunicazione il sindacato fa sapere che, per tali ragioni, procederà all’arresto immediato dei membri della Troika sul territorio nazionale.

Qualche sciocco commentatore ha definito la comunicazione “una provocazione”, come se pretendere il rispetto dei diritti possa essere considerata una provocazione. Non vi è alcun dubbio infatti che la Troika sia un’organizzazione criminale che attenta alle democrazie ed alle sovranità nazionali di tutti i Paesi sotto il suo dominio. Ad oggi tale organizzazione opera quale braccio armato del potere finanziario, ed ha potuto imperversare in Grecia, come qui da noi, unicamente perché forze dell’ordine e magistratura glielo hanno consentito, sia per ignoranza che per viltà.

Speriamo che alle parole seguano i fatti e che la Grecia riscatti la propria sovranità punendo gli aguzzini che da anni la vessano con sofferenze dal costo umano indicibile. Nessuna delle riforme imposte al Paese ha migliorato in alcun modo la situazione ed anzi i conti pubblici sono oggi enormemente peggiori di quanto la Troika iniziò a dispensare i suoi consigli, tutti deliberatamente contrari agli interessi nazionali del paese.

La stessa cosa mi auguro succeda al più presto in Italia. Spesso me la prendo con la Magistratura, ma è chiaro che anche le forze dell’ordine italiane potrebbero (dovrebbero) arrestare immediatamente e senza nessuna previa autorizzazione tutti coloro che hanno attentato e stanno attentando alla nostra sovranità. Il codice penale parla chiaro, i delitti contro la personalità dello Stato esistono e sono puniti con severità. Anzi a dirla tutta il nostro codice di procedura penale, all’art. 380 c.p.p. prevede espressamente l’obbligo di arrestare in flagranza di reato per coloro che commettono delitti contro la personalità dello Stato, qualora la pena minima sia non inferiore a cinque anni e la massima a dieci. Sia l’art. 241 c.p. che il 243 c.p. prevedono pene, nel minimo, non inferiori rispettivamente a dodici e ai dieci anni. Pacifico dunque che chi ci impone ed invoca le cessioni di sovranità, dunque tutte le più alte cariche dello Stato, dovrebbero essere immediatamente tratte in arresto dalle nostre forze dell’ordine.

Trattasi di un’evidenza giuridica di una semplicità disarmante, eppure nulla si muove… Sono tanto timorosi che neppure denunciano me, cosa che dovrebbe essere fatta se ciò che da anni affermo pubblicamente fosse falso…

Avv. Marco Mori, blogger di scenarieconomici.it ed autore del libro “Il tramonto della democrazia – analisi giuridica della genesi di una dittatura europea” .

Politica: a confonderci è anche l’uso dell’inglese



Politica: a confonderci è anche l’uso dell’inglese

La lingua inglese sempre più in uso nel mondo della politica, quanto è vicina al cittadino?
Negli ultimi anni moltissimi termini di origine anglosassone sono diventati per noi di uso comune, riempiono telegiornali e quotidiani.

Facciamo alcuni esempi: antitrust, bipartisan, devolution, exit poll, impeachment, welfare, gap, leadership, switch, spending review, spread, jobs act, stepchild adoption, ecc....

Perché usiamo termini Inglesi?

Di per se i discorsi politici e il «politichese» da sempre hanno teso più a confondere che ad esplicare. Usare termini troppo complessi o in una lingua non compresa da tutti può confondere ancor di più e se tutto ciò spesso è accompagnato da discorsi vuoti e sgrammaticati, la confusione è totale.
Usare un linguaggio chiaro, preciso, comprensibile a tutti in modo da far comprendere il proprio pensiero, idee e obiettivi, sarebbe auspicabile.

Dunque la domanda è questa siamo noi che siamo troppo esterofili "sudditanza psicologica per ciò che è straniero" o gli spagnoli sono troppo "patriottici?"

In Spagna non esistono parole inglesi, non dicono nemmeno un banale "ok" traducono tutto addirittura hot dog si dice "perrito caliente" (NdT perro=cane) e non lasciano un titolo di un film in inglese.....

se penso poi che in italia si usano parole inglesi anche quando si potrebbe esprimere lo stesso concetto con parole italiane (che sarebbe oltretutto molto più chiaro alla gente soprattutto anziana.....)

Ma non finisce qui, per esempio, in spagna ci sono parole che a causa del copyright devono per forza essere dette o scritte in inglese..... bhe gli spagnoli nn si arrendono e conducono fieri la loro crociata contro inglesismi e americanismi semplicemente pronunciando la parola in spagnolo.....

allora mi chiedo... perchè noi cerchiamo di pronunciare bene le parole in inglese.... e ridiamo di chi le pronuncia male... 
perchè usiamo parole inglesi (question times) quando si potrebbero usare parole italiane(l'ora delle domande)?

Enzo Vincenzo Sciarra

Equitalia, in 15 anni cartelle false per 217 miliardi di euro


Si è sempre parlato di "cartelle pazze", a proposito di quelle di Equitalia. Per l'ammontare folle, seppur corretto, o perché errato. Ma dalla relazione che l'ad di Equitalia Ernesto Maria Ruffini ha svolto dinnanzi alla commissione Bilancio del Senato, spunta una categoria inedita di cartelle: quelle "inventate".

Perchè Ruffini, come riporta il quotidiano "Il Giornale", ha fornito ieri un dato a dir poco agghiacciante dicendo che il 20,5% dei 1.058 miliardi di crediti affidati negli ultimi 15 anni all'ente di riscossione, pari a quasi 217 miliardi, sono inesigibili perché i destinatari non li dovevano pagare. Insomma, secondo quanto lo stesso ad riporta, una volta su 5 che il Fisco bussa alla porta dei contribuenti, lo fa senza alcun motivo fondato. E fa marcia indietro solo quando i tartassati ricorrono alle carte bollate. Se invece pagano, amen.

Di quei 216,89 miliardi di euro di richieste indebite, ha spiegato ancora l'ad di Equitalia, la maggior parte (175 miliardi) proviene e dall'Agenzia delle Entrate, mentre il resto si divide tra Inps (23,3 miliardi), Inail (10 miliardi) e altre amministrazioni pubbliche (7,4 miliardi).

Libero - Quotidiano.it

12 febbraio 2016

Assad marcia su Aleppo, Obama a Monaco chiede il cessate il fuoco

Assad marcia su Aleppo, Obama a Monaco chiede il cessate il fuoco
C’è speranza e soddisfazione dopo il meeting diMonacosulla crisi siriana, il segretario di stato americanoJohn Kerry parla di progressi che cambieranno la vita dei siriani in meglio e di “un risultato”, raggiunto, ” oggi a Monaco. Su tutti e due i fronti, le ostilità e gli aiuti. E questi progressi hanno il potenziale di cambiare la vita quotidiana dei siriani”. La maratona diplomatica si è conclusa a notte fonda e ha deliberato infine sulla partenza immediata di aiuti umanitari per le città ancora occupate dai terroristi e in procinto di essere liberate dall’esercito siriano e un cessate il fuoco da disegnare “entro i prossimi sette giorni”.

Questa accelerazione sulla strada del dialogo, fortemente richiesta dalla amministrazione americana e da Obama stesso, arriva a ridosso di due annunci importanti sullo scacchiere siriano, il primo è la dichiarazione, supportata dalle vittorie sul campo, che l’esercito siriano è pronto amarciare su Aleppo per strapparla dalle mani dei terroristi che la occupano tenendo in ostaggio la popolazione, e il secondo è quello fatto da Turchia e Arabia Sauditache prospettava l’apertura di un periodo di “esercitazioni militari” che hanno immediatamente palesato una volontà, dei due paesi sponsor dei ribelli siriani, di voler, anzi dover ormai, intervenire apertamente sul campo per provare a ribaltare le sorti delle loro pedine islamiste sempre più nell’angolo.


Dalla Siria arriva però il segnale dellarisolutezza e sul tavolo delle trattative fanno sapere da Damasco non ci sarà né lo smembramento del paese né tantomeno la poltrona, o la testa visti i precedenti, del presidente Assad.

A ciò si aggiunge che l’opzione del “cessate il fuoco” su cui, già da tempo i siriani hanno cominciato ad operare non prevederà trattative con Isis e Fronte Al Nusra, cioè con il Califfato e con Al qaeda.

Su questi punti a Monaco è risuonato il “Niet” di Lavrov che fa capire come anche per il Cremlino l’agenda Siria, se è vero che dovrà prima o poi arrivare a una pacificazione, non potrà lasciare come attori della pace futura le “multinazionali del terrore” che oggi si contendono la leadership della “rivolta”.

L’Europa, Merkel in primis, però accusa la Russia di Putin di colpire sopratutto le formazioni “moderate” supportate, a questo punto “apertamente” dall’Unione Europea, che invece vedrebbe di buon occhio una transizione del presidente Assad in favore dei “partigiani”siriani democratici, che però fino ad oggi si sono preoccupati più di coltivare un rapporto con il Califfo che di formulare reali proposte politiche per il futuro della Siria.


Anche l’opposizione siriana non parteciperà alnegoziato di Ginevracon il governo di Damasco e se si dice soddisfatta per il risultato di Monaco, rifiuta di incontrare le legittime istituzioni siriane e se l’intesa non sarà attuata pienamente.

Paradossalmente gli intrecci e gli accordi tra il vasto e frammentato fronte “ribelle”, che in un primo momento avevano rappresentato la forza delle formazioni combattenti, ora le vincola l’una alle altre e ognuna con i propri partner internazionali facendo entrare in conflitto le agende di ognuno sbilanciate in un ventaglio di ipotesi ampissimo, che va dall’intransigenza saudita e dell’Isis che vorrebbe una guerra totale in Siria e Iraq, ai più miti consigli che arrivano da Usa e Stati Europei che invece spingono per una transizione morbida.

Chi in questi quattro anni di guerra si è schiarito le idee è lo Stato siriano, che ripresosi dall’iniziale smarrimento e uscito dall’isolamento internazionale grazie al preziosissimo appoggio di Iran e Russia, ora può strappare intere regioni alle forze terroristiche. Aleppo ne è la dimostrazione ed un simile impegno internazionale a una settimana dalla presa della città da parte Sirio-Russa, potrebbe anche significare che proprio ad Aleppo, le avanguardie Siriane potrebbero, una volta entrate, imbattersi in elementi estranei al conflitto tipo consiglieri militari turchi o contractor occidentali che getterebbero “Obama and Friends” nell’imbarazzo più totale.

Mentre a Monaco si parla della Siria e a Ginevra le opposizioni non sanno chi mandare a rappresentarle al tavolo della pace, il popolo siriano riconquista il suo futuro metro per metro, casa 

per casa, città dopo città.


Viaggiando sulle strade siriane, dove ora corrono i convogli militari, si capisce chiaramente cosa voglia il Paese, cosa vogliono i cittadini siriani: vogliono vedere l’esercito dellaRepubblicaentrare in ogni città occupata, vogliono iltricoloresiriano sui tetti dei palazzi, ormai ischeletriti dalle bombe, vogliono le loro chiese, le loro moschee, i loro cari liberi dalla morsa del terrorismo.

Vogliono la loro Nazione libera e forte come un tempo, e sopratutto vogliono Assad a garantire tutto questo.

Alberto Palladino

Fonte: Il Primato Nazionale

PARLAMENTARE TEDESCA VEDE I TESTI DEL TTIP: “SA DI TOTALITARISMO”



Dopo le crescenti proteste sul TTIP è stato concesso ai membri del Parlamento nazionale tedesco di poter vedere i testi, previa richiesta e registrazione. Sputnik riporta l’esperienza di Katja Kipping, deputata tedesca di Die Linke, già molto critica sul trattato. I documenti, che vengono tenuti nella massima riservatezza dalle istituzioni europee e americane che li stanno stilando, sono resi accessibili con estreme limitazioni solo ai parlamentari (ma di fatto a condizioni che rendono impossibile una loro discussione in Parlamento). Dopo la ratifica varranno al di sopra della legge degli Stati, e il loro impatto sulle nostre condizioni di vita e di lavoro, e sugli standard ambientali, semplicemente non è prevedibile — perché non sappiamo nulla, il linguaggio in cui i testi sono scritti è poco decifrabile, e comunque ai parlamentari che li leggono è imposta la condizione di non divulgarne alcun dettaglio.
08 febbraio 2016
Dopo le preoccupazioni sorte per il controverso accordo commerciale tra UE e USA chiamato TTIP, a un ristretto numero di deputati del Parlamento Tedesco è stato permesso, con delle limitazioni, di accedere alle bozze dell’accordo nella sua forma attuale. Nonostante questa iniziativa, la parlamentare Katja Kipping ha manifestato forti preoccupazioni sulla trasparenza dell’accordo.
Sebbene alcuni abbiano apprezzato il fatto di poter accedere alla stanza di lettura dei testi del TTIP come una vittoria della trasparenza, Katja Kipping, del partito Die Linke, ha parlato delle tante limitazioni imposte ai parlamentari nel momento in cui questi cercano di capire quali siano gli aspetti più sottili dell’accordo.
Secondo i piani, annunciati dal vice-cancelliere tedesco Sigmar Gabriel, i parlamentari devono prima registrarsi per poter accedere alla stanza, e possono rimanere per solo due ore a leggere i documenti. I telefoni cellulari e qualsiasi altro dispositivo elettronico deve essere depositato in una cassetta di sicurezza.
I documenti del TTIP sono accessibili da un computer che non è connesso a Internet, e sebbene i parlamentari possano prendere degli appunti, non possono copiare parti dei testi e non possono condividere alcun dettaglio dell’accordo né in pubblico né in Parlamento.
La stessa procedura di registrazione per entrare nella stanza la dice lunga. Dopo essermi registrata mi sono state fornite le istruzioni su come avrei dovuto utilizzare la stanza“, scrive la Kipping in un resoconto su questa esperienza.
“La prima cosa che ho notato è che i termini e le condizioni erano già state oggetto di trattative tra la Commissione Europea e gli Stati Uniti. Fateci caso, il TTIP non è ancora formalmente ratificato, e già i singoli paesi coinvolti hanno perso il diritto di decidere chi possa leggere il testo e a quali condizioni”.
I parlamentari non possono richiedere assistenza di esperti
La Kipping ha anche preso le distanze da un regolamento per i parlamentari, che dichiarava che la concessione dell’accesso alla stanza dove si trovano i testi è un esempio di “eccezionale fiducia”.
“Ho sempre pensato che i parlamentari eletti abbiano diritto all’informazione. Eppure i negoziatori del TTIP (chi mai gli ha dato legittimità?) si comportano come se ci stessero CONCEDENDO l’accesso ai testi solo per il loro buon cuore. L’accesso come segno di eccezionale fiducia. Chiunque l’abbia scritto — pensano davvero che un parlamentare debba sentirsi lusingato? Per me ha solo il sapore del totalitarismo. ‘Permettere l’accesso’ e ‘estendere la fiducia’ non è il tipo di linguaggio che usi se credi davvero nella democrazia’”.
Per rendere il trattato ancora ancora più complesso da decifrare, dice la Kipping, ai parlamentari non è consentito portare con sé alcun esperto per interpretare il linguaggio tecnico usato nel testo, che peraltro è fornito solamente in Inglese”.
“Non ci viene consentito di portare con noi alcuno specialista, ad alcuna condizione di sicurezza, nella stanza di lettura. Così come per i cittadini comuni, che alla fine dovranno sopportare il peso maggiore del TTIP, anche gli specialisti non hanno alcuna possibilità di accedere a questi testi segreti. A casa mia questa non è trasparenza”, ha detto.
Kipping: Vedere i documenti non mi ha fatto cambiare idea
I sostenitori del TTIP dicono che i paesi membri riceveranno un grande impulso economico e avranno maggiore commercio, e le picche e medie imprese beneficeranno ampiamente del trattato, che mira ad abbattere le barriere commerciali tra USA e UE.
Tuttavia, sebbene le sia impedito di condividere ciò che ha letto, la Kipping dice di poter condividere ciò che NON ha letto, e afferma che “non c’è nulla che supporti nemmeno lontanamente” le affermazioni dei sostenitori.
Ha scritto:
Le due ore che ho passato nella stanza di lettura erano ovviamente insufficienti per leggere tutti i documenti. Eppure, dopo, mi sono resa conto che nulla di ciò che ho letto mi avrebbe potuto far ripensare le mie critiche iniziali sul TTIP.
“È già di per sé rivelatorio che il Ministero per gli Affari Economici adotti tutte queste misure per impedire che il testo del TTIP venga divulgato.
“E hanno ogni ragione per farlo. Chiunque voglia entrare in questi negoziati avendo in mente di migliorare la protezione dell’ambiente, dei consumatori, e le condizioni di lavoro, non avrebbe alcuna paura della trasparenza.
“Chi invece è attivamente impegnato a svendere la democrazia, è ovvio che non voglia finire sotto esame da parte dell’opinione pubblica. Se Sigmar Gabriel e i negoziatori sono davvero convinti dei benefici del TTIP, perché non rendono il testo pubblicamente disponibile su Internet?”

DIETRO LE COCCOLE USA CI SONO GLI ORDINI PER LA LIBIA

DIETRO LE COCCOLE USA CI SONO GLI ORDINI PER LA LIBIA

- di Giampiero Venturi -
I rapporti tra USA e Italia viaggiano col pilota automatico. Mai come ora abbiamo assistito ad uno scambio silente, che trasforma le decisioni politiche nazionali in ratifica di scelte strategiche superiori.
La visita del Presidente della Repubblica a Washington segue il recente passaggio del Presidente del Consiglio e il giro con tappa a Roma del Segretario di Stato Kerry. Due i dati in rilievo: il forte attivismo USA nella sempre più abulica Europa; l’adesione italiana alla politica estera degli Stati Uniti senza dibattito.
Riguardo alla prima evidenza, è recente la notizia del prossimo investimento di 3,4 miliardi di dollari per “fortificare” l’Europa (articolo). Il dato segue le evoluzioni geopolitiche del Mediterraneo e del Vecchio Continente dagli inizi del secondo decennio del nuovo secolo: nel 2011 si accendono le crisi in Libia e Siria; nel 2014 esplode quella in Ucraina.
L’interventismo politico americano, prima ancora di quello militare, ha avuto un’accelerazione in Europa proprio in concomitanza delle nuove aree di crisi.
Ma proprio in virtù dei rovesci diplomatici avuti in Medio Oriente (articolo) a partire dal 2013 la pressione per evitare ulteriori passi falsi è aumentata. Soprattutto nell’anno delle elezioni presidenziali, periodo in cui storicamente non vengono mai prese decisioni capitali, Washington non può fare a meno di rivolgersi agli amici. Gli USA in Europa possono contare in particolare su tre assi inossidabili:
  • la Gran Bretagna con cui condivide le scelte politiche;
  • i Paesi baltici di cui cavalca i sentimenti antirussi;
  • l’Italia, portaerei naturale nel Mediterraneo.
Data per default l’intesa con Londra, a partire dagli anni ’90 tra le frecce all’arco degli USA ci sono i Paesi dell’Est. Alle pericolose interazioni con Kiev, si somma il rapporto privilegiato con Lituania, Lettonia ed Estonia, divenuti membri NATO: alimentate da una rivalsa storica contro gli ex invasori, le pedine baltiche sono la spina nel fianco nord di Mosca. Era dai tempi della Guerra fredda che non si registravano attività militari aeree e navali nel triangolo tra San Pietroburgo, Kaliningrad e Golfo di Botnia come quelle del biennio 2013-2015.
Ad Est fa discorso a sé la Polonia (articolo), che pur membro fiero della NATO (unico Paese europeo insieme alla Gran Bretagna a invadere l’Iraq nelle prime fasi del 2003) è in questo momento in bilico fra la sindrome antirussa e l’ultranazionalismo euroamerico-scettico.
Discorso a parte vale anche per l’Ungheria, che ha stemperato la disponibilità illimitate pro NATO degli anni ’90 (il suo spazio aereo fu usato per le operazioni in Jugoslavia), col flirt Orban-Putin.
Il fronte latino garantisce invece agli USA la pedissequa fedeltà italiana, resa esclusiva anche per mancanza di concorrenti. All’asse Washington-Parigi sulla crisi siriana, fanno da contrappeso infatti un elettorato francese tradizionalmente scettico sulla NATO e la forte candidatura del FNalle presidenziali del 2017. La Francia tra il 1966 e il 2009 è rimasta fuori dal comando dell’Alleanza (la sede non a caso fu spostata a Bruxelles dall’originale Parigi) proprio per rispolverare l’idea digrandeur, incompatibile con ogni american dream. A questo proposito il rifiuto di Chirac di partire per l’Iraq nel 2003 è stato uno schiaffo a malapena compensato dalla nuova deferenza atlantica di Sarkozy.
L’Italia, a prescindere dai colori dei governi in carica, è l’unico Paese invece che non ha mai dirazzato dalle linee della sua soggezione geopolitica, nemmeno attraverso elementari forme di dibattito. Casi Mattei e Sigonella a parte, i margini di Roma non hanno quasi mai riguardato la legittimità o il merito di un impegno ma solo la sua intensità.
La tendenza si è rafforzata paradossalmente dagli anni ’90, quando col crollo del Blocco sovietico, si sarebbero dovuti aprire degli spazi per una politica estera più autonoma.
L’Italia ha invece rispolverato un “interventismo su chiamata” inanellando partecipazioni più o meno dirette: Deny Flight e Deliberate Force in Bosnia tra il ’93 e il ‘95; Allied Force nel 1999, nel primo ruolo offensivo della NATO contro uno Stato sovrano; Enduring freedom diventata poiISAF nel 2001 in Afghanistan; la Coalizione dei Volenterosidi Bush per la campagna irachena del 2003; Odyssey Dawn nel 2011 in Libia.
E proprio la Libia torna a far parlare di sé tra Farnesina e via XX Settembre. Oggi in sordina, con ogni certezza con più vigore ad aprile, quando le carte USA per un intervento militare saranno pronte…
Il ritardo è dovuto alla falsa partenza del governo di unità nazionale che ha lasciato i due blocchi di Tobruk e Tripoli sostanzialmente sulle posizioni iniziali.
Una volta identificata una capitale e un governo credibile facenti funzioni teoriche di sovranità, all’Italia toccherà il ruolo di messa in sicurezza delle aree intorno alle sedi istituzionali. Sul modello della Zona Verde di Baghdad, l’Italia garantirà lo status quo, guardandosi bene dal chiamarla guerra.
In attesa delle presidenziali USA e di quelle francesi pochi mesi dopo, rimaniamo in fervida attesa di nuove disposizioni. 
Fonte: Difesa Online

Normale o arcobaleno, la famiglia riceve solo l’1% del Pil

Normale o arcobaleno, la famiglia riceve solo l’1% del Pil

Mai come in questi giorni si parla di famiglia. Dal palco dell’Ariston all’aula di Palazzo Madama. C’è chi la preferisce eterosessuale, chi la vuole arcobaleno. Sembra di essere in pizzeria, arriva il cameriere con il block notes e ognuno sceglie dal menù la sua preferita: margherita, capricciosa, etc. Infatti, in questi giorni l’Italia ha scoperto che esistono migliaia di famiglie omosessuali con tanto di prole. Le famiglie arcobaleno chiedono di essere equiparate a quelle tradizionali. Come negare loro questo diritto? Menomale che c’è il disegno di legge dellaCirinnà che cancellerà per sempre questa discriminazione.  Finalmente, quindi, con lastepchild adoption (adozione del figliastro) le famigliemonosessuate godranno degli stessi diritti di quelle delMulino Bianco. Bisognerebbe, però, chiedere ai genitori omosessuali se sono proprio sicuri di aver fatto un affare. Pare proprio di no.
Infatti, martedì scorso il Centro Studi “ImpresaLavoro”, ha rilevato che: L’Italia investe appena l’1,03% del proprio Prodotto interno lordo nella spesa pubblica a favore di “famiglie e bambini”. Meno di Portogallo, Malta e Cipro; meno della metà di Ungheria, Austria e Bulgaria; meno di un terzo di Norvegia e Finlandia; un quinto rispetto alla Danimarca”Questa ricerca ha analizzato quella parte di spesa pubblica destinata a protezione sociale a favore delle famiglie con figlia carico. Osservando il totale della spesa di ogni singolo Paese in percentuale al Pil, il Paese del Tengo famiglia si piazza in ventiquattresima posizione, peggio di noi solo Svizzera Spagna e Grecia. Le altre nazioni europee spendono qualche euro in più. Per esempio: Germania (1,55%), Regno Unito (1,65%) e Francia (2,50%). Molto distanti, infine, i paesi scandinavi: Svezia (2,54%), Norvegia (3,32%), Finlandia (3,34%) e Danimarca (5,00%)”.
I risultati di queste scellerate scelte politiche sono state evidenziate anche da numerose statistiche. Su questo sito, il cinque febbraio scorso, Francesco Carlesi faceva notare che il Sole 24 Ore si è accorto della grande crisi demografica che affligge il nostro Paese”. Il quotidiano di Confindustria sottolineava, infatti, che: “La curva demografica del 2015 ci lascia una bruttissima eredità. Le nascite, per la prima volta dopo il 1918 sono scese sotto la soglia psicologica delle 500mila unità”. Carlesi inoltre citando uno studio del professor Alfonso Giordano notava come se “la natalità della nostra nazione, se continuasse al ridicolo ritmo attuale il risultato sarà l’estinguersi vero e proprio degli italiani nell’arco di soli 120 anni”.  
Se questi dati non bastano, ne possiamo aggiungere altri. Nel 2014 la speranza di vita o vita media degli italiani è aumentata di cinque mesi. Un aumento abnorme, perfino eccessivo, che arriva a seguito di una sequela ininterrotta di aumenti che hanno portato negli ultimi quaranta anni gli italiani a guadagnare dieci anni di vita e a raggiungere una vita media che sfiora gli ottantatre anni, praticamente dei record mondiali. Il tutto mentre i nati passavano dai quasi 900mila di allora ai neppure 500mila di oggi, quando peraltro gli abitanti sono quasi sette milioni di più. Due dinamiche a tal punto squilibrate da portare a un invecchiamento insopportabile della popolazione (l’Italia ha un indice di invecchiamento che è di oltre il 50 per cento più alto di quello dell’Unione europea, che è a sua volta l’area a più alto invecchiamento del mondo).
Vediamo ora però come il governo Renzi ha pensato di aiutare le famiglie con figli. Tre provvedimenti su tutti analizziamoli in dettaglio. Partiamo dal Bonus Bebè. Tutte le mamme che partoriranno nel 2016, godranno di questo contributo. Vediamo come funziona. Se hai un reddito ISEE sotto i 7.000 euro (annui) per ottenere l’importo massimo di 160 euro al mese fino al terzo anno di vita del bambino oppure ISEE compreso tra 7.000 e 25.000 per ottenere 80 euro. Ma, considerando il numero dei figli che fanno gli italiani e gli stranieri in Italia chi trarrà maggior beneficio da questa paghetta?
Passiamo, poi, al secondo provvedimento: l’istituto della maternità INPS. Per chi non lo sapessela durata della maternità è di cinque mesi a cavallo della nascita del pargolo ed eroga l’80% dello stipendio. Ma, grazie a Renzi avremo anche l’astensione facoltativa: dieci mesi di astensione dal lavoro entro l’ottavo anno di vita del bambino ma con stipendio ridotto al solo 30%. Tutto questo mentre gli asili nido pubblici fanno un orario ridicolo dalle otto alle sedici, rimanendo aperti solo otto mesi l’anno. Ma, i conti non tornano per chi deve conciliare lavoro e famiglia. A meno che non si ricorra alle baby sitter. Da oggi per merito del premier, le madri che non hanno mai richiesto l’astensione facoltativa possono avere il voucher baby sitter. Ma, ancora non si è capito quanto il governo è disposto a spendere.
Ma, in fondo il vero sogno dei progressisti sarà quello di colmare il deficit demografico con i migranti. I migranti si accontentano di bonus e voucher. Non hanno tante pretese come gli italiani. La grande sostituzione, dunque, inizia dalle culle.
Salvatore Recupero

«Stepchild adoption? Fermatevi e riflettiamo». In campo filosofi, sociologi, psicologi e medici.

«Stepchild adoption? Fermatevi e riflettiamo».  In campo filosofi, sociologi, psicologi e medici.

«Con ragione oltre gli steccati». E il titolo del manifesto sottoscritto da un gruppo di professionisti competenti in ambito antropologico – pedagogisti, giuristi, psicologi, filosofi, sociologi, medici, avvocati – in cui si chiede alla politica di fermarsi a riflettere, di non dare il via libera a leggi «non adeguatamente esaminate nei loro fondamenti antropologici, né condivise culturalmente da un’ampia rappresentanza del popolo italiano».
Una scelta, che spiegano i firmatari, rischia di tradursi in un tradimento della sovranità popolare e del criterio democratico. Quattro le ragioni messe in fila nel documento che hanno convinto i primi firmatari del manifesto – una trentina, elencati qui a fianco – ad uscire allo scoperto. Ragioni che, pur nel rispetto dei «rispettivi convincimenti religiosi, politici e assiologici», si rifanno anche ai contenuti emersi durante la manifestazione del 30 gennaio scorso al Circo Massimo.
Innanzi tutto la priorità «del nucleo famigliare madre-padre-figli rispetto a una visione atomistica in cui si viene di fatto ridotti a individui, a “consumatori dotati di diritti” fruibili in base alle leggi del mercato».
Altrettanto rilevante l’esigenza di riabilitare l’evidenza, oggi oscurata, «che è innanzi tutto nella rete bio-psico relazionale inter e intrafamigliare che si sviluppa la persona umana».
Terzo punto, quello che sottolinea «il valore del corpo e della persona umana, che non possono mai venir ridotti a oggetto di mercificazione».
E infine «il rifiuto di una concezione che considera gameti, organi e il corpo delle donne come “cose”, beni giuridici disponibili e “mezzi” utilizzabili a fini riproduttivi».
Punti fermi che rappresentano altrettanti no alla cultura dominante del cosiddetto gender mainstreaming(corrente di impronta gender) ma che non nascono a caso. A parere dei firmatari del manifesto sono ragioni che hanno alla base «forti evidenze biologiche, psicologiche, pedagogiche, sociologiche e giuridiche, in quanto esistono uomini e donne, non “generi”, né sfumature arcobaleno di ontologie variabili – si legge nel documento – suscettibili di decostruzione e arbitraria ricostruzione meramente “culturali” o comunque arbitrarie».
I motivi per cui le teorie gender dovrebbero essere lasciate ai margini della vita sociale e culturale sono ben note ma, secondo gli esperti che hanno sottoscritto il testo, la politica sembra averle dimenticate. «Rispetto alla identità della persona, la visione gender – interpretazione antropologica di stampo socio-politico, pseudoscientifica ed antiecologica – privilegia arbitrariamente la preponderanza dei fattori culturali (governabili dal più forte), aprendo la strada a una dittatura del pensiero su base egemonica governata dalla tecnoscienza e dai gestori del potere massmediatico».
«Questioni che – osserva Giancarlo Rovati, docente di sociologia, tra i firmatari del manifesto – hanno un’oggettiva valenza antropologica e culturale che la politica dovrebbe prendere in considerazione». Altrettanto rilevante la necessità di confrontarsi al di là dei rispettivi convincimenti. «Vogliamo aprire un dialogo sereno anche con chi queste ragioni non le valuta o non le considera importanti. E intendiamo allo stesso tempo – prosegue il sociologo – aprire un spiraglio nel dibattito pubblico affinché le ragioni degli altri siano prese in considerazione».
Al centro del dibattito l’esigenza di una riflessione sull’adozione omosessuale che, a parere dei firmatari del manifesto, non è stata ancora affrontato in modo sereno. «Mi sembra corretto che la politica si chieda se è proprio la stessa cosa per un bambino avere un papà uomo e una mamma donna, oppure due papà o due mamme dello stesso sesso».
L’accenno alla manifestazione del 30 gennaio non vuol essere poi una mitizzazione della piazza ma il riconoscimento che – è sempre Rovati a metterlo in luce – nella società dell’immagine servono eventi di piazza per suscitare interrogativi, per alimentare l’interesse per ragioni che, in caso contrario, rischierebbero di rimanere senza voce.
Luciano Moia
​Ecco i firmatari
Ecco i primi trenta firmatari del manifesto “Con ragione oltre gli steccati”. È possibile aderire all’iniziativa sul sito   http://www.citizengo.org/it/fm/32917-con-ragione-oltre-gli-steccati :
  • Giovanna Arminio, avvocato,
  • Chiara Atzori medico infettivologo
  • Alessandro Benigni, docente di Filosofia
  • Monica Boccardi avvocato
  • Laura Boccenti, filosofa
  • Paola Bonzi
  • Lorenzo Borrè, avvocato
  • Belinda Bruni
  • Tonino Cantelmi, psichiatra
  • Samuele Cognigni psicologo
  • Serena Del Zoppo medico ginecologo
  • Mariella Ferrante, insegnante
  • Silvio Fontanini, neuropsichiatra infantile
  • Luisa Fressoia  pedagogista
  • Michael Galster
  • Giuliano Guzzo sociologo
  • Gilberto Gobbi psicologo
  • Massimo Introvigne, sociologo
  • Gianluca Marletta, antropologo
  • Nicola Natale, medico ginecologo
  • Giuseppe Noia, ginecologo
  • Maristella Paiar avvocato
  • Enzo Pennetta, biologo e dottore in farmacia
  • Piercarlo Peroni, avvocato
  • Furio Pesci , pedagogista
  • Giancarlo Ricci, psicoterapeuta, saggista
  • Giovanna Rossi sociologa
  • Giancarlo Rovati, sociologo
  • Paolo Scapellato, psicologo
  • Paolo Sorbi, sociologo
  • Piero Viotto pedagogista

DOPO IL BAIL IN SULLE BANCHE ECCO IL BAIL IN SUGLI STATI

DOPO IL BAIL IN SULLE BANCHE ECCO IL BAIL IN SUGLI STATI

In questi giorni non ho avuto molto tempo per aggiornare il blog e mi era sfuggito un articolo di Federico Fubini su Il Corriere delle Sera. E’ un articolo assai interessante, per diverse ragioni. In questi anni il blog ha cercato di tracciare una linea cronologica (e logica) degli eventi accaduti e di quelli che sarebbero potuti accadere, cercando di anticipare qualche tendenza che, purtroppo, si è già realizzata (il fallimento delle banche); mentre altre  rischiano di concretizzarsi presto (il fallimento dello stato, e altro).
Due anni fa, all’inizio del 2013, sono stato tra primi a scrivere a proposito dell’applicazione delle clausole di azione collettiva ai titoli di stato di nuova emissione.
Leggi: L’Italia può fallire: ora anche per legge 
Un anno fa, mentre molti commentatori esultavano (incautamente) a proposito della ripresa economica (quale?) io producevo questa analisi nella quale scrivevo:
…la favorevole congiuntura internazionale degli ultimi anni ha offerto un prezioso contributo alle esportazioni, consentendo all’Italia di non precipitare del tutto. In una economia, come quella italiana, che cresce solo se al traino di altre economie (e sotto questo aspetto, la posizione di vulnerabilità dell’Italia si è ulteriormente aggravata) la domanda esterna  costituisce elemento cruciale che,  soprattutto negli ultimi anni, ha consentito di colmare almeno in parte la caduta dei consumi e degli investimenti privati.Ma questa medaglia, come tutte le altre, ha anche il suo rovescio. Ossia, che l’eventuale rallentamento dell’attività economica estera (sopratutto se forte) rischierebbe imprimere un duro colpo all’Italia, stante la posizione di estrema fragilità che si protrarrà ancora per un lungo periodo di tempo. 
Detta in altre parole, possiamo dire che le altre economie si trovano in una fase di ciclo economico assai più avanzata rispetto all’Italia. Non vi è dubbio che quando queste economie rallenteranno l’espansione o, peggio, precipiteranno in recessione, l’Italia sarà costretta a pagarne un prezzo altissimo per via della fragilità e per via del fatto che, quando accadrà, con ogni probabilità, si troverà ancora a farei conti con l’ultima crisi che è ben lontana dal considerarsi risolta. A quel punto, è assai difficile immaginare che l’Italia possa trovarsi nella condizione di arginare una forte riduzione dell’attività estera, magari per via di maggiori consumi interni o maggiori investimenti. 
La realtà è che l’Italia, da questa crisi, ha subito un durissimo colpo e una parte certamente non marginale del tessuto produttivo è andata distrutta. Il quale tessuto produttivo, per potersi rigenerare e ricreare, presuppone periodi temporali dilatati rispetto a quelli a disposizione dell’Italia e, soprattutto, presuppone che vengano rimossi tutti i fattori che ne hanno determinato la scomparsa e la distruzione. Non sembra che il quadro di riferimento abbia subito significativi cambiamenti, né che possa essere modificato nei tempi solleciti richiesti dalla gravità della situazione italiana.
In effetti, come già scritto un anno fa (riepilogato qui) all’orizzonte si stanno addensando molte nubi che potrebbero incidere in modo significativo sull’economia globale e, quindi, anche sull’Italia, la cui debolezza, oltre ad essere  cronica, è resa ancor più accentuata (e aggravata) dalle problematiche che affliggono una parte non marginale delsistema bancario
Quanto riportato nell’articolo di Fubini  suona assai inquietante, soprattutto dopo le parole scritte da Visco (Vincenzo, no Ignazio)  nelle colonne de Il Sole 24 Ore:
La pervicacia con cui il ministero delle Finanze tedesco e la Bundesbank continuano a portare avanti la loro linea incuranti delle macerie materiali e morali che essa ha provocato fa temere che in verità i gruppi dirigenti tedeschi (o una loro parte) abbiano già deciso di considerare chiusa l’esperienza dell’euro se non della stessa Unione
Da qui in poi l’articolo di Fubini, che vi prego di leggere con attenzione:
La crisi greca dell’estate scorsa non è passata senza conseguenze per il futuro dell’euro, ma soprattutto di Paesi con i segni particolari dell’Italia: alto debito pubblico, dipendenza quasi totale dalle banche, investimenti enorme di queste ultime proprio nei titoli di debito dello Stato.
L’inchiostro di Alexis Tsipras sulla sua resa a Bruxelles nel luglio scorso era ancora fresco, quando a Berlino si è riunito il Consiglio degli esperti economici. Volevano avanzare delle idee una vicenda del genere perché non si ripetesse mai più. In due settimane questo gruppo di cinque persone ha approvato un «rapporto speciale» di 53 pagine, con quattro voti a favore e uno contrario. In Italia non se n’è accorto nessuno. Pochi hanno prestato attenzione anche dodici giorni fa, quando Wolfgang Schäuble ha dato il suo appoggio a quel piano. Per il ministro delle Finanze tedesco non era necessario farlo, perché sta già facendo viaggiare molte di quelle proposte negli ingranaggi decisionali dell’area euro. Non importa se nel Paese che ne sentirebbe di più l’impatto — l’Italia — non se ne parla e il mondo politico fatica persino a capire di cosa si tratta. Non è una novità: era già distratto due anni fa quando approvò la direttiva europea sui salvataggi bancari che oggi, ormai in vigore, riscuote le proteste di tutti i partiti.
 
La proposta fatta propria da Schäuble estende gli stessi principi dalle banche agli Stati e al rapporto fra le prime e i secondi: in caso di crisi, prima di consentire qualunque salvataggio, pagano i creditori. Non devono più potersi aprire reti di sicurezza per i titoli di Stato senza il sacrificio dei risparmiatori e degli investitori, dunque le banche esposte sul debito pubblico del loro Paese sono tenute a regolarsi di conseguenza. Secondo Berlino occorre esporre governi alla piena disciplina del mercato, dato che quella del fiscal compact di fatto ha fallito.
 
Si legge nel rapporto dei saggi: «È necessaria un’applicazione coerente delle regole di insolvenza per gli Stati, in modo da ridurre i livelli di debito e rendere credibile la clausola che esclude i salvataggi» (inclusa nel trattato di Maastricht, ndr). È il corrispettivo per gli Stati delle norme già in vigore per le banche: sospensione del versamento di interessi e del rimborso dei titoli se un Paese chiede un salvataggio europeo. Ne consegue la richiesta tedesca sugli istituti di credito: «Va posta fine al privilegio concesso ai titoli pubblici nella regolazione bancaria», si legge nel rapporto.
 
Si tratta della parte del piano che più rapidamente sta facendo strada a Bruxelles. Il mese prossimo e in giugno due gruppi di lavoro dell’area euro presenteranno rapporti che precisano e declinano il progetto. Per le banche italiane, e il finanziamento del debito pubblico di Roma, l’impatto sarebbe profondo. Sul tavolo c’è l’ipotesi che gli investimenti fatti in titoli di Stato inizino a erodere il capitale delle banche non appena la loro esposizione in debito pubblico del loro Paese supera il 25% del patrimonio. In sostanza, visti gli oltre 400 miliardi di titoli del Tesoro di Roma detenuti, le banche italiane dovrebbero accantonare denaro contro eventuali perdite per circa il 70% del loro portafoglio di titoli di Stato. In alternativa, dovrebbero vendere buoni italiani e magari comprarne di più solidi, per esempio i tedeschi. La svolta sarebbe graduale, ma il mercato non può che anticiparne gli effetti con una stretta al credito.
 
Per l’economista Peter Bofinger, tutto questo significa sottrarre alle banche dell’Europa del Sud il pilastro sul quale si fonda qualunque istituto al mondo: dei titoli sicuri in bilancio, che non possono fallire. «Può essere dinamite per l’area euro», dice Bofinger. Ma l’unico esponente degli esperti tedeschi a votare contro il piano è stato proprio lui.

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