20 febbraio 2016

Il rapporto dell’intelligence russa sull’aiuto turco allo Stato islamico

Il rapporto dell’intelligence russa sull’aiuto turco allo Stato islamico

Il reclutamento di terroristi stranieri in Siria, il sostegno all’infiltrazione nel Paese e ai rifornimenti di armi ai gruppi terroristici che operano sul suo territorio.
Secondo quanto riferito, i rappresentanti dello Stato islamico dell’Iraq e Levante (SIIL) hanno creato una vasta rete ad Antalya con l’aiuto dei servizi speciali turchi, reclutando turcofoni dei Paesi dell’ex-Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche per coinvolgerli nel conflitto in Siria e inviarli possibilmente in Russia. Il gruppo di reclutatori è composto da: un cittadino del Kirghizistan di nome Abdullah; una persona dalla Repubblica di Adighezia, chiamato Azmet; una persona della Repubblica del Tatarstan, chiamata Elnar; un cittadino russo di nome Ilija; un cittadino azero chiamato Adil Aliev e qualcuno dal Karachaevo-Cherkessia, noto come Nizam, diretti da un cittadino russo di nome Ruslan Rastjamovitch Khajbullov (pseudonimi: Boris Abdul o il “Professore”), nato il 1° aprile 1978 nel Tatarstan. Quest’ultimo vive con la famiglia ad Antalya ed ha il permesso di soggiorno permanente in Turchia. Il reclutamento avviene in presenza dell’amministrazione penitenziaria. Se un detenuto accetta di convertirsi all’Islam e s’impegna nel terrorismo, i reclutatori promettono “un accordo” con le autorità delle forze dell’ordine turche e forniscono il patrocinio gratuito dell’avvocato turco Tahir Tosolar. Sultan Kekhursaev, ceceno con cittadinanza turca, ha visitato per lo stesso scopo i centri di detenzione che ospitano stranieri. Nel settembre 2015 un gruppo di combattenti dello SIIL di oltre un migliaio di uomini, provenienti da Paesi d’Europa e Asia centrale, fu inviato in Siria tramite il valico di frontiera di Alikaila (Gaziantep) dal territorio turco. Le vie utilizzate dai combattenti passavano il confine turco-siriano attraverso le città di Antakya, Reyhanli, Topaz, Sanliurfa e Hatay. Nel marzo 2014, il capo dell’Organizzazione dell’Intelligence Nazionale turca (MIT), H. Fidan, coordinava i movimenti di una grande unità dello SIIL guidata dal cittadino libico Mahdi al-Harati [1]. L’invio di combattenti libici in Siria avvenne via mare e fino al valico di frontiera di Barsai tra Turchia e Siria. Dalla fine di dicembre 2015, una via aerea è stata organizzata dai servizi speciali turchi per consentire ai combattenti dello SIIL di recarsi dalla Siria allo Yemen attraverso la Turchia, impiegando aerei militari turchi. Un altro mezzo utilizzato dai combattenti per viaggiare era il trasporto marittimo fino al porto yemenita di Aden. Cittadini russi che coltivano contatti con i rappresentanti dei servizi di sicurezza e di polizia del governo in diverse città turche, tra cui Istanbul, sono coinvolti nel reclutamento nelle madrase turche. Sappiamo che centri di cura e convalescenza nelle regioni turche vicine al confine con la Siria sono a disposizione dei combattenti feriti dello SIIL. Non meno di 700 combattenti furono curati a Gaziantep, nel 2014.
Secondo le informazioni disponibili, dal 2015 i servizi speciali turchi hanno fatto trasferire da Antalya a Iskisehir, nella comunità denominata “villaggio tartaro”, base di combattenti e complici del gruppo terroristico Jabhat al-Nusra, di elementi di etnia tatara delle repubbliche di Tatarstan, Bashkortostan e Mordovia. Alcuni con doppia nazionalità, russa e turca. Uno dei principali capi è Timur Maunirovich Bichurin, cittadino russo nato il 15 dicembre 1969 a Kazan, che aiuta i combattenti islamici in Siria dal gennaio 2014. Nel dicembre 2014, i servizi speciali turchi fecero insediare campi di immigrati clandestini in Turchia, in particolare nella provincia di Hatay, per organizzare l’addestramento e l’invio di bande di estremisti in Siria. Nel gennaio 2015, il MIT turco fu coinvolto in un’operazione per fondere tre milizie terroristiche, Osman GaziOmar bin Abdulaziz e Omar Muqtar, nel gruppo chiamato Liwa Sultan Abdulhamid, sotto il comando di Omar Abdullah. I membri di tale gruppo furono addestrati in un campo a Bayir-Buçak, in Turchia, sotto la direzione di istruttori delle forze d’intervento speciale dello Stato Maggiore dell’esercito turco e di personale del MIT. Le attività della Liwa Sultan Abdulhamid sono coordinate con i combattenti di Jabhat al-Nusra nel nord della provincia siriana di Lataqia. Si è stabilito che il 21 settembre 2015 nella città siriana di Tal Rifat, i rappresentanti dell’opposizione siriana addestrati nel campo situato in Turchia, a Kirsehir, consegnarono armi ai combattenti diJabhat al-Nusra. Secondo le informazioni disponibili, l’invio di armi ai gruppi terroristici che operano in Siria continua tramite le fondazioni Insan Hak ve Hurriyetleri ve Insani Yardim Vakfi (HHI) [2], Imkander [3] e Oncu Nesil Insani Yardim Dernegiche si trovano in Turchia.
I rifornimenti di armi, equipaggiamento militare e munizioni di vario tipo partono da Paesi stranieri e arrivano nel porto turco di Iskenderun. I rifornimenti e le armi vengono trasportati dalla provincia di Hatay (valico di frontiera di Oncupinar) ad Aleppo e Idlib, in Siria, su autoveicoli appartenenti alle fondazioni IHH e Imkander Oncu Nesil dalle seguenti targhe turche: 33 SU 317, 06 DY 7807, 33 SU 540, 33 SU 960, 42 GL 074 e 31 R 5487. In territorio siriano, armi e munizioni sono distribuite alle bande turcomanne e alle unità di Jabhat al-Nusra. Il 15 settembre 2014, i rappresentanti della fondazione IHH inviarono, via autoveicoli, armi e farmaci ai gruppi del SIIL dalla città turca di Bursa alla Siria attraverso il valico di frontiera di Ceylanpinar (quartiere di Reyhanli). Il convoglio fu scortato attraverso la Turchia da veicoli con personale del MIT.
Rete Voltaire, Mosca (Russia) 18 febbraio 2016
Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

SOVRANITA’ ALIMENTARE : QUANTO SA DI SALE IL CIBO ALTRUI.

SOVRANITA’ ALIMENTARE : QUANTO SA DI SALE IL CIBO ALTRUI.
- di Roberto Pecchioli –
E’ evidente a chiunque abbia occhi per vedere che il massimo problema del nostro tempo è la perdita di sovranità. Degli Stati, dei popoli, delle nazioni, persino dei singoli, schiacciati dall’immenso meccanismo di costruzione del consenso e di coazione al consumo. Banche, istituzioni finanziarie, organizzazioni transnazionali, multinazionali, L’ Unione Europea ci hanno strappato tutte le sovranità: quella politica, quella monetaria, militare, quella culturale e territoriale. Un’altra gravissima espropriazione di sovranità è stata realizzata negli ultimi decenni, con moto accelerato nel nuovo millennio.
Si tratta della sovranità alimentare dell’Italia, minacciata da una lunga serie di fattori il cui filo rosso è sempre il solito: la globalizzazione e l’imperio dei giganti multinazionali. Che un popolo debba avere di che nutrirsi è talmente evidente che non servono motivazioni, ma altrettanto indispensabile è che i beni primari- quelli alimentari e l’acqua- siano prodotti localmente , di qualità, con garanzia di salubrità, a prezzi accettabili , e distribuiti in maniera diffusa. Non è più così, ed il danno è drammatico. Siamo passati dal 92 per cento di autosufficienza alimentare del 2000 a meno del 75 per cento, ed il dato più grave è che la proprietà di fondi, terreni, allevamenti, marchi, reti distributive è sempre più concentrata in mani straniere.
Aggiungiamo la vergogna della progressiva privatizzazione dell’acqua e la minaccia del TTIP, Trattato Transatlantico, che devasterà in primis il mondo agricolo e l’industria di trasformazione, con ulteriore abbandono delle campagne, chiusura di decine di migliaia di imprese, rischi pesantissimi per la salute, invasione di organismi e sementi geneticamente modificati, pesticidi carissimi coperti da brevetti, distruzione di tipicità produttive, perdita di identità e cultura materiale.
Per questo, il pericolo va denunciato per recuperare e difendere la sovranità alimentare , da affrontare come emergenza nazionale.L’ultima impresa del governo che impropriamente chiamiamo italiano, al contrario, è stata quella di cedere alla chetichella alla Francia un tratto di mare assai pescoso , distruggendo in un minuto l’economia peschereccia del ponente ligure ed il suo indotto.
La sovranità alimentare implica il controllo necessario ad un popolo nell’ambito della produzione e del consumo degli alimenti. Le nazioni devono poter definire una propria politica agricola ed alimentare in base alle proprie necessità.L’Italia ha perso dagli anni Settanta cinque milioni di ettari coltivabili a causa dell’abbandono delle terre, del dissesto idrogeologico e della cementificazione. Intere aree dell’Italia sono da anni in via di spopolamento con i giovani in fuga verso le città e l’estero.
La superficie agricola utilizzata è diminuita del 30 per cento nello stesso periodo.L’Italia è il terzo Paese in Europa e ilquinto nel mondo per deficit di suolo. Per coprire il nostro fabbisogno alimentare mancano 61 milioni di ettari. Ogni giorno sono impermeabilizzati 100 ettari di terreno, 10 metri quadri al secondo.
Si privilegiano le Grandi Opere che di grande hanno solo le tangenti anziché avviare un piano di lungo termine per mettere fine al dissesto idrogeologico ed alla bonifica dei terreni avvelenati da scorie di ogni tipo. Una terra dei fuochi non certo limitata alla Campania !L’embargo alla Russia ha avuto un effetto devastante sull’esportazione di prodotti alimentari, e la perdita , nel solo settore agricolo, è stimata attorno ai 300 milioni a tutto il 2015.
La sovranità alimentare si può definire comeil diritto di tutti i popoli , nelle forme politiche concrete che ciascuno sceglie di darsi, di decidere il proprio modello di produzione, distribuzione e consumo degli alimenti. Un diritto che non nega gli scambi e le relazioni internazionali ma li definisce in un quadro di equità , distante dalle logiche di profitto immediato dell’industria agroalimentare e chimica globalizzata.
Dunque è il diritto di scegliere chi  e come deve produrre il proprio cibo, per chi ed a quali condizioni deve farlo e come può essere tutelato il consumo. Deve tornare ad essere vera quella splendida intuizione di Cicerone: “Piantare alberi per un’altra generazione”. Quale multinazionale accetterebbe infatti di “sprecare” terreni , ad esempio, per gli oliveti, che i padri hanno sempre piantato per i loro figli ?
Anche una parte assai rilevante della grande distribuzione – pensiamo a gruppi come Carrefour o Leclerc, è controllata da gruppi esteri, interessati a vendere prodotti a basso costo ed alto profitto provenienti dal mercato globale, espellendo dal mercato i nostri agricoltori.
Una filiera distrutta in nome del solito mercatismo, in nome del quale importiamo limoni, mele , pere e pomodori dal Sudamerica, che percorrono 18.000 chilometri prima di giungere in tavola. Il mare si inquina, si dragano golfi per costruire fondali sufficienti all’attracco di navi sempre più gigantesche, si trivellano pozzi di petrolio per riempirne i serbatoi, si contrattano febbrilmente noli , sempre più bassi per la crisi, per portarci prodotti che produciamo da secoli o millenni in grande quantità e di qualità migliore.
Nei decenni passati, la PAC (Politica Agricola Comune) europea ha impoverito l’allevamento italiano con tutte le produzioni relative ( carne, latte, formaggio) , favorendo Francia, Germania e Nord Europa: ricordiamo tutti la vicenda infinita delle quote latte, e degli allevamenti pagati per chiudere le stalle. La PAC ha anche costretto a vergognose distruzioni di agrumi, frutta e verdura di alta qualità, ed è questo un peccato che grida vendetta, con i tanti italiani poveri e le centinaia di milioni di affamati.
Vicende come quelle di Parmalat e Cirio sono ancora nella memoria di molti. Di seguito, citiamo un elenco , incompleto e parziale, di marchi, industrie , produzioni sparite o in mano a gruppi stranieri.
La Unilever, multinazionale anglo-olandese, è attualmente la quarta azienda del largo consumo in Italia con un giro d’affari di poco inferiore ai 2 miliardi. Possiede, tra l’altro, Algida, Sorbetteria Ranieri, Riso Flora, Bertolli e l’azienda di confetture Santa Rosa. La seconda multinazionale alimentare al mondo, la Kraft è proprietaria di diverse realtà italiane del settore lattiero-caseario: Fattorie Osella, Invernizzi, rivenduto nel 2003 alla francese Lactalis. Sono sue Negroni, Simmenthal, Gruppo Fini, Splendid, Saiwa.
Nestlé, gigante svizzero dalla fama sinistra, è proprietario di Perugina, Vismara, Sasso, Pezzullo, Berni, Italgel,Motta, Valle degli Orti, Surgela,la Cremeria, Maxicono, Marefresco, Nel settore bevande, sono targate Nestlé San Pellegrino ed i marchi Levissima, Panna, Recoaro, Pejo, San Bernardo. Francesi sono Bsn-Gervais-Danone e Lactalis con un numero enorme di marchi italiani , tra cui Galbani e Agnesi, il più antico pastificio d’Italia, che chiuderà, dopo un’agonia di anni alla fine del corrente anno.
La Sperlari, con Saila, Dietorelle, Dietor e Galatine, è controllata dall’olandese Leaf International BV, azienda leader del mercato dolciario. Il Riso Scotti è spagnolo ed il vino Chianti è ormai largamente in mani straniere, con il suo prezioso, irripetibile terroir ed il paesaggio frutto della sapienza di generazioni. La Birra Peroni, con Nastro Azzurro, è entrata a far parte del colosso sudafricano SABMiller , tra i più grandi produttori di birra al mondo. La Star, quella del doppio brodo e di marchi come Pummarò, Sogni d’Oro, Gran Ragù Star, Orzo Bimbo, Riso Chef, Mellin è stata acquisita dal gruppo Agrolimen.
La più grande ed antica società saccarifera italiana, Eridania, è oggi per metà della francese Cristalalco. La Norcineria Fiorucci è stata ceduta al gruppo spagnolo CampofrioFood, il vino Ruffino (Chianti ed altro) ha venduto le proprie quote all’americana Constellation Brands; il controllo del gruppo Gancia, storico marchio vinicolo dell’antica famiglia nobiliare piemontese di quel nome, è passato nelle mani della multinazionale Russa Russian Standard Corporation. L’elenco potrebbe continuare a lungo, purtroppo.
E’ la globalizzazione, bellezza !
Occorre lottare, destare coscienze, comprare testardamente le nostre cose, alimentare i mercatini tipici, gli acquisti collettivi, il cosiddetto km Zero, sostenere qualsiasiiniziativa concreta a favore della nostra agricoltura. E’ una battaglia per noi stessi, ideale , nazionale e popolare. Se è vero, come sosteneva Feuerbach, che l’uomo è ciò che mangia, siamo in pericolo: sovranità alimentare è vita.
“Quando l’ultimo albero sarà stato abbattuto, l’ultimo fiume avvelenato, l’ultimo pesce pescato, ci accorgeremo che non si potrà mangiare il denaro. La nostra terra vale più del denaro.” Questo disse agli invasori yankees il capo indiano Piede di Corvo.
ROBERTO PECCH

Gregoire, l’ex meccanico africano che libera i malati di mente dalle catene, si racconta alla Bbc


Da trentacinque anni Ahongbonon si occupa di persone emarginate perché sospettate di essere indemoniate. «Gesù Cristo è presente nella loro carne»

«Nel terzo millennio il fatto che possiamo trovare persone in catene e incatenate agli alberi è inaccettabile, tutto questo si deve fermare. E lo ripeterò ancora e ancora. Finché ci sarà anche solo un essere umano in catene allora l’intera umanità sarà in catene». Sono quasi trentacinque anni che Gregoire Ahongbonon passa le sue giornate a liberare letteralmente dai ceppi i malati di mente, che in alcuni paesi dell’Africa occidentale ancora oggi vengono emarginati e incatenati perché sospettati di essere indemoniati. La storia di questo ex meccanico libertino del Benin che è stato anche sull’orlo del suicidio prima di riconvertirsi al cristianesimo, e la cui fama è cresciuta di anno in anno insieme alla sua opera, è ora raccontata anche in un reportage della britannica Bbc.

IL PRIMO INCONTRO. Era il 1982 quando Gregoire, dopo essere piombato nella disperazione, fu invitato in pellegrinaggio in Terra Santa dove sentì una frase che gli sconvolse la vita: «Ogni cristiano deve posare una pietra per costruire la Chiesa». Di ritorno in patria l’uomo vide un malato di mente, emarginato per la sua condizione, vagare nudo per strada. Decise di prendersene cura e si rese conto che di gente così l’Africa era piena. Soprattutto il Benin, dove impera la superstizione voodoo. Scelse quindi di dedicare tutto il suo tempo alle persone affette da disturbi psichici e di girare l’Africa per raccoglierle dalle strade e liberarle dalle catene. A Bouaké, in Costa d’Avorio, avviò anche un gruppo di preghiera che decise di affiancarlo dando vita all’Associazione San Camillo de Lellis di Bouaké.

LA STORIA DI AIME. Oggi quell’associazione, racconta la Bbc, «ha più di una dozzina di centri in Costa d’Avorio, Benin, Togo e Burkina Faso» e «si occupa di centinaia di pazienti» a costi accessibili a tutti. In uno dei centri c’è Aime: «È appena uscito dalla sua stanza. Fa piccoli passi, le sue caviglie sono legate in ceppi d’acciaio». Aime ha 24 anni e «i suoi fratelli e sorelle maggiori hanno cercato di prendersene cura come potevano». Il ragazzo, però, non riusciva a dormire, urlava giorno e notte e la sua famiglia non poteva pagargli i trattamenti clinici. Le sue sorelle disperate lo avevano incatenato, ma dopo aver partecipato a una conferenza tenuta da Gregoire hanno chiesto aiuto all’uomo, che lo ha portato in una delle sue strutture: «I pazienti con problemi mentali sono considerati posseduti dal diavolo o vittime delle stregoneria», spiega Gregoire.

UN APPROCCIO UMANO. Il problema, che spesso precede la decisione di incatenare i malati mentali (condannati a rimanere in quella condizione anche per anni), è rappresentato dai cosiddetti guaritori che consultano le divinità per sapere se il paziente, per meritare quella “punizione”, abbia rotto o meno qualche taboo. Spiega Greogoire: «In Africa la percezione dei guaritori è che siano più efficienti dei medici nel trattare le malattie mentali. Ma io la vedo diversamente. Molti pazienti si rivolgono per prima cosa alle chiese e con i guaritori, e così, prima che arrivino a ricevere terapie appropriate, le loro condizioni fanno in tempo a deteriorarsi terribilmente». Non per questo, però, l’associazione di Gregoire si accontenta della psicoterapia. I centri della San Camillo infatti si avvalgono della collaborazione di specialisti europei che ogni tanto rimangono presso le strutture per due settimane, ma la priorità è nella preghiera e «nell’approccio umano combinato ai bassi costi». Infatti, a lavorare nei centri sono molti dei pazienti guariti, mentre in cambio di vitto e alloggio i parenti pagano solo i medicinali.

«LA MIA BATTAGLIA». «Aime è migliorato immediatamente. È tornato a dormire», riprende a raccontare la giornalista della Bbc. Anche Jidikael si è stabilizzato e ora torna al centro solo una volta al mese per i trattamenti: «Soffre ancora per alcuni effetti collaterali», ma «ha cominciato a fare pratica come sarto». Non tutte le persone prese in carico da Gregoire sono così fortunate però, perché, spiega «in alcuni casi la malattia è già cronica. Ma possiamo aiutarli a stabilizzarsi e a ritrovare la propria dignità. La mia battaglia è contro le catene». Una battaglia che coincide con quella pietra «che ogni cristiano deve posare per costruire la Chiesa».

UNA NUOVA CULTURA. Per Gregoire, come ha rivelato lui stesso lo scorso agosto in una intervista aTempi, quelle persone ridotte in catene e trattate peggio degli animali hanno un’importanza enorme, perché «Gesù Cristo è presente nella loro carne». Inutile chiedergli di trarre un bilancio della sua opera: «Finché ci sono malati incatenati a un albero o dentro a una capanna, io non posso fare un bilancio di vittoria. La mia vittoria fino ad oggi è trovarli e farmi aiutare da Lui per liberarli». E per questo ex meccanico folgorato da Dio l’opera di liberazione delle persone non si esaurisce nella cura dei disperati. Gregoire infatti si spende molto anche per diffondere in Africa una nuova cultura capace di accogliere e proteggere gli “ultimi”. Per questo, dice alla Bbc, «bisogna fare conferenze scientifiche, educare la gente, approfondire la catechesi». Perché «lo ripeterò ancora e ancora. Finché ci sarà anche solo un essere umano in catene allora l’intera umanità sarà in catene».

Fonte: Tempi

Il Califfo in Kosovo grazie a Usa (e Italia)


l’avventurismo yankee nei Balcani ci ha lasciato un altro regalo, il più gravido di conseguenze: ora, per i contraccolpi dell’aggressione alla Serbia del ‘99, gli uomini del Califfo li abbiamo sull’uscio di casa, mentre gli Usa se ne possono fregare perché c’è l’oceano di mezzo.

Adesso si scopre che in Kosovo (come in Bosnia e in Albania) c’è una forte presenza jihadista. Ma guarda, chi avrebbe mai potuto immaginarselo? Come sempre, come per l’Afghanistan, la Somalia, la Libia e l’Egitto, si dimentica il pregresso, lo si sottace pudicamente o, nella migliore delle ipotesi, si sorvola. Chi nel 1999, senza il consenso dell’Onu, anzi contro la sua volontà, aggredì la Serbia ortodossa guidata da Slobodan Milosevic? Gli americani. Che c’entravano gli americani? Niente. Si trattava di una questione interna allo Stato serbo, dove si trovavano a confronto due ragioni: quella dei kosovari albanesi che nei decenni precedenti erano diventati maggioranza e avevano creato un movimento indipendentista (peraltro foraggiato e armato dagli Usa e che, come ogni resistenza, non disdegnava l’us o del terrorismo) e quella della Serbia a mantenere l’inte – grità dei propri confini e un territorio storicamente suo da secoli.

Oltretutto il Kosovo, dopo la battaglia di Kosovo Polje del 1389, era considerato “la culla della Patria serba”. Una terra non appartiene solo a chi la abita in quel momento, ma è anche frutto delle generazioni che l’hanno vissuta e lavorata in precedenza facendone ciò che è. Era quindi una questione che indipendentisti kosovari e Serbia avrebbero dovuto risolversi fra loro. Che c’entravano gli Usa che stanno a 10mila chilometri di distanza? Ma siccome essi hanno interessi geopolitici dappertutto, anche sul più sperduto atollo, convocarono sotto la loro guida una Conferenza di pace a Rambouillet. Le condizioni poste alla Serbia (molto invisa anche perché era rimasto l’ultimo Paese paracomunista in Europa) erano tali che Belgrado non avrebbe dovuto rinunciare solo alla sovranità sul Kosovo, ma anche su se stessa. E i serbi, già defraudati della vittoria conquistata sul campo di battaglia in Bosnia (perché, sul terreno, sono i migliori combattenti del mondo e si deve alla loro resistenza alla Wermacht quel ritardo di tre mesi che fu fatale a Hitler, perché ritardò il suo attacco all’Urss e così le truppe di Von Paulus si scontrarono col Generale Inverno che aveva già sconfitto Napoleone –questo merito storico bisognerebbe riconoscerglielo, qualche volta) dissero di no.


Allora gli americani, con alcuni servi fedeli fra cui l’Italia (gli aerei partivano da Aviano), violando il principio del diritto internazionale – fino ad allora mai messo in discussione – della non ingerenza militare negli affari interni di uno Stato sovrano (e con questo precedente è ora difficile bacchettare la Russia perché si è intromessa in Ucraina a difesa degli indipendentisti russi di Crimea e di altre zone russofone), bombardarono per 72 giorni una grande e colta capitale europea come Belgrado facendo 5500 morti, fra cui molti di quegli albanesi che pretendevano di difendere. E, poiché da sempre bombardano “’ndo cojo cojo”, colpirono anche l’ambasciata cinese. Princìpi a parte, abbiamo finito per favorire la componente islamica dei Balcani, quella che oggi provoca le isterie Fallaci-style. Gli Usa però almeno un piano ce l’avevano: costituire una striscia di musulmanesimo moderato (Albania + Bosnia + Kosovo) in appoggio a quella che allora (oggi molto meno) era la loro grande alleata nella regione, la Turchia. Ma sbagliarono anche quella volta i calcoli: oggi i musulmani dei Balcani sono assai meno moderati, molti stingono nello jihadismo e la Turchia sta via via abbandonando l’assetto laico di Ataturk per un regime sempre più confessionale. Ma particolarmente stolida fu la partecipazione dell’Italia a quell’aggressione. Perché noi con i serbi non abbiamo mai avuto alcun contenzioso (l’abbiamo avuto semmai con i croati che fascisti erano e fascisti sono rimasti). Abbiamo anzi un legame storico che risale ai primi del Novecento.

A quell’epoca si pubblicava a Belgrado un quotidiano che si chiamava Piemonte, perché i serbi vedevano nell’Unità d’Italia un modello per raggiungere la loro. Inoltre il ‘gendarme ’ Milosevic, checché se ne sia detto e scritto, era, almeno dopo la pace di Dayton, un fattore di stabilizzazione nei Balcani. Ridotta ora la Serbia ai minimi termini, in Kosovo, Bosnia, Macedonia, Montenegro e Albania sono concresciute grandi organizzazioni criminali che vanno a concludere i loro primi affari sporchi nel Paese ricco più vicino, l’Italia. Quando a Ballarò, presente Massimo D’Alema, dissi che la guerra alla Serbia oltre che illegittima era stata cogliona, l’ex premier – che guidava il governo all’epoca dell’intervento –non fiatò. Ma io a Ballarò non ci ho più rimesso piede. Ma l’avventurismo yankee nei Balcani ci ha lasciato un altro regalo, il più gravido di conseguenze: ora, per i contraccolpi dell’aggressione alla Serbia del ‘99, gli uomini del Califfo li abbiamo sull’uscio di casa, mentre gli Usa se ne possono fregare perché c’è l’oceano di mezzo. Eppoi almeno qualcosa hanno ottenuto: oggi in Kosovo c’è la loro più grande base militare. Non è poco visto che, in giro per il mondo, ne hanno una settantina

Massimo Fini

Mari alla Francia, il governo non si ferma “Nessuna revoca dell’accordo”. Pescatori in rivolta

Mari alla Francia, il governo non si ferma “Nessuna revoca dell’accordo”. Pescatori in rivolta


Con un blitz senza precedenti il governo Renzi ha ceduto alla Francia le acque più pescose al Nord della Sardegna. 


Ma cominciamo dall’inizio: Verso metà gennaio il peschereccio Mina è salpato da Sanremo con al timone il suo armatore Ciro Lobasso e con a bordo anche due marinai tunisini, Alì Ben Juira e Firej Mohamed, per andare a pescare come al solito nella cosiddetta Fossa dei Gamberoni, un pezzo di mare sardo che, come dice il suo nome, è ricco di gamberoni, ma con le reti dei pescherecci è generoso anche d’altri pesci. Quando il Mina aveva a bordo ormai un centinaio di chili di ben di Dio del mare, l’equipaggio ha visto arrivare una motovedetta francese e s’è sentito intimare dal suo comandate, Pascal Grosjean, di seguirlo nel porto di Nizza. Dove ha dovuto pagare 8.300 euro di cauzione per tornarsene a casa. Tre giorni fa le motovedette francesi hanno stoppato anche un peschereccio sardo. Ed è esplosa la bagarre.

I francesi sono forse impazziti? No. Semplicemente il loro Parlamento ha già ratificato un accordo che non è stato ancora discusso dal nostro, tant’è che i francesi hanno ammesso di avere commesso un errore nell’interferire con il lavoro del Mina e Lobasso pensa di chiedere alla Francia il risarcimento danni.
Si tratta di un Trattato accordato sotto Berlusconi, la cui firma finale è di Paolo Gentiloni e Matteo Renzi, che regala i mari del Nord Sardegna e della Liguria alla Francia.
“Con un blitz senza precedenti il governo Renzi ha ceduto alla Francia le acque più pescose al Nord della Sardegna” ha commentato il deputato sardo di Unidos Mauro Pili.
Oggi, subito dopo il voto dell’ordine del giorno a sua firma con il quale si chiedeva il blocco dell’accordo che cede i mari al nord della Sardegna alla Francia e la sua revoca immediata, lo stesso Pili annuncia su facebook :
“Nessuna revoca e modifica del trattato che regala i mari del Nord Sardegna e della Liguria alla Francia. Con un voto scandaloso il governo ha respinto stamane l’ordine del giorno con il quale si chiedeva di bloccare e revocare quel patto che cede gran parte delle aree pescose del Nord Sardegna alla Francia. E’ stato il governo ad ordinare alla sua maggioranza di votare contro, nonostante le rimostranze in tutto il territorio nazionale e la grande mobilitazione dell’opinione pubblica non solo sarda. Con una spregiudicatezza senza precedenti il governo Renzi di fatto ha deciso di andare avanti con la cessione di specchi acquei rilevantissimi ai transalpini fregandosene delle proteste che sono arrivate dalle associazioni di categoria e dalle stesse regioni. Un atto grave che mette in discussione non solo i confini marittimi ma priva le attività economiche legate alla pesca di importanti e decisive aree di mare ritenute tra le più pescose”.
Hanno votato a favore dell’ordine del giorno (per bloccare il Trattato) di Pili 146 deputati, 222 i contrari. Numerose le sottoscrizioni dell’ordine del giorno da parte di deputati di ogni parte politica e altrettanti gli interventi di tutti i gruppi parlamentari a sostegno. Hanno votato a favore i 5 stelle, forza italia, lega dei popoli, sel e la maggioranza del gruppo misto, hanno votato contro il Pd, scelta civica, il Centro destra e il centro democratico.

Tratto da: www.pressnewsweb.it

L’ASILO DOVE I BAMBINI GIOCANO CON GLI ANZIANI


A Seattle negli Usa grande successo per una scuola materna che utilizza un metodo educativo davvero all’avanguardia. Tutte le attività si svolgono all’interno di una casa di riposo. Gli anziani ospiti e i bambini “crescono” insieme e si fanno del bene a vicenda.

- di Orsola Vetri -

C’è una scuola materna a Seattle dove i genitori fanno la coda per iscrivere i loro figli. Il metodo è stato ideato dal Intergenerational Learning Center ed è stato reso possibile presso la Providence Mount St. Vincent di Seattle. Questo istituto è frequentato da 125 bambini dai tre ai cinque anni. Ma la particolarità, che è anche il suo valore, è il fatto che si tratta di una casa di riposo che ospita 400 anziani con un’età media di 92 anni.

Cinque giorni alla settimana i bambini e gli ospiti del Providence Mount St. Vincent si ritrovano e si uniscono in una serie di attività programmate come la musica, la danza, l’arte, l’ ascolto e la narrazione o semplicemente si incontrano e si fanno compagnia. Poi pranzano assieme e a detta degli esperti si tratta di una “frequentazione” positiva per entrambi. Gli anziani coinvolti nei programmi tendono ad essere più ottimisti, a mantenere viva la memoria e i ricordi, ad avere più relazioni, a prendersi più cura di se stessi e a sentirsi ancora utili. I bambini migliorano le abilità sociali e affrontano meglio i processi di crescita e di invecchiamento e imparano a rispettare le persone fragili.


Inizialmente si è trattato di un esperimento cominciato nel 2011. Visti i buoni risultati questa scuola materna è diventata una realtà. Attualmente è tra le più richieste e ha ricevuto molti premi. Ha destato talmente interesse che il regista e studioso Evan Briggs ha realizzato, per raccontare questa nuova frontiera dell’educazione, un documentario intitolato Present perfect (passato prossimo) girato frequentando le movimentate sale del Providence Mount Saint Vincent.

Illuminante la sua descrizione: «Gli anziani residenti hanno subìto una completa trasformazione in presenza dei bambini». Ha visto con i suoi occhi cosa succede: «Prima dell’arrivo dei piccoli, gli ospiti della casa di riposo sembravano mezzi morti o nel migliore dei casi addormentati. Era un’immagine davvero deprimente. Ma non appena i bambini sono entrati per le vari attività ecco gli anziani riprendersi e ritornare alla vita».

E per quanto riguarda i bambini? Inutile dirlo: basta aver visto almeno una volta come sono felici e stanno bene insieme ai loro nonni quando hanno la fortuna di averli e di poterli frequentare.


Reversibilità, addio anche ad assegno sociale, Anf e altri trattamenti


Il ddl Povertà potrebbe cancellare, oltre alla pensione di reversibilità, anche gli assegni sociali e familiari, le integrazioni al minimo e le maggiorazioni. 

Una vera e propria “cancellazione dello stato sociale” si nasconderebbe dietro quello che è stato considerato dal Governo come uno dei più massicci interventi a contrasto della povertà: il ddl di riordino delle prestazioni assistenziali, noto come ddl Povertà, difatti, se con una mano potrà elargire qualcosa ad alcuni italiani, con l’altra mano potrà togliere alla maggioranza degli italiani.

Non si tratta di polemiche infondate, ma il rischio concreto della perdita di numerosi trattamenti assistenziali emerge chiaramente dalla lettura del disegno di legge: in base al testo di legge ed alla relazione tecnica, a rischiare il taglio saranno, oltre alla pensione di reversibilità, l’assegno sociale, l’assegno al nucleo familiare, le integrazioni al minimo e le maggiorazioni sociali.

Ma andiamo per ordine, e cerchiamo di capire come le nuove disposizioni possono sottrarre tutti questi trattamenti agli italiani.

PRESTAZIONI DI ASSISTENZA LEGATE ALL’ISEE

Il disegno di legge stabilisce, in primo luogo, che tutte le prestazioni di assistenza saranno legate all’indice Isee: come abbiamo spiegato nei nostri precedenti articoli (vedi anche Reversibilità ed assegno sociale solo a chi ha un Isee basso), collegare un trattamento all’indice Isee significa, nella maggioranza dei casi, perderlo, poiché tale indicatore misura la ricchezza non soltanto in base al reddito, ma anche in base agli immobili posseduti (anche se non rendono niente) ed ai risparmi (poco importa se accumulati in tanti anni); inoltre, non misura reddito e patrimonio del singolo beneficiario delle prestazioni, ma di tutta la sua famiglia anagrafica.

La soglia Isee per fruire delle prestazioni di assistenza, poi, in base ad un criterio di riordino e razionalizzazione, sarà unica per tutti i trattamenti, con esclusione soltanto di alcune prestazioni particolari: è molto probabile, dunque, che la soglia universale stabilita risulti piuttosto bassa (basta vedere le soglie attualmente vigenti per la maggioranza dei trattamenti subordinati all’Isee).

QUALI PRESTAZIONI SARANNO TAGLIATE

Nel testo del ddl si legge che non solo le prestazioni di natura assistenziale, ma anche quelle di natura previdenzialesaranno subordinate al possesso di un indicatore Isee inferiore a una determinata soglia: il riferimento ai trattamenti previdenziali, dunque, sottomette all’Isee una gamma di prestazioni ancora più ampia. Per di più, la relazione tecnica al ddl indica esplicitamente i trattamenti da “razionalizzare”, cioè quelli che potranno essere tagliati:

– pensione di reversibilità (del taglio alla reversibilità abbiamo parlato in: Reversibilità addio, il governo vuole tagliare le pensioni);

– integrazione al minimo;

– assegno sociale;

– maggiorazione sociale del minimo;

– assegno al nucleo familiare (Anf) con tre o più figli minori.

PERCHÉ IL RISCHIO DI TAGLI È SEMPRE REALE

Dopo l’allarme lanciato dai sindacati sul taglio delle prestazioni, il Governo ha cercato di gettare acqua sul fuoco, dichiarando che le reversibilità non saranno toccate, e che la legge metterà soltanto in atto interventi dirazionalizzazione.

Parole. Il ddl è rimasto così com’è, ed il rischio dell’eliminazione della maggior parte delle pensioni di reversibilità, degli assegni sociali, familiari, e delle altre prestazioni, resta attuale più che mai: lo stesso On. Damiano ha detto che, se il testo non viene cambiato, il pericolo del taglio alla reversibilità ed agli altri trattamenti resta.

Si spera dunque che il testo di legge sia modificato al più presto, non solo escludendo la reversibilità dal novero delle prestazioni assistenziali, ma prevedendo dei limiti all’erogazione dei trattamenti basati sull’effettiva capacità di reddito delle persone, che non penalizzi ingiustamente chi ha risparmiato.

LA MAREA NERA CHE STA UCCIDENDO L’AMAZZONIA: IL PIÙ GRAVE DISASTRO AMBIENTALE DEL PERÙ (FOTO E VIDEO)

LA MAREA NERA CHE STA UCCIDENDO L’AMAZZONIA: IL PIÙ GRAVE DISASTRO AMBIENTALE DEL PERÙ (FOTO E VIDEO)

L’ennesimo disastro ambientale passato quasi sotto silenzio. Una grossa fuoriuscita di petrolio sta contaminando il fiume Marañon, uno dei principali affluenti del Rio delle Amazzoni. Il Perù soffre a causa di due nuove maree nere.
Dopo il grave disastro che ha colpito il Brasile, l’America del Sud deve fare i conti con un’altra pagina nera quanto il petrolio che ne è protagonista. L’oleodotto della compagnia petrolifera di stato Petroperu è stato danneggiato da una frana, secondo quanto riferito dalla stessa società che avrebbe provato a limitare i danni cercando di contenere il petrolio fuoriuscito.
Ma le violente piogge, rafforzate dal fenomeno climatico El Niño, hanno portato via le barriere. Finora si contano duefuoriuscite: la prima avvenuta il 25 gennaio nella provincia di Bagua Amazonas, a pochi km da un torrente che alimenta il fiume Marañon, un importante affluente del Rio delle Amazzoni. La seconda fuoriuscita dalla stessa conduttura è avvenuta il 3 febbraio nella provincia di Datem del Marañon, nel vicino stato di Loreto.
Pesci, vegetazione e fiumi sono coperti da chiazze nere. La fuoriuscita ha raggiunto anche gli affluenti del Maranon. Secondo quanto confermato dalla compagnia petrolifera Petroperu, si tratta di una zona con versanti ripidi, umidi e inclini alla saturazione quando piove.
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“Petroperu ha attivato il piano di emergenza per controllare la fuoriuscita, con la mobilitazione di personale qualificato tecnico, macchinari e attrezzature con cui ha diretto il servizio di soccorso stradale e ha iniziato il processo di bonifica dell’area. Le operazioni richiedono un lavoro approfondito a causa della morfologia del territorio e delle condizioni meteorologiche avverse”.
Un’organizzazione di indigeni ha detto che il Rio Marañon è stato contaminato.Tuttavia il presidente della società petrolifera German Velasquez ha risposto che non è così, grazie ad una risposta rapida da parte della società.

Il problema è un altro. Le strutture risalgono agli anni ’60 quindi la gestione di impianti così vecchi deve essere rivista per evitare incidenti di questo tipo.
“Dobbiamo proteggere la foresta amazzonica, ma anche i raccolti, e molti sono stati colpiti” ha detto il Ministro dell’ambiente Manuel Pulgar. “L’azienda di stato dovrà essere punita con l’ammenda più elevata.”
Finora si parla di sanzioni pari a 17 milioni di dollari. Come se non bastasse, Petroperu è stata accusata di aver utilizzato dei minori per arginare la situazione di emergenza, pagandoli 2 dollari per ogni secchio di greggio rimosso. Dal canto suo, il presidente Velásquez si è difeso dicendo di non aver assunto alcun minorenne per la riparazione, il recupero del petrolio e la bonifica ambientale del danno che si è verificato nei pressi della città di Chiriaco.
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“Totalmente esclusa la presenza o l’impiego di bambini nel lavoro di bonifica. Sono stato personalmente nella zona e vi posso assicurare che Petroperu non usa minori in qualsiasi tipo di lavoro”.
La provincia di Bagua, nella regione di Amazonas nel 2009 è stata lo scenario delle proteste contro l’esplorazione petrolifera che oppose gli indigeni agli agenti di polizia. Vi furono scontri sanguinosi, con decine di morti.
Quanti disastri ambientali dovremo ancora raccontare prima che si possa dire addio al petrolio? Gli interessi economici valgono più della sicurezza ambientale?
Francesca Mancuso

Fonte: GreenMe

L’odore dei neonati causa dipendenza nelle madri


Una ricerca canadese ha offerto ulteriori informazioni sull’attrazione che provano le madri per i loro bambini.

L’attrazione naturale che praticamente ogni donna ha per i neonati può avere basi biologiche collegate alle funzioni materne e all’odore emanato dai piccoli appena venuti al mondo. Per la prima volta, un’équipe internazionale di ricercatori ha trovato prove di questo fenomeno nelle reti neurali associate alla ricompensa.

“I segnali chimici olfattivi usati nella comunicazione tra madre e figlio sono intensi”, ha spiegato Johannes Frasnelli, docente di Psicologia dell’Università di Montreal, in un reportage del sito LifeNews.

“Quello che mostriamo per la prima volta è che l’odore dei neonati, che fa parte di questi segnali, attiva il circuito neuronale di ricompensa nelle madri. Questo circuito viene attivato soprattutto quando si mangia dopo aver provato molta fame, ma si riscontra anche nei tossicodipendenti. È la soddisfazione del desiderio”.

Per realizzare l’esperimento, i ricercatori hanno presentato a due gruppi di 15 donne l’odore dei neonati monitorando nel frattempo il loro cervello. Il primo gruppo era composto da donne che avevano partorito tra le tre e le sei settimane precedenti all’esperimento, l’altro gruppo da donne che non erano mai state madri. Nessuna di loro era fumatrice.

Le donne sono state sottoposte a getti d’aria, di odore di neonato (preso dal pigiama) e di un terzo odore (Global News), e poi è stato chiesto loro di descrivere gli odori. Nel caso di quello del neonato, è stato descritto in genere come “leggermente piacevole”.

Entrambi i gruppi di donne hanno percepito l’odore dei neonati con la stessa intensità, ma gli esami hanno dimostrato una maggiore attività nel sistema dopaminergico del nucleo caudato nelle donne che avevano già partorito.

Localizzato al centro del cervello, il nucleo caudato è una struttura doppia che abbraccia i due emisferi del talamo. “Questa struttura ha un ruolo importante nel sistema di ricompensa”, ha spiegato Frasnelli. “E la dopamina è il principale neurotrasmettitore nel circuito neuronale di ricompensa”.

Il sistema spinge la motivazione a lavorare in modo specifico per via del piacere associato a un determinato comportamento. “Questo circuito ci fa desiderare certi alimenti e provoca dipendenza dal tabacco e da altre droghe”, afferma il ricercatore. “Non tutti gli odori suscitano questa reazione. Solo quelli associati alla ricompensa, come cibo o soddisfazione di un desiderio, causano questa attivazione”.


La dopamina è legata anche al piacere sessuale e ad altre forme di gratificazione. Topi di laboratorio i cui livelli di dopamina sono stimolati da elettrodi diventano così dipendenti che smettono di mangiare.

Per l’équipe, questi risultati mostrano che l’odore dei neonati contribuisce allo sviluppo di risposte motivazionali ed emotive tra madre e figlio, stimolando funzioni materne come l’allattamento e la protezione. Il legame tra madre e figlio che fa parte del sentimento di amore materno è un prodotto dell’evoluzione attraverso la selezione naturale in un ambiente in cui uno strumento come questo era fondamentale per la sopravvivenza del bambino.

L’esperimento non permette di determinare se l’attivazione più forte del sistema dopaminergico nelle madri avviene per via di una risposta organica collegata al parto o è una conseguenza dell’esperienza olfattiva sviluppata dalle madri con i propri bambini.

“È possibile che la nascita del bambino provochi cambiamenti ormonali che alterano il circuito di ricompensa nel nucleo caudato, ma è anche possibile che l’esperienza abbia un ruolo importante”, ha osservato Frasnelli.

Le conseguenze pratiche di questa scoperta sono importanti, perché ad esempio questo odore potrebbe essere usato negli ospedali e nei consultori pediatrici per rendere più felici le madri, o nei gruppi pro-vita per accostarsi alle donne che pensano di abortire (Foros de la Virgen).

L’attrazione che la madre prova nei confronti dell’odore del bambino fa sì che voglia stargli vicino, assisterlo e sopportare l’eccesso di lavoro e i problemi che si presentano nel primo periodo della vita del neonato.

“Stai vivendo la vita come coppia, tutto va bene e all’improvviso questo piccolo essere umano entra nella tua vita”, ha detto a NPR Frasnelli, che ritiene che le ricompense fisiologiche legate all’odore di un bambino siano quelle che sigillano il legame tra le madri e i loro figli.

“Quello che sappiamo e quello che è nuovo è una risposta neurale legata allo status della madre biologica”, ha aggiunto, ricordando che non si sa se la reazione sia specifica delle donne, visto che l’esperimento non ha coinvolto gli uomini (DailyMail.co.uk).

Il testo completo dello studio di Frasnelli può essere consultato qui.

[Traduzione dal portoghese e adattamento a cura di Roberta Sciamplicotti]



Fonte: Aleteia

Olio tunisino e TTIP: le falle del mercato comune


Se l’abbattimento delle barriere doganali e del protezionismo tra gli Stati membri dell’UE ha, da un lato, garantito una migliore circolazione delle merci nell’eurozona, dall’altro ha rovinato produttori locali e, in linea generale, abbassato la qualità del prodotto offerto sul mercato. Di recente è emersa una maxitruffa che ha coinvolto la produzione di olio e portato, nelle tavole europee, un elaborato sottocosto e di qualità infima. Questa, purtroppo, è solo la punta dell’iceberg.

Correva l’anno 1979 e l’azienda tedesca Rewe, una delle più importanti in tutta la Germania per quanto riguarda il commercio di generi alimentari, citava in giudizio l’amministrazione tedesca a causa di un veto sulla commercializzazione di un liquore francese, il cassis de dijon, importato dalla ditta con lo scopo di venderlo sul proprio mercato nazionale. La controversia riguardava una discrepanza sui regolamenti interni: il diritto tedesco proibiva, per ragioni di salute pubblica, la commercializzazione di acquaviti con tenore alcolico inferiore a 32% e la bevanda francese, con i suoi 20 gradi, aveva subito un veto sulla vendita. La sentenza della corte di giustizia europea, che dichiarava la limitazione inammissibile nel caso in cui un bene fosse stato fatto in uno stato membro conformemente alle norme del diritto interno, ebbe una portata storica e sancì un passo importante verso l’abbattimento delle barriere doganali e l’istituzione, de facto, di un mercato unico.

Oggi, purtroppo, il risultato di una simile politica è, prevalentemente, una concorrenza sfrenata su tutto il continente, con conseguenti abbassamenti di qualità dei prodotti offerti. Uno degli esempi più lampanti a sostegno di questa tesi è quello che riguarda la truffa dell’olio tunisino sulle nostre tavole. Pur non essendo la Tunisia un paese membro dell’ Unione Europea essa riesce, tramite una lacuna procedurale, a esportare il proprio olio in Spagna e immetterlo nel nostro mercato. Il meccanismo è semplicissimo e diabolico: un produttore del paese arabo vende delle grandi quantità del proprio olio di qualità infima ad un prestanome con residenza in Spagna; ovviamente il prezzo è più che appetibile visto che i metodi di produzione nel paese d’origine sono di tipo intensivo e la remunerazione salariale è molto più bassa rispetto alla media europea.


l’acquirente iberico mescola ciò che ha comprato con un poco del frutto delle olive della propria terra, modificandone, così, le proprietà organiche. Il risultato finale è un olio che, sulle carte, è di provenienza europea e può essere immesso nel mercato interno. Dalla Spagna questo arriva in Italia, dove subisce lo stesso taglio fino a diventare nostrano.

I prezzi di vendita sono, sia all’ingrosso che al dettaglio, molto contenuti e gli ignari consumatori si appropriano di un bene spacciato come italiano ma che di esso ha ben poco. La conseguenza più importante è la rovina di onesti produttori che smerciano i propri lavorati ad un prezzo più alto, per via dei maggiori costi di produzione. Come questo caso di abbassamento di qualità ne esistono molti altri, come ad esempio quello che riguarda le carni separate meccanicamente. Alcuni alimenti, in particolare würstel, kebab, cotolette e simili, nascono dagli scarti delle carni (ossa, nervi, muscoli, tendini …) che vengono separate tramite un macchinario, tritate e insaporite chimicamente. La normativa europea sull’argomento non obbliga i produttori ad indicare sull’etichetta la provenienza delle carni e come esse siano state lavorate (contrariamente alla rigidità imposta nel caso di prodotti freschi), accontentandosi della dicitura “carni separate meccanicamente”.

Se, per quanto disgustosa sia questa pratica, essa viene ancora oggi condotta con prodotti europei, sottoposti a controlli sanitari tra i più stringenti al mondo, così non sarà in futuro se verrà approvato il TTIP. Questo accordo servirebbe a favorire gli scambi commerciali con gli Stati Uniti d’America, rendendo i commerci più veloci e fluidi a scapito delle verifiche sanitarie. Nel mercato statunitense, tuttavia, sono in vigore normative molto più blande circa la qualità dei generi alimentari e i loro metodi produttivi (ogm, pesticidi nocivi e quant’altro) e aprire ad una tale possibilità, oltre che fare un regalo inestimabile ad un paese economicamente morente, rappresenterebbe un rischio per la pubblica salute di tutto il vecchio continente.


L’Apocalisse Demografica Italiana


Una Apocalisse.

Non c’è un modo diverso per commentare il completo ed assoluto disastro demografico descritto da Istat nel suo rapporto 2015.

Persino io, che come noto, non brillo per ottimismo sono rimasto senza parole.

Il rapporto integrale lo trovate qui, io vado per punti salienti:
I residenti in Italia calano a 60.626.000 ovvero -139.000 unità, -0.23%
I residenti stranieri salgono a 5.054.000 ovvero +39.000 unità, la tendenza si sta invertendo.
I residenti in Italia cittadini italiani scendono a 55.600.000 ovvero -179.000 unità
diminuisce la speranza di vita in Italia a 80,1 anni (da 80.3 anni) per gli uomini e a 84.7 anni (da 85 anni) per le donne.
Il saldo naturale italiano cioè la differenza fra i morti nel 2015 e le nascite sul territorio italiano è di -165.000 unità.
la fecondità delle donne italiane scende a 1.35 per donna
Tra iscrizioni all’Aire e cancellazioni 128.000 cittadini italiani sono emigrati all’estero

Lo ripeto una apocalisse.


I due dati devastanti sono da una parte il più basso indice di fecondità del mondo ovvero 1.35 bambini per ogni donna in età feconda, dall’altro il micidiale saldo migratorio di italiani che vanno via a cercare fortuna e pagare tasse e sistemi pensionistici all’estero. Spesso dopo essersi formati nei sistemi scolastici e universitari pubblici italiani.

A leggere questi dati quanto sento parlare di “emergenza immigrazione” rido a crepapelle, già nel 2016 potremmo assistere ad un saldo negativo anche degli “stranieri” in fuga dall’inferno italiano.

Incredibili i saldi di alcune regioni:


Vi do un consiglio, se intendete comprare casa in Liguria (specie a Genova) o in Valle d’Aosta, aspettate. C’è una prateria di appartamenti sempre più vuoti che vi aspetta.


Non intendo neppure commentare il gossip sull’aumento della mortalità in Italia, tra invecchiamento della popolazione, minor reddito disponibile e pratiche mediche per lo meno opinabili mi pare quanto meno il minimo da aspettarsi.



Commento Finale: di fronte a dati demografici come questi, ovvero al combinato disposto di invecchiamento della popolazione residente, emigrazione della parte migliore e più produttiva dei cittadini italiani dal tasso RIDICOLO di natalità l’esito non può che essere la dissoluzione della cultura italiana (ammesso che sia mai esistita). La Bancarotta dei conti pubblici e dei sistemi di welfare è comunque inarrestabile ed anzi è forse l’unico evento che potrebbe riportare un minimo di condizioni per invertire il trend per lo meno sul lato emigrazione (dopo una botta tremenda però).

Amici miei, siate consapevoli e siate preparati.

Soprattutto fate l’unica cosa che rimane, andate via se avete qualcosa da perdere. L’Italia sta precipitando e l’atterraggio sarà violentissimo.



La finanza fuori controllo diventa devastante


La realtà non è mai quella che si vuol far rappresentare ma è molto più complessa perché sono gli uomini che muovono i mercati e lo fanno perseguendo interessi ben precisi.

“L’inadeguatezza del solo approccio culturale, quantitativo e razionale ai mercati finanziari dimostra l’infondatezza delle ipotesi su cui sono stati costruiti e poi legittimati da Premi Nobel più legati agli interessi da supportare che alla scienza vera. I mercati divengono su aspettative e non su conoscenze certe, sembrano prevedere con esattezza gli eventi futuri ma sono le aspettative di questi che servono a manipolare i mercati. I mercati, pertanto, divengono molto diversamente da quanto sarebbe se fossero basati su conoscenze certe.
Da qui bisogna partire per portare avanti una riflessione sulla realtà di una finanza totalmente slegata dalla realtà a cui si contrappone logicamente. Il sistema della moneta e della finanza non essendo più dal 1971, l’anno della fine della convertibilità del dollaro, ha potuto assumere una dimensione sempre più slegata dalla realtà e poi costruire un sistema di aspettative in grado di condizionare le scelte dei mercati in funzione degli interessi dominanti. Il prezzo dell’oro da allora è stato frutto di sistematiche manipolazioni.
Il sistema monetario si è svincolato dalla dimensione reale e dalle quantità fisiche, non essendo più agganciato ad una dimensione del reale misurabile è diventato infinito, immateriale e come tale non misurabile; in questo modo è illogico che un sistema valoriale infinito ed immateriale possa essere usato come misura del sistema finito, materiale e misurabile in cui noi viviamo.
(…)
L’evidenza della contraddizione tra economia reale finita e la finanza infinita rende insostenibile che i due sistemi possano stare insieme, in questo modo fittizio i prezzi dei beni reali non sono più legati alla loro quantità fisica ma alle infinite scommesse su quantità scambiate ma inesistenti. Per ogni barile di petrolio vero ne vengono scambiati oltre 100 inesistenti o possiamo meglio dire di carta, i certificati di proprietà di oro sono un multiplo della quantità reale, i “futures” sul grano sono scommesse su quantità inesistenti ed in ogni caso non si chiudono mai. Sono le quantità virtuali a determinare i prezzi ma non le quantità reali; una volta il prezzo era in funzione di quantità reali di beni domandati ed offerti ed il prezzo manteneva una maggiore stabilità nel tempo perché le quantità reali non si possono magicamente moltiplicare con la bacchetta del Mago Merlino come, invece, sembra avvenga oggi.
La manipolazione dei prezzi e dei mercati pertanto non risponde ad una razionalità inesistente ma a giochi speculativi che nascondono sempre la verità ma se la “roulette” è truccata per capire il suo funzionamento bisogna osservare le mosse del croupier ed allora il modello previsionale più vicino alla realtà consente di provare a capire il gioco del domino che usa la finanza. Che i mercati siano oggetto di sistematica speculazione lo dimostra la condanna inflitta dal Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti alle banche d’affari di Wall Street ed all’agenzia di rating “Standard & Poor’s”; persino il governatore della BCE ha denunciato la cospirazione di forze globali contro le manovre della stessa BCE. Senza entrare nel merito del dibattito tra UE ed i conti pubblici dell’Italia che ha fatto di tutto per mettersi nei guai vanno, però, evidenziate le responsabilità sia della UE che della BCE indirettamente. Dal momento in cui i prodotti tossici – sub-prime, derivati e otc – sono stati deregolamentati aprendo la strada alla pura speculazione era necessario prendere atto delle possibili conseguenze sui conti dei singoli Stati il cui debito – generato dalla cicala politica – diventava ostaggio della speculazione. L’attacco all’euro nella “campagna d’Europa” partito nel febbraio del 2010 doveva indurre a scelte difensive della comunità europea che si è ben guardata dal farle, anzi la Deutsche Bank ha partecipato all’assalto dei btp italiani. Quando i buoi sono scappati dalla stalla ha introdotto un’austerity nei conti pubblici sicuramente doverosa ma si è ben guardata dal porre vincoli a quei prodotti tossici che avevano contribuito a generare il dissesto che abbiamo visto. L’esempio più evidente della politica fatta su misura è lo stato di insolvenza della Deutsche Bank che è esposta per 75mila miliardi di derivati, pari a 20 volte il Pil della Germania ma nessuno ha mai detto niente; la Deutsche Bank dov’era? Ora è facile dare la colpa alla politica cicala e dissennata ma, come dice il Manzoni, la ragione ed il torto non possono essere divisi con un taglio netto in modo che il tutto sia da una parte o dall’altra.
La finanza fuori controllo e totalmente deregolamentata diventa devastante, un arma di scontro egemonico, così come Warren Buffett aveva definito questi strumenti tossici – “armi finanziarie di distruzioni di massa” – la finanza finisce per assumere una dimensione di contrasto ai diritti universali dell’uomo che, dichiarati nel 1948, oggi si vedono progressivamente negati. Forse è giunta l’ora di capire da che parte sta la verità dei fatti e quanto dipendano dalla natura immutabile dell’uomo e dai suoi interessi piuttosto che dalla razionalità ormai mitologica dei mercati.”


Da Finanza e realtà: due mondi separati, di Fabrizio Pezzani.

Tratto da: Bye Bye Uncle Sam

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