04 marzo 2016

REALE VS. VIRTUALE: IL LATO OSCURO DEI SOCIAL NETWORK


-di Emanuele Fardella-

La nostra vita quotidiana è ormai impensabile senza media digitali. Lo dimostra il fatto che più di un miliardo di persone nel mondo usano i social network.
Oggi più che mai Facebook, Twitter, Instagram, LinkedIn, e tanti altri, dominano la rete ed esserci è un must per chiunque voglia avere una vita sociale (e virtuale) dinamica.
Ognuno di noi, però, ha un approccio diverso nei confronti di questi mezzi che possono essere lo specchio del nostro successo o della nostra frustrazione. Ma come ogni cosa, se non correttamente utilizzata, può avere un risvolto della medaglia.
I social, infatti, si dividono tra utenti fantasmi che sono osservatori più che protagonisti e moderni grafomani che scrivono continuamente, autori di post o tweet intelligenti ma con poco seguito e persone che pubblicano stupidità e hanno più follower di Lady Gaga.
Se non si appartiene a questa seconda categoria è facile che l’ego nel tempo ne risenta e che proietti nella vita reale lo scarso successo raggiunto sul web, spiega Raffaella Colombo, Psicologa e Consulente in comunicazione e marketing.

Diverse sono le ricerche effettuate sul fenomeno dei social che con il passare degli anni, ha assunto contorni sempre più oscuri e allarmanti. Uno studio del 2014, condotto su 50.000 persone in Italia da STATEC e dall’Università La Sapienza di Roma, rivela che i social network avrebbero un impatto significativamente negativo sul benessere individuale – provocando una vera e propria forma di depressione – per il semplice fatto che si ha la tendenza a pensare che quanto scritto su di essi sia un assioma.
Alcune statistiche, però, dimostrano che nel 90% dei casi, gli utenti che hanno un account social provano a vendere un immagine vincente di sé mostrando solo la loro parte migliore. Ciò sviluppa, negli altri, una costante sensazione d’inferiorità, di frustrazione e di insoddisfazione rispetto a quello che gli amici virtuali condividono su Facebook e Twitter. Insomma, si è portati a considerare la propria vita meno appagante di quella di tutti gli altri.
In realtà, però, sono davvero tante le persone che mettono in scena “una rappresentazione” di come vorrebbero essere e che invece non li identifica realmente, solo per cercare il consenso, la famigerata approvazione.
La fotografa tailandese Chompoo Baritone è riuscita, con notevole successo, a ideare una serie di scatti che ricostruiscono la realtà dietro le foto patinate di Instagram.


La criminologa e psicologa forense Roberta Bruzzone ha sintetizzato questo fenomeno con una frase significativa:

“Il bisogno di visibilità è la malattia del secolo”

In effetti i social network hanno esasperato la voglia di affermazione, quella voglia di essere sempre in primo piano, non tanto per “apparire” quanto per “essere approvati”.
Innumerevoli sono i fatti di cronaca che mettono in evidenza il degenerare dei tempi e che gettano più di un allarme su una generazione che sembra aver smarrito qualsiasi bussola etica. Per approfondire il tema consiglio la visione del seguente video:


A denunciare il lato oscuro dei social network non sono solo psicologi e sociologi ma anche “personaggi” molto “seguiti” sul web. Si tratta della fashion blogger australiana Essena O’Neill. La fotomodella diciottenne ha un folto seguito di follower suInstagram. I suoi scatti, fino a qualche mese fa, mostravano viaggi in giro per il mondo, makeup, capelli perfetti, abiti alla moda e feste.
Nel novembre 2015 Essena decise di cancellare circa duemila foto dal suo profilo e con un video denunciò l’impatto negativo che i social network hanno avuto su di lei e su tutti gli utenti: dagli abiti firmati in prestito alle pressioni subite per aumentare i propri seguaci. Riprendendo le foto pubblicate sul suo profilo Instagram, ha spiegato tutti i “retroscena” e la “lavorazione” che aveva dovuto svolgere per ogni scatto, che invece all’apparenza è molto naturale.
Nessuna posa, nessuno scatto, nessun vestito indossato era casuale e spontaneo. Tutto era studiato per farla apparire perfetta e senza alcun difetto.


I social network possono offrire delle opportunità ma anche dei rischi.
Il cyberbullismo, il sexting e il grooming sono solo alcuni dei “nuovi” pericoli nati con l’avvento del mondo virtuale. I social dovrebbero essere una parentesi ludica e non una competizione. Spesso confondiamo l’esistenza reale con la finzione del virtuale dimenticando che stare sui social network è come guardare la televisione: il 90% è solo finzione!



Tratto da: Lo Sai

IL QATAR ED I TERRORISTI PER I DIRITTI UMANI


Il Qatar, è una piccola nazione di dune di sabbia situata nel Golfo Persico che conta solo 250.000 abitanti, ma nel suo sottosuolo ha il più grande giacimento di gas naturale del mondo e, di conseguenza, ha una ricchezza inimmaginabile.

Il potere è gestito in maniera assolutistica, è detenuto da una stretta cerchia elitaria di membri della famiglia regnante e da alcuni incaricati. Le forme più semplici di espressione politica non sono tollerate. Un poeta ha avuto nel 2012 la condanna all’ergastolo (ridotta a 15 anni nel 2013) solo perchè i versi che aveva scritto aveva offeso la casa regnante.

Il più importante obiettivo che guida la politica è quello di massimizzare l’influenza sulla scena regionale e internazionale. Questo originariamente riflette l’ambizione personale dell’emiro in carica attualmente, Sheikh Hamad bin Khalifa al Thani, e il suo ministro degli esteri , lo sceicco Hamad bin Jassim Al Thani.


Per l’occidente gli affari sono davanti a tuttononostante varie fonti di informazione (come ad esempio New Repubblic) ma anche il Ministero del Tesoro americano, indicano il Qatar come uno dei maggiori finanziatori del terrorismo internazionale e dello stesso ISIS.

Nessuna nazione occidentale se la sente di prendere atto di questa situazione. Gli affari, le sue acquisizioni di aziende strategiche, le sue partecipazioni finanziarie anche nel pubblico, la presenza sul suo territorio della più grande militare staunitense in Medioriente, fanno sì non solo che si faccia finta di niente ma anche che si supporti la sua attività di sostegno al terrorismo quando gli interessi sono geopoliticamente coincidenti .

Tanto per dare un esempio esemplificativo delle leve che Doha ha a disposizione per influenzare le più grandi potenze occidentali , ricordiamo che il Qatar è il maggior azionista della borsa di Londra: possiede il 10 % della London Stock Change. E con l’Italia, il Qatar ha firmato una joint venture con il fondo strategico italiano per 2 miliardi che fa capo allaCassa Depositi e Prestiti (che è pubblica). Accordi di questo tipo sono stati stipulati nei vari paesi europei e negli USA. Anche nel settore dell’informazione sono in atto collaborazioni, in particolare in Italia è in essere un accordo di interscambio di informazioni tra la maggiore agenzia italiana (Ansa) e l’omologa qatariota.

Ma il Qatar ha anche un’altro obiettivo: è diventato, insieme a Turchia, il principale sostenitore della Fratellanza Musulmana e gruppi terroristici come Hamas (perchè lo fa? Semplice: si muove quando pensa che , come nel caso della fratellanza musulmana, certe forze rappresentino ‘il futuro’). E sempre più spesso, sembra anche disposto a cercare di minare la stabilità di quegli stati che lo circondano.

Nel 2014, il Sottosegretario USA David Cohen ha citato direttamente il Qatar, come sponsor del terrorismo internazionale:
(… ) Ma, dolorosamente, l’Iran non è l’unico stato che fornisce sostegno finanziario alle organizzazioni terroristiche.Più in particolare, il Qatar, da lungo tempo alleato degli Stati Uniti, ha per molti anni finanziato apertamente Hamas, un gruppo che continua a minare la stabilità


regionale. Report della stampa indicano che il governo del Qatar sostiene anche gruppi estremisti che operano in Siria. A dire il vero, questo rischia di aggravare una situazione già instabile in modo particolarmente pericolosa e sgradita. (…)

Un certo numero di raccolte di fondi che operano in giurisdizioni più permissive – in particolare in Kuwait e in Qatar – hanno sollecitato donazioni per finanziare i ribelli estremisti, non per soddisfare legittime esigenze umanitarie. I destinatari di questi fondi sono spesso gruppi terroristici, tra cui affiliati di al-Qaeda siriano, al-Nusrah, e lo Stato Islamico dell’Iraq e il Levante (ISIL), il gruppo precedentemente noto come al-Qaeda in Iraq ( AQI) … fonte: U.S Department of Treasury

Il Washington Post (tramite l’Associated Press) ha riportato che il Qatar sta cercando di farsi restituire due dei suoi cittadini che le autorità degli Emirati Arabi Uniti hanno arrestato con l’accusa di spionaggio. Le accuse sembrano suggerire che i presunti agenti del Qatar stavano cercando per sostenere Islah, il ramo negli Emirati dei Fratelli Musulmani, un gruppo che ha mantenuto legami con al-Qaeda e che ha cercato di rovesciare il governo degli Emirati .

Organizzazioni e fondazioni qatariote effettuano attività di appoggio al terrorismo anche tramite la difesa dei diritti umani.

Ad esempio, in un articolo del 2014 , lo statunitense ‘The Daily Best’ riferisce che il governo degli Stati Uniti un cittadino qatariota, capo dell’ organizzazione per i diritti umani al-Karama è stato anche un finanziere di al Qaeda:
”La maggior parte del mondo conosce il qatariota Abdul Rahman al-Naimi Omeir come un illustre professore di storia e attivista

 

dei diritti umani. L’organizzazione con sede in Svizzera che ha fondato, nota come al-Karama che in arabo significa ‘’dignità’’, ha lavorato a stretto contatto con le Nazioni Unite e gruppi americani per i diritti umani, in particolare Human Rights Watch.Secondo il governo degli Stati Uniti, tuttavia, al-Naimi è anche un importante finanziere di al Qaeda. Il Ministero del Tesoro USA ha detto che al-Naimi ha supervisionato il trasferimento di centinaia di migliaia di dollari per al Qaeda ed i suoi affiliati in Iraq, Somalia, Siria e Yemen nel corso degli ultimi 11 anni.

Nel 2013, ha ordinato il trasferimento di quasi 600.000 dollari ad al Qaeda tramite il rappresentante del gruppo in Siria. Nella stessa nota, il Dipartimento del Tesoro ha indicato in Abdulwahab Al-Humayqani, rappresentante di al-Karama nello Yemen, come un finanziatore e membro di al Qaeda nella penisola arabica, affiliato al gruppo nello Yemen.

L’organizzazione di Al-Naimi ha in passato lavorato a stretto contatto con il Centro per i Diritti Costituzionali (CCR), così come con il Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite. Al-Karama ha anche emesso comunicati congiunti con l’organizzazione umanitaria Human Rights Watch”.

Mentre il ministero del Tesoro USA lanciava queste accuse, altri paesi mediorientali arrivavano a denunciare addirittura cAl-Naimi stesso come un terroirsta.

Human Right Watch naturalmente si è difesa dicendo che non sospettava nulla ma difficile crederlo in quanto c’erano molte evidenze come per esempio un cablogramma pubblicato su Wikileaks del 2007 in cui una informativa degli USA descriveva Al-Naimi come un “sostenitore della linea dura islamista” .

La storia di al-Naimi, è un esempio eloquente di come la difesa dei diritti umani può anche essere utilizzata come copertura politica per le reti jihadiste o per nascondere altri fini sull’onda della nuova dottrina ONU ed USA ‘Responsability to protect’.

Vietato Parlare


Associazioni che finanziano il terrorismo in Siria: relazione del Brooking Institute

Mutui: l’espropriazione senza pignoramento ci sarà. Ma serve l’accordo


Pronto il decreto legislativo sulla possibilità, per le banche, in caso di mancato pagamento di 18 rate del mutuo, di mettere in vendita l’immobile senza passare dalle aste giudiziarie.

Il decreto legislativo, che recepisce la direttiva comunitaria sui mutui ipotecari, e che prevede la possibilità dell’esproprio degli immobili, da parte delle banche, senza la previa procedura di pignoramento, si farà: il Governo incassa le critiche, ma va comunque avanti per la sua strada.

Come avevamo anticipato in “Mutuo, la banca prima finanzia l’acquisto dell’immobile, poi lo vende”, con la scusa di attuare la normativa comunitaria, l’Italia e l’Europa intera stanno per fare un grosso regalo alle banche: a queste, infatti, sarà concesso di inserire, nei contratti di finanziamento, una clausola con cui si faranno autorizzare, dal cliente mutuatario, a vendere l’immobile nel caso in cui questi non paghi 18 rate del mutuo (il limite è stato innalzato, dalla precedenti 7 rate, nell’ultima versione della bozza). L’eventuale differenza tra il prezzo della vendita, le spese e gli importi ancora dovuti alla banca andrà al proprietario. Che però resterà senza casa.

La disposizione, dettata al fine di accelerare le vendite degli immobili in caso di morosità protratta del mutuatario (situazione che, certo, non giova comunque all’economia nazionale), finisce però per creare degli evidenti deficit di tutela nei confronti dei consumatori.

Il primo problema è la stima dell’immobile prima della vendita: il perito chiamato a tale compito sarà davvero così indipendente dalla banca nel determinare il valore di mercato del bene? Oppure cederà alle pressioni del creditore che, interessato all’immediata vendita, chiederà che lo stesso venga deprezzato onde rendere più agevole la ricerca di offerenti?

Il secondo e sicuramente più sentito problema è quello della determinazione del momento dell’inadempimento: quando potrà la banca avvalersi della facoltà di “acquisire” e vendere il bene finanziato senza ricorrere al pignoramento? In altre parole, dopo quante rate insolute scatterà l’esproprio? E soprattutto, sarà sempre possibile la vendita dell’immobile anche se la residua parte del mutuo ancora da versare risulta irrisoria rispetto invece a quella già corrisposta? Tanto per fare un esempio, il consumatore che abbia ottenuto un finanziamento di 100mila euro, da restituire in 100 rate da mille euro l’una, e abbia già restituito alla banca 90mila euro, potrà davvero perdere la casa per il semplice inadempimento delle ultime 10 rate?

Se non ci fossero di mezzo i diritti degli italiani ci farebbe sorridere la dichiarazione rilasciata dal Presidente dell’Abi, il quale, nel voler tranquillizzare il popolo degli indebitati, ha chiarito che il testo non riguarda i mutui passati ma solo quelli futuri e che, in ogni caso, la previsione di tale clausola “è lasciata alla libera contrattazione tra le famiglie e gli istituti bancari”. Evidentemente, il nostro caro Presidente non ha mai avuto la necessità di chiedere un finanziamento e non si è mai preoccupato di verificare, in prima persona, come avvengono quelle che lui chiama “trattative”. Trattative del tutto fantomatiche, dove il consumatore – ammesso e non concesso che abbia la preparazione tecnica o la capacità di comprendere le lunghe e spesso ostiche clausole – è posto di fronte a una sola alternativa: accettare o meno il contratto per come è stato predisposto unilateralmente dalla banca. Da un lato egli ha la casa dei suoi sogni, il nido della sua famiglia e l’immobile che spera di tramandare ai propri figli, dall’altro lato solo un cumulo di carte che – spera – il suo avvocato sappia comprendere meglio di lui, ma che, al momento della firma, costituisce solo un valicabilissimo limite al raggiungimento del suo obiettivo. Così firma. Alla faccia della trattativa.

Pedofilia che non fa notizia (se non coinvolge i preti…)


Nel mondo delle news, assetato di eventi forti in grado di attirare l’attenzione, stupisce che non si sia spesa una sola parola per raccontare la triste vicenda che ha colpito anni fa Adam, un bambino russo adottato da una coppia gay con il meccanismo della stepchild adoption.

Mark J. Newton e il suo compagno Peter Truong, due esperti informatici, facevano parte di quell’anello pedopornografico definito Boy Lovers Network, una rete internazionale di pedofili.

La coppia in prima istanza aveva prima cercato una madre surrogata negli Stati Uniti, senza riuscirci, poi avevano deciso di rivolgersi a una donna russa che aveva accettato, dietro pagamento di 8000 dollari, di prestare l’utero per poter mettere al mondo il “loro” bambino. Il padre biologico del piccolo Adam è Mark Newton, mentre Peter Truong era considerato il padre adottivo. Il neonato è stato consegnato alla coppia solo cinque giorni dopo il parto, nel 2005.

Una volta rientrata negli USA la coppia ha riempito le reti televisive con le loro interviste in cui raccontavano la storia di come erano riusciti, attraverso la rete, a trovare la madre surrogata che aveva permesso loro di coronare il sogno di diventare papà.

Il bambino aveva solo 22 mesi quando venne abusato dai ‘genitori’ per la prima volta. Da quel momento in poi gli abusi si sono susseguiti e quello che accadeva in quella ‘famiglia’ sui generis veniva videoregistrato e immesso nella rete del circolo pedopornografico.

In un momento successivo il bambino è stato anche messo a disposizione di altri membri dello stesso circolo di pedofili in Australia, Francia, Germania e negli Stati Uniti.

Il primo arresto di Newton e Truong è avvenuto nell’estate del 2011 dopo che la polizia australiana aveva scoperto del materiale pedopornografico che ritraeva la coppia con il bambino, materiale che era stato trovato in possesso di cultori australiani dello specifico orientamento sessuale .

All’inizio i due avevano affermato che il loro arresto era legato solo al fatto di essere una coppia gay, affermazione prontamente smentita dall’ispettore Jon Rouse che dirigeva la task force antipedofilia Argos, il quale ha dichiarato all’emittente Seven News: “Se si fa del male a un bambino, non mi interessa il genere di chi compie l’azione. Il nostro interesse è il bambino e non la vostra preferenza sessuale”.

Mark Newton è stato condannato a 40 anni di carcere per abusi sessuali commessi su un bambino russo adottato, mentre il suo compagno Peter Truong è stato condannato a 30 anni di reclusione, sempre negli Stati Uniti.

“Essere padre è stato un onore e un privilegio che ha scandito i migliori sei anni della mia vita”, ha affermato Newton poco prima della lettura della sentenza che lo condannava.

A questo punto sorge una domanda: nel momento in cui la Chiesa Cattolica è sotto assedio per gli scandali sulla pedofilia accaduti trenta o quaranta anni fa, come mai invece questa notizia non riesce ad emergere in Italia?

La Rosa Bianca

Perché non ci entusiasma che il Family Day diventi un partito


Giù a Roma hanno brevettato un marchio e hanno fatto del Family Day il partito del “Popolo della famiglia”. Ci permettiamo di rimanere poco entusiasti della trovata che forse covava da tempo nel campo degli organizzatori del Circo Massimo.

Perché l’idea di un nuovo partito non ci entusiasma? Primo, perché non si sentiva la mancanza di una formazione politica specializzata in “famiglia”. La famiglia è la vita della gente, non è un logo da brevettare per un’avventura politica personale.

Secondo, ne abbiamo parlato con Mario Adinolfi, lui sa che lo stimiamo e che lo vedremmo bene candidato al comune di Roma. E possibilmente assessore in una giunta che naturalmente non potrebbe essere espressione di quella sinistra che ha appena battezzato la via alla disgregazione mentale e sociale sulla base del capriccio individuale che si fa “diritto”.

Però, non è la stessa cosa fare un partito e fare un movimento. Non è intelligente sognare una ricomposizione cattolica su base partitica e per di più sfruttando la gratuità di un fenomeno come il Family Day. D’accordo, senza gli Adinolfi e le Miriano, senza Gandolfini e, sopratutto, senza l’impegno di certi movimenti, in particolare, del movimento fondato da Kiko Arguello, il Circo Massimo non ci sarebbe stato.

Però, di lì a pensare che questo avvenimento possa essere trasformato in partito, ce ne passa. Innanzitutto, si rischia il bagno di sangue. Fuor di metafora, la sconfitta che condanna all’irrilevanza. E di conseguenza si rischia l’umiliazione dell’avvenimento di popolo. E in secondo luogo, un conto è assecondare la propria vocazione – per esempio Adinolfi è tra i fondatori del Pd, la politica è la sua passione, ha il pedigree del grande oratore – un altro è prendere la generosità della gente e pretendere di portarla in una fattoria specializzata in prodotti Voglio la mamma.

Non siamo i quaccheri, puritani della famiglia formato Mulino Bianco. E non definiamo la realtà, la nostra identità, le nostre buone ragioni, in opposizione alle maschere di irrazionalità e prepotenza nietzschiana che adesso vorrebbero vestire di Mulino Bianco la grottesca e disumana ideologia arcobaleno. Non siamo il moralismo “tradizionale” contro il moralismo “postmoderno”. Semplicemente, ci interessa il mondo comune, ci interessa che i bambini non diventino vittime di esperimenti sociali violenti, ci interessa montare la guardia alla libertà delle persone di perseguire la felicità senza calpestare il diritto e la dignità umana delle donne e dei bambini.

All’egoismo sterminato che si pretende legge e che ha inaugurato la tratta dei nuovi schiavi in utero e in laboratorio, non si contrappone un partito. Si prosegue a dare corpo a un movimento di testimonianza propositiva all’umanità reale e di opposizione radicale all’ideologia postumana. “Movimento” vuol dire “dare inizio a qualcosa” anche se non sappiamo cosa. Vuol dire privilegiare la vita al progetto. Vuol dire andare avanti negli incontri, nello sviluppo di iniziative, giornali, storie, frequentazioni. E chissà cosa salterà fuori. Ma intanto si cerca di vivere all’altezza di certe ragioni.

E la politica? Dovremmo forse escluderla da questo orizzonte “movimentista”? Certo che no. Ovvio che c’è solo da augurarsi che ci sia gente disposta a impegnarsi nei partiti e, prospettandosi le amministrative di primavera, a presentarsi alla comunali portando programmi al servizio delle famiglie e amministrandoli, questi programmi, là dove si vincesse, dai pulpiti di municipi di paesi e città. Possibilmente bisognerebbe arrivare alle politiche forti di queste esperienze amministrative. Ma non si va da soli. Può essere generoso. Ma è un errore.

Il punto dell’errore è questo: con il brevetto del partito unico del Popolo della famiglia, imboccate la strada dell’obbligo di ottenere un risultato politico. Vi tocca piegare un avvenimento non calcolato nel calcolo di un certo numero di voti. Nella piena solitudine politica. E se la solitudine politica non bastasse, come noi pensiamo non basterà? E se i voti non fossero sufficienti a esprimere una rappresentanza che abbia una qualche incidenza, come noi pensiamo succederà? I fondatori del partito unico della famiglia si prenderebbero di conseguenza la responsabilità di aver contribuito alla sconfitta politica “di quelli del Circo Massimo”.

E questo non va bene. Perciò, da parte nostra consigliamo vivamente di surgelare il logo, rinunciare al partito e mettersi a disposizione della politica in maniera fantasiosa e plurale. Ci sono praterie che si aprono per chi ha idee e proposte da Family Day in amministrazioni cittadine che hanno cancellato il soggetto sociale famiglia per concentrarsi sui diritti individuali, muovendo guerra al senso di comunità, ai bisogni primari, alle aspettative elementari di una comunità.

Perché non entrare nei partiti, come già si entra nelle scuole, negli incontri pubblici in paesi e città, nelle librerie e nelle edicole con saggi e giornali, in rete con i blog armati di spirito controcorrente, di informazione corretta e cultura che nasce dall’esperienza piuttosto che dalle astrazioni, invece che escogitare il partito dei partiti? Perché scegliere il ghetto invece dell’orizzonte?


Fonte: Tempi

L’UE ci fa piangere sull’olio versato. Nuovo capitolo nella vicenda dell’olio tunisino.


La proposta legislativa della Commissione Europea, che concede il via libera all’importazione di altre 35 mila tonnellate d’olio d’oliva proveniente dal paese nordafricano per il biennio 2016-2017, ha ottenuto il voto favorevole del Parlamento di Strasburgo. Un regalo ulteriore a Tunisi che già ne esporta, senza pagare alcun dazio doganale, 56.700 tonnellate nei nostri mercati come previsto dal relativo accordo di associazione.

In Aula, però, il provvedimento ha subito due importanti modifiche rispetto al testo originario: l’introduzione dell’obbligo di tracciabilità, per garantire l’effettiva origine tunisina delle merci importate, e il divieto di proroga oltre il 2017, che ribadisce il carattere emergenziale delle misure e chiude le porte ad un loro eventuale prolungamento.

L’approvazione dei due emendamenti rinvia la decisione finale nelle mani del Consiglio europeo dell’Agricoltura che riunisce i ministri di tutti gli Stati membri dell’Ue, compreso l’italiano Martina.

A Martina si appella il Movimento Cinque Stelle, principale oppositore del provvedimento a Strasburgo e promotore di un’incalzante campagna sul web, affinché si faccia portavoce in quella sede degli interessi dei produttori italiani. Infatti, Confragricoltura, Coldiretti ed Agrinsieme non hanno mai nascosto contrarietà e preoccupazione per misure che rischiano di penalizzare l’agricoltura nazionale.

Lo stesso ministro delle politiche agricole, dopo il clamore che si è levato attorno al caso, si è detto non convinto delle “modalità con cui si sta affrontando la questione”[1] e ha invocato il riesame della Commissione all’agricoltura. Una posizione, quella di Martina, in contraddizione con l’atteggiamento avuto dai suoi due colleghi di partito seduti in Commissione Commercio Internazionale ( Goffredo Bettini ed Alessia Mosca) che hanno votato “si” al testo originario. Un testo, peraltro, caldeggiato fortemente da Federica Mogherini[2], tenacemente sostenuta da Renzi alla carica di Alta Rappresentante, che lo ha giustificato come supporto ad uno dei pochi paesi nordafricani alleati nella lotta contro il terrorismo e già ben avviato nel cammino verso la democrazia.

La linea del Partito Democratico sull’aumento temporaneo dell’import si è dimostrata piuttosto ondivaga: da una parte, le perplessità dell’eurodeputato De Castro che ha parlato di “una decisione sbagliata”, dall’altra chi, come Alessia Mosca, quella “decisione sbagliata” l’ha avvallata in Commissione Commercio e ne difende la validità ricordando che “nel settore dell’olio d’oliva l’Italia, da sola, consuma più di quanto produce”.[3] E’ vero, come sostiene l’onorevole Mosca, che il Belpaese occupa il primo posto nella classifica degli importatori d’olio d’oliva[4], ma, al tempo stesso, è anche il secondo paese esportatore dopo la Spagna. Un dato pienamente fisiologico per due motivi: intanto, gli italiani sono i principali consumatori mondiali e[5], poi, i prodotti nostrani destinati al commercio estero sono in larga parte di alta qualità. Non a caso, sono sempre più numerosi i sequestri da parte delle autorità di tonnellate di olio straniero spacciato falsamente per extravergine Made in Italy. Un segno inequivocabile dell’intramontabile richiamo che l’agroalimentare italiano continua ad esercitare sui mercati esteri, capaci di trainare questo settore in coincidenza con in crollo dei consumi fra i nostro connazionali.

I produttori italiani, soprattutto meridionali, nonostante la xylella e le contraffazioni hanno continuato a resistere e produrre quest’eccellenza alimentare il cui export ha subito un duro colpo anche per via delle sanzioni antirusse imposte dall’Ue. L’olio italiano, prima delle misure anti-Mosca, era il secondo più commercializzato in Russia. Un traffico redditizio su cui, dopo la decisione contro Putin dell’UE, proprio la Tunisia ha cercato di mettere le mani come dimostra la dichiarazione del ministro degli esteri Mongi Hamdi nel 2014 sulla presunta superiorità dell’olio tunisino rispetto a quello italiano. Nella stessa occasione, Hamdi ha annunciato la volontà di Tunisi di aumentare le esportazioni del prodotto in Russia per occupare la casella lasciata vacante dai produttori degli Stati UE.[6] Su questa rinnovata vivacità commerciale ha sicuramente inciso l’apertura ,da parte della nuova classe politica nata dopo la Primavera del 2010, agli investimenti di gruppi stranieri decisi ad impegnarsi nell’agroalimentare, al contrario di quanto avviene nel panorama italiano,[7] dove prevalgono ancora aziende o a conduzione familiare o risultato di cooperative sociali.

Insomma, a differenza dell’Unione Europea che in nome del sostegno al percorso democratico intrapreso dopo la cosiddetta Rivoluzione dei Gelsomini, è pronta ad approvare un provvedimento penalizzante per le agricolture degli Stati membri, la Tunisia non si è dimostrata altrettanto solidale con l’economia europea quando questa si è vista costretta a rinunciare ad un partner commerciale strategico come la Russia.

Spregiudicati loro o masochisti noi?



Nico Spuntoni



[1] http://www.ansa.it/canale_terraegusto/notizie/istituzioni/2016/02/15/olio-martina-commissione-ue-riveda-import-tunisino-extra_57e33120-ada6-4809-bf1e-34b2a2d51580.html

[2] http://europa.eu/rapid/press-release_IP-15-5665_it.htm

[3] http://www.alessiamosca.it/?p=6363

[4] http://ec.europa.eu/agriculture/olive-oil/prices/intra-trade/2015-2016_en.pdf

[5] http://agriregionieuropa.univpm.it/it/content/article/31/10/il-mercato-mondiale-dellolio-doliva-attori-dinamiche-prospettive-e-bisogni-di

[6] http://www.oliveoiltimes.com/olive-oil-business/europe/tunisia-agrees-ease-russian-reliance-european-oil/41049

[7] http://www2.anba.com.br/noticia/21866897/agribusiness/tunisia-wants-agribusiness-partnerships-with-brazil/

La Rivoluzione francese, il primo violento tentativo di scristianizzare la società


Non c’è nessun avvenimento storico che non abbia avuto il suo “cuore di tenebra”, anche quanto tentava di promuovere dei nobili ideali. L’esempio più eclatante riguarda forse quello della Rivoluzione Francese che registrò fenomeni come il Terrore o il massacro dei cittadini vandeani; nonostante la proclamazione della Carta dei Diritti dell’Uomo e del Cittadino.

E’ paradossale il fatto che, sebbene la Dichiarazione affermasse che «nessuno deve essere molestato per le sue opinioni, anche religiose», i rivoluzionari attueranno una feroce persecuzione contro il cattolicesimo: prima intromettendosi negli affari ecclesiastici imponendo la Costituzione civile del clero che venne di fatto a creare una Chiesa scismatica da Roma, e in seguito, incarcerando o uccidendo i preti refrattari che si rifiutarono di giurare su questo documento. Anche il clero costituzionale iniziò, tuttavia, ad essere presto colpito perché sospettato di essere vicino alla Monarchia e ai Girondini, e del resto, molti rivoluzionari non vedevano alcuna differenza tra le due Chiese.

Già nell’estate del 1793 si registrarono degli incidenti che lasciarono intravedere la volontà scristianizzatrice di alcuni militanti come gli avvenimenti verificatisi col pretesto della ricerca dei metalli preziosi all’interno delle chiese o nella fusione delle campane necessaria all’industria di guerra. Il cosiddetto fenomeno della “scristianizzazione” si affermò inizialmente nei diversi dipartimenti a causa dell’azione intrapresa da alcuni rappresentanti in missione: il 26 settembre 1793 Fouché dichiarò alla società popolare di Moulins di voler sostituire «ai culti superstiziosi e ipocriti»quello della Repubblica e della morale naturale, e il 10 ottobre vietò ogni cerimonia religiosa al di fuori delle chiese e laicizzò i cimiteri facendo trascrivere al loro ingresso «la morte è un sonno eterno»; a Rochefort, Lequiniotrasformò la chiesa in un tempio della Verità; nella Somme, Dumontfece sequestrare a Maubeuge gli oggetti preziosi usati per il culto (definiti «ornamenti del fanatismo e dell’ignoranza»); e altri rappresentanti incoraggiarono il matrimonio dei sacerdoti. Questo movimento si estenderà successivamente anche a Parigi: il 7 novembre il vescovo della città, Gobel, fu costretto a dimettersi pubblicamente insieme ai suoi vicari; mentre il 10 si festeggiò una “Festa della Libertà” all’interno della chiesa di Notre-Dame, che venne successivamente consacrata alla Ragione. La scristianizzazione non passò tuttavia solo attraverso la violenza, ma anche introducendo delle innovazioni come il calendario rivoluzionario costituito dalle decadi al posto delle settimane, e l’istituzione dell’era repubblicana (fatta iniziare il 22 settembre 1792). Inoltre, parallelamente alla scristianizzazione, si affermò anche il culto dei martiri della libertà (individuati in figure come Marat o Chapelier), le cui effigi si sostituirono nelle chiese, divenute templi della Ragione, a quelle dei santi cattolici (cfr. A. Sobul, La rivoluzione francese, Roma 1998 pp. 272-276).

Questa politica trovò tuttavia lo sfavore della maggior parte dei membri del Comitato di Salute Pubblica, ivi compreso quello dello stessoRobespierre. L’”Incorruttibile” era contrario alla scristianizzazione sia per motivi “filosofici” (pur detestando il cattolicesimo, era ugualmente contrario all’ateismo da lui considerato come aristocratico ed estraneo al popolo), sia sopratutto per motivi politici in quanto era cosciente che simile politica avrebbe rischiato di inimicarsi lamaggior parte del popolo francese (che era rimasto attaccato al culto tradizionale), oltre all’opinione pubblica dei paesi rimasti neutrali (cfr. F. Furet-D. Richet, La rivoluzione francese, Bari 1974 p. 288).

Con l’aiuto di Danton, Robespierre trascinò i Giacobini contro gli scristianizzatori e la Convenzione emise il 6 febbraio un decreto che riconfermò la libertà di culto. In realtà, questo provvedimento ebbe risultati assai limitati in quanto la stessa Convenzione, due giorni dopo, stabilì che i decreti dei rappresentanti in missione relativi alla chiusura delle chiese restassero in vigore, e proclamò che i preti costituzionali potessero celebrare il loro cultosolamente in forma privata. Mentre alcuni rappresentati si conformarono alle direttive, la maggioranza di essi ritenne invece che l’influsso dei preti costituzionali potesse essere pericoloso e maltrattarono o imprigionarono i sacerdoti che rifiutarono di dimettersi (cfr. G. Levebvre, La rivoluzione francese, Milano 1958 p. 408).


Robespierre tentò di instaurare un culto deista, il cui culmine fu raggiunto con la Festa dell’Essere Supremo svoltasi l’8 giugno 1794. Questo culto, però, cadde presto in disuso dopo la fine del politico francese, e i suoi successori continuarono la loro politica di ostilità verso la religione. Il deputato Cambon propose un decreto, approvato dalla Convenzione, in cui si affermava che la Repubblica non avrebbe più salariato alcun culto; mentre i rappresentati in missione continuarono a combattere il “fanatismo” (ossia il cattolicesimo): i rappresentanti Pelletier e Besson con un’ordinanza del 30 brumaio dell’anno III ordinarono l’arresto di tutti i preti che continuavano a professare il culto e la chiusura delle chiese ancora aperte; nell’Haute-Garonne e nel Tarn, i preti (ance se abdicatari) furono messi sotto sorveglianza; nell’Orne, il vescovo costituzionale, che aveva in precedenza abdicato, chiese l’autorizzazione per celebrare nuovamente gli uffici e venne arrestato per questa sola ragione. Né la persecuzione risparmiò le confessioni che erano state discriminate sotto l’Ancien Régime: i pastori luterani di Montbéliard abdicarono sotto la minaccia di arresto, mentre nel Besançon venne chiusa nell’ottobre 1794 la sinagoga. Nel frattempo, i Termidoriani cercarono di fare rivivere il culto repubblicano, espresso nelle feste civiche delle decadi e furono persino arrestate delle persone che si astenettero dal lavorare la domenica. Nonostante ciò, i tentativi per diffondere la fede patriotticanon riuscirono ad attecchire tra il popolo in quanto essa non era una creazione dell’anima popolare; ma un’idea della classe borghese, il cui governo si rendeva sempre più impopolare e debole.

Crebbero difatti le proteste contro la politica antireligiosa anche all’interno della Convenzione. Il vescovo costituzione di Blois, Grégoire, denunciò infatti che: «La libertà di culto esiste in Turchia, ma non in Francia; il popolo vi è privato di un diritto di cui si gode negli stati despoti; persino sotto le reggenze del Marocco e di Algeri». Sebbene questo discorso cadde nel vuoto, si levarono sempre più numerose le voci contro la persecuzione della religione; e già in taluni dipartimenti, dei privati cittadini e degli ex preti costituzionali, con la complicità delle autorità locali, riaprivano le chiese; mentre nei dipartimenti di frontiera i preti refrattari iniziarono a tornare in patria. A rendere impossibile l’ulteriore prosecuzione dei provvedimenti anticlericali, fu la politica di amnistia che il Governo aveva adottato inVandea: i rappresentanti in missione dell’Ovest erano difatti coscienti che non ci sarebbe stata nessuna pacificazione finché non fosse stata ripristinata la libertà di culto, e difatti provvidero ad abrogare tutti i provvedimenti di rigore antireligioso, ristabilendo la libertà sia per i preti refrattari che costituzionali.

La ritrovata libertà religiosa nei paesi dell’Ovest non poté quindi non estendersi anche al resto della Francia: il 21 febbraio 1975, un deputato della Pianura, Boissy d’Anglas, pur detestando il cattolicesimo, ripropose la libertà di culto con la motivazione che una religione clandestina poteva essere ben più pericolosa di una pubblica. Furono perciò riaperte le chiese, anche se vigevano ancora molte restrizioni in materia religiosa (vi era per i preti il divieto di indossare l’abito talare, fare processioni, suonare le campane…). Questo decreto contribuì alla ricostituzione del clero costituzionale, che domandò la restituzione delle loro patenti sacerdotali strappate con la forza; ma anche il clero refrattario rientrato in Francia prese a riorganizzare (con la contrarietà del governo parigino) il culto romano (sulla riapertura delle chiese cfr. A. Mathiez, La reazione termidoriana, pp. 179-201).

La laicizzazione e i tentativi di instaurare una nuova fede civica distaccò una parte dei francesi dalla tradizione cristiana, ma gli avvenimenti mostrarono che la maggior parte del popolo era rimasta attaccata al culto tradizionale. Motivo che spingerà Napoleone Bonaparte a stipulare nel 1801 un Concordato con la Chiesa Cattolica.




Fonte: UCCR

L’IMPERO DEL MALE ATTANAGLIA IL MONDO

L’IMPERO DEL MALE ATTANAGLIA IL MONDO
Nei miei archivi ci sono un paio di colonne di introduzione all’importante libro di John Perkins “Confessioni di un Sicario dell’Economia”. Il Sicario – EHM: The Economic Hit Man – è un operativo che vende al governo di un paese in via di sviluppo i mezzi per avviare un piano economico o un progetto di sviluppo di massa. The Hit Man – il sicario – convince il governo di un paese che potrà prendere in prestito delle ingenti somme di denaro dalle istituzioni finanziarie USA per finanziare un progetto che potrà far migliorare il livello di vita del suo paese. Chi accetta il prestito riceve tutte le assicurazioni che il progetto farà aumentare il PIL e che, quindi, con le entrate fiscali prodotte dall’incremento del PIL, si potrà rimborsare il prestito.
Ma il piano è stato studiato sovrastimando i benefici in modo che il paese indebitato non potrà ripagare né il capitale né gli interessi. Per dirla come dice Perkins “I progetti sono basati su analisi finanziarie distorte, proiezioni dell’inflazione e contabilità truccate” e – se l’inganno non dovesse funzionare – si useranno “minacce e tangenti” per chiudere ( comunque) l’affare.
Il passo successivo nella truffa è l’arrivo del Fondo Monetario Internazionale. Il FMI dice al paese indebitato che proteggerà gli interessi sul debito prestando – lo stesso FMI – i soldi con cui rimborsare i creditori del paese. Il prestito FMI non è una forma di aiuto ma, semplicemente il FMI assume  su se stesso l’indebitamento del paese al posto delle banche.
Per ripagare il FMI, il paese deve accettare un piano di austerità e deve accettare  di vendere gli asset nazionali a investitori privati. Austerità significa tagli alle pensioni sociali, ai servizi sociali, all’occupazione e ai salari, e le economie di bilancio servono per rimborsare il FMI.
Privatizzazione significa vendere petrolio, minerali e infrastrutture pubbliche per rimborsare il FMI. L’accordo di solito prevede un accordo/imposizione  di votare all’ ONU  come gli Stati Uniti e di accettare basi militari statunitensi.
Può succedere che uno dei leader di un paese rifiuti il piano o l’austerità o le privatizzazioni. Se le tangenti non funzionano, gli Stati Uniti mandano qualche sciacallo-assassino per rimuovere  chi è di ostacolo al processo di saccheggio.
Il libro di Perkins fece scalpore e dimostrava che l’atteggiamento e la disponibilità USA nei confronti dei paesi più poveri era solo un pretesto per inserirsi in uno schema di saccheggio dei paesi stessi. Il libro di Perkins ha venduto più di un milione di copie ed è rimasto nella lista dei bestseller del New York Times per 73 settimane.
Ora il libro è stato ripubblicato con l’aggiunta di 14 nuovi capitoli e con un elenco di 30 pagine sulle attività dei “sicari” avvenute durante gli anni 2004-2015.
Perkins dimostra che, nonostante le sue rivelazioni, la situazione è peggio che mai e si è diffusa nello stesso Occidente. Le popolazioni di Irlanda, Grecia, Portogallo, Spagna, Italia, e gli stessi Stati Uniti ora vengono saccheggiati per effetto delle attività degli “Hit Man – I Sicari dell’Economia”.
Il libro di Perkins dimostra che gli Stati Uniti sono stati “eccezionali” solo nella violenza sfrenata che applicano contro chi non accetta i loro metodi. Uno dei nuovi capitoli racconta la storia di France-Albert Rene, Presidente delle Seychelles, che minacciò di rivelare la cacciata illegale e disumana degli abitanti di Diego Garcia, messa in atto dalla Gran Bretagna e da Washington per poter convertire tutta l’isola in una base aerea da cui Washington avrebbe potuto bombardare i paesi non “conformi” in Medio Oriente, Asia e Africa. Washington allora inviò una squadra di sciacalli per assassinare il presidente delle Seychelles, ma l’assassinio fu sventato e furino tutti catturati  – tranne uno – processati e condannati a morte o alla galera, ma una mazzetta multi-milionaria in dollari per Rene è servita per liberarli. Rene ha compreso il messaggio e si è reso disponibile.
Nella stampa originale del suo libro, Perkins racconta le storie di come alcunisciacalli abbiano organizzato degli incidenti aerei per sbarazzarsi del Presidente di Panamanon conforme, Omar Torrijos, e del Presidente dell’Ecuadornon conforme, Jaime Roldos. Quando Rafael Correa divenne presidente dell’Ecuador, si rifiutò di pagare alcuni dei debiti illegittimi che erano stati accumulati dall’ Ecuador, chiuse la più grande base militare degli Stati Uniti in America Latina, costrinse a rinegoziare i contratti di sfruttamento del petrolio, ordinò alla Banca Centrale di usare i fondi depositati nelle banche USA per finanziare progetti nazionali, e coerentemente si oppose al controllo egemonico di Washington sull’America Latina.
Correa si era candidato, da solo, ad essere rovesciato o assassinato.
Solo che Washington aveva appena rovesciato con un colpo di stato militare il Presidente honduregno democraticamente eletto, Manuel Zelaya, le cui politiche volevano fare gli interessi del popolo dell’Honduras e non quelli stranieri. Preoccupati che due colpi di stato militari in successione contro Presidenti riformisti si sarebbero notati troppo, per sbarazzarsi di Correa la CIA si rivolse alla polizia ecuadoriana. Guidata da un laureato alla Washington’s School of the Americas, la polizia si mosse per rovesciare Correa, ma fu sopraffatta dall’esercito ecuadoriano. Tuttavia, Correa comprese il messaggio e cambiò la sua politica verso le compagnie petrolifere americane, annunciando che avrebbe messo all’asta delle enormi aree di foresta pluviale dell’Ecuador ad uso delle compagnie petrolifere. Chiuse la Fundacion Pachamama, un’organizzazione a cui era iscritto anche Perkins, che aveva lavorato per preservare le foreste pluviali e le popolazioni indigene dell’Ecuador.
Le banche occidentali con il sostegno della Banca Mondiale possono saccheggiare ancora peggio delle compagnie petrolifere e di quelle del legname. Perkins scrive: “Nel corso degli ultimi tre decenni, sessanta tra i paesi più poveri del mondo hanno pagato $ 550 miliardi in capitale e interessi per prestiti di  $ 540 miliardi, eppure ancora hanno un enorme debito di $ 523 miliardi su quegli stessi prestiti. Il costo delle spese per il debito è più di quanto questi paesi spendono in sanità o in istruzione, ed è venti volte il valore che ricevono ogni anno in aiuti esteri. Inoltre, i progetti della Banca Mondiale hanno provocato indicibili sofferenze alle persone più povere del pianeta. Solo negli ultimi dieci anni, questi progetti hanno costretto circa 3,4 milioni di persone a lasciare le loro case; i governi di questi paesi si sono prestati a picchiare, torturare e ad ammazzare chi si opponeva ai progetti della Banca Mondiale”.
Perkins racconta come la Boeing abbia rapinato i contribuenti dello stato di Washington. Utilizzando lobbisti e tangenti li ha ricattati minacciando di spostare gli impianti di produzione in un altro stato, così la Boeing è riuscita a farsi approvare una legge dallo stato di Washington, che concede alla società una riduzione fiscale che ha messo 8,7 miliardi di dollari nelle sue casse, distraendoli dalle spes per l’assistenza sanitaria, l’istruzione e altri servizi sociali. Le sovvenzioni massicce fatte con leggi a favore delle multinazionali sono un’altra forma di espropriazione frutto delle attività degli Hit-Men – dei  sicari -.
Perkins ha la coscienza sporca e ancora soffre per il ruolo che svolse come sicario dell’impero del male, quello che adesso ha cominciato a depredare i cittadini americani. Ha fatto tutto il possibile per fare ammenda, ma riferisce che questo sistema di sfruttamento ormai si è tanto moltiplicato ed è diventato tanto comune che non deve più nemmeno restare nascosto. Perkins scrive:
“Un cambiamento importante ha fatto si che questo sistema dell’ EHM, oggi, funzioni anche negli Stati Uniti e in altri paesi economicamente sviluppati. E’ ovunque. E ogni volta si presenta con delle varianti differenti nell’uso dei suoi strumenti. Ci sono centinaia di migliaia di EHM sparsi in tutto il mondo. Hanno creato un impero globale che lavora sia scopertamente che nell’ombra. Questo sistema si è tanto ampiamente e profondamente radicato che è diventato il modo normale di fare business e quindi – per la maggior parte delle persone – non sembra nemmeno più una proccupazione. ”
La gente è stata tanto spogliata dei loro posti di lavoro mandati all’estero e con l’indebitamento che la domanda dei consumatori non basta per produrre i profitti. Di conseguenza, il capitalismo ha cominciato a sfruttare lo stesso Occidente. Vedendo che la resistenza stava aumentando , il sistema EHM – quello dei sicari dell’economia –  si è armato con “il Patriot Act, con la militarizzazione delle forze di polizia, con una vasta gamma di nuove tecnologie di sorveglianza, infiltrandosi e sabotando il movimento Occupy e con la drammatica espansione delle prigioni privatizzate”.
Il processo democratico è stato sovvertito dalle regole della Supreme Court’s Citizens United Suprema  e da altre decisioni del tribunale, da comitati di azione politica finanziati dalle multinazionali, e da organizzazioni come il Consiglio Legislativo della Borsa Americanafinanziati dall’1%.
Squadre di avvocati, di lobbisti e di strateghi vengono arruolate per legalizzare la corruzione, e le presstitutes (le presstitute) fanno gli straordinari per convincere americani-creduloni che le elezioni siano una cosa seria e che servono per il funzionamento della democrazia.
In  un articolo del 19 feb. 2016 su OpEdNews, Matt Peppe riferisce che la colonia Americana di Porto Rico ha messo sottoterra il paese per soddisfare i creditori stranieri.http://www.opednews.com/articles/Puerto-Ricans-Suffer-as-Cr-by-Matt-Peppe-160219-676.html
L’aeroporto è stato privatizzato, e le principali autostrade sono state privatizzate con un contratto di locazione di 40 anni in mano a un consorzio formato da un fondo di investimenti e di infrastrutture di Goldman Sachs. I Portoricani ora devono pagare le multinazionali per l’uso delle stesse infrastrutture che si sono costruiti con i dollari delle loro tasse. Recentemente le imposte sulle vendite a Porto Rico sono aumentaste del 64%( dal 7% al 11,5%). Un aumento delle tasse sui consumi equivale a un aumento dell’inflazione e si traduce in un calo dei redditi reali.
Oggi l’unica differenza tra capitalismo e gangsterismo è che il capitalismo è riuscito a legalizzare il proprio modo di essere gangster e, quindi, è in grado di arraffare business meglio della mafia.
Perkins mostra che l’impero del male ha stretto il mondo con la tenaglia dell’ “economia di morte.” E conclude che “abbiamo bisogno di una rivoluzione” per “sotterrare  l’economia della morte e per far rinascere  una economia della vita.”
Non cercate nessun aiuto dai politici, dagli economisti neoliberisti e nemmeno dalle presstitute.
 Paul Craig Roberts, ex Assistant Secretary del US Treasury e ex Associate Editor al Wall Street Journal, ha tenuto rubriche su Business Week, Scripps Howard Newice, e Creats Servors Syndicate. Ha avuto diversi incrichi universitari e i suoi articoli sul web hanno attratto lettori da tutto il mondo. Gli ultimi libri di Roberts sono 
Il testo di questo articolo è liberamente utilizzabile a scopi non commerciali, citando la fonte comedonchisciotte.org e l’autore della traduzione Bosque Primario 

Fairphone2, il telefono costruito senza minerali da zone di guerra né lavoratori sfruttati


L’omonima azienda olandese lancia la seconda versione del suo dispositivo equo e solidale fatto con materiali ottenuti rispettando i diritti degli uomini e dell’ambiente. I suoi componenti vengono realizzati in fabbriche regolari e i minerali con cui sono realizzati certificati.

Ma andiamo con ordine. Qualcuno ricorderà la campagna “Niente sangue nel mio GSM“. Negli anni scorsi infatti, diverse organizzazioni umanitarie con questo slogan avevano voluto mettere in risalto il fatto che la maggior parte delle componenti preziose dei telefonini – oro, stagno, tungsteno – venissero da zone di guerra. In particolareavevamo raccontato delle “guerre del coltan”, un composto, la columbite-tantalite, da cui si ricavano il tantalio e il niobio, fondamentali per dare certe caratteristiche di conduzione e resistenza ai telefonini. Estratti prevalentemente nella regione del Congo in Africa, e commerciati da organizzazioni criminali e paramilitari per finanziarsi, il loro contrabbando è stato alla base di molti conflitti bellici e secondo le Nazioni Unite, della guerra civile nel paese.


Ecco, Fairphone pretende di usare “conflict-free minerals”, ovvero minerali la cui raccolta non produca conflitti e guerre né nella zona del Congo né altrove. Per fare questo i giovani imprenditori di Fairphone avviato da due anni una ricognizione sul posto del modo di operare dei loro fornitori e hanno deciso di rifornirsi solo da quelli che davano adeguate garanzie di rispettare l’ambiente, i diritti dei lavoratori, la libera concorrenza e le leggi statuali. Ogni volta che questi principi non erano rispettati, facevano due cose: cambiare fornitore spostandosi perfino dall’Africa in America Latina, oppure, dove era possibile, avviare delle partnership scientifiche ed educative coi produttori. E scegliendo spesso la seconda opzione per non deprimere ulteriormente l’economia di quei paesi e facendo accordi perché ne fosse garantita una produzione legale.
Visto che gran parte dei componenti in oro che rendono resistenti ed efficienti i nostri telefoni veniva realizzata in Cina hanno poi deciso di andare a vedere se la loro materia prima provenisse da miniere regolari. Scoperto che quell’oro non poteva sempre essere certificato, hanno deciso di risalirne la catena produttiva chiedendo aiuto aFairTrade international, l’organizzazione internazionale che elabora gli standard del commercio equo e solidale FaiTrade per prodotti come caffè, zucchero, cacao e altri.

Il primo Fairphone ha visto la luce nel 2013: usava solo stagno e tantalio congolesi certificati. Ma prima Fairphone aveva stretto un accordo etico e commerciale coi suoi produttori in Cina (a Guohong e poi a Suzhou), ottenendo migliori condizioni di lavoro per gli operai. Poi ne hanno studiato l’impronta ecologica, e in base all’analisi del ciclo di vita hanno organizzato sia le modalità produttive che l’esportazione e il riciclo (aprile 2014) del telefono per arrivare a un design che fosse in grado di supportare delle modifiche al telefono stesso. Dal Ghana hanno cominciato a importare telefonini buttati per recuperarne i materiali da usare nel Fairphone e hanno cominciato a vendere attraverso il proprio sito i ricambi per il telefonino offrendo insieme ad iFixit dei tutorial per imparare a sostituirne le parti usurate. Adesso sono arrivati a fornire le istruzioni per stampare in 3D la cover dei telefonini e sono pronti al rilascio del codice sorgente del software che fa funzionare i telefonini. Hanno già prevenduto oltre ottomila Fairphone2 dal loro sito. “È bello, funziona bene e – spiega Valentina, volontaria di una Onlus che si occupa di migranti che si trova in in Puglia – mi fa sentire meglio sapere che è garantito da giovani come noi che mettono il valore delle vita umana davanti al profitto”. In questo momento nel mondo ci sono 60.000 Fairphone. E un po’ di bontà in più.

Fonte: Repubblica

Grecia, pensioni tagliate del 40%. Fmi: “Tagliare ancora”


La riforma delle pensioni che il Governo sta per varare in Grecia “è molto radicale”, e il Fmi deve capire che insistere nel chiedere nuovi tagli è sbagliato: lo ha detto il ministro dell’economia Euclid Tsakalotos al Parlamento Ue. Tsakalotos ha spiegato che le pensioni anticipate sono state ridotte, e si lavora alla fusione di oltre 300 fondi pensionistici in un solo fondo che abbia regole uguali per tutti.

“Il Fmi deve capire che è molto difficile cambiare questo sistema in stato di profonda recessione. Le pensioni sono state già tagliate 11 volte, e ridotte del 40%. E bisogna capire che esse sono una forma di entrata per molte famiglie al giorno d’oggi“, ha detto il ministro.

Tsakalotos ha anche illustrato alcune delle differenze che ancora impediscono un accordo tra Governo e istituzioni che sblocchi i nuovi aiuti. “Sul gap di bilancio le istituzioni sono divise. Il Fmi chiede misure aggiuntive, mentre la nostra visione è più vicina a quella di Esm, Commissione e Bce. In questo momento altre misure sarebbero politicamente difficili, ed economicamente controproducenti. Non ci servono altre misure pro-cicliche ora”, ha concluso.

Tratto da: Stop Euro

Il PIL, Renzi, e le statistiche vudù dell’ISTAT


Possiamo affermare senza paura di smentite che il Governo ha usufruito di un aiutino non di poco conto da parte dell’Istituto Nazionale di Statistica.

Il primo Marzo l’Istat ha comunicato la variazione del Pil per l’anno 2015. Il risultato è stato al di sopra delle aspettative (viste anche le stime preliminari), un più 0,8% se non positivo almeno non del tutto negativo e che lascia qualche speranza.
Immediatamente il presidente del consiglio Matteo Renzi e tutti i corifei a seguito hanno fatto squillare le trombe della propaganda vendendo come estremamente positivo questo dato, comunque inferiore rispetto a quanto (+ 0,9%) previsto nei documenti del governo.

A ben guardare nel sito dell’Istat le cose sono un po’ più complesse e possiamo affermare senza paura di smentite che il Governo ha usufruito di un aiutino non di poco conto da parte dell’Istituto Nazionale di Statistica.
Basta andare a vedere la “nota metodologica al calcolo del Pil” diramata contestualmente all’annuncio della crescita dell0 o,8% che tanto ha reso orgoglioso il nostro capo del Governo e scopriamo che vi è stata una revisione al ribasso del Pil per gli anni 2013 e 2014 (pagina 7, 8, 9 e 10 della nota metodologica). Una variazione tra l’altro non trascurabile di circa 2 miliardi di euro in ambo gli anni.

Ricalcolare al ribasso i dati del Pil per gli anni precedenti significa letteralmente “regalare” una maggiore variazione positiva della crescita per il Pil dell’anno successivo: segnatamente, se io diminuisco il pil di 2 miliardi nel 2014, di fatto regalo una ulteriore variazione positiva della crescita (dello stesso ammontare diminuito nell’anno precedente) del pil per l’anno successivo.

Ed ecco li che il pil magicamente crescerà non più di uno striminzito + 0,6% ma di un quantomeno accettabile + 0,8%. Un vero e proprio gioco di prestigio dei nostri statistici nazionali per l’occasione si sono trasformati in sacerdoti della statistica vudù in grado di dare qualche ulteriore mese di respiro ad un governo che – di fatto – ha completamente fallito nelle sue misure di politica economica.

03 marzo 2016

TTIP. L’assurdo silenzio dei parlamentari italiani

TTIP. L’assurdo silenzio dei parlamentari italiani
di Vincenzo Maddaloni
Berlino. Silenzio assoluto – paradossale come sempre – sul dodicesimo roud di negoziati appena concluso a Bruxelles tra Stati Uniti e Ue sul Transatlantic Trade and Investment Partnership (Ttip), il Trattato transatlantico sulla liberalizzazione del commercio e delle garanzie per investimenti. Il Ttip riguarda 850 milioni di abitanti fra il Nordamerica e l’Europa, che insieme rappresentano il 45 per cento del Pil mondiale.
Il commercio transatlantico che verrebbe influenzato dalle nuove regole del Ttip, in settori come le commesse, opere pubbliche, servizi, supera i 500 miliardi di euro all’anno. I soli investimenti diretti dagli Usa in Europa superano i 320 miliardi, quelli europei negli Stati Uniti sono un po’ più della metà. Il TTIP insomma potrebbe essere usato per bloccare inutili forme di protezionismo ma anche per impedire politiche di miglioramento delle condizioni dei lavoratori o dell’ambiente o del pubblico dominio della conoscenza e altro.
Pertanto il vero punto debole resta la trasparenza. L’ ha denunciato Katia Lipping, battagliera deputata tedesca della Linke :”Misure di sicurezza degne di un carcere speciale, deputati trattati come potenziali spie, come nemici inconsapevoli, o peggio della libertà di commercio… Cosa c’è di tanto segreto in questo Ttip?”.
Eppure riguarda la vita dei cittadini e delle imprese. Scrive Katia Lipping :”Chiunque stesse andando a questi negoziati per migliorare la protezione dell’ambiente, la tutela dei consumatori e le norme sul lavoro non avrebbe nulla da temere dalla trasparenza. Chiunque sia invece impegnato nella svendita della democrazia, d’altra parte, è ovviamente interessato ad evitare il controllo pubblico. Se i negoziatori sono davvero così convinti dei benefici di Ttip, perché non mettono il testo on-line, a disposizione di tutti?”, conclude la deputata tedesca.
Naturalmente, anche questa denuncia sebbene pronunciata da una tribuna sostenuta dal peso economico internazionale della Germania non ha prodotto nulla poiché anche l’ultima tornata negoziale Usa-Ue, appena conclusa a Bruxelles si è svolta a porte chiuse. Perché continua ad accadere tenta di spiegarlo un post di un sito british, truepublica.org.uk che scrive: “La ragione per cui i negoziati del Ttip sono così segreti è che gli americani hanno raccomandato di tener celato il dibattito fino a quando l’adozione sia diventata ineludibile”.
“Essi – si legge sul post – vogliono armonizzare gli standard fra Eu e Ue, visti dagli oppositori come un grave colpo alle sudate protezioni su cibo e sicurezza chimica, cosmetici , insetticidi e pesticidi, l’ambiente e i diritti dei lavoratori. Il settore agricolo americano sta premendo fortemente l’Europa perché importi prodotti OGM attualmente illegali (ma di cui l’UE ha autorizzato l’ importazione nell’aprile 2015) e carne non conforme agli standard europei, vale a dire bestiame cresciuto con ormoni della crescita (questo divieto continua ma con un accordo per comprare ulteriori 48 mila tonnellate annue di carne americana senza ormoni della crescita).”.
Graham Vanbergen, l’autore del post di TruePublica sottintende il punto di vista britannico e anche per questo è interessante poiché aiuta a capire le ragioni delle resistenze di tanti cittadini inglesi, orgogliosi della loro indipendenza e diffidenti non solo dell’Ue, ma anche dei ‘cugini’ americani.
In ballo, infatti, ci sono le regole, l’attribuzione dei poteri, le priorità da proteggere. E non è da tempo un mistero che le regole Usa su alimentazione, ambiente o farmaci siano assai più lasche di quelle europee, dettate spesso direttamente dalle multinazionali anziché “fondate scientificamente”.
Negli Usa, il “principio di precauzione” sulla commercializzazione di questi prodotti non esiste. Ragion per cui essi premono da sempre per affidare il verdetto ad arbitrati privati, con il meccanismo di risoluzione noto con l’acronimo anglosassone Isds (Investor-state dispute settlement). Praticamente sono persone scelte tra gli avvocati del commercio internazionale, che diventano a seconda delle circostanze “consulenti di parte”, oppure dei veri e propri giudici, generalmente “asserviti”, sia dalle multinazionali che dai singoli Stati.
Insomma, sono sentenze già scritte in base al peso specifico dei protagonisti. E’ il motivo per cui, sostiene Graham Vanbergen su TruePublica, gli americani hanno dato vita al non meno segreto Gruppo Bilderberg, definito come un gruppo di lobbisti di élite, vertici di multinazionali Usa, funzionari Ue, capitani di industria, capi di agenzie di intelligence e reali europei. Insomma tutti i principali lobbisti degli affari e della finanza a favore del Ttip sono sotto lo stesso tetto, conclude Vanbergen. Che azzarda. “Quello a cui siete testimoni è un ‘ colpo di stato corporate’ dell’Europa da parte dell’America delle multinazionali.”.
E’ il suo un grido di allarme che rimbalza su quello dei parlamentari tedeschi, sicuramente i più ferrati in Europa sull’argomento. Sono gli unici che sono riusciti ad ottenere una “Leseraum” (Reading Room, Sala di lettura) dedicata al Ttip. Moltissimo vi hanno influito le mobilitazioni imponenti (oltre mezzo milione di persone solo a Berlino, qualche mese fa), e una raccolta firme di oltre tre milioni.
Katia Lipping, la deputata della Linke, è stata una dei primi parlamentari ad entrare nella Leseraum: “Martedì 2 febbraio era il mio giorno. Mi ero registrata per la sala di lettura. Una guardia mi ha portato ai controlli di sicurezza e mi ha chiesto di chiudere a chiave la giacca e la borsa. Ha controllato che non stessi prendendo qualsiasi una macchina fotografica o il cellulare nella sala di lettura e poi ha bussato a una porta. Il livello elevato di segretezza mi ha reso ancora più curiosa su quello che stavo andando a trovare, ma la camera in sé era non niente di speciale.”.
“C’erano otto stazioni di lavoro al computer, e mi è stato permesso di sedermi a quella designata per me. Una donna dall’atteggiamento amichevole era seduta nella stanza. Lei mi ha fatto firmare le regole dei visitatori – se non si firma, non si ottiene l’accesso – così ho firmato. C’era un thermos di caffè e un piatto di biscotti in un angolo. Eppure, nessuna quantità di caffeina o di zuccheri nel sangue mi avrebbe permesso di passare attraverso le circa trecento pagine di testo nelle due ore che ho avuto a mia disposizione”.
“Infatti – prosegue la deputata della Linke – le due ore che ho avuto a disposizione nella sala di lettura sono state, ovviamente, insufficienti a leggere tutti i documenti. Eppure, mi sono resa conto che nulla di quel che avevo letto mi potrebbe far ritrarre nessuna delle mie precedenti critiche al Ttip. Non ho letto nulla che possa alleviare la mia preoccupazione sul fatto che la parte americana vuole rendere la vita più difficile alle imprese pubbliche e comunitarie e per garantire condizioni migliori per multinazionali nella battaglia per appalti pubblici. Non ho letto neanche nulla per ridurre i miei timori circa il fatto che i negoziatori europei sono disposti a sacrificare i nostri standard sociali e ambientali in cambio della prospettiva di vincere lucrosi contratti per le grandi imprese europee”.
I tedeschi se la sono conquistata questa sala di lettura il Leseraum , perché – unici in Europa – sono stati capaci di andare a protestare in massa contro il Ttip. Sebbene i parlamentari tedeschi siano stati trattati come dei nemici – e addirittura passibili di sanzioni, in caso di divulgazione, come ricordava Katia Lipping – essi comunque sono riusciti a farsi aprire la porta e a vedere le carte. Non risulta che i loro colleghi italiani siano interessati a una simile impresa.
Si sono spese settimane per una legge incompleta sulle Unioni civili, ma in Parlamento non s’è parlato di Ttip. Un silenzio assurdo, poiché la bilancia commerciale italiana poggia su regole come la produzione di alimenti a denominazione di origine controllata, come le misure per attrarre investimenti. Più di ogni altra nazione è l’Italia che campa di commercio, che ha molto più da perdere che da guadagnare con il Ttip. Provate a chiedere a un qualsiasi parlamentare italiano cosa ne sa. O meglio se lo sa.

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