12 marzo 2016

Italia, bengòdi di avvocati e giornalisti



Italia , bengodi di avvocati e giornalisti

Non è un caso che l’Italia sia descritta come la “Patria del Diritto”, a cura di avvocati e giornalisti.
Queste due corporazioni, completamente deresponsabilizzate , pullulano nel “Bel Paese”: in Parlamento,
ai vertici delle aziende pubbliche e private, ai vertici dell’editoria e dei mass-media. Quindi una “bengòdi “ di avvocati e giornalisti, estranei e lontani da istanze di giustizia e verità, con pochissime eccezioni.

Ogni regime autoritario , da Mussolini in poi, ha bisogno di “corporazioni o caste ” di supporto : quella dei militari, dei banchieri e dei mercanti, degli avvocati e dei giornalisti. Di queste ultime parliamo qui.
Non a caso, esse hanno superato il periodo fascista per arrivare, indenni, a quello attuale (costituzionale).
Si tratta di caste privilegiate e de-responsabililizzate che, in regime di monopolio, servono il ceto dominante o “l’uomo della provvidenza”. Gli avvocati scrivono e manovrano leggi e procedure (anche come parla- mentari) , i giornalisti (anche come parlamentari) mass-media e propaganda , entrambi al servizio dello stesso potere e per gli stessi interessi. Nessuno sospetta o denuncia che vi possa essere un forte “conflitto di interesse” nella doppia funzione monopolistica - professionale/istituzionale- di queste due figure.
Una volta che una legge è scritta ed approvata da avvocati-parlamentari e reclamizzata da giornalisti-parlamentari, anche i giudici devono accodarsi e rispettarla, talvolta in modo addirittura retroattivo (“interpretazione autentica”). Ovviamente ognuna delle due corporazioni ha solo vantaggi , senza danni, dall’esercizio del mestiere : se l’avvocato imposta una legge che ha conseguenze negative per la società e le persone, oppure se perde una sua vertenza legale (per colpa del giudice), è pagato e non ha danni. Lo stesso accade al giornalista che mente, censura o mistifica su giornali e TV (calunnie a parte).
Non è così per altre professioni o mestieri - ingegneri, medici, tecnici, operatori sanitari, operai,ecc.- che hanno solo compiti esecutivi-operativi di natura tecnica, con forti responsabilità personali.
Ogni cittadino deve conoscere le leggi , ma non può difendersi in proprio: deve delegare la sua difesa, a pagamento, all’avvocato. Allo stesso modo nessun cittadino, anche se evoluto ed informato, può mai accedere ai mass-media : sono i giornalisti accreditati che lo scelgono, lo invitano o lo “intepretano”.
Ecco allora che in Paesi civilmente e culturalmente arretrati, come l’Italia in Europa, avvocati e giornalisti pullulano; stanno in Parlamento oltre che ai vertici di aziende, Istituzioni, associazioni, fondazioni, ecc.


Quanti solo gli avvocati in Italia ? Almeno quelli “ufficiali” iscritti all’Albo professionale ?
Quantificare il loro numero reale non è facile, possiamo richiamare qualche numero per difetto (2008) : 247.000 (1 ogni 250 abitanti). A Roma sono 21.000 (1 ogni 109 ab.) più di quelli dell’intera Francia. Sono numero impressionanti per qualsiasi altro Paese europeo e del Mondo.
Quanti di loro siedono in Parlamento, svolgendo la doppia funzione , politica e professionale ?
Sono il 14% alla Camera e il 14,3% al Senato, quanto tutti gli altri deputati con lauree diverse (dati 2008).
Più del numero di esponenti di partito (13% e 7,3%) e di ogni altra categoria. Gli imprenditori sono il 10,6% e l’ 11,7%. Pochissimi gli impiegati e gli operai (4,9% e 4,1%). Per i giornalisti i dati non si trovano (chissà perchè ?), ma un gran numero di parlamentari e di politici ha la tessera di giornalista.
In Parlamento gli avvocati continuano ad esercitare la professione nei loro studi privati, per cui essi sono anche i parlamentari più ricchi . I loro redditi totali annui stanno tra 1.300.000 € e 2.300.000 €.
Ma gli avvocati stanno anche ai vertici di aziende , pubbliche e private, di istituzioni, fondazioni e associazioni di vario tipo. Godono tutti i vantaggi di un “giustizia” lenta, incerta, farraginosa, ingiusta.
I giornalisti , iscritti all’ordine , sono 100.000 in Italia , dei quali 1.373 in RAI (ultimi dati di bilancio).
Eppure pochi comunicatori - su Internet, via radio o giornali locali – informano molto più e molto meglio.
Siamo al 61^ posto della classifica mondiale sulla “libertà di stampa” (Freedom House). Significa che siamo un Paese in cui regnano censure, bugie, omissioni, chiacchiere, inganni semantici e di altro tipo. Lo possiamo verificare ogni giorno, comparando le notizie di giornali, radio e TV con la realtà locale, nazionale ed internazionale.

Ovviamente in una vera democrazia costituzionale la situazione potrebbe, e dovrebbe, essere ben diversa.
A parte una seria verifica sul conflitto di interesse istituzionale/professionale, molte altre misure dovrebbero essere adotatte. Per i giornalisti : la fine del loro monopolio anticostituzionale (Cost.art.21) e di privilegi salariali e normativi ingiustificati; l’applicazione di sanzioni certe nei casi di omissioni e imposture reiterate a mezzo stampa e TV, ai danni dei cittadini-utenti; l’obbligo di rettifica per menzogne e manipolazioni mediatiche, con la rimozione del responsabile da incarichi comunicativi ed informativi ...
Per gli avvocati, dopo aver semplificato ed accelerato l’iter dei processi, si tratta di concedere ai cittadini il diritto di difendersi in proprio, di non pagare nulla nei casi in cui la sentenza sia a loro favorevole (i costi di giudizio e di patrocinio legale vanno addebitati al perdente, ma con costi ed onorari massimi prestabiliti).
L’avvocato che perde la sua vertenza non dovrebbe essere pagato, in modo da spingerlo a selezionare con cura i clienti e le vertenze da patrocinare. Chi non trova avvocati disposti a difenderlo oppure non ha i mezzi per farlo, deve trovare un avvocato d’ufficio stipendiato dallo Stato, oppure difendersi di persona.
Si tratta anche di impedire che l’avvocato, da parlamentare, possa legiferare in modo da favorire le sue vertenze private, com’è accaduto ed accade nel caso dei legali-parlamentari di Berlusconi.
Sono riforme sociali possibili e necessarie di cui si parla pochissimo e , spesso, in modo strumentale e falso.

 

Il paradiso fiscale delle fondazioni politiche

po Barone
(11:00)
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https://youtu.be/ziJmFN1kjAI


È curioso questo strano strumento giuridico. Stiamo combattendo l'evasione fiscale, stiamo facendo accordi internazionali per fare sparire i paradisi fiscali. Poi manteniamo degli istituti giuridici che danno privilegi a pochi. Privilegi che non ha nessun negoziante o dipendente. Stiamo facendo la guerra allo IOR perché renda pubblici i propri conti, ma non nessuna guerra per sapere chi dà i soldi a una fondazione politica. 

Il Passaparola di Filippo Barone 

Salve a tutti, sono Filippo Barone, giornalista. Sono con voi perché parleremo di fondazioni politiche. Si tratta di fondazioni di diritto privato che esistono da sempre. L'istituto della fondazione, l'istituto giuridico, nasce con il concetto stesso di tutela di una eredità per il pubblico. Un esempio per tutti è la fondazione Nobel, quella che serve per amministrare il patrimonio di Nobel, utilizzato per assegnare l'omonimo premio. 
La fondazione nasce con un principio semplice: quando una persona sa di dovere morire e desidera lasciare un patrimonio a beneficio della collettività futura, ci si è posti il problema di come fare sì che questo patrimonio non venga depauperato da eredi o da terzi. Allora si è creato un sistema che è tutto concentrato sulla difesa di quel patrimonio, una disciplina che serve a tutelare dei beni destinati a un determinato fine benefico. 
Ora, come si sia arrivati dalle fondazioni di diritto privato alle fondazioni politiche è un tassello fondamentale. Nel 1997 la legge Bassanini, chiamata della semplificazione, ha cambiato il regime delle fondazioni. 
Le fondazioni prevedevano un fortissimo regime di controllo, da parte addirittura del ministero dell'economia. Serviva un controllo preciso del patrimonio e di come veniva tutelato. Con la semplificazione, la fondazione perde questo regime di controlli. È più facile costituirle, anche con un patrimonio minimo e continua a non esserci una esigenza di pubblicità dei bilanci. L'unico controllo è che non venga depauperato questo patrimonio. Ma la cosa fondamentale è che la fondazione non si preoccupa dei capitali che arrivano all'interno, come istituto si preoccupa che non vengano sciupati quei soldi. Quindi il regime delle fondazioni non prevede i controlli su chi versa i soldi, e questa semplificazione, insieme a quella delle associazioni, ha fatto sì che accanto alle fondazioni tipiche legate a una eredità fiorissero delle fondazioni a ispirazione culturale o politica, sempre con fini umanitari. Una di quelle è proprio la Astrid, che è gestita dallo stesso Bassanini. Nascono con il fine di non produrre utili, come qualsiasi associazione non profit, però prendono il vestito della fondazione che invece deve tutelare un patrimonio. 
Il combinato disposto ha fatto sì che da un lato abbiamo questi istituti che sono associazioni e organizzazioni legate squisitamente alla politica, dall'altro abbiamo un regime che è un vero e proprio paradiso fiscale, perché non esiste un controllo della Guardia di finanza non essendo obbligatorio un controllo da parte delle prefetture, se non del patrimonio. Il deposito del bilancio è facoltativo, mentre la redazione interna è obbligatoria. Sta alle fondazioni decidere cosa rendere pubblico. 
Non so se ciò sia stato un mordente che ha portato tutti i politici a avere una fondazione, certo è che si tratta di una schermatura molto efficace sui finanziamenti ai politici. Non c'è un politico che sia obbligato a dire chi dà i soldi, quanto e come a una fondazione. 
Non abbiamo fatto un conteggio, però grande parte dei parlamentari sono a capo di una fondazione. Alcune inchieste hanno mostrato come le fondazioni siano diventate la destinazione di finanziamenti da parte di imprese che avevano come unico obiettivo l'ottenimento di appalti. Questo non vuole dire che tutte le fondazioni siano macchiate di questo stesso aspetto, però resta comunque un fenomeno abbastanza curioso. Ci sono state inchieste che hanno coinvolto Finmeccanica, che curiosamente fa pubblicità sulle riviste di molte fondazioni e partecipa effettivamente a molte fondazioni. Stessa cosa fanno molte banche. È curioso questo strano strumento giuridico. Stiamo combattendo l'evasione fiscale, stiamo facendo accordi internazionali per fare sparire i paradisi fiscali, e poi manteniamo degli istituti giuridici che danno privilegi a alcuni. Privilegi che non ha nessun negoziante o dipendente. Stiamo facendo la guerra allo IOR perché renda pubblici i propri conti, però nessuna guerra per sapere chi dà i soldi a una fondazione politica. 
Ho potuto raccogliere informazioni grazie al fatto che alcune aziende dichiarano i soldi che danno alle fondazioni per poter ottenere gli sgravi fiscali. Altra cosa interessante è che queste fondazioni senza fini di lucro possono partecipare a delle società di capitali. La fondazione Italiani Europei di D'Alema, ad esempio, è proprietaria per una percentuale di una srl. Ora queste srl invece hanno un bilancio e operano nel mercato come tutte le società e quindi si crea una stranezza, per cui da un lato ci sta una riserva sulle informazioni per queste fondazioni, però nulla vieta che queste agiscano nel mercato. Se non ci fosse l'obbligo di interferenza per le srl non sapremmo nulla neanche della fondazione Italiani Europei, o sapremmo comunque molto meno di quello che sappiamo. 
Formuliamo una ipotesi positiva, che cioè la fondazione non venga utilizzata per riciclare denaro, per ottenere finanziamenti illeciti ai partiti, ma che serva solo per poter mostrare una capacità di influenza del politico, cioè io che dentro il partito devo sottostare alle regole del partito e il sistema elettorale fa sì che ci sia una piramide per cui io devo sottostare al vertice, per crearmi una nicchia di potere mi apro una fondazione e ti faccio vedere all'interno del partito quanti soldi riesco a beccare e quanta gente riesco a fare iscrivere o quanto riesco a essere influente. 
Questa cosa in teoria non è negativa, perché è un modo per crearsi una sfera di influenza, se una fondazione diventa un polo di attrazione culturale, per cui i maggiori esperti e scrittori scrivono gratis nella rivista della fondazione, negli eventi proposti si creano platee. Vuole dire che quel politico ha dimostrato di avere un certo peso. Il problema è che quei finanziamenti possono essere rilevati oppure no. Il problema è che in una situazione di crisi economica vedere imprese che investono soldi non per fini pubblicitari reali, - i lettori delle riviste delle fondazioni si contano su una mano - ma soltanto per ottenere la simpatia dei politici in un sistema come quello italiano dove il lobbying non è curato legalmente, dove in teoria sfocia nel reato di corruzione o concussione, è una stortura. 
L'impresa paga il parlamentare perché vuole che passi una legge e il parlamentare lo rivela, quindi io rischio di trovarmi una legge fatta ad hoc sul profilo di una lobby o di una singola impresa, ma non lo so, quindi mi ritrovo a accettare una legge che vale per tutti che è frutto di un compenso economico di una singola impresa. E questo non si può fare. 
In America invece è disciplinata, lo sai, e puoi partecipare a modo tuo e fare la tua attività di lobbying. Quindi se io sono un consumatore, mi metto insieme a altri duemila consumatori, facciamo una colletta e ci paghiamo la legge fatta per noi. Stessa cosa per i pensionati. Può piacere o meno, ma almeno è trasparente. In Italia se una azienda paga una fondazione e ottiene una legge a proprio vantaggio è reato. 
Non sono un avvocato o magistrato, però come cittadino non mi fa piacere. 
Un esempio tanto discusso politicamente è la fondazione Vedrò, semplicemente perché è bipartisan, come questo governo. A capo c'è Letta, che è il Presidente del consiglio, ma c'è anche Alfano. Ci sono figure sia di destra che di sinistra. Quando altri hanno fatto inchieste sulle fondazioni, hanno aperto le porte e fatto vedere tutte le carte, senza sollevare un ciglio. 
Ci sono altre fondazioni che ti chiudono il telefono in faccia, quella di D'Alema ad esempio, che è anch'essa una fondazione sulla quale c'è una guerra aperta da parte dell'informazione di ogni genere e tipo perché ostentano trasparenza ma poi rifiutano qualsiasi domanda. 
Una fondazione che nasce in modo più trasparente, semplicemente perché è di origine americana è la Aspen Institute, che si professa come centro di potere, lobby che va al di sopra della politica e che raccoglie tutti. Fanno a gara per farvene parte. Ci sono anche giornalisti, amministratori delegati, politici e però in questo caso parliamo di un gruppo di interesse sovranazionale filoamericano. Si può provare o meno simpatia per gli americani, è una questione personale, però è trasparente, così come funziona negli Stati Uniti. 
Essendo luoghi per pensare e fare cultura organizzano eventi, pubblicano riviste, organizzano gruppi di studio. 
Non mi sembra di avere visto studi apprezzabili in quasi nessuna di queste fondazioni, salvo appunto quella che fa capo a D'Alema, che ha una struttura molto, molto ampia e può contare anche storicamente su grandi intelligenze, che quindi si prestano offrono materiali curiosi; così come Aspen Institute fa ricerche assolutamente apprezzabili. 
Ma tolti i "big", la maggior parte ha uno statuto ricco di buoni propositi e basta.
Le fondazioni non sono un male necessario, nel senso che possono trasformarsi in associazioni culturali. Se io e uno qualsiasi di voi decidessimo di fare la associazione del "Burraco" c'è una legislazione che lo prevede. Avremmo un obbligo di trasparenza di bilanci non vedo perché le fondazioni politiche non debbano darsi uno statuto analogo a quelle di qualsiasi altra associazione culturale! 
E invece utilizzano un istituto giuridico che è proprio delle fondazioni patrimoniali che hanno tutta un'altra origine e logica. 
Quindi la possibilità di inserire trasparenza nelle fondazioni non richiede neanche un grosso lavoro giuridico, basta cambiare la legge o assimilare le fondazioni politiche alle associazioni culturali e quindi permettere alla Guardia di finanza di entrare e chiedere le stesse documentazioni che vengono richieste alle associazioni culturali. 
Tra l'altro le fondazioni politiche riescono pure a ottenere fonti pubblici, sono spiccioli: il cinque per mille. 
Un'iniziativa che richiede uno sforzo di trasparenza non sarebbe sbagliata, soprattutto laddove si sta parlando di trasparenza e finanziamento ai partiti. In questo caso le fondazioni possono rappresentare un oggetto pericoloso, perché nel momento in cui dovessero diminuire i soldi dati ai partiti necessariamente questi si rifarebbero attraverso le fondazioni, quindi inserire da subito un elemento di trasparenza nelle fondazioni è una cosa che dal punto di vista parlamentare si può fare, basterebbe anche una iniziativa parlamentare per mantenere alta la attenzione. 
Propongo a chi è dotato di buona volontà di attivare una petizione per introdurre dal punto di vista legislativo degli elementi di trasparenza all'istituto delle fondazioni politiche. 
Passate parola.



10 marzo 2016

La Russia dà lezioni di integrazione all’Unione Europea


La Russia dà lezioni di integrazione all’Unione Europea. Come pretendere di far entrare milioni di persone senza pensare ad un progetto concreto per la loro assimilazione nella società occidentale? Il capo del Servizio di Migrazione Federale Russa bacchetta il cattivo alunno: “L’UE si è fatta trovare impreparata e disunita.”

E’ stato proprio il capo del Servizio di Migrazione, Konstantin Romodanovsky, a impartire tale lezione in occasione dell’intervista rilasciata ieri a Russia Today. Durante tutta l’intervista Romodanovsky presenta il suo termine di paragone. “La Russia – afferma – si è comportata in maniera totalmente diversa con i rifugiati ucraini. “L’Unione Europea non ha avuto, e continua a non avere, una posizione comune per affrontare la questione. Ci sono le nazioni più liberali che vorrebbero accogliere gli immigrati, mentre altre che vorrebbero costruire muri ai loro confini.” Il funzionario russo ormai 59enne, in carica dal 2005, incalza: “L’UE non ha sviluppato un sistema efficiente per registrare i migranti che attraversano la frontiera, minando di conseguenza la capacità di espellere gli immigrati illegali.” La Russia può certamente essere criticata su diversi fronti, ma ciò che dice successivamente Romodanovsky è incontestabilmente vero. Stigmatizza l’Europa come “impreparata”, un’entità governativa incapace di seguire un approccio unico e condiviso ad un problema che sia veramente serio. Ma ciò che Romodanovsky critica maggiormente all’Unione Europea è la mancanza di capacità logica nel processo di integrazione. In poche parole, come pretendere di far entrare milioni di persone senza pensare ad un progetto concreto per la loro integrazione nella società occidentale? “Offrire aiuti fittizi ai migranti senza integrarli nel mercato del lavoro è inutile e controproducente. L’Unione Europea non si aspettava un fenomeno di queste dimensioni, con questi numeri, ed è stato sicuramente un grosso errore. Questo approccio al multiculturalismo ha fallito.”

Romodanovsky accusa i leader europei di aver coscientemente ignorato le differenze culturali, religiose e di costumi più in generale. “Mi concederete di citare ciò che è successo la notte di Capodanno in Germania, a Colonia. Non indicarlo come un chiaro esempio di scontro culturale mi sembrerebbe un errore.” Quando gli vengono chieste maggiori spiegazioni risponde: “E’ essenziale distinguere i profughi richiedenti asilo dai migranti economici. Una grande fascia di persone in Europa è esausta ed esasperata. La situazione economica globale è quella che è, il tasso di disoccupazione è molto alto, e in questa cornice i governi europei devono pensare ad occuparsi dei migranti provenienti da Siria, Libia, Afghanistan, Iraq e dal Nord Africa in cerca di lavoro e di una nuova vita.” “La Russia – spiega Romodanovsky – ha affrontato, proporzionalmente, un flusso migratorio maggiore rispetto all’Ue dopo la destabilizzazione dell’Ucraina”, cominciata ormai due anni fa. Ammette che i 600.000 richiedenti asilo, la maggior parte abitanti della zona orientale dell’Ucraina, “non hanno dovuto certo affrontare problemi di lingua, cultura o tradizioni”, dato che i due paesi condividono gran parte della loro storia. Ma ci tiene a sottolineare un particolare: la Russia ha sempre fatto entrare esclusivamente persone che potevano essere inserite nel mercato del lavoro. Far entrare migranti proporzionalmente al numero di posti e opportunità di lavoro disponibili, questa la prima tra le regole.

D’altronde come altro poter anche solo immaginare di integrare milioni di persone. L’integrazione non è un processo naturale se forzato, soprattutto se si ha a che fare con quello che è stato indicato come il più grande flusso migratorio dopo la Seconda Guerra Mondiale. Il primo passo per l’integrazione è fuor di dubbio un posto di lavoro sicuro. Un posto di lavoro permette di creare le basi su cui fondare una famiglia stabile e dignitosa. In questo modo anche il più umile dei migranti potrebbe permettersi un piccolo affitto, mandare il figlio a scuola, conoscere così famiglie occidentali e non, intrattenendo rapporti e stringendo legami con individui di origini occidentali e non. Ma se il “progetto” consiste nel far entrare milioni di persone disperate, di ghettizzarle negli squallidi sobborghi delle città, costringendole ad arrangiarsi con quello che si trova, beh, questa politica dell’incoscienza non potrà che portare grossi guai. E’ cosi’ che Romodanovsky conclude la sua intervista. Con un monito per l’Unione Europea. Se si leva il lavoro ad un uomo, gli si leva la dignità. Ha già visto la sua vita distruggersi nella sua terra d’origine, e ora vede sgretolarsi la possibilità di mantenere la propria famiglia anche in occidente. Tenere milioni di persone in queste condizioni è molto pericoloso, e se l’Ue non agirà al più presto, ne pagherà le conseguenze.

Occupazione e Jobs Act: l’Istat (e non solo) sbugiarda Renzi


Roma, 10 mar- Ieri l’Istat ha pubblicato la nota mensile di febbraio sull’andamento dell’economia italiana. In questo studio si analizza lo stato dell’economia italiana nel contesto europeo. Si parla di imprese, famiglie e lavoro. I dati sulla previsione di crescita del Pil nel primo trimestre del 2016, come sempre, vedono l’Italia arrancare con un misero +0,1%. Ma, per controbilanciare questo dato negativo i commenti degli esponenti del governo si sono concentrati sui dati che riguardano l’occupazione. Secondo l’Istat, infatti, si registra un “un miglioramento dell’occupazione, soprattutto quella a tempo indeterminato, favorita anche dai provvedimenti di sostegno alle assunzioni”. Secondo Renzi, questi risultati testimoniano il successo del jobs act. Lo stesso studio dell’Istat smentisce però, il Governo. Infatti, ciò che spingerebbe gli imprenditori ad assumere non è la nuova regolamentazione del mercato del lavoro ma gli incentivi alle imprese. Questo tema era stato affrontato da Filippo Burla su questo sito, giungendo alle medesime conclusioni dell’istituto di statistica.

Andiamo con ordine. La Legge di Stabilità del 2015 (L.190/2014) ha introdotto uno sgravio contributivo per le assunzioni a tempo indeterminato effettuate nel corso dell’anno, della durata di tre anni (prorogato, in misura ridotta, anche per le assunzioni effettuate nel 2016). A decorrere dal 7 marzo dello stesso anno, ai lavoratori subordinati assunti a tempo indeterminato si applica inoltre il c.d. “Contratto a tutele crescenti” (D.Lgs. n. 23/15) con cui si è introdotta una nuova disciplina dei licenziamenti. Da una parte come si vede abbiamo gli sgravi contributivi temporanei, dall’altra il Contratto a tutele crescenti. L’Istat, attraverso il “Modulo qualitativo ad hoc sulla mani-fattura e i servizi di mercato”, ha chiesto direttamente agli imprenditori il motivo delle nuove assunzioni. Vediamo nel dettaglio le risposte dei datori di lavori. Per la metà delle imprese manifatturiere, che hanno dichiarato un aumento dell’occupazione tra gennaio e novembre 2015, gli esoneri contributivi hanno costituito un elemento rilevante. Meno positivo il ruolo esercitato dal nuovo contratto a tutele crescenti: “tra le imprese della manifattura che hanno fatto ricorso a nuovo personale, esso è stato giudicato molto o abbastanza im-portante ai fini dell’assunzione dal 35% delle imprese, soprattutto nel settore dei mezzi di trasporto”.

Quindi, solo un imprenditore su tre di quelli che hanno assunto lo ha fatto spinto dal jobs act. Osserviamo poi i dati del terziario. Qui, gli esoneri contributivi sono stati un fattore molto rilevante per il 61%. La quota di chi ha giudicato la normativa molto o abbastanza rilevante nella decisione di assumere è stata pari al 49,5%, soprattutto tra le aziende del settore informazione e comunicazione, contro il 40% delle imprese che hanno dichiarato una scarsa o nulla rilevanza. È importante capire la differenza di percezione tra chi opera nel terziario e chi nel settore manifatturiero sul ruolo del jobs act. Il terziario, infatti, per sua natura ha sempre volumi di lavoro variabili. Sapere, quindi, che si può assumere qualcuno con gli sgravi fiscali e licenziarlo senza giusta causa è di certo una misura vista di buon occhio da chi opera in questo settore. Ma, la riflessioneva ampliata.

In un periodo di contrazione dell’economia eliminare le tutele rischia di indebolire sempre di più i lavoratori dipendenti danneggiando nel complesso tutta la classe media. Per non essere prigionieri dello zero virgolaserve una forte riduzione del carico fiscale e di notevoli investimenti pubblici. A dirlo è anche il segretario della Cgia, Renato Mason. Mason commentando i dati dell’Istat ha detto che: “Se il Paese vuole lasciarsi definitivamente alle spalle la crisi che, praticamente, ci attanaglia dal 2008, non abbiamo scelta. Dobbiamo abbassare drasticamente le tasse, razionalizzare la spesa pubblica e, in particolar modo, rilanciare gli investimenti pubblici. Altrimenti rischiamo di scivolare in una fase di stagnazione economica molto preoccupante.”Anche a Bruxelles la pensano come a Mestre. Ieri il governo ha ricevuto una bacchettata dalla Commissione Europea. Secondo la Commissione dell’Unione Europea: “In Italia gli squilibri macroeconomici, debito pubblico e tasso di disoccupazione in primis restano eccessivi”. Le riforme del governo italiano non superano il test dell’Ue. È stata evitata la procedura di infrazione, nonostante il richiamo ufficializzato ieri con una lettera, per gli aggiustamenti c’è tempo fino ad aprile. Eccolo, dunque, il miracolo di Renzi: ha messo d’accordo gli artigiani di Mestre con i burocrati di Bruxelles.

Salvatore Recupero

Siamo tutti figli della pubblicità


LA PUBBLICITÀ FA A TUTTI IL LAVAGGIO DEL CERVELLO, FIN DA PICCOLI, NESSUNO RIESCE A SFUGGIRE. SIAMO BOMBARDATI, CI UNIFORMIAMO, CRESCIAMO GIÀ CONDIZIONATI. MA È ORA DI DIRE BASTA E RECUPERARE RELAZIONI SINCERE; SOPRATTUTTO BISOGNA RICOSTRUIRE LA SOCIETÀ SECONDO VALORI DIVERSI DA QUELLI PER CUI VALI SE COMPRI, SE APPARI.

La pubblicità sembrerebbe essere ormai qualcosa che fa parte di noi e forse non si considera abbastanza quanto la nostra formazione come persone sia influenzata dai suoi parametri, veicolati soprattutto dalla televisione e negli ultimi anni anche attraverso internet. Un bombardamento costante e continuo fin dalla primissima infanzia ha sulle persone un effetto profondo e duraturo. L’imprinting è così forte che poi le nostre scelte saranno per forza condizionate dal lavaggio del cervello a cui siamo sottoposti. Prodotti, musichette, slogan, immagini che entrano nella mente e rimangono imprigionati lì per tutta la vita. Si dicono frasi che si associano a pubblicità, si fanno acquisti in base a parametri emotivi e di ricordo dei prodotti che ci hanno fortemente influenzato nel tempo. Ultimamente poi il bombardamento è ancora più pressante, considerato che internet è strapieno di pubblicità che sbuca da ogni dove, continuamente, ossessivamente, senza tregua e sosta.

Chi siamo noi veramente depurati da tutta questa roba che si accumula nel cervello? Si è mai pensato, se non avessimo avuto alcuna influenza della pubblicità, cosa saremmo? Come saremmo?

L’influenza pervade ogni singola cellula, ogni interstizio celebrale è pieno di merci da comprare, di mode, di atteggiamenti, di “stili”, di elementi esterni a quello che noi siamo o potremmo essere se non subissimo questi condizionamenti.

Il risultato principale di tutto ciò è l’omologazione di massa per cui anche i comportamenti più assurdi e le scelte più estreme sono normali e chi non le segue viene considerato anormale, strano, a volte pure integralista. Una persona che non ha la televisione e cerca di salvaguardarsi per non essere influenzato troppo da politici e pubblicità, è considerato uno fuori dal mondo, un radical chic, quando invece è vero esattamente il contrario; casomai ci vuole proprio entrare nel mondo, ma il suo, depurato il più possibile dai condizionamenti determinati dalla vendita di consenso e prodotti, i due elementi per i quali esiste la televisione.

La pubblicità propone i modelli a cui dobbiamo adeguarci per essere accettati dalla società, i programmi televisivi non sono altro che contorni per gli spot pubblicitari e ripropongono gli stessi modelli pubblicitari. Attraverso la pubblicità si veicola il pensiero unico del consumo che fa sembrare un idiota chiunque non si adegui a questa legge non scritta.

I modelli consumistici che vengono veicolati parlano di famiglie felici che mangiano frollini, di persone perfette, bellissime ragazze sempre più ammiccanti e sexy, uomini raffigurati come modelli e persone di successo, figli impeccabili, in una sorta di mistico mondo ariano dove il diverso, lo strano, è accettato solo se propedeutico al lancio di una nuova tendenza o un prodotto su cui fare soldi.

Basti pensare alla moda che punta sullo stile personale, che ovviamente non sarà mai il nostro stile perché quegli stessi capi di abbigliamento, quegli orologi, profumi, borse, accessori, ecc., saranno comprati da migliaia di altre persone convinte di avere il proprio stile unico. Fanno poi decisamente ridere tutte le pubblicità che puntano sulla libertà e che ci spiegano come un profumo o una automobile nuova ci daranno quella libertà da sempre desiderata. Ovviamente la libertà di cui parlano è solo quella di scegliere fra la loro automobile rispetto a quella della ditta concorrente.

Il bombardamento nei confronti dei bambini è ancora più grave perchè non hanno nemmeno le armi per difendersi; i genitori troppo spesso non controllano né limitano questo bombardamento, pensando che sia una specie di punizione a cui è necessario sottoporsi pur di acquietarli. Come fa un bambino a discernere esattamente fra la valanga di prodotti e input che gli arrivano addosso? I programmi per bambini o adolescenti, che sono anche loro di contorno e supporto degli spot pubblicitari, esaltano sempre dei non valori per i quali se non ti omologhi, se non ti vesti in un determinato modo sei uno sfigato, uno da emarginare. La distruzione dell’autostima del bambino, che magari ha difficoltà a seguire questi parametri, è sistematica.

Per la pubblicità abbiamo importanza se appariamo, se primeggiamo, se in qualche modo scavalchiamo gli altri in qualcosa e per fare questo dobbiamo appunto comprare.

Chissà come saremmo senza questo condizionamento; probabilmente avremmo meno cose e soprattutto cose utili intorno a noi, non avremmo bisogno di lavorare così tanto perché ci basterebbe poco, i nostri figli crescerebbero con meno stress, incubi e pretese di oggetti. E siamo anche noi diventati oggetti che comprano oggetti e i sentimenti non possono che diventare anch’essi oggetti proposti al miglior offerente. Infatti è un proliferare di siti in cui le persone, in base a parametri simil pubblicitari, si incontrano, si usano e poi si gettano; e avanti un altro, esattamente come i prodotti usa e getta.

Per sottrarsi da questa situazione bisogna iniziare a cambiare la propria vita. Bisogna ricostruire la società secondo valori diversi da quelli per cui vali se compri, se appari. Scuola, società, lavoro, ovunque devono essere proposti valori di aiuto, solidarietà, cooperazione, attenzione agli altri, all’ambiente, cura della propria crescita spirituale, considerazione di ogni ricchezza personale interiore a prescindere dai jeans nuovi o dal look. Le persone non sono oggetti da addobbare, le persone hanno sentimenti, capacità, sensibilità che non possono essere piallate ed omologate da chi non ha altro interesse che di venderci qualcosa e poi si finisce per stare assieme o considerare qualcuno per quello che non è ma per come appare. Tutto ciò non può che generare nelle relazioni conseguenti delusioni, drammi, litigi e odi. Spesso si fa fatica a capire perché i rapporti in genere sono così conflittuali quando non si è fatto altro che aderire a modelli che con il nostro io profondo non avevano nulla a che vedere. Ma per conoscere il proprio io profondo e quindi capire bene cosa si vuole e cosa si è, bisogna fare pulizia e spazio all’interno di noi. Per quanto il sistema della crescita economica si sforzi di farci diventare tutti automi dediti solo all’acquisto, le persone possono sentire e vivere ancora secondo la propria natura e non secondo moneta. Ricercando quell’io naturale depurato dalle merci inutili si può ritrovare se stessi e gli altri in una nuova concezione dell’esistenza.

Guai a criticare i turchi al Parlamento europeo: c’è Schulz che ti caccia, così…


Guai a criticare i turchi al Parlamento europeo. Il presidente Martin Schulz non perdona ed espelle l’incauto europarlamentare , sia dall’aula sia dalla sessione di voto. Ne ha fatto le spese l’eurodeputato greco Eleftherios Synadinos,esponente di Alba Dorata, che nel suo intervento nel dibattito parlamentare di mercoledì mattina sulla Turchia ha usato espressioni, certo un po’ colorite e sgradevoli, ma che fanno comunque parte della polemica politica. Subito è scattata l’accusa di “razzismo”.

Schulz ha preso la parola dopo la conclusione del dibattito e prima della sessione di voto. «Ricorro ad una misura insolita che ritengo inevitabile per la dignità del nostro Parlamento» ha detto Schulz affermando che in mattinata si era svolto «un incidente» al quale «il Parlamento non può non reagire, anzi è obbligato a farlo». La frase incriminata di Synadinos, e definita da Schulz «inaccettabile e passibile di sanzioni» è stata integralmente citata dal presidente : «Come hanno scritto gli scienziati osmani, i turchi sono barbari, che disprezzano Dio. Sono sporchi. Cacciano, però quando devono combattere il nemico scappano. L’unica strada efficace per gestire i turchi è il pugno e la decisione». «Questa è una frase che ai sensi dell’art. 165 del Regolamento rappresenta una violazione dei valori dell’Unione» ha affermato Schulz. «Credo che qui si sta sistematicamente tentando linee invalicabili per rendere accettabile il razzismo: con me questo non succede» ha aggiunto, prima di disporre l’espulsione immediata del parlamentare greco, seduto tra i banchi dei “non iscritti”. Seduto vicino ai francesi Jean-Marie Le Pen e Bruno Gollnisch, Synadinos è stato richiamato quattro volte. Si è alzato solo dopo che Schulz ha chiesto l’intervento degli uscieri e si è allontanato tra le proteste dei vicini di banco e dei compagni di partito. Uno dei quali ha urlato “fascista” all’indirizzo di Schulz, che non ha aperto dibattito sul provvedimento annunciando che il greco sarà ascoltato dall’ufficio di presidenza prima della sanzione definitiva.Guai in vista: Schulz non perdona.

Bocciato il ricorso di Bassolino. La mannaia renziana è scattata con una puntualità svizzera.


La mannaia renziana è scattata con una puntualità svizzera. Il ricorso di Antonio Bassolino è stato bocciato, com’era prevedibile, dopo le dichiarazioni rese dal presidente nazionale del Pd Matteo Orfini e dal vicesegretario Lorenzo Guerini che, forse per mettere le mani avanti, avevano parlato di risultato non inficiato e non condizionato, nonostante i video e le denunce di irregolarità. “Ai vertici del Pd, ha scritto Bassolino su Facebook, qualcuno ha già emesso il verdetto prima che gli organi competenti abbiano esaminato i fatti. E’ una sentenza preconfezionata?“. Una presa di posizione forte a cui è seguita la scelta dei due rappresentanti bassoliniani (Vincenzo Serio e Antonio Giordano) in commissione di garanzia, riunita per il controllo dei voti, di abbandonare la riunione. Pesanti le loro parole: “Ci troviamo di fronte a una sentenza preconfezionata sul ricorso e non ci prestiamo a una farsa”. Serio ha poi parlato del ricorso, affermando amaramente: “Non lo discutiamo inutilmente per poi farcelo dichiarare illegittimo, perché sarebbe arrivato dopo i termini, per un cavillo, insomma. Noi ci rifiutiamo di partecipare a una discussione formale davanti a un disastro che si sta verificando in questa città”. Il ricorso è stato ritenuto irricevibile in quanto presentato oltre le 24 ore successive alla chiusura dei seggi. La decisione è stata presa quasi all’unanimità con il no del solo rappresentante del Centro democratico Fabio Benincasa, dopo una discussione durata tre ore. Il comitato organizzatore delle primarie Pd, presieduto da Giovanni Iacone, aveva avviato l’esame del ricorso relativo agli episodi filmati domenica all’esterno di cinque seggi intorno a mezzogiorno. Alla riunione della commissione di garanzia in via Toledo, non ha preso parte Tommaso Ederoclite, responsabile comunicazione del Pd a Napoli e blogger dell’Huffington Post, dimessosi martedì sera via email. Ostenta ottimismo e calma, per ora, la candidata a sindaco Valeria Valente, uscita vincente dalle primarie di domenica. “In queste ore, ha spiegato su Facebook, in tanti mi chiedono di commentare. Penso invece che sia necessario restare in silenzio per consentire alla commissione per le primarie di lavorare con serenità, equilibrio responsabilità e rigore”. Preoccupato l’ex segretario Pd Pier Luigi Bersani, secondo il quale è irrituale il pronunciamento “di esponenti dell’esecutivo del partito prima della commissione di garanzia”.


Libia, lo schiaffo americano a Renzi


È durata meno di ventiquattr’ore la commedia di Renzicomandante in capo, che da Barbara d’Urso finge di non avere mai pensato alla guerra. Lo schiaffo americano è arrivato immediato. “L’Italia ha pubblicamente indicato la sua volontà di inviare circa cinquemila italiani”, ha ribadito l’ambasciatore statunitense John Phillips. Ovvio che la decisione finale spetta al governo di Roma, ma – a Washington sono puntigliosi – l’ambasciatore sottolinea pesantemente: “Non si è trattato affatto di un suggerimento o di una raccomandazione da parte degli Stati Uniti”.
Perché nella politica americana, come nel wrestling, ogni colpo è ammesso tranne che le bugie.

Dunque ricapitoliamo. Dall’Italia, dalla base di Sigonella, partono già droni armati statunitensi su cui il governo ha un controllo meramente formale. Credere che i terroristi jihadisti, se vorranno vendicarsi, si limiteranno a colpire la base americana in Sicilia, è puerile. Il numero delle truppe da inviare in Libia – circa cinquemila – è stato indicato dall’Italia già un anno fa: ministro della Difesa Pinotti, 15 febbraio 2015.

Nel frattempo il premierRenzi ha firmato un decreto per dare il via a missioni dei servizi segreti in Libia con l’aiuto di incursori dell’esercito. Che forze speciali dell’esercito siano subordinate ai servizi segreti in operazioni non autorizzate dal Parlamento è del tutto anomalo, per non dire anticostituzionale, e il fatto che il “pacchetto” sia stato infilato in sordina nel decreto di proroga delle missioni militari all’estero è inquietante. Rivela la volontà del governo di rifuggire al massimo dal controllo delle Camere e dell’opinione pubblica.

Ed è qui che lo show televisivo domenicale del premiermostra il suo significato reale. Renzi è andato a parlare in una trasmissione dove non c’è contraddittorio, dove non c’è spazio per scavare nelle incongruenze del governo più pacchiane. E l’ambasciatore Usa? E la Pinotti? E il decreto sulle incursioni con quali fini?
Al posto di un confronto reale con l’opinione pubblica slogan come “la guerra non è un videogioco”. Si noti in particolare la frase costruita ad arte: “Con me presidente l’Italia non va a fare l’invasione della Libia con cinquemila uomini”. Una dichiarazione che dovrebbe evocare il massimo di decisionismo e di prudenza. Quanto tutti sanno, invece, che appena arriverà uno straccio di luce verde da un ipotetico governo di unità nazionale libico, l’Italia in guerra entrerà. A meno che non si presenti un “caso di forza maggiore” (è successo spesso nel corso della storia…) che porti ad un intervento anche prima.

Si noti di passaggio – sempre a proposito di trasmissioni a tappetino, dove non si fanno domande – l’annotazione di Renzi a proposito dei nostri tecnici rapiti in Libia, di cui due sono stati assassinati. “I quattro sono entrati in Libia quando c’era un esplicito divieto da parte nostra”. Frase di pessimo gusto, pronunciata a cadaveri ancora caldi. Cui l’impresa Bonatti ha replicato di avere agito sempre in stretto contatto con il ministero degli Esteri.

Conclusione: quale sia la strategia italiana di un probabile intervento in Libia continua a non essere chiarito e illustrato da nessuna parte. Quale sia il peso del governo a livello internazionale si è già visto. Lo schiaffo dell’ambasciatore non aumenta di certo il prestigi dell’ “Italia di Renzi”. L’eco si è sentita da Washington a Bruxelles, dove il nostro governo continua a non ottenere la ripartizione obbligatoria dei profughi. E non è una cosa tranquillizzante per i cittadini italiani.


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