19 marzo 2016

LA FOLGORANTE RIPRESA DELL’ITALIA: IL DEBITO

Vincitori e Vinti con due grafici chiarissimi ci spiega che l’unica ripresa dell’Italia è quella del debito pubblico. Pubblichiamo di seguito i due articoli esplicativi. Buona lettura. 


Sono molto impegnato in questi giorni, quindi posso stare poco dietro al blog, e per questo me ne scuso. Ma tornerò attivo nei prossimi giorni.
Tuttavia ho trovato un po’ di tempo per aggiornare un nostro caro (e chiaro) grafico, con gli ultimi dati relativi alla crescita dei paesi G7 e dell’Eurozona (19 paesi) nell’ultimo quarto del 2015.

Lo spaccato che ne deriva è il seguente e si commenta da solo, anche perché lo abbiamo fatto in molte altre occasioni.

Tuttavia, vale la pena ricordare che la mirabolante (potete ridere) performance dell’Italia è ottenuta grazie soprattutto alle condizioni esterne estremamente favorevoli (petrolio, tassi, euro debole, liquidità abbondante), e anche all’aiutino offerto dall’Istat. Infatti l’istituto di statistica ha rivisto al rialzo, per lo scorso anno, la stima sull’aumento del pil. Il dato definitivo è di un +0,8%, contro il +0,6% di aumento corretto per gli effetti del calendario (+0,7% grezzo) che emergeva dal comunicato diffuso il 12 febbraio. Dall’istituto fanno sapere che il miglioramento del dato sul Pil, rispetto a quanto comunicato precedentemente, é da imputare alla revisione straordinaria delle serie storiche di alcuni aggregati. Tutte cose che abbiamo già visto in altre occasioni, insomma.

In un post precedente avevo pubblicato il grafico dell’andamento del Pil reale dell’Italia rispetto a quello dei paesi del G7, (a proposito vi ringrazio per le oltre 40 mila letture e per le 3500 condivisioni).
Ora, veniamo al debito pubblico che, come sapete, espresso in rapporto al PIl, ammonta a al 133%
Per chi non ha tanta familiarità con queste metriche, vale la pena citare alcuni numeri, in modo che si possa avere maggiore cognizione di cosa si sta parlando.

Il Pil nominale dell’Italia, a fine 2015, era di 1636 miliardi di euro; mentre a fine 2007 (ossia l’anno precedente l’inizio della crisi) era 1612 miliardi di euro. Quindi, in 8 anni è aumentato di appena 24 miliardi.

Un’inerzia, se confrontato all’aumento del debito pubblico.

Infatti il debito, a fine 2007 era 1606 miliardi, mentre a fine 2015 ammontava 2170 miliardi, ossia

564 miliardi di euro in più

al netto dei rituali ritocchi di fine anno che servono per migliorare le metriche del rapporto debito Pil.

Il grafico che segue esprime la variazione del debito e del Pil dal 2007 al 2015.


La banda rossa che vedete nella colonna del debito, rappresenta il debito pubblico formato dal governo Renzi, pari a 80 miliardi di euro.

Tutto ciò può essere rappresentato anche con un altro grafico dal quale emerge la dinamica del Pil nominale (linea blu) e quella del debito pubblico (linea rossa)

Come vedete, fino all’inizio della crisi (2008) le linea del debito e del Pil erano quasi sovrapposte, ad indicare il rapporto debito Pil vicino al 100%. Ora la divergenza è drammaticamente ampia e per ricondurre il rapporto al 100% (Maastricht vorrebbe al 60%, ma lasciamo perdere….) occorrerebbe alternativamente:

Una crescita del Pil nominale di 534 miliardi di euro a debito invariato (da sogno)
Una diminuzione del debito di 534 miliardi di euro a Pil Invariato
Un mix di tutte e due le misure precedenti, cosa più verosimile, magari anche attraverso l’inasprimento delleimposte di successione (cosa molto probabile), l’introduzione di imposte patrimoniali straordinarie (cosa altrettanto probabile ma più difficoltosa), o una ristrutturazione del debito pubblico (non nell’immediato, ma in proiezione futura.
Leggi:
Per concludere, vale la pena osservare un altro grafico che esprime la l’andamento del rapporto debito Pil effettivo (linea blu, cioè quella che sale) rispetto alle previsioni dei vari governi (linee colorare, cioè quelle che scendono)

Come vedete non ne hanno azzeccata una.

In ultimo, occorre ricordare che il Pil nominale, nell’ultimo anno, è aumentato di circa l’1.5%, mentre il costo del debito pubblico, seppur in calo, è stato di oltre il 3%.
Ciò significa che l’italia, per mantenere lo stesso rapporto debito Pil (improponibile) ha bisogno ancora di robusti avanzi primari, per il semplice motivo che se il Pil nominale non cresce di una misura uguale al costo del debito, il rapporto debito Pil sale anziché diminuire.

Referendum 2011? chi se ne frega, il Pd stravolge il disegno di legge sull’acqua pubblica. Viva la democrazia


Giaceva in Parlamento dal 2007. E i movimenti per l’acqua pubblica avevano fatto più volte pressione su deputati e senatori affinché lo prendessero in esame. Parliamo del disegno di legge di iniziativa popolare sulla pubblicizzazione della gestione dell’acqua fatto proprio dall’intergruppo parlamentare composto da deputati Pd, Sel e M5s. Il testo in questione prevede all’articolo 6 l’affidamento del servizio idrico esclusivamente a enti di diritto pubblico controllati dallo Stato.

Oggi però l’aula di Montecitorio ha approvato due emendamenti presentati da deputati Dem con l’effetto di abolire proprio l’articolo 6: la gestione non sarà più obbligatoriamente pubblica, ma lo sarà soltanto «in via prioritaria». I deputati Cinquestelle e quelli di Sinistra Italiana hanno protestato contro «l’arroganza della maggioranza» e Federica Daga ha ritirato la propria firma al disegno di legge lanciando l’hashtag#lacquanonsivende. Che il governo non avesse alcuna intenzione di assecondare la volontà politica espressa con il voto referendario del 2011 era già emersa con il decreto Sblocca Italia del 2014, il cui mantra è concentrare la gestione in mano a pochi soggetti (un gestore unico che già offra il servizio ad almeno un quarto della popolazione di ciascun Ambito territoriale) e per forza di cose molto strutturati (leggasi multinazionali e grandi multiutility).

Altro che “fuori il profitto dalla gestione dell’acqua”, come recita uno slogan dei comitati. Questi ultimi ricordano il richiamo del presidente del Consiglio all’epoca del voto referendario: «Niente giochini come in passato per far finta di nulla» aveva detto l’allora sindaco di Firenze Matteo Renzi. E in un certo senso ha mantenuto l’impegno: non ha fatto finta di nulla, ha direttamente fatto un’inversione a U cancellando la volontà popolare.

Serracchiani e quell’odioso analfabetismo culturale.


Debora Serracchiani, Presidente in carica della Regione Friuli-Venezia Giulia, membro del PD, ha commentato l’esito del voto in Germania con un tweet che ha evidenziato la sua grave inadeguatezza culturale rispetto al ruolo ricoperto. La Serracchiani scrive“avanzata delle destre estreme è favorita da assenza della UE come soggetto unitario. Per questo PD vuole UE più efficace e concreta”.

Insomma la Serracchiani davvero dimostra di non aver capito nulla della realtà che la circonda. I movimenti di protesta che nascono nei confronti dell’UE sono determinati semplicemente dalla grave crisi economica deliberatamente causata con i vincoli di bilancio dei trattati europei, che ci impongono una recessione eterna ed inevitabile. La crisi economica ha duramente colpito i popoli che pertanto, naturalmente, si ribellano a questa situazione. In questo contesto può anche capitare che il dissenso si indirizzi effettivamente verso movimenti naturalmente più reazionari, ma ovviamente si tratta di una conseguenza della politica liberticida ed assassina di questa Europa a cui certamente non si può rispondere con il mantra “ci vuole più Europa”.

Trattasi di vero analfabetismo culturale, analfabetismo estremamente pericoloso. Nel PD pare che davvero, oltre a non capire nulla delle cause generatrici della crisi, ma questa non è una novità, neppure si conosca la storia.Rammentiamogli dunque di come i Padri Costituenti avessero chiarissimo che i nazionalismi erano sorti in Europa a causa della crisi economica che aveva scosso il continente, crisi che aveva le proprie origini nelle stesse politiche neoliberiste oggi codificate nei trattati. Quando si lascia il mercato completamente libero, l’egoismo umano porta la società a deragliare, si dimentica il bene collettivo per il mero profitto.Senza uno Stato che, pur nella libera iniziativa privata, coordini e controlli il sistema economico, a partire prima di tutto dalla moneta, è impossibile che la ricchezza si distribuisca equamente e che lo sviluppo sia democratico e sostenibile, sotto tutti i punti di vista. Sono concetti banali che non costituiscono opinioni, ma fatti incontestabili della società. Dire che l’iniziativa privata, se lasciata totalmente libera, porti alla miglior allocazione di risorse possibili è un fatto smentito da qualsiasi verifica empirica. Chi afferma il contrario è semplicemente, secondo l’illuminata definizione di Keynes (autarchia economica, 1933) un obnubilato, che non riesce a comprendere verità così banali da sfuggire ad ogni tipo di complicazione.

Tutti nel 1947, basta leggere i verbali dell’Assemblea Costituente, avevano chiari questi concetti, che sono infatti scolpiti, nella tragicamente dimenticata, parte economica della nostra Costituzione. L’egoismo umano deve essere coordinato secondo l’interesse pubblico rispondendo sempre alla democrazia che altrimenti il potere economico finisce inevitabilmente per schiacciare. Oggi i difensori di questa Europa, un letale mix di ignoranti e collusi con il potere finanziario, sbraitano contro i nuovi movimenti reazionari senza capire che la causa di tutto è proprio la loro amata illusione europeista.

Non ci vuole più Europa per uscire dalla crisi, non ci vuole un potere sempre più accentrato e lontano dalla sovranità popolare. Ci vuole il suo opposto, serve che i popoli tornino alla loro autodeterminazione e che il capitale finanziario ceda il passo alla volontà preponderante della democrazia. Serve che la solidarietà trionfi sulla competitività, che rappresenta solo un modello criminale di prevaricazione dei più deboli. L’1% di parassiti non può schiacciare e governare il 99% del pianeta, altrimenti prima o poi il sangue scorrerà a fiumi.

Oggi l’Italia ha la classe politica più inadeguata della sua storia. Alcuni soggetti sono in chiara malafede e tramano per il trionfo delle oligarchie, altri, e sono di gran lunga i più dannosi, sono analfabeti funzionali alla causa neoliberista come la Serracchiani, che continuano, assieme ad uno sparuto gruppo di economisti imbecilli o collusi, a diffondere spazzatura in pubblico spacciandola per corretta informazione portandoci ogni giorno un pò più vicini al baratro.

Avv. Marco Mori

Fonte: Scenari Economici

Renzi toglie alla Rai 300 milioni e li gira a Mediaset & C.

Renzi toglie alla Rai 300 milioni e li gira a Mediaset & C.

Sembra che la teoria che Berlusconi vuole aiutare Renzi scegliendo canditati perdenti trovi sempre più riscontri.

Per riequilibrare i maggiori introiti con il canone in bolletta la tv pubblica pronta a dimagrire sulla pubblicità.

Fedele Confalonieri è cortese. Perché il Biscione rammenta a Matteo che ormai, infilato il canone Rai in bolletta per drenare risorse sicure, è scoccato il momento di liberare un po’ di pubblicità (circa 250-300 milioni l’ anno) da viale Mazzini e rifondere il mercato, che di solito viene definito asfittico, se non proprio essiccato. A chi la pubblicità? A noi, a Mediaset. E agli editori più blasonati. Come il Gruppo Espresso che ha inglobato La Stampa. E pazienza, se per una volta, mica è la prima, i destini dell’ ex Cavaliere Silvio Berlusconi e dell’ acerrimo nemico Carlo De Benedetti collimano a perfezione.

Il meccanismo è complesso, ma di agevole lettura. Il denaro che il servizio pubblico incassa di più rispetto al passato con la riforma degli abbonamenti – il cedolino viene saldato a rate con il conto di un’ utenza elettrica – viene stornato dagli introiti pubblicitari di viale Mazzini.

Non c’ è bisogno di insistere scrive tecce sul fatto, il prammatico fiorentino è d’ accordo. Il sospetto: c’ è l’ ennesimo patto sotto o neanche troppo sotto? Ancora: c’ è una commistione fra il centrodestra e il centrosinistra? Quisquilie, affascinanti però.. Quanti milioni su trecento sganciati dai conti Rai possono confluire nel forziere di Mediaset? Ma l’ ex Cavaliere non gareggia in solitudine.

Il governo ha intenzione di comprimere la pubblicità di viale Mazzini, ma vuole che il beneficio sia diffuso.

Nel presentare il progetto “Stampubblica” (la crasi più in voga per definire l’ unione fra La Stampa e La Repubblica), il Gruppo Espresso ha ribadito che il sodalizio è generato da un’ esigenza industriale, non editoriale: la pubblicità va procacciata assieme. Più grossi, meno spese, più soldi. Valgono le coincidenze. Il governo è convinto che la pubblicità proveniente da viale Mazzini possa sollevare internet (neanche mezzo miliardo nel 2015): reattivi, in largo Fochetti sono pronti a formare una redazione per inchieste da impatto televisivo da lanciare in Rete. Stampubblica è il colosso dei giornali. Mediaset è il colosso delle televisioni. Il denaro in uscita da viale Mazzini non può sbagliare percorso.

COM’È CHE LIDL VENDE I JEANS A 5.99 £? FACILE … PAGANDO LA GENTE 23 PENCE ALL’ORA


Sul Guardian, una analisi sul prezzo dei jeans messi in vendita dal grande distributore tedesco Lidl, mostra come in un mercato dominato dalla cattiva distribuzione del reddito e dalla scarsità della domanda, l’unica possibilità è una guerra sfrenata dei prezzi, della quale fanno le spese nella maniera più pesante i lavoratori alla base della catena, in questo caso le donne operaie del Bangladesh. 

di Gethin Chamberlain, 13 marzo 2016

Abracadabra! “La magia di Lidl ! Jeans a £ 5.99” I titoli sparati sui giornali lo scorso fine settimana esaltavano la genialità della catena di supermercati che ancora una volta taglia il prezzo spiazzando i concorrenti.

Il grande distributore tedesco, veniva spiegato, stava continuando il suo assalto ai tradizionali giganti del supermercato puntando sulla moda e mettendo in vendita i jeans a un sorprendente £ 12 in meno rispetto a un tipo simile di Tesco.

Ma come fanno questi maghi della distribuzione? La linea incontestata di Lidl è che il segreto sta nel suo enorme potere di acquisto. Sono stati proprio bravi a fare l’offerta.

Ma cerchiamo di essere chiari. Questa non è magia. Non è Harry Potter a fare questi jeans, è una giovane donna in una fabbrica in Bangladesh, e uno dei motivi principali per cui sono così a buon mercato è che i lavoratori come lei sono pagati appena 2 pence per ogni paio di jeans prodotti.

Eppure, £ 5.99 è un bel risultato, quando addirittura Primark – che non scherza in fatto di taglio dei costi – è riuscito ad abbassare il prezzo solo fino a £ 8. Quindi come fanno?

“Le sorprese di Lidl” è lo slogan che il supermercato attualmente utilizza giocando con le parole, ma non è una sorpresa il fatto che la ditta, come molti dei grandi distributori britannici, fa gran parte dei suoi acquisti di vestiti in Bangladesh, dove il salario minimo per un operaio del settore dell’abbigliamento è di 23 pence all’ora.

Di certo, quando la nuova linea è stata lanciata giovedi mattina negli oltre 600 negozi del Regno Unito di Lidl, come parte della promozione “We Love Denim” – con la parola “amore” indicata con un cuore – le etichette rivelavano che la provenienza era il Bangladesh. In una serie di taglie e colori, i jeans sono gettati alla rinfusa dentro dei contenitori sul retro del negozio, e anche i fan più accaniti di Lidl probabilmente possono concedere che nessuno va a cercare in quei negozi per fare un’esperienza di shopping terapeutico, qui si tratta di risparmiare pochi centesimi sui cartellini dei prezzi.

L’ offerta sensazionale è £ 5,99 per un paio di “jeggings” – leggings attillati che assomigliano ai jeans. L’etichetta parla di una “moda stile jeans”, in tessuto di cotone (77%), con elastico in vita; un solo bottone, una zip YKK, due tasche posteriori e due anteriori, cuciture senza rivetti. Niente ricami sulle tasche.

Tutto questo è importante. Ogni ulteriore dettaglio si aggiunge al prezzo del prodotto finito. La ripartizione dei costi in una fabbrica di jeans del Bangladesh pubblicata da Bloomberg nel 2013 indicava il prezzo di una cerniera a 10p, un bottone a 4p e i rivetti a 1p ciascuno. Ricamo aggiunto altri 9p, le tasche 6p e le etichette 7p. A questi margini, ogni singolo penny conta, quindi non è una sorpresa scoprire che i jeggings sono ridotti all’osso.

Ma il Boyfriend Jeans, a £ 7,99, sembra essere il vero affare: quattro tasche, più una strana piccola taschina all’interno della tasca anteriore destra (per un orologio, a quanto pare). Ha sei passanti per la cintura, cinque rivetti, tre bottoni e una zip YKK. Realizzato in cotone 100% , l’elemento più costoso del processo produttivo: da £ 2.30 a £ 2.50.

C’è anche da pagare il filo per le cuciture, che potrebbe fare al più 19p, e il prodotto finito dovrà essere lavato, quindi se stiamo cercando di fare un prezzo arriviamo probabilmente a £ 3.90.


Ora dobbiamo mettere insieme questi materiali. Fortunatamente – per l’acquirente – non è poi così costoso.

La maggior parte dei lavoratori nelle fabbriche di abbigliamento del Bangladesh sono donne e la maggior parte sono pagate al salario minimo di 5.300 taka al mese (circa £ 48). Fa 23p all’ora per otto ore, per sei giorni alla settimana. Si tratta di un quinto delle 230 £ al mese stimate dal Asia Floor Wage Alliance come il minimo necessario per un salario di sussistenza nel 2013.

Per ricavare con precisione il costo del lavoro, è necessario sapere quante paia di jeans si producono al giorno. I dati disponibili coprono una vasta gamma: la ricerca in India ha trovato dei lavoratori che in una fabbrica producevano in media 20 paia di jeans al giorno, mentre un altro studio in Tunisia ha trovato una produzione di 33 paia al giorno. Tutto dipende dalla qualità e complessità del disegno. Nel 2010 l’Institute for Global Labour and Human Rights ha esaminato il Bangladesh e ha trovato che una squadra di 25 operai sfornavano 250 paia di jeans all’ora – 10 per lavoratore, o 80 per lavoratore al giorno.

Ciò significa che il salario minimo dovrebbe stare in un range compreso tra 2p e 9p per ogni paio di jeans prodotti, che è sostanzialmente in linea con uno studio del 2011 sulla produzione di abbigliamento in Bangladesh della società di consulenza statunitense O’Rourke Group Partners, che prezzava il costo del lavoro per una polo a 8p.

O’Rourke ha posto i costi totali di fabbrica per la camicia a 41p: Bloomberg ha calcolato che i suoi jeans del Bangladesh costano 56p alla produzione, più 16p di profitto.

Arriviamo a circa 4,50 £. Ma abbiamo ancora bisogno di spedire i jeans, e non ci sono spese di magazzino e tasse portuali, quindi possiamo metterci altri 30p, arrivando fino a £ 4.80. E abbiamo ancora bisogno di trasportarli dal porto al negozio, quindi sono altri 50p. Questo ci dà £ 5.30, ma per finire c’è ancora l’IVA.

Il totale complessivo di £ 6.36 gonfierebbe il bilancio per i jeggings, ma basta usare un po’ meno materiale, ed ecco risparmiato qualche soldo sui bottoni e i rivetti. Questo renderà più veloce la lavoraziome, così che scenderà un po’ il costo del lavoro. Potrebbe quasi essere possibile portarli a £ 5,99 o possono anche guidare il mercato in perdita: cosa che accade. I jeans, comunque, mostrano un profitto di £ 1.63.

Ma è qui che viene fuori il potere d’acquisto di Lidl, perché sia i jeggings che i jeans sono importati da intermediari, che vendono al supermercato – rispettivamente OWIM Gmbh, società tedesca, e Top Grade International Enterprise Ltd con sede a Hong Kong, che esportano 30 milioni di pezzi all’anno dal Bangladesh. Sia l’uno che l’altro devono subire dei tagli. Nell’esempio di Bloomberg, l’intermediario ha subito un taglio di £ 2. Qui è chiaramente fuori questione se Lidl stesso ne ricavi un utile. E questa è la realtà di un paio di jeans da £ 5.99: tutti sono spremuti, su tutta la linea.

I tempi sono duri. I clienti richiedono i vestiti più economici possibile. Il successo di Lidl si basa su questo: è così che ha fatto £ 4 miliardi di vendite nel 2014. Soddisfa un bisogno e lo fa spremendo al massimo possibile i suoi fornitori. Lidl sostiene di essere consapevole delle sue responsabilità e di stare lavorando per migliorare le condizioni di lavoro e di vita e dei lavoratori tessili. Essa controlla le sue fabbriche, dice, ma lo dicono tutti. E non pubblica i risultati. Quasi nessuno lo fa.

Perché quando il modello di business si basa sull’offrire i prezzi più bassi possibili, qualcuno deve sovvenzionare questo, e quel qualcuno è il lavoratore che cuce quei jeans. Lidl non compra i suoi jeans dal Bangladesh perché le fabbriche di Dacca sono le più belle del mondo: lo fa perché pagano gli operai una miseria. E, alla fine, è così che risulta possibile vendere un paio di jeans a 5,99 £.

Non è magia. E’ solo sfruttamento.

Vietato indagare sugli attentati di Parigi


Hicham Hamza è un giornalista francese indipendente che ha scoperto indizi impressionanti sugli attentati islamici a Charlie Hebdo e al Bataclàn. E’ stato arrestato e incriminato, ufficialmente per “violazione del segreto istruttorio e diffusioni di immagini gravemente lesive della dignità umana”. Effettivamente aveva postato, il 15 dicembre, una foto ripresa all’interno del Bataclàn pochi minuti dopo la strage, perché mostrava l’orribile scena di decine di corpi smembrati.

Il punto è che non è stato Hamza a scattare la foto (subito scomparsa per ordine giudiziario). L’ha trovata su un tweet – il cui webmaster è situato a Gerusalemme – firmato “Israel News Feed” “@IsraelHatzolah”.


Da Israele, la prima a sapere


Ora, “IsraelHatzola” è praticamente la stessa cosa diUnited Hatzolah, una ONG israeliana di paramedici che collabora con l’esercito di Israele. Il presidente di United Hatzolah è particolarmente interessante: trattasi di Mark Gerson, un ebreo americano che è stato direttore esecutivo del famos think-tank neocon Project for a New American Century (PNAC), quello che consigliava il presidente Usa Bush jr., nel 2000, di lanciare un grande riarmo, per il quale però sarebbe stata necessaria “una nuova Pearl Harbor”. L’11 Settembre, quando la nuova Pearl Harbor si verificò, membri importanti del PNAC erano nel governo Bush, e lanciarono le guerre l’invasione dell’Afghanistan e dell’Irak.


Gi inquirenti francesi, invece di indagare su questa pista, invece di chiedersi come mai un sito israeliano legato ai necon e al Mossad aveva le foto dell’interno del teatro, scattate pochi minuti dopo la strage, hanno perseguito Hamza. Varie personalità politiche e giornalisti lo hanno querelato per diffamazione, contando di rovinarlo economicamente (sul suo sito Panamza, il perseguitato chiede ai lettori 10 mila euro per pagare le spese legali).

Che la persecuzione sia originata dal governo non c’è dubbio: Gilles Clavreul, delegato interministeriale di Valls , addetto alla “Lotta contro il razzismo e l’antisemitismo”, s’è lasciato sfuggire durante un’intervista radio di stare cercando “degli inghippi giuridici per arrivare a perseguire” il giornalista.

Hamza è colui che ha scoperto una quantità di indizi che consentono di interpretare l’attentato islamico del 13 novembre un false flag con “segnatura” sionista. Eccone i più significativi:
Il teatro Bataclan apparteneva ad una famiglia ebraica fin al 1976. La famiglia Toutou ha venduto il teatro l’11 settembre, due mesi prima della strage, per trasferirsi definitivamente in Israele.


. “I responsabili della sicurezza della comunità ebraica erano stati avvertiti in anticipo dell’imminenza di un grosso attacco terroristico”; secondo il Times of Israele (che poi ha censurato la notizia). Da chi? Dal banchiere barone Edmund De Rotschild, nientemeno.
Il 13 novembre, giorno dell’attentato, era in corso una esercitazione del SAMU, il pronto soccorso municipale di Parigi, basata sullo scenario di tre attentati simultanei compiti da tre gruppi di terroristi, che prevedeva 50 morti e 150 feriti. SAMU sta per Services Médicales d’Urgence. Dispone di ambulanze ed elicotteri sanitari. Lo scenario è stato elaborato dal vice-capo del SAMU di Parigi, dottor Michel Nahon (J). L’esercitazione era stata programmata mesi prima.
La rivendicazione con cui Daesh si attribuiva gli attentati è stata diffusa – indovinate – dal SITE di Rita Katz, dagli Stati Uniti.
“I decreti per lo stato d’emergenza adottati anche prima dell’attentato al Bataclàn”: così ha annunciato France Télévision: il decreto fu promulgato alle 22.30 da Hollande, appena uscito dallo Stade de France dove assisteva alla partita Francia-Germania. Lo stadio era stato appena vittima di uno strano attentato senza senso, dove tre terroristi islamici si sono fatti saltare con le cinture esplosive, fuori dallo stadio, senza provocare vittime. La strage del Bataclàn non era ancora avvenuta. La bozza del decreto era pronta da tempo. Lo ha rivelato lo stesso funzionario, direttore degli affari giuridici del ministero dell’Interno, che ha stilato la bozza. Si chiama Thomas Andreu, “legato attraverso la moglie alla comunità ebraica e Israle” (la moglie si chiama Marguerite Berard ed è cognata di Marie-Hélène Bérard, tesoriera della Camera di Commercio Francia-Israele e membro del direttivo del CRIF, Conseil représentatif des institutions juives de France.
Jesse Hughes è il cantante degli Eagles of Death Metal, il complesso che si esibiva al Bataclàn, davanti a 1500 spettatori, la sera tragica della strage islamista (90 morti). In una intervista rilasciata a Fox Business Network quattro mesi dopo, Hughes ha rivelato che quella sera del 13 novembre aveva scoperto che ben sei uomini addetti alla sicurezza delle quinte, erano inspiegabilmente assenti. Ha aggiunto di non volersi sostituire ai poliziotti inquirenti, ma che per lui era evidente che quei sei “avevano una ragione di non venire”, ventilando cioè possibili alte complicità ai terroristi al più alto livello.
Hamza ha ricevuto minacce di morte con la firma in vista: on te fume, e un mitra Uzi sulla bandiera israeliana

“Ti eliminiamo”

Per dare un’idea del clima che Hollande sta facendo imporre nella ex patria della libertà di opinione, ecco questa notizia.

PROFESSORE INDAGATO: PARLAVA BENE DI PUTIN

Pascal Geneste è un professore di storia in lingua bretone (sic) che insegna al collegio Saint-Anne d’Auray, in Francia. Dopo la strage del Bataclan (13 novembre) che ha tanto colpito i francesi e i suoi allievi, ha tenuto una lezione su “Vladimir Putin come un dei precursori della lotta al terrorismo islamico”, come dimostra l’intervento russo in Siria contro l’IS”, lotta in cui è di fatto alleato con lo stato francese (Hollande ha promesso bombardamenti in Siria, dopo l’attentato); un’alleanza che il docente ha auspicato si approfondisca, nella comune lotta all’islamismo fanatico. Su denuncia di un genitore che ha definito le frasi del professor “scandalose e islamofobe”, Geneste è stato convocato in gendarmeria e sottoposto a interrogatorio. Ha saputo che il procuratore della republica di Lorient aveva aperto una informazione giudiziaria su di lui,e ha dovuto rispondere a domande (“peraltro cortesi”) “per sapere se ero di destra o di sinistra. Mi è stato rimproverato di aver postato sul mio sito una canzone che fa’ riferimento al Front National. Ma il FN non è vietato in Francia, anzi è il primo partito di Francia… Mi hanno chiesto se ero un nazionalista francese. Se amare il mio paese, la Bretagna, l’Europa dall’Atlantico agli Urali è nazionalismo, allora accetto l’aggettivo”.



Il 17 febbraio, sei dei suoi allievi sono stati convocati in gendarmeria dove hanno subito un interrogatorio sul che cosa aveva detto il professore “riguardo alla Russia e a Vladimir Putin”.

CENSURA SUL WEB, LO CHIEDE IL CRIF

CRIF sta per Conseil représentatif des institutions juives de France. Nel corso dell’annuale cena per raccolta fondi, il suo presidente, Roger Cukierman, ha denunciato la crescita “esponenziale” di “espressioni razziste su Internet”, e ha reclamato che anche alla Rete si applichi lo “stato di emergenza”. Questo (état d’urgence) è il decreto, varato da Valls dopo l’eccidio del Bataclan, che dà poteri speciali allo stato per frugare appartamenti, intercettare telefonate, ridurre le libertà personali e politiche senza precise accuse. Cukierman dimentica che l’etat d’urgence contiene già misure repressive applicabili ad Internet: lo Stato può bloccare l’accesso a determinati siti, vietare ad una persona tutte le comunicazioni via web, copiare tutti i dati trovati sui terminali, smartphone e computers durante un’irruzione di polizia, compresi quelli sul cloud. Al CRIF non basta. Vuole siano punti e censurati “messaggi di odio”.

Alla cena partecipava (ovviamente) il primo ministro Manuel Valls. Ha annunciato “Misure forti conto l’antisionismo”, che naturalmente ha detto non è che una maschera dell’antisemitismo.

Infine:

Il governo ha aperto a Bordeaux il primo “Centro per la prevenzione della radicalizzazione”: trenta giovani vi sono già ospitati. Hanno cominciato la rieducazione e la disintossicazione dall’islamismo violento.

Ma la Francia non è la sola a vivere il nuovo clima. Ecco:
LO HACKER ROMENO CHE HA RIVELATO LE MAIL DELLA CLINTON ESTRADATO IN USA


“Guccifer”

Si chiama Marcel Lazar Lehal, ma come hacker si è dato il nome di Guccifer. Tassista disoccupato, 42 anni, ha carpito e pubblicato mail di Leonardo di Caprio, Muriel Hemingway, George Bush jr., dell’amante romena (Corina Cretu) dell’ex segretario di stato Colin Powell. Ma il vero scoop l’ha fatto rivelando l’uso improprio di un conto e-mail privato da parte di Hillary Clinton quando era segretaria di Stato, su cui l’FBI ha aperto un’indagine che si sta mettendo male per la candidata democratica. Sono quattro appunti che la Clinton ha inviato al suo consigliere politico Sidney Blumenthal (J) e riguardano la tragedia di Bengasi, in cui è stato ucciso l’ambasciatore americano e i Marines di scorta. Condannato a 4 anni dalla giustizia romena, Guccifer è stato reclamato dalla magistratura americana. L’estradizione è stata concessa anche perché lui non si è opposto.


Mare ceduto ai Francesi: presentata denuncia per “Infedeltà in affari di Stato”


Stamattina, 16 marzo 2016, il deputato di Unidos Mauro Pili ha presentato un esposto di denuncia per “Infedeltà in affari di Stato” (art.264 c.p.). In Regione Toscana il PD regionale respinge una mozione presentata da Claudio Borghi Aquilini.

Lo scorso 11 marzo alla Camera dei Deputati si è dibattuto ancora sulla cessione delle acque territoriali fatta a favore della Francia, con accordo firmato a Caen il giorno 21 marzo 2015. Il dibattito nato dall’interpellanza urgente presentata dal deputato Mauro Pili di Unidos riassume praticamente tutta la vicenda e per questo invitiamo tutti a leggerne gli atti nel dettaglio (qui e quiin video), tuttavia la risposta del sottosegretario di Stato allo Sviluppo Economico, Antonello Giacomelli, è stata alquanto insoddisfacente e scontata, dimostrando per l’ennesima volta che il governo non vuole rivelare la verità ed anzi è infastidito che le notizie sull’Accordo di Caen siano trapelate ed ormai siano di dominio pubblico.

D’altronde, l’obiettivo della segretezza è l’unica cosa che appare certa in tutta questa storia: né le Regioni interessate, né alcuna categoria produttiva, sono stati interpellati né durante i negoziati né durante la firma. Nessuno ha chiesto almeno una volta l’opinione di quei pescatori che oggi hanno in sostanza perso il lavoro o ad esperti del settore. I vari governi che si sono succeduti hanno negoziato da soli con la controparte francese perché, è evidente, quello di Caen doveva essere un accordo segreto che sarebbe venuto a galla solo a fatto compiuto. Ma la Francia ha rovinato un po’ i piani di Renzi e Gentiloni, perché dopo che il parlamento francese ha ratificato il trattato, i francesi (sbagliando), l’hanno subito fatto valere, andando a sequestrare il peschereccio “Mina”, il quale stava semplicemente pescando nelle acque della cosiddetta “fossa del cimitero” , (così chiamata perché una volta si identificava allineando la prua della barca alle croci del camposanto di Ospedaletti) , dove da sempre i liguri li vanno a pescare i famosi gamberoni rossi di Sanremo. Poi c’è stato l’episodio del peschereccio Cecilia in Sardegna.

Sentendo le risposte degli esponenti del governo sembrerebbe che questo accordo sia stato negoziato e firmato soltanto per definire “confini certi” tra i territori di competenza di Francia e Italia. Ma allora perché tanta segretezza? Tutto farebbe pensare a delle motivazioni legate al petrolio e al gas. Si sa per certo che nell’area ovest oggetto dall’accordo c’è un forte interesse alla ricerca diidrocarburi: lo stesso Ministero dello Sviluppo Economico avrebbe svolto degli studi (effettuati dall’azienda norvegese TGS Nopec) che attestano in quelle aree una disponibilità di 1,4 trilioni di metri cubi di gas e 0,42 bilioni di barili di petrolio (che finirebbero in mano francese!). Il Governo ovviamente, attraverso il sottosegretario Giacomelli, nega assolutamente che la questione degli idrocarburi possa rientrare nei termini dell’accordo.


Tuttavia, la risposta del sottosegretario non poteva soddisfare le richieste di chiarimento avanzate dal deputato Pili e pertanto, quest’ultimo, ha deciso di percorrere la via giudiziaria, presentando un esposto alle Procure di Tempio e Sassari, di Roma e successivamente verrà interpellata anche quella di Genova. Ecco le motivazioni del deputato Mauro Pili:

“E’ fin troppo evidente che dopo le risposte parlamentari alle interrogazioni emerge con grave rilievo l’assenza di qualsiasi vantaggio per l’interesse nazionale a fronte di un gravissimo danno (nocumento in base all’art.264 del Codice Penale) per la sovranità, l’economia e le ricadute sociali. Si tratta di un atto dovuto, così come è la prima volta che si richiama l’art.264 del codice penale per un accordo internazionale, proprio perché si è dinanzi ad un fatto inedito e inaudito di cessione di sovranità a fronte di un danno evidente all’interesse nazionale. Nell’esposto sono richiamati anche i possibili danni e interessi legati all’indeterminato utilizzo di possibili giacimenti di idrocarburi in mare che risulterebbero alla mercè della condizione più favorevole sul piano giuridico ed economico, considerato anche il prossimo referendum del 17 aprile.”

Stamattina, 16 marzo, la presentazione dell’esposto alla Procura di Roma:

“Stamane ho depositato, con protocollo n.82928, presso la Procura di Roma l’esposto denuncia sui gravissimi contenuti ed effetti dell’accordo bilaterale Italia – Francia del 21 marzo 2015 che ha profondamente modificato i confini a favore della Francia con grave danno per l’interesse nazionale e della Sardegna. Si tratta del primo passo obbligato per costringere il governo italiano a dichiarare le ragioni di tale accordo e a valutare in modo oggettivo e obiettivo il nocumento che ha generato rispetto all’interesse nazionale. E’ un atto dovuto considerata la gravità dell’atto compiuto e del fatto che mai dal dopoguerra ad oggi erano stati modificati i confini marittimi nazionali in modo così evidente e a danno dell’interesse nazionale. Per questo motivo, dopo le mancate risposte del governo, e le reiterate azioni tese a manipolare i fatti e lo stesso contenuto dei documenti, ho ritenuto doveroso presentare l’esposto denuncia che per ogni buon conto allego. Non appena i magistrati competenti riterranno di dover aprire un fascicolo mi impegno sin d’ora a costituire formalmente un pool di legali che voglia prendere a cuore tale causa.”

Testo integrale della denuncia visibile alla fonte originale: L’Opinione Pubblica

North Stream, olio tunisino, Telecom: Renzi perde tutte le partite


Ha parlato di «interesse nazionale», ha sbattuto i pugni sul tavolo dell’Europa, ma quali risultati ha raccolto Matteo Renzi? La realtà è che nelle recenti partite che contano l’Italia rischia di perdere ulteriori posizioni sul piano internazionale, indebolendo la sua struttura economica. Ci riferiamo a quattro casi, riportati da Gianluca Ferraris suPanorama: North Stream 2, Telecom, Generali, olio tunisino.

Nel primo caso il consorzio internazionale che dovrà realizzare il raddoppio del gasdotto North Stream 2 dalla Russia alla Germania (un nuovo patto Molotov – Ribbentropp secondo le letture più sensazionalistiche) ha assegnato gli appalti per la costruzione delle condotte. Aziende tedesche e russe hanno lasciato a secco quelle italiane, grazie anche a Renzi che ha manifestato forti perplessità senza alcuna logica (geo)politica. Non è bastato, forse, il suicidio delle sanzioni e dell’accantonamento del South Stream, dove Saipem avrebbe fatto la parte del leone, grazie a Bruxelles e alla colpevole impotenza di tutta la classe dirigente nostrana.

Su Telecom e Generali invece è un francese a dettare l’agenda: Vincent Bollorè, già primo socio della compagnia telefonica italiana con il 25%. Miliardario e tra gli uomini più influenti di Francia (i suoi interessi potrebbero aver favorito addirittura interventi militari in Africa), sta orchestrando la fusione tra Telecom e Orange, compagnia dove lo Stato francese è socio di maggioranza, al contrario (guarda un po’) del nostro caso. In più, il nuovo amministratore delegato delle Generali Philippe Donnet è stato scelto dallo stesso Bollorè (secondo azionista di Mediobanca per non farsi mancare niente), che lo ha pescato nel suo feudo: la società Vivendi. Lo shopping francese continua, basti leggere Bugie e Veritàdi Tremonti per avere un’idea della situazione.

Infine, l’olio tunisino. L’aumento di import a dazio zero autorizzato dall’Europarlamento fino al 2017 ha scatenato molte polemiche e lasciato l’amaro in bocca: per l’ennesima volta la nostra produzione e le nostre eccellenze alimentari non vengono protette a dovere nelle stanze che contano a livello europeo e internazionale. Sul caso in questione, basti notare che la Coldiretti ha dichiarato che sono state messe a rischio un azienda italiana su tre. L’«interesse nazionale» è un’altra cosa.

Francesco Carlesi

L’Emersione dello “Stato Profondo”: il Governo Ombra Diventa Mainstream


TheCorbettReport ci mostra come molto di quello che anche solo pochi anni fa veniva bollato e deriso come “complottismo”, oggi pian piano sta sfondando la cortina dei media ed emerge allo scoperto. Il tenebroso gruppo Bildeberg ha addirittura un suo sito web, lo ‘Stato Profondo’ delle neodemocrazie si scopre essere ben radicato anche in America (e figuriamoci nel mostro UE). Ma forse anche questa emersione non è casuale, e se da un lato può offrire una soddisfazione effimera a chi gridava nel deserto, dall’altro potrebbe avere il senso di imporre allo scoperto una verità indicibile a una società sempre più sbandata per difendersi.

di James Corbett, 5 gennaio 2016

Si può definire in tanti modi: governo ombra, stato profondo, squadra segreta. Qualunque sia il nome, l’idea è semplice: dietro la facciata del governo apparente che esercita il potere, c’è un gruppo non eletto, privo di responsabilità, in gran parte sconosciuto, che lavora per il perseguimento di obiettivi a lungo termine, qualsiasi sia il partito politico o il fantoccio in carica.

All’interno della temuta comunità dei “teorici della cospirazione“, l’idea è emersa qua e là nel corso degli anni. L’assassinio di JFK ha dato origine a molti resoconti di tipo confidenziale e a rivelazioni su The Secret Team. Lo scandalo Iran-Contra ha portato ad un documentario di Bill Moyers sul governo segreto che dopo 19 anni vale ancora la pena guardare. E’ stato anche apertamente riconosciuto che il 9/11 era stato reso operativo un “governo ombra”.

Ma negli ultimi anni ha avuto luogo uno strano fenomeno, che si è intensificato negli ultimi mesi: l’idea di uno “stato profondo” o di un “governo ombra” che controlla la politica, anche negli Stati Uniti, sta diventando mainstream.

Ha abbellito la copertina di un certo numero di libri di recente pubblicazione, tra cui “Deep State: Inside the Government Secrecy Industry” e “The Deep State: The Fall of the Constitution and the Rise of a Shadow Government.”

E l’idea si è aperta una strada nei media della politica on-line, sia a sinistra (Salon ) che a destra (The American Conservative ) dello spettro politico.

E’ stata evocata dagli analisti finanziari mainstream per descrivere le azioni della Federal Reserve.

E’ stata rivisitata da Bill Moyers sul suo sito web.

E’ arrivata sui titoli di prima pagina del The Boston Globe ( “Vota come vuoi. Il governo segreto non cambierà“) e del New York Times ( “L’‘Establishment Americano ha Abbracciato l’Idea dello ‘Stato Profondo‘“).

Diavolo, se ne è addirittura parlato sul blog della Banca Mondiale.

Questa improvvisa attenzione fa sorgere spontanea la domanda: perché adesso? Perché così tante fonti mainstream accendono improvvisamente una luce su qualcosa che in passato era riconosciuto a stento?

A dire il vero, parte di questa recente copertura è in realtà un mascheramento, come c’è da aspettarsi. Il blog della Banca Mondiale, per esempio, passa il concetto come un qualcosa che si può riscontrare nelle “novelle democrazie” dell’America Latina, Africa, Asia, Europa orientale e così via, vale a dire, non in Occidente. Questa condizione – che l’idea di uno “stato profondo” è qualcosa che si trova solo in paesi stranieri, con sistemi politici arretrati – richiama alle origini dell’espressione. Il termine “Stato profondo” è la traduzione di una espressione turca, Derin Devlet, salita alla ribalta dopo che l’incidente di Susurluk ha svelato l’esistenza di un governo segreto turco e della sua connessione con NATO/Gladio/associazioni terroristiche/traffico di droga. E’ diventato sempre più ammissibile per gli opinion maker mainstream citare lo “stato profondo” turco o egiziano come un vero e proprio fenomeno (o almeno una possibilità reale), contemporaneamente deridendo come irreale l’idea che una cosa simile esista in Occidente.

Tuttavia negli ultimi anni dei ricercatori come Peter Dale Scott hanno sviluppato e ampliato il concetto per spiegare come funzionano le istituzioni politiche occidentali. Questa idea sembra sia stata raccolta da persone come Mike Lofgren, un membro dello staff del Congresso in pensione che ha descritto come lo stato profondo americano comporta un consenso trasversale su questioni politiche chiave, o Philip Giraldi, ex agente dei servizi segreti, le cui recenti riflessioni sullo stato profondo americano hanno ricevuto grande attenzione da parte della stampa mainstream.

Si può guardare a questa evoluzione come a un’estensione di un fenomeno che ho notato già diversi anni fa: un processo di indottrinamento che ha cominciato a informare il pubblico sul fatto che in realtà esiste una oscura élite che controlla la scena mondiale, e prepararlo ad accettare la cosa. Quasi un decennio fa, David Rothkopf, amministratore delegato della Kissinger Associates, pubblicava il libro “Superclass“, in cui rivelava l’esistenza di un gruppo di circa 6.000 operatori non-statali capaci di mettere in atto politiche e altri programmi transnazionali. Da allora un numero notevole di cospirazioni-che-non-si-osava-nemmeno-citare, dal CFR al Gruppo Bilderberg, al Bohemian Grove, sono ormai diventati argomenti banali di discussione politica. Mentre una volta i conduttori radiofonici mandavano subito la musica quando qualcuno degli intervenuti alle trasmissioni cercava di discutere del CFR, ora Hillary Clinton ammette allegramente che il Dipartimento di Stato riceve ordini da loro; mentre una volta il Gruppo Bilderberg era oggetto di un totale blackout sui media, ora ha un proprio sito web e manda comunicati stampa.

Ma ancora una volta: perché ora?

Parzialmente questo deve essere dovuto al fatto che nel post-11/9, post-Iraq, post-salvataggi, post-speranza di un mondo migliore, è diventato impossibile mantenere l’illusione che siano gli uomini politici a condurre il gioco. Nessuno crede più a questa bugia, e si vede.

Ora ci sono anche degli studi scientifici che dimostrano che gli Stati Uniti non sono gestiti dai partiti politici, ma da gruppi di interessi particolari.

In verità il dentifricio della congiura è fuori dal tubetto e non è possibile cercare di rimetterlo dentro. Mentre per molti versi questo rappresenta il coronamento degli sforzi instancabili di generazioni di ricercatori della cospirazione, che hanno lavorato duramente in una relativa oscurità, d’altra parte non è un bene assoluto. Come vedremo nella prospettiva 2016 di questo fine settimana, la rivelazione dell’esistenza di una élite dirigente coincide con un collasso della coesione sociale che sta dando origine a forze oscure, e tutto questo fa presagire un anno molto tumultuoso. […]

Fotovoltaico: in India il primo aeroporto 100% solare che non paga più le bollette


Tre anni fa, stanchi dei costi delle bollette elettriche, i manager del Cochin International Airport, nel Sud dell’India, avevano deciso di prendere la situazione di petto. Il primo passo era stato quello di installare pannelli solari. Ma gli obiettivi diventano sempre più ambiziosi.

I primi pannelli sono comparsi sul tetto del terminal degli arrivi, poi si sono moltiplicati sugli hangar. I benefici di questa iniziativa hanno portato a pensare ancora più in grande.

“Volevamo essere indipendenti dal punto di vista energetico”, ha dichiarato con semplicità Jose Thomas, il GM dell’aeroporto, a CNNMoney. Così, lo scorso anno è stato commissionato allaBosch un impianto da 45 acri, posto in una zona non utilizzata vicina al terminal cargo. Lo scorso agosto l’impianto fotovoltaico è stato allacciato alla rete elettrica e così l’aeroporto di Cochin è diventato il primo ad essere del tutto alimentato ad energia solare.

Le decine di migliaia di pannelli generano in media più dell’energia che serve all’aeroporto, circa 48-50 mila kW, quella in più è immessa in rete. Si prevede che l’investimento di circa 9,3 mld di dollari sia recuperato in meno di 6 anni in cui l’aeroporto non dovrà più sostenere i costi delle bollette.

E’ una notizia che in India ha avuto molta risonanza, visto che il fotovoltaico sta diventando via via più economico. Il ministero dell’Aviazione Civile Ashok Gajapathi Raju si è recato in visita a Cochin a gennaio e ha dichiarato che anche altri scali seguiranno questo esempio. Anche Kolkata, più grande e più trafficato, ha intenzione di realizzare un impianto su 70 acri di terreno per poter ridurre di un terzo le bollette elettriche.

Cochin intanto sta lavorando per espandere ancora maggiormente la sua capacità fotovoltaica, in modo da soddisfare il fabbisogno anche del nuovo e più grande terminal internazionale in fase di costruzione. A fine aprile dovrebbe essere pronto un secondo impianto più piccolo, inoltre esiste un progetto per coprire un canale con del cemento armato e posizionare anche in quell’area altri pannelli solari.

Anna Tita Gallo

Non serve uscire dall’euro, basta dichiararlo di nostra proprietà

Non serve uscire dall’euro, basta dichiararlo di nostra proprietà

- di Francesco Filini –
Nell’era della grande Depressione nostrana, molto più disastrosa e pericolosa di quella del 1929, imperversano teorie e ipotesi di qualsiasi salsa sul sistema monetario. E’ evidente che l’€uro è stato un fallimento, non serve ricordare la tragedia greca o l’esproprio cipriota per arrivare a capirlo: tutta l’Eurozona è in crisi nera, e noi la stiamo vivendo sulla nostra pelle. Inevitabilmente, dopo anni di malainformazione, si arriva ad identificare nel sistema bancario e finanziario il fulcro del problema. Qualcuno ci ha messo un pochino, ma alla fine la storiella della cattiva gestione della cosa pubblica (cosa verissima e da combattere) come causa di tutti i mali non sembra più reggere: i ladri di polli (politici, sindacalisti, dirigenti della PA e pidocchi di simil fattura) non riescono più a coprire i veri ladri che si nascondono dietro il sistema finanziario internazionale. Lo dicono i numeri: di fronte ai “milioncini” intascati dagli specchietti per le allodole di cui sopra, stanno i miliardi dello scandalo MPS, piccola punta del grande iceberg contro cui la Titanic-a Unione Europea sta andando a sfracellarsi.
Per dirla con le parole di Ezra Pound, la gente comincia a capire che se il piatto piange non è colpa del cameriere ma del padrone del ristorante, che oggi vuole essere pagato anche se fa portare piatti vuoti.
Tra le ricette che le simple minds che cianciano d’economia nei giornali e nelle tv, ritorna in auge il caro e vecchioQuantitative easing, ovvero il pompaggio indiscriminato di moneta fresca di stampa che va ad iperinflazionare il sistema. Il caso della Banca Centrale Giapponese sta contagiando sempre più persone, come se la Repubblica di Weimar non avesse già fatto scuola il secolo scorso, come se draghi-ltronon si sapesse che all’immissione di nuova liquidità creata ex nihilo non conseguirebbe l’aumento indiscriminato dei prezzi e dell’aggravarsi della crisi. E c’è ancora chi dice che se avessimo una Banca Centrale che stampa moneta tutto si risolverebbe con estrema facilità. Giova ricordare che la BCE di Mario “Goldman” Draghi ha stampato (termine improprio perché in realtà li ha fatti apparire sui terminali del sistema bancario) negli ultimi mesi più di 1000 MLD di €uro con una manovra chiamata LTRO. Il problema è che questa liquidità è rimasta nella pancia del circuito finanziario con lo schema seguente:

la BCE mette a disposizione delle banche europee 1000 MLD (al tasso dello 0,75%), le banche europee decidono di investire una parte di questa liquidità nei titoli di debito degli stati (BOT, CCT, BUND, BONOS etc..) con tassi che variano dal 4 al 7%, questi ultimi non immettono liquidità nel sistema dell’economia reale perché usano una parte del denaro per pagare gli interessi sul debito, l’altra per versareall’ESM la quota di partecipazione. Così, “semmai dovessimo rischiare il default”, l’ESM ci presterà ad interesse quei soldi che gli abbiamo dato e per i quali ci siamo già indebitati. E’ la babele dell’usura.
Una soluzione quindi sarebbe quella di adeguarsi al sistema delle Banche Centrali di tutto il mondo per stampare moneta direttamente, con gli effetti già descritti sopra.
L’altra soluzione che si propone, sostanzialmente identica dal punto di vista sistemico, è quella di uscire dal cappio dell’€uro per tornare alla cara e vecchia lira, con la Banca d’Italia che stampa e lo Stato italiano che si indebita. Con conseguenze inimmaginabili: svalutazione galoppante del nostro potere d’acquisto, iperinflazione e un tasso di cambio a dir poco svantaggioso. Certo, non è che rimanendo dentro l’€urosistema le cose migliorino, ma possibile che non ci sia nessuna soluzione che non preveda una catastrofe? Possibile che gli economisti (per mancanza di prove) che frequentano i salotti televisivi non abbiano nessun’altra soluzione?
Eh no signori miei, continuate a girare attorno al problema che si chiama debito.
quiz
Nessuno osa approfondire la natura del debito, tutti si guardano bene dal voler studiare la moneta. E’ lì il problema, èlì che nasce il debito.
Quindi l’unica vera soluzione non è quella di tornare alla Lira (c’è chi pensa che così si torni alla sovranità monetaria!) con una Banca che finanzia direttamente il debito, e non è quella di trasformare la BCE in una Federal Reserve, ma è quella di attribuire la proprietà della moneta, nell’atto della sua emissione, a chi gli spetta: ai cittadini. La commissione europea, per bocca di Olli Rehn, ha già ammesso che c’è un buco legislativo sulla proprietà dell’euro, non rimane che colmare questo buco giuridico con una legge, comequella presentata nel 1997 da alcuni senatori italiani, ma che il Senato non ha nemmeno mai discusso.
La soluzione è a portata di mano, basta solo far comprendere che fino ad oggi ci hanno indebitato con i soldi nostri. E dobbiamo riprenderceli.
Twitter @francescofilini

L’ACQUA FINISCE IN MANO ALLE MULTINAZIONALI, LO HA DECISO IL PD


La commissione Ambiente della Camera ha approvato, col parere favorevole di relatore e governo, l’emendamento del Pd alla proposta di legge che, a cinque anni dal referendum sull’acqua pubblica, recepiva l’esito di quella consultazione: la proposta di modifica dem prevede la soppressione dell’articolo 6 del testo che definiva il servizio idrico integrato quale servizio pubblico locale privo di rilevanza economica e ne disponeva l’affidamento esclusivo a enti di diritto pubblico. La norma vietava l’acquisizione di quote azionarie di società di gestione del servizio idrico integrato.

M5S e Sinistra italiana hanno lasciato i lavori della commissione per protesta e ritirato le proprie firme dalla proposta di legge: “Hanno fatto carta straccia di un testo che era arrivato in Parlamento con 400mila firme nel 2007 e carta straccia del risultato referendario del 2011″, ha denunciato la deputata pentastellata Federica Daga protestando davanti a Montecitorio con altri componenti della Commissione e con i comitati per l’acqua pubblica. “Usciamo dalla commissione dopo la votazione della soppressione dell’articolo 6, il cuore della legge, e dopo che sono state abrogate altre parti fondamentali del testo. Se la votassero da soli, ritiriamo le firme”.


Il capogruppo di Sinistra Italiana in Commissione, Filiberto Zaratti, ha ricordato che “il programma Italia bene comune con cui Sel e Pd si sono candidati alleati nel 2013 prevedeva che non si si sarebbe tornati alla privatizzazione. Quanto accaduto in commissione è una vergogna: si torna indietro rispetto alla volontà di 26 milioni di italiani e agli impegni precisi presi davanti agli elettori. Facciamo un appello a tutti i deputati eletti con quel programma affinché tornino indietro e non votino il testo in aula”.”Questa legge – ha concluso Serena Pellegrino di Sinistra Italiana – non sarà più la nostra legge: l’avevano firmata 200 e più parlamentari. Da domani sarà solo del Pd”. (askanews)

Tratto da: Stop Euro

ENAV: La gallina dalle uova d’oro in mano agli speculatori


Dietro la privatizzazione di ENAV si cela la speculazione dei soliti gruppi di potere.

Nell’articolo pubblicato sul Corriere della Sera Economia a cura di Daniela Polizzi, si narra della privatizzazione del Gruppo ENAV di proprietà del Ministero dell’Economia e delle Finanze.
Per chi non lo sapesse ENAV è l’acronimo di Ente Nazionale Assistenza al Volo, ente a cui lo Stato italiano demanda la gestione ed il controllo del traffico aereo civile in Italia; nonché degli altri servizi essenziali per la navigazione nei cieli italiani e negli aeroporti nazionali (procedure e cartografia, servizio meteo, NOTAM ecc).

Il Gruppo ENAV, oltre alla parte di gestione del traffico aereo è composto anche da:
TechnoSky: società totalmente partecipata da ENAV, adibita alla
conduzione e manutenzione dei sistemi di assistenza al volo (VOR-DME, NDB, ILS) e dei relativi software.
– SICTA (Sistemi Innovativi per il Controllo del Traffico Aereo): consorzio
del Gruppo ENAV e realizza progetti di ricerca nell’ambito dei sistemi relativi ai servizi del traffico aereo.
-ENAV Asia-Pacific: società di diritto malese, con sede a Kualalampur, che gestisce le attività commerciali di ENAV nell’Area.
Il governo Letta nel 2014 ebbe la “brillante idea” di privatizzare l’ente, ed entro il primo semestre dell’anno corrente, come previsto dal Decreto sulle privatizzazioni, si quoterà a Piazza Affari il 49% del Gruppo.

La valutazione commerciale, stimata tra gli 1,8 ed i 2 miliardi di euro è stata affidata a banche come Unicredit, JPMorgan, CreditSuisse, oltre al “consulente” Rotschild.
La privatizzazione assicurerà agli investitori rendimenti costanti attorno al 4% con un rischio di perdite basso; questo farà da “apripista” poichè ENAV diventerà la prima società al mondo di gestione del traffico aereo quotata in Borsa, con lo scopo di implementare il “Cielo Unico Europeo” che mira ad una razionalizzazione dei servizi oltre alla riduzione del costo del trasporto aereo.
Chiediamo con forza ai partiti dell’opposizione come Lega Nord Padania e MoVimento 5 Stelle, ai dipendenti ENAV, di opporsi con tutte le forze a questa infame privatizzazione.

Simone Ongari.

La cultura dello scarto perde colpi, ecco le più recenti vittorie pro-life


Bisogna vincere «la sfida di contrastare la cultura dello scarto, che ha tante espressioni oggi, tra cui vi è il trattare gli embrioni umani come materiale scartabile, e così anche le persone malate e anziane che si avvicinano alla morte», ha detto Papa Francesco nel gennaio scorso. E ancora: «L’aborto non è un “male minore”. E’ un crimine. E’ fare fuori uno per salvare un altro, è un male assoluto».

La sfida del fermare la cultura dello scarto non è facile da vincere, certamente però ci sono dati incoraggianti che arrivano da ogni parte del mondo. Ci siamo impegnati a darne notizia in modo costante e oggi segnaliamo le notizie arrivate negli ultimi mesi.

In Repubblica Domenicana l’Alta Corte della Repubblica Dominicana ha impedito la revisione del codice penale e l’introduzione di un comma che avrebbe permesso l’aborto in caso di stupro, ripristinando il diritto costituzionale alla vita. Molto importanti, da questo punto di vista, sono le numerose voci di persone nate da uno stupro –come Kristi Hofferber- che chiedono di lasciar vivere questi bambini. Ma non solo, importante è anche il contributo delle femministe di “Feminists for Life”, come Joyce Ann McCauley-Benner, che ha dichiarato: «E’ normale voler cancellare la memoria del dolore dello stupro. Purtroppo, la dura verità è che, anche se vogliamo farlo, non possiamo. L’aborto non cancella niente. Cosa potrebbe cancellare dalla memoria quello che è successo l’11 settembre 2001? L’aborto è un secondo atto di violenza contro la donne violentata».

In Svezia un’inchiesta governativa spinta sopratutto dal mondo femminista, ha invitato in modo molto fermo ad approvare entro la fine dell’anno una legge che vieti l’utero in affitto sia su pagamento che come “donazione” di donne generose.

La Polonia e l’Ungheria si sono opposte al Consiglio dei ministri dell’Interno europei sull’accordo a riconoscere i diritti patrimoniali a tutti i tipi diunioni e matrimoni all’interno dell’Unione Europea, compresi quelli tra persone dello stesso sesso. L’opposizione dei due Stati, tuttavia, ha fatto saltare l’accordo, il quale avrebbe violato il principio fondamentale di sussidiarietà e la legittima autonomia degli Stati in materia di diritto di famiglia.

In Brasile, un sondaggio realizzato da Brazil’s Datafolha Institute ha rilevato che il 58% dei brasiliani rifiuta la pratica dell’aborto in caso di donne in gravidanza infettate con il virus Zika. Anche nei casi in cui il bambino sarebbe certamente nato con microcefalia, il 51% degli intervistati si è dichiarato contrario alla sua morte, contro il 39% che invece la approvava. Molto importanti in Brasile sono state le parole pronunciate da Papa Francesco contro l’aborto, è maturata anche la consapevolezza che non vi è reale collegamento tra il virus e la microcefalia e si tratta semplicemente di un grimaldello usato per introdurre l’aborto in America Latina. In generale, soltanto il 16% dei brasiliani è favorevole ad una legislazione abortista.

In Perù il 12 marzo 2016 si è svolta a Lima la nazionale Marcia in difesa della Vita, che ha visto la partecipazione di 750mila persone. Una folla oceanica ha inondato le strade della capitale e le immagini, pubblicate anche sullanostra pagina Facebook, lasciano davvero senza parole. Più sotto il video dell’evento. Il card. Juan Luis Cipriani ha dichiarato che Papa Francesco ha inviato la sua benedizione all’evento. In Perù il diritto alla vita è protetto costituzionalmente dal concepimento fino alla morte naturale e soltanto l’11% approva una legislazione abortista.

In Polonia il nuovo governo, eletto nell’ottobre 2015, ha interrotto il finanziamento statale ad programma sullafecondazione in vitro instaurato nella legislazione precedente, annullando così la sua applicazione che si sarebbe svolta per altri tre anni. Grande gioia per le associazioni polacche in difesa della vita, che hanno ricordato come la maggior parte dei feti umani prodotti tramite la fecondazione in vitro vengono scartati ed uccisi. Nel frattempo, oltre 100mila cittadini hanno già firmato per invitare il governo ad una discussione sul divieto assoluto dell’aborto aborto, “senza eccezioni”, la speranza è che con questa legislatura si potrà raggiungere una maggioranza in Parlamento per affrontare la tematica.

Nel Maryland è stata fermata anche l’ultima spinta per legalizzare il suicidio assistito per i malati terminali grazie alla sempre più forte coalizione di oppositori che si sta creando.

Negli Stati Uniti è stato verificato che dal 2011 sono state chiuse 162 cliniche abortiste, mentre ne sono state aperte 21. Un ritmo impressionante, sia in Stati guidati da Repubblicani che da Democratici, da quando nel 1973 è stato introdotta la legge sull’aborto. L’ultima clinica è stata chiusa il mese scorso subito in Kentucky, aperta soltanto a dicembre, poiché operava aborti chirurgici senza licenza medica. La notizia ha aperto nuovamente un grande dibattito sulle numerose cliniche che forniscono aborti senza rispettare la salute e la dignità delle donne, portando alla chiusura di cliniche abortiste anche in Virginia e Georgia.

In Messico è uscito il film Pink (qui il trailer) che, per la prima volta, mostra le conseguenze sociali, psicologiche e spirituali dei bambini cresciuti con coppie dello stesso sesso. Nonostante le ire e le pressioni della comunità gay, il National Council for the Prevention of Discrimination si è rifiutato di censurare il film. Il regista, Francisco del Toro,ha risposto alle critiche invitando a guardare il film piuttosto che ascoltare i detrattori, l’attore principale è l’omosessuale Pablo Cheng, che pubblicamente si è opposto all’adozione omosessuale da parte di coppie dello stesso sesso, spiegando che i bambini hanno bisogno «di un padre e una madre».

In Europa la Commissione Affari sociali del Consiglio europeo ha respinto una risoluzione che chiedevano l’avvio di una regolamentazione internazionale della pratica dell’utero in affitto. Una proposta oltretutto in contrasto con la posizione espressa dallo stesso Consiglio d’Europa nel dicembre del 2015, quando era arrivata netta e chiara la “condanna alla maternità surrogata“.

In Sierra Leone il presidente Ernest Bai Koroma ha rifiutato di firmare un disegno di legge sulla legalizzazione dell’aborto, affermando che dovrebbe essere sottoposto a referendum popolare e non sotto la pressione delle organizzazioni occidentali.

Nel North Carolina è accaduto un piccolo miracolo: un gruppo di giovani ha condotto una veglia di preghiera per la chiusura della clinica abortistadi Jacksonville, il proprietario della struttura, una settimana dopo la veglia, ha deciso di chiudere la clinica per “circostanze impreviste”.

In Ungheria il governo del premier Viktor Orban ha stabilito che alla nascita del terzo figlio i genitori riceveranno 32.000 euro e potranno pure richiedere un prestito della stessa cifra. Il portavoce del governo, Zoltan Kovacs, ha dichiarato che tale benefit – fornito a chi lavora a tempo pieno – sarà erogato quando il bambino avrà compiuto sei mesi, permettendo così ai genitori di tornare al lavoro al più presto. Inoltre, d’ora in poi, nei piccoli centri abitati, se almeno cinque famiglie faranno domanda per aprire un asilo nido, le istituzioni locali dovranno attivarsi perché ciò sia possibile a partire dall’anno successivo alla richiesta.

Qui sotto la Marcia per la Vita peruviana di pochi giorni fa

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