26 marzo 2016

Industria della guerra Usa: una economia fondata sulla guerra Il potere soverchiante dell'apparato bellico americano, anche nella politica



La Nato alimenta indubbiamente il business del complesso militar-industriale Usa, vincolando i Paesi membri ad adeguare i propri arsenali ai criteri stabiliti dallo statuto dell’Alleanza, i quali impongono come condizione imprescindibile di ammissione l’acquisto degli armamenti statunitensi. Tale risultato scaturisce naturalmente dalla convergenza tra gli interessi della lobby bellica e gli obiettivi perseguiti dai centri strategici statunitensi. Molti dei Paesi che entrano a far parte della Nato sono inoltre costretti, a causa delle magre risorse finanziarie a disposizione, a far ricorso ai crediti statunitensi per coprire le spese necessarie all’acquisto di equipaggiamenti e sistemi d’arma fabbricati dalle industrie nordamericane. Ciò assegna a Washington sia la possibilità di esercitare, attraverso i propri finanziamenti, una forte influenza sulle scelte politiche di queste nazioni, sia di tenere saldamente le redini dell’Alleanza Atlantica.

La Nato costituisce inoltre la più imponente macchina da guerra mai esistita. Nel 2011, le spese militari mondiali hanno toccato quota 1.738 miliardi di dollari, di cui ben 1.038 sono stati coperti dai 28 Stati membri della Nato, una cifra grosso modo equivalente al 60% del totale che, integrata con altre voci di carattere militare, arriva a coprire il 75% della spesa militare mondiale. Nel 2012, la spesa militare mondiale, salita a 1.753 miliardi, ha visto ancora gli Stati Uniti offrire il maggior contributo, pari a 682 miliardi di dollari, equivalenti a circa il 40% del totale. Da quel momento si è assistito a una sensibile riduzione, che ha portato Washington a stanziare nel 2015 ‘solo’ 581 miliardi di dollari per il potenziamento del settore militare. Una somma che oltre a mantenere comunque gli Usa – assieme a Gran Bretagna, Estonia e Lettonia – nel novero dei Paesi che investono almeno il 2% del Pil al settore della difesa, risulta più alta rispetto a quella che si ottiene sommando le spese militari dei dieci Stati piazzati subito dietro agli Usa nella graduatoria dei Paesi che spendono maggiormente per il potenziamento del settore bellico e ben quattro volte superiore a quella della Repubblica Popolare Cinese. Se a questa ragguardevole cifra si sommano inoltre le spese di manutenzione dell’arsenale nucleare, contabilizzare nel bilancio del Dipartimento dell’Energia, gli aiuti militari agli alleati strategicamente più importanti (quali ad esempio Israele), i fondi necessari al mantenimento dei soldati in riposo e i finanziamenti a favore del programma nazionale di intelligence si supera abbondantemente la soglia degli 800 miliardi di dollari – alcuni analisti hanno stimato che, nel bilancio federale, un dollaro su quattro sia destinato a sostenere le spese militari.

A prescindere dal risultato, le prossime elezioni presidenziali Usa non sembrano quindi destinate a produrre cambiamenti significativi sul fronte delle spese per la difesa, avendo il ‘complesso militar-industriale’ ormai accumulato un potere tale da porsi al di sopra della politica, grazie ai suoi agganci tra le forze armate e gli apparati di intelligence che costituiscono l’avanguardia dello ‘Stato profondo’ nordamericano. Per quanto ostinato e caparbio, nessun Presidente si è rivelato in grado di tener testa o quantomeno ridimensionare questo potentissimo comitato d’affari in grado di orientare gli indirizzi strategici del governo. La elezioni si rivelano però molto utili a saggiare gli umori generali della popolazione, che nel caso specifico evidenziano una forte delusione nei confronti del sistema. Il sostegno a Donald Trump, che non ha mai ricoperto una carica pubblica in tutta la sua vita, dà la misura della sfiducia dell’elettorato repubblicano nei confronti di candidati che sono una chiara espressione dell’establishment come Marco Rubio e Jeb Bush. Sul fronte democratico, l’appoggio a un candidato che si dichiara ‘socialista’ come Bernie Sanders è altrettanto eloquente sulla delusione generalizzata nei confronti di un candidato ‘di sistema’ come Hillary Clinton. Emerge quindi l’immagine di una società profondamente polarizzata, della cui divisione beneficeranno con ogni probabilità i candidati che intendono mantenere intatto lo status quo, essendo il sistema stesso organizzato in maniera tale da mettere la propria conservazione al riparo da ‘slittamenti’ indesiderati. Gli umori di una società lacerata al proprio interno dall’aumento delle disparità, dall’impoverimento progressivo della classe media e da varie forme di limitazione dei diritti che continuano a colpire soprattutto le minoranze sono infatti molto facili da piegare a specifici fini strumentali quali nuovi interventi militari destinati ad incrementare ulteriormente il business del complesso militar-industriale a discapito delle nazioni più deboli. Non è del resto un caso che, secondo alcune stime formulate nel 2015, gli Usa siano stati in guerra per 22 anni su 239 a partire dal 1776.

25 marzo 2016

Pasqua significa rinascita? L’ennesima ipocrisia! in una società malata di corruzione e debolezza


Pasqua. Nel vocabolario cattolico significa resurrezione di Gesù Cristo, tre giorni dopo la crocifissione. In modo più lato, è considerata come rinascita, tanto che il simbolo principale della festività pasquale sono le uova, dal cui schiudersi avviene la nascita.
Si è soliti, per Pasqua, augurare serenità e nuova vita. Sempre di più, però, sono le persone che quella serenità la vedono come un sogno remoto e più che altro irraggiungibile. Perché nel mondo che ognuno di noi ha contribuito a costruire, non c’è più spazio per la serenità, né per i sentimenti sani e schietti, per i rapporti autentici, che siano di amicizia, o di coppia.
Qui, poi, si apre un mondo fatto di falsità e sopportazione ed ambiguità. Perché, mi chiedo, siamo arrivati a questo? Perché i matrimoni felici si contano, nel nostro paese, ma non solo, sulle dita di una mano? Perché il rispetto di regole sociali in fondo mai scritte, ci porta a costruire rapporti troppe volte solo apparenti?
Forse, poi, mi dico, non è il rispetto di alcuna regola. Forse si tratta della sconfinata debolezza umana, della paura della solitudine. E, forse, così sarà sempre. Perché chi si oppone a quella debolezza, arginandola in ogni modo possibile, alla fine resta solo sul serio, perché si tratta di sparute unità. Così come chi si oppone al sistema paese, un sistema marcio sin dalla radice, alla fine si ritrova, battaglia persa, senza una minima fonte di guadagno.
Forse. Io continuo a credere che così non sia. Continuo a pensare che è meglio vivere una settimana di sentimenti autentici, con la conseguente sofferenza che essa comporta, anziché una vita di commedia in un rapporto di coppia apparente. Allo stesso modo, continuo a credere che la scelta di opporsi al sistema, per mantenere dritta la schiena, alla fine, paghi, in un modo o nell’altro. Nella peggiore delle ipotesi, paga con il guardarsi allo specchio la mattina e non vergognarsi di ciò che vi si vede riflesso. E non è poco, decisamente, la stima per se stessi è cosa preziosa.

Enzo Vincenzo Sciarra

DONALD TRUMP: ''DA PRESIDENTE, L'IMPIEGO DI ARMI NUCLEARI TATTICHE CONTRO L'ISIS LO CONSIDERO UN'OPZIONE PRATICABILE''



QUESTO NON SA QUELLO CHE DICE!!!! 

DONALD TRUMP:

''DA PRESIDENTE, L'IMPIEGO DI ARMI NUCLEARI TATTICHE CONTRO L'ISIS LO CONSIDERO UN'OPZIONE PRATICABILE''

Per conseguire obiettivo di salvare gli Stati Uniti e l'Occidente dalla minaccia mortale dell'isis, Trump afferma che è lecito il ricorso a qualunque mezzo, dall'utilizzo della tortura durante gli interrogatori, alla sorveglianza serrata delle moschee per individuare i fondamentalisti pronti al terrorismo, sino all'impiego di armi nucleari contro lo Stato islamico.

Ecco i tipi di armi nucleari:

Esistono diversi tipi di ordigni nucleari, e sono quasi tutti delle bombe. La loro potenza esplosiva è devastante, superiore a quella di qualunque esplosivo chimico convenzionale: la potenza delle armi nucleari si misura infatti in Kilotoni (Kt) e in Megatoni (Mt), rispettivamente migliaia e milioni di tonnellate di tritolo necessarie per liberare la stessa energia.

Una esplosione nucleare è molto diversa, sia quantitativamente che qualitativamente, da una convenzionale. Il primo effetto chiaramente visibile è il cosiddetto fungo atomico: una colonna di vapore, residui e detriti che si solleva per molti km dal luogo dell'esplosione. Oltre al calore e all'onda d'urto, comuni a tutte le esplosioni, vi sono quattro caratteristiche che sono peculiari delle esplosioni nucleari:

Il lampo: l'innesco della reazione nucleare genera una quantità enorme di fotoni di luce visibile, che creano un lampo istantaneo, intensissimo, visibile perfettamente anche da migliaia di chilometri: la sua intensità è tale da accecare permanentemente chiunque sia rivolto verso l'esplosione.

L'impulso elettromagnetico: durante la reazione nucleare avviene una temporanea separazione di cariche elettriche che genera un campo elettromagnetico istantaneo, contemporaneo al lampo: a distanza di alcuni chilometri dal sito dell'esplosione, si possono ancora avere tensioni indotte nei circuiti elettrici di molte migliaia di volt, che portano in genere alla immediata distruzione degli stessi se non sono appositamente schermati. Tale effetto può essere preso in considerazione per inattivare gli apparati elettronici del nemico paralizzandone le comunicazioni.

La radioattività: parallelamente al lampo, si verifica anche un fortissimo irraggiamento di fotoni gamma (raggi gamma): il limite di sopravvivenza per irraggiamento radioattivo diretto da esplosione nucleare varia da 500-700 metri per una bomba A di media potenza a 5,5 km per le bombe H più potenti. Dopo l'esplosione la materia coinvolta nello scoppio, che è stata resa radioattiva dalle reazioni nucleari e scagliata o risucchiata in aria, inizia a ricadere (fallout nucleare) creando una zona di forte radioattività centrata nel punto dell'esplosione: questa radioattività va attenuandosi col tempo, ma può permanere a livelli pericolosi per decenni, rendendo la zona inabitabile.

Effetto NIGA (Neutron Induced Gamma Activity): se la sfera primaria, cioè la zona dove avvengono le reazioni nucleari, viene a contatto con il suolo, lo irraggia con neutroni rendendolo fortemente radioattivo, per attivazione neutronica.

24 marzo 2016

MAREA NERA IN TUNISIA: IL DISASTRO AMBIENTALE DI CUI NESSUNO PARLA (FOTO E VIDEO)

MAREA NERA IN TUNISIA: IL DISASTRO AMBIENTALE DI CUI NESSUNO PARLA (FOTO E VIDEO)
Non solo Brasile, non solo Golfo del Messico e California. L’ennesimo disastro ambientale si sta consumando a due passi dalle nostre coste e sta passando ancora una volta sotto silenzio. Mentre in Italia ci si interroga ancora sulla necessità o meno di votare al referendum sulle trivellazioni in mare, la Tunisia sta facendo i conti con una nuova marea nera a 120 km da Lampedusa.
Una fuoriuscita di petrolio è stata confermata a largo delle isole Kerkennah, uno degli habitat della Tunisia più ricchi di fauna selvatica. Le Kerkenna sono un gruppo di isole situato al largo di Sfax, sulla costa orientale della Tunisia, nel Golfo di Gabès. La perdita ha avuto origine nelle condotte sottomarine appartenenti alle Thyna Petroleum Services (TPS).
Parlando a MosaiqueFM, Ridha Ammar, amministratore delegato della New Society of Transport in Kerkennah ha confermato la fuoriuscita, dicendo che la spiaggia più colpita è quella di Sidi Fraj.
A scoprire la marea nera sulla spiaggia qualche giorno fa sono stati gli stessi isolani, che hanno poi avvertito le alle autorità locali.
Le immagini e i video del danno ambientale subito da uno dei più spettacolari habitat naturali della Tunisia hanno fatto il giro del web ma purtroppo sui media non se n’è parlato quasi per niente.
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Ammar ha dichiarato che la fuoriuscita arriva dalla piattaforma di una delle società tunisine.
mappa Kerkennah
Taoufik Gargouri, della National Agency for Environmental Protection, ha confermato che un gruppo di esperti sta indagando sull’origine e le possibili conseguenze.
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Ma qualcosa non torna. Morched Garbouj, ingegnere che si occupa di difesa ambientale, ha espresso sorpresa per i commenti di Gargouuri, raccontando invece che i residenti non avevano notato alcuna attività ufficiale nel luogo della fuoriuscita, prima della loro denuncia. Garbouj ha spiegato che la perdita avrà un effetto dannoso sulla vita dell’isola:
“Questa è una crisi nazionale e deve essere considerata come tale dalle autorità”.
Il Ministro dell’ambiente Nejib Derouiche ha visitato la zona e ha chiesto al governatore dell’isola di organizzare una riunione d’emergenza della Commissione ambiente regionale per cercare di contrastare la perdita.
Tutto questo accade a meno di un mese dalla nostra chiamata alla urne, per ilreferendum sulle trivelle. Gli incidenti legati al petrolio e le loro conseguenze non sono poi così rari e lontani da noi.
Il Coordinamento Nazionale NoTriv ha ribadito che non esistono progetti petroliferi immuni dal rischio di incidenti rilevanti.
“Anche se le dinamiche non sono ancora chiare, questo incidente ci dimostra non solo che è importante andare a votare ma che occorre portare la questione nelle reti europee, aprendo un tavolo di confronto con i Paesi del Mediterraneo” ha detto il costituzionalistaEnzo Di Salvatore.
“Un incidente scomodo a pochi giorni dal referendum del 17 aprile sulle trivellazioni in mare nel nostro Paese e passato in sordina: una marea nera che si è riversata domenica 13 marzo sulle coste delle isole Kerkennah, nella regione di Sfax in Tunisia. Legambiente chiede al Governo di intervenire affinché si faccia chiarezza sull’entità dei danni e sulle responsabilità” ha detto Legambiente.
Per la presidente Rossella Muroni “non occorrono incidenti del genere per dimostrare che le attività di ricerca e di estrazione di idrocarburi possono avere un impatto rilevante sull’ecosistema marino – commenta- ma questi episodi drammatici fanno purtroppo da ulteriore monito sulle possibili conseguenze delle attività delle piattaforme”.
E c’è ancora chi si ostina a dire che trivellare è un bene, che non bisogna andare alle urne e che occorre votare No per salvare posti di lavoro. A che prezzo? E a favore di chi? Di certo non dei cittadini e del nostro mare…
Francesca Mancuso
Crédit photo: Kerkennah Pour Tous

Fonte: GreenMe

Gli account Twitter dello Stato islamico portano al governo inglese


Twitter ha bloccato gli utenti accusati di ‘molestare’ gli account collegati allo SIIL. Nel frattempo, gli hacker hanno rivelato che gli account Twitter utilizzati dallo SIIL riconducono ad Arabia Saudita e governo inglese. Sorpresa? Uno degli argomenti centrali utilizzati dai governi che cercano di limitare le libertà su internet e giustificarne la sorveglianza totale è che i social media e le varie piattaforme internet permettono ai “terroristi” di diffondere propaganda e incitare alla violenza. E naturalmente l’unico modo per fermare tale fenomeno orribile, secondo la saggezza comune, sia regolare attentamente gli interventi su internet, così come un’ampia sorveglianza. O almeno così ci è stato detto. È per questo che molti sono disorientati dalla decisione di Twitter di bloccare gli “hacktivisti” accusati di “molestare” gli account collegati a SIIL e altri gruppi terroristici. La cosa ha fatto notizia all’inizio del mese: “Rapidamente lo SIIL apre account e diffonde propaganda, secondo gruppi hacker come Anonymus e Ctrl Sec impegnati nella campagna online #OpISIS. Il gruppo segue i followers, i collegamenti degli account individuati dagli appelli ad unirsi allo Stato islamico e riporta i profili dei jihadisti. Ma ora dicono che il social media li chiude. Difendendosi, Twitter vanta che non meno di 125000 account collegati a organizzazioni terroristiche sono stati rimossi. Ma gli attivisti di internet dicono che Twitter ha fatto ben poco, a parte agire su reclamo di utenti: “Una dichiarazione di WauchulaGhost, hacker antiterrorismo del collettivo Anonymus, ha detto: Chi ha sospeso 125000 account? Anonymus, i suoi gruppi affiliati e comuni cittadini. Vi rendete conto che se sospendessimo la segnalazione dgeli account dei terroristici e dalle immagini violente, Twitter sarebbe inondata di terroristi. Dopo l’annuncio di Twitter, gli arrabbiati membri di Anonymus rivelavano di aver avuto i loro account chiusi, non lo SIIL. Un giorno di febbraio 15 hacker hanno avuto i loro account chiusi da Twitter, nonostante mesi di indagini sui jihadisti”. Perché Twitterbannerebbe gli utenti che segnalano account collegati allo SIIL? Forse perché alcuni di tali account portano all’Arabia Saudita e anche al governo inglese. Come fu segnalato il 16 dicembre 2015: “Gli hacker hanno affermato che numerosi account sui social media di sostenitori dello Stato islamico ‘sono gestiti da indirizzi internet collegati al Dipartimento del lavoro e delle pensioni del Regno Unito’. Un gruppo di quattro esperti informatici, che si chiama VandaSec, ha scoperto prove che indicano che almeno tre account filo-SIIL porterebbero al Dipartimento“.



Ma la storia è ancora più strana. Il governo inglese avrebbe venduto una grande quantità di indirizzi IP “a due aziende saudite”, il che spiega perché lo SIIL utilizza indirizzi IP riconducibili al governo inglese. Sembra che: “il governo inglese abbia venduto numerosi indirizzi IP a due aziende saudite. Dopo la vendita alla fine di ottobre scorso, sono stati utilizzati dagli estremisti per diffondere il loro messaggio di odio. Jamie Turner, della ditta PCA Predict, ha scoperto la registrazione della vendita di indirizzi IP, numerosi dei quali trasferiti in Arabia Saudita nell’ottobre scorso. Ci ha detto che probabilmente gli indirizzi IP potrebbero riportare ancora al Dipartimento perché i dati degli indirizzi non erano stati ancora completamente aggiornati. L’Ufficio del Gabinetto ha ammesso di aver venduto gli indirizzi IP alla Saudi Telecom e alla Saudi Mobile Telecommunications Company all’inizio dell’anno, nell’ambito della liquidazione di numerosi indirizzi IP del Dipartimento lavoro e pensioni”. Così le imprese saudite utilizzano gli indirizzi IP acquistati dal governo inglese per diffondere la propaganda dello SIIL su Twitter. Nel frattempo, gli attivisti che cercano di rimuovere tali account vengono bannati. Per coronare il tutto, David Cameron ora celebra la “brillante” esportazione di armi inglesi in Arabia Saudita. Siamo sicuri che i sauditi useranno le armi e gli indirizzi IP inglesi per fare del bene.Altra domanda?

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Gli errori dei servizi segreti sull’Isis: ma lo fanno apposta?


L’inefficienza dei servizi segreti: è solo una questione di errori o si tratta di complicità? Insomma: ci sei o ci fai? E allora vediamo. 

Partiamo da alcune constatazioni difficilmente contestabili:

– la lotta al terrorismo islamico sta dando risultati catastrofici, peggiori della più pessimistica aspettativa

– nella storia dell’intelligence occidentale non c’è una serie così lunga di insuccessi così completi, dunque non c’è un precedente in cui l’intelligence si sia dimostrata così al di sotto del loro compito

– siamo di fronte ad un tipo di terrorismo totalmente nuovo per dimensioni, modalità d’azione, forme organizzative e di lotta (con buona pace di qualche imbecille che le compara con le brigate rosse che è come mettere sullo stesso piano la “compagnia della teppa” con il cartello di Medellin)

– i servizi segreti stanno facendo errori evidenti, persino sul piano del comune buon senso

Tutto questo sta stimolando un dibattito: è solo una questione di errori o si tratta di complicità? Insomma: ci sei o ci fai? E allora vediamo.

Confesso che alla tesi “dietrologica” che pensa che l’Isis sia una longa manus degli americani ed Israele o che, quantomeno, ci sia una intesa cordiale fra essi, non ho mai creduto molto e continuo a non credere. In primo luogo non si capisce che cosa ne verrebbe agli americani, in questa fase, da un gioco così contorto e stravagante. Quanto ad Israele, faccio presente che, allo stato attuale, ha posizioni che lo proiettano in modo divaricante rispetto agli Usa e, semmai e per certi versi, ha più in comune con la Russia di Putin. Anche qui si fa fatica a capire il senso politico di una operazione di copertura dell’Isis, salvo che per la sua inimicizia con l’Iran; ma se si trattasse solo di questo, basterebbe “stare a vedere” senza compromettersi più di tanto. Poi non so se i feriti Isis siano curati in Israele ed in cambio di cosa: magari, c’è una sorta di patto di non aggressione momentaneo. Tutto questo è possibile ma non ha il valore di una vera e propria alleanza politica o tantomeno un rapporto di dipendenza. Insomma, per sostenere una tesi del genere dovremmo avere molti più elementi e tali non sono i gossip di rete.

Ma soprattutto, dovremmo capire il senso politico di tutto questo, quel che per ora non è spiegato e fa a cazzotti con tutto quel che sappiamo della situazione internazionale (poi è evidente che ci sono cose che non sappiamo, ma delle cose sconosciute non si può parlare). Dunque, l’idea che dietro questi insuccessi ci sia una volontà positiva di aiutare l’Isis mi pare poco convincente, se non al massimo come interesse oggettivo alla sua esistenza.

Sin qui le uniche cose fondate sono quelle che riguardano Arabia Saudita, Quatar e Kuwait con un forte sospetto sulla Turchia. Ma questo non riguarda le intelligence occidentali ed in particolare quelle europee. Ma è credibile la tesi opposta che riduce tutto ad insufficienze personali degli operatori dei servizi europei? Anche questa non mi convince. Quando parlo di incredibile serie di errori (vere e proprie bestialità) non intendo parlare di un deficit di preparazione ed intelligenza degli operatori dei servizi, magari a livello apicale. Queste mancanze di professionalità ed intelligenza ci sono ed anche in modo massiccio, ma non sono la causa principale del disastro presente.

Il problema è più generale e io lo riassumo in questi termini schematici:
a. assenza di direzione politica da parte dei governi che delegano tutto ai servizi lavandosene le mani e senza neppure chiamare i capi dei servizi a rispondere dei loro insuccessi

b. assenza di una vera e propria linea politica da parte di Europa (e questa è storia vecchia) ed Usa (questa è la novità) che non sanno cosa fare. Obama è fermissimo nel tentennare ed è evidente che in testa non ha nulla

c. persistenza dell’ideologia antiterrorista da non confondere con il contrasto al terrorismo. Il vero contrasto è quello fatto al terrorismo per come è effettivamente, l’ideologia è quella che combatte per il terrorismo per come lo immagina

d. il persistere del dogma base dell’ideologia antiterrorista è pensare il terrorista come un criminale, pazzo o fanatico con vaghe idealità politiche, mentre il terrorista è un soggetto politico pienamente razionale che ricorre a forme di lotta criminali. Ne consegue che, nel primo caso, la lotta al terrorismo è in primo luogo un problema di polizia e di intelligence, nel secondo che è un problema in primo luogo politico e sono secondariamente di intelligence cui occorre dare le indicazioni necessarie per evitare che diventi uno strumento cieco che colpisce a caso

e. la scarsa duttilità degli apparati a rivedere le proprie impostazioni di partenza anche quando queste sono evidentemente superate. Il dogma dell’ideologia antiterrorista era sbagliato anche 60 anni fa ai tempi dell’Algeria, ma diventa devastante oggi dopo gli sviluppi della guerra irregolare. I cinesi hanno capito la guerra asimmetrica, gli uomini di Al Zarkawi la hanno capita e sviluppata, mentre i servizi occidentali sono fermi alle tesi del generale De Beaufre

f. di fatto i servizi hanno mancato gravemente nella analisi non riuscendo a capire il nemico islamista tanto nella versione Al Qaeda quanto in quella Isis e non si sono neppure accorti della differenza fra i due

g. a questo poi bisogna aggiungere il processo di decadenza dei servizi occidentali a seguito di una serie di infelici scelte che risalgono a Bush e che si intrecciano con la II guerra del Golfo (ma sul punto torneremo)

h. infine ci sono le meschine “furberie” particolaristiche degli europei per cui ognuno gioca la partita per conto suo con compromessi, pasticci, imbrogli e veri e propri tradimenti come quello dei Belgi. E’ evidente che la polizia belga aveva stipulato nei fatti un “patto di non aggressione” con gli jihadisti per cui, in cambio di non essere oggetti di attentati, concedevano di poter usare il loro paese come retrovia per gli attentati in Francia; e lo conferma la notizia che i Turchi avevano estradato in Belgio uno dei due kamikaze di avantieri e che il Belgio lo aveva rilasciato. Begli alleati!

Come si vede, la scelta non può essere ridotta a confusi retroscena complottistici o a semplice negligenza di una parte degli operatori. Ci sono complesse ragioni di ritardi culturali, retaggi ideologici, rigidità organizzative, che producono una sorta di “coazione a ripetere l’errore”. Non tutto può essere ricondotto alle singole persone, perché le istituzioni hanno spesso una propria logica, talvolta perversa, che supera anche le responsabilità personali.
(23 marzo 2016)

Link articolo © Aldo Giannuli

Gli USA ammettono che l’F-35 è un inutile costoso giocattolo


Gli ufficiali statunitensi finalmente ammettono che il programma da 400 miliardi di dollari F-35 è inutile, ma non fermeranno il programma comunque.

Nei primi anni 2000 l’esercito statunitense aveva un sogno, sviluppare un nuovo jet da combattimento “universale” che potesse fare, beh, praticamente tutto ciò che l’esercito chiede ai suoi diversi aerei. Ma il sogno del Joint Strike Fighter F-35 è diventato un incubo. Il programma è in ritardo di sei anni e di decine di miliardi di dollari sul budget. E ora, 16 anni dopo, coi prototipi del JSF appena decollati, gli alti ufficiali finalmente capiscono quale trauma il programma da 400 miliardi di dollari abbia inflitto a finanze e prontezza bellica degli USA. In un momento notevole, per diverse settimane da febbraio, alti ufficiali e burocrati hanno pubblicamente riconosciuto i danni basilari del programma dell’aereo da guerra. Ma i tempi del mea culpa militare sono… interessanti. Mentre ammettono le colpa, l’F-35 supera i passaggi miliari burocratici, rendendolo quasi impossibile annullarlo. Troppi soldi sono già stati spesi. Troppi posti di lavoro sono in gioco. Troppi F-35 già escono di fabbrica. Il Pentagono può liberarsi la coscienza per i misfatti del caccia, perché ora, così tardi, è libero di farlo. Gli ufficiali già ammisero che il nuovo jet manca di manovrabilità, che le prove sono in ritardo e che il suo software è ancora incompleto. Ultimamente i capi militari hanno rivelato che le tre versioni del jet F-35 non sono così compatibili quanto avevano promesso. Inoltre, un funzionario ha ammesso che gli aerei sono così costosi che dotarne tutte le squadriglie di caccia dell’US Air Force li costringerebbe a ridurre di un quinto gli squadroni. E i due generali che hanno lanciato l’idea dell’aviogetto universale, infatti, confessano che sia così concettualmente viziato che è improbabile che il Pentagono ci proverà di nuovo. OggiAir Force e Navy gettano i piani per i cosiddetti jet di “sesta generazione” per infine sostituire l’F-35. “Si dovrà pensare veramente molto se c’è realmente bisogno di caccia di sesta generazione e di quanta sovrapposizione si veramente necessaria tra Marina e Aeronautica“, afferma il Tenente-Generale dell’US Air ForceChristopher Bogdan, direttore del programma JSF, a un seminario militare a Washington DC del 10 marzo. “A questo punto pensiamo che avranno missioni abbastanza diverse da non esserci uno stesso aereo“, aveva detto il Tenente-Generale James Holmes, Vicecapo di Stato Maggiore dell’Aeronautica, ai giornalisti a febbraio. Leggendo tra le righe delle dichiarazioni di Holmes e Bogdan, la delusione è evidente. Il Joint Strike Fighter semplicemente non ha funzionato come i militari speravano. Il sogno di un caccia universale s’è dimostrato una fantasia.

A dire il vero, l’F-35 aveva grandi ambizioni. L’aereo monomotore a doppia deriva dal naso angolare e le ali tozze, doveva esser sufficientemente veloce e maneggevole per combattere altri aerei. Avrebbe anche la capacità stealth e di carico per penetrare le difese nemiche e spazzare via gli obiettivi a terra. E non solo l’F-35 doveva decollare da basi terrestri come la maggior parte dei caccia convenzionali, ma doveva anche decollare da portaerei o alzarsi verticalmente dalle navi d’assalto. Per fare tutto questo oggi, il Pentagono possiede non meno di otto diversi tipi di caccia. Per i combattimenti F-15 e F-16. Per l’interdizione gli A-10. Diversi aerei imbarcati F/A-18. L’Harrier per il decollo verticale. Il programma Joint Strike Fighter, con Lockheed Martin quale appaltatore principale, dovrebbe sostituire la quasi totalità di questi aerei, migliaia, con solo tre versioni assai simili dell’F-35. Un maneggevole F-35A per l’Air Force. La versione F-35B per il Corpo dei Marines con un ulteriore motore con ugello verso il basso per i decolli verticali. L’F-35C della Marina con un’ala più grande per il lancio dalla portaerei. Riducendo otto modelli da combattimento a soli tre versioni del medesimo progetto, secondo i militari, avrebbe incrementato l’efficienza di produzione, addestramento e ricambio, salvando decine se non centinaia di miliardi di dollari. Ciò presume che F-35A, F-35B e F-35C sarebbero molto simili. Si potrebbe costruire una fusoliera di base con la cabina di guida, e adattare ali diverse o altri motori a seconda delle necessità. I militari puntavano al 70 per cento di “compatibilità”. In altre parole, i tre quarti di, per esempio, un caccia F-35A dell’Air Force sarebbero stati uguali, per esempio, all’F-35C della Navy. Il 70 per cento di compatibilità si è rivelato impossibile, con ogni arma che richiedeva sempre più specifiche per i propri F-35. Quindi, oggi i vari modelli sono per lo più incompatibili. “Dal 20 al 25 per cento”, dichiarava Bogdan il 10 marzo. Infatti, la cosa principale che le tre versioni hanno in comune è la designazione F-35. Altrimenti sono dei progetti essenzialmente diversi, cosa che il programma Joint Strike Fighter all’inizio cercava di evitare. L’assenza di compatibilità spiega il prezzo elevato dell’F-35. Ogni aereo costa più di 100 milioni di dollari, decine di milioni più di quanto Lockheed ed esercito avevano preventivato all’inizio del programma. Spingendo l’Air Force, in particolare, a ridurre il numero di F-35 da acquistare ogni anno. L’arma sperava di procurarsi ben 80 F-35 ogni anno, e invece passa a meno di 50. Così se l’Air Force dovesse sostituire rapidamente tutti i suoi vecchi F-15, F-16 e A-10 con gli F-35, potrebbe farlo solo riducendo in modo significativo il numero gli squadriglie in prima linea. Ma poi l’Air Force sarebbe troppo piccola per esercitazioni, schieramenti internazionali ed operazioni di combattimento che il Pentagono prevede, secondo Robert Job, vicesegretario alla difesa. “Se mi dicessero che saremmo scesi da 54 squadriglie di caccia tattici a 45, ma tutti F-35, non sono certo che direi che sia una buona cosa“, aveva detto Job alla rivista specializzata Flight Global il 10 marzo. L’Air force non può permettersi di ridurre gli squadroni e, inoltre, non può permettersi di comprare abbastanza nuovi F-35 per tutte le squadriglia di cui ha bisogno. A questo punto, abbandonare l’F-35 è politicamente impossibile. Produrre l’aviogetto riguarda 1300 fornitori con 133000 posti di lavoro in 45 Stati. Il Corpo dei Marines ha dichiarato che il suo primo squadrone di F-35 doveva essere pronto nel luglio 2015. L’Air Force dovrebbe dichiarare l’operatività a dicembre, e la Marina due anni dopo.
“E’ sempre più difficile liquidare un programma quando è già in produzione e i servizi hanno deciso che è veramente importante completarlo“, aveva detto Gordon Adams, professore di politica estera presso l’American University, aBloomberg. Job ha detto che c’è una sola soluzione per la traballante potenza aerea del Pentagono, continuare a comprare F-35 mantenendo in servizio anche i caccia più anziani, alcuni dei quali costruiti negli anni ’70, fino al 2040. L’esercito statunitense ritira generalmente i caccia dopo 30 anni di volo. Mantenerne alcuni per 70 anni sarebbe senza precedenti. Allora gli aerei potrebbero essere surclassati dai molto più moderni jet russi e cinesi. La prospettiva del 70.enne F-15 che combatte contro nuovissimi aerei russi fa venire i brividi ad alcuni congressisti, che segnalano la volontà di aggiungere altri 5 F-35 per il bilancio dell’Air Force del 2017, nonostante le recenti ammissioni sul fallimento del programma da parte degli alti ufficiali. “Non possiamo permetterci di pensare che il nemico assomigli alle minacce di guerre recenti, né possiamo supporre che i combattimenti futuri non richiedano un maggior numero di velivoli avanzati“, aveva detto il senatore Tom Cotton, repubblicano dell’Arkansas e presidente della sottocommissione servizi armati del Senato, a un’audizione sul bilancio dell’8 marzo.
Gli ufficiali possono confessare tranquillamente che l’F-35 non funziona come previsto perché, a questo punto, non c’è alcun modo con cui militari o Congresso possano rottamare il programma. L’equivalente aereo della fetta di torta… anche da mangiare.

David Axe, The Daily Beast, 18 marzo 2016 – Russia Insider

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Componetevi da soli il vostro articolo complottista


Un giornalista americano aveva annunciato un attentato a Bruxelles fra il 16 e il 23 marzo.

David Chase Taylor, redattore capo di The Thruter, aveva scritto il 16 marzo che la Cia avrebbe realizzato un false flag nella capitale belga fra il 16 e il 23.

Fonte: truthernews

Franz Klintsevich del comitato sicurezza della Federazione Russa afferma che con una mano si combatta il terorrismo e con l’altra lo si alimenta.


Computer contenente il testamento del kamikaze di Bruxelles è stato trovato nella spazzatura vicino casa.

In un bidone della spazzatura uno degli attentatori suicidi, Ibrahim El Bakraoui ha gettato il suo computer, dove ha lasciato un appunto, che è il suo “testamento”.

Ibrahim El Bakraoui has left a note on a computer found in a trash can during an anti-terrorist raid, Belgium’s federal prosecutor said. The terrorist reportedly wrote that he felt increasingly unsafe, didn’t know what to do and feared going to prison.

Ancor meglio del passaporto di uno dei kamikaze trovato intatto sotto le Twin Towers, meglio della carta d’identità dimenticata in auto da uno dei massacratori di Charlie Hebdo.


Poteva mancare l’esercitazione profetica?

Un’esercitazione simulante una catastrofe era stata organizzata alla stazione Schuman di Bruxelles.

Il 25 febbraio scorso. La stazione si trova a 400 metri dalla fermata del metrò di Maelbeek. L’esercitazione ha coinvolto vigili del fuoco, personale sanitario, Croce Rosa del Belgio, Polizia. Lo scenario simulava il soccorso a 150 persone bloccate nel tunnel fra cui una quarantina di feriti – Un incendio in sotterraneo…leggetevi il resto qu:


Fonte: fawkes-news

Gli account Twitter dello Stato islamico portano al governo inglese

Twitter ha bloccato gli utenti accusati di ‘molestare’ gli account collegati allo SIIL. Nel frattempo, gli hacker hanno rivelato che gli account Twitter utilizzati dallo SIIL riconducono ad Arabia Saudita e governo inglese. Sorpresa? Uno degli argomenti centrali utilizzati dai governi che cercano di limitare le libertà su internet e giustificarne la sorveglianza totale è che i social media e le varie piattaforme internet permettono ai “terroristi” di diffondere propaganda e incitare alla violenza.


“Il Belgio non ci ha ascoltati” “Noi avevamo avvertito il Belgio cheIbrahim al Bakraoui era un foreign fighter, ma loro hanno ignorato il nostro avvertimento.”

Lo ha detto ieri il presidente turcoRecep Tayyip Erdogan, spiegando che uno dei due fratelli kamikaze di Bruxelles era stato arrestato in Turchia ed estradato in Belgio a giugno.

Le autorità belghe lo avevano subito rilasciato.

Il presidente turco ha spiegato che l’uomo era stato bloccato al confine con la Siria, nella provincia di Gaziantep e che, “nonostante il nostro avvertimento che fosse un foreign fighter, il Belgio non ha stabilito legami con il terrorismo”. Erdogan ha anche reso noto di aver “avvertito anche l’Olanda”.


Potremmo continuare ma credo che per il momento possa bastare…


Riferimenti:


Riferimenti aggiuntivi a cura di Informare Per Resistere

Bombe e addestramento dei piloti aerei, così l’Italia aiuta i sauditi finanziatori dei terroristi


(Francesco Gori) – Dopo le bombe fabbricate in Italia e destinate a creare morte nello Yemen, l’Arabia Saudita riceverà un nuovo aiuto da Roma. E’ stato infatti siglato un accordo tra i due governi che prevede l’accesso di piloti della Royal Saudi Air Force ai corsi di pilotaggio su ala rotante offerti dall’Aeronautica Militare. Si tratta del primo di una serie di accordi che apriranno ai Paesi dell’area del Golfo Persico la possibilità di accedere al percorso addestrativo dell’AMI.

La notizia, confermata dallo Stato Maggiore dell’Aeronautica italiana, è stata pubblicata dal quotidiano Il Giornale che precisa: “L’offerta addestrativa non si limita al settore ala rotante. “Grande interesse suscita anche l’addestramento su velivoli ad ala fissa, in particolare dopo l’ingresso in linea del velivolo M-346, impiegato per le ultime fasi di addestramento dei piloti delle linee aerotattiche”.

Nel 1935 il Re Sa’ud affidò alla Regia Aeronautica italiana l’addestramento dei piloti della Forza Aerea del neonato Regno Saudita, che proseguì con un periodo di mentoring da parte dei più esperti piloti italiani a beneficio dei loro colleghi sauditi. A testimonianza di questo antico connubio, un velivolo Caproni da addestramento, allora impiegato per tale esigenza, apre l’esposizione presso il Museo dell’Aeronautica di Riyad.

L’accordo rafforza la collaborazione tra l’Italia e il paese che vanta il record di esecuzioni capitali e di violazioni dei diritti umani. Sono infatti note le pesanti limitazioni in Arabia Saudita alle libertà democratiche (libertà di parola, di stampa, di associazione sindacale, di culto, ecc.), le discriminazioni verso le donne e la costante pratica delle punizioni corporali, della tortura e della pena di morte, anche per reati minori, inflitta con la decapitazione pubblica.

L’Arabia Saudita è tra i paesi che eseguono il più alto numero di sentenze capitali: dal 1985 al 2005 sono state messe a morte oltre 2200 persone e da gennaio ad ottobre 2015 le esecuzioni sono state almeno 138. Inoltre, risulta formalmente ancora in vigore la condanna “per offesa all’Islam” al blogger Raif Badawi a dieci anni di prigione e mille frustate (50 per sessione) e nelle scorse settimane la Corte penale speciale e la Corte suprema saudite hanno confermato la sentenza capitale nei confronti del giovane attivista sciita Ali Mohammed Baqir al-Nimr per la “partecipazione a manifestazioni antigovernative” all’età di 17 anni.

Per non parlare degli evidenti e oramai accertati rapporti tra l’Arabia Saudita e i gruppi jihadisti in Siria e Iraq, ai quali facoltose famiglie legate al governo hanno destinato milioni di dollari per il reclutamento, l’addestramento e le dotazioni di armi.Tutto ciò evidentemente non impedisce al governo guidato da Matteo Renzi di fare affari con la monarchia del golfo.

Nei scorsi mesi dall’aeroporto di Cagliari Elmas era partito un cargo Boeing 747 che ha portato tonnellate di bombe italiane alla base militare della Royal Saudi Armed Forces di Taif. Con ogni probabilità si è trattata di una nuova fornitura di bombe dell’azienda tedesca RWM Italia fabbricate a Domusnovas in Sardegna che prosegue le spedizioni degli ultimi anni. Ordigni inesplosi del tipo di quelli inviati dall’Italia, come le bombe MK84 e Blu109, sono stati ritrovati in diverse città dello Yemen bombardate dalla coalizione saudita.

Nel generale disinteresse della stampa internazionale, i paesi arabi guidati dall’Arabia Saudita e appoggiati dagli Stati Uniti continuano la loro guerra in Yemen. Perché? In primo luogo il paese si trova in una posizione strategica, perché controlla mezzo stretto di Bab el Mandeb, che collega il Mar Rosso con il Golfo di Aden ed è una via di commercio piuttosto importante, anche per il passaggio del petrolio. In secondo luogo perché lo Yemen è considerato uno “stato fallito” e un terreno conteso da due tra i paesi più potenti del Medio Oriente, Arabia Saudita e Iran. Non è la prima volta che sauditi e iraniani si confrontano direttamente per mantenere l’influenza in un paese del Golfo: il caso più recente e più noto è l’invasione saudita nel Bahrein del marzo del 2011, durante le proteste della maggioranza sciita contro la monarchia saudita appoggiata dall’Arabia Saudita.

Fonte: Sponda Sud

Altro che TTIP, arriva il CETA


Articoli, movimenti e perfino manifestazioni si sono sollevate contro il Trattato Transatlantico, ma quest’ultimo è un diversivo: la vera trappola arriva dal Canada, e gli U.S.A. parteciperebbero di forza.

Negli ultimi mesi, anni perfino, siamo stati in tanti a raccontare cosa sia il TTIP, quel temibile Trattato Transatlantico di cui i media tradizionali non parlano affatto. In realtà nessuno è stato però mai davvero in grado di descriverlo dettagliatamente, per il semplice fatto che il contenuto del testo è noto esclusivamente ai suoi “negoziatori”, Presidente degli Stati Uniti da una parte (senza il Congresso, che ha lasciato ad Obama carta bianca) e la Commissione Europea dall’altra, i cui membri non sono mai stati votati dagli europei.

Ciononostante è noto a grandi linee l’obiettivo primario che questo trattato vuole raggiungere: creare un’unica, immensa area di libero scambio tra gli Stati Uniti e l’Unione Europea, un mercato unico equivalente a quasi la metà del Pil mondiale, assolutamente privo di barriere. Con queste ultime non si intendono solamente i dazi, ma anche le barriere non-tariffarie, quei controlli ossia volti a garantire standard minimi di sicurezza a livello alimentare, sanitario, d’istruzione, ambientale, agricolo, sociale, culturale e di molto altro ancora. L’idea di fondo, secondo chi promuove questo abominio burocratico e finanziario, è che troppe barriere impediscano un libero fluire di merci, lavoratori e beni, il che rappresenta dunque una minaccia al benessere delle economie internazionali. Peccato che vi sono alcuni elementi, come la salute ad esempio, il cui valore va ben al di là di qualsiasi affare, quand’anche il più ricco e vantaggioso, ma questo i liberisti non riescono a capirlo.

Al momento comunque si può, se non proprio tirare un sospiro di sollievo, quanto meno non essere eccessivamente sulle spine, giacché, come si diceva, il TTIP è ancora lontano dall’essere perfino stampato. Una minaccia però, uguale se non maggiore, arriva adesso dal Canada: il CETA, Comprehensiv Economic and Trade Agreement, una sigla diversa per chiamare di fatto lo stesso oggetto; si tratta infatti di un trattato che prevede la creazione di un’area di libero scambio (anche qui, senza barriere tariffarie e non) tra il Canada e l’Unione Europea. Perchè preoccuparci? Perché le negoziazioni sono finite da un pezzo, ed un testo provvisorio di circa 1500 pagine è in attesa di essere tradotto in tutte le diverse lingue che compongono l’Europa. Poi? Poi bisognerà firmarlo, e potrebbe accadere già quest’anno, un’eventualità che porterebbe alla sua entrata in vigore già nel 2017.

Paura ingiustificata? Solo chiacchere? Oh no, niente affatto! Perchè oltre a prevedere una liberalizzazione totale e sconsiderata, che già di per sé sarebbe bastevole a mettere definitivamente in ginocchio le nostre piccole/medie imprese, a spingerci alla privatizzazione (svendita) selvaggia, ad abbandonare e distruggere le nostre campagne (e molto, molto altro), prevede qualcosa di molto simile alla clausola ISDS. Questa clausola, ancora una volta protetta da un’apparentemente insignificante sigla, rappresenta un tribunale internazionale privato. Esso è composto da giudici quasi sempre contemporaneamente consulenti di multinazionali, dunque mossi da evidenti conflitti di interessi, giacché proprio le grandi società sono spesso e volentieri le principali parti in causa. Spieghiamoci subito con un esempio: immaginiamo che domani l’Italia che ratifica il CETA decida che, per il bene degli italiani, tutte le risorse idriche nazionali debbano essere gestite pubblicamente; niente di sbagliato, giusto? Il benessere di un popolo dovrebbe essere l’obbiettivo primario. Dovrebbe! Però se putacaso sul nostro territorio agissero multinazionali nel business dell’acqua, queste sarebbero (poverine!) terribilmente colpite da un tale provvedimento; tutto ciò rappresenterebbe una “discriminazione” (usano questo termine!) nei loro confronti, che darebbe loro diritto ad appellarsi al tribunale (privato!) per chiedere risarcimenti miliardari al nostro Stato (!), con la certezza quasi matematica di vincere. Non è fantasia, tribunali di questo tipo già esistono, e cause non dissimili sono già state dibattute. A ciò si aggiunga che il diritto di molti Stati europei, Italia compresa, si sta avvicinando sempre di più al Common law, un tipo di diritto nel quale -semplificando mostruosamente- le sentenze formano dei precedenti che costituiscono il diritto da seguire. Riuscite ad immaginare quali terribili precedenti potrebbero fornire sentenze che assecondano i desideri di multinazionali anziché il bene comune?

Da ultimo un’altro guaio (un fin troppo garbato eufenismo), di bibliche proporzioni: gli Stati Uniti in tutto ciò non sarebbero esenti dal Ceta, sebbene si tratti di un accordo fra l’Ue ed il Canada. Sul territorio europeo operano circa 47.000 società americane, di cui circa 41.000 possiedono una succursale in Canada. Con un banale stratagemma le multinazionali possono trasferire parte della proprietà in queste filiali, così da potersi appellare di diritto, alla bisogna, al tremendo tribunale privato appena visto!

Per noi ci sarebbe un’altrettanto semplice via di salvezza: uscire dall’Europa!

Guido Rossi

l film piace, ma viene cancellato. Perché parla di Dio?


Avete per caso visto il film GOD’s NOT DEAD? Di cosa si tratta? Di una pellicola che, anche se piace, viene rimossa dalle programmazioni dei cinema. E’ quanto accaduto – secondo quanto riferisce Dominus Production – in un cinema di Milano, i cui responsabili da un lato hanno ammesso che si tratta di un’opera che piace («il film è andato bene, anzi molto bene per gli orari a cui lo abbiamo messo») ma, dall’altro, hanno escluso la possibilità di tenerlo in programmazione: «Noi questi tipi di film non li vogliamo dare». Per carità, autogol micidiale; nel senso che non c’era modo migliore per promuovereGOD’s NOT DEAD che un episodio simile.

Tuttavia dovrebbe far riflettere la difficoltà di diffondere una pellicola che, in fondo, altro non fa che parlare di Dio. Capita così che l’utente medio, poveraccio, si veda propinato ovunque Il caso Spotlight – film sulle inchieste del Boston Globe sulla pedofilia nella Chiesa, dove però non si spiega che quello stesso giornale non solo non sondò con altrettanta durezza simili abusi nelle scuole pubbliche, ma giunse pure a promuovere libri come Girls and Sexdi Wardell Pomeroy, che riteneva “benefico” il sesso fra adulti e bambini e l’incesto – ma di GOD’s NOT DEAD (ispirato anche quello ad una storia vera) potrebbe non sapere mai l’esistenza. Vi pare normale? Vi sembra accettabile una cosa simile? A me no, e dirò di più.

Non è la prima volta che film belli – vi ricordate October Baby? – divengono assai rari, quasi impossibili da trovare nelle sale, a meno che non abitiate in grandi città. E, guarda caso, si tratta puntualmente di film o cristianamente ispirati o pro-life, quasi che un certo tipo di contenuti non debba essere divulgato: «Noi questi tipi di film non li vogliamo dare». Niente di più vero. Intendiamoci: dinnanzi ad episodi simili la sorpresa – per il sottoscritto, ma penso anche di altri – è relativa. Mi chiedo solo come facciano quanti insistano nel dire che no, non è vero niente, che quella del Pensiero Unico è null’altro che una gran balla; non lo dico pensando al loro ateismo o al loro anticlericalismo, sia chiaro: ma alla loro imbarazzante miopia.

Dopo attentati deputato belga accusa i servizi segreti


Dopo gli attentati, il parlamentare belga Laurent Louis, del partito “Debout les belges” (che significa “in piedi i belgi”, un invito a “rialzarsi”) ha affidato al suo profilo Facebook in duro sfogo, un vero e proprio atto d’accusa nei confronti del governo belga e dei servizi segreti del paese, inoltre il deputato ha affermato che secondo lui gli attentati del maledetto 11 Settembre 2001 sarebbero “false flag”, e parte di un a strategia per instaurare un “nuovo ordine mondiale”.

Lo sfogo del deputato, in francese, lo trovate qui. Di seguito lo abbiamo tradotto in italiano, evidenziando in neretto le parti più significative.

In questo giorno buio per il Belgio, vorrei rivolgere il mio sostegno e le mie condoglianze alle famiglie delle vittime degli attentati di Bruxelles. Dopo l’aeroporto nazionale, la metropolitana di Bruxelles è stata toccata dagli attentati mortali. La situazione è grave ed è importante chiamare tutti i cittadini alla calma. Naturalmente, l’islamismo radicale sarà ancora una volta reso responsabile di questi attentati, presentati come una vendetta dopo l’arresto di Salah Abdeslam a Molenbeek, avvenuto la settimana scorsa.
Tuttavia, come passare sotto silenzio la responsabilità del governo belga in questi atti orrendi perpetrati questo martedì nella nostra capitale? Di due cose l’una: o i nostri servizi di sicurezza sono incompetenti e incapaci di proteggere i luoghi sensibili come l’aeroporto nazionale o la rete di metropolitana di Bruxelles, o sono gli stessi servizi all’origine di questi attentati.
Vista la situazione attuale, considerato il livello di allerta, è inconcepibile che degli individui siano in grado di entrare in metropolitana o nell’aeroporto nazionale con delle bombe e li farsi saltare in aria. Non oso immaginare che i nostri servizi segreti e i nostri servizi di sicurezza non siano capaci al punto di non poter proteggere efficacemente dei luoghi di così grande importanza.
Come sapete, non ho mai nascosto che pensavo che gli attentati che sono stati perpetrati negli Stati Uniti e in Europa dall’ 11 settembre 2001 erano degli attentati “false flag”, degli attentati attribuiti a delle organizzazioni terroristiche Islamiche ma in realtà perpetrati dai nostri governi per servire gli interessi politico-economiche con sullo sfondo la destabilizzazione del mondo arabo, lo sviluppo dell’islamofobia nel mondo, la concretizzazione del progetto del grande Israele e in fine la realizzazione di un nuovo ordine mondiale che impone un governo mondiale che limita i nostri diritti e delle libertà fondamentali al fine di lottare contro il terrorismo creato da coloro che, nell’ombra, tirano le redini della politica mondiale.
Quando si conoscono le misure di sicurezza che sono messe attualmente in atto nel paese, quando si vede la sorveglianza alla quale tutti i cittadini (soprattutto arabi) sono attualmente sottoposti, è difficile credere che tali attacchi possano essere stati commessi senza l’aiuto e la complicità delle autorità belghe.
A seguito di questi attentati di Bruxelles, e perché è intollerabile che tali atti possano accadere nel nostro paese, in posti chiave ed in un momento in cui i livelli di allarme terroristico sono i più elevati, chiedo a nome del movimentoDebout Les Belges le dimissioni del ministro dell’interno, del ministro della giustizia e del primo ministro. O questi ministri sono incompetenti, oppure sono complici ma hanno in ogni caso dimostrato che non meritano il loro posto al governo.

Ovviamente i media belgi e quelli di tutta Europa, si guarderanno bene dal dare risalto a queste esternazioni, perpetrate non da un “complottista” ma bensì da un parlamentare belga, che con grande coraggio, in un momento di cordoglio in cui tutti si sprecano con le classiche frasi di circosfanza, ha il coraggio di fare un attacco così duro…


Tratto da: Blondet & Friends

Arcivescovo siriano sulle stragi di Bruxelles: purtroppo l’Europa raccoglie ciò che è stato seminato


Nelle stragi di Bruxelles, dopo quelle di Parigi, “purtroppo la popolazione innocente raccoglie anche quello che circoli e poteri europei hanno seminato in Siria e Iraq negli ultimi anni”. E’ questa l’amara riflessione sui tragici fatti della capitale belga che l’Arcivescovo cattolico siriano Jacques Behnan Hindo consegna all’Agenzia Fides.

Nell’analisi di Mons. Hindo, che guida l’arcieparchia siro-cattolica di Hassakè-Nisibi, le gravi responsabilità delle leadership europee e occidentali, condizionate spesso da interessi egoistici di corto respiro, si manifestano con evidenza in diversi punti.
“Anche diversi leader europei” rimarca l’Arcivescovo siro cattolico “fino a poco tempo fa avevano come principale obiettivo geopolitico la caduta del governo di Assad, puntavano a accreditare anche le milizie jihadiste di al-Nusra come ‘islamici moderati’ e attaccavano la Russia per aver colpito le roccaforti di quelle milizie, sostenendo che le iniziative russe dovevano limitarsi a colpire solo il cosidetto Stato Islamico (Daesh)”.

Inoltre, secondo l’Arcivescovo Hindo, molti governi occidentali continuano fino ad ora a non mettere in alcun modo in discussione i rapporti privilegiati che intrattengono proprio con le nazioni e i gruppi di potere finanziario da cui provengono flussi di risorse e ideologie che alimentano la rete del terrore: “I leader europei, e tutto l’Occidente” ricorda mons. Hindo “mantengono da decenni l’asse preferenziale con l’Arabia Saudita e gli emirati della penisola arabica. Negli ultimi decenni, hanno garantito a questi Paesi la possibilità i finanziare in tutta Europa, e anche in Belgio, la nascita di una rete di moschee dove si predicava il wahhabismo, l’ideologia che avvelena l’islam e fa da base ideologica per tutti i gruppi jihadisti. E tutto questo è accaduto perchè su tutto prevalevano le logiche economiche e i contratti miliardari coi padroni del petrolio.

Flussi di denaro e risorse che alimentano anche le centrali terroristiche”. Anche la risposta europea davanti all’emergenza dei rifugiati rappresenta secondo l’Arcivescovo siriano un sintomo della debolezza e della confusione in cui versano le leadership europee: “L’Europa” fa notare mons. Hindo “sulla questione dei rifugiati ha scelto di trasformarsi in ostaggio della Turchia. Comprendo le difficoltà europee, ma faccio notare che gli sfollati accolti in Europa nel 2015 non superano lo 0,2 per cento della popolazione, mentre in un piccolo Paese come il Libano la loro quota corrisponde ormai alla metà della popolazione locale. Comprendo le lacrime del commissario europeo per la politica estera. Ma ricordo che da 5 anni vengono ammazzati migliaia di siriani musulmani e cristiani, donne uomini e bambini. E non ci sono lacrime per loro”.


Tratto da: Sponda Sud

Siria: curdi e russi rivelano la cooperazione fra Turchia e ISIS


I terroristi, in fuga nel nord della Siria, hanno lasciato dietro di sé alcuni documenti, caduti nelle mani dei curdi, che attestano la cooperazione fra Turchia e ISIS. RT, la TV di Stato russa ha girato un documentario in proposito.

Poco dopo lo scoppio della guerra civile siriana, l’ISIS prese il sopravvento, in Iraq e, sopratutto, in Siria, diventando famoso per le esecuzioni cinematografiche, la riduzione in schiavitù delle donne e, in seguito, gli attentati terroristici in giro per il mondo.

Tutto ciò, sarebbe stato impossibile senza un sostegno finanziario e logistico proveniente dall’esterno.

La Turchia che, sin dalle prime ore, è stata attivamente impegnata nella guerra siriana, ha ripetutamente negato di aver sostenuto l’ISIS. Tuttavia, mentre Ankara insiste che è nemico giurato del gruppo jihadista, i fatti sul terreno, spesso raccontano una storia diversa.

RT ha intervistato diversi testimoni che sono stati coinvolti nelle attività economiche dell’ISIS. Dopo la liberazione della città siriana di Shaddadi, che ospita circa 10.000 persone, RT ha visitato con i soldati curdi quelle che erano le case dei terroristi e ha ripreso con le telecamere numerosi documenti, che i terroristi si erano lasciati indietro per la fretta.

Alcuni dei file sequestrati sulla scena risultarono essere fatture dettagliate utilizzate dall’ISIS per calcolare i ricavi giornalieri dai campi petroliferi e raffinerie sottratti a Damasco, nonché la quantità di petrolio estratto. Tutti i documenti recavano il simbolo dello Stato Islamico.


Passaporti recanti il timbro turco (si legge “Instabul”)

Ogni fattura reca incluso il nome del conducente, il tipo e il peso, sia voto che pieno, del veicolo guidato, così come il prezzo concordato e il numero di fattura.

Una delle fatture scoperte, risalente al 11 gennaio 2016, dice che sono stati estratti 1.925 barili di petrolio dal giacimento di petrolio di Kabibah, barili che poi sono stati venduti in Turchia per 38342 dollari.

Il petrolio arriva in Turchia, santuario per i terroristi dell’ISIS che vi si muovono indisturbati.


I residenti locali, costretti dai terroristi a lavorare sia negli impianti di estrazione che in quelli di raffinazione, hanno raccontato che spesso i loro aguzzini citavano la Turchia.


Il petrolio veniva inviato attraverso alcuni intermediari fino in Turchia, come confermato da un militare turco catturato dai curdi. Il militare ha confermato che la Turchia agevola il passaggio dei terroristi attraverso la frontiera.

RT ha intervistato un soldato curdo, il quale ha mostrato una raccolta di passaporti che aveva raccolto dai cadaveri dei terroristi. I militanti dell’ISIS vengono da ogni parte del mondo, compresi Bahrain, Libia, Kazakhstan, Russia, Tunisia, Cina e Turchia, per non parlare dei Paesi europei.



Passaporti recanti il timbro turco (si legge “Instabul”)



La maggior parte di questi combattenti stranieri sembrava essere venuta attraverso la Turchia, dato che tutti i loro passaporti contenevano timbri emessi ai posti di blocco confine turchi.


Tra i documenti lasciati dai terroristi in un ospedale, vi è questo opuscolo di propaganda islamista stampato in arabo dal titolo: “Come condurre una battaglia perfetta contro il regime criminale di Assad”, che descrive i modi migliori per combattere il governo siriano.

Curiosamente, l’opuscolo è stato stampato in Turchia, con la copertina che mostra apertamente l’indirizzo, il contatto Facebook, e il numero di telefono di una tipografia di Istanbul.

Il supporto turco è così importante, che se questo venisse meno, l’ISIS si troverebbe in guai seri, dato che dalla Turchia giungono armi, nuove reclute, cibo, denaro etc.

La Turchia, in cambio, ottiene petrolio a buon mercato, e indebolisce sia i curdi che i siriani.

Massimiliano Greco

Il Mito della “guerra umanitaria”


- di Salvatore Santoru –

Mahatma Gandhi diceva che “non c’è strada che porti alla pace che non sia la pace, l’intelligenza e la verità”.

Difatti il concetto della “guerra umanitaria” tanto di moda negli ultimi anni, non rappresenta altro che un controsenso.

Tramite la martellante propaganda mediatica, ci è stato fatto credere che bombardare interi paesi e commettere crimini contro l’umanità a scopo “umanitario”, sarebbe un mezzo giustificabile e necessario per un presunto “radioso avvenire”.
Questo concetto è il mantra continuamente usato dai propagandisti dell’imperialismo statunitense e della NATOcon il beneplacito dell’ONU, per giustificare e mascherare la loro sete di potere e controllo globale.

Interi paesi vengono distrutti dalle bombe ( ovviamente “intelligenti” ), migliaia di individui uccisi sono considerati come meri “effetti collaterali”, con la scusa della “liberazione” si colonizza un paese imponendogli il proprio modello, creduto “universale”.
Inoltre la presunta “liberazione” spesso in realtà non porta nemmeno a veri e propri miglioramenti, ma anzi anuovesituazioni di caos, e i recenti episodi dell’Iraq,della Libia e di tanti altri paesi lo dimostrano.

Alla fine l’obiettivo è quello di imporre per tutto il mondo il sistema consumista, in modo che ogni paese possa avere i propri McDonalds e ogni persona nel mondo possa venire bombardata quotidianamente dalla pubblicità e dalle illusioni garantite dai mass media.
Intanto grazie al massiccio utilizzo degli stessi media, si propaganda la visione del mondo basata sull’ideologia globale dominante, e che viene considerata come l’unica possibile.

Guerre USA in M.O.

Ogni guerra e intervento armato viene abilmente mascherato da “missione di pace”, o “intervento umanitario“, visto che parlare apertamente di guerra imperialista e neocolonialismo fà poca tendenza.

Ogni scusa è buona per scatenare una nuova guerra, vuoi per la “democrazia”, per i “diritti umani”, per la “libertà” e così via, anche se poi si sa che di tutte queste cose ai guerrafondai “umanitari” non gliene può fregare di meno, difatti paesi che su questi temi hanno un’enorme deficit ( tipo Arabia Saudita,Bahrein ecc) stranamente risultano alleati dei presunti paladini della “giustizia internazionale”.


Gandhi diceva: “Che differenza fa per i morti, gli orfani e i senzatetto, se la folle distruzione è perpetrata sotto il nome del totalitarismo o sotto il santo nome della libertà e della democrazia?”.

I morti sempre morti sono, o forse se sono vittime della distruzione “democratica” e/o “progressista”, sono di serie B?
Bisogna smascherare le pretese guerrafondaie e imperialiste mascherate da “umanitarismo” e pretesa di “liberazione”.

Sostanzialmente l‘imperialismo USA non ha fatto altro che portare morte e distruzione, neocolonialismo e imposizione di un modello fondato su illusioni e totalmente squilibrato, nonchè basato sulla distruzione sistematica dell’ambiente e sulla totale mercificazione di ogni aspetto della vita e degli stessi individui.

Insegne di Mc Donald

L’Iraq,la Libia, l’America Latina o la stessa Europa nella seconda guerra mondiale sono state colonizzate a furia di bombe e distruzione e di certo non “liberate”.
Spesso si è passati da un regime a un’altro: si pensi all’Iraq, che dalla dittatura di Saddam Hussein ora si trova nel caos, o la stessa Libia e tanti altri paesi nel presente e nel passato.

Sarebbe ora di chiamare le cose con il loro nome e considerare i bombardamenti al napalm sui vietnamiti, quelle al fosforo bianco in Iraq, o i bombardamenti a tappeto su Dresda o sulle stesse Hiroshima e Nagasaki come veri e propri crimini contro l’umanità, senza la solita giustificazione guerrafondaia.
Sarebbe ora che gli USA la smettessero di credersi superiori al resto del mondo e di aggredire su ogni paese che non segua i loro diktat.

Per la costruzione di un mondo migliore sarebbe auspicabile che venga rispettato il principio di autodeterminazione degli individui e dei popoli, e gli gli strateghi dell’imperialismo USA,la NATO e l’ONU dovrebbero imparare a smetterla di voler controllare ogni aspetto del mondo, e quindi farsi un pò di più gli affari loro, che nessuno aspetta una loro presunta “liberazione”, che nei fatti equivale sempre e comunque a una colonizzazione.

Ogni popolo dovrebbe essere lasciato libero di potersi autodeterminare e liberarsi veramente, e possibili situazioni di disagio internazionale (eventuali dittature o cose del genere) potranno essere risolte molto meglio con l’uso della diplomazia piuttosto che con il solito ricorso all’intervento militare, che nei fatti peggiora quasi sempre la situazione.

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