16 aprile 2016

Insegnante transessuale a Prato mette in scena balletto hot (Video)


Il video inizia ad essere virale tra gli studenti di Prato. Un professore transgender dell’Istituto superiore Gramsci Keynes di Prato ha dato spettacolo in classe durante la ricreazione, dando vita ad un balletto “provocante” con tanto di alzata della maglietta. Per fortuna ha avuto almeno il buongusto di tenersi il reggiseno.

– di Redazione –

È accaduto lo scorso venerdì mattina, in un’aula dell’istituto superiore pratese Gramsci/Keynes: una professoressa ha messo in scena un balletto tirando su più volte ma maglietta e facendo vedere il seno coperto dal solo intimo.

L’associazione locale che rivendica anche la priorità educativa delle famiglie, Generazione Famiglia Prato, ha preso immediatamente posizione in merito al video in diffusione da sabato, ove è ripreso l’accaduto .

“L’educazione dei nostri figli passa anche per l’esempio autorevole dei loro insegnanti. Che credibilità può avere un’istruzione dove si verificano episodi del genere?”

Alcune voci riterrebbero l’insegnante una persona transgender.

“La vicenda sarebbe grave a prescindere, – continua la nota- ma lo è tanto di più perché si è verificata nella stessa scuola, il Gramsci/Keynes, che già sul tema ci aveva fatto sollevare più di una preoccupazione.

A febbraio infatti avevamo richiesto un incontro chiarificatore alla preside, dopo la denuncia di varie associazioni circa il diffondersi nella scuola di propaganda genderista o queer theory, come la si voglia chiamare, mascherata dietro progetti di lotta al bullismo. Il tutto senza dovuto avviso alle famiglie.

In quell’occasione la preside ci chiuse le porte in faccia, negandoci ogni spiegazione. Speriamo che stavolta, vista la gravità, non faccia altrettanto”.

La domanda che sorge spontanea innanzi a questo avvenimento è:

i genitori cosa ne pensano? Si sono mossi in merito?

Oppure, sempre più occupati da “altro”, si sono dimenticati del loro ruolo principale come educatori dei proprio figli?

Ieri sera la preside della scuola , Grazia Maria Tempesti, pubblica un meme di Papa Francesco: “I genitori non rimproverimo gli insegnanti, ma i figli”

Inevitabile la reazione dell’associazione pro family:


“Signora preside, ci spieghi:

un genitore non ha diritto di riprendere un docente che esce fuori dai binari dell’insegnamento e dal compito che è tenuto a svolgere?

Un genitore dovrebbe restare fuori da ciò che avviene all’interno della scuola, da come viene istruito ed educato il proprio figlio?

Le ricordiamo la priorità educativa della famiglia sancita da costituzione e Dichiarazione Universale dei Diritti Umani.

Le ricordiamo che le parole del Papa sono riferite a quei genitori che non accettano che il figlio venga ripreso in alcun modo e che anzichè aiutarlo nella crescita, lo deresponsabilizzano.

Diverso è un comportamento da sanzionare come quello del fatto in questione.”


Torna il Bilderberg: ecco dove si riunisce quest’anno il club dei potenti


L’annuale conferenza di Bilderberg, il club esclusivo dei potenti della terra, si terrà a Dresdadal 9 al 12 giugno, come ha ammesso il ministero dell’Interno tedesco e confermato l’associazione sul proprio sito internet. La riunione si terrà probabilmente al Kempinski-Hotel Taschenbergpalais.

La prima conferenza, nata per iniziativa del banchiere statunitense David Rockefeller, si tenne il 29 maggio 1954 presso l’hotel de Bilderberg a Oosterbeek, vicino Arnhem, nei Paesi Bassi. Da allora, ogni anno, un centinaio di uomini politici, giornalisti, esponenti della finanza si riuniscono periodicamente a porte chiuse, senza che dal meeting trapeli nessuna indiscrezione. Il Club non prevede conclusioni scritte né comunicati e avvicinarsi, anche se si è giornalisti o politici non accreditati, è pressoché impossibile a causa di un apparato di sicurezza privato efficientissimo e che non bada tanto per il sottile. La natura profondamente oligarchica e sovversiva della struttura è stata denunciata per decenni da isolati gruppi della cosiddetta destra radicale, fra il disinteresse o l’ironia generale, salvo divenire da qualche anno un tema di dibattito pubblico (sia pur con le solite esagerazioni complottiste).

Nel 2015 il Club si era riunito Telfs-Buchen, in Austria, dall’11 al 14 giugno. Erano intervenuti 140 invitati da 22 paesi differenti. Erano stati cinque gli italiani invitati: il presidente di Fiat Chrysler Automobiles John Elkann, la giornalistaLilli Gruber (che era già stata invitata nel 2013) e il re dell’acciaio italo-argentino Gianfelice Rocca, poi Mario Montie l’ex presidente di Telecom, Franco Bernabé. E quest’anno, chi saranno i nostri connazionali ammessi al riservatissimo consesso?

Giorgio Nigra – Il Primato Nazionale

Usa. La violenza sessuale sulle donne native che non trova giustizia


USA. LA VIOLENZA SESSUALE SULLE DONNE NATIVE CHE NON TROVA GIUSTIZIA

Nella riserva dei nativi sioux yankton Lake Andes, nel Sud Dakota, le donne hanno una probabilità due volte e mezza maggiore delle donne bianche di essere violentate. E non da membri della propria comunità.

La direttrice del Centro di Risorse per la Educazione alla salute delle Donne native statunitensi, Charon Asetoyer, si è sentita dire da una giovane donna sioux: “Che cosa dirò a mia figlia quando sarà violentata?” Non “se”, ma “quando”. È la prima cosa che salta agli occhi anche a Charon Asetoyer, anch’essa nativa di una tribù comanche, incontrata dall’inglese «Guardian»: “Siamo coscienti della gravità del problema che pesa sulla nostra comunità, ma quando te lo pongono in questi termini ti rendi conto che è anche peggio di quanto pensavi”.

Le donne native hanno 2,5 volte di possibilità in più di ciascuna etnia presente negli Stati Uniti di essere violentata, più o meno una su tre ha subito molestie e violenze sessuali, e ogni giorno Charon Asetoyer parla con chi è passata attraverso questa terribile esperienza.

Con i suoi collaboratori ha deciso allora di pubblicare un semplice abecedario scaricabile gratuitamente dalla rete o fruibile in cartaceo, What To Do When You’re Raped: An ABC Handbook for Native Girls (Che cosa fare quando sei stata violentata. Un manuale per ragazze native).

Procede di lettera in lettera con considerazioni, valutazioni, consigli, incoraggiamenti. Alla lettera C spiega: “Attualmente (currently) 9 ragazze native su 10 sono state obbligate a intrattenere relazioni sessuali contro la loro volontà, e questo rappresenta sempre una violenza, anche se perpetuata nell’ambito di un appuntamento, di un incontro”. Alla F: “Non è mai colpa (fault) tua. Non sei tu ad averlo voluto. Non sei sola”.

Stando ai dati del ministero statunitense di Giustizia, almeno nell’86% dei casi di violenza sessuale o molestie, le donne dichiarano di essere state aggredite da uomini non appartenenti alla propria comunità, non nativi. “Ci sono i camionisti, che vanno e vengono, i braccianti e i contadini, i rancheros che raggiungono le aree urbane per i fine settimana – dice Asetoyer. – Ma ci sono anche i campi delle piattaforme petrolifere del Dakota del Nord, in cui prolificano ruffiani che fanno da intermediari tra personale e ragazze del luogo”.

Oltretutto, stando a una relazione del 2007 di Amnesty International, le donne che procedono a una denuncia cadono vittime di un complesso labirinto giuridico fatto di autorità tribali, statali e federali diversamente competenti. Un conto è infatti che la vittima appartenga o no a una tribù riconosciuta al livello federale – spiega lo studio; che l’accusato, a sua volta appartenga o no a una tribù riconosciuta al livello federale; che l’abuso sia avvenuto o no nel territorio tribale.

“Le risposte a questi tre interrogativi non sempre sono evidenti e a volte passa molto tempo, prima che polizia, avvocati e tribunali chiariscano di chi sia la giurisdizione del caso. Il risultato può essere tanto confuso e incerto che alla fine nessuno interviene, e la donna che ha subito violenza sessuale si vede negato il diritto di accesso alla giustizia” scrive Amnesty.

Nel 2013 vi è stato un aggiornamento della Legge sulla violenza contro le donne, grazie al quale per la prima volta è stata data facoltà alle tribù di condurre le necessarie indagini e perseguire penalmente i nativi nei casi di violenza domestica. Pur tuttavia, le tribù continuano a non avere giurisdizione sui non nativi che commettono violenza sessuale, il che ha portato a dire i leader delle tribù riuniti in febbraio in una assemblea plenaria che “i delinquenti non nativi continuano ad avere l’impressione di poter fare ciò che vogliono, dal momento che non c’è modo di processarli”. Glen Gobin, vicepresidente della tribù tulalip sostiene che “adesso la tribù può processare delinquenti non nativi, ma soltanto per certi reati. Non può proteggere le vittime di violenza sessuale condotte da estranei alla tribù e così pure non riesce a proteggere i suoi figli o gli altri membri della sua famiglia”.

Charon Asetoyer e l’attivista cherokee Pamela Kingfisher hanno presentato il loro libro alla conferenza Take Root, svoltasi in febbraio in Oklahoma. L’accoglienza è stata entusiastica oltre ogni previsione. “Tutte le donne native che hanno preso il libro hanno raccontato poi la propria storia di violenza sessuale – dice Pamela Kingfisher. – La cosa triste è che stiamo insegnando le basi per reagire alla violenza sessuale, ma chi insegna agli uomini? Chi pensa a cambiare la cultura di violenza che vige in questo paese?

Parmalat rifiuta il latte genovese per comprarlo in Cina: rivolta degli allevatori


La Parmalat nel mirino degli allevatori genovesi. L’azienda lattiero casearia, di proprietà della francese Lactalis dal 2011, è accusata di aver deciso di non rinnovare il contratto con i produttori della cooperativa Val Polcevera preferendo andare a comprare il latte nell’Est Europa e in Cina. È per questo motivo che gli allevatori locali, quasi un centinaio, da alcuni giorni gettano via 60 quintali di latte delle proprie mucche sui prati. Questa decisione provoca danni ingenti.

Ci sono molti giovani che avevano rifatto le stalle, anche con impianti fotovoltaici, indebitandosi con mutui stellari. E ora?”, si chiede Bianca Maria Lombardo, proprietaria di un agriturismo a Rossiglione, in valle Stura, intervistata daprimocanale.it. Nelle valli genovesi, vicine al Piemonte e all’Emilia Romagna, ci sono 60 aziende riunite in cooperativa che rischiano la chiusura. “La Parmalat, anche contraddicendo rassicurazioni del passato, ignora le conseguenze sociali ed economiche delle proprie scelte sul nostro territorio”, affermano Comune e Città Metropolitana di Genova in una nota congiunta.

Sui social, intanto, sta montando la protesta e alcuni cittadini invitano a boicottare i prodotti Parmalat, mentre il Pd locale promette che “si attiverà in ogni sede a difesa delle aziende produttrici locali affinché vengano tutelati la genuinità del prodotto, la sua rigorosa tracciabilità e la seria professionalità degli Allevatori liguri, fattori di indiscusso valore che la produzione di latte proveniente da alcuni Paesi europei ed extraeuropei non garantisce”. Secondo il Movimento Cinquestelle anche la focaccia di Recco subirà gravi ripercussioni perché, per le sue caratteristiche “deve contenere formaggio proveniente dalle valli liguri”.

“Siamo stufi – dicono i grillini – di assistere impotenti mentre un’altra parte importante della nostra filiera corta sta per ricevere un altro colpo di grazia da una grande distribuzione aliena e cinica”. Intanto i produttori locali ricordano “che è già possibile acquistare il latte locale presso la rete di distributori presenti sul territorio. “Portatevi una bottiglia e assaporate il sapore del latte di una volta”, dicono.

Fonte: www.ilgiornale.it

Un’altra mazzata sulle pensioni: ecco cosa sparisce


Raccontano che Pier Carlo Padoan non abbia affatto gradito, ieri di buon’ ora, i titoli dei giornali – anche quelli solitamente più accomodanti col governo – sul Documento di economia e finanza approvato venerdì dal consiglio dei ministri. Al titolare dell’ Economia non è andata giù l’ enfasi che è stata data alla crescita del pil, rivista al ribasso proprio nel Def. Eppure si tratta di un dato inequivocabile: rispetto alle vecchie previsioni, Tesoro e Palazzo Chigi hanno tagliato le stime dall’ 1,6% all’ 1,2%.
Per Padoan non sarebbe così e all’ ora di pranzo, dal palco del Workshop Ambrosetti di Cernobbio, ha attaccato a testa bassa una «descrizione che ho visto in giro e che mi lascia stupito, cioè più deficit e meno crescita, invece – ha spiegato – la crescita è aumentata e il deficit è diminuito». Il ragionamento del ministro si fonda sul fatto che «tutti hanno abbassato le previsioni, il quadro internazionale è molto peggiorato e l’ incertezza internazionale è aumentata». Come dire: mal comune, mezzo gaudio. Pure il premier, Matteo Renzi, ha difeso il «suo» Def: «Siamo stati messi sotto attacco per alcune questioni legati ai numeri economici del Paese, ma se li guardate davvero vi accorgerete che venidamo da un periodo in cui le cose andavano malissimo e ora non vanno ancora bene, ma vanno certamente meglio». Non troppo, per la verità, visto che il pareggio di bilancio viene spostato dal 2018 al 2019.
C’ è poi un giallo. Nei prossimi giorni, Renzi dovrà chiarire come mai non c’ è traccia, nel Def, del bonus da 80 euro per le pensioni minime (quelle che galleggiano attorno ai 500 euro). Lunedì scorso, il Primo ministro aveva promesso un ritocco all’ insù, in linea con lo sgravio fiscale, di analogo importo, assicurato ai lavoratori dipendenti a ridosso delle elezioni europee del 2014.
A distanza di due anni, ci risiamo. Nel senso che fra un paio di mesi, c’ è una tornata elettorale forse decisiva: si vota in parecchie grandi città per eleggere il sindaco ( tra cui Roma, Napoli, Torino, Milano) e servono ottimi argomenti per convincere gli elettori a votare i candidati Pd. Peccato che la mancia elettorale non trovi spazio nelle carte ufficiali. Segno che si è trattato di una dichiarazione estemporanea, non concordata né discussa sul piano delle esigenze di finanza pubblica.
Eppure il tema «pensioni» è al centro del documento programmatico del governo. Due i riferimenti espliciti: uno sulla flessibilità in uscita e uno sulla reversibilità. Due questioni assai spinose, peraltro. La prima, sostenuta soprattutto dal presidente Inps Tito Boeri, è la misura che mira a introdurre meccamismi per l’ uscita anticipata dal lavoro, con penalizzazioni sul «cedolino» anche se nel Def, prudentemente, si mettono le mani avanti sulla tenuta dei conti publici; la seconda, già al centro del dibattito e di polemiche nelle scorse settimane, è volta a rivedere gli assegni agli eredi di titolari di assegni. Su questo aspetto, ieri, il presidente della commissione Lavoro della Camera, Cesare Damiano (Pd), ha detto chiaramente è stato categorico: «Non se ne parla». La solita armonia tra maggioranza parlamentare e governo. Che promette di voler impegnarsi sulla «riforma della contrattazione aziendale con l’ obiettivo di rendere esigibili ed efficaci i contratti aziendali e di garantire la pace sindacale». Applauso di Confindustria. E altrettanti dai banchieri, ai quali Renzi assicura nuove misure per accelerare la riduzione delle sofferenze, vale a dire dei prestiti non rimborsati, grazie a un’ accelerazione delle procedure concorsuali e del recupero crediti.

Francesco de Dominicis – Libero

La “Trilateral Commission”, l’elite della massoneria mondiale si riunisce a Roma dopo 33 anni


Dal 15 al 17 aprile la Commissione Trilaterale riunisce il suo congresso annuale in un hotel di Roma. Sono passati ben 33 anni dall’ultima volta in Italia, nel 1983. Lo rivela il settimanale OGGI nel numero in edicola da domani.

Parteciperanno 200 finanzieri, politici e vip da tutto il mondo (dal francese Jean-Claude Trichet all’americana Madeleine Albright e all’ex sindaco di New York Michael Bloomberg). I soci italiani sono una ventina: fra gli altri Mario Monti, John Elkann, Marco Tronchetti Provera, la presidente Rai Monica Maggioni.

Federica Guidi si dimise quando diventò ministra.

Con il Gruppo Bilderberg, la Trilaterale fu fondata da Henry Kissinger, David Rockefeller e Gianni Agnelli nel 1973: una specie di club Rotary planetario.

Le parole Brzezinski, ideatore e co-fondatore della Commissione Trilaterale, tratte da un suo libro del 1971 “Tra due età: il ruolo degli Stati Uniti nell’era tecnotronica” che dice così:

“La Nazione-Stato come unità fondamentale della vita dell’uomo organizzata ha cessato di essere la principale forza creativa: Le banche internazionali e le corporazioni transnazionali sono ‘ora’ attori e pianificatori nei termini in cui un tempo erano attribuiti i concetti politici di stato-nazione” .


Trilateral Commission

E’ la fine degli Stati-nazione, delle sovranità nazionali come le abbiamo conosciute e del ruolo dello Stato nella società. Quello che si vuole è un mondo governato dalle banche e dalle corporazioni transnazionali. Una vera e propria dittatura del capitale.


Questo è quello che veramente sta succedendo. (da Imola Oggi )

Cos’è la Commissione Trilateral

La Commissione Trilaterale è un “potere forte”, o per dir meglio: la somma dei poteri forti dell’Occidente. E’ un’organizzazione semi-ufficiale (le notizie fornite dalla pubblica informazione sono sempre state rare e discontinue) creata nel 1973, che riunisce altissime personalità della finanza e della politica, docenti universitari, esponenti sindacali e giornalisti. Questi personaggi provengono da Stati Uniti, Europa e Giappone.
Il nome rimanda all’idea di un’azione comune delle élites (ma non elette dal popolo) delle tre grandi aree del mondo industrializzato in vista di un “nuovo ordine”: né più e né meno che un governo del mondo in seduta permanente. Ispiratore e creatore dell’organizzazione è stato David Rockefeller.

Nel 1973, all’atto della fondazione, il direttore operativo era Zbigniew Brzezinski, che sarebbe poi divenuto consigliere speciale per la sicurezza degli Stati Uniti sotto la presidenza di Carter. Quest’ultimo personaggio è il simbolo vivente di cosa sia e come operi la Trilateral: Carter – la cosa era del tutto risaputa, al tempo – era letteralmente una “creatura” del gruppo Rockefeller, un servitore docile e puntuale dei progetti della Commissione.
Naturalmente non è il solo. Una decina d’anni fa il periodico americano F.R.E.E. pubblicò l’organigramma degli uomini del CFR e della Trilateral operanti all’interno delle istituzioni americane. Sotto il titolo “1992 Presidential Candidates” figura Bill Clinton, uomo sia del CFR che della Trilateral.


In economia, la divisa della Trilateral è la globalizzazione, cui essa mira riunendo soggetti “privati”- finanzieri, banche e multinazionali – che rappresentano da soli più della metà del potenziale economico dell’intero pianeta.
In politica, la divisa del potentato è quella “liberal”: anglofila, massonica, cosmopolita.
La logica d’azione è quella, classica, dei “poteri forti”: una conduzione discreta e silenziosa dell’economia e della politica occidentali.

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Le radici culturali della Trilateral

di Mario Di Giovanni

Brzezinski, direttore della Trilateral e contestualmente alto dirigente del CFR, definì l’organizzazione: “Il gruppo delle potenze intellettuali e finanziarie più forti che il mondo abbia mai conosciuto”. Una società di pensiero, prima che una società per azioni.

Il 17 maggio 1997, in seconda serata, un’inchiesta televisiva condotta da tre giornalisti definì la Trilaterale, “organizzazione massonica” impegnata in un’azione neo-colonialista nei paesi dell’America Latina.
Erano presenti i tre Gran Maestri delle principali comunioni massoniche italiane, che nulla ebbero da ridire né sulla definizione della Trilateral né sulla sostanza del suo impegno in Sudamerica. Dunque, la massoneria.
Tesa sin dalla sua fondazione alla distruzione della civiltà cristiano-cattolica, in vista di un “nuovo ordine”. Scriveva Leone XIII, nel 1884, nella sua enciclica “Humanum genus” contro la massoneria: ” L’ultimo e il principale dei suoi intenti è (…) distruggere dalle fondamenta tutto l’ordine religioso e sociale nato dalle istituzioni cristiane e creare un nuovo ordine”.

E’ il nuovo ordine disegnato da Gianni Agnelli: un popolo concepito come una grande mandria di vacche, da gestire quindi secondo le regole dell’allevamento animale e non secondo quelle che stanno a fondamento di una società di uomini.
Un popolo sradicato dalla sua fede e tradizioni, e quindi trasformato in massa, inebetita da sport di massa, dall’erotismo di massa e, più recentemente, da programmi televisivi di una tale idiozia da garantire un autentico colpo di grazia agli intelletti già indeboliti degli utenti.
Una massa di “profani” governati da un vertice di “iniziati” cui spetti un superiore ordine di idee e di decisioni.
Decisioni che riguarderanno le “ingegnerie sociali” che sono già sotto i nostri occhi: quanti uomini far nascere, quanti farne morire per mezzo dell’aborto.

Il gruppo Rockefeller, attraverso l’omonima Fondazione, ha generato una cultura abortista sin dagli anni 20 e successivamente finanziato e diretto le campagne abortiste in tutto il mondo (lo apprendiamo dalle organizzazioni anti-abortiste francesi che sin dagli anni 70 avvertivano che l’operazione andava ricondotta alla massoneria in genere e al gruppo Rockefeller in particolare).
A questo riguardo non parliamo di ipotesi ma di certezze, sulla base di documentazioni originali, massoniche e trilateraliste, del tutto esplicite.
Decisioni dei “vertici” che riguarderanno quanti uomini far morire,attraverso l’eutanasia e quanti farne vivere, attraverso un’oculata distribuzione delle risorse alimentari, come accade, con i risultati che conosciamo, presso i paesi in via di sviluppo.
Decisioni che riguarderanno l’ingegneria genetica, per “intervenire” nella nuova umanità.
Decisioni sulla famiglia da distruggere e sulla transessualità da esaltare.
In una parola, tutto ciò che definitivamente distrugga il “vecchio” ordine sociale, cristiano, per la creazione di un nuovo ordine. Ma tutto questo senza particolari scossoni. Non vi sarà bisogno di dittature, visto che le democrazie laiche e progressiste, condotte da governi di “centro-sinistra”, servono già così efficacemente allo scopo.

Governi che riproducono una formula già sperimentata lungo l’intero corso del XX secolo, e plasticamente rappresentata dal passato governo Prodi-d’Alema: l’alleanza tra la borghesia massonica e la sinistra, rivoluzionaria o meno. Un comune sistema di pensiero: il materialismo assoluto. E un comune nemico, da sempre: il cattolicesimo.
Chi comprende questo, comprenderà tutto del mondo in cui oggi vive. Ma chi non comprende questo, non capirà mai nulla. Scriveva sin dagli anni sessanta un docente universitario americano, Kenneth Bouldin: “Si può perfettamente concepire un mondo dominato da una dittatura invisibile nel quale tuttavia siano state mantenute le forme esteriori del governo democratico”.

Tratto da: Controinformazione

L’OMICIDIO GIOVA CASUALMENTE AGLI AFFARI


Lo scorso anno l’ENI ha scoperto nelle acque territoriali egiziane il maggior giacimento di petrolio e di gas del Mediterraneo. Sicuramente è una pura coincidenza il fatto che l’omicidio Regeni abbia causato una crisi dei rapporti tra Italia ed Egitto che mette a rischio questo affare. Come pure è una mera coincidenza la circostanza che l’omicidio Regeni vada a vantaggio di quelle stesse multinazionali che nel 2011 si erano avvantaggiate a scapito dell’ENI per l’attacco al regime libico di Gheddafi. In particolare ne trae giovamento la britannica BP, che in Egitto è il secondo operatore internazionale, dopo l’ENI che è il primo; così che la BP è spesso costretta ad operare in joint venture con lo stesso ENI. Casualmente Regeni era in Egitto per conto di un’università inglese, Cambridge. Si potrebbe dire che la fortuna aiuta i voraci.

Non è la prima volta che gli omicidi vanno fortunosamente a sostegno degli interessi di alcuni gruppi affaristici. Nel 2002 l’assassinio del giuslavorista Marco Biagi, autore di un “libro bianco” su una possibile riforma del mercato del lavoro, consentì l’anno dopo al governo di allora di varare un provvedimento di precarizzazione del lavoro (la Legge 30/2003), ponendolo sotto l’icona inviolabile del giuslavorista vittima del terrorismo, tanto che i media adottarono la formula di “Legge Biagi”.
In effetti vi sono parecchi e fondati dubbi che Biagi possa essere considerato effettivamente l’autore di quei provvedimenti. Nello stesso periodo in Germania un dirigente della Volkswagen, Peter Hartz, era a capo di una commissione che elaborò un piano di riforme del lavoro ispirato agli stessi criteri di precarizzazione. Il risultato di quel nuovo quadro di relazioni industriali era non solo l’abbattimento del costo del lavoro e del potere contrattuale dei lavoratori, ma anche l’apertura di immensi spazi per la finanziarizzazione dei rapporti sociali, con il salario sempre più sostituito dall’indebitamento degli stessi lavoratori per poter accedere ai consumi. C’è da aggiungere inoltre che la precarizzazione ha consentito l’esplosione del business dell’intermediazione parassitaria sul lavoro, con le agenzie di lavoro interinale.

Il piano Hartz fu approvato dal parlamento tedesco nel 2003 e perfezionato negli anni successivi. Lo stesso Hartz, qualche anno dopo, fu coinvolto in uno scandalo che riguardava i metodi con cui la Volkswagen era riuscita ad ottenere il consenso sindacale ai propri piani produttivi: circa due milioni e mezzo di euro elargiti in viaggi e favori sessuali ai dirigenti sindacali. Ovvio che i sindacalisti italiani ammirassero tanto il modello di relazioni industriali della Volkswagen. Hartz ammise le sue responsabilità in tribunale per ottenere uno sconto di pena, anche se in Germania si diffuse il sospetto che non solo le questioni interne alla Volkswagen, ma l’intero piano Hartz di relazioni industriali, fosse stato fatto passare con analoghi metodi di corruzione del sindacato e del partito socialdemocratico allora al governo. Del resto il fatto che un governo socialdemocratico affidasse una riforma del lavoro ad un dirigente industriale, costituiva già di per sé uno scandalo.

Se in Germania l’acquiescenza sindacale era stata ottenuta facendo appello all’etica luterana, in Italia invece fu il sospetto, anzi l’accusa, di connivenza con il terrorismo a paralizzare il sindacato. Il segretario della CGIL di allora, Sergio Cofferati, fu addirittura indicato come il mandante morale dell’omicidio Biagi, ciò per aver definito “limaccioso” il libro bianco di Biagi e, si dice, per non averlo salutato in un’occasione. Un po’ pochino per parlare di responsabilità morale in un omicidio, ma dal 1978 Rossana Rossanda ha fornito alla repressione ed alla provocazione antioperaia la dottrina del cosiddetto “album di famiglia”, in base alla quale non servono più i fatti per accusare, ma è sufficiente la metafisica della colpa. Non c’è da sorprendersi se oggi il segretario della FIOM, Maurizio Landini, abbia di molto attenuato i suoi giudizi sul super-manager della FIAT-Chrysler, Sergio Marchionne. Basterebbe infatti a Marchionne spedirsi una lettera con una pallottola dentro, per consentire ai media di mettere alla gogna Landini come sospetto terrorista.

Da sinistra molti difesero Cofferati sottolineando le responsabilità del ministro degli Interni di allora, Claudio Scajola, il quale non aveva posto Biagi sotto scorta. In effetti Scajola potrebbe accampare un ottimo alibi per non aver dato eccessivo peso al ruolo di Biagi, dato che la cosiddetta “Legge Biagi” era già contenuta nel rapporto, e nei relativi suggerimenti, che l’OCSE (Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico) aveva elaborato a proposito dell’Italia. L’OCSE è un’emanazione del Fondo Monetario Internazionale, ed è addetta ufficialmente alla diffusione delle quattro virtù cardinali del vangelo fondomonetarista: precarizzazione, privatizzazione, finanziarizzazione, deflazione. I rapporti OCSE, con qualche piccola variazione, sono pressoché identici per tutti i Paesi, quindi né Biagi, né Hartz, possono essere ritenuti davvero gli autori delle riforme che hanno preso il loro nome, che vanno invece ascritte al colonialismo delle organizzazioni sovranazionali.

Vi è una posizione di classismo purodurista che afferma che non vi è differenza per il lavoratore se viene sfruttato da multinazionali straniere o da padroncini locali, e che ogni rivendicazione anticolonialista potrebbe esse tacciata di nazionalismo o “sovranismo”. In realtà il grado che occupa un Paese nella gerarchia coloniale incide gravemente sul grado di sfruttamento del lavoro. In una colonia di seria A come la Germania la riforma del lavoro fu ottenuta con metodi di corruzione e supportata con ammortizzatori sociali finanziati con il deficit del bilancio dello Stato, in spregio ai mitici parametri di Maastricht. In una colonia di serie B (o serie C?) come l’Italia invece si fece, e si fa, ricorso soprattutto al terrorismo dell’antiterrorismo. L’ingerenza di un potere sovranazionale squilibra i rapporti di forza interni tra le classi ed alimenta nei ceti dirigenti un collaborazionismo sempre più zelante, arrogante e sicuro della propria impunità. Quanto maggiore è la pressione coloniale su un Paese, tanto più il collaborazionismo interno assume aspetti feroci e sbrigativi.

REDAZIONE

La Trilateral a Roma: Renzi si fa bello di fronte ai potenti della Terra


Roma, 15 apr – Se in Austria fervono i preparativi per la riunione del Gruppo Bilderberg, che si terrà a giugno, laTrilateral Commission è invece già pronta per il meeting che si terrà a Roma dal 15 al 17 aprile, presso l’Hotel Cavalieri di Monte Mario. Erano 33 anni che la commissione non si riuniva in Italia. Vi prenderanno parte banchieri, politici, finanzieri di tutto il mondo, dal francese Jean-Claude Trichet all’ex sindaco di New York Michael Bloomberg. Previsti una ventina di italiani, tra cui spiccano Mario Monti, John Elkann, Marco Tronchetti Provera e la presidente della Rai Monica Maggioni.

Secondo le indiscrezioni riportate da Luigi Bisignani sul Tempo, nella prima tavola rotonda del meeting “parleranno entusiasticamente dell’Italia tre renziani che più doc di così non si può: oltre all’onnipresente Maria Elena Boschi, prenderanno la parola Andrea Guerra, anche lui fino a pochi mesi fa a Palazzo Chigi, e Yoram Gutgeld, che per conto di Renzi dovrebbe occuparsi di spending review. Il dibattito sarà moderato da Monica Maggioni, presidente della Rai e una delle poche habituée ammesse”. Non ci sarà, invece, Federica Guidi, l’ex ministro dello Sviluppo Economico. La Guidi si era auto-sospesa dalla commissione una volta entrata nel governo. La Trilateral non si riuniva in Italia dal 1983, quando venne a festeggiare i 10 anni dalla fondazione. Nei report dell’epoca si legge: “La Conferenza è stata risaltata da un incontro con il Presidente Sandro Pertini al Quirinale a da una cena a Palazzo Barberini, organizzata da Giovanni Agnelli, in onore del Primo Ministro Amintore Fanfani”. Esattamente come all’apoca gli accreditati furono poi ricevuti da Giovanni Paolo II, stavolta sarà invece Bergoglio a ricevere in udienza privata i potenti della Terra.
Roberto Derta

Confessioni di un Sicario sui Panama Papers


Le Carte di Panama non dovrebbero essere una sorpresa. Io ero lì nel 1970, quando fu messo in moto il sistema ora rivelato. Come Sicario dell’Economia (SE), ho contribuito a forgiare questa economia globale che si basa su crimini legalizzati. Si tratta di un sistema in cui 62 persone possiedono tanta ricchezza quanta la metà della popolazione mondiale, e una manciata di super-ricchi controlla governi in tutto il mondo. Le grandi multinazionali beneficiano di infrastrutture e servizi sociali senza pagare il conto. Il cittadino medio statunitense li paga con le tasse sui suoi sudati introiti, mentre i più ricchi e le loro imprese nascondono i loro redditi in paradisi fiscali come Panama.

Le origini di Panama come scudo fiscale risalgono al 1903, quando il presidente Theodore Roosevelt fomentò una ribellione per strappare Panama alla Colombia in modo che gli USA potessero costruire il Canale di Panama. J.P. Morgan e la sua banca divennero l’agente fiscale ufficiale del nuovo paese. Presto Panama approvò leggi che permisero alla Standard Oil Company di John D. Rockefeller di registrare le sue navi lì, evitando le tasse e i regolamenti degli Stati Uniti – così sono nati i paradisi fiscali panamensi.

Io fui inviato a Panama per convincere l’allora capo di stato Omar Torrijos a smetterla di insistere che gli Stati Uniti restituissero la proprietà del canale a Panama, e per ammorbidire il suo sostegno ai movimenti nazionalisti dell’America Latina. Torrijos non cedette sul canale, ma lasciò che il suo paese diventasse un paradiso fiscale per le multinazionali. Mi disse: “Se il vostro paese è determinato a sfruttare il mio, il minimo che posso fare è aiutare le multinazionali a non pagare le tasse che supportano la CIA e il Pentagono!”

Torrijos morì nel 1981 in un incidente aereo che molti credono sia stato orchestrato dalla CIA. Da allora, le amministrazioni panamensi sono state un pupazzo degli interessi commerciali USA, e il paese è uno scudo fiscale per i super ricchi. Nel corso degli ultimi 12 anni, il sistema che ha contribuito a crearlo si è diffuso dai paesi in via di sviluppo agli Stati Uniti, all’Europa e al resto del mondo. Il risultato è un’economia globale fallita: due miliardi e mezzo di persone vivono al di sotto della soglia di povertà, con meno di 2 dollari al giorno. Sette persone su 10 vivono in paesi con diseguaglianze peggiori rispetto a 30 anni fa. Meno del 5% della popolazione mondiale vive negli Stati Uniti, ma consuma il 25% delle risorse del pianeta. Meno dell’1% di quel 5% detta non solo le politiche statunitensi, ma anche quelle di massima parte degli altri paesi. E’ un sistema economico basato sul debito, sulla paura, sulla militarizzazione e sull’estrazione delle risorse per sostenersi, consumandosi fino all’estinzione.

Qui c’è una lezione. In questo anno di elezioni, dobbiamo capire che il prossimo presidente degli Stati Uniti ha poteri molto limitati. I veri poteri stanno nelle grandi multinazionali e nelle persone che le gestiscono. Quando i miliardari sono in grado di far approvare leggi come l’accordo di promozione commerciale Stati Uniti-Panama del 2012 e il NAFTA, dando più potere alle loro imprese che alle nazioni sovrane, è il momento di cambiare. Dobbiamo creare un’economia dedita a ripulire l’inquinamento, a sviluppare nuove tecnologie che riciclino i rifiuti e risparmino il pianeta, a creare sistemi che allevino la disperazione, la povertà, la fame, e le cause della violenza e del terrorismo. Questo sistema deve includere una tassazione equa: chi beneficia delle infrastrutture deve contribuire a pagarle.

Le rivelazioni delle Carte di Panama sono un altro atto d’accusa di un sistema fallito che conosco fin troppo bene. Molto probabilmente queste ultime rivelazioni saranno la proverbiale goccia che fa traboccare il vaso e ci aiuta a capire che abbiamo la responsabilità, verso noi stessi e le future generazioni, di invertire questo corso terribilmente distruttivo.

Può essere invertito? Guardate il Vermont. In uno stato con meno dello 0,2% della popolazione degli Stati Uniti, un piccolo gruppo di attivisti e blogger ha messo sotto pressione con successo alcuni dei più grandi produttori di cibo del paese – Kellogg, General Mills, Campbell Soup, Mars, e ConAgri – perché cambino le loro politiche e si impegnino a etichettare gli OGM. Davide può sconfiggere Golia.

Molti vorranno concentrarsi sugli “arcinemici” rivelati dalle Carte di Panama, come Putin, e sulle celebrità e gli atleti strapagati. Cerchiamo di non farci distrarre. Cerchiamo invece di concentrarci sui super ricchi – quelli che finanziano le campagne politiche di chi sostiene i loro interessi, che promettono lauti ingaggi di consulenza quando quei politici perdono il loro mandato, e nascondono le loro fortune in paradisi fiscali come Panama.

Le Carte di Panama sono un monito: non si può chiudere un occhio sui crimini legalizzati. Che la gente del Vermont incoraggi tutti noi a passare all’azione.

Per concessione di ProMosaik

LA GERMANIA METTE IN CIRCOLAZIONE LA MONETA DA 5 EURO, PERCHE’ L’ITALIA NON LA CARTAMONETA DA 1 E 2 EURO?


Volete capire il valore della moneta?
Semplice: prendete la Germania che conia delle monete da 5€ e per CONVENZIONE valgono SOLO entro i confini tedeschi.

Ora se non siete stupidi (non serve nemmeno essere economisti) potete capire che da domani se tutti ci mettessimo d’accordo, per CONVENZIONE potremmo decidere di far valere i sassi al posto delle monete e cacciare a calci nel sedere il debito insieme alle banche.

Vi proponiamo di seguito l’articolo di Scenari Economici scritto da Antonio M. Rinaldi

E’ notizia che la Germania sta emettendo monete bi-metalliche da 5 euro di valore facciale. Di per se la cosa non sarebbe più di tanto interessante se non che per la prima volta, oltre che ad una emissione riservata esclusivamente ai collezionisti, le monete potranno liberamente circolare anche a corso legale almeno sul solo territorio nazionale tedesco.

Infatti sin dall’inizio dell’introduzione dell’euro tutti gli stati membri si sono sbizzarriti ad emettere coni di monete riservate ai collezionisti con valori nominali anche stravaganti in occasione di eventi o anniversari: 1,5, 3, 5, 10, 20,25, 50, 100 euro, utilizzando anche materiali pregiati come argento ed oro e in versione proof (fondo specchio). Ma questa volta la vera novità è che la Germania è la prima ed unica nazione eurodotata che conierà una moneta metallica da 5 euro liberamente circolabile a corso legale.

Infatti oltre ad una limitata serie riservata ai collezionisti (tiratura 250.000 pezzi) con finitura fondo specchio acquistabile a 15,50 euro cadauna, la Banca Centrale tedesca (BUBA) metterà in circolazione 2,5 ml. di pezzi da 5 euro normalmente spendibili come qualsiasi altro taglio di moneta dell’euro, con il solo limite di poter essere utilizzata esclusivamente nel territorio nazionale in quanto, gli accordi di circolazione monetaria fra i paesi euro, non prevedono anche questo valore fra le monete in circolazione comunitaria.

la novità inoltre è che la Germania percepirà tutto il signoraggio sull’emissione di questa moneta in quanto gli accordi prevedono che sulle banconote cartacee sia esclusivamente la Banca Centrale Europea ad incassarlo mentre gli Stati sulle monete metalliche. A questo punto ritorna in mente come ad iniziare dal 1966 e fino al 1979 il Tesoro italiano, per sopperire alla carenza di banconote da 500 lire non stampate più dalla Banca d’Italia, provvedette all’emissione di Biglietti di Stato con l’indicazione di Repubblica Italiana e non dell’Istituto di emissione e firmate dal Direttore Generale del Tesoro e non dal Governatore della Banca d’Italia. Praticamente si emisero biglietti di Stato a corso legale senza creare debito e ne furono messe in circolazione per un importo totale di circa 500 Mld di lire.

Se ne occuparono Saragat, Leone e Moro…

Ora sulla scia dell’iniziativa dei nostri cari amici tedeschi a cui è permesso tutto, perché non emettiamo anche noi biglietti a corso legale da 1 e 2 euro e magari anche monete bi-metalliche da 5 euro come i tedeschi (sicuramente molto più belle del solito pollo ad ali aperte!)?

Oppure Mattarella, Renzi e Padoan hanno paura di fare la stessa fine dei loro predecessori?

Antonio M. Rinaldi

14 aprile 2016

Pd: indagato anche il sottosegretario alla Salute De Filippo


Potenza, 13 apr – Il sottosegretario alla Salute ed ex governatore della Basilicata, Vito De Filippo, è indagato perinduzione indebita nell’ambito dell‘inchiesta della procura di Potenza sulle lobby del petrolio. Dopo le dimissioni del Ministro per lo Sviluppo Federica Guidi, l’inchiesta fa ora tremare un altro dicastero.
Il sottosegretario sarebbe indagato nel filone “Tempa Rossa“, il Centro Oli della Total a Corleto Perticara in provincia di Potenza, per i suoi rapporti con l’ex sindaco del paese, sempre del Pd, Rosaria Vicino, che si trova ai domiciliari dallo scorso 31 marzo. Insieme a De Filippo risulta indagata anche la segretaria Mariachiara Montemurro, consigliere del Pd in un altro comune del potentino.

Secondo gli inquirenti la Montemurro, durante le elezioni amministrative del 2014, avrebbe beneficiato dell’appoggio di Rosaria Vicino grazie ad un patto fra quest’ultima e De Filippo. Il sostegno infatti sarebbe stato vincolato alla ricerca di un posto di lavoro per il figlio della Vicino, che l’ex governatore avrebbe poi fatto assumere da un’azienda dell’indotto di Eni. Uno scambio di favori che emergerebbe chiaramente dalle intercettazioni: “Le mie amicizie le sto catapultando tutte sopra a questa ragazza qua – dice l’ex sindaco in un’intercettazione con la moglie di De Filippo – lo faccio per te e tuo marito, che io non conosco manco a Mariachiara”.

De Filippo ritorna quindi al centro della cronaca, dopo che nel 2015 era stato condannato dalla Corte dei Conti di Potenza a risarcire circa tremila euro alla Regione, per i danni causati dall’uso indebito di fondi per spese di rappresentanza. Il sottosegretario per ora non ha rilasciato dichiarazioni mentre il governo, incalzato dai cinque stelle, ha confermato la sua fiducia a De Filippo per bocca di Maria Elena Boschi.

Ettore Maltempo

Abolito di fatto il limite del “quinto” pignorabile: pensioni integralmente aggredibili


Il pignoramento presso terzi della pensione può essere effettuato ormai integralmente, con estrema facilità, e non più nei limiti di un quinto, per come previsto invece dalla legge.

Ad oggi, ancora, il Parlamento nulla ha fatto per ovviare a un buco normativo che, di fatto, ha reso pignorabile tutta la pensione. Nonostante l’allarme lanciato da “La Legge per Tutti” a quasi un anno di distanza, l’assegno versato mensilmente dall’ente di previdenza, poiché ormai obbligatoriamente versato in banca, resta completamente aggregabile da Equitalia. Di conseguenza, la norma che prevede il limiti di “un quinto” della pignorabilità è, nei fatti, completamente elusa dallo stesso Stato.

Ma vediamo meglio di cosa si tratta, facendo un passo indietro.

Dopo l’approvazione del decreto legge “Salva Italia” [1], i pensionati che subiscono un pignoramento della pensione (cosiddetto pignoramento presso terzi) rischiano di perdere tutta la rata mensile e non più solo un quinto come invece previsto dal codice di procedura civile [2]. Lo stesso pericolo riguarda i lavoratori dipendenti con il salario mensile.

Si tratta di un modo ormai di fatto legalizzato per superare il limite del “quinto pignorabile” imposto invece dal codice di procedura civile [3] e che, ad oggi, nonostante l’allarme da noi lanciato all’alba della nuova normativa (leggi l’articolo: “Pignoramento della pensione di anzianità sul conto corrente obbligatorio: storture del nuovo sistema”), non ha trovato ancora un correttivo nella legge.

L’obbligo del conto corrente

Come noto, la recente riforma emanata dal Governo nello scorso mese di dicembre 2012 [1] ha imposto all’Inps di versare le pensioni superiori a mille euro non più tramite le Poste (nelle mani del pensionato), ma in un conto corrente bancario o postale o anche su un libretto di risparmio (conseguenza dell’obbligo di tracciabilità dei pagamenti superiori a mille euro). Dunque, in tali casi, i pensionati sono obbligati ad aprire un conto corrente dove l’Inps fa automaticamente confluire le somme dovute mensilmente.

I riflessi sul pignoramento presso terzi

Tale previsione sovverte tutta la disciplina dei pignoramenti presso terzi. È noto, infatti, che la legge consente al creditore la possibilità di pignorare la pensione (o i redditi di lavoro subordinato) nella misura massima di 1/5: ma tale limite opera solo se il pignoramento viene effettuato alla fonte, cioè direttamente a chi deve erogare l’emolumento e procedere all’accantonamento delle quote pignorate (l’Ente di Previdenza o il datore di lavoro).

Invece, se il pignoramento viene effettuato in un momento successivo (anche un giorno dopo), presso la banca dove il pensionato o il lavoratore deposita le somme, tale limite non opera più e il creditore può pignorare tutti i risparmi che vi trova. Quindi, una volta che il denaro si è “confuso” (anche quando il conto contiene solo redditi dello stesso tipo, come solo la pensione o solo lo stipendio) è possibile pignorare non più solo il quinto, ma il 100% della pensione o del salario.

Differenze rispetto al precedente sistema

Questo era già possibile prima del decreto “Salva Italia”; ma se prima il pensionato poteva esigere i pagamenti a mano (alla Posta), oggi invece, con l’obbligo di versamento in conto, nessuno si può più sottrarre al rischio di un pignoramento integrale della pensione.

Il creditore infatti potrà, anziché notificare il pignoramento all’INPS, e accontentarsi di un quinto della mensilità, attendere pochi giorni che l’emolumento venga accreditato in banca e lì aggredirlo integralmente (e, se fortunato, prendere anche le precedenti mensilità, se non ancora prelevate).

Del resto, il pensionato non ha scelta: se non apre il conto corrente, l’Inps trattiene le somme dovute.

Non si discute sul fatto che i debiti vadano pagati, ma il discorso è un altro: se per garantire il minimo sostentamento del pensionato o del lavoratore, la legge prevede una misura massima per il pignoramento, non ha poi senso rendere questa stessa norma così facilmente aggirabile.

La previsione quindi del limite del quinto, a tutela della dignità dell’uomo, rischia di essere completamente svilita e superata per causa di una riforma che, invece, mirava solo a finalità fiscali (la tracciabilità dei pagamenti). Insomma, come al solito, per riparare ai problemi dell’evasione fiscale, a rimetterci è sempre il cittadino più povero.

13 aprile 2016

Petrolio italiano: una lunga, sporca storia d’affari, omicidi, subalternità


In Italia la commistione tra politica e petrolioè sempre stata nefasta e ha avuto spesso effetti dirompenti. Non a caso Pierpaolo Pasolini ha intitolato “Petrolio” il suo romanzo più emblematico, incentrato sulla degenerazione etica e morale della società italiana. C’era il petrolio, ad esempio, dietro al delitto Matteotti. Come ha accertato la storiografia più recente, dopo il famoso discorso del 30 maggio 1924 Giacomo Matteotti aveva intenzione di rivelare in Parlamento un clamoroso episodio di malaffare legato alle concessioni petrolifere ottenute dalla società americana Sinclair Oil corrompendo molti importanti personaggi legati alla politica, secondo alcuni fino all’entourage di Mussolini, e alle istituzioni del Regno, forse, addirittura, Casa Savoia. La Sinclair Oil (che agiva per conto della potente Standard Oil dei Rockefeller) distribuendo corpose mazzette aveva ottenuto il monopolio della commercializzazione in Italia dei prodotti petroliferi, la concessione esclusiva per lo sfruttamento di tutti i giacimenti presenti sul territorio nazionale ed una serie di incredibili agevolazioni fiscali.

ENRICO MATTEI, MISTERO MAI CHIARITO

La cosa non era andata giù agli inglesi della Anglo-Iranian Oil Company (l’odierna BP), a loro volta ingolositi dal promettente mercato italiano, che avevano messo insieme un dossier esplosivo giunto poi a Matteotti, probabilmente attraverso il Labour Party allora al potere in Inghilterra. Il rapimento, forse pianificato come semplice atto di intimidazione poi degenerato nell’omicidio, avrebbe avuto lo scopo di impedire al deputato socialista di rivelare il contenuto del dossier, che Matteotti pare avesse con sè il giorno del delitto e che sparì. La convenzione verrà poi annullata nel novembre del 1924, ma la vicenda, come si sa, ebbe effetti sconvolgenti per l’Italia sia sul piano storico che politico. Odora di petrolio e politica, nel bene e nel male, anche la storia di Enrico Mattei al quale l’Italia deve l’approvvigionamento energetico e la prima società industriale del paese, ma che tra partiti-taxi, giornali metaniferi, favori politici e mazzette di tutti i colori fu uno dei più spregiudicati protagonisti del sistema politico-affaristico italiano. Ovviamente è lì, tra petrolio, mafia, affari e guerre di potere che si deve cercare la causa della sua tragica morte, uno dei tanti misteri mai chiariti del dopoguerra italiano.
PETROLIO E POLITICA, UN LUNGO FILO ROSSO

L’odore di petrolio diventa poi puzza insopportabile quando si tratta degli scandali che periodicamente investono petrolio e petrolieri, con un copione che si ripete quasi sempre uguale e con gli stessi protagonisti: commistioni indecenti tra classe politica e affari, connivenze di alti funzionari e autorità preposte al controllo, faccendieri, portaborse e personaggi equivoci che rimestano nel fango. Memorabile lo scandalo dei petroli degli anni ’70, un gigantesco giro di contrabbando ed evasione fiscale, valutato in 2.000 miliardi dell’epoca, che si stima abbia coinvolto ben un quinto dei consumi petroliferi del paese, completamente sottratti al fisco. Al centro dei fatti un gruppo di petrolieri truffatori e senza scrupoli e i vertici della Guardia di Finanza: il Comandante Generale Raffaele Giudice e il Capo di Stato Maggiore Donato Lo Prete (entrambi iscritti alla loggia P2 di Licio Gelli) assecondati da una pletora di ufficiali conniventi. Quello che potrebbe sembrare inverosimile anche nella trama di un B Movie di terz’ordine, nell’Italia della prima Repubblica era invece realtà: i capi delle guardie erano anche i capi dei ladri. Naturalmente i generali felloni non erano arrivati lì per caso: venivano nominati appositamente, scavalcando ufficiali leali e meritevoli, da politici anche di altissimo livello (DC, PSI e PSDI) collusi e conniventi che poi riscuotevano abbondantemente la loro parte del bottino. E’ in questa “gloriosa” tradizione che si inserisce il caso Tempa Rossa, la nuova saga dell’Italia petrolifera balzata in questi ultimi giorni all’attenzione delle cronache. La vicenda si presenta come un tipico episodio di vecchio malcostume italico e, nello stesso tempo, come un caso emblematico della superficialità e del dilettantismo che caratterizzano l’azione politica di Renzi e dei suoi amichetti accampati a Palazzo Chigi. Per quanto grave, non è l’aspetto giudiziario della vicenda a colpire l’attenzione. Da questo punto di vista la giustizia sta facendo il suo corso, come in altri casi simili: sono appena arrivate nove condanne, da 2 a 7 anni, a carico di dirigenti della Total (che gestisce il sito petrolifero), amministratori locali ed imprenditori per corruzione e turbativa d’asta. Fin qui niente di particolare; sono fatti del 2008 ed il procedimento pare inevitabilmente destinato alla prescrizione; come in tanti altri casi alla fine la galera non ci sarà per nessuno. Altri procedimenti sono stati aperti per gli ultimi fatti, dagli episodi di corruzione ai disastri ambientali, e anche qui si vedrà quale sarà il corso della giustizia.

L’INCONSISTENZA DELLA POLITICA DI RENZI

Gli aspetti più interessanti, però, riguardano il lato politico e quello dell’interesse pubblico: è da qui che emerge in modo tragicamente evidente l’inconsistenza e la nullità dell’azione politica renziana. Sul piano politico troviamo un presidente del consiglio che, strombazzando la propria novità e la discontinuità col passato e con i deprecati metodi della”vecchia politica” al momento della formazione del governo, si ritrova in realtà ostaggio di lobby industriali e gruppi di interesse che gli impongono un loro terminale, Federica Guidi, in un ministero chiave come il MISE. Imprenditore dell’energia, ben introdotta nelle cordate di Confindustria, del tutto inadeguata al ruolo (non certo l’unica nel Governo Renzi), la Guidi viene piazzata proprio al ministero dal quale dovrebbe dipendere la politica industriale del paese e che distribuisce a pioggia al mondo industriale soldi e utili provvedimenti di legge. Inevitabile, prima o poi, il conflitto di interessi, arrivato puntualmente e nel modo peggiore con il classico provvedimento normativo scritto sotto dettatura, planato in un decreto legge del governo blindato col voto di fiducia e approvato senza tante storie. Con l’ulteriore aggravante che la norma incriminata permette al compagno del ministro, pare all’insaputa del resto del governo, di aggiudicarsi lucrosi appalti in segno di gratitudine. Le inevitabili dimissioni non possono certo cancellare gli effetti di questo bel pasticcio all’italiana.
NON ROTTAMARE, MA RICICLARE

Più che una politica nuova e moderna sembra una vecchia storia di democristiani o socialisti della prima repubblica. Evidentemente il boy scout fiorentino invece di rottamare in questo caso si è messo a riciclare. Se poi guardiamo la situazione dal punto di vista dell’interesse pubblico la questione è ancora più assurda. Il giacimento Tempa Rossa, il più grande dell’Europa continentale, è stato affidato in concessione ai francesi di Total in società con gli Inglesi di Shell (Francesi e Inglesi, lo stesso connubio che ci sta facendo le scarpe sul petrolio libico). I fiancheggiatori delle lobby petrolifere ripetono dappertutto e fino alla noia che un paese come il nostro, dipendente dall’energia importata dall’estero, è obbligato a sfruttare le risorse del proprio suolo che garantirebbero, pare, il 10% del fabbisogno nazionale. Giustissimo, peccato però che le cose non stiano affatto così. Il petrolio della Basilicata, a differenza del gas della Valle Padana estratto dall’ENI di Mattei che contribuì ad alimentare il boom economico degli anni sessanta, è destinato ad essere esportato. Il petrolio che consumiamo noi arriva dall’Azerbaijan o dal Kazakhstan, attualmente i nostri principali fornitori, non dalla Basilicata. Il famoso decreto legge difeso a spada tratta da Renzi in nome di un decisionismo sempre più ottuso e superficiale serve infatti a permettere la costruzione di un oleodotto (a beneficio della Total) che porterà il petrolio a Taranto, dove verrà stoccato (in strutture autorizzate dal decreto medesimo) e da dove le petroliere della Total lo porteranno all’estero ai consumatori finali (previo ampliamento del porto, sempre a beneficio della compagnia francese e sempre autorizzato dal solito decreto). In Italia, oltre ai problemi, rimarranno solo le royalties più basse d’Europa, pari solo al 10% per il gas e al 7% per il petrolio con una franchigia annua di 20 mila tonnellate per il petrolio estratto in terraferma, 50 mila tonnellate estratte in mare, 25 milioni di metri cubi di gas estratti a terra e 80 milioni di metri cubi in mare.
LA BASILICATA USATA COME UNA COLONIA

Così nel 2015 su un totale di 26 concessioni attive solo 5 per il gas e 4 per il petrolio hanno pagato royalties. Tutte le altre sono rimaste sotto i limiti della franchigia e quindi non hanno versato niente a Stato, Regioni e Comuni. Un trattamento molto favorevole a cui si aggiungono la deducibilità fiscale delle royalties e incentivi e finanziamenti vari erogati da MISE, CDP ed altri enti pubblici. Un regime fiscale estremamente conveniente per le società petrolifere, soprattutto se paragonato alle ben diverse condizioni della Danimarca, dove non ci sono royalties ma esiste un prelievo fiscale specifico per le attività di esplorazione e produzione che arriva al 77% o della Gran Bretagna, dove l’imposizione può arrivare fino all’82%, o della Norvegia con aliquote al 78% a cui si aggiungono i canoni di concessione. La Basilicata viene utilizzata dai petrolieri stranieri come una colonia del terzo mondo:mle sue risorse naturali vengono sfruttate senza troppi scrupoli (come dimostrano le inchieste in corso) e svendute in cambio di royalties inadeguate, mentre i profitti, con il grazioso contributo dello stato italiano, andranno all’estero insieme al petrolio. Qui resteranno solo pesantissimi problemi ambientali, inquinamento, problemi di salute per i cittadini coinvolti e intere zone sconvolte. In fondo la logica è quella di sempre: costi pubblici e profitti privati, paga sempre Pantalone. Un dettaglio che nella frenesia di decidere e sbloccare a qualunque costo, non importa cosa e perché, deve essere sfuggito. O forse no.

Il video del pagamento del riscatto di Greta e Vanessa fa saltare i vertici dei Servizi


L’Italia ha pagato il riscatto perle “cooperanti” rapite in Siria, Greta e Vanessa; ormai sembra assodato, e all’Aise(Agenzia informazioni e sicurezza esterna) saltano i dirigenti.

Un vero e proprio terremoto quello che ha colpito i nostri Servizi Segreti, secondo quanto riportato da “Libero”, che ha coinvolto 86 agenti tra dirigenti, capi settore e responsabili di zona in queste ultime due settimane. A scatenare questa epurazione è la pubblicazione di un video di al-Jazeera lo scorso ottobre dove veniva affermato che l’Italia avrebbe pagato il riscatto di 11 milioni dollari per la liberazione dei Greta Ramelli e Vanessa Marzullo ed in particolare viene mostrata una fotografia dei soldi che sarebbero poi stati consegnati a rappresentanti del gruppo terroristico Jabhat al-Nusra che deteneva le due ragazze.

Secondo il quotidiano l’operazione avrebbe avuto il nulla osta di Renzi e soprattutto delsottosegretario alla presidenza del Consiglio Marco Minniti, che ha per delega la vigilanza sugli 007 nazionali. Ma non c’è solo il caso di Greta e Vanessa, sempre dal video inchiesta di al-Jazeera apprendiamo che la pratica del pagamento dei riscatti da parte dello Stato sia pratica abbastanza comune: viene infatti citato il caso del rapimento dello skipper Bruno Pellizzari e della sua fidanzata da parte di pirati somali per il rilascio del quale sarebbe stati pagati più di 500 mila dollari. Proprio la foto degli 11 milioni di dollari, che doveva restare segreta ça va sans dire, ha innescato il tardivo, forse per non destare sospetti, avvicendemento del personale dei Servizi, trattandosi di uno scatto evidentemente genuino.

Le reali responsabilità sarebbero ancora da definire, dato che quel settore dell’Aise era diretto da Nicola Boeri, a cui è succeduto nell’aprile del 2014 l’attuale direttore Manenti; come riporta Bechis nel suo articolo “con la nuova guida dell’Aise la funzione di Boeri era stata in qualche modo duplicata con la scelta di riportare quel settore a un uomo del nuovo capo del servizio, Giuseppe Bruni”, quest’ultimo poi vittima di pensionamento anticipato.

Non solo. Oltre alla questione del riscatto sembra che il dirigente dell’area siriana abbia pagato anche per averaddestrato miliziani in due campi uno al confine con la Giordania e l’altro al confine con la Turchia, operazione voluta direttamente dal Governo Monti. I nostri agenti dall’inizio del 2013 avrebbero fornito informazioni e addestramento ai ribelli anti Assad in campi di addestramento che erano ben noti alle altre agenzie di intelligence, soprattutto turche e giordane. Come da copione l’operazione finì nel peggiore dei modi possibili, con i guerriglieri entrati successivamente a far parte delle milizie del terrorismo islamico, in particolare dell’Isis e di al-Nusra.

Il video inchiesta di al-Jazeera

Soldi in cambio di voti a primarie Pd a Napoli (VIDEO)


Napoli, 8 mar – “Se ci sono stati illeciti, anche non penalmente rilevanti ma discutibili, nel merito della regolarità dello svolgimento del singolo caso, è giusto che si prendano provvedimenti per quel singolo caso. Quel caso non mi sembra infici l’esito delle primarie che si sono svolte in larghissima parte in modo impeccabile anche rispetto alle precedenti primarie”. Ormai non c’è più limite alla vergogna, non basta nemmeno un video piuttosto esplicito dove si vede la compravendita di voti in più seggi: per il presidente del Pd Matteo Orfini, le primarie per scegliere il candidato sindaco di Napoli si sono svolte in “maniera impeccabile”. Un altro brutto capitolo di questa farsa chiamata “primarie” è stato scritto, con i voti a favore del candidato Valente venduti per 10 euro da dirigenti del Partito Democratico che stazionavano fuori ai seggi.

Il candidato perdente Bassolino ora fa l’anima candida, si dice “disgustato” e giudica questo “mercimonio una ferita profonda per tutti quelli che hanno creduto nelle primarie come libera partecipazione democratica”. Forse le parole dell’ex sindaco di Napoli sono ancora più sfacciate di quelle di Orfini, visti i trascorsi. Dopo le file di rom e cinesi a scegliere i candidati alle primarie Pd di Roma e Milano, adesso la spudorata compravendita di voti alle primarie di Napoli. Democrazia, bellezza.

Serra finanzia Renzi e poi gli chiede la legge. “Strane Coincidenze”

Gli italiani non riescono più a pagare il mutuo e le case vanno all’asta. Ma tutto ciò per la finanza è un affare d’oro, con rendimenti a doppia cifra. Manuele Bonaccorsi ci spiega l’ultimo business del fondo Algebris, guidato dall’amico e finanziatore di Matteo Renzi, Davide Serra. Un anno fa Serra propone di fare una legge per velocizzare la messa all’asta delle case e la strana coincidenza è che la legge è stata fatta e proposta con il decreto 256 dal suo caro amichetto.

Davide Serra, amico di Renzi, investe 500 milioni di Euro per comprarsi le case pignorate agli italiani perche non riescono più a pagare il mutuo, comprandole al 20% rivendedole al 100% sul mercato.
Ecco il servizio che parla di questa vicenda ancor prima che si parlasse del decreto 256:

SIGNORAGGIO: FRASE BOMBA DEL CAPO ECONOMISTA BCE MA REPUBBLICA LA CENSURA. ECCOLA


Una frase-bomba del capo economista Bce, tagliata da Repubblica, assegnava il signoraggio monetario ai cittadini invece che allo Stato

di Tino Oldani 

Il sito della Banca centrale europea dedica una sezione alle interviste rilasciate dai suoi maggiori esponenti, ripubblicandole in inglese, con l’indicazione dei giorni in cui l’intervista è stata rilasciata e della pubblicazione. Apprendiamo così che l’intervista di Repubblica a Peter Praet, capo economista della Bce, è stata fatta il 15 marzo e pubblicata il 18 marzo. È evidente che, nei tre giorni intercorsi, il testo è stato controllato e autorizzato da Praet. Fin qui, nulla di strano: le affermazioni ufficiali di un dirigente di primo piano della Bce, istituzione che guida la politica monetaria europea, assumono per forza di cose un rilievo a livello mondiale, e una parola o un aggettivo fuori posto possono avere sui mercati ripercussioni diverse da quelle previste. Si dà però il caso che l’intervista a Praet pubblicata sul sito della Bce contenga una frase che su Repubblica, stranamente, non c’era, privando così i lettori di un concetto non proprio secondario sulla helicopter money (il denaro distribuito direttamente alle persone da una banca centrale). [Continua a leggere su italiaoggi.it, sito di Milano Finanza]

La sovranità monetaria è un diritto di tutti i cittadini.

- Di Fabio Conditi -

L’intervista a Peter Praet, membro del Comitato esecutivo della BCE, rilasciata a Ferdinando Giugliano e Tonia Mastrobuoni il 15 marzo 2016 e pubblicata “ridotta” il 18 marzo 2016 dal quotidiano “La Repubblica”, contiene una affermazione straordinaria sul Quantitative Easing fo the People e sul signoraggio monetario.


Vediamo subito la domanda e risposta pubblicata sul sito della BCE (questa la versione integrale in inglesehttp://www.ecb.europa.eu/press/inter/date/2016/html/sp160318.en.html ) :

Ma in linea di principio la BCE potrebbe stampare assegni e inviarli alla gente?

Sì, tutte le banche centrali possono farlo. È possibile emettere moneta e distribuirla alle persone. Questo è “Helicopter Money” (ndr letteralmente Denaro dall’elicottero). L’Helicopter Money darebbe alla gente una parte del valore attuale netto del signoraggio futuro, il profitto che si realizza sulle future banconote. La domanda è, se e quando è opportuno fare ricorso a tale tipo di strumento che è in realtà una sorta di strumento estremo. Ci sono altre cose che si possono fare in teoria. Ci sono molti esempi in letteratura. Così, quando diciamo che non abbiamo raggiunto il limite nella casetta degli attrezzi, penso che sia vero.

Tralasciamo il fatto che l’intervista riportata nel quotidiano La Repubblica è stata “ridotta” opportunamente o maldestramente (la trovate QUI), concellando proprio la frase sul signoraggio, dimostrando ancora una volta che molti giornalisti o sono incompetenti o sono in malafede, ma in entrambi i casi non fanno informazione corretta.

[Continua a leggere su scenarieconomici.it]

Tratto da: Lo Sai

IN ARRIVO UNA STANGATA FISCALE DA 71 MILIARDI


Altro che taglio delle tasse: da qui al 2019 attendiamoci una nuova spremuta da 71 miliardi. Ad affermarlo l’ufficio studi di Unimpresa (l’associazione di ispirazione cattolica raggruppa molte micro-imprese e qualcuna anche un po’ più grande). Arriva a questa conclusione dopo aver esaminato i dati comparsi nel Dpef, il documento di politica economica presentato dal governo la scorsa settimana. Complessivamente il gettito supererà quota 855 miliardi rispetto ai 784 del 2015.

L’arrivo della stangata non coglie di sorpresa visto che non ci sono tagli di spesa né ripresa economica (oggi l’Istat ha comunicato una discesa della produzione industriale dello 0,6% dopo il recupero dell’,12% di gennaio). D’altronde che il taglio delle tasse fosse solo un trucco di marketing elettorale è risultato chiarissimo proprio dalla lettura del Dpef. Parlando dell’azione del nuovo governo Padoan dice: «Tra gli interventi più rilevanti vi è l’azzeramento del Fondo per la riduzione della pressione fiscale, alimentato dai risparmi accertati a consuntivo e derivanti dai processi di razionalizzazione e contenimento della spesa pubblica da parte delle Amministrazioni centrali». Fuori dal burocratese che cosa ha tagliato il governo? Sostanzialmente capitolo che sarebbe servito a diminuire l’Irpef degli italiani. E infatti l’Irpef non è diminuita di un centesimo. Di questo passo non scenderà mai rendendo la crisi sempre più crudele. Le imposte dirette cresceranno di 11,8 miliardi (+4,9%) e le indirette di 33,3 miliardi (+13,39%). I numeri assoluti fanno ancora più impressione: «Le entrate tributarie passeranno da 492,7 miliardi (2015) a 537,7 miliardi (2019). La pressione fiscale resterà invariata intorno al 43% a condizione che il Pil cresca alla velocità attesa (1,2% quest’anno e 1,4% il prossimo).

Naturalmente il governo e i giornali che ben accompagnano il corteo daranno una lettura molto diversa. Ma la realtà è questa: per colpa dell’euro passeremo di stangata in stangata finchè l’economia non crollerà.

Il candidato avversario è disabile, il Pd lo insulta: “Ma è uno storpio”


Guido Alessandro Gozzi, dirigente Pd torinese, attacca il candidato di una lista civica di Savona che si trova in sedia a rotelle.

Polemiche a Savona per un commento offensivo di un dirigente del Pd. La lista civica “Noi per Savona” ha pubblicato su Facebook una foto con i suoi candidati per le prossime amministrative cittadine e un dirigente torinese del Pd, Guido Alessandro Gozzi, riferendosi a un candidato in sedia a rotelle, ha scritto: “Ma è uno storpio”.

Tale Guido Alessandro Gozzi è: “responsabile Relazioni Istituzionali Piemonte, Liguria e Val D’Aosta presso Federsanità Anci e lavora presso Presidente presso Torino Per il Si – Comitato referendario e Segreteria Provinciale presso Partito Democratico Torino”, si legge sul suo profilo Facebook. Daniela Pongiglione, candidato sindaco del gruppo Noi per Savona, ha stigmatizzato: “l’intervento ignobile del dirigente del Pd torinese, – si legge su La Stampache riporta la notizia – esemplare di una mentalità meschina, che non sa rispettare neppure i diritti fondamentali delle persone. Su argomenti di tale gravità riteniamo che non sia consentita alcuna ironia”.

Laura Coccia, deputata dem disabile, su Facebook ha commentato: “Io sono deputata e pure “storpia”, come la mettiamo??? Non capisco come si riesca nel XXI sec a concepire un pensiero simile… I pregiudizi non hanno colore politico ma mi auguro che il mio partito prenda provvedimenti”. Anche la deputata Pd genovese, Anna Giacobbe, ha subito preso le distanze da una simile affermazione: “Era un po’ che non leggevo una sciocchezza così, detta da uno che, a quanto pare, ha un ruolo pubblico. Quindi, colpevole. Il senso comune ha fatto passi avanti, negli anni: nonostante la barbarie che torna, non solo sui social, il rispetto per i disabili, anche nel linguaggio, è cresciuto. Questo signore, che non conosco, credeva di fare lo spiritoso?”.

Fonte: Il Giornale

“Totò Riina ha incontrato ministri e generali”: il pentito Galliano fa i nomi al Processo sulla Trattativa


Il processo sulla Trattativa Stato-Mafia, cui i media stanno dando un centesimo dello spazio riservato a Yara&Co., regala ogni giorno sorprese clamorose. Come le dichiarazioni del pentito Antonio Galliano, che intervistato dal Pm Nino Di Matteo ha rivelato i nomi di ministri e generali presenti ai summit con Totò Riina.

Partiamo dalle dichiarazioni che Galliano ha rilasciato nell’ultima udienza al Processo sulla Trattativa Stato-Mafia, rispondendo alle domande del Pm Nino Di Matteo, che – lo ricordiamo – era stato minacciato proprio da Totò Riina,intercettato nel carcere dove si trova attualmente.

“Mimmo Ganci (ex boss mafioso del rione Noce, ndr)” – ha rivelato Galliano – “non lo vedevo da qualche giorno. Quando lo rividi mi disse che era stato fuori perché aveva accompagnato Totò Riina in un luogo imprecisato della Calabria per partecipare ad una riunione a cui partecipavano anche generali, ministri, politici e esponenti delle istituzioni“.

L’episodio si collocherebbe – almeno stando alla ricostruzione di Galliano – tra l’ottobre e il novembre del 1991, proprio a ridosso della decisione della Cassazione sul maxi processo di Palermo, quando poi le condanne vennero confermate definitivamente e iniziò la fase stragista di Cosa Nostra, con l’omicidio politico di Salvo Lima e poi gli attentati di Capaci e Via D’Amelio.

“Riina – ha proseguito Galliano – si faceva accompagnare in posti diversi da persone diverse perché non tutti dovevamo sapere dove andava. In Calabria il tema del summit era l’aggiustamento del maxi processo“.

Come detto, il maxi processo si rivelò alquanto sfavorevole per Costa Nostra e a quel punto, come rivelato dallo stesso Galliano “Mimmo Ganci abbandonò l’obiettivo di uccidere Vito Miceli e cominciò a pedinare l’onorevole Calogero Vizzini perché era stato deciso che si dovevano uccidere politici siciliani perché non avevano rispettato i patti“.

Vito Miceli e Calogero Vizzini.

Il primo, ex generale e direttore dei Servizi Segreti, fu arrestato nel 1974 percospirazione contro lo Stato e per favoreggiamento nel tentato Golpe Borghese del dicembre 1970. Assolto con formula piena in via definitiva, ha visto il suo nome associato anche all’Operazione Gladio. Risultò anche iscritto alla loggia P2.

Il secondo, Ministro delle Poste tra il ’91 e ’92, accusato da più parti di favoreggiamento a Cosa Nostra, ha avuto anche un passato più o meno recente in Forza Italia. Nel 2013 la Procura di Palermo ha richiesto l’archiviazione della sua posizione in merito all’indagine aperta a suo carico per le accuse di favoreggiamento mafioso.

Questi i nomi fatti da Galliano.

Eppure nel processo sulla Trattativa Stato-Mafia sono finiti tanti altri personaggi politici e istituzionali di primo rilievo.

Nonostante ad oggi tale negoziazione sia solo presunta, visto che nulla è stato ancora chiaramente provato, come dimostrano le varie inchieste aperte in merito, tra gli indagati a vario titolo troviamo politici e uomini delle istituzioni quali: l’ex senatore del Pdl Marcello Dell’Utri, all’epoca dirigente di Publitalia; il deputato ed ex ministro Dc Calogero Mannino, all’epoca Ministro per gli Interventi straordinari nel Mezzogiorno; Nicola Mancino, all’epoca Ministro dell’Interno; Giovanni Conso, all’epoca Presidente della Corte Costituzionale; Giuseppe Gargani, all’epoca onorevole Dc; Mario Mori, all’epoca colonnello dei carabinieri, il suo braccio destro Giuseppe De Donno e Antonio Subranni, all’epoca capo dei Ros.

L’ex ministro dell’Interno, Nicola Mancino è stato indagato con l’accusa di falsa testimonianzae sottoposto a intercettazioni telefoniche mentre parlava con GiorgioNapolitano.

Accusati di attentato a un corpo politico gli ex ufficiali del Ros Mario Mori e Antonio Subranni, i senatori Marcello Dell’Utri e Calogero Mannino.

Giovanni Conso e Giuseppe Gargani sono stati accusati di aver dato false informazioni ai pubblici ministeri.

Ricordiamo che, ad oggi, nessuno degli indagati – ad eccezione di Marcello Dell’Utri, è stato condannato.

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