22 aprile 2016

Monica Maggioni alla Trilaterale. Ma va tutto bene.


#MonicaRaccontaci Venerdì scorso a Roma si è incontrata la Commissione Trilaterale. A porte chiuse. Anzi, a giornali chiusi, a televisioni chiuse, a occhi, orecchie e bocca chiusi. Se non sapete cos’è la Commissione Trilaterale sono affari vostri. Cercate in rete. Loro, in ogni caso, decidono ugualmente per conto vostro. Ma non li votate (che novità).

Volete sapere qual era l’ordine del giorno? “Plasmare il futuro dell’Italia in Europa“. Vi sembra interessante? Credete che se gente come Hermann Van Rompuy, Mario Monti (che della Trilaterale è stato a lungo presidente e se ne è andato solo dopo le pressioni di questo blog – vero, leggete qui), o il ministro Boschi e il presidente Rai Monica Maggioni si riuniscono per parlare del futuro dell’Italia in Europa l’opinione pubblica debba saperlo?
Suicidi, austerity, spesa pubblica in caduta libera, privatizzazioni, economia in stato neurovegetativo… tutti regali della nuova élite di governo trasversale pan-europea, quindi tutte cose che incidono sulle vostre vite. Ma volete mettere con una meravigliosa intervista a Belen, con la solita rissa tv tra Cecchi Paone e il dottor Lemme, con la nuova pettinatura di Morgan e le urla delle fan?

Monica Maggioni è una giornalista, mi pare. Una giornalista presidente della Rai. A che titolo è invitata alle riunioni a porte chiuse della Trilateral e del Bilderberg? Per prendere ordini in quanto presidente della televisione pubblica, o per fare un servizio approfondito, nell’interesse dell’opinione pubblica, sui telegiornali di cui è garante? O nessuna delle due?

Lasciatemi indovinare: siccome servizi approfonditi non ne ho visti… mi viene un dubbio…

Per avere uno straccio di servizio ci dobbiamo come al solito affidare a due youtubers: Max e Ale

Fonte: ByoBlu

La vera trasgressione è la fedeltà, non il libertinismo


di Massimo Recalcati*
*psicoanalista e neuropsichiatria dell’Ospedale Sant’Orsola di Bologna

da Repubblica, 03/04/16

Il tempo ipermoderno sputa sulla fedeltà inneggiando una libertà fatta di vuoto. Tutto ciò che ostacola il dispiegarsi della volontà di godimento del soggetto appare come un residuo moralistico destinato ad essere spazzato via da unlibertinismo vacuo sempre più incapace di attribuire senso alla rinuncia. Il principio si applica tanto ai legami con le cose quanto, soprattutto, a quelli con le persone.

Non è un caso che nel nostro paese la fedeltà sia stata recentemente considerata dai legislatori come una forma arcaica del legame amoroso al punto da volerla sopprimere negli articoli del Codice che normano le unioni civili e quelle matrimoniali. Perché evocare inutilmente un fantasma anacronistico reo di aver pesato come un macigno inutile sulla libertà affettiva e sessuale delle vite umane? Meglio liberarsene come di un tabù decrepito dalle armi desolatamente spuntate, come un ferro vecchio che non serve più a niente. Oggi è il tempo del “poliamore”, della libertà senza inibizioni, della curiosità sperimentale, dell’esperienza senza vincoli, della morte dell’amore pateticamente romantico e dell’affermazione, al suo posto, dell’amore narcisistico che rende l’aspirazione degli amanti al “per sempre” una farsa o una ingenuità bigotta di qualche credulone, o, peggio ancora, una catena repressiva alla nostra libertà di amare che deve essere finalmente spezzata.

Anche l’elevazione della fedeltà ad un rango superiore a quello della mera fedeltà (sessuale) dei corpi, teorizzata, non a caso, soprattutto dagli uomini, tradisce, in realtà, la stessa difficoltà a concepire un legame capace di durare nel tempo senza essere necessariamente mutilato nella spinta del desiderio. Sembra un insegnamento fatale dell’esperienza: più una relazione dura nel tempo più il desiderio erotico si infiacchisce e necessita di nuovo carburante, o, meglio, di dopamina. Le neuroscienze lo confermano senza incertezza: il cervello per mantenere animato il desiderio deve essere dopato dall’eccitazione proveniente da un nuovo oggetto. L’anima, forse, si pensa, può restare fedele, ma non lo si può chiedere al corpo la cui spinta erotica non deve conoscere vincoli.

Il problema è che il nostro tempo non è più in grado di concepire la fedeltà come poesia ed ebbrezza, come forza che solleva, come incentivazione, potenziamento e non diminuzione del desiderio, come esperienza dell’eterno nel tempo, come ripetizione dello Stesso che rende tutto Nuovo. Il nostro tempo non sa né pensare, né vivere l’erotica del legame perché contrappone perversamente l’erotica al legame. È un assioma che deriva da una versione solo nichilistica della libertà: la libertà dell’amore – come la libertà in generale per l’uomo occidentale – deve escludere ogni forma di limite, deve porsi come assoluta. In questo senso la fedeltà diviene un tabù logoro che appartiene ad un’altra epoca e destinato ad essere sfatato.

Quello che l’ideologia neo-libertina del nostro tempo però non vede è che ogni forma di disincanto tende, come spiegarono già Adorno e Horkheimer in Dialettica dell’illuminismo, a ribaltarsi nel suo contrario. Il culto del poliamore, della libertà narcisistica, la polverizzazione dell’ideale romantico dell’amore porta davvero verso una vita più ricca, più soddisfatta, più generativa? La clinica psicoanalitica ci consiglia di essere prudenti: la ricerca affannosa del Nuovo spesso non è altro che la ripetizione monotona della stessa insoddisfazione. Il punto è che il nostro tempo rischia di smarrire ogni possibile sguardo sulla trascendenza, sull’altrove, anche di quella che si dà nell’esperienza assolutamente immanente dei corpi. Perché non esiste amore se non del corpo, del volto, della particolarità insostituibile dell’Altro. L’ideale della fedeltà può diventare – come lo è stato per diverse generazioni – una camicia di forza che sacrifica il desiderio sull’altare dell’Ideale divenendo dannosa per la vita. Quando questo accade è bene liberarsene al più presto.

Ma l’esperienza della fedeltà, vissuta non in opposizione alla libertà, ma come la sua massima realizzazione, offre alla vita una possibilità di gioia e di apertura rare. Quella che scaturisce dall’esperienza di rendere sempre Nuovo lo Stesso: la ripetizione della fedeltà rivela infatti che giorno dopo giorno il volto di chi amo può essere, insieme, sempre lo Stesso e sempre Nuovo. Mentre il nostro tempo oppone lo Stesso al Nuovo, il miracolo dell’amore è, infatti, quando c’è, quello di rendere lo Stesso sempre Nuovo. Accade anche nella lettura dei cosiddetti classici. Lo diceva bene Italo Calvino: quando un libro diventa un classico se non quando risulta inesauribile di fronte ad ogni lettura? Quando la sua forza non si esaurisce mai, ma dura per sempre eccedendo ogni possibile interpretazione? E non è, forse, la fedeltà (ad un amore, ad un autore, ad un’idea) un nome di questa forza? Non è la fedeltà ciò che ci spinge a rileggere lo stesso libro – o un corpo che si trasforma in libro – scoprendo in esso sempre qualcosa di Nuovo? Non è il suo miracolo quello di fare Nuovo ogni cosa, soprattutto quella “cosa” che crediamo di conoscere di più? Non è questa la sua potenza: trasformare la ripetizione dello Stesso in un evento ogni volta unico e irripetibile?

Tratto da: UCCR

È guerra di sottomarini tra Russia e America


Russia e America non si stanno combattendo solamente in Siriae in Ucraina. Esiste anche unaguerra nascosta che si combatte tra i fondali marini. Una guerra fredda, se vogliamo, per la supremazia marittima. Già a fine dicembre avevamo parlato di un importante dossier dei servizi segreti americani russi in cui veniva segnalato un incremento significativo della potenza navale russa.

In questi ultimi giorni, il comandante in capo della VI flotta Usa di stanza a Napoli, l’ammiraglio a quattro stelle Mark Ferguson, in un’intervista alla Cnn, ha rilanciato l’allarme, sottolineando il fatto che i sottomarini russi sono più moderni, “meno intercettabili (dai sonar), meglio armati, con sistemi missilistici che possono colpire ad una maggiore distanza”.

L’America comincia quindi a temere la Russia. Per questo motivo, come riporta il New York Times, il Pentagono ha chiesto 8,1 miliardi di dollari da destinare, nei prossimi cinque anni, allo sviluppo di nuove “capacità sottomarine”. Questo ingente investimento servirà a produrre nuove unità di attacco di classe Virginia in grado di portare fino 40missili Tomahawk (il triplo della capacità attuale).

“Siamo tornati alla competizione fra le grandi potenze“, sottolinea l’ammiraglio John Richardson, capo delle operazioni navali Usa. Concretamente, la dichiarazione dell’ammiraglio significa questo: il mondo unipolare è finito. Anche, e forse soprattutto, dal punto di vista militare.
L’ARSENALE RUSSO E QUELLO AMERICANO A CONFRONTO

La marina russa è la terza per potenza mondiale e segue solamente Cina e America. Attualmente Putin dispone di 45 sottomarini d’attacco, una dozzina con motori nucleari e 20 diesel, sviluppati per affondare altri sottomarini o navi, raccogliere informazioni di intelligence ed effettuare missioni di pattuglia. Ma solo la metà di queste unità possono essere dispiegate in qualsiasi momento (qui l’elenco completo delle navi e dei sottomarini russi).

Gli Stati Uniti, invece, possono contare su 53 sottomarini d’attacco, tutti nucleari, oltre ad altri quattro in grado di portare missili cruise e forze delle operazioni speciali. In qualsiasi momento, circa un terzo di questa flotta è dispiegata in mare, per missioni di pattuglia o addestramento mentre gli altri sono in manutenzione.

Arabia Saudita responsabile degli attacchi dell’11 settembre, Obama si oppone alla legge


Un disegno di legge osteggiato dall’amministrazione del presidente Barack Obama, che porrebbe l’Arabia Saudita di fronte alle proprie responsabilità negli attentati dell’11 settembre 2001, è più vicino all’approvazione. Il senatore repubblicano del South Carolina, Lindsey Graham, si è detto pronto a ritirare la propria opposizione al provvedimento, che gode di un sostegno bipartisan da parte dei parlamentari democratici e repubblicani.

Il provvedimento, battezzato “Justice Against Sponsors of Terrorism Act”, consentirebbe ai familiari delle vittime di portare avanti azioni legali contro paesi sospettati di aver sostenuto gli attacchi. Graham era stato uno dei primi sostenitori del disegno di legge, ma poi aveva sposato la linea contraria della Casa Bianca, secondo cui il provvedimento esporrebbe gli Usa ad azioni legali analoghe da parte dei paesi stranieri privati della loro “immunità legale” negli Usa.

A preoccupare Obama è soprattutto la reazione dell’Arabia Saudita, sospettata, ma mai direttamente accusata da Washington, di un ruolo di primo piano nei gravissimi attentati che hanno colpito gli Usa l’11 settembre 2001. Per decenni, l’Arabia Saudita è stata il pilastro della politica estera Usa in Medio Oriente. Oggi, però “(i sauditi, ndr) non ci tengono più prigionieri in una camicia di forza energetica”, come apertamente dichiarato dal senatore democratico del Connecticut Richard Blummenthal.

Secondo Blummenthal, “oggi gli Stati Uniti hanno un quadro più chiaro dello storico finanziamento dei gruppi estremistici da parte dell’Arabia Saudita”, e i cittadini statunitensi “sono sempre più preoccupati per le violazioni dei diritti umani” da parte della Monarchia del Golfo. Obama, che da oggi i trova in visita ufficiale a Riad, si trova in una posizione assai scomoda: il presidente, scrivono il “New York Times” e la “Washington Post”, teme l’imprevedibilità delle reazioni del sovrano saudita Salman.

A Washington, però, anche il tradizionale sostegno del Partito repubblicano allo storico alleato saudita sta venendo meno. “Certamente (i sauditi) sono stati partner a lungo e sotto diversi punti di vista”, ha dichiarato ad esempio il repubblicano del Tennessee Bob Corker, presidente della commissione Affari esteri del Senato. “D’altra parte, siamo consapevoli che il radicalismo wahabita ha avuto origine da quel paese, e questo è un problema”.

Fonte: Sponda Sud

Il signoraggio tedesco


Perché la moneta da 5 euro tedesca è uno schiaffo a mano aperta.

Era ormai diverso tempo che non si sentiva parlare del “signoraggio”, un potere una volta proprio dei signori (da lì il nome) feudali che godevano del diritto di batter moneta, ma dove il vantaggio? Vi era una piccola differenza, tra il valore nominale della moneta ed il valore del metallo utilizzato per coniarla; una differenza che finiva dritta in tasca al feudatario. Oggi lo stesso potere è di chi, ancora, stampa denaro, dunque delle banche centrali, nel caso europeo della sola Bce. La grossa differenza fra oggi ed il medioevo è nel taglio delle monete e sopratutto delle banconote: immaginate, pochi centesimi di filigrana per produrre fogli di carta dal valore di 5, 10 fino a 500 euro, un beneficio non indifferente!

Questo fatto venne denunciato più volte dal fu professor Auriti, che parlava a tal proposito di truffa e usura da parte delle banche, a questo punto ridotte alla stregua di un’associazione a delinquere. Con l’euro poi la faccenda peggiora, giacché questo signoraggio non va alle banche centrali nazionali (che non esistono più) ma di fatto ad una banca straniera, che oltre a ciò presta a debito il denaro fornito: «i paesi membri sono stati degradati al rango di economie emergenti perché hanno perso il controllo della valuta nella quale è denominato il loro debito» (De Grauwe, 2011).

Alcuni legano al termine signoraggio quello di “complotto”, così da screditare la teoria. Ad ogni modo non c’è bisogno di scomodare Adam Kadmon per affrontare quello che non è un’opinione, bensì un dato di fatto: sono le banche a stampare denaro, quando invece si suppone che questo lavoro spetti al Tesoro. Detto ciò, e tornando all’euro , anche nell’eurozona, oltre che per la Bce, è rimasta una piccola possibilità per gli Stati nazionali; questi infatti godono di un minuto signoraggio, quello derivante delle sole monete metalliche. Fu per questo motivo che, ormai anni addietro, Giulio Tremonti durante un suo ministero chiese all’Eurotower di stampare un moneta italiana da cinque euro; per conoscere la risposta basta cercare (invano) nelle nostre tasche.

Ma cosa accade invece ora? Che la Germania si appresta a stampare monete metalliche da 5£, senza che nessuno osi proferir parola. Monete oltretutto spendibili entro e non oltre i confini tedeschi. Qualche vantaggio per noialtri? Vi è da ricordare che da quando esiste la moneta unica ad oggi la Germania ha accumulato slealmente un surplus pazzesco col denaro del resto d’Europa, ammassato nei suoi depositi senza investirlo, né incentivando l’economia interna. Forse questi cinque euro aiuteranno in tal senso, ma rimane un fatto: che la Germania può ancora una volta ciò che a noi venne vietato; non solo, ancora una volta viene dimostrato come regole uniche per tutti non valgono affatto, e che il “sogno” europeo è in realtà un incubo, e sicuramente un enorme fallimento. Chi infatti ha sempre osannato l’Europa ed il suo più pericoloso figlio, ossia l’euro, ne sta ora fuggendo a gambe elevate, preparando piani B (veri, non come quelli renziani), in caso di quello che sempre più sembra un prossimo collasso. Che a Berlino volessero abbandonare l’euro è d’altra parte una voce che va girando da un pezzo, e che adesso pare essere in procinto di realizzarsi.

C’è da chiedersi al contempo perché noi italiani siamo costretti a subire: Svizzera, Uncheria, Austria, Macedonia, Spagna, e perfino la Germania chiudono le porte ai troppi clandestini, noi, perché democratici e corretti, no! La Gran Bretagna decise di non aderire all’euro, la Germania ne sta uscendo, mentre se noi lo volessimo la risposta sarebbe -indovinate?- no (o forse nein); l’America ci spia, noi chiediamo ragioni, e quelli dicon che spiano chi pare loro e piace, e che quindi no, non smetteranno. Vogliamo restare ancora col capo chinato? Ecco, a questo proposito anche noi dobbiamo dir NO! Italia sveglia!

I bambini hanno diritto alla lentezza

- di L’Adige.it Redazione

Sempre più numerosi i ragazzi e bambini, dalla vita apparentemente normale, che si presentano al Pronto Soccorso con un disagio psichico che nasconde un grande dolore: iperstimolati, addestrati a primeggiare, incapaci di trovare la forza di reagire ad una delusione. E’ quanto è emerso nel dialogo oggi ad Educa tra la dottoressa Costanza Giannelli, direttrice dell’Unità ospedaliera di Neuropsichiatria infantile dell’Ospedale S. Chiara di Trento, il maestro Franco Ulcigrai, Cofondatore della scuola Steineriana il Cerchio di Rovereto e Maurizio Camin, direttore della cooperativa sociale L’Ancora.

“Pigiama party alla scuola materna, tre lingue in prima elementare, corsi di arti circensi, musica, gare di sci, la media del nove. Ai bambini viene chiesto di essere sempre più intelligenti, dotati, abili e capaci. Troppo desiderare, troppo avere, troppo sapere, troppe soglie buie varcate in anticipo, con corpo fragile, senza corazza e senza la spada giusta”. E’ questo il pensiero di Costanza Giannelli che disegna i genitori moderni come i responsabili, a volte inconsapevoli, di un grande dolore inflitto nei bambini, perché “è più facile vantarsi della luce dell’intelligenza del proprio figlio piuttosto che della zona d’ombra dove si muove la consapevolezza”. E così i bambini si trovano prima o poi ad imbattersi nell’indifferenza, nella delusione e nel fallimento senza strumenti per poterli affrontare. “Umiliati e feriti a morte non riescono a reggere lo sguardo dell’altro, si blindano nel rifugio solitario e meditano la vendetta. E così il web diventa uno specchio senza confini e senza regole, un luogo dove cancellare il disonore e la vergogna, dove si può apparire e scomparire senza regole e responsabilità”.

Costanza Giannelli si augura che dopo quest’era falsamente buona e illuminata, ne nasca una nuova dove “un bambino molto intelligente abbia la possibilità di trovare maestri speciali che gli insegnino a tornare indietro, gli mostrino il volto del fiore e dell’animale e, finalmente, possa trovare la quiete.”

Anche Franco Ulgigrai chiede ai genitori di non avere fretta e di ripensare al momento in cui il bambino è pronto per iniziare la scuola primaria. “Spesso già a cinque anni si trova seduto al banco di scuola, senza aver raggiunto la maturità sociale, e privato dell'”anno del re”, quel periodo importante in cui il bambino si sente più grande e può dare il suo contributo ai compagni più piccoli. Iniziare la scuola senza la maturità necessaria, porta facilmente il piccolo a vivere un senso di inadeguatezza”. Ulcigrai riporta, inoltre, l’esperienza positiva dell’asilo nel bosco organizzato in Alto Adige, “dove i bambini devono seguire solo le regole del mondo e della natura senza mete, sul binario della massima tranquillità e serenità”.

Dello stesso parere il direttore della cooperativa Arianna di Trento, Maurizio Camin, il quale racconta come ogni giorno veda adolescenti non ascoltati, affaticati e ingabbiati all’interno di regole. “Giovani che parcheggiano il corpo a scuola, ma hanno anima e interessi fuori, che fanno fatica a stare al mondo, perché non riescono a pensarsi nel futuro”.

Francesca Gennai, vicepresidente del consorzio Con.solida, che ha moderato l’incontro, ha provato a trarne le conclusioni “le esperienze che abbiamo ascoltato oggi, ci ricordano che dobbiamo garantire ai bambini il diritto alla lentezza, alla natura, alla selvatichezza, alla ferita, alla noia, al vuoto e soprattutto ad essere ascoltati”.

FONTE

Afghanistan, il mercato fiorente di oppio ed eroina


“Perché ci riguarda ciò che accade così lontano in una terra da decenni martoriata da guerre come quella afgana? Leggi, ascolti, ti indigni, va bene, ma tutto ciò ha una ricaduta concreta su di noi: il ritorno dell’eroina”. Parto dalle parole conclusive di Enrico Piovesana, giornalista e autore di “Afghanistan 2001-2016: la nuova guerra dell’oppio” pubblicato da Arianna Editrice, per introdurre l’incontro/confronto ospitato al CostArena di Bologna.

Tra il 2014 e il 2015, il consumo di eroina nel Vecchio continente è raddoppiato, soprattutto tra gli adolescenti. Secondo i più recenti dati resi pubblici dal Cnr, l’Italia è seconda soltanto alla Gran Bretagna, in Europa, in termini di consumo. Un dato che, da solo, dovrebbe spingerci a ritroso nella via che porta la droga in Europa, attraverso quella rotta balcanica che fino a qualche anno fa era abbandonata, e ancora indietro attraverso i Paesi mediorientali per approdare in Afghanistan.

nrico Piovesana ha iniziato a frequentare la regione di Helmand nel 2003 e ci è tornato regolarmente fino al 2013, in teoria doveva occuparsi prevalentemente di temi umanitari per Emergency, tuttavia qualcosa si è evoluto in corso d’opera: “Quando ti trovi a lavorare nella zona capitale mondiale dell’oppio, tutti ne hanno a che fare ed è vissuta come una cosa normale“.

La gente della zona ha ripreso a coltivare l’oppio dopo la guerra del 2001 (precedentemente un editto del Mullah Omar ne aveva vietato la coltivazione) e oggi si susseguono operazioni NATO, presente nell’area con contingenti prevalentemente statunitensi, britannici e canadesi, che vanno a sequestrare ampie quantità di oppio da contadini. ”Vengono colpiti soprattutto - spiega Piovesana – quelli che non hanno pagato la ‘decima’ al Governo. Ciò accade, solitamente, per due ragioni: c’è chi non ha soldi per pagarla e chi si trova a vivere in zone controllate dai Talebani e quindi è a loro che va la tassa“. Il risultato è un clima di guerriglia costante per il controllo economico della produzione dell’area.

In questa battaglia per il potere politico-economico sono molti gli attori in gioco: il governo, l’ex presidente Karzai, i potenti locali, i vari contingenti internazionali, i clan con le loro milizie private, i Talebani, la Dea e le altre agenzie anti-droga. “Il punto assurdo – commenta Piovesana – è che almeno i trafficanti andrebbero colpiti, invece si lascia tutto com’è e chi perde è la povera gente. Un esempio su tutti: il fratello dell’ex presidente Karzai è legato al mondo del narcotraffico, tutti lo sanno, ma è troppo potente per essere colpito. Un’inchiesta del 2009 del New York Times ha denunciato il fatto che Karzai, come altri narcotrafficanti legati al mondo afgano, era a libro paga della CIA.”

Non si tratta poi di un caso isolato, anche i documenti resi pubblici da Wikileaks raccontano una storia simile: in Afghanistan, il mercato dell’oppio e dell’eroina è rinato, fiorente, in questi 15 anni di presenza militare internazionale e proprio le autorità occidentali non hanno agito, se non in casi isolati, per contrastare queste attività criminose.

La priorità è, ancora oggi, quella di assicurare la sicurezza interna al Paese. Un obiettivo cui vengono sacrificati molti altri fattori fondamentali per uno state building efficace: stato sociale, lotta a criminalità e corruzione, diritti umani sono scesi nell’agenda politica lasciando un grande vuoto in cima dove logiche da realpolitik la fanno da padrone. Enrico Piovesana si spinge oltre ipotizzando che la connivenza tra le forze USA e il business di oppio ed eroina non sia determinato da un semplice laissez-faire, ma sia ormai frutto di una vera e propria strategia consapevole orchestrata dalla CIA. ”Anche nei mercati dove andavo per incontrare contadini e mercanti, ricorda il giornalista, nessuno si stupiva della presenza di un bianco. Erano assolutamente abituati. Anzi, mi raccontavano di come grossi quantitativi venivano portati nelle basi Nato“. Da lì alla Turchia, al Kosovo grazie alla mafia macedone e poi nei mercati europei: questa è la nuova/vecchia via dell’eroina.

Per il giornalista la chiave per comprendere il conflitto e il coinvolgimento dei vari attori è quella storica: “Mi sono documentato e mi sono accorto che siamo di fronte ad un sistema che si ripete dall’Ottocento e la guerra dell’oppio, sistematicamente dal 1947. I casi sono molti, dalla Sicilia a Marsiglia, poi l’Indocina, l’America Centrale. L’Afghanistan è solo l’ultimo caso in cui ci si appoggia a narcotrafficanti per opportunità politica passando dal chiudere un occhio al prendere parte alla gestione del sistema.”

Un sistema oliato ed esportabile, tant’è che le autorità antidroga russe e britanniche hanno già denunciato che l’ISIS ha messo le mani sulla tratta balcanica dell’eroina, un commercio più “sicuro” rispetto a quello del petrolio e una consistente fonte di finanziamento. “L’indignazione non basta, conclude Piovesana, tutto ciò ci tocca da vicino. Alcune statistiche parlano di 100.000 morti all’anno in Europa. Non è un prezzo troppo alto da pagare?”.

Le guerre geofinanziarie degli USA con i “Panama Papers”, molto più efficaci che le campagne militari

- di Alfredo Jalife-Rahme –

All’interno del concetti della guerra multidimensionale che scatenano globalmente gli USA, le guerre più efficaci rispetto alla loro panoplia bellica stanno risultando quelle geofinanziarie: risultano queste molto più efficienti rispetto ai loro fragorosi fallimenti delle campagne militari dall’Afghanistan, passando per l’Iraq, la Libia fino alla Siria.
Oggi il vero predominio degli USA è costituito dalle loro guerre geofinaziarie che risultano descritte nel libro “Le guerre della Segretaria del Tesoro su scala globale”.

I BRICS in generale e la Cina in particolare ancora sono molto vulnerabili alle “guerre geofinanziarie” degli USA. Fino ad un certo punto perchè la Cina già ha iniziato a ribellarsi con l’inserimento dello Yuan – che ha iniziato già la sua irresistibile internazionalizzazione ad Hong Kong ed a Schangai – nella canasta una volta quadripartita delle valute dei “diritti speciali” di prelievo: la valuta virtuale del FMI.

Gli USA hanno perso ormai il primo posto nella geoeconomia globale quando la Cina li ha superati l’anno scorso con il suo PIL, misurato dal potere di acquisto.

Gli USA dominano sempre meno la guerra della propaganda alla Goebbels, puntellata dalla vergognosa “tecnica Hasbara” che pratica senza scrupolo il Mossad (lo spionaggio israeliano), mediante i suoi possenti megamedia, quando già inizia a sentire i passi sul tetto della concorrenza da parte della Russia, della Cina e dell’Irana in varie parti del mondo. Sono ormai finiti i soliloqui israel -anglosassoni (sono entrati altri competitors).

A livello nucleare, gli USA ostentano praticamente un pareggio tecnico nel numero totale delle testate atomiche con la Russia, che ha bloccato l’avanzata imperiale degli USA-NATO in Ucraina ed in Siria.
Ancora gli USA controllano il ciberspazio con il conglomerato GAFA ( Google, Apple, Facebook y Amazon), a cui ci sarebbe da aggiungere la “T” di Twitter, in alleanza cibernetica con Israele. Il dominio (nel doppio senso: controllo-server cibernetici) , come qualsiasi tecnologia di punta, presto sarà superato e perfino balcanizzato da quelli che desiderano rimanere vassalli elettronici della tripletta israel-anglosassone, in particolare dai BRICS.

Uno dei vari “peccati capitali anti statunitensi” che non perdonano alla “presidenta” dimessa Dilma Rousseff,è stato quello di essersi pronunciata in forma temeraria per “l’indipendenza cibernetica” del Brasile, quando lei non controllava neppure la onnipotente televisione monopolistica Globo – più dannosa della RAI -, che la tiene adesso sull’orlo della defenestrazione, mentre commetteva il suicidio di aver consegnato in forma insensata il segreto delle casse finanziarie all’israel-brasiliano Joaquim Levy, un ex funzionario del FMI, che poi ha concluso la sua opera di sabotaggio-spionaggio ed è stato premiato con la carica di Direttore finanziario della Banca Mondiale (sic). Quale ingenuità!

Nei segmenti dell’ “antica tecnologia” ancora dominante – nucleare, missilistica, satellitare e cibernetica della prima generazione-, gli USA iniziano a sentire la pressione competitiva di vari notevoli attori (la Russia, l’India e la Cina), oltre al Giappone.
Nelle “nuove tecnologie” del secolo XXI – biotecnologia, nanotecnologia, “cibernetica di seconda generazione”, robotica e la sua denominata “quarta rivoluzione industriale”, gli USA godono di un grande vantaggio che non ha potuto applicarsi in pieno, per causa della loro crisi finanziaria, che non si detiene dal fallimento della Lehman Brothers, nel 2008.

Posteriormente possiamo approfondire nella guerra di valute – la varietà rilevante della “guerra geofinanziaria degli USA – che si è scatenata in date recenti tra lo Yuan cinese ed il dollaro statunitense e che per il momento si trova in una pareggio tecnico.
Oggi i due aspetti più minacciosi, all’interno della guerra multidimensionale degli USA, sono rappresentati dalle loroguerre geofinanziarie e dal loro spionaggio cibernetico della NSA (Agenzia di Sicurezza Nazionale), che ha trafugato i dati segreti della Petrobas che hanno messo al tappeto il Governo del Brasile inginocchiato ed umiliato e sul punto dello scacco matto geostrategico.

L’israel-statunitense Jack Lew, segretario del Tesoro USA, ha esposto, nella conferenza per l’Evoluzione delle sanzioni e lezioni per il futuro, davanti al Fondo Carnegie per la pace internazionale, il rischio del abuso delle sanzioni, che può finire per danneggiare gli stessi Stati Uniti.
Circa la trascendentale conferenza di questo Jack Lew, David Ignatius –confidente di Obama, analista delTheWashington Post e figlio di un segretario della Marina – commente che “le saanzioni economiche si sono trasformate nella pallottola di latta della politica estera degli USA nella trascorsa decade, dovuto al fatto che sono a basso costo e più efficaci nel persuadere gli avversari che non il tradizionale potenziale militare. Senza dubbio!

David Ignatius commenta senza complessi che “Il potere degli USA deriva dalla nostra potenza militare senza rivali, si. Tuttavia in una forma più profonda questo è il prodotto del dominio economico degli USA.Qualsiasi cosa che si allarga alla portata dei mercati degli USA – come i trattati sul commercio del TTIP o del Trans Pacifico, ad esempio – si aggiungono all’arsenale del potere degli USA, In forma contraria, il potere degli USA viene limitato dalle misura che portano gli affari lontano dagli USA, o che permettono che altri paesi costruiscono una architettura finanziaria rivale che sia meno sopraffatta dalla scelta delle sanzioni”.
Il problema epistemiologico da parte del molto influente David Ignatius è che questi confonde la geofinanza con l’economia ed al volgare commercio con questi due ultimi, quando gli USA vanno a picco in geoeconomia e nel commercio mentre regnano impavidi sulla geofinanza e sullo spionaggio cibernetico globale.

Il grave difetto dei “Panama Papers” è stato la loro flagrante selettività contro i competitors degli USA, mediante i quali questi si sono segnati molti conti che avevano in sospeso nei loro abissi contro la Russia, la Ciona, l’Iran e le sei petromonarchie del Golfo Persico, con la finalità di reindirizzare i capitali speculativi per riempire i buchi neri delle loro finanze, come esige la vilipendiata Banca d’affari Goldman Sachs (sponsor , assieme all’ esecrabile megaspeculatore George Soros, di Hillary Clinton).

Ho sempre esternato, davanti ai politici di alto livello con cui sono stato in contatto nel mondo arabo, nel corso dei miei viaggi annuali, il timore che le pressanti necessità finanziarie di Wall Street, il nuovo Moloch del secolo XXI, rendano più appetibili, ad un embargo unilaterale di Washington, le abbondanti riserve e d i Buoni del Tesoro delle sei petromonarchiue del Golfo, che non hanno avuto successo nel lanciare una loro valuta, il Gulfo.
Esiste il pericolo che la detenzione dei buoni del Tesoro USA nelle mani dei sauditi per circa 750 mila milioni di dollari, sommati ai 660 mila e 100 milioni di vulnerabili riserve di valuta, il quarto posto nel rankingglobal, susciti gli appettiti di Wall Street.

Adesso sembra che sia arrivato il primo avviso all’Arabia Saudita (con ritardo di 15 anni ), con il pretesto delladeclassificazione delle 28 pagine del report dellla Commissione dell’11 Settembre, i cui conti negli USA potrebbero essere sequestrati tutti assieme all’improvviso con la svalutazione forzata della loro divisa (il rial) accoppiata al dollaro. Questo è appena all’inizio.


Traduzione: Luciano Lago per Controinformazione

Le spese in armamenti crescono, quelle sociali si tagliano


Welfare o warfare? Ben-essere o mal-essere? I dati del SIPRI indicano che la spesa militare globale cresce.

Il 5 aprile 2016 è stata avviata una serie di iniziative – I giorni globali di azione sulle spese militari (5 – 18 aprile) – durante i quali l’International Peace Bureau (IPB)(1) e i suoi partners nel mondo richiamano l’attenzione sulle eccessive spese militari dei governi. Proprio il 5 aprile è stato pubblicato l’ultimo aggiornamento sulle statistiche delle spese militari globali(2) (relative al 2015) da parte del SIPRI (Stockholm International Peace Research Institute).

Secondo le cifre fornite, la spesa militare mondiale lo scorso anno ha raggiunto la cifra di 1.676 miliardi di dollari, con un aumento dell’1% in termini reali rispetto al 2014. Questo aumento è dovuto alla crescita in Asia e Oceania, nell’Europa Centrale e dell’Est, e in alcuni Stati del Medio Oriente. Nel frattempo c’è stato un declino in Africa, America Latina e nell’area Caraibica(3).

Gli Stati Uniti risultano ancora di gran lunga in testa alla lista mondiale, nonostante il calo del 2,4% delle spese militari, che sono scese a 596 miliardi di $. La spesa militare della Cina è aumentata del 7,4% quella dell’Arabia Saudita del 5,7%, portandola al 3° posto della classifica, e la spesa della Russia è aumentata del 7,5%.

In termini di costi giornalieri, nel 2015 la spesa militare è stata di circa 4,6 miliardi di dollari al giorno. Nel frattempo, ogni giorno in media muoiono nel mondo più di 16.000 bambini sotto i 5 anni di età, soprattutto per cause che potrebbero essere curate: mancanza di accesso al cibo, all’acqua pulita, alle medicine di base. Questo è uno dei prezzi pagati – ovvero ‘danni collaterali’, come spesso si dice – per mantenere le forze armate sempre pronte al combattimento.

Oltre ai dati statistici sulle spese militari, quest’anno il SIPRI ha pubblicato una nota informativa ufficiale: “Confronto tra spesa militare e spesa sociale – le perdite di opportunità causate delle spese militari“, che include dati comparativi tra (a) spese militari e spese per la salute, (b) spese militari e costi per realizzare gli obiettivi di sviluppo sostenibile delle Nazioni Unite (UN Sustainable Development Goals(4)).
Quest’anno l’ IPB ha pubblicato informazioni relative a un’ ulteriore comparazione, partendo dai propri dati(5): ha confrontato quello che i governi hanno sborsato per l’apparato militare con quanto sarebbe necessario per coprire i costi degli aiuti umanitari. L’International Peace Bureau cita alcune frasi del documento pubblicato dall’High Level Panel on Humanitarian Financing(6): Il mondo spende oggi circa 25 miliardi di dollari per fornire assistenza umanitaria a 125 milioni di persone le cui vite sono state sconvolte dalle guerre e dai disastri naturali. [.] Nonostante la generosità di molti donatori, il solco tra le risorse necessarie e quelle disponibili si sta allargando.
Tenendo conto degli attuali impegni, il deficit finanziario è dell’ordine di 15 miliardi di dollari: meno dell’1% delle spese militari mondiali. E’ proprio per mettere in evidenza questi stridenti contrasti che i cittadini stanno prendendo delle iniziative, in queste due settimane, nell’ambito dei “Giorni globali di azione” (Global Days of Action(7)), allo scopo di convincere i governi ad adottare un criterio diverso per stabilire le priorità, e per ‘muovere i soldi’ in una nuova direzione.
Per avere maggiori informazioni si può consultare il sito della Global Campaign

(http://demilitarize.org/find-an-event/).

NOTE

1 (http://www.ipb.org/). L’ International Peace Bureau è dedicato alla visione di un mondo senza guerra. Attualmente il programma principale di cui ci occupiamo riguarda il disarmo per uno sviluppo sostenibile e – in questo ambito – alla riconversione delle spese militari.
2 http://www.sipri.org/research/armaments/milex/recent-trends
3 World military expenditure, 5 April 2016, http://www.sipri.org/
4 http://www.undp.org/content/undp/en/home/sdgoverview/post-2015-development-agenda.html
5 http://demilitarize.org/author/editor/
6 http://reliefweb.int/report/world/high-level-panel-humanitarian-financing-report-secretary-general-too-important-fail
7 http://demilitarize.org/global-day-action-military-spending/
Titolo originale: Welfare or warfare? Global military spending rises, according to SIPRI data http://demilitarize.org/welfare-warfare-global-military-spending-rises-according-sipri-data/

Traduzione di Elena Camino per il Centro Studi Sereno Regis

Tratto da: http://serenoregis.org/2016/04/13/welfare-o-warfare-ben-essere-o-mal-essere-i-dati-del-sipri-indicano-che-la-spesa-militare-globale-cresce/.

Generazione “senza pensione ” per un’Italia senza futuro


Generazione senza pensione. Altro che millenials, generazione Y, net generation o scemenze simili. I giovani attuali – ed anche quelli che giovanissimi non sono più – possono solo ambire alla definizione di “senza pensione “. Merito di politiche pensionistiche dissennate, con i baby pensionati che anticipavano la politica degli 80 euro renziani, con favori in cambio di voti, con pensioni di invalidità concesse a chi invalido non era. E poi le politiche economiche che, in nome di una flessibilità che era solo precarietà, hanno impedito a più generazioni di crearsi una base di contributi utili per avere una pensione da anziani. Nel frattempo, per far cassa, le pensioni di chi se l’era conquistata venivano progressivamente impoverite. Per costruire l’Italia dei poveri, della manodopera disposta a tutto e senza prospettive. Anziani disperati, giovani senza speranza. Si è precipitati dalla generazione mille euro a quella che pensa che i mille euro non rappresentino la soglia della povertà ma una conquista. Il risultato, inevitabile, è che l’Italia va sempre peggio. A retribuzione di 600-800 euro corrisponde una prestazione lavorativa del valore di 600-800 euro. Lo sfruttamento non garantisce qualità a basso costo, ma solo mancanza di produttività adeguata. Generazione di sfruttati, di giovani che non si creeranno una famiglia, privi di futuro. Ma a loro il signor Bergoglio non chiede scusa per aver favorito una concorrenza spietata, assurda e criminale grazie all’arrivo di centinaia di migliaia di nuovi schiavi disposti a tutto. Ed i soldi che mancano per favorire l’esodo dal lavoro degli occupati più anziani, servono per mantenere le cooperative che richiamano i nuovi schiavi. Da un lato si obbligano gli occupati a lavorare sono a 67 anni, destinati ad aumentare ulteriormente, e dall’altro si vuole che se ne vadano accettando di ridursi la già magra pensione. Devono andarsene per consentire ai giovani di entrare nel mondo del lavoro, ma con salari più bassi e minori diritti e garanzie. Una prospettiva incoraggiante per gli uni e per gli altri. Ma in fondo è quello che si meritano gli uni e gli altri. Sono loro che hanno permesso a questi ministri di rovinare il Paese. A questi ed ai loro predecessori. E chi è causa del suo mal…

Fonte: Girano

Il MUOStro USA che sta distruggendo il sud Italia


Da alcune settimane il sud Italia è sottoposto ad un’incessante tempesta di onde elettromagnetiche con conseguenze per la popolazione, che però nessuno ha il coraggio o l’interesse di analizzare. La colpa è del MUOS di Niscemi, il sistema di comunicazione satellitare installato dall’esercito USA.

A pochi giorni dal 30° anniversario della catastrofe di Chernobyl, Sputnik Italia accende l’attenzione sul tema dell’inquinamento radioattivo.

Come scrive il lettore Giuliano Cazzaro di Varese, nella discussione seguente all’articolo “Gli aerei spia della Russia hanno colto di sorpresa gli USA” è stato sollevato il problema delle radiazioni elettromagnetiche sprigionata dal MUOS di Niscemi, in Sicilia.

06:58 21.04.2016 Belli Corrado

Intanto son tre settimane che nel sud Mediterraneo siamo sottoposti a una tempesta di onde Elettromagnetiche che bloccano tutto e fanno danno alla popolazione, specialmente ai bambini, il Muos di Niscemi è l’arma che stà distruggendo tutto il Sud e questo grazie alla Tecnologia made in USA, sarebbe opportuno che il governo Russo faccia alcuni voli di ricognizione da queste parti e pubblicare i dati con la relativa pericolosità che ne deriva dal Muos.

Dal 9 all’11 marzo scorsi l’impianto MUOS di Niscemi su ordinanza della procura di Caltagirone è stato acceso per effettuare delle rilevazioni sulla pericolosità delle onde emesse dalle parabole e dai radar dell’impianto.

Il 1° aprile 2015 su disposizione della Procura della Repubblica di Caltagirone l’impianto del MUOS di Niscemi era stato messo sottosequestro. Sequestro poi confermato dalla Corte di Cassazione.

Di seguito vi proponiamo un’articolo tratto dal blog di Antonio Mazzeo, che nel 2012 consultò uno studio del Politecnico di Torino che metteva in guardia dalla pericolosità dell’opera e dai rischi per la saluta dei cittadini e dell’ecosistema della zona interessata dalle emissioni:

S.O.S. per Niscemi, pericolo MUOS.

Il nuovo sistema di comunicazioni satellitari dei militari usa, può fare ammalare, può causare interferenze nella strumentazione aerea e può, persino, fare scoppiare, se poco distanti, bombe e ordigni bellici. Un grido d’allarme che lanciano in tanti ormai. L’ultima denuncia, particolarmente circostanziata, viene dal Politecnico di Torino.

“La stazione di telecomunicazioni MUOS (Mobile User Objective System) prevista a Niscemi, comporta gravi rischi per la popolazione e per l’ambiente, tali da impedirne la realizzazione in aree densamente popolate, come quella adiacente la cittadina di Niscemi”. Firmatari dell’allarmante rapporto sono due studiosi con curricula di tutto rispetto: Massimo Zucchetti, professore ordinario di Impianti Nucleari del Politecnico di Torino e research affiliate del Massachusetts Institute of Technology (USA) e Massimo Coraddu, consulente esterno del dipartimento di Energetica del Politecnico ed ex ricercatore dell’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare (INFN). I due hanno, nei giorni scorsi, consegnato un report al sindaco di Niscemi Giovanni di Martino che, a sua volta, lo ha “girato” al governatore Lombardo, accompagnandolo con la richiesta di sospendere l’autorizzazione all’impianto.

La Regione siciliana aveva autorizzato i lavori il primo giugno scorso, basandosi su uno studio della facoltà di ingegneria dell’Università di Palermo. Secondo il Politecnico di Torino, i docenti siciliani e anche gli esperti nominati dalle forze armate statunitensi hanno sottovalutato o, addirittura, ignorato i rischi e i danni derivanti dall’istallazione”.

“Si tratta di effetti acuti, legati a esposizioni brevi, a campi di elevata intensità; e di effetti dovuti a esposizioni prolungate a campi di intensità inferiore”, spiegano Zucchetti e Coraddu. “I primi sono essenzialmente legati all’esposizione diretta al fascio principale emesso dalle parabole MUOS, che può avvenire in seguito a un malfunzionamento o a un errore di puntamento. Ciò può provocare danni gravi e permanenti alle persone accidentalmente esposte a distanze inferiori ai 20 Km., e ciò significa che l’eventualità di una esposizione diretta al fascio riguarda l’intera popolazione di Niscemi e va considerata come il peggiore incidente possibile”.

Emissioni che si aggiungerebbero a quelle che già l’abitato di Niscemi deve sopportare, visto che è investito dalle emissioni prodotte dalla stazioneNaval Radio Transmitter Facility (NRTF), “in una misura superiore ai limiti di sicurezza previsti dalla legislazione italiana”. Le emissioni, inoltre, finora non sarebbero state correttamente monitorate dall’agenzia Arpa Sicilia, sfornita di macchinari sensibili e in possesso di dati parziali o inesistenti. E di conseguenza, le rilevazioni, non sarebbero conformi alle procedure di legge.

Ma ecco quali sono i pericoli reali per la salute:

“L’entrata in funzione dei trasmettitori del MUOS —affermano Zucchetti e Coraddu- avrà come conseguenza un incremento del rischio di contrarre vari tipi di disturbi e malattie, tra cui alcuni tumori del sistema emolinfatico, come evidenziato in numerosi studi epidemiologici”. C’è poi, “l’ipertermia con conseguente necrosi dei tessuti e l’organo più esposto è l’occhio (catarattaindotta da esposizione a radiofrequenze o a microonde). Le persone irraggiate accidentalmente potrebbero subire danni gravi e irreversibili anche per brevi esposizioni”.

La stazione del sistema satellitare, progettata all’interno di un’area protetta, danneggerebbe, infine la fauna, gli uccelli, fino ad ucciderli; altri esseri viventi come le api non potrebbero più sciamare e costruire le arnie, con ripercussioni a catena sulla flora e sull’intera catena alimentare. Altro che istallare nuove sorgenti di campi elettromagnetici —dicono i due studiosi del Politecnico- a Niscemi bisogna ridurre drasticamente quelle già esistenti, come previsto dalle leggi italiane.

Ma i danni alla salute non sono gli unici ad essere prodotti dal Muos. Zucchetti e Coraddu ne sono certi: le microonde prodotte interdiranno l’uso dello spazio aereo siciliano. Le interferenze elettromagnetiche sarebbero incompatibili con il regolare traffico aereo in buona parte della Sicilia orientale, Comiso, Sigonella e Fontanarossa (questi ultimi due per giunta set privilegiati per le guerre spaziali dei velivoli senza pilota UAV “Global Hawk”, “Predator” e “Reaper). Vulnerabili anche dispositivi elettronici come gli apparecchi elettromedicali, pacemaker, defibrillatori, apparecchi acustici e, naturalmente, la strumentazione di bordo per il pilotaggio. Ma non basta. “Le interferenze generate dalle antenne del MUOS possono arrivare a innescare accidentalmente gli ordigni trasportati”, affermano. Gli stessi americani temendo che le fortissime emissioni elettromagnetiche del MUOS potessero avviare la detonazione degli ordigni di Sigonella, spostarono le loro attenzioni su Niscemi.

E poi, in volo, ci fanno spegnere i cellulari!

20 aprile 2016

Austerità per crescita ed occupazione: le contraddizioni di Padoan


Austerità, questa sconosciuta. Anzi, no. Se Renzi abbaia in Europa, Padoan in Italia tiene invece le redini ben strette. E lo fa sulla falsariga di quella che fu la drammatica – e palesemente inutile – ricetta di Mario Monti.

In audizione di fronte alle commissioni bilancio di Camera e Senato, il ministro ha spiegato che “il governo mantiene una politica fiscale rigorosa con misure espansive“, con obiettivi “il rilancio della crescita e dell’occupazione”. Da qui l’assenza di misure espansive, complice anche l’opposizione “austeritaria” da parte di Bruxelles, ma senza che dalle parti di via XX Settembre si sia comunque mostrato nemmeno un minimo di coraggio. La strada è sempre quella: alto livello di tassazione, revisione della spesa, concessioni quanto basta. Un combinato disposto che risulta del tutto insufficiente se davvero si vuole che l’Italia torni a crescere e ad offrire posti di lavoro. Obiettivi – quelli elencati da Padoan – pressoché irraggiungibili in misura soddisfacente fin tanto che si resterà nella morsa dell’austerità.

D’altra parte, senza un considerevole taglio delle tasse è difficile che il Pil riprenda a segnare i numeri di cui abbiamo disperato bisogno. E il taglio della spesa pubblica – che ultimamente va di moda chiamare con l’appellativo di spending review – non aiuterà in tal senso, se non altro perché ridurre la stessa significa incidere sul prodotto interno lordo dato che ne è parte integrante. Il problema è che, per poter parlare seriamente di crescita e di occupazione, abbiamo bisogno di almeno due punti di Pil in più ogni anno, gli unici che possono garantire un sensibile calo (almeno un punto) nel tasso di disoccupazione. Se però ad ogni Def le stime sulla cre

Arriva “Venetex”, la moneta virtuale per aziende che “abolisce” l’Euro


Ha preso ufficialmente avvio oggi, in Veneto, ilcircuito di credito commerciale Venetex,strumento di pagamento che si fonda su unamoneta virtuale, la “Venetex”, il cui valore nominale è assunto pari a un euro. Il modello del sistema è mutuato dall’esperienza di Sardex, avviata in Sardegna nel 2010 ed oggi già adottato in altre nove regioni italiane. A supportare la partenza di Venetex è il circuito di52 imprenditori che aderiscono a Venetwork, rete di aziende regionali già intervenuti con propri capitali e competenze a supporto di nove imprese locali e startup e che da oggi è anche partner di Venetex.

Come scrive il GAZZETTINO: Lo scopo, è stato spiegato, è di creare un circuito di aziende di varia natura, con sede nella regione, preferibilmente piccole e medie, all’interno del quale lo scambio di beni e servizi è pagato con la moneta virtuale, ossia crediti maturati reciprocamente e che possono essere spesi nella rete degli associati in modo istantaneo e senza circuitazione di denaro. Oltre ad entrare a far parte di un sistema che consente vie «privilegiate» di business in un ambiente circoscritto e garantito, il metodo ha il vantaggio dievitare il passaggio per soggetti bancari o comunque finanziari nel caso di fabbisogno di liquidità o per il normale pagamento di fatture.

«Nel solo mese di dicembre – ha spiegato Gabriele Littera, presidente di Sardex – in Sardegna con Sardex sono stati transati oltre 100 milioni di crediti e sono ormai numerose le aziende che trasformano parte della busta paga dei lavoratori in crediti Sardex, da un lato mantenendo più agevolmente i posti di lavoro, dall’altro incentivando i consumi sul territorio». «Da subito – ha aggiunto invece l’amministratore delegato di Venetex, Francesco Fiore – potrebbero esserci da subito 500 mila persone fisiche, legate alle società aderenti, che potrebbero usare Venetex. Questa forma di credito, infine, non può essere accumulato, può soltanto essere speso e nelle altre regioni si è visto come la moneta virtuale circoli 10 volte più velocemente dell’Euro».

Il Governo italiano si inchina alla Trilaterale


Il Governo italiano ha deciso di mandare Yoram Gutgeld, consigliere di Palazzo Chigi e guru economico del premier Renzi, alla prima giornata dei lavori della Commissione Trilaterale, svoltasi quest’anno a Roma.

Meno “segreta” del Bilderberg ma non meno discussa, la Trilaterale è un club (amorevolmente definito “gruppo di studio” da Wikipedia) creato dal miliardario David Rockefeller per facilitare l’instaurazione di un nuovo ordine mondiale che cancelli le singole sovranità nazionali. A prescindere dall’opportunità di partecipare ufficialmente tramite un proprio esponente a una riunione del genere, non si può che provare profondo imbarazzo per Gutgeld, che in cotanta sede si è beato dei successi presunti o futuri dell’esecutivo italiano, quello che ha ricevuto negli ultimi giorni la suddetta sequela di stop. Gutgeld, da buon catalizzatore di effimeri consensi, si è astenuto dal citare questi inconvenienti, preferendo lanciarsi nell’annuncio dell’ennesimo intervento shock: un taglio di 25 miliardi alla spesa pubblica. Chissà cosa ne direbbe l’ex commissario alla Spending Review Carlo Cottarelli, che si era spontaneamente dimesso dopo che il Governo aveva evitato per l’ennesima volta di tagliare alcunchè e anzi continuava in quell’osceno tassa-e-spendi che da decenni ammorba l’Italia.

Le riduzioni paventate dal consigliere economico di Renzi sortiranno probabilmente i medesimi effetti avuti sulle Province: enti che risulteranno aboliti sulle slide propagandistiche del Presidente del Consiglio e che invece continuano a esistere svuotati di senso e delle risorse necessarie ad attuare le funzioni, ma non degli elevati costi di funzionamento. Vedere come su un palco tanto esclusivo possa salire chi sta sistematicamente fallendo il risanamento di un Paese, depotenzia alquanto chi grida al complotto accennando alla Trilaterale.

Certo, a meno di pensare malignamente che la rappresentanza del Governo italiano sia invece giustificata proprio dal suo sporco lavoro di svilimento continuo delle Istituzioni statali. Dopo Gutgeld è salito in cattedra Mario Monti, stendendo su questa faccenda ombre ancora più scure, vista la convinzione espressa molte volte da quest’ultimo sull’inutilità dei singoli Stati sovrani: anche in questa Trilaterale romana, l’ex Presidente del Consiglio pare essersi concentrato sulle preoccupazioni che gli genera il malfunzionamento dei sistemi politici nazionali, quei mostri che bloccano l’incedere dell’Europa verso un radioso futuro di integrazione. I popoli, con le loro meschine e provinciali peculiarità, sono vissute da Monti come un fastidio che ha rallentato l’esecuzione del suo compito di premier, quello di cedere sempre più poteri all’Unione europea e alla Nato.

Negli anni dei due governi tecnici targati Bilderberg abbiamo registrato questi inquietanti fenomeni: svendita di larga parte del patrimonio italiano di aziende e marchi storici; assenza di qualunque politica estera degna di questo nome o di un qualche indirizzo politico che non fosse quello piegato alle grandi organizzazioni internazionali; progressivo impoverimento del ceto medio attraverso una tassazione selvaggia che ha innalzato l’indebitamento delle famiglie, da sempre la colonna portante della Penisola.

Insomma, quello andato in onda alla Trilaterale di Roma è stato l’ennesimo colpo inferto alla sovranità del popolo italiano. Una batosta assestata nel silenzio assordante della stampa (con poche eccezioni): nulla di strano, d’altronde, essendo questa la scelta editoriale dei centri di potere che l’organizzazione di Rockefeller rappresenta. Non si può che essere fortemente preoccupati da un Paese che sceglie di inchinarsi a personaggi influenti che risiedono al di fuori della politica e al di fuori dei nostri stessi confini nazionali. I governi si avvicendano limitandosi a fare i compiti a casa — ieri era succhiare il sangue al ceto medio e svendere il patrimonio, oggi è applicare un po’ di Spending Review — invece di disegnare traiettorie per un futuro migliore che coniughi e valorizzi le specificità territoriali. Nemmeno questo ormai ci stupisce: non si viene invitati come relatori in un club esclusivo se non si hanno le credenziali per farne parte, almeno a livello teorico. Farebbero bene i nostri concittadini a porsi delle domande sulle frequentazioni dei membri del Governo. E a chi ha fermato il suo pensiero alle categorie sinistra/destra/centro, moderati/progressisti etc., rammentiamo le parole — datate 1991 — pronunciate dal fondatore della Trilaterale David Rockefeller:

Il mondo è pronto per raggiungere un governo mondiale. La sovranità sovranazionale di una élite intellettuale e di banchieri mondiali è sicuramente preferibile all’autodeterminazione nazionale praticata nei secoli passati.



Coldiretti: dai broccoli cinesi al basilico indiano, ecco la blacklist dei cibi più contaminati


La globalizzazione ormai da anni è arrivata sulle nostre tavole. Però non bisogna abbassare la guardia in tema di sicurezza alimentare. Ci sono troppi rischi per la nostra salute e consumare cibi contaminati è più facile (e potenzialmente pericoloso) di quanto potremmo immaginare. Coldiretti oggi ha presentato la “lista nera” dei cibi contaminati. Il primato, come dicevamo, va ai broccoli cinesi: tra i campioni esaminati il 92% è irregolare per la presenza di residui chimici. Il prezzemolo proveniente dal Vietnam presenta irregolarità nel 78% dei casi, il basilico indiano, invece, è fuori norma in ben sei casi su dieci. La “black list” dei cibi più contaminati è stata redatta sulla base delle analisi condotte dall’Agenzia europea per la sicurezza alimentare (Efsa) nel rapporto 2015 sui residui dei fitosanitari in Europa ed è stata presentata al Palabarbuto di Napoli in occasione della mobilitazione promossa da Coldiretti con migliaia di agricoltori italiani scesi in piazza con i propri trattori a difesa della dieta mediterranea e contro le speculazioni low cost.

La top 10 dei cibi più contaminati – Nella top 10 figurano anche fragole e arance egiziane e la menta marocchina. Ecco di seguito l’elenco, con annessa percentuale di prodotti irregolari importati in Italia:

1 Broccoli dalla Cina (92%)

2 Prezzemolo dal Vietnam (78%)

3 Basilico dall’India (60%)

4 Melagrane dall’Egitto (33%)

5 Peperoncino dalla Thailandia (21%)

6 Menta dal Marocco (15%)

7 Meloni e cocomeri dalla Repubblica Dominicana (14%)

8 Fragole dall’Egitto (11%)

9 Piselli dal Kenya (10%)

10 Arance dall’Egitto (5%)

Il fatto che il primato sul cibo più contaminato vada alla Cina non è casuale. Il gigante asiatico infatti anche nel 2015 ha conquistato il record nel numero di notifiche dall’Ue per prodotti alimentari irregolari, perché contaminati dalla presenza di micotossine, additivi e coloranti al di fuori dalle norme di legge. Su un totale di 2967 allarmi per irregolarità segnalate in Europa, ben 386 (il 15%) – precisa Coldiretti – hanno riguardato il gigante asiatico, che in Italia nello stesso anno ha praticamente quintuplicato (+379%) le esportazioni di concentrato di pomodoro, che hanno raggiunto circa 67 milioni di chili nel 2015, pari a circa il 10% della produzione nazionale in pomodoro fresco equivalente.


Se nella maggioranza dei broccoli cinesi è stata trovata la presenza in eccesso di Acetamiprid, Chlorfenapyr, Carbendazim, Flusilazole e Pyridaben, nel prezzemolo vietnamita – sottolinea Coldiretti – i problemi derivano da sostanze come Chlorpyrifos, Profenofos, Hexaconazole, Phentoate, Flubendiamide mentre il basilico indiano contiene Carbendazim, che è vietato in Italia perché ritenuto cancerogeno.

Nella classifica dei prodotti più contaminati elaborata alla Coldiretti ci sono però anche lemelagrane dall’Egitto che superano i limiti in un caso su tre (33%), ma fuori norma dal Paese africano sono anche l’11% delle fragole e il 5% delle arance che arrivano peraltro in Italia grazie alle agevolazioni sull’importazione concesse dall’Unione Europea. Con una presenza di residui chimici irregolari del 21% i pericoli – continua Coldiretti – vengono anche dal peperoncino della Thailandia e dai piselli del Kenia contaminati in un caso su dieci.

Ma si segnalano diversi problemi anche per la frutta che arriva dal Sud America, come imeloni e i cocomeri importati dalla Repubblica Dominicana, che sono fuori norma nel 14% dei casi per l’impiego di Spinosad e Cypermethrin. È risultato irregolare – sottolinea Coldiretti – il 15% della menta del Marocco, un altro Paese a cui sono state concesse agevolazioni dall’Unione Europea per l’esportazione di arance, clementine, fragole, cetrioli, zucchine, aglio, olio di oliva e pomodori da mensa, che hanno messo in ginocchio le produzioni nazionali.

L’accordo con il Marocco – precisa Coldiretti – è fortemente contestato dai produttori agricoli proprio perché nel Paese africano è permesso l’uso di pesticidi pericolosi per la salute che sono vietati in Europa. L’agricoltura italiana – conclude – è la più green d’Europa con 281 prodotti a denominazione di origine (Dop/Igp), il divieto all’utilizzo degli Ogm e il maggior numero di aziende biologiche, ma è anche al vertice della sicurezza alimentare mondiale con il minor numero di prodotti agroalimentari con residui chimici irregolari (0,4%), quota inferiore di quasi 4 volte rispetto alla media europea (1,4%) e di quasi 20 volte quella dei prodotti extracomunitari.

La proliferazione dei centri commerciali: un danno per ambiente ed economia


La proliferazione dei centri commerciali è davvero una soluzione per uscire dalla crisi, oppure l’eccessivo consumismo è portatore di nuovi problemi economici e ambientali?

In Italia, a partire dalla metà degli anni Ottanta, il nuovo consumismo ha trasformato una società basata sull’omologazione, in una società individualistica basata sulla distinzione. L’emblema di questo cambiamento è rappresentato dalla diffusione delle “cattedrali del consumismo” ovvero i centri commerciali. Generalmente vengono spacciati dagli amministratori locali come ancore di salvataggio per i comuni economicamente in crisi, grazie all’infame patto di stabilità, riferendosi alla creazione di nuovi posti di lavoro, ma la realtà è ben diversa dalle aspettative per vari motivi che verranno esposti nelle righe successive:

1) Danni ambientali: la costruzione dei centri commerciali richiede un enorme consumo di suolo fertile, suolo fertile che nessuno ci restituirà, perché quasi sempre sono costruiti in zone periferiche, agricole e non già ad esempio in aree industriali dismesse. La Lombardia è una delle regioni più urbanizzate e cementificate d’Europa, si calcola che vi sono 466,4 mq di suolo cementificato ogni mille abitanti. L’eccessivo consumo di suolo genera parecchi effetti ambientali dannosi.

2) Disoccupazione: mano a mano che aumenta la proliferazione dei grandi poli commerciali, i centri storici delle città italiane si svuotano, con conseguenze disastrose dal punto di vista economico. Dopo la liberalizzazione delle aperture approvata dal governo Monti, la situazione per le PMI è diventata insostenibile. La progressiva riduzione della capacità di richiamo della microeconomia locale rispetto alle politiche più aggressive della GDO, ha causato la chiusura di molte attività “storiche” facendo perdere il lavoro a molte persone.

3) Individualismo: oltre ai danni economici si sono sommati i danni dovuti all’abbandono dei luoghi tradizionali della vita sociale (il cortile, la piazza e i suoi bar, il mercato, il centro storico). Secondo l’etnologo francese Marc Augé, i grandi centri sono dei “non-luoghi” ossia degli spazi prodotti dalla società capitalistica iper-moderna che non hanno identità, né relazioni, né storia, dove moltitudini di individui si incrociano senza entrare in relazione, spinti solo dal desiderio di consumare o di accelerare le proprie attività quotidiane.

4) Neo-schiavitù: il personale assunto nella GDO, molte volte è fatto da persone di giovane età senza qualifiche, assunte con contratti atipici e a tempo determinato, con stipendi “da fame”. Mediante il costante ricatto del mancato rinnovo contrattuale -specialmente a tempo indeterminato- i lavoratori vengono costretti a lavorare quasi tutti i giorni, fine settimana e festivi compresi, svolgendo mansioni ripetitive per l’intera giornata lavorativa. Il personale viene usato unicamente come mezzo da sfruttare per incrementare il profitto e ciò determina un rapporto conflittuale tra i lavoratori .

Da tutti questi elementi è facile capire che i pochi posti di lavoro creati non sono per la propria natura in grado di soddisfare le esigenze di stabilità di un individuo men che meno di una famiglia.

Simone Ongari.

Libertà di stampa, Italia crolla ancora adesso siamo al 77° posto: dietro Nicaragua e Moldavia


La cosa bella è che la notizia è stata ripresa da tutte le testate giornalistiche main stream, proprio coloro che dovrebbero garantire un’informazione pulita e libera. Invece i filtri spesso avvengono proprio a livello editoriale, o per non disturbare il padrone o per manipolare subdolamente la popolazione al fine di divulgare ideologie vicine al gruppo.

La libertà di stampa è regredita in tutte le regioni del mondo nel 2015, specialmente nelle Americhe che per la prima volta sono state superate dall’Africa: lo riferisce Reporter senza frontiere nella sua classifica annuale. L’Italia si trova al 77esimo posto, avendo perso quattro posizioni rispetto allo scorso anno, davanti al Benin e alla Guinea Bisseau e dietro la Moldova. Il Paese più virtuoso è la Finlandia, seguita sul podio da Olanda e Norvegia. La classifica è chiusa da Vietnam (175), Cina (176), Siria (177), Turkmenistan (178), Corea del Nord (179) ed Eritrea (180).


“Tutti gli indicatori della classifica testimoniano un regresso. Molte autorità pubbliche stanno cercando di riprendere il controllo del loro Paese, temendo grandi aperture del dibattito pubblico”, ha commentato Christophe Deloire, segretario generale di Rsf.


Se la situazione si è aggravata in tutte le aree geografiche, il continente americano – in particolare – ha fatto registrare un grande passo indietro soprattutto a causa dell’uccisione di numerosi giornalisti nell’America centrale. In America latina, “la violenza istituzionale (in Venezuela, 139esimo, ed Ecuador, 109) e quella del crimine organizzato (Honduras, 137), l’impunità (Colombia, 134), la corruzione (Brasile, 104), la concentrazione dei media (Argentina, 54) rappresentano i principali ostacoli alla libertà di stampa”, ha spiegato Reporter senza frontiere. In America del Nord, gli Stati uniti (41) soffrono invece la cyber-sorveglianza e il Canada – che perde dieci posizioni, al 18esimo posto – ha visto la sua situazione degradarsi “durante la fine del mandato dell’ex primo ministro Stephen Harper”.



E così, le Americhe sono finite dietro l’Africa, anche se la zona dell’Africa del Nord e del Medio Oriente resta la regione del mondo in cui i giornalisti sono “più sottoposti a pressioni di ogni sorta”. In alcuni paesi in crisi, come Iraq (158), Libia (164) e Yemen (170), “esercitare la professione di giornalista denota coraggio”, ha sottolineato Rsf, che ha accolto con favore il miglioramento della situazione in Tunisia (96esima, dopo aver guadagnato 30 posizioni), dove si registra “un consolidamento degli effetti positivi della rivoluzione”.


Fonte: www.today.it

Se e’ vero che non tutti i mali vengono per nuocere allora la folle politica migratoria voluta dal governo Renzi sta avendo anche dei lati positivi visto che sta facendo salire l’euroscetticismo in tutta Europa.

A tale proposito e’ interessante notare come un recente sondaggio fatto in Svezia da TNS Sifo per conto dell’emittente pubblica SVT ha rivelato che solo il 39% degli svedesi e’ a favore della UE mentre il 21% e’ contrario e il resto e’ indeciso, ma l’indecisione riguarda solo la possibilità di indire subito un referendum per far uscire la Svezia dalla Ue, non è riferita all’apprezzamento per l’Unione europea.

L’aspetto piu’ interessante e’ che nell’autunno del 2015 a essere a favore della UE erano il 59% degli svedesi e questo significa che in pochi mesi i favorevoli alla UE sono calati di 20 punti percentuali, un calo enorme che la dice lunga sull’impopolarita’ della UE.

Ma cosa ha causato questo aumento dell’euroscetticismo?

Secondo gli esperti svedesi – la notizia del tracollo del gradimento per la Ue ha riempito tutti i giornali di Svezia – la causa principale va trovata nella politica migratoria voluta dalla UE e nel fatto che nessun paese europeo voglia farsi carico dell’enorme numero di rifugiati arrivati in suolo svedese.

A tale proposito occorre ricordare che la Svezia ha accolto un numero elevatissimo di rifugiati negli ultimi anni creando grossi problemi di ordine pubblico ed evidentemente la gente ne ha abbastanza di sentirsi dire che gli immigrati sono una risorsa e che tutti quelli che arrivano in Europa vanno accolti a braccia aperte.

Anche se ancora e’ troppo presto per capire se in Svezia ci sara’ un referendum per uscire dalla UE in tempi brevi, c’e’ chi gia’ parla di Swdexit e visto che in questa materia le cose cambiano rapidamente non e’ da escludere che dopo il 23 Giugno anche nel paese scandinavo non inizi una campagna per uscire dalla UE.

C’è anche da dire che un sondaggio di Yougov dello scorso autunno ha rivelato che il partito anti-immigrati dello Sweden Democrats e’ diventato il primo partito della Svezia con il 25,2% dei consensi, superiore al 23,4% dei Social democratici che sono al governo. E questo è un fatto a dire poco storico, per un Paese nel quale la socialdemocrazia è al potere da decenni. E proprio Sweden Democrats potrebbe dopo la votazione del 23 giugno in Gran Bretagna per il Brexit, decidere di raccogliere le firme per indire identico referendum in Svezia.

Tale storia e’ stata riportata da alcuni giornali britannici ma completamente ignorata in Italia forse perche’ sarebbe imbarazzante per i ministri del governo Renzi visto che sono stati proprio loro con le loro folli politiche migratorie a contribuiire alla distruzione della UE.

Fonte: Il Nord

Previdenza, l’allarme dell’Inps: in pensione a 75 anni


Roma, 20 apr – Fra le grandi verità di ogni esecutivo, accanto alla prossima ventura uscita definitiva dalla crisi, la forza del sistema bancario, la tutela dei risparmi e l’occupazione, quella relativa alle pensioni e alla solidità del sistema previdenziale detiene, di diritto, un posto sul podio. Non vi è esecutivo che non abbia garantito sulla tenuta dell’Inps, salvo poi tradurre la promessa nella grande riforma Dini allo scalone di Maroni, fino alla legge Fornero.

I provvedimenti varati durante l’era Monti dovevano, nelle intenzioni, dare l’ennesima sistemata definitiva alle sempre traballanti casse dell’ente di previdenza. Uscita dal lavoro più tardi uguale maggiori risorse che si potevano trattenere presso l’istituto. Così sarebbe, in teoria: allo stesso tempo, però, bloccare nuove assunzioni (quelle dei giovani, non sostituiti dagli “anziani” trattenuti al lavoro) equivale a non incamerare nuovi contributi, mettendo peraltro a rischio anche il futuro previdenziale dei primi. I quali vedranno, nella migliore delle ipotesi, progressivamente slittare in avanti l’età alla quale andranno in pensione.

A lanciare l’allarme è niente meno che lo stesso presidente dell’Inps, l’economista Tito Boeri. “Abbiamo preso in considerazione – spiega, illustrando i risultati di uno studio – i lavoratori dipendenti ma anche gli artigiani, e persone che oggi hanno 36 anni e che probabilmente, a causa di episodi di disoccupazione, hanno una discontinuità contribuitiva di circa due anni“. Una situazione comune a molti e che nasconde un brutto risultato:“Invece di andare in pensione a 70 anni rischiano di andarci due, tre o anche cinque anni dopo perchè privi dei requisiti minimi“. Insomma, nonostante gli anni di contributi versati anche superiori ai 40, la pensione non la vedranno se non prima dei 75 anni. Ammesso che sino ad allora non intervengano nel frattempo nuove riforme: ma a questo punto mancherebbe solo di spingere la soglia dell’età pensionabile oltre la speranza di vita.

La soluzione? Più crescita, più occupazione, più lavoro, uscita dal circolo vizioso dell’austerità, politiche di lungo termine in favore della natalità? Non sia mai, ipotesi che non trovano cittadinanza nel verbo di un ex bocconiano. “Entreremo nel nuovo sistema contributivo a partire dal 2032, troppo tardi. Per questo meglio una riforma seria e definitiva invece che questo stillicidio di riforme che disorientano le persone“, ha concluso Boeri. La macelleria sociale firmata dalla Fornero non è, evidentemente, bastata.

Filippo Burla

17 aprile 2016

COL CROLLO DELLA UE ARRIVA LA FINE DELL'EURO: NON SOPRAVVIVERA'. (COSA PENSATE DI FARE COI VOSTRI SOLDI?)


Le prossime settimane si preannunciano dense di avvenimenti per il futuro del IV reich di Bruxelles e Berlino, al secolo noto come Unione europea.
Nonostante gli alti lai dell’inquilino quirinalizio che non perde occasione di criticare l’Austria perché sta costruendo un muro al confine con l’italico stivale in quanto non vuol ritrovarsi invasa dalla masnada di sedicenti “profughi” che noi pretendiamo di accogliere a braccia aperte in nome di una non ben compresa solidarietà verso i più bisognosi, dimenticandosi dei molti connazionali veramente bisognosi, a partire da anziani e malati che vedono ridursi sempre più le tutele da parte di questo governo non eletto, l’elettorato austriaco il 24 aprile potrebbe dare una potente svolta a destra al governo.
Se il Partito della Libertà, FPOE, con il suo leader Christian Strache dovesse ottenere un importante risultato alle elezioni, dato che i sondaggi da ben nove mesi lo danno in testa, la politica austriaca andrebbe ancora più a collidere con quella della Ue e della moneta unica.
A questo, aggiungiamo l’esito del referendum inglese sull’uscita dalla UE, la cui permanenza è tutt’altro che scontata, e si capisce subito come l’impalcatura Ue creata dalla Germania vacilli sempre più.
Ma guardiamo in casa nostra: abbiamo a che fare con un debito pubblico impazzito, salito proprio oggi 2.214,9 miliardi di euro, ha comunicao Banca d'Italia precisando che è lievitato di 21,5 miliardi di euro nel mese di febbraio (qualcosa come 700 milioni di euro al giorno!) a  cui s'aggiunge la crisi sistemica delle banche ben lontana dall’essere risolta, nonostante il famigerato fondo Atlante, una crescita ridicola dell'economia e una decrescita dell'occupazione, senza scordare che l'Italia continua a essere (con tutta l'eurozona) in deflazione e per chiudere il cerchio una tenuta sociale messa sempre più a rischio dall’invasione di orde di clandestini.
Tutto questo fa sì che il futuro della Ue e della moneta unica siano decisamente a rischio, anche perché la BCE ha ormai esaurito qualsiasi intervento per cercare di rianimare un’economia in stato comatoso qual è quella - unicamente - dell’eurozona, affondata dalla deflazione che la Bce non riesce a battere e afflitta dalla stagnazione, con tutti gli indicatori economici in ribasso a partire da quelli della Germania.
Allora, mai come oggi è fondamentale porsi la seguente domanda: cosa fare, in caso di rottura della moneta unica?
La risposta non è affatto difficile da capire: poche e semplici cose: diversificare i propri investimenti, alleggerendo le posizioni in titoli di stato e privilegiando valute estere: dollari, sterline e franchi svizzeri. 
Non puntate - dateci retta - su una sola valuta, diversificate per ridurre il rischio e, magari, portare pure a casa un guadagno.
Stesso discorso di diversificazione dovete farlo per quello che riguarda dove mettere i propri soldi: non teneteli solo in banche italiane. Oggi in Italia operano diverse banche straniere, usatene un paio, per attenuare il rischio di bail in del sistema bancario italiano. Chiaramente devono essere banche che non appartengono al perimetro euro, quindi niente banche francesi o peggio tedesche, che sono le più marce d’Europa se non del mondo. Vi rimandiamo agli articoli del nostro quotidiano sulla Deutsche Bank, per capire fino a che punto.
Per concludere, l’ultima mossa opportuna è quella di tenere una riserva di contanti disponibile, per evitare che dalle parti di Bruxelles qualcuno possa decidere di imporre limiti all’uso dei prelievi dagli sportelli bancari.
Se qualcuno ritiene che questo scenario, ovvero la dissoluzione dell’euro e quindi della Ue, sia pura fantascienza, credo farebbe bene ad andare a rileggersi le “meravigliose” profezie dei fautori della moneta unica sul benessere e la ricchezza che quest’ultima avrebbe generato.
Ricordate? Qualcuno fanfaronava di lavorare un giorno in meno guadagnando come se si fosse lavorato un giorno in più; qualcun altro di prosperità e ricchezza per tutti, e specialmente per gli italiani. Ricorderete che venne propalata la menzogna tonante per la quale l'euro avrebbe "salvato" l'Italia dal suo debito pubblico "enorme".
Già, peccato che all'anno 2000 quando è arrivata la sciagura dell'euro il debito pubblico italiano fosse la metà - la metà! - di quello attuale! Si era a 1.300 miliardi di euro contro i 2.215 di oggi. L'Italia dal 1861 all'anno 2000 ha accumulato, lo ripetiamo, mille e trecento miliardi (espressi in euro) di debito pubblico. Dall'anno 2000 al mese di febbraio del 2016 il debito pubblico italiano è cresciuto di circa di mille miliardi di euro. Vi rendete conto? 
L'euro invece di "abbattere" il debito pubblico come i governi di centrosinistra a guida Prodi e D'Alema raccontarono agli italiani dal 1996 al 2000 per convincerli a considerare "meravigliosa" quella che invece era una mostruosa porcata chiamata euro, lo ha raddoppiato in soli 15 anni e due mesi, mentre ce ne vollero 139 - di anni! - per crearlo. Quindi, il colpevole - perchè c'è un colpevole - della stratosferica quantità di debito pubblico italiano è l'euro. Senza l'euro, il debito pubblico sarebbe stato svalutato, non raddoppiato in una valuta dal cambio "tedesco" com'è l'euro.
Ma quando una creatura nasce marcia, è destinata a morire. Si può discutere in quanto tempo, ma l’esito è scontato. Sarà così per l’euro come lo è stato per decine di unioni monetarie abortite nei decenni passati. Prima accadrà, meglio sarà. Per noi italiani di sicuro. Forse meno per i tedeschi, ma hanno già arraffato abbastanza in questi anni.
Luca Campolongo

http://diblas-udine.blogautore.repubblica.it/2016/03/24/la-destra-austriaca-in-testa-nei-sondaggi-ormai-da-nove-mesi/

http://formiche.net/2016/01/01/deutsche-bank-e-le-magagne-delle-banche-tedesche/





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