07 maggio 2016

La cilecca del libero mercato americano Usa: Nazione ad alto profitto e bassa prosperità, scivolata nella finanza, ha perso la cultura industriale


Secondo Grove, la grave perdita di posti di lavoro è stata mal interpretata dalla Silicon Valley anche per «una fede mal riposta da parte degli Stati Uniti nel potere delle start-up di creare posti di lavoro». La fase di start-up dell’azienda, ovvero quando vengono identificati gli utilizzi della nuova tecnologia, per l’icona di Intel è importante tanto quanto la fase di scala della produzione, cioè quando dal prototipo si passa alla produzione di massa. Solo quella di scala rappresenta, però, il motore di sviluppo per il lavoro e l’aumento di scala ma, in generale, questa non si verifica più negli Stati Uniti.

Senza un ridimensionamento non ci limitiamo solo a perdere posti di lavoro, ma anche a perdere quella leadership nelle nuove tecnologie che appartiene da sempre agli Stati Uniti, i quali vedrebbero danneggiata, infine, anche la loro capacità di innovare.

Un pensiero condiviso. Un’innovazione fatta a decine di migliaia di chilometri di distanza dall’industria è impossibile. L’innovazione nasce dal confronto e dall’interazione continua tra quello che si sogna di fare e quello che si può fare nella realtà. Un centro di ricerca o un laboratorio che non comunica con la fabbrica in tempo reale non sta in piedi. Tanto più se ci sono problemi di intellectual property.

Un impegno a tutto campo per la produzione con base in America non è mai stato all’ordine del giorno nell’agenda degli affari della Silicon Valley o nell’agenda politica degli Stati Uniti. Una mancanza, secondo Grove, che sarebbe il risultato di un’altra molto diffusa e ‘lapalissiana verità’, ovvero che «il libero mercato è il migliore di tutti i sistemi economici». Una convinzione viziata. Il trionfo dei principi del libero mercato, nel corso della pianificazione economica del XX Secolo, non ha reso quei principi infallibili e immutabili. Lo spazio di miglioramento ci sarebbe stato per ciò che lui definiva un’economia e una politica ‘lavoro-centrica’.

In un sistema ‘lavoro-centrico‘, la creazione di occupazione dovrebbe essere il primo obiettivo di una Nazione il cui Governo abbia stabilito tale priorità. Le forze necessarie per raggiungere l’obiettivo devono contribuire all’interesse non del profitto immediato, ma piuttosto dei «dipendenti e di coloro che devono ancora essere assunti».

Grove era ragionevolmente preoccupato per gli effetti sociali ed economici corrosivi provocati dall’alto tasso di disoccupazione, quando era attorno al 9,7 per cento. Il tasso è sceso considerevolmente da allora, ma i problemi persistono. Prevale la presenza di lavori precari, part-time a bassa retribuzione e senza prospettive. Giocoforza durante la campagna elettorale, i grandi gruppi di americani vengono motivati ​​e manipolati sulla base delle reali disuguaglianze sociali ed economiche. Una situazione che continua a peggiorare.

Un’altra tesi piuttosto diffusa era che il lavoro esportato non fosse importante, fintanto che i profitti aziendali rimanevano negli Stati Uniti. Ma, fu proprio quando le aziende americane iniziarono a vedere aumentare i loro guadagni, che iniziò anche l’esodo dei profitti verso l’estero. Con l’evasione fiscale.

Il risultato è che siamo di fronte a una Nazione ad alto profitto, ma a bassa prosperità. «Tutti noi del mondo degli affari», scriveva Grove, «abbiamo la responsabilità di sostenere l’attività industriale americana da cui dipendiamo e la società, la cui capacità di adattamento e la stabilità, abbiamo forse date per scontato. La Silicon Valley e gran parte delle aziende americane devono ancora raggiungere e capire questo principio».

E dell’America cosa resterà? Se non inverte la rotta, vi sarà un grande aumento della povertà e la devastazione di interi Stati. Uscire da questo loop è molto complicato. Non è solo colpa dei trattati commerciali. La vocazione industriale degli Stati Uniti è scivolata verso servizi e finanza, e si è persa la cultura industriale. Oggi i giovani laureati che escono dalla Business School vanno dove si guadagna di più, cioè nelle start up. La ragione per cui la Apple preferisce spostare la sua produzione in Cina non è solo perché i costi sono contenuti, ma è anche perché solo in Cina riesce a concentrare in una stessa location 150mila operai di cui 30mila sono ingegneri. Non sarebbe facile fare un impianto di assemblaggio Apple negli Usa, semplicemente perché l’America non ha quella densità e quella disponibilità di risorse tecniche senza le quali l’industria non può nascere né sopravvivere.

Che l’America possa perdere il suo primato di patria della tecnologia è un fatto, assodato e confermato dai crescenti problemi di bilancio che obbligheranno il Governo americano a tagliare le spese della ricerca sanitaria, militare e spaziale. La convergenza di questi fattori, ovvero budget che si riducono, tassazione che non aumenta, bassa vocazione industriale e basso numero di laureati, oltre al desiderio di controllare e contingentare i visti dei professionisti esteri che entrano nel Paese, sono sufficienti a fermare la crescita americana.

I laureati in ingegneria negli Stati Uniti sono molto pochi, più o meno 80mila l’anno, mentre in Cina sono 2-3 milioni e, nonostante, l’industria richieda la liberalizzazione dei visti per poter importare figure tecniche estere necessarie, i numeri restano molto limitati con un contingente di 15mila l’anno. Bisognerebbe ribaltare la situazione. Ma il cambiamento cozza contro le perverse ideologie del partito repubblicano. Nel 70% dei casi gli Stati Uniti hanno avuto un Presidente di un partito diverso da quello del congresso, per cui nel 70% della storia americana, il sistema democratico americano è stato ‘disfunctional’.

Che si possano stravolgere i meccanismi repubblicani è dubbio. In Italia questa è una cosa che non ci sorprende, visto che siamo abituati a essere maltrattati, ma la situazione degli Stati Uniti ci consola e ci fa capire che non siamo gli unici ‘cretini’ al mondo.

Redazione

06 maggio 2016

I paradisi fiscali: il buco nero dell'economia mondiale


Dove vengono nascosti i tesori miliardari frutto dell' evasione fiscale internazionale, della corruzione e del crimine organizzato.

Dalle isole Cayman alla City di Londra, dal Lussemburgo a Singapore, da San Marino al Vaticano... i paradisi fiscali sono una realtà in continua crescita, divenuti negli anni i principali artefici dell'economia finanziaria, ma anche il rifugio preferito per chi desidera nascondere i profitti internazionali derivanti dall'evasione ed elusione fiscale, dalla corruzione e dalle attività criminali. Anche detti paesi offshore, letteralmente “in mare aperto”, tecnicamente esperti in servizi finanziari per non residenti, in pratica porti franchi in cui i controlli sono laschi o nulli. Un recente libro-inchiesta, il primo mai pubblicato in Italia, fornisce numerose informazioni e dati molto interessanti. Si tratta del libro “Caccia al tesoro”, edito da Ponte alle Grazie nel 2014, e opera della giornalista romana Nunzia Penelope, collaboratrice del “Foglio” e del “Fatto Quotidiano”. 

l'articolo che segue si basa, perciò, sulle informazioni contenute nel libro sopra citato. 

DESCRIZIONE E DIMENSIONE DEL FENOMENO 

Secondo le fonti più autorevoli, citate dalla giornalista nel suo libro, il tesoro nascosto nei paradisi fiscali ammonterebbe oggi a circa 32 mila miliardi di dollari: il doppio dell'intera ricchezza prodotta ogni anno dagli USA o dall'Europa, 20 volte il PIL annuale dell'Italia. E secondo l'OCSE, ogni anno l'Europa perde mille miliardi di tasse a causa dei paradisi, l'America altrettanto. Questa massa di denaro, sottratta alle casse di tutti i paesi, appartiene soprattutto a quattro soggetti: le grandi multinazionali, le banche, gli evasori e le organizzazioni criminali. Il mondo offshore è' il buco nero dell'economia, e dentro c'è di tutto: le tangenti della corruzione, il traffico d' armi e di droga, ma anche le plusvalenze delle multinazionali e, soprattutto, i soldi della grande evasione internazionale. 

I paradisi fiscali possono essere di tre tipi: il paradiso fiscale in senso stretto, dove vi sono tasse bassissime o inesistenti: sono la location preferita dalle grandi multinazionali, da imprese e gruppi industriali di ogni Paese. Grazie a questi paesi le grandi multinazionali finiscono per non pagare tasse in nessun luogo, o di pagarne in percentuali ridottissime pari all'uno, due per cento dei profitti. In questo caso si parla più di elusione piuttosto che di evasione. Il paradiso societario, dove si possono aprire società fantasma e trust senza alcun controllo: vere e proprie società schermo o scatole profonde dove si può nascondere di tutto, a cominciare dall'identità del loro proprietario. Attraverso un' adeguata rete di trust e società offshore, si può evadere il fisco, pagare o riscuotere una tangente, riciclare denaro sporco, occultare patrimoni o nascondere proprietà immobiliari. Infine, il paradiso bancario, composto da paesi in cui vige il segreto bancario più assoluto sui titolari e i contenuti dei conti correnti, il che ne fa un rifugio sicuro sia per gli evasori sia per ogni altro genere di capitali, puliti o sporchi. Ma sempre più spesso queste tre tipologie s' intersecano e si sommano tra loro, moltiplicando la gamma di servizi offerti da ogni singolo paese offshore. 

Quando si afferma che nel corso dei decenni, le disuguaglianze tra ricchi e poveri sono aumentate vertiginosamente, e che una notevole percentuale di ricchezza si è spostata dal lavoro e dall'economia reale alla rendita finanziaria, bisogna aggiungere che ciò è avvenuto grazie ai paradisi fiscali, perchè è li che si nascondono i soldi. 

Oggi la capitale mondiale dei traffici finanziari esentasse (e del riciclaggio di denaro) è Londra, e fanno parte della Gran Bretagna una ventina di location offshore tra le più famose (es. Isole Cayman, Isole Jersey e Guernsey). 
Gli USA costituiscono il più esteso paradiso fiscale del pianeta, grazie alle leggi permissive di stati come il Nevada, il Delaware, il Wyioming, la Florida. 
In Svizzera sono nascosti oltre undicimila miliardi di euro, prevalentemente di cittadini non residenti, e in gran parte statunitensi e italiani. l'Irlanda, Cipro e Malta consentono facilitazioni fiscali perfino superiori a quelle delle Cayman. La Francia ha rapporti stretti con Monaco e Andorra, l'Italia ha legami fortissimi con San Marino e il Vaticano dello IOR. Ma ancora, l'Olanda è sede di 23 mila società fantasma nonchè rifugio molto amato dalle multinazionali americane in fuga dal fisco, e il Lussemburgo dove hanno la sede fiscale quasi tutti i grandi gruppi e istituti bancari italiani. Lichtenstein, Austria e perfino Germania, attraverso una rete di piccole banche locali - l'equivalente delle nostre casse di risparmio - sono una sorta di porto franco. Alle isole Vergini americane stanno di casa alcune famose multinazionali americane, come Boeing, General Motors, e Coca-Cola.Nei paradisi fiscali, complessivamente, hanno sede 10 mila banche (di cui oltre 300 italiane), milioni di società fantasma, e le maggiori aziende del settore shipping, quelle che mobilitano navi superiori alle 100 tonnellate. 

Dal sistema offshore passa l'85% delle emissioni bancarie e obbligazionarie internazionali. Fanno base in un paradiso tutti gli hedge fund che controllano il sistema mondiale dei derivati, un mercato che vale 10 volte la ricchezza prodotta annualmente sul pianeta: 600.000 miliardi di dollari, sempre pronti a speculare sulle monete nazionali o su qualunque altra cosa. Anche le più delicate infrastrutture per lo svolgimento delle operazioni economiche e finanziarie mondiali sono in paesi sostanzialmente offshore per agire in totale segretezza, per es in Belgio, dove ha sede lo SWIFT (il sistema di telecomunicazioni finanziarie più grande al mondo) e nel Delaware, dove ha sede lo IASB (l'organismo responsabile dell'emanazione dei delicatissimi principi contabili internazionali). Anche le grandi società di revisione o di rating, quelle che valutano le economie dei singoli Paesi, indirizzando di conseguenza la speculazione internazionale, sono tutte società con sede in paesi offshore. 

Il mondo "offshore", insomma, è di fatto un' industria globale molto redditizia e ingegnosamente strutturata, progettatta e gestita in primo luogo dalle più grandi banche del mondo, da una miriade di studi legali e società di revisione contabile dai nomi prestigiosi, con base a New York, Londra, Ginevra, Francoforte. 

Sta di fatto che nel 2014, secondo diverse fonti, i paradisi attivi sarebbero tra i 60 e gli 80, a seconda dei principi scelti per catalogarli. Nel 2013 il quotidiano francese Le Monde ne ha contati addirittura 96, pienamente operativi. Altri paesi offshore, non ancora citati, sono: Andorra, isole Marshall, isole Seychelles, Liberia, Nauru, Monaco, Vanuatu, Costa Rica, Malaysia, Filippine, Uruguay, Antille olandesi e Panama. La concorrenza è fortissima, e sempre al ribasso: se i paesi che da più tempo fanno parte del sistema offshore possono offrire condizioni di favore a società e capitali, gli ultimi arrivati sulla piazza devono per forza offrire condizioni ancora più competitive. E' il caso, tra gli altri, del Gambia, di Porto Rico e Gibilterra. C'è poi l'Armenia, dove con il contributo della Russia è stata creata, recentemente, una zona free tax destinata agli investimenti high-tech. C'è il Kenya che si sta attrezzando per copiare le attuali condizioni fiscali offerte dall'Irlanda. E c'è il Tibet, che la Cina sta attrezzando per diventare un paradiso fiscale. 

LA PLATEA DEI PROPRIETARI DEL TESORO 

Solo un terzo dei 32 mila miliardi sono proventi del crimine organizzato, mentre il grosso, cioè poco meno del 70%, arriva dall'evasione e elusione fiscale internazionale. Una quota fra il 3 e il 5%, infine, sarebbe riconducibile ai frutti della corruzione. 
Secondo TAX JUSTICE NETWORK (TJN), una delle più importanti organizzazioni indipendenti che dal 2002 studia e combatte i paradisi fiscali, la vasta platea dei proprietari conta circa 10 milioni di soggetti. Di questi, in 91.000 (circa lo 0,1%) possiedono la metà di tutta la ricchezza nei paradisi: una elite composta da ricchi rentier e grandi multinazionali, dittatori e signori della droga, broker e speculatori finanziari, oligarchi russi e sceicchi del petrolio. Tutti con le stesse esigenze: l'anonimato in primo luogo, e di conseguenza la possibilità di evadere il fisco, investire in attività economiche restando nell'ombra, accedere alle proprie ricchezze da qualunque parte del mondo senza lasciare traccia, completamente al sicuro dalle indagini delle autorità fiscali e giudiziarie. Anonimato, sicurezza, forti guadagni: sono esattamente questi gli elementi che fanno di un paese un paradiso fiscale, e sono sempre più richiesti. Infatti, il giro dell'economia offshore vanta oggi un tasso di crescita annuale del 16% 

IL PRIVATE BANKING 

Il motore principale del sistema è il private banking, cioè quelle sezioni degli istituti di credito che gestiscono i patrimoni privati dei clienti. Il private banking dà lavoro a circa un milione di persone: non moltissime, ma assolutamente cruciali perchè costituiscono, in pratica, gli architetti del sistema. Circa 200 mila di questi operatori stanno in Svizzera, il Paese al mondo col maggior numero di dipendenti diretti nella gestione di patrimoni. In Italia lo stesso settore mobilita appena 200 operatori, che gestiscono però qualcosa come 800 miliardi di euro. l'industria offshore attira anche la domanda di altri servizi: studi legali, società di revisione contabile, servizi di ufficio e di viaggio. Un esercito di persone il cui compito specifico è far viaggiare i soldi altrui, perchè il capitale non sta mai fermo: è continuamente reinvestito e fatto fruttare, per incrementare ulteriormente la base di partenza. Ma non viene investito nelle isole caraibiche, quelle sono solo la prima tappa. Perchè dopo essere approdato nelle isole e adeguatamente trattato, il denaro torna indietro, per essere investito a Londra, New York, Tokyo, Parigi, Berlino, Milano,... 

A gestire tutto questo sono essenzialmente le prime 50 banche private mondiali, cui farebbe capo circa il 70% di tutti i movimenti della richezza offshore: da UBS a Credit Suisse, da Morgan Stanley a Deutsche Bank, e ancora Bank of America Merrill Lynch, JPMorgan-Chase, BNP Paribas, HSBC, Goldman Sachs, ABN AMRO, Barclays. 
Ognuna di queste banche, negli anni scorsi, ha ottenuto dai propri governi aiuti per centinaia di miliardi, a spese dei bilanci pubblici e dei contribuenti. E tuttavia sono le stesse che contribuiscono all'evasione fiscale mondiale. Oltre il danno, la beffa. 

IL SISTEMA OFFSHORE E IL CRIMINE ORGANIZZATO 

Il sistema offshore è opaco e segreto e, nello stesso tempo, offre servizi bancari e finanziari di buon livello. Uno dei migliori veicoli per il reimpiego finanziario di denaro sporco è stata, negli anni Novanta, l'apertura al mercato globale dei paesi dell'ex blocco sovietico. Dietro l'ex cortina di ferro i capitali mafiosi hanno comprato di tutto: industrie, proprietà immobiliari, fondi di investimento, assicurazioni, banche. E poiché la finanza e l'economia sono vasi comunicanti, un capitale mafioso investito, ad es. in Bulgaria, prima o poi te lo ritrovi a Milano, Roma, Parigi, Londra. 

Secondo il magistrato della DDA Gianfranco Donadio: il meccanismo è semplice. Un capitale depositato in una banca offshore non ha bisogno di muoversi: la sua sola presenza, sia pure dall'altra parte del pianeta, fornisce la garanzia che consente di ottenere in Italia il credito necessario a qualunque iniziativa imprenditoriale. 
Anche il sistema finanziario che nasce dal traffico di droga si è a sua volta spostato su canali praticamente irrintracciabili. Tanto che, racconta Donadio, le intercettazioni rivelano esclusivamente il movimento della droga, mai quello del denaro che ne deriva. Un vero paradosso: “Sembra quasi che la droga circoli gratuitamente, perchè le intercettazioni ci fanno capire che esiste una rete di trasportatori, di intermediari, di depositari. Ma non abbiamo idea di dove finisca il denaro, e questo ci fa capire sempre più che si è creato un sistema finanziario separato dal traffico fisico delle droghe”. 
E ovviamente proprio i paradisi fiscali sono la base di questo sistema finanziario parallelo e inafferrabile. Il crimine, del resto, usa senza problemi gli stessi sistemi usati dalle imprese legali, per accumulare nero e trasferire quattrini, in primo luogo quello delle fatture false: giocando sulle esportazioni e importazioni attraverso diversi paesi. 
E del resto, ogni organizzazione criminale dispone ormai di una notevole quantità di validi tecnici, esperti in materia fiscale e societaria, in grado di svolgere qualsiasi operazione in qualsiasi Paese. 

Un bell'aiuto ai movimenti di denaro sporco lo ha dato anche lo scudo fiscale italiano del 2009-2010, che ha consentito a grandi masse di capitale di simulare una collocazione estera per poi usufruire della sanatoria che garantiva l'anonimato. E poi, una volta ripulite, fingere di rientrare in Italia, anche se, in molti casi, nemmeno un cent aveva mai veramente varcato il confine. Anche in questo caso, i paradisi fiscali hanno giocato un fondamentale ruolo di sponda, perché la complicità degli intermediari e degli istituti bancari offshore, in questa partita è stata decisiva: stava a loro, infatti, emettere la falsa certificazione che quei capitali erano depositati effettivamente nei caveau esteri. 
Un servizio che le banche si sono fatte pagare a caro prezzo, si intende: ma poiché per sanare i capitali lo Stato italiano chiedeva come obolo appena il 5% della somma scudata, alla fine dei conti è stato un grande affare. 

IL SISTEMA OFFSHORE E LE MULTINAZIONALI 

Un' indagine condotta da TJN su 97 tra le più grandi società del mondo ha dimostrato che, nel 2010, avevano tutte almeno una sede in un paradiso fiscale. Inutile chiedersi in cosa consista l'attività delle multinazionali in questi paesi. Il sistema consente di mantenere la riservatezza perfino su alcuni elementi basilari: che tipo di commercio svolgono, quante persone impiegano in loco, che profitti registrano, quante tasse pagano (o non pagano), il valore complessivo delle attività che svolgono nei diversi paesi, ecc. 
Ancora più interessante è la dettagliata analisi compiuta da un' altra ONG, ActionAid, sulle maggiori società quotate alla borsa di Londra, che rappresentano, come valore, 
l'80% di tutto il mercato finanziario della City. Dall'indagine emerge che quasi il 40% di questi giganti ha società estere in paradisi vari. La sola banca Barclays risulta avere 174 collegate alle Cayman; la WPP, il principale gruppo di pubblicità e pubbliche relazioni del mondo (162.000 dipendenti e 3000 uffici in oltre 100 paesi) arriva addirittura a controllarne 611. Non sono da meno i big del petrolio BP e Shell, che possono vantare, complessivamente, quasi 1000 controllate in paradisi fiscali; di queste, un centinaio sono nei Caraibi, zona dove molto difficilmente qualcuno cercherà mai il petrolio. 
I paesi mediterranei non sono da meno. Un rapporto dell'osservatorio spagnolo sulla Responsabilità Sociale d' Impresa rivela che oltre l'80% delle aziende quotate alla Borsa di Madrid opera direttamente o indirettamente attraverso giurisdizioni considerate opache, mentre l'altro 20% ha azionisti che si basano o detengono quote in paradisi fiscali. 
Per esempio, la società estrattiva Repsol ne ha 38, la Banca Santander 34, la collega BBVA 23, la Abertis 8. Tutte sparse tra Olanda, Delaware, Lussemburgo, Cayman, Porto Rico, Svizzera e Panama. 

l'ORGOGLIO DEI CAPITALISTI 

Tante sono le multinazionali che fanno di tutto per non pagare nulla o pagare il meno possibile. Per esempio, nel 2011 la Apple, grazie al fatto di avere la propria sede fiscale in Irlanda, ha pagato tasse negli USA per 2,5 miliardi e ne ha elusi altri 3,5; e nel 2012, a fronte dei 6 miliardi dichiarati, si è tenuta in tasca addirittura 9 miliardi. In un solo anno ha sottratto al fisco americano 25 milioni di dollari al giorno, più di un milione l'ora. 
l'elenco degli evasori eccellenti include l'intero Gotha del nuovo e vecchio capitalismo americano, senza eccezioni per nessuno. Tra il 2009 e il 2012 almeno 30 delle principali multinazionali americane non hanno pagato nemmeno un dollaro di tasse al loro Paese, pur avendo macinato profitti nello stesso periodo per ben 160 miliardi di dollari. 
Google, grazie al giochetto irlandese, nel 2012 ha potuto trasferire nelle Bermuda quasi 9 miliardi di dollari, e al fisco irlandese ha pagato appena 17 milioni di tasse, contro ricavi per 15,5 miliardi di dollari, al fisco USA sono andati solo 55 milioni. Il capo di Google, Erich Schmidt, messo sotto accusa dalla commissione del Congresso americano, ha risposto: “E' il capitalismo, ragazzi. E noi siamo orgogliosamente capitalisti”. 
Amazon, il colosso delle vendite online, che ha fatturato nel 2010 ben 4,2 miliardi di sterline, ha pagato tasse per soli 3 milioni al fisco americano. 
General Electric, la più grande compagnia americana, che nel 2010 ha registrato profitti per oltre 14 miliardi di dollari, ha versato zero dollari al fisco americano. 
Facebook, che nel 2012 ha dichiarato utili per 1,3 miliardi di dollari, non ha pagato agli USA nemmeno un centesimo di tasse. In pratica, tra il 2008 e il 2011 colossi come General Electric, Mattel, Wells Fargo, Facebook, Verizon non hanno quasi pagato tasse, altre hanno pagato solo una aliquota del 3% (invece del previsto 35%), e quelle a cui è andata peggio sono arrivate a versare il 10% del dovuto. 

LE TASSE LE PAGANO SOLO I POVERI 

Poichè ogni risparmio fiscale di una grande azienda si traduce in aumento delle tasse per le masse popolari, le tasse pagate dalle multinazionali americane nel loro Paese, nel 2012, sono state di soli 242 miliardi complessivi, mentre le tasse sui redditi pagate dai cittadini comuni sono schizzate a 1100 miliardi di dollari.. 
Se nella prima metà degli anni Cinquanta, le imposte delle grandi imprese rappresentavano il 30% dei versamenti allo Stato; oggi costituiscono meno del 10%. 
Nello stesso periodo, il peso delle entrate fiscali sui profitti delle imprese equivaleva al 6% del PIL statunitense; mentre, dagli anni Ottanta a oggi, il rapporto ha oscillato tra un massimo del 2,7% e un minimo pari a circa l'1%. 
Tutto questo non è solo un problema americano, anzi. Riguarda anche l'Europa, Italia compresa. Nel nostro Paese, Apple, Google e gli altri colossi del web hanno applicato esattamente lo stesso modello di business “esentasse” di cui sono accusate in USA. E ogni tentativo di ostacolarlo si è risolto in un nulla di fatto, a causa delle pressioni da parte delle tante lobby al servizio delle multinazionali (con mazzette al seguito). 

FATTURE FALSE, SPALLONAGGIO E TRUST 

l'Italia risulta in testa alle classifiche europee quanto a ricchezza sommersa: e ad affermarlo è la stessa Banca d' Italia, che in un dossier dal titolo “Alla ricerca dei capitali perduti, una stima delle attività all'estero non dichiarate dagli italiani”, vi si legge: 
“l'incidenza del sommerso tende in Italia a risultare significativamente maggiore rispetto agli altri paesi sviluppati, in particolare in ambito OCSE. Ciò può comportare una propensione superiore a quella della media dei maggiori paesi a costituire patrimoni clandestini all'estero”. 
I sistemi per portare all'estero, in modo clandestino, il proprio patrimonio sono numerosissimi e piuttosto semplici da realizzare. E' sufficiente l'aiuto di una banca, di una fiduciaria, o anche solo di un commercialista o di un notaio. Inoltre il reato di esportazione clandestina è poco perseguito e le sanzioni comminate per questo reato ammontano appena a qualche migliaio di euro. Troppo poco per disincentivare. 
La meta attualmente preferita dagli italiani per occultare patrimoni privati è la Svizzera, mentre le imprese scelgono soprattutto il Lussemburgo, dove è facilissimo aprire una società “scatola” attraverso cui controllare altre società, pagando tasse infinitamente inferiori a quelle italiane. Sui 104 miliardi rientrati con lo scudo fiscale del 2010, ben 68 miliardi provenivano dalla Svizzera, 8 miliardi dal Lussemburgo. Il resto provenivano da Austria, Lichtenstein, Germania, Francia, Jersey, Regno Unito, Irlanda e USA. 
Dalle imprese il sistema base usato per accantonare soldi in nero è quello della sottofatturazione delle esportazioni e la sovraffatturazione delle importazioni. 
In pratica: fatture false. In questo modo è possibile abbattere i ricavi, attraverso il trasferimento di una parte dei profitti ad altre società estere, collocate in paesi con forti benefici fiscali. Oppure consente di aumentare falsamente i costi, abbattendo le tasse. 
Si utilizza, inoltre, il metodo dei falsi finanziamenti a società fittizie, che subito dopo dichiarano fallimento e si inabissano con tutto il tesoretto, o col metodo dei falsi pagamenti tra due società estere (giustificati con fatture false), sistema questo praticamente irrintracciabile dall'Italia. 
Le fatture false, a loro volta, possono essere acquistate da vere e proprie società specializzate, le cosiddette società cartiere: vendono per l'appunto carta, cioè fatture di ogni tipo e importo in base alle esigenze del committente. 
Il risultato finale sarà un buon margine di denaro in nero, da collocare in qualche paradiso fiscale. Ma non solo. Dalle indagini, risulta che negli ultimi anni, quelli della crisi, sono frequenti i casi in cui le aziende approfittano di queste false perdite (di capitale) per presentare bilanci in rosso e procedere quindi ad apparentemente giustificate riduzioni di personale. In realtà i soldi ci sono, ma sono stati sottratti all'azienda e trasferiti al sicuro. 

C' è poi il sitema classico dello spallonaggio: un servizio svolto da società ben organizzate, dotate perfino di regolare polizza di assicurazione, caso mai le cose dovessero andare storte e il denaro perdersi. I costi sono dal 3 al 5% delle somme trasferite. 
Questo tipo di traffico è stato reso più semplice dall'introduzione dell'euro. 
A parte l'indiscutibile vantaggio di una valuta che prevede tagli da 500 euro, consentendo così di infilare somme enormi nello spazio di una borsetta, la moneta unica ha soprattutto abolito la necessità di recarsi presso gli uffici di cambio, dove comunque veniva registrato il passaggio del denaro da una valuta all'altra: una traccia che si poteva seguire. 

Infine, è in forte espansione il sistema del trust. Il trust è uno strumento del diritto anglosassone che prevede tre soggetti: il “disponente”, l'amministratore e il beneficiario. Il primo intesta al trust una serie di beni che sono poi gestiti dall'amministratore per conto del beneficiario, il quale può restare, grazie alle leggi di alcuni paesi, del tutto ignoto e anonimo. In poche parole: il trust è una cassaforte virtuale nella quale depositare beni di ogni genere, le cui chiavi non sono nelle mani del proprietario dei beni ma di un amministratore, a sua volta controllato da un terzo soggetto. Insomma, il massimo della riservatezza che ha reso questo sistema lo strumento prediletto da super ricchi, imprenditori e grandi rentier. 

SAN MARINO E SINGAPORE, CHI SALE E CHI SCENDE 

Una volta San Marino era il rifugio prediletto dagli italiani, oggi, invece, è una piazza in declino, e gli affari sono in caduta. Tuttavia, nelle sue banche si contano ancora una somma di circa 7 miliardi di euro, di cui il 20%, circa 1 miliardo e mezzo, proviene dall'Italia. Di questa somma, circa la metà, 700 milioni di euro è costituita da capitali trasferiti illegalmente. Renzo Giacobbi, presidente dell'Associazione delle banche di S.Marino (ABS), in un' intervista rilasciata ad una tv sammarinese il 28 Gennaio 2014, è incorso in un maledetto lapsus: nel tentativo di difendere il sistema creditizio che rappresenta, ha affermato testualmente che “il 50% dei patrimoni nelle nostre banche sono detenuti legalmente”. Non rendendosi conto che in questo modo stava ammettendo ufficialmente che l'altra metà dei capitali è illegale e clandestina. 

Secondo gli esperti, entro il 2020 Singapore sarà il maggiore centro offshore del mondo. Una nuova Svizzera in Oriente. Già oggi tutte le società finanziarie più importanti al mondo hanno aperto qui, e da tempo, una propria sede. 
La Svizzera, oggi al primo posto nella top ten dei paradisi, movimenta secondo le stime ufficiali 3 mila miliardi di dollari l'anno, cioè oltre un terzo del “private banking” mondiale. Ma è sotto attacco del fisco di molti Paesi, Italia compresa, ed è quindi destinata a subire una notevole contrazione degli affari a partire dal 2015, quando dovrebbe scattare la fine del segreto bancario. Singapore, invece, negli ultimi dieci anni è cresciuta silenziosamente, passando da 50 miliardi di dollari movimentati a dieci volte tanto. Oggi è già la quarta realtà offshore del mondo (dopo Regno Unito al secondo posto, Panama e le isole caraibiche al terzo) e si prepara a quadruplicare i movimenti di denaro entro il 2016, diventando così la regina incontrastata del settore prima che scatti la tagliola del 2017, data dell'inizio (forse) dello scambio automatico di informazioni tra paesi. 

I CAPITALI ITALIANI ALl'ESTERO 

I capitali italiani nei paradisi fiscali sono in continuo aumento, ad oggi (2014) ammontano a 180-200 miliardi di euro (fonte Bankitalia). I capitali sanati con lo scudo fiscale nel 2010 sono stati di 104 miliardi di euro (fonte Ministero del Tesoro). Ad usufruirne sono stati 206 mila soggetti, l'equivalente della popolazione di Trieste o Brescia. 
Secondo un censimento dell'Agenzia delle Entrate, nel 2009 gli italiani residenti in uno Stato a fiscalità privilegiata erano circa 30 mila, sparsi tra Svizzera, Montecarlo, Uruguay, Liechtenstein, Bermuda, e altri paesi esentasse. 
Nel 2011, secondo l'ISTAT, gli espatriati erano già saliti a 50 mila, per diventare quasi 70 mila nel 2012. Solo in Svizzera vi sono circa 40 mila italiani residenti con il permesso “B”, quello concesso a chi ha un reddito di almeno 2500 euro mensili. 
Si tratta, per lo più, di professionisti, imprenditori e artigiani di un certo livello, ma non solo. Nel 2013, nella sola Lombardia, la regione più ricca di soldi e di imprese, la Guardia di Finanza ha scoperto 3246 evasori, per un corrispettivo di ben 20 miliardi di soldi non dichiarati. Inoltre sono state intercettate quasi 6 mila persone che cercavano di trasferire illegalmente contanti, titoli e valuta per 123 milioni di euro, oltre a 150 chili d' oro per l'equivalente di altri 5 milioni. 
La mancata reintroduzione del reato di falso in bilancio (cancellato dal governo Berlusconi nel 2001) favorisce questo cattivo andazzo. E non a caso, in 13 anni questo reato non è mai più stato ripristinato, da nessun governo di destra o di sinistra. 

Secondo i dati ufficiali del Ministero dell'Economia, aggiornati al febbraio 2014, le tasse si prendono il 44,3% della ricchezza prodotta ogni anno in Italia. 
In Svezia il prelievo fiscale è del 55%, in Danimarca il 50%, in Francia il 45%, in Germania il 46%. Se, però, si considera il cosiddetto “total tax rate”, cioè il complesso della tassazione sulle imprese: secondo la Banca Mondiale, in Italia è il più elevato d' Europa, arrivando ormai al 68% , contro il 65% della Francia, il 56% della Spagna, il 48% della Germania e il 21% del Lussemburgo. Però, solo in Italia, gli imprenditori riescono regolarmente a dichiarare meno guadagni, e a pagare meno tasse rispetto ai lori dipendenti. 

Non a caso, in Italia da troppi anni non si investe più a sufficienza nella ricerca e nell'innovazione tecnologica. Dal 2000 al 2007, cioè negli anni immediatamente precedenti alla crisi, la produzione industriale italiana era già scesa del 4% e gli investimenti in ricerca erano inferiori a quelli degli altri paesi sviluppati: non per colpa dello Stato, il cui volume di spesa è in linea con l'estero, ma proprio a causa della latitanza delle imprese private, che investono la metà di quelle inglesi e olandesi, un quinto di quelle giapponesi. 

Alcuni esempi di famose famiglie imprenditoriali che hanno la propria sede economica all'estero (per lo più in Lussemburgo) sono: Agnelli, Bulgari, Del Vecchio, Pesenti, Prada, Dolce e Gabbana, Riva, Montezemolo, Della Valle, Ferrero, De Longhi, Rocca e Marzotto. 
Nel 2008, i ricercatori di NENS (organizzazione di ricerca specializzata in materia fiscale, fondata dagli ex ministri del PD Vincenzo Visco e Pierluigi Bersani) hanno tracciato una vera e propria mappa delle galassie offshore che, direttamente o indirettamente, fanno capo ai principali gruppi industriali italiani. Per es. l'ENI nel 2008 risultava possedere 12 società offshore, di cui 3 in Lussemburgo, 3 alle Bahamas, 3 alle Bermuda, 2 a Saint Helier (isola del Canale, paradiso fiscale britannico) e una Singapore. ENEL aveva 13 società offshore, da Panama alle Cayman, al Lussemburgo. Finmeccanica ne aveva 8, sparse tra Lussemburgo, Svizzera, Jersey e Mauritius. l'IFIL, oggi Exor (la holding degli Agnelli che controlla il gruppo FIAT) ne aveva ben 25: in Lussemburgo, Svizzera, ma anche Cayman, Mauritius, Singapore, Hong Kong e Maldive. 

I campioni sono però le banche. Dalla ricerca di NENS, Unicredit, il primo gruppo bancario italiano, è risultata avere ben 54 società in paradisi fiscali: 14 alle Cayman, le altre tra Filippine, Singapore, Hong Kong, Guernsey, Jersey, isole Vergini britanniche, Lussemburgo e Bermuda. Intesa Sanpaolo, secondo gruppo bancario, ne aveva in bilancio addirittura 80: quasi tutte in Lussemburgo, ma anche due in Svizzera, una in Jersey e una alle Cayman. 

Non va dimenticato, tra l'altro, che c' è un paradiso fiscale dietro tutti i grandi scandali finanziari di questi anni. Dal crac dell'ospedale S.Raffaele di don Verzè, un miliardo e mezzo di debiti, e della Fondazione Maugeri, a quello della Parmalat, 15miliardi di buco, quasi 100 mila azionisti truffati, a quello del gruppo di moda Mariella Burani. Ma non solo. La stessa miscela si trovava dietro tutti i grandi scandali che hanno scandito la storia economica italiana dagli anni Settanta in poi: ENI-Petronim, Ambrosiano, Sindona, Banco di Napoli, Cirio, SIR, Montedison, IRI, FIAT, Fininvest, Monte dei Paschi di Siena (salvata nel 2012 con 4 miliardi di soldi pubblici), fino ai più recenti scandali dell'ILVA e di Finmeccanica-Selex. 

LE RESISTENZE DEL SISTEMA OFFSHORE 

Scardinare il mondo offshore non è facile: troppo denaro, troppi interessi, troppi poteri sono in gioco. Sta di fatto che ad oggi di fatti se ne sono visti pochi. 
In tutti i Paesi, in tutti i parlamenti, sono costantemente al lavoro lobbisti di ogni genere, che tengono d' occhio le legislazioni, i decreti, i testi di ogni singolo provvedimento, cercando di evitare, o quanto meno di limitare, eventuali danni al sistema offshore. 
La sola arma che veramente potrebbe avere efficacia non è ancora stata usata sul serio. E' un' arma giuridica che si chiama “scambio automatico d' informazioni”: in pratica, ogni Paese è obbligato a scambiare con le autorità fiscali degli altri Paesi tutte le informazioni sui movimenti di capitali che avvengono nel proprio territorio, in modo automatico, cioè senza che sia necessaria una specifica richiesta. In questo modo non vi sarebbero più zone opache dove nascondere i propri soldi. 
Attualmente, ogni Stato fornisce le informazioni richieste solo se formulate attraverso un puntiglioso format, riservandosi di respingere le domande che non corrispondono ai criteri definiti. Per di più, non si possono inoltrare richieste “generiche e non circostanziate”, ma solo su contribuenti nei confronti dei quali ci siano già fondati sospetti. Ogni risposta deve poi fare i conti con la privacy: dunque, è fornita solo se non ci sono rischi che leda i diritti di un singolo, o danneggi il business di un' impresa. 
Inoltre, da uno studio condotto dai ricercatori di ben tre università, due americane e una australiana, è emerso che basta pagare e si può fare di tutto: evasione, corruzione, proventi di droga o traffico d' armi, perfino finanziamenti al terrorismo, nulla è troppo sporco, illegale o pericoloso per non essere accolto a braccia aperte in certi Paesi. E anche le regole in teoria meglio strutturate, se messe alla prova, si rivelano piene di pericolose falle. 


LO SPIONAGGIO 

Negli ultimi anni, alcuni ex dipendenti di banche si sono prestati a svolgere un ruolo di vero e proprio spionaggio: hanno sottratto dagli archivi delle banche i nomi dei clienti e poi li hanno ceduti, spesso a pagamento, ai governi interessati. 
Il più celebre si chiama Hervé Falciani, ex dipendente della HSBC, una delle più grandi banche del mondo. Nel 2009 Falciani ha copiato su un dischetto i dati dell'archivio della sua banca: nomi, conti, cifre, un elenco di tutte le attività finanziarie di circa 400 mila clienti HSBC, di varie nazionalità, tra cui i nomi di 7 mila italiani. Il giovane informatico ha poi ceduto questi dati, in cambio di una sostanziosa ricompensa di vari milioni di euro, prima alla Francia poi ad altri Paesi. l'Italia li ha acquisiti per rogatoria. Ma, alla fine, risulteranno essere inutilizzabili: infatti verranno considerati dai giudici come dati rubati e, pertanto, acquisiti illegalmente. Stesso esito in altri Paesi, tra cui la Francia. Inoltre, usare i dati di Falciani è complicato anche dal punto di vista strettamente fiscale, perchè in fondo si tratta “solo di un elenco di nomi su un pezzo di carta”, privo di un logo o di una sigla che ne dimostri la provenienza dagli archivi informatici della banca a cui sarebbe stata rubata. Una vera barzelletta. 
Negli anni, ai primi 7 mila nomi di evasori italiani se ne sono aggiunti altri 10 mila, contenuti in una “lista Falciani B”, rimasta segreta fino all'inizio del 2014. 
Altro nome noto è quello di Heinrich Kieber, ex dipendente di una banca del Lichtenstein, che nel 2008 ha consegnato alle autorità tedesche la lista completa dei correntisti, in cambio di 5 milioni di euro. Ma, subito dopo, è finito sulla lista dei ricercati dall'Interpol per aver violato le leggi sulla privacy, ed è stato così costretto ad entrare in un programma di protezione testimoni. 
Vita dura anche per Rudolf Elmer, ex dirigente della filiale alle Cayman di una banca elvetica. Per aver osato denunciare la sua banca per complicità in alcune frodi fiscali, nel 2005 Elmer è stato arrestato per violazione del segreto bancario in Svizzera e si è fatto sei mesi di cella in isolamento. Il caso va avanti ancora oggi per le aule di tribunale. 
Tre anni di detenzione in un carcere americano sono toccati a Brad Birkenfeld, banchiere di UBS. Arrestato e condannato a 40 anni di galera per aver frodato il fisco americano, era subito sceso a patti, aiutando l'IRS (il fisco americano) a beccare un notevole numero di evasori statunitensi. In cambio ha ottenuto una ricompensa di 104 milioni di dollari e un forte sconto di pena. In questo modo l'IRS è riuscita a inchiodare la banca elvetica e a farsi consegnare la famosa lista dei 4 mila nominativi, ottenendo anche l'autodenuncia di quasi 15 mila cittadini statunitensi, al fine di mettersi in regola. 

E nuove liste di nomi sono in arrivo. La più recente, e colossale, è la superlista Offshore Leaks: 260 gigabyte di dati, contenuti in un hard disk di provenienza anonima, recapitato nella primavera del 2012 a un consorzio internazionale di giornalisti investigativi, con sede a Washington, che riunisce 38 testate di tutto il mondo. Nell'hard disk ci sono 2 milioni e mezzo di documenti, riguardanti 130 mila titolari di conti correnti e 122 mila società offshore sorte nell'arco temporale di 30 anni, tutti provenienti dagli archivi di due “aziende” specializzate in paradisi: una alle isole Vergini britanniche e l'altra a Singapore. 
Dietro la fuga di dati, ci sarebbero, anche in questo caso, alcuni dipendenti delle due società. Francia, USA e Germania, grazie ai dati comprati sottobanco, in soli due anni hanno messo le mani su 30 mila nomi di evasori. 


IL SISTEMA OFFSHORE E IL CONTESTO ECONOMICO MONDIALE 

Il problema che si tende a dimenticare è che la maggior parte dell'economia mondiale è opaca esattamente come il sistema offshore. Ed è, peraltro, un' economia in cui a decidere sono sempre meno soggetti: così concentrati da essere ormai più forti di qualunque governo; così ricchi da potersi comprare il pianeta svariate volte. 
Secondo uno studio rigoroso del Politecnico di Zurigo, esisterebbe una sorta di “cupola” composta da 147 multinazionali, le quali, attraverso una intricatissima serie d' incroci, governano l'intero pianeta. Si tratta di un gruppo ristretto di multinazionali che esercitano un totale controllo sulla finanza del pianeta, attraverso formule di presenza azionaria e partecipativa che sfuggono a qualsiasi regola; una entità unica, in pratica, che condiziona l'economia e dunque, a cascata, le scelte politiche dei governi e i destini delle popolazioni. A queste 147 compagnie fa capo il 94,2% dei ricavi mondiali. 
Ma il ponte di comando sta nel nucleo centrale, dove agisce una vera e propria “supercupola” composta da appena 50 nomi, di questi ben 40 sono alcune tra le principali banche e società finanziarie mondiali: 24 su 50 sono società americane, 8 britanniche, 5 francesi, 4 giapponesi, 2 tedesche, 2 olandesi, 2 svizzere, 1 canadese, 1 cinese e 1 italiana (la banca Unicredit). Al vertice della classifica, ci sono la banca inlglese Barclays, e le due banche americane Capital Group Companies e FMR Group. Al quarto posto c' è la francese AXA, che risulta più potente dell'americana Goldman Sachs (Al 18esimo posto). Ecc... 
E ancora: circa i 3/4 della proprietà di imprese del nucleo centrale rimane nelle mani di aziende del nucleo stesso: in altre parole, si tratta di un affiatato gruppo di imprese che detengono cumulativamente la quota di maggioranza di ogni altra. 

Un' analoga concentrazione di poteri l'ha individuata anche l'OCSE, analizzando il settore dei derivati. Il meccanismo è simile: a forza di acquisizioni, fusioni e interconnessioni di vario genere, oggi sono rimasti in tutto una decina di soggetti – puntualmente con sedi in paradisi fiscali – che governano il mondo dei “derivati”: un mercato da 632.000 miliardi di dollari, quasi 10 volte il PIL mondiale. 
Ai primi posti ci sono le maggiori banche americane: JP Morgan, Bank of America, Goldman Sachs e Merril Lynch, che da sole controllano il 93% dei derivati made in USA. 
Un settore tanto opaco quanto importante, e in continuo aumento: secondo i dati della Banca dei Regolamenti Internazionali (BRI) ad oggi vi sono in circolazione contratti di derivati per un valore complessivo di circa 600.000 miliardi di dollari. 

C' è poi il sistema dello shadow banking. Letteralmente significa “sistema bancario ombra“, vale a dire un sistema finanziario parallelo, che si muove fuori dai circuiti regolamentati del credito e della finanza. Secondo il Financial Stability Board di Basilea, nel 2011 lo shadow banking valeva 50.000 miliardi di dollari, nel 2012 era già salito a 71.000 miliardi, cioè ben più del PIL mondiale. 
Anche in questo caso, nessuno è in grado di sapere cosa combina questa massa di miliardi, chi la manovra; malgrado molti annunci bellicosi, ogni tentativo di metterci il naso si è infranto contro un muro. 

E poi ci sono gli hedge fund, i fondi d' investimento ad alto capitale. Dieci sono quelli più grandi al mondo. Il più potente è l'americano Black Rock, che gestisce per conto dei suoi clienti un patrimonio complessivo di oltre 4000 miliardi di dollari, il doppio del nostro debito pubblico. La sua clientela comprende fondi pensione, governi, compagnie assicurative, fondi comuni d' investimento, fondazioni, enti di beneficenza, aziende, istituzioni, fondi sovrani, banche, professionisti della finanza e investitori privati. 
Tra i suoi azionisti, invece, ci sono Merrill Lynch, oggi controllata da Bank of America, e Barclays; Black Rock, a sua volta, è nell'azionariato di tutte le principali banche del mondo: Barclays, JPMorgan, Bank of America, ecc... Gira e rigira, i protagonisti sono sempre gli stessi. 
Tra le altre cose, Black Rock è anche quel fondo che ha già investito in Italia 20 miliardi di euro. l'ultima operazione è stata l'ingresso nel capitale della Banca Popolare di Milano, e poco prima era toccato a Monte dei Paschi. Ma Black Rock è anche il primo azionista di Unicredit e il secondo di Intesa Sanpaolo, e detiene importanti quote azionarie di Telecom, Fiat, Generali, Mediaset, ENI, ENEL. 

Infine: la metà delle transazioni finanziarie mondiali si svolge attraverso il trading ad alta velocità, High Frequency Trading (HFT). Un sistema di comunicazione a laser, che si muovono al millisecondo. Si tratta della stessa tecnologia laser usata dai cacciabombardieri americani per comunicare tra loro; a produrla per il mondo del business sono varie società che impiegano, non a caso, ingegneri provenienti dall'esercito. 
Tutta questa velocità per uno scopo ben preciso: bruciare i concorrenti sul tempo, sfruttando al massimo il potenziale delle sia pur minime oscillazioni dei mercati. 
Gli esperti dicono che è possibile realizzare fino a 600 milioni di operazioni per millisecondo: praticamente impossibili da controllare. 

l'estensione del sistema offshore s' inserisce perfettamente in questo contesto, e propone intrecci sbalorditivi. Ad esempio la Cina, che si appresta a diventare la prima economia mondiale, scavalcando gli USA, è anche la prima creditrice del debito americano, e tra i suoi primi investitori ci sono le isole Vergini britanniche. Spiega Gian Maria Milesi Ferretti, ricercatore del Fondo Monetario Internazionale: “ Le British Virgin Island sono il secondo maggior investitore in Cina dopo Hong Kong, davanti al Giappone, a Singapore, agli USA. Parliamo di investimenti diretti, non di portafoglio, cioè della creazione vera e propria di società produttive in Cina. Cosa c'è dietro questo dato? Chi è che veramente ha investito? Non è una mera curiosità statistica: come Fondo Monetario dobbiamo saperlo per valutare la mappa dei rischi, sapere cioè chi si è esposto in un determinato Paese e per quanto”. 

Ma c' è dell'altro. Se la Cina è il primo proprietario del debito americano, con circa 1300 miliardi di titoli di Stato USA, nei primi posti della classifica, dopo Giappone, Regno Unito e Paesi OPEC, compaiono anche i cosiddetti “centri finanziari dei Caraibi”: cioè isole Bahamas, Cayman, Antille olandesi, isole Vergini britanniche, Panama e Bermuda. Sarebbe interessante sapere chi sono i misteriosi soggetti che dai paradisi fiscali comprano a man bassa i bond del Tesoro statunitense, sostenendo così il valore del dollaro e l'economia americana. E sarebbe altrettanto interessante sapere cosa sono in grado di fare per difendere, a loro volta, il proprio investimento in dollari. 

LA GUERRA AI PARADISI FISCALI, TRA SOGNO E REALTA' 

Il venir meno del sistema offshore, ammesso che sia politicamente realizzabile, appare improbabile soprattutto dal punto di vista economico: sono proprio quei soldi nascosti nei paradisi, infatti, a tornare indietro per essere reinvestiti nei paesi occidentali. In perfetta simmetria, i due vasi comunicanti dell'economia globale, il mondo offshore e l'“altro” mondo, quello legale, si riempiono e si svuotano a turno. Anche per questo gli sforzi dell'OCSE e i proclami dei governi sembrano destinati ad avere scarso successo. l'economista Giorgio Ruffolo, sull'Espresso dell'8 Novembre 2010, già scriveva: “ l'impegno solenne dei governi alla lotta contro i paradisi fiscali è una menzogna […]. I governi non possono permetterselo, perchè inaridirebbero una parte imponente dell'accumulazione capitalistica. Pertanto la cosiddetta lotta contro i paradisi fiscali è un combattimento con una mano legata dietro la schiena […]. Questa contraddizione non potrà essere eliminata finchè esisterà un varco tra la libertà dei mercati e la sovranità politica a livello mondiale: insomma, finchè non ci sarà una qualche forma di governo mondiale capace di imporre la piena trasparenza dei capitali “liberati”. 

Per Vincenzo Visco, ex ministro delle Finanze del governo Prodi nel 1996 e nel 2006, e uno dei pochi a studiare i paradisi fiscali attraverso il centro studi NENS che dirige: 
“Da 30 anni tutto si gioca sul conflitto redistributivo, […] illudersi di vincere la partita contro i paradisi è, per l'appunto, un' illusione: fanno ormai parte integrante del sistema finanziario mondiale, anche di quello italiano. Chiusi quelli, sarebbe finita per tutta la classe dirigente economica mondiale. Lo sviluppo di questa economia nera, del resto, va di pari passo con la crisi della politica mondiale: nel momento in cui la politica smette di contare, si fa avanti il potere del denaro. Da qui deriva anche la disuguaglianza della ricchezza: i ricchi portano i soldi sottratti ai paesi nei paradisi, e i loro beni aumentano in quanto vengono anche sottratti al fisco”. 

Paradossalmente, osserva ancora Visco, il mondo andava meglio negli anni Settanta, quando non c' era la libertà di movimento dei capitali, la vigilanza era strettissima, l'intera economia era regolamentata, le banche erano tutte pubbliche. 
Oggi, dopo le liberalizzazioni, abbiamo un' economia modello anni Trenta. Bolle speculative, disuguaglianze, disequilibri finanziari. Crisi come nel '29. 

Ma l'ex ministro ricorda anche che in passato un serio tentativo di arginare il sistema dei paradisi si arenò per l'opposizione della Gran Bretagna, intenzionata a difendere le sue molte giurisdizioni offshore; oggi si oppongono Cina e Russia, due paesi con alti tassi di corruzione cui occorre un rifugio sicuro nel quale nascondere i proventi delle tangenti. 

Il grosso dell'economia mondiale non è più controllato da nessuno, tanto meno dai governi. Figuriamoci se qualcuno potrà mai davvero controllare i paradisi fiscali. 
Per farlo realmente, occorrerebbe prima di tutto mettere in campo una strategia di riorganizzazione del sistema finanziario globale. Ma si tratta di una partita quasi impossibile, che richiede tenacia e costanti adattamenti alle mosse degli avversari, ed è giocata contro alcuni dei più potenti interessi costituiti del mondo, con eneormi fortune in gioco. Move your and fuck the system, Fai circolare il tuo denaro e fotti il sistema. Questo è il principio che governa oggi il mondo, alla faccia di tutte le belle dichiarazioni ufficiali e dei vari summit internazionali sul tema della lotta al sistema offshore. 

COMBATTERE IL SISTEMA CON LA LOTTA DI CLASSE 

Conoscere tutte queste, e altre ancora, informazioni contenute nel ben documentato libro di Nunzia Penelope, di certo, non può che far arrabbiare tutti i comuni cittadini, di ogni Paese, tanto più in tempi di crisi economica come quelli attuali. Ed è bene prenderne coscienza al più presto: perchè siamo di fronte ad una vera e propria rapina fiscale-economica, più o meno legalizzata - ma di certo protetta da coperture istituzionali a tutti i livelli - alle spalle delle masse popolari, dei loro diritti e condizioni di vita. Le quali vengono costrette, da governi e partiti politici collusi con il sistema capitalista, a pagare di continuo tasse sempre più pesanti per compensare i “buchi” di chi non ne paga affatto (o ne paga meno del dovuto), e ad accettare i continui tagli ai servizi pubblici essenziali, come Scuola, Sanità, Trasporti, Servizi agli anziani, ecc. 
Ma, se non vogliamo cascare in illusioni senza speranza, bisogna capire e far capire che il sistema offshore non si potrà mai stroncare fino a quando esisterà il sistema economico capitalista, perchè ne costituisce il suo prodotto, evoluzione degli elementi che costituiscono la base del capitalismo stesso: ovvero la proprietà privata dei mezzi di produzione, l'accumulazione e la libera circolazione del capitale, la libera azione dei mercati, l'internazionalizzazione di essi, e la divisione della società in classi sociali, con sfruttati e sfruttatori. Inoltre, il continuo prosperare del sistema offshore, costituisce una prova in più del grado di irresponsabilità che caratterizza la classe sociale oggi dominante, la borghesia, una classe unicamente interessata ai propri profitti. Una classe minoritaria sul piano numerico e parassitaria sul piano sociale. 
l'obiettivo da raggiungere, quindi, non può che essere quello di organizzare una rivolta di massa contro la dittatura di questa piccola, ma potente, minoranza; per costruire poi su basi nuove un altro sistema politico-sociale. 
Che consenta di far trovare l'inferno a chi invece cerca il paradiso (offshore)!

Redazione

Obama senza finzioni parla chiaro: i paesi europei devono seguire le regole stabilite dagli USA


Per una volta, il presidente Obama ha parlato chiaro ed ha dichiarato quello che è il vero progetto degli USA per l’Europa e per il Mondo: “Gli USA devono definire le regole e devono prendere le decisioni (….) gli altri paesi devono seguire le regole stabilite dagli USA e dai suoi soci, e non al contrario”.

Queste affermazioni Obama le ha messe nero su bianco in un articolo scritto di suo pugno per il “The Washington Post”, in cui ha ribadito che gli altri paesi devono seguire le regole stabilite dagli Stati Uniti e dai suoi soci.

In questo contesto Obama ha chiesto al Congresso di approvare quanto prima sia possibile, l’accordo che si denomina TTP e che prevede la creazione di una zona di libero commercio fra i 12 paesi dell’Asia e del Pacifico perchè siano soltanto gli USA a stabilire le regole dei contratti di interscambio mondiale e siano esclusi (dalle decisioni sulle regole) altri paesi come la Cina o l’Europa , quest’ultima nel caso dell’altro accordo previsto, il TTIP,per l’area di libero commercio Trans Atlantico.

Rispetto all’utilità di questi accordi Obama segnala che questi rafforzano la sicurezza degli Stati Uniti : “…..Quando si riduce il numero delle persone che soffrono della povertà, quando i nostri soci commerciali prosperano e quando la nostra economia stabilisce vincoli più stretti in zone di maggiore importanza strategica, gli USA diventano più forti e rafforzano la propria sicurezza”.

Allo stesso tempo il presidente. ha richiesto al Congresso di prendere una decisione con. più celerità , visto che anche la Cina sta discutendo di regole del commercio con altri paesi dell’area del Pacifico e dell’Asia.

Obama si preoccupa del fatto che la Cina, principale competitor degli USA, sta stringendo accordi economici con alcuni grandi paesi dell’area asiatica e del Pacifico e questo metterebbe a rischio la supremazia economica degli USA in questa area che vale circa il 40% del commercio mondiale. Il dinamismo della Cina determina la fretta del Presidente di voler far approvare, prima della fine del suo mandato, sia questo che l’altro accordo economico, quello del TTIP, del commercio transatlantico che riguarda l’Europa, in modo da stabilire l’egemonia USA sul commercio mondiale ed imporre tutte le regole favorevoli alle grandi corporations USA che obbligherebbero gli Stati nazionali ad adeguarsi a tali regole ( quando in contrasto con le proprie) e metterebbero fuori mercato le produzioni nazionali e locali, schiacciate dalla concorrenza delle grandi multinazionali. Senza menzionare i gravi effetti che si avrebbero sull’ambiente e sulla salute per l’introduzione delle regole stabilite negli USA.

In realtà’ vari analisti mettono in rilievo che Obama subisce le pressioni delle grandi lobby che fanno riferimento alle mega corporations ed ai cartelli monopolistici che gli hanno richiesto di far approvare rapidamente i due accordi.

Risulta evidente che Obama si assicurerebbe la “gratitudine’ di queste lobby che gli garantirebbero poi lauti compensi per la sua carriera post presidenza, con possibilità’ di avere ricchi sponsor per le sue future attività’ in progetto.
Le altre questioni come la salute, la salvaguardia dell’ambiente e delle culture locali non sono tenute in alcuna considerazione quando devono prevalere gli interessi delle concentrazioni economiche e del grande capitale.

L.Lago

Fonti: RT Actualidad

Washington Post

Tratto da: Controinformazione

La Francia dice no al Ttip

Il presidente François Hollande ha deciso di frenare sulle negoziazioni per il Partenariato transatlantico per il commercio e gli investimenti, ovvero il trattato per il libero commercio tra Usa e Europa – Il rapporto di Greenpeace e i punti più contestati del Ttip.

La Francia – al momento – dice no al Ttip. Il presidente François Hollande ha deciso di frenare sulle negoziazioni per il Partenariato transatlantico per il commercio e gli investimenti, ovvero il trattato per il libero commercio tra Usa e Europa. Lo ha dichiarato in un’intervista radiofonica a Europe 1, sostenendo che il governo non è affatto convinto: “Non possiamo accettare – ha detto Hollande – un libero scambio senza regola, che metta a repentaglio la nostra agricoltura e la nostra cultura”.

“Non ci convince lo spirito statunitense – ha aggiunto il sottosegretario al Commercio estero Matthias Fekl -: vogliamo più reciprocità. L’Europa propone molto e riceve poco in cambio. Al momento siamo per l’interruzione della trattativa”. Punto di vista esattamente opposto a quello di Sandro Gozi, sottosegretario alla Presidenza del Consiglio italiano, che sempre a Europe 1: “Gli accordi sono una grande opportunità per le nostre imprese, ci aiuteranno a far crescere i Pil dei Paesi europei”.

Il Ttip è anche finito nel mirino degli ambientalisti, in particolare di Greenpeace che in un lungo rapporto ne denuncia i rischi “per la salute e per l’ambiente”. Al momento il governo francese è l’unico che ha raccolto questo campanello d’allarme, ma non intende mollare: “Impossibile un accordo senza la Francia, e ancor meno contro la Francia”, ha detto Fekl.

Ma che cos’è il Partenariato transatlantico per il commercio e gli investimenti (Ttip)?

Il Partenariato transatlantico per il commercio e gli investimenti (Ttip), un accordo di libero scambio tra Stati Uniti e Unione europea, è stato proposto nel 2013. Da allora ci sono stati tredici round di negoziati, l’ultimo dei quali si è svolto a New York nell’aprile del 2016. I prossimi negoziati si terranno a giugno. I negoziatori prevedono di concludere i lavori nel 2016, ma gli ultimi incontri si sono svolti senza particolari passi in avanti.

Il presidente degli Stati Uniti Barack Obama ha dichiarato di voler concludere l’accordo prima della fine del suo mandato. In seguito alla conclusione dei negoziati, il progetto dovrà essere approvato dai 28 governi dell’Unione europea, dal parlamento europeo e dai 28 parlamenti dei paesi dell’Unione, che potrebbero anche indire dei referendum. Ecco cosa prevede l’accordo e quali sono i punti contestati dai cittadini di molti paesi europei.

– Gli obiettivi principali del Ttip sono l’apertura di una zona di libero scambio tra Stati Uniti e Unione europea, lariduzione dei dazi doganali per le aziende che commerciano tra le due aree e l’approvazione di nuove leggi che favoriscano il commercio tra i due blocchi, eliminando le differenze normative e amministrative.

– Il trattato riguarderà il 40 per cento del giro d’affari del commercio mondiale e si applicherà ad ambiti molto diversi, sottoposti a legislazioni disomogenee, dal mercato culturale a quello alimentare.

– In Europa il trattato è stato molto criticato e ci sono state manifestazioni per chiedere di bloccarlo. Il timore degli europei è che il Ttpi abbassi gli standard di sicurezza previsti in Europa per venire incontro alle richieste degli Stati Uniti. Più di due milioni di cittadini europei hanno firmato una petizione che chiede di fermare le trattative.

– Secondo le informazioni che sono trapelate, i governi europei non sono affatto uniti sulle molteplici misure previste dall’accordo (la Francia, che aveva ottenuto l’esclusione del settore audiovisivo dal trattato in nome dell’eccezione culturale, continua a mostrarsi particolarmente diffidente), ma è improbabile che revochino o modifichino il mandato di trattare assegnato alla Commissione.

– Tra le questioni più discusse c’è la “risoluzione delle controversie tra investitore e stato”(Investor-state dispute settlement, Isds). Il trattato permetterebbe alle aziende di fare causa ai governi portandoli di fronte a un collegio arbitrale. In questo modo, sostiene chi critica il Ttip, l’Isds darebbe alle multinazionali la possibilità di ostacolare qualsiasi legge che va contro i loro interessi.

Fonte: Firstonline

Sarà l’acqua il business del futuro?


L’acqua costituisce dal 55 al 70% del nostro peso corporeo ed è consaputo come l’essere umano possa sopravvivere alcune settimane (fino ad un mese) senza mangiare, ma solamente pochi giorni senza assumere liquidi. L’acqua non è indispensabile solamente per idratare il nostro organismo, ma anche per cucinare, per mantenere la nostra igiene, per coltivare la terra.
Le riserve mondiali di acqua per abitante, in mezzo secolo fra il 1950 ed il 2000 si sono dimezzate, passando da 16.800 m³ a 7.300 m³ e sono ulteriormente calate del 40% negli anni successivi fino a 4800 m³…..

Attualmente nel mondo 1 miliardo e 400 milioni di persone non hanno accesso all’acqua potabile, mentre 2 miliardi di persone soffrono di carenze sanitarie a causa della scarsità e della cattiva qualità dell’acqua e secondo le stime più autorevoli le persone private del diritto all’acqua sfioreranno i 3 miliardi nel 2025.
A causa della mancanza o della cattiva qualità dell’acqua muoiono ogni giorno circa 10mila persone e ogni anno perdono la vita 200mila bambini.

Questi numeri in tutta la loro drammaticità dimostrano in maniera inequivocabile come la disponibilità di acqua potabile costituisca uno dei beni più preziosi per la sopravvivenza dell’essere umano. Le grandi corporation che gestiscono le vite di noi tutti, questa realtà dimostrano di averla compresa da tempo, se è vero che già una quindicina di anni fa la rivista americana “Fortune” definiva il settore dell’acqua come il più remunerativo e consigliato per praticare investimenti, preferendolo perfino a quello del petrolio.

La sostituzione del “bene” acqua con la “merce” acqua sta proseguendo sempre più speditamente negli ultimi decenni. Ne sa qualcosa il governo argentino, costretto a pagare 21 milioni di euro di risarcimento alla multinazionale Impregilo, per averla danneggiata nella gestione privata del servizio idrico di Buenos Aires e ne sanno qualcosa i cittadini di Aprilia che nel 2005 dopo la privatizzazione del servizio idrico della loro città da parte della multinazionale francese Veolia sperimentarono incrementi nell’ordine del 300% delle loro bollette dell’acqua.

L’accesso all’acqua è un diritto troppo importante e fondamentale, per permettere che sia trasformato in merce e tradotto nel business miliardario delle multinazionali, ed occorre prenderne coscienza fin da subito, prima che ci si ritrovi a doverlo acquistare (se si ha la disponibilità per farlo) sul mercato un tanto al litro come se si trattasse di fare il pieno ad una pompa di benzina.

Fonte: Il Corrosivo

A BOLOGNA ARRIVA “ASPASSO”, LA BICI PER TRASPORTARE FACILMENTE I DISABILI


Aspasso è una bici per il trasporto semplice e veloce di sedie a rotelle. Si propone come una piccola rivoluzione nella mobilità urbana per le persone con disabilità motorie.

La novità arriverà nella città diBologna a partire da mercoledì 4 maggio. Ora le persone con disabilità motoria che utilizzano la sedia a rotelle potranno provare l’ebbrezza di una passeggiata in bicicletta.

La bici per il trasporto dei disabili è un mezzo leggero e semplice da usare. Le persone da trasportare possono rimanere sulla sedia a rotelle senza bisogno di sollevarle. L’idea è di mettere a disposizione la bicicletta Aspasso per testarla in città ad uso delle famiglie bolognesi e dei turisti che potranno trovarla a pochi metri dalla stazione di Bologna, presso la velostazione Dynamo.

I test per il progetto-pilota Aspasso si svolgeranno proprio a Bologna fino al prossimo autunno. Chi vorrà provarla, la troverà a noleggio presso la velostazione della città allo stesso prezzo di una bicicletta standard.

Aspasso permette di agganciare alla bici la sedia a rotelle in tutta sicurezza. La bici è dotata di un sistema di pedalata assistita e di retromarcia in modo che tutti possano guidarla senza sforzo per raggiungere la propria destinazione.



Lo scorso febbraio Aspasso aveva debuttato a Senigallia ma dal 4 maggio in poi la potrete trovare a Bologna nel primo progetto dedicato ad una grande città. Il progetto è promosso da Protec Ambiente, ha il patrocinio del Comune di Bologna e di Bologna Welcome.

Per maggiori informazioni visitate il sito web della velostazione Dynamo.

Marta Albè
Fonte foto: Aspasso
Fonte: GreenMe

Occupazione silenziosa con le AM-Lire, altro che sovranità


- di Redazione GiacintoAuriti.eu

Riguardo il concetto di “sovranità monetaria” regna molta confusione, cerchiamo insieme di fare chiarezza.

Il vocabolario dell’enciclopedia Treccani al termine “sovrano” ci restituisce la seguente definizione:

p.2a. “Riferito a un potere o un’autorità, che non ha altro potere o autorità da cui dipenda nell’ordinamento politico-giuridico di cui fa parte; quindi: stato s., nazione s., popolo s., che ha la sovranità”.

Sovrano dunque “che sta sopra”, che non è soggetto ad altrui poteri, ossia autonomo, indipendente.

La sovranità monetaria è il mezzo attraverso il quale una nazione dirige la propria politica monetaria. Dato lo strumento occorre stabilire CHI adoperi tale strumento ed è doveroso sottolineare la vitale importanza che la sovranità monetaria riveste per un paese.

La moneta non è “solo” lo strumento attraverso il quale dare vivacità economica al paese ma, altresì, un potente mezzo di controllo politico.
“Il debito è asservimento” (David Graeber).
“Un paese che non si indebita fa rabbia agli usurai” (Ezra Pound)
“Datemi il controllo della moneta di una nazione e me ne infischio di chi fa le leggi (Rotschild)
Ci sono due modi per conquistare e sottomettere una nazione e il suo popolo. Uno è con la spada, l’altro è controllando il suo debito. (John Adams-Presidente Usa)

Va da sé, dunque, che un popolo che gode di sovranità monetaria conserva la libertà di non indebitarsi.

C’è qui da chiedersi se è vero, che prima del 1981 il popolo italiano godeva di questa libertà.

Per rispondere a tale quesito vogliamo ricordare per sommi capi quanto accadde nella notte tra il 9 e il 10 Luglio 1943 nel nostro paese.

Forse non tutti conoscono la storia delle AM-lire, la moneta d’occupazione americana. Stampate in un primo momento negli Stati Uniti d’America e poi anche in Italia, presentava vari tagli da 1 lira fino a 500 e 1000 lire[1].

Questa cartamoneta giunse inizialmente nel nostro Paese seguendo le truppe americane entrate nel territorio italiano con lo sbarco in Sicilia.

L’AMGOT, l’Allied Military Government of Occupied Territories (Governo militare alleato dei territori occupati), fu lo strumento con cui le forze alleate occuparono i territori e l’amministrazione di Austria, Germania, Giappone, Norvegia, Paesi Bassi, Belgio, Lussemburgo, Danimarca, Francia[2] e l’Italia, con le AM-lire, fu il primo Paese dove tale strumento venne utilizzato per sostituire la circolazione monetaria della Lira italiana, abolendone il corso forzoso, con la moneta d’occupazione distribuita dalle truppe alleate.

Fu così che un vero e proprio fiume di denaro invase il meridione senza alcun controllo né argine, portando in queste terre un indiscriminato aumento dei prezzi.

La conseguenza fu un duplice esproprio subito dai cittadini italiani, i quali vennero depredati del potere d’acquisto delle lire italiane e chiamati a farsi carico del debito scaturente dalla nuova valuta.

Pare che la prima “tiratura” fosse pari a circa 143 miliardi di AM-lire. La situazione era aggravata dalla fissazione di un cambio pari a 100 lire per dollaro americano e 400 lire per ogni sterlina inglese.

Ciò conferiva ai militari statunitensi un formidabile potere d’acquisto maturato a discapito della popolazione civile, la quale veniva risucchiata in un vortice di disperata miseria.

Ci racconta il Malaparte nel suo romanzo “La pelle” come, al domani dello sbarco alleato nella zona di Napoli, imperversassero tragiche condizioni di vita che spingevano giovani donne a vendere il proprio corpo ai militari americani per un dollaro.

Da questo turpe mercimonio, non erano esclusi neppure gli innocenti. Si stima che nel 1944 l’aumento del costo della vita giunse fino al 344,47%[3]. Per fare un esempio tra il 1945-1950 con un intero stipendio si potevano acquistare solo 15 kg di zucchero. Questa fu la ragione principale per la quale si ebbe un parziale ritorno al baratto e alla borsa nera.

Pare che con questa valuta gli americani acquistarono diversi possedimenti nella nostra penisola, tra cui la sede dell’ambasciata americana a Roma.

La storia della moneta d’occupazione americana terminò il 30 giugno 1950, quando con il D.M. 18.2.1950 venne ritirata dalla circolazione, terminandone il corso legale e addebitandone nel contempo il prezzo ai cittadini della neonata Repubblica.

E sì, perché le AM-lire non venivano attribuite al popolo da liberare come mezzo convenzionale, ovvero libere da debito, ma venivano addebitate in cambio di titoli di Stato italiani, come sancito dalla LEGGE 28 dicembre 1952, n. 3598


“Ratifica, con modificazioni, del decreto legislativo 12 dicembre 1946, n. 441, concernente l’autorizzazione al Ministro per il tesoro a stipulare con la Banca d’Italia una convenzione per la esecuzione dell’Accordo monetario, in data 24 gennaio 1946, fra il Governo italiano ed il Governo Alleato”[4]

Qualcuno potrebbe obiettare che godevamo di sovranità monetaria in base all’assunto: “quando la banca d’emissione è pubblica, l’acquisto dei titoli di stato è una partita di giro, un debito verso sé stessi”.

Confutare questo assurdo è semplice:


Quando la banca è pubblica che motivo ha lo Stato di emettere titoli di debito per farli acquistare a sé stesso, quando potrebbe emettere moneta direttamente?

Se il debito è finto, perché pagarci gli interessi?

Se vi sono degli interessi allora quel debito non è assolutamente fittizio.

Non fatevi incantare da chi parla di DEBITO SOVRANO.

Il debito è un concetto astratto, esso non può essere sovrano rispetto a un popolo.

L’ Art.1 della Costituzione è la prima cosa che ricorda: “la sovranità appartiene al popolo”.

Il debito è uno strumento di asservimento, sempre!

Inoltre non è affatto vero che debitore e creditore sono la stessa persona perché debitore è lo Stato, creditore è la banca centrale e nessuna delle due “entità” è una persona.

E comunque i due soggetti erano ben distinti e separati già prima del 1981.

Ovvero, per capirci: tanto lo Stato quanto la banca sono “enti astratti di imputazione giuridica”, ove gli interessi del popolo NON vengono rappresentati.

L’astrazione giuridica è l’artifizio usato per evitare che il mantra del debito cada come un castello di sabbia.

Inoltre, se corrispondesse a verità l’assunto secondo il quale il nostro paese godeva di “Piena sovranità monetaria” almeno fino al 1981, l’emendamento discusso in assemblea costituente il 24 Ottobre del 1947 sarebbe stato approvato[5].

Esso infatti prevedeva “L’autorizzazione del parlamento a battere moneta”.

A quel punto avremmo pututo dire che gli Artt. 1, 47 e 117 della Costituzione sarebbero stati applicati e rispettati.

Perché, come soleva ricordare il Prof Giacinto Auriti, il contenuto della norma giuridica è duplice.

Essa prevede l’interesse giuridico da tutelare e il bene giuridico da tutelare. Se manca uno di questi contenuti la norma resta, come in effetti ora è, lettera morta.


Nel nostro caso se prevedi un diritto in astratto senza approntare gli strumenti che lo realizzino, è chiaro che l’impianto normativo diventa uno specchietto per allodole.

La ragione per cui chi detiene il potere politico di una nazione emette titoli di debito, obbligando il popolo a pagarne gli interessi, è solo una: il dominio, l’imperio sul popolo.

Semplicemente prima del 1981 il popolo italiano veniva chiamato a “sacrificare” una parte del valore da lui prodotto a una classe dirigente nazionale mentre ora è destinato a servire l’alta finanza internazionale che ha un appetito illimitato e, pertanto, una portata devastante.

Che sia una classe dirigente o un paese straniero, il debito è l’artifizio attraverso il quale arricchirsi dei valori che il popolo produce.

Per rafforzare la nostra tesi con una fonte ufficiale è sufficiente leggere quanto riportato sul sito bancaditalia.it, dove si legge:


“L’accordo del 24 gennaio 1946 tra il Governo italiano e quello Alleato riconobbe alla Banca d’Italia la facoltà di emettere le Am-lire”, facoltà che risulta essere solo un’alternativa acciocché queste venissero prodotte negli USA[6].

Infatti, il decreto legislativo 12 dicembre 1946, n. 441, firmato dal capo provvisorio dello Stato De Nicola, sancisce all’Art.1:


“Al fine di dare piena esecuzione all’Accordo monetario intervenuto tra il Governo Italiano e il Governo Alleato per l’unificazione, sotto l’autorità del Governo Italiano, della circolazione della Banca d’Italia e della moneta di occupazione alleata (AM-lire), il Ministro per il tesoro è autorizzato a stipulare con la Banca stessa, riconosciuta come l’autorità b emittente di detta moneta di occupazione, una convenzione per regolare i rapporti nascenti dalla detta unificazione, e dalla somministrazione, da parte della Banca d’Italia, alle Forze armate alleate, di biglietti propri e di crediti in lire e ciò a far tempo dal 1° febbraio 1946.”[7]

È qui evidente il rapporto di sudditanza, altro che sovranità.

Nella stessa pagina del sito bancaditalia.it si riporta il “caso Staderini”, tipografia privata incaricata di stampare cartamoneta, menzionando la mancata emissione dei biglietti da 500 e 1.000 lire tipo 1944, commissionata dalla Banca d’Italia quando Luigi Einaudi ne era governatore.

L’episodio è avvenuto in seguito all’arresto di due dipendenti dello stabilimento Staderini di Roma accusati di aver falsificato la produzione di moneta[8], che in quel periodo era a tutti gli effetti moneta di occupazione.

La vicenda ci ricorda la commedia italiana che riportava spaccati di vita italiana dell’epoca, con pellicole come “La banda degli onesti” e “la saggezza dei governatori delle banche centrali”.

Tutto ciò ci rammenta quanto soleva dire il Prof. Giacinto Auriti:


“A noi non interessa che l’emissione avvenga da parte di un’organizzazione pubblica o privata, a noi interessa di chi sia la Proprietà della moneta”.

Cioè interessa che la produzione di moneta non avvenga contro debito e che la moneta non sia della tipografia ( pubblica o privata) ma del popolo

Di recente l’on. Paolo Ferrero, Ministro della solidarietà sociale del Governo Prodi II dal 17 maggio 2006 all’8 maggio 2008, segretario di Rifondazione Comunista dal 27 luglio 2008, ha dichiarato:

“Per questo noi proponiamo che la Banca Centrale sia pubblica e presti i soldi agli Stati“.

Prestiti, ovvero debito, debito e ancora debito, le provano tutte.

Ora tentano di confondere la gente paragonando goffamente e surrettiziamente la proprietà popolare della moneta con l’helicopter money di Milton Friedman.

Ma occorre tenere a mente che tra proprietà e possesso la differenza è sostanziale.

Ciò che davvero libererebbe i popoli dal martirio del debito è una corretta emissione monetaria.

Occorre cioè tenere distinto momento dell’emissione da quello della circolazione.

La moneta nasce come simbolo di costo nullo e assume valore SOLO quando inizia a circolare, inglobando potere d’acquisto.

Per questo motivo non ci stancheremo di chiedere la fine del capitalismo, partendo dalla radice del male.

Occorre cioè che ogni popolo sia riconosciuto proprietario della sua moneta e riacquisti la dovuta dignità.



Scritto da: Redazione – Scuola Studi Giuridici e Monetari “Giacinto Auriti”


note

[1] Emissioni Banca D’Italia,


[2] Les billets de banque de l’Amgot,


[3] Inflazione. Costo della vita nel corso di 140 anni, http://cronologia.leonardo.it/inflazio.htm, 05/2016.

[4] LEGGE 28 dicembre 1952, n. 3598,


[5] Sara Lapico, Scuola di studi giuridici e monetari Giacinto Auriti, La Costituente rifiutò di inserire la Sovranità Monetaria,


[6] Emissioni Banca D’Italia, op.cit., nota [1].

[7] DECRETO LEGISLATIVO DEL CAPO PROVVISORIO DELLO STATO 12 dicembre 1946, n. 441,


[8] Gianni Graziosi, Mille lire al mese, http://www.panorama-numismatico.com/wp-content/uploads/mille-lire.pdf, 05/2016.

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