14 maggio 2016

Pizzarotti sospeso dal MoVimento 5 Stelle: la trasparenza è il primo dovere


Pizzarotti sospeso dal MoVimento 5 Stelle: la trasparenza è il primo dovere Federico Pizzarotti è sospeso dal MoVimento 5 Stelle. La trasparenza è il primo dovere degli amministratori e dei portavoce del MoVimento 5 Stelle. Solo ieri si è avuto notizia a mezzo stampa dell'avviso di garanzia ricevuto, ma il sindaco ne era al corrente da mesi. Nonostante la richiesta, inoltrata da ieri e a più riprese, di avere copia dell'avviso di garanzia e di tutti i documenti connessi alla vicenda per chiudere l'istruttoria avviata in ossequio al principio di trasparenza e già utilizzato in casi simili o analoghi, non è giunto alcun documento. Preso atto della totale mancanza di trasparenza in corso da mesi, nell'impossibilità di una valutazione approfondita ed oggettiva dei documenti e per tutelare il nome e l'onorabilità del MoVimento 5 Stelle si è proceduto alla sospensione. Non si attendono le sentenze per dare un giudizio politico.

Enzo Vincenzo Sciarra

13 maggio 2016

Serra finanzia Renzi e poi gli chiede la legge. “Strane Coincidenze”


Gli italiani non riescono più a pagare il mutuo e le case vanno all’asta. Ma tutto ciò per la finanza è un affare d’oro, con rendimenti a doppia cifra. Manuele Bonaccorsi ci spiega l’ultimo business del fondo Algebris, guidato dall’amico e finanziatore di Matteo Renzi, Davide Serra. Un anno fa Serra propone di fare una legge per velocizzare la messa all’asta delle case e la strana coincidenza è che la legge è stata fatta e proposta con il decreto 256 dal suo caro amichetto.
Davide Serra, amico di Renzi, investe 500 milioni di Euro per comprarsi le case pignorate agli italiani perche non riescono più a pagare il mutuo, comprandole al 20% rivendedole al 100% sul mercato.
Ecco il servizio che parla di questa vicenda ancor prima che si parlasse del decreto 256:

12 maggio 2016

AL SISTEMA MEDIATICO DOMINANTE NON PIACCIONO LE INCHIESTE DELLA PROCURA DI TRANI. CHISSA’ COME MAI?


In questi giorni si fa un gran parlare di politica e magistratura, riscoprendo il gusto di riportare indietro le lancette della Storia ai tempi in cui dominava la scena lo stucchevole teatrino Berlusconi-Toghe rosse. Preliminarmente invito tutti a rifuggire da facili banalizzazioni e semplificazioni. Che significa la magistratura mette il governo nel mirino? Quale magistratura? I politici non sono tutti uguali e neanche i magistrati, alcuni dei quali sono mossi da un desiderio autentico di ricerca della verità, mentre altri cedono alla tentazione di servire il potere nella speranza di ricavarne in prospettiva un beneficio in termini di carriera o di altre utilità. Quante sono le toghe entrate in Parlamento sulla base della popolarità di alcune inchieste debitamente “pompate” da giornali posseduti dall’élite plutocratica dominante? Tante, troppe. E voi pensate che i partiti politici, frequentati da gente disposta a tutto pur di accaparrarsi un seggio in Parlamento, sono così “magnanimi” da cedere il posto a giudici e Pm sospinti perlopiù dal desiderio ardente di portare alla Camere e al Senato una ventata di legalità ed intransigenza contro il riemergere dell’eterna corruzione? Buonanotte. L’Italia è un Paese nel quale fino a poco tempo fa a capo del massimo organo di autogoverno della magistratura, ovvero il Csm, sedevano in qualità di Presidente e Vicepresidente Giorgio Napolitano e Nicola Mancino, protagonisti di alcune telefonate intercettate e finite al centro dell’inchiesta Stato-Mafia poi distrutte su ordine perentorio e indiscutibile del Re che fu due volte Presidente. Attenzione quindi a non confondere la “giustizia” con il “potere”, mondi che raramente si incontrano. Il potere non ha bisogno di essere anche intrinsecamente “giusto” per legittimare le sue condotte, preferendo ammantare di finta nobiltà azioni spregevoli che un circuito mediatico compiacente e corrotto si prenderà poi la briga di vestire di una regalità artata e puzzolente. Fateci caso: ai tempi di Mani Pulite, quando i vari Craxi, Andreotti e Forlani finivano al macero, quanti grandi imprenditori titolari di grandi mezzi di informazione subirono la stessa sorte? De Benedetti fu arrestato e rilasciato nella stessa giornata,Giovanni Agnellipoteva non sapere né capire il sistema delle tangenti, mentre le televisioni di Silvio Berlusconifacevano da gran cassa alle imprese del pool di Milano prima che la tregua saltasse con la famosa “discesa in campo” del Biscione di Arcore. Perfino Luciano Violante, il piccolo Vichinsky dileggiato da Francesco Cossiga, scoprì che esisteva un “corto circuito mediatico-giudiziario che si teneva insieme”. Bella scoperta. Questa lunga premessa serve per metabolizzare una convinzione in grado di “immunizzare” i cittadini di fronte alle insidie della manipolazione cavalcante: le inchieste giudiziarie che piacciono ai media più importanti raramente sono sospinte da un desiderio autentico di verità e giustizia. Prendete il caso della Procura di Trani, ufficio giudiziario che con immenso coraggio sta portando avanti una inchiesta benemerita e coraggiosissima grazie alla lucidità e alla bravura di un Pm come Michele Ruggiero, il cui lavoro è naturalmente minimizzato e osteggiato dai grandi potentati che vivono in sella all’intreccio perverso finanza-comunicazione. E’ di oggi la notizie dell’iscrizione nel registro degli indagati dei vertici della Deutsche Bank, accusati di avere dolosamente manipolato il mercato nel 2011 per consentire l’avvio di quella pantomima chiamata “spread” che permise l’arrivo al potere diMario Monti, uomo notoriamente organico al primo cerchio del potere massonico sovranazionale. Il governo Monti, sfacciatamente etero-diretto da Berlino, mise in atto politiche in grado di trasferire spudoratamente una forte quota di ricchezza dalle tasche dei cittadini a quelle già gonfie dei banchieri, oramai decisi ad esercitare direttamente anche il potere politico in Italia per mezzo di un loro uomo, senza cioè il fastidio di dover trattare con intermediari di provenienza politico-partitica. Avete notato come sulle inchieste di Trani sia calata una cappa impressionante di silenzio? Quando c’è da montare scandali per esporre al pubblico ludibrio politicanti alla Cetto La Qualunque che si fanno rimborsare spese per caffè, gratta e vinci e vibratori parte in automatico l’indignazione dei tanti giornalisti/gabibbo al soldo del gotha massonico/finanziario che sovraintende e smista il flusso delle notizie; quando poi un Pm discreto e preparato come Ruggiero scoperchia un putrido vaso di Pandora che smaschera condotte gravissime finalizzate alla realizzazione di un vero e proprio Golpe senza spargimento di sangue- tipo quello consumatosi nell’Italia del 2011- le “grandi firme” del giornalismo tacciono e sminuiscono. “Tu sai com’è…tui sai dov’è…tu sai perché…” , chioserebbe a questo punto da par suo il simpatico massone interpretato da quel genio di Corrado Guzzanti, presunto comico che, sotto forma di satira, può permettersi il lusso di indicare scomode verità.

Francesco Maria Toscano

Fonte: Il Moralista

Fiducia unioni civili, Savarese: “Referendum abrogativo inevitabile. Il nostro ‘porta a porta’ contro Renzi”


- di Marta Moriconi -
l ministro per le Riforme Maria Elena Boschi, è restata in Aula a Montecitorio ieri giusto il tempo di annunciare la decisione del governo: fiducia sul ddl Cirinnà. Una mossa che ha scatenato la bagarre, come le immagini hanno mostrato. Filippo Savarese, portavoce di Generazione Italia, commenta per IntelligoNews la giornata di oggi avvertendo Renzi sulle mosse future delle famiglie italiane contro una legge calata dall’alto e lontana dal popolo.

Allora Savarese, Boschi annuncia la fiducia sulle unioni civili e scappa via. Poi la bagarre. Come commenta quanto si è visto ieri?

“Purtroppo sì, perché l’indifferenza arrogante del Governo per la dignità del Parlamento dà il senso esatto della riforma della Costituzione che dovremo approvare o respingere col referendum di ottobre. La riforma rende ordinario il metodo antidemocratico usato per approvare le unioni civili. Per questo il 28 maggio alle 11 all’Antonianum di Roma presenteremo con Massimo Gandolfini il “Comitato Famiglie per il No”, e poi gireremo l’Italia per far capire che con la nuova Costituzione le prossime e peggiori leggi contro la famiglia, la vita e la libertà educativa saranno approvate senza la minima possibilità di opposizione”.

Avete un messaggio per i cattolici che voteranno sì?

“A quei deputati che si professano realmente cristiani, e che non si dicono tali solo culturalmente o anagraficamente, ricordo la testimonianza del patrono a cui li affidò San Giovanni Paolo II, cioè San Tommaso Moro. Vale la pena perdere ricchezza, potere, prestigio, voti, followers e persino la vita stessa per non tradire la verità. Equiparando di fatto le unioni gay alla famiglia, questa legge afferma il falso e ci allontana tutti dalla quella civiltà a cui dovrebbe mirare anche e forse soprattutto un cristiano in politica”.

Cosa risponde a chi tra loro, pensiamo a Ncd, dice che è la migliore legge possibile e non è un matrimonio’?

“Che nella sua sostanza giuridica sia un matrimonio gay è lampante, lo dicono pure le associazioni Lgbt, per cui mancano solo espressamente le adozioni. Dico ‘espressamente’ perché il Ddl fa salva la giurisprudenza che in questi mesi sta riconoscendo appunto le adozioni gay e legittimando l’utero in affitto sfruttato all’estero, sentenze che esploderanno con l’approvazione delle unioni civili. Alla luce di ciò, chi dice che è la migliore legge possibile forse lo dice per ingraziarsi i voti e i soldi della lobby Lgbt”.

Per alcuni sarà una giornata storica dopo aborto e divorzio. Cosa hanno in comune? 

“A noi interessa solo ribadire che tutti i diritti delle persone omosessuali sono già oggi riconosciuti al 100% in Italia, e che una legge che equipara alla famiglia le coppie di persone dello stesso sesso è incostituzionale, e si giustifica solo se la si vuole usare come grimaldello per arrivare anche alle adozioni gay e all’utero in affitto, scenario che infatti è già oggi in corso d’opera da parte dei Tribunali. Scalfarotto, Cirinnà e Lo Giudice l’hanno detto chiaramente: questa legge serve solo per aprire poi a tutto il resto. Dal Movimento 5 Stelle hanno chiesto addirittura la poligamia, quindi prepariamoci”.

Come?

“Come dicevo, in questi mesi inviteremo le famiglie ad andare a votare No al referendum di ottobre sulla riforma della Costituzione, perché se quel sistema fosse confermato sarebbe la fine della possibilità di evitare all’Italia le leggi contro la vita, la famiglia e la libertà educativa che in Occidente hanno fatto un mare di danni. Quanto al referendum abrogativo delle unioni civili, penso che sarà un passaggio inevitabile perché abbiamo il dovere di fare tutto il possibile per il bene della famiglia e della società. I cittadini dunque si preparino ad affrontare i mesi di mobilitazione sul territorio forse più coraggiosi e decisivi della loro vita. Abbiamo bisogno del massimo sforzo di tutti, e Generazione Famiglia, come sempre, ci sarà”.

Non c’è possibilità di obiezione di coscienza. Quanto è grave e cosa si può fare? Spieghiamolo agli italiani…

“Purtroppo con la fiducia Renzi ha impedito al Parlamento di discutere questo tema fondamentale, nonostante quasi 100 sindaci avessero già firmato un manifesto in tal senso. Mi fanno ridere Boschi e Cirinnà che protestano per quei candidati sindaco che annunciano di non voler celebrare unioni gay tirando in ballo la legalità: Marino si fece beffe della legalità celebrando in Comune finte nozze gay. La solita legalità a giorni alterni…”

Addio operai. In Cina la prima fabbrica in cui gli operai sono tutti robot


Zero diritti, nessun permesso sindacale, ferie o malattia. Benvenuti nella prima fabbrica al mondo senza operai. Qui infatti a produrre saranno i robot. Siamo in Cina, a Dongguan dove sorgerà il primo stabilimento in cui il lavoro umano sarà completamente rimpiazzato da quello dei robot.

È la Shenzhen Evenwin Precision Technology la società protagonista del progetto. Inizialmente circa 1.000 robot saranno impiegati presso lo stabilimento di Dongguan, che produce componenti per cellulari.

“L’uso di robot industriali aiuterà l’azienda a ridurre il numero di lavoratori in prima linea di almeno il 90 per cento”, ha dettoChen Xingqi, il presidente del consiglio di amministrazione dell’azienda. “Quando tutti i 1.000 robot industriali saranno messi in funzione nei prossimi mesi, ci sarà solo bisogno di assumere meno di 200 tecnici di software e di gestione del personale”.

Shenzhen Evenwin Precision Technology si aspetta che la capacità produttiva dello stabilimento a regime sarà pari a280 milioni di euro (332 milioni di dollari).

Sono sempre di più le fabbriche del Pearl River Delta - un centro urbano e industriale nel sud della Cina, spesso soprannominato ‘fabbrica del mondo’ – che stanno cominciando a introdurre i robot nel tentativo di sostituire il lavoro umano. Ma oggi la regione deve affrontare due problemi che costringono a cercare nuove strategie di sviluppo, tra cui l’automazione di massa.

Il primo problema è la carenza di manodopera causata da un numero sempre crescente di persone che rifiutano posti di lavoro in fabbrica. Il Dipartimento delle Risorse Umane e della Previdenza Sociale della provincia di Guangdong (dove si trova Pearl River Delta), sostiene cheall’industria locale manchino da 600.000 a 800.000 lavoratori.

Il secondo problema è che il lavoro cinese sta diventando sempre meno a buon mercato. La Cina è stata a lungo il paese più attraente per le imprese straniere per via della forza lavoro a basso costo, ma ora il paese sta iniziando a perdere questo suo “vantaggio”. Secondo le cifre di recente rese note da Bloomberg, un lavoratore medio di una fabbrica cinese guadagna poco meno di 500 dollari al mese, mentre in Thailandia guadagna meno di 350 dollari, e in Cambogia appena 75.

Le autorità di Guangdong e le imprese contano di automatizzare al massimo il processo produttivo. La provincia prevede di investire l’equivalente di circa 154 miliardi di dollari nella robotizzazione della produzione manifatturiera. Guangzhou, la capitale del Guandong, ha addirittura fissato un obiettivo: automatizzare l’80 per cento della produzione manifatturiera entro il 2020.

Non a caso la Federazione Internazionale di Robotica guarda alla Cina come il più grande mercato per i robot industriali.

Francesca Mancuso

Fonte: GreenBiz

La famiglia fuorilegge


Quello che maggiormente rattrista, in tutta la vicenda italiana legata al matrimonio omosessuale – ieri approvato alla Camera sotto forma di unione civile -, non è, contrariamente a quanto si potrebbe pensare, l’arroganzadell’esecutivo guidato da Matteo Renzi, l’amore smisurato e senza pudore di Angelino Alfano per la poltrona e neppure la finta opposizione della Chiesa italiana, i cui più autorevoli rappresentanti, eccettuati alcuni momenti di lucidità, non hanno saputo fare altro, neanche a poche ore dalla conclusione dei giochi, che rimproverare al Governo il ricorso alla fiducia, come se il problema fosse procedurale.

Quello che maggiormente rattrista è che purtroppo manca, in quasi tutti coloro che dovrebbero averne, la consapevolezza di che cosa da domani implicherà, per la società italiana, l’introduzione delle nozze fra persone dello stesso sesso, vale a dire uno stravolgimento antropologico di proporzioni enormi. Per capirlo è però opportuna anzi doverosa, prima, una premessa che è anche una precisazione: la portata culturale di leggi del genere è immensa, ma la cultura di una società, tanto più quella italiana, che è più conservatrice di molte altre, non si trasforma dall’oggi al domani, e neppure nel giro di quattro o cinque anni.

Nessuno cioè è dell’idea che sulla penisola italiana, da domani, le famiglie composte da padre, madre e figli verranno selvaggiamente aggredite per strada, fermate ai posti di blocco, arrestate e deportate in appositi campi di concentramento. Ora, a qualcuno sembrerà una sottolineatura ridicola – in effetti lo è -, ma è doveroso effettuarla per evitare che, fra un anno, sulle nozze gay ci si lasci dire quanto incautamente alcuni oggi osservano sul “divorzio breve”, vale a che, diversamente da quanto temuto dai critici, non avrebbe determinato alcuna «strage di matrimoni», come leggevo giusto ieri su un quotidiano locale.

Grazie tante: nessuno lo aveva sostenuto e non sarà così neppure per le unioni civili. Prima infatti che rilevabile statisticamente – cosa possibile ma che, come per il divorzio, richiederà un arco temporale di qualche decennio -, lo stravolgimento che il matrimonio omosessuale determinerà nella società italiana avverrà a livello antropologico. Su almeno tre versanti. Il primo riguarda la definizione stessa di famiglia. Fino a ieri si era liberi di ritenere la famiglia cosiddetta tradizionale come la vera famiglia e da domani si sarà liberi di continuare a farlo, ovviamente, ma da oggi lo Stato afferma l’opposto. Che significa?

Significa che se l’esistenza della cosiddetta famiglia omosessuale, fino a ieri, non era che poco più dell’opinione di chi intendeva chiamare così le unioni fra persone dello stesso sesso, da domani sarà la scelta di considerare la famiglia tradizionale come la vera famiglia a divenire – ufficialmente – null’altro che opinione: il che sul piano educativo – si pensi a dei genitori intenti a trasmettere ai loro figli le proprie convinzioni cristiane – rappresenta uno tsunami. Ma è solo l’inizio. Esiste infatti anche un seconda criticità dovuta all’approvazione delle unioni civili, vale a dire la sostanziale entrata in vigore della legge contro l’omofobia.

Il disegno di legge Scalfarotto, lo sappiamo, non è (ancora) stato approvato, ma nel momento in cui lo Stato italiano – come sta facendo – inizia a riconoscere come matrimoniale l’unione gay, sarà ancora lecita la disapprovazione della condotta omosessuale? Formalmente sì, praticamente no; e a coloro che condividono questa posizione che già oggi non gode di buona fama toccheranno sempre più diffidenza, scherno, isolamento. Il che, oltre che preoccupante, è anche paradossale. Infatti l’introduzione matrimonio omosessuale – come mostrano i casi di tanti Stati europei – non risulta aver eliminato e forse neppure ridotto gli episodi di discriminazione cosiddetta omofoba.

Eppure la discriminazione, con le unioni civili, inizierà invece ad intensificarsi nei confronti di coloro che non esprimeranno convinto entusiasmo non tanto verso le persone attratte da soggetti dello stesso sesso (persone che, in quanto tali, vanno sempre accolte ed amate), bensì verso gli atti omosessuali. E poco importa che a riservare parole non tenere ai rapporti omosessuali siano stati, nei secoli, pensatori del calibro di Platone (Leggi, 836 B), Aristotele (Etica Nicomachea, 1148b 24-30) e Kant (Metafisica dei costumi §Dottrina del diritto): si sarà tutti, indistintamente, bollati come fondamentalisti cristiani e trattati di conseguenza.

La terza – e più grave – implicazione antropologica delle unioni civili sta però nel fatto che, con messa al bando la concezione di famiglia come unione fondata sul matrimonio fra uomo e donna – unione che diverrà solo una delle tante possibili varianti di famiglie -, sarà presto il turno delle adozioni omosessuali, il che non determinerà soltanto la crescita di bambini senza un padre o senza una madre, aspetto già avvilente, ma addirittura di bambini che non sapranno mai, poiché ne saranno privati ab origine, che cosa sia avere una madre o che cosa avere un padre; nella sbornia dei diritti, i loro – che pure sono i soggetti più deboli – verranno così dimenticati.

Senza trascurare, infine, il concretissimo rischio di sdoganamento dell’utero in affitto. Quello insomma che davvero più rattrista, nella vicenda legata al matrimonio omosessuale, è che si sia – di fatto – dichiarata fuorilegge la famiglia; che il delitto si sia consumato con gioia (Renzi ha parlato di «giorno di festa»), esibendo fieri la spilla arcobaleno d’ordinanza (come Maria Elena Boschi) e fingendo un dispiacere davvero poco credibile (come quello di qualche alto prelato), non fa che confermare l’assurdità dei nostri tempi. In tutto ciò esiste però una consolazione, se così possiamo chiamarla, non politica e neppure religiosa.

La consolazione è demografica: l’Italia con sempre meno matrimoni, col minimo storico di nascite e che pur avendo accolto nei decenni un notevole numero di famiglie immigrate non si schioda da tassi di natalità cimiteriali, è un Paese che sta giocando col fuoco e, soprattutto, col proprio futuro. L’approvazione delle unioni civili, che certo non inventa, ma indiscutibilmente aggrava la situazione della famiglia cosiddetta tradizionale, assume così il sapore di un ulteriore e disperato scatto verso il baratro, «cosicché – per dirla con lo statistico Roberto Volpi – mentre la famiglia tradizionale sembra avviarsi al tramonto, già s’intravede la sua micidiale vendetta».

In Italia un milione di bambini senza futuro


Hanno solo quei pochi vestiti che indossano, non fanno vacanza, non fanno sport non vanno al cinema e non leggono libri. In Italia ci sono un milione di bambini poveri. Di una povertà che non è solo materiale ma anche e soprattutto formativa ed educativa. Una ‘povertà assoluta’. Con poche o nulle opportunità di riscatto sociale. Bambini e adolescenti, tra i 6 e i 17 anni che vivono soprattutto al Sud: in Sicilia, in Campania e in Calabria. Lontano dai centri urbani, spesso in località isolate e con pochi mezzi di trasporto pubblico, dove non ci sono pioscine o palazzetti dello port e tantomeno biblioteche, cinema e teatri. Località in cui è più scarsa e inadeguata l’offerta di servizi e opportunità educative e formative che consentano ai minori di apprendere, sperimentare, sviluppare e far fiorire liberamente capacità, talenti e aspirazioni. Sono i dati che emergono dal rapporto pubblicato da Save the Children dal titolo “Liberare i bambini dalla povertà educativa: a che punto siamo?” presentato ieri in occasione del rilancio della campagna ‘Illuminiamo il futuro’.

Sono la Sicilia e la Campania a detenere il triste primato delle regioni italiane con la maggiore ‘povertà educativa’. Al secondo posto della classifica in negativo, con un leggero distacco, la Calabria e la Puglia. Fanno da contraltare Lombardia, Emilia Romagna e Friuli Venezia Giulia, le aree più ‘ricche’ di offerta formativa ed extracurriculare per i minori. La ong internazionale fotografa il ritratto in chiaroscuro di un Italia lontana dagli obiettivi europei. Dove le opportunità per bambini e adolescenti sono esigue sia a scuola che fuori. L’analisi di Save the Children conferma la stretta correlazione tra povertà materiale e povertà educativa: è proprio nelle regioni ai primi posti della classifica sulla povertà educativa che si registrano i tassi di povertà più elevati d’Italia. In Italia sono 1.045.000 i bambini che vivono in povertà assoluta e si concentrano in particolare in regioni come la Calabria (quasi uno su quattro) o la Sicilia (poco meno di uno su cinque). Sono invece poco meno di due milioni quelli che vivono in povertà relativa (il 19%), ma ancora una volta è il Sud a vivere la situazione peggiore, dove più di un terzo dei minori si tro- va questa condizione.

In Italia il 48% dei minori tra 6 e 17 anni non ha letto neanche un libro, se non quelli scolastici, nell’anno precedente, il 69% non ha visitato un sito archeologico e il 55% un museo, il 46% non ha svolto alcuna attività sportiva. Se nel Sud e nelle Isole la privazione culturale e ricreativa è più marcata, arrivando all’84% della Campania, nelle regioni del Nord riguarda comunque circa la metà dei minori considerati, dove solo le province di Trento e Bolzano scendono al di sotto di questa soglia (rispettivamente 49% e 41%). Come in un circolo vizioso, inoltre, i bambini e gli adolescenti che nascono in zone dove maggiore è l’incidenza della povertà economica e che offrono poche opportunità di apprendimento a scuola e sul territorio, una volta diventati giovani adulti rischiano di essere esclusi, perpetuando questa condizione per le generazioni successive.

«I bambini che vivono in condizioni di forte deprivazione economica sono i più esposti alla povertà educativa, che li colpisce spesso già nei primi anni di vita, determinando un ritardo nell’apprendimento e nella crescita personale ed emotiva, che difficilmente potrà essere colmato crescendo», spiega Valerio Neri, direttore generale dell’ organizzazione dedicata salvaare la vita dei bambini e a tutelare i loro diritti. «Un Paese che non garantisce diritti, doveri e opportunità uguali per tutti, soffocando sul nascere le aspirazioni e i talenti dei nostri figli – aggiunge Neri – non è solo un Paese ingiusto, ma un Paese senza futuro».

Fonte: Avvenire

SITUAZIONE DISPERATA IN SICILIA. IN 3 MESI CHIUSE 23 MILA AZIENDE


In Sicilia, nel primo trimestre del 2016, chiuse oltre 23 mila aziende. Il dato, preoccupante, è stato raccolto da Confimprese Palermo ed è stato presentato durante il primo meeting regionale dell’associazione, dal titolo “Sviluppo@zione – Strategie per il progresso della Sicilia”. “La situazione delle imprese in Sicilia è allarmante – spiega Giovanni Felice, coordinatore regionale di Confimprese Sicilia – dai problemi dell’accesso al credito a quello dei protesti, che in Sicilia ammontano a circa 67 milioni di euro tra assegni e cambiali, è davvero complesso riuscire a tenere bilanci aziendali in positivo, che determinano la chiusura delle aziende attraverso le procedure fallimentari”.

Durante la conferenza stampa, tenutasi a Villa Boscogrande a Palermo, anche gli interventi di esponenti del mondo dell’imprenditoria e delle istituzioni. Come quello di Giovanna Marano, assessore comunale di Palermo alle Attività Produttive: “La nostra imprenditoria ha vissuto negli ultimi decenni una vera e propria sofferenza determinata dall’assenza di risorse e finanziamenti pubblici – commenta Marano – oggi, infatti, le imprese devono riuscire a produrre utili senza poter contare sugli interventi dello Stato, e per far questo è necessario che tutte le istituzioni, soprattutto quelle di ricerca e di studio, come l’Università degli Studi, riescano ad unirsi e fare rete con le aziende così da creare un vero impulso virtuoso per l’intero settore produttivo”. Dello stesso avviso anche Guido D’Amico, presidente nazionale di Confimprese: “L’economia siciliana è cambiata nel corso dell’ultimo decennio ma qui in Sicilia i problemi per le imprese sono sempre gli stessi – spiega D’Amico – infatti siamo passati da una economia principalmente incentrata sul chimico a quella che incentra tutto sul turismo nelle sue varie sfaccettature. Per questo motivo – conclude il presidente nazionale di Confimprese – è necessario che il tessuto produttivo e le istituzioni tornino a dialogare stabilendo programmi comuni di sviluppo”.

La mancanza di liquidità e l’assenza di garanzie produttive costringe ogni giorno centinaia di imprese in difficoltà a fare ricorso al mercato nero o a quello parallelo dell’usura. “E’ necessario ripensare alla legislazione ordinaria in materia di usura – commenta Giovanni Felice – urge infatti di mettere in campo delle misure concrete per fare in modo che gli imprenditori onesti, seppur insolventi, ottengano rapidamente una seconda possibilità. Proprio per questo – conclude il coordinatore regionale di Confimprese Palermo – vogliamo e cercheremo anche con la nuova programmazione 2014 -2020 di andare avanti in questa nostra battaglia di legalità per il bene delle aziende e della nostra Regione”.

Fonte: livesicilia

AMBROSE EVANS PRITCHARD SUL TELEGRAPH: ''L'ITALIA O MANDA ALL'INFERNO L'EURO O IL PAESE PRECIPITA NELL'INSOLVENZA''


LONDRA - "Il tempo stringe per l'Italia, bloccata in una deflazione da debiti e alle prese con una crisi bancaria che non puo' affrontare con i vincoli dell'unione monetaria", scrive l'autorevole giornalista Ambrose Evans-Pritchard, editorialista del quotidiano britannico The Telegraph.

"Dal picco della crisi - prosegue Evans Pritchard - come ha ricordato il governatore della Banca d'Italia, Ignazio Visco, il prodotto interno lordo si e' ridotto del 9% e la produzione industriale del 25%. Ogni anno la percentuale del debito rispetto al Pil sale: 121 per cento nel 2011, 123 nel 2012, 129 nel 2013, 132,7 nel 2015. Lo stimolo della Banca centrale europea svanirà prima che l'Italia riuscirà a uscire dalla stagnazione e il Fondo monetario internazionale, infatti, prevede una crescita di appena l'1% quest'anno. La finestra globale si sta chiudendo".

Ed Evans Pritchard con la sua solita lucidità e precisione d'analisi entra nel dettaglio, affinchè sia ben chiaro il suo pensiero: "La crescita salariale porterà la Federal Reserve a rialzare i tassi di interesse e la speculazione selvaggia costringera' la Cina a frenare il boom del credito. L'Italia precipiterà in una nuova crisi, forse all'inizio dell'anno prossimo, con tutti gli indicatori macroeconomici peggiori rispetto al 2008 e metà paese sull'orlo della rivolta politica".

Verissimo e micidiale.

"L'Italia e' enormemente vulnerabile, sintetizza Simon Tilford del Centre for European Reform: l'inflazione core e' a livelli pericolosamente bassi e il governo non ha munizioni politiche per combattere la recessione. Il paese ha bisogno di riforme su vasta scala, che per natura portano contrazione a breve termine - prosegue l'articolo di Pritchard - e servirebbero investimenti per attutire l'urto, ma non c'è un New Deal all'orizzonte. Il Fiscal Compact, al contrario, obbliga a conseguire surplus di bilancio abbastanza grandi da tagliare il rapporto debito/Pil del 3,6 per cento all'anno per vent'anni".

"C'e' il rischio concreto che Matteo Renzi arrivi alla conclusione che l'unico modo per restare al potere sia presentarsi alle prossime elezioni con una piattaforma apertamente anti-euro. Un recente sondaggio di Ipsos Mori rivela che il 48% degli italiani voterebbe contro l'Ue o contro l'euro se ne avesse l'opportunità".

"Il Movimento 5 Stelle di Beppe Grillo - analizza Pritchard - cui e' attribuito un consenso del 28 per cento, invoca il default e il ritorno alla lira. La Lega Nord di Matteo Salvini considera l'euro un crimine contro l'umanità. Il tasso di disoccupazione e' all'11,4% quello della disoccupazione giovanile raggiunge il 65% in Calabria, il 56% in Sicilia, il 53% in Campania. Il tasso di natalità è al minimo storico. L'istituto di ricerca Svimez parla di uno stato permanente di sottosviluppo nel Mezzogiorno".

Bisogna leggere il Telegraph per trovare tutti questi dati messi in fila e analizzati per quel che significano, in Italia l'inormazione è ormai omologata al potere governativo. 

"Negli anni Novanta - continua Evans Pritchard in questo fulminante articolo pubblicato oggi dal Telegraph - l'Italia registrava un ampio avanzo negli scambi commerciali con la Germania, prima che fossero fissati i tassi di cambio e quando si poteva ancora svalutare. In quindici anni l'Italia ha perso rispetto alla Germania il 30% di competitivita' sul costo di lavoro per unita' di prodotto; dal 2000 la produttivita' e' diminuita del 5,9%. I governi che si sono succeduti sono criticabili, ma la questione più rilevante è che oggi il paese non riesce a uscire dalla trappola".

"A questa miscela combustibile - prosegue l'autore - si aggiunge la crisi bancaria, che rivela la disfunzionalità dell'unione monetaria e peggiora di giorno in giorno: prestiti non performanti per 360 miliardi di euro gravano sui bilanci delle banche. La vigilanza esercitata dalla Bce ha peggiorato le cose e il fondo Atlante potrebbe attirare sempre più banche nel pantano, aumentando il rischio sistemico. L'Italia e' nel peggiore dei mondi possibili: a causa delle regole dell'Ue, non può prendere iniziative in piena sovranità per stabilizzare il sistema bancario e non esiste ancora un'unione bancaria degna di questo nome che condivida gli oneri. Renzi ha di fronte una dura scelta: o dice alle autorità europee di andare all'inferno o resta a guardare impotente che il sistema bancario imploda e il paese precipiti nell'insolvenza. L'Italia non e' la Grecia, non puo' accettare la sottomissione. Tra i poteri forti dell'industria italiana qualcuno ormai sussurra che l'uscita dall'euro potrebbe non essere così terribile. Sarebbe l'unico modo per evitare una catastrofica deindustrializzazione". 

Redazione Milano





10 maggio 2016

LAVORO: SOLO LA GRECIA PEGGIO DI NOI


L’Italia è caduta al penultimo posto della classifiche sull’occupazione fra i 28 del Ue. Dietro c’è solo Grecia. Invece Spagna e Croazia negli ultimi due anni ci hanno superato. Quanti hanno applaudito in questi giorni per i successi del Jobs Act faranno bene a leggere le statistiche. La riforma è costata moltissimo ma ha avuto risultati modesti a conferma, casomai ve ne fosse bisogno, che lo Stato può dare tutti i contributi che vuole, può fare tutte le leggi che crede e spingere quanto può: l’occupazione parte solo se c’è la ripresa e l’Italia, a causa dell’euro, è ingessata. Con questa premessa guardiamo le cifre. Secondo Eurostat in Italia lavora il 60,5% della popolazione attiva (15-65 anni). In Grecia il 54,9%. Tutti gli altri sono davanti visto che la media della Ue è arrivata al 70,10%.

Queste cifre sono elaborate da un organismo internazionale come Eurostat e non sono offuscate dalle interpretazioni. Il risultato è una vera gelata sul Jobs Act. Il poco di spinta è venuta dalle agevolazioni fiscali che si stanno progressivamente affievolendo. Conosciamo già la replica per mettere a tacere i gufi: ci sono comunque più occupati oggi che rispetto alla fine del 2015. Sicuramente è così. Peccato che altri abbiano fatto meglio di noi tanto che l’Italia è davanti solo alla povera Grecia. Il vento europeo è girato dal 2014 e spira a favore di Renzi. Ma il governo italiano non è riuscito a cogliere la direzione. Certo non tutto può essere attribuito alle responsabilità del governo perché sicuramente hanno remato contro i difetti strutturali del Paese. Una responsabilità però svetta su tutte le altre ed è l’euro. Non a caso i Paesi che hanno creato più lavoro sono quelli che non adottano la moneta unica. Il migliore di tutti, infatti, è stato Viktor Orban, visto che la sua Ungheria è salita dalla 24° alla 16° posizione in classifica, e l’occupazione è aumentata di 5,9 punti percentuali, a un ritmo sette volte e mezzo superiore a quello dell’ Italia. Oppure Renzi può guardare alla Bulgaria (3,6 punti percentuali di crescita). Se mira ai piani alti potrebbe chiedere consiglio a David Cameron, visto che il Regno Unito è passato dal 5° al 3° posto e gli occupati sono saliti dal 74,8 al 76,9% . Ma fare un’osservazione del genere richiederebbe anche un esame di coscienza e anche il mea culpa. Troppa roba per un governo che non ammette mai di avere sbagliato.



Indagato a Bari il businessman dei migranti della città dello Stretto


Frode in pubbliche forniture. E’ questo il reato contestato dalla Procura della Repubblica di Bari a quattro noti imprenditori del business accoglienza migranti e richiedenti asilo relativamente alla gestione di uno dei centri d’accoglienza – lager più tristemente noti in Italia, il CARA di Bari Palese. Secondo gli inquirenti, i responsabili dell’ente gestore che per tre anni si è occupato del centro (la cooperativa Auxilium di Senise, Potenza), avrebbero fatto lievitare a dismisura i costi dei servizi prestati. Gli indagati sono i fratelli Pietro e Angelo Chiorazzo, responsabili di Auxilium, l’ex amministratore delegato della Cascina Global Service SrlSalvatore Menolascina (già arrestato nell’ambito dell’inchiestaMafia capitale della procura di Roma) e Camillo Aceto, ex componente del consiglio di amministrazione di Auxilium ed ex vicepresidente de la Cascina.
Camillo Aceto, in qualità di presidente della Senis Hospes – Società Cooperativa Sociale, anch’essa con sede a Senise, aveva firmato il 26 novembre 2015 con l’Amministrazione comunale di Messina la “Convenzione per la prima accoglienza dei minori stranieri non accompagnati” nel Centro Ahmed, istituito un anno prima mediante stipula di altra convenzione emergenziale con la Prefettura. Sei giorni prima, dopo una lunga querelle con il Prefetto, alcuni esperti del settore immigrazione e le associazioni di volontariato locali, il sindaco Renato Accorinti aveva emesso un’ordinanzacontingibile e urgente con la quale disponeva che i minori stranieri già presenti presso il Centro Ahmed venissero ospitati a cura dell’Amministrazione Comunale. Sino ad allora, interpretando strumentalmente ed erroneamente una circolare ministeriale, sindaco e dirigente generale comunale avevano invece ribadito che la responsabilità della prima accoglienza dei minori stranieri non fosse di competenza del Comune. “La città di Messina, a motivo della sua posizione geografica, è interessata da un costante e cospicuo flusso di migranti, per i quali rimane in capo all’Amministrazione Comunale la successiva gestione dell’accoglienza dei minori stranieri non accompagnati”, si legge nell’ordinanza sindacale del 26 novembre scorso. “Pertanto il collocamento dei minori suddetti in strutture di accoglienza accreditate comporta la loro presa in carico da parte dei Servizi Sociali del Comune nel cui territorio le strutture sono presenti e la richiesta di apertura della tutela nei loro confronti. Poiché in atto, nella città di Messina, per l’accoglienza dei minori stranieri non accompagnati è operativo il Centro Ahmedgestito dalla società cooperativa sociale Senis Hospes, con una disponibilità di 160 posti e autorizzato dalla Regione come ostello per giovani per 200 posti, si ordina che i minori ivi ospitati al 25/11/2015, data di scadenza della convenzione con la Prefettura, continuino ad essere ospitati a cura del Comune, presso la medesima struttura, limitatamente al tempo strettamente necessario e documentato per il loro inserimento in Centri specificatamente accreditati e, pertanto, la presente ordinanza si intenderà revocata allorché la procedura di gara si concluda con l’individuazione di idonee strutture e, in ogni caso, gli effetti della presente verranno a cessare alla data del 30 giugno 2016”. Il giorno dell’ordinanza, Senis Hospes non risultava ancora essere stata accreditata dalla Regione per la gestione dei centri di prima accoglienza per i minori stranieri ai sensi del D.P.R.S. n. 600/2014, accreditamento che sarebbe giunto – secondo quanto riferito dai rappresentanti locali dell’ente gestore –proprio lo stesso giorno della stipula della convenzione con il Comune di Messina. Nel documento sottoscritto dalla dirigente comunale del Dipartimento Politiche Sociali e dall’imprenditore Camillo Aceto si rileva però che “il centro Ahmed è munito di SCIA come ostello per la gioventù con una disponibilità di 224 posti” e che “gli effetti della presente convenzione avranno efficacia limitatamente al tempo strettamente necessario al reperimento di ulteriori strutture idonee all’accoglienza (primissima e di secondo livello) dei minori non accompagnati”. Un centro dunque che era ancora inidoneo all’accoglienza e ben distante dagli standard normativi, strutturali e di gestione imposti dalle norme di legge regionali. A ciò si aggiunge, inspiegabilmente, una crescita in soli sei giorni dei posti letto “autorizzati” (da 200 a 224), che in termini finanziari, a 45 euro per ogni ospite al giorno pagati dal governo, consentono un fatturato aggiuntivo per l’ente gestore di 32.400 euro al mese.
Sempre secondo quanto previsto dal D.P.R.S. n. 600/2014, l’accoglienza dei minori stranieri non accompagnati nelle strutture di primissima accoglienza non dovrebbe essere superiore ai 3 mesi; inoltre i centri non dovrebbero accogliere complessivamente più di 60 ospiti contemporaneamente, mentre l’équipe del personale impiegato dovrebbe possedere una “formazione adeguata e specifica e competenze e capacità idonee” con un numero ben definito di operatori e rispettive qualifiche. Obblighi di legge che, come denunciato più volte in questi anni da difensori dei diritti umani, volontari, ONG (Borderline Sicilia, Arci, Campagna LasciateCientrare, ecc), non risultano essere stati rispettati a Messina, anche se a onor del vero, i servizi offerti al Centro Ahmed sono certamente superiori a quelli di tante altre strutture “d’accoglienza” sorte come funghi in tutta la Sicilia.
La struttura presso l’ex Ipab – Fondazione Conservatori Riuniti di Messina venne aperta il 25 novembre 2014 dall’associazione temporanea d’imprese con capofila la Senis Hospes di Potenza, compartecipi la Cascina Global Service Srl e il Consorzio Sol.Co. – Società cooperativa sociale onlus di Catania. La stessa Ati al tempo gestiva le strutture-lager per migranti della tendopoli di Contrada Conca d’oro Annunziata (all’interno di un centro sportivo dell’Università degli studi di Messina) e dell’ex caserma “Gasparro” di Bisconte. Inizialmente, l’ex Ipab era stato destinato a centro di primissima accoglienza dei cittadini stranieri richiedenti protezione internazionale in vista dell’auspicata chiusura della tendopoli. A seguito però di una denuncia sulla presenza nel lager dell’Annunziata di poco meno di un centinaio di minori stranieri non accompagnati, in situazioni di promiscuità con gli adulti, la Prefettura, con provvedimento straordinario del 31 ottobre 2014 ordinò il loro trasferimento presso i locali che Senis & socie si erano incaricate a ristrutturare per i richiedenti asilo adulti.
Ovviamente né la Prefettura né il Comune di Messina hanno mai ritenuto perlomeno imbarazzante la gestione di buona parte del business accoglienza migranti da soggetti finiti più volte nelle cronache giudiziarie. Il 24 aprile 2014, all’associazione d’imprese Senis-Cascina-Sol.Co. (più ilconsorzio di cooperative Sisifo di Palermo – LegaCoop, la società di costruzioni Pizzarotti & C Spa di Parma e il comitato provinciale della Croce Rossa Italiana di Catania) fu affidato il bando da 97 milioni di euro per la gestione del mega CARA di Mineo, il più grande centro per richiedenti d’asilo d’Europa. “Il bando per la gestione del CARA di Mineo ha alterato la fisionomia dell’accordo pubblicistico delineato dall’art. 15 della Legge n. 241/1990”, ha denunciato in una relazione la Corte dei Conti. Ancora più duro il giudizio dell’Associazione nazionale anticorruzione guidata da Raffaele Cantone, secondo cui a Mineo sarebbero stati violati i principi di “concorrenza, proporzionalità, trasparenza, imparzialitàed economicità”. La gestione del CARA è stata stigmatizzata pure dagli inquirenti che indagano su politica e affari nella città di Roma. Nella seconda ordinanza emessa dal Gip capitolino, relativamente all’affaire Mineo, si parla espressamente di“collusioni preventive, consistenti in accordi finalizzati alla predeterminazione dei soggetti economici che si sarebbero aggiudicati le gare”, nonché di “condotte fraudolente, consistenti nel concordare i contenuti dei bandi di gara in modo da favorire il raggruppamento di imprese al quale partecipavano imprese del gruppo La Cascina”. A seguito del terremoto giudiziario che ha colpito il colosso della ristorazione, la Sezione Misure di Prevenzione del Tribunale di Roma, con decreto n.102 del 27 luglio 2015 dispose l’amministrazione giudiziaria per la Cascina Global Service.
Il Presidente di Senis Hospes Camillo Aceto, al tempo vicepresidente de La Cascina, venne arrestato nell’aprile 2003 a Bari nell’ambito di un’inchiesta sulla fornitura del servizio pasti delle mense ospedaliere e scolastiche. “Da vicepresidente della Cascina, anche Angelo Chiorazzo di Auxiliu è stato coinvolto nella stessa indagine della magistratura di Bari in cui era imputato Camillo Aceto, a sua volta ex membro del consiglio di amministrazione di Auxilium”, riporta la giornalista Raffaella Cosentino. “Anche Chiorazzo ha avuto la prescrizione in primo grado per i reati di falso e frode nei confronti della pubblica amministrazione…”.
Quando nel novembre 2013 il quotidiano online Tempostretto.itdi Messina riprese la notizia sui trascorsi giudiziari di Aceto e soci, il responsabile locale di Senis Hospes, Benedetto Bonaffini richiese la pubblicazione di una rettifica. “Nel mese di settembre 2010 – scrisse Bonaffini – con dispositivo di sentenza di primo grado del Tribunale di Bari, il dott. Camillo Giuseppe Aceto è stato assolto nel processo penale avviato nel 2003 con la formula piena perché il fatto non sussiste da tutti i reati più gravi ed in particolare da tutti i capi di imputazione relativi alla somministrazione di sostanze alimentari nocive e dalla maggior parte dei reati relativi ai capi di imputazione di truffa e frode nelle pubbliche forniture. La sentenza ha confermato altresì il puntuale ed integrale pagamento dei contributi previdenziali ed assistenziali in favore dei lavoratori. Per quanto attiene le residuali affermazioni di responsabilità, per le quali è intervenuta la prescrizione, si precisa che le stesse sono state appellate innanzi alla Corte d’Appello, con atto depositato in data 2 febbraio 2011, come da attestazione dell’Ufficio Deposito Sentenze ed Impugnazioni del Tribunale di Bari. A riprova di quanto precede è possibile verificare i contenuti del casellario giudiziale che non riporta alcuna sentenza di condanna”.
Nell’inchiesta del 2003 della Procura di Bari finirono agli arresti domiciliari oltre a Camillo Aceto quattro dirigenti de La Cascina e tre fornitori della cooperativa. “Dal 1999 La Cascina avrebbe somministrato a scuole ed ospedali baresi cibi scaduti, putrefatti o con alta carica batterica”, si legge nell’ordinanza dei magistrati pugliesi. “Spesso i cibi sono stati stoccati e manipolati in locali e con attrezzature prive dei minimi requisiti di igiene (…) approfittando di circostanze di persona (malati in età infantile ricoverati negli ospedali) tali da ostacolare la privata difesa”. Il processo si concluse nel settembre del 2010 con 17 condanne a pene comprese tra i sei mesi e i due anni e mezzo di reclusione (sui 32 imputati finiti a processo) e il risarcimento per danni morali e materiali al Comune di Bari, all’Asl e ad alcune associazioni di consumatori. “Le pene più alte (due anni e mezzo di reclusione) sono state inflitte a Salvatore Menolascina ed Emilio Roussier Fusco, all’epoca dei fatti amministratore di fatto e responsabile commerciale della sede di Bari della Cascina”, riporta la Gazzetta del Mezzogiorno del 21 settembre 2010. “A due anni e tre mesi sono stati condannati i fornitori della cooperativa Luigi Partipilo, Rosario Mastrangelo e i dirigenti della Cascina Gabriele Scotti e Ivan Perrone. A un anno e sei mesi Luigi Grimaldi e Camillo Aceto, all’epoca vicepresidente della Cascina e responsabile dell’ufficio amministrativo della società”. Per il quotidiano pugliese, cioè, il verdetto per Aceto sarebbe stato diverso da quello narrato dai collaboratori di Senis Hospes. Della pesante condanna in primo grado si parla anche in una dettagliata interrogazione parlamentare sull’affaire Mineo, presentata il 15 dicembre 2015 da diversi senatori del Movimento 5 Stelle, prima firmataria Ornella Bertorotta. Condanna o prescrizione, poca importa. Per Senis Hospes – La Cascina gli affari con pasti e migranti non sembrano dover finire mai.

Ambiente: aumentano i pesticidi nella acque, record di glifosato


I numeri sono contenuti nel rapporto nazionale diffuso dall’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale(Ispra) e relativo ai dati del biennio 2013-2014. La contaminazione dapesticidi delle acque del territorio italiano nel bennio 2013- 2014, è nettamente aumentata rispetto al biennio precedente. Le acque superficiali di Veneto, Lombardia, Emilia Romagna, sono contaminate da pesticidi per il 70%, mentre si raggiungono punte del in Toscana (90%) e Umbria (95%).

Il Rapporto Nazionale Pesticidi nelle Acque 2016 avrebbe dunque evidenziato una situazione piuttosto allarmante per le nostre riserve d’acqua, in particolar modo per quelle dellapianura padano-veneta. Sono state rinvenute diciotto sostanze: le più frequenti sono metolaclor, terbutilazina, terbutilazina desetil e metalaxil. Sono state rinvenute 34 sostanze: le più frequenti sono atrazina-desetil, imidacloprid, carbendazim e pendimetalin. Tra questi, in particolare, l’imidacloprid e il tiametoxan, che hanno anche determinato il superamento dei limiti di qualità. Uno studio condotto a livello mondiale evidenzia come l’uso di queste sostanze siauno dei principali responsabili della perdita di biodiversità e della moria di api. La ricerca di queste sostanze, però, si presenta abbastanza limitata; infatti le due sostanze sono state cercate in pochi punti della rete di monitoraggio complessiva della Regione.

Discorso analogo anche per il suo metabolita AMPA, il quale viene trovato nel 44,4% dei 9 punti delle acque superficiali in cui viene cercato e nel 50% dei 2 punti delle acque sotterranee in cui viene cercato.

Più che in passato, sono state trovate miscele di sostanze nelle acque, contenenti anche decine di componenti diversi, fino ad arrivare ad individuarne 48 diverse in un solo campione. La tossicità di una miscela è sempre più alta di quella dei singoli componenti.

“Si deve, pertanto, tenere conto che l’uomo e gli altri organismi sono spesso esposti a “cocktail” di sostanze chimiche”, dicono dall’Istituto.

La nota più positiva che emerge dal report è la diminuzione delle vendite di prodotti fitosanitari: le citate 130milatonnellate del 2014 rappresentano infatti un calo del 12% rispetto al 2001. Indubbiamente c’è un più cauto impiego delle sostanze chimiche in agricoltura, come richiesto dalle norme in materia, che prevedono l’adozione di tecniche di difesa fitosanitaria a minore impatto, in cui il ricorso alle sostanze chimiche va visto come l’ultima risorsa. In quellesotterranee, invece, sono nel 31.7% dei 2463 punti (31% nel 2012). La risposta dell’ambiente, inoltre, risente della persistenza delle sostanze e delle dinamiche idrologiche spesso molto lente, specialmente nelle acque sotterranee, che possono determinare un accumulo diinquinanti, e un difficile ripristino delle condizioni naturali.

Gli italiani muoiono prima, nell’Italia di Renzi (e dell’euro)


«Dieci milioni di anni rubati a tutta la popolazione del nostro paese, è il più grande furto di vita dalla fine della guerra. Gli assassini sono tra noi: o li fermiamo o continueranno la loro opera», afferma Giorgio Cremaschi, sfogliando il report 2015 di “Osservasalute”, secondo cui – per la prima volta dal dopoguerra – la popolazione italiana subirà un calo nell’aspettativa di vita. Nel 2014 essa era di 80,3 mesi, l’anno dopo è scesa a 80,1 mesi. «Due mesi in meno a persona, che moltiplicati per i sessanta milioni di italiani fanno 120 milioni». Il calo dell’aspettativa di vita «è il più semplice e brutale segno del fallimento di un sistema», scrive Cremaschi su “Micromega”. «Se questo sistema ci fa morire prima vuol dire che sta andando contro gli interessi naturali di fondo della specie umana. Una specie che ha raggiunto con la scienza, la tecnica, le conoscenze economiche e sociali, gli strumenti per vivere di più, e che improvvisamente si trova di fronte all’inversione di un percorso di secoli». Secondo gli autori della ricerca, negli ultimi 15 anni abbiamo consumato tutti i progressi dei 40 anni precedenti. «Guarda caso abbiamo l’euro e le politiche che lo sostengono proprio da 15 anni».
Quello dell’Italia ovviamente non è un caso isolato: quando è crollata l’Unione Sovietica e in quel paese si è abbattuto il saccheggio liberista, l’aspettativa di vita è crollata, e ancora oggi, nonostante anni di recupero, non ha ripreso i livelli perduti.
Peggio ancora se uno si affaccia sulla catastrofe della Grecia. «Il furto di vita che stiamo subendo ha una sola semplice causa: le politiche liberiste di taglio dei servizi pubblici, a partire da quello sanitario, e di aumento della disoccupazione», sostiene Cremaschi. «Sono le politiche liberiste la causa criminale della riduzione della vita umana. Sono i patti di stabilità, le politiche di rigore, il pareggio di bilancio come obbligo costituzionale, sono quelle banalità sui costi dello stato sociale che ogni giorno entrano nelle nostre teste come verità naturali, sono tutte le normali e corrette regole di una oculata gestione economica secondo i dettati di Maastricht, che uccidono», a cominciare dai più poveri, «sempre più esposti a disagi e malattie, impossibilitati a pagarsi cure e soprattutto prevenzione dei mali».

Quei 10 milioni di anni di vita “rubati”, continua l’ex dirigente Fiom, non saranno sottratti a tutti, ma solo alla parte più povera della società, «che si ammalerà di più e morirà prima: già oggi l’Istat non riesce a far quadrare i conti per alcune decine di migliaia di morti in più, che non sono spiegabili in alcun modo se non con un improvviso drammatico peggioramento delle condizioni di vita». I ricchi, naturalmente, resteranno al riparo: «Nel medioevo la vita media era 40 anni, ma i nobili vivevano quasi come noi oggi e per i servi della gleba 30 anni erano già tanti. Lì stiamo tornando. Questa è la diseguaglianza
sociale quando diventa biologia». Di fronte a questa “strage da capitalismo”, secondo Cremaschi ci sono solo due vie: e la prima è quella che la nostra società sta già percorrendo, «cioè quella di abituarsi e adattarsi ad essa. È la banalizzazione del male che ci circonda, che produce assuefazione mentre alimenta improvvisi e sempre più frequenti scatti di ferocia».

La seconda via? Cambiare completamente: «Buttare a mare tutte, ma proprio tutte, le politiche economiche di questi ultimi trenta anni, dichiarandole contrarie agli interessi vitali della specie umana». E quindi: «Rovesciare le classi dirigenti che le hanno amministrate e che se ne sono servite per il proprio potere e riaffermare l’eguaglianza sociale come primo bene comune». E ancora: «Spazzar via, con la stessa forza con cui si distrusse il culto della magia medioevale, le credenze, i tabù, le ciarlatanerie del pensiero unico liberista. Non bisogna più credere a nulla di ciò che viene presentato come vero dal potere, e cominciare a seguire solo ciò che oggi il potere condanna come irrealistico». E farlo senza esitazioni: «Non bisogna avere paura di chiamare rivoluzione tutto questo», perché i “killer” sono già tra noi, con le loro infami “riforme”.

Attenti a quei poteri occulti che puntano ad una società più debole


- di Aldo Cazzullo -

Cardinale Bagnasco, oggi il Papa incontra gli scolari italiani a San Pietro. La Chiesa denuncia da tempo l’emergenza educativa. La scuola italiana non è una delle componenti di questa emergenza?

«L’emergenza educativa è l’obiettivo pastorale del decennio per i vescovi italiani. Ed è sotto gli occhi di tutti. Vede come primi soggetti la famiglia, la scuola, la Chiesa e la società nel suo insieme. Siamo tutti in emergenza, compresa la società. Dobbiamo non soltanto rifare le strutture scolastiche, ma soprattutto rifare la struttura dell’umano e la struttura culturale del nostro Paese. Che a mio avviso sta perdendo le proprie caratteristiche essenziali e storiche – ideali, valori, visione antropologica -, in nome di un mondialismo che è un valore solo se fa confluire e non azzera tutte le identità culturali».

Intende dire che l’Italia sta perdendo la sua identità?
«Certo. C’è un decadimento dell’identità culturale del nostro Paese. Ma dove va a finire il dialogo tra le culture, se si cammina verso l’omologazione? Si dialoga quando qualcuno ha da apportare qualcosa di proprio. Se invece si va verso un’uniformità che azzera le diverse identità, non si ha un arricchimento culturale e civile; si ha una poltiglia indistinta».

Quali sono le cause? L’immigrazione? La globalizzazione?
«Ma no. La causa più remota e più vera, al di là dei fattori che vengono indicati di solito, è una volontà precisa di azzeramento, di uniformità, di omogeneizzazione. Il risultato è un indebolimento delle persone e delle società».

Una «volontà precisa» da parte di chi?
«Di coloro che hanno interesse a che le società siano sempre più deboli, smarrite, quindi facili preda di interessi economici, politici, ideologici. Di fronte allo smarrimento e alla debolezza, chi è più forte e ha le idee più chiare ha buon gioco».

Si riferisce al laicismo, al relativismo?
«Sono ancora denominazioni troppo vaghe. Qualcuno parla di poteri occulti. Ognuno veda».

Poteri economici? O forze spirituali?
«Penso innanzitutto ai poteri economici e finanziari. Esistono centrali internazionali, forze e centri di potere più o meno chiari che non hanno nulla di istituzionale e nessuna legittimità democratica».

Esiste anche una lettura dietrologica del fenomeno…
«Non bado alle dietrologie. Bado ai segni».

Quali sono i segni?
«Siamo di fronte a un’esplosione a catena. La violenza dilagante. La corruzione. Il dissolvimento di un codice deontologico che non può essere solo individuale, per cui ognuno dà testimonianza di sé e ha finito. Questo è insufficiente. C’è un codice deontologico che deve essere sociale. Una società ha un suo volto; e il volto della società, come il volto di un uomo, è fatto anche di valori morali e di ideali alti. Il decadimento del quadro valoriale è concomitante con il forte individualismo, dove l’io individuale diventa una prigione a se stesso, tagliando i ponti con gli altri e diventando così legge autoreferenziale. Il bene e il male, la verità e la menzogna sono giudicati solo in base al proprio giudizio individuale, a prescindere dal bene comune. E il bene comune richiede sempre il sacrificio personale».

La pensa così anche il Papa?
«Il Santo Padre spessissimo condanna la logica del profitto selvaggio. Già il Concilio disse che se il profitto prende il sopravvento sull’uomo e sulla società, la uccide, la devasta. L’abbiamo visto, lo stiamo ancora vedendo. Anche se vedo segni di cambiamento. In diversi ambienti avverto una presa di coscienza che occorre avere valori morali di onestà, di correttezza, di giustizia, di equità, di spirito di sacrificio, senza i quali la società affonda. Si comincia a capire che non si possono pretendere i profitti più alti possibili nel minor tempo possibile. Ragionare in questi termini vuol dire creare un disastro economico e finanziario, come abbiamo visto».

Ma i fattori che hanno causato la crisi sono ancora tutti qui.
«Non siamo assolutamente fuori dalla crisi. Forse non potremo mai esserlo, perché siamo nel tempo e nella natura umana. Certo uscire dalla crisi per ritornare come prima sarebbe una lezione persa. Dobbiamo ritrovare la sicurezza occupazionale e un livello medio di vita più dignitoso per tutti, soprattutto i più deboli e i giovani; ma con una sapienza nuova. Se ricominciamo a ragionare come prima, allora non abbiamo capito nulla. E tutto sarà peggio di prima».

Di solito, quando si parla di scuola, la Chiesa chiede diritti e aiuti per la scuola privata. Si riferisce a questo?
«Non è così. Ma lo Stato democratico non deve pretendere il monopolio dell’educazione. Deve riconoscere la libertà e il diritto nativo dei genitori di educare i figli secondo le proprie visioni, dentro un quadro generale garantito dallo Stato. Non a caso non si parla più di scuole private ma di scuole paritarie. Non dobbiamo averne paura. Vanno riconosciute anche sul piano pratico. Oggi i genitori devono pagare due volte: le tasse allo Stato e le rette alla scuola; e questa è ingiustizia».

Che impressione le fa l’entusiasmo che circonda papa Francesco? Non c’è il rischio che nasca una sorta di culto?
«Il Papa è molto consapevole di questo, disincantato, realista. Non vuole certo promuovere o alimentare un eventuale culto alla sua persona. Questa espressione di grande simpatia è cosa buona, fa bene all’anima. Non credo che si potrà parlare di un culto, che certo è totalmente fuori dall’orizzonte del Santo Padre».

La Conferenza episcopale che lei presiede viene a volta pensata come un retaggio della Chiesa ratzingeriana. C’è del vero?
«I vescovi seguono il Papa sempre e comunque. Basta leggere quello che papa Francesco dice e scrive. Parlare di contrapposizione è pretestuoso. Il prossimo 19 maggio sarà il Santo Padre a introdurre l’assemblea generale della Cei. Gliel’ho chiesto io, lui l’aveva già nel cuore, e quindi ha aderito molto volentieri».


Non vede però elementi di discontinuità tra il pontificato di Francesco e quello di Benedetto XVI? Nell’intervista al Corriere , papa Bergoglio ha detto di non riconoscersi nell’espressione «valori non negoziabili», finora pietra miliare della Chiesa.
«In questo caso direi che è ampliato il concetto dei valori, che sono profondamente connessi l’uno all’altro. Nello stesso tempo, il Santo Padre ha scritto nell’Evangelii Gaudium e ha detto al Pontificio consiglio per la vita che la vita umana è sacra e inviolabile, dal concepimento a tutte le sue fasi, ed è il fondamento di tutti gli altri diritti. La lettura che mira a contrapporre un Papa a un altro mi pare totalmente infondata, pur riconoscendo che siamo di fronte a personalità e a stili comunicativi diversi. Il fatto che Francesco ci abbia chiesto subito di rivedere lo statuto della Cei con la massima libertà è un segno interessante, che abbiamo colto molto volentieri.
Tutta l’opera pastorale e di governo del Santo Padre in questo primo anno di pontificato ha portato segni di novità che rispondono alla sua forte personalità».

Sarà ancora il Papa a scegliere il capo della Cei?
«L’orientamento dei vescovi italiani è che la nomina, previa una consultazione, spetti sempre al Papa, in nome del peculiare legame che come vescovo di Roma ha con la Chiesa italiana».

Dai Sinodi sulla famiglia verranno aperture sulle unioni civili, almeno sul piano dei diritti individuali?
«La dottrina della Chiesa e anche i vescovi italiani hanno sempre manifestato il rispetto per le scelte individuali di ciascuno, dentro però a una valutazione di tipo morale che corrisponde alla dottrina cattolica. È stato rilevato molte volte come in ambito giuridico non pochi diritti che vengono invocati siano già riconosciuti dal codice civile. Sotto questo profilo, a livello di individui non mi pare ci siano novità da prevedere. Diverso sarebbe il discorso di diritti legati a una coppia, analogamente al matrimonio».

Qui la vostra contrarietà è assoluta?
«Sì».

Come giudica il lavoro di Renzi?
«Cerca di muoversi con velocità. Questo è un dato in se stesso apprezzabile. Bisogna vedere se a questa buona intenzione corrisponderanno conclusioni che incidano sulla carne viva della gente, che brucia per la sofferenza del lavoro che non si trova o viene perduto, per la mancanza della casa, per le sofferenze delle famiglie».

Voi cosa chiedete? Il quoziente familiare?
«Il Santo Padre ha detto che la famiglia è disprezzata e maltrattata. Aggiungerei, se posso: disprezzata sul piano culturale, maltrattata sul piano politico e sociale. Il numero dei figli deve pesare. Deve essere un criterio per la fiscalità, non solo con detrazioni ma anche con incentivi diretti. L’inverno demografico investe anche l’Italia, a cominciare dalla mia Genova. Mentre altri Paesi vicini, come la Francia, sono demograficamente meno poveri di noi».

Quando la Chiesa parla di fiscalità vengono subito in mente l’Ici e l’Imu…

«La Chiesa paga le imposte sugli immobili. Le ha sempre pagate. Con le disposizioni prese dai precedenti governi, se c’erano punti da chiarire sono stati chiariti. Una fetta consistente degli introiti dello Stato viene dalla Chiesa. Venga a fare un giro con me nei vicoli di Genova: vedrà i migliaia di pasti che prepariamo nelle nostre mense, i piccoli alloggi che abbiamo allestito per le ragazze madri e per i padri separati, che dormono in macchina, se ancora ce l’hanno. Sento lamentele per il tetto di 240 mila euro agli stipendi pubblici. Sa quanto guadagna un vescovo? Milletrecento euro. Il parroco e il curato ancora meno. Sono sei anni che non ci sono aumenti. Nessuno si lamenta, nessuno fa il martire. Diciamo che la spending review l’abbiamo già fatta».

Ha mai conosciuto il suo concittadino Grillo?
«Lui dice di sì, ma io non ricordo di averlo mai incontrato personalmente».
Il Movimento 5 Stelle è il primo partito tra i giovani italiani. Che effetto le fa?
«Da una parte, preoccupa. Dall’altra, ammaestra. Preoccupa perché è un fenomeno di rivolta, di ripulsa, di rifiuto; in sostanza, di sfiducia. Ma se una società non è tenuta insieme dalla fiducia reciproca, degenera nel tutti contro tutti. Distruggere non basta, occorre costruire. Però per chiedere fiducia occorre essere affidabili, onesti, coerenti. Non solo la politica, tutti i soggetti che hanno responsabilità pubbliche, dagli imprenditori ai media alla magistratura, sono chiamati più degli altri a riflettere se sono davvero credibili e degni di fiducia, affinché la contestazione vuota, il “tutti a casa”, si converta in una posizione costruttiva e propositiva».

Sta dicendo che i politici non hanno capito che devono cambiare?
«Ai politici ho detto che devono prendere molto sul serio il disagio diffuso specialmente tra la gente media e più povera. E tra i giovani che non trovano lavoro. Non basta dichiarare buone intenzioni, se ogni giorno viene fuori un fatto che sembra andare in senso opposto: corruzione, privilegi. Nello stesso tempo, si tende a mettere in prima pagina i sospetti e a enfatizzarli per giorni e giorni, anziché cercare la verità. Se la società intera deve diventare educativa, allora tutti – la politica, i media, i vari corpi dello Stato – devono riflettere sul proprio modo di parlare, informare, non per nascondere la verità ma per dare il giusto peso alle cose».

Vogliono uccidere la Grecia


Le nuove misure di austerità, approvate dal Parlamento di Atene, non serviranno a far rinascere la Grecia, ma ribadiscono l’assurda linea seguita finora.

A un Paese ormai esangue – tartassato da un’asuterità che ha fatto esplodere la disoccupazione e ucciso l’economia reale – si chiede di donare ancora più sangue e al contempo di correre ancor più veloce. Questo non è un salvataggio, questa è tortura, è depauperazione programmata e deliberata, talmente illogica che persino il FMI ora invoca una ristrutturazione del debito, a cui, come al solito, la Germania, con assurda protervia, si oppone.

Intanto la European School of Management and Technology ha dimostrato che questi piani qualcuno hanno salvato: le banche. Le cifre sono impressionanti: più del 95% dei 215,9 miliardi stanziati per pagare i debiti di Atene sono stati usati per salvare le banche greche. E per salvare i loro creditori: le banche francesi e tedesche. Con i soldi dei contribuenti europei e rifiutando una logica fondamentale del capitalismo, quella secondo cui è giusto far fallire gli insolventi. La Grecia era insolvente e doveva fare default, dunque occorreva che le banche facessero fronte a queste perdite. Ma non si è voluto e non perché alla troika importasse un granché il destino della Grecia e del suo popolo. Contava – e conta – solo proteggere i banchieri dai loro colossali errori di valutazione.

Ma coì non si fa che rimandare nel tempo un epilogo che è inevitabile. C’è da chiedersi cosa sarà rimasto del popolo greco, quando anche i tedeschi si arrenderanno all’evidenza. La situazione è drammatica. Andate a rileggere lo straziante appello di un intellettuale tutto d’un pezzo come Panagiotis Grigoriou. Sono passati quasi due mesi e la situazione è addirittura peggiorata.

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Fonte: Marcello Foa

Banca pubblica o privata? Questo è il dilemma


Grazie a un articolo del Prof Bagnai torna alla ribalta la questione: “la banca centrale deve essere pubblica o privata” ?


L’ articolo ci riporta a quanto affermava Auriti sul fatto che “ è indifferente se l’usuraio sia pubblico o privato, resta sempre usuraio”.

Su questo tema ne scrivemmo già nel 2013 http://www.giacintoauriti.eu/notizie/35-i-giochi-di-potere-ed-i-diktat-della-bce-allo-stato-italiano.html ), ricordando la legge 262/2005 che, al comma 10 dell’ art 19 prevedeva la pubblicizzazione di Banca d’Italia.

Tale provvedimento fu vanificato dal d.l. 133/2013, mediante il procedimento della tagliola, ossia senza discussione.

Decreto legge che ha modificato lo Statuto della Banca d’Italia ed i criteri delle quote di partecipazione, escludendo di fatto l’organismo pubblico.

Il tutto per assecondare quelle che sono le regole imposte dai Trattati Europei sull’indipendenza e autonomia delle banche dalla politica.

Per la BCE il fatto che il Ministro Tremonti previde la proprietà pubblica della Banca d’Italia , non rappresento’ certo un problema. La Banca d’ Italia avrebbe mantenuto l’ i indipendenza dai governi e l’ uso dell’ l’Euro di proprietà delle banche dell’Eurosistema.





La riflessione fondamentale da fare è: “se fosse passata tale legge, sarebbe cambiato qualcosa per il cittadino?”.

Per far chiarezza riportiamo una dichiarazione di tal Raffaele Mattioli, noto piduista:

“non c’è alcuna differenza tra banca pubblica e banca privata, se la moneta è comunque emessa a debito”

Alcune correnti di pensiero auspicano fortemente il ritorno a una situazione pre ’81, ossia ad una valuta nazionale.

Per onestà intellettuale dobbiamo convenire che, in tale ipotesi, sarebbe possibile un maggiore controllo sull’ economia del Paese, ma tale controllo resterebbe marginale e applicabile solo in presenza di inflazione monetaria.

Ma dobbiamo altresi’ sottolineare che la politica monetaria sarebbe sempre dettata dall’ Eurosistema e dai trattati che reclamano indipendenza bancaria dalla classe politica.

Cio’ non significa che siamo pro euro, tuttavia è doveroso rilevare che tale strada non risolverebbe la questione.

Le crisi cicliche indotte da tassazione predatoria continuerebbero a presentarsi perché continuerebbe a permanere il problema del debito originario.

Con tutto cio’ che ne consegue: insolvenze, fallimenti di aziende, chiusure di attività, disoccupazione.

Tocca qui riportare il DpR del 27.06.1985 n 350, pubblicato in G.U. il 15.07.1985 n 165. All’ articolo 1 si legge 1:

1. L’attività di raccolta del risparmio fra il pubblico sotto ogni forma e di esercizio del credito ha carattere d’impresa, indipendentemente dalla natura pubblica o privata degli enti che la esercitano.

La materia era precedentemente regolata dalla legge 141 del 1938 e che recitava:

“La raccolta del risparmio fra il pubblico sotto ogni forma e l’ esercizio del credito sono funzioni di interesse pubblico, regolate dalle norme della presente legge.

Tali funzioni sono esercitate da istituti di credito di diritto pubblico, da banche di interesse nazionale; da casse di risparmio e da istituti, banche, enti ed imprese private a tale fine autorizzati. Tutte le aziende che raccolgono il risparmio tra il pubblico ed esercitano il credito, siano di diritto pubblico, che di diritto privato, sono sottoposte al controllo di un organo dello Stato, che viene a tal fine costituito e che è denominato “ispettorato per la difesa del risparmio e per l’esercizio del credito” ”

L’ inversione di tendenza normativa non si fece attendere.2

Per la giurisprudenza non rilevava più il fatto che la raccolta di risparmio e l’esercizio del credito, fossero orientate al “pubblico interesse”.

Le porte del tempio si aprirono alla speculazione finanziaria.

Tale Decreto Presidenziale venne successivamente abrogato dal D. L.vo 385/93 (TUB), che stabilì una normativa unica, rafforzando, ancor più, la posizione dominante degli istituti privati.3

La storia è maestra di vita e, moneta unica oppure no, crisi deflazionistiche derivanti da “anemia monetaria” indotta, sono una costante di ogni nazione.

Oggi la moneta emessa nasce come debito per il popolo, e i “padroni del denaro” (ndr il sistema bancario), chiedono sempre il conto.

Inoltre tale orientamento approccia il problema esclusivamente riferendosi alla sola Banca Centrale.

Visione estremamente miope.

Infatti la moneta legale (ndr quella emessa dalla Banca centrale), rappresenta una piccola percentuale rispetto alla massa monetaria circolante 4.

La fetta più grande della massa monetaria, è quella emessa dalle banche commerciali.

Essa nell’ eurozona rappresenta circa il 90% del circolante 5.

Chiunque sia entrato in una banca ha potuto constatare di persona come la moneta non nasca se non ci si indebita 6.

E’ una falsa credenza pensare che la banca commerciale raccolga i risparmi e poi li presti.

Essa crea denaro nel momento in cui crea il deposito7.

Da ciò si evince come anche l’Art.47 comma 1 della Costituzione della Repubblica sia, in realtà, un mito.

“La Repubblica incoraggia e tutela il risparmio in tutte le sue forme; disciplina, coordina e controlla l’esercizio del credito”.

Ora ci si chieda come ,in un sistema ove la massa monetaria è per lo più endogena, quindi creata dal sistema bancario periferico, possa la “Repubblica” avere qualche voce in capitolo al fine di indirizzare l’esercizio del “credito”.

Ci fanno sorridere le scuole di pensiero che tentano, maldestramente, di gettare discredito sulla “scuola auritiana“, tacciandola di “signoraggismo”.

In realtà i “signoraggiai” ,di cui anche il Prof Bagnai fa menzione, sono coloro i quali credono di risolvere il problema semplicemente controllando la Banca Centrale.

Essi tralasciano ,infatti, più o meno consapevolmente, il grosso del problema ossia: il denaro scritturale bancario.

Ci spiace per i nostri detrattori ma l’accusa di “signoraggio” da spicci e banconote, la rinviamo al mittente.

Dunque il punto nodale non è se chi stampa o tiene i conti (che ha un potere enorme), sia un ente pubblico o privato, piuttosto è fondamentale stabilire di chi deve essere la proprietà della moneta.

Solo così ci si porrebbe al riparo dall’arroganza delle banche.

Oggi il cartello bancario ha un potere smisurato sulla vita delle persone.

Controllando se, e quando, aprire o chiudere “il rubinetto” del credito, esse sono in grado di ritirare potere di acquisto attraverso le tasse, ingenerando crisi a catena.

In un sistema siffatto anche il sistema democratico ne risulta svuotato.

Il Parlamento, infatti, per esercitare le proprie funzioni necessita di denaro che non può procurarsi altrimenti se non ricorrendo ai prestiti bancari.

Da qui l’impossibilità a sottrarsi alle richieste del sistema che, improvvisamente, impone il ritiro del denaro attraverso le tasse.


Qui risulta chiara la famosa espressione del poeta americano Ezra Pound: “i politici non sono altro che i camerieri dei banchieri”.

Spesso sentiamo affermare che l’emissione dei titoli di Stato sia “solo una partita di giro”.

Quest’espressione ragionieristica nega totalmente il valore rivestito dall’ essere umano, che è il vero creatore dei valori.

Inoltre chiediamo:

Se è solo una “partita di giro”, perché gli interessi che paghiamo sono veri?

Se è solo una partita di giro, perché non girarla al contrario?

Si sente anche parlare di “debito sovrano” e della coincidenza tra creditore e debitore, per cui sarebbe come “pagare gli interessi a noi stessi“.

Sul punto si rilevi come per la giurisprudenza le figure di creditore e debitore sono separate e distinte.

E non potrebbe essere altrimenti.

Un’ affermazione di tal fatta presupporrebbe che, tutti i cittadini, detenessero Titoli di Stato per aver prestato soldi a loro stessi.

Tale situazione è impossibile da verificarsi.

Sicchè oltre ad un assurdo logico, si avrebbe una situazione concreta, per la quale coloro che non hanno sottoscritto Titoli di Stato sarebbero, comunque , debitori verso gli altri. Questo è stato anche sentenziato dalla Corte Costituzionale in merito all’espropriazione delle lire per pagare i detentori dei titoli pubblici che, per il 69%, sono istituti bancari nazionali ed esteri, come abbiamo riportato in questo precedente articolohttp://www.giacintoauriti.eu/notizie/117-la-consulta-sentenzia-la-truffa-della-conversione-lire-euro.html

e come appare evidente in questo grafico


Ora, a parte che sovrano è ,o meglio , dovrebbe essere il popolo (art 1 Cost), e non UN DEBITO (come purtroppo oggi in effetti è).

Chiedetevi: “qualcuno di voi hai mai ricevuto un assegno con la clausola rimborso interessi sul debito”?.

Prevedere un diritto in astratto senza attribuire il bene giuridico alla persona fisica, è una palese contraddizione.

Ovvero, affermare che “paghiamo gli interessi a noi stessi“, senza che alcuno di noi abbia materialmente intascato una moneta, è del tutto assurdo.

Per chi afferma, poi, che la tassazione in un regime di “moneta sovrana” ( e anche qui dobbiamo correggere: sovrano dovrebbe essere il popolo, non un oggetto), serva a validare la moneta opponiamo:

- La moneta deve prima nascere e poi, subordinatamente, servire per le tasse in un ottica di reciproco scambio: io ti do la moneta, tu mi dai beni e servizi.

- Se manca tale sinallagma, la “moneta sovrana”, prende l’ imperio sul popolo che ne diventa suddito.

Si vocifera oggi del cosiddetto “helicopter money” della BCE, che promette di “elargire” un po’ di moneta al popolo.

Attenzione la moneta verrebbe gentilmente concessa a tempo determinato, perché noi saremmo solo possessori del denaro, non certo i proprietari.

Per porre un deciso freno alla recrudescenza capitalista si impone una decisione radicale.

Occorre precisare che la moneta quando nasce è mero simbolo di costo nullo.

Essa assume potere d’ acquisto e inizia ad esistere, come bene giuridico, nel momento in cui la popolazione la pone in circolo per acquistare beni e servizi che egli stesso produce.

Se si vuole pertanto evitare che il popolo ciclicamente venga depredato di quanto prodotto c’ è una sola soluzione, ovvero: all’ atto dell’ emissione la moneta deve nascere di proprieta’ del cittadino, attraverso la formula “proprieta’ del portatore”.

Solo questa esatta espressione consentirebbe, di riconoscere all’ essere umano la proprieta’ del suo denaro.

Infatti anche le emissioni effettuate in nome della Repubblica possono essere ingannevoli.

Questo perché la Repubblica pur avendo la caratteristica di essere pubblica, mantiene sostanzialmente quella di NON essere persona (res = dal latino “cosa”) .

Noi non possiamo piu’ accettare un tale stato di cose.

Occorre mettere nuovamente al centro della società l’ uomo, non l’ oggetto.

I vantaggi pratici che deriverebbero dall’ essere proprietari della propria moneta sono molteplici.

1 Il cittadino sarebbe al riparo da tassazioni predatorie non essendo possibile spogliarlo di un bene di sua proprietà senza giustificazione.

2 Le tasse diventerebbero un atto di scambio: contro beni e servizi ricevuti.

3 Si porrebbe fine alle spire deflazionistiche ingenerate da tassazione predatoria.

4 Non si potrebbe imporre a una popolazione l’ adozione di una valuta straniera, come avvenuto per l’ euro.

Ecco pertanto che la vera questione da porsi è :

“volete essere proprietari o debitori della vostra moneta” ? (cit G.Auriti).



Redazione – Scuola di Studi Giuridici e Monetari “Giacinto Auriti” – 10/05/2015





2 Pertini e il golpe del 1985 quello che gli Italiani non sanno, pocobello.blogspot.it/2016/04/pertini-e-il-golpe-del-1985-quello-che.html, 05/2016.


3 Testo Unico Bancario, Decreto legislativo 1° settembre 1993, n. 385, https://www.bancaditalia.it/compiti/vigilanza/intermediari/TUB_febbraio_2016.pdf, 05/2016.


4 Relazione Annuale Banca D’Italia, http://www.bancaditalia.it/pubblicazioni/relazione-annuale/2014/rel_2014.pdftav 16.1, 05/2016.






7 Bank of England, Quarterly Bulletin 2014 Q1, http://www.bankofengland.co.uk/publications/Pages/quarterlybulletin/2014/qb14q1.aspx, 05/2016.

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