28 maggio 2016

Bomba finanziaria può esplodere in qualsiasi momento


Derivati, ovvero una vera e propria bomba finanziaria che potrebbe esplodere in qualsiasi momento. D’altronde, la crisi del 2008 con il conseguente crash dei mercati di tutto il mondo è stata scatenata proprio dai derivati. E la lezione non è stata imparata, dal momento che tali prodotti finanziari ad alto rischio continuano a essere non regolamentati. E continuano a infettare diversi bilanci bancari.

A parlarne in un articolo è Graham Summers, responsabile strategist dei mercati per Phoenix Capital Research.

La banca più esposta ai derivati è Deutsche Bank, che ha reagito anche poco bene alla decisione di Moody’s di tagliare il rating su alcuni suoi bond, tra l’altro a un livello superiore a quello “junk”, ovvero spazzatura, di appena due gradini. L’amministratore delegato del colosso bancario tedesco si è detto “molto deluso” dalla decisione presa da Moody’s.

Peccato che da sola, Deutsche Bank abbia un bilancio ingolfato da derivati per un valore superiore a $75.000 miliardi:pari a 20 volte circa il Pil della Germania e vicino al valore del Pil globale.

La banca non è poi sola nel club delle banche eccessivamente esposte al mercato dei derivati. Da sole, le banche americane hanno nei loro bilanci derivati per un valore superiore a $200.000 miliardi. E fa riflettere il fatto che più del 77% di tali derivati sia rappresentato da contratti sui tassi di interesse.

I colossi di Wall Street riassunti nell’acronimo TBTF (Too-Big-to-Fail), troppo grandi per fallire, hanno una esposizione ai derivati sui tassi di interesse calcolata in $156.000 miliardi.

Summers fa notare che, anche se solo lo 0,1% di questi soldi fosse a rischio, basterebbe comunque a cancellare il 10% del capitale delle grandi banche. Mentre invece, se a rischio fosse l’1%, le perdite azzererebbero tutto il capitale delle grandi banche.

I numeri indicano quanto forte potrebbe essere l’impatto di un rialzo dei tassi da parte della Fed sul sistema bancario Usa e non solo.

In tutto, il mercato dei derivati vale $600.000 miliardi.

Renzi senza vergogna, le mance come metodo di governo


Renzi ha deciso di portare a 160 i bonus per le famiglie sotto reddito ed a 240 quelle che hanno ameno due figli. Chiunque capisce che si tratta di una manovra per riconquistare i consensi nel mondo cattolico-tradizionalista dopo il trauma per le unioni civili, a seguito del quale i gruppi del Family Day hanno minacciato il No al referendum di settembre. Un modo per dire “si ho votato le unioni civili, ma l’ho dovuto fare perché me lo ha chiesto l’Europa, poi avevo pressioni nel partito, però, guardate, sono l’unico governo che pensa alla famiglia e incoraggia a far figli”. Manca solo il “premio di prolificità”.

La manovra sembra troppo scoperta per poter funzionare. I cattolici, poi, non sono facili da prendere in giro. Il commento alla cosa in sé potrebbe finire qui, ma l’episodio ci dice più cose di quanto non sembri a primo colpo d’occhio e che meritano qualche riflessione sul “Renzi-pensiero”.

In primo luogo ciò è molto illuminante sulla concezione renziana della democrazia: questo è il governo delle mance (bonus, voucher ecc., che pensa così di raccogliere il consenso). Mutatis mutandis, siamo in pieno laurismo. Per i più giovani che non l’hanno mai conosciuto, ricordo il “Comandante Achille Lauro”, leader monarchico napoletano, che distribuiva pacchi di pasta e scarpe agli elettori, ma solo scarpe sinistre e mezzi biglietti da mille lire prima del voto, quelle destre e l’altra metà dei biglietti da mille sarebbero stati dati solo dopo, se fosse riuscito eletto. Peccato che non abbiano ancora inventato i mezzi bonus o i mezzi voucher.

In secondo luogo, ci fa capire la concezione economica renziana: c’è poca domanda interna? E lui distribuisce bonus, guardandosi bene da una politica fiscale organicamente diversa o di garanzie salariali. I ragazzi fanno lavoro nero? Lui non cerca di eliminarlo, ma di renderlo un po’ più sopportabile, distribuendo voucher. Ci sono problemi per l’industria libraria e culturale? Ecco il buono da 500 euro per l’acquisto di libri e film. Insomma le mance come metodo di governo: provvedimenti temporanei e ad hoc, mai interventi strutturali.

E questo ci informa anche sulle sue concezioni sociali. Infatti, gli interventi strutturali poi generano diritti e garanzie ma questo non produce consensi o forse lo fa per un momento e poi, acquisito il diritto, la gente vota come vuole. E questo non va bene, è meglio che la gente resti legata al bisogno. E dunque, niente diritti ma mance volta per volta. Mi chiedo come facciano gli ex militanti del Pci a non vergognarsi di stare in un partito che fa questa politica.

La mossa di Renzi, però ci dice anche cose più contingenti. Ad esempio il segnale “familista” ai cattolici significa “vi ho fatti soffrire lo so, ma ora vi dimostro che abbiamo il valore comune della famiglia. Il che contiene un sotto-messaggio in codice: facciamo un accordo, voi votate Si e del problema delle adozioni non se ne parla sino a fine legislatura”.

E ci dice anche un’altra cosa: che la minaccia di votare No dei cattolici ha molto spaventato il fiorentino. Dunque, anche lui non è convinto di vincere il referendum con tanta facilità. Ed ha ragione, ma ne riparleremo.

Se i disabili fanno solo «tenerezza»


«Cercasi un attore 15/18 anni nano o con altra disabilità che trasmetta tenerezza». E’ il surreale annuncio di un casting per una fiction Rai, la cui autrice è stata subito licenziata. Ma il punto veramente drammatico è un altro, e cioè che la responsabile di quell’annuncio, più che insensibile, a ben vedere è stata interprete di un pensiero diffuso. Nell’immaginario di molti, infatti, la persona disabile è da tempo declassata a peluche, soggetto da osservare con compassione e a debita distanza, forti della rassicurante consapevolezza che, per fortuna, “noi non siamo così”.

Viviamo insomma in un Paese e più in generale in una società nella quale, da un lato, i nani, fateci caso, sono letteralmente scomparsi e analoga sorte tocca ai bambini cui è diagnosticata la sindrome di Down – tutti quanti abortiti (si legga lo sconvolgente libro di Roberto Volpi: La sparizione dei bambini Down, Lindau 2016) -, ma, dall’altro, guarda come son dolci, ma che cari sono, proprio dei tesori. Stupendo: prima li eliminiamo in massa poi però reclutiamo i sopravvissuti perché, sai com’è, davanti alle telecamere fanno «tenerezza». Chissà se avresti mai immaginato di ritrovarti, un giorno, così tanti adepti, Ipocrisia.

Lombardia, crollo di segnalazioni di reazioni avverse a farmaci e vaccini


E’ uno dei fiori all’occhiello della sanità lombarda ma ormai ci lavora solo un borsista con contratto in scadenza a marzo. Invece all’alba del 2014 tra farmacologi, esperti, specializzandi gli addetti erano dodici. Si tratta del Centro regionale di farmacovigilanza-Crfv in Lombardia, la regione che produce più segnalazioni e partecipa a più progetti. In realtà se ne dovrebbe parlare all’imperfetto.

Infatti, dalle 16 mila segnalazioni di reazioni avverse a farmaci e vaccini del 2014, in regione nel 2015 si è passati a poco più di 12 mila con un crollo del 24,4% che ha contribuito al calo di segnalazioni in tutta Italia. Già perché la Lombardia dal 2005 produce con il suo Crfv il 30% dei dati sulle “adverse reaction” in Italia. Ma il personale, finanziato quasi interamente con fondi Aifa [850 mila euro in tutto di cui il 60% speso per i progetti e il 40% per i borsisti dedicati alla raccolta dei dati] nel 2015 è scaduto e non si è proceduto al rinnovo.

Tutto l’anno è stato vissuto nell’incertezza, con due “operativi” andati in pensione senza essere sostituiti. Poi, due borsisti a tempo pieno presenti da 11 e 7 anni, e indispensabili per raccogliere e processare dati, hanno trovato collocazioni più appetibili. E i quattro farmacologi distaccati da altrettanti ospedali – tutti a costo zero perché le ore presso il centro erano retribuite nello stipendio – sono tornati alle rispettive aziende ospedaliere.

Morale: se nel 2014 la Lombardia trainava l’Italia con oltre 1500 segnalazioni per milione di abitanti, in gran parte provenienti da otto progetti di farmacovigilanza attiva ospedaliera finanziati con fondi specifici, l’anno dopo non solo si era scesi a 1200 segnalazioni per milione ma il trend lombardo trainava in basso quello italiano; senza contare che alcune regioni collaboranti con il Crfv lombardo ora si ritrovano senza “riferimenti”.
COS’È ACCADUTO?

La Regione con la recente riforma, Legge 23/2015, ha deciso di spostare la struttura dalla supervisione dellaDirezione Generale Sanità dell’Assessorato alla Salute a quella del neo-istituitoGruppo di Approfondimento Tecnico per le Tecnologie Sanitarie [Gatts]. Si tratta di un collegio rinnovabile ogni tre anni, costituito da cinque membri, a titolo gratuito, nominati dalla Giunta regionale, individuati tra gli esperti con documentata esperienza scientifica nella valutazione epidemiologica, sociale ed economica delle tecnologie sanitarie, e si avvale altresì di società scientifiche e specifici esperti dei settori oggetto delle specifiche valutazioni in tema di farmaci, dispositivi medici, protesi.

Il Crfv verrebbe collocato in quel contesto, tutto da realizzare e più snello, forse troppo snello per adempiere a compiti istituzionali per i quali la delibera istitutiva 2012 prevedeva personale


“operante in modo stabile e continuativo, con competenze multidisciplinari, interconnesso con strutture di prevenzione, con referente scientifico.“

Sui motivi dello spostamento corre voce che in Regione nel 2014 si era pensato di spostare ilCentro all’Istituto Mario Negri, ma ci si è arenati sui possibili problemi di continuità con il modello organizzativo adottato fino ad allora, considerando anche che l’Istituto Mario Negripromuove apertamente la sperimentazione farmacologica anche in gravidanza.


Ora è appena uscito il bando per i componenti dei Gatts. Ad oggi non si conoscono compiti e ruoli precisi del nuovoCrvf, nè se verrà garantita la continuità di lavoro. Per questo già a novembre è stata presentata un’interrogazione in consiglio regionale dalla vicepresidente del Consiglio regionale, ed esponente Pd, che ha preso a cuore innanzi tutto i temi occupazionali, per la quale è ancora attesa una risposta scritta.

La delibera di rinnovo di fine 2012 prevedeva che il centro sarebbe stato finanziato fino al 2018 ma così non è stato, e disattenderla ha conseguenze sulla salute dei cittadini che non hanno più un servizio unico, in grado di ricevere le segnalazioni dei medici e degli addetti indicati nel sito Aifa, valutare le conseguenze di somministrazione, proporre correttivi e ridurre i rischi connessi a farmaci e vaccini.
I CRFV SONO PREVISTI PER LEGGE

I Crfv sono previsti per Legge e non andrebbero smantellati ma sostenuti. Sarebbe in realtà paradossale che una regione che si professa “eccellente” smantellasse un centro di eccellenza rinomato anche all’estero e che molto ha dato al SSN.

Nessun farmaco e nessun vaccino è completamente sicuro ed efficace, e mentre per un farmaco “salvavita” eventuali effetti collaterali gravi sono sopportabili, essi non sono tollerabili in seguito all’uso di un vaccino, la cui finalità è di tipo precipuamente preventivo. Ne consegue che la mancata raccolta di segnalazioni degli effetti collaterali, come incidenza e gravità, vanno ad incidere pesantemente nella valutazione costi/benefici. Invece, alla luce dei frequenti problemi che si riscontrano nella popolazione per l’uso indiscriminato dei vaccini, soprattutto in età pediatrica, è forte la necessità che ogni tipo di sintomatologia, insorta temporalmente in rapporto con la vaccinazione, sia segnalata immediatamente per identificare una reazione avversa, magari non precedentemente riportata in letteratura.

L’obbligo del medico vaccinatore di osservare e comunicare i risultati di un vaccino in tutti i pazienti vaccinati, è presente in tutte le legislazioni del mondo. Ma, per quanto assistiamo, la parola d’ordine è “lavarsene le mani“.

Un buon sistema di sorveglianza deve rispondere a numerosi requisiti:
deve fornire un mezzo per scoprire nuovi effetti collaterali, non precedentemente collegati a farmaci e vaccini
deve aiutare nel determinare il numero delle reazioni collaterali di farmaci e vaccini
deve permettere la raccolta e l’analisi delle informazioni sugli effetti collaterali di farmaci e vaccini
deve aiutare nel valutare il rischio potenziale degli effetti collaterali di farmaci e vaccini, e quindi nello stabilire, farmaco dopo farmaco e vaccino dopo vaccino, il rapporto rischio/beneficio.

Il caso della regione Lombardia rappresenta la punta dell’iceberg di una pericolosa deriva intrapresa dall’attuale politica distruttiva del SSN, sempre più attenta a favorire gli interessi del privato e della lobby di venditori di farmaci e vaccini.

Chi ebbe il primo incarico in publiacqua, dei tubi esplosi a Firenze? La Boschi! Un’azienda renziana


Bollette care e rete idrica dissestata”. A poche ore dall’apertura della voragine sul Lungarno a Firenze provocata da un guasto a due tubature dell’acquedotto, sotto accusa è finita la partecipata comunale Publiacqua. “Gestione criminale”, ha attaccato la deputata M5s Federica Daga. L’azienda, a cui anche il sindaco dem Dario Nardella ha chiesto spiegazioni, ha detto di aver registrato due allarmi, uno dopo mezzanotte e uno alle 6.15 di questa mattina e di essere intervenuta tempestivamente: “Le cause della rottura possono essere diverse, stiamo facendo tutte le verifiche necessarie”, hanno fatto sapere.

Nella società per il 60 per cento pubblica negli ultimi anni sono passati, anche per volontà del presidente del Consiglio (ex sindaco di Firenze ed ex presidente della Provincia), alcuni dei personaggi più noti della galassia renziana: il primo incarico dell’attuale ministra per le Riforme Maria Elena Boschi è stato proprio nel cda di Publiacqua; il presidente dal 2009 al 2012 è stato Erasmo D’Angelis, poi sottosegretario alle Infrastrutture a Palazzo Chigi nel governo Letta e per un periodo direttore de l’Unità; alla guida attualmente c’è Filippo Vannoni, consulente del governo per le politiche economiche, ma anche marito dell’ex dirigente del comune di Firenze ed ex capo di gabinetto di Renzi sindaco Lucia De Siervo.

Ma non solo: l’ex amministratore delegato è Alberto Irace, manager che il leader Pd già aveva voluto nel consiglio d’amministrazione della romana Acea; l’attuale ad è invece Alessandro Carfì, marito ai Alessandra Cattoi che fu portavoce del sindaco di Roma Ignazio Marino ed ex assessore alla scuola della stessa giunta.

M5s: “Perdite riscontrate da tempo. Gestione criminale”

Ad attaccare la gestione renziana sono ora i 5 stelle: “Il crollo di Lungarno”, ha continuato Daga, “alza il sipario sulla criminale gestione della risorsa idrica a Firenze di cui Renzi si è fatto promotore e che Nardella sta proseguendo. Publiacqua ha sempre giustificato il costo esorbitante delle bollette dell’acqua (402 euro a famiglia nel 2015, l’ottava città più cara d’Italia) con l’enorme mole di investimenti sulla rete (50 euro a utente l’anno, contro una media nazionale di 27 euro).

Le bugie hanno le gambe corte. E le voragini. Il danno per Firenze è incalcolabile”. Il collega grillino Alfonso Bonafede ha concluso: “Non ci venissero a raccontare che questo disastro è frutto di una rottura notturna della tubazione. Le perdite erano riscontrate da tempo. In attesa di conoscere le responsabilità, sottolineiamo però che vogliamo sapere come sono stati investiti i soldi del gestore è un colabrodo”. A Firenze, hanno spiegato infine Daga e Bonafede, “c’è un reticolo idrico fatto da 225 km di tubi in amianto, mentre quelli che non sono in amianto determinano perdite d’acqua fino al 51%. Acqua che i cittadini pagano lo stesso ma che poi finisce per erodere il terreno e determinare, come in questo caso, crolli e cedimenti un po’ su tutto il territorio”.

Nardella: “Publiacqua deve spiegazioni a me e ai cittadini” – Intanto il primo cittadino dem Nardella, intervista dal Tgr della Toscana si è rivolto proprio a Publiacqua e ai suoi tecnici per avere “risposte” su cosa sia accaduto tra il primo e il secondo guasto alle tubature dell’acquedotto. “Non solo aspettano i cittadini ma aspetto io come sindaco informazioni che Publiacqua deve dare”, ha detto.

Nardella rispondendo a una domanda sull’allagamento verificatosi intorno a mezzanotte e mezzo, e alle lamentele di alcuni cittadini su mancati interventi il sindaco ha detto che i “soccorsi sono stati tempestivi”, che la segnalazione è arrivata per prima alla centrale del 113 che poi ha allertato vigili fuoco e polizia municipale, intervenuti sul posto. La strada, ha spiegato ancora il sindaco, è stata chiusa e sono state spostate anche 12 auto. Da capire, ha aggiunto, cosa sia successo tra il primo e il secondo guasto dell’acquedotto, e su questo Publiacqua deve “dare risposte”.

Il sindaco ha poi definito “doverosi gli accertamenti della magistratura”, che sulla voragine ha aperto un’inchiesta. Ancora, alla domanda se teme possibili ripercussioni per l’economia della città, li ha esclusi spiegando che il danno riguarda un’area circoscritta. Di sicuro però, ha aggiunto, “la rete idrica va tenuta sotto controllo e va ricostruita la dinamica di quanto accaduto”.

Publiacqua: “Rotti due tubi, sotto esame le cause del crollo” – Sono due i tubi dell’acqua che si sono rotti, il primo dei quali ha provocato l’allagamento ripreso anche in video girati da passanti dopo la mezzanotte, il secondo che ha interessato quella che viene definita la ‘dorsale’ della riva sinistra dell’Arno. Ma su quale sia stata la causa che ha determinato poi la voragine sono in corso verifiche.

E’ quanto ha spiegato Alessandro Carfì, ad di Publiacqua. “Per capire meglio dobbiamo verificare le condizioni dell’asfalto e della tubatura. In questo momento possiamo solo dire che le cause possibili possono essere diverse. Potrebbe essere anche un flusso d’acqua arrivato da un canale”. Carfì ha anche spiegato che il tubo principale che si è rotto “aveva 60 anni circa e rientrava tra quelli già inseriti nel piano di sostituzione programmati dalla società”.

Su quanto accaduto stanotte, Publiacqua ha specificato di aver registrato a mezzanotte e mezzo “un calo di pressione grazie a un meccanismo di monitoraggio telemetrico”, che “interessava il tubo passante: le squadre di Publiacqua sono intervenute dopo la rilevazione. Nello stesso momento cittadini hanno informato sulla fuoriuscita di acqua il 113, che ha avvertito le altre forze dell’ordine. Dopo l’intervento non è stato registrato alcun calo di pressione. Alle 6.15 è scattato un secondo allarme” con conseguente nuovo intervento, tuttora in corso. Publiacqua in precedenza aveva anche spiegato che dopo la perdita d’acqua intorno a mezzanotte e mezzo, è stata eseguita “tra le 1 e le 4″ la chiusura della tubazione interessata.

Tratto da: Dagospia

Siamo spiacenti, la natura non è Walt Disney. Qualcuno lo spieghi agli animalisti


Dal crudele massacro degli animali dell’Oasi di Spinea una lezione di vita e di “filosofia rurale”. Si immaginava chissà quale complotto umano. Sono state le volpi.

Tratto dal blog Filosofiarurale.it – Vi vogliamo raccontare una storia che ha dell’incredibile e che in questi giorni ha mobilitato l’Italia, tv e giornali, scomodato inquirenti e personalità della politica, della cultura e dello spettacolo. C’entra con la filosofia? C’entra eccome perché in questa vicenda a nostro avviso è racchiusa l’essenza di quel che significa “distacco della natura” da parte dell’uomo. Un distacco che come abbiamo avuto modo di spiegare più volte su questo sito, sembra condurre in certi casi l’uomo alla follia.

Esiste un’oasi nel comune di Spinea, in provincia di Venezia, gestita da una delle tante Onlus animaliste per il recupero di animali feriti ed abbandonati. Nella notte tra sabato e domenica scorsa un raid di ignoti, uccide, strazia, dilania un centinaio di animali da cortile (porcellini d’india, conigli, galline). Si grida al complotto, si trama vendetta, si scatena il web, si mobilitano i media italiani con titoli sui tg principali (qui la notizia). La notte dopo, il secondo raid: vengono uccisi i superstiti.

Si parla di mafia, di bande organizzate, la gente vuole la testa dei colpevoli, non dorme la notte, chiede giustizia a tutti i costi, l’Italia impazza. Ovviamente, come capita in casi di questo genere, non manca la solidarietà ai gestori dell’oasi: si parla di donazioni, contributi, 5 per mille. Per un gruppo di animalisti di Padova non ci sono dubbi: dietro a questa mattanza ci sono i cacciatori… colpa loro, dicono, vendicheremo gli animali morti!

Arriva pure un comunicato ufficiale della Regione Veneto a firma del Presidente Zaia: «Questi non sono vandali, ma criminali a tutto tondo. Gente priva di ogni rispetto per ogni forma di vita, che mi auguro venga presto individuata e punita con la maggior durezza possibile» (qui il comunicato).

In tutta questa vicenda e fin dalle prime battute, c’è un uomo rurale, Massimo Zaratin, collaboratore di questo sito, che avanza l’ipotesi più semplice e realistica che ad uno potesse venire in mente: ipotesi volpe con cuccioli appresso… e lo anticipa pure in una intervista tv (qui il video dell’intervista).

Zaratin ha l’ardire di scrivere subito sui social questa ipotesi ma viene azzannato e massacrato mediaticamente dalla folla inferocita che non vuole minimamente pensare che la natura non sia quella dipinta dalla Walt Disney, vuole l’umano da crocifiggere! Perché Zaratin avanza questa ipotesi, e la scrive pure? Perché semplicemente conosce la natura, la vive, sa che il sovrannumero delle volpi è diventato intollerabile per un ambiente così antropizzato ed il numero di contadini che lamentano pollai depredati è sempre più in aumento. Però Zaratin ha anche il “difetto” di essere un cacciatore, e alla gente questo non va giù… Zaratin deve starsene zitto perché non sa, non può essere stata una volpe, lei non fa quelle cose, solo un umano (da crocifiggere) può arrivare a simili bestialità.


Qualche timido segnale sulla possibilità che sia stata veramente una volpe arriva nella serata di ieri sui social, ma la gente ovviamente non ci vuole credere: impossibile, scrive sconvolta, dopo tutto questo clamore è una volpe? No! Vogliamo l’umano cattivo artefice della vicenda. Arriviamo all’epilogo: nella giornata di oggi arriva la conferma dagli organi competenti che Zaratin aveva ragione, il resto del mondo urbano no! (qui l’articolo)

Che sarà ora di questa “povera” volpe? Verrà riservato lo stesso trattamento che si voleva riservare all’umano? Che ne sarà dei fondi raccolti?

Non è mai simpatico dire alla fine “ma noi ve l’avevamo detto”, però una cosa da questa vicenda la dobbiamo imparare. Sembra che quando qualcuno tocca gli animali degli animalisti si scateni il putiferio, quando lo stesso trattamento viene riservato a quelli dei contadini, e da anni si denuncia la presenza numerosa di volpi che distruggono animali in natura e animali da cortile, a nessuno importi… anzi, la volpe in questo caso è bella, brava, ha agito secondo natura.

L’onda emotiva che ha travolto l’Italia con questa storia, abbisognava a tutti i costi di un colpevole umano e da condannare. Nessuna notizia di cronaca nera riferita all’uomo avrebbe provocato una simile reazione di indignazione da parte del popolo del web, e il bello è che una parte ancora non ci vuole credere, deve per forza imporsi mentalmente che non sia stata una volpe ma opera dell’uomo diabolico. Perché, ci chiediamo? Quali meccanismi piscologici muovono le masse, coinvolgendo ad agire di impulso e su pressione emozionale anche personalità della politica e della cultura?

Il divario venutosi a creare in questi ultimi anni tra chi vive in città tra le quattro mura di un appartamento e chi invece la natura la vive direttamente è allucinante, deprimente, sconvolgente. Il rapporto con gli animali e l’ambiente in generale si è ridotto ai documentari ed alle notizie riportate dai media. C’è questo enorme bisogno dell’uomo di sfogare la sua rabbia su altri uomini quasi a voler colpevolizzare i suoi simili, in particolare quelli che la ruralità la vivono ancora, se loro si ritrovano nella condizione di dover condurre una vita senza natura.

Tutti esperti, tutti professori, tutti titolati ad esprimere opinioni e sentenze proprio su quel che conoscono meno. Un tempo si ascoltava la parola dell’anziano, l’umiltà e la saggezza del contadino, la semplicità di chi, pur non avendo titoli altisonanti, si rispettava per la sua esperienza.

Uomini quindi avvisati per i prossimi casi analoghi: se dovesse capitare ancora una questione che riguarda la natura non serve mobilitare il mondo intero, scomodare le Autorità, lanciare proclami di morte e vendette… cercate la casa del primo contadino, suonategli il campanello, chiedete a lui ed alla sua umiltà, ascoltatelo, troverete magari risposte che vanno ben oltre quello che la massa o i libri vi hanno insegnato finora.

Fonte: Tempi

«Famiglie con figli scippate di un miliardo»


«È uno scippo. Un vero e proprio scippo ai danni delle famiglie ». I deputati Mario Sberna e Gian Luigi Gigli (gruppo parlamentare Democrazia solidale- Centro democratico), durante il Question timeinAula rivolto al ministro del Lavoro e delle Politiche sociali, Giuliano Poletti, hanno denunciato e chiesto il motivo della «mancata distribuzione di un miliardo di euro l’anno per gli assegni familiari». Pochi euro vengono infatti prelevati ogni mese dalla busta paga dei lavoratori e destinati a un Fondo nazionale (per un totale di 6,4 miliardi di euro), ma gli stessi dati Inps 2013-2014 confermano che un miliardo non è stato ancora distribuito.

Sberna e Gigli hanno chiesto al ministro Poletti la restituzione di «quanto impropriamente trattenuto a danno dei bambini, senza aspettare la prossima legge di Stabilità: pure la mancata fruizione degli assegni a danno dei figli dei lavoratori autonomi è iniqua e assurda tanto quanto la sospensione della loro corresponsione al compimento del diciottesimo anno d’età».

Il ministro Poletti ha concordato con i due deputati del gruppo Demos-Cd, ha dato rassicurazioni sulla centralità che rivestono nell’agenda di governo le politiche a sostegno per la famiglia, ma ha detto che merita «di essere attentamente valutata l’opportunità di modificare le condizioni e il meccanismo di erogazione dell’assegno al nucleo familiare, auspicabilmente nel contesto di un complesso e più ampio disegno di rivisitazione dell’intervento pubblico in materia di sostegno alla famiglia e naturalmente nel rispetto dei vincoli di finanza pubblica».

Sberna, tuttavia, non è rimasto soddisfatto della risposta di Poletti: «Qui stiamo parlando di soldi che sono stati raccolti dalle buste paga dei lavoratori e che sono destinati a chi ha messo al mondo dei figli e, quindi, non dobbiamo aspettare altre leggi di stabilità o altre modalità. Questi sono soldi che vanno alle famiglie, perché raccolti per le famiglie». Per il deputato, inoltre, l’istituto degli assegni familiari dovrebbe essere modificato.

Il nucleo familiare subisce evidenti iniquità come, per esempio, la sospensione a 18 anni, quando i figli ancora studiano. «Nello stesso identico modo – precisa il parlamentare – non vengono dati gli assegni familiari ai lavoratori autonomi, nonostante fin dal 1995 la Corte Costituzionale diceva all’Italia che le famiglie più penalizzate, da un punto di vista tributario e fiscale, sono le famiglie monoreddito e numerose». Che cosa abbiamo fatto per queste famiglie? Sberna torna a proporre la ‘Carta famiglia’. Doveva avere un regolamento entro il 31 marzo 2016, ma non si è ancora visto. «Allo stesso modo – continua il deputato – è uscito un Isee che tiene conto delle scale di equivalenza immodificate. Mentre in Francia vengono addirittura triplicate dal terzo figlio in poi, noi siamo così bravi che addirittura le riduciamo. Insomma, sono tutte modalità con le quali le famiglie con figli restano penalizzate.

E, allora, non c’è da stupirsi se in questo 2015 appena passato, abbiamo perso qualcosa come 15mila figli. Abbiamo raggiunto il minimo storico, nemmeno durante la guerra nascevano così pochi figli d’Italia».

Fonte: Avvenire

E ora ci toglieranno la pensione di reversibilità


Vi sono tendenze generali, in un quadro storico, che permettono di fare previsioni non sulla base di presunte doti da veggente, ma semplicemente analizzando i processi in corso e le dinamiche in atto.
In particolare, nell’epoca post-1989, il conflitto tra Servo e Signore ridispostosi nella forma di un massacro del Servo muto e disarmato da parte del Signore passato all’offensiva rende possibile fare tutta una serie di “profezie” non difficili e, soprattutto, non rosee.
La tendenza in atto, e non da ieri, è l’attacco al mondo del lavoro e dei diritti sociali: la classe dominante si sta riprendendo tutto.
Si sta riprendendo, in particolare, tutte le acquisizioni e le conquiste che il Servo organizzato e cosciente si era guadagnato nel conflitto.
ERANO DELLE CONQUISTE. Non erano doni, ma conquiste: ottenute lottando, manifestando, scioperando, battendosi in nome del riconoscimento del proprio lavoro.
Chi ha letto Hegel sa bene quanto sia importante la figura del riconoscimento del lavoro nella dialettica tra Servo e Signore.
Il trucco per far sì che quest’opera di sottrazione proceda senza ritorni di fiamma rossa e senza rivolte è duplice:
VIA UN PEZZO ALLA VOLTA. 1) Non ci tolgono tutto in una volta, ma un pezzo dopo l’altro, in modo lento e continuato, di modo che quasi non ce ne accorgiamo.
Se ci togliessero tutto in una volta, allora sarebbe evidente il processo di restaurazione in cui ci troviamo: sarebbe evidente che siamo nel bel mezzo di un massacro di classe gestito unilateralmente dal Signore.
DIRITTI SOLO CIVILI, NON SOCIALI. 2) Usano i diritti civili come strumento per distogliere l’attenzione dai diritti sociali.
Nella “società regolata” (Gramsci), o anche solo in una civiltà meno indecente di quella che ha innalzato l’economia di mercato a sola sorgente di senso, i diritti civili e i diritti sociali dovrebbero procedere insieme: dovrebbero essere egualmente garantiti.
L’astuzia del Signore sta oggi nell’usare i diritti civili per nascondere i diritti sociali: di più, nell’estendere i diritti civili a mo’ di compensazione, mentre intanto sta rimuovendo uno dopo l’altro i diritti sociali (articolo 18, contratti garantiti e a tempo indeterminato, eccetera).
Ci tolgono i diritti sociali e intanto ci danno quelli civili: questi ultimi, in assenza dei primi, sono puramente astratti e ineffettuali. Non vanno a toccare la contraddizione economica.
USANO LA LEGGE SULLE UNIONI. Ecco perché, in tema di facili profezie, prevedo che presto rimuoveranno la reversibilità delle pensioni, ossia la quota della pensione che spetta a uno dei due partner al sopraggiungere della morte dell’altro.
Siamo onesti. V’è qualcuno di così credulone da ritenere che ai magnati della finanza e ai maggiordomi politici delle banche interessino i diritti delle persone e le “unioni civili”?
Vi è qualcuno di tanto manipolato e assuefatto al pensiero unico da non avere ancora capito che nell’affaire delle unioni civili la posta in gioco, l’unica, è la questione della rimozione delle pensioni di reversibilità?
IL CAPITALE SI PRENDE TUTTO. Ecco la facile profezia: hanno creato le unioni civili, concedendo anche le pensioni di reversibilità, ma diranno che non ci sono le coperture per garantirla a tutti; e così la toglieranno a tutti.
È solo questione di tempo. Il capitale si prende ogni cosa, se non incontra resistenza e opposizione.
Twitter @DiegoFusaro


Francia, protesta si allarga. Prossimo obiettivo: fermare centrali nucleari


ROMA (WSI) – La Francia, a gran voce, continua a manifestare contro la riforma del lavoro varata dal governo del presidente Francois Hollande, e non si ferma. La rabbia è tale che, dopo aver bloccato nelle ultime ore l’accesso alle raffinerie, membri del sindacato CGT e militanti del movimento Nuit Debout, insieme ad altri manifestanti, hanno deciso di fermare anche le centrali nucleari, provocando l’escalation di una crisi energetica ormai già in atto.

Gli scioperi e gli assalti hanno messo a dura prova almeno sei delle otto raffinerie del paese, e in tutta la Francia un quarto delle stazioni di rifornimento della benzina è o chiuso o a rischio di rimanere a secco di carburante, dopo le occupazioni organizzate e messe in atto degli appartenenti al sindacato più grande della Francia, il CGT, la Confédération Générale du Travail.

La Francia è stata costretta a ricorrere alle riserve strategiche, fattore che sta avendo ripercussioni anche sul trend dei prezzi del petrolio. Di fatto, il governo ha autorizzato i petrolieri dell’Ufip a utilizzare le riserve strategiche che dovrebbero garantire rifornimenti per un periodo di 4 mesi.

Ma il CGT è pronto a rispondere con un nuovo piano, che si preponga come obiettivo quello di bloccare non solo i rifornimenti di carburante ma anche quelli di elettricità. Per farlo, si devono per l’appunto fermare le centrali nucleari del paese.

L’appello del sindacato è stato già accolto dai dipendenti dell’impianto a sud est di Parigi, a Nogent-sur-Seine, che hanno deciso di fermare la produzione nella giornata di oggi. L’esempio potrebbe essere seguito da altri lavoratori del settore e avere conseguenze decisamente gravi per un paese, come la Francia, in cui il 75% dell’offerta di elettricità arriva proprio dagli impianti nucleari.

L’impianto di Nogent-Sur-Seine ha due reattori, uno dei quali è già fuori servizio a causa, di, così si legge, “problemi tecnici”.

Il sindacato CGT- non solo il più grande ma il più vecchio tra le otto principali federazioni di sindacati in Francia – chiede anche il blocco della metropolitana di Parigi, delle ferrovie francesi, e uno sciopero dei controllori di volo,nel fine settimana precedente l’inizio del campionato europeo di calcio, previsto per il 10 giugno.

Così ha detto, intervistata dall’Associated Press, Marie-Claire Cailletaud, membro del CGT.

“Questo è il momento di accelerare la mobilitazione”.
Diverse parti della Francia rischiano di rimanere senza corrente elettrica già nella giornata di oggi secondo la rappresentante del sindacato, che ha reso noto che ci sono stati già tagli in alcune aree di Nantes e Marsiglia nella giornata di martedì, a causa delle proteste.

Un portavoce del colosso energetico EDF ha riferito intanto all’Associated Press che al momento è difficile fare previsioni sulle conseguenze che potrebbero venirsi a creare con gli scioperi nei siti nucleari.

“Tutto dipende da quante persone decideranno di aderire allo sciopero”.

File e file di macchine in diverse parti del paese, ma soprattutto a Parigi, attendono di poter fare rifornimento di benzina e i guidatori devono spesso fare chilometri prima di riuscire a trovare una stazione che non sia occupata e/o che abbia semplicemente carburante. Il governo parla di una situazione di panico tra gli automobilisti e afferma che, nonostante i blocchi e gli scioperi, l’offerta di carburante viaggia a livelli normali ed è disponibile.

Ma le dichiarazioni non fanno altro che mettere in ridicolo Hollande. Il razionamento di benzina è già iniziato, dal momento che il governo ha ordinato alle stazioni di limitare l’offerta di benzina o diesel a un valore non superiore ai 30 euro, per cliente.

In tutto questo, Hollande ha negato che la Francia fa fronte a una “Rivoluzione di maggio” della stessa intensità di quella organizzata da studenti e lavoratori nel maggio del 1968.


“La rivoluzione di maggio del 1968 vide la partecipazione di milioni di persone, di studenti che occuparono le università, di operai che occuparono le fabbriche”, mentre “questo è solo un conflitto tradizionale”.

E’ molto probabile, tuttavia, che Hollande stia sottovalutando il fenomeno. Intervistato dal Telegraph Raymond Soubie ex consulente delle politiche sociali dell’ex presidente francese Nicolas Sarkozy ha detto che il sindacato CGT è stato dirottato da “una minoranza di estrema sinistra che vuole dare l’impressione che la Francia sia in fiamme”.

Dal canto suo, dopo l’attacco delle forze dell’ordine, che hanno usato lacrimogeni per sgomberare gli accessi a una raffineria del gigante energetico Total, nell’area di Marsiglia, Phillipe Martinez, numero uno del CGT, ha parlato di“dichiarazione di guerra” da parte del governo.


L’America è sempre più povera e diseguale Classe politica mai così ricca


Sono passati 50 anni dal discorso con cui il presidente Lyndon Johnson annunciò al Congresso l’inizio della grande “War on poverty”, la guerra alla povertà, in un America in cui, come disse poeticamente, troppe persone vivevano alla “periferia della speranza”. Cinquant’anni dopo, la povertà, nella maggiore superpotenza mondiale, è lungi dall’essere sconfitta. Sarebbe sbrigativo e semplicistico affermare, come fece Ronald Reagan negli anni ’80, «abbiamo combattuto una guerra contro la povertà, negli anni ’60, e la povertà ha vinto», ma di certo la fascia di popolazione che vive nell’indigenza è assai ampia.

Nel 2012, secondo i dati del rapporto Supplemental Poverty Measure, 49,7 milioni di famiglie erano poveri secondo la definizione ufficiale, che prevede un reddito per il nucleo familiare (coppia più due bambini) minore di 23.283 dollari. Di questi, più di venti milioni vivevano in “estrema povertà”, con un reddito inferiore a 12.000 dollari per mantenere 4 persone. Altri cento milioni di persone galleggiano appena al di sopra della soglia di povertà.

La cosiddetta Grande Recessione, il cui inizio, negli Usa viene fissato agli ultimi mesi del 2007 e che, sempre negli States, ufficialmente si considera conclusa dall’estate 2009, continua a mietere vittime, sopratutto perché il mercato del lavoro, pur avendo fatto registrare una ripresa, non è mai tornato ai livelli pre-crisi. Ci sono meno posti di lavoro, e pagati peggio. In tutto, circa metà della popolazione americana è «povera o quasi povera». Gli unici o quasi, a non doversi preoccupare troppo del reddito, sono i membri del Congresso.

Come ha rivelato il sito Open Secrets, specializzato nel documentare i legami fra lobby industriali e parlamentari, la classe politica non è mai stata così ricca: lo scorso anno per la prima volta nella storia più della metà dei rappresentanti eletti era composta da milionari Dei 534 congressisti, 268 avevano dichiarato nel 2012 un reddito netto uguale o maggiore di un milione di dollari. Secondo Sheila Krumholz, responsabile del Center for Responsive Politics (che gestisce Open Secrets), il fatto rappresenta «uno spartiacque in un momento in cui i legislatori discutono di questioni come i benefici per chi non ha un impiego, i buoni per il cibo e il salario minimo, che hanno un effetto su persone con risorse molto minori».

Come sottolinea sempre Krumholz, rimane il fatto che, malgrado la profonda insoddisfazione e disaffezione di molti americani verso la politica, i politici eletti continuano ad appartenere ai circoli più benestanti. Ma è il sistema stesso a incoraggiare tale fenomeno: «Nel nostro sistema elettorale – spiega la direttrice – i candidati devono aver accesso alla ricchezza per poter condurre delle campagne finanziariamente sostenibili e i più bravi a raccogliere fondi sono quelli abituati a muoversi nei circoli che contano, tanto per cominciare». A questo si aggiunge il fatto che, come raccontano le ultime statistiche, le fasce economicamente più deboli sono anche quelle meno inclini ad andare a votare.

Solo il 47% degli aventi diritto con un reddito annuo inferiore a 20.000 dollari è andato a votare nelle elezioni del novembre 2012, stando ai dati dello United States census bureau, contro l’80% di chi dichiarava più di 100.000 dollari. Problemi ad accedere ai seggi, impegni lavorativi, malattie, mancanza di staff adeguato nei seggi collocati nelle zone più disagiate, sono solo alcuni dei motivi che scoraggiano o impediscono del tutto ai poveri di esercitare il proprio diritto di voto. Questo, unitamente al fatto che milioni di altri cittadini, di solito appartenenti a minoranze povere, sono privati dell’elettorato passivo, per aver subito in passato condanne penali. Malgrado la Costituzione americana non dica niente al riguardo, in positivo o negativo, diversi Stati hanno scelto di ricorrere a tale soluzione.

Nel 2010, secondo un report del Sentencing project, quasi 6 milioni di cittadini che dimoravano in 48 Stati- molti dei quali avevano già regolato i propri conti con la giustizia - erano stati dichiarati ineleggibili a causa della fedina penale non immacolata, con percentuali particolarmente alte fra ispanici e afro-americani (in Florida, Kentucky e Virginia, un afro-americano su 5 era ineleggibile).

L’insieme di questi ed altri fattori, ha portato intellettuali “dissidenti” come Noam Chomsky, ad affermare che gli Usa non sono ormai da tempo «una democrazia funzionante, bensì una plutocrazia» e testate di approfondimento come l’Atlantic a chiedersi se la povertà non stia «minando alla base» la democrazia americana, allargando oltre la soglia di rottura il divario fra chi ha troppo e chi niente, per parafrasare il titolo di un recente libro di Emanuele Ferragina, giovane sociologo italiano trapiantato a Oxford. Il libro di Ferragina è dedicato all’Italia, Paese dove anch’esso dove le disuguaglianze di reddito stanno avanzando di gran passo, anche se non ancora ai livelli di Oltreoceano. In questo senso, l’America ci può servire da specchio per capire quale potrebbe essere il nostro futuro. E magari invertire rotta. Se siamo ancora in tempo.

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