08 giugno 2016

Soldi? No, grazie


Immaginiamo di essere a letto, sotto il nostro bel piumone e di dormire beati. Immaginiamo di fare un sogno. Tu che cammini tranquillo per strada e incontri un signore ben vestito, giacca e cravatta, che tiene in mano una mazzetta di banconote. Lui si avvicina, ti fa un bel sorriso e ti dice: “Buon giorno, li vuole 2500 franchi? Se poi ripassa a ogni fine mese io le do altrettanto”. E tu rispondi: “No grazie, si tenga i suoi soldi: io preferisco guadagnarmeli”. E te ne vai. Sogno o Incubo?

È a grandi (molto grandi) linee quanto successo ieri in Svizzera. Il popolo ha detto no al reddito di base, che è l’equivalente del reddito di cittadinanza di cui tanto si è discusso anche in Italia. La proposta, che ovviamente veniva da sinistra, era quella di garantire a ogni cittadino adulto indiscriminatamente 2’500 franchi al mese e 620 ad ogni minorenne (circa, rispettivamente, 2’300 e 600 euro). Stando agli iniziativisti il denaro necessario avrebbe potuto esser trovato rinunciando a una serie di aiuti sussidiari (rendita di invalidità, rendita di disoccupazione, aiuti per le spese sanitarie, ecc.) e aumentando leggermente l’IVA (che al momento in Svizzera è dell’8%).

Una roba che Gesù bambino, a confronto è un dilettante.

Solo che gli svizzeri, è una cosa difficile da spiegare, sono più per il carbone che per i regali. La bocciatura dell’iniziativa era largamente attesa, specie se si considerano i precedenti: c’è una lunga storia di rifiuti a proposte che a prima vista sarebbero parse estremamente vantaggiose per il popolo, dal no alla settimana di vacanza in più, al sì all’aumento dell’Iva (a gratis). Suona autolesionistico, magari addirittura masochista, ma la verità è che gli svizzeri non si fidano di ciò che piove dall’alto. Un popolo estremamente orgoglioso, abituato da secoli a conquistarsi ciò che ha. Nel bene e nel male, perché questo porta a grande concretezza e unione, ma a volte a molta diffidenza.


Di fatto, a far riflettere, più della bocciatura dell’iniziativa, è il dato numerico: praticamente 8 svizzeri su 10 hanno detto “no” a 2500.- franchi al mese in più per tutti. Quindi a dire “no” non sono stati non solo i ricchi (che comunque i soldi li avrebbero ricevuti pure loro), ma anche la classe media e probabilmente anche parecchi di quelli che tanto bene non se la passano.

Probabilmente ha giocato la paura di perdere (con la rinuncia ai sussidi per i bisognosi) più di quanto si sarebbe guadagnato, come pure il timore di non riuscire a reperire i 206 miliardi necessari. E questo è un altro tratto distintivo del votante svizzero: raramente (tendente al mai) vota sull’onda emozionale. Forse anche perché quasi tutti ormai votano per corrispondenza, quindi da casa, col tempo di valutare, soppesare, leggere ed approfondire prima di mettere la classica crocetta.

Ad ogni modo l’iniziativa almeno un pregio l’ha avuto. Ha costretto tutti a valutare un modello di società diverso: a immaginare un altro modo di garantire gli aiuti alle persone in difficoltà. Che poi il principio del diritto “di default” a dei soldi statali senza far nulla non sia piaciuto, come detto, era largamente nelle attese.

Non sapremo mai se la decisione presa sia stata giusta o no, ma è certo che persino gli otto svizzeri su dieci che hanno fucilato l’idea, almeno per un momento devono pur aver accarezzato il sogno di un entrata fissa aggiuntiva di quelle dimensioni.

Quindi quasi quasi l’idea di tornare a letto, sotto il nostro bel piumone, e rifare quel sogno proprio spiacevole non è.

In fondo… è solo un sogno.



Stipendio pignorabile senza soglia minima per la sopravvivenza


Pignoramenti: la legge garantisce il minimo vitale solo per le pensioni e non per gli stipendi ai quali, comunque, resta fermo il limite di un quinto.

Nel pignorare il quinto dello stipendio, il creditore non incontra alcun limite, neanche se la busta paga è particolarmente bassa: non si applica, infatti, alle retribuzioni da lavoro dipendente la norma invece prevista per lepensioni in base alla quale il pignoramento deve comunque far salvo il cosiddetto minimo vitaleper la sopravvivenza. È quanto chiarito dal Tribunale di Messina con una recente ordinanza[1]. Ma procediamo con ordine.

Al centro del problema vi è, ancora una volta, la differenza di trattamento tra stipendi epensioni in caso dipignoramento: una disparità che, comunque, già la Corte Costituzionale ha avuto più volte modo di ritenere pienamente legittima [2]. In buona sostanza, tutte le volte in cui il creditore deve pignorare lo stipendio o la pensione non può andare oltre la misura di un quinto sulla singola mensilità (ossia il 20% dell’importo accreditato dall’azienda o dall’ente di previdenza); tuttavia, se per gli stipendi tale quinto viene calcolato sull’intera retribuzione al netto delle tasse (per esempio, se la retribuzione netta è di 1.000 euro, la quota pignorabile è 200 euro), per le pensioni non è così. Per queste ultime, infatti, la legge impone di garantire sempre, all’anziano, un minimo sostentamento (il cosiddetto minimo vitale), attualmente pari a 672,76 euro (per il calcolo bisogna aumentare della metà l’assegno sociale che, per il 2016, è pari a 448,51 euro); dunque, il quinto pignorabile si calcola solo dopo aver detratto, dal netto della pensione, il minimo vitale. La conseguenza è che la quota di pensione che va a finire nelle mani del creditore è inferiore rispetto a quella che si avrebbe se non vi fosse tale regola.

Facciamo alcuni esempi numerici.

Prendiamo un lavoratore con uno stipendio netto di 1.000 euro e un pensionato anch’egli con un assegno mensile, erogatogli dall’Inps, di 1.000 euro:

Pignoramento dello stipendio: 20% di 1.000 = 200 euro mensili che vanno al creditore;
Pignoramento della pensione: 20% di (1.000 – 672,76) 327,24 = 65,44 euro mensili che vanno al creditore.

Queste regole, peraltro, si applicano nel caso in cui il creditore pignori stipendio o pensione rispettivamente presso il datore di lavoro o l’ente di previdenza. Se, invece, le somme sono state accreditate direttamente in banca, valgono le seguenti regole (questa volta sono uguali sia per stipendio che per pensioni):

quanto i soldi già depositati in banca al momento della notifica del pignoramento, il creditore può pignorare solo la parte di giacenza che supera l’importo di 1.345,53 (ossia tre volte l’assegno sociale);
quanto alle mensilità che verranno accreditate successivamente a titolo di stipendio o pensione, il pignoramento si estende fino a massimo un quinto.

LA DIVERSITÀ DI TRATTAMENTO TRA STIPENDI E PENSIONI NON È ILLEGITTIMA

Il Tribunale di Messina prende atto di questa differenza di trattamento tra pensioni e stipendi: “si tratta – afferma il giudice – di un inconveniente che per quanto socialmente doloroso non dà luogo ad alcuna illegittimità costituzionale della normativa in questione, proprio in ragione dell’esigenza di non vanificare la garanzia del credito”. Una normativa che tenta di equilibrare due opposte esigenze: quella di sopravvivenza del debitore e quella del creditore di recuperare quanto gli è dovuto. La facoltà di escutere il debitore non può essere sacrificata totalmente, anche se la privazione di una parte del salario è un sacrificio che può essere molto gravoso per il lavoratore scarsamente retribuito.

Lo stipendio, insomma, non è assimilabile alla pensione e non gode delle stesse garanzie nell’attuale normativa. Non può essere, pertanto esteso ai crediti derivanti da retribuzione il trattamento di favore previso per il pignoramento delle pensioni.

[1] Trib. Messina, ord. del 18.06.2016.

[2] C. Cost. ord. n. 248/2015.

Autore immagine: 123rf com

07 giugno 2016

Dall’Ue al Ttip, l’atroce Europa filo-Usa creata per noi idioti

Dall’Ue al Ttip, l’atroce Europa filo-Usa creata per noi idioti
Nel Regno Unito, dove vige maggiore libertà di informazione che da noi, il corrente dibattito sul referendum del 23 giugno sull’uscita dall’Unione Europea ha reso noto all’opinione pubblica il fatto, censurato sul continente europeo, che il progetto dell’unificazione europea è un progetto di Washington varato alla fine degli anni ‘40 per assicurare agli Usa il controllo politico-finanziario del continente a scopi geostrategici ed economici e la sua permanenza nell’impero del dollaro, cioè tra i paesi che continuano ad accettare il dollaro, anche se super-inflazionato e vacillante, e a comperare bonds in dollari anche se spazzatura e a partecipare a guerre e sanzioni volute da Washington anche se contrarie agli interessi nazionali. Notoriamente da decenni gli Usa sono un paese che vive essenzialmente sulle spalle degli altri, comprando a debito beni, materie prime e servizi, e facendo continue guerre per imporre l’accettazione di questo sistema di pagamento. E fra qualche tempo emergerà anche come gli Usa si stanno impegnando per soffocare lo sviluppo e la industrializzazione di fonti alternative e pulite di energia, che soppianterebbero il petrolio, il dollaro come moneta obbligatoria per comprarlo, e le guerre per il petrolio, che sostengono l’elefantiaca industria statunitense degli armamenti.
Il progetto ha visto e vede in azione personaggi presentati come padri dell’Europa ma in realtà pagati e diretti da Washington, innanzi tutti Jean Monnet e Robert Schuman. L’idea di unione europea viene inizialmente proposta come comunità del carbone, Marco Della Lunadell’acciaio e dell’atomo, allo scopo di ingranare tra di loro le economie di Francia e Germania, così da prevenire fantomatici futuri conflitti tra esse. Poi quel primo organismo sviluppa una rovinosa politicaagricola comune, diventa un’area di libero scambio; poi assume poteri legislativi e di controllo sempre più ampli sugli Stati nazionali; poi si fa Schengen, la Bce, l’euro, il Trattato di Lisbona che impegna a una crescente integrazione politico-istituzionale, poi il controllo centralizzato dei bilanci e delle banche, e via discorrendo, verso la creazione di un superstato europeo a direzione non democratica, non trasparente e irresponsabile (“non accountable”), con soppressione delle democrazie nazionali parlamentari in quanto “causa di guerre”.
Il tory Boris Johnson, ex sindaco di Londra, nel suo intervento pro-Brexit, spiega che i due veri padri dell’Unione Europea, Monnet e Schuman, intendevano creare un senso di identità-solidarietà europea con un metodo della psicologia comportamentale, applicando un principio che era già stato osservato come efficace in altri contesti, cioè – nella fattispecie europea –  forzando permanentemente e crescentemente i diversi popoli europei a tenere comportamenti simili tra loro attraverso l’imposizione di regolamentazioni comuni, la moneta comune, l’inno comune, la bandiera comune; imporre un agire comune per far nascere un sentire comune. Decenni dopo, constatiamo che questo metodo ha chiaramente fallito, e ha anzi risvegliato contrapposti nazionalismi, poggianti su oggettive contrapposizioni di interessi soprattutto economici. Risorgono le frontiere, le economie divergono, crescono i movimenti anti-Ue. Ma persino davanti a tali fallimenti, l’oligarchia massonico-finanziaria, I francesi Jean Monnet e Robert Schumanliberal-cosmopolita, insiste nel suo programma di unificazione forzata, imponendo crescenti cessioni di sovranità e crescenti sacrifici.
Questa evoluzione sta comportando (senza che lo si dica e che si permetta ali popoli di decidere) radicali e surrettizie trasformazioni costituzionali nei vari paesi aderenti, che perdono la loro sovranità a quote crescenti e a vantaggio delle burocrazie centrali, non democratiche e non responsabili, dell’Unione Europea – burocrazie oscenamente strapagate, e tanto corrotte, parassitarie e inefficienti, che da vent’anni l’organismo europeo di revisione dei conti non firma i loro bilanci. L’unica volta che si è fatto un controllo, è scoppiato lo scandalo della Commissione Santer con la commissaria Edith Cresson. Poi hanno deciso che era meglio non controllare più! Incidentalmente: il potere legislativo, come praticamente ogni poteredell’Ue, risiede nella Commissione, non eletta e irresponsabile, che discute e decide in segreto, a porte chiuse, altroché fascismo!
Ogni cessione di sovranità a questa burocrazia viene richiesta come condizione per sviluppo e sicurezza, ma l’Unione Europea è sempre più in crisi e sempre più in fondo alla graduatoria dell’Ocse in fatto di crescita –  stanno meglio solo i paesi che non hanno aderito all’euro. Questo il bilancio dell’unione e della sua moneta. Un bilancio che dovrebbe svegliare anche le menti più torbide e sognatrici. Solo gli idioti non riconoscono, a questo punto, che il progetto dell’Unione Europea non è mai stato rivolto al progresso e al benessere delle nazioni europei, bensì ad altri fini, a fini di dominazione, di controllo sociale. Informandoci, scopriamo che esso serviva e serve al dominio degli Stati Uniti sull’Europa attraverso un processo col quale il vassallo Germania è stato posto in una condizione di egemonia in Europasoprattutto mediante gli effetti dell’euro e delle politiche fiscali, che hannoEdith Cressonprodotto e stanno producendo un forte e crescente indebitamento dei paesi periferici verso la Germania e hanno dato quindi a questa l’iniziativa politica, il controllo delle istituzioni comunitarie e il diritto di veto.
La Germania impone, col pretesto di prevenire l’inflazione e di risanare i bilanci dei paesi Pigs, misure recessive, che generano un avvitamento fiscale con conseguenti calo del Pil, aumento del debito, accrescimento della sottomissione a Berlino, che diventa sempre più dominante. Invero l’euro non è una moneta unica, con un unico debito pubblico sottostante, ma un sistema di cambi fissi tra le precedenti valute, con debiti pubblici divisi, nel quale il regolamento delle transazioni internazionali si fa sostanzialmente mediante il rilascio di promesse di pagamento, cioè mediante indebitamento, delle singole banche centrali nazionali dei paesi a deficit commerciale verso quelli con attivo commerciale. I cambi fissi, impedendo l’aggiustamento fisiologico, cioè di mercato, dei rapporti valutare tra paesi con deficit e paesi con un surplus di bilancia commerciale, determinano un crescente deficit e un crescente indebitamento dei paesi meno efficienti soprattutto verso la Germania, ma anche una fuga di imprese, di capitali, di lavoratori e tecnici qualificati, così che la Germania si ritrova con enormi crediti che usa per comprarsi i pezzi più interessanti dei patrimoni e delle economie dei paesi indebitati – cioè trasforma i propri interessi attivi in beni reali dei paesi sottomessi. E l’Italia si ritrova non solo sempre più indebitata, ma sempre più deindustrializzata e sempre più abbandonata da giovani qualificati. Il crollo dei brevetti italiani è solo l’ultima riconferma di questo processo ultraventennale e strutturale di declino.
Tale era il disegno europeista reale dietro l’europeismo di facciata concepito dai padri nobili per i figli scemi, dai padri che facevano leva su supposti sentimenti di fratellanza e solidarietà tra i popoli degli Stati europei, quando anche gli idioti sanno che, nella politica, soprattutto quella internazionale, le decisioni vengono prese per convenienza e calcolo, alla ricerca del vantaggio e della sopraffazione. Se teniamo presente questa realtà, non avremo alcuna difficoltà a capire per quale ragione tutte le innovazioni europeiste hanno avuto effetti contrari alle promesse. E per quale ragione ad ognicrisi causata da tali effetti, si è risposto che la cura era “più Europa”, più cessione di sovranità all’Unione, cioè a Berlino. Chi obietta, è estremista e populista, Stalinforse pazzo, quindi i suoi argomenti sono invalidi a priori, senza esame del merito, anzi non è nemmeno legittimato a parlare. Stile Stalin.
La prossima innovazione, già in avanzato stadio di elaborazione, è il famoso Ttip, il trattato transatlantico di libero commercio, negoziato in segreto, senza che nemmeno i parlamentari possono fare copie delle bozze, e possono consultarle solo per due ore, sorvegliati dai carabinieri, senza poterne trascrivere brani, come recentemente denunciato dal sen. Tremonti. Perché questa segretezza ultra-dittatoriale? Per coprire gli interessi economici retrostanti e i loro progetti: col Ttip le multinazionali statunitensi potrebbero prendersi larghe fette dei mercati nazionali europei (soprattutto in Italia, ai danni dei milioni di piccole imprese che danno il grosso della ricchezza e dei posti di lavoro, e con vantaggio solo di quelle pochissime imprese, perlopiù grandi, di cui gli Usa importano i prodotti. Ossia: il Ttip sarà tutto a vantaggio delle esportazioni americane verso l’Europa e soprattutto verso l’Italia, e a danno dei piccoli produttori europei dai quali dipende il nostro livello di redditi e di occupazione.
Le multinazionali americane potrebbero imporre la vendita in Europa senza etichette distintive di loro prodotti Ogm e in generale a rischio, potrebbero richiedere risarcimenti agli Stati che ponessero limiti allora affarismo quand’anche detti limiti siano giustificati da esigenze di tutte era della salute pubblica. Col Ttip disporrebbero anche, ciliegina sulla torta, di un tribunale sovranazionale praticamente organizzato da esse stesse, davanti a cui citare gli Stati dalle cui politiche e legislazioni si ritenessero danneggiate, per farli condannare a risarcire i danni da mancato profitto, e far pagare il risarcimento ai contribuenti. Anche quanto resta di libera ricerca e informazione medico-scientifica sarebbe tolto, perché contrario agli interessi del profitto. TremontiMolti economisti e giornalisti e politici in carriera, ipocritamente, dichiarano che il Ttip va bene, a condizione che la politica regolamenti l’affarismo. Ma ciò è proprio quel che il Ttip proibisce. E anche se non lo proibisse, la potenza di questo affarismo già controlla la politica.
Se il Ttip passerà, e credo che passerà perché non vi sono in campo dinamiche capaci di contrastarlo, sarà la totale eliminazione, da parte del grande capitale finanziario, di ogni limite e di ogni valore che si opponga ai suoi calcoli e alle sue speculazioni, cioè la fine pratica dell’esistenza del principio politico e del principio legalitario, oltre che dei dirittidell’uomo. Rimarranno solo quelli degli investitori, come li chiama il Ttip, ossia del capitale finanziario. Sarà una riforma non semplicemente dell’economia, ma della società e dello stesso concetto di uomo, il quale sarà ridotto e considerato esclusivamente come componente dei processi finanziari. Il dominio Usa sull’Europaattraverso il processo di unificazione europea sotto il vassallo germanico serve ultimamente a questo.
(Marco Della Luna, “Dall’europeismo al Ttip, un piano degli Usa”, dal blog di Della Luna del 24 maggio 2016).
Tratto da: www.libreidee.org

L’UE CREA GUERRE ECONOMICHE


Paradosso: dovrebbe proteggerci dai conflitti, poi però ci distrugge a colpi di Troika e spread. Guardate la Grecia.

Tra i compiti fondamentali del sapere filosofico, fin dal suo aurorale gesto socratico, vi è la problematizzazione dell’esistente e la messa in discussione delle “verità” inerzialmente accettate come tali; compito oggi reso, se mai è possibile, ancora più difficile dalla massiccia presenza della propaganda organizzata, del consenso televisivamente garantito e dalla gestione delle ideologie operata dai circenses giornalistici.

Se si volesse essere socratici in riferimento all’Unione europea e alle sue “verità”, il lavoro sarebbe improbo: la propaganda è così massiccia che ogni problematizzazione socratica viene silenziata, diffamata e demonizzata sul nascere, complici anche le categorie della neolingua (“complottismo”, “populismo”, eccetera).

Può ancora esistere una figura à la Socrate nel tempo del mibtel e dello spread, del «ce lo chiede il mercato» e della sacra legge del fiscal compact?

PROTEZIONE, FALSO TEOREMA. Difficile rispondere. Diciamo, però, che se si volesse oggi provare a seguire le orme di Socrate e, alla stregua della torpedine evocata nel Menone, scuotere chi ci sta intorno elettrizzandolo con dubbi e spunti critici, vi sarebbe molto lavoro da fare.

In primo luogo, si potrebbe mettere in discussione il noto teorema – ribadito un giorno sì e l’altro pure – dal circo mediatico e dal ministero della Verità: «L’Ue ci protegge dalle guerre», dai tragici conflitti a cui ci portarono i nazionalismi del 1900.


Non è difficile mettere in discussione questo teorema.

EFFETTI CATASTROFICI. Ci ripetono che l’Unione europea ci protegge dalle guerre: e intanto, a ben vedere, essa sta producendo gli stessi effetti che si produrrebbero se fossimo in guerra.

La Grecia martoriata ne è il più tragico esempio: un Paese ridotto alla fame, con la disoccupazione alle stelle, la mancanza dei medicinali negli ospedali, i giovani che frugano nei cassonetti in cerca di cibo.

Uno scenario apocalittico, che appunto ci si aspetterebbe in tempo di guerra.

A questo proposito, occorre essere radicali e, soprattutto, onesti con sé e con gli altri: l’Ue non ci protegge dalle guerre, giacché essa stessa si è venuta configurando nella forma di un conflitto economico.

SI PARLA DI PAX COMMERCIALE. Disse Lukács che, nel capitalismo funzionante a pieno regime, la violenza diventa «categoria economica immanente». Lo stesso potrebbe dirsi, con diritto, della guerra: anch’essa si fa economica. Già si parla, in effetti, di «guerre valutarie» e di «pax commerciale».

E, allora, diciamolo apertamente: con le sue asimmetrie sempre più marcate, l’Unione europea è una guerra economica, che prosegue in forma finanziaria le politiche di invasione militare a cui il Novecento ci aveva abituati in forma militare.

La Germania ha invaso la Grecia: non con bombe e mitra, con carri armati e cannoni, bensì con la Troika e con lo spread, con il fiscal compact e con l’acquisto dei beni pubblici greci. E questo è solo l’inizio.

I peggiori manifesti elettorali delle elezioni 2016

Non sono riuscito a raccapezzarli prima della data delle elezioni, che si sono tenute ieri, quindi il post quest’anno arriva un po’ in ritardo, ma arriva. Le ho raccolte un po’ dappertutto online, ma un ringraziamento particolare va aSantini di Merda, veri specialisti della categoria.
Questa volta li dividerò per partiti, lasciando per ultime le liste civiche e le prese per il culo. Iniziamo subito con il PD, che riesce a tirare fuori dal cilindro vere e proprie perle degne della sua importanza.

Voglio cominciare subito con uno dei miei preferiti di tutta questa lunga lista, il candidato assessore Greco, che per pensare al bene del suo paese non ha pensato a lavarsi i capelli, o farsi una pulizia dei denti prima di fotografarsi per il santino.
Pietro Morittu invece non si fa nemmeno vedere in viso, preferisce sfruttare l’immagine di personaggi famosi come Fonzie, Marilyn ed Einstein, parafrasando citazioni.
Palumbo e Piccolo, candidati per Giachetti a Roma usano una vecchia foto di uno scolaro, francamente mi sfugge il perché.
Il consigliere Sedda per il quartiere di Bologna Porto-Saragozza gioca sporco e sfrutta i bambini per cercare di strappare il voto ai genitori.
Poi ci prova anche col cinema.
Cambiamo partito e passiamo a Forza Italia, che in passato sempre grandi soddisfazioni ci ha dato. Il primo è Rodolfo Turano, il manifesto di per sé non è nulla di particolare, se togliamo che è abusivo.
 Gianluca Comizzi, il migliore amico per Milano. Se vince in consiglio ci va il cane.

Sempre a Milano troviamo una delle più belle capigliature di questa tornata di elezioni: il monoblocco in Teflon colato direttamente sul cranio. È estraibile e sostituibile con altre acconciature con un metodo molto simile a quello deI Lego.

In quanto a capigliature Forza Italia sembra proprio non avere rivali quest’anno. Salvatore Vinci (D+), forse detto Uragano, ne sfoggia una coadiuvata da baffo a manubrio e occhiale a goccia che nemmeno in un porno del ’74.

Il Ventimiglia invece afferma che lui ha sempre salutato tutti, e sembra di intuire che continuerà a farlo anche in caso di sconfitta.
A Nichelino (TO), per la candidata Rossignoli ci sono stati problemi di stampa, ma niente di preoccupante, basta un pennarello e correggerli TUTTI a mano.
Ma l’apice lo raggiunge Alessandro Lucia, che ci mostra la sua testa spaccata affermando di aver fatto i fatti.
Passiamo al Movimento 5 Stelle, che quest’anno è un po’ più sottotono del normale. Iniziamo con il candidato Canton che sfrutta un simpaticissimo e innovativo gioco di parole.

Tocca ai Fratelli D’Italia, in formissima quasi come se i marò fossero ancora in India. La prima della  lista è Simona Tagli, sì, quella che girava le caselle del cruciverbone. Si è candidata a Roma, insieme al cruciverbone.
Tolleranza zero per questo signore del quale non conosco il nome. Le frecce però non fanno passare la miglior immagine per lui.
La meloni che chiede aiuto indicando un cesso pubblico è forse il manifesto nel posto sbagliato più bello di sempre.

Anche per lei affissioni abusive, sempre nel rispetto delle regole.


L’accoppiata Ficco/Miscusi è degna dei migliori campanelli del mondo, questa volta però sono insieme per Giorgia al comune di Roma.

Fra i nomi più sfortunati del panorama elettorale 2016 c’è il signor Pistola.

Concludo la sezione dei fratelloni italioti con Gabriele Cerulli, un cervello esplosivo.

Bene, prima delle liste civiche manca solo un partito all’appello: la Lega, che come sempre schiera uno squadrone di fuoriclasse. I primi sono l’accoppiata Testa e Bastoni, nomen omen per Milano.
Sofo la fa semplice:

Carlo Grotti, già famoso per il suo video di propaganda, ha anche un manifesto di gran livello.

Silvia Susanna stringe la mano sicura, scontornata dai bambini delle elementari del suo comune.

C’è anche lui, Bracconeri, già ciccione della terza C e guardia di Forum per una quindicina d’anni.

Altro simpaticissimo gioco di parole per Goldoni, che si promette per tutti.

Poteva mancare la Ruspa? Sarebbe stato un peccato, e sicuramente ce ne saranno anche molte altre oltre a questa, che però va detto è veramente enorme. Bravi i ragazzi di Olbia.
Lui non so chi sia, per me è semplicemente l’uomo dei cerchi nel grano, un Giacobbo della Lega, un idolo.
Per finire di nuovo Sofo, quello che vorrebbe farsi votare per far spregio a Luxuria. Ecco, il suo vero capolavoro non è quello, ma questo che vedete qui sotto.

 È il momento delle liste civiche e partiti minori, il vero calderone delle cazzate. Vincenzo Sessa vuole essere coccolato.
Sandra tifimeni lascia i selfie agli egoisti, mentre si fa un selfie.

Martina Castellana cita Foscolo, già pronta con l’elmo per andare in guerra.

Finalmente facciamo il primo incontro con un esponente del PDF, il partito della famiglia di Adinolfi. Dato che è gente che non dorme si è già rimboccato le maniche.

Anche questo manifesto generico del PDF non delude, con i punti cardine del programma più bacchettone del panorama vergati su una similbibbia tipo clip art 1995.
Delirio di Photoshop per Riggio, incatenato a chissà cosa, per il bene del suo comune.

Vota giallo, o un cane nero, è lo stesso.

Scabbio, non troppo fortunato col nome, non fa assolutamente niente per migliorare con la sua immagine. Sembrathe Tall Man di Phantasm.
Tecnica fra le più classiche sui social per attirare l’attenzione, adesso è utilizzata anche in politica. A questo punto la faccia del candidato non ha più alcun senso.

Il Tenente Kojak è una vecchia conoscenza, questo è il suo nuovo manifesto per farsi eleggere a Caltagirone.

Marco de Marco, rock per tutte le donne.

Filippo Marinucci, l’uomo del defibrillatore.

Rosaria Formichella scende in campo col suo gatto per Mastella, che immediatamente dopo lo scatto le ha fatto le tette a fettine. Si vede, è incazzatissimo.

C’è una lista che si propone di comprare lo stadio di Napoli per trasformarlo nel Maradona Stadium.

E poi c’è lei, in grado di attivare Salerno in qualsiasi momento.

La Martani, ex hostess di Alitalia sulla breccia qualche anno fa per la storia dei licenziamenti, poi provò a sfruttare la notorietà per diventare una cantante. Non ci riuscì, e oggi debutta sulla scena politica da vegana, con i verdi e col suo cane.

Concludo il post con queste ultime tre cose. La prima non è un manifesto ma un articolo di giornale che riassume il folle programma elettorale di Gianluca Nocetti, schierato per cinque liste compreso quella degli automobilisti, che da una trentina d’anni ogni tanto sbuca fuori.
Manifesto di protesta a Napoli. De Magistris interista ce l’ha coi napoletani, nongli vuole fare lo stadio nuovo.

Infine la presa per il culo a Fassino, che diventa un barattolo di acciughe per salare Torino.

È tutto, alle prossime elezioni, che non tarderanno. Se invece volete rivedervi i vecchi manifesti e santini, qui potete trovarequelli del 2015, del 2014, la storia del manifesto elettorale di merda, e i peggiori cognomi di sempre per fare politica, due dei quali sono freschi di quest’anno.

Facebook Seguimi