19 luglio 2016

Il PD reo confesso: abbiamo fatto gli interessi dell’UE, non quelli dell’Italia


Era da un po’ che non ritornavo in un post a parlare di delitti contro la personalità dello Stato. Non certo perché si è rinunciato alla battaglia, le denunce continuano ad essere depositate e, all’esito del processo di Trani, vi prometto ulteriori azioni, se sarà necessario anche contro i PM che ad oggi non procedono come per legge contro il crimine palese delle cessioni di sovranità.

È infatti pacifico che tali cessioni sono reato. Gli artt. 241 e 243 cp non lasciano dubbi, d’altronde è ovvio che se si priva uno Stato del suo potere d’imperio lo si cancella in quanto tale, si compie l’atto più ostile possibile contro la sua personalità giuridica. Le occupazioni militari avevano esattamente queste conseguenze.

Con questo post voglio segnalarvi un tweet surreale dell’account ufficiale del PD, che evidenzia un ulteriore delitto contro la personalità dello Stato, trattasi diun’ennesima confessione dal punto di vista processuale:



Avete letto bene! Il PD si vanta di aver fatto, sino ad oggi, gli interessi dell’Europa e non quelli italiani!Esattamente quanto aveva affermato tempo fa anche uno dei fuoriusciti più noti ed onesti del PD, Alfredo D’Attorre.

L’UE oggi, come noto, è solamente un’oscena dittatura finanziaria, dove la stabilità dei prezzi viene per norma prima del benessere e della pace (per gli euristi che rifiutano di prendere atto dell’evidenza leggere il combinato 127 tfue e 3 tue).

Una dittatura dedita a proteggere esclusivamente gli interessi del grande capitale internazionale. Chi nega tali verità normative certamente non ha mai letto i trattati europei.


Ad ogni buon conto, al di là della natura dell’UE, anche se non si ammettesse, per puro cieco campanilismo, che ho ragione su quanto appena detto, nulla cambierebbe. Tutelare gli interessi di un ordinamento diverso dall’Italia resta reato a prescindere dal fine dello stesso.

L’Art. 264 c.p. dispone infatti che: “Chiunque, incaricato dal Governo italiano di trattare all’estero affari di Stato, si rende infedele al mandato è punito, se dal fatto possa derivare nocumento all’interesse nazionale, con la reclusione non inferiore a cinque anni”.

L’infedeltà al mandato, ovvero all’obbligo di tutelare gli interessi nazionali che incombe al governo, è stata a questo punto confessata dal PD che in sostanza ha affermato questo: “abbiamo fatto gli interessi dell’Europa e non quelli dell’Italia”.

Il nocumento è più che mai evidente, il Paese grazie a queste politiche dissennate, che hanno favorito altri, ha perso 1/3 del proprio settore manifatturiero ed oltre il 25% della produzione industriale.

Con il movimento Alternativa per l’Italia procederemo ad un’interrogazione parlamentare su questa dichiarazione del PD e certamente affronteremo il problema innanzi alla Procura della Repubblica di Roma.

Siamo davvero curiosi di leggere cosa risponderanno questa volta, sempre che Grasso, ancora una volta, non decida, ritenendosi illecitamente il sovrano del Senato, di evitare al governo (minuscolo voluto) di dover rispondere su questo scottante tema.

Mai nella storia si era visto un governo, non solo apertamente ostile agli interessi nazionali, ma che addirittura se ne facesse espresso vanto. Ciò non fa che riprovare che l’Italia oggi è un Paese sotto occupazione straniera con un governo imposto dall’invasore che ci ha conquistato.

Vi fermeremo, questo è certo!

Avv. Marco Mori – scenarieconomici – Alternativa per l’Italia – autore de “Il tramonto della democrazia, analisi giuridica della genesi di una dittatura europea”, disponibile su ibs e amazon


Fonte: Scenari Economici

BANKITALIA SMENTISCE RENZI: HA AUMENTATO TASSE E DEBITO



Nuovo record per il debito pubblico, aumentato di 123 miliardi negli ultimi due anni: in previsione un ulterioreaumento della pressione fiscale.


Non passa giorno senza che qualche dato sull’economia del paese dimostri che quelle raccontate dal premier sono favole che rappresentano una realtà inesistente. A sbugiardarlo provvedono innanzitutto i dati di Bankitalia, secondo cui ad aprile l’Italia ha segnato un nuovo record del debito pubblico, salito all’insostenibile livello di 2.230,845 miliardi contro i 2.228,7 miliardi di marzo. A febbraio 2014, quando ha iniziato a governare Renzi, il debito pubblico ammontava a 2.107,6 miliardi di euro, quindi sotto l’attuale governo è aumentato di ben 123,20 miliardi in poco più di due anni: difficile che l’Europa non chieda il conto, costringendo l’esecutivo ad alzare ulteriormente le tasse.Mentre è in arrivo la rapina di metà anno rappresentata da ritenute Irpef, Tasi, Imu, Ires, Iva, Irpef, Irap, addizionali comunali/regionali Irpef e altro, le imprese e le famiglie dovranno versare ben 51,6 miliardi di euro di tasse; di questi, secondo un calcolo della Cgia di Mestre, 34,8 miliardi finiranno nelle casse dell’erario, 11 in quelle dei Comuni e 5,3 in quelle delle Regioni. Dal pagamento del diritto annuale alle Camere di Commercio, infine, gli enti camerali incasseranno dalle imprese 500 milioni di euro. In termini assoluti, il versamento più oneroso riguarderà le ritenute Irpef dei dipendenti e dei collaboratori che attraverso il sostituto di imposta saranno trasferite dalle imprese all’erario per un importo pari a 11 miliardi di euro.

Fonte: il Populista

Cirinnà recidiva: una legge per mettere in galera chi vuole preservare i bambini dall’ideologia omosessualista


Cirinnà recidiva: una legge per mettere in galera chi vuole preservare i bambini dall’ideologia omosessualista

- di Tommaso Scandroglio

Luca – nome di fantasia – è un maschietto che a 13 anni scrive a mamma e papà raccontando loro di sentirsi una femminuccia. I genitori decidono di assecondare il suo desiderio di “diventare” Lucia e quindi entra in psicoterapia, prende dei farmaci per bloccare il testosterone (per essere meno uomo) ed altri a base di estrogeni (per essere più donna). Intanto inizia a vestirsi da femminuccia.

Poi il febbraio scorso, quando Luca ha 16 anni, viene presentata richiesta presso il Tribunale di Roma per la rettificazione sessuale. Qualche giorno fa la sentenza che autorizza il ragazzino «a sottoporsi a trattamento medico-chirurgico per l’adeguamento dei caratteri sessuali da maschili a femminili» e «ordina […] la rettifica degli atti di stato civile in riferimento al sesso (da maschile a femminile) e al nome». É la prima volta che in Italia un minorenne è autorizzato dal giudice a cambiare sesso.

Un nota bene. Non sappiamo se al momento della nascita del bambino il medico abbia sbagliato l’attribuzione del sesso (a motivo di alcune patologie non immediatamente evidenti a volte può succedere) oppure Luca era davvero geneticamente Luca. Nel primo caso la rettificazione sessuale potrebbe essere lecita sotto il profilo morale e dunque legittima nella prospettiva giuridica. C’è però da aggiungere che, dal racconto che Luca stesso ne fa, pare vera la seconda ipotesi, dato che non accenna a particolari anomalie fisiche o genetiche riscontrate.

Se la transessualità minorile è entrata nel nostro Paese per via giurisprudenziale, in Spagna è invece vigente grazie alla legge. Un normativa varata il 21 marzo scorso dal presidente della Comunità autonoma di Madrid Cristina Cifuentes, dal titolo “Legge sull’identità e l’espressione di genere, sull’uguaglianza sociale e sulla non discriminazione”, ha novellato in direzione assai più liberal la precedente legge del 2012 sulla rettificazione sessuale. Cifuentes, che ha licenziato di recente anche una legge sulla cosiddetta “omofobia” cioè a danno della libertà di espressione e di religione, è riuscita a promulgare una normativa – valida solo per la Comunità di Madrid – che oltre a punire severamente chi contesta la gender theory sull’identità psicologica sessuale («se sei maschio ti devi comportare da maschio» è affermazione ora dai profili criminali nella capitale spagnola), ha introdotto anche la possibilità che un minore “cambi” sesso.

«Le persone trans minori di età hanno il diritto a ricevere il trattamento medico opportuno relativo alla loro transessualità», dichiara la legge all’art. 6. Per la neo-legge il cambio di sesso può portare il minore, come ovviamente il maggiore di età, a diventare maschio, femmina oppure intersessuale. Insomma né carne né pesce dal punto di vista sessuale. Più in particolare, continua il testo di legge all’art. 14, «i minori trans avranno diritto: a) a ricevere un trattamento per il blocco ormonale all’inizio della pubertà […] per evitare lo sviluppo dei caratteri sessuali secondari non desiderati; b) e a ricevere un trattamento ormonale , fissato nel momento adatto della pubertà, per favorire il fatto che il suo sviluppo fisico corrisponda a quello delle persone della sua età, al fine di propiziare lo sviluppo dei caratteri sessuali secondari desiderati». Interessante quest’ultima nota: che il dottore non faccia spuntare un paio di seni ad un bambino di 6 anni, mi raccomando.

Arriviamo poi ad un altro punto critico: il ruolo dei genitori. Dopo aver chiarito che tale procedura deveessere approvata dai genitori o da chi ha la rappresentanza legale del minore, si aggiunge però che «a fronte del rifiuto dei genitori o tutori ad autorizzare i trattamenti relativi alla transessualità o la decisione di sottoporsi ad una trattamento che inizi lo sviluppo ormonale, si potrà ricorrere all’autorità giudiziaria quando si constati che [il rifiuto] può causare un grave pregiudizio o sofferenza al minore. In ogni caso si farà riferimento al criterio del superiore interesse del minore». (art. 14 comma 3).

Questo articolo 14 pare la fotocopia del nostrano art. 12 legge 194 sull’aborto, laddove prevede che se i genitori non sono d’accordo sulla scelta abortiva della figlia minore, il consultorio può redigere relazione da consegnarsi al giudice minorile, il quale poi deciderà il da farsi. L’ “interesse del minore” poi è stato il cavallo di battaglia usato dai nostri giudici per sdoganare la stepchild adoption a favore di coppie gay. Tutto torna. In breve: se il minore spagnolo decide di cambiare sesso nessuno ci deve mettere becco. Non solo i genitori, ma anche gli specialisti.


E qui torniamo in Italia con il disegno di legge n. 2402 dal titolo “Norme di contrasto alle terapie diconversione dell’orientamento sessuale dei minori”, depositato in Senato il 14 luglio scorso e che vede come primo firmatario il senatore Sergio Lo Giudice (Pd) – “sposato” ad Oslo con il compagno Michele e “padre” di un bambino avuto con la pratica dell’utero in affitto – e a seguire altri politici tra cui la sinistra Monica Cirinnà (Pd), autrice della legge sulle unioni civili. All’art. 2 del ddl si può leggere: «Chiunque, esercitando la pratica di psicologo, medico psichiatra, psicoterapeuta, terapeuta, consulente clinico, counsellor, consulente psicologico, assistente sociale, educatore o pedagogista faccia uso su soggetti minorenni di pratiche rivolte alla conversione dell’orientamento sessuale è punito con la reclusione fino a due anni e con la multa da 10.000 euro a 50.000 euro».

Cosa si intende per «conversione dell’orientamento sessuale»? Ce lo spiega l’articolo 1 comma 1: «Ai sensi della presente legge, per “conversione dell’orientamento sessuale” si intende ogni pratica finalizzata a modificare l’orientamento sessuale di un individuo, inclusi i tentativi di cambiare i comportamenti o le espressioni di genere ovvero di eliminare o ridurre l’attrazione emotiva, affettiva o sessuale verso individui dello stesso sesso, di sesso diverso o di entrambi i sessi. La definizione di cui al primo periodo si intende riferita anche agli interventi noti come “terapie reparative”».

In breve, se il disegno di legge verrà approvato, potrà finire in galera lo psicoterapeuta che accoglie nel suo studio un minore che presenta orientamenti omosessuali e asseconda la richiesta dei genitori volta a mutare l’orientamento sessuale del figlio. Finirà dietro le sbarre anche nel caso in cui l’omosessualità del minore è egodistonica, cioè non voluta dal minore stesso e percepita da lui come una gabbia da cui fuggire. Sul punto è esplicito l’articolo 1 comma 2: «L’espressione “conversione dell’orientamento sessuale” […] non comprende gli interventi che favoriscano l’auto?accettazione, il sostegno, l’esplorazione e la comprensione di sé da parte dei pazienti senza cercare di cambiare il loro orientamento sessuale».

Questo comma, quindi, indica come unico intervento non sanzionabile del professionista quello cheandrebbe a convalidare l’orientamento sessuale percepito dal minore, seppur rifiutato dal bambino stesso. IL ddl non fa dunque distinzione tra omosessualità accettata e subita. Da qui tre domande: dove è finita la libertà di ricerca, di cura e di esercizio della professione medica? In secondo luogo: dove è finita la libertà di educazione dei genitori? Soprattutto in quella fase di età in cui i turbamenti sul proprio orientamento non devono essere supinamente assecondati ma indirizzati, corretti ed illuminati? Terza domanda: se la libertà dell’individuo è esaltata dalla gender theory perché non riferirsi a questa stessa libertà quando il minore (ed anche il maggiorenne) vuole uscire dalla propria condizione di omosessuale?

La risposta data dal disegno di legge è la seguente: «Fattori come il sentimento religioso, il conservatorismo politico e una scarsa conoscenza delle persone lesbiche, gay, bisessuali o transessuali si traducono in atteggiamenti omonegativi che possono essere riscontrati anche tra psicologi o psichiatri». Se tu mamma non accetti l’idea che tuo figlio sia gay sei “omonegativa” e se tu psicologo consideri l’omosessualità strada sicura verso l’infelicità significa che o fai parte della schiera dei baciapile cattolici oppure sei di destra, ma di certo non sei un professionista serio. In un caso come in un altro meriti la galera.

L’omosessualità e la transessualità sono quindi dogmi morali assolutamente veri e da imporre sempre e comunque anche nella tenera età, poco importando che la crescita psicologica sessuale dei bambini e degli adolescenti è come canna al vento che spesso si piega a qualsiasi refolo provocato da un disagio in famiglia, a scuola, tra gli amici, se non, inutile a dirlo, da un campagna massmediatica ideologica a senso unico.

Siria, così CIA e Arabia Saudita hanno armato i jihadisti



Il New York Times rivela: miliardi di dollari sauditi hanno alimentato il terrorismo in Siria, organizzato dalla gigantesca operazione della CIA Timber Sycamore.

di Matteo Carnieletto.

I ribelli siriani sono stati finanziati da Stati Uniti e Arabia Saudita. E questa non è una notizia. La notizia – quella vera – si chiama Timber Sycamore, nome in codice usato dalla CIA per coprire le operazioni di addestramento e finanziamento dei ribelli in cooperazione con l’Arabia Saudita a partire dal 2013.

Già nell’ottobre di quell’anno, il Washington Post scriveva, citando fonti militari, che «la CIA sta aumentando i propri sforzi per addestrare i combattenti dell’opposizione in Siria». I miliziani vengono addestrati in una base in Giordania per poi esser inviati sul fronte siriano. L’addestramento fornito dagli americani ai siriani è ridotto all’osso: tecniche militari di base oltre a ingenti quantità di armi.

All’epoca non si sapeva nulla di Timber Sycamore. Rappresentava un’azione di destabilizzazione come tante. Del resto, come abbiamo spiegato in un altro articolo, il Dipartimento di Stato americano impiega moltissime risorse ogni anno per finanziare movimenti o associazioni che si oppongono a dittatori o politici poco graditi alla Casa Bianca. Pensiamo per esempio all’Angola degli anni ’80 o all’Afghanistan, dove il governo americano – come scrive Bruno Ballardini in ISIS, il marketing dell’Apocalisse, «non solo istruì militarmente i talebani (.), ma organizzò anche un piano per rendere durevole nel futuro l’odio della popolazione verso gli ‘atei comunisti’ con un programma di educazione destinato alle scuole».


Ma in cosa consiste Timber Sycamore? Lo spiega con precisione il New York Times del 23 gennaio 2016. In parole povere, a partire dal 2013, gli USA avrebbero addestrato i ribelli siriani, in particolare avrebbe insegnato loro a utilizzare con precisione gli AK47 e a usare missili anticarro, mentre i Sauditi li avrebbero finanziati e avrebbero fornito loro le armi. Del resto Bashar Al Assad è un nemico comune e casa Saud punta a sradicare l’asse sciita (Iran, Iraq e Libano). Come ha spiegato Mike Rogers, ex deputato repubblicano del Michigan: «Loro hanno capito che hanno bisogno di noi e viceversa».

Impossibile dire con precisione quanto i sauditi spendano per armare i ribelli e far cadere Assad. Il New York Timesipotizza un costo pari ad alcuni miliardi di dollari a partire dal 2013.

I protagonisti principali di questo progetto? Uno è il principeBandar bin Sultan, che si è premurato di fornire migliaia di AK47 e e milioni di munizioni ai ribelli. Molto probabilmentequeste armi sono state fatte arrivare dai Paesi dell’Est Europa grazie alla connivenza americana, spiega il New York Times. Per gli americani invece il protagonista è John O. Brennan, dal 2013 direttore della CIA. I due sono amici fin dagli anni ’90. A quell’epoca Brennan era l’uomo dell’Agenzia a Riad. Non si sono mai persi di vista. Secondo la ricostruzione fornita dal New York Times, sono stati loro a organizzare Timber Sycamore.

I motivi di questa alleanza sono intuibili e sono due: abbattere Assad e isolare l’Iran. Ma America e Arabia Saudita non hanno fatto i conti con quello che ora è il protagonista principale dello scacchiere mediorientale: lo Stato islamico, che ora governa su una terra fatta a brandelli anche da americani e sauditi.

La strana alleanza tra Israele, Arabia Saudita e Al Qaeda



Robert Parry (*) – Esclusivo: L’Arabia saudita è nella tempesta dopo che un detenuto di Al Qaeda ha accusato alcuni alti responsabili sauditi di essere complici del gruppo terrorista. E nuvole si addensano anche sul futuro politico del Primo Ministro israeliano Netanyahu a causa della sua strana alleanza con Riyadh, spiega Robert Parry in questo articolo

La rivelazione che il condannato Zacarias Moussaoui, membro attivo di Al Qaeda, ha indicato alcuni alti esponenti del governo saudita come finanziatori della rete terrorista (1) trasforma potenzialmente la chiave di lettura che gli Statunitensi dovranno usare per interpretare gli avvenimenti medio orientali e comporta dei rischi per il governo Likud di Israele, che ha costruito una improbabile alleanza con alcuni di questi stessi Sauditi.

Stando ad un articolo apparso sul New York Times di mercoledì 4 febbraio 2015, Moussaoui ha dichiarato, nel corso di una deposizione resa in prigione, che egli era stato scelto, nel 1998 o 1999, dai capi di Al Qaeda in Afghanistan per creare un database informatico dei finanziatori del gruppo, e che la lista includeva anche il principe Turki al-Faisal, allora capo dei servizi segreti sauditi, il principe Bandar bin Sultan, a lungo ambasciatore dell’Arabia Saudita negli Stati Uniti, il principe Waleed bin Talal, un celebre miliardario e investitore, oltre a molti altri dignitari religiosi.

“Lo sceicco Osama voleva conservare una traccia di tutti coloro che ci facevano donazioni – ha spiegato Moussaoui in un inglese approssimativo – di coloro che dovevano essere consultati o che hanno contribuito alla guerra santa”. Benché la credibilità di Moussaoui sia stata immediatamente posta in dubbio da parte del regno saudita, le sue affermazioni coincidono con le valutazioni di alcuni membri del Congresso statunitense, che hanno avuto accesso a parti del rapporto segreto sugli attentati dell’11 settembre, e che trattano dei presunti aiuti sauditi ad Al Qaeda.

Quello che complica ancor di più la situazione per l’Arabia saudita è che, più di recente, l’Arabia Saudita e altri Emirati petrolieri del Golfo Persico sono stati individuati come supporter dei militanti sunniti che combattono in Siria per rovesciare il regime maggioritariamente laico del presidente Bachar el-Assad. La più grossa formazione ribelle che ha beneficiato di questi aiuti è il fronte Al-Nusra, affiliata di Al Qaeda in Siria.

In altre parole, i Sauditi sembrano avere mantenuto una relazione segreta con jihadisti affiliati ad Al Qaeda fino ai giorni nostri.

L’esposizione di Israele

Così come hanno fatto i Sauditi, anche gli israeliani si sono schierati dalla parte dei militanti sunniti in Siria, condividendo anch’essi l’idea saudita che sia l’Iran, e quel che chiamano “la mezzaluna sciita” – che si estende da Teheran a Beirut, passando per Bagdad e Damasco – la più grande minaccia per i loro interessi in Medio Oriente.
Questa comune preoccupazione ha spinto Israele e l’Arabia Saudita a stringere una alleanza de facto, per quanto la collaborazione tra Tel Aviv e Riyadh non sia mai stata nota all’opinione pubblica. E però la sua esistenza è stata intuibile tutte le volte che i due governi hanno giocato in modo complementare le rispettive forze – i Sauditi hanno il petrolio e il denaro e Israele il peso politico e mediatico – in campi dove hanno interessi comuni.

L’Arco (o la mezzaluna) sciita

Nel corso degli ultimi anni, questi nemici storici hanno cooperato contro i Fratelli Mussulmani in Egitto (che sono stati estromessi dal governo nel 2013), nel tentativo di rovesciare il governo di Assad in Siria, e nelle pressioni esercitate in comune per spingere gli Stati Uniti ad adottare una posizione più ostile nei confronti dell’Iran.

Israele e l’Arabia Saudita hanno così fatto fronte comune per creare difficoltà al presidente russo Vladimir Putin, considerato un supporter di massima importanza sia dell’Iran che della Siria. I Sauditi hanno sfruttato la loro posizione, mantenendo inalterata la loro produzione petrolifera per fare abbassare i prezzi e colpire l’economia russa, mentre i neo conservatori statunitensi – che condividono la visione geopolitica del mondo di Israele – erano in prima linea nel colpo di stato che ha rovesciato Victor Yanucovich, il presidente ucraino filo-russo, nel 2014.

L’alleanza israel-saudita dietro le quinte ha collocato – qualche volta in posizione scomoda – i due governi dalla parte dei jihadisti sunniti che combattono l’influenza sciita in Siria, in Libano e in Iraq. Il 18 gennaio 2015, per esempio, Israele ha attaccato alcuni consiglieri libanesi e iraniani che assistono il governo di Assad in Siria, uccidendo diversi elementi di Hezbollah e un generale iraniano (2). Questi consiglieri militari erano impegnati in operazioni contro il fronte Al-Nusra di Al Qaeda.

Contemporaneamente Israele si è ben guardata dall’attaccare alcuni militanti di Al-Nusra che avevano sferrato un attacco contro una zona del territorio siriano vicina alle alture del Golan, occupate da Israele. Una fonte vicina ai servizi di intelligence statunitensi mi ha confidato che Israele ha stretto un “patto di non aggressione” con le forze di Al-Nusra.

Un’ibrida alleanza

Le bizzarre alleanze di Israele con gli interessi sunniti si sono sviluppate negli ultimi anni, nel corso dei quali Israele e l’Arabia Saudita sono apparsi come un ibrido connubio nella guerra geopolitica contro l’Iran, governato da sciiti, e i suoi alleati in Iraq, in Siria e in Sud-Libano. In Siria, per esempio, alcuni responsabili israeliani hanno chiaramente affermato che essi preferirebbero che la guerra civile fosse vinta dagli estremisti sunniti, piuttosto che da Assad, che è un alauita, un ramo dell’islam sciita.

Michael Oren

Nel settembre 2013, l’ambasciatore israeliano negli Stati Uniti, Michael Oren, e dopo di lui un fedele consigliere del Primo Ministro Benjamin Netanyahu, hanno dichiarato al Jerusalem Post che Israele preferisce gli estremisti sunniti ad Assad.
“Il pericolo maggiore per Israele viene dall’arco strategico che si estende, da Teheran, fino a Damasco e Beirut. E noi consideriamo il governo di Assad come la chiave di volta di questo arco – ha dichiarato Oren durante una intervista rilasciata al Jerusalem Post – Noi continuiamo a volere che Assad se ne vada, continuiamo a preferire i cattivi non sostenuti da Teheran, ai cattivi che lo sono”. E ha aggiunto la cosa valeva anche se i cattivi erano affiliati ad Al Qaeda.

E, nel giugno 2014, parlando in qualità di ex ambasciatore durante una conferenza organizzata dall’Istituto Aspen, Oren ha sviluppato la sua posizione, affermando che Israele preferirebbe perfino una vittoria dei bruti dello Stato Islamico, al mantenimento al potere di un Assad sostenuto dall’Iran. “Per Israele, se è un male che deve vincere, lasciate che sia il male sunnita”, ha detto Oren.

Scetticismo e dubbi

Nell’agosto 2013, quando pubblicai il mio primo articolo sulle crescenti relazioni tra Israele e l’Arabia Saudita, con il titolo The Saudi-Israel Superpower (La superpotenza israelo-saudita), tutta la storia venne accolta con molto scetticismo.

Ma, poco a poco, questa alleanza segreta è diventata pubblica.
Il 1° ottobre 2013, il Primo Ministro israeliano vi ha fatto una allusione nel corso della sua allocuzione all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, che era ampiamente dedicata alla denuncia del programma nucleare iraniano e alla minaccia di un attacco israeliano unilaterale.

Persistendo nei suoi atteggiamenti bellicosi, Netanyahu si è molto ingannato circa l’evoluzione dei rapporti di forza in Medio Oriente, fino a dire: “I pericoli di un Iran nuclearizzato e l’emergere di altre minacce nella nostra regione hanno spinto molti nostri vicini arabi a riconoscere, a riconoscere alla fine dei conti, che Israele non è il loro nemico. E questo ci offre l’occasione di superare una ostilità storica e di costruire nuove relazioni, nuove amicizie, nuove speranze”.

Il giorno dopo, il secondo canale della televisione israeliana, Channel 2, riferiva che importanti responsabili della sicurezza israeliana si erano incontrati con i loro omologhi degli Stati del Golfo a Gerusalemme, si pensa che si trattasse del principe Bandar, l’ex ambasciatore saudita negli Stati Uniti, che era allora capo dei servizi segreti sauditi.

L’esistenza di questa improbabile alleanza viene oramai menzionata anche dai media statunitensi dominanti. Per esempio, Joe Klein, il corrispondete di Time magazine, ha descritto questi inediti compagnucci in un articolo dell’edizione del 19 gennaio 2015. Ha scritto: “Il 26 maggio 2014 ha avuto luogo un pubblico dibattito senza precedenti a Bruxelles. Due ex spie di alto rango, di Israele e dell’Arabia Saudita – Amos Yadlin e il principe Turki al-Faisal – hanno discusso per più di un’ora della politica regionale in una confronto animato dal giornalista del Washington Post David Ignatius. Erano in disaccordo su alcuni punti, come gli esatti termini di un accordo di pace tra Israele e la Palestina, e sono finiti d’accordo su altri: la gravità della minaccia nucleare iraniana, la necessità di appoggiare il nuovo governo militare in Egitto, la richiesta di un intervento internazionale concertato in Siria. La dichiarazione più sorprendente è venuta dal principe Turki, quando ha dichiarato che gli Arabi avevano passato il Rubicone e non volevano più combattere Israele”.

Anche se Klein ha rivelato l’aspetto dicibile di questa distensione, vi è però un lato oscuro, come ha riferito Moussaoui nella sua deposizione, che indica nel principe Turki uno dei finanziatori di Al Qaeda. Ancora più sconvolgente, forse, il fatto che abbia menzionato anche il principe Bandar, che si è sempre presentato come un amico degli Stati Uniti, talmente vicino alla famiglia Bush, da essere soprannominato Bandar Bush.

Il Principe Bandar a colloquio col presidente George W. Bush

Moussaoui ha affermato di avere discusso di un piano per abbattere l’Air Force One (l’aereo presidenziale USA) con un missile Stinger, insieme ad un membro dell’ambasciata saudita a Washington, quando ambasciatore era proprio Bandar.

Secondo l’articolo di Scott Shane sul New York Times, Moussaoui ha detto di essere stato incaricato di “trovare un luogo adatto da cui lanciare un attacco di Stinger, e poi scappare”, ma è stato arrestato il 16 agosto 2001, prima di aver potuto compiere la missione di ricognizione.


Pensare che qualcuno, nell’ambasciata saudita allora diretta da Bandar Bush, complottava con Al Qaeda per abbattere l’Air Force One di George W. Bush è scioccante, se l’informazione è vera. E’ qualcosa che sarebbe stata inconcepibile perfino dopo gli attacchi dell’11 settembre, nei quali pure erano coinvolti quindici sauditi sui complessivi 19 pirati dell’aria.

All’indomani di questo attacco terrorista che ha ucciso quasi 3000 statunitensi, Bandar si è recato alla Casa Bianca e ha persuaso Bush ad organizzare un rapido allontanamento dagli Stati Uniti dei membri della famiglia Bin Laden e di altri Sauditi. Bush si è trovato d’accordo sul fatto di aiutare questi Sauditi a partire coi primi voli che sarebbero stati autorizzati.

L’intervento di Bandar ha eliminato ogni possibilità che il FBI potesse saperne di più sui legami tra Osama Bin Laden e gli autori degli attentati dell’11 settembre, essendo stato concesso agli agenti del FBI solo il tempo di fare dei rapidi interrogatori ai Sauditi sui motivi della partenza.

Bandar stesso era legato alla famiglia Bin Laden e ha ammesso di avere incontrato Osama quando Bin Laden lo ha ringraziato per l’aiuto finanziario concesso al progetto di jihad in Afghanistan negli anni 1980: “Per essere onesto, non ne sono rimasto molto impressionato – ha dichiarato Bandar a Larry King della CNN – Mi è parso un tipo molto semplice e tranquillo”.

Il governo saudita ha affermato di avere interrotto ogni rapporto con Bin Laden agli inizi degli anni 1990, quando quest’ultimo ha cominciato a prendere di mira gli Stati Uniti, perché il presidente George H.W.Bush aveva dislocato truppe USA in Arabia Saudita. Ma – se Moussaoui dice la verità – Al Qaeda avrebbe continuato a considerare Bandar come suo amico ancora alla fine degli anni 1990.

Bandar e Putin

I possibili rapporti di Bandar col terrorismo sunnita sono anche venuti alla ribalta nel 2013, durante uno scontro tra Bandar e Putin a proposito di quello che Putin aveva considerato come una vera e propria minaccia di scatenare i terroristi ceceni contro i Giochi Olimpici invernali di Sochi, se Putin non avesse attenuato il suo appoggio al governo siriano.

Il presidente russo Vladimir Putin

Secondo una fuga di notizie diplomatica sull’incontro del 31 luglio 2013 a Mosca, Bandar nell’occasione informò Mosca che l’Arabia Saudita aveva una grande influenza sugli estremisti ceceni, che avevano lanciato numerosi attacchi contro obiettivi russi e che si erano poi recati in Siria a combattere contro Assad.

Giacché Bandar chiedeva un allineamento della posizione russa sulla Siria a quella saudita, avrebbe offerto delle garanzie di protezione contro gli attacchi terroristi ceceni contro i Giochi Olimpici. “Posso fornirvi la garanzia di proteggere i Giochi Olimpici invernali nella città di Sochi, sul Mar Nero, dell’anno prossimo- avrebbe detto Bandar – Noi controlliamo i gruppi ceceni che potrebbero minacciare la sicurezza dei Giochi”.

Putin ha risposto: “Noi sappiamo che lei sostiene i gruppi terroristi ceceni da un decennio. E questo appoggio, di cui ha parlato con franchezza poco fa, è assolutamente incompatibile con gli obiettivi comuni di lotta al terrorismo mondiale”. La minaccia di stile mafioso di Bandar contro i Giochi Olimpici di Sochi – del genere: “Con quei bei Giochi che avete organizzato, sarebbe un peccato se succedesse qualcosa di brutto” – non è riuscita a intimidire Putin, che non ha smesso di sostenere Assad,

Meno di un mese dopo, un incidente in Siria ha quasi forzato la mano al presidente Barack Obama perché ordinasse degli attacchi aerei contro l’esercito di Assad, che avrebbero potuto aprire la strada al fronte al-Nusra o allo Stato Islamico per prendere Damasco e il controllo della Siria. Il 21 agosto 2013, un misterioso attacco con gas sarin, alla periferia di Damasco, ha ucciso migliaia di persone e, da parte dei media statunitensi, la responsabilità dell’incidente è stata subito attribuita al governo di Assad.

I neocon statunitensi, e i loro alleati liberal interventisti, hanno chiesto che Obama desse l’ordine di attacchi aerei di rappresaglia, anche se qualche analista dei servizi di intelligence USA dubitava della responsabilità di Assad, sospettando che l’attacco fosse partito dalle forze ribelli estremiste, proprio per costringere l’esercito statunitense a intervenire nella guerra civile al loro fianco.

Tuttavia, spinto dai falchi neocon e liberal, Obama era quasi sul punto di dare il via ad una campagna di bombardamenti destinata a distruggere l’esercito siriano, ritirandosi però all’ultimo momento e accettando l’aiuto di Putin nella ricerca di una soluzione diplomatica, in relazione alla quale Assad si è impegnato a distruggere tutto il suo arsenale di armi chimiche, pur continuando a negare qualsiasi responsabilità per l’attacco col gas sarin.

Poi il ritornello “è stato Assad” ha perso credito di fronte alla nuova evidenza che gli estremisti sunniti, sostenuti dall’Arabia Saudita e poi dalla Turchia, erano i più probabili autori dell’attacco. Uno scenario diventato sempre più credibile quando gli Statunitensi hanno imparato qualcosa di più sulla crudeltà e la brutalità di molti jihadisti combattenti in Siria.

Putin nel mirino

La collaborazione di Putin e Obama per evitare un attacco militare statunitense in Siria ha reso il presidente russo più che un bersaglio per i neocon USA, che già pensavano di avere infine raggiunto il loro obiettivo di lunga data di un cambiamento di governo in Siria, bloccato solo da Putin. Alla fine di settembre 2013, uno dei più importanti neocon, il presidente del National Endowment for Democracy (NED), Carl Gershman, ha annunciato l’obiettivo di sfidare Putin individuando il suo punto debole in Ucraina.

Nella pagina “libre opinion” del Washington Post del 26 settembre 2013, Gershman ha definito l’Ucraina come il più grande trofeo e come una tappa importante per ottenere la destituzione di Putin, Gershman ha scritto che “la scelta dell’Ucraina di entrare in Europa accelererà il crollo ideologico dell’imperialismo rappresentato da Putin (…) Anche i Russi sono posti davanti ad una scelta, e lo stesso Putin rischia di essere sconfitto, non solo nel paese vicino, ma anche in Russia”.

Però, agli inizi del 2014, Putin era ossessionato dalla minaccia velata di un attacco terrorista, fatta da Bandar contro i Giochi Olimpici di Sochi. E questo lo ha distratto dalla minaccia di mutamento di regime – patrocinato dalla NED e dalla segretaria aggiunta neocon al Dipartimento di Stato per gli affari europei, Victoria Nuland – nel paese vicino, l’Ucraina.

Il 22 febbraio 2014, putschisti guidati da una milizia neonazista ben organizzata hanno rovesciato il governo legittimo di Victor Yanucovich. Putin è stato colto di sorpresa e, nel caos politico che ne è seguito, ha accolto la richiesta dei rappresentanti della Crimea di riunirsi alla Russia, mettendo in crisi i suoi rapporti di collaborazione con Obama.

Con Putin diventato un nuovo paria per i responsabili di Washington, l’influenza neocon si è rafforzata anche in Medio oriente, dove era diventato possibile esercitare nuove pressioni sulla “crescita di autorità sciita” in Siria e in Iran. Nell’estate 2014, però, lo Stato Islamico, che aveva rotto con Al Qaeda e il Fronte al-Nusra, si è scatenato, invadendo l’Iraq e decapitando dei soldati prigionieri. Lo Stato islamico si è poi dato a spaventosi sgozzamenti di ostaggi occidentali in Siria, filmati in video.

La brutalità dello Stato islamico e la minaccia rivolta ai paesi sostenuti dagli Stati Uniti, il governo iracheno dominato dagli sciiti, ha cambiato le carte del gioco politico. Obama si è sentito in dovere di lanciare degli attacchi aerei contro lo Stato Islamico, sia in Iraq che in Siria. I neocon USA hanno cercato di convincere Obama a estendere gli attacchi in Siria anche contro le forze di Assad, ma Obama si è reso conto che un simile piano avrebbe arrecato beneficio solo allo Stato Islamico e al Fronte al-Nusra.

Una delle atrocità cui ci hanno abituato i “ribelli” siriani

In effetti, i neocon si agitavano, più di quanto non avesse già fatto l’ambasciatore Oren, a favore degli estremisti sunniti alleati con Al Qaeda contro il regime laico di Assad, perché quest’ultimo è alleato dell’Iran. Ora, con la deposizione di Moussaoui che indica i dirigenti sauditi come i patron di Al Qaeda, sembra che un altro velo sia caduto.

Per complicare ancora di più le cose, Moussauoi ha affermato di avere trasmesso alcune lettere di Osama Bin Laden al principe ereditario Salman, da poco diventato re dopo la morte di suo fratello, il re Abdallah. Ma la rivelazione di Moussauoi che forse crea più imbarazzo è quella su Bandar, confidente della famiglia Bush, e che – se Moussaoui ha ragione – è stato forse protagonista di un sinistro doppio gioco.

Anche il Primo Ministro israeliano Netanyahu dovrà affrontare questioni imbarazzanti, specialmente se terrà il discorso previsto dinanzi una sessione comune del Congresso, il mese prossimo, e attacca Obama per essere troppo fiacco con l’Iran.

E i neocon USA potranno dover spiegare perché hanno portato acqua al mulino, non solo per gli Israeliani, ma per una Israele alleata de facto con l’Arabia Saudita.

(*) Il giornalista investigativo Robert Parry ha pubblicato molti articoli per Associated Press e Newsweek negli anni 1980. Il suo ultimo lavoro: America’s Stolen Narrative

Fonte: Consortiumnews (trad. ossin)

Tratto da Sponda Sud

Note:

(1) Leggi: “La verità comincia a venire a galla”, in www.ossin.org – febbraio 2015:

(2) Leggi: “Raid israeliano contro Hezbollah in Siria”, in www.ossin.org – gennaio 2015:

Siria: miliardi di petrodollari sauditi per gli aiuti CIA ai miliziani anti-Assad







La traduzione completa dell’inchiesta del New York Times: gli USA dipendono enormemente dai soldi dei sauditi per finanziare i ribelli siriani. Operazione Timber Sycamore.

- di Mark Mazzetti e Matt Apuzzo -

WASHINGTON – Quando il Presidente Obama autorizzò segretamente la CIA ad iniziare ad armare i ribelli sotto attacco in Siria nel 2013, l’agenzia di spionaggio sapeva di avere un partner disponibile a finanziare volentieri l’operazione di copertura. Si trattava dello stesso partner a cui la CIA si era affidata per decenni per denaro e discrezione in conflitti lontani: il regno dell’Arabia Saudita.

Fin da allora, la CIA e la sua controparte saudita hanno mantenuto un insolito accordo riguardante la missione di addestramento dei ribelli, a cui gli americani hanno dato il nome in codice di missione Timber Sycamore. Con questo accordo, affermano funzionari di alto livello dell’amministrazione – sia attuali che precedenti – i sauditi forniscono armi ed ampie somme di denaro, mentre la CIA guida gli addestramenti dei ribelli nell’uso dei fucili d’assalto AK-47 e dei missili anticarro
Il sostegno dato ai ribelli siriani è solo l’ultimo capitolo di una relazione decennale fra i servizi segreti sauditi e quelli americani, un’alleanza che è durata attraverso lo scandalo Iran-contra, il sostegno dei mujahidin contro i sovietici in Afghanistan fino alle guerre per procura in Africa. Talvolta, com’è successo in Siria, i due paesi hanno lavorato insieme. In altri casi l’Arabia Saudita si limitava a firmare assegni che coprivano le operazioni segrete americane.

Il programma congiunto di armamento e addestramento , a cui altre nazioni del Medio Oriente hanno contribuito con denaro, continua anche mentre le relazioni fra America ed Arabia Saudita – ed il suo ruolo nella regione – sono in fase di mutamento. I vecchi legami saldati da geopolitica e petrolio a buon mercato, che per tanto tempo hanno tenuto uniti i due paesi, si sono indeboliti con il progressivo allentarsi della dipendenza americana dal petrolio estero e con il diplomatico riavvicinamento – in punta di piedi – dell’amministrazione Obama all’Iran. Pur tuttavia l’alleanza persiste, tenuta a galla nel mare di denaro saudita e dal riconoscimento di mutui interessi. In aggiunta alle immense riserve petrolifere dell’Arabia Saudita e al suo ruolo di ancora spirituale del mondo musulmano sunnita, la lunga relazione fra i due servizi segreti aiuta a capire perché gli Stati Uniti siano stati così riluttanti a criticare apertamente i sauditi per le violazioni dei diritti umani, per come vengono trattate le donne e per il suo sostegno alla frangia estremista dell’Islam, il Wahabismo, ispiratrice di molti gruppi terroristici che gli Stati uniti stanno combattendo.

L’amministrazione Obama non ha condannato pubblicamente l’Arabia Saudita per la decapitazione avvenuta questo mesedel religioso sciita dissidente Sheikh Nimr al-Nimr, il quale aveva sfidato la famiglia reale.

Nonostante i Sauditi abbiano dichiarato pubblicamente di aiutare i ribelli siriani con la fornitura di armi, l’entità della loro collaborazione con l’operazione di copertura della CIA e del loro sostegno finanziario diretto non è mai stata svelata. Sono stati messi insieme dei dettagli sparsi in interviste fatte a una mezza dozzina di funzionari americani – fra quelli in carica e i predecessori – e a fonti provenienti da diversi paesi del Golfo Persico. La maggior parte degli interlocutori parlava sotto anonimato, poiché non autorizzati a discutere il programma.

Fin dal momento in cui l’operazione della CIA è partita, si è retta sui soldi sauditi.

«Si rendono conto che hanno bisogno di averci con loro. E noi ci rendiamo conto che abbiamo bisogno di averli con noi» dice Mike Rogers, ex membro repubblicano del Congresso Americano per lo stato del Michigan, che ha presieduto la Commissione sull’Intelligence della Camera dei Rappresentanti quando l’operazione della CIA è iniziata. Rogers si è rifiutato di discutere i dettagli del programma riservato.

I funzionari americani non hanno svelato a quanto ammonti il contributo saudita, che è di gran lunga superiore a quello di qualsiasi altra nazione nel programma di armamento dei ribelli contro l’esercito del presidente Bashar al-Assad. Ma le stime parlano di miliardi di dollari versati per l’armamento e per l’addestramento.

La Casa Bianca ha accettato il finanziamento di copertura dall’Arabia Saudita – e da Qatar, Giordania e Turchia – in un momento in cui Obama ha attibuito alle nazioni del Golfo un ruolo più rilevante per la sicurezza nella regione.

Sia i portavoce della CIA che quelli dell’Ambasciata saudita in Washington si sono rifiutati di rilasciare dichiarazioni.

Quando Obama ha autorizzato l’armamento dei ribelli nella primavera del 2013, lo fece parzialmente per riprendere il controllo dell’apparente parapiglia che impazzava nell’area. Il Qatar e l’Arabia Saudita stavano facendo transitare armi in Siria da oltre un anno. Il Qatar aveva persino contrabbandato carichi di missili cinesi FN-6 a spalla sul confine con la Turchia.

Le operazioni saudite erano capitanate dall’appariscente Principe Bandar bin Sultan, all’epoca capo dei servizi segreti, che ordinò alle spie saudite di comprare migliaia di fucili AK-47 e milioni di munizioni nell’Europa dell’Est da destinare ai ribelli siriani. La CIA ha aiutato ad organizzare alcuni degli acquisti di armi per i sauditi, tra i quali un consistente affare in Croazia nel 2012

Nell’estate del 2012, lungo il confine turco con la Siria, le cose andavano a ruota libera, con le nazioni del Golfo che facevano transitare armi e denaro verso i gruppi ribelli: persino verso alcuni che i funzionari americani temevano avessero legami con gruppi radicali come Al Qa’ida.

La CIA se ne stava per lo più in disparte in questo periodo, autorizzata dalla Casa Bianca – sotto il programma di addestramento Timber Sycamore – a provvedere aiuti non letali ai ribelli, ma non armi. A fine 2012, secondo due ex alti funzionari americani, David H. Petraeus, allora direttore della CIA, avrebbe dato una strigliata ai funzionari d’intelligence di molti paesi del Golfo, in una riunione vicino al Mar Morto in Giordania. Li rimproverò per aver mandato armi in Siria senza coordinarsi fra di loro o con i funzionari della CIA presenti in Giordania e in Turchia.

Mesi dopo Obama dette la sua approvazione affinché la CIA iniziasse direttamente ad armare e addestrare i ribelli in una base in Giordania, modificando il programma Timber Sycamore in modo da concedere aiuti letali. Sotto il nuovo accordo, la CIA prese la guida delle operazioni di addestramento, mentre l’agenzia di intelligence saudita – il Direttorato Generale d’Intelligence – forniva soldi ed armi, inclusi i missili anticarro TOW.

Anche il Qatar ha aiutato a finanziare il programma di addestramento e concesso una base nel suo suolo da usare come sede addizionale allo scopo. Ma i funzionari americani sostengono che quello dell’Arabia Saudita fosse di gran lunga il contributo più sostanzioso all’operazione.

Mentre l’amministrazione Obama vedeva questa coalizione come un punto a suo favore nel Congresso, alcuni, fra i quali il senatore Ron Wyden, un democratico dell’Oregon, sollevava la questione sul perché la CIA avesse bisogno dei soldi sauditi, secondo quanto riportato da un ex funzionario americano. Wyden ha rifiutato di farsi intervistare ma il suo ufficio ha rilasciato una dichiarazione in cui si chiedeva maggiore trasparenza. «Alti ufficiali hanno dichiarato pubblicamente che gli Stati Uniti stanno provando a costruire il potenziale d’armi sul campo per le forze di opposizione anti-Assad, ma non hanno fornito alcuna spiegazione al pubblico su come lo stiano facendo, quali agenzie americane siano coinvolte o con quali partner esteri quelle agenzie stiano collaborando» afferma il comunicato.

Quando i rapporti fra i paesi coinvolti nel programma di addestramento si fanno tesi, spesso tocca agli Stati Uniti negoziare delle soluzioni. Da padrone di casa, la Giordania si aspetta pagamenti regolari dai sauditi e dagli americani. Quando i sauditi pagano in ritardo – secondo un ex alto funzionario dell’intelligence, i giordani si lamentano presso la CIA.

Mentre i sauditi hanno finanziato altre missioni CIA in precedenza senza apporre lacci e laccioli, i soldi per la Siria arrivano con certe aspettative, dicono sia gli ex funzionari che quelli in carica. «Vogliono sedersi al tavolo e dire la loro sull’agenda sul tavolo» ha dichiarato Bruce Riedel, ex analista della CIA ed ora membro della Brookings Institution.

Il programma di addestramento della CIA è distinto da un altro programma per armare i ribelli siriani che il Pentagono già conduceva e che sin da allora era stato chiuso. Tale programma era stato studiato per addestrare i ribelli a combattere i guerriglieri dello Stato Islamico in Siria, diversamente dal programma della CIA, che si concentra sui gruppi ribelli che combattono l’esercito siriano.

Mentre l’alleanza fra servizi segreti è centrale per la battaglia in Siria ed è stata importante nella Guerra contro Al-Qa’ida, un elemento costante d’irritazione nei rapporti americano-sauditi risiede nel fatto che i cittadini sauditi continuino a sostenere i gruppi terroristici, così dicono gli analisti.

«Più l’argomento è ‘Abbiamo bisogno di loro come partner contro il terrorismo’ meno convincente diventa» ha detto William McCants, ex consigliere anti-terrorismo del Dipartimento di Stato ed autore di un libro sullo Stato Islamico. «Se si tratta meramente di un dibattito sulla cooperazione anti-terrorismo, ed i sauditi costituiscono una grossa fetta del problema creando terrorismo in prima battuta, allora quanto persuasivo risulta questo argomento?»

A breve termine, l’alleanza rimane in piedi, rafforzata da un legame solido fra maestri in spionaggio. Il Principe Mohammed bin Nayef, il ministro degli Interni saudita che ha ricevuto l’incarico di armare i ribelli siriani dal Principe Bandar, conosce il direttore della CIA, John O. Brennan, dai tempi in cui Brennan era a capo della sede di Riad negli anni ’90. Alcuni ex colleghi affermano che i due sono molto vicini e che il principe Mohammed si è conquistato degli amici a Washington con le sue mosse aggressive volte a smantellare gruppi terroristici come Al Qa’ida nella Penisola Araba.

Il lavoro che svolgeva Brennan a Riad, più che il ruolo di ambasciatore, era quello di epicentro del potere americano all’interno del regno. Ex diplomatici ricordano come le discussioni più importanti circolassero sempre attraverso il capo della stazione locale della CIA.

Sia gli ex funzionari che quelli in carica sostengono che si tragga un beneficio da questo canale di comunicazione: i sauditi sono più reattivi alle critiche americane quando fatte in privato e questo canale segreto è stato molto più efficace di qualsiasi rimprovero pubblico nel mettere in riga i sauditi in nome dell’interesse americano.

Le radici di questa relazione vanno in profondità. Nei tardi anni ’70, i sauditi organizzarono quel che è conosciuto come il “Safari Club” – una coalizione di nazioni comprendente il Marocco, l’Egitto e la Francia e che conduceva operazioni sotto copertura in tutta l’Africa in un periodo in cui il Congresso aveva tarpato le ali alla CIA dopo anni di abusi.

«E cosi’ il regno, assieme a questi paesi, ha aiutato in qualche modo, credo, a tenere il mondo al sicuro in un momento in cui gli Stati Uniti non erano in grado di farlo» ha ricordato il Principe Turki al-Faisal, ex capo dell’intelligence saudita, in un discorso tenuto alla Georgetown University nel 2002.

Negli anni ’80, i sauditi aiutarono a finanziare le operazioni della CIA in Angola, dove gli Stati Uniti appoggiavano i ribelli contro il governo filo-sovietico. Mentre i sauditi erano fedelmente anticomunisti, l’incentivo primario di Riad sembrava essere quello di fortificare i propri legami con la CIA. «Stavano comprando buona volontà», ricorda un ex alto ufficiale dell’intelligence che era coinvolto nelle operazioni.

In quello che risulta essere forse l’episodio più significativo, i sauditi aiutarono ad armare i ribelli mujahidin per sgominare i sovietici dall’Afghanistan. Gli Stati Uniti impegnavano ogni anno centinaia di milioni di dollari in questa missione e i sauditi la armonizzavano, dollaro su dollaro.

Il denaro scorreva attraverso un conto bancario in Svizzera gestito dalla CIA. Nel libro “Charlie Wilson’s War“, il giornalista George Crile III descrive come la CIA fece in modo che il conto non guadagnasse interessi, in linea con il bando islamico sull’usura.

Nel 1984, quando l’amministrazione Reagan cercò aiuto col suo piano segreto, volto a vendere armi all’Iran per finanziare i ribelli in Nicaragua, Robert C. McFarlane, il consulente nazionale sulla sicurezza, incontrò il Principe Bandar, allora ambasciatore saudita a Washington. La Casa Bianca fu esplicita nel dire che i sauditi «avrebbero goduto di grande favore» se avessero cooperato, McFarlane ricordò in seguito.

Il Principe Bandar promise un milione di dollari al mese per finanziare i contras, riconoscendo in questo modo il sostegno dato in passato ai sauditi. I contributi continuarono dopo che il Congresso tagliò i fondi ai contras. Alla fine, i sauditi avevano versato 32 milioni di dollari, pagati attraverso un conto bancario nelle Isole Cayman.

Quando lo scandalo Iran-contra esplose ed emersero domande circa il ruolo dell’Arabia Saudita, il regno tenne i suoi segreti. Il Principe Bandar si rifiutò di collaborare con l’inchiesta guidata da Lawrence E. Walsh, un legale indipendente.

In una lettera, il principe si rifiutava di testimoniare, spiegando che «i segreti e gl’impegni del mio paese, così come la nostra amicizia, vengono mantenuti non solo per il momento che serve, ma a lungo termine».



Traduzione per Megachip a cura di Leni Remedios.

Stati Uniti e Israele stanno pianificando l’occupazione del sud della Siria


La comunità internazionale ha ricevuto ancora una volta un perfetto esempio delle pratiche ipocrite utilizzate dalla Casa Bianca nelle sue politiche, oggi vi diranno che sono alla disperata ricerca di una soluzione al conflitto armato siriano e domani – elaboreranno un nuovo piano militare contro Siria.

Come è stato riportato dall’agenzia di stampa giordana JBC , gli Stati Uniti e Israele hanno redatto un piano congiunto di occupazione del sud della Siria per istituire una “cintura di sicurezza” per Israele.

L’attuazione di questo piano non sarà possibile senza l’impegno della cosiddetta “opposizione moderata”, che è stata alimentata da apporti finanziari da parte di Washington da un po’. Secondo il piano madre della Casa Bianca e delle «menti» di Tel Aviv, le forze armate di questa “opposizione moderata” dovono occupare le due province meridionali della Siria. Per assicurare la prontezza al combattimento dei militanti in questione, gli Stati Uniti forniscono loro equipaggiamento militare supplementare, missili anticarro inclusi.

I militanti saranno fornite anche con tutte le ultime novità di Intelligence ottenute dagli Stati Uniti e dei servizi segreti israeliani.

Martedì scorso, un aereo statunitense, ha portato tonnellate di munizioni militari destinate all’opposizione siriana armata ed è atterrato con successo nel all’aeroporto giordano di Mafraq, a 80 chilometri da Amman.

È interessante notare che Washington sta attivamente applicando nella sua retorica politica questo termine appena reinventato – “opposizione moderata” per indicare i membri dell’opposizione armata siriana. Questo termine è stato già usato in alte occasioni, l’ultima volta che i funzionari americani ricorso ad esso, venne applicato ai combattenti talebani per garantirgli un investimento di “legittimità” agli occhi della comunità internazionale. Avevano bisogno di una scusa per la partecipazione dei talebani alle azioni ostili contro le truppe sovietiche in Afghanistan. Le conseguenze di questa “ridefinizione” sono ben note e difficilmente possono essere giustificate, soprattutto oggi che la Casa Bianca sta tentando invano di risolvere il problema del futuro dell’Afghanistan.

I tassi di disapprovazione verso tutti i tipi di supporto fornito dal governo degli Stati Uniti per l’opposizione armata siriana sono in crescita in tutto il mondo, e gli Stati Uniti non sono un’eccezione. Quando tutti cercano di trovare una soluzione ragionevole al conflitto armato sanguinoso che è in atto da 3 anni e che affligge la Siria dal 2011, tali azioni difficilmente possono essere tollerate. La critica verso il Qatar, Arabia Saudita, Turchia, Francia e Stati Uniti è cresciuta in modo esponenziale negli ultimi mesi, dal momento che questi paesi stanno letteralmente alimentando un conflitto armato che ha già avuto più di 130.000 vite e milioni di siriani costretti a chiedere asilo in paesi vicini, in particolare in Giordania, Iraq, Libano e Turchia. E in queste circostanze, il Congresso degli Stati Uniti, si è saputo da fonti confidenziali, ha segretamente autorizzato nuove spedizioni di armi verso i siriana che devono essere effettuate fine alle fine di questo anno fiscale.

Le pile di casse di munizioni che vengono spediti dagli “sponsor” dei ribelli siriani sono state chiacchierate da diverse agenzie di stampa per mesi. Alcuni possono essere interessati da un’intervista rilasciata da Georges Malbrunot ad un reporter per il quotidiano francese Le Figaro, dove ha detto che gli agenti della CIA stanno dirigendo i convogli di armi ai ribelli siriani insieme con i servizi segreti giordani. Inoltre, haesplicitamente affermato che: “Gli americani sono la chiave di volta per la fornitura di queste armi. Senza gli Americani, tutto ciò non sarebbe potuto accadere. Gli agenti della CIA conducono convogli di armi alla Free Syrian Army grazie alla collaborazione dei servizi segreti giordani. I sauditi lavorano dietro le quinte e sono i responsabili del finanziamento e dell’organizzazione delle consegne di armi dall’Europa orientale alla Giordania ” 

Solo nel 2013 solo grazie al duro lavoro della CIA, con una “mano amica” offerto da Arabia Saudita e Giordania, i ribelli siriani hanno acquisito 600 tonnellate di armi, che è una quantità più che sufficiente per una guerra regionale, per non parlare di un conflitto locale. Come si è saputo dai rapporti di Georges Malbrunot, le spedizioni di armi verso i siriano sono svolte con il costante supporto di droni statunitensi controllati dal comando della CIA in Giordania.

Vladimir Odintsov è un commentatore politico , in esclusiva per la rivista online “New Outlook orientale”.


Tradotto e Riadattato da Fractions of Reality

Le armi della Cia destinate ai “ribelli” siriani, vendute al mercato nero in Giordania



Un nuovo rapporto rivela che le armi fornite dall’agenzia statunitense di spionaggio Cia e dal regime saudita per i “ribelli” che combattono il governo siriano, sono state vendute al mercato nero in Giordania.
Secondo il rapporto del New York Times, le armi sono state rubate da agenti dei servizi segreti giordani e venduti ai commercianti di armi al mercato nero. Alcune delle armi rubate sono state utilizzate in una sparatoria nel mese di novembre quando sono stati uccisi degli americani in una struttura di formazione della polizia ad Amman, aggiunge il rapporto. Le armi usate nella sparatoria erano originariamente arrivate in Giordania nell’ambito del programma di formazione dei “ribelli” siriani, ha rivelato il giornale. Il furto delle armi, che si è concluso mesi fa dopo lamentele da parte dei governi americano e saudita, ha portato ad una marea di nuove armi disponibili sul mercato nero, ha aggiunto il New York Times.

Nel mese di ottobre 2014, Daesh ha rilasciato un video in cui si vantava di recuperare armi e rifornimenti che l’esercito americano aveva destinato per rifornire i combattenti curdi nella città siriana di Kobanê. L’analisi condotta dal “New York Times” è stata criticata dalle autorità di Amman. Oggi il ministro di stato per i Media, Mohammad Al-Momani, ha sottolineato che “le accuse rivolte contro gli ufficiali dei servizi segreti giordani sono assolutamente non corrette”. “Le armi delle nostre istituzioni di sicurezza, ha sottolineato, sono tracciate e seguono i migliori standard”. Il ministro ha definito il servizio di intelligence giordano “istituto responsabile noto per la sua condotta professionale e l’alto grado di cooperazione con le altre agenzie di sicurezza”.

Il programma di formazione per armare i cosiddetti “ribelli moderati” siriani, noto con il nome in codice di “Sycamore”, ha avuto inizio a partire dal 2013 ed è stato gestito dalla Cia insieme ad altri servizi di intelligence dei Paesi arabi. Gli Stati Uniti e l’Arabia Saudita sono i maggiori contributori. In particolare Riad contribuisce all’acquisto di armi, mentre l’intelligence Usa gestisce la formazione dei miliziani. Ad oggi l’esistenza del programma è classificata, come lo sono tutti i dettagli circa i costi. Secondo il “New York Times”, in tre anni la Cia ha formato migliaia di mercenari. Il programma di formazione è basato in Giordania in campi situati vicino al confine con la Siria.

Le voci di un intenso traffico di armi sono iniziate a circolare negli ambienti governativi giordani già a partire dallo scorso anno, quando in alcuni punti vendita di armi sono stati trovati ingenti quantità di armamenti di provenienza statunitense e saudita. Per il momento Cia e Pentagono hanno rifiutato di commentare le rivelazioni, mentre il Dipartimento di Stato Usa ha sottolineato attraverso il portavoce John Kirby che le relazioni tra Washington e Amman restano solide. “Gli Stati Uniti apprezzano profondamente la lunga storia di collaborazione e amicizia con la Giordania. Siamo impegnati a garantire la sicurezza del Paese e collaboriamo a stretto contatto con le autorità per affrontare le sfide della sicurezza comune”, ha dichiarato il funzionario Usa.



E’ Giuseppe Guzzetti, presidente della Fondazione Cariplo, azionista di Intesa Sanpaolo che nella seduta odierna èsospesa per eccesso di ribasso con un calo teorico del -12% come tutti gli altri bancari italiani (Unicredit -8,33%, Mps -12,51%, Ubi -7,43%, il Banco Popolare -8,35% e Bpm -7,76%) a esortare un intervento della Consob. “Le autorità, invece, di dichiarare dovrebbero fare. Potrebbero prendere provvedimenti, ad esempio, vietando le operazioni allo scoperto“, ha detto Guzzetti a margine di un evento a Milano. “Non ci sono ancora provvedimenti, ma gli speculatori ci sono e le borse guardano al concreto”, ha aggiunto. Il governo italiano sta valutando possibili opzioni per proteggere le sue banche dopo che il voto britannico del 23 giugno sull’uscita dall’Unione Europea. Dopo i tonfi di venerdì, domenica si erano diffuse indiscrezioni su un presunto piano per intervenire a gamba tesa entrando addirittura nel capitale degli istituti più deboli con 40 miliardi di soldi pubblici. Operazione delineata in un editoriale domenicale di Francesco Giavazzi sul Corriere della Sera, in cui l’economista ipotizzava l’acquisto di azioni da parte dello Stato a dispetto della nuova normativa europea sul bail in. Questo invocando il ricorso a “strumenti alternativi” al salvataggio a carico di azionisti e obbligazionisti, consentito dai trattati europei in caso di “stress sistemici straordinari“.
Vediamo di capirci: cosa è in Borsa una “operazione allo scoperto”? Significa vendere a termine un titolo che non si possiede e/o del quale non si ha la disponibilità. Facciamo un esempio concettuale: C’è una automobile che a listino sta a 10 mila euro. Io mi impegno a vendertela e consegnarla fra due mesi a 8 mila euro. Tu ti impegni a comprartela e pagarla fra due mesi a 8 mila euro. E’ una scommessa speculativa pura: il venditore spera che fra due mesi quella macchina sarà a listino a 6 mila euro e quindi la comprerà a 6 mila e la venderà a te a 8 mila. Il compratore spera che fra due mesi la macchina starà ancora a 10 mila, lui la comprerà a 8 mila per rivenderla subito dopo a 10 mila. E’ in corso un “attacco speculativo” contro i titoli (le azioni) della banche italiane, qualcuno sta vendendo allo scoperto, e così facendo, offrendo sul mercato azioni a un prezzo più basso di quello di listino causa esso stesso il calo del listino (diciamo – 10% venerdì scorso, – 10% oggi, …). Una azione che giovedì scorso era a 10 euro oggi vale già 8, domani 6 e così via “soltanto perché lo speculatore vende allo scoperto”, cioè “promette di venderle fra X giorni a 6 euro”. Lo speculatore ci guadagna in due modi. In primis, come per l’automobile, comprerà a 4 incassando 8. Poi, quando avrà compiuto la prima fase coi soldi guadagnati vendendo allo scoperto ricomprerà le azioni della stessa banca a 6, e poiché il calo di valore era fittizio, dovuto solo a una manipolazione del mercato finanziario, le azioni risaliranno a 10 euro. Poi c’è da accennare all’effetto del cosiddetto “parco buoi”. Sono tutti quei soggetti che fiutato il movimento (banche, finanziarie, fondi d’investimento) vi si accodano con un effetto moltiplicatore mettendo la “vittima” nell’impotenza a reagire (ad esempio ricomprando essa stessa le proprie azioni a 10 euro per evitarne il crollo nelle quotazioni).Questa è la “Finanza”. Con questo sistema, vendendo lire allo scoperto, nel 1992 George Soros riuscì a far uscire la lira dallo SME, a farla svalutare del 30% e guadagnare in una notte 1 miiardo di dollari. Ci riuscì facilmente perché fiutato il businnes si accodò a Soros un enorme “parco buoi” italiano, che qualche anno dopo per ringraziarlo gli conferì la lurea Honoris Causa in Economia all’Università di Bologna, motivando “all’uomo che ha portato la fantasia nella finanza”. E indovinate chi? La sinistra. L’Ulivo. Prodi. Per i cittadini italiani la prodezza di Soros significò una “manovra monstre” di centomila miliardi e il prelievo forzoso del 6×1.000 sui conti correnti. Quindi non stupisce che il Presidente della Fondazione Cariplo invochi il “divieto di fare operazioni allo scoperto”. Ma legalmente, è possibile? Certamente, basta un provvedimento della Consob, divieto già decretato dal 11/1/2011 al 30/10/2012, è fattibilissimo e gli “speculatori” ne uscirebbero subito con le ossa rotte, a pagare decine o centinaia di milioni di penali.

Ma per capire perché la richiesta del Presidente della Fondazione Cariplo resterà inascoltata occorre aggiungere un altro capitoletto alle gesta di Soros del settembre 1992: Bankitalia. Nel nobile quanto impossibile tentativo di “difendere la lira” dall’attacco concentrico della speculazione internazionale e del parco buoi italiano, il governatore di Bankitalia dell’epoca, Presidente emerito Carlo Azeglio Ciampi, bruciò in una notte 48 miliardi di dollari in valuta estera, tutte le riserve di Bankitalia. E poi a casse vuote “si arrese”. Fra questi 48 miliardi di dollari c’è il miliardo di dollari effettivamente guadagnato da Soros. Perchè altrimenti, senza questi 48 miliardi di dollari, Soros e parco buoi ne sarebbero usciti con le ossa rotte, con decine di migliaia di contratti di vendita di lire allo scoperto. Magari la lira avrebbe svalutato lo stesso ma con le casse piene, per loro “profitto zero”. L’impressione è che si stia ripetendo il copione (tanto, chi se lo ricorda). Invece di ordinare alla Consob di vietare le vendite allo scoperto (che non costa nulla) si mettono 40 miliardi di euro di soldi nostri nelle banche, affinché “si difendano” dall’attacco speculativo. E quindi garantendo almeno 40 miliardi di euro agli speculatori prima della “resa” (più o meno la stessa cifra messa a disposizione da Ciampi). Poi la colpa sarà data alla “Brexit”. Ma fosse che per caso Geoge Soros sta per ricevere la seconda laurea Honoris Causa nella antifascista Bologna?

Luigi Di Stefano

Emmanuel, Alfano: «Aggravante razzismo»



È stato fermato per omicidio Amedeo Mancini, l’aggressore di Emmanuel Chidi Namdi, il nigeriano pestato a morte il 5 luglio a Fermo. L’uomo fino ad oggi era indagato a piede libero. Per lui l’accusa è di “omicidio preterintenzionale con l’aggravante della finalità razziale“. Lo ha detto il ministro dell’Interno Angelino Alfanooggi a Fermo.

Emmanuel, 36 anni, aveva reagito a epiteti razzisti rivolti alla sua compagna. L’uomo, un richiedente asilo fuggito con la fidanzata 24enne dall’orrore di Boko Haram (in una drammatica traversata in cui la donna ha anche perso un bimbo) e ospitato da settembre scorso dal seminario vescovile della cittadina marchigiana, martedì sera stava passeggiando con la fidanzata in via XX settembre quando un fermano ha iniziato a provocare la coppia, chiamando “scimmia” lei e insultando pesantemente anche lui.

Emmanuel ha reagito alle provocazioni, e l’italiano, 40enne noto ultrà della squadra locale, ha sradicato un palo segnaletico per usarlo a mo’ di spranga, e ha colpito il nigeriano riducendolo in fin di vita. Dopo un giorno di agonia, attaccato al respiratore, ieri sera Emmanuel è morto.

IL SINDACO: NON C’È SPAZIO PER RAZZISMO. “Da sindaco di una città accogliente e aperta da sempre all’integrazione, mi sembra di precipitare in un incubo con quanto accaduto”, ha commentato il sindaco di Fermo Paolo Calcinaro. “È d’obbligo, ma non per questo taciuta, la ferma condanna non solo per quanto accaduto ma per quanto emerge dall’episodio, ovvero lo strisciante razzismo che non può e non deve trovare spazio nel modo più assoluto nella nostra città. La mia vicinanza va anche a don Vinicio Albanesi e a chi opera nelle strutture di accoglienza, per il loro lavoro quotidiano, perchè il germe del razzismo non può in alcun modo proliferare in questa comunità”.


IL VIAGGIO DELLA COPPIA VERSO L’ITALIA. Emmanuel e la sua compagna Chinyery, di 24 anni, erano arrivato al seminario vescovile di Fermo, che accoglie profughi e migranti, lo scorso settembre. I due se ne erano andati dalla Nigeria dopo l’assalto di Boko Haram ad una delle chiese cristiane del posto: nell’esplosione erano morti i genitori dell’uomo e una figlioletta. Passando dalla Libia, erano sbarcati a Palermo. Un viaggio difficile ancora una volta costellato di lutti: in Libia erano stati aggrediti e picchiati da malviventi del posto e lei aveva subito un aborto durante la traversata. All’episodio di martedì hanno assistito la 24enne, che è stata anche malmenata e ha riportato escoriazioni alle braccia e a una gamba guaribile in sette giorni, e un altro uomo che era con l’ultrà fermano ed è entrato nella vicenda finora come testimone. La giovane studia medicina e chi la segue in Italia ha promesso che farà di tutto per farla diventare medico. Lei ed Emmanuel, in attesa di documenti, avevano di recente celebrato il rito della benedizione degli anelli.

DON ALBANESI: LEGAME CON ATTACCHI A CHIESE. Tra l’aggressione al nigeriano di 36 anni e gli ordigni trovati nei mesi scorsi davanti a parrocchie attive al fianco di immigrati “credo che qualche collegamento diretto o indiretto ci sia”. È quanto afferma don Vinicio Albanesi, presidente della Comunità di Capodarco. “È un’aggressione razzista e sta crescendo un clima di aggressività e di razzismo”, sottolinea. “Una provocazione gratuita, a freddo” ha ricostruito ieri in conferenza stampa don Albanesi. “Ci costituiremo parte civile, nella veste di realtà a cui i due ragazzi sono stati affidati”. Ieri sera si è tenuta una veglia di preghiera. Don Albanesi avverte: “Non accettiamo vendette”.

NAMBLA (ass. pedofili americani) alleati con ILGA (ass. gay e lesbiche internazionale) per 10 anni! Altro che collegamento omosessualità-pedofilia! Talvolta è una evidente connivenza! Che squallore!



Molte associazioni omosessuali perchè si sono alleate con i pedofili? Pensiamo al COC (omosessuali olandesi) che hanno chiesto ed ottenuto la legalizzazione del rapporto adulti-minorenni (PEDOFILIA DI STATO). Senza parlare di Mario Mieli fondatore di FUORI (omosessuali italiani) che ha proposto la pedofilia come mezzo di redenzione per l’omosessuale. La potentissima lobby omosessuale ILGA (Internatinal lesbian and gay association) la più importante lobby-gay mondiale che unisce più di 400 organizzazioni di 90 paesi in tutto il mondo fra le quali l’Arcigay – la principale organizzazione gay italiana, fondata a Bologna nel 1985 – ha collaborato per 10 anni con i pedofili americani NAMBLA (North American man – Boy Love Association) che hanno come SCOPO la diffusione della PEDOFILIA.Addirittura i rappresentanti del NAMBLA hanno collaborato alla costituzione dell’ILGA.






Infine l’anziano Harry Hay che sponsorizza apertamente il NAMBLA in una manifestazione nel 1986 a Los Angeles “NAMBLA walks with me” (NAMBLA cammina con me):



Nel 1993 la separazione. La NAMBLA scrive in una dichiarazione del 15 novembre 1993: “NAMBLA ( associazione legale pederasto-pedofila) è stata membro dell’International Lesbian and Gay Association per 10 anni, contribuendo alla stesura dello statuto dell’ILGA e alle sue posizioni ufficiali sui diritti sessuali della gioventù”. ILGA HA FATTO DIECI ANNI DI POLITICA SESSUALE INSIEME CON IL NAMBLA.Mentre la Chiesa combatte la pedofilia questa potentissima lobby omosessuale ha sostenuto i pedofili. Poi, quando sono arrivati i primi matrimoni Gay, ILGA si è separata dal NAMBLA. LE BATTAGLIE COMUNI DI ILGA E NAMBLA PRIMA DELLA SEPARAZIONE: 1) Nel 1985, ILGA adottò una posizione sull’«età del consenso/Pedofilia/ Diritti dei bambini» che sollecitava le organizzazioni aderenti a “far pressione sui propri governi perché abolissero la legge sull’età del consenso” 2)Nel 1986, ILGA adottò una posizione con cui affermava di “appoggiare il diritto dei giovani all’autodeterminazione sessuale e sociale” 3) Nel 1988, ILGA dichiarò che “le attuali leggi sull’età del consenso tra persone dello stesso sesso spesso agiscono per opprimere e non per proteggere (…) e che perciò le organizzazioni aderenti sono sollecitate a considerare come meglio consentire a bambini, adolescenti e persone di ogni età di ottenere maggior potere, dando loro sostegno contro la coercizione e l’oppressione sessuale”. ILGA si è distaccata dal NAMBLA e da altre associazioni pedofile sottopressione degli Stati Uniti che hanno minacciato l’ONU di toglierle i finanziamenti alla sua ECOSOC, l’Economic and Social Council, di cui l’ILGA è associata se avesse mantenuto i rapporti con la NAMBLA. Per alcuni l’ILGA, in qualche modo, sembra che mantenga collegamenti con altre associazioni dichiaratamente pedofile da cui si sarebbe ufficialmente distaccata come Vereniging Martijn (olandese) e Project Truth (americana). D’altra parte quando si è costretti dall’esterno, il presidente Bill Clinton, ad agire separandosi dai pedofili senza una decisione maturata all’unanimità all’interno questo non ci sorprende! Inoltre la filosofia del VIETATO VIETARE è l’anima profonda 68ottina di queste associazioni. I promotori “legali” della pedofilia ( con il permesso della legge, il nulla osta del bambino e il consenso dei genitori ) sono strettamente collegati con il movimento internazionale di riforma sessuale. Sono state le organizzazioni omosessuali ( come quelle olandesi) a promuovere, in Europa, campagne di legalizzazione della pedofilo-pederastia. (Link esterno). Ci fate VOMITARE!

Leggiamo alcune presunte prodezze del NAMBLA: “Paul Bonacci racconta: <<Ero nelle mani di un gruppo denominato Nambla (North American man – Boy Love Association) che mi portava in riunioni a New York o a Boston. All’età di 9 anni, fui portato in un hotel con altri 5 ragazzi e ci hanno costretti ad avere rapporti sessuali mentre ci filmavano. In seguito mi obbligarono ad avere rapporti con bambini. Solo nel 1986 sono riuscito a slegarmi dal gruppo. (…). Nell’estate del 1985, Larry King (leader del progetto repubblicano di aiuti alla comunità di colore americana, ndr) mi portò, insieme ad un altro ragazzo, Nicholas, di Aurora, nel Colorado, in California per girare un film. …c’era un ragazzo in gabbia. (…). Ci fecero spogliare e indossare dei vestiti tipo Tarzan e ci obbligarono ad avere rapporti con il ragazzo nella gabbia. Ci dissero di picchiarlo. (…). Arrivò un uomo e iniziò a sbattere il ragazzo come se fosse una bambola. Prese una pistola, gliela puntò in testa e sparò… (Bonacci poi fa i nomi di alcune delle persone che hanno abusato sessualmente di lui, ndr) Alan Bair, Peter Citron, Larry King, Harry Anderson, il deputato Barney Franks, a Washington. (…). …nel 1984 mi portarono al ranch South Fork, a Dallas, nel Texas, in corso la Convention Repubblicana e Larry King organizzava dei party-pedofili>> (“Avvenimenti”, settimanale, 17 luglio 1991)”.

Fonte: Gris Imola

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