17 settembre 2016

Colorado, i danni della marijuana legale: più giovani fumatori, più ricoveri in ospedale e più morti


Solo nel 2013, anno successivo alla legalizzazione in Colorado, le vittime di incidenti dovuti alla marijuana sono cresciute del 62 per cento.

Sono passati quattro anni dalla legalizzazione della marijuana nello stato americano del Colorado, che nel 2012 ha autorizzato ufficialmente la vendita in negozio a partire dal 2014. Il programma governativo “Rocky Mountain High Intensity Drug Trafficking Area” ha tracciato un rapporto sugli effetti che la decisione ha avuto nella società nel periodo 2013-15. A saltare agli occhi è il numero delle vittime causato da incidenti dovuti alla marijuana, cresciute del 62 per cento nel 2013 (quando era già legale l’uso della marijuana per scopi ricreativi). Allo stesso modo è aumentato e quasi raddoppiato il dato dei ricoveri in ospedale: se nel 2011 sono stati 6.305, nel 2014 sono stati 11.439.

AUMENTANO LE VITTIME. Nel report americano si parla anche di un aumento di incidenti stradali, definiti addirittura la prima causa di morte tra i ragazzi di 15-20 anni. Se nel 2009, ben prima della legalizzazione, i morti risultati positivi alla marijuana rappresentavano solo il 10 per cento di tutte le morti per incidenti stradali, nel 2015 il dato è raddoppiato, fino ad arrivare al 21 per cento. Del resto, nel 2013/2014 il numero di giovani che nell’ultimo mese ha fatto uso di marijuana è cresciuto del 20 per cento rispetto al 2011/2012. In tutti gli Stati Uniti, invece, in media il numero è sceso del 4 per cento nello stesso periodo.

«IMPATTI NEGATIVI». L’autore del report e direttore della Rocky Mountain Hidta, Tom Gorman, intervistato dallaCatholic News Agency, ha commentato così i dati: «Credo che gli impatti negativi sulla società aumenteranno ancora. Ogni volta che viene legalizzata una sostanza, l’effetto immediato è che un numero sempre maggiore di persone ne fa uso. Più persone consumano una droga, più effetti negativi sulla propria vita personale e sulla società ci saranno». Secondo Gorman, la stessa cosa si può dire per l’alcol con la differenza che «chi beve alcol non per forza si ubriaca, mentre chi fuma marijuana lo fa proprio per sballarsi».

«TREND COMPLETAMENTE NEGATIVO». Le conclusioni che Gorman trae sono drammatiche: «Se si guarda al trend generale, senza retorica, si vede che è completamente negativa. Sia per quanto riguarda gli accessi in pronto soccorso, i ricoveri a lungo termine, gli incidenti o l’uso di droga tra i nostri figli. Gli altri Stati che vorranno riflettere su una eventuale e futura liberalizzazione dovrebbero consultare questo report».

Foto Ansa

Fonte: Tempi

ABOLIRE LE BANCONOTE PER FAR FELICI LE BANCHE!


Gabanelli intende procedere imperterrita nella sua crociata contro il contante. Ed è in buona compagnia. In Svezia stanno studiando come eliminarlo del tutto. Ho detto e ripeto che il progresso non si ferma. Se in passato le banconote hanno sostituito le monete metalliche e queste hanno sostituito le pecore, non c’è ragione per frenare questa evoluzione. Ci sono anche buone motivazioni, quale quella della lotta all’evasione fiscale, anche se – ai livelli attuali della pressione fiscale – in alcuni casi parlerei di legittima difesa o di diritto alla sopravvivenza. Ma diamo per buono tutto.

- Di Massimo Costa –

Quello che trovo irritante è che una trasmissione che si accredita come quella che “scopre gli altarini” dei poteri forti si asserva poi agli stessi senza dare diritto di replica a chi la pensa diversamente. Questo articolo lo spedirò alla redazione di Report, ma – vedrete – sarà completamente ignorato.
Se mi facessero parlare a Report direi soltanto le seguenti cose.
Prima alcuni dettagli, poi il pezzo forte.
Primo: dove finisce la lotta all’evasione fiscale e comincia l’oppressione fiscale e la confisca di redditi e patrimoni di famiglie e imprese? Mi spiego meglio. Se mio nipote, che ha 13 anni, mi aggiusta la serranda e io gli do una mancetta, la “trasparenza” invocata raffigura in capo a quel ragazzo intanto una forma di sfruttamento minorile e poi – perché no – una vera evasione fiscale, dato che questo reddito non lo dichiara? Chi ci garantisce dal fatto che il fisco, una volta avuto accesso a tutte le transazioni davvero minime, non ne faccia uso per tassare pure l’aria? Ma chi l’ha detto che se pagassimo tutti le tasse, ne pagheremmo veramente meno? Non potrebbe succedere che, presoci gusto, ne pagheremmo tutti di più?

Secondo: non è che, imponendo a tutti un POS, “faremmo fuori” tutti i mendicanti, renderemmo difficilissima la vita a povere parrocchie etc.? Va bene, l’elemosina in sé è una brutta cosa che non dovrebbe esistere, confina con l’accattonaggio, ma… un po’ di tolleranza non può alleviare alcuni mali sociali per i quali lo Stato è praticamente latitante?
Terzo: ma un po’ di privacy, nelle cose minime almeno, non era nei valori dell’Occidente libero e democratico? Se io fossi un consumatore – poniamo – di materiale pornografico, lo deve sapere il “grande fratello”, e così deve sapere se al bar preferisco il cornetto o l’arancina? Non è che stiamo esagerando un po’?
Quarto: su chi ricade il costo della tenuta dei c/c che sostituiscono il circolante? Ovviamente sui consumatori. Coi tempi che corrono davvero una bella mossa! Le banche ringraziano!
Come si vede si va a cuor leggero a toccare elementi della vita di tutti i giorni senza valutarne bene l’effetto. Ma io stesso dico che, sin qui, con un po’ di buona volontà e se i problemi sono correttamente avvistati da un punto di vista politico, si potrebbero tutti superare. Immaginiamo per esempio incentivi per distribuire macchinette POS “al portatore” in cui si ricarica a vista la propria carta di credito come fosse un telefonino. Le potrebbero dare i genitori ai figli come mancetta, senza aprire per forza un conto corrente, e le potrebbero usare pure i mendicanti. Sui costi dei c/c in un’altra Italia e in un’altra Europa si potrebbero imporre condizioni ai cartelli bancari. Per garantire un minimo di privacy si potrebbero istituire delle carte ricaricabili “al portatore”, veri e propri borsellini elettronici, con le dovute segnalazioni al fisco o ad altra autorità competente quando le transazioni che avvengono sulle stesse per entità e natura potrebbero divenire sospette per ogni ragione. Insomma, se si volesse, ma è chiaro che non si vuole, gli “effetti collaterali” potrebbero essere neutralizzati.
Ma il problema dei problemi è un altro, e non mi stancherò mai di ripeterlo.
Vi prego di seguirmi in un passaggio contabile. In Ragioneria nella sezione di “avere” si mettono due cose molto diverse fra loro: i ricavi e i debiti. In realtà, nonostante l’apparente differenza, la comune sorte nell’essere “accreditati” anziché “addebitati” in un conto nasce dal fatto che queste due cose (positivi i primi, negativi i secondi) a ben vedere ce l’hanno. Essi sono entrambi “fonti” di capitale, cioè modi per procurarsi denaro. E in effetti, se ci pensate, ci sono due modi per procurarsi il denaro: vendere qualcosa e guadagnarci, oppure farselo prestare.
Ora, quando un’azienda “emette moneta” (in teoria solo lo Stato potrebbe e dovrebbe farlo) sta ottenendo una fonte di denaro. Questa fonte è un ricavo o un debito? Se, a fronte di questa moneta emessa, l’emittente deve qualcosa al portatore, allora è un debito, se invece non deve proprio nulla e la moneta è soltanto un mezzo di scambio che deve essere comunemente accettato, allora la sua emissione rappresenta un ricavo.
Oggi, per lo Stato, funziona così solo per le monetine metalliche. Lo Stato le conia, le mette in circolazione (secondo le quantità che decide la BCE, per carità), ci guadagna e non deve più nulla.
La scomparsa di queste monetine, intanto, significa la scomparsa di questa fonte di reddito per lo Stato, che in cambio dovrà invece INDEBITARSI. Ma si tratta ormai di una voce minima. I tempi della moneta metallica sono andati da tempo.
Nel caso delle banconote, l’azienda emittente non è lo Stato, ma la Banca d’Italia (più correttamente il “concerto” di tutte le banche centrali europee, il SEBC). Direte “fa lo stesso” perché la Banca d’Italia è un ente statale. Non è del tutto vero, ma non ci addentriamo in questa questione. La Banca d’Italia emette banconote ed ha, come con le monete, una fonte di risorse monetarie. Ripetiamo la domanda: è un ricavo o è un debito? La risposta dipende dal fatto che la Banca d’Italia debba dare o no in cambio qualcosa al portatore di banconote. Un tempo, ormai lontano, le banconote davano diritto alla dazione di monete d’oro e d’argento. ALLORA erano un debito. Poi questa convertibilità è stata tolta, prima sul piano interno e poi anche su quello estero.
DA ALLORA esse sono un ricavo per chi le emette, sebbene questo ricavo non sia distribuibile direttamente ma debba restare investito nell’azienda che lo emette. Purtroppo le banche centrali fanno finta di niente e, anziché mettere correttamente nel conto economico questo ricavo, lo mettono ancora nello stato patrimoniale come se fosse ancora un debito. Ma lasciamo perdere anche questo dettaglio. Oggi le banconote sono emesse dalle banche centrali, immesse sul mercato ricevendo in cambio dei titoli che fruttano interesse. L’interesse su questi titoli, tuttavia, viene retrocesso allo Stato. La scomparsa delle banconote, anch’esse trascurabili ma meno delle irrilevanti monetine, farà cessare questa fonte di interessi per lo Stato, che in cambio dovrà INDEBITARSI. Ma facciamo ancora finta di niente.
Riepiloghiamo quanto accade sul circolante prima di passare al terzo stadio, quello della moneta bancaria. Sulla prima forma lo Stato si appropria del “signoraggio primario”, cioè in sostanza del valore facciale delle monete dedotto il costo di produzione. Sulla seconda si deve accontentare, chissà perché, del solo “signoraggio secondario”, cioè degli interessi che derivano dalla collocazione sul mercato delle banconote, mentre quello primario resta investito nel patrimonio delle banche centrali, solo in parte realmente pubbliche. Per inciso si noti che se le banche centrali dessero agli stati il compito di battere la moneta cartacea, come si fa con quella metallica, quel signoraggio primario andrebbe direttamente allo Stato, che avrebbe bisogno di “meno tasse e meno tagli”. Ma facciamo finta di niente.
Veniamo all’ultima forma di denaro, quella bancaria, cioè i depositi a vista, le carte ricaricabili, gli assegni, etc. Questo denaro è emesso in piccola parte ancora una volta dalla banca centrale (le cosiddette riserve monetarie o “Moneta ad alto potenziale”) e, per la quasi totalità, dalle banche private.
Come mai le banche private “battono moneta”, sia pur elettronica? Non dovrebbe spettare questo compito allo Stato, o al più alla banca centrale?
Residuo del passato. Ma in ogni caso, sino ad oggi, sia pure ormai solo in via puramente teorica, tale delega di emissione di moneta ai privati ha una giustificazione formale. Torniamo al dilemma ricavo/debito. Quando la banca “emette” un c/c ha certamente una fonte. Questa fonte è ricavo o debito? Ecco, sia pure formalmente, FINO A CHE ESISTE IL CONTANTE, esso è teoricamente un debito. Il correntista, infatti, può mettere in difficoltà la banca presentandosi allo sportello e pretendendo il contante, esattamente come 80 anni fa il detentore di banconote si poteva presentare all’istituto di emissione e pretendere l’oro in cambio. Quindi è un debito. OK.
Ma – QUESTO E’ IL PUNTO CRUCIALE – che succede se il contante sparisce?
Succede che si sta dando “corso legale” alla moneta bancaria, esattamente come prima della II guerra mondiale si diede “corso legale” alla moneta cartacea. Questo equivale a trasformare l’emissione di moneta bancaria da debito a “debito irredimibile”, cioè sostanzialmente a ricavo. Ed è ancora giusto che questo ricavo non passi dal conto economico e le banche non ci paghino alcun tributo? E’ ancora giusto che questa moneta sia emessa, peraltro a interesse, da banche private e non dallo Stato come sarebbe equo? Questo la Gabanelli, spero di sbagliarmi, ma non ve lo dirà mai.
Anche la piccola quota di moneta bancaria emessa dalle banche centrali presenta un’incredibile iniquità. Mentre per le banconote il 100 % degli interessi sulla loro collocazione viene ufficialmente definita “signoraggio” (in realtà è solo quello “secondario”) e retrocessa allo Stato, gli utili derivanti alla Banca centrale dall’emissione della moneta bancaria, chissà perché, sono completamente liberi. E quindi parte di essi è accumulato nel patrimonio della banca, parte di essi, sotto varie forme, viene dato allo Stato, parte di essi viene dato ai “partecipanti” (?!), cioè a banche private che non si sa a quale titolo stanno nel capitale di un istituto di credito che si vorrebbe “di diritto pubblico”.
E’ vero che si tratta di poca roba. Ma, poca o tanta che sia, questi utili su emissione di moneta bancaria retrocessi a banche private, se fossero dati più correttamente allo Stato non sarebbero un “minore indebitamento”? No, a quanto pare lo Stato DEVE indebitarsi, per poi dirci che “siamo vissuti al di sopra delle nostre possibilità”. E si badi che la moneta bancaria emessa dalla Banca centrale è già “legale” in quanto è già inconvertibile in banconote.
Ma si tratta di una piccola frazione.
Il vero scandalo è quel 90 % e passsa di moneta che oggi è emessa da banche private che lucrano interesse su di una funzione eminentemente pubblica. Ecco, la tanto invocata riforma della Gabanelli vuole portare questo 90 al 100 % con tanti saluti all’equità e alla finanza pubblica.
Ma c’è un ultimo conto che non torna. Se il 100 % della moneta emessa in futuro sarà emessa da banche private, che la emettono, la prestano e contrattualmente poi chiedono in cambio il 105 % (il capitale più l’interesse), dove prenderà il sistema tutti quei soldi per restituirli? Se l’emissione di moneta bancaria la facesse lo Stato, intanto non avrebbe bisogno di prestarla a interesse ma potrebbe spenderla direttamente, ridistribuendola.
Ma, in questo modo, è MATEMATICO che i soldi, a breve o lungo andare, non ci saranno mai. E giù con tagli e tasse senza fine, in una spirale che strutturalmente non può avere mai fine.
Da qui la mia proposta. Va bene, facciamo sparire il circolante, magari con le avvertenze di cui sopra. Ma, allora, affidiamo l’emissione di moneta al solo Stato (o all’Unione Europea, se volete, o alle Regioni, ai Comuni,…) e diamo alle banche la sola funzione che compete loro: prendere soldi a prestito e prestarli a chi ne ha bisogno. Mai più emissione monetaria e mai più speculazioni (ma quella è un’altra storia). Come? O portando al 100 % la riserva frazionaria da tenere presso la Banca d’Italia (i trattati in teoria lo consentono), ovvero – più semplicemente – autorizzando l’emissione monetaria alle sole banche “nazionalizzate”, cioè di proprietà dello Stato.
Siccome sono un irrecuperabile liberale, pretendo che lo Stato non possa mai decidere il “quantum” della moneta da mettere in circolazione.
Questo lo decidano le austere “banche centrali”, indipendenti dal potere politico. Ma, una volta deciso il quantum, questo deve essere messo a disposizione direttamente dello Stato, con un crollo verticale del debito e con il fallimento, per mancanza di oggetto, delle agenzie di rating e del maledetto spread che ci lanciano contro.
Sig.a Gabanelli, me le fa dire queste cose in TV? O vuole solo contribuire a metterci nel laccio delle banche con il pretesto della lotta all’evasione?

Banche, Tesoro e nanocrati UE: un mix d’incompetenza e disonestà


Il segreto di Stato e il segreto del Consiglio di Stato

L’ultimo capitolo della saga bancaria è senz’altro quello con cui il Consiglio di Stato ha negato l’accesso ai giornalisti al testo dei contratti sui derivati sottoscritti dal MEF e dalle 19 banche estere che tengono in pugno il paese, le cosiddette “specialiste in titoli di Stato”. (1)

Tutto origina dal fatto che lo Stato italiano non vuole emettere direttamente la moneta sovrana a corso legale, ma preferisce che siano le banche private a farlo, senza alcuna contropartita positiva ma anzi, con gravi danni all’economia nazionale. Ovvero: un “debito pubblico” di oltre 2.100 miliardi di euro che non trova un “credito pubblico” sufficiente ad eliminarne la necessità. Ed è proprio l’emissione diretta del danaro che darebbe allo Stato quel credito che gli manca, infatti nel sito della ex-pubblica Banca d’Italia leggiamo che: “Quando la moneta è prodotta dallo Stato, è quest’ultimo che, spendendola ad esempio per acquistare beni e servizi, la mette in circolo nell’economia e realizza immediatamente il controvalore, al netto dei costi di produzione.” (2)

Nell’indifferenza ignorante del pubblico, bankitalia però specifica che è meglio che sia la banca stessa ad emettere la moneta e che, in quel caso, il guadagno non sarebbe più il medesimo, ovvero il controvalore della moneta emessa ma bensì gli utili o interessi che si ricaverebbero investendola… Cambiando il soggetto emittente, da Stato a Banca, magicamente il signoraggio stesso cambia la sua definizione e consistenza: due pesi e due misure.

Il delirio contabile tra Stato e Banca d’Italia

Non contento di avere relegato e regalato alla Banca d’Italia il potere d’emissione, lo Stato tafazziano-fantozziano pretende di garantire il valore di questa moneta cedendo titoli di debito “a copertura”. Lo Stato cioè “coprirebbe” un suo credito con un suo debito (!), per annullarlo e così farlo sparire: una vera assurdità che nemmeno sotto l’effetto di psicofarmaci si potrebbe concepire. Questo, si sostiene nelle aule universitarie di economia, darebbe stabilità e maggiore credibilità al sistema – mentre proprio il contrario è ciò che si avvera.

Per confondere le cose, la Banca d’Italia “scarica” l’utile da emissione di banconote con una passività semifalsa nel suo bilancio, denominata “banconote in circolazione”. Questa passività da 174 miliardi di euro, che, per pudore, non considera la massa di tutto il denaro elettronico emesso da bankitalia, oltre alle banconote, non trova riscontro in una corrispondente attività nel bilancio del Tesoro, non viene cioè incassata dal Tesoro stesso. (3) E’ come se la Banca d’Italia esponesse delle spese che non sostiene, ovvero il valore facciale delle banconote emesse, per abbassare fittiziamente i suoi profitti che, altrimenti, se evidenti, andrebbero davvero restituiti al Tesoro – come la banca sostiene erroneamente che nella realtà farebbe.

Questa evasione fiscale è equivalente, in tutto e per tutto, a quello che avviene quando una impresa contabilizza spese fittizie per abbassare i profitti ed evadere le tasse.

Il successo dell’attacco criminale privato alle finanze pubbliche

Nella indifferenza o compiacenza più totale degli organi di controllo, apparentemente soggiogati o dominati dal cartello bancario, si consuma una enorme frode a danno del patrimonio e della cittadinanza tutta (55 milioni di persone), banchieri esclusi (circa un migliaio di persone).

Già perché non è solo la banca centrale ad emettere danaro (banconote e danaro elettronico denominato in euro), ma anche tutte le banche commerciali, che operano nel paese, sotto forma di “euro bancario”. E se le banconote in circolazione ammontano a 174 miliardi (bilancio bankitalia al 2015), il danaro emesso dalle banche commerciali ammonta a 1.800 miliardi l’anno, corrispondenti agli impieghi annuali dichiarati dal governatore Visco, mentre quello emesso dalle banche centrali – BCE + bankitalia – non è dato sapere, poiché non viene indicato nelle passività da danaro in circolazione. Presumiamo che quest’ultimo valore si possa calcolare sommando il QE della BCE pro-quota per l’Italia più il danaro emesso da bankitalia per l’acquisto dei titoli, delle riserve in valuta estera, per il pagamento degli oltre 7mila dipendenti, etc. etc.

La quantificazione dei danni

Ragionevolmente, la cifra annuale non dichiarata, sommando l’emissione di tutte le banche che operano in Italia, si aggira annualmente su una cifra equivalente al debito pubblico TOTALE. Ogni anno. Una cosa mostruosa. Un reddito che, a tassazione ordinaria (IRES +IRAP), coprirebbe ampiamente da solo il costo annuale del bilancio dello Stato.

La crisi bancaria sotto il riflettore contabile

La consapevolezza di questi redditi bancari fa sorridere di fronte a tutta la propaganda che parla di “crisi delle banche” e di necessità di ricapitalizzazione delle stesse. Le banche si ricapitalizzano continuamente creando danaro attraverso un trucco contabile semplicissimo: invece di dichiarare nell’attivo di cassa il danaro creato dal nulla come una attività, la banca lo dichiara come passività nello stato patrimoniale sotto la voce “debiti verso clientela”. Di nuovo, una passività falsata dal fatto che la banca mai salda questo debito, poiché non si può pagare il denaro creato dal nulla con altro denaro creato dal nulla, non ha senso, ovviamente. E quando si contesta in Tribunale questa magagna, la banca si difende puerilmente sostenendo che agirebbe secondo il diktat di due banche centrali private, bankitalia e la BCE, che utilizzano un trucco analogo! (4)

E’ come se Al Capone si giustificasse chiamando in causa l’autorizzazione ricevuta dalla cupola di Cosa Nostra, non vi pare? Con la differenza che, nel caso della cupola mafiosa, ci vogliono decenni per trovare i nascondigli dei padrini e quando si trovano, si aspetta qualche settimana prima di perquisirli… Nel caso delle banche, gli indirizzi dei padrini si conoscono benissimo, ma sono quelli dei fiancheggiatori che rimangono segreti… e comunque si fa finta di nulla.

La distruzione dei libri contabili della BCE

A rinforzare il sospetto di malcelata mala fede della Banca Centrale Europea, si noti che quest’anno la banca ha addirittura soppresso la pubblicazione del suo stesso “rendiconto finanziario”, ovvero dello strumento contabile principe che misura i flussi di cassa. (5) Cosicché nel caso della BCE non possiamo più parlare di “mancata contabilizzazione nelle attività del danaro creato durante l’esercizio”, ma direttamente di “distruzione di libri contabili”.

L’iperfascismo delle autorità italo-europee

La perdita di credibilità nei “notai delle transazioni monetarie”, ovvero le banche commerciali e quelle centrali, accompagna la perdita di fiducia dei cittadini in uno Stato sempre più complice evidente di tutte queste disfunzionalità. La soluzione brillante per evitare la caduta dello Stato ipercorporativista – cioè uno stato complice delle corporation in modo molto maggiore di quanto accadeva durante il periodo fascista – è stata trovata nell’istituzione dell’Unione Europea dove si nascondono i nanocrati dei regolamenti assurdi che dobbiamo recepire in Italia senza fiatare, compreso lo stesso corpus di regolamenti sregolati del sistema bancario.

L’Unione Europea aveva come scopo finale, per nascondere l’inciucio Stato-banche, di creare una istituzione dove la privata banca centrale europea la fa da padrona, senza nemmeno l’esistenza di un ministero del Tesoro per fare da contraltare o perlomeno da complice, come avviene in Italia. Non si salvano nemmeno le apparenze. Non c’è più nemmeno bisogno del divorzio: il coniuge pubblico della banca centrale, il Tesoro, è stato abortito dall’inizio.

La diplomazia diretta: scrivo alle autorità

Naturalmente, ho scritto a molti: funzionari europei, ministri delle finanze, periti dei Tribunali, magistrati… (6) (7)

Tra i ministri delle finanze mi hanno risposto quello svizzero e quello neozelandese, con argomentazioni che non argomentano. Il ministro neozelandese sostiene che la banca centrale registra le banconte come passività perché sarebbero “rimborsabili a richiesta” (testuale: “redeemable-on-demand”) (8), il ministro svizzero, di fronte ad un mio intervento presso la loro banca centrale, dove tra l’altro contestavo la soppressione del loro rendiconto finanziario, mi rispose sostenendo che il danaro bancario non sarebbe vero danaro e che comunque risponderà meglio ad un momento opportuno (?). (9)

I funzionari europei mi risposero opponendo alle mie argomentazioni il fatto che non ero autorizzato io a fare tali osservazioni, non essendo una banca o un’autorità finanziaria direttamente interessata… Nell’Unione Europea iperfascista, solo le corporazioni hanno voce. I cittadini hanno meno diritti di quelli riservati agli animali. La fattoria dei non-animali!

Il tabù del signoraggio – il segreto privato e il “segreto del governo”

In vari blog blasonati (Travaglio e Grillo, tra i tanti) era addirittura specificato nelle regole del blog che i post sul signoraggio sarebbero stati censurati e non pubblicati, assieme ai post razzisti, nazisti e quant’altro…

In Italia giacciono inevase da anni interrogazioni a vari governi in merito alla questione del signoraggio sull’emissione di moneta – Di Pietro, Scilipoti, Sibilia … (10)

Con immigrazioni, cantanti, guerre, terrorismo, calcio, olimpiadi, terremoti e pornografie economiche (gli 80 euro), si continua a cercare di addomesticare un pubblico sempre più disperato e disincatato, distogliendolo da questioni vitali. Fino a quando?

di Marco Saba, IASSEM


Note:

1) Diritto di informare, la sentenza del Consiglio di Stato: vietato fare inchieste sui contratti segreti – Il Fatto Quotidiano, 21 agosto 2016


2) Sito della Banca d’Italia:


3) Tesoro sommerso: l’errore contabile del ministro Padoàn


4) Tribunale di Genova: accertamento tecnico sulla creazione di danaro bancario


5) Sindrome di Torfason: anche la BCE non pubblica i flussi di cassa


6) Banche: necessità dell’accertamento giudiziario dello stato d’insolvenza


7) To EC ANTITRUST FERNANDEZ, Re: BANKING TRUST


8) Chit-chat with Bill English, Deputy Prime Minister of New Zealand on seigniorage


9) Svizzera: Presa di Posizione del Ministro delle Finanze


10) Video dell’interrogazione dell’On. Sibilia:

L’Europa mediterranea si riunisce ad Atene: ira a Berlino


I SETTE PAESI DELL’EUROPA MEDITERRANEA SI RIUNISCONO AD ATENE; ANCHE LA FRANCIA SI UNISCE A LORO. L’IRA DI BERLINO CHE TEME IL CAMBIAMENTO DEGLI EQUILIBRI.

Venerdì, i Paesi dell’Europa mediterranea si sono riuniti ad Atene ospiti di Tsipras; stavolta c’erano tutti: a Spagna, Portogallo, Italia, Grecia, Malta e Cipro s’è unita la Francia.

Due sono i fatti nuovi che danno all’evento un peso politico rilevante: il primo, e indiscutibilmente il più pesante, è la partecipazione della Francia. Parigi è sempre stata in bilico fra le posizioni mediterranee e l’ambizione di costituire con Berlino un asse che governasse di fatto la Ue. Così è stato per decenni, ma l’indebolimento della Francia da un canto, e il venir meno del contrappeso inglese, ha compromesso gli equilibri europei accrescendo a dismisura il potere della Germania e rendendo Parigi subalterna a politiche per essa suicide; di qui l’esigenza di una nuova via.

L’altro fatto è la partecipazione della Spagna e, cosa significativa benché sia dal dicembre scorso senza Governo, la sua acquiescenza al documento congiunto: Madrid, con i Popolari di Rajoy, è stata il più fedele scudiero della Merkel, pronta ad avallarne la politica di austerità ripudiando l’Europa mediterranea, in cambio dell’occhio di riguardo sul suo deficit e degli aiuti che hanno salvato il suo disastrato sistema bancario. Ma il prezzo pagato è stato ed è altissimo, di qui l’obbligato avvicinamento alle posizioni mediterranee.

Intendiamoci: il documento sottoscritto dai 7 Paesi dell’Europa mediterranea, che sarà portato al Consiglio Europeo che si terrà a Bratislava la settimana entrante, non è rivoluzionario né di rottura, e non potrebbe esserlo in questa fase. Insieme alla richiesta di attenzione per i problemi dei migranti ed il Mediterraneo, e di potenziamento del fantomatico piano Juncker mai decollato, contiene però un chiaro indirizzo su crescita e investimenti per superare la crisi, e sulla protezione dello Stato sociale, che sono urticanti per la Germania e i Paesi “rigoristi” del Nord.

Il pericolo che vi intravedono chiaramente è la formazione di un blocco, sia pur al momento di minoranza, capace di bloccare a Bruxelles i provvedimenti sgraditi, determinando di fatto la fine della lunga stagione dell’austerità imposta da Berlino. La reazione è stata immediata: il ministro delle Finanze tedesco Schauble è stato sarcastico sulla riunione e il Presidente dell’Eurogruppo Dijsselbloem è giunto a minacciare velatamente la sospensione dei prestiti attesi dalla Grecia.

La posta in gioco è la riforma di quello scellerato Patto di Stabilità che, ingessando l’Europa, è stato la rovina di molti Paesi e ne impedisce la crescita. Alla due giorni informale fra i Ministri dell’Economia se ne è già parlato, ma Berlino e i Paesi del Nord hanno fatto muro.

Il fatto è che il 2017 è un anno elettorale per la Germania e Angela Merkel, già incalzata dalle vittorie dei populisti, non può permettersi concessioni ai Paesi dell’Europa mediterranea, viste come fumo negli occhi dai suoi elettori. Ma è pur vero che, senza la possibilità di allentare le soffocanti regole di bilancio, e attenuare l’ossessione del “rigore” a tutti i costi, per l’Italia e gli altri paesi dell’Europa Mediterranea sarà un disastro sociale, prima ancora che politico ed economico.

In Europa sta andando in scena lo scontro finale fra due visioni opposte, reso ancor più aspro dal fatto che non è mediato da valori condivisi. Ad esso sono legati non solo i destini politici degli attuali Governi, ma anche il futuro delle popolazioni.

L’incontro di Atene è la reazione di Governi che sono ormai con l’acqua alla gola e si mettono insieme per darsi peso e tentare di salvarsi. Ma è pure un’occasione per frenare una deriva disastrosa per gli Stati. E (senza sperarci più di tanto) anche l’opportunità data all’Europa mediterranea di crearsi finalmente una propria politica.

La Danimarca passera’ al 100% di agricoltura biologica


In realta’ la Danimarca e’ innamorata della sua agricoltura pesticidi-free da tanto tempo e sono almeno 25 anni che si sperimentano metodi per l’agricoltura “biologica”. E’ questa una delle nazioni “storiche” in questo senso perche’ sono arrivati prima di tutti gli altri. Nei quasi dieci anni dal 2007 ad oggi, la produzione di cibo organico e’ aumentata del 200%.

Come faranno tutto questo?

Seguendo il Økologiplan Danmark, il piano di “azione organica” del paese. Sono 67 punti in cui e’ tutto delineato. Il governo ha gia’ deciso che incentiveranno la trasformazione di campi in cui si usa ancora di agricoltura convenzionale in campi in cui si usano metodi sostenibili e che attraverso pubblicita’ e sensibilizzazione cercheranno di aumentare ancora di piu’ la vendita di prodotti organici.

Ci saranno programmi nelle scuole per educare i bimbi e per spiegare i benefici dell’agricoltura organica agli studenti.

Entro il 2020 si vuole cosi *raddoppiare* la terra coltivata ad organico rispetto al 2007. Tutti i terreni di proprieta’ del governo verrano coltivati in modo naturale e seguendo metodi biodinamici. I privati che lo vorranno riceveranno sussidi e sara’ anche incentivata la ricerca sull’agricoltura sostenibile. Le leggi saranno piu’ snelle per chi vuole eseguire la transizione. Per ora il piano e’ di usare circa 61 milioni di dollari per questo progetto.

E questo rigaurda non solo zucchine e fragole ma anche il bestiame, primi fra tutti i maiali. Infatti sono coinvolte varie agenzie, coordinate dall minstro del cibo, agricoltura e della pesca che lavoreranno con comuni, regioni e privati per una visione globale della produzione di cibo in modo sostenibile e locale.

Verranno poi istituiti dei target. Per esempio la mensa scolastica dovra’ presto iniziare a fornire il 60% dei suoi prodotti da coltivazioni organiche agli studenti – e cioe’ circa 800mila pasti. Tutte le mense di Copenhagen sono gia’ organiche. Con le mense scolastiche, gli stessi requisiti verranno imposti alle mense dei militari, civili, degli uffici pubblici.


Per adesso i danesi sono i principali consumatori di agricoltura biologica d’Europa. Il 7.6%. Sembra poco? Beh, nel resto d’Europa siamo molto piu’ in basso. La Germania ne usa solo il 3.7%. Negli USA solo l’1% dell’agricoltura domestica e’ organica. In Italia non si sa, ma nelle tabelle di cui sopra non compare.

Perche’ e’ importante l’agricoltura organica, sostenibile? Beh, e’ evidente che se non metti pesticidi nel tuo corpo stai meglio in salute. E stai meglio tu e sta meglio chi coltiva i terreni. Sopratutto diserbanti, monoculture, e altre sostanze tossiche non sono la risposta: sul lungo termine impoveriscono il suolo e la qualita’ dell’aria. Spesso rendono i terreni piu vulnerabili alla siccita’ e alle inondazioni. L’agricoltura organica invece porta con se una maggiore varieta’ di habitat, insetti, piante. I prodotti organici hanno un sapore migliore e, secondo alcuni studi hanno piu antiossidanti e migliori proprieta’ anti-infiammatorie. Chiunque
sia mai passato in campagna e abbia mai raccolto e mangiato un fico,
una nespola o una albicocca da un albero nato e cresciuto spontaneamente
lo sa.

Ma non solo. I danesi hanno anche ridotto lo spreco di cibo del 25% nel corso di 5 anni, grazie ad alcune organizzazioni che regalano o vendono a prezzi bassi il cibo imperfetto. Si chiamano “Stop Spild Af Mad” — fermiamo lo spreco di cibo — e WeFood. I contadini danesi vengono pagati almeno 20 dollari per ora. Per legge. L’uso di antibiotici e’ bassissimo, i casi di salmonella sono rari, e gli animali sono tenuti nelle stalle in condizioni decenti.

L’Italia e’ appena uscita dall’Expo, dedicato al cibo.

Cosa e’ rimasto? Che impegni ci sono per il futuro in questo senso? Ci sono degli obiettivi per l’agricoltura piu’ salutare? Per incentivare l’organico – prodotto e consumato in Italia?

E per una volta ricopiare le cose buone degli altri?

Usa, l’industria dello zucchero pagò scienziati per mentire


Alcuni documenti scoperti da un ricercatore della University of California di San Francisco rivelano che per oltre 50 anni gli studi sui problemi cardiaci e il ruolo dell’alimentazione vennero pilotati dallaSugar research foundation.

NEW YORK - Decine di scienziati, negli Anni 60, furono pagati dall’industria americana dello zucchero per sminuire il collegamento tra consumo di zucchero e problemi cardiaci e spostare così l’attenzione sui grassi saturi. A rivelarlo sono una serie di nuovi documenti scoperti recentemente da un ricercatore della University of California di San Francisco e pubblicati sul magazine Jama Internal Medicine. La verità che emerge è sconvolgente: la lobby dello zucchero avrebbe pilotato per più di cinquant’anni studi sul ruolo dell’alimentazione sui problemi cardiaci. “Sono stati in grado di sviare il dibattito sullo zucchero per decenni”, ha detto al New York Times, Stanton Glantz, professore di medicina e autore del paper uscito su Jama.

I documenti trovati dimostrano che l’associazione Sugar research foundation, oggi diventata Sugar Association, corruppe tre ricercatori di Harvard per pubblicare un’analisi sullo zucchero e sui grassi in rapporto alla salute del cuore. Era il 1967 e ognuno dei tre studiosi ricevette circa 50.000 dollari. Sia gli scienziati coinvolti nello scandalo che i membri dell’associazione non sono più vivi. Uno dei tre esperti è D.Mark Hegsted, che nella sua lunga carriera diventò capo della divisione che si occupa di nutrizione al Dipartimento dell’Agricoltura statunitense. Il suo gruppo pubblicò le linee guida sull’alimentazione nel 1977.


I documenti fanno riferimento ad avvenimenti accaduti quasi 50 anni fa, ma sono importanti anche oggi perché il dibattito sul ruolo degli zuccheri e del grasso è tuttora al centro delle speculazioni della comunità scientifica. Per decenni i ricercatori hanno spinto gli americani a consumare prodotti con basso contenuto di grassi, ma ricchi di zuccheri, che hanno aumentato il numero di obesi.

Anche in tempi più recenti, ricorda il New York Times, ci sono stati diversi tentativi di sminuire il rischio dovuto agli zuccheri. Lo scorso anno proprio il quotidiano scoprì che la Coca Cola aveva finanziato con milioni di dollari ricerche su questo tema, mentre lo scorso giugno un’inchiesta dell’Associated Press ha dimostrato che alcune industrie alimentari avevano finanziato uno studio che dimostrasse che i bambini che mangiano caramelle pesano meno degli altri.

Ora la strada comunque è cambiata. L’American Heart Association, ad esempio, ha vietato fino ai due anni di etàdolci e bibite gassate. E anche dopo, fino a 18 anni, non bisognerebbe superare i 25 grammi al giorno: 6 cucchiaini scarsi. Le nuove linee guida puntano a combattere i chili di troppo, anche per i rischi correlati di ammalarsi di diabete, veder proliferare i grassi nel sangue e, da grandi, compromettere la salute di arterie e cuore.

Il Pentagono non sa dove sono finiti $6.5 trilioni di dollari


ontinua a rimbalzare sul web una storia che ha dell’incredibile. Una faccenda tutta americana venuta alla luce a fine luglio ma ignorata dai grandi media, sebbene appaia così enorme da far impallidire i nostri scandaletti domestici. E neppure nuova, scopriremo.

A rilanciarla con enfasi è William Engdhal su NEO , blog serio e autore altrettanto attendibile sia pure radical. Che la prende come spunto per dissertare sulla decadenza degli Stati Uniti, anzi, dell’impero americano, paragonato a quello dell’antica Roma nel quarto secolo DC. Ma qui interessa la vicenda in sé, pur sintomo del malfunzionamento di un sistema economico e politico che riguarda anche noi, periferia estrema di quell’impero. Il

In nocciolo della questione è presto detto, ben riassunto nel titolo di un post di wakingtimesmedia. com del 4 settembre scorso : “Un audit rivela che il Pentagono non sa dove siano andati a finire $6,5 trilioni di dollari”. Letteralmente. E $6.5 trilioni non sono esattamente bruscolini, si tratta di $6500 miliardi . Circa il 40% del PIL degli USA, osserva a sua volta Engdhal. “Disperso in azione”. Denari dei cittadini di cui mancano i rendiconti.

L’incredulità scema davanti al testo originale dell’audit report– piatto e preciso, datato 26 luglio 2016, e ai precedent:l’inchiesta di Reuters del 2013 di cui dà conto thefiscaltimes.com, il cui post del 27 luglio è il primo a dare la notiziacon rilievo; un servizio CBS Evening News del gennaio 2002, che cita l’allora segretario alla Difesa Donald Rumsfeld, che ammette buchi neri da $2.5 trilioni. Ma lo fa il 10 settembre 2001, vigilia dell’11/9. Ripreso daBusiness Insidernel 2010 . I precedenti insomma non mancano.

Viene in mente un’altra esplosiva inchiesta del 2010 di Dana Priest (premio Pulitzer ) e William Arkin, giornalisti investigativi del Washington Post, lanciata da molti siti e magazines, da Huffington Post a Democracy now, aNew Republic (che peraltro la critica), ecc: Top Secret America, sul mondo iper-segreto dell’intelligence e dintorni creato dal governo americano dopo l’11/9 , diventato così segreto che nessuno sa esattamente quanto costa e quanta gente coinvolge.

Ma andiamo con ordine.

Il report dell’Ispettore Generale della Difesa. Il Defense Finance and Accounting Service (DFAS), agenzia basata a Indianapolis, svolge i servizi finanziari e di contabilità per i membri civili e militari del Pentagono ed è responsabile dei pagamenti di tutto il personale militare e non del Dipartimento della Difesa, dei pensionati e dei beneficiari di rendita, dei contractors e dei venditori del Pentagono. L’agenzia ha in carico anche le iniziative elettroniche del governo, compreso l’Ufficio Esecutivo del Presidente, il Dipartimento dell’Energia e il Dipartimento degli affari dei Veterani.

Ebbene, “il report dell’Ispettore Generale del Dipartimento della Difesa rilasciato il 26 luglio scorso ha reso noto che il Defense Finance and Accounting Service- DFAS non ha potuto fornire una documentazione adeguata per ‘$6.5 trilioni di ‘aggiustamenti’ di fine anno al fondo generale per le transazioni e i dati dell’Esercito.

Il post di Engdhal cita brani del report.

“ L’Ufficio dell’Assistente segretario all’Esercito e il DFAS non hanno supportato adeguatamente $2.8 trilioni negli aggiustamenti del ‘journal Voucher’ del terzo trimestre 2015 e $6.5 trilioni in quelli di fine anno fatti durante l’anno fiscale 2015 . Ciò perché l’Ufficio dell’Assistente Segretario all’Esercito e il DFAS non hanno corretto le carenze del sistema…”

(“i Journal vouchers, spiega Engdhal, forniscono i numeri seriali, le date delle transazioni, l’ammontare delle spese – non molto complicato”).

Nel nuovo report dell’Ispettore Generale nulla indica che qualcuno abbia smarrito o si sia eclissato con grandi somme di denaro, osserva thefiscaltimes com. E però, scrive, le affermazioni che l’Ispettore Generale aggiunge quanto meno aprono un ulteriore mistero. Riferisce infatti l’IG:

“Inoltre il DFAS di Indianapolis non ha documentato o spiegato perché il sistema che si occupa del budget del Dipartimento della Difesa ( Defense Departmental Reporting System-Budgetary -DDRS, a budgetary reporting system) ha rimosso almeno 16.513 su 1.3 milioni di record durante il terzo trimestre del 2015… i dati usati per preparare i resoconti finanziari del terzo trimestre e quelli di fine anno sono inaffidabili e mancano di un adeguato tracciamento (audit trail )” .

Enghdal non ha dubbi che tali parole espongano “la corruzione rampante al cuore del più grande Leviatano militare del mondo, il Pentagono”.

“Tradotto – spiega – significa che l’Esercito – che è solo una parte delle Forze Armate Usa – ha distrutto i documenti contabili, non ha provveduto un audit trail per rendicontare i fondi allocati dal Congresso e ha fatto aggiustamenti di fine anno apparentemente arbitrari e non verificabili per un valore di $6.5 trilioni” [ un valore complessivo, non riferibile solo al 2015, par di capire].

“In altre parole, non solo hanno falsificato i libri, se li sono fritti, per trilioni, trilioni trilioni”.

FED e Pentagono da sempre senza controlli e rendiconti. “E’ interessante osservare – aggiunge Engdahl – che esistono due grandissime istituzioni con legami governativi o agenzie governative che non hanno mai sottostato a un audit indipendente. Una è la Federal Reserve [la banca centrale americana], istituto che ha proprietari privati ma è legato al Governo e si suppone sia monitorato dal Congresso . La seconda è il Pentagono.

[A richiedere un audit della Fed è stato più volte Ron Paul, l’anziano politico libertario Repubblicano membro del Congresso. Senza esito, ndr.]

“ Il Dipartimento della Difesa negli anni è stato ben noto per le sue pratiche contabili lasche . Il Pentagono non ha mai subito un audit su come spende i trilioni di dollari per guerre, equipaggiamenti, personale, alloggi, cure mediche e approvvigionamenti vari – scrive a sua volta thefiscaltimes.com.

E aggiunge che “un impaziente Congresso ha chiesto che l’Esercito si metta in grado di essere pronto a un audit da tenere per la prima volta il 30 Settembre 2017, cosicché i legislatori possano meglio maneggiare la spesa militare. Ma i ‘guardiani’ del Pentagono ritengono che sia una missione impossibile, e per buone ragioni”. E’ la premessa del post, a seguire il racconto del report

Gli allarmi del passato: l’inchiesta Reuters del 2013.

La seconda parte dell’inchiesta, pubblicata da t hefiscaltimesin un post precedente (Come il Pentagono falsifica i libri contabili per nascondere gli sprechi), comincia citando due testimoni-talpe ormai pensionati. “Linda W., 15 anni all’ufficio del DFAS di Cleveland preparava i report mensili che dovevano far combaciare i libri contabili della Marina con i dati del Tesoro. Ogni mese gli stessi problemi: numeri mancanti, numeri sbagliati, numeri senza spiegazione su dove il denaro era stato speso. Numeri molto spesso inaccurati, senza dettagli.

“I dati arrivavano due giorni prima della chiusura dei conti . All’ultimo momento erano gli stessi superiori a ordinare di inserire cifre false, che chiamavano plugs, per far combaciare i totali con quelli del Tesoro. Secondo Jeff Y., 17 anni nello stesso ufficio di Cleveland, ai supervisori veniva chiesto di approvare ogni plug, migliaia ogni mese…

“Agli uffici del DFAS che tengono la contabilità per Esercito, Marina, Aeronautica e altre agenzie della difesa,falsificare i conti con dati fasulli è una procedura operativa standard, ha trovato Reuters. E il ‘ plugging’ non è confinato nel DFAS. Ex funzionari del servizio militare riferiscono che è prassi comune che le trascrizioni a livello operativo nei vari servizi vengano effettuate con numeri creati appostaper coprire le informazioni mancanti”.

“…Il Pentagono ha sistematicamente ignorato gli allarmi sulle sue pratiche contabili. “Gli aggiustamenti … possono mascherare problemi più grandi “, ha fatto presente il Government Accountability Office, braccio investigativo del Congresso, nel suo rapporto del 2011. Ignorato, a quanto pare.

“I plugs sono anche il sintomo di un problema maggiore: la cronica incapacità del Pentagono di tenere traccia del suo denaro: quanto ne ha, quanto paga, quanto viene sprecato o rubato”.

“ Gli errori sono soltanto una piccola parte delle somme che annualmente spariscono nella vasta burocrazia che maneggia più della metà di tutte gli esborsi approvati dal Congresso . Il budget del Dipartimento della Difesa 2012 è stato di $565.8 miliardi, superiore ai budget della Difesa dei 10 paesi che spendono di più, compresi Cina e Russia.

“Il Pentagono non è neppure capace di tenere sotto controllo i suoi grandi magazzini di armi, munizioni, e altre forniture… ha accumulato arretrati per più di mezzo trilione di dollari in contratti mai verificati con venditori esterni …”. ( Il Pentagono non ha idea di cosa facciano 108.000 contractors, è il titolo di un altro post)
Non è capace, non vuole o entrambe le cose?

‘Un amalgama di feudi’. Reuters osserva come il Pentagono sia la sola agenzia federale a non aver ottemperato alla legge che prescrive audit annuali “Ciò significa che degli $8.5 trilioni di denaro pubblico elargiti dal Congresso dal 1996 – il primo anno in cui si suppone che vi sia stata una verifica – non è mai stata data alcuna spiegazione”.

“Nel 2009 il Congresso passò una legge che chiede al Dipartimento della Difesa di essere pronto a un audit entro il 2017. Il Segretario alla Difesa Leon Panetta nel 2011 ha ordinato di predisporre i libri contabili principali entro il 2014.

Una scadenza che molto probabilmente non verrà rispettata”, scrivevaReuters nel 2013

E qui scopriamo l’aspetto forse più sorprendente, in una America che immaginiamo efficiente e tecnologicamente avanzata – tanto più in un settore come quello della Difesa, e in una struttura, il Pentagono, che dovrebbe essere la punta di diamante del sistema. La realtà è l’opposto.

“La ragione principale [del mancato rispetto della scadenza del 2017, cheReuters già prevedeva] è che il Pentagono continua ad affidarsi a un groviglio di migliaia di sistemi contabili e gestionali disparati, obsoleti, e largamente incompatibili fra loro. Molti risalgono agli anni ’70 e funzionano con linguaggi informatici sorpassati e vecchi computer mainframes. Questi utilizzano sistemi di file (di archiviazione) antiquati che rendono difficile se non impossibile la ricerca di dati. Molti dei loro dati sono corrotti e sbagliati.

“Nessuno è d’accordo su quanti di questi sistemi di contabilità e gestione siano in uso . Lo stesso Pentagono avanza la cifra di 2200, sparsi attraverso i servizi militari e altre agenzie della Difesa. C’è chi avanza addirittura il numero di 5000.

‘Ci sono migliaia e migliaia di sistemi. Non sono sicuro che qualcuno sappia quanti ce ne siano’ ha detto una volta in un’intervista il vice Segretario alla Difesa Gordon England”.

Il Segretario alla Difesa Robert Gates in un discorso nel 2011 ha descritto il modo di operare del Pentagono come un amalgama di feudi senza un meccanismo centralizzato in grado di allocare le risorse, tracciare le spese e, soprattutto, misurare i risultati. Una metafora che probabilmente spiega anche il perché ogni tentativo di razionalizzare le cose sia negli anni miseramente fallito. Come l’inchiesta di Reuters racconta più avanti.

Il Pentagono – riassumiamo – ha infatti speso decine di miliardi di dollari per migliorare il sistema con nuove e più efficienti tecnologie così da renderlo pronto per i necessari audit. Ma molti di questi nuovi sistemi hanno fallito, aggiungendo altri sprechi a quelli che si proponevano di fermare. Seguono esempi vari di insuccessi, ma ci fermiamo qui.

Il tutto avviene nell’apparente indifferenza dei media, e dello stesso Parlamento Usa. Dove non è forse un caso – aggiungiamo noi – che i dueCommittee on Armed Services del Senato e del Congresso, che dovrebbero vigilare, siano da sempre presieduti da due repubblicani ultraconservatori e soprattutto falchi: il neocon John McCain (Senato), in prima fila in tutti i recenti regime change, e il texano William Mac Thornberry, a suo tempo firmatario del Contratto con l’America di Newt Gingrich. En passant, del Committee del Senato dal 2003 al 2009 ha fatto parte anche la senatrice Hillary Clinton, molto attiva, anche nello stringere legami con alti ufficiali, nonché nel ricevere donazioni dai militari ( vedi qui Underblog ).

“Il Congresso nei confronti della Difesa è stato molto più indulgente che verso le corporations, le grandi imprese. A queste dopo lo scandalo Enron sono state imposte regole, con penali ai managers che certificano il falso. Mentre i media tendono a focalizzarsi solo su dettagli scandalosi: come le tavolette per WC da $604 per la Marina o le macchine da caffè da $7600 per l’Aeronautica”, scrive ancora Reuters.

Qualche rara volta però è capitato che il tema lo si sia toccato, con testimonianze d’eccezione.

La scandalosa ammissione di Rumsfeld nel 2001. Nel gennaio 2002 CBS Evening News, trasmette un servizio inconsueto, intitolato Guerra allo Spreco, che riprende sue news di qualche mese prima.

“Il 10 settembre 2001 il Segretario alla Difesa Donald Rumsfeld [governo di G.W.Bush] ha dichiarato guerra . Non ai terroristi stranieri, ma a ‘un avversario più vicino a casa. La burocrazia del Pentagono” . Ha detto che il denaro sprecato dai militari rappresenta una grave minaccia. ‘Si può dire che sia una faccenda di vita o di morte’ “– è arrivato ad affermare.

“Rumsfeld ha promesso grandi cambiamenti . Ma il giorno dopo – l’11settembre – il mondo è cambiato e nella foga della guerra al terrorismo quella agli sprechi è stata dimenticata” osserva CBS . E aggiunge: “Giusto la settimana scorsa il presidente Bush ha annunciato un incremento di $48 miliardi al budget della Difesa”.

Sarà solo l’inizio, per un’amministrazione che con le guerre in Afghanistan e Iraq ha inaugurato una politica bellicista che continua ancora oggi, magari per procura, con varie giustificazioni (o pretesti): l’esportazione della democrazia, la sicurezza nazionale, la lotta al terrorismo, i nemici minacciosi in agguato, in testa Vladimir Putin , che Hillary Clinton è arrivata a paragonare a Hitler.

Più denaro al Pentagono mentre i suoi stessi revisori ammettono che la Difesa non riesce a tenere il conto del 25% di quanto spende? Controbatteva il corrispondente di CBS News.

“Seconde certe stime non possiamo tracciare $2.3 trilioni di transazioni” convenne Rumsfeld. 

“Vent’anni or sono – aggiunge CBS nel servizio del 2002 – un analista del Dipartimento Difesa, Franklin Spinney espose quelli che chiamò ‘giochi contabili’. E’ ancora qui, e ritiene che il problema sia peggiorato. “Questi numeri sono pura fantasia . “ I libri contabili vengono falsificati di routine, anno dopo anno”.

“Sappiamo che i soldi sono andati . Ma non sappiamo per cosa sono stati spesi disse Jim Minnery, una talpa del Servizio Finanza e Contabilità della Difesa. “ Devono nascondere la faccenda”. Da qui parte la corruzione.Devono coprire il fatto che non sono in grado di svolgere il compito”, aggiunse dopo aver raccontato i suoi inutili tentativi di parlarne coi superiori.

((Segno di inefficienze e forse anche di corruzione, è l’F 35, il caccia di 5° generazione della Lockeed Martin che “potrebbe non essere mai pronto a combattere”, come titola il più recente dei post dedicati all’argomento, di qualche giorno fa. Ed è il giudizio di un tecnico. Malgrado i miliardi che continuano ad essere profusi profusi nel progetto del 2001 Joint Stright Fighter più dispendioso della storia del Pentagono, i cui costi continuano a lievitare. Uno smacco per l’America, il fatto che il nuovo fighter sia sempre nel limbo per ritardi e soprattutto abbia performances non soddisfacenti, mentre Putin ha cominciato la produzione in massa del suo T-50, il jet di 5a generazione da vendere anche all’estero, raccontava thefiscaltimes l’anno scorso)).

Chiusa parentesi. Torniamo al tema.

2010. Business Insider cita di nuovo Rumsfeld e punta il dito sulle guerre. “Essere il poliziotto del mondo non è soltanto incredibilmente costoso, è strategicamente suicida” scrive quello che allora era un sito di news economiche ‘alternativo, citando la pesante ammissione di Rumsfeld, in testa a un post che presenta 14 ‘fatti’ per dimostrare la tesi che una Difesa che si allarga così tanto nel globo non solo costa enormemente ma finisce per essere inefficiente, mettendo a rischio una risposta adeguata nel caso di una seria minaccia. Eccone qualcuno, le spese in primo piano:

Gli Usa hanno più di 700 basi (alcuni dicono più di 1000) in 130 paesi del mondo: con quale giustificazione?

Il budget 2010 del Pentagono è di $693 miliardi. Tuttavia considerando i ‘fuori bilancio ’ e altre spese nella categoria Difesa il totale arriva a $1.01-1.35 trilioni.

La spesa militare Usa è maggiore di quella di Cina, Russia, Giappone, India e resto della NATO messe insieme. Equivale al 44% di quella del globo.

Il Pentagono divora il 56% di tutta la spesa discrezionale del governo federale.

Le guerre in Iraq e Afghanistan costano più di $150 miliardi l’anno; $3.644 per ogni americano, uomo, donna o bambino.

Finora (fino al 2010) si stima che gli Usa abbiano speso per la guerra in Afghanistan $373 miliardi, per l’Iraq $745 miliardi.

Cifre sottostimate se a fine 2014 il Financial Times stimerà in $1trilione il costo dell’Afghanistan, la guerra più lunga mai combattuta, e in $2 trilioni quella in Iraq. Secondo un rapporto del 2015 del Center of Strategic and International Studies il prezzo finale delle due guerre potrebbe raggiungere i $6 trilioni, “il 50% di più di quanto l’intero governo federale spende in un anno”.

Tenere conti precisi di tali entità non deve essere certo semplice. E infatti i costi lievitano.

Dall’11/9 le spese per la Difesa sono passate da $316 miliardi nel 2001 a $691 miliardi, per scendere dopo il sequester del 2013, fino a $583 nella proposta di Obama per il 2017, contestata da McCain e altri falchi . Cifre che includono le Overseas Contingency Operation (OCO), un capitolo a sé stante che affianca il Basic Budget, solo apparentemente stabile.

Fatto sta che il debito pubblico americano, tra le nuove guerre e i salvataggi delle megabanche post 2008 sta andando alle stelle, raddoppiando ogni decennio : $3.2 trilioni nel 1990, $5.6 nel 2000, $13.5 nel 2010, toccherà i $20 trilioni nel 2016 e rappresenterà il 120% del PIL Usa nei prossimi anni. Nel 2013 il Congresso è costretto a varare una legge che consente lo sforamento del tetto previsto dalle norme vigenti, pur imponendo limiti alle spese federali – il cosiddetto sequester che tocca anche la Difesa. I media si affannano a tranquillizzare i lettori: vedi Time nel dibattito sul Budget 2017. 

2010. Top Secret America. Non solo Pentagono. Accanto all’opaco universo del Pentagono dall’11/9 insieme al nuovo Homeland Security Department ne è cresciuto un altro, che inghiotte altre centinaia di miliardi ed ancora meno trasparente, oggetto dell’inchiesta del Washington Post. Che inizia con queste parole:

“Il mondo top secret creato dal governo in risposta all’attacco terroristico dell’11 settembre 2001 è diventato così grande, così poco maneggevole e così riservato che nessuno sa quanto denaro costa, quanta gente impiega e quanti programmi esistano al suo interno o esattamente quante agenzie fanno lo stesso lavoro”… Sono 1200 gli organismi governativi e circa 2000 le società private che lavorano su programmi di controterrorismo, sicurezza nazionale e intelligence. Una superstruttura capillare, che copre 10.000 località degli Stati Uniti in edifici quasi sempre mimetizzati, ma il cui cuore è nel distretto di Washington, dove dal 2001 sono stati costruiti 33 complessi per 17 milioni di mq, una superficie tre volte quella del già enorme Pentagono. Con una profusione di tecnologie da far impallidire James Bond. Questo mondo parallelo è protetto da una straordinaria segretezza. “E’ una comunità chiusa” ( dal post di Underblog, 2010, a cui rimandiamo, qui l’originale, qui un documentario PBS, qui intervista ad Arkin, qui il libro).

Conclusione di Engdahl. “La rivelazione di un buco nero del Pentagono da $6.5 trilioni non è che un sintomo. Una nazione che spende in guerre ovunque nel mondo ignorando il decadimento delle sue infrastrutture nazionali, per sistemare le quali si stima siano necessari $3.6 trilioni, la metà di quanto l’Esercito non riesce a rendicontare, è destinata al collasso. A meno che gli americani non siano disgustati dalla Sodoma e Gomorra che è oggi Washington e comincino ad agire al di fuori dallo schema ( ouside the matrix, più suggestivo).

Già. Per Engdahl la corsa alla Presidenza fra la democratica Hillary Clinton e il repubblicano Donald Trump è a sua volta un sintomo. Ma non aggiunge altro. Vediamo.

I candidati alla Presidenza e la Difesa . Entrambi per quanto riguarda la Difesa sono stati in un primo tempo vaghi, e apparentemente critici. Hillary, da sempre falco pro guerre da essere soprannominata Killary dai suoi critici, proponeva di istituire per prima cosa una commissione di saggi ( blue ribbon commission) per rivedere la politica e i livelli di spesa della Difesa. Un’iniziativa che ammiccava ai liberal, di cui però non c’è più traccia nel suo programma ufficiale. Dove propone di sottrarre il Budget della Difesa ai limiti del sequester. Non diversamente da Trump.

Il candidato Rep va oltre. Inizialmente concentrato sui problemi interni, critico su spese statali inutili e costi militari eccessivi all’estero, proprio in questi primi giorni di settembre 2016 Trump ha rilanciato pesantemente in tutt’altra direzione. Abbracciando i piani dell’ Heritage Foundation, uno dei pensatoi neocon, adesso vuole 50.000 soldati in più per l’Esercito, più di 70 nuove navi da guerra, 13 nuovi battaglioni per la Marina e circa 100 aerei per l’Aeronautica, proponendo un massiccio incremento della spesa a suo dire necessaria per essere meglio preparati per altre minacce globali. E però vuol far pagare di più a Germania, Giappone e Arabia Saudita per le basi Usa sul loro territorio (l’Italia non è citata).

Sarà per questo che gli Usa vedono con favore i piani per una Difesa Europea?

L’allarme di Eisenhower, 1961. Non può non tornare alla mente l’allarme sui rischi del dilatarsi e rafforzarsi dell’“complesso militar-industriale” (sic) lanciato dal presidente Eisenhower, già comandante delle Forze Alleate nella II Guerra Mondiale, nel lontano 1961, nel suo commiato alla nazione ( e qui).

“Nell’amministrazione del governo dobbiamo guardarci dal dare per scontata un’influenza ingiustificata, cercata o non richiesta, da parte del complesso militar-industriale”…”La nostra organizzazione militare oggi ha poco a che vedere da quella che hanno conosciuto i miei predecessori in tempo di pace, o anche durante la II Guerra Mondiale e la Corea”…La congiunzione di un immenso establishment militare e di una grande industria bellica è nuova per l’America. La sua influenza totale – economica, politica, persino spirituale – è avvertita in ogni città, in ogni Stato, in ogni ufficio del governo federale”…”Eisenhower invitava i cittadini a “non lasciare che questa combinazione metta a rischio la libertà e i processi democratici” .

La guerra in Vietnam era appena iniziata.

Parole gravi e in qualche modo profetiche alla luce della forza acquistata da quello Stato profondo che da allora si è dilatato intrecciandosi col mondo della f inanza. Tanto che si parla ormai di complesso militar-industriale-finanziario.

Fonte: La Stampa

Tiziana, i video hard e il web che (a volte) uccide


Condividere contenuti, mettere “mi piace”, chiedere l’amicizia. Solo a nominarle, le funzioni principali di Facebook, il re dei social network, evocano un clima di prossimità, di armonia, quasi di affetto. Purtroppo però, tra come il mondosocial e in generale della Rete dovrebbe essere, e come poi è in realtà, si scava quotidianamente un divario, un vulcano eruttante irrisione, cinismo, spesso malvagità vera e propria. E la triste vicenda di Tiziana Cantone – la ragazza di Napoli che si è tolta la vita in seguito alla diffusione virale di una serie di suoi video hard che lei, del tutto ingenuamente, aveva inviato a cinque suoi contatti – è in buona parte espressione proprio di questo: di mancanza di sensibilità, di egoismo, d’incapacità di interrogarsi sull’origine dei quei video. Da questo punto di vista, le responsabilità sono certamente anche dei media e dei giornalisti.

Ha scritto Peter Gomez, direttore de ilfattoquotidiano.it: «Ilfattoquotidiano.it, al pari di molte altre testate e siti online, si è comportato in maniera gravemente negligente sul caso di Tiziana Cantone […] Un articolo che dava conto del fenomeno esploso intorno al suo nome. Nel pezzo si raccontava come venissero vendute magliette che riportavano una frase da lei pronunciata, si parlava dei gruppi Facebook a lei dedicati, delle parodie e dei tanti video satirici che spopolavano su YouTube. Sbagliando avevamo trattato la cosa come una sorta di fenomeno di costume […] L’errore commesso è evidente e innegabile. Non eravamo davanti a un caso di costume, ma un caso di cronaca che come tale andava trattato e approfondito per poi avere in mano elementi sufficienti per decidere se pubblicare o meno». Sarebbe tuttavia molto semplicistico fermarsi qui.

I giornalisti, i social network e il web hanno difatti una responsabilità limitata su una vicenda che è stata anche giudiziaria (la donna si era vista riconoscere il diritto all’oblio, salvo poi essere condannata a pagare le spese giudiziarie perché “consenziente”) e riflettendo sulla quale mi è tornata in mente una frase letta anni fa. Diceva più o meno così: appena navigate su internet, attenti a non incontrare brutta gente; dopo un po’, attenti a non diventare brutta gente. Ora, non per esagerare in sintesi ma ritengo che queste parole, che vanno al di là del mero cyberbullismo, dicano molto sia della Rete, spesso canale di narcisismo estremo, odio e indifferenza, sia di noi, frequentatori di una “realtà virtuale” che non esiste non perché immaginaria, ma perché estensione della reale. Certo, sul web è assai più semplice celarsi, mentire, spacciarsi per qualcun altro; ma la cattiveria e il cinismo che ci portiamo dentro no, quelli restano.

Ecco perché, se da un lato c’è da augurarsi che la giustizia faccia il suo corso sulla tristissima vicenda che ha avuto come protagonista-vittima Tiziana, la quale ingenuamente ignorava con quanta rapidità una telecamera possa trasformarsi in un patibolo dove vieni privato della dignità, dall’altro faremmo bene, noi tutti spettatori di questa storia, a non fingerci estranei e a ricordarci, qualora ci venisse in mente di condividere video, articoli o fotografie di un certo tipo, che dietro un volto o un corpo c’è sempre e comunque una persona, un vissuto, un’anima soprattutto. Perché il vero guaio della Rete, nel momento in cui – come si diceva poc’anzi – distrae dalla consapevolezza di essere espressione della realtà, è di liberare gli istinti peggiori facendoci dimenticare che ogni click è un’azione. E, parafrasando quanto si sente spesso dire nei film americani, tutto ciò che clicchiamo potrà essere usato contro di noi.

Affinché questa tragedia possa insegnare qualcosa, senza sprofondare presto nella cronaca passata, è dunque il caso di farsi – tutti – un serio esame di coscienza. Lo dobbiamo certamente alla memoria di Tiziana, spinta nel vuoto dall’ingannevole e illusoria ricerca di apprezzamento che può procurare il sapersi vista e apprezzata, ma lo dobbiamo anche a noi stessi, che a differenza sua abbiamo ancora la possibilità di vivere e di lottare con lo straordinario potere di navigare nella vita di tutti i giorni, dentro e fuori la Rete, rendendoci testimoni di speranza e ambasciatori del buonumore. Perché non c’è davvero nessun modo migliore per cambiare le cose, in questa nostra babelica e tormentata epoca, che diventare noi per primi la persona pulita che vorremmo incontrare, il collega leale che sogniamo di trovarci nell’ufficio accanto, colui che vorremmo che ci chiedesse l’Amicizia dimostrando, nei fatti, di saperla onorare.

15 anni dopo l’11/9: sulla fisica dei crolli dei grattacieli


Un articolo di scienziati e ingegneri spiega perché ci sono prove schiaccianti sul fatto che l’11 settembre 2001 per le Tre Torri ci fu una demolizione controllata.

L’11 settembre 2001, il mondo ha assistito al crollo totale di tre grandi grattacieli in acciaio. Da allora, gli scienziati e gli ingegneri stanno lavorando per capire perché e come questi disastri strutturali senza precedenti si sono verificati.

di Steven Jones, Robert Korol, Anthony Szamboti e Ted Walter.
Nota della Redazione di Europhysics News*

«Questo pezzo è un po’ diverso dai nostri soliti articoli puramente scientifici, in quanto contiene alcune congetture. Tuttavia, data la tempistica e l’importanza della questione, riteniamo che questo articolo sia sufficientemente tecnico e interessante da meritare la pubblicazione per i nostri lettori. Ovviamente, la responsabilità del contenuto di questo articolo è in capo agli autori.»

* Europhysics News è la rivista della comunità dei fisici europei. È posseduta dalla European Physical Societye prodotta in cooperazione con EDP Sciences. È distribuita a tutti i soci individuali e a numerosi abbonati istituzionali. È distribuita in 25mila copie per numero.

Nell’agosto del 2002, il National Institute of Standards and Technology (NIST) ha lanciato quella che sarebbe diventata un’indagine lunga sei anni sui tre disastri costruttivi che si sono verificati l’11 settembre 2001 (11/9): i ben noti crolli delle Torri Gemelle del World Trade Center (WTC) avvenuti quella mattina e il meno conosciuto crollo avvenuto nel tardo pomeriggio, quello dell’Edificio 7 del World Trade Center, di 47 piani, che non era stato colpito da un aeroplano. Il NIST ha condotto la sua indagine basata sulla premessa dichiarata che «le Torri e l’Edificio 7 del WTC [erano] gli unici casi noti di collasso strutturale totale di grattacieli presso i quali gli incendi avessero avuto un ruolo significativo». In effetti, né prima né dopo l’11/9 degli incendi hanno mai causato il crollo totale di un grattacielo in acciaio, né lo ha fatto un qualsiasi altro evento naturale, con l’eccezione del terremoto del 1985 di Città del Messico, che rovesciò un edificio per uffici di 21 piani. In alternativa, l’unico fenomeno in grado di far crollarecompletamente tali edifici è stato tramite una procedura nota come demolizione controllata, nella quale esplosivi o altri dispositivi sono utilizzati per abbattere una struttura in modo intenzionale.

Sebbene il NIST abbia infine concluso dopo diversi anni di indagine che tutti e tre i crolli dell’11/9 erano principalmente dovuti a incendi, quindici anni dopo l’evento un numero crescente di architetti, ingegneri e scienziati rimangono non convinti da questa spiegazione.

Prevenire i disastri dei grattacieli

I grattacieli in acciaio hanno subito incendi di grandi dimensioni senza dover subire il crollo totale per quattro motivi principali:

1) Gli incendi tipicamente non sono abbastanza caldi né durano abbastanza a lungo in ciascuna singola area da generare abbastanza energia in grado di riscaldare i grandi elementi strutturali fino al punto in cui cedano (la temperatura alla quale l’acciaio strutturale perde abbastanza forza da cedere dipende dal fattore di sicurezza utilizzato in fase di progettazione. Nel caso del WTC 7, per esempio, il fattore di sicurezza era generalmente pari a 3o superiore. Qui, si sarebbe dovuto perdere il 67% della forza per farne derivare il cedimento, il che avrebbe richiesto che l’acciaio venisse riscaldato sino a circa 660 °C);

2) La maggior parte dei grattacieli hanno sistemi antincendio di soppressione (spruzzatori d’acqua), che impediscono ulteriormente a un incendio di rilasciare energia sufficiente a riscaldare l’acciaio fino a uno stato critico di cedimento;

3) Gli elementi strutturali sono protetti da materiali ignifughi, che sono progettati per impedire loro di raggiungere temperature di cedimento entro periodi di tempo specificati;

4) i grattacieli in acciaio sono progettati per esseresistemi strutturali altamente ridondanti. Pertanto, se si verifica un cedimento localizzato, esso non finisce per causare un crollo sproporzionato dell’intera struttura. Nel corso della storia tre grattacieli in acciaio sono noti per aver subito crolli parziali a causa di incendi; nessuno di questi ha portato a un crollo totale. Innumerevoli altri grattacieli con struttura in acciaio hanno sperimentato grandi incendi di lunga durata senza subire un crollo né parziale né totale (vedi, per esempio, le figure 1A e 1B) [1].


FIG. 1: Il WTC 5 è un esempio di come i grattacieli con struttura in acciaio si comportano tipicamente durante incendi di grandi dimensioni. È bruciato per più di otto ore, l’11 settembre 2001, e non ha subito un crollo totale (Fonte: FEMA).




FIG. 2: Il WTC 7 è caduto in modo simmetrico e con accelerazione in caduta libera per un periodo di 2,25 secondi durante il suo crollo (Fonte: NIST).

Oltre a resistere ai sempre presenti carichi gravitazionali e agli incendi occasionali, i grattacieli devono essere progettati per resistere a carichi generati durante altri casi: in particolare, forti venti e terremoti estremi. Progettare per i fenomeni di venti forti e per gli eventi sismici richiede principalmente che la struttura abbia la capacità di resistere a carichi laterali, che generano sollecitazioni sia di trazione che di compressione nelle colonne, dovute alla flessione, Le seconde poi vanno combinate con sollecitazioni di compressione indotte dalla gravità dovute ai carichi verticali. Solo quando l’acciaio è diventato diffusamente prodotto in quantità industriale è stata raggiunta la capacità di resistere a grandi carichi laterali e la costruzione di grattacieli è diventata possibile. L’acciaio è sia molto forte che duttile, il che gli permette di resistere alle sollecitazioni di trazione generate dai carichi laterali, a differenza dei materiali fragili, come il calcestruzzo, che sono deboli in tensione. Sebbene il calcestruzzo venga oggi usato in alcuni grattacieli, il rinforzo in acciaio è necessario praticamente in tutti i casi.

Per consentire la resistenza dei carichi laterali, i grattacieli sono spesso progettati in modo tale che la percentuale di carico delle loro colonne usata per carichi verticali è relativamente bassa. Le colonne esterne delle Torri Gemelle, ad esempio, utilizzavano solo circa il 20% della loro capacità di sopportare carichi verticali, lasciando un ampio margine per i carichi laterali supplementari che si verificano in presenza di venti forti ed eventi sismici [2].

Poiché gli unici carichi presenti durante l’11/9 dopo l’impatto degli aerei erano la gravità e il fuoco (non c’erano forti venti quel giorno), molti ingegneri sono rimasti sorpresi per il fatto che le Torri Gemelle siano crollate completamente. Le torri, infatti, erano state progettate specificamente per resistere all’impatto di un aereo di linea, come spiegò l’ingegnere strutturale capo, John Skilling, in un’intervista al Seattle Times a seguito dell’attentato con bomba del 1993 al World Trade Center: «La nostra analisi ha indicato che il problema più grande sarebbe il fatto che tutto il carburante (dall’aereo) verrebbe riversato all’interno dell’edificio. Ci sarebbe un incendio terribile. Parecchia gente rimarrebbe uccisa», dichiarò, ma aggiunse: «La struttura dell’edificio sarebbe ancora lì.» Skilling proseguì dicendo che non riteneva che una singola auto bomba da 200 libbre [90 kg] riuscirebbe a buttare giù né a fare gravi danni strutturali a ciascuna delle Torri Gemelle. «Tuttavia», aggiunse, «Non sto dicendo che degli esplosivi appropriatamente applicati – cariche cave – di una tale magnitudine non possano fare una quantità enorme di danni …. Immagino che se si disponesse del massimo esperto in questo tipo di lavoro e gli si desse l’incarico di demolire questi edifici con esplosivi, scommetterei che ce la farebbe». In altre parole, Skilling riteneva che l’unico meccanismo che avrebbe potuto far crollare le Torri Gemelle era una demolizione controllata.

Tecniche di demolizione controllata

La demolizione controllata non è una pratica nuova. Per anni era prevalentemente attuata con gru che facevano dondolare pesanti palle di ferro per rompere semplicemente degli edifici in piccoli pezzi. Di tanto in tanto, c’erano strutture che non potevano essere demolite in questo modo. Nel 1935, le due torri Sky Ride, alte 191 metri, della Esposizione universale del 1933 a Chicago sono state demolite con 680 kg di termite e 58 kg di dinamite.

La termite è un incendiario contenente un combustibile fatto di polvere metallica (di solito alluminio) e di un ossido di metallo (di solito ossido (III) di ferro o “ruggine”). Alla fine, quando ci furono a sufficienza grandi edifici in acciaio e muratura che dovevano essere abbattuti in modo più efficiente ed economico, l’uso di cariche cave di taglio è diventato la norma. Poiché le cariche cave hanno la capacità di concentrare l’energia esplosiva, possono essere collocate in modo da tagliare diagonalmente le colonne in acciaio in modo rapido e affidabile. In generale, la tecnica usata per demolire grandi edifici implica il tagliare le colonne di una superficie sufficiente dell’edificio per far sì che la porzione integra sopra quella zona cada e schiacci sé stessa nonché qualsiasi cosa rimanga sotto di essa.

Questa tecnica può essere realizzata in un modo ancora più sofisticato, fissando una successione di tempi in cui le cariche esplodano in sequenza in modo che le colonne più vicine al centro vengano distrutte prima. Il cedimento delle colonne interne crea all’esterno una spinta verso l’interno e causa il fatto che la maggior parte dell’edificio sia trascinato verso l’interno e verso il basso mentre i materiali vengono schiacciati, mantenendo così i materiali frantumati entro un’area in qualche modo alquanto limitata, spesso addirittura all’interno della «impronta» dell’edificio. Questo metodo viene spesso definito come «implosione».




FIGURA. 3: il frame finale del modello computerizzato del WTC 7 a cura del NIST mostra grandi deformazioni verso l’esterno niente affatto osservate nei video (Fonte: NIST)

Il caso del WTC 7

Il crollo totale del WTC 7 alle ore 17:20 dell’11/9, mostrato in fig. 2, è degno di nota perché ha ben esemplificato tutte le caratteristiche che suggellano un’implosione: l’edificio è precipitato in caduta libera assoluta per i primi 2,25 secondi della sua discesa su una distanza di 32 metri ovvero otto piani [3].

Il suo passaggio dalla stasi alla caduta libera è stato improvviso, accadendo in circa mezzo secondo. È caduto simmetricamente verso il basso. La sua struttura in acciaio è stata quasi completamente smembrata e depositata in gran parte all’interno dell’impronta dell’edificio, mentre la maggior parte del suo cemento è stata polverizzata in minuscole particelle. Infine, il crollo è stato rapido, essendosi verificato in meno di sette secondi. Data la natura del crollo, qualsiasi indagine aderente al metodo scientifico avrebbe seriamente preso in considerazione l’ipotesi della demolizione controllata, quando non avrebbe addirittura iniziato con essa. Invece, il NIST (così come la Federal Emergency Management Agency (FEMA), che aveva condotto uno studio preliminare prima dell’indagine NIST) ha iniziato con la conclusione predeterminata secondo cui il crollo fu causato dagli incendi. Cercare di dimostrare questa conclusione predeterminata era apparentemente difficile. Lo studio di nove mesi della FEMA si è concluso dicendo che «le specifiche degli incendi nel WTC 7 e il modo in cui essi hanno causato il crollo dell’edificio rimangono ignoti in questo momento. Sebbene il carburante diesel totale nei locali contenesse un’enorme energia potenziale, l’ipotesi più accreditata ha solo una bassa probabilità che si verifichi». Il NIST, nel frattempo, dovette rimandare il rilascio della sua relazione sul WTC 7 da metà 2005 al novembre 2008. Ancora nel marzo 2006, dell’investigatore capo del NIST, il Dr. Shyam Sunder, si registrava questa dichiarazione: «In verità, io non lo so davvero. Abbiamo avuto difficoltà a capirci qualcosa sull’Edificio numero 7».

Per tutto il tempo, il NIST era irremovibile nell’ignorare la prova che confliggeva con la sua conclusione predeterminata.

L’esempio più notevole è stato il suo tentativo di negare che il WTC 7 avesse subito una caduta libera. Quando venne pressato su questa materia nel corso di una conferenza tecnica, il dottor Sunder respinse l’obiezione dicendo: «[un] periodo a caduta libera consisterebbe in un oggetto che non ha componenti strutturali sottostanti.» Ma nel caso del WTC 7, affermò, «c’era una resistenza strutturale che veniva assicurata». Solo dopo essere stato sfidato da un insegnante di fisica delle superiori, David Chandler, e dal professore di fisica Steven Jones (uno degli autori di questo articolo), che avevano misurato la caduta in un video, il NIST ammise un periodo di 2,25 secondi di caduta liberanella sua relazione finale.

Eppure il modello computerizzato del NIST non mostra tale intervallo di caduta libera, né il NIST tenta di spiegare in che modo il WTC 7 non avrebbe potuto avere «nessuna componente strutturale sottostante» per ben otto piani. Invece, il rapporto finale del NIST fornisce uno scenario contorto che implica un meccanismo di rottura senza precedenti: ossia la dilatazione termica delle travi del piano che spingono via dalla sua sede una trave adiacente. Il presunto distacco di questa trave ha quindi presumibilmente causato una cascata di otto piani di cedimenti dei pavimenti, che, combinati con il cedimento di altre due connessioni delle travi – anch’esso legato alla dilatazione termica – ha lasciato una colonna fondamentale senza supporto lungo nove piani, facendo sì che la colonna si deformasse. Questo cedimento di una sola colonna presumibilmente innescò il crollo dell’intera struttura interna, lasciando l’esterno non supportato come un guscio vuoto. Presumibilmente le colonne esterne a quel punto si piegarono lungo un intervallo di due secondi e l’intera parte esterna cadde in simultanea come una sola unità [3].

Il NIST è stato in grado di arrivare a questo scenario solo omettendo o travisando caratteristiche strutturali critiche nella sua modellazione al computer [4].

La correzione anche di uno solo di questi errori rendel’avviamento del crollo raffigurato dal NIST indiscutibilmenteimpossibile.

Eppure, anche in presenza degli errori di partenza che risultavano favorevoli alla sua conclusione predeterminata, il modello computerizzato del NIST (vedi Fig. 3) non riesce a replicare il crollo osservato, mostrando invece grandi deformazioni verso l’esterno che non sono affatto osservate nei video e che non mostrano invece nessun intervallo di caduta libera. Inoltre, il modello termina, senza alcuna spiegazione, in meno di due secondi, all’interno di un collasso di sette secondi. Purtroppo, la modellazione computerizzata del NIST non può essere verificata in modo indipendente poiché il NIST ha rifiutato di rilasciare una gran parte dei suoi dati di modellazione sulla base del fatto che così facendo «potrebbe mettere a repentaglio la sicurezza pubblica».


Il caso delle Torri Gemelle

Mentre il NIST ha cercato di analizzare e modellare il crollo del WTC 7, non lo ha fatto nel caso delle Torri Gemelle. Secondo le stesse parole del NIST, «L’obiettivo dell’indagine era la sequenza degli eventi dal momento dell’impatto dell’aereo fino all’inizio del collasso per ciascuna torre … Questa sequenza è indicata come la “probabile sequenza del crollo”, ancorché ricomprenda ben poca analisi del comportamento strutturale della torre dopo che le condizioni per l’inizio del crollo sono state raggiunte e il crollo diventava inevitabile» [5].

Pertanto, il rapporto definitivo sul crollo delle Torri Gemelle non contiene alcuna analisi del motivo per cui le loro parti inferiori non siano riuscite ad arrestare o addirittura rallentare la discesa delle sezioni superiori – che il NIST ammette siano «venute giù sostanzialmente in caduta libera» [5-6] – né spiega i vari altri fenomeni osservati durante i crolli. Quando un gruppo di firmatari ha presentato una richiesta formale di correzione chiedendo al NIST di effettuare tale analisi, il NIST ha replicato che non riusciva «a fornire una spiegazione esauriente del crollo totale», perché «le modellazioni computerizzate non [erano] in grado di convergere su una soluzione». Tuttavia, il NIST fece una cosa, nel tentativo di giustificare la sua affermazione sul fatto che i piani inferiori non sarebbero stati in grado di arrestare né rallentare la discesa delle sezioni superiori in un crollo guidato dalla forza di gravità. A pagina 323 del documento NCSTAR 1-6, il NIST ha citato un articolo di un professore di ingegneria civile, Zdeněk Bazant, e del suo studente laureato Yong Zhou, che era stato pubblicato nel gennaio 2002 [7], che, secondo il NIST, «ha affrontato la questione del perché si sia verificato un crollo totale» (come se quella domanda fosse naturalmente al di fuori della portata della propria indagine). Nel loro documento, Bazant e Zhou sostennero che ci sarebbe stato un colpo potentequando la parte superiore in caduta impattò sulla sezione inferiore, causando un carico amplificato sufficiente per avviare la deformazione nelle colonne. Sostennero inoltre che l’energia gravitazionale sarebbe corrisposta a 8,4 volte la capacità di dissipazione di energia delle colonne durante la deformazione. Negli anni successivi, i ricercatori hanno misurato la discesa della sezione superiore della WTC 1 (la Torre Nord, ndt) e hanno scoperto che non ha mai subito una decelerazione: cioè non vi fu alcun potente colpo improvviso [8-9].

Dei ricercatori hanno anche criticato l’uso da parte di Bazant dell’accelerazione di caduta libera lungo la prima fase del crollo, quando le misurazioni mostrano in realtà che corrispondeva a circa la metà dell’accelerazione di gravità[2].

Dopo la caduta per un piano, le misurazioni mostrano una velocità di 6,1 m/s anziché la velocità di 8,5 m/s che avrebbe causato la caduta libera. Questa differenza di velocità raddoppia in effetti l’energia cinetica, perché è una funzione del quadrato della velocità.

Inoltre, i ricercatori hanno dimostrato che la massa di 58×106kg che Bazant ha utilizzato per la massa della sezione superiore era il carico massimo del progetto, non l’effettivo carico di servizio pari a 33?106 kg [10].

Insieme, questi due errori ingigantirono l’energia cinetica della massa in caduta di 3,4 volte. Inoltre, è stato dimostrato che la capacità di dissipazione dell’energia delle colonne utilizzata da Bazant era almeno 3 volte troppo bassa [2].

Nel gennaio 2011 [11] Bazant e un altro suo studente laureato, Jia-Liang Le, hanno tentato di respingere la critica sulla mancanza di decelerazione sostenendo che ci sarebbe stata una perdita di velocità pari ad appena circa il 3%, che sarebbe stata troppo piccola per poter essere osservata, data la risoluzione della fotocamera. Bazant e Le hanno inoltre sostenuto che la perdita di velocità della conservazione della quantità di moto sarebbe stata solo dell’1,1%. Tuttavia, sembra che Le e Bazant abbiano erroneamente utilizzato una massa della sezione superiore pari a 54,18?106 kg e una massa del piano impattato di soli 0,627?106 kg, che contraddiceva la massa del piano di 3,87?106 kg che Bazant aveva usato nei documenti precedenti. La prima massa del piano è rappresentativa solamente della soletta in cemento, mentre la seconda massa del piano comprende tutti gli altri materiali presenti su quel piano. Il solo correggere questo dato aumenta la perdita della velocità della conservazione della quantità di moto di oltre 6 volte, fino a un valore del 7,1%. Inoltre, la dissipazione dell’energia della colonna si è dimostrata essere molto più significativa rispetto a quanto accampato da Bazant. I ricercatori hanno conseguentemente fornito dei calcoli che dimostrano che un crollo naturale sopra un piano non solo rallenta, ma in realtà si arresterebbe dopo uno o due piani di caduta (vedi Fig. 4) [2, 10].




FIGURA 4: Il grafico qui sopra [10] mette a confronto la misurazione di David Chandler [9] della velocità della linea del tetto del WTC 1 con il calcolo errato di Bazant [11] e con i calcoli di Szamboti e Johns con l’utilizzo di valori di input corretti per la massa, l’accelerazione attraverso il primo piano, la conservazione della quantità di moto, e il momento plastico (il momento flettente massimo che una sezione strutturale può sopportare). I calcoli mostrano che – in assenza di esplosivi – la sezione superiore del WTC 1 si sarebbe arrestata dopo essere caduta per due piani (fonte: Rif. [10]).

Altre prove inesplicate

La meccanica del crollo di cui sopra è solo una frazione delle prove disponibili che indicano che gli impatti aerei e gli incendi che ne derivarono non hanno causato il crollo delle Torri Gemelle. Dei video dimostrano che la parte superiore di ciascuna torre si disintegrò entro i primi quattro secondi del crollo. Dopo quel punto, nemmeno un video mostra le sezioni superiori che si è supposto siano discese fino a terra prima di essere schiacciate. Video e fotografie mostrano anche numerose scariche ad alta velocità di detriti che vengono espulsi da sorgenti puntiformi (vedi Fig. 5).




FIGURA 5: Scariche ad alta velocità di detriti, dette anche “squibs”, furono espulse da sorgenti puntiformi nel WTC 1 e WTC 2, così come da un tratto da 20 a 30 piani più in basso del fronte del crollo (Fonte: Noah K. Murray).

Il NIST li definisce come “sbuffi di fumo”, ma non riesce ad analizzarli in modo appropriato [6]. Il NIST non fornisce una spiegazione nemmeno per la polverizzazione a mezz’ariadella maggior parte del calcestruzzo delle torri, losmembramento quasi totale dei telai in acciaio, né l’espulsione di tali materiali fino a 150 metri in tutte le direzioni. Il NIST aggira la questione della presenza ben documentata di metallo fuso in tutto il campo di detriti e afferma che il metallo arancione fuso che si è visto colare fuori dal WTC 2 per sette minuti prima del crollo fosse alluminio proveniente dall’aeroplano combinato con materiali organici (vedi Fig. 6) [6].


FIGURA 6: Il metallo fuso è stato visto colare fuori dal WTC 2 ininterrottamente per i sette minuti che precedono il suo crollo (Fonti: WABC-TV, NIST).

Eppure degli esperimenti hanno dimostrato che l’alluminio fuso, anche in miscela con materiali organici, ha un aspetto argenteo: il che suggerisce che il metallo fuso arancione fosse invece emanato da una reazione con la termite utilizzata per indebolire la struttura [12].

Nel frattempo, del materiale nano-termitico che non ha subito reazione è stato da allora scoperto in diversi campioni indipendenti di polvere del WTC [13].

Per quanto riguarda ciò che hanno riferito i testimoni oculari, di circa 156 testimoni, tra cui 135 primi soccorritori, sono stati documentati degli interventi in cui hanno affermato di aver visto, sentito, e/o percepito esplosioni prima e/o nel corso dei crolli [14].

Che le Torri Gemelle siano state abbattute con esplosivi sembra essere stata l’opinione prevalente iniziale tra la maggior parte dei primi soccorritori. «Ho pensato che stesse esplodendo, in realtà», ha dichiarato John Coyle, un comandante dei vigili del fuoco. «Ciascuno credo che a quel punto ancora pensasse che queste cose siano state fatte saltare» [15].

Conclusione

Vale la pena ripetere che gli incendi non hanno mai causato il crollo totale di un grattacielo in acciaioprima o dopo l’11/9.

Abbiamo dunque assistito a un evento senza precedenti per ben tre volte distinte l’11 settembre 2001? Le relazioni del NIST, che hanno tentato di sostenere questa conclusione improbabile, non riescono a convincere un numero crescente di architetti, ingegneri e scienziati. Al contrario, le prove sono schiaccianti in favore della conclusione secondo cui tutti e tre gli edifici sono stati distrutti con demolizione controllata. Date le implicazioni di vasta portata, è moralmente imperativo che questa ipotesi sia oggetto di un’indagine veramente scientifica e imparziale da parte delle autorità competenti.

Gli autori

Steven Jones è un ex professore ordinario di fisica alla Brigham Young University. I suoi principali interessi di ricerca sono stati nei settori della fusione, dell’energia solare, e dell’archeometria. È autore o co-autore di svariati articoli che documentano le prove di temperature estremamente elevate durante la distruzione del World Trade Center e le prove della presenza nella polvere del WTC di materiale nano-termitico che non ha subito reazione.

Robert Korol è professore emerito di ingegneria civile alla McMaster University dell’Ontario, Canada, ed è inoltre membro della Canadian Society for Civil Engineering e dell’Engineering Institute of Canada. I suoi principali interessi di ricerca sono stati nei settori della meccanica strutturale e delle strutture in acciaio. Più di recente, ha intrapreso una ricerca sperimentale sulla resistenza post-cedimento di colonne in acciaio a forma di H e nell’assorbimento di energia associata con la polverizzazione di pavimenti in calcestruzzo.

Anthony Szamboti è un ingegnere di progettazione meccanica con oltre 25 anni di esperienza di progettazione strutturale nel settore aerospaziale e della comunicazione. Dal 2006, è stato autore o co-autore di una serie di documenti tecnici sui crolli dei grattacieli del WTC che sono stati pubblicati nel Journal of 9/11 Studiese nell’International Journal of Protective Structures.

Ted Walter è il direttore della strategia e sviluppo per Architects & Engineers for 9/11 Truth (AE911Truth), un’organizzazione no-profit che rappresenta oggi oltre 2.500 architetti e ingegneri. Nel 2015, è stato autore del saggio dell’AE-911Truth Beyond Misinformation: What Science Says About the Destruction of World Trade Center Buildings 1, 2, and 7 (trad.: “Oltre la Disinformazione: ciò che la scienza dice a proposito della distruzione del World Trade Center Edifici 1, 2 e 7″). Ha conseguito un Master in Public Policy presso la University of California, Berkeley.

Riferimenti e note


[2] G. Szuladziński and A. Szamboti and R. Johns, International Journal of Protective Structures 4, 117 (2013).




[6] NIST: Questions and Answers about the NIST WTC Towers Investigation (Updated September 19, 2011).

[7] Z. Bazant, Y. Zhou, Yong, Journal of Engineering Mechanics 128, 2 (2002).

[8] A. Szamboti and G. MacQueen, The Missing Jolt: A Simple Refutation of the NIST-Bazant Collapse Hypothesis, Journal of 9/11 Studies (April 2009).

[9] D. Chandler, The Destruction of the World Trade Center North Tower and Fundamental Physics, Journal of 9/11 Studies (February 2010).

[10] A. Szamboti and R. Johns, ASCE Journals Refuse to Correct Fraudulent Paper Published on WTC Collapses, Journal of 9/11 Studies (September 2014).

[11] J.-L. Le and Z. Bazant, Journal of Engineering Mechanics 137, 82 (2011).

[12] S. Jones, Why Indeed Did the WTC Buildings Collapse Completely? Journal of 9/11 Studies (September 2006).

[13] N. Harrit et al., Open Chemical Physics Journal (April 2009).

[14] G. MacQueen, Eyewitness Evidence of Explosions in the Twin Towers, Chapter Eight, The 9/11 Toronto Report, Editor: James Gourley (November 2012).

[15] Fire Department of New York (FDNY): World Trade Center Task Force Interviews, The New York Times (October 2001 to January 2002).



Traduzione per Megachip a cura di Pino Cabras.

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