01 ottobre 2016

Nomi e cognomi di chi volutamente o inconsapevolmente ha fatto aumentare di 1265 miliardi di euro in 24 anni il debito dello Stato italiano verso hedge fund anglo americani e caucasici



- di Alessandro Govoni –

Giuliano Amato : aveva già contro- firmato il DPR n. 556 del 29 dicembre 1987 su proposta del Ministro del Tesoro (appunto lo stesso Amato!) con cui viene consentito alle banche d’affari straniere di piazzare in Italia derivati sulla valuta : Barclays e altre banche piazzano al Tesoro e a oltre centomila imprese famiglie italiane MUTUI in ECU dichiarati truffa contrattuale dal Tribunale di Milano nel 2002. Nel 2009, la Cassazione con la sentenza n. 43347, dichiarerà una truffa contrattuale anche i finanziamenti in marchi tedeschi del 1992, la tecnica truffaldina è la stessa sia nel 1987 che nel 1992, e in seguito nel 2008 con i finanziamenti in yen giapponesi e ora dal 2015 con i finanziamenti in franchi svizzeri piazzati ad ignara clientela italiana sempre da Barclays.

Nel 1987, non vengono ancora piazzati derivati sul tasso in quanto è necessario che prima sia conquistato il controllo di banca d’Italia affinché il governatore di Banca d’Italia possa cambiare il tasso a richiesta.

Guido Carli e Giuliano Amato: firmano la L. n. 35 del 29 gennaio 1992 con cui privatizzano le banche italiane azioniste di Banca d’Italia, consapevolipertanto di, indirettamente, privatizzare anche Banca d’Italia.

Carlo Azeglio Ciampi: nove giorni dopo modifica l’art. 25 dello Statuto di Banca d’Italia con cui accoglie la L. n. 82 del 7 Febbraio 1992 firmata da Carli che conferisce a Ciampi, ossia al Governatore di Banca d’Italia, il potere esclusivo di poter variare il tasso ufficiale di sconto di sua libera iniziativa. La norma sarebbe ininfluente se le banche azioniste di Banca d’Italia fossero rimaste pubbliche ossia dell’IRI, ma nove giorni prima erano state invece privatizzate divenendo le attuali Banca Intesa, Unicredit, Carisbo e Carige. E’ improbo che Ciampi non sapesse che le banche azioniste di Banca d’Italia nove giorni prima fossero divenute private.

La norma avrà una portata devastante sulle generazioni future: il Governatore della neo Bankitalia Spa varierà il tasso ufficiale di sconto sempre al ribasso portandolo dal 15% di settembre 1992 ad oggi che è lo 0,05%. Contestualmente, 21 banche d’affari straniere fanno contrarre a partire dal 1992, al Tesoro dello Stato italiano, 120 miliardi di euro di derivati sul tasso con clausola killerbanca vince se tasso cala, che arrecano allo Stato italiano una perdita addebitata sul conto corrente del Tesoro quantificata ad oggi in non meno di 220 miliardi di euro. L’esistenza della clausola killer nei contratti derivati sottoscritti dal Tesoro è certa, diversamente il mark to market ad oggi non sarebbe negativo per il Tesoro per 42 miliardi di euro.

Il Tesoro si rifiuta di esibire alla Procura di Trani i contratti derivati sottoscritti forse per nascondere l’esistenza della clausola killer sul tasso “banca vince se tasso cala” che inchioderebbe alle loro responsabilità governatori di Banca d’Italia dal 1992 e i vertici del Tesoro per aver favorito 21 banche d’affari straniere.

Ma a una delle 21 banche d’affari straniere in occasione di un recente Question Time mosso dal Movimento 5 Stelle scappa detto che i contratti derivati sottoscritti dal Tesoro sono stati registrati all’ufficio del registro per conferire loro data certa, pertanto oggi reperibili.

Mario Draghi : undici giorni più tardi, il 18 febbraio 1992, firma il D.M. del Tesoro n. 44 con cui autorizza le banche straniere a piazzare derivati al Tesoro dello Stato italiano.

Diventa difficile credere che non sapesse che la loro sottoscrizione fosse invece stata vietata alle PA di Germania e Regno Unito sin dal 1981.

Romano Prodi : nel 1991, l’IRI acquisisce due banche siciliane. Nel 2014 viene rilevato che gli azionisti occulti di Unicredit e Intesa sono per oltre il 70 % del loro capitale una decina di hedge fund anglo americani ma in gran parte di origine caucasica (Georgia, Crimea, ecc…)

Nel 1991 venne venduto nel Caucaso gran parte del materiale bellico sovietico in cambio di, secondo articoli dell’epoca, circa 5/6 miliardi di dollari di allora, 10/11 miliardi di dollari di oggi .

Si inserisce Guzzanti con una strana storia pubblicata da “Il Giornale” il 15 Novembre 2015 sui fondi sfuggiti al kgb e secondo l’ambasciata russa confluiti a Roma e a Milano sul finire del 1991, denaro le cui tracce, secondo lo scrittore stavano seguendo i due Magistrati, Falcone e Borsellino.

Il sospetto e l’assurdo è che tali fondi dell’ ex Urss siano stati utilizzati da hedge fund anglo americani e caucasici per sottoscrivere nel 1992, attraverso interposte persone fisiche, in realtà studi legali che li rappresentano al voto, le azioni delle privatizzande Intesa e Unicredit.

Giuliano Amato: è sua la parziale ipotizzata falsa notizia data alla stampa nel Gennaio del 1992 che l’Italia sarebbe uscita dallo SME il mese successivo. In realtà l’italia uscirà dallo SME soltanto nel Settembre del 1992. Questa notizia, che costituisce reato di ipotizzato aggiotaggio, provoca infatti che le banche centrali di tutto il mondo inizino a vendere a partire da febbraio del 1992 le lire che avevano nelle loro riserve, ora a rischio valutazione, e a comprare marchi tedeschi, individuati come nuovo bene rifugio. Insediatosi il Governo Amato il 29 Giugno 1992, nel business della svalutazione della lira entrano due banche d’affari, Goldman Sachs e Deutsche Bank , che vendono allo scoperto sulla borsa di Londra tra luglio e settembre del 1992 , 70.000 miliardi di lire. Per contrastare questa vendita allo scoperto, Amato fa acquistare dallo Stato italiano sul mercato 63.000 miliardi di lire fino ad esaurimento delle scorte in dollari del Tesoro. Esaurite le scorte valutarie, la lira crolla e sarà acquistata a prezzi stracciati dalle stesse banche d’affari che l’avevano venduta allo scoperto.

Amato, essendo stato ministro del Tesoro, non si può dire non consapevole del fatto che la limitatezza delle scorte valutarie mai avrebbe potuto contrastare vendite allo scoperto messe in atto dalle due più potenti banche d’affari al mondo, visto che all’epoca era sufficiente per le suddette banche d’affari porre a garanzia della scommessa soltanto il 10% della stessa .

Nel business si buttano anche neo privatizzate banche commerciali italiane tra cui la Cassa di Risparmio di Parma e Piacenza che a partire dal luglio 1992 fa indebitare in marchi tedeschi 10.000 ignare famiglie e imprese tra Parma, Piacenza, Reggio Emilia e La Spezia arrecando loro una perdita di cambio dell’80% .

L’operazione di finanziamento in marchi tedeschi viene simulata dalla Cassa di Risparmio al suo interno, che pertanto guadagna tutta la perdita di cambio arrecata al cliente. La Cassa di Risparmio di Parma e Piacenza confluirà in Banca Intesa che si scoprirà nel 2014 controllata al voto per oltre il 70 % , attraverso interposte persone fisiche in realtà studi legali (Trevisan Giulio) da 1991 banche straniere in realtà concentrate in una decina di hedge fund anglo-americani ma in gran parte caucasici azionisti di Goldman e Deutsche.

Amato nel 1993 vorrebbe cambiare registro: immediatamente rimbalza da Londra la notizia che sia indagato per aggiotaggio. Amato si rimette sul binario e la notizia rientra.

Amato, Barucci, Conso, Scalfaro, firmano un decreto legislativo devastante per le generazioni future, il n. 481 del 14 Dicembre 1992, con cuiaboliscono di soppiatto la separazione tra banche di prestito e banche speculative. Di soppiatto in quanto essendo un decreto legislativo e non un decreto legge non viene fatto passare dal vaglio di Camera e Senato.

Lo stesso decreto che abolisce la separazione tra banche viene introdotto anche in Portogallo, Spagna e Grecia, i cosiddetti PIIGS, che i banchieri privati internazionali, che nel frattempo hanno conquistato il capitale azionario delle loro banche come in Italia, possono far dimagrire con una cura snellente ad hoc.

Dopo aver perso Svezia e Norvegia come “cliente”nel 1991, avendo Svezia e Norvegia nel 1991 nazionalizzato le proprie banche commerciali, è l’Italia la vittima designata nel 1992 dai banchieri privati internazionali sopracitati per fare profitticon l’illecita creazione elettronica dei mutui, profitti elusi al fisco italiano per la parte che riguarda le quote capitali delle rate dei prestiti creati elettronicamente nel caso le banche partecipate dai suddetti banchieri internazionali avessero effettuato una certa scrittura di partita doppia nella propria contabilità al fine di occultarne la rilevanza fiscale.

Il Circuito Visa e Mastercard fa il suo ingresso in Italia nel 1992. Il personal computer e internet di cui il circuito Visa e Mastercard ha necessità per funzionare, fanno il loro ingresso in Italia guarda caso nel 1992.. Visa e Mastercard funzionano da idrovora dell’economia italiana: tutto il plafond mensile di spesa concesso ai titolari della carta di credito diviene guadagno netto per Visa e Mastercard in Italia dal 1992, avendolo esse creato elettronicamente, totalmente eluso al fisco italiano da Visa e Mastercard nel momento in cui il titolare della carta di credito restituisce il plafond mensile e per l’importo del plafond restituito nel caso Visa e Mastercard avessero effettuato una certa scrittura di partita doppia nella propria contabilità al fine di occultarne la rilevanza fiscale. Visa e Mastercard risultano essere controllate dall’hedge fund Fidelity a sua volta controllato dall’hedge fund di origine caucasica Vanguard.

Hedge fund che hanno partecipazioni nelle agenzie di rating – Moodys, Fitch e Standard & Poors – che nel 2011 declasseranno l’Italia provocando un aumento dello spread BTP /BUND e un aumento degli interessi sul debito pagati dallo Stato italiano, aumento di interessi passivi pagati in più dallo Stato italiano, certificato dalla Corte dei Conti, in 120 miliardi di euro.

Maria Cannata Bonfrate : viene insignita di varie onorificenze per come ha gestito il debito pubblico italiano dal 1985 . In realtà, il debito pubblico italiano aumenta dal 1992 di 1265 miliardi di euro, contro il fatto che il debito pubblico era invece aumentato nei 140 anni precedenti, a valori comparati, di soli 1000 miliardi.

Direttori e Ministri del Tesoro dal 1992: omissione nel NON aver creato nel Dipartimento del Tesoro una sezione che si occupasse di prevenzione sul territorio italiano di reati commessi da banche d’affari con strumenti derivati, anzi non esibiscono alle Procure i derivati sottoscritti .

Omissione per aver occultato l’elusione fiscale delle quote capitali pagate dai mutuatari dei prestiti creati con un click elettronico dal 1992, elusione che ha alimentato la nascita e lo sviluppo di hegde fund speculatori che ciclicamente ogni 7/8 anni (1994,2001, 2008, 2016) hanno fatto crollare i titoli delle banche italiane con vendite allo scoperto facendo perdere i risparmi a milioni di ignari risparmiatori italiani , impoverendo la nazione.

Romano Prodi e Giorgio Napolitano : firmano nel 1994 l’accordo del WTO che permette alla Cina di invadere l’Italia con prodotti a bassissimo prezzo che provocano la totale distruzione dell’industria dell’abbigliamento italiana che impiegava prima del 1994, 7 milioni di persone, oggi ridotte a circa 480.000 addetti alla produzione di campionari e abiti del lusso.

Romano Prodi : contratta nel 1998 un cambio della lira col marco tedesco per entrare nell’euro totalmente penalizzante per le nostre esportazioni verso la Germania, esportazioni italiane che, per effetto di codesto cambio, risultano immediatamente più care di un 30% , portando a una accelerazione della de-industrializzazione dell’Italia . La Germania acquisterà 11 marchi di auto italiani, conquistando quasi totalmente la nostra industria automobilistica che prima del 1998 impiegava un indotto di 3 milioni di persone.

6,5 milioni di posti di lavoro persi nella produzione di abbigliamento e 2 milioni persi nell’auto corrispondono grosso modo al n. di disoccupati ed inoccupati attuali in Italia (13 milioni), al netto delladisoccupazione fisiologica (5% di 60 milioni = 3 milioni ) .

Giulio Tremonti : firma la Legge del 2001 con cui autorizza gli enti locali italiani a sottoscrivere derivati.

900 enti locali italiani contraggono derivati sul tasso con clausola killer banca vince se tasso cala. Nel solo periodo 2010 -2014 una ricerca dimostra che enti locali censiti abbiano subito perdite su derivati per 29 miliardi di euro che corrisponde all’aumento della tassazione locale nel medesimo intervallo. Per pagare le perdite su derivati alle banche d’affari alcuni comuni disseminano il territorio di autovelox.

Silvio Berlusconi: tenta di far passare per lecita con un decreto l’illecita creazione dei prestiti con un click elettronico attuata dalle banche in Italia dal 1992 di cui anche la sua banca probabilmente si è avvantaggiata anche in termini di elusione fiscale delle quote capitali pagate dai mutuatari. Dopo un volo pindarico di decreti e contro decreti che si richiamano l’un con l’altro, viene rilevato che il legislatore intendesse per “autorizzazione alla creazione della moneta elettronica” invece soltanto l’uso del bancomat esteso anche alle Poste ed alla PA .

Nel 2006 depenalizza o riduce le pene previste in caso di reati contro la Costituzione dello Stato, che sembrerebbero evidenti, tra cui

art 47 la Repubblica controlla il credito e difende la raccolta del risparmio e non il fatto che una decina di hedge fund stranieri possano controllare il credito dal 1992 e sottrarre risparmio a famiglie, imprese, enti locali e Tesoro italiani.

art 1 L’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro e non su multinazionali che dopo aver acquistato le azioni di società strategiche nazionali quotate in borsa a prezzi stracciati a seguito di operazioni di insider trading (vendite allo scoperto ), de-localizzano la produzione all’estero.

L’ingegner De Benedetti: a Equitalia dal 2006 viene conferito il poter esclusivo di rateizzare le cartelle. Nel momento in cui Equitalia rateizza le cartelle, crea però il prestito, facendo ossia figurare l’importo concesso in prestito come un deposito effettuato dal contribuente presso Equitalia. Le quote interessi via via pagate dai contribuenti vengono dichiarate da Equitalia al fisco italiano, le quote capitali sembrerebbero eluse al fisco da Equitalia. Equitalia presenta infatti bilanci inspiegabilmente complessivamente in perdita dal 2006 al 2014. Le quote capitale via via pagate dai contribuenti confluirebbero in Delaware attraverso codici bancari apposti sulle tessere sanitarie. Il Delaware è un paradiso fiscale dove secondo ricercatori austriaci Equitalia risulterebbe registrata. Il danno erariale causato potrebbe essere dal 2006 al 2014, di complessivi 3/4 miliardi di euro.

L’ingegnere con residenza in Svizzera risulta multato più volte per insider trading su titoli italiani .

Mario Monti : nel 2011 paga a Morgan Stanley la perdita di 3,2 miliardi di euro su un derivato sul tasso a titolo di mark to market (=penale di estinzione anticipata pagata appunto dal Tesoro nel 2011 per uscire anzitempo dal suddetto contratto derivato), sottoscritto dal Tesoro nei primi anni 90, quando Direttore del Tesoro era Mario Draghi .

Questo contratto derivato , certamente contemplante la clausola killer banca vince se tasso cala (diversamente il mark to market non sarebbe stato negativo per il Tesoro di 3,2 miliardi di euro ), potrebbe aver causato al Tesoro italiano, già pagate dal Tesoro, ulteriori perdite, dal 1994 al 2011, per una ventina di miliardi di euro, dal momento che il tasso nel 1994 era attorno al 15% e pertanto il Tesoro italiano ha dovuto pagare ad ogni scadenza della cedola semestrale sui CCT, oltre agli interessi sul CCT, anche il differenziale tra tasso fisso (15%) e tasso variabile (oggi 0,05%) del contratto derivato.

Se poi si considera che il tasso è stato variato a partire dalla L. n. 82 del 7 Febbraio 1992 dal Governatore di Bankitalia Spa di sua iniziativa e in esclusiva e ora sapendo che Bankitalia Spa risulta matematicamente controllata al voto (265 voti su 529) dagli stessi hedge fund azionisti di Morgan Stanley, l’ipotizzata truffa, ai sensi della Cassazione n.43347/2009, potrebbe essere ritenuta auto-evidente .

Appare pertanto legittima la richiesta di risarcimento avanzata dalla Corte dei Conti a Morgan Stanley per 2,8 miliardi di euro, anzi è limitativa in quanto andrebbero inclusi anche i circa 20 miliardi di euro di flussi sul derivato pagati dal Tesoro a Morgan Stanley dal 1994 al 2011.

Questi maggiori oneri pagati dal Tesoro a Morgan Stanley dal 1994 al 2011 hanno inoltre causato una sproporzione della prestazione eseguita dal Tesoro sui sottostanti CCT , comprati da Morgan Stanley su cui il Tesoro ha pagato interessi, pertanto risultanti usurai nella somma tra interessi pagati dal Tesoro sulle cedole e corrispondente flusso negativo pagato dal Tesoro sul derivato.

I figli di Monti e Draghi risultano operare per Morgan Stanley quali trader -dealear sul tasso. Il sospetto di conflitto d’interessi sollevato da alcune testate on line è che percepiscano provvigioni per ogni perdita arrecata al Tesoro da derivati sul tasso .

Giorgio Napolitano :

Nel 1992 è il responsabile del PCI per l’estero .

Il figlio risulta essere associato in uno dei maggiori studi legali londinesi che difende le banche d’affari nelle cause mosse loro contro da enti locali italiani e francesi vessati da derivati sul tasso del tipobanca vince se tasso cala. 

Il dott. Alfredo Robledo riesce a far risarcire il Comune di Milano di mezzo miliardo di euro da 4 banche d’affari straniere che avevano propinato al Comune derivati sul tasso con clausola killer banca vince se tasso cala. Innumerevoli Comuni italiani si rivolgono alla Sua sezione presso la Procura di Milano per farsi risarcire dalle banche d’affari straniere. Il dott. Robledo rileva che i derivati, oltre a provocare catastrofiche perdite ai Comuni , occultano un sistema di illecito finanziamento alla politica fatto di provvigioni corrisposte dalle banche d’affari a politici per ogni perdita arrecata al comune col derivato.

Napolitano, presidente del CSM, insedia a Milano un nuovo Procuratore Capo.

Il Dott. Robledo, per un’altra questione sorta col nuovo Procuratore capo, viene declassato nel 2015 ad una funzione che non gli permetterà nemmeno di emettere un’ordinanza.

Napolitano appare, secondo alcuni giornali, essere come una sorta di garante di questo sistema sorto nel 1992.

L ‘antica sinistra si sente tradita da questi uomini di sinistra o moderati di centro alleatisi con banchieri speculatori internazionali che hanno progressivamente impoverito la nazione.

I partigiani, che comprendono l’errore compiuto e il rischio di un peggioramento, contestano la riforma della Costituzione, ultimo baluardo rimasto in difesa di lavoratori e cittadini.

La domanda che ci si pone è se queste persone fossero consapevoli nel 1992 di favorire una ventina di banche d’affari straniere ed una decina di hedge fund speculatori stranieri, traendone un guadagno personale in fatto di provvigione percepita dalle banche d’affari stesse o tramite incarichi altisonanti con stipendi milionari e bonus azionari milionari presso gruppi di think tank tipo Bilderberg, Trilateal, Aspen ecc… oppure se fossero semplicemente europeisti convinti, in gran parte laureati in lettere e filosofia, posti appositamente nelle loro posizioni, letteralmente sopraffatti da esperti della finanza ossia tratti in inganno da banchieri privati speculatori angloamericani e caucasici, che controllano le 500 società quotate all’indice S&P che costituiscono il 99% del PIL di Stati Uniti e Regno Unito .

In un modo o nell’altro, consapevoli o non consapevoli di arrecare un danno grave, è certo che abbiano arrecato un danno grave (14 milioni di disoccupati , 48% dei giovani under 25 senza lavoro, 6 milioni di cittadini italiani in povertà assoluta, oggi in Italia dati Istat), quanto è certo che questeentità finanziarie straniere operanti in Italia dal 1992 , debbano restituire ogni maltolto .

Qualcuno disse che “gli alleati di oggi, sarebbero stati i nemici di domani” e così è stato . 

Il neoliberismo ha fallito, il comunismo pure, il capital-comunismo di Cina, Russia, India, Islanda , Norvegia, Svezia , Svizzera ed Israele e dal 2008 di Regno Unito e Stati Uniti, sembra essere l’unico modello in grado di garantire sviluppo alla nazione. 

Capital-comunismo significa che lo Stato conservi la proprietà al 100% delle banche commerciali azioniste della propria banca centrale e il 100% della proprietà del proprio ente dell’energia, unitamente al contestuale ripristino della separazione tra banche di prestito e banche speculative in modo che sia inibita l’illecita creazione dei prestiti e pertanto in modo che sia inibita la sopraffazione della finanza degli hedge fund e delle banche d’affari straniere sull’economia reale di famiglie, imprese ed enti locali della nazione . 

Si può privatizzare tutto, eccetto che banche ed energia , diversamente i cittadini divengono schiavi della finanza e oberati da costi energetici quali spesa carburante auto e per luce gas su cui le accise in Italia dal 1992 sono raddoppiate.

In Italia l’80% della proprietà delle banche azioniste di Bankitalia spa è caduto in mano a hedge fund angloamericani e caucasici, mentre l’ente dell’energia solo per il 35% è rimasto dello Stato italiano. Quando uno Stato perde il controllo di banche ed energia, è ovvio che la nazione e i suoi cittadini inizino ad impoverirsi sempre più.

E’ ovvio che Jp Morgan e altre entità finanziarie straniere che vorrebbero la riforma della Costituzione italiana, hanno interesse che anche questo ultimo baluardo venga soppresso al fine di avere via libera in ogni loro pratica sul territorio italiano, anche contro gli interessi dei cittadini italiani . 

Stati quindi, Stati Uniti e Regno Unito, conservatori e nazionalisti nei propri confini, ma LIBERISTI negli Stati degli altri.

A. Govoni 17 settembre 2016

30 settembre 2016

PARLAMENTO GRECO APPROVA PIANO PER TRASFERIRE BENI E SERVIZI PUBBLICI IN UN FONDO CREATO DAI CREDITORI


DW spiega l’ultima riforma approvata dal Parlamento greco sotto richiesta dei creditori internazionali nell’ambito del cosiddetto “salvataggio”. La riforma prevede il trasferimento di servizi pubblici fondamentali, tra cui acqua, elettricità, aeroporti e autostrade, in un fondo creato dai creditori internazionali. Naturalmente possiamo solo aspettarci che il prossimo passo sia la svendita integrale, e così ritengono i sindacati e i lavoratori pubblici.

DW, 27 settembre 2016

I beni dello Stato greco, tra cui l’acqua e l’azienda elettrica, verranno trasferiti a un nuovo fondo creato dai creditori internazionali. Il piano ha provocato dimostrazioni di protesta e scioperi del settore pubblico in tutto il paese.

Questo martedì sera il parlamento greco ha approvato una riforma per tagliare la spesa pensionistica e trasferire il controllo dei servizi pubblici a un nuovo fondo patrimoniale.

Queste riforme hanno lo scopo di cercare di sbloccare aiuti finanziari per un totale di 2,8 miliardi di euro, come parte del più recente programma di bailout del paese.

Le riforme sono state approvate con una maggioranza ristretta di 152 contro 141 voti nel parlamento greco (che ha un totale di 300 seggi), dove la maggioranza è detenuta dalla coalizione di governo Syriza-Greci indipendenti. Un solo membro della coalizione di maggioranza ha votato contro il progetto di riforma, così come tutti i membri dei partiti di opposizione.

Il contenuto delle riforme prevede che i beni pubblici siano trasferiti a un nuovo fondo creato dai creditori della Grecia. I beni ceduti includono gli aeroporti e le autostrade, così come l’acqua e le infrastrutture elettriche. Il nuovo fondo raggrupperà assieme queste entità pubbliche con l’agenzia nazionale per la privatizzazione, il fondo di stabilità bancario e i beni immobili dello Stato. Sarà guidato da un funzionario scelto dai creditori della Grecia, sebbene il Ministero delle Finanze greco manterrà il controllo generale.

La reazione pubblica

La riforma ha scatenato una forte reazione tra i dimostranti in piazza e tra i lavoratori del settore pubblico.

Prima dell’approvazione, i dimostranti che protestavano fuori dal Parlamento di Atene gridavano: “Al prossimo giro vi venderete l’Acropoli!“.

Il sindacato del settore pubblico greco ha criticato le riforme, dicendo che il trasferimento dei beni pubblici apre la strada alla svendita agli investitori privati. “La sanità, l’istruzione, l’elettricità e l’acqua non sono beni di commercio, appartengono alle persone” ha detto il sindacato in una dichiarazione.


I lavoratori dell’azienda pubblica greca dell’acqua, ad Atene e a Tessalonica, martedì sono usciti in piazza per protestare contro la riforma. “Stanno cedendo la ricchezza e la sovranità della nazione“, ha detto George Sinioris, capo dell’associazione dei lavoratori dell’azienda pubblica dell’acqua.

“Riteniamo sia un crimine, perché questa riforma riguarda i servizi pubblici fondamentali. Reagiremo con cause in tribunale, scioperi, occupazioni e altre forme di protesta“.

Il governo ha detto che il trasferimento di questi beni rappresenta un modo di gestione più efficace rispetto a un piano per la svendita. “Trasferire i beni a questo fondo non significa che lo Stato rinuncia alla proprietà“, ha detto Panos Skourletis, il ministro per l’energia, durante un dibattito parlamentare. “Inoltre, non significa privatizzazione, e in terzo luogo questi beni non sono collaterali ai prestiti fatti al paese“.

“Lo Stato greco rimane il solo soggetto detentore di questi beni“, ha detto. “A parte la privatizzazione, ci sono altri modi di valorizzare i beni, e ci stiamo concentrando su di essi“.

I termini di salvataggio

La Grecia ha sottoscritto l’ultimo pacchetto di aiuti finanziari, per una somma totale di 86 miliardi di euro, a metà del 2015. Si trattava del terzo pacchetto dal 2010. Il governo del Primo Ministro Alexis Tsipras da allora ha approvato una quantità di riforme economiche richieste dai creditori del paese, incluse riforme delle pensioni e di tasse sul reddito.

A metà ottobre, i rappresentanti dei creditori della Grecia – vale a dire la Commissione Europea, la Banca Centrale Europea (BCE), il Meccanismo Europeo di Stabilità, e il Fondo Monetario Internazionale (FMI) – si riuniranno ad Atene per condurre la seconda revisione sul processo di bailout. La revisione prevederà probabilmente la richiesta di una impopolare riforma del lavoro.

La Grecia spera che questa riforma del lavoro le permetta di partecipare al programma di quantitative easing della BCE nel corso del prossimo anno.

Tsipras è attualmente sotto pressione per avere annullato una quantità di promesse che aveva fatto ai suoi elettori, già stremati dalla recessione, durante la campagna elettorale del 2015. I funzionari del governo greco hanno si sono già espressi contro la prospettiva di altre riforme che porteranno alla perdita di altri posti di lavoro e ad altri tagli nei salari.

Tuttavia il debito pubblico greco raggiungerà probabilmente un nuovo picco quest’anno, toccando il 180 percento del PIL; un livello che il FMI ritiene insostenibile.



Prelievo sui conti confermato: il salvabanche è a carico nostro


GIÀ SPESI 3,6 MILIARDI PER IL DEFAULT DI ETRURIA & CO. AUMENTANO LE GABELLE E RISORGE PURE L’ANATOCISMO

Banche sempre più care per i correntisti che si trovano a pagare il conto salato della crisi, dei salvataggi portati a termine e di quelli futuri oltre che di un contesto competitivo particolarmente complesso da affrontare.

Al di là delle dichiarazioni ufficiali, il rischio stangata è nell’aria, mentre aumentano le gabole più o meno nascoste all’interno di chilometrici contratti di conto corrente e le altrettanto sibilline proposte di modifiche unilaterali dei contratti in essere. A tutto vantaggio della banca, ovviamente. Il sistema ha persino decretato al risurrezione della pratica dell’anatocismo, ovvero la pratica di far pagare gli interessi sugli interessi ,data per morto anni fa. Dal primo ottobre infatti, secondo le disposizioni del decreto legge 18/2016, i correntisti avranno due mesi di tempo per decidere se permettere o meno l’addebito in conto degli interessi passivi maturati nell’anno. In questo caso gli interesse diventeranno capitale, producendo ulteriori interessi. Manca solo la richiesta di pagamento sui depostiti che altri Paesi hanno già introdotto. Ma potrebbe non mancare molto.

Proprio in questi giorni è emerso che al Banco Popolare e Ubi, hanno riversato sui propri clienti i costi del salvataggio di Banca Etruria, CariChieti, Banca Marche e CariFerrara chiedendo rispettivamente una contributo di 25 e di 12 euro.

Il salvataggio, a carico del Fondo Nazionale di Risoluzione delle crisi bancarie, istituito da Bankitalia e partecipato dai 208 istituti di credito aderenti, è finorma costato al sistema, 3,6 miliardi. Di questi miliardi solo una parte, in futuro, potranno essere verosimilmente recuperate con la vendita, ad esempio, delle nuove banche al miglior offerente, di cui si sta parlando proprio in questi giorni e, quindi, la retrocessione dei ricavi della vendita al Fondo di Risoluzione. Per ora tuttavia quel che è certo è che il salvataggio delle quattro banche si è rivelato un salasso per gli istituti chiamati a concorrervi che, direttamente o indirettamente potrebbero riversare l’esborso sostenuto sui rispettivi clienti. Intesa Sanpaolo, secondo quanto riportato da fonti interne, nel 2015 ha versato 550 milioni, Banco Popolare 152 milioni, Ubi 60 milioni, Carige e Cariparma Credit Agricole 42 milioni, Banca Popolare di Milano 52,9 milioni (a cui si sono aggiunti altri 14,4 milioni nel primo semestre) e Monte dei Paschi di Siena 71 milioni.


Altri istituti come Unicredit, hanno deciso di aumentare di due euro al mese sui costi di diverse formule di abbonamento di conto corrente, motivando la decisioni, tra l’altro, con «l’accordo in sede UE per la costituzione di un fondo per la risoluzione delle crisi bancarie (il cosiddetto Single Resolution Fund)». Il fondo è in vigore dal primo gennaio ed è chiamato a intervenire per limitare il rischio di bancarotte bancarie a livello europeo, attraverso la concessione di prestiti o il rilascio di garanzie, qualora risulti necessario assorbire, ad esempio, perdite al posto dei creditori esclusi, riducendo l’ammontare del bail in. Oggi, con le due principali banche tedesche alla deriva, anche il mantenimento di un simile fondo rischia di risultare decisamente costoso per il nostro sistema bancario e, in un ultimo, per i correntisti sui cui saranno riversati i maggiori costi.

Gli altri principali istituti di credito presenti sul territorio italiano, per ora, hanno negato di avere effettuato aumenti dei costi dei conti corrente per recuperare gli esborsi sostenuti per i salvataggi bancari o, comunque, di avere allo studio manovre, dirette o meno, per far ricadere sui correntisti i costi crescenti della crisi del credito. A tirarsene fuori sono: Intesa Sanpaolo, Carige, Banca Popolare di Milano, Cariparma Credit Agricole e Monte dei Paschi di Siena.

Il Governo Renzi si consegna nelle mani dei grandi banchieri


In un articolo del Wall Street Journal viene svelato all’opinione pubblica internazionale a chi il Governo Renzi ha chiesto di risolvere i problemi degli istituti di credito del Belpaese. La scoperta ha dell’incredibile.

Incredibile davvero ma dal “fiorentino” tutto appare possibile. Dopo aver coordinato tentativi ripetuti e sinora infruttuosi tesi a soccorrere le banche più in difficoltà del paese, il governo italiano si è gradualmente orientato verso un improbabile salvatore: il presidente e amministratore delegato di J.P. Morgan Chase & Co., James Dimon. Il finanziere, riferisce il “Wall Street Journal”, è un “italofilo”: la sua banca ha istituito da tempo una presenza consolidata nel paese ed ha stretto solidi legami con le sue istituzioni.

Al contrario di molte banche europee, può vantare un bilancio in grado di sostenere importanti operazioni di riordino. Resuscitare le banche italiane più sofferenti “è un compito sconfortante e denso di rischi, una delle sfide fondamentali poste dalla finanza europea”: gli istituti di credito del Belpaese, com’è noto, sono gravati da una quantità eccessiva di sofferenze bancarie, e i regolamenti post-crisi impediscono allo Stato di intervenire con decisione per risolvere il problema.

In questo contesto, J.P. Morgan è gradualmente emersa come la migliore speranza dell’Italia (sic!), forse l’ultima: lo scorso luglio ha fatto da parte i competitori ed ha capitanato un ambizioso piano di salvataggio di Monte dei Paschi di Siena (Mps), dopo essersi appellato al consiglio di amministrazione dell’istituto di credito senese, ed dopo aver intrattenuto colloqui di alto livello con funzionari del governo italiano. La J.P. Morgan figura anche tra i soggetti che si sono attivati per sostenere la più grande banca italiana, UniCredit Spa, a sua volta alle prese con un difficile processo di riordino patrimoniale. Recentemente, il gruppo di Dimon ha anche aiutato Banca Popolare di Bari SpA a liberarsi di mezzo miliardo di crediti deteriorati.


Il ruolo della grande banca d’investimenti statunitense, sottolinea il “Wall Street Journal”, non è passato inosservato: “Credo che J.P. Morgan stia esercitando una influenza eccessiva negli affari bancari italiani”, ha recentemente affermato Pietro Laffranco, esponente del partito Forza Italia e membro della commissione Affari finanziari della Camera dei deputati. Questa estate Dimon ha visitato l’Italia per celebrare i cento anni di attività della sua banca nel paese; l’ad non ha perso l’occasione per ribadire il suo amore per l’Italia: “Mi piacerebbe potervi trascorrere più tempo”, ha dichiarato.

Il dossier Mps, però, si preannuncia un rebus non indifferente anche per un colosso come J.P. Morgan: non è chiaro come la banca statunitense e gli altri soggetti che riuscirà a coinvolgere riusciranno ad assorbire un aumento di capitale da 5 miliardi di euro e 28 miliardi di crediti deteriorati. Il problema è anzitutto la fiducia: sinora nessuna banca si è impegnata a sottoscrivere l’aumento di capitale di Mps. Potenzialmente più allettante è il piano, per ora soltanto abbozzato, per la creazione di un veicolo separato preposto allo smaltimento delle sofferenze, finanziato da prestiti di diverse banche. Questa entità, scrive il “Wall Street Journal”, potrebbe fruttare alle banche coinvolte diverse centinaia di milioni di dollari sotto forma di commissioni e interessi.

Tra gli investitori, comunque, domina perlopiù lo scetticismo: gli otto miliardi di euro che Mps ha raccolto dagli investitori negli ultimi anni si sono volatilizzati, ed ora la banca italiana ha una quotazione di mercato di appena 550 milioni di euro. Se il piano di salvataggio dovesse fallire, e i partecipanti trovarsi con un pugno di mosche, il panico potrebbe propagarsi con effetti devastanti all’intero settore bancario italiano. Se invece J.P. Morgan avrà successo, scolpirà nella pietra il suo ruolo di interlocutore privilegiato del governo italiano per il settore bancario, e spalancherà le porte al rilancio di una serie di altre banche locali che necessitano di ristrutturazioni o fusioni.

Fonte: Katehon

Tratto da: Controinformazione

Sanità, nuova stangata. Ticket su 24 prestazioni gratuite. Ecco i nuovi ticket


SANITÀ, NUOVI TICKET SANITARI A PAGAMENTO: DALLA CATARATTA AL TUNNEL CARPALE, PICCOLI INTERVENTI SI PAGANO

Sanità, nuova stangata per gli italiani: a lanciare l’allarme è la Cgil che, analizzando la relazione tecnica del ministero della Salute al decreto sui Livelli essenziali di assistenza (Lea), ha stimato in 60,4 milioni di euro il valore dei nuovi ticket sanitari. Si paga su piccoli interventi.
STANGATA NUOVI TICKET: DALLA CATARATTA AL TUNNEL CARPALE, PICCOLI INTERVENTI SI PAGANO

Dalla Cigl denunciano come alcune cure e prestazioni garantite gratuitamente ai cittadini, come piccoli interventi di chirurgia (cataratta, ernia al dito a martello o il tunnel carpale), con i nuovi Lea diventeranno a pagamento: in aggiunta anche alcune prestazioni, complessivamente 24, che ora vengono effettuate in Day Surgery diventeranno ambulatoriali e quindi richiederanno il pagamento del ticket. Tradotto: incassi maggiori di circa 20 milioni di euro per il Servizio sanitario nazionale mentre gli altri 40 milioni stimati entreranno in virtù dell’introduzione di nuove prestazioni ambulatoriali nell’elenco dei Livelli essenziali di assistenza.

SANITÀ, NUOVI TICKET: LE PRESTAZIONI A RISCHIO

Prestazioni a rischio in questo quadro: quelle in artroscopia, ernia inguinale, calcoli, ricostruzione della palpebra, interventi sul cristallino e amputazione delle dita della mano e del piede.
La Cigl giudica in modo positivo l’idea di una ridefinizione dei Lea, ma si oppone al fatto che i nuovi ticket vengano scaricati sulle spalle dei cittadini e, in particolare, sulle fasce più deboli come gli anziani.
Sul decreto sui Lea manca ancora il parere delle commissioni parlamentari, solo dopo si passerà alla fase operativa: le nuove disposizioni dovrebbero entrare in vigore gradualmente nel corso del 2017.

FONTE

26 settembre 2016

Riforma Fornero Lavoro: l’ora della verità


- Piergiovanni Alleva –

Lavoro: l’ora della verità

Con il sostanziale svuotamento dell’art.18 St., si chiude una parabola che ha abbracciato quattro decenni all’insegna della garanzia della dignità del lavoro.
Con l’art.18 prevedente, in caso di licenziamento arbitrario, la reintegra nel posto di lavoro, il lavoratore poteva esercitare con tranquillità, durante il rapporto, tutti i suoi diritti, legali e contrattuali, perché la legge imponeva al datore di giustificare lui, a pena di annullamento, l’eventuale licenziamento che volesse intimargli, indipendentemente dalla possibilità del lavoratore di dare la difficilissima prova di una volontà di rappresaglia contro l’esercizio di quei diritti.
Ora l’art.18 come norma antiricatto è nella sostanza venuta meno e quindi si realizza il disegno di parte datoriale di poter contare su uno strumento sicuro di dominio, costituito dalla minaccia sempre incombente sul lavoratore di licenziamento, giustificato o meno.
Questo è il cuore del problema, che ormai conoscono tutti.
In primo luogo il Governo, che, dopo aver messo alla disperazione decine di migliaia di persone con la manomissione del sistema pensionistico, completa ora il lavoro sporco affidatogli a tempo dai ceti dominanti.
Anche i grandi sindacati, che avrebbero potuto, come in altre occasioni, bloccare questa micidiale controriforma con una estesa e convinta mobilitazione e con un forte sciopero generale, ma che, invece, questa volta non hanno promosso.
Anche il maggior partito progressista avrebbe potuto, specie dopo i risultati dell’elezioni amministrative, semplicemente alzare un dito per bloccare questo sbilanciato provvedimento. Invece ha preferito diventare la nuova spalla su cui poggia l’arma della diseguaglianza e del ricatto occupazionale.

II. Da parte nostra, però, sarebbe ingiusto emettere così drastici e impietosi giudizi, senza darne una spiegazione scientifica e tecnica, corroborata da una esperienza operativa durata quaranta anni.
Per onorare questo obbligo, esponiamo di seguito uno schema di lettura della riforma Fornero, da cui risulta, anche oltre il suddetto cuore del problema, una valutazione complessivamente negativa e penalizzante per il lavoro nelle varie forme dipendente.

1. La riforma è idealmente divisibile in tre parti, di cui quella centrale riguarda appunto la “flessibilità in uscita”, ossia la riforma della disciplina dei licenziamenti.
Essa riduce la possibilità di reintegra nel posto di lavoro a ipotesi del tutto marginali e generalizza invece, quale sanzione per i licenziamenti ingiusti, una semplice indennità economica di importo compreso tra 12 e 24 mensilità.
Che si tratti di un pauroso salto all’indietro, in definitiva l’ha riconosciuto anche il Governo, che, proprio per questo, ha dichiarato di offrire “compensazioni”costituite dalle altre due parti della legge Fornero, dedicate rispettivamente alla riforma della “flessibilità in entrata”, ossia alla limitazione e messa sotto controllo del precariato e alla riforma degli “ammortizzatori sociali”, quali cassa integrazione ed indennità di mobilitàe di disoccupazione, che – si è detto –la nuova legge avrebbe migliorato, proprio in considerazione della maggior facilità di licenziamento accordata alle parti datoriali.
Ebbene affermiamo, sfidando chiunque a sostenere il contrario, che proprio questa della”compensazione”è la menzogna più odiosa, perché, sia sul versante della “flessibilità in entrata”, sia su quello degli “ammortizzatori sociali”, la legge Fornero è drasticamente peggiorativa rispetto alla normativa attuale.
Non temiamo di affermare, anzi, come non ci sia una sola norma che, al di là dell’apparenza, sia davvero migliorativa.
È demoralizzante che la maggior forza politica progressista abbia avvallato l’ingannevole interpretazione della “compensazione”.
Vediamo come stanno veramente le cose.
Nella “flessibilità in uscita”la riforma Fornero affronta quattro tipi di licenziamenti
a) Nel licenziamento “discriminatorio”non cambia nulla, perché ben si sa che trattasi di figura solo teorica per l’eccessiva difficoltà della prova.
b) Nel licenziamento “disciplinare”- vero cuore della tematica-la possibilità di reintegra, viene limitata a casi di scuola e ridotta a una sorta di foglia di fico. – In sostanza per aversi reintegra occorrerebbe o che il datore si fosse inventato tutto o che avesse letto male il contratto collettivo, applicando il licenziamento dove doveva applicarsi una sanzione più lieve.
c) Nel licenziamento “per motivo oggettivo”, la reintegra è limitata all’ipotesi di “manifesta insussistenza” del fatto addotto come motivo del licenziamento, applicandosi altrimenti la sola sanzione economica. – Torna alla mente, anche qui, l’immagine ipocritamente pudica della foglia di fico.
d) Nel licenziamento “per riduzione di personale”si sancisce il gravissimo arretramento che i vizi riguardanti la procedura sindacale di esubero non danno più luogo a reintegra, ma solo a una indennità economica.


2. Nella “flessibilità in entrata”, il vantato giro di vite normativo sull’abuso dei contratti a progetto e sulle false partite iva con monocommittenza si riduce a riprendere risapute interpretazioni già acquisite in via giurisprudenziale ma con un grosso arretramento con riguardo ai rapporti di consulenza a partita iva, perché la monocommittenza viene legata a indici empirici facilmente aggirabili. Ad es. l’aggiramento può essere realizzato con la previsione delle fatturazioni non a una sola societa’ ma a piu’ societa’tra loro in qualche modo collegate.
Ma è sul contratto a termine e sul contratto di lavoro somministrato che la riforma Fornero ha dato, contrariamente alle promesse, briglia sciolta al precariato, prevedendo che possa essere privo di causale il primo contratto a termine della durata di ben 12 mesi e così anche il primo contratto di somministrazione; contratto che anche in altri casi è stato esentato dall’obbligo della causale.
Basterà dunque assemblare tra loro in maniera accorta i vari tipi contrattuali previsti, per realizzare quel precariato permanente di persone ultra ricattabili, che è il vero risultato – a parer nostro voluto – della riforma Fornero.

3. Nella parte relativa agli “ammortizzatori sociali” viene adottato un criterio di malthusianismo sociale.
Infatti al primo soffio di difficoltà le imprese potranno licenziare perché non ci sarà più quella cigs tradizionale che per la classe operaia italiana ha rappresentato sul piano collettivo una garanzia simile a quella dell’art.18 sul piano individuale.
Fosse stata vigente in passato la legge Fornero, non sarebbero ancora aperte fabbriche come Fiat, Breda, Ansaldo, Finmeccanica, che sono riuscite a ristrutturarsi anche grazie alla cigs.
Per fortuna questa follia dovrebbe entrare in vigore solo nel 2016.

III. Ci permettiamo solo una considerazione finale, ricordando come l’art.8 del dl 138/2011 fu un “colpo di coda”potenzialmente devastante che il Governo Berlusconi riuscì a fare passare, disponendo della maggioranza parlamentare.
Le forze di opposizione promisero correttamente l’abrogazione, alla prima occasione possibile, di quella folle previsione che consente di derogare ai contratti collettivi mediante contratti aziendali. Tuttavia la norma è ancora in vigore.
Che dire allora di questa riforma Fornero, tanto grave e pericolosa, che però tra qualche mese non avrà più genitori politici in attività?
Qualcuno adotterà allora come suo figlio il piccolo feroce mostro così rimasto orfano?
Sarebbe il caso già di pensare a una sua abrogazione anche referendaria – magari assieme all’altra mostruosità dell’art.8 – per iniziativa di lavoratori, cittadini, associazioni sociali e culturali ancora consapevoli dell’importanza per il nostro Paese di norme di salvaguardia della dignità del lavoro e di garanzia di civile convivenza.

Un lavoro dignitoso? Non l’avrai mai più, grazie al Pd


I giovani sono serviti: non avranno mai più un lavoro decente, sicuro, dignitoso. La soddisfazione con cui i partiti di centrodestra hanno salutato l’ultima versione del decreto su contratti a termine e apprendistato è «la miglior certificazione non solo degli ulteriori e quasi incredibili peggioramenti di una legge già pessima, ma della vera e propria bancarotta – non c’è altra parola – della rappresentanza parlamentare del Partito Democratico». Con la sola eccezione di Stefano Fassina, rileva Piergiovanni Alleva, i parlamentari del Pd «si sono lasciati soggiogare da alcuni notissimi nemici storici dei lavoratori e dei sindacati», a cominciare dall’ex ministro Maurizio Sacconi, accettando un testo normativo «che mai i governi Berlusconi sarebbero riusciti ad ottenere a scapito dei lavoratori, e di cui invece il “democratico” Renzi e il “comunista” Poletti vanno invece addirittura fieri». Sono loro, i portabandiera della sinistra ufficiale, a seppellire lo Statuto dei Lavoratori su cui si sono basati decenni di sviluppo sociale nell’Italia del benessere.

Col decreto Poletti, osserva Alleva in un articolo sul “Manifesto” ripreso da “Micromega”, i contratti a termine diventano “acausali”: possono essere

 

conclusi senza una motivazione specifica. Unico obiettivo: «Tenere il lavoratore sotto il perpetuo ricatto del mancato rinnovo», senza più neppure sperare in una conferma a tempo indeterminato dopo 36 mesi, perché per questo occorrerebbe un ulteriore contratto: perché mai concederlo, visto che sarebbe più conveniente assumere un nuovo precario? Certo, ricorrere al turn-over dei precari non favorisce certo la competitività dell’azienda sul piano della qualità: ma è appunto questa, come denunciano molti osservatori, la tendenza a cui l’impresa italiana si è andata rassegnando. Meglio produzioni di bassa qualità, ovviamente a basso costo, per tentare di competere sul mercato mondiale globalizzato. Problemi che non esisterebbero se invece si puntasse sul mercato interno dei consumi, sulle filiere corte.

Alleva si sofferma sull’ipocrisia del Pd, che ha «trangugiato con la massima indifferenza la “acausalità” e fissato, in cambio, un falso obiettivo, onde poter poi vantare falsi successi». Il falso obiettivo: «Ridurre le possibili proroghe di un contratto “acausale” da 8 a 5», il che però «non sposta di un millimetro il problema del potere ricattatorio consegnato al datore». Anche perché, come subito notato dai giuristi, «una cosa è la proroga di un contratto, altra cosa è il suo rinnovo, ossia la stipula di un altro successivo contratto del tutto analogo». In altre parole, «dopo avere prorogato per cinque volte un contratto acausale a termine, niente impedisce di stipulare un altro contratto simile con le sue cinque proroghe, e così via». Eppure, insiste Alleva, «i parlamentari Pd hanno avuto il coraggio di vantare questo inganno, o autoinganno, come un successo politico».


Altro fronte di degradazione definitiva del mercato del lavoro, l’argine del “contingentamento” dei precari, in percentuale ai lavoratori a tempo indeterminato: una misura di salvaguardia, introdotta nel 1987. Nella sua versione originaria, prosegue Alleva, lo stesso decreto Poletti prevedeva una percentuale massima del 20% di contratti a termine per azienda, ma ora il limite è stato aggirato. Restava un ultimo punto: l’obbligo di trasformare in lavoratori stabili i dipendenti a termine, una volta superata la soglia del 20%. «Ebbene, anche su questo i parlamentari del Pd sono stati pronti al grosso passo indietro, a genuflettersi ai Poletti, ai Sacconi, agli Ichino ed ad accettare che il testo normativo preveda, invece della trasformazione, una semplice sanzione amministrativa per lo “sforamento”». Per Alleva, è come se si concedesse a chi dà lavoro in nero di non essere più obbligato a mettere in regola il lavoratore. «Si tratta di un assurdo giuridico, oltre che di una vergogna politica, che l’ineffabile capo dei deputati Pd ed ex ministro del


lavoro Cesare Damiano ha avuto il coraggio di definire come “differenza minimale” rispetto al testo originario».

Conclude Alleva: «Alla prova dei fatti, tra le forze politiche rappresentate in Parlamento solo i deputati di Sel e del “Movimento 5 Stelle” hanno tenuto un comportamento coerente, limpido e di appassionata difesa della dignità dei lavoratori». Ora, dopo lo scontato voto di fiducia «che consentirà di consumare definitivamente questo vero crimine sociale», la parola dovrà passare «a quanti, nei movimenti e nella società civile, hanno davvero a cuore i diritti dei lavoratori, cercando di rivendicarli anche nelle aule di giustizia italiane ed europee». Sempre che parola “giustizia”, naturalmente, ridiventi coniugabile – in un futuro indefinito – con la parola “Europa”, cioè con la tecnocrazia neoliberista del Fiscal Compact del Trattato Transatlantico che mira esattamente a ridurre a zero le protezioni dello Stato verso i lavoratori, con l’unico obiettivo di far aumentare in modo esplosivo i profitti dei vertici industriali e finanziari, a scapito di milioni di nuovi schiavi sottopagati e precari. Operazione a cui, in questi anni – a tappe forzate (trattati europei) – proprio il centrosinistra ha dato un contributo determinante. Buon ultimo Matteo Renzi: sta servendo ai poteri forti, su un piatto d’argento, le atroci “riforme strutturali” invocate da Mario Monti e Elsa Fornero.



IL FISCAL COMPACT E LA TRAPPOLA DEL “BILANCIO STRUTTURALE”




- DI THOMAS FAZI –

Si parla tanto del Fiscal Compact ma pochi sanno come funziona veramente. E non solo in Italia. Nei corridoi di Bruxelles la voce che gira è che il testo completo del patto “l’hanno letto in 10 e capito in 3”. Quanto c’è di vero, dunque, su quello che si sente in giro?

Tanto per cominciare, c’è da dire che il Fiscal Compact di nuovo introduce molto poco. Il testo poggia in buona parte sul Trattato di Maastricht (1991) e sul Patto di stabilità e crescita (1999) – le tavole su cui sono incise le sacre regole di bilancio dell’Ue –, e poi riprende e integra un insieme di disposizioni proposte dalla Commissione nel periodo 2010-11 e per la maggior parte già adottate dal Consiglio e dal Parlamento europeo, come il Patto per l’euro e in particolare il six-pack e il two-pack.

Com’è noto, il Trattato di Maastricht – successivamente rafforzato dal Patto di stabilità e crescita – si componeva di due “regole d’oro”:
Il divieto per gli stati membri di avere un deficit pubblico superiore al 3% del Pil. Questo limite risultava l’unico soggetto a sanzioni in caso di mancato rispetto: la Procedura per deficit eccessivo (Pde) obbligava i paesi “in difetto” a intraprendere una politica di restrizione fiscale e a rendere conto delle sue decisioni in materia di spesa alla Commissione e al Consiglio e infine, eventualmente, a pagare una sanzione.
Il divieto di avere un debito pubblico superiore al 60% del Pil. Superato questo limite, i paesi “in difetto” dovevano avviare delle politiche correttive. Ma questo vincolo non prevedeva procedimenti sanzionatori.

I pacchetti di regolamenti six-pack e two-pack – entrambi approvati dal Parlamento Europeo – hanno poi introdotto nell’ordinamento europeo l’obbligo del “pareggio di bilancio strutturale” e la sorveglianza multilaterale sui bilanci degli stati membri (che in futuro avranno l’obbligo farsi pre-approvare le finanziarie dalla Commissione).

Di fatto, quello che fa il Fiscal Compact è estendere, rafforzare e radicalizzare la normativa esistente (a partire dal Patto di stabilità e crescita), e istituzionalizzare su base permanente il “regime di austerità” che è stato imposto in Europa in seguito alla crisi.

Il cuore del Fiscal Compact è l’articolo 3.1, che riguarda il famoso “pareggio di bilancio”. Esso afferma che “la posizione di bilancio della pubblica amministrazione di una parte contraente [deve essere] in pareggio o in avanzo”; questa regola si considera soddisfatta se il deficit strutturale annuale delle amministrazioni pubbliche risulta inferiore allo 0,5% del Pil. I paesi devono garantire una convergenza rapida verso questo obiettivo, o verso l’obiettivo di bilancio di medio specificato per il singolo paese, secondo una forcella stabilita tra il -1% del Pil e il pareggio o l’attivo. I tempi di questa convergenza verranno definiti dalla Commissione. I paesi non possono discostarsi da questi obiettivi o dal loro percorso di aggiustamento se non in circostanze eccezionali. Un meccanismo di correzione è avviato automaticamente se si individuano forti divergenze; ciò comporta l’obbligo di adottare misure volte a correggere queste deviazioni in un periodo determinato.

Ma cosa si intende esattamente per “bilancio (o deficit) strutturale”? Secondo la logica alla base del Fiscal Compact, sussiste un deficit strutturale quando un paese continuare a registrare un deficit pubblico anche se la sua economia sta operando al “massimo potenziale”. Si tratta in sostanza di un indicatore che dovrebbe permettere alla Commissione di giudicare se il deficit pubblico di un paese sia dovuto alla congiuntura economica – come nel caso di una crisi economico-finanziaria, per esempio –, nel qual caso potrebbe essere eliminato per mezzo della crescita; o se invece sia “strutturale”, ossia continuerebbe a sussisterebbe anche se il paese riprendesse a crescere e arrivasse ad operare al massimo potenziale. La premessa è che in condizioni economiche “normali” un deficit è considerato “normale” se non supera lo 0,5% del Pil. Questa idea riflette la visione neoliberista della politica di bilancio come di una politica “neutrale”, che non è né espansiva (attraverso un’iniezione di reddito all’interno del circuito economico) né recessiva (mediante un aumento del risparmio pubblico).

Ovviamente, per valutare quale sarebbe il deficit in assenza di una recessione o in caso di ripresa economica, serve una teoria. Quale sarebbe il livello della produzione – gli economisti la chiamano la “produzione potenziale” – se la situazione fosse “normale”? Più la differenza tra la produzione reale – quella che viene misurata – e la produzione potenziale è significativa, più la parte considerata congiunturale del deficit risulterà rilevante, e più il deficit strutturale verrà considerato basso. E viceversa. Questa differenza è chiamata nel gergo della Commissione “output gap”. Supponiamo che uno stato membro registri un tasso di crescita dello 0,5% e un deficit pubblico del 3% (quindi in linea con i parametri di Maastricht); la Commissione potrebbe stabilire, secondo i suoi calcoli, che se l’economia del paese in questione operasse al massimo potenziale il deficit – quello strutturale, appunto – sarebbe del 2% (in questo caso l’output gap – ovvero la percentuale del deficit imputabile alla congiuntura economica – sarebbe di -1%), e dunque il paese dovrebbe effettuare una manovra fiscale equivalente all’1,5% del Pil, per mezzo di un consolidamento di almeno lo 0,5% del Pil l’anno, per portare il deficit strutturale entro i limiti imposti dello 0,5% del Pil (pur, ripetiamo, rispettando i parametri di Maastricht). Gli stati possono temporaneamente deviare dall’obiettivo del pareggio di bilancio strutturale o dal percorso di aggiustamento solo nel caso di “circostanze eccezionali”, ossia eventi inusuali che sfuggono al controllo dello stato interessato e che abbiano rilevanti ripercussioni sulla situazione finanziaria della pubblica amministrazione, oppure in periodi di grave recessione – nel qual caso anche la Commissione sarebbe costretta ad ammettere l’esistenza di un significativo output gap congiunturale –, “purché la deviazione temporanea della parte contraente interessata non comprometta la stabilità del bilancio a medio termine”. E comunque, appena quel paese uscisse dalla recessione e ricominciasse a crescere, anche di poco, l’output gap si ridurrebbe, e il paese sarebbe costretto a ridurre nuovamente il deficit (per mezzo di ulteriori tagli alla spesa). Tornando all’esempio di prima, se il paese in questione aumentasse il suo tasso di crescita dell’1% (arrivando al suo “massimo potenziale” di 1,5%) e il suo deficit pubblico rimanesse invariato al 3%, l’output scenderebbe a 0, e di conseguenza il deficit strutturale arriverebbe a coincidere col deficit effettivo (3%), costringendo il paese a una manovra ancora più pesante (pari al 2,5% del Pil). In sostanza, il Fiscal Compact costringe i paesi a implementare misure di austerità sia in tempi di recessione o di bassa crescita che di crescita sostenuta (soprattutto in questi casi)!


Questo presenta una serie di problemi. Il primo è di ordine teorico, nel senso che non esiste nella teoria economia un metodo generalmente accettato per misurare la “produzione potenziale” di un paese. In base all’approccio liberista, a cui si ispira la Commissione, se la produzione ha un calo non è dovuto tanto a un’insufficienza della domanda quanto a problemi di offerta (produttività o competitività insufficiente, salari troppo elevati, mercato del lavoro troppo rigido, ecc.), e dunque non è possibile avere una produzione molto maggiore allo stato attuale; la componente ciclica del deficit in questo caso è minima, e quello che serve sono invece “riforme strutturali” e ulteriori tagli alla spesa. Questo metodo tende a sottovalutare il divario tra la produzione reale e la produzione potenziale, particolarmente nei periodi di recessione. A tal proposito è interessante notare che secondo i calcoli della Commissione, tra il 2008 e il 2014 il bilancio strutturale non è mai andato vicino al pareggio in nessuno dei paesi della periferia (eccetto la Grecia, per effetto delle pesantissime misure di austerità), di cui tutto si può dire fuorché che non abbiano riscontrato una “grave recessione”. E questo nonostante il fatto che prima della crisi alcuni di questi (Irlanda e la Spagna) – sempre secondo la Commissione – registrassero deficit (sia effettivi che strutturali) vicini allo zero o addirittura in avanzo.

Il secondo problema è di ordine politico, nel senso che, proprio perché non esiste alcuno strumento per misurare oggettivamente il bilancio strutturale di un paese – a differenza del bilancio effettivo –, è la Commissione a decidere, secondo dei parametri del tutto arbitrari (e molto discutibili), quale sia il livello del suddetto bilancio, e a imporre le misure correttive necessarie. Ed è sempre la Commissione, tramite le sue previsioni, a stabilire se e quanto l’economia di un paese è destinata a crescere l’anno seguente, e a chiedere sulla base di quelle previsioni misure di austerità “preventive”, in vista della riduzione dell’output gap. A tal proposito va ricordato che la Commissione è celebre per la sua tendenza a sovrastimare clamorosamente le prospettive di crescita degli stati membri. Va specificato che la Commissione può anche stabilire che un paese sta operando al di sopra del suo massimo potenziale, il che determinerebbe un output gap positivo e un conseguente peggioramento del bilancio strutturale. Supponiamo che un paese cresca a un ritmo del 2,5% e registri un bilancio pubblico di -0,5% (quindi praticamente in pareggio); la Commissione potrebbe stabilire che l’economia è di 0,5% al di sopra del suo potenziale massimo di 2% (perché, per esempio, il livello di disoccupazione è sceso al di sotto di quello che Commissione ritiene essere il “tasso naturale” per quel paese). In quel caso l’output gap sarebbe anch’esso di +0,5%, risultando in un deficit strutturale dell’1%. Con la conseguenza che il paese, pur avendo un bilancio in pareggio o quasi, sarebbe comunque costretto a effettuare una manovra dello 0,5% del Pil. In definitiva, possiamo concludere che non ci sono conti pubblici che tengano, per quanto “in ordine”, di fronte ai “calcoli” della Commissione. Ma c’è di più: anche nel caso in cui un paese registri un bilancio strutturale in pareggio, la Commissione può lanciare una Procedura per deficit eccessivo semplicemente sulla base della previsione che il deficit tornerà a crescere. È quello che la Commissione chiama il “braccio preventivo” (che va a complementare il “braccio correttivo”, che viene attivato nel caso di uno sforamento): una sorta di equivalente fiscale della nozione di “precrimine” immaginata da Philip Dick nel suo racconto Rapporto di minoranza.

Il terzo problema è di ordine costituzionale, nel senso che il Fiscal Compact – imponendo l’obbligo del pareggio o quasi di bilancio strutturale – parrebbe violare il Trattato di Maastricht, che in tutte le sue successive versioni, da quella originaria del 1992 a quella di Lisbona del 2007, ha sempre previsto un margine di deficit del 3%. Su questo punto, però, va detto che in realtà il Trattato di Maastricht imponeva già agli stati membri un pareggio (o surplus) di bilancio de facto. Il deficit pubblico di un paese, infatti, include gli interessi sul debito pubblico. Considerando che in media tra il 2000 e il 2009 la spesa annuale per interessi dei paesi dell’eurozona è stata pari al 3.2% del Pil, vuol dire che gli stati membri sono stato costretti ad avere un avanzo primario (al netto degli interessi) di almeno 0.2% solo per rientrare nei parametri di Maastricht. In realtà l’effettivo avanzo primario dell’eurozona in quegli anni è stato ancora più alto, 0.8%; altro che deficit massimo del 3%! A tal proposito, è utile ricordare che anche il Fondo monetario internazionale consiglia di basare le regole di bilancio sul bilancio primario, non su quello totale, proprio perché il pagamento degli interessi non può essere considerato una spesa produttiva che va a incidere sulla domanda aggregata (e anzi rappresenta il suo opposto: un trasferimento di risorse dall’economia reale verso i creditori, nazionali ed esteri). In questo senso, dovremmo dire che il Fiscal Compact, più che il pareggio di bilancio istituzionalizza definitivamente il “surplus di bilancio” obbligatorio.

L’altro pilastro del Fiscal Compact riguarda la riduzione del debito in eccesso. In base all’articolo 4, qualora il rapporto debito pubblico/Pil superi la soglia del 60%, gli stati membri sono tenuti a ridurlo a un rimo medio di un ventesimo della parte in eccedenza all’anno. A vedere le raccomandazioni fatte ai singoli paesi, però, questa sembra essere l’unica misura sulla cui implementazione la Commissione sembra disposta a essere un po’ più flessibile – se non altro per l’entità irrealistica dei tagli che alcuni paesi si vedrebbero costretti a operare.

In definitiva, possiamo concludere che non è esagerato affermare che il Fiscal Compact, per mezzo dell’”invenzione” del bilancio strutturale, elimina definitivamente anche quell’esiguo margine di manovra fiscale previsto dal Trattato di Maastricht e dal Patto di stabilità e crescita, condannando l’Europa – ad eccezione di un cambio di politica radicale – all’austerità permanente. Nei prossimi giorni vedremo nel dettaglio quali sono le implicazioni del Fiscal Compact per l’Italia e per gli altri paesi dell’eurozona, e riveleremo alcune inquietanti indiscrezioni trapelate in questi giorni dalla Commissione.

Alcune delle considerazioni sul patto sono tratte da Cosa salverà l’Europa. Critiche e proposte per un’economia diversa del gruppo degli Economisti sgomenti.

Thomas Fazi

Il diritto alla bancarotta come contropotere finanziario


- da Micromega di Andrea Fumagalli*, (da Il Manifesto, 1 settembre 2011) –




In queste settimane di crisi finanziaria e di pressione speculativa sui paesi mediterranei, l’Europa non ha fatto una bella figura. E non poteva essere altrimenti, dal momento che la costruzione di un’Europa politica, economica e sociale è ancora lungi dall’essere raggiunta. I poteri sono in mano alla Bce, che detta legge, tramite l’asse Merkel -Sarkozy. Eppure, ci potrebbero essere gli spazi per creare le premesse della costruzione di quell’Unione europea, sociale, economica, solidale e federale che tutti auspichiamo, in grado di essere superiore agli opportunismi nazionalistici. Una Ue che è del tutto antitetica a quella che viene rappresentata dalla lettera “segreta” o “confidenziale” di Trichet e Draghi al governo italiano, nella quale vengono dettate le linee di politica economica che l’Italia dovrebbe seguire se vuole ottenere un aiuto per evitare il rischio di default e l’aumento degli oneri d’interesse. Il diktat della Bce si basa su due false ma comode convenzioni, che derivano dal dogma neo e social-liberista: neutralità dei mercati finanziari e fiducia nel loro ruolo di arbitro imparziale dell’efficienza del libero mercato; la possibilità che politiche fiscali recessive possano raggiungere l’obiettivo del pareggio di bilancio pubblico e quindi contrastare la speculazione.

Il biopotere dei mercati finanziari si è grandemente accresciuto con la finanziarizzazione dell’economia. Se il Pil del mondo intero nel 2010 è stato di 74 mila miliardi di dollari, la finanza lo surclassa: il mercato obbligazionario mondiale vale 95 mila miliardi di dollari, le borse di tutto il mondo 50 mila miliardi, i derivati 466 mila miliardi. Tutti insieme questi mercati muovono un ammontare di ricchezza otto volte più grande di quella prodotta in termini reali: industrie, agricoltura, servizi. Tutto ciò è noto, ma ciò che spesso si dimentica è che tale processo, oltre a spostare il centro della valorizzazione e dell’accumulazione capitalistica dalla produzione materiale a quella immateriale e dello sfruttamento dal solo lavoro manuale anche a quello cognitivo, ha dato origine ad una nuova “accumulazione originaria” caratterizzata da un elevato grado di concentrazione. Per quanto riguarda il settore bancario, i dati della Federal Reserve ci dicono che dal 1980 al 2005 si sono verificate circa 11.500 fusioni, circa una media di 440 all’anno, riducendo in tal modo il numero delle banche a meno di 7.500. Al I° trimestre 2011, cinque Sim (Società di Intermediazione Mobiliare e divisioni bancarie: J.P Morgan, Bank of America, Citybank, Goldman Sachs, Hsbc Usa) e cinque banche (Deutsche Bank, Ubs, Credit Suisse, Citycorp-Merrill Linch, Bnp-Parisbas) hanno raggiunto il controllo di oltre il 90% del totale dei titoli derivati. Nel mercato azionario, le strategie di fusione e acquisizione hanno ridotto in modo consistente il numero delle società quotate.

Ad oggi, le prime 10 società con maggiore capitalizzazione di borsa, pari allo 0,12% delle 7.800 società registrate, detengono il 41% del valore totale, il 47% del totale dei ricavi e il 55% delle plusvalenze registrate. In tale processo di concentrazione, il ruolo principale è detenuto dagli investitori istituzionali (termine con il quale si indicano tutti quegli operatori finanziari – da Sim, a banche, a assicurazioni – che gestiscono per conto terzi gli investimenti finanziari: sono oggi coloro che negli anni ’30 Keynes definiva gli “speculatori di professione”) . Oggi, sempre secondo i dati della Federal Reserve, gli investitori istituzionali trattano titoli per un valore nominale pari a 39 miliardi, il 68,4% del totale, con un incremento di 20 volte rispetto a venti anni fa. Inoltre, tale quota è aumentata nell’ultimo anno, grazie alla diffusione dei titoli di debito sovrano. Ad esempio, per quanto riguarda il debito pubblico, italiano, circa l’87% è detenuto da investitori istituzionali, per oltre il 60% all’estero.

Da questi dati, possiamo arguire che in realtà i mercati finanziari non sono qualcosa di imparziale e neutrale, ma sono espressione di una precisa gerarchia: lungi dall’essere concorrenziali, essi si confermano come fortemente concentrati: una piramide, che vede, al vertice, pochi operatori finanziari in grado di controllare oltre il 70% dei flussi finanziari globali e, alla base, una miriade di piccoli risparmiatori che svolgono una funzione passiva. Tale struttura di mercato consente che poche società siano in grado di indirizzare e condizionare le dinamiche di mercato. Le società di rating (spesso colluse con le stesse società finanziarie), inoltre, ratificano, in modo strumentale, le decisioni oligarchiche che di volta in volta vengono prese. Quando si leggono affermazioni del tipo “sono i mercati a chiederlo”, “è il giudizio dei mercati” e amenità del genere, dobbiamo renderci conti che tali cosiddetti mercati, presentati ideologicamente come entità metafisica, non sono altro che espressione di una precisa gerarchia e potere. E la Bce lo sa bene.

Il deficit pubblico è costituito da due componenti: il disavanzo o avanzo primario, pari alla differenza tra il totale delle spese e il totale delle entrate dello Stato (al netto degli interessi) e le spese per interessi sui titoli di stato emessi negli anni precedenti. Le leggi finanziarie possono intervenire solo sull’avanzo o del disavanzo primario, non sulle spese per interessi. In seguito all’adozione di misure draconiane, si può creare anche un avanzo primario, ma se in contemporanea aumenta l’onere del debito e quindi la spesa per interessi, lo sforzo per ridurre il deficit di bilancio può essere del tutto vanificato. Ed è proprio questo ciò che è successo e sta succedendo oggi in Europa per i paesi Piigs. Al momento attuale, in seguito ai vari declassamenti che le agenzie di rating hanno inflitto ai titoli di stato, il divario (spread) con i bond tedeschi (quelli considerati più affidabili) è fortemente aumentato. Di fatto, al di là delle validità e affidabilità o meno delle manovre draconiane, l’ultima parola spetta sempre, come si confà al moderno capitalismo, al biopotere dei mercati finanziari.


In secondo luogo, occorre ricordare che ogni politica fiscale restrittiva ha come conseguenza immediata la contrazione del Pil. È cosi possibile che l’effetto negativo di tali cure sul Pil sia maggiore dell’effetto positivo di riduzione del deficit, con il risultato che l’obiettivo di ridurre il rapporto deficit/Pil non possa mai venir conseguito. È il classico caso in cui la cura è talmente forte da ammazzare il paziente, utilizzando una nota metafora di Keynes. Tale rischio è tanto più elevato tanto più la politica fiscale restrittiva avviene all’indomani di una fase recessiva così pesante come quella del 2009. Ed è veramente ipocrita che gli economisti che fino a ieri chiedevano a gran voce tali misure restrittive oggi paventino il rischio della doppia recessione. Non è necessario essere esperti di economia per capire che difficilmente tali manovre di politica economica potranno avere successo. Al contrario, il rischio è che la situazione si avviti in una spirale viziosa senza uscita con la necessità ogni anno di adottare politiche fiscali ancor più recessive.

I grandi investitori istituzionali sanno perfettamente tutto ciò. Il raggiungimento del bilancio in pareggio dell’Italia o degli altri paesi europei non interessa. Ciò che a loro interessa è, in primo luogo, che lo spazio per la speculazione finanziaria rimanga sempre aperto e in secondo luogo che nuova liquidità venga continuamente e costantemente iniettata nel circuito dei mercati finanziari, al fine di accrescere la solvibilità delle transazioni. Infine, in terzo luogo, si vuole che venga garantito il pagamento delle tranches di interessi. La Bce mente sapendo di mentire.

La speculazione finanziaria è un meccanismo che nulla ha di parassitario, anzi. Da quando non sono più in vigore gli accordi di Bretton Woods, il potere finanziario stabilisce in modo autonomo e sovranazionale il valore della moneta, sulla base delle gerarchie e delle aspettative che gli speculatori istituzionali di volta in volta definiscono. La pervasività dei mercati finanziari sulla vita economica e sociale degli abitanti della terra è tale che l’accesso a porzioni (sempre più decrescenti) di ricchezza sia condizionato direttamente e indirettamente dagli effetti distributivi e distorsivi che gli stessi mercati finanziari generano. Qui sta il loro biopotere e la loro governance. Ogni euro di plusvalenza generata virtualmente nell’attività speculativa ha effetti reali sull’economia per circa un 30% (secondo i dati della Bri), mettendo in moto un moltiplicatore finanziario che incide direttamente sulle capacità di investimento e di distribuzione del reddito che stanno alla base dell’attuale processo di accumulazione. Tale 30% di fatto è creazione netta di moneta, al di fuori di qualsiasi forma di signoraggio statuale oggi esistente. La produzione di moneta a mezzo di moneta implica una ridefinizione della legge del valore-lavoro e nuove regole di sfruttamento ed è per questo potere che i mercati finanziari sono oggi il centro della valorizzazione.

A fronte di questo contesto, è necessario operare per restringere il campo d’azione dei mercati finanziari: non tramite l’illusione di una loro riforma, ma tramite la costituzione di un contropotere, in grado di erodere la loro efficacia. È necessario rompere il circuito della speculazione finanziaria andando a colpire la fonte del loro guadagno, ovvero favorendo la completa svalutazione dei titoli sovrani che sono di volta in volta al centro dell’attività speculativa. Tale obiettivo può essere ottenuto solo tramite uno strumento: il non pagamento degli interessi (o la loro dilazione temporale) e la dichiarazione di default (bancarotta). In tal modo, lo strumento stesso della speculazione verrebbe meno: i titoli sovrani diventerebbero di conseguenza carta straccia, junk bonds. Gli investitori istituzionali speculano sul rischio di default ma sono i primi a non volerlo. In tal modo, la speculazione non potrà avere come mira il welfare, soprattutto se si perseguisse una strategia di default controllato, ovvero accompagnata, a livello europeo e di concerto con la Federal Reserve, da una politica comune di gestione della crisi, finalizzata non solo a creare un fondo di intervento a sostegno dei paesi in difficoltà, ma soprattutto a emettere eurobonds in grado di sostituire i titoli sovrani entrati in default a tassi d’interessi fissi (in linea con il Libor, ad esempio), garantendo i rendimenti solo ai titoli in possesso delle famiglie e con interventi di controllo della libera circolazione dei capitali.

Il diktat della Bce, accompagnato dall’immissione di liquidità ex-nihilo, ha come scopo quello di favorire la speculazione, non di contrastarla. Solo il diritto alla bancarotta degli stati europei può rappresentare una prima risposta efficace, da coniugare con la ripresa di un movimento transnazionale europeo che ponga al primo punto la costruzione di un budget fiscale europeo unico, una politica fiscale e di spesa pubblica che travalichi i confini nazionali. I principali punti di una simile strategia programmatica possono essere i seguenti: 1. Costituzione di un fondo di garanzia europeo finanziato prevalentemente dalla Bce. 2. Aumento progressivo del contributo di ogni stato europeo (ora all’1% del Pil) per costituire un budget gestito a livello europeo in grado di favorire una politica sociale comune. 3. L’avvio di piano europeo per la definizione di una politica fiscale comune.

Tali punti rappresentano solo un programma minimo per consentire il passaggio della sovranità fiscale dal livello nazionale e quello europeo e consentire, in tal modo, di porre un contropotere al potere monetario e finanziario oggi dominante. Ma per raggiungere tali obiettivi è necessario che si sviluppino movimenti sociali fra loro coordinati in grado di incidere nello spazio pubblico e comune europeo. Dai sommovimenti ancora nazionali finalizzati a estendere il diritto all’insolvenza è ora di passare, tramite le reti studentesche, dei migranti, dei precari, delle donne, degli “indignati”, al diritto alla bancarotta su scala europea. Perché tale diritto significa ipotizzare che la moneta è un bene comune.

* Collettivo UniNomade, Univ. di Pavia
(Testo integrale su ilmanifesto.it e su sbilanciamoci.info)




COME SI CONQUISTA UN PAESE: L’ATTACCO DELLA FINANZA INTERNAZIONALE ALL’ITALIA



- DI GAETANO COLONNA – clarissa.it –




L’attacco della speculazione che venerdì 8 luglio 2011 è stato diretto dalla finanza internazionale contro la Borsa italiana, provocando un ribasso del 3,47% pari a una perdita di 14,1 miliardi di capitalizzazione, non è una semplice operazione finanziaria.

Chi continua a parlare dei “mercati finanziari” come di una divinità che organizza la vita delle società contemporanee sa perfettamente che questi anonimi “mercati finanziari” hanno nomi e cognomi.
Sono uomini e gruppi che hanno precisi interessi e chiari obiettivi. Come in ogni operazione di destabilizzazione di un intero Paese, cioè, vi sono degli scopi ed essi sono oggi chiaramente individuabili.

L’Italia viene attaccata perché in realtà è uno dei Paesi dell’Occidente che meglio ha retto fino ad oggi la crisi finanziaria del 2007, grazie al fatto che i suoi cittadini e la rete delle sue piccole e medie imprese non hanno mai completamente dato ascolto alle sirene della globalizzazione finanziaria. Alcune sue imprese, le sue banche e le sue compagnie assicurative rappresentano quindi oggi un appetitoso obiettivo per chi spera di poterle ricomprare fra qualche mese a prezzi stracciati.

L’Italia viene attaccata perché un suo tracollo economico-finanziario rappresenterebbe il colpo definitivo all’euro e quindi al processo di unificazione europea che sulla moneta unica ha puntato (erroneamente) tutta la propria credibilità; e non vi sono dubbi che, senza l’ultimo presidio del Vecchio Continente, una visione sociale dei rapporti economici verrebbe definitivamente seppellita dalle forze montanti del capitalismo finanziario, da un lato, e dei nuovi capitalismi di Stato, come quello cinese, che, dall’altro, stanno avanzando senza freni sullo scenario mondiale.
L’Italia viene attaccata perché il nostro Paese ha una posizione determinante rispetto ai futuri assetti del Mediterraneo e del Medio Oriente e la confusa ma ancora in qualche modo persistente difficoltà italiana ad allinearsi completamente ad una politica forsennatamente filo-israeliana e di democracy building all’americana nei Paesi arabo-islamici, rappresenta oggi un ostacolo che deve essere rimosso in breve tempo.

Infine, l’Italia viene attaccata perché la sua classe dirigente, di destra centro sinistra, ha dimostrato di non intendere minimamente quale sia la posta in gioco, essendo strutturalmente impegnata in basse lotte di potere, nella difesa di interessi personalistici e nella copertura di vaste reti di corruzione, condizionamento e compromesso che ne minano alla radice qualsiasi capacità operativa e strategica.

Il potere politico che il capitalismo finanziario mondializzato ha acquisito attraverso la capacità di destabilizzare in modo diretto interi Stati, come dimostrato ampiamente negli ultimi anni, dall’Argentina alla Grecia, dipende da una premessa fondamentale che è stata acriticamente accettata da economisti e politici, vale a dire che proprio gli strumenti della finanza (credito, debito, moneta, assicurazioni, con tutti i loro molteplici derivati moderni) siano i migliori mezzi per garantire la maggiore efficienza nella raccolta e nell’allocazione dei capitali. Il classico concetto dell’economia capitalista della efficienza dei meccanismi auto-regolatori del mercato, grazie al gioco di domanda ed offerta, è stato allargato dal mercato dei beni a quello dei capitali, nonostante costituisca uno dei presupposti del capitalismo, scientificamente e storicamente, dimostratosi del tutto insufficiente, quando non addirittura errato.

Nel caso dei mercati dei beni, questa arcaica interpretazione del rapporto fra domanda, offerta e formazione dei prezzi sostiene, come si sa, che all’aumentare del prezzo di un prodotto, giacché i produttori ne accrescono la produzione in vista di maggiori ricavi, i consumatori riducono la loro domanda, determinando una riduzione e dunque un riequilibrio fra domanda e offerta, che si rifletterebbe positivamente sui prezzi stessi. Per quanto questa presunta legge sia, già nel caso del mercato “tradizionale” dei beni, come è stato dimostrato a suo tempo da Rudolf Steiner, un’arbitraria semplificazione di un meccanismo assai più complesso ed articolato(1) – nel caso dei mercati finanziari, si tratta di una vera e propria falsificazione. Scrivono infatti alcuni economisti “non allineati”:

“Quando i prezzi [delle azioni] crescono, è comune osservare non una riduzione ma una crescita della domanda! Infatti, prezzi crescenti significano un più alto profitto per coloro che possiedono azioni, a motivo dell’incremento di valore del capitale investito. La salita del prezzo attrae in questo modo nuovi acquirenti, cosa che rafforza ulteriormente la tendenza iniziale all’aumento. La promessa di dividendi spinge i trader ad incrementare ulteriormente il movimento. Questo meccanismo funziona fino a quando la crisi, che è non prevedibile ma è inevitabile, si verifica. Questo determina l’inversione delle aspettative e quindi la crisi. Quando il processo diventa di massa, determina un “contraccolpo” che peggiora gli iniziali squilibri. Una bolla speculativa consiste quindi di un aumento cumulativo dei prezzi, che si auto-alimenta. Un processo di questo tipo non produce prezzi più convenienti, ma al contrario prezzi sperequati”(2).

La visione del mercato finanziario come potere regolatore di ultima istanza degli assetti economici mondiali, ha conferito alle forze speculative in esso presenti la possibilità di esercitare un potere di condizionamento politico: non vi è più alcun Paese al mondo che non dipenda in qualche modo da questa ristrettissima élite di signori del denaro, i quali dispongono di uno strumento ideale di controllo, costituito dalle agenzie di rating che, a livello mondiale, sono soltanto cinque, delle quali tre hanno un monopolio di fatto del settore.

Moody’s e Standard&Poor’s hanno rappresentato nell’attacco all’Italia, come già avvenuto nel caso della Grecia un anno fa e in tanti altri ancora prima, la vera e propria “voce del padrone”. Sono stati infatti gli outlook (previsioni) di queste due agenzie di rating, emanati a fine giugno, a dare al mondo della speculazione il segnale che si poteva e si doveva colpire ora l’Italia. Personaggi come Alexander Kockerbeck, vice-presidente di Moody’s, o come Alex Cataldo, responsabile Italia della stessa agenzia, emettono nelle loro interviste vere e proprie sentenze sul presente e sul futuro destino economico del nostro Paese, senza essere dotati di alcuna autorità per poterlo fare.
La fonte del loro potere, che non ha precedenti nella storia, sta infatti semplicemente nel fatto di essere emanazione di società finanziarie internazionali, che ne possiedono interamente il capitale societario, le stesse società finanziarie di cui dovrebbero valutare obiettivamente prodotti e performance.

“Il primo azionista di Moody’s, con il 13,4% del capitale, risultava a fine dicembre del 2009, secondo rilevazioni Reuters, Warren Buffett, il guru di Omaha con il suo fondo Berkshire Hathaway. Al secondo posto con il 10,5% ecco comparire Fidelity, uno dei più grandi gestori di fondi del mondo. E poi è un florilegio di gente che di mestiere compra e vende titoli: si va da State Street a BlackRock a Vanguard a Invesco a Morgan Stanley Investment. Insomma i più grandi gestori di fondi a livello mondiale sono azionisti di Moody’s. E guarda caso lo stesso copione si riproduce in Standard&Poor’s: ecco nell’azionariato comparire in evidenza, a fine 2009, i nomi di Blackrock, Fidelity, Vanguard. Gli stessi nomi. Il che pone una domanda. Che ci fanno gestori di fondi nel capitale di chi dà i voti ai bond emessi dalle stesse società che abitualmente un gestore compra e vende?”(3).

Queste agenzie non hanno alcuno status giuridico, nemmeno negli Stati Uniti; il loro ruolo è stato reso possibile semplicemente dal fatto che il governo degli Stati Uniti le ha definite Nationally Recognized Statistical Rating Organizations (NRSRO) e lo stesso ha fatto la Securities and Exchange Commission (SEC), agenzia governativa che vigila sui mercati azionari(4).
Nonostante le numerose inchieste e audizioni tenutesi negli Usa, proprio come pochi giorni fa è avvenuto in sordina anche presso la Consob italiana, senza che il pubblico sia edotto di quanto emerso, Moody’s, Standard&Poor’s e Fitch continuano da anni a macinare profitti incredibili, sebbene le loro previsioni si siano dimostrate semplicemente ridicole, come mostrano il caso del crollo della Enron o quello di Lehman Brother’s, quando di queste aziende le agenzie in questione hanno continuato a dare fino ad un minuto prima del crack valutazioni di altissima affidabilità. In merito ai loro profitti, diamo di nuovo la parola al già citato giornalista de Il Sole 24 Ore:

“Moody’s, solo nel 2009, per ogni 100 dollari che ha fatturato ne ha guadagnati sotto forma di utile operativo ben 38. Su 1,8 miliardi di ricavi fanno un margine di 680 milioni. Ma attenzione, quel 38% di redditività è un mix tra i servizi di analisi e quelli di assegnazione dei rating. Solo sul mestiere più remunerativo, quello appunto dell’assegnare pagelle, la redditività balza al 42% sui ricavi. Un exploit il 2009? Niente affatto. Gli anni d’oro sono stati altri: nel 2007 il margine operativo era al 50% dei ricavi e
nel 2006 si è toccato il picco del 62% di utili operativi sul fatturato. Un’enormità: 1,26 miliardi di margine su 2 miliardi di fatturato. Se poi si va all’utile netto la musica non cambia. Dal 2005 al 2009 Moody’s ha generato profitti per complessivi 2,8 miliardi”(5).


Si dà quindi il caso del tutto unico che i nostri Paesi siano soggetti a valutazioni di valore internazionale da parte di agenzie che da tali valutazioni traggono direttamente profitto e che sono per di più di proprietà di società finanziarie che da quelle valutazioni possono trarre a loro volta direttamente profitto! Quale affidabilità possano avere e quale valore di regolazione giuridica di mercato, lo lasciamo facilmente dedurre al lettore.

“Stimare il valore di un prodotto finanziario non è paragonabile al misurare una grandezza oggettiva, come, ad esempio, stimare il peso di un oggetto. Un prodotto finanziario è un titolo su di un reddito futuro: per valutarlo, si deve stabilire in anticipo quale sarà questo futuro. Si tratta di una stima, non di una misura obiettiva, dato che nel momento “t” il futuro non è in alcun modo determinato. Negli uffici dei trader è ciò che gli operatori si immaginano che accadrà. Il prezzo di un prodotto finanziario è il risultato di una valutazione, una opinione, una scommessa sul futuro: non vi sono garanzie che questa valutazione dei mercati sia in alcun modo superiore a qualsiasi altra forma di valutazione.
Prima di tutto, la valutazione finanziaria non è neutrale: influisce sull’oggetto che intende valutare, dà avvio e costruisce il futuro che essa immagina. Per questo, le agenzie di rating svolgono un ruolo importante nel determinare il tasso di interesse sui mercati dei bond, assegnando pagelle che sono altamente soggettive, se non addirittura guidate dal desiderio di accrescere l’instabilità come fonte di profitti speculativi. Quando queste agenzie tagliano il rating di uno Stato, accrescono il tasso di interesse richiesto dagli attori finanziari per acquistare titoli del debito pubblico di questo stesso Stato e in tal modo accrescono il rischio della stessa bancarotta che hanno annunciato”(6).

Se dunque il mito dell’efficienza dei mercati finanziari rappresenta il presupposto ideologico di queste operazioni e le agenzie di rating l’incredibile strumento di coordinamento della speculazione, capace di rendere auto-realizzantesi le proprie profezie, occorre mettere in giusta evidenza il fatto che alla base dell’attuale critica situazione dei Paesi europei sta uno specifico elemento, assai poco noto al largo pubblico, vale a dire che il Trattato di Maastricht, nel quadro delle politiche iper-liberiste allora di gran moda, ha fatto un oggettivo regalo ai poteri del capitale finanziario internazionalizzato, allorché ha sancito le modalità che gli Stati membri devono seguire per approvvigionarsi di moneta.

“A livello di Unione Europea, la finanziarizzazione del debito pubblico è stata inserita nei trattati: a partire dal trattato di Maastricht, le banche centrali hanno il divieto di finanziare direttamente gli Stati, i quali devono quindi trovare prestatori sui mercati finanziari. Questa “punizione monetaria” è accompagnata dal processo di “liberalizzazione finanziaria”, che è l’esatto opposto delle politiche adottate dopo la Grande Depressione degli anni Trenta, che prevedeva la “repressione finanziaria” (vale a dire severe restrizioni alla libertà di azione della finanza) e “liberazione monetaria” (con la fine del gold standard). Lo scopo dei trattati europei è di assoggettare gli Stati, che si presuppone siano per natura troppo propensi allo sperpero, alla disciplina dei mercati finanziari, che sono ritenuti per natura efficienti ed onniscienti”(7).

Ecco quindi come, dal livello filosofico-ideologico che santifica i “mercati finanziari”, accolto acriticamente ma interessatamente dalle élite dei tecnocrati comunitari, si sia aperto per legge il varco in Europa all’uso politico del potere del denaro, giungendo a condizionare in modo diretto la vita di intere comunità nazionali: il fatto che gli Stati (e, come loro, regioni, provincie e comuni) siano dovuti andare a cercare i soldi sui mercati finanziari, proprio mentre il credito veniva, come in Italia, trasformato per legge da funzione sociale ad attività esclusivamente lucrativa, pone i nostri Paesi in completa soggezione ai signori della moneta.

Questo non significa affatto voler sorvolare sulle oggettive responsabilità di classi dirigenti, tra cui quella italiana, che non vogliono affrontare radicalmente la questione dell’efficienza delle pubbliche amministrazioni, per il semplice fatto che il pubblico impiego rappresenta un gigantesco serbatoio clientelare che di fatto perpetua la loro sopravvivenza politica, altrimenti inspiegabile.

Significa semplicemente dire, in modo chiaro e definitivo, che l’inefficienza delle amministrazioni pubbliche, che continuano a sprecare somme enormi senza alcuna contropartita sul piano collettivo, non è una valida giustificazione per tollerare le ripetute aggressioni della speculazione internazionale.

Quando giornalisti, che per mestiere dovrebbero disporre di informazioni e dati assai più completi e articolati di quelli che arrivano al largo pubblico, scrivono ancora, su autorevoli quotidiani nazionali, che “quella che continuiamo a chiamare speculazione internazionale in realtà non è altro che la logica di mercato che cerca di sfruttare le occasioni”, non è sciocco chiedersi se si tratta di mala fede o di semplice ottusità: abbiamo infatti già visto che la cosiddetta “logica di mercato” è una logica ideologica e politica. Il mercato, come sacro regolatore dell’economia, non esiste, mentre esistono attori che nel mercato operano, tra i quali, non certo sacri ma a quanto pare intoccabili, sono gli speculatori e le agenzie di rating di loro emanazione: di tutti costoro si sa ormai perfettamente da anni chi sono, cosa fanno e perché.

Se fossero semplicemente i deficit e le cattive amministrazioni pubbliche a giustificare le “ghiotte occasioni” per la speculazione, questi giornalisti dovrebbero allora chiedersi come mai la speculazione finanziaria colpisca l’Europa e non gli Stati Uniti, il cui debito pubblico è assai più alto di quello medio europeo, e come mai gli attacchi si dirigano contro l’Italia o la Grecia e non contro la California, uno stato americano che è in conclamata bancarotta da anni! Se fossero semplicemente il debito pubblico e la cattiva amministrazione a giustificare questi attacchi, ci si dovrebbe chiedere come mai siano sotto tiro grandi imprese bancarie e assicurative italiane, che hanno applicato alla lettera da anni i più avanzati dettami del capitalismo finanziario globalizzato. Qualcuno dei responsabili di queste aziende sembra cominci ad accorgersene, ora che si trova sotto tiro, stando almeno a quanto ha dichiarato il 9 giugno Giovanni Perissinotto, amministratore delegato del gruppo Generali:

“C’è necessità di una risposta centralizzata e coordinata a livello europeo contro attacchi speculativi, anch’essi coordinati, che stanno investendo alcuni Paesi mediterranei ma che si propongono anche di mettere in discussioni la stessa stabilità dell’euro. (…) Nei ribassi di questi giorni le imprese sono impotenti. Noi siamo disciplinati, promuoviamo l’efficienza, tagliamo i costi. In tutti i Paesi seguiamo una politica di investimenti coerente con gli impegni assunti con gli assicurati. Ma non possiamo continuare ad essere così duramente colpiti dai mercati perché difendiamo il nostro Paese. In una parola perché continuiamo ad investire in titoli di Stato italiani dove sono residenti una parte significativa dei nostri clienti”(8).

Viene quindi finalmente in evidenza, ed è forse l’unico aspetto positivo della tempesta che si annuncia nei prossimi mesi sull’Italia, la necessità di sottrarre i nostri Paesi radicalmente al condizionamento del capitale finanziario internazionalizzato, riaffermando il principio che, nelle nostre democrazie, la gestione della cosa pubblica è demandata a rappresentanti eletti dal popolo.

In questa prospettiva, la liberazione delle nostre economie passa per alcuni punti fondamentali, la cui comprensione non necessita delle spericolate alchimie degli economisti di mestiere: in primo luogo, le imprese devono tornare a rendere conto non agli azionisti ma ai consumatori ed ai lavoratori e la loro efficienza si deve misurare su questo piano, non su quello della loro attività in borsa; in secondo luogo, le pubbliche amministrazioni devono essere snellite a livello territoriale e basate su principi di semplificazione burocratica, efficienza di gestione, qualificazione del personale, spirito di servizio; in terzo luogo, il credito deve tornare ad essere considerato primariamente funzione sociale e quindi deve essere posto sotto il controllo delle forze della produzione economica e non della speculazione e, di conseguenza, lo stesso deve avvenire per la creazione della moneta e dei correlati strumenti finanziari; questi ultimi devono essere in chiara e proporzionata relazione con i beni ed i servizi effettivamente sottostanti e la loro commercializzazione deve potere seguire percorsi chiaramente tracciabili; le attività finanziarie devono essere tassate in modo proporzionale ai volumi posseduti ed all’ampiezza della loro utilizzazione.

Come segnale inequivoco della strada da intraprendere, è a nostro avviso oggi necessario richiedere con urgenza l’apertura di un’inchiesta internazionale sulla condotta delle agenzie di rating, da promuovere presso le Nazioni Unite, allo scopo di verificarne composizione azionaria, conflitti di interesse, liceità delle attività svolte ed effetti diretti ed indiretti della loro condotta sulle economie dei singoli Paesi negli ultimi venti anni; nel frattempo, le attività di rating di queste agenzie, in quanto parti interessate, dovrebbero essere sospese a tempo indeterminato. Si porrebbe in tal modo, in definitiva, all’attenzione dei popoli la questione della sovranità economica delle comunità nazionali che deve essere oggi considerata l’irrinunciabile presupposto per intraprendere il risanamento dei nostri Paesi. Dubitiamo che le attuali classi dirigenti, tra le quali quella italiana, possano oggi porsi alla testa in Europa di un simile orientamento: ma è questa la sola via per riscattare i nostri popoli dalla schiavitù del debito.

Gaetano Colonna
Fonte: www.clarissa.it/
Link: http://www.clarissa.it/ultimora_nuovo_int.php?id=146

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