15 ottobre 2016

LIBIA: IL NODO DELLA BANCA CENTRALE LIBICA, L’ORO DI GHEDDAFI, I BENI CONGELATI DELLE MEGABANCHE, LA SORTE DEL DINARO



Tra i tanti nodi che in Libia l’accordo politico deve sciogliere c’è la Banca Centrale Libica. Ovvero le due banche centrali, dal momento che nel gennaio 2014 le milizie del generale Khalifa Haftar (governo di Tobruk riconosciuto a livello internazionale) si sono impossessate della filiale di Bengasi della Banca Centrale Libica il cui quartier generale è a Tripoli. “Con $100 miliardi dentro” titolava Business Insider (22/ 1/2015). Mentre secondo il NewYorkTimes, citato, $100 miliardi era quel che rimaneva alla Banca Centrale nel suo insieme.

Non solo. Il governo di Tobruk licenziava l’attuale governatore della Banca Centrale a Tripoli, la sede principale, Sadiq al-Kabir e ne nominava uno di sua fiducia, Ali Salim al-Hibri. Ma Kabir continuava imperterrito a lavorare nella sede principale di Tripoli. Che fra l’altro controlla i ricavi del petrolio, vitali per il paese– raccontava Reuters a luglio.

La scelta (politica) del Fondo Monetario Internazionale. Il FMI ha deciso di riconoscere Hibri come suo interlocutore unico, informavaReuters. E spiegava come questa mossa complicasse molto le cose. La Banca basata a Tripoli si è sforzata di star fuori dai conflitti. E sia il FMI sia i paesi stranieri fino a quel momento trattavano con entrambi i banchieri, cercando di dar vita a un budget comune dei due governi (che hanno da pagare stipendi delle milizie, stipendi pubblici, medicine e altro ancora).

“Il FMI ha rotto un accordo a cui erano giunti i due governi per un budget comune”, osservava Mattia Toaldo del Council of Foreign Relations Europe. Aggiungendo che il FMI difficilmente potrà tornare sui suoi passi.

Peraltro Hibri, il banchiere nominato da Tobruk, ha sì stabilito il nuovo quartier generale a Bengasi ma non è riuscito a convincere i clienti del petrolio a pagare attraverso i suoi conti in quanto le prove della proprietà degli asset petroliferi si trovano a Tripoli. Rendendo ancor più difficile la vendita di petrolio – la cui estrazione del resto si è quasi del tutto interrotta. Pur avendo la Libia le maggiori riserve petrolifere dell’Africa (ancora Reuters).

Anche secondo il NYT la banca centrale di Tripoli era una delle poche istituzioni ancora funzionanti nel paese, e Kabir aveva viaggiato all’estero per assicurare i leader stranieri dell’integrità dello Stato libico nella crisi.

Quel che è certo è che istituzioni esterne come il FMI entrano nel gioco politico, così come hanno fatto, e probabilmente si accingono a fare ancora, le megabanche straniere, in primo luogo anglosassoni che come vedremo più avanti hanno già avuto un ruolo.

Il bottino nella Banca Centrale di Bengasi.

“Il generale Haftar vuole che il governo di Tripoli sappia che può controllare la maggior parte del contante e delle riserve d’oro rimasti”, scriveBI. Che en passant qualifica come ‘disertore’ (renegade) quello che non è esattamente un bel personaggio, ma è vicino agli Usa dove ha vissuto a lungo dopo essere fuggito a suo tempo dalla Libia, ed è l’uomo forte nel governo di Tobruk.

A metà del 2014 la Banca Centrale aveva ancora $113 miliardi di riserve in valuta straniera, riportava Al-Ayat, uno dei maggiori giornali panarabi, basato in Libano. Molto meno dei $321 miliardi che deteneva prima delle sommosse del 2011, ma ancora abbastanza per pagare i salari e assicurare il funzionamento delle infrastrutture petrolifere – aggiungeva BI.

$113 miliardi in valuta estera rafforzate da 116 tonnellate d’oro, a dar retta a un post sul sito indipendente medio orientale Al-Monitor (luglio 2014). E faceva notare come le riserve estere ammontavano appunto a $321 miliardi prima della rivoluzione del 2011 – quando l’oro di Gheddafi era valutato dal World Gold Council in 143 tonnellate (150 t,secondo altri ). Con la rivoluzione vennero subito ritirati dai depositi bancari $20 miliardi costringendo la Banca Centrale a vendere 5 t d’oro, e poi anche a disfarsi di $19 miliardi di riserve estere, spiegava, sottolineando tuttavia le rassicurazioni della Banca Centrale: un collasso della Libia non è in vista, almeno per altri 5 anni. Va aggiunto per precisione che la Banca Libica aveva altre due filiali, a Sirte e a Sabha, nel sud, ma di queste non si è più parlato. Cosa vi fosse dentro non sappiamo.

I ‘ribelli’ avevano subito dato vita a una loro Banca Centrale a Bengasi. Una mossa sospetta per la sua immediatezza, forse ‘pilotata’ (vedi The New American 30/3/2011 ripreso da Global Research).

Che una parte consistente delle riserve in valuta e oro di Gheddafi fossero nella filiale di Bengasi lo raccontava (6/6/ 2011) lo stesso vice capo della Banca Centrale nominato dai ‘ribelli’, Abdalgader Albagrmi ( qui). Vivida la descrizione dello scasso.

“C’erano due camere blindate sotterranee incassate in doppi muri e protette da una pesante porta blindata per aprire la quale servivano tre chiavi. Due erano a Bengasi, mentre la terza era a Tripoli, ancora sotto il controllo di Gheddafi. Ci vollero tre giorni per riuscire a penetrare all’interno. Nella prima camera trovarono dinari e contante in valuta estera. Albagrmi non è autorizzato a rivelare la quantità, si limita a dire ‘tra 500 milioni e 1 miliardo di dinari’, quanto alla valuta estera ‘non era molto’.

Nella seconda camera c’era una grande pila di barre d’oro che alcuni hanno valutato in $1 miliardo”.

Albagrmi minimizzava? Molto probabilmente sì.

Una mossa subitanea che già in quei mesi del 2011 appariva a qualcuno sospetta, quella dei ‘ribelli’, che allora apparentemente non si sapeva neppure chi fossero. La rivolta a Bengasi scoppia il 15 febbraio 2011. Già il 27 febbraio nasce il TNC – Transitional National Council, autoproclamato governo provvisorio a Bengasi che si spaccia come ‘unico rappresentante del popolo libico’ e a marzo la comunità internazionale si affretta a riconoscere – a settembre o farà anche l’ONU. Ebbene, già a marzo il TNC dà vita alla sua Banca Centrale e alla nuova Lybian Oil Company, anch’essa a Bengasi.

“Mai sentito di una banca centrale creata in poche settimane da una rivolta popolare” nota un analista economico nel post di The New American. “ Suggerisce che quei ribelli erano più che una banda di rivoltosi e che c’erano delle influenze sofisticate”.

Un altro blog a cui si rimanda è sarcastico: “Quando il conflitto finirà quei ribelli potranno diventare consulenti”. Il blog citato avanza il sospetto di un coinvolgimento esterno. “Sembra che qualcuno ritenesse molto importante controllare le banche e il rifornimento di denaro prima ancora che un governo vero fosse formato”.

Dubbi esprimevano anche media mainstream come CNBC. “E’ la prima volta che un gruppo rivoluzionario si preoccupa di dar vita a una banca centrale mentre sta ancora combattendo per prendere il potere. Un’indicazione di quanto straordinariamente potenti siano diventate le banche centrali oggi”.

La Banca Centrale statale e il piano OIL for GOLD fu la causa prima dell’intervento Nato per rimuovere Gheddafi?

“Alcuni osservatori sono convinti che il tema della Banca Centrale sia stato addirittura la motivazione alla base degli interessi internazionali nei confronti del regime libico” osserva il post di New American citando un altro pezzo che ha circolato molto sul web, secondo il quale “finanzieri globali e manipolatori del mercato non tolleravano l’indipendenza dell’autorità monetaria libica” sotto il Raiss. La Banca Centrale era infatti pubblica, dello Stato.

“Il governo libico crea la sua moneta attraverso la sua Banca Centrale, il dinaro libico agganciato al valore dell’oro. Il maggior problema dei cartelli bancari globalisti è che per fare affari con la Libia devono passare attraverso la Banca Centrale e la moneta nazionale, sui quali non hanno assolutamente alcun dominio né capacità di fare pressioni. Obama non ne parla, e nemmeno Sarkozy e Cameron, ma in cima all’agenda globalista c’è certamente la volontà di assorbire la Libia nel novero delle nazioni compiacenti”. Magari sostituendo il dinaro, comunque agganciandolo al dollaro: questa sarà la via da seguire alla fine, veniva ipotizzato.

OIL FOR GOLD. Tanto più che Gheddafi pianificava di vendere il petrolio libico in cambio di dinari agganciati all’oro invece che in cambio di dollari come si era fatto fino ad allora. Oil for gold, appunto, il nome del piano. Una mossa che avrebbe potuto contagiare altri paesi, e minacciare molto da vicino la supremazia del dollaro fondata proprio sui petrodollari. “Ricordate Saddam Hussein? Nel 2000 voleva fare qualcosa di simile, vendere petrolio in euro, abbandonando il dollaro. La sua fine è nota”.


Così un altro blog. Una teoria diffusa soprattutto nei media non occidentali, rimarcava un successivo postNewAmerican (30/11/2011), molto più analitico del precedente e ricco di citazioni. Eccone qualcuna.

“Sarkozy arrivò a dichiarare che la Libia rappresentava una “minaccia per la ‘sicurezza finanziaria del mondo”.

“Nel 2009, in quanto capo dell’Unione Africana, Gheddafi aveva proposto che il continente azzoppato economicamente adottasse il dinaro il Dinaro aureo.

“Il suo piano avrebbe rafforzato l’intero continente africano agli occhi degli economisti – per non dire degli investitori. Ma sarebbe stato devastante per l’economia Usa, il dollaro americano e l’élite del sistema.

Non solo la moneta. Anche i progetti africani del Raiss andavano fermati.

In quell’estate del 2011, Gheddafi era ancora vivo e combatteva, ma la ‘rivoluzione’ libica appoggiata – chi dice preparata – dalla Nato aveva subito prodotto il congelamento dei beni all’estero del Fondo Sovrano Libico e nuove sanzioni. Mohammed Siala, ministro della cooperazione nonché direttore del fondo sovrano libico, rilasciava una interessante intervista. Ne aveva scritto a suo tempo Underblog.

L’intervento in Libia, raccontava Siala, mira o comunque ha per conseguenza di bloccare non solo progetti di infrastrutture in Libia già assegnati a ditte europee, oltre che russe e cinesi. Ma di fermare anche progetti di cooperazione della Libia gheddafiana con paesi africani, volti a emancipare quelle economie. Col risultato, fra l’altro, di impoverire ulteriormente quelle popolazioni e spingerle a riversarsi in massa in Europa.

I libici col Raiss si erano infatti lanciati in grandi investimenti. In Libia. “Il primo era stato il canale di 4000 Km che trasporta l’acqua prelevata dal gigantesco bacino naturale sotterraneo scoperto anni fa, con una portata pari alle acque del Nilo per 50 anni, e rifornisce fra l’altro Bengasi e Tripoli. C’è chi dice che sullo sfruttamento di queste acque avrebbero messo gli occhi i francesi, primi nel mondo nel settore acque.

“C’è una ferrovia che attraversa il Nord Africa, ad eccezione della Libia. Vogliamo portare a termine l’integrazione nell’economia regionale e spingerla oltre. I cinesi costruiscono il tratto Tunisia-Sirte. I russi hanno il compito della Sirte-Bengasi. C’era una trattativa con l’Italia per la sezione Bengasi-Egitto, così come per le locomotive . Abbiamo anche iniziato la costruzione di una linea transcontinentale nord-sud, con il tratto Libia-N’Djamena. Sono investimenti di interesse internazionale e il G8 aveva promesso di aiutarci, ma non abbiamo visto arrivare nulla”. Così Siala.

E in Africa. Il visionario Gheddafi voleva sviluppare il continente. Una quota del fondo sovrano libico va in azioni di sviluppo del continente, in agricoltura, commercio, miniere, ecc. raccontava Siala. Per il quale è questo l’aspetto più critico del blocco.
“Il continente non è in grado di esportare materie prime. Noi investiamo in modo che queste siano trasformate e commercializzate in Africa, dagli africani. Si tratta di creare posti di lavoro e mantenere il plusvalore in Africa. Da un lato gli europei ci incoraggiano, perché si prosciuga il flusso migratorio, dall’altro si oppongono perché dovrebbero abbandonare lo sfruttamento coloniale”.

Un’Africa ‘gheddafiana’ aperta a russi e cinesi, oltre che agli europei, certo non poteva piacere all’Occidente e segnatamente agli Usa, che, sebbene nel 2004 avessero promosso un’apertura nei confronti della Libia, sull’Africa aveva in realtà altri piani. Per il Raiss fu un brusco risveglio.

Gli affari dell’Occidente con la Libia e le fregature date a Gheddafi.

“Fare affari con la Libia era legale anche per società americane dal 2004, dopo che Gheddafi aveva rinunciato al terrorismo e alle sue aspirazioni nucleari e Bush aveva cancellato le sanzioni”. Banche, petrolifere e ditte di costruzioni ci si erano buttate a capofitto.

Così il New York Times in un’inchiesta del 2011. Che raccontava come la creazione dell’Autorità Libica per gli Investimenti avesse gasato le banche occidentali. Attratte dall’opportunità di mettere le mani sui 40 miliardi di $ del Fondo Sovrano. Cresciuti poi rapidamente, tanto da diventare 64 miliardi lo scorso settembre, secondo recenti documenti (Siala si parla di di 70 miliardi$). Blair sorrideva in foto col Raiss, Saif al-Islam Gheddafi, il secondo e il più british dei figli, PhD all’LSE, era di casa a Londra, amico di lord Mandelson e di un Rothschild (non è un caso forse che a rilanciare Saif sia stato qualche mese fa Foreign Affairs, la rivista del CFR, vedi Underblog ).

La britannica Hsbc era diventata il partner bancario occidentale maggiore del regime di Gheddafi, dal quale aveva ricevuto 1,4 miliardi $. Goldman Sachs a settembre 2011 aveva ancora $45 milioni, JPMorgan Chase $173milioni. Ma anche la francese Société Génerale e altre banche europee avevano aiutato il regime a gestire i proventi del petrolio. Al 22° piano del grattacielo più alto di Tripoli, sede dell’Autorità, c’era un gran via vai.
Ma questi investimenti ai libici hanno fruttato ben poco. Ritorni bassissimi o nulli, mentre le commissioni sono rimaste alte, documenta l’inchiesta del NYT citata.

Per non dire della fregatura subita quando – vedi il Wall Street Journal online – l’Autorità per gli Investimenti affidò a Goldman Sachs 1,3 miliardi $ del fondo sovrano. La banca li investì in un paniere di valute e azioni di sei società: tre banche, l’americana Citigroup, l’italiana Unicredit e la spagnola Santander, più la società tedesca Allianz, l’Eléctricité de France e l’italiana Eni. Era la prima metà del 2008, con la crisi i capitali freschi facevano gola assai. Un anno dopo, il crack Lehman ancora fresco, Goldman Sachs comunicò ai libici che, causa crisi, l’investimento era andato male, e il fondo libico si era ridotto a 25 milioni: aveva perso il 98% del suo valore.

Furiosi, forse con qualche ragione, i libici piombano a Londra, finiscono per non accettare le proposte di Goldman, minacciano azioni legali internazionali che certo non avrebbero giovato alla reputazione della banca d’affari. In questo caso come per le perdite subite dagli investimenti fatti da varie altre società – l’americana Permal, l’olandese Palladyne, la francese Paribas, la britannica HSBC, il Credit Suisse, ecc. ( vedi dettagli qui).

“Finché le sanzioni e l’intervento militare non hanno risolto il problema, congelando i fondi.
Hsbc e altre banche di investimento sono già sbarcate a Bengasi per creare una nuova Central Bank of Libyache permetterà loro di gestire i fondi libici quando saranno scongelati e i nuovi ricavi dell’export petrolifero, già ripreso”, raccontava Siala.

E poi….

Come si sa le cose in Libia si sono poi complicate. Fino ad arrivare ai due governi con rispettivi sponsor e agli accordi odierni, che dovranno essere approvati dalle rispettive assemblee. Risolutivi? Vedremo.

Quel che è andato avanti è il piano di Africom – il comando centrale americano per l’Africa creato da George W. Bush. Progetti che coinvolgono anche UK e soprattutto la Francia e vanno ben oltre la Libia per realizzare i quali tuttavia il regime del Raiss era un ostacolo. Vediqui Underblog feb 2015 sulla scia del Guardian, vedi qui dove si dice che forze Usa stazionano già in 35 paesi, e qui un post ben più analiticodi William Engdahl, giornalista americano controcorrente specialista in questioni geopolitiche.



Fonte: www.lastampa.it

LA TERRIBILE CRONISTORIA DELL’OMICIDIO DI GHEDDAFI



Il pezzo di Jean Paul Pougala del 14 aprile 2011 su Pambazuka News titolava “Le bugie dietro la guerra occidentale in Libia” descrive come l’Africa inizialmente avesse sviluppato il proprio sistema di comunicazioni transcontinentali comprando un satellite il 26 dicembre 2007: l’African Development Bank aveva sborsato 50 milioni di dollari dei 400 necessari, la West African Development Bank ne aveva aggiunti 27. La Libia aveva contribuito con 300 milioni, rendendo l’acquisto possibile. Pougala scrive quando tutto è già in opera, il nuovo sistema “connetteva tutto il continente a livello telefonico, radiofonico e televisivo, oltre ad altre applicazioni tecnologiche come la telemedicina e l’insegnamento a distanza”.

Dopo 14 anni di perdite di tempo del FMI e della Banca Mondiale, la generosità del leader libico Muammar Gheddafi aveva permesso l’acquisto, che aveva evitato alle nazioni africane di richiedere un prestito di 500 milioni per avere accesso ad un satellite ed aveva privato le banche occidentali di potenziali miliardi in prestiti ed interessi.. al tempo, Gheddafi stava anche cercando di creare un sistema bancario trans africano basato sull’oro, per liberare il continente dai vincoli finanziari con il FMI e la Banca Mondiale – questo avrebbe gravemente danneggiato i due predatori.

Fin dal 2003 Gheddafi aveva lavorato sodo per ristabilire la sua reputazione di finanziatore del terrorismo, rinunciando a qualsiasi futuro supporto alle organizzazioni terroristiche e creando un fondo per le vittime dei voli Pan Am 103 e UTA 772, entrambi abbattuti da attacchi terroristici, dei quali si sospettava un finanziamento libico. Il 10 dicembre 2007 Gheddafi si era recato in Francia per un incontro con il Presidente Nicolas Sarkozy.

Durante il loro incontro dell’11 dicembre all’Eliseo, Gheddafi E Sarkozy avevano siglato accordi per un valore di 15 miliardi di dollari riguardo forniture militari e la costruzione di una centrale nucleare, ma ciò che più contava oltre al commercio era già in agenda. In un report del 12 marzo 2012, il consorzio di giornalismo investigativo Mediapart dichiarava “Secondo informazioni contenute in un report confidenziale preparato da un esperto francese di terrorismo e finanziamenti al terrorismo stesso, la campagna elettorale presidenziale del Presidente Sarkozy del 2007 aveva ricevuto almeno 50 milioni di euro di fondi neri dal regime del dittatore libico Muammar Gheddafi”. Documenti diffusi da Mediapart l’11 settembre 2016 confermano che le relazioni finanziarie tra Sarkozy e Gheddafi risalivano almeno al 10 dicembre 2006.

(Appena diffuse queste informazioni nel 2012 Sarkozy aveva negato di aver ricevuto denaro libico come finanziamento – pratica illegale in Francia, che lo avrebbe potuto condurlo al carcere – e aveva tentato di denunciare Mediapart. Tuttavia, parte un’investigazione ufficiale sulla condotta di Sarkozy era trapelata sul sito di Mediapart e le prove riconducevano direttamente al fatto che il Presidente francese aveva ricevuto il denaro).

Gheddafi aveva capito che a causa dell’iniziativa del satellite e della sua proposta di un sistema bancario panafricano (delle quali sicuramente l’occidente era a conoscenza), la sua popolarità presso i leader occidentali era in terribile calo, tanto da renderlo un possibile obiettivo di un “cambio di regime”, perciò aveva sperato che finanziando il leader francese si sarebbe comprato un’assicurazione sulla vita. Nel frattempo aveva fatto del suo meglio per apparire come un uomo di stato pro-occidente. Nell’agosto del 2008 Gheddafi aveva firmato accordi con gli USA formalizzando la compensazione per le vittime del terrorismo di stato e nel settembre 2008 Condoleeza Rice aveva visitato la Libia e dichiarato che le relazioni tra le due nazioni stavano entrando in una “nuova fase”.

Nel febbraio 2009, però, Gheddafi era stato eletto Presidente dell’Unione Africana e per la prima volta aveva reso pubblica la definizione “Stati Uniti d’Africa” e aveva suggerito la possibilità di un sistema bancario panafricano. (Profeticamente il 12 marzo 2009 Sarkozy aveva introdotto la Francia nella NATO, violando una tradizione risalente ai tempi di De Gaulle). Successivamente, in Agosto del 2009, Abdelbaset Ali al-Megrahi – pregiudicato per aver partecipato al bombardamento del volo Pan Am 103 – fu rilasciato dal carcere in Scozia ed accolto come un eroe al suo ritorno in Libia, più tardi lo stesso anno la Libia aveva siglato un accordo con la Russia per l’acquisto di 1.8 miliardi di dollari in armi. Questi eventi non migliorarono la posizione di Gheddafi agli occhi dei leader occidentali.

Per di più, il piatto era molto ricco. Prima della caduta di Gheddafi, la Libia aveva riserve liquide per 150 miliardi di dollari, oltre alle 143 tonnellate di oro nelle casseforti di Gheddafi. Come aveva scritto Pougala “[Larga parte di questo denaro] era stata accantonata come contribuzione libica per tre progetti fondamentali che sarebbero serviti a dare l’ultimo tocco alla Federazione Africana – la African Investment Bank a Sirte, Libia, la creazione, nel 2011, del Fondo Monetario Africano, e la creazione della Afrcan central Bank ad Abuja in Nigeria, che iniziando a stampare valuta africana avrebbe suonato un requiem per il franco CFA, attraverso il quale Parigi aveva tenuto al giogo vari stati africani per più di 50 anni”.

Il 7 giugno 2016, Bob Fitrakis scrive su Black Opinion:

le vere ragioni dell’attacco sono state spiegate da uno dei più famosi sicari economici statunitensi, John Perkins.

Perkins spiega che l’attacco alla Libia, come quello all’Iraq, ha a che fare solo con il controllo delle risorse, non solo petrolio, ma anche oro. La Libia ha il più alto standard di vita in Africa. Secondo il FMI, la Banca Centrale Libica è al 100% di proprietà statale. Il FMI stesso stima che la banca abbia riserve in oro per quasi 144 tonnellate.

La NATO è andata in Libia come un moderno pirata per saccheggiarne l’oro. I media russi, oltre a Perkins, hanno scritto che il panafricanista Gheddafi, l’ex Presidente dell’Unione Africana, sosteneva che l’Africa avrebbe usato l’abbondante oro presente in Libia e Sud Africa per creare una valuta africana basata sul dinaro aureo.

È significativo che nei mesi che hanno portato alla risoluzione dell’ONU che ha permesso agli USA ed ai loro alleati di invadere la Libia, Muammar al-Gheddafi parlava apertamente della creazione di una nuova valuta che avrebbe rivaleggiato con dollaro ed euro. Infatti questi invitava le nazioni africane e musulmane ad unirsi in un’alleanza che avrebbe dato vita alla nuova valuta, il dinaro aureo, la forma principale di scambio internazionale. Avrebbero venduto petrolio e altre risorse in dinari aurei.

Nel dicembre 2010, una rivoluzione in Tunisia abbatté il governo. In seguito, nel 2011, incominciarono le “Primavere arabe”: rivolte popolari in Oman, Yemen, Egitto, Siria e Marocco. Mentre queste avevano portato al cambio di regime in Tunisia, in Egitto erano state brutalmente soppresse, mentre in Siria e Yemen avevano scatenato guerre civili non ancora estinte. Quelle in Oman e Marocco si erano spente da sole.

In Libia le cose stavano diventando quasi buffe,. A partire dal 15 febbraio 2011, una serie di proteste che chiedevano la cacciata di Gheddafi iniziò a scoppiare in Libia. Il 20 febbraio 2011 si parlava di 300 civili morti e del fatto che Gheddafi avesse sguinzagliato l’aviazione contro i dissidenti a Tripoli. Sarkozy a quel punto aveva trovato il modo di salvare i suoi amici banchieri e di coprire i finanziamenti illegali ricevuti da Gheddafi. Il 10 marzo 2011 Sarkozy decise di riconoscere come governo libico il “Consiglio Nazionale di Transizione”, l’ombrello sotto cui operavano i ribelli, e dichiarò l’istituzione di una no-fly zone, nel caso in cui Gheddafi avesse deciso di utilizzare armi chimiche contro la propria popolazione.

In un report del Guardian dell’11 marzo 2011:

La decisione unilaterale di Sarkozy di riconoscere il consiglio di transizione della Libia come legittimo rappresentante del popolo libico era grossolanamente prematuro. “Sarkozy sta agendo da irresponsabile” aveva avvermato un diplomatico europeo.

Mark Rutte, Primo Ministro olandese, affermò “La trovo una mossa folle da parte della Francia. Fare un passo avanti e sostenere ‘Riconosco un governo di transizione’ a sfregio di ogni pratica diplomatica non è la giusta soluzione per la Libia”


Il 19 marzo 2011 Sarkozy diresse i caccia francesi in missione contro la Libia e ordinò alla portaerei Charles de Gaulle di recarsi in acque libiche. I Francesi non erano soli. Prima nella stessa settimana – il 15 marzo – un F15 statunitense si era schiantato in Libia. Il 29 marzo gli USA avevano confermato che A-10 Warthog e elicotteri d’assalto A-130 erano stati inviati in Libia. Il 16 aprile il giornalista Jeremy Scahill, intervistato a The Eld Show:

Scahill: gli agenti della CIA sul campo in Libia sono in stretta relazione con i ribelli. Questa, come ha detto il Colonnello Jacobs, è la normalità. Ciò che mi preoccupa maggiormente è che sicuramente ci sono già operazioni speciali statunitensi sul territorio, che si preoccupano di marchiare gli obiettivi che dovranno essere colpiti dagli attacchi aerei. Ed, devo dirti che lo scenario di cui parli – quando parli di armare i “combattenti per la libertà”, mi porta alla mente le disastrose guerre sporche degli anni ’80, cioè, gli USA che vengono direttamente coinvolti in una guerra su territorio libico, con un pugno di ribelli … questi non hanno addestramento militare. Voglio dire, tu mi sta dicendo che gli USA sono nettamente schierati con una delle due parti di una guerra civile.

Il 7 giugno 2016 Fitrakis scrive:

… in un documento del Dipartimento di Stato declassificato, inviato ad Hillary il 2 aprile 2012, l’assistente Michael Blumenthal conferma che Perkins aveva ragione e che l’attacco sulla Libia non aveva nulla a che fare con il fatto che Gheddafi potesse essere una minaccia per la NATO o gli Stati Uniti, ma che l’unico obiettivo era razziarne l’oro.

Il governo libico possiede 143 tonnellate d’oro e una quantità simile di argento. Nel tardo marzo 2011, queste riserve vennero spostate a Sabha (verso il confine sud occidentale con Niger e Ciad); Blumenthal aveva informato la Clinton, sottolineando l’importanza di quell’oro, che veniva accumulato come riserva per la creazione di una valuta panafricana legata al dinaro aureo libico. Questo piano avrebbe permesso ai paesi francofoni africani di avere un’alternativa al franco francese (CFA).

Blumenthal rivela la ragione dell’attacco NATO e del saccheggio imperiale francese, l’intelligence francese è venuta a conoscenza di questo piano poco dopo lo scoppio della ribellione, questa è stata una delle ragioni che ha spinto il Presidente Sarkozy a sferrare l’attacco.

5 erano le ragioni della guerra illegale della NATO contro la Libia. Secondo Blumenthal Sarkozy cercava: a. di ottenere una maggiore fetta della produzione libica di petrolio, b. di aumentare l’influenza francese in nord africa, c. di migliorare la sua posizione in Francia, d. di fornire all’esercito francese un modo di mettersi in luce, e. di soddisfare la preoccupazione dei suoi consiglieri nei confronti del piano a lungo termine di Gheddafi, di soppiantare la Francia come potenza dominante nell’Africa francofona.

È ovvio che Blumenthal avesse inteso il bisogno di Sarkozy di proteggere i banchieri francesi dal piano di Gheddafi, ma sicuramente non poteva avere idea dell’ulteriore motivo – eliminare le prove del proprio coinvolgimento nei finanziamenti illegali. Va altresì notato – e sottolineato – che nessuna delle ragioni elencate nell’e-mail di Blumenthal potrebbe giustificare un’invasione di uno stato sovrano.

Il 30 marzo 2011 il governo britannico espulse 5 diplomatici dall’ambasciata libica, visto che le relazioni tra Libia e occidente continuavano a peggiorare. Nei mesi successivi la guerra imperversò in tutta la Libia. Ad un certo punto si promosse una tregua tra governo libico e Consiglio Nazionale di Transizione (NTC), che non durò e in agosto la nazione era nuovamente messa a ferro e fuoco dalla guerra civile.

Dopo il 31 marzo 2011 gli USA avevano applicato la no-fly zone sui cieli libici, apparentemente per aiutare una rivolta legittima e togliere dal suo trono un dittatore sanguinario, ma i risultati degli attacchi andarono ben oltre il cambio di regime di Gheddafi. Il 18 giugno 2011 la NATO ha attaccato il Grande Fiume Artificiale, un enorme progetto per l’irrigazione che portava l’acqua ad immense distese aride. I caccia colpevoli di questo crimine non solo hanno distrutto un pezzo vitale delle infrastrutture libiche, ma il 22 luglio hanno fatto a pezzi anche l’unica fabbrica che poteva costruire i pezzi per le riparazioni necessarie. Questa mossa malvagia non aveva alcuno scopo, se non quello di punire tutta la popolazione libica.

Aiutati e sostenuti dalle potenze occidentali, i “ribelli” assediarono Tripoli e il 21 agosto 2011 la città cadde nelle mani dell’NTC. Gheddafi e il suo staff volarono immediatamente a Sirte. Poco dopo le 8 di sera il 20 ottobre 2011, con i “ribelli” che incalzavano, Gheddafi tentò di abbandonare Sirte su un convoglio di 75 veicoli, ma la sua fuga fu scoperta da un velivolo della RAF. Un drone predator statunitense guidato da qualcuno seduto nel deserto del Nevada lanciò i primi missili contro il convoglio, lo stesso fece il velivolo della RAF. 10 veicoli furono distrutti. Gheddafi sopravvisse all’attacco, ma fu immediatamente catturato dall’NTC, che lo aveva trovato in un canale di drenaggio. Gheddafi su crivellato di colpi e una baionetta gli fu infilata nel retto.

Prima della morte di Gheddafi la Libia era una nazione stabile, se non una tradizionale nazione stato. Secondo un report intitolato “La Libia di Gheddafi era la più prospera democrazia africana” di Garikai Chengu, apparso il 12 gennaio 2013 “La Libia era divisa in innumerevoli piccole comunità che di base si comportavano come piccoli stati autonomi all’interno di uno stato più grande. Questi avevano il controllo sui propri distretti e potevano prendere una serie di decisioni tra cui come allocare gli introiti della vendita di petrolio. All’interno di questi mini-stati, i tre principali organi della democrazia libica erano Comitati Locali, Congressi Popolari e Consigli Rivoluzionari Esecutivi”. Chengu spiega come i Comitati Locali facessero riferimento ai Congressi del Popolo, che poi passavano le decisioni ai Consigli Rivoluzionari Esecutivi, creando così un consenso diffuso sulle decisioni che riguardavano tutta la popolazione. “La democrazia diretta in Libia utilizzava la parola ‘elevazione’ più che ‘elezione’, ed evitava le campagne politiche, che sono una caratteristica tipica dei partiti e beneficiano solo delle promesse elettorali. A differenza dell’occidente, i Libici non votavano solo ogni 4 anni per il Presidente e un parlamento centrale che prendesse tutte e decisioni per loro. Tutti i Libici prendevano decisioni riguardo la politica interna, quella estera e quella economica.” Rovesciare Gheddafi ha fatto a pezzi un sistema di governo che aveva funzionato bene – e tranquillamente – per quasi 50 anni.

Sarkozy rimane un uomo libero. Deve ancora essere perseguito per aver ricevuto illegalmente denaro libico per finanziare la propria campagna elettorale e per aver scatenato una guerra illegale per coprire la propria relazione illegale con Gheddafi.

Molto è stato scritto circa la catastrofe caduta sulla Libia a seguito dei criminali attacchi francesi e statunitensi – 400.000 persone strappate alle proprie case, violenze e repressioni, la creazione di un nuovo stato fantoccio in seguito ad un’iniziativa di politica estera degli USA. Ma il vero danno è stato arrecato all’Africa stessa, se la proposta di Gheddafi di un sistema bancario trans africano fosse giunta a compimento, quello sfortunato continente per la prima volta in secoli avrebbe avuto una vera libertà e una vera indipendenza a portata di mano, una circostanza che le potenze occidentali non si sarebbero potute permettere. Libertà e giustizia non hanno mai fatto parte dell’agenda occidentale.

La sera del 20 ottobre 2011, durante un’intervista alla CBS alla notizia della morte di Gheddafi, il Segretario di Stato Hillary Clinton si lasciò scappare una battuta con il suo staff, affermando “Siamo venuti, abbiamo visto, lui è morto”, poi applaudì e rise fragorosamente. Questa rimane la più vile e degradante immagine di sempre di un membro del governo USA.

Chris Welzenbach è uno scrittore (“Downsize”), che per anni è stato membro del Walkabout Theater di Chicago. Può essere contattato a incoming@chriswelzenbach.com.




Il testo di questo articolo è liberamente utilizzabile a scopi non commerciali, citando la fonte comedonchisciotte.org e l’autore della traduzione FA RANCO

13 ottobre 2016

Libertà di espressione negata a Caserta


La Costituzione della Repubblica italiana all’art. 21 recita “Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione”. Addirittura la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo all’art. 19 recita: “Ogni individuo ha diritto alla libertà d’opinione e d’espressione, il che implica il diritto di non venir disturbato a causa delle proprie opinioni”. Ma evidentemente la libertà di manifestazione del pensiero, che è uno dei diritti fondamentali riconosciuti negli ordinamenti democratici, trova sempre meno spazio in Italia. Un esempio lampante di questa deriva totalitaria è quanto accaduto nei giorni scorsi a Caserta dove si è tenuta una «Marcia per la vita» che ha come obiettivo la salvaguardia della vita nascente minacciata da un sempre crescente numero di aborti permessi dalla contestata legge 194. Il corteo, che si è snodato lungo le strade del centro cittadino, ha visto la libera partecipazione di numerosi gruppi studenteschi. La bontà della manifestazione, tuttavia, non ha evitato polemiche strumentali scatenate da sparute sigle associative e sindacali che hanno avuto come obiettivo il primo promotore della manifestazione, il preside Paolo Mesolella dell’Isiss «Foscolo» di Teano. In particolare sono stati contestati la presunta costrizione degli studenti alla partecipazione alla marcia e la presunta violazione della imparzialità e laicità della scuola su un tema così importante come quello della vita. Quanto al primo punto, urge chiarire che gli istituti scolastici possono consentire la partecipazione dei propri alunni a manifestazioni inerenti anche materie non curriculari. È evidente la previa autorizzazione scritta dei genitori di quegli studenti che intendono aderire. Tutte formalità adempiute dagli istituti scolastici coinvolti. In merito al secondo punto, invece, dovrebbe essere ovvio a tutti che la promozione da parte della scuola di attività a tutela della vita e la formazione civica degli studenti al rispetto della vita nascente e alla non violenza hanno finalità altamente educative e non divisive. Inoltre non v’è stata alcuna violazione della laicità in quanto la difesa dei nascituri non è affatto monopolio della sfera religiosa. Eppure, coloro che si oppongono alla maturazione umana dei giovani hanno ottenuto da parte del Ministero l’invio di ispettori presso gli istituti scolastici interessati, nonché il richiamo dei rispettivi presidi. È palesemente incoerente l’atteggiamento di coloro che si vantano di essere paladini della libertà di espressione e delle libertà civili e che contemporaneamente intendono ledere il principio dell’autonomia scolastica e della libertà di insegnamento. La verità è che forze politicizzate hanno dimostrato con pretesti ideologici di voler difendere la libertà e la Costituzione a giorni alterni, di non aver alcun rispetto per le idee altrui e soprattutto di adottare atteggiamenti violenti e questi sì divisivi. Pare evidente la lesione di principi ulteriori quali il pluralismo delle proposte formative, la libertà di insegnamento, l’autonomia scolastica – tanto decantate quando si vuol imporre anche ai più piccoli discenti una visione pervertita dell’essere umano –. La scuola pubblica – e per riflesso pezzi consistenti di quella privata, sempre più abbandonata e minacciata – pare diventare sempre più una scuola di regime, indirizzata dalle potenti lobby internazionali di cui ha più volte parlato Papa Francesco e che vogliono stravolgere le radici antropologiche della nostra esistenza. Ci pare esser stata ben diversa la reazione di certi burocrati ministeriali allorquando in diverse realtà italiane gruppi associativi gay hanno distribuito – senza alcun preventivo avviso o parere ai genitori – materiale disgustoso o realizzato spettacoli vari per propagandare le unioni omosessuali e l’utero in affitto. Ci sono già diversi casi in Italia di docenti «inquisiti» per le loro posizioni a favore della famiglia naturale e della Vita, e che al momento stanno affrontando – o hanno da poco affrontato – dolorosi contenziosi e situazioni di mobbing. Forse siamo ad una svolta epocale nell’ambito dei principi che presiedono il nostro ordinamento? È l’ora che le Istituzioni e i cittadini prendano coscienza di quanto sta accadendo.

Redazione

Russia: prove tecniche di terza guerra mondiale


“I residenti di San Pietroburgo riceveranno razioni di 300 grammi di pane al giorno in caso di guerra“. L’annuncio del governatore della città, Georgy Poltavchenko, ha confermato come le tensioni tra la Russia e le potenze occidentali – cominciate due anni e mezzo fa con la rivoluzione dell’Ucraina e la conseguente invasione della Crimea – stiano aumentando, in particolare a causa delle divergenze sulla guerra civile in Siria. Una escalation della tensione si è verificata negli ultimi giorni tra esercitazioni militari, un incontro diplomatico cancellato tra il presidente Putin e l’omologo francese Hollande, missili nucleari schierati nell’enclave russa di Kaliningrad, tra Lituania e Polonia, in direzione dell’Europa.
MOSCA SPOSTA MISSILI NUCLEARI A KALININGRAD

Diversi Iskander-M sono stati posizionati nella enclave baltica della Russia, puntati sull’Europa, e nell’area sono stati effettuati diversi voli dei bombardieri russi. A comunicare la notizia è stato lo stesso ministero della Difesa sostenendo, però, che la manovra rientra in “esercitazioni di routine” che prevedono l’uso di tali missili. “Queste unità missilistiche sono state schierate più di una volta (nella regione di Kaliningrad) e lo saranno ancora come parte di una esercitazione militare delle forze armate russe”, ha detto il portavoce del ministero della Difesa, Igor Konashenkov. Il generale ha inoltre affermato che uno dei missili è stato “volutamente esposto alla vista di un satellite spia americano”.

PUTIN ANNULLA INCONTRO CON HOLLANDE

Il motivo della cancellazione da parte russa dell’appuntamento diplomatico è la richiesta francese di incentrare i colloqui esclusivamente per “una visita di lavoro sulla Siria”. L’8 ottobre, tra l’altro, la Russia aveva posto il veto ad una risoluzione francese presentata al Consiglio di sicurezza dell’Onu per il “cessate il fuoco” in territorio siriano. Si tratta del quinto veto di Mosca presso le Nazioni Unite nei cinque anni di conflitto siriano. I due presidenti avrebbero dovuto incontrarsi a Parigi il 19 ottobre e la visita di Putin in Francia era stata ventilata già dalla primavera scorsa, come ha sottolineato l’Eliseo, seppur non fosse mai stata annunciata ufficialmente.

Così il Cremlino, che secondo Le Monde ha ritenuto “umiliante” questa formula per la presenza di Putin a Parigi, alla fine ha deciso di cancellare il viaggio. “Il presidente ha deciso di cancellare la visita, perché alcune delle attività pianificate legate all’apertura del centro culturale e spirituale russo e di una mostra, purtroppo, sono stati depennati dal programma”, ha detto il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, aggiungendo tuttavia che Putin è pronto a recarsi in visita in Francia “in ogni momento in cui sarà opportuno per il presidente Hollande”. L’inquilino dell’Eliseo, dal canto suo, ha replicato da Strasburgo, dove si trovava al Consiglio d’Europa: “Sono pronto a incontrare il presidente Putin se possiamo fare progressi sulla pace” in Siria, ha detto, aggiungendo che è vitale continuare a parlare con la Russia nonostante le distanze con Mosca sulla Siria, ma non ha senso discutere a meno che i colloqui non siano “franchi e convinti”.

LA CRISI RUSSIA-USA ESPLODE IN SIRIA

Il rapporto tra le due potenze è peggiorato dopo che è fallita la tregua entrata in vigore il 12 settembre tra le forze armate di Assad e le milizie dell’opposizione – concordata tra Mosca e Washington -, che doveva sancire il cessate il fuoco su tutto il territorio siriano. Il fattore scatenante è stato il bombardamento dell’aviazione degli Stati Uniti di un contingente di militari fedeli al presidente Assad, appoggiato da Putin, che ha provocato la morte di 90 soldati siriani. Il raid americano ha portato alla dura reazione della diplomazia russa: “La Casa Bianca difende l’Isis“, le parole della portavoce del ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova, riportata dalla Tass. Raid seguito dal bombardamento del convoglio Onu che doveva portare aiuti umanitari alla popolazione di Aleppo, attribuito all’aviazione russa.

AMPLIAMENTO BASE NAVALE MILITARE DI TARTUS

La Russia ha intenzione di ampliare la sua base navale in Siria, l’unica presenza militare di Mosca nel Mediterraneo. Lo riporta l’agenzia Tass citando il vice ministro della Difesa, Nikolai Pankov, secondo cui la base diverrà “permanente” e “i documenti necessari per l’operazione sono già stati preparati e sono ora in fase di approvazione interministeriale”. Pankov, parlando al Consiglio della federazione russa, ha anticipato che a breve il Parlamento sarà chiamato a ratificare l’intesa per Tartus. L’accordo tra Urss e Siria per il porto militare fu firmato nel 1971 e la base è diventata operativa nel 1977. La scorsa settimana è stato ratificato, e reso pubblico, l’accordo fra Mosca e Damasco per la concessione della base aerea di Hmeymin, nella provincia siriana di Latakia, a tempo indefinito.
CREMLINO: “PARENTI DEI FUNZIONARI TORNINO IN PATRIA”

Mosca ha “raccomandato”, ma in maniera molto “persuasiva”, ai funzionari dell’amministrazione presidenziale e regionale e ai deputati del Parlamento russo – in pratica alla “nomenklatura” – di far “rientrare subito” in patria tutti i parenti che ora si trovano all’estero. Lo riporta la testata online Znak.com. Stando al giornale, cinque fonti diverse hanno confermato che la richiesta informale è venuta direttamente “dall’amministrazione presidenziale”. La raccomandazione – non nuova, ma a quanto pare da applicare finalmente senza ulteriori “deroghe” – vale anche per i dipendenti delle aziende di Stato. Chi si trova fuori dai confini della Russia per motivi di studio non potrebbe nemmeno terminare l’anno o i corsi. Stando alle fonti di Znak.com chi non eseguirà “l’ordine” del Cremlino subirà limitazioni nella carriera all’interno del settore pubblico, con il blocco delle promozioni o degli scatti.

L’intelligenza invisibile


SI PUÒ MISURARE L’INTELLIGENZA? SAPPIAMO RICONOSCERLA QUANDO LA VEDIAMO? SE NON CI DOVESSIMO RIUSCIRE, LA COSA CI IMPORTEREBBE?

Probabilmente no, come è già successo in passato quando tante situazioni di contrasto tra realtà oggettiva e interpretazione soggettiva venivano risolte con frasi fatte come “la bellezza è negli occhi di chi guarda” oppure “è intelligente ma non si applica”.

Siccome sono molto impegnato in questo periodo, non ho il tempo per seguire le mie stesse digressioni, andiamo al dunque. Avete visto tutti il film “Matrix” del 1999? Non tutti? Accidenti, mi avete bruciato tutte le metafore che avevo in mente di scrivere. Per farla breve, nell’Aprile di quest’anno grazie alla rivista di divulgazione scientifica Le Scienzeabbiamo scoperto cosa fanno gli scienziati quando non fanno esperimenti e non elaborano teorie (che è quello a cui siamo interessanti di più e che ci aspetteremmo di sapere da una rivista di divulgazione). Il risultato della scoperta è stato prevedibile: gli scienziati si comportano nel tempo libero da nerd (secchioni amanti di saghe fantasy e fantascientifiche), valutando la possibilità che la realtà non sia altro che un’immensa simulazione virtuale di un’altra civiltà molto più evoluta della nostra. Riflessioni epistemologiche sono già state avanzate all’epoca su questo sito, ma forse avremmo dovuto seguire il consiglio implicito degli scienziati e goderci anche noi un buon boccale di birra e non pensarci più…e invece no, ora si parla di soldi! Sputiamo l’alcool e concentriamoci di nuovo su questa speculazione.

Sembra che due miliardari, di cui non si conosce il nome (buon per loro), vogliano finanziare una ricerca per studiare quest’ipotesi e addirittura capire cosa fare per uscire da un’eventuale realtà virtuale. Una prima tesi confermata è quella secondo la quale ai miliardari piaccia spendere soldi per cose inutili ma costosissime. La seconda tesi è che la teoria pseudo-scientifica del Disegno Intelligente stia prendendo sempre più piede ma con un altro nome (per non urtare la sensibilità degli atei).

Ci sarebbero delle ragioni dietro il sostegno della “teoria-Matrix”, come indica l’articolo di La Repubblica:

Il punto di partenza è la rapidità dell’avanzamento delle proprietà informatiche: così veloce e massiccia che in un futuro prossimo le menti artificiali potranno divenire indistinguibili da quelle reali e umani.

Il punto di partenza è la rapidità di avanzamento dei film mentali, già proiettati verso il duemila e qualcosa-che-sia-molto-più-di-16. Vi ricordo che molti avevano predetto le automobili volanti per il 2015, mentre stiamo ancora a cambiare le batterie ogni due anni, se siamo fortunati. Il mio PC, inoltre, si blocca se aprowww.enzopennetta.it nei primi cinque minuti dopo l’accensione, sarebbe d’aiuto una mente reale e umana che mi aiutasse a combattere l’entropia del mio sistema informatico.


Proprio per questo, qui il pivot della tesi, non c’è dunque alcuna ragione per non pensare che un quadro simile non sia già avvenuto in passato e che, come nella neurosimulazione interattiva della saga di Matrix, ci stiamo già dentro fino al collo.

Una proiezione futura data per certa viene proiettata nel passato di un’altra civiltà tecnologicamente più avanzata della nostra che ci sta simulando, simulando sé stessa, con Mark Ruffalo e Jennifer Connelly, di J. J. Abrams, a Gennaio 2017 nei cinema.

Scherzi a parte, non dico che sia assolutamente impossibile che la nostra esistenza sia come un sogno, ma andrebbe valutata anche la plausibilità di tal cosa. Se preferite porre la questione in termini di probabilità, c’è chi dice 20%, chi 50%, chi addirittura che la probabilità che tale teoria-Matrix sia falsa sia una su un miliardo. Questi non sono nemmeno numeri miei, c’è davvero chi indica tali probabilità, sta scritto nell’articolo!

Digressione: la definizione più semplice ma un po’ tautologia di probabilità di un evento è quella di Laplace, “numero di casi favorevoli diviso numero di casi totali, assunti tutti equiprobabili”. Non so da quale modello abbiano tirato fuori quelle cifre, rispettivamente la Bank of America ed Elon Musk, ma forse è colpa mia che semplifico troppo, probabilmente i signori citati seguono Kolmogorov (l’autore della definizione assiomatica e più corretta di probabilità).

Dopo l’astrofisico deGrasse Tyson (che a questo punto sarebbe meglio ricordarlo come l’astrofisico più sexy del 2000), due miliardari e il fondatore della Tesla, la faccenda diventa preoccupante quando vado a leggere che

La pressione e la popolarità di questa ipotesi, suggestiva e raggelante, è talmente elevata che sembra divenuta la nuova mania della Silicon Valley. Secondo un servizio pubblicato sul New Yorker da Tad Friend, “la tesi della simulazione sta ossessionando molte persone” nell’epicentro dell’innovazione mondiale.

Molte persone a Silicon Valley si stanno preoccupando del fatto che la loro intera vita sia una simulazione digitale che si svolge in quale angolo buio senza via d’uscita. Direbbe Massimo Troisi (versione edulcorata per i non-bilingue): non c’è nessun Matrix, uscite, andate a fare le rapine e toccate le femmine!

Se però davvero ci tengono affinché qualche scienziato decida di fare ricerca su Matrix e sull’intelligenza invisibile che ci circonda e che compenetra le realtà, allora vediamo cosa si può fare di concreto. Se prendo un termometro, misuro una temperatura; con un cronometro gli intervalli di tempo; con un metro le lunghezze; con una cella fotosensibile le intensità delle onde elettromagnetiche, in breve non posso andare oltre ciò che mi fornisce ogni strumento. Ciò che posso fare è mettere in relazione le grandezze ottenute, immaginare delle relazioni, solo che si crea il rischio che tali relazioni sarei io ad attribuirle alla natura e non quest’ultima a comunicare direttamente la sua intelligenza, se esiste, a me. L’ideale sarebbe uno strumento che facesse direttamente il passaggio successivo, che andasse oltre il numero, un meta-strumento. Se con gli strumenti costruisco la Fisica, cosa costruisco con un meta-strumento? Suspense…la Meta-Fisica!

Ci siamo arrivati, finalmente, è di questo che si tratta, infatti si potrebbero fare molte riflessioni sulla realtà in cui viviamo e sulla teoria-Matrix: al di fuori di Matrix, chi ci dice che il mondo sarebbe ancora fatto di atomi? Se siamo fin dalla nascita in questa realtà simulata, come potremmo descrivere quella reale con strumenti conoscitivi calibrati per Matrix e interni a essa? Potrei sviluppare ulteriormente tali tematiche, ma finirei nella trappola di tutti i giornalisti che stanno riportando questa notizia, cioè fare in modo che anche i lettori comincino a speculare. Se facessimo anche noi così, finiremmo col collaborare a quella sospensione dell’incredulità alla base del cinema, ma che in campo scientifico dovrebbe essere fuori luogo. Oltretutto, ne abbiamo già avuti di filosofi che hanno indagato le basi dell’essere, per cui lasciamo le speculazioni agli speculatori, le spese folli ai miliardari e le ricerche fatte solo per soldi ai ruffiani; meglio occuparci di cose concrete, fatte per passione e soprattutto senza pesantissime ripercussioni filosofiche.

In base al criterio detto “ambarabà CC co.co.”, scelgo come strumento un cronometro e vado a misurare qualcosa di insolito, che magari è ancora poco noto, per esempio la durata di uno sbadiglio, potrebbe succedere che sarei così fortunato da raccogliere del materiale per sviluppare un paper. Purtroppo già l’hanno fatto .

Anche stavolta La Repubblica (ma non solo tale quotidiano) ci aiuta a capire cosa sta succedendo: uno scienziato “massimo esperto in sbadigli” (presumo amico e collega dell’ultra-specializzato in starnuti), Andrew Gallup, ha effettivamente misurato la durata degli sbadigli di persone e altri mammiferi e ha riscontrato una correlazione con la complessità della struttura cerebrale. Inevitabile conseguenza divulgativa di tale correlazione è l’illeggibile titolo di La Repubblica “Più sbadigli a lungo, più sei intelligente”.

A questo punto torno alla domanda iniziale: perché questa moda di misurare l’intelligenza? Rispettiamo però il giusto ordine delle obiezioni, com’è giusto che sia per i nostri lettori (critica nel merito di ciò che si è misurato, poi nel merito di come lo si è interpretato, infine lo sfogo che per comodità chiameremo “filosofico”).

Nell’ipotesi che la funzione biologica di uno sbadiglio sia la termoregolazione del sangue, in particolare di quello che va dritto al cervello, si ipotizza che un cervello più complesso sia più esigente sotto questo punto di vista.

In ogni caso, l’ultimo studio di Gallup, ha previsto la visione di 205 sbadigli di 177 soggetti provenienti da 24 specie diverse, ed ha ottenuto i seguenti risultati: negli esseri umani la lunghezza è di quasi sette secondi, negli elefanti sei, cammelli e scimpanzé circa cinque. Naturalmente il peso del cervello umano non è il maggiore in assoluto, ma siamo dotati di più neuroni nella corteccia di qualunque altra specie, caratteristica che potrebbe risultare il fattore più importante. Inoltre, anche l’età è uno dei parametri da tenere in considerazione, poiché gli adulti sembrano sbadigliare più a lungo dei bambini.

Il nostro scienziato ha applicato 205 misure di tempi di respirazione (perché in fondo uno sbadiglio è una profonda ispirazione ed espirazione), associandole per la loro lunghezza temporale al bisogno di regolazione della temperatura del sangue. Apparentemente non ha correlato le diverse durate alla capacità respiratoria e di circolazione sanguigna, ma ha posto direttamente come secondo termine di correlazione la situazione nel cervello. Forse questo punto intermedio poteva essere rilevante, perché una cosa che so come fisico è che nessun trasferimento avviene a tempo zero.

Per quanto riguarda l’interpretazione dei dati, inutile dire che una correlazione da sola non vuol dire niente, comeriportò persino il quotidiano in esame. Se però il nostro esperto in sbadigli passasse da una correlazione ad una legge, per quanto insolita, allora ne guadagnerebbe in predicibilità e in falsificabilità. In fondo, la parola “intelligence” la usa una volta sola, riferendosi ad uno studio di altri scienziati; è stato il titolista italiano a fare una seconda correlazione più accattivante (ma i realtà solo provocatoria) parlando di intelligenza.

Come resistere alla tentazione di presentare una possibile quantificazione semplice e praticabile di una delle qualità più difficili da definire, se proviene da un paper di una rivista che ha pur sempre impact factor maggiore di due? Infatti “non si può resistere”, per cui ecco che nella gallery si scopre che “altri studi” rivelano una correlazione tra intelligenza e disordine, intelligenza e linguaggio scurrile (se l’avessi saputo prima, questo articolo l’avrei scritto con un taglio molto diverso), tra successo nella vita e il dormire poco.

Cari lettori, moderando lo “sfogo filosofico”, rivelo che la morale dell’articolo, che la condividiate o no, è chiara: non si può misurare l’intelligenza né della struttura del reale né di persone o animali con gli strumenti della fisica o di un’altra scienza sperimentale, altrimenti si cade nell’assurdo o nel ridicolo.

Ora potrei chiudere e scendere più in basso nei vostri schermi per rispondere agli eventuali commenti, ma un signore lì in fondo mi suggerisce di tornare indietro all’ultima citazione di La Repubblica. Cosa leggo?! Gli elefanti sbadigliano più a lungo degli scimpanzé?! Gli scimpanzé sbadigliano tanto quanto i cammelli?! Adesso come lo risistemiamo il cespuglio evolutivo?!

I soldi sauditi a Hillary e all’ISIS. Ma Repubblica parla di UFO


Pistole fumanti e fumo negli occhi. Le mail rivelate da Wikileaks: i Clinton sanno che i loro finanziatori sono anche quelli che finanziano l’ISIS.

di Pierluigi Fagan.

SMOKING GUN & SMOKE GETS IN YOUR EYES. Wikileaks pubblica una nuova tornata di mail di John Podesta, capo della macchina organizzativa a supporto della campagna elettorale di Hillary Clinton ma anche ex capo di gabinetto della presidenza di Bill ed eminenza grigia della Fondazione Clinton.
All’interno, la pistola fumante che dimostra come gli alti vertici americani sappiano perfettamente che ISIS è unacreatura saudita – qatariota:

“…we need to use our diplomatic and more traditional intelligence assets to bring pressure on the governments of Qatar and Saudi Arabia, which are providing clandestine financial and logistic support to ISIL and other radical Sunni groups in the region.”
Ossia:
“…abbiamo bisogno di usare le nostre risorse diplomatiche e quelle più tradizionali dell’intelligence per fare pressione sui governi di Qatar e Arabia Saudita, che stanno offrendo un sostegno finanziario e logistico clandestino all’ISIL (ISIS) e ad altri gruppi sunniti radicali nella regione”
Che poi sono anche i primi finanziatori della Fondazione Clinton.

Pur non pubblicando il testo completo che trovate su Zero Hedge (QUI) ne parla doverosamente l’Independent, (QUI).

Cosa fa allora la provvidenziale Repubblica?

Ci fa sopra un bel pezzo di colore dicendo che il succo delle 20mila e-mail è che Chelsea è viziatella e Podesta intesse fitti colloqui col chitarrista del Blink 182 su gli UFO. Fumo negli occhi, appunto.

Abbiamo quindi un candidato che prende le donne per la F. ed una candidata che ci prende tutti per il C.

Enjoy!

Fonte: Megachip

La Commissione europea devasta il made in Italy


Un nuovo attacco alle eccellenze del made in Italy è in arrivo dall’Europa. Un’invasione a dazio zero di oltre 1 milione di tonnellate di grano, granturco e orzo, 3mila di miele, 5mila di pomodori, 4mila di avena e l’importazione di vari tipi di calzature che potranno entrare senza limiti in Europa a tasso zero mettendo a serio rischio la produzione italiana.

Per i produttori di grano, già in profonda crisi a causa del crollo del 31% dei prezzi rispetto all’anno scorso e costretti a vendere al di sotto del costo di produzione, potrebbe essere il colpo definitivo. La misura presentata da Federica Mogherini, un nuovo regalo alle multinazionali del cibo che potranno accaparrarsi la materia prima a prezzi stracciati, rischia di mandare sul lastrico centinaia di piccoli contadini e proprietari terrieri.
L’eurocrazia continua ad essere garante dei profitti dei forti e nemica dei diritti dei piccoli, sempre più deboli e soli, per l’assenza di misure che tutelino le produzioni di eccellenza e i posti di lavoro che queste garantiscono.

A lanciare l’allarme è Tiziana Beghin, europarlamentare del M5S.

“Dopo l’invasione dell’olio tunisino, scrive Beghin in una nota, arriva dall’Europa un’altra minaccia per gli agricoltori italiani. La Commissione europea vuole aumentare le importazioni a dazio zero di prodotti agricoli, artigianali e industriali dall’Ucraina”.

“Questo significa, spiega l’europarlamentare, che sulle tavole di tutti gli italiani arriveranno pasta e pomodori ucraini, ma anche miele, succhi d’uva, avena, orzo. Le conseguenze sul mercato agricolo italiano saranno devastanti: i produttori sono già in ginocchio per via del crollo del 31% dei prezzi dei cereali. Stanno uccidendo l’agricoltura italiana!”

Poi un violento attacco al Pd. “Questo, conclude Tiziana Beghin, è il risultato di politiche suicide volute dal Pd: gli europarlamentari del Pd hanno votato sì all’invasione dell’olio tunisino e oggi Federica Mogherini, il Commissario europeo nominata da Renzi, fa questa assurda proposta che non riguarda solo i prodotti agricoli, ma anche vari tipi di calzature”.

Infine un appello: “Il Movimento 5 Stelle chiede il ritiro di questa misura. Salviamo l’agricoltura italiana!”.

Francia, Russia: Hollande “suicida” la politica estera francese. E Putin cancella la visita


La Francia di Hollande rinuncia alla propria politica estera, per allinearsi a quella americana. Ecco perché.

Il presidente russo Vladimir Putin ha preso la decisione di annullare la sua visita a Parigi prevista per il 19 ottobre. La scusa formale, offerta al pubblico dal portavoce del Cremlino, Peskov, è che siccome l’incontro era legato all’apertura di un centro culturale russo, essendo questo evento saltato, non c’è più un motivo immediato per incontrarsi.
“Fin dall’inizio dei contatti con il suo omologo francese, il Presidente Putin ha osservato che saremmo pronti a visitare Parigi in qualunque momento Hollande si sentisse pronto.

È per questo che aspetteremo finché la questione non sarà di nuovo all’ordine del giorno.
E’ significativo che, alla domanda su come mai sia saltata l’apertura del centro culturale, Peskov abbia risposto: “è una domanda da rivolgere ai francesi.”

Tuttavia, vi è un antefatto, anzi ve ne è più di uno. Lunedì scorso, infatti, il presidente francese Francois Hollande aveva espresso dubbi sul fatto che questi colloqui fossero necessari, viste le differenze di vedute con la Russia riguardo la Siria.

Hollande, furibondo, aveva dato del criminale a Putin (sic!) un gesto senz’altro non molto diplomatico.


In seguito, il ministro degli Esteri francese, Jean-Marc Ayrault, ha annunciato che Hollande avrebbe preso una decisione definitiva riguardo l’incontro personale con Putin “tenendo conto della situazione in Siria.”
L’Eliseo oggi ha annunciato che il programma di lavoro di Hollande per la prossima settimana non era ancora pronto. Il servizio stampa del presidente francese ha rifiutato di confermare o negare nulla riguardo gli incontri con Putin.

Tuttavia, sappiamo che i francesi non hanno preso bene il veto russo al’ONU, che ha vanificato la richiesta francese di una “no fly zone” in Siria.

Era assurdo che i francesi pensassero che i russi si astenessero o addirittura votassero a favore, tradendo così un fedele alleato, che avrebbe fatto la fine della Libia di Gheddafi, in cambio di… un centro culturale!

Eppure i francesi hanno una così alta opinione di sé, da ritenere tutto ciò plausibile. E così hanno distrutto di fatto qualunque peso e ruolo autonomo potessero avere in autonomia dagli USA o da Bruxelles

Con quest’ennesimo sgarbo, la Francia si appiattisce totalmente sulle posizioni americane, tradendo completamente lo spirito nazionalista francese. Una vera e propria inversione a U, rispetto alla politica orgogliosa tenuta da Chirac che tenne testa Bush Junior.

Ciò conferma che le presidenze democratiche americane sono molto più nocive rispetto a quelle repubblicane: mai si era vista una Francia così prona agli interessi stranieri, dai tempi di Vichy.

Massimiliano Greco

Clinton, Isis e sauditi: una rivelazione clamorosa


L’IPOCRISIA SVELATA
“I governi di Qatar e Arabia Saudita stanno fornendo supporto finanziario e logistico clandestino all’Isis e ad altri gruppi sunniti radicali nella regione”.
A scriverlo è Hillary Clinton in una mail indirizzata nell’agosto del 2014 a John Podesta (da sempre uno dei più stretti collaboratori della famiglia Clinton ed oggi a capo della sua campagna elettorale).

La mail, rilasciata da Wikileaks, è clamorosa.
Se l’America fosse ancora una democrazia sana e non sottomessa ad un’élite tecnocratica e finanziaria che pilota crisi internazionali e guerre umanitarie (di cui la Clinton è la rappresentante), lo scandalo di questa mail costringerebbe la candidata Presidente al ritiro.

Il motivo è evidente: nonostante fosse a conoscenza dell’appoggio che i regimi del Golfo alleati degli Usa danno all’Isis, la Clinton ha continuato ad accettare milioni di dollari di finanziamento per la sua Fondazione proprio da questi regimi che lei stessa riconosce essere sponsor del terrorismo islamista.
Dell’imbarazzante finanziamento saudita alla signora abbiamo ampiamente parlato in questo articolo dell’agosto scorso che invito a rileggere per sopperire alle “distrazioni” del mainstream democratico.

UN LIBRO PAGA IMBARAZZANTE
In altre parole: la candidata alla Presidenza degli Stati Uniti riceve enormi quantità di denaro da “stati canaglia” che lei stessa sa essere fiancheggiatori del terrorismo e ispiratori di coloro che poi in Usa e in Europa uccidono cittadini americani ed europei.

Basterebbe questo per capire l’ipocrisia che alimenta la retorica occidentale della “lotta al terrorismo” e della difesa delle democrazie dal pericolo di coloro che le vogliono distruggere. Difficile difendersi quando sei sul libro paga dall’amico del tuo nemico; e l’eventualità che su questo libro paga ci possa essere un futuro Presidente degli Stati Uniti rende oscuro il futuro dell’America.


APOCALISSE CHIAMATA CLINTON

In questa campagna elettorale per le Presidenziali, Trump, il rivale della Clinton, è stato ripetutamente attaccato per il suo atteggiamento non ostile nei confronti della Russia di Putin; è stato dipinto come una sorta di Manchurian Candidate manipolabile da potenze straniere.

Nell’ultimo dibattito televisivo, la Clinton è arrivata ad affermare: “non è mai successo prima che un avversario(Putin) si adoperasse così tanto per influenzare il risultato delle elezioni”.
Ma Putin non finanzia la campagna elettorale di Trump; e la Russia è impegnata a combattere l’Isis e il terrorismo islamista sia in Siria che in Asia centrale.
Al contrario, i sauditi amici della Clinton finanziano la sua Fondazione di famiglia con la stessa mano con cui finanziano l’Isis, Al Qaeda e diffondono l’integralismo islamico in Europa.

Questo cinismo, questa spregiudicatezza nell’uso di un potere senza regole, nella manipolazione dei media sui quali non troverete queste notizia, sommati ad una visione (da lei incarnata quando è stata Segretario di Stato) del ruolo degli Stati Uniti come gendarmi del mondo ed autorizzati a scatenare guerre umanitarie dietro pretesti inventati (come nel caso della Libia), ad orchestrare crisi nazionali e “colpi di Stato democratici” (come nel caso dell’Ucraina), rendono la Clinton un pericolo reale per l’America e per il mondo.

Nel suo appello agli elettori, la Clinton ha ammonito con tono profetico: “io sono l’ultima cosa tra voi e l’Apocalisse”. Sarà, ma per ora lei è la prima cosa tra i tiranni sauditi e i tagliagole dell’Isis; questo dovrebbe preoccupare l’America.

12 ottobre 2016

Presentato ufficialmente in Finlandia il progetto concreto per uscire dall’Euro: come fare e con quali conseguenze


Al contrario dell’Italia in Finlandia il dibattito sulla necessita’ o meno di uscire dall’euro e’ politicamente avanzato tant’e’ che non e’ affatto inusuale sentire personaggi politici di rilievo chiedere di uscire dalla moneta unica.

E a tale proposito pochi giorni fa il Centro studi Eurothinktank ha pubblicato una guida per spiegare ai politici finlandesi come uscire dall’euro in modo semplice e senza ripercussioni negative.

Tale guida e’ stata sottoscritta da diversi economisti finlandesi di rilievo e auspica una fuoriuscita della Finlandia dall’euro e offre preziosi suggerimenti si come superare eventuali ostacoli e problemi che inevitabilmente nasceranno da questa decisione.

Il principale ostacolo e’ dovuto ai costi che tale decisione porterebbe, ma i vantaggi sono superiori agli svantaggi visto che i costi in questione possono essere gestiti.

I vantaggi sono legati al fatto che in caso di shock esterni l’economia della Finlandia puo’ essere protetta modificando i tassi di cambio, cosa che con l’euro e’ impossibile fare e non e’ un caso che i paesi dell’eurozona hanno sbilanci delle partite correnti che non possono aggiustare.

In questi casi una possibile soluzione risiede nell’aumentare le tasse e nella riduzione dei salari ma ovviamente tali politiche oltre ad avere costi sociali elevati causano anche prolungate recessioni, come è acacdutoe sta accadendo nell’eurozona. I casi drammatici di Italia, Portogallo, Spagna, lasciando pur perdere quello – estremo – della Grecia, sono qui a dimostrarlo.


Uno volta usciti dall’euro, e’ importante creare una banca centrale indipendente per gestire questo processo e ricapitalizzare le varie banche durante il periodo di transizione.

Questo e’ facile da fare, ma occorre agire in segreto onde evitare corse agli sportelli e prevenire il panico tra gli operatori finanziari, che in massima parte sono speculatori che approfitterebbero della situazione.

Questo studio tiene anche conto del fatto che altri Paesi dell’area euro potrebbero opporsi alla fuoriuscita della Finlandia e potrebbero fare pressione ai politici per evitare tale fuoriuscita, ma gli autori di questa guida riconoscono che alla fine collaborare e’ piu’ conveniente che ostacolare tale decisione.

Per chi fosse interessato qui sotto c’e’ il link di questo rapporto che consigliamo di leggere visto che nessun giornale italiano pensera’ mai a pubblicarlo:


Ovviamente le conclusioni di questo rapporto valgono anche per l’Italia e se cio’ che questo studio suggerisce potrebbe sembrare ovvio, di fatto non lo e’ visto che i politici – di governo – dell’ex Belpaese si ostinano a dire che l’euro e’ stato un colossale successo.

Fonte: IL NORD

All’Onu di Ginevra, impunità dei Saud e condanna della Siria. Due pesi due misure


I jet dell’Arabia saudita e alleati hanno fatto una strage fra i partecipanti a un funerale a Sana’a, la capitale dello Yemen. I morti sarebbero 82, i feriti oltre 600. Il conflitto in Yemen abbia fatto migliaia di morti civili (almeno 3.900, e quasi 7.000 feriti), per la quasi totalità frutto dei bombardamenti a guida saudita,

Pochi giorni fa, il sottosegretario Onu per gli affari umanitari Stephen O’Brien ha descritto casi di terribile malnutrizione infantile nelle aree dello Yemen che la coalizione a guida saudita sottopone non solo a bombardamenti (dal 26 marzo 2015) ma anche a blocco navale. Sarebbero 370mila i bambini in stato di grave malnutrizione, perfino negli ospedali. Del resto ormai la metà dei 28 milioni di yemeniti non ha abbastanza cibo a disposizione.

Oltre al blocco navale, l’ex presidente a interim Hadi, fuggito a Riad con l’avanzata degli Houti, ha fatto spostare la banca centrale del paese da Sana’s ad Aden, ancora sotto il suo controllo. Questo significa che i salari di oltre un milione di yemeniti non sono pagati.

Cosa dovrà ancora fare l’Arabia saudita – in primo piano anche nell’alimentare la guerra in Siria rifornendo di armi e denaro gruppi estremisti – per ottenere finalmente qualche forma di sanzione, almeno morale? Lo stesso Consiglio dei diritti umani dell’Onu non riesce a condannare i petro-monarchi. Anzi, alla sua ultima sessione, la 33esima, l’Unione europea, per la pressione del suo alleato di ferro britannico, e per l’ignavia degli altri membri, ha ritirato una risoluzione scritta dai Paesi bassi che prevedeva una missione d’inchiesta internazionale e indipendente in Yemen su potenziali crimini di guerra compiuti nei lunghissimi mesi di guerra, dal 26 marzo 2015. C’era anche una precisa richiesta da parte dell’Alto Commissionario per i diritti umani Zeid Ra’ad Al Hussein.

Ma è stata approvata una blanda risoluzione proposta da Stati arabi, che prevede di affiancare alcuni ricercatori onusiani alla già esistente Yemeni National Commission of Inquiry, fatta in casa dai Saud e da Hadi. In pratica: impunità garantita, fin dalle indagini.

E’ un altro successo dell’Arabia saudita, che è membro di turno del Consiglio dei diritti umani malgrado le numerose richieste di sospensione. I Saud negoziavano a Ginevra il testo della risoluzione Yemen mentre continuavano a bombardare il paese, con svariati morti civili negli ultimi giorni, nell’area di Hudaydah.

Tutt’altra musica, a Ginevra negli stessi giorni, sulla Siria. La risoluzione 30, preparata da Arabia saudita, Qatar, Turchia, Regno Unito, Usa, Francia, Germania, Italia, Giordania, Kuwait, Marocco (in pratica i membri del famigerato gruppo “Amici della Siria” nato nel 2012), è stata approvata dal Consiglio il 30 settembre. Chiaramente sbilanciata a favore dell’opposizione armata (con esclusione di Daesh), ha convocato per la prossima sessione del Consiglio un panel che si dovrebbe focalizzare sull’accountability, ovvero come farla pagare a Damasco e forse alla Russia.

E’ comunque significativo che, malgrado il diluvio di accuse provenienti da Ong di Aleppo Est, e malgrado il ricatto britannico in sede di dibattito, più paesi membri del solito abbiano votato contro la risoluzione o si siano astenuti. I membri di turno del Consiglio dei diritti umani sono 48. I no sono stati sette (Algeria, Bolivia, Burundi, Cina, Cuba, Russia, Venezuela), in genere invocando meno parzialità nelle fonti delle denunce e la fine ingerenze armate a fianco dei gruppi combattenti. Gli astenuti 14: Congo, Bangladesh, Ecuador, Etiopia, Filippine, India, Indonesia, Kenya, Kirghizistan, Namibia, Nigeria, Sudafrica, Togo, Vietnam. Tutti i paesi dell’asse Nato/Golfo hanno invece votato sì.

Marinella Correggia

Fonte: SibiaLira

BERLINO VINCE SEMPRE. STRAVINCE ANCORA. CONTRO LA GRECIA.



Non vorrei fosse sfuggita ai più la ultima meravigliosa vittoria di Schauble: è riuscito a impedire anche la minima ristrutturazione del debito greco, ammontante a 294,4 miliardi di euro, pari al 170 % del Pil ellenico, e detenuto al 70 per cento dalla zona euro.

Il povero Alexis Tsipras ha commesso un errore in più: ha cercato di metter fuori il Fondo Monetario dalla troika dei creditori, nel calcolo – nella speranza – che i partner europei fossero più umani. E, commossi e impressionati dalla volontà del suo governo di “fare le riforme” (privatizzazioni a sangue) richieste, gli avrebbero accordato un taglio del debito. Con sforzi sovrumani, la Grecia ha prodotto un “avanzo di bilancio primario” (ossia prima del pagamento degli interessi) ormai notevole: 3,3 miliardi di euro nel primo semestre. Ottenuto con torchiature fiscali del proprio popolo senza precedenti: le famiglie del ceto medio e quello basso hanno visto aumentare il carico fiscale del 337% e hanno perso l’86 per cento del reddito che avevano, laddove i benestanti hanno perso ‘solo’ il 17-20, ed hanno avuto un aumento del carico fiscale inferiore al 10. I tagli salariali e la disoccupazione (oltre il 27 %) hanno intaccato la salute della popolazione, fatto crescere del 50% la mortalità infantile e le malattie croniche del 26%.

L’avanzo primario strappato a questa gente, viene dato ai creditori, e mostra la volontà del governo di pagare… saranno comprensivi, gli europei? Macché. Anzi a maggio hanno preteso un sistema di “aggiustamento automatico” delle spese se non verranno rispettati gli obiettivi del 2018 (tale pretesa non viene esercitata mai, poniamo, sul governo francese). Dunque la giustificazione che il governo Tsipras ha usato per torchiare così crudelmente la gente – vedrete, la nostra obbedienza alla troika ci otterrà una ristrutturazione del debito – non è più valida.

Angela Merkel, che viene descritta come una che si chiude sempre più in se stessa perdendo i contatti con la realtà, ha lasciato completamente ,la questione greca a Schauble. Il quale forse, chissà, punta col suo “Nein” ad un alleviamento dell’impossibile debito di Atene a produrre la sconfitta politica di Syriza e la vittoria elettorale di Nea Demokratia, il centro-destra che ai greci disperati si presenta come “più amico” dei creditori e dunque che può strappare qualche favore. O più probabilmente, ossessionato dalle elezioni in Germania che si son mostrate disastrose per la sua CDU, non ha voluto apparire agli elettori tedeschi come uno che “fa un regalo ad Atene”, e anzi tranquillizzare detti elettori, contribuenti e depositanti (già rabbiosi per gli interessi zero di Draghi sui loro risparmi), sul fatto che “i loro soldi” sono ben protetti dal loro caro cerbero. Fatto sta che Schauble ha sbattuto fuori il Fondo Monetario (che un taglio al debito greco lo predica da mesi) e adesso si fa a modo suo: un “prestito” ai greci per pagare i debiti, non ridotti. Più precisamente: ha aggravato la fattura che pagheremo noi contribuenti europei insieme ai tedeschi, perché – uscito il FMI – è il Meccanismo Europeo di Stabilità (MES, l’Italia vi partecipa con 125 miliardi) che si assume il versamento completo del “prestito” e dei successivi “prestiti” alla Grecia. Per Schauble va’ benissimo così, perché i contribuenti tedeschi non hanno l’impressione di essere alleggeriti dei loro soldini. Al MES i tedeschi (e noi) diamo una garanzia, con la quale il MES si limita a prendere in prestito fondi sui mercati per versarli ad Atene; con questi fondi Atene rimborserà il FMI, la BCE, lo stesso MES.

“E’ un circuito quasi chiuso che Schauble potrà dire indolore” davanti ai tedeschi, scrive l’economista Romaric Godin, tanto più che “essendo la ricapitalizzazione delle banche elleniche costata meno del previsto, il MES dovrà versare meno degli 86 miliardi previsti,ciò che compenserà la non-partecipazione finanziaria del FMI”. Il quale, s’intende, resta creditore di 13 miliardi. Ma non disturba più ripetendo che il debito greco è insostenibile.

Dunque, la UE concede alla Grecia di pagare i suoi debiti facendo nuovi debiti: ciò si chiama sui media “aiutare” la Grecia. E non basta ancora: Atene sperava di avere libera, per la sua sottomissione, il montante di 2,8 miliardi di euro. L’Eurogruppo, guidato da Disselbloem (ossia da Scahuble) ha “liberato” solo 1,1 miliardi.

Sono i 1,1 miliardi destinati al “servizio” del debito (essenzialmente alle banche tedesche e francesi), fra cui 450 milioni dovuti al FMI. I restanti 1,7 miliardi che sono stati negati servivano a pagare gli arretrati dello stato greco ai propri fornitori. Fattore cruciale, perché tali arretrati non pagati mettono in crisi le aziende private greche (ce ne sono ancora, miracolo), ossia quelle che devono accumulare profitti, e l’avanzo primario necessario per ripagare il debito agli europei. Pensate un po’ come possono essere invogliati i leggendari “capitali esteri” – che la UE incita i greci ad attirare – ad investirsi in un paese dove tutto ciò che si guadagna deve essere reso ai creditori, per di più a debito, e tartassato da simile torchia fiscale.

Quale scusa ha trovato l’Eurogruppo per negare la tranche suddetta? Che forse la Grecia non ha interamente utilizzato la tranche precedente di “aiuti” (sic) in saldo dei suoi arretrati, quegli 1,8 miliardi liberati a giugno. Tsipras dice di sì, Dijsselbloem dice di no. “Dal punto di vista tecnico niente giustifica questo metodo”, scrive Godin, che è una misura arbitraria fissata dalla UE a maggio, e che dunque la UE può adottare con elasticità. Non ha voluto applicare questa elasticità alla Grecia, che applica alla Francia (e persino in parte all’Italia, minacciata dai “populismi”). Il motivo non può essere che uno: punire Syriza e Tsipras, e i greci, per la loro insubordinazione dell’anno passato. Avevano votato per referendum, contestando l’Unione Europea, i criminali! Ecco che adesso l’Europa non vi dà più alcuna fiducia! Soffrite e morite, mascalzoni.

E ciò mentre: 1 – la Germania ha aumentato ancora ad agosto il suo attivo commerciale di 20 miliardi di euro ; 2 – Deutsche Bank ha ottenuto da BCE di poter falsificare i suoi stress test fingendo di aver venduto una partecipazione ad una banca cinese, che invece non aveva concluso; una benevola eccezione che altre banche europee avevano chiesto e a cui era stata negata da Draghi. 3) Hollande ottiene continuamente di sforare il deficit oltre il 3 per cento, come compenso per aver fatto della Francia il vassallo e lustrascarpe di Berlino.

E’ l’Europa, ragazzi. Quella che sta letteralmente provocando l’estinzione della popolazione ellenica (la natalità è calata del 22% rispetto ai livelli pre-crisi) . La crudele dittatura dei ‘due-pesi-due-misure’ ad arbitrio tedesco.

In fondo, anche questo è un sintomo della grande apostasia. S’è cessato di pregare “rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori”.La Germania non rimette nemmeno una briciola ai suoi debitori; non le saranno rimessi.


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