22 ottobre 2016

Le sanzioni cambiano l’economia. Mosca dà lezioni a Bruxelles


La Russia produce più grano degli USA: 110 milioni di tonnellate, una cifra mai raggiunta che la trasformano nel primo produttore mondiale. Perché succede?

di Giampaolo Rossi.

Nel 2015 le esportazioni agricole russe hanno superato le esportazioni di armi. Il dato è di fondamentale importanza per capire la complessa trasformazione che Mosca sta provando ad attuare alla sua economia.
Secondo Der Spiegel, lo scorso anno la Russia ha prodotto più grano degli Stati Uniti: 110 milioni di tonnellate, una cifra mai raggiunta che la trasformano nel primo produttore mondiale.
Il ministro dell’Agricoltura Alexander Tkachev ha recentemente detto di sperare che le sanzioni europee (e di conseguenza quelle russe di risposta) siano prolungate per altri cinque anni perché, come scrivono gli analisti di Eurasiatx: «Esse di fatto hanno permesso di cambiare in positivo lo status del comparto alimentare russo aumentando la produzione, implementando la tecnologia (…) e attuando quell’importsubstitution che oggi rende la Russia auto-sufficiente nel settore agricolo».
La questione non è limitata al solo comparto agricolo e non è legata al solo problema delle sanzioni. L’economia russa, in fase di acuta recessione, con il rublo svalutato e il prezzo del petrolio ai minimi storici, sta dimostrando unadinamicità inaspettata.
La crisi sta spingendo la classe dirigente russa a riflettere seriamente sulla possibilità di cambiare il proprio modello di sviluppo incentrato sulla mono-produzione energetica: la metà delle entrate dello Stato si basano sulla vendita di petrolio e gas e questo rende l’economia russa altamente vulnerabile alle crisi energetiche e alla dipendenza da risorse naturalmente limitate.
Herman Gref, già ministro dell’Economia e del Commercio nel governo Putin e oggi a capo della Sberbank, la più importante banca russa, ha recentemente lanciato un grido di allarme: «Di questo passo, entro il 2030 le risorse energetiche russe (petrolio e gas) si esauriranno e quindi occorre immediatamente spostare i driver dell’economia verso settori diversi». Secondo il banchiere non ci sarebbe molto tempo per trasformare un’economia basata quasi esclusivamente sulla produzione ed esportazione dell’energia.
L’avvertimento di Gref è in parte smentito dal Ministero dell’Energia russo per il quale gli idrocarburi rimarranno alla base del potere energetico mondiale dei prossimi tre decenni; e anche se la produzione di Mosca avrà una diminuzione la Russia ha giacimenti sufficienti a coprire il fabbisogno interno e le esportazioni per i prossimi 40 anni. D’altronde i colossi energetici di Mosca continuano la loro strategia di sfruttamento di petrolio e gas: Rosneft ha chiuso accordi con società indiane per i giacimenti siberiani di Vankor; Lukoil ha annunciato l’aumento della produzione in Russia e operazioni in Iran; e il governo di Mosca pianifica lo sfruttamento dell’Artico dove la US Geological Survey ha stimato riserve a per 90.000 miliardi di barili di greggio e quasi 2.000 miliardi di piedi cubi di gas, ancora da sfruttare.
La Russia si trova quindi di fronte al dilemma tra il conservare il proprio modello di sviluppo e l’attuare una radicale trasformazione economica. Almeno nelle intenzioni la scelta sembra chiara: nello scorso Forum di San Pietroburgo,Vladimir Putin ha messo la «diversificazione dell’economia» come una priorità per il futuro della nazione.
In genere in Occidente abbiamo un’idea della Russia come un Paese monolitico, rigido, bloccato dentro un autoritarismo immutabile; quest’idea è in parte ereditata dalla vecchia immagine sovietica che ancora attraversa Europa e Usa, e in parte è frutto di una costante manipolazione costruita dai media occidentali e dai centri d’interesse che li controllano. In realtà a Mosca, il «dibattito sul cambiamento» appare molto più vitale di quanto lo sia nell’Europa degli anonimi tecnocrati custodi ottusi del fallimento dell’euro e di un modello che sta portando le economie europee al collasso. In questo la Russia sta dando una lezione a Bruxelles.
Twitter: Giampaolorossi

Guerra civile in Francia? Non ancora, ma la miccia è già accesa (VIDEO)




No, la Francia non sta cadendo, in queste ore, in una “guerra civile”, come ha scritto qualcuno. Per il futuro, però, non possiamo garantire. La situazione, al di là delle Alpi, è tesa. La polizia è sul piede di guerra a causa delle numerose aggressioni di cui è oggetto da parte delle bande allogene delle periferie, l’ultima delle quali è stata una molotov contro due auto, in pieno giorno, a Viry-Châtillon, lo scorso 8 ottobre, per cui due agenti hanno subito gravi ustioni. Da quattro giorni, i poliziotti scendono in strada in varie città della Francia per protestare contro una situazione ormai esplosiva. Stupisce, nei video delle manifestazioni, l’atteggiamento bellicoso dei manifestanti, scesi in strada a volto coperto e con fare piuttosto facinoroso, sia pur reclamando la solidarietà degli altri poliziotti, i loro colleghi in quel momento in servizio e che stavano garantendo l’ordine pubblico. Da molte finestre sono spuntate bandiere tricolori in sostegno alle manifestazioni. Agenti sono scesi in strada a Parigi, Lione, Marsiglia, Tolosa, Bordeaux, Lens, Colmar e Grenoble.

Hollande ha già dichiarato che incontrerà i sindacati di polizia a inizio settimana. Ovviamente le manifestazioni dei poliziotti contro quel potere che è nelle loro regole d’ingaggio difendere può lasciare perplessi. E, del resto, se ottenessero il cambio di regolamento che reclamano circa la legittima difesa in servizio, non è detto che tali poteri sarebbero utilizzati per combattere il caos nelle periferie e non innanzitutto per contrastare chi a tale caos si oppone.Resta tuttavia il segnale di un profondo disagio, che attraversa le forze dell’ordine, così come pochi mesi fa è manifestato nelle forze armate. Christian Piquemal, generale ed ex capo della Legione Straniera, è statoarrestato a Calais per aver partecipato a una manifestazione vietata contro l’invasione immigratoria. Il militare è stato in seguito radiato dall’Esercito. Un altro generale, Didier Tauzin, ex comandante del 1° Reggimento paracadutisti di fanteria di marina dal 1992 al 1994, con il quale ha partecipato alle operazioni in Ruanda, si era apertamente schierato con il collega arrestato. Parallelamente, nell’esercito e nella polizia stessa, ma anche fra i secondini, fra gli addetti aeroportuali, tra i lavoratori del trasporto pubblico, cresce l’infiltrazione di militanti islamisti,vera e propria testa di ponte del terrorismo. Con le periferie in fiamme, l’islamismo che dilaga, i corpi militari della nazione in rivolta e il primo partito di Francia a cui viene sistematicamente impedito di andare al governo, tutto lascia prevedere che qualcosa, presto, stia per succedere.

Delicatissima Madonna: “Pompini se votate Clinton. E sono brava” – VIDEO


In una campagna elettorale tutta basata sulla dignità delle donne e su molestie sessuali vere o presunte – parliamo della sfida americana tra Trump e Clinton – interviene a gamba tesa Madonna. Aprendo lo spettacolo di Amy Schumer al Madison Square Garden di New York, Miss Ciccone ha affermato di voler “premiare” ci voterà Hillary con del sesso orale. “Se votate per Hillary vi farò un pompino, ok?. E sono brava. Non sono fredda come una macchina, mi prendo il mio tempo. Mantengo un sacco di contatto visivo. E ingoio”, ha gridato (testualmente: “If you vote for Hillary Clinton, I will give you a blowjob, OK? I’m good. I’m not a douche, and I’m not a tool. I take my time. I have a lot of eye contact, yeah. And I do swallow”).

Sulla capacità “tecnica” di mantenere la promessa da parte dell’artista non dubitiamo. Certo, però, un endorsement di questo tipo avrà doppiamente imbarazzato la Clinton. Primo, perché la candidata democratica si è presentata agli elettori come la morigerata e autorevole rappresentante delle donne impegnate, contro il playboy sbruffone Trump. Quest’aura di presentabilità rischia ora di essere vanificata dal pur generoso impegno di Madonna. Secondo, perché dopo l’affare Lewinsky e le prestazioni particolari fornite sotto la scrivania dello studio ovale, il sesso orale dovrebbe essere tabù in casa Clinton. Insomma, lo sanno tutti: non si parla di corda in casa dell’impiccato.

21 ottobre 2016

La liberta’ di Stampa in Occidente: bloccati i conti bancari delle agenzie di informazione russe


Il Regno Unito, senza preavviso e con provvedimento unilaterale, ha bloccato i conti bancari delle agenzie russe in Gran Bretagna : R.T. (Russia Today) e Sputnik news.

Il pretesto potrebbe essere quello delle sanzioni alla Russia ma in realta’ si sapeva che queste due agenzie trasmettevano informazioni difformi rispetto alle notizie ed alla propaganda massiccia trasmessa dai grandi media dell’apparato atlantista come la BBC, Sky News, CNN, Reuters, Associated Press, NBC, ecc.. tutti uniformi nel diffondere le tesi di Washington e di Londra sulle questioni internazionali . In poche parole RT e Sputnik, che si erano conquistate una larga fetta di pubblico anche nel Regno Unito, “disturbavano” con la loro informazione non codificata e non conforme alla propaganda atlantista.

Il redattore capo dell’emittente, Margarita Simonjan, aveva comunicato poco prima: “Le autorità britanniche ci hanno chiuso i conti nel Regno Unito. Tutti i conti. La decisione non è soggetta a revisione”, ha scritto Simonyan. La Simonjan, responsabile dell’emittente, intervistata dall’agenzia “Rbk”, si è detta sorpresa e non ha saputo individuare quali siano le cause delle misure restrittive. “Non abbiamo idea di quale sia la ragione, perché né ieri né l’altro ieri o settimane fa ci è stata riferita alcuna novità. E non ci sono state fatte minacce. Forse, ma questa è solo una nostra ipotesi, a causa del fatto che siamo in attesa dell’annuncio di nuove sanzioni britanniche e statunitensi contro la Russia.


Margarita Simonyan, editor in chief of the Russia Today TV

Attualmente i legali dell’emittente sono impegnati su questo caso”, ha detto il capo redattore di “Rt”. “Viva la libertà di parola”!, ha aggiunto.


In precedenza si era saputo che l’authority britannica per le comunicazioni, Ofcom, ha avanzato accuse contro “Rt”, aveva parlato genericamente di “violazioni in materia di informazione” sulla crisi ucraina e su altre vicende.

Come ha informato l’emittente russa, è stata la banca NatWest ad annunciare in una lettera che Rt Uk non sarebbe più stata un cliente dell’istituto senza però fornire alcuna spiegazione. Nel documento si specificava anche che nessuna banca del gruppo Rbs, di cui NatWest fa parte, avrebbe più fornito servizi all’emittente russa.


Censura su notizie scomode per l’Impero

La responsabile dell’emittente russa ha interessato anche l’OCSE (Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico) e questo organismo, che dovrebbe assicurare che sia garantita la libertà di stampa nei paesi aderenti, ha immediatamente aperto una inchiesta.

Ne vedremo presto gli sviluppi se l’Impero permetterà ancora delle voci dissidenti rispetto al “Pensiero Unico” atlantista.

EX CAPO-ECONOMISTA DELLA BCE: “L’EURO È UN CASTELLO DI CARTE CHE CROLLERÀ”


Ambrose Evans-Pritchard commenta sul Telegraph le recenti, gravi affermazioni di uno dei padri fondatori dell’euro ed ex capo-economista della BCE, il tedesco Otmar Issing. In una recente intervista, Issing denuncia l’insostenibilità dell’eurozona e afferma che fin dall’inizio sono stati commessi errori fatali nella gestione dell’intero sistema. Sostiene poi che si sarebbe dovuto far uscire la Grecia dall’euro fin dall’inizio della crisi anziché procedere a un salvataggio che, ammette Issing, è servito solo alle banche tedesche e francesi.
(Che l’euro fosse una catastrofe annunciata, destinata a una fine impietosa, qui lo abbiamo sempre saputo. Ma che lo dica un personaggio significativo per l’intero progetto come Issing dimostra il diffondersi della consapevolezza dell’inesorabile, e forse il tentativo di dissociarsi dalla responsabilità degli errori commessi.)

di Ambrose Evans-Pritchard, 16 ottobre 2016

La Banca Centrale Europea (BCE) sta estendendo pericolosamente le proprie funzioni e l’intero progetto euro è impraticabile nella sua forma attuale: così ha ammonito uno degli architetti e fondatori dell’unione monetaria.

“Un giorno tutto il castello di carte crollerà” ha detto il prof. Otmar Issing, il primo capo economista della BCE e figura fondamentale nella costruzione della moneta unica.


Il prof. Issing ha detto che il progetto euro è stato tradito dai politici, e ha lamentato che l’esperimento è andato storto fin dal principio ed è ormai degenerato in un caos fiscale che ancora una volta nasconde le purulente patologie di fondo.

“Realisticamente si tratterà di tirare avanti in qualche maniera, dibattendosi tra una crisi e l’altra. È difficile prevedere per quanto tempo ancora continuerà, ma non potrà proseguire così per sempre“, ha affermato in un’intervista alla rivista Central Banking, in ciò che appare come una significativa demolizione dell’intero progetto.

Questi commenti ci ricordano che l’eurozona non ha affatto superato la sua incoerenza strutturale. Un’illusoria combinazione di basso costo del petrolio, euro debole, quantitative easing e riduzione dell’austerità fiscale ha dissimulato la realtà, ma si tratta di effetti di breve termine che stanno già svanendo.

L’intero impianto verrà messo quasi certamente alla prova dalla prossima crisi globale, ma questa volta ci sarà già in partenza un elevato livello di debito e di disoccupazione, nonché un maggiore logoramento politico.

Il prof. Issing ha poi sferzato la Commissione Europea, definendola una creatura delle forze politiche che ha ormai rinunciato a ogni tentativo di imporre delle regole in maniera sensata. “L’azzardo morale è schiacciante“, ha detto.

La BCE si trova su una “china scivolosa“, e secondo Issing avrebbe compromesso in modo fatale l’intero sistema salvando paesi in bancarotta, in evidente violazione dei trattati.

“Il patto di stabilità e crescita è più o meno fallito. La disciplina di mercato è stata abolita dagli interventi della BCE. Non c’è quindi nessun meccanismo di controllo fiscale da parte dei mercati o della politica. Ci sono tutti gli ingredienti per il disastro dell’unione monetaria.

“La clausola di non-salvataggio viene violata quotidianamente“, ha detto, rigettando come ottusa e ideologica l’approvazione della Corte Europea alle misure di salvataggio.

La BCE ha “varcato il Rubicone” e ora si trova in una situazione insostenibile, mentre cerca di riconciliare i ruoli contrastanti di autorità di vigilanza, supervisore della Troika nelle missioni di salvataggio e operatore di politica monetaria. La sua stessa integrità finanziaria è sempre più in pericolo.

La BCE detiene già oltre mille miliardi di euro di titoli comprati a tassi di interesse “artificialmente bassi” o negativi, il che implica enormi perdite di bilancio una volta che i tassi di interesse torneranno a salire. “Mettere termine alla politica del quantitative easing diventa sempre più difficile, perché le conseguenze sarebbero potenzialmente disastrose“, ha detto.

“Il declino della qualità delle garanzie [collaterali] ammissibili è un problema grave. La BCE sta comprando obbligazioni societarie quasi a livello spazzatura, e degli eventuali tagli del valore dei titoli [haircut] possono reggere a malapena un declassamento del credito di un punto. Il rischio per la reputazione di una banca centrale, nell’intraprendere azioni del genere, in passato sarebbe stato impensabile“, ha detto.


Nascondersi tutto questo è mistificazione, falsità politica, negazione endemica della realtà. I leader politici dei paesi più indebitati hanno ingannato i propri elettori con affermazioni rassicuranti, suggerendo falsamente che qualche genere di unione fiscale o mutualizzazione del debito potesse essere dietro l’angolo.

Ma non c’è nessuna possibilità di vedere una unione politica o la creazione di un ministero del tesoro europeo nel prossimo futuro, il che comunque richiederebbe una riforma drastica della costituzione tedesca – cosa impossibile nel clima politico attuale. Il progetto europeo deve quindi funzionare come una semplice unione di paesi sovrani, altrimenti fallirà.

Il prof. Issing denuncia il primo salvataggio greco del 2010 come poco più che un salvataggio delle banche tedesche e francesi, e insiste che sarebbe stato molto meglio far uscire la Grecia dall’euro, come lezione salutare per tutti gli altri. Ai greci si sarebbe dovuto offrire un aiuto generoso, certo, ma solo dopo che avessero ripristinato la variabilità del tasso di cambio tornando alla dracma.

La critica del prof. Issing esaspererà quelli che alla BCE e al Fondo Monetario Internazionale hanno ora ereditato la crisi e devono affrontare una situazione spaventosa e in rapida evoluzione.

La paura era quella di una reazione a catena che raggiungesse la Spagna e l’Italia, facendo esplodere una crisi finanziaria incontrollabile. In due occasioni è quasi successo, ed è rimasto un rischio fino a che Berlino non ha cambiato atteggiamento, permettendo alla BCE di sostenere i mercati del debito italiano e spagnolo nel 2012.

Molti diranno che la crisi si è diffusa proprio perché la BCE non poteva agire come prestatore di ultima istanza. Il prof. Issing e altri della Bundesbank sono stati i principali responsabili di questa falla nel progetto.

Jacques Delors, il padre fondatore “politico” dell’euro, lo scorso mese ha candidamente recitato il suo requiem sui fallimenti dell’unione monetaria, ma è in netto disaccordo col prof. Issing sulla natura del problema.

La sua fondazione propone un governo economico sovranazionale con una condivisione del debito e un ministero del tesoro europeo, nonché una politica fiscale espansiva che rompa il “circolo vizioso” e impedisca il verificarsi di un secondo decennio perduto.

“È essenziale ed è urgente: a un certo punto, nel futuro, l’Europa sarà colpita da una nuova crisi economica. Non sappiamo se fra sei settimane, sei mesi o sei anni. Ma nella sua forma attuale l’euro non può sopravvivere alla prossima crisi“, ha scritto Delors.

Il prof. Issing non è un nazionalista tedesco. È aperto all’idea di un genuino progetto di Stati Uniti d’Europa costruito su basi adeguate, ma ha più volte ammonito contro il tentativo di forzare il ritmo dell’integrazione, o di giungere al federalismo “dalla porta di servizio“.

Critica l’ultimo piano UE per creare una “unione fiscale“, descritto nel report dei Cinque Presidenti, poiché teme che una tale mossa possa portare a istituire un plenipotenziario maligno dotato di poteri sfrenati su aspetti sensibili della vita nazionale, al di là di ogni controllo democratico.

Questo sistema eroderebbe la sovranità di bilancio dei paesi membri e violerebbe il principio “nessuna tassazione senza rappresentanza“, dimenticando così la lezione della Guerra Civile Inglese e della Rivoluzione Americana.

Il prof. Issing afferma che l’avventura ha cominciato subito a uscire dai binari, sebbene il difetto strutturale sia rimasto nascosto a causa del boom finanziario. “Non c’è stata nessuna accelerazione della convergenza dopo il 1999 – anzi, c’è stato il contrario. Fin dal primo giorno un certo numero di paesi ha iniziato ad andare nella direzione sbagliata“.

Una serie di paesi ha lasciato che i salari crescessero, ignorando gli ammonimenti che questo si sarebbe dimostrato fatale in un’unione monetaria irreversibile. “Durante i primi otto anno il costo del lavoro in Portogallo è aumentato del 30 percento rispetto alla Germania. In passato l’escudo [l’ex moneta nazionale portoghese] si sarebbe svalutato del 30 percento e le cose sarebbero in qualche modo tornate a sistemarsi“.

“Alcuni paesi – tra cui l’Irlanda, l’Italia e la Grecia – si sono comportati come se avessero ancora potuto svalutare la propria moneta“, ha detto.

Il problema di fondo è che quando un paese molto indebitato ha perso il 30 percento di competitività in un sistema di cambi fissi, è quasi impossibile recuperare il terreno perduto in un mondo deflazionistico come quello attuale.

È diventata una trappola. L’intera struttura dell’eurozona ha preso una piega verso la contrazione. La deflazione ora è una condizione che si auto-avvera. L’ideologia tedesca purista del prof. Issing non ha alcuna risposta convincente a tutto questo.



L’Inps smentisce il governo: nel paese reale assunzioni al palo, stipendi giù e boom di licenziamenti


Più lavoro ma solo precario: con la cancellazione dell’articolo 18 aumentano del 28% i licenziamenti: è l’effetto Jobs Act visto tramite il report sul lavoro stilato dall’Istituto di previdenza. Sempre più diffuso il ricorso a pagamenti tramite voucher.

ROMA – Diminuiscono le nuove assunzioni, crollano gli stipendi con il boom dei voucher, crescono i licenziamenti per giusta causa: la fotografia scattata dall’ufficio statistico dell’Inps traccia un dipinto nefasto del mondo del lavoro, con un paese sempre più dominato dal precariato.

Il report dell’Istituto di previdenza certifica un rallentamento delle assunzioni nel lavoro privato, -8,5% nei primi 8 mesi dell’anno, con un vero e proprio crollo dei contratti stabili (-89% rispetto ai allo stesso periodo del 2015), un dato su cui pesa la riduzione degli sgravi contributivi. Aumentano invece i contratti di apprendistato (+18%) e gli stagionali (+7,4%) mentre è un vero e proprio boom quello dei voucher che balzano al 35,9%: sono stati venduti 96,6 milioni di buoni lavoro destinati al pagamento delle prestazioni di lavoro accessorio, del valore nominale di 10 euro.

LE RETRIBUZIONI. Calano le retribuzioni mensili per i nuovi rapporti di lavoro: per le assunzioni a tempo indeterminato si registra una riduzione della quota di retribuzioni inferiori a 1.750 euro rispetto a quanto osservato per il corrispondente periodo 2015.

L’ARTICOLO 18 CHE NON C’E’ PIU’. E’ una vera e propria esplosione quella dei licenziamenti per giusta causa: con la cancellazione dell’art.18 prevista dal Jobs Act aumentano del 28,3% tra gennaio-agosto 2016 e lo stesso periodo del 2015 e del 31,3% rispetto al 2014, 11.020 in più.
In assoluto i “licenziamenti per giusta causa o giustificato motivo soggettivo” sono stati pari a 46.255 tra gennaio e agosto del 2016, 36.048 nel 2015 e 35.235 nel 2014. Il balzo è evidente tra 2015 e 2016: il decreto attuativo del Jobs Act è infatti entrato in vigore proprio da marzo 2015.

I datori di lavoro privati hanno stipulato 805.168 contratti a tempo indeterminato, 200.208 trasformazioni a tempo indeterminato e 54.458 apprendisti trasformati a tempo indeterminato, mentre le cessazioni sono state 1.006.531, per un saldo positivo di 53.303 unità. Il numero è inferiore dell’88,6% rispetto al saldo positivo di 465.800 contratti stabili registrato nello stesso periodo del 2015, inferiore anche a quello 2014, pari a +104.099.

Complessivamente le assunzioni nel privato tra gennaio e agosto 2016 sono risultate 3.782.000, con una riduzione di 351.000 unità rispetto al corrispondente periodo del 2015 (-8,5%). “Il rallentamento – spiega l’Inps – va considerato in relazione al forte incremento delle assunzioni a tempo indeterminato registrato nel 2015, anno in cui potevano beneficiare dell’abbattimento integrale dei contributi previdenziali a carico del datore di lavoro per un periodo di tre anni”. Analoghe considerazioni possono essere sviluppate per la contrazione del flusso di trasformazioni a tempo indeterminato.

Nel 2016, i rapporti di lavoro agevolati rappresentano il 32,8% del totale delle assunzioni/trasformazioni a tempo indeterminato. Nel 2015, l’incidenza delle assunzioni e trasformazioni agevolate (con abbattimento totale dei contributi a carico del datore di lavoro per un triennio), sul totale delle assunzioni/trasformazioni a tempo indeterminato, era stata pari al 60,8%.

AUMENTANO I CONTRATTI A TEMPO DETERMINATO. Nei primi otto mesi del 2016, si registrano 2.385.000 assunzioni a tempo determinato, in aumento sia sul 2015 (+2,5%), sia sul 2014 (+5,5%). Per i contratti in apprendistato si osserva una crescita, rispetto all’analogo periodo del 2015, del 18,0%. I contratti stagionali invece registrano una riduzione del 7,4%. In relazione allo stesso periodo del 2015, le cessazioni nel complesso, comprensive anche dei rapporti di lavoro stagionale, risultano diminuite del 7,3%.

SINDACATI. Amaro il commento del segretario generale della Uil Carmelo Barbagallo: “Purtroppo i dati Inps di oggi confermano le preoccupazioni che avevamo espresso sui rischi che il Jobs act determinasse solo un riciclaggio di posti di lavoro. Tutto poi tende a complicarsi ulteriormente a causa della successiva riduzione degli incentivi e del diffuso ricorso ai voucher. Ci dispiace sottolinearlo: siamo stati facili profeti”. Adesso, afferma Barbagallo, “il Governo e anche noi abbiamo un ulteriore problema sociale: dovremo gestire questo 28,3% in più di lavoratori licenziati proprio a causa della riduzione delle tutele generata, di fatto, dal Jobs act. Qual è la soluzione per queste altre diecimila persone che, ora, si ritrovano senza occupazione? Certamente non può essere la poverta'”.

MOVIMENTO 5 STELLE. “Spesi troppi miliardi, oltre 18 miliardi, per i caprici e l’assoluta cecità del Presidente del Consiglio, che ben sarebbero potuti essere utilizzati per introdurre altre misure strutturali molto più efficienti per far riprendere l’economia del nostro Paese – affermano i parlamentari del M5S della Commissione Lavoro di Camera e Senato – come il nostro reddito di cittadinanza e tutta una serie di investimenti ormai urgentissimi in settori strategici, come ad esempio investire sull’energie rinnovabili. Gli imprenditori non sono più interessati ad assumere a tutele crescenti, nonostante ora sia molto più semplice licenziare”.

LEGA NORD. “I dati dell’Inps certificano la propensione di Matteo Renzi a giocare con la politica sulla pelle della gente. Il Jobs- Act, come denunciato dalla Lega, si è rivelato solo uno strumento per poter licenziare facilmente i lavoratori – dichiara il capogruppo della Lega Nord al Senato Gian Marco Centinaio – Finita la de-contribuzione – sottolinea – è finita anche la possibilità di dopare i dati da presentare ai media”.

FORZA ITALIA. “Il job act ha trasformato alcuni contratti sotto la spinta di potenti incentivi che non hanno portato sviluppo – chiosa il presidente della Regione Liguria, Giovanni Toti – Quindi direi che sostanzialmente è un’operazione inutile in un Paese che cresce lo zero virgola e qualche cosa, è impossibile fare occupazione. L’occupazione è una variabile dello sviluppo: qualsiasi economista dirà che con lo sviluppo sotto al 2% non esiste crescita dell’occupazione, Jobs act o non Jobs act” ha concluso Toti.

SINISTRA ITALIANA. “Il Jobs Act è un fallimento totale – afferma la capogruppo di Sinistra italiana al Senato Loredana De Petris, presidente del Gruppo Misto – grazie alla soppressione dell’art. 18 i licenziamenti per giusta causa sono cresciuti di oltre il 30%. Questa è la vera logica del governo: non combattere la precarietà come tante volte ha affermato, mentendo, il presidente del consiglio ma renderla generalizzata, farne la norma. La politica di economia di Renzi si riduce a questo: rendere il lavoro sempre più precario e sempre meno pagato”.

Fonte: www.today.it

Oliver Stone: ciò che accade in Libia, Siria, Iraq è colpa di Hillary Clinton


Il tre volte premio Oscar Oliver Stone alla Festa di Roma per presentare Snowden, film nella selezione ufficiale e in sala con la Bim dal primo dicembre, spara a zero su tutti: Hillary Clinton, Obama, l’America, la Nsa (National Security Agency), la Cia, l’11 settembre. E in più lancia un allarme a suo modo di vedere sottovalutato: “Attenzione – dice – siamo tutti schedati”.

Gli oltre 130 minuti del film raccontano di Edward Snowden, geniale hacker, deciso a servire la patria a tutti i costi, ma che poi nel 2013 diventa una vera e propria mina per il sistema Usa denunciando alla stampa come la Nsa, dove aveva lavorato, avesse messo in atto, tramite web, motori di ricerca, telefonia e social, un sistema di controllo esteso a tutti. E questo con la scusa del terrorismo. “Tutti in Europa siete sconcertati per la candidatura di Donald Trump – dice il regista di Platoon -, ma non credo possa farcela. L’alternativa, ovvero Hillary Clinton, non è certo meglio. Lei rappresenta il sistema statunitense in tutte le sue forme e sarà sicuramente più dura e militarista di Obama. E’ la Clinton la responsabile di quello che è successo in Libia, Iraq, Siria ed Honduras e non credo proprio che in lei ci sia vero spirito di riforma“. E ancora su Obama che mostra una sua ambiguità rispetto all’operazione Nsa, perché mentre rigetta questo progetto di controllo totale non lo fa con molta chiarezza e convinzione: “Su Obama non ho aggiunto né tolto nulla di quello che ha fatto in questa situazione. E’ stato lui a comportarsi così” dice il regista.

Mentre sul controllo totale perpetrato dalla Nsa e rivelato da Edward Snowden ora esule in Russia sottolinea: “Credo convenga ancora stare attenti ai propri cellulari. Tutti noi conosciamo quello che sta accadendo, siamo tutti schedati, sospettati, anche per reati che oggi non ci sono, ma che potrebbero divenire tali. Bisogna usare la crittografia. Molte società complici della CIA, senza saperlo, ora forniscono non a caso dati crittografati”. Per quanto riguarda invece la figura di Snowden vista da molti americani come quella di un traditore, spiega Stone: “non credo che gli americani abbiano capito davvero quello che è successo, sono più preoccupati per il loro Iphone. Il fenomeno è più imponente di quanto si possa immaginare, non si tratta di Pokemon o di quello che compriamo su Ebay, le informazioni che ci ha fornito questo giovane hacker sono complicate e difficili da cogliere per il grande pubblico”.

La Lorenzin nomina Pasqualino Rossi per occuparsi della nostra salute in Europa (indagato per corruzione)


È scontato pensare che i ministeri da Roma mandino i migliori funzionari a rappresentarci e a promuovere gli interessi del nostro Paese. Poi, scorrendo l’elenco dei nomi, l’occhio cade sul dirigente di fascia A Pasqualino Rossi, incaricato a inizio anno di occuparsi della nostra sicurezza alimentare, dei farmaci e della salute veterinaria. La nomina è suggerita da una commissione interna alla ministra Lorenzin, che dà l’approvazione finale. Chi è Pasqualino Rossi? Assunto nel ‘98 dal ministero della Salute come direttore medico, si occupa di farmaco vigilanza, e negli anni diventa un importante dirigente dell’Aifa, l’agenzia italiana per il farmaco. Proprio in questa veste, nel 2008, dopo due anni di indagini, viene arrestato dal procuratore di Torino Raffaele Guariniello, insieme ad altri funzionari pubblici e dirigenti di società di intermediazione nel settore farmaceutico. L’accusa è di corruzione.

Bustarelle

Nelle 400 pagine che spiegano il provvedimento, il Gip di Torino scrive: «Da quanto emerso, si registra una totale assenza nel Rossi dell’interesse per la tutela della salute pubblica». Per conto dell’Aifa si occupa delle procedure di valutazione e autorizzazione dei farmaci presso l’agenzia del farmaco internazionale. La Procura piemontese intercetta e pedina il dirigente per mesi. Ne esce il ritratto di un funzionario pubblico alla continua ricerca di soldi, per mantenere un tenore di vita al di sopra delle sue possibilità. Per questo, secondo i magistrati, passa informazioni riservate agli informatori farmaceutici e agevola le pratiche per l’approvazione dei farmaci in commercio. Quest’attività viene ricompensata con denaro e regali. Matteo Mantovani, rappresentante della Segena, una società di consulenza per le aziende farmaceutiche, alimentari e veterinarie, gli regala una vacanza in un lussuoso resort per tutta la famiglia, oltre ai mobili del nuovo appartamento. A lui si rivolge anche Riccardo Braglia, amministratore della Helsinn Healthcare, il gruppo farmaceutico svizzero produttore della nimesulide, il principio attivo dell’Aulin. Il farmaco, dopo la sospensione in Irlanda per i danni al fegato, rischia in Italia il ritiro dal commercio. Alla fine nel nostro Paese l’Aulin si salva, e per questo, secondo i magistrati, Braglia ringrazia Pasqualino Rossi con una bustarella nascosta dentro ad un giornale. Il passaggio di mano è immortalato in un video girato dai Nas di Roma. La difesa di Rossi, riportata dalla stampa, in merito ai «regali», è disarmante: «Pensavo fossero delle banalità, non ho mai fatto cose contrarie ai doveri d’ufficio».

Iter giudiziario

L’iter giudiziario è lento e accidentato: nel 2008 la Procura di Torino trasferisce gli atti a quella di Roma per competenza; il rinvio a giudizio per Pasqualino Rossi e altri sedici imputati, arriva nel settembre del 2010. Nel frattempo Rossi viene trasferito dall’Aifa al ministero della Salute con incarico di consulenza, studio e ricerca presso la Direzione Generale per i rapporti con l’Ue e Rapporti Internazionali. Deve valorizzare e diffondere le buone pratiche nell’ambito della cooperazione sanitaria e della salute globale, il settore guidato fino a due settimane fa da Daniela Rodirigo, la dirigente allontanata dalla Lorenzin dopo la pubblicazione del famoso depliant sul fertility day.

Prescrizione

Siamo al settembre del 2015. Il Tribunale di Roma, senza arrivare al giudizio di primo grado, emette sentenza di non luogo a procedere per intervenuta prescrizione nei confronti di tutti gli imputati. I giudici scrivono anche che, a contribuire alla dilatazione dei tempi del processo, c’è «la trascrizione delle telefonate che è avvenuta con notevole ritardo, posto che la Procura di Roma non rinveniva i video e le intercettazioni trasmessi dalla Procura di Torino».

Conosce l’inglese

Intanto la carriera di Pasqualino Rossi è proseguita senza intoppi sino alla fine del 2015, quando, insieme ad altri 4 dirigenti, risponde all’interpello per la Rappresentanza permanente dell’Italia all’Ue. La scelta cade su di lui perché uomo d’esperienza che conosce l’inglese. La ministra Lorenzin e i suoi direttori generali dichiarano che, al momento della scelta, non conoscevano la sua storia. Ma prima di decidere una nomina, a nessuno viene in mente di digitare un nome su Google? D’accordo, non è colpevole di nulla, perché il reato è stato prescritto, ma lui stesso aveva ammesso le generose donazioni, e le immagini del passaggio di denaro sono impietose. Insomma, se nei ministeri la carriera è assicurata al di là di tutto, a che titolo uno si dovrebbe impegnare ad essere onesto, competente e meritevole?

Mani di Soros sulle elezioni Usa?


L’allarme è stato lanciato dal Daily Caller, quotidiano on-line di stampo conservatore. Alle prossime elezioni americane, un’azienda legata a George Soros controllerà “le macchine per le votazioni in sedici Stati” americani. Tra questi anche quelli che rappresentano veri e propri campi di battaglia per Hillary Clinton e Donald Trump, come Arizona, Colorado, Florida, Michigan, Nevada, Pennsylvania e Virginia.

SMARTMATIC E L’AMICO DI SOROS

L’azienda che si occuperà di fornire i sistemi per raccogliere i voti degli elettori americani si chiama Smartmatic ed ha sede a Londra. Sul sito della società si legge che Smartmatic ha già coperto numerose elezioni americane dal 2006 al 2015, impiegando oltre cinquantasettemila macchine per votare e assistendo oltre trentacinque milioni di elettori.
La svolta per Smartmatic arriva nel 2005, quando acquista Sequoia Voting Systems, un’azienda americana che si occupa di fornire assistenza e strumenti per le elezioni americane.

Il presidente di Smartmatic è Lord Mark Malloch-Brown, politico che siede alla “camera alta” del parlamento inglese e che fa parte di Open Society, il celebre istituto fondato da Soros. In passato, Malloch-Brown è stato anche vicepresidente del fondo di investimenti del magnate di origini ungheresi e segretario generale delle Nazioni Unite, lavorando al fianco di Kofi Annan. Un’amicizia – quella tra Soros e Malloch-Brown – che spaventa i repubblicani americani in quanto il magnate ungherese ha speso, come scrive Politico, 25 milioni di dollari per sostenere Hillary Clinton e la causa dei democratici. L’ipotesi di possibili brogli elettorali è stata rilanciata con forza anche da Trump durante il dibattito di ieri notte: “Ci saranno milioni di persone registrate per votare senza poterlo fare”.

IL FLOP DELLO UTAH

Sul suo sito, Smartmatic si gloria di aver coperto oltre cinquanta turni elettorali. Tra questi c’è anche il tristemente famoso “voto dello Utah“, le cui procedure – per citare un titolo di Wired– avrebbero fatto venire un infarto a qualsiasi esperto di sicurezza informatica. In quell’occasione si sono infatti registrate parecchie irregolarità.

Il sistema di voto, almeno sulla carta, è semplice: ci si registra su un sito web, si riceve un pin – via sms o via email – e finalmente si vota. Rapido, efficace e innovativo. Il problema è che questi sistemi sono davvero insidiosi, tanto che anche “tentativi simili realizzati dal Dipartimento di Stato per far votare on-line i militari sono stati abortiti per motivi di sicurezza”.
Gli esperti sono convinti che gli hacker possano dirottare gli elettori in siti “civetta”, annullando così le loro preferenze. Ma non solo: con questo tipo di voto si annulla ogni tipo di privacy, aumentando così la corruzione (con uno screenshot si può testimoniare la propria preferenza). Avi Rubi, docente di informatica alla Johns Hopkins University, rileva poi che in questo modo società private dispongono di un potere enorme, delle vere e proprie “chiavi del regno” per decidere il futuro politico delle Nazioni.

Aleppo e Mosul: battaglie decisive contro il terrorismo


Lo scenario in Medio Oriente cambia e il terrorismo non è il nostro destino. I paesi che hanno usato i terroristi per procura ora stanno raccogliendo sconfitte.


di:
Bogdana Ivanova, Mosca
Hakam Amhaz, Baghdad
Jafar Mhanna, Aleppo
Talal Khrais e Paola Angelini, Roma


Lo scenario nel Medio Oriente sta cambiando e il terrorismo non è il nostro destino. La valutazione, fino a questo momento, dei paesi che hanno usato i terroristi per procura, o per fini espansionistici, è fallimentare, e ora stanno raccogliendo sconfitte.
La stampa italiana non sembra occuparsi abbastanza della crisi siriana, ed è urgente far comprendere a tutti i cittadini del mondo cosa sta succedendo nella percorso siriano. Chi potrebbe negare la drammatica situazione di Aleppo, un tempo capitale industriale della Siria? Il 2013 è stato un anno di sconfitte per l’Esercito Siriano, in tanti speravano di vedere nella capitale Damasco, un governo di oscurantisti, ma per fortuna il 2016 è stato diverso.

Alcuni paesi non sembrano propensi a riconoscere certi pericoli, il Regno dell’Arabia Saudita, fa sapere tramite il Ministro degli Esteri Saudita, Adel Jubair che sta lavorando per fare arrivare a Aleppo alla cosiddetta opposizione moderata più milizie. Di solito arrivano attraverso un accesso: la Turchia. Un altro dato è l’utilizzo, da parte delle bande armate, di missili teleguidati americani Taw.
Dal 2013 a oggi l’Esercito Siriano si è difeso, e ha svolto un lavoro onesto: liberare il suo territorio da terroristi venuti da 83 paesi, pronti a uccidere, rubare, occupare. Il Presidente siriano, Bashar al Assad ha emanato senza pause Decreti di amnistia, la riconciliazione pacifica ha raggiunto, finora, 1300 città e località, città intorno a Damasco: Qudsaya, Daraya e Moaazamieh, nella Ghouta Orientale e Occidentale. Cambiamenti che hanno permesso alla popolazione di quasi tutta la provincia e capitale damascena di vivere senza incubi, Qudsaya e il paese di Al-Hameh sono liberi.
Il Governatore di Damasco, Alaa Ibrahim e gli Ufficiali dell’Esercito siriano sono entrati a Qudsaya e Al-Hameh, accolti da migliaia di persone scese per strada. Il Governatore della campagna (Rif Dimashk) e gli Ufficiali dell’Esercito siriano sono stati ricevuti con il lancio di riso e di applausi.
Il ripristino della sicurezza a Qudsaya e Al-Hameh, è stata una buona occasione per eliminare, senza battaglie, nuove ed eventuali aree di terroristi, e per estendere ulteriormente la rete di sicurezza nei pressi della capitale occupata dalle bande armate dal 2012.
Si diceva: il terrorismo non è il nostro destino, l’Isis e al-Nusra sono stati sconfitti nel piccolo Paese del Libano. Oggi l’Iraq è unito a tutte le comunità religiose e alle diverse etnie, è unito a tutti coloro che hanno sofferto e combattono per Mosul, ancora ostaggio dell’Isis. L’attacco alla roccaforte dei terroristi, che coinvolge l’esercito e le forze antiterrorismo irachene, insieme alle milizie dei peshmerga curdi, quelle sciite e sunnite, cambierà lo scenario e auspichiamo sviluppi positivi per Aleppo. La situazione in generale è promettente: in un solo giorno duecento kmq sono stati liberati, sono schierate sul campo le forze speciali americane e occidentali. L’attacco per riconquistare Mosul è il più importante in assoluto.
In Iraq la presenza turca non è gradita agli iracheni che non vogliono sia coinvolta nell’offensiva contro il Califfato. La Turchia continua a sostenere i terroristi, inoltre è considerata un invasore in Siria. Ankara occupa una base militare irachena, con un centinaio di soldati, e da mesi è motivo di una forte tensione con il governo di Baghdad. L’obiettivo del Governo turco sembra, nella guerra mediorientale, ricco di motivazioni:
-abbattere il Presidente Assad, manovrando le bande armate, evento al momento improbabile
-impedire la nascita di uno Stato Curdo ai confini
-estendere l’influenza turca su Aleppo, sul fronte siriano, su Mosul e su quello iracheno.
Le forze aerospaziali russe, e l’aviazione siriana hanno interrotto ieri mattina gli attacchi aerei nell’area di Aleppo. Il Ministro della Difesa russo, Sergei Shoigu ha detto che lo stop ai bombardamenti garantirebbe il passaggio sicuro dei civili da Aleppo orientale, lungo sei corridoi, e l’evacuazione dei malati e dei feriti per preparare la, cosiddetta, pausa umanitaria del prossimo 20 ottobre. La Federazione Russa fa appello ai paesi che hanno influenza sui ribelli per convincerli a lasciare la parte orientale della città siriana di Aleppo. Il Ministro della Difesa, Sergei Shoigu ha dichiarato: “Facciamo un appello alla leadership di paesi che hanno influenza sui gruppi armati ad Aleppo orientale, con una proposta per convincerli a cessare le ostilità e a lasciare la città. Se l’Occidente è rimasto ambiguo e indeciso, la Federazione Russa non intende mollare, usa la diplomazia e la forza allo stesso tempo”.
Pochi giorni fa il Presidente russo, Vladimir Putin ha parlato della posizione di Mosca sul conflitto in Siria e dell’approccio degli Stati Uniti, durante la riunione ristretta, che si è svolta a Goa, in India con i leader Brics.
Per il Viceministro degli Esteri Sergey Ryabkov: “Non dobbiamo costringere nessuno. Come in precedenza, si segue il sentiero che è comodo per tutti, e non ci sono motivi per ritenere che Brics summit sta per trasformarsi in uno strumento per risolvere i problemi di politica estera attuali. Gli Stati membri hanno agende e priorità diverse”.
Nella sua lunga intervista concessa a un giornale moscovita, il Presidente al Assad discute sulla centralità della Siria per gli assetti strategici in Medio Oriente. Descrive il suo Paese come “piattaforma dello scontro alimentato dall’Arabia Saudita – sunnita – contro la Repubblica Islamica dell’Iran sciita, e in questo supportata dalla Turchia. Mentre gli USA, da parte loro, non vogliono mettere a rischio la loro egemonia mondiale. Niente di nuovo, penso che l’Occidente, soprattutto gli USA non abbiano mai posto fine alla guerra fredda, neppure dopo l’implosione dell’Urss”. Per il Presidente siriano nel suo paese “si sente nell’aria odore di terza guerra mondiale, ma non si tratta ancora di scontro militare diretto, malgrado vi siano elementi di natura militare e di terrorismo, la Siria è solo una parte di questa guerra”.



Obama usa Renzi contro la Merkel. E contro Putin


Ma perché Obama improvvisamente “ama” Renzi? Ricordatevi che fino a qualche tempo fa il nostro premier non godeva di grande considerazione a Washington. La ragione a mio giudizio è da ricercare nelle alchimie del potere in Europa, considerando due fattori, uno di fondo e uno di merito.

Vediamo quello legato al contesto: L’establishment internazionale si è spaccato dopo il Brexit e non c’è concordanza sulla strategia da seguire per far fronte all’uscita della Gran Bretagna e ai rischi di implosione dell’eurozona. Alcuni sintomi sono evidenti: Mario Monti e il Financial Times si schierano per il no al referendum, mentre la Casa Bianca appoggia il sì; alcuni commentatori come Larry Summers invitano a riconsiderare i nazionalismi e le ragioni dei populismi, altri spingono nella direzione opposta dunque verso l’imposizione degli Stati Uniti d’Europa.

Nel merito: la Germania si è ribellata agli Stati Uniti, bocciando il TTIP e mostrando crescenti dubbi sule sanzioni alla Russia. Fino ad oggi Washington ha lasciato che l’egemonia tedesca sul Vecchio Continente fosse incontrastata, ma lo scatto d’orgoglio del governo tedesco ha vanificato o comunque reso più complicato un progetto a cui la Casa Bianca teneva molto. Lo sgarbo in termini diplomatici non è stato indolore. L’impressione è che l’America ora sia molto meno comprensiva nei confronti di Berlino con cui ha un conto aperto.


E allora la grande apertura di Obama a Renzi va letta soprattutto in quest’ottica. Il premier italiano viene rivalutato non per meriti particolari ma perché con una Gran Bretagna in uscita dalla Ue, una Spagna senza governo, una Francia che si avvia a un’elezione presidenziale dall’esito incerto, l’Italia rappresenta l’unico grande Paese europeo in grado di opporsi o perlomeno di dar fastidio alla Merkel. E il suo premier può riuscirci solo se viene percepito come più importante e più credibile di quanto sia stato sin d’ora.

La grande cerimonia alla Casa Bianca, in occasione dell’ultima cena di Stato dell’era Obama, costituisce un’investitura solenne di fronte a tutti e, soprattutto, alle cancellerie europee. Renzi ora diventa l’uomo degli americani, ed è paradossale che a interpretare questo ruolo sia colui che fino a ieri sembrava disposto a difendere, almeno in parte, anche le ragioni di Mosca. Accettando di mandare i soldati italiani al confine con la Russia – con una decisione pericolossima per l’Italia – Renzi aveva già segnalato da che parte stava. Ora la consacrazione di Obama spazza via ogni dubbio. E conferma di che pasta è fatto Matteo da Rignano.



Fonte: Marcello Foa

Honduras, continua la strage: uccisi altri due leader campesinos


Jose Ángel Flores e Silmer Dionicio George colpiti a morte nel distretto di Bajo Aguán, dove guidavano la lotta dei piccoli agricoltori locali contro un progetto di agrobusiness. Come Berta Caceres e tutti gli altri
È successo ancora in Honduras. Altri due leader di un movimento per la difesa dei diritti dei campesinos sulle proprie terre sono stati uccisi, verosimilmente da milizie paramilitari. È successo ancora proprio nel Paese considerato il più a rischio al mondo per chi si batte in difesa dell’ambiente e dei piccoli agricoltori: in Honduras sono infatti oltre 150 gli attivisti uccisi dal 2009 a oggi per questo tipo di ragioni. E il nome più noto è quello di Berta Caceres, la leader indigena che era stata ricevuta dal Papa in occasione del primo incontro in vaticano con i Movimenti popolari nel 2014.

A cadere vittime della violenza stavolta sono stati José Angel Flores e Silver Dinicio George, leader del Movimiento Campesino Unificado del Aguán, che da anni si batte contro un grande progetto agricolo per la produzione di olio di palma che andrebbe a spogliare dei loro diritti i piccoli agricoltori locali. Entrambi erano stati minacciati, uno dei due l’anno scorso era stato anche vittima di un tentativo di omicidio, fallito solo perché l’arma si era inceppata. Eppure questo precedente non è bastato a proteggerli; il che dà l’idea di quanto forte sia il grado di impunità di cui godono oggi in Honduras i gruppi paramilitari al servizio dei poteri forti.

L’Honduras è il caso più ecclatante di quelli che abbiamo chiamato i «martiri della Laudato Sì», attivisti che vengono uccisi proprio per la difesa di quegli stessi valori che papa Francesco ha posto al centro della sua enciclica.

Clicca qui per leggere alcune delle loro storie che avevamo presentato sul numero di giugno-luglio di Mondo e Missione, a un anno dalla pubblicazione del’enciclica

Jill Stein, candidata dei Verdi: “Hillary Clinton ci porta dritti alla guerra nucleare con la Russia, non Trump”


“Pensando a Hillary Clinton Presidente non riesco a dormire la notte. Le posizioni politiche di Hillary sono molto più spaventose di quelle di Donald Trump, che non vuole la guerra con la Russia. ”

Jill Stein è una dei due candidati minori alle elezioni presidenziali degli Stati Uniti insieme al candidato del Partito Libertariano, Gary Johnson.

Questo è il suo commento sulla politica estera durante un’intervista con C-Span:

Jill Stein ha sottolineato con forza il fatto che in politica estera, le opzioni di Donald Trump verso la Russia e la Siria non sono così spaventose come quelle di Hillary Clinton.

Jill Stein aggiunge:

“Occorre fare attenzione a ciò che facciamo, perché bisogna vedere dove ci porterà votare per il male minore. E’ Hillary Clinton che vuole iniziare una guerra con la Russia imponendo una no-fly zone in Siria.

Abbiamo 2.000 missili nucleari in allerta e pronti per essere lanciati. E ci viene detto che siamo più vicini ad una guerra nucleare [con la Russia] come mai in passato.

Sotto la presidenza Clinton, si rischia di scivolare rapidamente in una guerra nucleare a causa delle posizioni che ha adottato sulla Siria.

E ‘un dato di fatto, non dormirei bene la notte se Donald Trump fosse eletto presidente, ma è certo che non dormire se vincesse Hillary Clinton

Su questioni di guerra e la scelta nucleare, le decisioni di Hillary sono più spaventose di quelle di Donald Trump, che non vuole andare in guerra con la Russia.

Vuole trovare il modo di lavorare con i russi, che è la strada che dobbiamo seguire per evitare il confronto e la guerra nucleare con la Russia.”


USA, il bavaglio ad Assange


di Michele Paris

L’interruzione del collegamento a Internet del fondatore di WikiLeaks, Julian Assange, da parte del governo dell’Ecuador, che da oltre quattro anni lo ospita nella sua ambasciata di Londra, è stato il segnale del livello di disperazione raggiunto dal governo americano nel tentativo di mettere fine alla diffusione dei documenti segreti relativi alla campagna elettorale di Hillary Clinton e ai suoi legami con i grandi interessi finanziari degli Stati Uniti.

Il paese sudamericano ha negato di essere stato sottoposto alle pressioni di Washington, ma nel comunicato ufficiale di martedì, nel quale ha ammesso di avere escluso “temporaneamente” dalla rete Assange, ha fatto riferimento alla presunta interferenza di WikiLeaks nelle vicende elettorali degli Stati Uniti.

Assange aveva denunciato in precedenza lo stop al collegamento a Internet e la sua organizzazione ha fatto sapere di avere ricevuto informazioni da varie fonti circa l’intervento diretto del segretario di Stato USA, John Kerry, sulle autorità ecuadoriane nel corso dei recenti negoziati sul processo di pace tra il governo colombiano e i guerriglieri delle FARC. Kerry avrebbe chiesto un intervento per fermare Assange e la pubblicazione di ulteriori documenti dalla portata devastante per la candidata favorita dall’establishment a stelle e strisce.

I documenti parzialmente pubblicati finora da WikiLeaks provengono dall’account di posta elettronica del numero uno della campagna elettorale di Hillary, l’ex consigliere di Obama ed ex capo di Gabinetto di Bill Clinton, John Podesta. Oltre a quelle già pubblicate, resterebbero più di diecimila e-mail da diffondere, forse con rivelazioni ancora più scottanti sull’ex segretario di Stato.

Il tentativo di zittire WikiLeaks e di isolare ulteriormente dal mondo esterno Assange ha implicazioni inquietanti per la libertà di stampa e il diritto a conoscere fatti fondamentali sul conto dei leader politici. Inoltre, il giornalista/attivista australiano è già stato bersaglio di pesanti minacce nel recente passato e i provvedimenti presi nei suoi confronti ne hanno messo a serio rischio anche l’integrità fisica.

Proprio WikiLeaks aveva rivelato una discussione che coinvolgeva Hillary Clinton, la quale, durante la pubblicazione nel 2010 di centinaia di migliaia di documenti riservati sulle attività del Dipartimento di Stato americano, chiedeva ai suoi collaboratori se non fosse possibile “semplicemente eliminare Assange con un drone”.

Hillary ha sostenuto di non ricordare la frase e, se anche l’avesse pronunciata, sarebbe stato uno scherzo. Al Dipartimento di Stato, tuttavia, l’allora segretario aveva la facoltà di intervenire sul processo decisionale relativo all’elenco degli individui da colpire arbitrariamente con i droni americani e, in ogni caso, minacce alla vita di Assange sono state rivolte pubblicamente in varie occasioni da altri esponenti Democratici e dell’apparato militare e dell’intelligence americano.

Lo stesso esilio forzato nell’ambasciata ecuadoriana a Londra è il risultato di una campagna giudiziaria organizzata dal governo di Gran Bretagna e Svezia, dove è tuttora in vigore un mandato di arresto nei confronti di Assange, con la regia americana per incastrare quest’ultimo e avviare un processo di estradizione verso gli Stati Uniti. Notizie circolate qualche anno fa avevano rivelato come la giustizia americana abbia già istituito segretamente un “Grand Jury” per raccomandare l’incriminazione di Assange con l’accusa di tradimento e diffusione di documenti governativi riservati.


Mentre la maggior parte dei media ufficiali, soprattutto americani, continua a dipingere Assange come uno stupratore che intende sottrarsi alla giustizia, è necessario ricordare che le autorità svedesi non hanno avviato alcun procedimento di incriminazione nei suoi confronti, bensì intendono soltanto interrogarlo in merito a un caso dai contorni a dir poco sospetti.


La denuncia delle due “vittime” dello stupro, legata in realtà al mancato uso di un profilattico, era stata infatti archiviata in un primo momento dalla giustizia svedese, anche perché almeno una delle donne coinvolte aveva ostentato sui social media il suo rapporto sessuale, evidentemente consensuale, con Assange. Solo in seguito all’intervento di un magistrato legato al Partito Socialdemocratico svedese il caso era stato riaperto e da allora ha avuto inizio la persecuzione giudiziaria contro Assange.

Quest’ultimo aveva poi trovato rifugio presso la rappresentanza diplomatica ecuadoriana in Gran Bretagna una volta esaurite le strade legali per evitare l’estradizione in Svezia e, probabilmente, dal paese scandinavo agli Stati Uniti. Dopo più di quattro anni di vita all’interno dell’ambasciata, con il governo di Londra che aveva anche respinto la concessione di una sorta di salvacondotto per consentire il trasferimento di Assange in ospedale, un rapporto diffuso quest’anno dal Gruppo di Lavoro delle Nazioni Unite sulle Detenzioni Arbitrarie ha condannato duramente la Gran Bretagna e la Svezia, i cui governi hanno però ignorato le conclusioni non vincolanti.

La decisione del governo dell’Ecuador sembra essere comunque poco più che simbolica, malgrado il presidente Correa abbia sostenuto pubblicamente di preferire una vittoria di Hillary Clinton nelle presidenziali di novembre. Il provvedimento di blocco del collegamento a Internet di Assange è appunto di natura temporanea e Quito ha tenuto a precisare che l’offerta di asilo rimane intatta, così come il suo diritto a svolgere l’attività giornalistica.

Allo stesso tempo, è probabile che il governo americano farà altre pressioni su quello ecuadoriano, lasciato peraltro vergognosamente solo dagli altri paesi nel gestire una vicenda dalle implicazioni cruciali per la libertà di stampa e i diritti democratici a livello internazionale.

La vicenda di Assange e le attività di WikiLeaks, di fatto quasi eroiche viste le circostanze, dopo le ultime rivelazioni su Hillary Clinton si intrecciano d’altronde con quella che è una delle principali questioni strategiche di questi anni, vale a dire la rivalità tra Stati Uniti e Russia e il pericolo di un conflitto diretto tra le due potenze nucleari.

Senza una sola prova concreta, il governo e i media negli Stati Uniti insistono nell’attribuire a Mosca la penetrazione nei server del Partito Democratico e dei collaboratori di Hillary Clinton, da cui provengono le e-mail pubblicate daWikiLeaks. L’organizzazione di Julian Assange sarebbe perciò complice di Putin nel tentativo di penalizzare la candidata Democratica alla Casa Bianca e di favorire Donald Trump, attestato su posizioni teoricamente più moderate per quel che riguarda i rapporti con Mosca.

Il 
contenuto delle e-mail diffuse in questi giorni viene così in sostanza ignorato, mentre si denuncia WikiLeaks e la Russia per il tentativo di interferire in un processo elettorale altrimenti esemplarmente democratico. Questa strategia di Hillary e del suo partito serve in primo luogo a sostenere la propria candidatura alla presidenza ed evitare un ulteriore peggioramento del già misero gradimento tra gli americani.

Parallelamente, però, gli attacchi contro Mosca rientrano nel progetto “neo-con, abbracciato in pieno da Hillary, di contenimento della Russia, contro la quale a Washington si sta preparando un’offensiva che vedrà un’accelerazione dopo il voto di novembre.

Chiunque sostenga tesi diverse o rappresenti un ostacolo a questo progetto – da Donald Trump a Julian Assange e WikiLeaks – è perciò un nemico se non un traditore, intenzionato a favorire quella che viene rappresentata come la principale minaccia alla sicurezza degli Stati Uniti.

RIVOLTA DELLA POLIZIA IN FRANCIA CONTRO IL GOVERNO HOLLANDE-VALLS


Una rivolta clamorosa. Ma ancora più clamoroso che i media internazionale parlino poco e nulla delle centinaia di agenti che da due notti protestano contro le condizioni di lavoro che sono costretti a sopportare quotidianamente.


Non era mai accaduto prima, in Francia, che ingenti forze do polizia scendessero in piazza – spontaneamente – in manifestazione contro il governo e in questo caso contro il socialista Hollande e il suo screditato primo ministro Valls.

Centinaia di agenti polizia, non meno di 500, hanno protestato ieri notte sugli Champs-Elysees a Parigi, in una manifestazione spontanea convocata senza le organizzazioni sindacali alla quale subito si sono aggiunti non meno di 5.000 parigini presenti in luogo.

In precedenza, nel tardo pomeriggio, un centinaio di agenti di Polizia di Parigi si erano radunati davanti all’Ospedale Saint-Louis, nel X Arrondissement, dove e’ ricoverato tra la vita e la morte l’appuntato di Polizia ferito nell’attacco con bottiglie molotov avvenuto l’8 ottobre scorso nel quartiere di Grande Borne a Viry-Chatillon, nel dipartimento dell’Essonne alle porte della capitale francese.


L’appuntato l’8 ottobre scorso guidava da solo un veicolo della Polizia seguito da un’altra auto sempre della Polizia, quando i due veicoli subivano un attacco di spaventosa violenza. A colpire erano state “una quindicina di persone” aveva riferito il canale televisivo francese Bfmtv mandando in onda una dichiarazione di un rappresentante del sindacato di Polizia Alliance 91. I due agenti erano di servizio a un incrocio nel quartiere La Grande Borne, in cui veniva installata una telecamera di sorveglianza. Il sistema di monitoraggio si era reso necessario poiche’ nell’area si erano verificati in passato diversi furti d’auto. La scorsa settimana erano esplosi scontri tra polizia e giovani la maggior parte di origine magrebina che avevano tentato di distruggere la telecamera.

Per tutta la giornata di ieri lunedi’ 17, dopo che i poliziotti dell’Essonne avevano dato vita nel sobborgo di Evry a manifestazioni di protesta per tutto il fine settimana, si sono rincorsi via sms, e-mail e telefonate gli appelli ad esprimere la propria rabbia per le condizioni di lavoro a cui le forze dell’ordine sono costrette. Con l’arrivo di altri 400 colleghi di rinforzo venuti da tutta la regione dell’Ile-de-France gli agenti, in abiti borghesi, hanno dato vita ad un corteo di auto e poliziotti a piedi che si e’ snodato fino all’Arco di Trionfo.




Al corteo tuttavia non hanno partecipato quelli venuti dall’Essonne, che sono invece rientrati in caserma dopo esser stati minacciati di sanzioni da parte del loro diretto superiore: alla loro partenza gli altri colleghi li hanno salutati con un lungo applauso.

Il gravissimo incidente di Viry-Chatillon, e’ stata la miccia che sta facendo esplodere la rabbia dei poliziotti francesi: gia’ martedi’ 11 ottobre davanti ai commissariati di tutta la Francia si erano riuniti a centinaia per reclamare piu’ mezzi e maggiore fermezza contro la criminalita’ da parte del governo Hollande, che invece ha un atteggiamento lassista perchè la stragrande maggioranza dei crimini ormai è compiuta da extracomunitari, clandestini, criminali delle periferie di origine nord africana. Tutti soggetti per i quali la sinistra in Francia “ha un occhio di riguardo” hanno commentato alcuni poliziotti rimasti anonimi per non subire conseguenze disciplinari nel denunciare questa situazione insostenibile che costa però la vita A poliziotti ogni settimana.


Le interviste raccolte ieri notte sugli Champs-Elyse’es dal quotidiano “le Parisien” testimoniano di condizioni di impiego pesantissime, con un uso reiterato degli straordinari e la soppressione di ferie e licenze a cui fanno da contraltare la ormai cronica mancanza di mezzi adeguati, dai giubbotti anti-prioettili alle auto di servizio, ed un atteggiamento eccessivamente tollerante nei confronti dei criminali, secondo i poliziotti, da parte delle autorita’ politiche socialista nazionali e parigine.




17 ottobre 2016

Truppe italiane ai confini russi: il Governo Renzi/Gentiloni dimostra la sua subalternità al “padrone” USA


di Luciano Lago

Il Governo Renzi /Gentiloni, con l’invio annunciato di un contingente di militari italiani in Lettonia, ha esplicitato la sua totale sudditanza ai padroni USA ed ha commesso un gesto gravissimo che andrà ad incidere nelle relazioni dell’Italia con la Russia, già complicate dalle sanzioni e dal clima di tensione innescato da Washington e dalla NATO con il grande paese euroasiatico.
La decisione dell’invio di un contingente italiano nel Baltico, in Lettonia, era stata presa durante il summit della NATO, svoltosi tra l’8 ed il 9 di Luglio a Varsavia. Era stato previsto che in Lettonia il contingente sarebbe stato formato da militari italiani, canadesi, ed anche portoghesi. In Estonia militari britannici, in Lituania forze tedesche.

Nel summit svoltosi a Varsavia, la Nato, preoccupata da quella che il segretario generale Stoltenberg ha definito ” la minaccia russa” , aveva deciso di rafforzare la sua presenza militare nei paesi baltici e in Polonia, dislocando nei confini orientali del patto atlantico forze armate di diverse nazionalità.
In Estonia il gruppo sarà guidato da militari britannici, in Lituania da forze armate tedesche. In Polonia la presenza militare Nato sarà in particolare formata da militari statunitensi.

“Oggi compiamo un ulteriore passo. Abbiamo deciso di migliorare la nostra presenza militare nei confini orientali. Con quattro battaglioni in Polonia, Estonia, Lettonia e Lituania, secondo principi di rotazione” aveva affermato trionfante il segretario generale Nato Stoltenberg.

Era stato già allora entusiasta il commento di Renzi che si sentiva importante in questo summit e, in una sosta del vertice di Varsavia, si era affrettato a dichiarare, nel corso di una conferenza stampa: ” “Esprimo soddisfazione per come è andato questo vertice, non ancora concluso. Dopo ci sarà l’incontro sull’Ucraina e poi un incontro con il presidente Obama, in cui discuteremo di alcune delle principali questioni, dalla Ucraina, a Siria, a Libia”.
Riferendosi alla situazione nello scacchiere Medio Orientale, lo stesso Renzi aveva dichiarato: ” ……Le cose vanno un po’ meglio in tanti settori, non bene, ma significativi passi in avanti sono stati fatti in Iraq e in Siria. In questo momento Daesh sta indietreggiando …..le cose vano un po’ meglio anche in Libia dove il ruolo che l’Italia sta svolgendo è particolarmente importante”, aveva aggiunto il presidente del Consiglio. Un ottimismo del tutto fuori luogo, come lo sviluppo successivo degli avvenimenti ha reso evidente a tutti.Stoltenberg con Gentiloni

Quindi il Governo Renzi, mentre la situazione è infuocata nel Medio Oriente (altro che ” le cose vanno un pò meglio”) con il continuo rifornimento ed invio di rinforzi ai gruppi terroristi da parte di Arabia Saudita e Turchia, alleati della NATO, con decine di attacchi terroristici messi in atto contro le comunità sciite e le minoranza cristiane (l’ultimo a Baghdad ha fatto circa 200 vittime), mentre il Mediterraneo è solcato da centinaia di barconi che si dirigono verso le coste italiane, con una invasione in corso agevolata dalle navi della Marina italiana e dalla flotta NATO, secondo il Governo Renzi l’interesse nazionale prioritario dell’Italia sarebbe quello di mandare un contingente militare italiano nei paesi baltici per minacciare la Russia ai suoi confini in un clima peggiore della Guerra Fredda e paragonato ormai, da vari esperti, alla concentrazione di truppe ai confini orientali a cui fece seguito, nella Secoda Guerra Mondiale, l”invasione della Russia delle truppe italo-tedesche. La Storia si ripete.

Naturalmente nei discorsi di Renzi e dei plenipotenziari della NATO, come il bellicoso segretario Stoltenberg, sembra che sia la NATO ad essere minacciata dalla Russia (e non il contrario) e si vuole fare apparire la NATO come quella che combatte il terrorismo in Medio Oriente, trascurando il fatto che la destabilizzazione in Iraq, in Libia ed in Siria è stata creata direttamente o indirettamnte (attraverso l’appoggio alle bande mercenarie in Siria) proprio dalla NATO, che l’utilizzo delle bande di Al Qaeda in Libia ed in Siria è stato fatto dagli USA e dalla NATO per i propri fini geopolitici (rovesciare i governi sgraditi agli interessi USA) ed evitando di menzionare l’Intervento russo in Siria che è quello che sta facendo arretrare le bande terroriste mentre la NATO le sostiene ancora oggi apertamente per rovesciare il Governo di Damasco.


La Russia secondo Stoltenberg e secondo gli ultimi discorsi di Obama, deve essere considerata una “seria minaccia” e la NATO deve fronteggiare una potenziale aggressione contro i paesi baltici e la Polonia, mentre basta guardare una cartina geografica per verificare la quantità di basi militari costituite dalla NATO sotto i confini russi, un vero e proprio accerchiamento progressivo, per capire chi minaccia chi.

Alla Russia viene rimproverato di aver innescato la crisi con l’annessione della Crimea, omettendo che la popolazione della Crimea si è pronunciata con un referendum ove il 95% della sua popolazione ha espresso la volontà di ritornare ad integrarsi con la Federazione Russa con cui vi è una storia in comune, non di anni ma di parecchi secoli. Senza contare la situazione dell’Ucraina, divenuta, a seguito del Golpe di Maidan di marca CIA, uno Stato fantoccio fallito, governato da una cricca di oligarchi venduti ad interessi stranieri, che si sta preparando a riaccendere la guerra contro la Russia, istigata dalla NATO, per contrastare le richieste autonomiste delle province orientali del Donbass.

Alla stessa Russia viene addebitato di essere intervenuta in Siria guastando i piani degli USA e della NATO, fronteggiando e facendo arretrare i gruppi terroristi che vengono da anni supportati ed armati proprio dagli USA, dalla NATO e dall’Arabia Saudita, stretta alleata dell’alleanza occidentale. Naturalmente, dietro la campagna di diffamazione derivante dalla prossima conquista di Aleppo, campagna che vorrebbe far passare il concetto di “crimini di guerra” commessi dai russi e dai siriani ad Aleppo, c’è la preoccupazione di Washington di dover assistere ad un successo russo con la liberazione di Aleppo e la sconfitta dei terroristi appoggiati (ormai in modo palese) da Washington.

Da notare che la campagna di accuse viene orchestrata dagli USA, lo stesso paese che ha fatto “terra bruciata” con enormi stragi di civili in Iraq, come in Afghanistan, in Libia ed in Siria, basta menzionare località come Fallujiah in Iraq, dove ancora oggi nascono bambini deformi per le armi micidiali all’uranio impoverito utilizzae dalle forze USA che hanno contaminato tutta la zona.
La Siria, il paese dove sono intevenuti con una coalizione, ufficialmete diretta a combattere l’ISIS, a cui partecipano anche alcuni dei paesi mandanti ed ispiratori dell’ISIS, quali Arabia Saudita e Qatar. Una questione che, se non fosse tragedia, sarebbe una farsa. I più grandi responsabili dei massacri di civili oggi “si preoccupano” per la sorte dei civili ad Aleppo.

Continue e gravissime minacce sono state trasmesse in queste ultime settimane dalle autorità militari e politiche statunitensi contro la Russia, tanto da far precipitare l’Europa, la Russia e i paesi limitrofi, in un clima prebellico.
L’Italia partecipa al gioco pericoloso di Obama e di Stoltenberg nel provocare la Russia sotto i propri confini con massicce concentrazioni militari, con l’installazione di un sistema antimissile (in Romania) che viola i precedenti trattati di limitazione di armi nucleari, con l’invio di una flotta NATO nel Mar Nero.

Non si comprende quale sia l’interesse nazionale italiano nel far trascinare il paese in un conflitto con la Russia che viene fagocitato esclusivamente dalla volontà egemonica di Washoington e del gruppo di psicopatici neocons che dominano la politica USA in questo periodo.

Per il Governo italiano, la subalternità alle direttive del Dipartimento di Stato USA ed alla NATO è prioritaria rispetto a qualsiasi esigenza di interesse nazionale, concetto del tutto assente dalla mente di Renzi e Gentiloni, rispetto anche alle prescrizioni costituzionali di ripudiare la guerra come mezzo di risoluzione delle controversie.
La politica estera dell’Italia mai era stata così vergognosamente supina agli interessi degli USA, divenuti palesemente in contrasto con quelli dell’Europa e dell’Italia nell’area del Mediterraneo dove si stanno verificando il massimo delle tensioni e dove l’Italia è del tutto assente, mancando di una sua qualsiasi politica estera.

Gli USA conducono rabbiosamente la loro politica egemonica di contrasto alla Russia , dall’Ucraina alla Siria per riaffermare il loro dominio unipolare che sta franando da ogni parte e gli europei, capeggiati da personaggi marionette di Washington, come la Merkel, Hollande e Renzi, si prestano a questo gioco rendendo i popoli europei carne da macello in un eventuale probabile e quanto mai prossimo conflitto con la Russia.



Facebook Seguimi