28 ottobre 2016

DIVERSI ECONOMISTI HANNO DUBBI SULLA PERSISTENZA DELL'ITALIA NELL'EUROZONA IL PAZIENTE ITALIANO E' GRAVE (HANDELSBLATT)

DIVERSI ECONOMISTI HANNO DUBBI SULLA PERSISTENZA DELL'ITALIA NELL'EUROZONA IL PAZIENTE ITALIANO E' GRAVE (HANDELSBLATT)


BERLINO - "Il paziente italiano" e' il titolo della lunga analisi del dossier del fine settimana che questa volta l'Handelsblatt - il principale quotidiano tedesco d'economia e finanza - dedica alla situazione economica italiana, presentato anche nella prima pagina di copertina con l'immagine di una rana tricolore che si aggrappa a un precario appiglio e il titolo 'Paura della caduta'. Il tono del dossier e' molto preoccupato.

"Poca crescita, debiti in aumento, produttivita' in calo", e' scritto nel grande sommario di apertura, "il declino della terza economia dell'Eurozona e' allarmante. E ora il referendum sulla costituzione puo' essere una trappola per il premier Renzi", la cui presenza e' pero' essenziale per "la stabilita'" del Paese e "la tenuta dell'Europa". "Bruxelles e Berlino sanno di aver bisogno di un'Italia stabile per tenere assieme l'Europa", aggiunge l'Handelsblatt.

"Dove va l'Italia?", si chiede l'Handelsblatt nel dossier dedicato al nostro Paese, sottolineando che "Bruxelles e anche Berlino sono sempre piu' nervose" perche' la manovra per il 2017 contiene "di nuovo eccezioni per far fronte alle emergenze profughi e terremoto". Ma il rischio e' anche che Renzi perda al referendum di dicembre: "se fallisce Renzi fallisce l'Italia. E se fallisce l'Italia fallisce l'Europa", scrive l'Handelsblatt, "e dopo la Brexit nessuno vuole rischiare altri scossoni". Che tradotto significa: adesso la Commissione Ue deve tacere, altrimenti è certo che Renzi perderà il referendum, poi, se perdesse comunque, pronta ad inviare la Troika a Roma con Renzi sconfitto che deve lasciare Palazzo Chigi, ma a differenza della Grecia, la destabilizzazione dell'Italia causerà sia il crollo dell'euro che della Ue.

Renzi "si e' guadagnato una chance, anche o forse solo perche' l'Europa non puo' permettersi un fallimento dell'Italia". E' la conclusione politica del dossier che l'Handelsblatt ha dedicato all'Italia. "Bruxelles e Berlino sanno di aver bisogno di un'Italia stabile per tenere assieme l'Europa" ed e' cosi' che si spiega la "pazienza" con Renzi, osserva ancora il quotidiano economico, che ricorda come diversi economisti abbiano rilanciato di recente i dubbi sulla persistenza dell'Italia nell'Eurozona.

Tra i quali, voci molto autorevoli come quelle di alcuni premi Nobel per l'Economia.

L'analisi si concede pero' alla fine una nota di - larvatamente ironico - ottimismo, elencando le "tante imprese vitali" del Paese e i "loro prodotti richiesti in tutto il mondo". "Renzi e il suo governo non potevano in breve tempo compensare negligenze strutturali di tanti anni", conclude l'Handelsblatt. Ma è anche vero che l'Italia con l'euro ha intrapreso un percorso che la sta conducendo al declino.

Redazione Milano





24 ottobre 2016

Nascondere i risparmi a casa diventa reato?


- di Ruggiero Capone –

L’ultimo suggerimento dell’Unione europea per colpire il risparmio degli italiani ci giunge per bocca di Stefano Simontacchi (direttore del Transfer Pricing Research Center dell’Università di Leiden, Olanda, e consigliere di Rcs MediaGroup): per l’ennesima volta i poteri bancari che controllano la Commissione europea utilizzano il ventriloquo comodo al Gruppo Bilderberg. Infatti, secondo Simontacchi sul Corriere della Sera, “una volta entrati nel sistema bancario, i soldi dovrebbero essere monitorati per impedire che vengano impiegati per usi incompatibili con l’attività del titolare”. Per Simontacchi, “si sta presentando un’occasione imperdibile per reperire i fondi che mancano per gli interventi a favore della crescita”.

Ma a quali soldi alludono? Soprattutto, chi dovrebbe essere colpito dalla iniziative del ministero dell’Economia? Nell’occhio del ciclone ci sono ora i soldi che gli italiani avrebbero occultato sotto il mattone, creando (secondo i soliti prezzolati dagli “investitori istituzionali”) un “danno al sistema bancario del Paese”. Il denaro dei “paradisi domestici” (equivalente interno dei “paradisi fiscali” esteri) ammonterebbe secondo stime dell’Abi a 150 miliardi di euro, circa il 10 per cento del Pil italiano.

Ecco che il soldo dell’italiano medio, già turlupinato dalle banche (vedasi i casi di Arezzo, Marche…), terrorizzato dall’idea che i suoi depositi possano venire azzerati per non chiare “ragioni di Stato”, viene bollato dal Corsera come “un enorme fiume sotterraneo di ‘liquido’ che alimenta l’economia sommersa nella quale sguazzano beati evasori fiscali e criminali e che preoccupa magistrati e forze di polizia che per farlo riemergere vedono come soluzione una nuova Voluntary Disclosure e norme che incoraggino l’uso della moneta elettronica”. Dichiarazioni di menti non aduse al risparmio quotidiano, al dover fare i conti con la penuria di mezzi economici: infatti il Simontacchi, al pari dell’estensore dell’articolo sul Corsera, non sembra soffrano problemi di portafoglio. Ergo possono poco comprendere, interpretare, i dati dell’Abi dal punto di vista dell’uomo della strada: se gli italiani risultano agli ultimissimi posti in Europa per l’uso della moneta elettronica, seguiti solo da Bulgaria, Grecia e Romania, è perché gli italiani sono diventati poveri a causa delle manovre di Unione e Banca centrale europea, attuate dai loro servi governanti, magistrati e dirigentume vario di Stato. E come al solito gli esperti del piffero usano paragonare i dati sulla circolazione di denaro in Italia a quelli di Olanda, Svezia, Germania, Norvegia, dimenticando che il Bel paese è ormai intristito e depresso a causa delle scelte monetarie dettate dai Paesi ricchi dell’Eurozona.

Poi ci si domanda cosa avrà mai nella zucca chi vorrebbe convertire all’homebanking o all’e-commerce pastori e contadini italiani, ridotti alla miseria da una selva di normative Ue partorite dai compari dei cosiddetti “investitori istituzionali”. Se in Italia 87 operazioni su 100 avvengono in contanti, mentre la media dei Paesi Ue è di 60, evidentemente gli italiani non si fidano delle banche, soprattutto sono stufi di pagare i tanti costi occulti che si celano in ogni operazione con moneta elettronica. Durante il Governo Monti del 2012 e poi nel 2014, il ministero dell’Economia e finanze ripeteva che “l’eccessivo uso del contante e l’economia sommersa influenzano negativamente in modo significativo il livello di rischio-Paese… il contante è il mezzo di pagamento preferito per le transazioni riferite all’economia informale ed illegale”. Proprio nel 2012 pioveva sugli italiani il limite al prelievo bancario contanti di 1000 euro, quindi Pier Luigi Bersani del Pd proponeva di abbassare il tetto del contante a 200 euro. Sempre da quell’area politica c’era chi proponeva il limite di 1000 euro alla tesaurizzazione domestica del contante, invitando l’Esecutivo a normare il settore, in modo che la Guardia di finanza potesse intervenire nelle case degli italiani con “paradisi domestici” superiori ai 1000 euro: in parole povere estendere l’articolo 41 del decreto di pubblica sicurezza (che per ora riguarda solo il fondato sospetto di armi e droga) alle circostanze di tesaurizzazione privata superiori ai 1000 euro.

In quest’ottica si sta già muovendo la Bce che, oltre a non immettere più banconote da 500 euro nei Paesi della fascia povera Ue, ha deciso di sospendere dal 2018 l’emissione delle banconote da 500 euro. La scusa è che sarebbero diventate il mezzo preferito dalla criminalità e dal terrorismo per trasportare denaro. Per l’Italia, l’invito dell’Ue a combattere con ogni mezzo i soldi sotto il mattone sarebbe stato camuffato dalla scusa che “la corruzione si alimenta in contanti”. Ecco che un drappello di magistrati avrebbe suggerito all’Esecutivo Renzi di azionare anche in Italia (copiando da Colombia e Uruguay) il cosiddetto “conflitto tra contribuenti”: ovvero la delazione, la denuncia del vicino di casa che spiffera alle forze di polizia chi nel condominio tesaurizzerebbe più di 1000 euro per contati. Per facilitare la normazione, i servi del sistema Ue hanno già diffuso la notizia che nelle banche italiane e svizzere non si troverebbero più cassette di sicurezza libere. Ecco che la norma potrebbe prevedere l’apertura delle cassette sospettate di occultare valori per più di 1000 euro, ovvero tutte le cassette di sicurezza: perché chi mai prenderebbe un simile rifugio bancario per somme inferiori?

Misure che stanno inequivocabilmente dimostrando come il turbocapitalismo sia complementare al comunismo. Del resto, come possiamo dimenticare le statistiche in mano alla Commissione europea di un annetto fa, che denunciavano l’Italia come fanalino di coda nei pignoramenti immobiliari? Per i soloni di Bruxelles le autorità italiane sarebbero poco leste a mettere per strada chi non paga rate di mutui, tasse o ha debiti non onorati verso lo Stato, i privati e le banche. Per l’Ue troppi italiani non meritano un tetto sulla testa, soprattutto dall’Europa pretendono che le case degli italiani vengano vendute per immettere liquidità nel mercato. Pretese, quelle dell’Unione europea, che stanno rendendo davvero inconciliabili le due visioni del mondo, quella italiana e quella nord e centro europea.

Fonte: L’Opinione

Il Sì al referendum e’ una minaccia per la tenuta democratica del nostro paese


di Marica Di Pierri e Stefano Kenji Iannillo

Partiamo da un presupposto: il consolidamento della post-democrazia di cui parlava Crouch ha bisogno di riforme costituzionali come quella che saremo chiamati a votare (o meglio a sventare) il 4 dicembre. Il disegno sotteso alla riforma – propagandata come al di sopra del bene e del male, buona di per sé, come se dopo anni di tentativi andati a vuoto il solo concetto fosse salvifico e non ne importasse il carattere migliorativo o peggiorativo – mira alla consacrazione di un sistema politico in cui, invece che restituire sovranità al popolo cui apparterrebbe, si fa il possibile per concentrarla sempre più verso l’alto. Vale la pena ricordare che il colosso finanziario JP Morganaffermava nel 2013 che le costituzioni antifasciste – ispirate ai diritti e all’allargamento della base democratica – sono una zavorra per la crescita e vanno profondamente modificate.

L’indicazione giunta al governo dalle istituzioni finanziarie riguarda dunque la creazione delle condizioni di piena esigibilità per le richieste del mercato: necessarie riforme economiche, necessarie grandi opere, necessario sfruttamento delle risorse naturali, necessari tagli ai diritti sociali e al welfare. Il risultato atteso è legittimare la delega dell’intero esercizio deliberativo ad organismi sempre meno rappresentativi dell’interesse collettivo. La ricetta è lineare: svuotamento dei luoghi della rappresentanza, rarefazione dei centri di potere e corsa a verticalizzarne i meccanismi di decisione tramite maggiori poteri all’esecutivo, la camera politica unica e la nuova legge elettorale che la determinerà, le nuove tipologie di procedimenti legislativi che scavalcano le istituzioni di prossimità.

Uno degli aspetti meno trattati e più rilevanti della riforma è la revisione del Titolo V, che affermerebbe un modello di gestione delle risorse deciso dai ministeri – neppure dal Parlamento – senza previsione di correttivi in senso partecipativo. Le competenze esclusive che tornerebbero allo Stato riguardano produzione, trasporto e distribuzione dell’energia; infrastrutture strategiche e grandi reti di trasporto e navigazione; beni culturali e paesaggistici; ambiente ed ecosistema; attività culturali e turismo; governo del territorio; protezione civile; porti e aeroporti civili.

La riformulazione dell’art.117 introduce come ulteriore elemento d’allarme la clausola di supremazia “Su proposta del governo, la legge dello Stato può intervenire in materie non riservate alla legislazione esclusiva quando lo richieda la tutela dell’unità giuridica o economica della Repubblica, ovvero la tutela dell’interesse nazionale”. La formula offre all’esecutivo spazio per molteplici forzature: invocando l’interesse nazionale (leit-motivdell’ultimo decennio) sarà possibile imporre politiche e progetti invisi agli enti locali e alle comunità chiamate a pagarne i costi economici, ambientali, sociali e sanitari. Se ha una sua ratio prevedere che sia il livello centrale a stabilire le regole generali dell’agire in materia di ambiente, garantendo come precondizione il pieno rispetto degli art. 9 e 32 della Costituzione, nello scenario dato il nuovo assetto si tradurrebbe inevitabilmente in un ulteriore arretramento delle legittime pretese dei cittadini potenzialmente o concretamente impattati. Gli enti locali sono inoltre i più esposti – e ricettivi – alle pressioni esercitate dalle comunità locali: elemento rivelatosi spesso decisivo per ottenere la rinuncia a progetti a forte impatto ambientale. Escludere le Regioni dal rapporto di “leale collaborazione” con lo Stato su tutte queste materie senza prevedere di compensare con strumenti di concertazione locale avrà l’effetto di aggravare anziché risolvere il gap (in termini di analisi e proposte) tra comunità e governo centrale.

Da un altro punto di vista, la riscrittura dell’art. 117 è la testa di ariete attraverso cui si tenta di forzare l’introduzione in costituzione di alcuni dei principi contenuti nel decreto sblocca Italia, convertito nonostante forti proteste nella L.164/2014. Si tratta in parte di principi su cui il governo ha dovuto fare marcia indietro in seguito al deposito dei quesiti referendari promossi da 9 Regioni e centinaia di associazioni ambientaliste. Un punto in particolare, che prevedeva l’esclusione delle Regioni dai processi decisionali in materia energetica e infrastrutturale, è stato dichiarato incostituzionale con sentenza n.7/2016 per violazione degli artt.117-118 e recepito obtorto collo dal governo nella legge di stabilità per evitare di sottoporre tale punto (pronto a rientrare in campo proprio con la riforma costituzionale) alla consultazione popolare dell’aprile scorso.


Nonostante la sopravvivenza di un unico quesito, il 17 Aprile oltre 15 milioni di Italiani si sono recati alle urne per affermare il loro diritto a decidere in materia di politiche energetiche. Durante la campagna referendaria il governo ha mostrato quale idea avesse della partecipazione popolare: la proclamazione dell’esistenza di temi troppo difficili su cui esprimersi (guarda caso riguardanti profitti miliardari e devastazioni territoriali), una campagna informativa condotta al fine di boicottare la consultazione, lo sprezzante ciaone agli elettori la sera del voto. In quelle stesse settimane emergevano con chiarezza, grazie ad un’inchiesta della magistratura, le connessioni tra il governo e le lobbies energetiche del Paese: scandalo che costrinse l’allora ministro Guidi a dimettersi. Di oggi, infine, è la notizia che il governo Renzi ha autorizzato nuove attività di ricerca di idrocarburi lungo la riviera Adriatica e nel Mar Ionio. Neppure sei mesi dopo il referendum e le continue rassicurazioni circa la rinuncia a nuovi fronti estrattivi, si imbocca nuovamente, indisturbati, la via nera del petrolio. Ulteriore conferma, questa, che lo spirito di quella campagna referendaria e la rivendicazione democratica costruita su centinaia di territori trovano oggi più che mai la loro naturale continuazione nella costruzione di un No collettivo al referendum costituzionale.

Da anni assistiamo all’attivazione di decine di migliaia di persone per ciascuna battaglia territoriale: il movimento No Ombrina in Abruzzo, le lotte contro il Biocidio in Campania, le istanze dei No Triv, No Tav, No Tap e No Muos, le centinaia di altre realtà di resistenza popolare in prima linea per il diritto alla vita, alla salute, all’ambiente. Questo aumento della conflittualità sociale attorno all’imposizione di politiche impattanti (con gravi effetti documentati da rigorosi e numerosi studi ambientali, epidemiologici, economici e demografici) suggeriscono che i meccanismi di funzionamento della democrazia andrebbero riformati in direzione opposta da quella indicata dalla riforma: devolvendo potere decisionale alle comunità sulla gestione delle risorse e inaugurando un nuovo concetto di sovranità legato al territorio.

Alcune tra le maggiori organizzazioni ambientaliste, le 19 big firmatarie dell’appello in cui si chiede al governo di rivendicare la competenza esclusiva dello Stato in materia ambientale senza postulare la necessità di una riforma in senso partecipativo, dimostrano di non aver compreso che la partecipazione alle decisioni e la centralità della volontà popolare non è affatto un corollario marginale per una piena tutela dell’ambiente e dei diritti a esso connessi.

La riforma aiuta infine l’ufficializzazione di una prassi di sospensione democratica già arbitrariamente utilizzata: il massiccio ricorso alla gestione commissariale e allo stato di emergenza, attraverso le quali nell’ultimo decennio si è imposto il meccanismo del comando e controllo come risposta autoritaria all’emergere delle istanze più disparate.

Questa riforma è l’atto finale del processo di trasformazione dello Stato e di suo asservimento a logiche puramente neo liberiste, succubi del mercato e della finanza. Un processo che dopo vent’anni di “berlusconismo”, l’avvento dei tecnici (Monti) e il ricorso a larghe intese (Letta) ha trovato il suo perfetto scudiero in Renzi e la sua definizione formale nella proposta di modifica costituzionale.

Di fronte a questa minaccia, convinti che sia necessario ricostruire un sistema paese fondato sulle redistribuzione dei poteri e della ricchezza e sulla giustizia ambientale, non possiamo che individuare nell’approvazione della riforma un rischio enorme per la tenuta sociale e democratica del paese e nel coinvolgimento pieno delle realtà di resistenza territoriale nella campagna del No una prospettiva concreta per una reale trasformazione del nostro paese.

Link articolo © Marica Di Pierri e Stefano Kenji Iannillo © Huffington Post.

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