16 novembre 2016

Sala apre il fronte: trincea Padova


Viale Padova! viale Padova! grida il ‘distratto del decumano’ salito sulla cadrega di Sindaco solo grazie ai voti dei ‘compagni’ del ‘meno peggio’. Viale Padova! risponde la ex infermiera ( ed ex Cgil e Sunia) che guida le forze di sicurezza meneghine con piglio siracusano. Viale Padova! tuona dalla prima pagina il Corrierone. Si sa, Expo è finito, il Leoncavallo non c’è più e…. bisogna pur trovare un argomento riempipagine per le sempre più obbedienti redazioni meneghine. Visto che l’ndrangheta degli appalti che hanno nutrito e dato energia alle mafie non interessa la ‘creme’, ecco arrivare a Viale Padova. Non che la morte di Antonio Rafael Ramirez, il 32enne dominicano aggredito in Piazza Loreto tre giorni fa e morto ieri, sia un fatto da sottovalutare. Anzi. Ma non riguarda quel che sempre distratti, ancorchè non milanesi giornalisti, definiscono genericamente ‘le periferie’. Vorremmo ricordare a Sindaco e assessori ‘ariosi’ che Piazza Loreto non è periferia, tutt’altro. Non solo nell’immaginario di Milano ma anche nella topografia del territorio. Ci si raggiunge San Babila in 20 minuti a piedi. L’affare viale Padova riguarda da vicino l’ipocrisia di chi grida all’esercito per coprire il fallimento di tutte le ‘politiche per la sicurezza’ lautamente finanziate. Son passati 5 lustri e la solfa è sempre la stessa di quando Pillitteri venne ‘beccato’ a dare dei ‘razzisti’ e ‘fascisti’ ai lavoratri dell’Atm del deposito di via Cambini. Esercito in città. Una misura di facciata che costa un botto e non risolve minimamente il problema di viale padova che è sempre lo stesso da almeno gli anni 60. Abbandono scolastico. Strutture pubbliche al devasto (piscina Cambini su tutte).

Desertificazione sociale (tranne mercatini, parate e laboratori di quartiere della sinistra dell’app-profit con la ‘r’ moscia). Case insicure e sovraffollate senza che nessuno si occupi di fare controlli agli impianti/affitti/salubrità dei locali. Risse e aggressioni impunite nonchè segnalate da ormai stanchi residenti. Intendiamoci. Non andava meglio con gli scippi dei ‘robbosi’ negli anni Settanta. E nemmeno con le rapine che hanno insanguiinato viale Padova negli anni Ottanta e Novanta (dal Bar di via Derna al gioielliere Bartocci all’altezza di Ponte Nuovo). In viale padova non serve l’esercito se non per certificare il fallimento della fintosinistra in sella a Palazzo Marino che non ha imparato la lezione della splendida giornata di via Montello. Il buio è ormai lì, dietro la siepe. La rincorsa ai temi della destra più bieca certifica una sconfitta già presente. E poi eravamo noi, chi non solo si è rifiutato di votare Sala ma ne ha sempre denunciato la pericolosità fin dai tempi dei primi arresti di Expo (chi si è già scordato della Via d’acqua?) quelli a ‘non aver capito’. Quelli che ‘facevano il gioco della destra’. Non diteci che non vi avevamo avvertito.

BY STEFANO MANSI

FONTE: MilanoX

Renzi risparmia 50 milioni di euro sul senato; spende 4 miliardi di euro per l’immigrazione


- di Libertà e Persona

Vota sì, per risparmiare! Parola di Matteo Renzi. 50 milioni di euro di risparmio! Wow
E’ di questi giorni la notizia secondo cui il “ministro delle Finanze, Pier Carlo Padoan, ha annunciato per il 2017 uno stanziamento di oltre 4 miliardi di euro per l’accoglienza dei “migranti” contro i 3,3 miliardi spesi quest’anno ma ai quali vanno aggiunti i contributi della Ue e quasi 200 milioni di spese per le operazioni navali legate ai flussi di clandestini, per un totale di 4 miliardi che l’anno prossimo saliranno probabilmente a circa 5″ (G. Gaiani, La nuova Bussola quotidiana, 5 novembre, 2016).


50 milioni contro 4/5 miliardi: tanto per mettere le cifre al loro posto, ed avere chiari i risparmi di Renzi/ Alfano

«La mia visione per una cultura della vita» La lettera pro life di Trump


Non sappiamo valutare le qualità politiche di Trump, al di là dei toni, dell’immagine e delle battute sul colore dei capelli. Però anche noi pensiamo come madre Teresa che uno, una, che non è capace di difendere la vita quando è più debole e indifesa, cioè il diritto più elementare, non potrà avere a cuore davvero i diritti di tutti. Non saremo pertanto noi a dare (o togliere) patenti di cristianità a nessuno. Donald Trunp ha avuto il merito di riportare nella campagna elettorale il tema della vita fino ad attaccare pubblicamente e duramente il suo avversario (una donna finanziata da Planned parenthood, struttura che produce aborti a ritmo industriale), sulla sua posizione più estrema: l’aborto a nascita parziale cioè la soppressione del bambino fino al nono mese di gravidanza. Quindi tra chi considera le religioni “strutture profonde che vanno scardinate”, magari con una nuova primavera (con una di quelle operazioni di cui gli Usa sono maestri nel mondo), e uno che dice che la vita è il più importante e inalienabile tra i diritti, beh, istintivamente tifiamo per lui. La storia ci dirà.

Questo è il breve ma incisivo articolo del neo-eletto presidente degli Stati Uniti Donald Trump pubblicato sul quotidiano Washington Examiner il 23 gennaio scorso, con il titolo «My vision for a culture of life» e letteralmente ignorato dalla stampa (traduzione di Marco Respinti). (ll blog di Costanza Miriano)

di Donald Trump

Consentitemi di essere chiaro. Io sono per il diritto alla vita. Ho questa posizione pur ammettendo eccezioni in casi di stupro, incesto o quando è a rischio la vita della madre. Non sempre l’ho pensata così, ma una esperienza personale assai significativa mi ha portato a riconsiderare il prezioso dono della vita. L’aneddoto è ben documentato e quindi non lo racconterò di nuovo ora (1). Tuttavia, nello spazio che mi rimane, voglio esprimere ciò che provo nei confronti della vita e della cultura della vita proprio mentre cade il 43° anniversario del caso Roe v. Wade (2).

Io sono un costruttore. Per costruire bisogna seguire un metodo. Ci si serve di molte arti di cui l’ingegneria è la più importante. Le regole per assemblare le strutture sono molto rigide proprio come lo sono le regole della fisica. Le regole hanno superato la prova del tempo e sono diventate il modo per assembleare le strutture che perdura e che produce bellezza. Gli Stati Uniti, quando sono al loro meglio, seguono un insieme di regole che funzionano sin dall’epoca della fondazione. Una di queste regole è che noi, come statunitensi, onoriamo la vita e questo abbiamo fatto sin da quando i nostri fondatori hanno fatto della vita il primo, e il più importante, dei nostri diritti «inalienabili» (3).

Con il tempo la cultura della vita di questo Paese ha preso a scivolare verso una cultura della morte. La prova forse più decisiva su cui si regge quest’affermazione è che dalla sentenza pronunciata dalla Corte Suprema nel caso Roe v. Wade 43 anni fa a oggi più di 50 milioni di statunitensi non hanno avuto la possibilità di godere delle opportunità che il nostro Paese offre. Non hanno avuto la possibilità di diventare dottori, musicisti, agricoltori, insegnanti, mariti, padri, figli e figlie. Non hanno avuto la possibilità di arricchire la cultura questa nazione o di contribuire con i propri talenti, le proprie esistenze, i propri affetti e le proprie passioni al tessuto di questo Paese. Mancano e ci mancano.
Nel 1973 la Corte Suprema fondò quella sentenza immaginando diritti e libertà che nella Costituzione non ci sono. Se prendessimo per vera la parola di quel tribunale, ovvero che l’aborto sia una questione di privacy, dovremmo logicamente concludere che è il denaro privato quello che deve finanziare questa scelta e non il mezzo miliardo di dollari erogato ogni anno dal Congresso federale ai procuratori di aborti. Il finanziamento pubblico dei procuratori di aborti è quanto meno un insulto alla coscienza delle persone e al meglio un affronto al buon governo.
Inoltre, come se usare il denaro dei contribuenti per agevolare lo scivolamento verso la cultura della morte non fosse già abbastanza, la sentenza del 1973 è diventata una pietra miliare nel dimostrare il disprezzo totale che quel tribunale riserva al federalismo e al Decimo Emendamento (4).


Il caso Roe v. Wade ha infatti dato alla Corte Suprema una scusa per smantellare le decisioni prese dalle assemblee legislative dei diversi Stati dell’Unione e il voto espresso dalla gente. Un modo di fare, questo, che da allora la Corte ha ripetuto mille volte. La sentenza nel caso Roe v. Wade è quindi diventata solo l’ennesimo esempio dello scollamento tra il popolo e il suo governo.
Siamo nel pieno di un ciclo politico che porterà all’elezione di un nuovo presidente federale e fra pochi giorni si voterà. I cittadini di questo Paese avranno la possibilità di votare per il candidato che rappresenta la loro visione del mondo. Spero che sceglieranno il costruttore, l’uomo che ha la capacità d’immaginare la grandezza di questa nazione. Il prossimo presidente dovrà seguire i princìpi che meglio funzionano e che rafforzano la venerazione che gli statunitensi hanno nei confronti della vita. La cultura della vita è troppo importante perché la si lasci eclissare per convenienza o correttezza politica. È preservando la cultura della vita che Faremo Grandi Ancora gli Stati Uniti.

Note del traduttore

(1) Il 6 agosto 2015, durante il primo dibattito pubblico tra i candidati del Partito Repubblicano nelle primarie, rispondendo a una domanda relativa alle sue precedenti posizioni filoabortiste e sul cambiamento poi intercorso, Trump ha raccontato: «E quel che è successo è che anni fa dei miei amici aspettavano un bambino e che quel bambino avrebbe dovuto essere abortito. E invece non è stato abortito. E oggi quel bambino è una superstar assoluta, un bambino grande, davvero grande. E io questo l’ho visto. E ho visto altre cose così. E sono molto, molto orgoglioso di dire che io sono per il diritto alla vita».
(2) Il 22 gennaio 1973 la Corte Suprema federale concluse il caso Roe v. Wade con una sentenza che cancellò le precedenti norme a difesa della vita umana nascente approvate e vigenti nei singoli Stati dell’Unione, legalizzando così l’aborto in tutto il Paese. Il mondo pro-life considera la sentenza un abuso giacché la Corte Suprema, come sancisce la Costituzione federale, non ha alcun potere di legiferare, ma solo quello di vigilare sulla costituzionalità delle leggi e di esprimersi negli ambiti strettamente costituzionali dei casi che è chiamata a giudicare. Del resto, il caso Roe v. Wade si fonda su una grande menzogna: una ragazza dall’adolescenza rovinata, lesbica, coperta da anonimato, “Jane Roe”, alla terza gravidanza indesiderata, s’inventò di essere rimasta incinta a causa di uno stupro. Supportata da alcune avvocatesse fortemente politicizzate, “Jane” adì il Tribunale distrettuale del Texas e dopo tre anni giunse alla Corte Suprema. Intanto quel suo terzogenito era nato, era stato dato come gli altri due in adozione e “Jane” cambiò la versione dei fatti invocando la necessità dell’aborto a causa dello stato di povertà e di depressione in cui viveva. Anni dopo “Jane” rivelò di essere Norma Leah Nelson McCorvey: accadde quando si convertì prima al protestantesimo e poi al cattolicesimo con don Frank A. Pavone, che oggi è uno dei consiglieri cattolici di Trump.
(3) Sono le parole del preambolo della Dichiarazione d’indipendenza del 1776: «Noi asseriamo che queste verità sono per se stesse evidenti: che tutti gli uomini sono creati uguali, che sono dotati dal loro Creatore di determinati diritti inalienabili, che tra questi vi sono la Vita, la Libertà, e il perseguimento della Felicità».
(4) Il Decimo Emendamento alla Costituzione federale degli Stati Uniti, l’ultimo di quelli approvati nel 1791 e noti come Bill of Rights, sancisce che i poteri non delegati dalla Costituzione al governo federale o da essa non vietati agli Stati sono riservati agli Stati o al popolo.


Tratto da: Aleteia

Arabia Saudita rifiuta indagini su crimini in Yemen


- di Cristina Amoroso per Il Faro Sul Mondo -

L’Arabia Saudita ha respinto la richiesta da parte dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani di avviare un’inchiesta indipendente sui crimini della guerra saudita in Yemen. Adel Bin Zayd al-Tarifi, il ministro saudita della Cultura e dei Media, ha respinto la richiesta da parte dell’Alto Commissario Zeid Ra’ad al-Hussein, sostenendo che Riyadh aveva già accettato il lavoro di indagine da parte della Commissione Nazionale Yemenita d’inchiesta.

E’ quest’ultima il risultato di un compromesso con le Nazioni Unite accettato dall’Arabia Saudita e da altri Stati arabi di fronte alla minaccia di un’indagine indipendente dell’Alto Commissariato per i diritti umani. Un compromesso tortuoso dopo giorni di negoziati a Ginevra, descritto da Human Rights Watch e dall’Unione europea come un passo in avanti limitato. Per alcuni si tratta di un fallimento palese di responsabilità. Per altri la Commissione Nazionale Yemenita è un corpo che riporta ad Abd Rabbuh Mansur Hadi, fedele alleato saudita ed ex presidente dello Yemen dal 2012 al 22 gennaio 2015.

Al-Hussein, insieme a un certo numero di Stati membri dell’Ue, aveva chiesto un’indagine internazionale sulle violazioni dei diritti sauditi in Yemen. Tuttavia, il Consiglio per i diritti delle Nazioni Unite ha preferito un compromesso con l’Arabia Saudita ed ha rifiutato di aprire un’inchiesta indipendente sui crimini di guerra in Yemen, adottando una risoluzione che chiede alle Nazioni Unite di fornire “assistenza tecnica sostanziale e consigli, anche nei settori di responsabilità e supporto legale”. La risoluzione invita l’Onu ad istruire i suoi investigatori “per completare il lavoro di indagine della Commissione Nazionale”, mentre questa documenta le violazioni dei diritti umani in Yemen.

Negli ultimi sviluppi in Yemen, il Movimento Houthi Ansarullah e il partito Generale del Popolo (Gpc) dell’ex presidente, Ali Abdullah Saleh, hanno creato le condizioni per la ripresa dei colloqui finalizzati a porre fine all’aggressione saudita contro il popolo yemenita.

I delegati Houthi e del Gpc in una dichiarazione all’Agenzia di stampa Saba hanno sostenuto che il presidente appoggiato dall’Arabia Saudita, Abd Rabbuh Mansur Hadi, deve andarsene e un accordo sulla presidenza deve essere raggiunto. “Eventuali colloqui o trattative da parte di delegati yemeniti devono essere a condizione che le Nazioni Unite offrano un piano di pace scritto e globale”, sostengono i delegati: “Se la proposta non include un accordo sulla nuova istituzione presidenziale, il piano di pace delle Nazioni Unite diventa solo una visione parziale e incompleta, che non può essere una base per la discussione”.

Il 7 agosto, i colloqui di pace mediati dall’Onu sul conflitto yemenita si sono conclusi in Kuwait senza un accordo. I negoziati tra i delegati del movimento Ansarullah e l’ex regime yemenita di Hadi erano iniziati il 21 aprile. Il 13 agosto, il parlamento dello Yemen ha tenuto la sua prima sessione nella capitale del paese, Sana’a. I parlamentari hanno votato all’unanimità alla guida del Paese il neo costituito “Supreme Political Council”, strappando il potere e la legittimità al presidente Abd Rabbih Manṣūr Hādī.

di Cristina Amoroso

La vittoria di Donald Trump, la fine delle dinastie


Dopo la vittoria di Trump, molti giornali aprono con il titolo ”America sotto shock”. Ovviamente è una contraddizione in termini, perchè proprio gli americani hanno preso questa decisione ed è stata quindi l’america a mostrare disaccordo con la linea predominante e di volere un taglio con il passato. Vediamo, al di là degli slogan della campagna elettorale, cosa rappresenta veramente la vittoria di Trump.
- di Patrizio Ricci per www.lplnews24.com -

Un estremista ineleggibile: è così che i media avevano descritto Trump per tutta la campagna elettorale americana. Addirittura in lizza era sceso anche il presidente Obama. Lo aveva fatto in maniera rozza. Aveva detto che se avesse vinto Trump, la stessa democrazia, avrebbe corso un serio pericolo.
Ma il timore in realtà non era per la democrazia ma che il progetto del ‘New Deal’, dell’impero mondiale, fosse messo in discussione. Perciò tutto l’establishment politico-militare-industriale ha cercato di indirizzare il voto, insinuando la paura tra gli elettori americani .

L’elezione di Hillary Clinton avrebbe significato la perpetuazione al potere dell’ establishment politico delle guerre in medioriente ed in Africa, responsabili della nuova guerra fredda tra gli Usa e la Russia. Avrebbe significato la perpetuazione dell’occupazione dei posti di potere da parte dei dirigenti delle multinazionali che hanno decuplicato i guadagni con le guerre, i sotterfugi e con le inique alleanze con gli imperi del terrorismo mondiale. Negli ultimi 25 anni, l’apparato industriale ha semplicemente spostato i suoi manger dalle aziende ai posti chiave dell’amministrazione Usa e viceversa. Da George Bush in poi, è stato privatizzato tutto, anche l’esercito tanto che la Helliburton e altre compagnie private sono diventate il secondo esercito degli Stati Uniti: lo scopo del profitto è stato messo al di sopra di tutto, anche della morale, della stessa costituzione, al di sopra dell’interesse del popolo americano.


Ma inaspettatamente non ha vinto la menzogna, non hanno vinto i giochi di prestigio. Trump giustamente ha detto durante la campagna elettorale “la nostra politica estera non vince lucrando di alcune offerte commerciali in più”. Hillary era la candidata ideale per le banche e per il sistema di potere che vive sui disastri e le ricostruzioni, che prospera sull’instabilità del medioriente. E’ per questo che questa mattina si è registrato un momentaneo crollo delle borse mondiali. La grande finanza che pospera sui disastri mostra così la propria meschinità: tutto era preparato, c’era solo l’incomodo del voto e nel voto democratico gli americani hanno mostrato il loro disaccordo. Vuol dire che il popolo americano non è così ingenuo: ha ritenuto che i temi proposti da Trump, come quello della revisione della politica estera , l’immigrazione controllata, non sono temi a cui è insensibile.

I media hanno prodotto una disinformazione grossolana. Hanno nascosto che la posta in gioco era la perpetuazione delle dinastie fuse con il potere militare-industriale e con i centri di potere che auspicano un impero mondiale a totale detrimento degli altri popoli e dei deboli. La disinformazione ha fatto invece passare il messaggio che Trump è un uomo razzista, misogino, anti-immigrati. Dietro queste critiche non sincere , si nasconde in realtà il fastidio per le critiche che Trump ha fatto al sistema che ha portato alla guerra in Iraq, in Libia ed in Siria e che ha portato gli Usa alla recessione che attualmente si accingeva a risolvere con ulteriori guerre con il rischio della terza guerra mondiale.

Sarà un cammino lungo e difficile. Trump troverà molte resistenze. Perché possa governare , tutto dipenderà dai suoi diretti collaboratori. Per questo, prima di ogni cosa, dovrà rimuovere dai posti chiave dell’amministrazione Usa molta gente che attualmente tiene in ostaggio il paese.



Sondaggisti stupidi o disonesti?


Da mesi ci dicevano che Trump non aveva alcuna possibilità, che tutti i sondaggi davano la Clinton vincente con ampio margine. Fino all’ultimo, fino a qualche giorno prima delle elezioni, nonostante la riapertura del caso della mail cancellate (prontamente richiuso: avevano già controllato centinaia di migliaia di documenti in 2-3 giorni?), le chance di vittoria erano sempre sfacciatamente per la Clinton:


Allora? Che pensare? Qualcuno diceva che “a pensar male si fa peccato, ma ci si azzecca“. Io, lo dico apertamente, penso che i sondaggi abbiano una finalità pubblicitaria: spingere le persone a votare per quello che è stato scelto a priori dall’establishment.

Lo so, faccio peccato: ma io penso male.

I migliori commenti da Facebook:

Se verrà confermata la vittoria di Trump, la grande sconfitta non sarà la Clinton, ma la verità giornalistica che per mesi ci ha dipinto un mondo che non c’era.

..almeno loro votano..Io ho un figlio di 22 anni, che ha visto cambiare tre o quattro governi nel suo paese ma non ne ha ancora votato uno. 
Pero’ quelli della sua eta’ sanno tutto sulle trivelle in mezzo ai mari..


DONALD TRUMP HA VINTO!
Ma chi HA PERSO in pratica?
HA PERSO la banda internazionale del Nuovo Ordine Mondiale composta da miliardari senza scrupoli che volevano conquistare il controllo dell’intero mondo, compresa l’Italia con la collusione dei nostri governanti, distruggendo la democrazia per sostituirla con una loro oligarchia di illuminati senza scrupoli sociali.. e la Clinton era la loro leader

Ha vinto Trump, il meno peggio, ma il fatto che l’abbia fatto contro tutti i media, gli apparati, le borse e una feroce campagna denigratoria mondiale, è un fatto sensazionale, che da speranza.
Ora, mentre godiamo inevitabilmente della cosa nn aspettiamoci miracoli e attenzione ai colpi di coda…
Grazie Renzi, ora facci godere tu!!

Da Renzi a Mughini, dagli Elkan ai De Benedetti, tutti i vassalli degli USA-padroni sono affranti… Su SKY sostengono di essere stati ‘equidistanti’ , ora tutti i ruffiani Piddino-KillerYani sono ai remi per tornare indietro , pronti a nuovi ordini che giungessero dai nuovi capi di Pentagono e Casa Bianca. 
Speriamo che Trump riesca a mantenere le sue promesse, sarebbe la fine del terrorismo e delle minacce di guerra alla Russia e alla Cina.
Noi e tutti gli altri stati europei (tranne i golpisti ucraini) abbiamo tutto da guadagnare da un recupero di sovranità nazionale e da una ridiscussione della NATO, strumento operativo per le guerre USA.

I bambini concepiti ringraziano.

La vera grande e buona notizia è il tracollo dell’establishment statunitense e mondiale. 
Trump, vincendo, ha sconfitto la quasi totalità dei media, larga parte del mondo hollywoodiano, la schiera compatta della cosiddetta cultura politicamente corretta, tutti gli ex presidenti viventi, una fetta rilevante del suo stesso partito, i vertici di Wall Street e le cancellerie straniere.
Insomma, il mondo come ci viene calato dall’alto. Un gigante dai piedi d’argilla.
Dopo Brexit, oggi. Gli americani come gli inglesi.
Mancano all’appello gli italiani: riusciremo a mandare via Renzi? Io voto NO

Fonte: Ingannati

Cresce la povertà sanitaria, sempre più famiglie non riescono a curarsi


RAPPORTO DEL BANCO FARMACEUTICO. IL FENOMENO COINVOLGE IL 6,1 PER CENTO DELLE FAMIGLIE ITALIANE (L’ANNO SCORSO ERANO IL 5,7). “LE FAMIGLIE CHE HANNO PROBLEMI AD AFFRONTARE LE CURE SANITARIE STANNO AUMENTANDO CON UN PASSO SUPERIORE DI QUANTO AUMENTI LA NOSTRA CAPACITÀ DI RISPONDERE A QUESTI BISOGNI”.


Cresce la povertà sanitaria in Italia: sono sempre di più, cioè, le persone che non hanno soldi per curarsi. Il fenomeno coinvolge il 6,1 per cento delle famiglie italiane (l’anno scorso erano il 5,7). In tutto 557mila persone, il 37 per cento in più rispetto al 2015. Lo dice il rapporto 2016 del Banco farmaceutico “Donare per curare. Povertà sanitaria e donazione di farmaci”,presentato oggi a Roma. Secondo i dati raccolti, nel 2016 è aumentata dell’8,3 per cento la richiesta di medicinali da parte dei 1.663 enti assistenziali sostenuti dall’organizzazione: in tutto, le confezioni di farmaci richieste in occasione della Giornata di raccolta (che si è svolta il 13 febbraio) sono state 994mila.

“Le famiglie che hanno problemi ad affrontare le cure sanitarie stanno aumentando con un passo superiore di quanto aumenti la nostra capacità di rispondere a questi bisogni – sottolinea Paolo Gradnick, presidente della Fondazione Banco farmaceutico onlus -. Serve quindi fare uno sforzo in più, serve un colpo di reni per fare un vero salto di qualità. L’auspicio è che i recenti provvedimenti adottati dal Parlamento per favorire la donazione dei farmaci di recupero risultino realmente efficaci. Le persone povere oggi in Italia dedicano il 60 per cento dei pochi soldi che hanno a disposizione per curarsi. Noi facciamo tutto quello che possiamo per aiutarli ma è importante anche che ci sia una reale semplificazione normativa”.Secondo il rapporto le persone povere destinano il 72,60 euro all’anno pro capite per compare farmaci ( in media se ne spendono 268,80), dunque quasi 6 euro di spesa su dieci finiscono in farmaci.

I problemi di accesso alle cure si fanno sempre più evidenti anche tra le organizzazioni che aiutano i più bisognosi, come sottolinea Monica Tola, di Caritas italiana. “Anche tra le persone che si rivolgono ai nostri sportelli di aiuto abbiamo registrato un incremento di interventi in ambito sanitario – afferma -. Molto spesso le persone arrivano al centro di ascolto senza esplicare il bisogno ma i nostri operatori riescono a intercettarlo”. Tra le cure a cui le famiglie non riescono a far fronte, spiccano quelle dentistiche e pediatriche. “Spesso le famiglie chiedono un prestito, anche al prestito della speranze della Cei, solo per poter curare i propri figli”. aggiunge.

Quest’anno il rapporto del Banco farmaceutico ha dedicato un intero capitolo ai migranti. “Oggi sta cambiando molto la popolazione migrante – sottolinea Silvano Cella, dell’Osservatorio sulla donazione dei farmaci -. Ci sono sempre più famiglie che fuggono da zone di conflitto con i figli minori. Abbiamo analizzato le patologie di cui soffrono. Per quanto riguarda i bambini le infezioni più frequenti sono quelle respiratorie e gastrointestinali, spesso legate anche alle condizioni alloggiative e di accoglienza. Mentre per gli adulti riscontriamo soprattutto malattie croniche e quelle endocrino-metaboliche”. (ec)

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