23 dicembre 2016

E’ il potere a fabbricare il terrore, ma il 30% non ci casca più


La Terza Guerra Mondiale? Ci siamo già dentro: ed è cominciata l’11 settembre del 2001, con l’attacco alle Torri Gemelle e quindi le invasioni dell’Afghanistan e dell’Iraq, Libia, Siria, Yemen. 
Da allora, solo guerra. Non c’è davvero altro modo per definire lo scenario di inarrestabile e devastante destabilizzazione globale, con milioni di morti e popoli in fuga, in un’aera vastissima: dall’Asia Centrale al Medio Oriente, all’Africa, fino al terrorismo finto-islamista che minaccia l’Europa. La buona notizia – l’unica – è che un 20-30% dell’umanità di sta “risvegliando”, e ha capito che non si può più fidare del sistema mainstream, politico e finanziario, economico e mediatico. E’, in sintesi, la visione fornita in questi giorni da Fausto Carotenuto, già analista strategico dei servizi segreti italiani, ora animatore del network “Coscienze in Rete”, che diffonde contro-informazione con particolare attenzione al profilo invisibile, anche “spirituale”, degli avvenimenti. La tesi: una piramide “nera” di potere fomenta la paura e l’odio, in ogni parte del mondo, per generare altra paura e altro odio, in una spirale senza fine.

Nel corso di una lunga intervista radiofonica a “Forme d’Onda”, trasmissione web-radio, Carotenuto espone il suo pensiero in termini anche estremamente sintetici: la guerra in Siria non è che l’ultimo capitolo della grande guerra ultra-decennale contro i regimi “laici” dell’area islamica, da quello di Saddam a quello di Gheddafi. Lo strumento-cardine del “potere nero”? Il cosiddetto fondamentalismo jihadista, ieri Al-Qaeda e oggi Isis. «Tutte creazioni dell’intelligence occidentale, che ha obbligato le monarchie del Golfo – a loro volta, una creazione occidentale, recente e precaria – ad appoggiare, finanziare e armare i tagliagole dello Stato Islamico», facendo esplodere di colpo – in parallelo – anche la tradizionale rivalità tra sunniti e sciiti. Movente fondamentale: «Costruire un nuovo, grande nemico, chiaramente percepito come tale, capace di rimpiazzare il “nemico pubblico” del passato, l’Unione Sovietica». Secondo Carotenuto, «l’Occidente non impiegherebbe più di 15 giorni a sbaragliare l’Isis, ma non lo fa: perché è una sua creazione». L’obiettivo è semplice: demolire ogni residua sovranità statale e regionale oltre il Mediterraneo, e – in Europa – convincere i cittadini che dovranno accettare necessarie restrizioni, dovendo fronteggiare un nemico pericoloso, crudele, folle.


«Essendo impossibile “fabbricare” un nemico anche solo lontanamente paragonabile all’Unione Sovietica, per potenziale strategico e militare – continua Carotenuto – si è scelta l’opzione più comoda, quella del terrorismo, ripescando dall’immaginario collettivo l’antica eredità delle Crociate, lo schema “cristianità contro Islam”». Suggestioni storiche ma soprattutto terrorismo, dunque: un’arma “low cost”, invisibile ma onnipresente, che può colpire a Damasco o a Parigi, «in questo caso, magari, per dimostrare – mettendo in piazza la strana inefficienza degli apparati di sicurezza francesi – la necessità di un super-Stato gendarme, ovviamente europeo, che sequestri ogni restante potere democratico nazionale». Geopolitica e terrore. E’ la tecnica del caos, quella della strategia della tensione già usata in passato, in Italia: anche allora,
quando c’erano le Brigate Rosse, tanti giovani inconsapevoli sono stati manipolati, per un causa che credevano loro, ma che invece faceva parte di un disegno eterodiretto che aveva il medesimo scopo, incutere paura e legittimare i governanti al potere».

Il grande obiettivo, per Carotenuto, è sempre lo stesso: impedire che si risvegli la coscienza. «Se uno “dorme”, resta nelle sue abitudini di consumo e continua a fidarsi di quello che i media gli raccontano, si abituerà a sopravvivere passando da un’emergenza all’altra, senza mai vedere che il nemico, quello vero, non è lontano da noi – e non è ovviamente musulmano». Nonostante tutto, Carotenuto scommette sul futuro: «C’è almeno un 20-30% dell’umanità che si sta letteralmente risvegliando alla verità e non cade più nell’inganno. Per questo, probabilmente, assistiamo a tanta violenza: i dominus hanno capito di averci già perso, e puntano a spaventare gli altri, quelli che “dormono” ancora. Ma è del tutto evidente che la tendenza non è a loro favore: i “risvegli” sono destinati a crescere».



15 anni dopo l’11/9: sulla fisica dei crolli dei grattacieli


Un articolo di scienziati e ingegneri spiega perché ci sono prove schiaccianti sul fatto che l’11 settembre 2001 per le Tre Torri ci fu una demolizione controllata.

L’11 settembre 2001, il mondo ha assistito al crollo totale di tre grandi grattacieli in acciaio. Da allora, gli scienziati e gli ingegneri stanno lavorando per capire perché e come questi disastri strutturali senza precedenti si sono verificati.

di Steven Jones, Robert Korol, Anthony Szamboti e Ted Walter.
Nota della Redazione di Europhysics News*

«Questo pezzo è un po’ diverso dai nostri soliti articoli puramente scientifici, in quanto contiene alcune congetture. Tuttavia, data la tempistica e l’importanza della questione, riteniamo che questo articolo sia sufficientemente tecnico e interessante da meritare la pubblicazione per i nostri lettori. Ovviamente, la responsabilità del contenuto di questo articolo è in capo agli autori.»

* Europhysics News è la rivista della comunità dei fisici europei. È posseduta dalla European Physical Societye prodotta in cooperazione con EDP Sciences. È distribuita a tutti i soci individuali e a numerosi abbonati istituzionali. È distribuita in 25mila copie per numero.


Nell’agosto del 2002, il National Institute of Standards and Technology (NIST) ha lanciato quella che sarebbe diventata un’indagine lunga sei anni sui tre disastri costruttivi che si sono verificati l’11 settembre 2001 (11/9): i ben noti crolli delle Torri Gemelle del World Trade Center (WTC) avvenuti quella mattina e il meno conosciuto crollo avvenuto nel tardo pomeriggio, quello dell’Edificio 7 del World Trade Center, di 47 piani, che non era stato colpito da un aeroplano. Il NIST ha condotto la sua indagine basata sulla premessa dichiarata che «le Torri e l’Edificio 7 del WTC [erano] gli unici casi noti di collasso strutturale totale di grattacieli presso i quali gli incendi avessero avuto un ruolo significativo». In effetti, né prima né dopo l’11/9 degli incendi hanno mai causato il crollo totale di un grattacielo in acciaio, né lo ha fatto un qualsiasi altro evento naturale, con l’eccezione del terremoto del 1985 di Città del Messico, che rovesciò un edificio per uffici di 21 piani. In alternativa, l’unico fenomeno in grado di far crollarecompletamente tali edifici è stato tramite una procedura nota come demolizione controllata, nella quale esplosivi o altri dispositivi sono utilizzati per abbattere una struttura in modo intenzionale.

Sebbene il NIST abbia infine concluso dopo diversi anni di indagine che tutti e tre i crolli dell’11/9 erano principalmente dovuti a incendi, quindici anni dopo l’evento un numero crescente di architetti, ingegneri e scienziati rimangono non convinti da questa spiegazione.

Prevenire i disastri dei grattacieli

I grattacieli in acciaio hanno subito incendi di grandi dimensioni senza dover subire il crollo totale per quattro motivi principali:

1) Gli incendi tipicamente non sono abbastanza caldi né durano abbastanza a lungo in ciascuna singola area da generare abbastanza energia in grado di riscaldare i grandi elementi strutturali fino al punto in cui cedano (la temperatura alla quale l’acciaio strutturale perde abbastanza forza da cedere dipende dal fattore di sicurezza utilizzato in fase di progettazione. Nel caso del WTC 7, per esempio, il fattore di sicurezza era generalmente pari a 3o superiore. Qui, si sarebbe dovuto perdere il 67% della forza per farne derivare il cedimento, il che avrebbe richiesto che l’acciaio venisse riscaldato sino a circa 660 °C);

2) La maggior parte dei grattacieli hanno sistemi antincendio di soppressione (spruzzatori d’acqua), che impediscono ulteriormente a un incendio di rilasciare energia sufficiente a riscaldare l’acciaio fino a uno stato critico di cedimento;

3) Gli elementi strutturali sono protetti da materiali ignifughi, che sono progettati per impedire loro di raggiungere temperature di cedimento entro periodi di tempo specificati;

4) i grattacieli in acciaio sono progettati per esseresistemi strutturali altamente ridondanti. Pertanto, se si verifica un cedimento localizzato, esso non finisce per causare un crollo sproporzionato dell’intera struttura. Nel corso della storia tre grattacieli in acciaio sono noti per aver subito crolli parziali a causa di incendi; nessuno di questi ha portato a un crollo totale. Innumerevoli altri grattacieli con struttura in acciaio hanno sperimentato grandi incendi di lunga durata senza subire un crollo né parziale né totale (vedi, per esempio, le figure 1A e 1B) [1].


FIG. 1: Il WTC 5 è un esempio di come i grattacieli con struttura in acciaio si comportano tipicamente durante incendi di grandi dimensioni. È bruciato per più di otto ore, l’11 settembre 2001, e non ha subito un crollo totale (Fonte: FEMA).




FIG. 2: Il WTC 7 è caduto in modo simmetrico e con accelerazione in caduta libera per un periodo di 2,25 secondi durante il suo crollo (Fonte: NIST).

Oltre a resistere ai sempre presenti carichi gravitazionali e agli incendi occasionali, i grattacieli devono essere progettati per resistere a carichi generati durante altri casi: in particolare, forti venti e terremoti estremi. Progettare per i fenomeni di venti forti e per gli eventi sismici richiede principalmente che la struttura abbia la capacità di resistere a carichi laterali, che generano sollecitazioni sia di trazione che di compressione nelle colonne, dovute alla flessione, Le seconde poi vanno combinate con sollecitazioni di compressione indotte dalla gravità dovute ai carichi verticali. Solo quando l’acciaio è diventato diffusamente prodotto in quantità industriale è stata raggiunta la capacità di resistere a grandi carichi laterali e la costruzione di grattacieli è diventata possibile. L’acciaio è sia molto forte che duttile, il che gli permette di resistere alle sollecitazioni di trazione generate dai carichi laterali, a differenza dei materiali fragili, come il calcestruzzo, che sono deboli in tensione. Sebbene il calcestruzzo venga oggi usato in alcuni grattacieli, il rinforzo in acciaio è necessario praticamente in tutti i casi.

Per consentire la resistenza dei carichi laterali, i grattacieli sono spesso progettati in modo tale che la percentuale di carico delle loro colonne usata per carichi verticali è relativamente bassa. Le colonne esterne delle Torri Gemelle, ad esempio, utilizzavano solo circa il 20% della loro capacità di sopportare carichi verticali, lasciando un ampio margine per i carichi laterali supplementari che si verificano in presenza di venti forti ed eventi sismici [2].

Poiché gli unici carichi presenti durante l’11/9 dopo l’impatto degli aerei erano la gravità e il fuoco (non c’erano forti venti quel giorno), molti ingegneri sono rimasti sorpresi per il fatto che le Torri Gemelle siano crollate completamente. Le torri, infatti, erano state progettate specificamente per resistere all’impatto di un aereo di linea, come spiegò l’ingegnere strutturale capo, John Skilling, in un’intervista al Seattle Times a seguito dell’attentato con bomba del 1993 al World Trade Center: «La nostra analisi ha indicato che il problema più grande sarebbe il fatto che tutto il carburante (dall’aereo) verrebbe riversato all’interno dell’edificio. Ci sarebbe un incendio terribile. Parecchia gente rimarrebbe uccisa», dichiarò, ma aggiunse: «La struttura dell’edificio sarebbe ancora lì.» Skilling proseguì dicendo che non riteneva che una singola auto bomba da 200 libbre [90 kg] riuscirebbe a buttare giù né a fare gravi danni strutturali a ciascuna delle Torri Gemelle. «Tuttavia», aggiunse, «Non sto dicendo che degli esplosivi appropriatamente applicati – cariche cave – di una tale magnitudine non possano fare una quantità enorme di danni …. Immagino che se si disponesse del massimo esperto in questo tipo di lavoro e gli si desse l’incarico di demolire questi edifici con esplosivi, scommetterei che ce la farebbe». In altre parole, Skilling riteneva che l’unico meccanismo che avrebbe potuto far crollare le Torri Gemelle era una demolizione controllata.

Tecniche di demolizione controllata

La demolizione controllata non è una pratica nuova. Per anni era prevalentemente attuata con gru che facevano dondolare pesanti palle di ferro per rompere semplicemente degli edifici in piccoli pezzi. Di tanto in tanto, c’erano strutture che non potevano essere demolite in questo modo. Nel 1935, le due torri Sky Ride, alte 191 metri, della Esposizione universale del 1933 a Chicago sono state demolite con 680 kg di termite e 58 kg di dinamite.

La termite è un incendiario contenente un combustibile fatto di polvere metallica (di solito alluminio) e di un ossido di metallo (di solito ossido (III) di ferro o “ruggine”). Alla fine, quando ci furono a sufficienza grandi edifici in acciaio e muratura che dovevano essere abbattuti in modo più efficiente ed economico, l’uso di cariche cave di taglio è diventato la norma. Poiché le cariche cave hanno la capacità di concentrare l’energia esplosiva, possono essere collocate in modo da tagliare diagonalmente le colonne in acciaio in modo rapido e affidabile. In generale, la tecnica usata per demolire grandi edifici implica il tagliare le colonne di una superficie sufficiente dell’edificio per far sì che la porzione integra sopra quella zona cada e schiacci sé stessa nonché qualsiasi cosa rimanga sotto di essa.

Questa tecnica può essere realizzata in un modo ancora più sofisticato, fissando una successione di tempi in cui le cariche esplodano in sequenza in modo che le colonne più vicine al centro vengano distrutte prima. Il cedimento delle colonne interne crea all’esterno una spinta verso l’interno e causa il fatto che la maggior parte dell’edificio sia trascinato verso l’interno e verso il basso mentre i materiali vengono schiacciati, mantenendo così i materiali frantumati entro un’area in qualche modo alquanto limitata, spesso addirittura all’interno della «impronta» dell’edificio. Questo metodo viene spesso definito come «implosione».




FIGURA. 3: il frame finale del modello computerizzato del WTC 7 a cura del NIST mostra grandi deformazioni verso l’esterno niente affatto osservate nei video (Fonte: NIST)

Il caso del WTC 7

Il crollo totale del WTC 7 alle ore 17:20 dell’11/9, mostrato in fig. 2, è degno di nota perché ha ben esemplificato tutte le caratteristiche che suggellano un’implosione: l’edificio è precipitato in caduta libera assoluta per i primi 2,25 secondi della sua discesa su una distanza di 32 metri ovvero otto piani [3].

Il suo passaggio dalla stasi alla caduta libera è stato improvviso, accadendo in circa mezzo secondo. È caduto simmetricamente verso il basso. La sua struttura in acciaio è stata quasi completamente smembrata e depositata in gran parte all’interno dell’impronta dell’edificio, mentre la maggior parte del suo cemento è stata polverizzata in minuscole particelle. Infine, il crollo è stato rapido, essendosi verificato in meno di sette secondi. Data la natura del crollo, qualsiasi indagine aderente al metodo scientifico avrebbe seriamente preso in considerazione l’ipotesi della demolizione controllata, quando non avrebbe addirittura iniziato con essa. Invece, il NIST (così come la Federal Emergency Management Agency (FEMA), che aveva condotto uno studio preliminare prima dell’indagine NIST) ha iniziato con la conclusione predeterminata secondo cui il crollo fu causato dagli incendi. Cercare di dimostrare questa conclusione predeterminata era apparentemente difficile. Lo studio di nove mesi della FEMA si è concluso dicendo che «le specifiche degli incendi nel WTC 7 e il modo in cui essi hanno causato il crollo dell’edificio rimangono ignoti in questo momento. Sebbene il carburante diesel totale nei locali contenesse un’enorme energia potenziale, l’ipotesi più accreditata ha solo una bassa probabilità che si verifichi». Il NIST, nel frattempo, dovette rimandare il rilascio della sua relazione sul WTC 7 da metà 2005 al novembre 2008. Ancora nel marzo 2006, dell’investigatore capo del NIST, il Dr. Shyam Sunder, si registrava questa dichiarazione: «In verità, io non lo so davvero. Abbiamo avuto difficoltà a capirci qualcosa sull’Edificio numero 7».

Per tutto il tempo, il NIST era irremovibile nell’ignorare la prova che confliggeva con la sua conclusione predeterminata.

L’esempio più notevole è stato il suo tentativo di negare che il WTC 7 avesse subito una caduta libera. Quando venne pressato su questa materia nel corso di una conferenza tecnica, il dottor Sunder respinse l’obiezione dicendo: «[un] periodo a caduta libera consisterebbe in un oggetto che non ha componenti strutturali sottostanti.» Ma nel caso del WTC 7, affermò, «c’era una resistenza strutturale che veniva assicurata». Solo dopo essere stato sfidato da un insegnante di fisica delle superiori, David Chandler, e dal professore di fisica Steven Jones (uno degli autori di questo articolo), che avevano misurato la caduta in un video, il NIST ammise un periodo di 2,25 secondi di caduta liberanella sua relazione finale.

Eppure il modello computerizzato del NIST non mostra tale intervallo di caduta libera, né il NIST tenta di spiegare in che modo il WTC 7 non avrebbe potuto avere «nessuna componente strutturale sottostante» per ben otto piani. Invece, il rapporto finale del NIST fornisce uno scenario contorto che implica un meccanismo di rottura senza precedenti: ossia la dilatazione termica delle travi del piano che spingono via dalla sua sede una trave adiacente. Il presunto distacco di questa trave ha quindi presumibilmente causato una cascata di otto piani di cedimenti dei pavimenti, che, combinati con il cedimento di altre due connessioni delle travi – anch’esso legato alla dilatazione termica – ha lasciato una colonna fondamentale senza supporto lungo nove piani, facendo sì che la colonna si deformasse. Questo cedimento di una sola colonna presumibilmente innescò il crollo dell’intera struttura interna, lasciando l’esterno non supportato come un guscio vuoto. Presumibilmente le colonne esterne a quel punto si piegarono lungo un intervallo di due secondi e l’intera parte esterna cadde in simultanea come una sola unità [3].

Il NIST è stato in grado di arrivare a questo scenario solo omettendo o travisando caratteristiche strutturali critiche nella sua modellazione al computer [4].

La correzione anche di uno solo di questi errori rendel’avviamento del crollo raffigurato dal NIST indiscutibilmente impossibile.

Eppure, anche in presenza degli errori di partenza che risultavano favorevoli alla sua conclusione predeterminata, il modello computerizzato del NIST (vedi Fig. 3) non riesce a replicare il crollo osservato, mostrando invece grandi deformazioni verso l’esterno che non sono affatto osservate nei video e che non mostrano invece nessun intervallo di caduta libera. Inoltre, il modello termina, senza alcuna spiegazione, in meno di due secondi, all’interno di un collasso di sette secondi. Purtroppo, la modellazione computerizzata del NIST non può essere verificata in modo indipendente poiché il NIST ha rifiutato di rilasciare una gran parte dei suoi dati di modellazione sulla base del fatto che così facendo «potrebbe mettere a repentaglio la sicurezza pubblica».


Il caso delle Torri Gemelle

Mentre il NIST ha cercato di analizzare e modellare il crollo del WTC 7, non lo ha fatto nel caso delle Torri Gemelle. Secondo le stesse parole del NIST, «L’obiettivo dell’indagine era la sequenza degli eventi dal momento dell’impatto dell’aereo fino all’inizio del collasso per ciascuna torre … Questa sequenza è indicata come la “probabile sequenza del crollo”, ancorché ricomprenda ben poca analisi del comportamento strutturale della torre dopo che le condizioni per l’inizio del crollo sono state raggiunte e il crollo diventava inevitabile» [5].

Pertanto, il rapporto definitivo sul crollo delle Torri Gemelle non contiene alcuna analisi del motivo per cui le loro parti inferiori non siano riuscite ad arrestare o addirittura rallentare la discesa delle sezioni superiori – che il NIST ammette siano «venute giù sostanzialmente in caduta libera» [5-6] – né spiega i vari altri fenomeni osservati durante i crolli. Quando un gruppo di firmatari ha presentato una richiesta formale di correzione chiedendo al NIST di effettuare tale analisi, il NIST ha replicato che non riusciva «a fornire una spiegazione esauriente del crollo totale», perché «le modellazioni computerizzate non [erano] in grado di convergere su una soluzione». Tuttavia, il NIST fece una cosa, nel tentativo di giustificare la sua affermazione sul fatto che i piani inferiori non sarebbero stati in grado di arrestare né rallentare la discesa delle sezioni superiori in un crollo guidato dalla forza di gravità. A pagina 323 del documento NCSTAR 1-6, il NIST ha citato un articolo di un professore di ingegneria civile, Zdeněk Bazant, e del suo studente laureato Yong Zhou, che era stato pubblicato nel gennaio 2002 [7], che, secondo il NIST, «ha affrontato la questione del perché si sia verificato un crollo totale» (come se quella domanda fosse naturalmente al di fuori della portata della propria indagine). Nel loro documento, Bazant e Zhou sostennero che ci sarebbe stato un colpo potentequando la parte superiore in caduta impattò sulla sezione inferiore, causando un carico amplificato sufficiente per avviare la deformazione nelle colonne. Sostennero inoltre che l’energia gravitazionale sarebbe corrisposta a 8,4 volte la capacità di dissipazione di energia delle colonne durante la deformazione. Negli anni successivi, i ricercatori hanno misurato la discesa della sezione superiore della WTC 1 (la Torre Nord, ndt) e hanno scoperto che non ha mai subito una decelerazione: cioè non vi fu alcun potente colpo improvviso [8-9].

Dei ricercatori hanno anche criticato l’uso da parte di Bazant dell’accelerazione di caduta libera lungo la prima fase del crollo, quando le misurazioni mostrano in realtà che corrispondeva a circa la metà dell’accelerazione di gravità[2].

Dopo la caduta per un piano, le misurazioni mostrano una velocità di 6,1 m/s anziché la velocità di 8,5 m/s che avrebbe causato la caduta libera. Questa differenza di velocità raddoppia in effetti l’energia cinetica, perché è una funzione del quadrato della velocità.

Inoltre, i ricercatori hanno dimostrato che la massa di 58×106kg che Bazant ha utilizzato per la massa della sezione superiore era il carico massimo del progetto, non l’effettivo carico di servizio pari a 33?106 kg [10].

Insieme, questi due errori ingigantirono l’energia cinetica della massa in caduta di 3,4 volte. Inoltre, è stato dimostrato che la capacità di dissipazione dell’energia delle colonne utilizzata da Bazant era almeno 3 volte troppo bassa [2].

Nel gennaio 2011 [11] Bazant e un altro suo studente laureato, Jia-Liang Le, hanno tentato di respingere la critica sulla mancanza di decelerazione sostenendo che ci sarebbe stata una perdita di velocità pari ad appena circa il 3%, che sarebbe stata troppo piccola per poter essere osservata, data la risoluzione della fotocamera. Bazant e Le hanno inoltre sostenuto che la perdita di velocità della conservazione della quantità di moto sarebbe stata solo dell’1,1%. Tuttavia, sembra che Le e Bazant abbiano erroneamente utilizzato una massa della sezione superiore pari a 54,18?106 kg e una massa del piano impattato di soli 0,627?106 kg, che contraddiceva la massa del piano di 3,87?106 kg che Bazant aveva usato nei documenti precedenti. La prima massa del piano è rappresentativa solamente della soletta in cemento, mentre la seconda massa del piano comprende tutti gli altri materiali presenti su quel piano. Il solo correggere questo dato aumenta la perdita della velocità della conservazione della quantità di moto di oltre 6 volte, fino a un valore del 7,1%. Inoltre, la dissipazione dell’energia della colonna si è dimostrata essere molto più significativa rispetto a quanto accampato da Bazant. I ricercatori hanno conseguentemente fornito dei calcoli che dimostrano che un crollo naturale sopra un piano non solo rallenta, ma in realtà si arresterebbe dopo uno o due piani di caduta (vedi Fig. 4) [2, 10].




FIGURA 4: Il grafico qui sopra [10] mette a confronto la misurazione di David Chandler [9] della velocità della linea del tetto del WTC 1 con il calcolo errato di Bazant [11] e con i calcoli di Szamboti e Johns con l’utilizzo di valori di input corretti per la massa, l’accelerazione attraverso il primo piano, la conservazione della quantità di moto, e il momento plastico (il momento flettente massimo che una sezione strutturale può sopportare). I calcoli mostrano che – in assenza di esplosivi – la sezione superiore del WTC 1 si sarebbe arrestata dopo essere caduta per due piani (fonte: Rif. [10]).

Altre prove inesplicate

La meccanica del crollo di cui sopra è solo una frazione delle prove disponibili che indicano che gli impatti aerei e gli incendi che ne derivarono non hanno causato il crollo delle Torri Gemelle. Dei video dimostrano che la parte superiore di ciascuna torre si disintegrò entro i primi quattro secondi del crollo. Dopo quel punto, nemmeno un video mostra le sezioni superiori che si è supposto siano discese fino a terra prima di essere schiacciate. Video e fotografie mostrano anche numerose scariche ad alta velocità di detriti che vengono espulsi da sorgenti puntiformi (vedi Fig. 5).




FIGURA 5: Scariche ad alta velocità di detriti, dette anche “squibs”, furono espulse da sorgenti puntiformi nel WTC 1 e WTC 2, così come da un tratto da 20 a 30 piani più in basso del fronte del crollo (Fonte: Noah K. Murray).

Il NIST li definisce come “sbuffi di fumo”, ma non riesce ad analizzarli in modo appropriato [6]. Il NIST non fornisce una spiegazione nemmeno per la polverizzazione a mezz’ariadella maggior parte del calcestruzzo delle torri, losmembramento quasi totale dei telai in acciaio, né l’espulsione di tali materiali fino a 150 metri in tutte le direzioni. Il NIST aggira la questione della presenza ben documentata di metallo fuso in tutto il campo di detriti e afferma che il metallo arancione fuso che si è visto colare fuori dal WTC 2 per sette minuti prima del crollo fosse alluminio proveniente dall’aeroplano combinato con materiali organici (vedi Fig. 6) [6].


FIGURA 6: Il metallo fuso è stato visto colare fuori dal WTC 2 ininterrottamente per i sette minuti che precedono il suo crollo (Fonti: WABC-TV, NIST).

Eppure degli esperimenti hanno dimostrato che l’alluminio fuso, anche in miscela con materiali organici, ha un aspetto argenteo: il che suggerisce che il metallo fuso arancione fosse invece emanato da una reazione con la termite utilizzata per indebolire la struttura [12].

Nel frattempo, del materiale nano-termitico che non ha subito reazione è stato da allora scoperto in diversi campioni indipendenti di polvere del WTC [13].

Per quanto riguarda ciò che hanno riferito i testimoni oculari, di circa 156 testimoni, tra cui 135 primi soccorritori, sono stati documentati degli interventi in cui hanno affermato di aver visto, sentito, e/o percepito esplosioni prima e/o nel corso dei crolli [14].

Che le Torri Gemelle siano state abbattute con esplosivi sembra essere stata l’opinione prevalente iniziale tra la maggior parte dei primi soccorritori. «Ho pensato che stesse esplodendo, in realtà», ha dichiarato John Coyle, un comandante dei vigili del fuoco. «Ciascuno credo che a quel punto ancora pensasse che queste cose siano state fatte saltare» [15].

Conclusione

Vale la pena ripetere che gli incendi non hanno mai causato il crollo totale di un grattacielo in acciaioprima o dopo l’11/9.

Abbiamo dunque assistito a un evento senza precedenti per ben tre volte distinte l’11 settembre 2001? Le relazioni del NIST, che hanno tentato di sostenere questa conclusione improbabile, non riescono a convincere un numero crescente di architetti, ingegneri e scienziati. Al contrario, le prove sono schiaccianti in favore della conclusione secondo cui tutti e tre gli edifici sono stati distrutti con demolizione controllata. Date le implicazioni di vasta portata, è moralmente imperativo che questa ipotesi sia oggetto di un’indagine veramente scientifica e imparziale da parte delle autorità competenti.

Gli autori

Steven Jones è un ex professore ordinario di fisica alla Brigham Young University. I suoi principali interessi di ricerca sono stati nei settori della fusione, dell’energia solare, e dell’archeometria. È autore o co-autore di svariati articoli che documentano le prove di temperature estremamente elevate durante la distruzione del World Trade Center e le prove della presenza nella polvere del WTC di materiale nano-termitico che non ha subito reazione.

Robert Korol è professore emerito di ingegneria civile alla McMaster University dell’Ontario, Canada, ed è inoltre membro della Canadian Society for Civil Engineering e dell’Engineering Institute of Canada. I suoi principali interessi di ricerca sono stati nei settori della meccanica strutturale e delle strutture in acciaio. Più di recente, ha intrapreso una ricerca sperimentale sulla resistenza post-cedimento di colonne in acciaio a forma di H e nell’assorbimento di energia associata con la polverizzazione di pavimenti in calcestruzzo.

Anthony Szamboti è un ingegnere di progettazione meccanica con oltre 25 anni di esperienza di progettazione strutturale nel settore aerospaziale e della comunicazione. Dal 2006, è stato autore o co-autore di una serie di documenti tecnici sui crolli dei grattacieli del WTC che sono stati pubblicati nel Journal of 9/11 Studiese nell’International Journal of Protective Structures.

Ted Walter è il direttore della strategia e sviluppo per Architects & Engineers for 9/11 Truth (AE911Truth), un’organizzazione no-profit che rappresenta oggi oltre 2.500 architetti e ingegneri. Nel 2015, è stato autore del saggio dell’AE-911Truth Beyond Misinformation: What Science Says About the Destruction of World Trade Center Buildings 1, 2, and 7 (trad.: “Oltre la Disinformazione: ciò che la scienza dice a proposito della distruzione del World Trade Center Edifici 1, 2 e 7″). Ha conseguito un Master in Public Policy presso la University of California, Berkeley.

Riferimenti e note


[2] G. Szuladziński and A. Szamboti and R. Johns, International Journal of Protective Structures 4, 117 (2013).




[6] NIST: Questions and Answers about the NIST WTC Towers Investigation (Updated September 19, 2011).

[7] Z. Bazant, Y. Zhou, Yong, Journal of Engineering Mechanics 128, 2 (2002).

[8] A. Szamboti and G. MacQueen, The Missing Jolt: A Simple Refutation of the NIST-Bazant Collapse Hypothesis, Journal of 9/11 Studies (April 2009).

[9] D. Chandler, The Destruction of the World Trade Center North Tower and Fundamental Physics, Journal of 9/11 Studies (February 2010).

[10] A. Szamboti and R. Johns, ASCE Journals Refuse to Correct Fraudulent Paper Published on WTC Collapses, Journal of 9/11 Studies (September 2014).

[11] J.-L. Le and Z. Bazant, Journal of Engineering Mechanics 137, 82 (2011).

[12] S. Jones, Why Indeed Did the WTC Buildings Collapse Completely? Journal of 9/11 Studies (September 2006).

[13] N. Harrit et al., Open Chemical Physics Journal (April 2009).

[14] G. MacQueen, Eyewitness Evidence of Explosions in the Twin Towers, Chapter Eight, The 9/11 Toronto Report, Editor: James Gourley (November 2012).

[15] Fire Department of New York (FDNY): World Trade Center Task Force Interviews, The New York Times (October 2001 to January 2002).



Traduzione per Megachip a cura di Pino Cabras.


21 dicembre 2016

Consiglio di Stato: lobby LGBT contro il giudice Deodato


Chiunque dica la verità sul matrimonio gay, ovvero che non è un matrimonio, viene inesorabilmente colpito dalla Gaystapo. E non importa se la vittima questa volta è un magistrato, colpevole solo di aver applicato la legge italiana.

Ieri abbiamo riferito della pronuncia con cui il Consiglio di Stato ha dichiarato illegali e illegittime le trascrizioni di matrimoni omosessuali contratti all’estero da parte di alcuni Comuni, tra cui Roma. In pratica, bene hanno fatto i prefetti ad annullare tali fantasiose e propagandistiche messe in scena.

Nel giro di poche ore, è scoppiata una violenta polemica. La Repubblica infatti riporta tutti gli attacchi rivolti contro il giudice Carlo Deodato, relatore della sentenza, in particolare quelli degli gli avvocati di Avvocatura per i diritti Lgbti Rete Lenford.

Come ha fatto subito notare sul suo profilo Facebook anche Mario Adinolfi, le lobby Lgbt contestano la fede cattolica di Deodato. Che, a quanto pare, su twitter pubblica addirittura i post delle Sentinelle in Piedi. Un pericoloso integralista indegno di rivestire la carica che detiene.

“La sentenza è collegiale, invece vedo che attaccano solo me – si è difeso Deodato – ho solo applicato la legge in modo a-ideologico e rigoroso, lasciando fuori le convinzioni personali che non hanno avuto alcuna influenza”.

Immancabile la protesta di Franco Grillini, presidente di Gaynet ed esponente storico della comunità Lgbt italiana: “È un simpatizzante di Comunione e Liberazione e nel suo profilo Facebook pubblicizza link e si schiera con le iniziative delle Sentinelle in piedi”, per cui “è mancata la terzietà e va quindi rivista la sentenza affidando il procedimento ad un giudice terzo”. Quindi se un magistrato ha delle idee non conformi a quelle di Arcigay, è giusto mettere in dubbio una decisione del Consiglio di Stato?

A difendere Deodato è intervenuto il capogruppo della Lega alla Camera,Massimiliano Fedriga, che ha bollato come “vergognoso” l’attacco al giudice, reo solo di aver emanato una sentenza “conforme alla legge dello Stato”.

La presidente-portavoce di Rete Lenford, Maria Grazia Sangalli, ha annunciato che, contro la sentenza, gli avvocati del network presenteranno ricorso alla Corte europea di Strasburgo per i diritti dell’uomo.

Vedremo come si svilupperà la vicenda. Ma qui il clima inizia a farsi pesante. Si respira davvero una brutta aria. La libertà viene meno ogni giorno di più. Da oggi sappiamo che per la Gaystapo chiunque si occupi di giustizia e annessi non può essere cattolico e non può avere idee ben precise in tema di famiglia e vita. O appoggi il matrimonio gay o ti bandiamo dalla vita pubblica e defenestriamo da ogni carica istituzionale.

Non è più tempo di tentennare. Chi ha a cuore la verità e la propria libertà deve reagire. Noi lo stiamo facendo. Tutta la nostra solidarietà a Carlo Deodato.

Fonte: ProLife News

Diritti umani



“Non so se ci si rende conto sino a che punto la Dichiarazione Universale rappresenti un fatto nuovo nella storia, in quanto per la prima volta nella storia un sistema di principi fondamentale della condotta umana è stato liberamente ed espressamente accettato, attraverso i loro rispettivi governi, dalla maggior parte degli uomini viventi sulla terra”.(Norberto Bobbio)

Introduzione

Sono, in sostanza, i diritti fondamentali, universali, inviolabili, indisponibili, indivisibili e interdipendenti di ogni persona:
· Fondamentali. Diritti alle libertà fondamentali civili, politiche, sociali, economiche, culturali.
· Universali. Non vi è distinzione tra gli esseri umani per razza, colore della pelle, sesso, lingua, religione, opinione politica, origine nazionale o sociale, ricchezza, nascita o altra condizione.
· Inviolabili. Nessun essere umano può essere privato.
· Indisponibili. Nessuno può rinunciare, neppure volontariamente.
· Indivisibili e interdipendenti. Non c’è gerarchia tra essi.

Nei documenti degli organismi internazionali – dall’ONU al Parlamento europeo – si usa correntemente l’espressione “diritti umani” (human rights, droits de l’homme, derechos humanos, droits de la persone) per indicare tutti i diritti e le libertà fondamentali della persona. L’espressione “diritti civili” è riduttiva perché si riferisce soltanto a quella categoria o parte di diritti fondamentali che fanno lo status del cittadino, non anche lo status della persona nella sua integralità.

Deve ritenersi che l’espressione “diritti umani” sia la più appropriata perché con essa:
a) si evita di discriminare, quanto meno lessicalmente, tra soggetti maschili e soggetti femminili;
b) ci si riferisce a tutte le categorie o generazioni di diritti finora riconosciuti – sia civili e politici sia economici, sociali, culturali – e a tutti i soggetti rilevanti – le persone, i popoli, le minoranze;
c) si sottolinea la portata trasformatrice, umanizzante appunto, dei processi indotti dal riconoscimento dei diritti fondamentali.

Storia

L’affermazione dei diritti umani è un percorso storico con radici lontane. Ur-Nammu, re di Ur creò ciò che si suppone sia il primo codice legale all’incirca nell’anno 2050 a.C. Numerosi altri corpi legislativi furono creati in Mesopotamia incluso il Codice di Hammurabi, (ca. 1780 a.C.) che è uno degli esempi meglio preservati di questo tipo di documenti. La Carta di Kourukan Fuga, vecchia di oltre settecento anni e redatta nel continente africano dagli antichi Mandè, sembrerebbe essere la prima Carta africana per i Diritti Universali dell’uomo. Ma è necessario attendere le Costituzioni francese e nordamericana della fine del 1700 per il passaggio dalla filosofia al diritto.

Voltaire, Rousseau, Kant ed i filosofi illuministi contribuirono in maniera determinante all’elaborazione delle idee di Libertè, Egalitè, Fraternitè.

Secondo Carola Carazzone siamo di fronte al rovesciamento del rapporto stato-cittadini che ha caratterizzato la formazione dello Stato moderno e al passaggio dalla priorità dei “doveri dei sudditi” alla priorità dei “diritti del cittadino”, ad un nuovo e diverso modo di intendere il rapporto politico: non solo dal punto di vista del sovrano, ma prevalentemente dal punto di vista del cittadino. Per la prima volta le aspirazioni etiche e morali vengono affermate in norme scritte.

Nelle prime Costituzioni nazionali i diritti umani diventano “diritti positivi” ma perdono l’universalità: sono diritti dell’uomo in quanto cittadino e non dell’uomo in quanto individuo, straniero o apolide.

Il 6 gennaio del 1941 il Presidente degli Stati Uniti Delano Roosevelt tenne al Congresso americano un discorso sulle quattro libertà fondamentali -libertà di parola, libertà di credo, libertà dal bisogno e libertà dalla paura- aprendo un percorso per la scrittura della Carta dell’Onu (1945). Attraverso la Commissione per i diritti umani del Consiglio Economico e Sociale dell’Onu presieduta dalla vedova Roosvelt venne scritta la Dichiarazione Universale dei diritti umani: è il 10 dicembre 1948. Per la prima volta nella storia dell’umanità, vennero sanciti in un documento internazionale i diritti umani e le libertà fondamentali di ogni essere umano senza distinzione alcuna. Da questa pietra miliare nacquero diversi strumenti su base continentale.

Quali diritti?

I 30 articoli della Dichiarazione Universale dividono i diritti in due famiglie:

I diritti civili e politici:

· alla vita, alla libertà e alla sicurezza della propria persona; la libertà dalla schiavitù, dalla tortura e da ogni trattamento o punizione crudele, inumana o degradante; l’uguaglianza davanti alla legge; la protezione contro l’arresto, la detenzione o l’esilio arbitrari;
· ad un’equa e pubblica udienza davanti ad un tribunale indipendente ed imparziale; il diritto alla presunzione di innocenza sino a che la colpevolezza non sia stata provata legalmente in un pubblico processo;
· a non essere condannato per un comportamento che nel momento in cui sia stato commesso non costituisse reato secondo il diritto interno o internazionale;
· alla libertà di movimento e di residenza entro i confini di ogni stato;
· a chiedere e godere dell’asilo dalle persecuzioni in altri Paesi;
· alla cittadinanza; al matrimonio; a non essere privato arbitrariamente della proprietà;
· alla libertà di pensiero, di coscienza e di religione;
· alla libertà di riunione e associazione pacifica;
· a partecipare al governo del proprio Paese, sia direttamente, sia attraverso rappresentanti liberamente scelti.

I diritti economici sociali e culturali:
· al lavoro e alla protezione contro la disoccupazione;
· a eguale retribuzione per eguale lavoro;
· ad una remunerazione equa e soddisfacente che assicuri al lavoratore e alla sua famiglia una esistenza conforme alla dignità umana ed integrata, se necessario, da altri mezzi di protezione sociale;
· a fondare sindacati o ad aderirvi per la difesa dei propri interessi;
· al riposo, a una ragionevole limitazione delle ore di lavoro e a ferie periodiche retribuite;
· alla sicurezza sociale e alla realizzazione, attraverso lo sforzo nazionale e la cooperazione internazionale ed in rapporto con l’organizzazione e le risorse di ogni stato, dei diritti economici sociali e culturali indispensabili alla sua dignità ed al libero sviluppo della sua personalità;
· all’istruzione.

Tradizionalmente si afferma che ai diritti civili e politici corrispondano le libertà negative, ad un non fare da parte dello Stato e dei pubblici poteri, e che ai diritti economici, sociali e culturali corrispondano le libertà positive, a un fare da parte dello Stato e dei pubblici poteri, con relativa e spesso tardiva allocazione di risorse.

Le organizzazioni non governative impegnate per l’attuazione dei diritti sono anch’esse riconducibili a due famiglie: organizzazioni di cooperazione allo sviluppo da una parte e organizzazioni per i diritti umani, come Amnesty International o Human Rights Watch dall’altra.

I diritti umani sono indivisibili e interdipendenti in due sensi. I diritti civili e politici senza i diritti economici e sociali sono, come dice Norberto Bobbio, vuoti. Se una persona è stremata dalla fame e analfabeta a nulla o a molto poco vale che le sia garantito il diritto di libera manifestazione del pensiero. Allo stesso modo se una persona può essere incarcerata o addirittura torturata ad arbitrio di pubblici ufficiali a nulla o a molto poco vale che le sia garantito il diritto alla sicurezza alimentare. Inoltre, i diritti umani sono indivisibili in quanto non è possibile cancellare alcuni diritti allo scopo di promuoverne altri.

Mary Robinson, Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, affermò che l’obiettivo del XXI secolo è quello di ottenere tutti i diritti umani per tutti, assunto come slogan della Perugia Assisi 2007.

Prospettiva storica

Secondo Norberto Bobbio i diritti umani nascono in risposta all’“aumento del potere dell’uomo sull’uomo, che segue inevitabilmente al progresso tecnico, cioè al progresso della capacità dell’uomo di dominare la natura e gli altri uomini”. O in risposta a “nuove minacce alla libertà dell’individuo oppure consente nuovi rimedi alla sua indigenza: minacce cui si contrasta con richieste di limiti del potere; rimedi cui si provvede con la richiesta allo stesso potere di interventi protettivi”.

Solo in una prospettiva storica, pertanto, si può parlare dei diritti civili e politici come di prima generazione dei diritti umani; dei diritti economici, sociali e culturali come di seconda generazione e dei “nuovi” diritti, ancora non compiutamente riconosciuti, di terza generazione (diritto all’autodeterminazione dei popoli, diritto allo sviluppo e diritto a vivere in un ambiente non inquinato). Antonio Papisca li definisce come diritti propri dell’era dell’interdipendenza mondiale, ovvero i diritti della solidarietà planetaria. Inoltre, vi sono diritti di quarta generazione(diritto al genoma umano e al patrimonio genetico dell’individuo).

Se, tuttavia, i diritti umani sono diritti storici, un sistema efficace di tutela dei diritti umani non può né deve essere statico ma in continua evoluzione.

Le Istituzioni

La Commissione delle Nazioni Unite per i diritti umani, istituita nel 1946 dal Consiglio Economico e Sociale (Ecosoc) -uno degli organi principali dell’Onu- è stata il primo organismo ad essere stato creato per la tutela dei diritti umani. La Commissione è composta dai rappresentanti di 53 Stati Membri dell’ONU che durano in carica tre anni.

Nei primi decenni dalla sua istituzione il ruolo della Commissione è stato limitato alla redazione di testi di dichiarazioni e convenzioni in materia di diritti umani (come il testo della Dichiarazione Universale).

Nel 1967 la Risoluzione 1235 del Consiglio Economico e Sociale ha autorizzato la Commissione ad esaminare informazioni riguardanti violazioni gravi e sistematiche dei diritti umani e delle libertà fondamentali.

Nel 1970 la Risoluzione 1503 del Consiglio Economico e Sociale ha stabilito un meccanismo di risposta alle istanze individuali presentate da persone che denunciano le violazioni dei diritti umani subite.

Se la denuncia è giudicata veridica e seria, la Commissione ha il potere di investigare la situazione attraverso un sistema di procedure speciali.

Sulla base di queste procedure speciali la Commissione può nominare singoli esperti internazionali indipendenti o gruppi di lavoro, anch’essi costituiti da esperti internazionali indipendenti.


Gli esperti così come i gruppi di lavoro vengono nominati dalla Commissione per investigare, analizzare e pubblicare rapporti:
a) su violazioni dei diritti umani in un determinato paese;
b) su violazioni dei diritti umani definite “tematiche”.

Quest’ultimo è il caso in cui le violazioni di determinati diritti umani riguardino più paesi, come per esempio per l’intolleranza religiosa o la pornografia e lo sfruttamento della prostituzione di minori.

Gli esperti nominati dalla Commissione possono usare qualsiasi fonte nella preparazione dei loro rapporti e compiono missioni in loco, dove conducono interviste con le autorità, con le organizzazioni non governative e con le vittime.

Gli esperti sono tenuti a riferire annualmente alla Commissione del loro operato, esplicitando anche specifiche raccomandazioni di azioni da intraprendere per porre fine alle violazioni dei diritti umani e prevenirne ulteriori.

Le funzioni della Commissione delle Nazioni Unite per i diritti umani possono essere così riassunte:
1) definisce standard per i diritti umani e redige testi di dichiarazioni e convenzioni;
2) si riunisce annualmente per sei settimane a Ginevra per discutere in base ad un’agenda delle violazioni dei diritti umani;
3) nomina relatori speciali, esperti e gruppi di lavoro per studiare situazioni tematiche di violazioni dei diritti umani;
4) nomina relatori speciali, esperti e gruppi di lavoro per studiare situazioni nazionali di violazioni dei diritti umani.

La Commissione, pertanto, pur non avendo poteri coercitivi o impositivi nei confronti degli Stati – che non sono legalmente tenuti a rispettare le Raccomandazioni espresse dalla Commissione – svolge un ruolo fondamentale nell’individuazione delle violazioni dei diritti umani e nella pressione politica che può esercitare nei confronti degli Stati.

Il punto di forza della Commissione sta poi nel fatto che, essendo un organo istituito sulla base della Carta dell’ONU (art.68), la sua competenza riguarda tutti i paesi membri dell’ONU.

Nel 1948 è stato creato un organo sottoposto alla Commissione, la Sotto-Commissione per la prevenzione della discriminazione e la protezione delle minoranze per occuparsi specificamente dei diritti umani delle persone indigene e delle minoranze etniche.

Nel corso dei decenni successivi alla Dichiarazione Universale sono stati istituiti, dalle rispettive convenzioni internazionali, sei Comitati, definiti organismi dei trattati, volti a monitorare l’attuazione, da parte degli Stati Membri di ciascuna convenzione, dei diritti umani riconosciuti dalla specifica convenzione.
anno comitato Previsto dall’Assemblea generale attraverso:

1965 Comitato per l’eliminazione della discriminazione razziale Convenzione Internazionale per l’eliminazione di tutte le forme di discriminazione razziale
1976 Comitato per i diritti umani Patto Internazionale sui diritti civili e politici
1981 Comitato per l’eliminazione delle discriminazioni nei confronti delle donne Convenzione Internazionale per l’eliminazione di ogni forma di discriminazione nei confronti delle donne
1985 Comitato per i diritti economici, sociali e culturali Patto Internazionale sui diritti economici, sociali e culturali
1987 Comitato contro la tortura Convenzione Internazionale contro la tortura e ogni altra forma di trattamento o punizione crudele, inumana o degradante
1991 Comitato per i diritti dell’infanzia Convenzione Internazionale per i diritti dell’infanzia




Nel 1993, in seguito alla Conferenza Mondiale sui diritti umani di Vienna è stato istituito l’Ufficio dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani per rafforzare il sistema di tutela dei diritti umani dell’ONU. Egli opera sotto la diretta direzione del Segretariato Generale dell’Onu.

L’Ufficio ha sede a Ginevra e:
1) fornisce servizi di consulenza ed assistenza tecnica a richiesta degli Stati;
2) si impegna per migliorare la cooperazione internazionale in materia di diritti umani;
3) si occupa di aumentare il dialogo con i governi per garantire il rispetto di tutti i diritti umani;
4) adatta, razionalizza e rafforza il sistema esistente delle Nazioni Unite per la tutela dei diritti umani.

Fin dalla fine della tragedia della Seconda Guerra Mondiale e per circa mezzo secolo le Nazioni Unite hanno riconosciuto la necessità di un Tribunale Internazionale Permanente per giudicare e punire i responsabili dei più gravi crimini di rilevanza internazionale.

Il Tribunale Penale Internazionale per l’ex Yugoslavia e il Tribunale Penale Internazionale per il Ruanda costituiscono il primo impegno internazionale concreto in tal senso.

Ma entrambi sono Tribunali ad hoc, specifici, e non precostituiti. Hanno quindi risorse e giurisdizione limitata nel tempo e nello spazio – crimini commessi in un determinato intervallo temporale e in un determinato territorio.

Il 17 luglio del 1998 a Roma la Conferenza Diplomatica delle Nazioni Unite ha approvato lo Statuto istitutivo del Tribunale Penale Internazionale Permanente.

Esistono anche numerosi organi regionali che disciplinano i Diritti Umani, come ad esempio:

· la Corte Europea per i Diritti Umani, l’unica corte internazionale con competenza a giudicare su casi di violazioni condotte da individui (piuttosto che da Stati);





· Numerosi sono anche gli accordi, come, per esempio, la Dichiarazione de Il Cairo sui Diritti Umani delle Nazioni Islamiche.

La società civile

La più nota organizzazione è certamente Amnesty International – insignita del Premio Nobel per la Pace -, ma l’intero continente non-territoriale (così, il politologo Johan Galtung) delle formazioni transnazionali di società civile si è ormai appropriato del Diritto internazionale dei diritti umani. Giova ricordare che il legame delle formazioni sociali con le Nazioni Unite passa anche attraverso il cosiddetto “status consultivo”, ovvero il riconoscimento ufficiale della ‘utilità internazionale’ delle ONG previsto dall’articolo 71 della Carta delle Nazioni Unite.

Molte Ong somministrano ai Comitati rapporti informativi paralleli a quelli dei governi, veri e propri contro-rapporti ricchi di dati e di denunce. Se è vero che le violazioni dei diritti umani permangono estese in molte parti del mondo, altrettanto vero è che oggi queste violazioni vengono censite e denunciate con i “Rapporti” di organizzazioni quali Amnesty International e Human Rights Watch, e i governi violatori sono sempre più incalzati, messi in imbarazzo, in taluni casi intrappolati dalla capillare rete di monitoraggio costituita dalle stesse ONG.

All’azione di queste ultime si devono, in considerevole misura, alcuni recenti, importantissimi sviluppi della tutela internazionale dei diritti umani. Le ong trovano riconoscimento anche nei Tribunali penali per la ex Jugoslavia e il Ruanda, creati dal Consiglio di Sicurezza nel 1993, e alla Corte penale internazionale (permanente), il cui Statuto è stato approvato a conclusione della Conferenza diplomatica di Roma nel luglio 1998 ed è entrato in vigore il 1° luglio 2002.

Nel primo caso, le ONG trovano riconoscimento formale sia nelle risoluzioni del Consiglio di Sicurezza sia negli stessi Statuti dei due Tribunali ad hoc e stanno supportando in vari modi il difficile lavoro di questi. Nel secondo caso, hanno costituito una “cohalition” di oltre 500 ONG che, nel corso della Conferenza di Roma, non ha dato tregua alle delegazioni governative perché trovassero un accordo e ha svolto una efficace campagna mondiale per la rapida entrata in vigore dello Statuto della Corte.

Le carte

– Carta dell’ONU (in .pdf)

– Dichiarazione Universale dei Diritti Umani (in .pdf)


– Patto Internazionale sui diritti civili e politici (in. pdf)



-Convenzione Internazionale contro la tortura e ogni altra forma di trattamento o punizione crudele, inumana o degradante (in .pdf)



(Scheda realizzata con il contributo di Fabio Pipinato)

E’ vietata la riproduzione – integrale o parziale – dei contenuti di questa scheda su ogni mezzo (cartaceo o digitale) a fini commerciali e/o connessi a attività di lucro. Il testo di questa scheda può essere riprodotto – integralmente o parzialmente mantenendone inalterato il senso – solo ad uso personale, didattico e scientifico e va sempre citato nel modo seguente: Scheda “Diritti Umani” di Unimondo: www.unimondo.org/Temi/Diritti-umani

Gaystapo internazionale: ora è effettiva, l’ONU approva


Alla fine l’Onu ha deciso di confermare l’istituzione della Gaystapo internazionale.

Il totalitarismo LGBT ha prevalso grazie all’aiuto dell’Occidente, che col suo potere ha schiacciato la libertà del Sud del mondo.

Ricordiamo in breve che recentemente le Nazioni Unite hanno deciso di istituire, per la prima volta in assoluto, un esperto “indipendente” che vigili, a livello universale, sul rispetto dei “diritti” delle comunità LGBT. Ad essere designato è stato il thailandese Vitit Muntarbhorn, che ha iniziato ad operare il mese scorso ed il cui mandato durerà tre anni.

In pratica, con la scusa della lotta alle discriminazioni dovute all’orientamento sessuale e di genere, è stata creata la Gaystapo internazionale che, a nome dell’ONU, ha il compito di reprimere ogni dissenso verso il totalitarismo arcobaleno e l’ideologia omosessualista.

Certamente, come abbiamo già detto, è ripugnante l’idea che qualcuno possa finire in carcere, essere torturato e addirittura ucciso per il solo fatto di essere omosessuale o trans. Nei Paesi in cui ciò avviene è giusto intervenire. Ma le violazioni dei diritti umani riguardano tante altre categorie di persone. E sappiamo bene che il vero intento delle Nazioni Unite e di quanti le controllano non è salvare la vita agli LGBT, ma imporre l’ideologia omosessualista a tutto il mondo, senza rispettare le tradizioni delle singole Nazioni.


Ebbene, oggi l’Assemblea plenaria del Consiglio per i Diritti Umani dell’Onu ha bocciato un emendamento presentato da oltre cinquanta Stati africani che chiedevano di definire più precisamente (e limitare) i poteri e l’attività di questo presunto “esperto”.

Purtroppo l’emendamento è stato respinto da 84 voti contro 77 (le astensioni sono state 16).

Stati Uniti ed Unione Europea hanno esercitato una forte azione di lobby per convincere la maggioranza degli Stati membri a rigettare la proposta africana.

Il Burkina Faso, a nome dei Paesi africani firmatari dell’emendamento, ha sostenuto che non vi è alcuna base giuridica che giustifichi il mandato di questo “tutore” dei “diritti” LGBT. Ma tant’è… l’ideologia ha prevalso.

Unico aspetto positivo: Croazia, Ungheria e Polonia hanno chiesto ed ottenuto di non subire indebiti interventi riguardo alla loro legislazione in tema di famiglia e matrimonio. Gaystapo o no, la famiglia ed il matrimonio sono solo quelli tra uomo e donna.

Ma stiamo pronti: ci sarà da combattere eroicamente per preservare e difendere queste verità elementari.

Redazione


Tratto: ProLife News

20 dicembre 2016

L’Ue ha votato: meno democrazia. E più favori alle lobbies.


Strasburgo approva in sordina il «Corbett Report»: con la scusa di velocizzare la produzione di normative, si mettono nuovi ostacoli ai critici di Bruxelles. E per i deputati sarà più facile rappresentare interessi privati.

– di Francesco Borgonovo –

Sono mesi che i popoli del Vecchio Continente continuano a rifilare all’Unione Europea schiaffoni su schiaffoni. Dai sondaggi risulta evidente che l’euroscetticismo è ai massimi un po’ ovunque, e gli esiti di tutti i referendum popolari lo confermano. Il messaggio è chiaro: la gente ne ha le tasche piene della burocratica strafottenza di Bruxelles. Già, peccato sia chiaro a tutti tranne che agli euroburocrati. Sapete come rispondono i capoccia dell’Ue all’ondata di indignazione? Trincerandosi ancora di più dietro ai loro privilegi, e aumentando oltre ogni limite immaginabile il

deficit di democrazia che da sempre caratterizza le istituzioni comunitarie.

Quasi nessuno dei grandi giornaloni internazionali ne ha parlato, ma martedì sera il Parlamento europeo riunito a Strasburgo ha approvato a maggioranza una proposta presentata dall’eurodeputato di centrosinistra Richard Corbett. Si tratta, in sostanza, di una revisione dei regolamenti dell’Europarlamento, che è stata venduta nei comunicati stampa ufficiali come un passo avanti verso un’era di maggior trasparenza e libertà. Il problema è che, in realtà, si tratta dell’esatto contrario. Tramite piccole modifiche agli articoli delle normative interne, i simpaticoni dell’Ue si sono garantiti ancora più privilegi e hanno reso ancora più complicata ogni forma di opposizione ai diktat comunitari.

La proposta del britannico Corbett – un signore noto per la sua totale opposizione alla Brexit, proseguita anche a referendum avvenuto – è stata ribattezzata «The Corbett Report» e prevede una serie di incredibili novità. Cerchiamo di spiegarle evitando i tecnicismi e aggirando le furbizie da burocrati.

Le assurdità più evidenti riguardano il ruolo delle lobby. Secondo Corbett, la sua proposta aiuterebbe a regolamentare la loro azione. In realtà, si tratta di un enorme favore ai gruppi di pressione foraggiati dalle grandi compagnie. Circa 170 eurodeputati, a oggi, mantengono un secondo lavoro. Alcuni di loro, oltre a sedere in aula, fanno i lobbisti. Tuttavia il piano di Corbett non li obbliga a dichiararsi. Si limita a dire che «dovrebbero farlo», senza imporlo per regolamento. Non solo. La proposta avrebbe dovuto contenere un passaggio esplicito utile a impedire che gli euro-parlamentari, una volta terminato il mandato, passassero attraverso la proverbiale «porta girevole» diventando lobbisti a tempo pieno. Bene, tale articolo è stato stralciato. Chi dobbiamo ringraziare per questo? Il signor Martin Schulz, presidente del Parlamento. Secondo vari osservatori è stato proprio lui, il giorno prima del voto in aula, a eliminare il passaggio dal regolamento, facendo un enorme regalo ai suoi colleghi e, ovviamente, alle lobby.

Poi, a peggiorare il quadro, arrivano altri e più inquietanti aggiornamenti. Anche qui, il diavolo si nasconde nei dettagli e nei cavilli. Con la scusa di «velocizzare» la produzione di normative, Corbett ha introdotto una razionalizzazione delle procedure di voto. Invece di aumentare i giorni di lavoro dei parlamentari, ha preferito introdurre regole che impongono un limite agli emendamenti e ai voti da parte dei vari gruppi del Parlamento.

Facciamo qualche esempio. Prima, tutte le leggi proposte dalla Commissione Ue (cioè un organismo potentissimo e non eletto) dovevano passare attraverso il vaglio dell’Europarlamento. I deputati avevano a disposizione tre tornate di dibattito, e potevano ogni volta presentare emendamenti. Ora, nella gran parte dei casi, le proposte della commissione dovranno essere sottoposte a una sola lettura da parte dei deputati.

Ci sono inoltre limitazioni al cosiddetto «voto registrato», di modo che i deputati possano mantenere il segreto sulle loro scelte. Non basta: è prevista una lunga serie di limitazioni alla presentazioni degli emendamenti e delle interrogazioni scritte (alcune delle quali vengono spiegate da Isabella Adinolfi nell’intervista che pubblichiamo in questa pagina). Secondo Paul Nuttall, rappresentante dell’Ukip, l’approvazione del Corbett Report è «una mossa esplosiva e pericolosa da parte dei grandi gruppi del Parlamento europeo, perché riduce la visibilità pubblica di importanti voti legislativi e trasferisce enormi quantità di potere decisionale nelle segrete stanze. Anche se, in apparenza, si tratta di una proposta tecnica, essa comporta che sempre di più la produzione legislativa sarà accelerata, senza prevedere un adeguato dibattito pubblico sui cosiddetti “colloqui a tre” tra Commissione, Consiglio e Parlamento».

A parere dell’eurodeputato britannico, «ci saranno meno voti visibili al pubblico, e i gruppi politici più piccoli, la maggior parte dei quali euroscettici, avranno meno possibilità di apportare modifiche alle leggi».

Eccola, la risposta dell’Unione Europea alle sollevazioni popolari: ancora più chiusura, ancora meno spazio al dissenso, ancora più concentrazione di poteri nelle mani di organismi non eletti. Il tutto, ovviamente, confezionato in nome dell’efficienza e della trasparenza. Più i popoli si oppongono, più gli eurocrati stringono la presa.

La Verità 15 dicembre 2016

Tratto da: Blondet & Friends

Cosa ci aspetta se l’Italia finisce in mezzo fra ESM e FMI


Se chiediamo prestiti, rischiamo di finire stritolati come la Grecia di Tsipras, infilandoci in un tunnel di confusione e di umiliazioni a ripetizione.

- di Rodolfo Casadei per Tempi.it

Cosa potrebbe succedere se il governo Gentiloni seguisse il consiglio che la signora Merkel ha suggerito all’Italia per interposta persona, cioè attraverso il suo consigliere economico Volker Wieland?

Ovvero di chiedere un piano di aiuti all’Esm, il Meccanismo di stabilità europeo diretto dal tedesco Klaus Regling, e al Fondo monetario internazionale (Fmi) per combattere seriamente l’alto debito pubblico e la bassa crescita economica?
Ovviamente succederebbe che l’Italia perderebbe la sua indipendenza per quanto riguarda le decisioni di politica economica, ma anche che ci infileremmo in un tunnel di confusione e di umiliazioni a ripetizione, senza solide certezze sul risultato finale di sacrifici e mortificazioni.
Lo dimostra quello che in questi stessi giorni sta succedendo al piano di salvataggio europeo della Grecia, una telenovela che va avanti dal maggio 2010, quando fu varato il primo pacchetto di aiuti, e che, stando alle carte, dovrebbe durare ancora molto se l’architettura dell’euro non verrà giù prima.

Il 14 dicembre scorso l’Esm ha sospeso le sue più recenti misure di alleggerimento del debito greco in reazione all’approvazione da parte del parlamento di Atene di un provvedimento che ripropone in un’altra forma il versamento natalizio una tantum a favore dei pensionati più poveri che era stato cancellato nel contesto del terzo pacchetto di aiuti alla Grecia (quello concordato nell’agosto 2015, pari a 86,5 miliardi di euro di aiuti) e di un altro che non applica un aumento dell’Iva alle isole delle Egeo interessate dalla crisi dei migranti.
I governatori dell’Esm altro non sono che i ministri delle Finanze dell’eurogruppo (i paesi dell’euro), ed è bastato che il ministro tedesco delle Finanze Wolfgang Schaüble obiettasse che andava misurato l’impatto delle decisioni del parlamento di Atene sull’assetto delle finanze greche prima di attivare le misure di alleggerimento decise la settimana prima, perché queste fossero automaticamente sospese.
Lo spread sui titoli greci ha ripreso subito a salire, e la Borsa di Atene ha registrato perdite significative. Il giorno dopo un portavoce del presidente dell’eurogruppo, che è il ministro delle Finanze olandese Jeroen Dijsselbloem, ha dichiarato che le azioni del governo greco «sembrano non essere in linea coi nostri accordi».

In buona sostanza mentre otteneva una limatura dei tassi di interesse sulla propria esposizione debitoria, il governo greco permetteva che il parlamento votasse un esborso di 617 milioni di euro a favore dei pensionati più poveri (1,6 milioni di persone) senza averne prima parlato coi governatori dell’Esm.
Il primo ministro Alexis Tsipras ha difeso la misura, affermando che l’avanzo di bilancio greco quest’anno permette tale spesa, ma l’Esm sembra non essere per nulla d’accordo. La questione degli avanzi di bilancio greci evoca un altro conflitto, che coinvolge tre soggetti: l’eurogruppo, il governo greco e il Fmi. Quest’ultimo non ha ancora aderito al piano di salvataggio della Grecia (il terzo dal 2010) deciso nell’agosto 2015, perché ritiene irrealistici gli obiettivi in esso contenuti.

Secondo il piano la Grecia deve produrre a partire dal 2018 avanzi di bilancio del 3,5 per cento annuo sul Pil per i seguenti dieci anni (se non si profilano prima grossi miglioramenti della situazione) per continuare a ricevere assistenza finanziaria dall’Europa e, auspicabilmente, dal Fmi.
Ma il Fmi obietta che l’obiettivo del 3,5 per cento, voluto dai tedeschi, è irrealistico, e si tradurrà in un taglio delle spese per investimento e per servizi pubblici come la sanità che avranno ricadute negative anche sulla crescita economica, e quindi sulla sostenibilità del debito.
Il Fmi ha proposto due possibili strade alternative: cancellare una quota del debito greco e abbassare l’avanzo di bilancio all’1,5 per cento, oppure se gli stati europei non sono disposti a cancellare altro debito greco mantenere il 3,5 per cento come obiettivo di avanzo primario, ma procedere alle riforme del sistema pensionistico e delle aliquote fiscali in modo tale da poter conseguire veramente l’obiettivo. Questa posizione, esposta anche recentemente su un blog del Fmi, manda puntualmente su tutte le furie sia Bruxelles (meglio sarebbe dire Lussemburgo, dove si trova la sede dell’Esm) che Atene.
La Ue infatti sostiene che tutto sta andando bene, che la Grecia ha ripreso a crescere (quest’anno più 0,6 per cento, secondo segno positivo del Pil dal 2008 a questa parte) e che l’obiettivo del 3,5 per cento non va messo in discussione; il governo greco accusa il Fmi di volere in realtà imporre più austerità di quella già pretesa dall’Europa.
In effetti Tsipras ha accettato il pacchetto dell’agosto 2015, inclusa l’irrealistica clausola del 3,5 per cento, pur di portare a casa gli aiuti indispensabili in quel momento e nella convinzione di potere poi manovrare politicamente in modo da non rispettare gli accordi alla lettera. Che è esattamente quello che ha cercato di fare nella settimana in corso. Ma a quanto pare con poca fortuna. Un premier italiano saprebbe fare meglio?

@RodolfoCasadei

Non ritorni


Mi colpiscono gli articoli in cui si parla di matrimonio, di gioia, di speranza, di amore, di fatica, di fedeltà, di dolore.

Ecco, quelli sul dolore che un matrimonio può comportare sono difficili da dire, sono quelli più duri da digerire. Sono i più opinabili. Se è facile dire di gioia, di innamoramento, di amore ricambiato, di emozioni, di scelte condivise, quanto è dura esprimere il dolore, dargli un senso che non sia quello di toglierselo il più velocemente possibile di dosso. Specie quando il dolore lo si deve affrontare in solitaria.

In questo tempo di Pasqua capita di ascoltare il Vangelo che ci parla di potature, beh io sono una che nel matrimonio è stata potata, a fondo. E non perché sia una sfigata o una benedetta. Io non mi sento né compatibile (cioè da compatire, chissà se si dice?) né esemplare. Sono semplicemente una alla quale è toccato in sorte un dolore comune a tantissime donne e uomini, che cerco di vivere come Gesù comanda e insegna. E se voglio farlo non ho altra strada da percorrere che non sia quella dell’obbedienza, consapevole che è quella la sola che porta alla gioia, alla pace, che è il paradiso adesso, qui e per l’eternità.

Dei rami della mia vita, è stato potato il più importante, quello che dava un senso alla mia vocazione. Attaccata alla Vite (e alla Vita) è rimasto un moncone che io continuo a percepire come vivo, dove la linfa continua a scorrere anche se il tralcio non lo vedo ancora spuntare, figurarsi i frutti! Si tratta della fedeltà al mio sacramento.

Chè lui, il mio sposo, è andato via. Dopo aver subìto, pianto, elaborato, pregato, e dopo aver chiesto a destra e a manca consigli, ascolto, preghiere, una sola è la riposta che ho al momento chiara davanti agli occhi, davanti al cuore, sulla punta della lingua. Lui non ritorna. Lui ama un’altra. Lui pensa che io sia l’unica responsabile della sua infelicità. Lui che è convinto che amare non sia una decisione, piuttosto un’emozione. Lui che perciò non mi ama più, anzi probabilmente mi detesta.

Se lui sia felice io non lo posso sapere (a vederlo pare un po’ arrabbiato, persino trasandato, ma lo so cosa state pensando, e forse è pure vero, che sia l’alibi che mi racconto per sperare ancora).

Se io sia felice lo posso dire: io non sono felice. E forse non è la felicità che cerco, ora. Sarebbe troppo ambizioso. Cerco e prego la gioia, la pace, la serenità. Per le nostre creature, per me.

Per lui chiedo al Dio dell’impossibile la conversione. E lo faccio con sempre maggiore convinzione e determinazione. L’amore che nutro (nel senso proprio che lo alimento!) per lui questo mi chiede: essere ancòra e nonostante tutto per lui il volto buono di Dio, un Dio che è oceano di misericordia, prima che di giustizia. Verrà la Sua giustizia, la temo così tanto per me, misera e peccatrice come sono, che non posso non chiedere un diluvio di misericordia per e sul mio sposo. Ancòra e àncora, avverbio e sostantivo, come due dimensioni dell’amore: l’ancòra come promessa senza spergiuro, l’àncora come attracco sicuro, se mai lui volesse tornare, l’ho gettata ai piedi della Croce.


Ho rimesso la fede al dito, l’ho fatto da sola, una domenica sera di qualche settimana fa. L’ho fatto nella solitudine della mia stanza. Ho rinnovato le mie promesse, sottovoce, l’ho pure ‘caricata’ quasi fosse un sigillo, di un rosario, giusto per tenerla salda al suo posto e per ricordarmi che nulla posso senza la preghiera, senza una richiesta incessante di forza dall’alto.

L’ho fatto per almeno due motivi: il primo è ricordare ogni giorno a me e al mio Signore il mio giuramento. Eh sì, lo ricordo anche a Lui, sia mai che ogni tanto si distragga… “Gesù ricordati, ho promesso davanti a Te, Tu mi sei testimone, che gli sarei stata fedele sempre, nella gioia e nel dolore, nella salute e nella malattia e che lo avrei amato e onorato tutti i giorni della mia vita.” Proprio così, né più né meno: amare e onorare, volere bene e benedire, soprattutto quando mi viene la tentazione (e io lo so da chi viene, è tutta farina di colui che ci ha diviso) di pensare male di lui, di farmi atterrire dal pensiero di loro due insieme, di rispondere entrando in risonanza col male, come direbbe Costanza.

Il secondo motivo è che si tratta di un segno che non ostento ma che mostro. Là dove la prima risposta che si dà una sposa tradita e abbandonata è “non è giusto che soffri”, “pensa a rifarti una vita, ché te la meriti un’altra storia, un nuovo amore”, io gioco d’anticipo. E ciò mi dà una libertà che non immaginavo, tanto posso presentarmi accogliente, disponibile, sorridente, anche afflitta alle volte, senza incorrere nel paradigma del “questa ci vuole provare”, oppure “quasi quasi ci provo” (ovviamente sono consapevole dei miei limiti in fatto di avvenenza e vinco facile, il codazzo di pretendenti non l’avrei comunque!)

E quando la fatica di indossarla si fa sentire, mi basta guardarla, se occorre sfilarla un attimo, leggervi all’interno il nome del mio sposo e una data e tutto si fa lieve: lui è mio, io sono sua. Nel cuor di Dio lo saremo per sempre. Lì nulla potrà mai separarci. E l’allegria torna, magari è solo un attimo, ma riempie il cuore, è un lampo di cielo, una speranza che non delude, una palestra di pazienza.

Perché, come ho appena letto in un articolo pubblicato da una sposa cattolica su di un blog: “la strada per il paradiso, per noi due, ormai è la stessa e dobbiamo farla per forza insieme, altrimenti in paradiso non ci si va”. Quella forza mi piace chiamarla grazia.

Fonte: costanzamiriano.comensioni dell’amore: l’ancòra come promessa senza spergiuro, l’àncora come attracco sicuro, se mai lui volesse tornare, l’ho gettata ai piedi della Croce.


Ho rimesso la fede al dito, l’ho fatto da sola, una domenica sera di qualche settimana fa. L’ho fatto nella solitudine della mia stanza. Ho rinnovato le mie promesse, sottovoce, l’ho pure ‘caricata’ quasi fosse un sigillo, di un rosario, giusto per tenerla salda al suo posto e per ricordarmi che nulla posso senza la preghiera, senza una richiesta incessante di forza dall’alto.

L’ho fatto per almeno due motivi: il primo è ricordare ogni giorno a me e al mio Signore il mio giuramento. Eh sì, lo ricordo anche a Lui, sia mai che ogni tanto si distragga… “Gesù ricordati, ho promesso davanti a Te, Tu mi sei testimone, che gli sarei stata fedele sempre, nella gioia e nel dolore, nella salute e nella malattia e che lo avrei amato e onorato tutti i giorni della mia vita.” Proprio così, né più né meno: amare e onorare, volere bene e benedire, soprattutto quando mi viene la tentazione (e io lo so da chi viene, è tutta farina di colui che ci ha diviso) di pensare male di lui, di farmi atterrire dal pensiero di loro due insieme, di rispondere entrando in risonanza col male, come direbbe Costanza.

Il secondo motivo è che si tratta di un segno che non ostento ma che mostro. Là dove la prima risposta che si dà una sposa tradita e abbandonata è “non è giusto che soffri”, “pensa a rifarti una vita, ché te la meriti un’altra storia, un nuovo amore”, io gioco d’anticipo. E ciò mi dà una libertà che non immaginavo, tanto posso presentarmi accogliente, disponibile, sorridente, anche afflitta alle volte, senza incorrere nel paradigma del “questa ci vuole provare”, oppure “quasi quasi ci provo” (ovviamente sono consapevole dei miei limiti in fatto di avvenenza e vinco facile, il codazzo di pretendenti non l’avrei comunque!)

E quando la fatica di indossarla si fa sentire, mi basta guardarla, se occorre sfilarla un attimo, leggervi all’interno il nome del mio sposo e una data e tutto si fa lieve: lui è mio, io sono sua. Nel cuor di Dio lo saremo per sempre. Lì nulla potrà mai separarci. E l’allegria torna, magari è solo un attimo, ma riempie il cuore, è un lampo di cielo, una speranza che non delude, una palestra di pazienza.

Perché, come ho appena letto in un articolo pubblicato da una sposa cattolica su di un blog: “la strada per il paradiso, per noi due, ormai è la stessa e dobbiamo farla per forza insieme, altrimenti in paradiso non ci si va”. Quella forza mi piace chiamarla grazia.

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