16 maggio 2017

ITALIA PROSSIMA ALLA BANCAROTTA: PIL AFFONDA (+0,6% NEL 2017) DEBITO PUBBLICO ESPLODE AL +137,6% (+44,4 MLD IN 12 MESI)



Il Pil italiano ristagna allo 0,2% nel primo timetre 2017 con una proiezione annua da incubo, allo 0,6%. L'eurozona nel medesimo trimestre ha segnato +0,5%. Nella classifica degli Stati membri dell'euro, peggio dell'Italia fa solo la Grecia con un -0,1%.

Nel IV trimestre del 2016 il Pil italiano era cresciuto dello 0,2% rispetto al trimestre precedente e dell'1% su base annua. La variazione acquisita per il 2017 e' pari solo allo 0,6%, ripetiamo.

La variazione congiunturale del primo trimestre dell'anno, ha spiegato oggi l'Istat mostrando questi dati, e' la sintesi di una diminuzione degli utili nel comparto dell'industria e di un aumento sia in quello dell'agricoltura, sia in quello dei servizi. che però non bilanciano affatto la caduta.

Dal lato della domanda, vi e' un contributo positivo della componente nazionale e un apporto negativo della componente estera netta, come a dire che le esportaziooni precipitano. Confcommercio parla di crescita debole che "conferma quanto gia' emerso dagli altri indicatori congiunturali e perfettamente coerente con la modesta dinamica che contraddistingue l'economia italiana del dopo crisi".

Anche secondo Confesercenti il dato di oggi "dimostra che la strada per consolidare la ripresa e' ancora lunga e tortuosa". Andrea Goldstein, Managing Director di Nomisma, sottolinea che l'economia italiana "e' ancora in difficolta' e la luce della ripresa su basi solide e ampie e' sempre distante". Infine secondo Gian Primo Quagliano, presidente del Centro Studi Promotor, i numeri "non sono positivi" e "procedendo con i tassi di crescita attuali il ritorno del Pil italiano ai livelli ante-crisi non avverra' invece prima del 2025".

Ma il dato molto più allarmante di tutti quelli fin qua scritti è un altro e non è stato - pensiamo volutamente - rilanciato dai media italiani, per non mettere in estrema difficoltà il governo Pd con l'opinione pubblica, che potrebbe davvero essere preda del panico: il rapporto debito/pil dell'Italia alla luce dei dati di oggi schizza a un mostruoso 137,6%. Un dato da bancarotta. 

E non basta: il vero allarme arriva dal fatto che il debito pubblico da aprile 2016 ad aprile 2017 è aumentato di 44,4 miliardi di euro arrivando a 2.260,4 miliardi di euro. In pratica, durante l'ultimo governo Renzi crollato dopo la pesantissima sconfitta referendaria del dicembre 2016 e a seguire nei primi quattro mesi del governo Gentiloni, il debito pubblico è cresciuto del 2,7% ed è una vera follia. 

Follia alla quale va aggiunta la notizia che simmetricamente è anche aumentato il gettito fiscale! Come a dire che il governo Pd nonostante sprema gli italiani come limoni con tasse su tasse non solo non riesce a far abbassare il debito pubblico, ma al contrario lo fa aumentare con percentuali pazzesche. 

A tutto ciò, va ancora aggiunto quanto segue:

1) Il governo Pd spende 4,6 milirdi di euro l'anno per mantenere in Italia orde immani di africani che non hanno alcun diritto d'asilo e infatti la Ue non li accetta per il "ricollocamento" in Europa e tutti gli stati Ue hanno sbarrato le frontiere ai "migranti" presenti sul suolo italiano. 4,6 miliardi di euro l'anno compongono più del 10% dell'aumento del debito pubblico prima descritto (44,4 miliardi di euro negli ultimi 12 mesi)

2) La Ue non intende riconoscere la spesa-africani come spesa eccezionale e quindi fuori dal patto di stabilità

3) La Ue non intendere elargire fondi per la ricostruzione delle zone terremotate italiane, e non solo: non riconosce tale spesa come straordinaria. Si tratta di non meno di 12 miliardi di euro. 

4) La Ue impone all'Italia il rispetto del malefico "pareggio di bilancio" per il quale il disavanzo debito/pil deve calare all'1,8% quando invece con questa crescita ridicola allo 0,6% resa nota oggi non c'è dubbio schizzerà di nuovo vicino al 3%.

Questi numeri non ammettono "interpretazioni" e conducono a una sola conclusione: l'Italia e la Ue sono in rotta di collisione. Se il governo Pd la vuole impedire, deve preparare una "rapina" vera e propria ai danni degli italiani con una catastrofica patrimoniale per contanti sui conti correnti e depositi d'ogni genere dell'importo di non meno di 60 miliardi di euro. E dovrà farla entro l'autunno di quest'anno. 

Se non sarà patriomoniale, sarà bancarotta, preceduta dalla "procedura d'infrazione" che causerà difficoltà sempre maggiori per raccogliere capitali tramite Btp e ogni altro genere di titolo di stato italiano, innalzamento dello spread, e colpo di grazia finale dato dalla Bce che nei primi mesi del 2018 terminerà la droga del Quantitative Easing, ovvero l'acquisto a mani basse - come sta facendo ora - per 60 miliardi di euro al mese di titoli di stato dell'eurozona sul mercato secondario, quello che determina gli spread. 

Siamo davvero a un passo dalla catastrofe.

Redazione MIlano




14 maggio 2017

Suicidario.....

Milano. Oggi si è suicidato un ragazzo che conoscevo Fabio, un giovane non più di 40 anni, affetto da epilessia,  qualche mese fa ha perso la mamma, due settimane fa è stato licenziato. Non ha dato segni di instabilità ieri sera era giù al bar con gli amici  dove ha preso parte a una partita a scopa d'assi, ritiratosi a casa verso la mezzanotte a salutato tutti con un sorriso, l'hanno trovato questa mattina sul piazzale del cortile alle 06,00h si è  buttato giù  dal suo balcone in via Placido Riccardo 19 Milano. Un ragazzo molto riservato educato e rispettoso, non è riuscito a vincere questa condizione ingiusta, non è stato capace di confidarsi con nessuno, parlare della sua condizione psicofisica, a preferito farla finita.  Questo è un altro omicidio di stato, come Fabio ci sono milioni di giovani che non hanno più speranza e la voglia di andare avanti o cercare di combattere.
Suicidi tra i disoccupati sempre in aumento, cosa sta succedendo in Italia?
In Italia i suicidi tra i disoccupati stanno aumentando. Cosa sta succedendo nel nostro paese, cosa spinge le persone a un gesto simile?
La disoccupazione è salita vertiginosamente, siamo all'11,5% migliaia di posti di lavoro in meno solo nell'ultimo anno. Ciao Fabio un saluto da tutti gli amici del bar.

Nel periodo che registra un forte impatto della crisi sul mercato del lavoro, i suicidi di disoccupati in Italia rappresentano il 13 per cento del totale dei suicidi. Dei disoccupati suicidi alta è la componente di quanti avevano perduto il lavoro ed erano alla ricerca di una nuova occupazione (il 79,6 per cento). Per ogni 100 mila disoccupati si  registrano 17,2 suicidie 5,6 suicidi tra gli occupati. Tra gli inattivi (pensionati, studenti e casalinghe), l’indice di rischio si attesta a 4,8 suicidi ogni 100 mila residenti. L’Istat segnala anche il rischio suicidario cui è esposto, in tempo di crisi, il mondo del lavoro autonomo (lavoratori in proprio, imprenditori e liberi professionisti). All’interno di questa componente si contano 336 suicidi nel 2010 valori di poco inferiori a quelli dei suicidi compiuti dai disoccupati. L’indice di rischio per queste categorie è pari a 10 ogni 100 mila imprenditori e liberi professionisti ed a 5,5 per i lavoratori in proprio. Tra i lavoratori dipendenti, categoria che in termini assoluti raccoglie la maggioranza dei suicidi ossia 790 nel 2010 (quasi il 26 per cento del totale dei suicidi) si registra un indice pari a 4,5 suicidi ogni 100 mila dipendenti.
-Enzo Vincenzo Sciarra'

11 maggio 2017

Giordania pronta ad entrare in guerra contro la Siria


Un importante esperto militare giordano ha dichiarato che la Giordania si prepara ad entrare in guerra contro la Siria in sostegno ai gruppi terroristici.

“Le zone meridionali della Siria lungo i confini settentrionali giordani sono di vitale importanza, ed è molto probabile che la Giordania entri nella guerra in Siria in un momento in cui le equazioni sono disturbate dalla presenza dell’esercito siriano e dei suoi alleati nella Siria meridionale”, ha dichiarato Sami al-Majali, generale giordano in pensione.

E’ assodato che gli interessi degli Stati Uniti e dei suoi alleati nella regione mirano alla disintegrazione dei Paesi vicini di Israele, dietro pressioni della lobby sionista. “La lotta contro il terrorismo è un trucco degli occidentali per prolungare la guerra nella regione e distruggerla”, ha dichiarato Majali. Queste osservazioni giungono dopo che l’esercito americano ha concentrato truppe e mezzi militari sul confine siro-giordano.

Fonti locali riferiscono che circa venti blindati dell’esercito degli Stati Uniti (tra cui carri armati e pezzi di artiglieria) sono stati avvistati ad Al-Mafraq. Le truppe statunitensi sono state accompagnate dalla 3^ Divisione dell’esercito giordano.

Le Forze Speciali degli Stati Uniti, le Forze Speciali del Regno Unito e le unità provenienti da altri Paesi stanno conducendo da diversi mesi operazioni attraverso il confine siro-giordano. Esiste anche una struttura militare segreta all’interno della Siria, dove membri dei cosiddetti “ribelli moderati” vengono addestrati dalle forze Usa.

La nave americana Liberty, carica di veicoli è arrivata al porto giordano di Al-Aqapa pochi giorni fa. Queste iniziative militari si sono sviluppate dopo l’incontro tra il re giordano e il presidente degli Stati Uniti.

di Redazione

Raid israeliano a Damasco, e la copertura antiaerea russa?


Un raid israeliano a Damasco ha colpito depositi e magazzini nei pressi dell’aeroporto. Stando ai commenti del ministro dell’Intelligence israeliano Yisrael Katz, sarebbero stati colpiti depositi di armi destinate ad Hezbollah; tali affermazioni sono confermate dall’intenso traffico aereo proveniente dall’Iran, e dall’arrivo di un cargo particolarmente importante appena prima dell’attacco.

Il raid israeliano a Damasco è in linea con le violente pressioni di Israele sulla Casa Bianca perché vengano adottate misure internazionali atte a impedire a Teheran di rafforzare Hezbollah, e di espandere la sua influenza in Siria.

I raid israeliani sulla Siria non sono una novità; Tel Aviv ha sempre ritenuto di poter intervenire a suo piacimento sui territori degli Stati vicini, tuttavia, il 17 marzo scorso, Damasco ha reagito con il lancio di missili a un ennesimo raid aereo israeliano, segnalando che il Governo siriano non intende più sopportare le provocazioni di Tel Aviv.

Secondo diversi analisti, l’entità sionista è stata sorpresa dalla reazione siriana, ritenendo che non sia nell’interesse di al-Assad l’apertura di un ulteriore fronte di confronto con Israele: tuttavia, l’evolvere della guerra in Siria sta evidenziando la completa sconfitta delle potenze straniere (fra cui appunto Israele) che hanno scommesso sullo smembramento del Paese.

In tale ottica, il continuare delle incursioni israeliane in territorio siriano contro obiettivi della Resistenza, in specie di Hezbollah, è inaccettabile ai fini sia della strategia della guerra in Siria, sia dell’impegno complessivo dell’Asse della Resistenza.

Alla luce degli eventi, comincia ad aprirsi una divaricazione fra gli obiettivi sostenuti dall’Asse della Resistenza e quelli sostenuti da Mosca, che ha il cuore dei suoi interessi altrove, una realtà più che un’ipotesi, visto che il raid israeliano a Damasco contro obiettivi di Hezbollah sarebbe stato impossibile senza la tacita acquiescenza della Russia, che di fatto ha il controllo areo dell’area.

In buona sostanza, e con buona pace dei tanti “tifosi” acritici, Mosca non ha interesse a sposare l’Asse della Resistenza, né tanto meno Hezbollah, con cui peraltro ha molti rapporti ritenendolo un attore estremamente affidabile dell’area.

Per questo, fin quando l’Asse della Resistenza non sarà in grado di blindare autonomamente lo spazio aereo siriano e libanese, incursioni come il raid israeliano a Damasco saranno destinate a continuare. E per la medesima ragione, gli interessi dell’Asse della Resistenza possono essere garantiti e portati avanti essenzialmente dai suoi elementi.

di Salvo Ardizzone

I venti di guerra Usa soffiano forte in Sicilia


Quando gli adulti giocano alla guerra, i bambini non si divertono. E nemmeno le loro madri e coloro che preferirebbero che i governi ricomponessero le loro controversie per via di giustizia senza trascinarle per quella delle armi. 

Sicilia – Porto di Augusta

I venti di guerra che si levano dal Medio Oriente e che in questi giorni sembrano puntare verso la Corea del Nord, soffieranno forte anche in Sicilia. Le avventure imperialiste degli Stati Uniti si riforniscono nelle diverse basi militari disseminate per tutto lo stivale e rischiano di trasformare in obiettivi sensibili diverse città italiane.

Si vis pacem para bellum, ve lo ricordate? E preparare la guerra è quello che gli americani hanno fatto dalla fine del secondo e forse non ultimo conflitto mondiale. Lo hanno fatto imponendo al nostro Paese di “tollerare” la presenza di giacimenti e depositi di armi in diverse regioni italiane. Hanno ritagliato porzioni d’Italia dove il nostro diritto abdica alle leggi militari dei nostri più prepotenti alleati, sottraendoci interi territori per piegarli alla loro mania di dominio, in cambio di poco e a rischio della vita. La nostra, beninteso.

Dev’essere stata una conversione sulla via di Damasco quella del neo-presidente Trump, che, dopo aver sostenuto per tutta la campagna elettorale che il suo Paese non si deve interessare degli affari interni degli altri Stati e che in Siria la priorità resta la lotta al fantasma terrorismo, lo stesso che ultimamente sventola la bandiera dell’Isis, dopo le tante sventolate prima, notte tempo si è deciso a una dura rappresaglia con il preteso, ma ancora non provato, uso di armi chimiche da parte del governo di Assad.

Dalla sua ha invocato una convenzione del 1997, sottoscritta anche dalla Siria, che pone il divieto di adoperare simili armi in qualsivoglia tipo di conflitto. Poi certo, i diritti umani tanto cari allo zio Sam, soprattutto quando si invocano per giustificare l’intervento armato di qualche stato sovrano. Fight fire with fire o più semplicemente bombardamenti intensivi per amore della pace.

E la nostra amata Trinacria, questo triangolo d’isola nel cuore del Mediterraneo, che ruolo gioca nell’interventismo molto acrobata degli americani? Quello del palo parrebbe il più somigliante.

La base Muos, costruita a ridosso dalle prime abitazioni del Comune di Niscemi, in provincia di Caltanissetta, ne è la prova più evidente. Quelle tetre antenne, mausoleo della nostra sudditanza psicologica oltre che economica alle fantasie di dominio degli Usa, svolgono proprio il ruolo di sentinella spiona. Sono lo strumento utilizzato per monitorare le attività nemiche e, in tempo di noiosa pace, quelle dei cittadini ignari le cui conversazioni scivolano dentro all’imbuto impiccione dei radar Muos. Ne sa qualcosa il fu Cavaliere Berlusconi, dietro alle cui intercettazioni, a detta di Wikileaks, ci sono proprio le antenne in suolo siciliano.

Ma non siamo solo gli ignari pali delle imprese belliche a stelle e strisce, noi abbiamo anche il privilegio di poterci sentire parte integrante e propulsiva delle scorribande armate in terre straniere.

Il pesante attacco missilistico del 7 Aprile scorso, portato a termine dalle cacciatorpediniere Uss Ross e Uss Porter della marina militare americana, si è rifornito di carburante e munizioni proprio ad Augusta, in provincia di Siracusa. I ben informati non ne hanno dubbi: è molto probabile che il carico di missili Tomahawk sia stato fatto nel porto di Augusta, attingendo al ricco deposito di Cava Sorciaro, in territorio Melilli. Lo stesso arsenale che riforniva e continua a rifornire tutte le principali operazioni di guerra statunitensi. Si parte dall’operazione “Desert Storm” della prima guerra del Golfo, per arrivare fino all’ultima “scampagnata” imperialista in Libia del 2011.

Sono gli stessi report della Us Navy a tracciare la scia e a permetterci di ripercorrere il sentiero di guerra attraverso cui si muovono le armi che poi stroncano le vite di migliaia di civili in ogni parte del mondo. La Uss Ross, una delle due cacciatorpediniere che hanno dato prova di grande valore nello scorso bombardamento contro la base di Al-Shayrat, era approdata ad Augusta lo scorso 19 Luglio per rifornirsi di munizioni prima di muovere verso il Mar Nero per quell’allegra parata annuale che è l’esercitazione di guerra Nato, in funzione anti-russa, e denominata romanticamente “Black Sea Breeze”.

I nomi che vengono scelti per mascherare o minimizzare la portata delle atrocità delle guerre moderne dovrebbe farci riflettere sull’importanza delle parole. Sea breeze significa brezza marina, venticello che viene dal mare. Le missioni di pace, già di per sé una contraddizione in termini, sono state portate a termine con i famigerati missili Tomahawk. Si tratta di “missili da crociera” come vengono catalogati, il cui significato è da ricercare nell’antica lingua dei pellerossa e sta a indicare l’ascia di guerra, quella stessa che sarebbe più prudente sotterrare invece di brandire con tanta violenza, quando ciò che si ha realmente a cuore è il sentiero di pace.

La Sicilia è dunque una catapulta, un trampolino bellico in mano agli Usa, il box sempre pronto al pit stop dell’esercito americano. Noi siamo l’autogrill dove rifocillarsi tra una scorribanda e l’altra, la meta di passaggio obbligata di miglia di munizioni e armamenti destinati alle grandi manovre dei nostri ingombranti alleati.

Davvero ci possiamo dire sorpresi di essere già ora un bersaglio strategico per i nemici dei nostri gentili ospiti? Quanto salato è il conto che ci stanno addebitando? E il tributo in vite che ci toccherà versare e che abbiamo già iniziato a pagare? Non mi riferisco solo alle vittime di possibili ritorsioni terroristiche sulle nostre città, quanto a quelle centinaia di persone che si ammalano e che muoiono per i tumori e gli altri mali prodotti dal Muos.

Tra qualche mese si procederà al rinnovo del Parlamento Siciliano. Forse, oltre a dividersi sul nulla, a dichiararsi pro o contro alle magagne della nostra politica locale e nazionale, sarebbe il caso di cominciare a eleggere cittadini che abbiano ben chiaro che il futuro di quest’isola dipende anche dalla presenza in Sicilia di un esercito straniero, che con il pretesto di proteggerci, ci sta esponendo a rischi che nessuno di noi ha mai dichiarato di voler correre.

Forse è il caso di affrancare la nostra terra dalla prepotenza del nostro “amico” americano. Nostro alleato sulla carta, nostro pericolo per terra e per mare.

di Adelaide Conti

Abusi sessuali su minori: la vergogna dei caschi blu dell’Onu


Nel corso degli ultimi 12 anni circa duemila denunce di abusi sessuali e sfruttamento sono state rivolte alle forze di pace e ad altri membri del personale Onu, lo riporta un’indagine svolta dall’Agenzia Associated Press (Ap) sulle missioni di pace dell’Onu, la quale segnala anche che la crisi è molto più grande di quanto precedentemente noto. In più di trecento delle accuse sono coinvolti minori, come i bambini di Haiti sottoposti ad abusi sessuali e sfruttamento da 134 caschi blu dello Sri Lanka, ma l’Onu, nonostante le prove schiaccianti, fatica a punire i suoi dipendenti colpevoli.

La lista è molto lunga: sedici missioni che coinvolgono 120mila addetti, centomila tra caschi blu e militari, il resto civili, che sono tenuti a proteggere la popolazione, non a dare prova di machismo, di senso di onnipotenza e razzismo, di mancanza di regole, di abusi di potere che assumono la forma di abusi sessuali. E con la presenza dei militari che facciano la guerra o portino la pace, che siano dell’Onu o della Nato, aumentano gli stupri, la prostituzione e gli abusi sui minori. In Cambogia come in Mozambico, in Bosnia e in Kosovo, in Sudan, nella Repubblica Centrafricana e nella Repubblica Democratica del Congo.

Ad Haiti gli abusi sessuali più recentemente scoperti

Qui sotto il sole dei Caraibi attirare un bambino affamato con uno snack o con pochi spiccioli è un’impresa facile per i 134 peacekeepers della Sri Lanka in missione di pace in Haiti che hanno abusato dei bambini. Ma il prezzo era alto, gli uomini duri dello Sri Lanka volevano sesso da minori di età inferiore ai 12 anni. Non aveva neppure il seno quella bambina che Ap ha chiamato V01, Vittima n.1. Ha detto agli investigatori delle Nazioni Unite che nel corso dei successivi tre anni, dai 12 ai 15 anni, ha fatto sesso con quasi 50 caschi blu, tra cui un “comandante” che le ha dato i suoi 75 centesimi.

La seconda vittima, V02, aveva 16 anni quando la squadra Onu l’ha intervistata, ha riferito che aveva avuto rapporti sessuali con un comandante dello Sri Lanka, descrivendolo come sovrappeso con i baffi e un grande anello d’oro al dito medio. V03 ha identificato 11 soldati attraverso le fotografie. V04 aveva avuto rapporti sessuali con i soldati ogni giorno in cambio di denaro, biscotti o succhi di frutta. Il ragazzo V08 ha riferito di avere fatto sesso con più di 20 soldati dello Sri Lanka. V09 con più di cento peacekeepers in tre anni, una media di circa quattro al giorno.

Secondo la legge haitiana, fare sesso con qualcuno sotto i 18 anni è stupro, inoltre i codici di condotta Onu vietano lo sfruttamento. “Gli atti sessuali descritti dalle nove vittime sono semplicemente troppi per essere presentati in modo esaustivo in questa relazione, in particolare più partner sessuali in vari luoghi in cui i contingenti dello Sri Lanka sono stati dispiegati in tutta Haiti per diversi anni”, riferisce il rapporto. Gli investigatori hanno mostrato ai bambini più di mille fotografie che includevano le immagini di truppe dello Sri Lanka e le posizioni in cui i bambini hanno avuto rapporti sessuali con i soldati.

Delle duemila denunce di abusi sessuali e sfruttamento rivolte alle forze di pace e ad altri membri del personale Onu, solo una piccola frazione dei presunti colpevoli è finita in carcere. Legalmente, l’Onu è in un vicolo cieco. Non ha giurisdizione su forze di pace, lasciando la punizione ai Paesi che forniscono le truppe.

L’Ap ha intervistato presunte vittime, i funzionari e gli investigatori Onu attuali ed ex ed hanno cercato risposte da 23 Paesi sul numero di forze di pace che hanno affrontato queste accuse e quello che eventualmente è stato fatto per indagare. Con rare eccezioni, poche nazioni hanno risposto alle ripetute richieste, mentre i nomi di quelli trovati colpevoli sono mantenuti confidenziali, rendendo impossibile determinarne la responsabilità. Senza un accordo per la riforma diffusa e la responsabilità degli Stati membri dell’Onu le soluzioni rimangono vaghe e sfuggenti.

In Haiti, almeno 134 caschi blu dello Sri Lanka hanno abusato sessualmente di nove bambini, tra il 2004 e il 2007, secondo un rapporto interno dell’Onu, ottenuto da Ap. Sulla scia del rapporto 114 caschi blu sono stati mandati a casa, ma nessuno è stato imprigionato. Nel mese di marzo, il segretario generale dell’Onu, Antonio Guterres ha annunciato nuove misure per affrontare gli abusi sessuali e lo sfruttamento da parte delle forze di pace e di altro personale Onu.

Ma l’annuncio suona tristemente familiare: più di un decennio fa, le Nazioni Unite hanno commissionato un rapporto che ha promesso di fare giustizia, ma la maggior parte delle riforme promesse non si è mai materializzata. Ben due anni dopo che sono state fatte quelle promesse, i bambini di Haiti sono stati passati in giro da soldato a soldato. E negli anni successivi, le forze di pace sono state accusate di abusi sessuali in varie parti del mondo.

Un caso particolarmente triste di Haiti riguarda un’adolescente violentata nel 2011 da forze di pace uruguaiane che hanno riservato la stessa sorte a decine di ragazze haitiane, chiamata eufemisticamente “sesso di sopravvivenza” in un Paese dove la maggior parte della gente vive con meno di due dollari al giorno. L’avvocato haitiano Mario Joseph ha cercato di ottenere un risarcimento per le vittime di un ceppo di colera mortale, legato a peacekeeper nepalesi, che ha ucciso circa 10mila persone. Ora, si sta anche cercando di ottenere il mantenimento dei figli per circa una dozzina di donne haitiane lasciate incinte dalle forze di pace.

“Immaginate se le missioni di pace dell’Onu stazionassero negli Stati uniti, e le forze di pace stuprassero i bambini, violentassero le ragazze portando un ceppo mortale di colera che ha ucciso circa 10mila persone come è successo in Haiti nel 2011″, ha dichiarato l’avvocato Joseph a Port-au-Prince.

di Cristina Amoroso

Americani, inglesi e giordani pronti a entrare in Siria


Continua a salire la tensione lungo il confine tra Siria e Giordania. L’intelligence siriana ha riferito che gli Stati Uniti, le forze britanniche e giordane si stanno preparando per una possibile invasione della Siria con il pretesto di combattere l’Isil.

Mezzi militari ammassati presso una base militare giordana sul confine siriano

Secondo i rapporti, Damasco è in allerta dopo che i rapporti dell’intelligence raccolti da droni di sorveglianza hanno scoperto che gli Stati Uniti, la Gran Bretagna e militari giordani stanno preparando una massiccia invasione della Siria.

Quasi 400 veicoli militari americani e giordani sono stati localizzati in una base militare giordana vicino al confine siriano. Da ricordare che non ci sono terroristi dell’Isil nella regione in cui gli Stati Uniti, le forze britanniche e giordane sono operative.

Nei rapporti si evince che le attività di questi tre Paesi sul confine sirio-giordano sono finalizzate a raccogliere le forze arabe e occidentali nel campo di al-Zarqa, in cui sono già operativi 4.500 uomini armati. I mercenari presenti nel campo di Al-Zarqa sono stati addestrati per combattere l’esercito siriano e per formare una cintura intorno la Siria, un piano che non è altro che un’occupazione.

Nei rapporti dei servizi segreti risulta che i convogli militari degli Stati Uniti, della Giordania e della Gran Bretagna possono lanciare un assalto per aiutare i “ribelli” del Free Syrian Army (Fsa) vicino al valico di frontiera di Al-Tanf. Le truppe dell’esercito siriano, in risposta a possibili attacchi da parte degli Stati Uniti e alleati, hanno lanciato un’operazione su larga scala lungo l’autostrada Damasco-Baghdad per cacciare i mercenari del Fsa fuori dal valico di frontiera di Al -Tanf.

All’inizio di questo mese, l’esercito siriano si è spinto verso la regione di Badiyeh al-Sham nella regione di Dara’a per disinnescare il piano congiunto degli Stati Uniti, Gran Bretagna e Giordania per creare una zona cuscinetto in Siria meridionale. Una fonte militare siriana ha sottolineato l’importanza dell’avanzamento delle forze dell’esercito dalla centrale termica Tishrin a Damasco orientale verso regione Badiyeh al-Sham in Dara’a, aggiungendo che i soldati siriani hanno ristabilito la sicurezza nella regione tra Damasco orientale e Badiyeh.

Nel corso le operazioni militari, gli aerei da combattimento e gli elicotteri siriani hanno giocato un ruolo importante nel colpire basi e postazioni dei terroristi nelle regioni vicino a Tal Dakouh e in altre regioni a sud di Dara’a. Queste ultime operazioni hanno costretto l’Isil a ritirarsi.

Precedenti relazioni dei servizi segreti siriani riportano che gli Stati Uniti hanno cercato di stabilire una zona cuscinetto nelle province di Dara’a e Quneitra, per strappare questa zona strategica dal controllo del governo siriano. Negli ultimi mesi, i confini siriani con la Giordania e Israele sono stati teatro di impreviste e imponenti manovre militari.

di Giovanni Sorbello

PREMIO NOBEL PER L'ECONOMIA STIGLITZ, OGGI ALLA NORMALE DI PISA: ''ITALIA ESCA DALL'EURO PER POTERE CRESCERE'' (BOOM!)


Se l'Italia non fosse nell'euro "potrebbe implementare politiche per la crescita". A dirlo, non è il solito euroscettico nazionalista ovviamente xenofobo di destra e a tratti se non del tutto razzista, ma a margine della lectio magistralis per il conferimento di un dottorato dal Sant'Anna di Pisa, il premio Nobel per l'economia, Joseph Stiglitz.

"Un grosso problema dell'Italia - prosegue Stiglitz - e' un sotto investimento nell'istruzione in particolare nel sistema di istruzione di livello universitario". Ad avviso di Stiglitz si crea cosi' "una situazione nella quale i ricercatori vanno all'estero e negli Stati Uniti e non tornano, ma il costo dell'istruzione e' stato pagato dall'Italia".

Il premio Nobel mette nel mirino anche gli anni di governo della coalizione guidata da Berlusconi: "Il Paese ha perso molti anni sotto il governo Berlusconi". A chi gli chiede, invece, un giudizio sulle politiche economiche del governo Renzi, Stiglitz schiva dicendo: "Non conosco ogni dettaglio per intervenire nella discussione politica".

E il valente economista attacca anche Mps: "Quando siamo in una situazione di crisi, come con Mps o come negli Usa nel 2008, penso che banche e depositi debbano essere salvati, ma anche che debba valere un principio di 'accountability', che implica che manager e banchieri siano responsabili dei disastri che hanno fatto. Nel caso di Mps questo vale pure per i politici".

Tradotto in parole povere, dovrebbero essere processati anche i capi a vari livelli del Pd, partito che da sempre è il dominus di Mps, additittura da 40 anni.

E Stiglitz continua così: "Nel caso degli azionisti e degli obbligazionisti e' naturale che soffrano una perdita anche se siamo consapevoli che in Italia c'e' stato un problema specifico, ovvero gli istituti di credito hanno fatto sottoscrivere obbligazioni senza informare di cosa si trattava". Pertanto, evidenzia, Stiglitz "sono favorevole a salvare il sistema finanziario italiano, ma deve valere l'accountability per manager e azionisti".

E Stiglitz attacca anche il ministro delle Finanze tedesco, Schaeuble: "L'Unione monetaria, come ogni unione o accordo monetario puo' finire, niente e' per sempre. Fa parte del lavoro dei ministri delle Finanze e dei politici dire che l'euro non finira' mai, perche' potrebbero creare delle situazioni di panico e questo potrebbe portare a dei processi irreversibili". 

Per Stigltz, quindi, i politici lo sanno, ma tacciono e dicono piuttosto il contrario, per la paura che la valanga travolga non solo l'euro, ma anche le elite a cui appartengono e che l'euro hanno imposto alle nazioni dell'eurozona. 

"Lo stesso Schauble dichiaro' che la Grecia avrebbe potuto lasciare l'euro - ha aggiunto Stiglitz -. Puo' succedere che qualcuno lasci l'euro e, se questo avverra', ci sara' un'area con un Paese in meno". Il premio Nobel lancia un monito al ministro delle Finanze tedesco: "La persona piu' importante perche' l'euro possa sopravvivere e' lui: dovrebbe accettare di cambiare le regole per riportare la prosperita' in Europa".

A domanda diretta sull'opportunita' che sia proprio l'Italia ad abbandonare la moneta unica, l'economista americano rileva: "Spero che questo sia un buon momento con Macron in Francia, e auspico che, con l'attuale governo in Italia, convinca la Germania e altri Paesi del Nord Europa a riformare le regole europee. Penso che con delle regole giuste l'euro possa funzionare, perche' non c'e' un problema economico, ma politico, relativamente alla volonta' della Germania e degli altri Paesi nordici di riformare o meno le regole". 

Per regole, Stiglitz intende la creazione degli eurobond, e quindi la condivisione del debito tra tutti gli stati dell'eurozona, e la cancellazione del fiscal compact che produce unicamente crisi economica, e quindi una vasta politica di investimenti pubblici in modo da creare lavoro, dato che la piaga più grave causata dall'euro è la disoccupazione di massa, che secondo i dati che la stessa Bce ha divulgato ieri, nell'eurozona è arrivata al 18,5%. Ma queste nuove regole che Stiglitz vorrebbe per l'eurozona sono quanto di peggio potrebbe accadere, secondo la Germania. 

Ecco perchè il premio Nobel per l'Economia Stiglitz consiglia all'Italia di uscire dall'Euro. E lo ha fatto oggi, a Pisa, nella più prestigiosa università italiana, la Normale.

Redazione Milano




DEPUTATO OLANDESE CHIEDE A DRAGHI: SE L'OLANDA ESCE DALL'EURO, LA BCE CI RENDE 100 MILIARDI? E LUI: SCORDATEVELI



La notizia come come sempre accade in Italia quando è "scomoda" ovvero contraddice il pensiero unico a sinistra che pretende di imporre l'idea che la Ue sia paradisiaca e l'euro la manna caduta dal cielo sull'Italia e come tale una meraviglia di cui essere grati in eterno ai banchieri e ai politici Pd che ne sono stati gli artefici (vedi alla voce governo Prodi con Veltroni capo degli allora Ds oggi pd) è stata totalment censurata, a parte un blog di qualità qual è Voci dall'estero.

Eppure, è rilevantissima. E ne scrive ad esempio il britannico Daily Express, oltre che tutta la stampa olandese e buona parte di quella tedesca.

Cosa è accaduto? Semplice: il fondatore e leader della formazione politica Forum per la Democrazia, Thierry Baudet, ha chiesto ufficialmente a Mario Draghi durante un dibattito al Parlamento olandese al quale stava facendo visita Draghi, se l’Olanda rientrerebbe in possesso dei 100 miliardi di euro di crediti dalla BCE, in caso di uscita dall’euro.

Mario Draghi ha risposto seccamente in modo lapidario che "l’Olanda non riavrebbe i soldi indietro" e questo ha creato un momento di tensione notevole sia tra i due che fra tutti i presenti. alla discussione, ripetiamo, dentro il parlamento dell'Olanda e non durante una qualsivoglia tavola rotonda d'economia e finanza.

Thierry Baudet ha iniziato il suo intervento citando un documento che trascriveva letteralmente quanto aveva dichiarato Mario Draghi mesi fa, quando disse che se l’Italia dovesse lasciare l’eurozona, dovrebbe restituire il saldo negativo che ha attualmente all’interno del sistema target2.

Thierry Baudet è intervenuto di fronte a Draghi in Aula dicendo: “Dal momento che noi, l’Olanda, abbiamo un credito netto di circa 100 miliardi di euro con la Bce, stando alle sue stesse parole questo significa che, nel caso scegliessimo di lasciare l’eurozona, il che è uno dei punti fondamentali del programma del mio partito, dovremmo ricevere indietro 100 miliardi di euro dai paesi del sud dell’eurozona, secondo lei?”.

Ma il presidente della BCE ha subito risposto, quasi interrompendo l'intervento di Baudet dicendo che i paesi che escissero dall'euro non potrebbero ricevere indietro i soldi.

Draghi h detto esattamente: “Lasci che le risponda nello stesso modo in cui ho risposto a domande simili al Parlamento Europeo. L’euro è irrevocabile, e questo è nei trattati. Non farò speculazioni su ipotesi che non hanno possibilità di avverarsi alla luce degli attuali accordi. Inoltre, l’euro è stato un successo per l’eurozona e specialmente per i paesi come l’Olanda”.

E Thierry Baudet per niente soddisfatto della risposta ha contestato il concetto che l’euro sia stato benefico per l’Olanda: “Possiamo non essere d’accordo sui meriti dell’euro, e la mia opinione è che nei paesi al di fuori della UE la situazione economica sia significativamente migliore. Ma una cosa non va bene: lei ha detto di non voler fare speculazioni sulla possibilità che l’eurozona si disgreghi. Ma questo è esattamente quello che lei ha fatto quando, a gennaio 2017, ha detto che ‘se l’Italia dovesse lasciare, allora dovrebbe saldare il conto’. Lei stava quindi facendo speculazioni riguardo alla possibile rottura dell’eurozona, e non sarebbe onestà intellettuale da parte sua usare i medesimi principi sull’ipotesi che fosse l’Olanda ad andarsene?”

Il presidente della BCE, visibilmente innervosito anche perchè mai accade che qualcuno nelle conferenze stampa a Francoforte della Bce ponga domande e faccia contestazioni spiazzanti come questa del leader del Forum per la Democrazia, ha ribadito che non avrebbe fatto ulteriori speculazioni, prima di ripetere che "la BCE ha portato benefici all’Olanda, e di sottolineare la sua importanza all’interno del mercato unico".

Nel merito, ovviamente, Draghi non poteva smentire sè stesso e quindi ha taciuto. Thierry Baudet ha replicato con una aperta contestazione a Draghi dichiarando: “Vedremo allora se lei ha ragione”.

La questione sollevata da Baudet è tutt'altro che secondaria. Infatti, la Bce ha minacciato l'Italia e in particolare i leader dei partiti no-euro avverdendo che se davvero portassero il Paese fuori dall'euro l Bce sarebbe prontissima a farlo fallire accampando il presunto diritto di "farsi restituire in eruo" e non nella nuova valuta nazionale, nel caso, la lira, l'importo dei titoli di stato acquistati a piene mani dalla stessa Bce su sua decisione autonoma. Detto in breve, un vero e proprio ricatto.

Redazione Milano




09 maggio 2017

NOTIZIA CENSURATA IN TUTTA LA UE / PETIZIONE TRANSNAZIONALE PER FAR DIMETTERE JUNCKER (FIRMA ANCHE TU ON LINE)



LONDRA - Probabilmente nessuno in Italia ha mai sentito parlare di Jacques Nikonoff e la cosa non deve sorprendere visto che in Italia tutte le notizie che lo riguardano sono state completamente censurate.

Per chi non lo sapesse, questo signore e' un economista che insegna a Parigi VIII ed ha acquisito notorieta' per via della sua petizione in cui chiede le dimissioni per presidente della Commissione europea Jean Claude Juncker.

La petizione e' relativa al ruolo che Juncker ha avuto nella gigantesca evasione fiscale che ha avuto luogo in Lussemburgo quando era presidente del consiglio e che ha coinvolto società finanziarie di mezzo mondo, alle quali Juncker ha fatto ottenere monumentali evasioni fiscali.

Come molti sanno in passato molte multinazionali hanno firmato degli accordi con l'ufficio delle tasse del Lussemburgo permettendo loro di evadere centinaia di milioni di euro di tasse e tali accordi hanno danneggiato diversi stati visto che le società che hanno firmato questi accordi hanno omesso di pagare tasse nei paesi dove avevano la loro residenza legale.

Juncker viene chiamato in causa perche' non solo era a conoscenza di questa evasione, ma non ha fatto nulla per fermarla e per tale motivo questa petizione ne chiede le dimissioni in quanto non idoneo a ricoprire l'incarico di presidente della commissione.

Se Juncker rifiuta di dimettersi allora dovrebbe essere la commissione europea a licenziarlo come successe nel 1999 quando l'allora presidente Jacques Santer fu costretto alle dimissioni.

Al momento sono piu' di 83mila coloro che hanno firmato questa petitione ma questo numero sarebbe ancora piu' alto se i mezzi di informazione informassero la gente della sua esistenza.

Noi abbiamo deciso di farlo e invitiamo tutti i nostri lettori ad andare su questo sito e firmare:

https://www.change.org/p/eu-commission-juncker-doit-partir

Arrivare a 150mila firme e' facile e piu' persone firmano piu' alte sono le possibilita' che questo ubriacone possa essere mandato a casa.

GIUSEPPE DE SANTIS - Londra

L'ISLANDA FUORI DALLA UE E SENZA L'EURO VA A GONFIE VELE E LA SUA MONETA SI RIVALUTA DEL 21% SULLA MONETA UNICA EUROPEA



LONDRA - Quando l'Islanda ha deciso di rimanere fuori dalla UE molti sedicenti commentatori hanno accusato il paese scandinavo di essersi tirato la zappa sui piedi ma ancora una volta i fatti dimostrano che si sbagliavano, e di grosso.

Infatti proprio in questi giorni e' emerso che la corona islandese e' la moneta che ha avuto quest'anno la migliore performance del mondo e il suo valore rispetto alle altre valute continua a crescere. A causare questo apprezzamento sono la crescita economica dell'economia islandese, un boom nel settore turistico e gli altri rendimenti dei titoli islandesi.

Per capire il livello di tale apprezzamento basti pensare che in un anno la corona islandese si e' apprezzata del 21% rispetto all'euro e del 15% rispetto al dollaro mentre da marzo 2017 l'apprezzamento rispetto a euro e dollaro e' stato rispettivamente del 4 e del 6,4%.

Jon Bjarki Bentsson, economista alla Islandsbanki, a Bloomerg ha dichiarato che l'abolizione del controllo sui capitali all'inizio ha portato un po' di volatilita' ma poi ha causato un apprezzamento che e' destinato a continuare per tutta l'estate 2017 e la ragione principale e' stata un'affluenza record di turisti le cui entrate hanno compensato il deficit delle partite correnti in altri settori.

A tale proposito e' importante ricordare che quest'anno l'Islanda ha attratto un milione e ottocento mila turisti, un amento del 40% rispetto al 2015 i quali hanno speso la bellezza di 212 milioni di dollari.

Ad attirare i turisti sono stati la possibilita' di vedere le aurore boreali nonche' l'opportunita' di vedere i luoghi in cui e' stata girata la serie di successo Game of Thrones e il successo del settore turistico e' tale che il governo sta pensando di istituire una speciale tassa.

Questi dati dimostrano che la crisi del 2008 e' oramai un ricordo tant'e' che nel quarto trimestre l'economia e' cresciuta rispetto all'anno precedente dell'11,3% mentre nel terzo trimestre e' cresciuta del 9,6%, dati che i paesi dell'euro e in particolare l'Italia possono solo sognare.

A tale proposito non e' un caso che questa notizia, riportata da Russia Today, e' stata completamente censurata in Italia perche' demolisce le menzogne che i politici continuano a ripetere sul successo dell'euro. Che viceversa è un fallimento. L'euro ha portato disoccupazione di massa in molte nazioni dell'eurozona, a iniziare da Italia, Grecia, Portogallo e non ultima la Spagna, e ha provocato un forte impoverimento dei cittadini oltre che un aumento arrivato a livelli folli delle tasse.

Cio' che sta succedendo all'Islanda dimostra invece cosa succederebbe all'Italia se uscisse dall'euro e dalla UE e per tale motivo abbiamo riportato questa notizia perche' vogliamo che gli italiani conoscano la verita'.


GIUSEPPE DE SANTIS

IL PIROETTONE DEL BISCHERO


IL SALTO DELLA QUAGLIA.

PRIMA: 

"Un'ora e mezza di vertice all'Eliseo poi rientro a Roma in serata. Una cena "informale" con anche il primo ministro francese Manuel Valls. Quest'ultimo, al termine dell'incontro ha scritto su Twitter: "Con Matteo Renzi, Francia e Italia sono unite e determinate ad agire insieme per l'avvenire dell'Europa". Valls pubblica una foto dell'odierno colloquio tra Renzi e il presidente Francois Hollande, a cui partecipava anche lui. Nel corso dell'incontro all'Eliseo, i tre hanno evocato la questione del Brexit in vista del vertice di lunedì con Angela Merkel e il summit europeo di martedì a Bruxelles. Serata francese dall'amaro sapore di Brexit, quindi, per il presidente del Consiglio Matteo Renzi arrivato a Parigi nel tardo pomeriggio e accolto con un abbraccio dal padrone di casa, il presidente francese Francois Hollande. I tre seduti intorno a un tavolo per discutere del risultato shock del referendum sull'uscita del Regno Unito dall'Ue in una cena di lavoro in salsa europeista. Incontro di preparazione, viene ritenuto, in vista dell'incontro a tre con la cancelliera tedesca Angela Merkel in programma per lunedì pomeriggio a Berlino, e il successivo vertice Ue di martedì e mercoledì a Bruxelles". (Dal quotidiano La Repubblica del 25 giugno 2016) 

DOPO:

"Scambio di felicitazioni" tra Matteo Renzi ed Emmanuel Macron. A quanto si apprende da fonti del Partito Democratico, il segretario del Pd si e' congratulato nella serata di ieri "per lo straordinario risultato elettorale" con il Presidente francese, il quale ha ricambiato l'amicizia e gli auguri di buon lavoro.

"Avanti insieme per fermare populismo e costruire una nuova Europa. A Parigi con Emmanuel Macron, a Roma con Matteo Renzi #EnMarche #incammino". Lo scrive su twitter Ettore Rosato, presidente dei deputati del Partito Democratico. 

CHE SCHIFO. RENZI RIESCE A TRADIRE PERFINO SE' STESSO.

Max Parisi

HA VINTO MACRON, MA GOVERNERANNO I REPUBBLICANI, CENTRODESTRA (MENO PROBABILE L'ESTREMA SINISTRA). TUTTI, MENO CHE LUI.



PARIGI - La sinistra francese, scrive il quotidiano "Le Monde", e' gia' scesa sul piede di guerra contro il neopresidente Macron: in diverse citta' in Francia sono scoppiati incidenti, ieri sera subito dopo l'annuncio della sua vittoria elettorale, tra simpatizzanti della sinistra e forze dell'ordine. Da parte sua il leader della sinistra Jean-Luc Melenchon, che al primo turno delle presidenziali è arrivato quarto con quasi il 20 per cento dei voti alla testa della coalizione "France insoumise" ("Francia non-sottomessa"), ha attaccato Macron definendolo come "il nuovo monarca presidenziale" ed il suo programma come "la guerra contro i diritti acquisiti", per di piu' intriso di "irresponsabilita' ecologica".

"Non siamo condannati a questo", ha dichiarato Melenchon: "Dopo il voto del rifiuto e della paura nei confronti del Front national di Marine Le Pen, e' ora il momento di una scelta positiva" ha detto facendo appello ai 7 milioni di elettori che lo hanno votato al primo turno presidenziale perche' "restino uniti" in vista delle elezioni parlamentari dell'11 e del 18 giugno prossimi.

Ma più di tutti, e' il Partito socialista quello che si trova maggiormente a mal partito dopo la vittoria di Macron alle presidenziali. Domani martedi' 9 maggio si riunira' l'ufficio politico del Ps per avviare la campagna in vista delle elezioni parlamentari dell'11 e 18 giugno prossimi; ma l'atmosfera e' tetra dopo la rotta subita al primo turno delle presidenziali il 23 aprile scorso in cui il candidato socialista Benoit Hamon ha ottenuto appena il 6 per cento. Per di piu' il Ps e' profondamente diviso: mentre il segretario nazionale Jean-Cristophe Cambadèlis vorrebbe trattare l'adesione del partito alla futura maggioranza parlamentare del neo presidente eletto, da un lato c'e' chi e' gia' passato armi e bagagli nel movimento "En Marche!" di Macron che di fatto ha imbarcato buona parte della nomenclatura socialista di Hollande e Valls e poi ci sono gli esponenti della sinistra socialista, come lo sconfitto Hamon, che sognano invece una "unione delle sinistre" in grado addirittura di conquistare la maggioranza assoluta all'Assemblea Nazionale, unendosi a Melechon. Cosa che rafforzerebbe non poco il fronte della sinistra post comunista portandolo vicino al 30% nazionale.

Sul fronte del centrodestra, invece, escluso per la prima volta nella storia dal secondo turno di ballottaggio delle elezioni presidenziali, i Repubblicani lavorano per la rivincita in occasione delle elezioni parlamentari dell'11 e del 18 giugno prossimi: dopodomani mercoledi' 10 l'ufficio politico del partito si riunira' per mettere a punto la strategia del "terzo turno" della maratona elettorale francese. L'obbiettivo, come ha dichiarato a caldo il senatore Lr Francois Baroin, e' di ottenere in coalizione con i centristi dell'Udi la maggioranza assoluta all'Assemblea Nazionale, privando cosi' il neo eletto presidente Emmanuel Macron di una propria base parlamentare e sottraendo all'estrema destra del Front national di Marine Le Pen l'ambito ruolo di principale forza di opposizione di destra. L'bbiettivo è certamente alla portata, secondo più sondaggi che danno i Repubblicani tra il 35 e il 45%.

"Una vittoria ampia ma fragile" titola il quotidiano cattolico "La Croix", che ricorda come una parte consistente del sostegno a Macron sia arrivato da elettori che non ne condividono affatto il programma ma hanno votato per lui solo per sventare la minaccia del Front national. "Non ci sara' nessuna luna di miele" per Macron, prevede anche il quotidiano comunista "L'Humanite'", che annuncia "una nuova lotta" in vista delle elezioni legislative di giugno: "Un appuntamento importante per mettere i bastoni fra le ruote" ad un presidente "eletto senza entusiasmo". All'appuntamento di giugno guarda anche "L'Opinion", secondo cui Macron dovra' cercare di sfruttare lo slancio per "costruirsi una vera e solida base parlamentare". "Vincere le presidenziali, alla fine per Macron sara' stato la cosa piu' facile", riassume "Le Journal de la Haute-Marne": "Riuscire ad avere un Parlamento che appoggi le sue politiche sara' molto piu' arduo per un uomo che si e' proclamato ne' di destra ne' di sinistra ma che per governare avra' bisogno di entrambe e dovra' accontentare entrambe". In pratica, una marionetta i cui fili saranno tirati di volta in volta dai partiti che formeranno il governo. 

Redazione Milano.




30 aprile 2017

Chomsky: “Stati Uniti la più grande minaccia per la pace nel mondo, non l’Iran”


Redazione 

Il mondo è concorde. Non è l’Iran la più grande minaccia per la pace nel mondo, ma gli Stati Uniti. Da tempo lo sostiene Noam Chomsky, il dissidente politico di fama mondiale, linguista, autore di un centinaio di libri, professore emerito presso il Massachusetts Institute of Technology, dove ha insegnato per più di mezzo secolo. Nel corso dei primi 75 giorni dell’Amministrazione Trump, la Casa Bianca ha imboccato più passaggi per aumentare la possibilità di una guerra degli Stati Uniti con l’Iran. Trump ha incluso il Paese del Golfo in entrambi i divieti di viaggio per i Paesi musulmani. Come candidato alla presidenza, Trump ha minacciato di smantellare l’accordo nucleare con l’Iran.

A settembre del 2015, in un discorso alla New School di New York, Noam Chomsky, spiegando il motivo per cui egli riteneva gli Stati Uniti la più grande minaccia alla pace nel mondo, parlava degli Usa come di “uno Stato canaglia, indifferente al diritto e alle convenzioni internazionali, con il diritto a ricorrere alla violenza a volontà”. In questi giorni in uno show televisivo, Democracy Now, condotto dal giornalista Juan González, Chomsky ha ripreso il tema dei rapporti statunitensi con l’Iran, sulla questione: “Perché gli Stati Uniti insistono su come impostare le potenziali cause di guerra con l’Iran?”.

E’ una vecchia questione che va avanti da molti anni. Proprio nel corso degli anni di Obama, l’Iran è stato considerato come la più grande minaccia alla pace nel mondo. “Tutte le opzioni sono aperte”, frase di Obama, che significa, se vogliamo usare le armi nucleari, siamo in grado, a causa di questo terribile pericolo per la pace. I motivi di preoccupazione vengono articolati molto chiaramente e ripetutamente da alti funzionari e dai commentatori negli Stati Uniti.

Ma esiste un mondo là fuori che ha le sue opinioni, che sono facilmente rintracciabili da fonti standard, come la principale agenzia di sondaggi statunitense; la Gallup che raccoglie sondaggi regolari di opinioni internazionali. Alla domanda: quale Paese pensi sia la più grave minaccia per la pace nel mondo? La risposta è inequivocabile: gli Stati Uniti con un margine enorme, rispetto agli altri Paesi. Molto distanziato il Pakistan, gonfiato sicuramente dal voto indiano. Ancora più distanziato l’Iran, appena accennato. Questa è una di quelle cose che non vanno dette, infatti i risultati che si trovano nella principale agenzia di sondaggi statunitense, non vengono riportati in quella che chiamiamo stampa libera.

Allora, perché l’Iran viene considerato la più grande minaccia alla pace nel mondo?

La risposta ci viene – afferma Chomsky – da una fonte autorevole di un paio di anni fa, la comunità di intelligence che fornisce valutazioni periodiche al Congresso sulla situazione strategica globale. Al centro del loro rapporto, naturalmente, c’è sempre l’Iran con relazioni abbastanza coerenti. Riferiscono che Teheran ha spese militari molto basse, anche per gli standard della regione, molto più basse dell’Arabia Saudita, di Israele e di altri Paesi. La sua strategia è di difesa. Vogliono scoraggiare gli attacchi abbastanza a lungo, perché siano trattati dalla diplomazia. La conclusione dell’intelligence, che è di un paio di anni fa, é la seguente: “Se si stanno sviluppando armi nucleari, che noi non conosciamo, sarebbero parte della loro strategia di dissuasione”.

Ora, quale è il motivo per cui gli Stati Uniti e Israele sono ancora più preoccupati per un deterrente?

Chi è preoccupato per un deterrente? Coloro che vogliono usare la forza. Coloro che vogliono essere liberi di usare la forza sono profondamente preoccupati per un potenziale deterrente. Quindi, “Sì, l’Iran è la più grande minaccia alla pace nel mondo, potrebbe scoraggiare il nostro uso della forza”, conclude Chomsky.

di Cristina Amoroso

Abusi sessuali su minori: la vergogna dei caschi blu dell’Onu


Redazione 

Nel corso degli ultimi 12 anni circa duemila denunce di abusi sessuali e sfruttamento sono state rivolte alle forze di pace e ad altri membri del personale Onu, lo riporta un’indagine svolta dall’Agenzia Associated Press (Ap) sulle missioni di pace dell’Onu, la quale segnala anche che la crisi è molto più grande di quanto precedentemente noto. In più di trecento delle accuse sono coinvolti minori, come i bambini di Haiti sottoposti ad abusi sessuali e sfruttamento da 134 caschi blu dello Sri Lanka, ma l’Onu, nonostante le prove schiaccianti, fatica a punire i suoi dipendenti colpevoli.

La lista è molto lunga: sedici missioni che coinvolgono 120mila addetti, centomila tra caschi blu e militari, il resto civili, che sono tenuti a proteggere la popolazione, non a dare prova di machismo, di senso di onnipotenza e razzismo, di mancanza di regole, di abusi di potere che assumono la forma di abusi sessuali. E con la presenza dei militari che facciano la guerra o portino la pace, che siano dell’Onu o della Nato, aumentano gli stupri, la prostituzione e gli abusi sui minori. In Cambogia come in Mozambico, in Bosnia e in Kosovo, in Sudan, nella Repubblica Centrafricana e nella Repubblica Democratica del Congo.

Ad Haiti gli abusi sessuali più recentemente scoperti

Qui sotto il sole dei Caraibi attirare un bambino affamato con uno snack o con pochi spiccioli è un’impresa facile per i 134 peacekeepers della Sri Lanka in missione di pace in Haiti che hanno abusato dei bambini. Ma il prezzo era alto, gli uomini duri dello Sri Lanka volevano sesso da minori di età inferiore ai 12 anni. Non aveva neppure il seno quella bambina che Ap ha chiamato V01, Vittima n.1. Ha detto agli investigatori delle Nazioni Unite che nel corso dei successivi tre anni, dai 12 ai 15 anni, ha fatto sesso con quasi 50 caschi blu, tra cui un “comandante” che le ha dato i suoi 75 centesimi.

La seconda vittima, V02, aveva 16 anni quando la squadra Onu l’ha intervistata, ha riferito che aveva avuto rapporti sessuali con un comandante dello Sri Lanka, descrivendolo come sovrappeso con i baffi e un grande anello d’oro al dito medio. V03 ha identificato 11 soldati attraverso le fotografie. V04 aveva avuto rapporti sessuali con i soldati ogni giorno in cambio di denaro, biscotti o succhi di frutta. Il ragazzo V08 ha riferito di avere fatto sesso con più di 20 soldati dello Sri Lanka. V09 con più di cento peacekeepers in tre anni, una media di circa quattro al giorno.

Secondo la legge haitiana, fare sesso con qualcuno sotto i 18 anni è stupro, inoltre i codici di condotta Onu vietano lo sfruttamento. “Gli atti sessuali descritti dalle nove vittime sono semplicemente troppi per essere presentati in modo esaustivo in questa relazione, in particolare più partner sessuali in vari luoghi in cui i contingenti dello Sri Lanka sono stati dispiegati in tutta Haiti per diversi anni”, riferisce il rapporto. Gli investigatori hanno mostrato ai bambini più di mille fotografie che includevano le immagini di truppe dello Sri Lanka e le posizioni in cui i bambini hanno avuto rapporti sessuali con i soldati.

Delle duemila denunce di abusi sessuali e sfruttamento rivolte alle forze di pace e ad altri membri del personale Onu, solo una piccola frazione dei presunti colpevoli è finita in carcere. Legalmente, l’Onu è in un vicolo cieco. Non ha giurisdizione su forze di pace, lasciando la punizione ai Paesi che forniscono le truppe.

L’Ap ha intervistato presunte vittime, i funzionari e gli investigatori Onu attuali ed ex ed hanno cercato risposte da 23 Paesi sul numero di forze di pace che hanno affrontato queste accuse e quello che eventualmente è stato fatto per indagare. Con rare eccezioni, poche nazioni hanno risposto alle ripetute richieste, mentre i nomi di quelli trovati colpevoli sono mantenuti confidenziali, rendendo impossibile determinarne la responsabilità. Senza un accordo per la riforma diffusa e la responsabilità degli Stati membri dell’Onu le soluzioni rimangono vaghe e sfuggenti.

In Haiti, almeno 134 caschi blu dello Sri Lanka hanno abusato sessualmente di nove bambini, tra il 2004 e il 2007, secondo un rapporto interno dell’Onu, ottenuto da Ap. Sulla scia del rapporto 114 caschi blu sono stati mandati a casa, ma nessuno è stato imprigionato. Nel mese di marzo, il segretario generale dell’Onu, Antonio Guterres ha annunciato nuove misure per affrontare gli abusi sessuali e lo sfruttamento da parte delle forze di pace e di altro personale Onu.

Ma l’annuncio suona tristemente familiare: più di un decennio fa, le Nazioni Unite hanno commissionato un rapporto che ha promesso di fare giustizia, ma la maggior parte delle riforme promesse non si è mai materializzata. Ben due anni dopo che sono state fatte quelle promesse, i bambini di Haiti sono stati passati in giro da soldato a soldato. E negli anni successivi, le forze di pace sono state accusate di abusi sessuali in varie parti del mondo.

Un caso particolarmente triste di Haiti riguarda un’adolescente violentata nel 2011 da forze di pace uruguaiane che hanno riservato la stessa sorte a decine di ragazze haitiane, chiamata eufemisticamente “sesso di sopravvivenza” in un Paese dove la maggior parte della gente vive con meno di due dollari al giorno. L’avvocato haitiano Mario Joseph ha cercato di ottenere un risarcimento per le vittime di un ceppo di colera mortale, legato a peacekeeper nepalesi, che ha ucciso circa 10mila persone. Ora, si sta anche cercando di ottenere il mantenimento dei figli per circa una dozzina di donne haitiane lasciate incinte dalle forze di pace.

“Immaginate se le missioni di pace dell’Onu stazionassero negli Stati uniti, e le forze di pace stuprassero i bambini, violentassero le ragazze portando un ceppo mortale di colera che ha ucciso circa 10mila persone come è successo in Haiti nel 2011″, ha dichiarato l’avvocato Joseph a Port-au-Prince.

di Cristina Amoroso

Houthi: “Stati Uniti e Israele due facce della stessa medaglia”


Il Leader del movimento Houthi Ansarullah dello Yemen, Abdul-Malik al-Houthi Badreddin, ha dichiarato che gli Stati Uniti e il regime israeliano sono due facce della stessa medaglia e insieme cercano di distruggere lo Yemen attraverso una brutale campagna militare lanciata dall’Arabia Saudita.

Nel corso di una video conferenza, Houthi ha dichiarato domenica che gli Stati Uniti, Israele e i loro alleati stanno cercando di imporre i propri valori su nazioni della regione, aggiungendo che i nemici vedono il popolo yemenita ostile ai loro interessi nella regione.

“I Paesi indipendenti nella regione dallo Yemen alla Siria, al Libano e l’Iraq sono considerati canaglia dal punto di vista americano, e la simpatia per gli oppressi in questi Paesi è vista come un crimine”, ha riferito al-Houthi.

Il leader yemenita ha anche osservato che la collusione nelle atrocità commesse contro il popolo yemenita non è un problema agli occhi dei leader americani, ma quando le forze oppresse e indipendenti cooperano tra loro, per gli Stati Uniti diventa un crimine. Egli ha invitato tutti gli yemeniti a stare uniti contro gli aggressori e difendere il loro Paese.

“Quando qualcuno dice Israele è una minaccia per la nostra nazione, gli Usa e i suoi alleati affermano che sono sostenitori dell’Iran, e con l’aiuto di questa falsa giustificazione, essi (Washington e gli alleati) prendono di mira coloro che non accettano l’adozione di un atteggiamento ostile verso l’Iran”, ha aggiunto il leader yemenita.

Egli ha anche affermato che l’unico peccato commesso dall’Iran, dal punto di vista degli Stati Uniti, è che si è liberato dall’essere un Paese fantoccio grazie alla Rivoluzione islamica del 1979. Houthi ha riferito che la nazione yemenita, compresi tutti i ceti sociali, dovrebbero aumentare la loro consapevolezza degli sviluppi regionali e usarla come strumento per combattere la propaganda statunitense contro il Paese arabo. L’ignoranza, ha aggiunto, rende le persone un facile bersaglio per gli Stati Uniti e i sionisti.

Houthi ha dichiarato che solo gli yemeniti possono decidere il loro futuro e gli affari interni del loro Paese, e nessun altro Paese od organizzazione, anche le Nazioni Unite e la Lega Araba, possono imporre le loro cosiddette soluzioni alla crisi in Yemen.

Il leader sciita ha ribadito che la Resistenza della nazione yemenita contro gli attacchi incessanti da parte del regime di Riyadh è stata profondamente radicata negli ordini religiosi e ha lo scopo di salvaguardare la sovranità nazionale e la libertà.

di Redazione

Gentiloni-Trump: il servo alla corte del nuovo padrone


Salvo Ardizzone

Giovedì c’è stato l’incontro Gentiloni-Trump, un faccia a faccia di circa mezzora assolutamente inutile, ma formalmente necessario in vista del G7 di Taormina.

Trump, dopo aver passato la campagna elettorale a tuonare contro i pilastri della tradizionale politica atlantista ed antirussa, sotto l’offensiva di Agenzie Federali, Congresso e lobby è stato costretto a liquidare i suoi collaboratori più controversi (Flynn e Bannon su tutti) e rivedere totalmente la sua posizione ufficiale verso Russia, Nato e Medio Oriente.

In questo caotico rimescolarsi della politica estera della nuova Amministrazione, nel recarsi a Washington il premier italiano non sapeva bene cosa si sarebbe trovato dinanzi; aveva solo la certezza che i Governi che si sono succeduti a Roma, e il suo da ultimo, hanno adempiuto a tutti i “compiti” assegnati da Washington con puntiglioso impegno, e forte di questo è giunto alla corte del nuovo padrone della Casa Bianca per fare una richiesta: un aiuto sul teatro libico, il dossier estero più importante per l’Italia.

Laggiù, il Governo di Al-Serraj, ufficialmente appoggiato da tutti e su cui l’Italia si è scommessa, nei fatti è lasciato allo sbaraglio e tutte le potenze interessate stanno giocando le proprie carte per prendere una fetta della posta, il petrolio e gas che abbonda sotto quelle sabbie e che intendono strappare al tradizionale controllo dell’Eni.

Ma a parte i ringraziamenti di rito per l’impegno dell’Italia in Afghanistan, Iraq e altrove, ovunque interessi allo Zio Sam, e la consueta tirata d’orecchie perché Roma aumenti lo stanziamento per la Difesa (leggi: la sua partecipazione alle spese della Nato), l’incontro Gentiloni-Trump è stato come ovvio fallimentare: un secco no alla richiesta di un preciso impegno Usa per stabilizzare la Libia (“Nessun ruolo specifico in Libia, siamo già impegnati su troppi fronti” è stata la risposta) ed una discreta attività diplomatica per propiziare finalmente una trattativa fra Al-Serraj ed il suo avversario, quel Generale Haftar appoggiato dal Cairo ed ora da Mosca.

Si starebbe infatti preparando un incontro a giugno fra al-Serraj ed Haftar sotto l’egida di Washington, ma dietro questa trattativa non ci sono affatto gli interessi di Roma, trovatasi come sempre sola quando prova a tutelare le proprie ragioni; i motivi messi in campo nel vertice Gentiloni-Trump sono al massimo serviti da pretesto per un summit che, con tutta probabilità, avrà al centro gli affari fra Exxon e Rosneft, e dunque i giacimenti libici e del Mediterraneo e gli intrecci con Egitto, Israele e Mosca.

Per convincersene basta vedere la richiesta avanzata dalla Exxon, proprio tramite il suo ex top manager Rex Tillerson ora Segretario di Stato, di poter aggirare le sanzioni verso la Russia per stringere i suoi accordi con la Rosneft. Accordi che non sono e non saranno certo gli unici ad essere conclusi, mentre l’Europa è tenuta in piena isteria antirussa da Baltici, Polacchi e compagnia, su istigazione di quell’establishment Usa che ribalta il costo della contrapposizione con la Russia sui satelliti europei, mentre guadagna trafficando con Mosca.

In tutto questo l’Italia come sempre resta inchiodata al patetico biascicare del politicamente corretto, alla paurosa pochezza dei suoi rappresentanti (particolarmente pietosa la figura di Alfano quale Ministro degli Esteri), alla totale mancanza di peso sulla scena internazionale, all’inconsistenza delle sue politiche che, visti i presupposti, quando prova ad articolare divengono velleitarie.

Nell’incontro Gentiloni-Trump, un premier impalpabile rappresentante di un Paese storicamente suddito di Washington, si è recato a rendere omaggio al nuovo padrone recapitando la propria supplica e ricevendo un ovvio no. Come sempre le decisioni, anche e soprattutto quelle che riguardano gli interessi del Sistema Italia, verranno prese altrove.

di Salvo Ardizzone

La tacita alleanza tra Israele e Daesh


L’ex ministro sionista degli Affari militari, Moshe Ya’alon, ha ammesso una tacita alleanza con Daesh (acronimo arabo per indicare il gruppo terroristico dell’Isis/Isil), affermando che il gruppo Takfiri “si è immediatamente scusato” con Tel Aviv dopo avere sparato “una volta” contro il territorio di Israele. Mentre i media internazionali hanno già riferito ampiamente sulle missioni dei commandos “israeliani” all’interno della Siria per salvare i miliziani feriti, è senza precedenti il riconoscimento di un legame con Daesh da parte di un alto funzionario del regime.

La rivelazione esplosiva di Ya’alon è avvenuta durante un’intervista rilasciata sabato sul sito web di Israele Canale 10, il portale Mako, che funge da gateway per i media e siti web sionisti.
Mako ha anche ripreso il filmato della manifestazione nella città settentrionale di Afula, durante la quale è stato visto l’ex capo degli Affari militari che descrive un’occasione in cui i terroristi Daesh dalla Siria hanno sparato nelle alture del Golan (territorio siriano che Tel Aviv ha occupato dal 1967).

Salvo alcuni rari attacchi di razzi dalla penisola del Sinai in cui Daesh ha dichiarato di essere responsabile, il gruppo si è generalmente rifiutato di indirizzare razzi verso i territori sotto occupazione israeliana. Tuttavia, Ya’alon ha affermato che dopo aver aperto il fuoco sul Golan, Daesh si è rivolto a Tel Aviv con rapide scuse, indicando l’alleanza tra i due e la prova che il gruppo aveva accettato di non colpire gli interessi israeliani.

I mezzi di comunicazione israeliani hanno rifiutato di denunciare gli “errori” di Daesh, probabilmente a causa di un blackout o di una censura militare, ha riferito Tikun Olam, un blog liberale basato su Seattle dedicato a “gli eccessi dello Stato di sicurezza nazionale israeliano”.

“Tra le lamentele della minaccia islamista per Israele e il mondo, Bibi (Benjamin) Netanyahu dimentica convenientemente che il suo Paese gode di un’alleanza tacita con l’Isis in Siria”, ha dichiarato il dottor Richard Silverstein, che gestisce il blog, aggiungendo che questa è un’alleanza di comodità per essere sicuri”. “Ma ha rivelato quanto Israele sia strettamente legato all’Isis in Siria”, ha scritto il blogger, che ha anche documentato la collaborazione israeliana con il Fronte al-Nusra.

Nel giugno del 2015, il blog ha pubblicato una storia che racconta gli interventi di Israele a favore dei terroristi in Siria. Ha affermato che Tel Aviv e al-Nusra avevano forgiato un’alleanza con terroristi, tenendo riunioni regolari con i comandanti dei gruppi terroristici e fornendo loro ogni tipo di fornitura militare e sanitaria.
Nel documento c’è un video che mostra l’assistenza sanitaria da parte di Israele ai terroristi che erano stati feriti in Siria. Ha anche citato un incidente in cui gli abitanti della zona hanno intercettato un’ambulanza israeliana che trasportava due feriti Takfiri, costringendo i medici a fuggire e a colpire a morte uno dei terroristi e ferire l’altro, salvato dall’intervento delle forze militari del regime sionista.

di Cristina Amoroso

29 aprile 2017

LE TRE SORELLE E I LORO PECCATI



– di Paolo Cardenà-

Fanno parte insieme alle banche d’affari e ai fondi speculativi, di quella oligarchia finanziaria che sta facendo tremare il mondo. I loro giudizi si abbattono su borse, mercati, titoli e anche istituzioni e enti governativi, giudicandoli e assegnando loro un “voto”. Fanno il buono e il cattivo tempo, prive di un controllo idoneo a stabilirne l’autonomia e l’imparzialità. Standard & Poor’s, Moody’s e Fitch.

Sono queste, quelle che in gergo vengono definite le “tre sorelle”, le agenzie che hanno il compito di esprimere giudizi sulla qualità del debito, di uno Stato, di una istituzione o di una società.
Sebbene, al mondo, si possano contare almeno una dozzina di società di rating, le tre sorelle, sono quelle che si dividono la fetta di mercato più ampia. Il loro compito, tra l’altro, è quello di fornire informazioni sul merito creditizio di un soggetto che ricorre al mercato per potersi finanziare. In altre parole, le agenzie di rating fungono principalmente da intermediari di informazioni tra coloro che emettono titoli e gli investitori, riassumendo, dopo le dovute analisi (non sempre), le indicazioni fondamentali del merito creditizio in una semplice lettera, che sta ad indicare una precisa classe di rating, dunque, un giudizio più o meno positivo, in base ad una scala espressa con lettere dell’alfabeto, ovviamente dietro pagamento di un certo ammontare da parte dell’emittente.

Con il proprio giudizio, riescono a catalizzare l’interesse degli investitori a favore di una società o di uno stato, il quale, godendo magari di un merito creditizio di elevato standing, potrà finanziare il proprio debito con rilevanti flussi di denaro, a costi tanto più ridotti quanto più alto sarà il merito creditizio goduto. 
In tal senso, proprio perché tali agenzie, con il loro operato e il loro giudizio, riescono ad influenzare in maniera predominante, non solo l’interesse o meno degli investitori, ma anche politiche economiche e fiscali di intere nazioni – che chiaramente auspicheranno elevati giudizi di merito creditizio al fine di attrarre investimenti a bassi costi, varando così politiche fiscali ed economiche propedeutiche a tal fine- godono di un grande potere che è quello di influenzare non poco scelte economiche, fiscali e anche politiche, “imponendo”, talvolta, dei veri e propri cambi di governo.
Proprio per questo, le società dovrebbero svolgere il proprio operato in regime di assoluta imparzialità e autonomia, in assenza di qualsiasi conflitto di interesse e certamente immuni da errori che possono compromettere la stabilità finanziaria di un area geografica o, ancora peggio, portare a soluzioni governative non espressione della volontà popolare.

Queste, abusando del proprio status, talvolta, assumono un vero e proprio ruolo politico che si manifesta proprio nell’espressione del proprio giudizio.

Evidenziata quindi l’importanza che viene attribuita a questi enti nell’esprimere le proprie pagelle, il cui significato può essere anche politico, appare del tutto evidente ed indispensabile che queste debbano operare in regime di assoluta imparzialità, autonomia e lontane da conflitti di interesse che ne possano, in qualche modo, influenzare la formazione di meriti o demeriti creditizi, immuni dal commettere, con ragionevole aspettativa, qualsivoglia errore di valutazione. Ma in realtà ciò non avviene.

Queste agenzie, con le loro valutazioni, concorrono alla formazione dei prezzi delle attività finanziarie in tutto il mondo, favorendo e facilitando l’attività di speculatori pronti ad avventarsi sulla loro preda, acquistando aziende a prezzi svalutati, mettendo sotto pressione i prezzi dei titoli governativi e impoverendo l’intera collettività. A conferma della tesi che ho appena descritto, vale la pena ricordare che gli azionisti delle tre sorelle, nella maggior parte dei casi, sono riconducibili più o meno indirettamente sempre alle stesse banche o fondi di investimento. Sono infatti questi ultimi, godendo di masse di denaro imponenti, a trarre il maggior vantaggio dal lavoro delle agenzie. Ma chi sono, in sintesi, i proprietari di queste società? Basta ben poco per accertarcene, e una semplice indagine ci riconduce a tutti i nomi noti della finanza e della speculazione mondiale.

Prendiamo ad esempio Sandard & Poor’s che ha una quota di mercato del 39% ed è presente in 23 paesi. La proprietà è del colosso delle comunicazioni , dell’editoria e delle costruzioni McGraw-Hill Companies Inc. Questa società a sua volta è partecipata per il 10.26% da Capital Word Investors, per il 4.47% da Black Rock Fund Advisor, il 4.25% da State Street Global Advisor, per il 4.04% da Oppenheimer Funds Inc, per il 4.58% da The Vanguard Group inc. e da decine di altri investitori.

Ma Capital Words Investors non solo è azionista di S&P attraverso la partecipata McGraw-Hill; è anche il primo azionista della concorrente Moody’s insieme Berckshire Hathaway Inc (di proprietà di Warren Buffet) e al fondo americano State Street Corp che a sua volta, allargando l’orizzonte, è partecipato da Barclays Plc, Citigroup Co., Invesco International, Northern Trust Corp., Putnam LLC.
E che dire dell’altro fondo di investimento BlackRock che è l’undicesimo socio di Moody’s e il sesto di Standard & Poor’s.

Black Rock a sua volta è partecipato dalla banca di investimento Merrill Lynch che nel 2008,dopo il fallimento di Lehman Brothers, è stata acquisita da Bank of America i cui azionisti sono: Barclays Plc., di nuovo State Street Corporation, Axa, Putnam LLC e altri fondi.
Analogo discorso si puo’ osservare anche per la terza sorella: Fictc Ratings. Qest’ultima è di proprietà di Ficth Group che a sua vota è partecipata per il 40% dalla francese Fimalac e peril 60% da Hearst Corporation. Queste ultime due società sono a loro volta partecipate da un gruppo di fondi comuni britannici e americani.
Insomma, nel groviglio di partecipazioni incrociate, si potrebbe andare avanti per ore riconducendoci sempre ai nomi noti dell’oligarchia finanziari, figlia della deregolamentazione intervenuta nel mondo della finanza americana (ma non solo) per circa un ventennio. 

Sicuramente questi nomi, se non conoscete il mondo della finanza, vi diranno ben poco. Ma in realtà, la maggior parte di loro, rappresentano i maggiori fondi di investimento al mondo, con dotazioni finanziarie impressionanti e alla costante ricerca di qualche buon affare a prezzi di saldo. Riescono a muovere centinaia di miliardi di dollari con grande flessibilità e tempismo, speculando su azioni, bond, titoli governativi e adottando tecniche di investimento e speculazione sofisticatissime e, talvolta, con l’ausilio delle società di rating di cui sono proprietari.

In altre parole, si ritrovano sempre gli stessi nomi che controllano gruppi bancari o fondi di investimento che a loro volta controllano le agenzia di rating. I fondi USA (ma non solo), sono da un lato gli investitori, e dall’altro sono anche gli azionisti delle agenzie che stilano le pagelle. 
Giova ricordare che, la maggior parte di questi gruppi bancari, nel corso del 2008 e negli anni successivi, inghiottiti dalla tempesta finanziaria scoppiata a seguito dell’esplosione della crisi dei mutui subprime, che loro stessi hanno creato, hanno ottenuto miliardi e miliardi di dollari di aiuti pubblici per essere salvati, favorendo un considerevole aumento del debito pubblico, pressoché in tutti gli stai occidentali, che sono intervenuti per coprire le perdite derivanti dalla crisi finanziaria del 2008. Ora queste stesse banche speculano su debiti governativi che hanno contribuito a formare, fino a renderli insostenibili per la collettività. Banchieri senza patriottismo e senza decoro, direbbe il buon Napoleone.
Ciò considerato, non resta affatto complesso intuire il regime di conflitto di interesse che avvolge le società di rating e le banche di investimento che, giorno dopo giorno, speculano sul nostro futuro. Pur considerando di interesse generale il lavoro che una società di rating dovrebbe svolgere, al fine di colmare la naturale asimmetria informativa esistente tra investitore (risparmiatore) e chi, invece, ha bisogno di denaro per piani di sviluppo economico, siano essi stati o industrie, sono del tutto evidenti le criticità che caratterizzano il mondo della finanza, al punto di rischiare un impoverimento sistemico di intere economie e aree geografiche.

Ma i limiti delle agenzie di rating non si esauriscono nel conflitto di interessi in cui sono avvolte.
Sono innumerevoli gli errori che commettono e che hanno commesso nel recente passato al punto da screditare, talvolta, il loro operato.
Errori che in qualche modo hanno influenzato comportamenti e scelte di istituzioni finanziare e risparmiatori, determinando, talvolta, la perdita di tutti i risparmi di migliaia di persone che avevano ponderato le proprie scelte in base ai rating elaborati dalle agenzie.
I più clamorosi sono riconducibili proprio al periodo della scoppio della crisi finanziaria iniziata con il collasso dei mutui sub-prime. In effetti, la crisi del 2008, ha portato allo scoperto le carenze dei metodi e dei modelli utilizzati dalle agenzie di rating. Secondo la Proposta di regolamento del Parlamento Europeo e del Consiglio relativo alle agenzie di rating, “tali carenze, sarebbero attribuibili in buona misura al carattere oligopolistico del mercato entro cui le suddette agenzie operano e alla conseguente mancanza di incentivi a competere sulla qualità del rating” .

In sintesi, le agenzie di rating, nell’ambito della crisi finanziaria del 2008, sono state messe sotto accusa sia per aver valutato in origine troppo favorevolmente il rating delle obbligazioni riconducibili ai mutui di scarsa qualità, sia per non aver osservato, con la dovuta sollecitudine, la revisione di tali giudizi. Ma in realtà gli errori delle società di rating partono da ben più lontano.

Era il 2001 quando il sistema finanziario americano veniva scosso dal caso Enron. In tale circostanza le società sbagliarono clamorosamente al punto che, fino a tre giorni dal crack il rating era assolutamente positivo. E anche nelle ore immediatamente precedenti al default, benché declassate, le valutazioni apparivano comunque rassicuranti. Due anni dopo fu la volta della Parmalat in cui furono coinvolti 50.000 risparmiatori. Alla Parmalat era stata assegnato un giudizio che identificava la società come non speculativa.

Nel 2008 si consumano una vera e propria infinità di errori così sintetizzati:

Il 15 settembre 2008 la banca d’affari Lehman Brothers dichiara fallimento nonostante, sembrava godere di ottimo merito creditizio con una qualità del credito più che buona.

Lo stesso giorno le agenzie declassano AIG, colosso mondiale delle assicurazioni, portando il rating da AA- a livello A-. Un ottimo giudizio quest’ultimo, se si pensa che a distanza di soli 2 giorni la Federal Reserve è costretta a concedere un prestito di 85 miliardi di dollari allo scopo di salvarla dalla Bancarotta.

L’anno precedente è la volta di Bear Stearns. Era il 15 novembre 2007 quando le agenzie tagliarono il giudizio da A+ ad A. Nonostante il merito creditizio risultasse eccellente, nel marzo 2008 la banca sfiora il fallimento e viene salvata da un massiccio intervento governativo.

Nel 2008 è anche la volta della Fraddie Mac. Fino al 22 agosto la società godeva del livello A1 e fu solo a seguito di un intervista di Warren Buffet trasmessa dal canale finanziario CNBC, che Moody’s declassò la banca al rating Baa3. Un livello molto generoso se si pensa che l’8 settembre dello stesso anno Fraddie Mac venne nazionalizzata con un altro intervento governativo al fine di scongiurare il fallimento.

Nello stesso giorno fu nazionalizzata anche Fannie Mae con il più grande salvataggio effettuato nella storia americana. Sempre Moody’s, nel febbraio precedente, aveva assegnato un rating Aaa con out look stabile. Il massimo del merito creditizio.

Sono questi, alcuni degli errori di cui si sono macchiate le società di rating nel corso dell’ultimo decennio. Ho cercato di elencare quelli più clamorosi ma la lista è ancora lunga. In questo senso, sorge spontanea una domanda inquietante: errore o malafede? Nonostante un numero considerevole di procure di vari Paesi stiano tutt’ora indagando, forse non lo sapremo mai. Ma è evidente che è più che legittimo ipotizzare un intreccio di interessi che non favoriscono né il mercato, i risparmiatori e forse neanche le stesse agenzie di rating.

Non credo alle teorie cospirazionistiche che narrano di un complotto dell’asse angloamericano a discapito dell’eurozona. Al tempo stesso, penso all’utilità derivante da agenzie di rating che agiscano in modo autonomo, lontane da conflitti di interesse e che contribuiscano all’efficienza dei mercati diffondendo giudizi idonei a colmare, in maniera professionale ed imparziale, l’asimmetria informativa esistente tra chi ha necessità di risorse finanziarie e chi è investitore, sia esso istituzionale o, a maggior ragione, piccolo risparmiatore. Il fallimento della Leadership europea è manifesto anche in quest’ambito, ovvero nella mancata ricerca di soluzioni favorevoli a dirimere ogni sorta di criticità delle agenzie di giudizio. Ma non c’è affatto da stupirsi se si considera il limitato quadro normativo in cui la stessa Banca Centrale Europea è tenuta ad operare (o per meglio dire a non operare) a difesa della moneta unica.

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