Musica

28 dicembre 2017

C’è un ddl per i lavoratori che è fermo da 3 anni in Senato. Lo approveranno?


di Francesco Marrara

Essere sfruttati lavorando durante le Festività, nella volgarità dei centri commerciali, sintetizza al meglio tutte le contraddizioni di un modello di sviluppo condannato all’esplosione.

Siamo nel pieno delle festività natalizie e negli ultimi giorni è riemersa la proposta di legge – presentata dal Movimento Cinque Stelle con in testa Michele Dell’Orco primo firmatario- che prevede la chiusura degli esercizi commerciali almeno sei dei dodici giorni festivi previsti durante l’anno. Il ddl, approvato nel 2014 alla Camera, risulta ormai fermo da tre anni al Senato. Tuttavia essendo agli sgoccioli dello scioglimento delle Camere, la legge potrebbe essere approvata in brevissimo tempo. Manca però la volontà politica di Pd e Forza Italia.

Il lavoratore italiano, dal 1997 – anno dell’entrata in vigore della legge Treu, la quale ha di fatto legalizzato il lavoro interinale – ha visto ridotti progressivamente tutele e diritti conquistati in anni ed anni di lotte politiche e sindacali, in nome di una presunta flessibilità voluta dai mercati. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: aumento della disoccupazione giovanile e della precarietà, chiusura di aziende ed attività economiche, suicidi e disperazione generale. Nonostante ciò, gli sciacalli del politicamente corretto parlano di ripresa e di aumento dei posti di lavoro. Secondo costoro lasciare aperti i negozi anche nei giorni festivi e alla domenica significherebbe incentivare il commercio e l’occupazione.

Tutto vero se non fosse per il fatto che all’interno dei negozi esista quel contenuto umano che si vorrebbe sostituire con macchine – prive di qualunque diritto e tutela giuridica – sempre operative ventiquattro ore su ventiquattro. Inoltre, con l’avanzare della New Economy (vedi Amazon, Google, Yahoo) le piccole e medie imprese – da sempre motore dell’economia italiana – rischiano nell’imminente di venire sconquassate a causa della loro impossibilità di reggere la concorrenza al ribasso. Quest’ultima leggasi come totale cancellazione dei diritti dei lavoratori italiani i quali, per rendersi competitivi con i lavoratori di altre nazioni in cui i diritti ed i salari sono decisamente più risicati che nel Bel Paese, saranno costretti a rinunciarvi pur di poter mantenere il proprio posto di lavoro.

Il lavoratore, senza più tutele e diritti, è a tutti gli effetti un individuo atomizzato privo della gioia di poter godere degli affetti della famiglia. Quest’ultima risulta nemica della stessa società materialista e consumista che da tempo le ha dichiarato una guerra senza tregua. Dunque, aldilà della bontà di una proposta di legge – idealmente condivisibile – bisognerebbe tuttavia convergere verso una nuova sintesi di carattere politico che avesse come fondamento la rinascita della potenza del lavoro produttivo. Ripensare il Lavoro dal punto di vista umano e sociale – e non più in termini mercantilistici e schiavistici – significherà lanciare la sfida verso un futuro in cui le nuove tecnologie potranno alleviare le fatiche quotidiane dell’Uomo o renderlo, paradossalmente, ancora più sfruttato e alienato: ancora una volta, la partecipazione dei lavoratori alla gestione e alla proprietà dei mezzi di produzione appare il nodo cruciale della questione.

L’Esercito siriano trova rifornimenti israeliani negli equipaggiamenti dei terroristi uccisi


Nel corso dei combattimenti che si stanno realizzando per il possesso della zona di Mazraat Beit Yinn, nel Guta occidentale, i soldati dell’Esercito siriano impegnati nelle operazioni hanno trovato razioni alimentari e rifornimenti di marca israeliana sui corpi dei terroristi di Al Qaeda (Al Nusra) uccisi durante le operazioni.

Le forze siriane ed i combattenti dell’Esercito di Difesa nazionale hanno trovato un gran numero di razioni alimentari prodotte in Israele, come ha segnalato l’agenzia Mashregh News. Secondo l’informativa, questi pacchetti sono utilizzati normalmente dall’Esercito israeliano e le istruzioni con le indicazioni nutrizionali sono scritte in ebraico.

Occorre segnalare che i terroristi che operano nella provincia di Damasco e fra le tre province del sud (Daraa, Quneitra e Deir Ezzor) ricevono appoggio diretto dal regime di Tel Aviv che fornisce loro armi, denaro e medicinali. I miliziani feriti di Al Nusra hanno ricevuto anche le cure negli ospedali israeliani vicini alla frontiera dove sono stati trasferiti da mezzi dell’Esercito di Israele.

In un articolo recente apparso sul giornale statunitense “The Wall Street Journal” , viene segnalato che i gruppi terroristi di Al Nusra, quelli che si erano impadroniti della zona vicina alla frontiera del Golan, non avevano mai infastidito Israele ed avevano al contrario ricevuto appoggio logistico ed assistenza da parte del regime di Tel Aviv.


Il governo israeliano contava sul successo di questi gruppi per poter rovesciare il regime di Damasco ed ottenere il controllo di una zona della Siria vicina alle alture del Golan, già occupate da Israele.

Fonte: AL Manar

Traduzine e sintesi: Alejandro Sanchez

DARPA investe 100 milioni per la tecnologia che permette di indurre il declino di una specie


Gene drive: tecniche per l’estinzione genetica

La Darpa è la maggiore finanziatrice delle tecniche gene drive
di Elisabetta Intini
L’agenzia del Dipartimento della Difesa USA avrebbe investito 100 milioni di dollari nelle tecniche per l’estinzione genetica, finora studiate per eradicare i parassiti. Crescono i timori per le possibili applicazioni militari, e per le conseguenze ecologiche all’esterno dei laboratori.

La DARPA, l’agenzia che per il Dipartimento della Difesa americana si occupa dello sviluppo di tecnologie militari, avrebbe investito 100 milioni di dollari (84 milioni di euro circa) nella ricerca sulle tecnologie di gene drive, che permettono di indurre il declino di una specie dannosa agendo direttamente sui suoi geni. Sarebbe insomma il primo finanziatore al mondo di queste tecniche: lo rivelano alcuni documenti ottenuti dalla ONG Etc Group e visionati dal Guardian, che riporta la notizia.

NELLE MANI DI POCHI. Anche se i gene drive (drive genetici), che permettono di estendere alterazioni genetiche a un’intera specie nel giro di poche generazioni, sono al momento quasi esclusivamente usati per provare a eradicare parassiti dannosi, come le zanzare che veicolano la malaria, il massiccio investimento di un’agenzia militare in questo settore preoccupa a livello internazionale.

DERIVE INCONTROLLABILI. I timori si concentrano sul fronte di una possibile deriva militare delle tecniche, e sul fatto che le ricadute a livello ambientale di una eventuale “perdita di controllo” di queste tecnologie non sono ancora note. Ciò che rende controverso questo campo di studi è infatti il timore che le mutazioni si diffondano in modo incontrollato, anche a discapito di altre specie.

TEMA CALDO. Della questione si discuterà nella riunione della Convenzione per la diversità biologica in programma per oggi a Montreal (Canada). Sono forti le pressioni per imporre una moratoria sulla ricerca in questo campo per il prossimo anno, in attesa di conoscere meglio le conseguenze a catena di tecniche di questo tipo (facilitate dall’enorme sviluppo delle “forbici molecolari” come la CRISPR). L’ipotesi dell’utilizzo di queste tecnologie come armi biologiche non è al momento sul tavolo, ma la notizia degli ingenti investimenti alimenta le tensioni.

A CHE COSA SERVONO. I drive genetici consentono di far passare una specifica mutazione genetica – per esempio, quella che rende le zanzare inattaccabili dal plasmodio della malaria – alla quasi totalità delle generazioni successive e non solo al 50% della prole, come accadrebbe in natura. Ma se l’intento è nobile, poco ancora si sa sugli effetti che una simile mutazione potrebbe avere una volta introdotta in natura – si interviene comunque per alterare un ciclo biologico ben consolidato.

Dal canto suo la DARPA afferma che la stima riguarda anche ricerche correlate, e che le sue priorità rimangono di difesa: queste tecnologie sarebbero troppo pericolose, se finissero nelle mani sbagliate.

Fonte: Focus
Tratto da: nogeoingegneria

Vacanze di Natale: 7 cose che tutti fanno ma che non vorrebbero fare


di Marcello Veneziani

Ci dev’essere un motivo se il simbolo più comune per significare il Natale profano sono le palle. Questo buco vacanziero di due settimane in piena attività invernale oscilla tra la noia e il fastidio, l’agitazione e lo spreco del tempo in una serie di esercizi inutili, grotteschi e dispendiosi.

A Natale spendiamo di più per vivere peggio, per mangiare come bestie, per regredire nei giochini stupidi, per scambiarsi pacchi superflui, per incolonnarci nel traffico e gremire i marciapiedi, per trascorrere ore infinite con persone che mai vorremmo incontrare nella vita quotidiana o per soffrire il gelo in montagna, il disagio in aeroporto, la ressa al ristorante, la fila in autostrada, o per svenarci con l’agenzia di viaggio che ci promette paradisi a orologeria.

Sogno d’essere ibernato da oggi al 6 gennaio, di entrare in un dolce coma natalizio e svegliarmi direttamente a incubo festivo finito. Stavolta non vi dirò, come altre volte, del Natale dell’infanzia e della tradizione, ma di quella festona lunga e larga che ne ha preso il posto. E che somiglia dappertutto.

Ecco i sette vizi capitali del Natale.

1) Vizio primo, regalare

Vizio primo, regalare. Il regalo natalizio è una forma organizzata di sado-masochismo. Regalando fai del male al prossimo perché costringi l’altro a ricambiare e a sentirsi grato e debitore; e perché ingombri la sua casa, il suo guardaroba, la sua mente, con un oggetto indesiderato, se non detestato (salvo i libri, benemeriti).

Le cose ci sommergono; il regalo migliore sarebbe eliminare il superfluo. Regalando fai del male anche a te, perché perdi tempo e denaro, sprechi risorse e le fai sprecare. Capisco il regalo come vendetta, quando vuoi far del male a qualcuno. Ma l’industria del superfluo rende il regalo l’ornamento della stupidità propria e il coronamento di quella altrui. Natale è l’orgia del Dono Molesto.
2) Vizio secondo, travestirsi

Vizio secondo, travestirsi. A Natale peggiora l’arredamento domestico, gravato di una serie infinita di porcherie lampeggianti, di fronzoli stucchevoli, di fregi e campane di fastosa cafoneria. Ma a volte peggiora anche il vestiario perché trasforma le persone in alberi natalizi ambulanti, babbi natali in borghese.

Ci attrezziamo di tovaglie rosse, cappucci rossi, mutande rosse che secondo i superstiziosi portano bene, se indossate tra Natale e Capodanno. Vedi certe bestione con glutei sterminati che comprano slippine rosse che rendono in technicolor la loro cellulite, sottolineando le deformità. Il kitsch si abbatte sulle abitazioni: le case natalizie sembrano abitate da cartoni animati, non da persone; da volgari emiri e da sontuosi buzzurri.

Natale è il trionfo del pacchiano. Le luci a intermittenza ipnotizzano e atrofizzano i cervelli, donando agli abitanti un’aura natalizia di amletica demenza.
3) Vizio terzo, abbuffarsi

Vizio terzo, abbuffarsi. Ma perché si deve festeggiare Gesù Bambino con la sovralimentazione e l’obesità? Qual è il nesso simbolico e religioso tra la preghiera e la panza, tra la Madonna e il capitone, tra San Giuseppe e l’abbacchio, tra la Natività e il torrone, tra i re Magi e il panettone? Perché regredire al rango di bestie fameliche in un giorno mite e pacioso, mistico e spirituale?

A Natale piovono vagoni di fichi secchi, datteri farciti, cioccolate travestite in tutti i modi, perfino pandori e panettoni manipolati geneticamente e diventati dei garage di ogni stomachevole crema, cioccolato, tiramisù…Non l’abete ma il diabete è l’albero di Natale; il presepe di colesterolo, l’avvento magico dei trigliceridi, stella cometa che segnala l’infarto…
4) Vizio quarto, la strenna

Vizio quarto, la strenna. C’è un vero e proprio racket famigliare per estorcere le strenne. Un tempo l’estorsione avveniva con una parvenza di ricompensa; ad esempio per la letterina di Natale, messa sotto il piatto e sigillata con una ceralacca involontaria di ragù.

Si promettevano bontà inattendibili e si augurava ogni bene per ricevere denaro; oppure si recitavano poesie di Natale salendo sulla sedia e i nonni, i genitori, gli zii per complimentarsi o semplicemente per far cessare il tormento, pagavano la creatura.

Ora la strenna viene quasi accreditata automaticamente sul conto del piccino che non deve fare alcuno sforzo per attingere al finanziamento; gli tocca. La strenna è una tassa da pagare in tre scomode rate: Natale, Capodanno e la Befana. E’ inutile dire che la Befana e Babbo Natale non sono più le allegorie del Dono ma solo nomi d’arte che assumono queste losche operazioni finanziarie. La strenna è il frutto malefico di un bonifico. Contanti auguri.
5) Vizio quinto, l’apparentamento

Vizio quinto, l’apparentamento. Un tempo i cugini e gli zii erano realtà viventi, affetti quotidiani. Oggi sono fantasmi domestici evocati in presenza dei nonni ma rimossi nella vita; riappaiono solo per le feste comandate, come una specie di coscrizione obbligatoria. Natale è un obbligo di leva famigliare.

La famiglia per un giorno si allarga e vive con esaltante disagio la coabitazione di individui, branchi, abitudini, linguaggi differenti. Arriva il cugino da lontano, arriva la zia che non vedi da vent’anni, arriva il nipote che coglie a pretesto il Natale per appoggiarsi dai parenti e incontrare in città la gnocca conosciuta in vacanza.

E allora a Natale si celebra il festival degli equivoci, ognuno si festeggia addosso e finge di farlo con gli altri; si parla del più e soprattutto del meno, si ascolta assordante musica da Natale e si accenna pure a un pietoso giro di tombola o a un penoso mercante in fiera, per accontentare vecchi e bambini, visibilmente seccati e distratti. A Natale si diventa più buoni, per essere autorizzati dal giorno dopo a farsi più cattivi.
6) Vizio sesto, il cinema

Vizio sesto, il cinema. Chi va al cinema solo a Natale danneggia il cinema più di chi non ci va mai. Perché lo degrada a luna park e a parcheggio natalizio, lo riduce a evento eccezionale, premia i film peggiori, va in sala al puro scopo di digerire, di “appapazzarsi” o sospendere le penose conversazioni finto-affettive, si ingozza di risate grasse e fesse, si imboldisce e si indesica (voci derivate da Boldi e De Sica) o si eccita con le solite bonazze natalizie che puttaneggiano nei film sotto l’albero.

Il cinema diventa solo la dilatazione della tv spazzatura, la continuazione del circo con altri mezzi; a questo punto meglio la rozzezza naive del circo con la sfilata di pagliacci ed elefanti, acrobati e scimmie, domatori e leoni dopati.
7) Vizio settimo, la Vacanza

Vizio settimo, la Vacanza. Ah, i viaggi esotici o sui surrogati; il miglior modo per fuggire Natale e viverlo come un Ferragosto. L’idea di fuggire da casa è stravolta dalla agenzie di viaggio che ti portano in luoghi frequentati praticamente solo da italiani, o peggio da gruppi di concittadini.

Come dice il poeta Kavafis, fuggi pure dal tuo paese natale, non ci riuscirai, il tuo paese ti verrà appresso…

Unicef: sul web 1 utente su 3 è minorenne (e naviga in un mare di contenuti pedo-pornografici)

Immagine: ok-salute.it

di Enrico Galletti

Secondo i dati appena diffusi, un utente di internet su tre nel mondo ha meno di diciotto anni. I rischi del web avrebbero un impatto diretto sul benessere psicofisico dei ragazzi. E cresce la preoccupazione.

Sono dati chiari, si riferiscono all’anno attualmente in corso e a quello precedente e stanno destando una certa preoccupazione. Secondo il rapporto stilato dall’UNICEF, il lavoro svolto per proteggere i minorenni nella “giungla” del web non è stato sufficiente. In altri termini, ci sarebbe ancora molto lavoro da fare. Secondo l’indagine, un utente su tre che naviga sul web ha meno di diciotto anni (i giovani africani sono i meno connessi: tre su cinque sono offline). Da qui la necessità di garantire più sicurezza nel mondo digitale. E i motivi di questa “urgenza” sono presto detti.

Nel 2016, 57.335 indirizzi internet hanno rilevato la presenza di materiale pedo-pornografico. Di questi indirizzi, il 60 percento è ospitato su server europei e il 37 percentuale ha sede in Nord America. E i bambini sfruttati per “confezionare” contenuti di pedo-pornografia sarebbero per il 53 percento di dieci anni o, addirittura, di poco meno. E negli anni, la quantità di immagini che ritraggono bambini tra gli 11 e i 15 anni è cresciuta drasticamente. Rispetto al 30 percento del 2015 si è passati al 45 percento nel 2016. E l’UNICEF ha provato a interpretare questi dati allarmanti facendo un sondaggio direttamente fra i giovani. 63.000 le risposte ottenute dai giovani di 26 Paesi. I ragazzi hanno confessato di aver paura della violenza che corre sul web (23 percento) e dei “contenuti pornografici digitali indesiderati”.

Il 42 percento dei giovani ha spiegato di aver mosso i primi passi in rete da solo, contro un 39 percento di ragazzi che sarebbero stati influenzati da amici e fratelli. “Nel bene e nel male, la tecnologia digitale è attualmente una realtà irreversibile delle nostre vite”, ha commentato il Direttore dell’UNICEF Anthony Lake. “In un mondo digitale, la nostra sfida è duplice: ridurre i danni, massimizzando allo stesso tempo i benefici del web per ogni bambino”. Il rapporto sottolinea come i rischi di internet mettano in pericolo la sicurezza dei più piccoli, esposti quotidianamente a contenuti rischiosi e al dilagare del fenomeno del cyberbullismo. E sempre secondo l’indagine dell’UNICEF, l’impatto di questa scarsa sicurezza dei ragazzi sul web avrebbe una ricaduta netta sul loro benessere psicofisico, in particolare sullo sviluppo cerebrale messo a rischio dal tempo trascorso di fronte a uno schermo.

Tornano preziose, dunque, le raccomandazioni di sempre. In primo luogo quella di garantire a tutti i bambini l’accesso a risorse online di alta qualità. Resta sottinteso che proteggere i bambini dai pericoli online è possibile insegnando l’”alfabetizzazione digitale”, che possa salvaguardare la sicurezza online. E lo stesso Lake, prima di tirare le fila della ricerca, ipotizza delle soluzioni pratiche. “Internet è stato progettato per gli adulti, ma è sempre più utilizzato dai bambini e dai giovani – spiega -. Dunque le politiche, le pratiche e i prodotti digitali dovrebbero riflettere meglio i bisogni dei bambini, le loro prospettive e le loro voci”.

Fonte: Fanpage

Pubblichi selfie? Hai scarsa autostima, sei in cerca di attenzione, hai bisogno di migliorare il tuo umore e…

Immagine: Fanpage.it

di Andrea Centini

Un team di psicologi internazionale ha dimostrato l’esistenza della ‘selfite’, un disturbo mentale che colpisce chi ha l’ossessione dei selfie. Può essere definita borderline, acuta e cronica.

L’ossessione di scattarsi selfie col cellulare e pubblicarli online sui social network è un vero e proprio disturbo mentale ed è stato chiamato “selfite”. Vi sono tre livelli di gravità e la condizione peggiore è quella definita cronica, che colpisce chi sente il bisogno di scattarsi continuamente foto e ne pubblica su Facebook almeno sei ogni 24 ore. L’esistenza della condizione è stata determinata da un team di psicologi dell’Università Nottingham Trent (Gran Bretagna) e della Scuola di Management Thiagarajar di Madurai in India, che ha condotto uno studio ad hoc coinvolgendo centinaia di cittadini del grande Paese orientale.

I ricercatori, coordinati da Mark Griffiths, uno stimato professore di tossicodipendenza comportamentale presso l’ateneo britannico, e dal collega Janarthanan Balakrishnan, hanno scelto il popolo indiano non solo perché in India vi è il più alto numero di iscritti su Facebook, ma anche perché è quello con più morti dovuti a selfie scattati in posti pericolosi. Un fenomeno che ha colpito anche il nostro Paese, sebbene con cifre sensibilmente inferiori.

Gli studiosi, dopo aver indagato a lungo sul fenomeno, hanno analizzato il comportamento di vari gruppi e sottoposto un sondaggio a 400 partecipanti, mettendo così a punto una vera e propria ‘scala della selfite’. Attraverso un test, che si completa rispondendo a venti distinte affermazioni dando un punteggio (da 1 a 5) a ciascuna di esse, è possibile ottenere un valore che indica o meno la presenza della condizione e il suo livello di gravità. Come specificato vi sono tre categorie: borderline, acuta e cronica. Nella borderline rientrano coloro che si scattano almeno tre selfie al giorno ma che non vengono pubblicati sui social network; nella acuta, invece, gli autoscatti eseguiti – almeno tre – finiscono effettivamente online. Nella più grave questo desiderio di scattarsi foto copre l’intero arco della giornata e se ne pubblicano almeno sei.

Secondo i ricercatori le persone colpite da selfite hanno una scarsa autostima, sono in cerca di attenzione, hanno bisogno di migliorare il proprio umore, cercano di aumentare la conformità col gruppo sociale che li circonda e provano ad essere “socialmente competitive”.

Curiosamente, nel 2014 circolò un fake news sull’esistenza della selfite e sulla sua classificazione come vero disturbo mentale ad opera dell’American Psychiatric Association. Il nuovo studio, i cui risultati sono stati pubblicati sulla rivista scientifica International Journal of Mental Health and Addiction, ne conferma gli estremi come tale, sebbene non tutti gli psicologi siano concordi sulla sua esistenza.

[Credit: soyvanden]

Fonte: Fanpage

Facebook adotterà il riconoscimento facciale? Ecco come potrebbe cambiare il social

Immagine: agrpress.it


Il social network annuncia nuovi “tool operativi” pensati per “difendere la privacy” dell’utenza, vale a dire un sistema di riconoscimento facciale in grado di identificare il volto di ogni singolo utente del network su tutte le foto

Roma – In questi giorni si palesa uno dei frutti degli investimenti di Facebook nelle tecnologie di riconoscimento facciale, un sistema progettato per scandagliare lo sterminato archivio fotografico del social network per identificare tutte le istantanee in cui è presente l’utente. La scusa è la privacy, la prospettiva è il business – a esclusione di Europa e Canada, “per il momento”.

Facebook ha in pratica annunciato l’implementazione di uno scanner biometrico interno, un tool “operativo” che analizzerà tutte le foto salvate sul network per identificare i volti di chi vi è stato ritratto: la corporation avvertirà l’utente a ogni nuovo risultato, dandogli così la possibilità di verificare se una foto in cui è presente è stata scattata – e ovviamente salvata su Facebook – con o senza il suo permesso.

Facebook dice di voler garantire agli utenti la sicurezza dell’uso del loro volto sul network, così come è possibile sfruttare il riconoscimento facciale per impedire che un truffatore provi a impersonare qualcun altro dopo aver rubato una delle sue foto. Importante, infine, l’utilità dello scanner biometrico per gli utenti con problemi alla vista – che potranno ora farsi descrivere le foto anche se non sono stati “taggati” da chi le ha pubblicate.

La scansione dei volti è al momento disponibile in “vari posti” in cui opera Facebook a eccezione di Canada ed Europa, dove le politiche per la privacy non sono evidentemente così permissive (o lasche?) come negli USA o nel resto del mondo.

Quello che Facebook si guarda bene dal sottolineare, infine, sono le potenzialità del riconoscimento facciale a scopo di business o anche solo per suggerire nuove “persone che potresti conoscere” agli utenti; la corporation dice di non voler usare la tecnologia in questo modo ma mai dire mai.

Alfonso Maruccia

Apple ammette: sì, rallentiamo i vecchi iPhone! (e la gente continua a compare i nuovi)



di Alfonso Maruccia

Cupertino conferma di aver imposto “limiti” alla velocità delle CPU dei vecchi iPhone in caso di batterie non performanti. Ed è subito polemica: non pochi utenti lo considerano un tentativo di invogliare all’acquisto di un nuovo terminale

Roma – Apple ha ammesso ufficialmente di aver implementato alcuni “limiti” alle prestazioni della CPU dei vecchi modelli di iPhone, una pratica che nascerebbe dalla necessità di garantire un’esperienza di utilizzo consistente anche in presenza di batterie un po’ vecchiotte. Oppure è un tentativo di spingere gli utenti ad acquistare l’ennesima versione aggiornata del gadget mobile di Cupertino?

Gli aneddoti circa la riduzione delle prestazioni sugli iPhone meno recenti circolano da tempo, e nel caso della distribuzione di iOS 10.2.1 si è passati dalle ipotesi alla verità dei benchmark con i test effettuati dallo sviluppatore di Geekbench.

Stando all’ipotesi emersa nelle ultime settimane, Apple limiterebbe la velocità della CPU di iPhone quando le prestazioni della batteria non sono più in grado di garantire energia sufficiente a soddisfare i picchi di utilizzo del processore. Secondo i test summenzionati, poi, nel passaggio da iOS 10.2.0 a iOS 10.2.1 Cupertino avrebbe introdotto una novità a livello software per gestire in maniera più aggressiva questo genere di situazioni.

Diversamente dal solito, questa volta Apple ha risposto ufficialmente al dibattito sulle prestazioni calanti confermando che si, a partire dall’anno scorso su iOS è presente una funzione pensata per “limare” le performance della CPU nel caso in cui la batteria non sia in grado di sostenerle per usura, età avanzata o chissà cos’altro.

Il tutto è stato ovviamente pensato per garantire ai clienti “la migliore esperienza” possibile, e magari per evitare che lo smartphone si spenga improvvisamente perché la batteria è troppo vecchia. Presente inizialmente solo su iPhone 6, a partire da iOS 11.2 la funzionalità è stata estesa anche a iPhone 7 e verrà presto aggiunta anche ad “altri prodotti” in futuro.

Apple ha provato a giustificare il suo comportamento per evitare polemiche, ma le polemiche sulle community on-line non sono certo mancate: Cupertino avrebbe potuto comunicare diversamente la novità agli utenti, magari sottolineando la necessità di sostituire la batteria per ripristinare le performance originarie invece di far nascere il dubbio che il tutto serva a spingere le vendite dei nuovi modelli di iPhone.

Cristiano Ronaldo rischia il carcere: “Non dichiarati 14,7 milioni. In prigione c’è chi ha evaso 125 mila euro”


di Antonio Di Mola

Il fisco spagnolo: “Non dichiarati 14,7 milioni. In prigione ci sono persone che hanno evaso 125 mila euro”

All’indomani del 1-0 col Gremio, rete che ha portato il Real Madrid a vincere il Mondiale per Club, Cristiano Ronaldo torna al centro delle polemiche circa una presunta evasione fiscale. Sul Mundo Deportivo, infatti, compaiono nuovi documenti sull’audizione, avvenuta lo scorso 7 dicembre, di Caridad Gomez, capo dell’Unità di coordinamento centrale del Tesoro in materia di reati fiscali, che ha affermato: “In una situazione normale, Cristiano Ronaldo dovrebbe finire in prigione. Onestamente, abbiamo in carcere persone che non hanno dichiarato 125.000 euro”. Secondo l’accusa, Cr7 avrebbe evaso 14,7 milioni di euro.
“Non è una discrepanza tecnica”

Una situazione, emersa già in estate, che sembrava aver spinto il bomber portoghese a lasciare la Spagna. Ma cioò non è accaduto, e Cristiano Ronaldo ha continuato a collezionate trofei, come il suoi quinto Pallone d’Oro e il Mondiale per Club.

Ma il fisco spagnolo ha continuato ad indagare sul suo conto in banca e, secondo quanto riportato dai media sportivi spagnolo, Gomez avrebbe aggiunto: “La frode è molto importante. L’evasione di almeno quattro reati fiscali è completamente volontaria, non è una discrepanza puramente tecnica come ha affermato la difesa del giocatore. Ronaldo ha usato paradisi fiscali per la tassazione dei suoi diritti d’immagine”.
Voglio concludere la carriera al Real

Una batosta per il campione dei blancos, che arriva dopo pochi giorni dalla dichiarazione d’amore fatta al club di Madrid: “Mi piacerebbe concludere la mia carriera qui, ma non dipende da me. Dipende da me solo quello che faccio nel campo”. E aggiunge: “Non sono io quello che gestisce il club, la scelta è di quelli che decidono. Il mio lavoro è sul campo e penso che lo faccio bene. Il resto, non posso controllarlo”, ha proseguito Cr7, il cui contratto con Real scadrà nel 2021. E Zinedine Zidane, allenatore dei Campioni d’Europa, di certo non si è opposto: “Per noi è essenziale che Cristiano rimanga. È a casa qui e nessuno può fare quello che fa, quindi speriamo che rimanga qui fino alla pensione”.

Fonte: interris

L’uomo più veloce del mondo nel disarmare un avversario ci mostra come fare VIDEO

Marine Mostra Come Disarmare Una Pistola Puntata Alla Tua Testa
di Andrea Succi

Al giorno d’oggi saper difendere se stessi per sopravvivere ad un attaccoè fondamentale. Ma la maggior parte delle persone non sa come fare. A chi rivolgersi per apprendere le più elementari tecniche di difesa personale, tra cui quella di disarmare qualcuno che ti punta una pistola alla tempia?
Uno dei migliori in questo campo è certamente Victor Marx. Ex Marine originario della Louisiana, durante la vita militare a stelle e strisce si è specializzato nell’utilizzo delle armi (in particolare pistola calibro .45 e fucile M16) e delle Arti Marziali (Kenpo, Kickboxing e Jiu-Jitsu).
Dopo aver lasciato i Marines, ha messo insieme le sue passioni ed oggi è un veterano che insegna difesa personale. E detiene il record mondiale come uomo più veloce del mondo nel disarmare un avversario armato di pistola.
In questo video mostra la tecnica da record che utilizza.

Pyongyang sta lavorando a nuove armi biologiche? O è l’ennesima bufala degli USA?


Tracce di antrace nel corpo di un disertore
di Edith Driscoll

Tracce degli anticorpi dell’antrace sono state rinvenute nel sistema immunitario di uno dei disertori nordcoreani che nel 2017 si sono rifugiati in Corea del Sud. Scoperta che, secondo Seul, riconduce a due scenari: l’esposizione del militare al batterio o il trattamento con un vaccino. A riferirlo sono state le autorità del Sud, citate da Skynews, che però non hanno fornito l’identità del soldato infettato.
Armi biologiche

Non è la prima volta che, in relazione alla Corea del Nord, si parla del possibile sviluppo di armi biologiche. Nel 2006, cinque mesi prima del primo test missilistico del regime, l’intelligence Usa inviò un rapporto al Congresso secondo cui erano in corso lavori segreti su un’arma batteriologica. Il regime, che aveva da tempo ottenuto gli agenti patogeni del vaiolo e dell’antrace, aveva riunito gruppi di scienziati per avviare un programma specifico, ma sembrava non avere alcune delle capacità tecniche.

Oltre dieci anni dopo, però, questi ostacoli sembrerebbero essere caduti. “Le capacità – scientifiche e tecnologiche – ora esistono”, ha detto recentemente un funzionario Usa. E gli esperti hanno avvertito che Kim Jong Un potrebbe essere pronto all’uso di agenti biologici sui Paesi vicini o sulle truppe Usa in un futuro (eventuale) conflitto.
Allarme

Sino ad ora gli 007 statunitensi non hanno ancora avuto prove concrete che il dittatore abbia ordinato la produzione di tali armi. “Che i nordcoreani abbiano agenti biologici è noto“, ha spiegato una fonte al Washington Post qualche giorno fa: “Ma rimane la domanda: perché hanno acquisito materiale e sviluppato le tecnologie ma ancora non hanno prodotto le armi?”. A suo parere le agenzie di intelligence potrebbero non aver rilevato cambiamenti nel programma perché le nuove strutture produttive sono ben camuffate all’interno di impianti dell’industria civile apparentemente impegnati nella produzione del settore agricolo e farmaceutico. Se la produzione industriale di agenti patogeni “dovesse iniziare domani, potremmo non saperlo – ha detto ancora la fonte – a meno che non siamo così fortunati da avere un informatore al posto giusto”.

Fonte: interris

L’uomo dal braccio d’oro: in Australia c’è un signore che ha salvato 2 milioni di bambini


Quest’uomo ha salvato la vita di due milioni di bambini
di Dominika Cicha / Kevin Boucaud-Victorie

Grazie al suo sangue, James Harrison ha potuto salvare due milioni di bambini e si è guadagnato il soprannome, in Australia, di “l’uomo dal braccio d’oro”. Aleteia vi racconta la sua storia.

A prima vista James Harrison, 80 anni, non catturerebbe la vostra attenzione quando lo incontraste per strada. È un nonno come tanti. È in pensione, ama i suoi nipotini e impiega il tempo libero collezionando francobolli. Eppure porta in sé un grande tesoro. Un tesoro che ha condiviso con più di due milioni di bambini australiani.

Tutto è cominciato nel 1951, quando aveva 14 anni. James Harrison subì allora un intervento di chirurgia polmonare. Ne uscì vivo grazie a tredici sacche di sangue donate da persone che non conosceva. «In quel momento mi sono detto: quando sarò più grande, anche io diventerò donatore», si ricorda.
Anticorpi rari

Due giorni dopo aver soffiato sulle sue 18 candeline, James non si dimenticò della sua promessa e fece la sua prima donazione di sangue. Le analisi rivelarono rapidamente che il suo sangue conteneva degli anticorpi rari. Questi ultimi avrebbero potuto aiutare le donne incinte che presentavano consistenti rischi di sieroconversione, cioè di infezioni che necessitavano la fabbricazione di anticorpi. Le sieroconversioni appaiono quando il sangue della madre secerne anticorpi Rh- e quello del bambino Rh+.

Prima del 1967, tale malattia emolitica toccava migliaia di donne in Australia, provocando aborti spontanei o gravi lesioni cerebrali nel bambino. Grazie a James Harrison, i medici hanno trovato una soluzione al problema. Per questo motivo il suo corpo è stato addirittura assicurato con un massimale da un milione di dollari!
Nel Guinness

A partire dal suo sangue, i medici hanno potuto prelevare gli anticorpi anti-D, che permettono di prevenire l’infezione. È così che «l’uomo dal braccio d’oro» ha salvato più di 2 milioni di bambini, tra cui il nipotino Scott.

Ho incontrato delle madri che mi hanno ringraziato – racconta oggi James Harrison –. Una aveva perduto tre figli e, dopo le iniezioni, ha dato alla luce sette bambini che scoppiavano di salute. Forse sarò responsabile del sovrappopolamento del nostro Paese – ride il nonnetto –. È bellissimo vedere delle madri felici coi loro bambini,

ha detto in un’intervista rilasciata a today.com.

Nel 2011 James Harrison è pure entrato nel Guinnesss dei Primati dopo aver donato il sangue per la millesima volta. E questo malgrado la sua paura del dolore e degli aghi! Chapeau, signor Harrison.

[traduzione dal francese a cura di Giovanni Marcotullio]

Fonte: Aleteia

Il Pentagono affronta il movimento LGTBQ


Si dice spesso, presso gli avvocati della tardiva post-modernità, che gli avversari del “progresso “, della ” liberazione”, dell’”uguaglianza “, eccetera, manipolano il concetto di LGTBQ per impedire qualunque progresso in questo percorso sociale del quale facilmente si può misurare con un doppio decametro larepressione continua che subisce. A noi sembra invece che avvenga più o meno il contrario, diciamo che è ” la comunità LGTBQ ” ad essere una vasta nebulosa dove si mescolano, ciascuno per i suoi interessi, dei casi umani e dei gruppi umani, delle ideologie politiche radicali, degli interessi estremamente corporativi e Iper-capitalisti ed altri, con il beneplacito del Sistema, e che (la comunità LGTBQ ) si manipola da sé, con tutta la risonanza mediatica che assicura a vantaggio di tutte le componenti che abbiamo citato. Il fenomeno LGTBQ comunque è un eccellente occasione di ottimi rapporti per il Sistema nel suo lato finanziario e negli obiettivi ideologici di frammentazione entropica.

Non è dunque per niente che numerosi Gay Pride, per prendere questo esempio, sono sovvenzionati tanto dalle autorità ufficiali quanto dalle potenze del Corporate Power e dell’ iper-capitalismo. Justin Raimondo, egli stesso omosessuale ma di spirito indipendente e che sa che cosa vuol dire LGTBQ, e un altro omosessuale Glenn Greenwald, avevano denunciato a suo tempo questa pratica, che riguardava il Gay Pride del 2013 a San Francisco .

L’avvenimento è esemplare: gli organizzatori di questa importante manifestazione avevano, in anticipo sugli evidenti pareri dei loro sponsor che rappresentavano il Sistema, scartato la possibilità di intitolare la festa a nome di Bradley Manning, transgender che stava per diventare Chelsea Manning, ma che aveva anche lanciato dei messaggi di allarme ed era stato imprigionato dopo aver trasmesso a WikiLeaks centinaia di migliaia di documenti segreti che illustrano le devastazioni degli eserciti filoamericani in Iraq e in Afghanistan.

(In seguito Barack Obama, verso la fine del mandato, ha giudicato una buona politica per la sua carriera futura di leader morale del LGTBQ, graziare Chelsea Manning. Questo si potrebbe chiamare senso della tempestività postmoderna-umanitaria, con Obama che gioca su tutta la scacchiera del sistema e giustifica in anticipo i sontuosi emolumenti che riceverà per i suoi giri di conferenze post-presidenziali a duecentomila dollari per serata.)

Questo preambolo che sembrerebbe piuttosto un inciso, cioè una digressione prima di scrivere l’articolo, ci conduce comunque al nostro argomento; perché al giorno d’oggi Bradley Chelsea Manning avrebbe senza dubbio qualche possibilità di essere trattato in modo diverso se l’esercito prendesse ancora una volta il rischio di applicare un transgender al maneggio di documenti segreti. In effetti a causa dei transgender il Pentagono ha appena promulgato una direttiva che contraddice una direttiva presidenziale, malgrado il Presidente Trump rivesta il ruolo supremo di Comandante in Capo di tutte le forze armate: l’accesso dei transgender nelle forze armate non sarà limitato nè tantomeno bloccato a partire dal primo gennaio 2018, come aveva sperato Trump. Questa insubordinazione non ha niente a che vedere con le doti morali del LGTBQ e invece ha tutto a che vedere con la “dittatura dei Giudici” e il disordine che regna in questa dittatura, e la potenza del sistema dei media.

L’affare è illustrato in questo breve testo che abbiamo tradotto e adattato partendo da un testo di infowars.com dell’ 11 dicembre 2017.

“Il Pentagono permetterà alle persone transgender di arruolarsi nelle forze armate dopo il primo gennaio 2018, secondo quanto scrive l’Associated Press .

“Questo a dispetto degli ordini (?) del Presidente Trump che aveva twittato in luglio che dopo aver consultato i suoi generali, aveva preso la decisione di limitare il servizio delle persone transgender nell’esercito americano. Il Presidente aveva dichiarato che l’esercito doveva concentrarsi sulla capacità di ottenere delle vittorie e non poteva prendere in carico i costi medici esorbitanti e le altre difficoltà che accompagnano indubbiamente gli uomini e le donne transgender.

“La nuova decisione politica del Pentagono fa seguito a una pressione sociale e giuridica crescente per negare le differenze biologiche tra gli uomini e le donne.

Due Tribunali federali hanno sentenziato contro il tentativo di Trump di vietare il reclutamento di transgender; tuttavia possiamo interrogarci sulla validità queste istanze dopo che la Corte Suprema ha emesso una sentenza contro i giudici attivisti che tentavano di bloccare le limitazioni che il Presidente imponeva ai viaggi. Comunque sia, la direttiva del Pentagono sarà eseguita secondo le necessità, e se l’amministrazione Trump si appellasse contro le decisioni dei due giudici, questa direttiva non sarà annullata immediatamente ma continuerà ad avere effetto attivo fino alla sentenza definitiva, eventualmente della Corte Suprema. La scelta dei tempi del Pentagono nel decidere segnala che i capi del dipartimento credono molto poco al tentativo legale di ristabilire il divieto ordinato dal Presidente. In qualunque caso si resta in attesa effettivamente che la questione vada davanti alla Corte Suprema, che dovrebbe dare una sentenza definitiva che dica che la decisione del Presidente e Comandante in Capo prevale su tutte le altre per quanto concerne l’amministrazione del funzionamento delle Forze Armate.”

Si noterà immediatamente il carattere molto specifico di una cosa che non sembra essere niente di meno di una insubordinazione. Nella realtà si può facilmente comprendere la posizione del Pentagono. L’ordine del Presidente Trump- e resta ancora l’incertezza di determinare sotto quale forma esista questo ordine, poiché finora soltanto un tweet è venuto a informarci delle sue intenzioni, è stato annullato da due decisioni del tribunale che restano in vigore anche se si può pensare che la Corte Suprema annullerà queste sentenze, se le si chiederà di decidere, secondo la tendenza che ha manifestato quando ha revocato le sentenze che annullavano le decisioni del Presidente e che riguardavano gli spostamenti di certe categorie di persone (che avevano legami con certi paesi musulmani). Il Pentagono essenzialmente teme di essere trascinato in un imbroglio giuridico, e anche in più di uno se vi sono numerosi problemi di transgender che si vedono rifiutare l’arruolamento.

Problemi di questo tipo per di più sono complicati dalla mobilitazione di associazioni, dalla reattività dei mezzi di comunicazione sugli argomenti sociali e secondo una dialettica anti-Trump di cui conosciamo la popolarità presso i media anti-Sistema; possiamo anche immaginare molto facilmente che in caso di esecuzione dell’ordine presidenziale nelle attuali condizioni (senza una sentenza della Corte Suprema), ci sarebbero numerose domande di arruolamento per pura provocazione, per cercare di innescare un processo con un altissimo impatto mediatico… E’ essenziale.. sappiamo bene che la battaglia occidentale per la sopravvivenza e il crollo, o meglio la sopravvivenza fino al crollo della sua contro-civilizzazione si sviluppa oggi su questi terreni della comunicazione e del terrorismo psicologico che ne deriva.

Comunque in questa situazione di blocco possiamo constatare diversi fatti.

• La conferma che ora c’è negli Stati Uniti, a causa della situazione di crisi grandemente complessa, un ostacolo strutturale e legale estremamente importante nella gerarchizzazione delle forze armate, nel loro ordinamento, e soprattutto nella posizione delle Forze Armate rispetto all’autorità Suprema del Presidente Comandante-in-Capo. (Questo ostacolo lo ritroviamo anche in numerosi altri settori decisionali politici naturalmente). Alla luce di questo conflitto qui illustrato, si spiegano e si chiariscono anche bene i casi specifici che abbiamo visto, l’obbligo della Marina Usa a rispettare delle quote razziali e LGBTQ da una parte, dall’altra la posizione dei comandanti del Comando Strategico (Strategic Command) che considerano l’eventualità di non obbedire a un ordine del Presidente di lancio di armi nucleari se non dopo aver verificato, eventualmente presto presso dei giuristi, la sua “legalità”. Quest’ultimo caso non sembra più, alla luce di questi fatti, semplicemente un caso politico di eventuale insubordinazione perché il Presidente si chiama Donald Trump, ma anche un caso giuridico laddove il capo di grande unità si interroga effettivamente, rischiando di essere perseguito legalmente, circa la legalità dell’ordine del suo comandante supremo.

• Si deduce dal punto precedente che esiste ormai una situazione di crisi strutturale dell’autorità del potere legislativo in generale e in particolare dello stesso Presidente. Questa constatazione vale anche perché la scalata di Donald Trump fino alla Casa Bianca ha scatenato un’enorme crisi, ma ormai sembra che si tratti effettivamente di una crisi strutturale che mina il sistema di potere dell’Americanismo, essenzialmente nell’ambito del potere legislativo, Trump o non Trump.

• Per aggiungere un filo di complicazioni supplementari alla complessità straordinaria di questa situazione, si vede che il potere dei Giudici è anche esso gravemente diviso secondo correnti ideologiche. Il potere giudiziario stesso, risorsa di ultima istanza nel sistema della americanismo, è molto diviso tra due gruppi, o due poli di potere;

da una parte un gruppo di giudici federali molto attivi di orientamento social-progressista, espressamente nominati da Obama, il cui ruolo di “complottista demoniaco” deve sembrare fondamentalmente destabilizzatore e destrutturante in questo caso, giudici la cui certezza interiore è di avere un compito prima di tutto politico e sociale (social-progressista );

dall’altro lato dei giudici più moderati se non conservatori, e soprattutto una Corte Suprema che, con la nomina di un nuovo giudice conservatore fatta da Trump dopo il suo arrivo (Justice) sembra ormai piuttosto a maggioranza conservatrice, in ogni caso molto reticente di fronte alle decisioni lassiste e liberali. Senza dubbio la Corte Suprema ha l’ultima parola, ma prima che vi si giunga le decisioni dei giudici social-progressisti, soprattutto quando sono di diniego (sospensione di un ordine, di una legge, di un provvedimento politico), sono spesso rispettate per tema di eventuali conseguenze giudiziarie…

Questo tipo di polarizzazione infine è certamente sempre esistito, ma nelle condizioni di intesa bipartisan che permettevano sempre di arrivare ad un accomodamento che garantisse il funzionamento dell’insieme, ovvero del potere del sistema dell’americanismo, cuore pulsante del Sistema. Oggi non è più così, nel momento in cui la comunicazione, che permette di evitare l’aspetto sanguinoso delle contrapposizioni di un tempo, libera i più estremisti da qualunque freno di moderazione razionale e permette loro di esprimere i loro istinti esacerbati. Cosicchè il potere giudiziario, ultimo baluardo del sistema, è anch’esso fratturato e quasi bloccato, in ragione dei rallentamenti, delle innumerevoli tattiche di rinvio, delle provocazioni, delle pressioni, eccetera dei personaggi coinvolti, che non dissimulano più l’astio che provano gli uni verso gli altri.

Tratto da: ComeDonChisciotte
Traduzione per www.comdonchisciotteorg a cura di GIAKKI49

Immigrati bambini che arrivano in Italia: quanti sono e che fine fanno?


I bambini senza futuro nel business dell’accoglienza
di Anna Bono

Il giorno di Natale nel Mediterraneo sono state avvistate e soccorse tre imbarcazioni con a bordo in totale 255 emigranti. Dai primi accertamenti almeno 36 risultano essere minori una parte dei quali non accompagnati. Il 23 dicembre erano stati sbarcati a Pozzallo 294 emigranti tra cui 7 minori accompagnati da adulti e 116 soli. Sono numeri che confermano le elevate, crescenti percentuali di emigranti minorenni, in particolare non accompagnati, diretti verso l’Italia. Nel 2015 sono stati registrati 12.360 minori non accompagnati su un totale di quasi 154.000 arrivi. Nel 2016 il loro numero è più che raddoppiato, con 25.846 arrivi su oltre 181.000. Nei primi dieci mesi del 2017 è stato calcolato l’arrivo di in Italia di 18.491 minori stranieri, 14.579 dei quali non accompagnati, su un totale di poco più di 106.000 sbarchi.

Le percentuali variano, resta costante nel tempo un dato: ogni anno in Italia si perdono le tracce di circa la metà dei minori censiti. Strutture e personale necessari ad accogliere i giovani immigrati sono insufficienti, cosa che si rimprovera da anni al nostro paese, le condizioni in cui vengono ospitati spesso non garantiscono adeguata sicurezza e tutele, non li proteggono da pericolosi contatti esterni.

In effetti il loro destino è segnato dal momento in cui vengono affidati ai trafficanti: durante tutto il viaggio via terra, durante le soste tra una tappa e l’altra e nel periodo trascorso in Libia in attesa di imbarcarsi sono esposti più di chiunque ad abusi, ricatti, violenze fisiche e psicologiche. A questo si espongono, unicamente perché attratti dal miraggio di una destinazione che promette accoglienza.

Ma una accoglienza proclamata a gran voce, vantata, e nei fatti troppo distratta, maldestra, contaminata da interessi economici e politici, ha il duplice effetto e l’enorme responsabilità di indurre a intraprendere viaggi clandestini, costosi e irti di pericoli e incognite e poi, giunti a destinazione, di offrire la mortificante esperienza di una protratta dipendenza da estranei professionisti dell’assistenza, solitudine, l’inganno di una integrazione in realtà negata ai più, destinati a restare senza lavoro o ripiegare su attività illegali e in nero, con il peso ulteriore di una crescente ostilità da parte di persone che si preoccupano delle conseguenze del meticciato culturale o temono il quello etnico e si credono vittime di complotti planetari.

Bambini, adolescenti, giovani partono, raggiungono l’Italia per ritrovarsi senza futuro in un paese che li ospita senza un progetto, che in realtà non ha più progetti neanche per i propri cittadini. L’Italia non è un approdo sicuro, piuttosto una sorta di limbo, e peggio.

I più grandi dei minori, che sono la maggior parte, è possibile che partano di loro iniziativa, abbagliati dall’ “Eldorado” occidentale. Quanto agli altri, può darsi che qualcuno sia rapito dai trafficanti per essere inserito nel circuito internazionale dello sfruttamento dei minori. La maggior parte è vittima di tratta o rischia di diventarlo. Tuttavia pochi sono orfani, pochi si lasciano alle spalle una casa vuota di parenti. Prima o poi si avranno dati che indichino quanti di loro vengono venduti dalle famiglie, perché succede anche questo. Più spesso le famiglie ne decidono la partenza, convinti di far bene, li affidano alle organizzazioni criminali che trasportano gli emigranti clandestini attraverso l’Africa e l’Asia oppure a quelle che gestiscono la tratta. Le une e le altre sanno come indurre le famiglie e i giovani a partire affidandosi a loro.

In Nigeria contro la tratta che inganna i genitori, ne porta via i figli riducendoli in schiavitù, dei manifesti ammoniscono a non dar retta a chi promette una nuova vita in Italia. In uno un uomo dice a una ragazza: “Ti trovo un lavoro in Italia”. Sotto si legge: “diffida degli estranei che fanno offerte allettanti: un lavoro, un matrimonio… I trafficanti di uomini conoscono molti trucchi. RIFIUTA!” In un altro si vedono una giovane donna e sullo sfondo un’automobile, una bella casa: “diffida di simili proposte!” c’è scritto. Il Mali invece dal 2014 cerca di impedire alle famiglie di mandare i figli minorenni in Europa contando sul fatto che in quanto minori non verranno espulsi e illudendosi che, arrivati a destinazione, incominceranno a mandare denaro a casa. “Il mio Eldorado è il Mali. Stop all’emigrazione irregolare” si legge sui grandi manifesti disseminati nelle strade della capitale Bamako che mostrano una barca di emigranti in mare.

Chissà quante famiglie sono in attesa di ricevere notizie e rimesse e si domandano se non è stato un errore affidare a degli estranei i figli piccoli, soprattutto adesso che anche in Africa circolano notizie sulla loro sorte. L’Unione Europea ha messo a punto a luglio un piano di protezione dei minori non accompagnati articolato in sei punti volti a migliorare le procedure di identificazione e registrazione, assisterli meglio, con personale più preparato. Non una parola su quello che più conta: il loro ritorno in famiglia, quanto prima, con tutte le garanzie che governi, istituzioni religiose e qualcuna delle innumerevoli organizzazioni non governative locali affianchino i famigliari nel processo di reinserimento nella vita del paese, provvedano alla loro salute, alla loro sicurezza e alla loro istruzione.

Facebook e Instagram pubblicano i dati del 2017. Oltre 2 milioni i contenuti rimossi


di Claudio Tamburrino

I social network sempre più protagonisti della contraffazione: il colosso blu di Mark Zuckerberg divulga i numeri del 2017

Roma – Facebook e Instagram hanno divulgato i numeri delle richieste di rimozione di contenuti in violazione di diritti di proprietà intellettuale e dei contenuti effettivamente rimossi relativamente all’anno in corso.

Si tratta di una grande quantità di contenuti, che corrispondono a prodotti o servizi promossi sui due social che si dimostrano naturalmente al centro del mercato, anche di quello dei prodotti pirata e contraffatti: per quanto riguarda il copyright Facebook ha ricevuto 224.464 segnalazioni che hanno portato alla rimozione di 1.818.794 contenuti, Instagram 70.008 segnalazioni per 685.996 contenuti rimossi. A questi numeri bisogna aggiungere quelli relativi ai marchi: in totale le due piattaforme hanno ricevuto 58.417 segnalazioni che hanno portato alla rimozione di 148.455 contenuti e altre 25.510 segnalazioni per contraffazione che hanno portato alla rimozione di 325.359 prodotti.


Per la gran parte si tratta di pagine che pubblicano contenuti in violazione di diritti d’autore, che vendono prodotti contraffatti o che impersonano pagine ufficiali di marchi, solitamente per fini di scam: mentre Twitter non ha una policy che permette la rimozione di tali pagine a meno che lo scam o la vendita di prodotti contraffatti non sia diretta ed evidente, Facebook e Instagram sono più propense a liberare le proprio piattaforme da tali account civetta.

Due i procedimenti che portano alla rimozione dei contenuti: le segnalazioni dirette degli aventi diritti o dei loro rappresentanti che monitorano i social con sistemi di sorveglianza e gli strumenti aggiuntivi forniti da Facebook, che vanno dagli strumenti Rights Manager che facilita il lavoro di sorveglianza sui video caricati a Commerce & Ads IP Tool specificatamente designato per le inserzioni.

Naturalmente si tratta di un sistema con ancora molti difetti, per esempio gli scammer possono creare più facilmente una nuova pagina simile a quella rimossa (mancano sistemi di prevenzione) rispetto a quanto ci mettono gli aventi diritto a richiederne la rimozione, mancano sistemi di preapprovazione e le segnalazioni di contenuti in violazione sono soggetti a sfruttamenti in debiti. Fra i casi più controversi quello che ha visto Facebook inviare alla rivista tecnologica Artechnica.com una richiesta di rimozione di un Audio della NASA (il famigerato “The Eagle has landed”). traccia campionata e inserita nell'”immersion Box Set” del 2011 dei Pink Floyd.

Si rifiuta di lavorare la domenica di San Silvestro: ecco cos’è successo alla dipendente


Susa: Rifiuta di lavorare la domenica, cassiera trasferita a 100 km

La dipendente di un supermarket, il cui contratto prevede i festivi solo su base volontaria, avrebbe dovuto svolgere il turno il 31 dicembre

Si è rifiutata di lavorare la domenica di San Silvestro, e così l’azienda ha trasferito una cassiera a un centinaio di chilometri di distanza. E’ quanto accaduto ad una dipendente di un discount di Susa, impiegata con un contratto che prevede il riposo domenicale e l’orario lavorativo dal lunedì al sabato. A denunciare l’accaduto il sindacato di categoria della Cisl, la Fisascat, che nei giorni scorsi ha promosso una mobilitazione e ora attende una risposta da parte dell’azienda.
La mobilitazione della Cisl

Secondo il racconto di Sabatino Basile, responsabile torinese di Fisascat Cisl, la signora a metà dicembre avrebbe detto alla sua responsabile di non essere disponibile a lavorare la domenica che quest’anno coincide con la vigilia di Capodanno. Il giorno dopo avrebbe ricevuto comunicazione di doversi recare per una settimana a lavorare nel Canavese. Interpretando il fatto come una conseguenza del suo rifiuto a lavorare il 31 dicembre, la donna si è rivolta al sindacato che ha promosso uno sciopero e preannuncia altre mobilitazioni in caso di mancata soluzione positiva della vicenda. La dirigenza del discount non ha commentato i fatti.
Lavorare di domenica

Quanto accaduto a Susa riaccende i riflettori su una questione che ha infiammato l’opinione pubblica anche durante le festività natalizie, ovvero tenere chiusi i negozi e i centri commerciali durante le feste. Di recente, Luigi Di Maio attraverso un post sul blog di Beppe Grillo, ha rivolto un appello a Palazzo Madama: “Ho un appello da fare a tutte le forze politiche. Prima delle feste di Natale, prima dello scioglimento della legislatura, il Senato deve approvare la proposta di legge a prima firma di Michele Dell’Orco, già approvata alla Camera dei Deputati all’unanimità, che dice una cosa molto semplice: tutte le famiglie hanno diritto al riposo. Anche quelle che posseggono o gestiscono esercizi commerciali”. Anche Papa Francesco è intervenuto sulla questione, affermando: “Alcune società secolarizzate hanno smarrito il senso cristiano della domenica”. Per Bergoglio “è necessario ravvivare questa consapevolezza, per recuperare il significato della festa, della gioia, della comunità parrocchiale, della solidarietà, del riposo“.

Fonte: interris

26 dicembre 2017

Torna il Banco Alimentare per aiutare chi non ce la fa


Oggi davanti a 13mila supermercati in tutte le regioni. Serve una risposta generosa per venire incontro a milioni di italiani in difficoltà

Fare la spesa per chi non può permetterselo. È questo il senso della Giornata nazionale della Colletta alimentare, in programma domani in quasi 13mila supermercati, con il supporto di 145mila volontari e la partecipazione di 5 milioni e mezzo di persone, che fanno di questo gesto «il più partecipato in Italia», sottolinea la Fondazione Banco alimentare, che lo promuove da ormai 21 anni.

Acquistando e donando alimenti a lunga conservazione (alimenti per l’infanzia, tonno in scatola, riso, olio, legumi, sughi e pelati, biscotti), sarà così possibile aiutare 8.035 strutture caritative che accolgono 1 milione e 585mila poveri, di cui quasi 135mila bambini fino a 5 anni. Le donazioni effettuate durante la Colletta, si aggiungono a quelle quotidianamente recuperate dal Banco alimentare, combattendo lo spreco di cibo, che ammontano a oltre 66mila tonnellate già distribuite quest’anno.

Con poco, possiamo fare davvero molto. La crisi, come dimostrano anche gli ultimi dati Caritas resi noti proprio pochi giorni fa, sta sconquassando milioni di italiani, centinata di migliaia di famiglie. Ed è il ceto medio, fino a ieri il più tranquillo, quello che maggiormente inizia a soffrire per questa situazione. Spesso si tratta di persone che non hanno neppure “la faccia” per chiedere un aiuto. Ecco perché aiutarle diventa quanto mai indispensabile.

Monito ai sindacati: “Guardatevi dalla corruzione”


Lettera al congresso sul lavoro: “Non può essere considerato una merce”

“Guardatevi dal cancro sociale della corruzione”. Lo ha scritto Papa Francesco rivolto ai movimenti sindacali nella lettera che ha inviato ai partecipanti alla conferenza internazionale “Dalla Populorum progressio alla Laudato si’”, organizzata dal Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale presso l’Aula Nuova del Sinodo. In particolare, il Pontefice ha messo in guardia i sindacati da tre tentazioni: “La prima, quella dell’individualismo collettivista, cioè proteggere solo gli interessi di quanti rappresentate, ignorando il resto dei poveri, emarginati ed esclusi dal sistema. Occorre investire in una solidarietà che vada oltre le muraglie della vostre associazioni, che protegga i diritti dei lavoratori, ma soprattutto di quelli i cui diritti non sono neppure riconosciuti”. Poi è necessario “guardarvi dal cancro sociale della corruzione. Come, in certe occasioni, ‘la politica è responsabile del proprio discredito a causa della corruzione’ così lo stesso accade con i sindacati. E’ terribile la corruzione di quelli che si dicono ‘sindacalisti’, che si mettono d’accordo con gli imprenditori e non si interessano dei lavoratori lasciando migliaia di colleghi senza lavoro; questa è una piaga che mina le relazioni e distrugge tante vite e tante famiglie.

Non lasciate che gli interessi illeciti rovinino la vostra missione, così necessaria nel tempo in cui viviamo. (…) Non lasciatevi corrompere!”. Infine, il Papa chiede di “non dimenticarvi del vostro ruolo di educare coscienze alla solidarietà, al rispetto e alla cura. La consapevolezza della crisi del lavoro e dell’ecologia esige di tradursi in nuovi stili di vita e politiche pubbliche. Per dar vita a tali stili di vita e leggi, abbiamo bisogno che istituzioni come le vostre coltivino virtù sociali che favoriscano il fiorire di una nuova solidarietà globale, che ci permetta di sfuggire all’individualismo e al consumismo, e che ci motivino a mettere in discussione i miti di un progresso materiale indefinito e di un mercato senza regole giuste”.

Il Papa ha ricordato anche che “il lavoro non può essere considerato come una merce né un mero strumento nella catena produttiva di beni e servizi, ma, essendo basilare per lo sviluppo, ha la priorità rispetto a qualunque altro fattore di produzione, compreso il capitale. Di qui l’imperativo etico di ‘difendere i posti di lavoro’, di crearne di nuovi in proporzione all’aumento della redditività economica, come pure è necessario garantire la dignità del lavoro stesso. Tuttavia, come osservò Paolo VI, non bisogna esagerare la “mistica” del lavoro. La persona ‘non è solo lavoro’; ci sono altre necessità umane che dobbiamo coltivare e considerare, come la famiglia, gli amici e il riposo. E’ importante, dunque, ricordare che qualunque lavoro dev’essere al servizio della persona, e non la persona al servizio di esso, e ciò implica che dobbiamo mettere in discussione le strutture che danneggiano o sfruttano le persone, le famiglie, le società e la nostra madre terra”.

Serve, secondo il Pontefice, una “risposta integrale” che i lavoratori possono contribuire a dare con il “legame tra le tre T: terra, tetto e lavoro (trabajo). Non vogliamo un sistema di sviluppo economico che aumenti la gente disoccupata, né senza tetto, né senza terra”. Il “criterio di giustizia per eccellenza è la destinazione universale dei beni”, ha aggiunto il Papa, che non ha perso l’occasione per richiamare a un rispetto dell’ambiente: “E’ ineludibile uno spostamento dall’industria energetica attuale a una più rinnovabile per proteggere la nostra madre terra. Ma è ingiusto che questo spostamento sia pagato con il lavoro e con la casa dei più bisognosi”. Francesco ha quindi fatto riferimento a “un secondo gioco di tre T: questa volta tra lavoro, tempo e tecnologia. Nel contesto attuale, conosciuto come la quarta rivoluzione industriale, caratterizzato da questa “rapidazione” e dalla sofisticata tecnologia digitale, dalla robotica e dall’intelligenza artificiale, il mondo ha bisogno di voci come la vostra. Sono i lavoratori che, nel loro lottare per la giornata lavorativa giusta, hanno imparato ad affrontare una mentalità utilitaristica, di corto raggio e manipolatrice. Per questa mentalità, non importa se c’è degrado sociale e ambientale; non importa che cosa si usa e che cosa si scarta; non importa se c’è lavoro forzato di bambini o se si inquina il fiume di una città. Importa solo il guadagno immediato. Tutto si giustifica in funzione del dio denaro (…) Vi prego di affrontare questa difficile tematica e di mostrarci, secondo la vostra missione profetica e creativa, che è possibile una cultura dell’incontro e della cura”.

Fonte: In Terris

25 dicembre 2017

Diritto all'abitazione! Impennata degli sfratti l’anno scorso


Impennata degli sfratti l’anno scorso. I nuovi provvedimenti emessi dal Tribunale il 70% in più del 2016. Le richieste di esecuzione sono in calo del 13,5%. Ma gli sfratti eseguiti, cioè le persone e famiglie che hanno dovuto effettivamente lasciare l’abitazione in cui vivevano, sono il 13,3% in più rispetto all’anno precedente.

Ancora una volta gran parte degli sfratti, il 93%, è per morosità, spesso «incolpevole» cioè dovuta alle difficoltà economiche della famiglia a pagare l’affitto. Ma i sindacati degli inquilini denunciano: anche negli sfratti per finita locazione ci vanno di mezzo soggetti deboli come le donne anziane, mandate via da case dove hanno vissuto per decenni, pagando regolarmente l’affitto.

« Ogni individuo ha diritto ad un tenore di vita sufficiente a garantire la salute e il benessere proprio e della sua famiglia, con particolare riguardo (...) all'abitazione. »

(Articolo 25 della Dichiarazione universale dei diritti umani)
Il diritto all'abitazione (conosciuto anche come "diritto alla casa" oppure "diritto all'alloggio") è il diritto economico, sociale e culturale ad un adeguato alloggio e riparo. È presente in molte costituzioni nazionali, nella Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo e nella Convenzione internazionale sui diritti economici, sociali e culturali art. 31, uno dei primi documenti a farne menzione esplicita, nel Trattato di Lisbona art. 34.3.

Il diritto all'abitazione viene riconosciuto in una serie di trattati internazionali sui diritti umani: l'articolo 25 della Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo e l'articolo 11 della Convenzione internazionale sui diritti economici, sociali e culturali (ICESCR) riconoscono il diritto alla casa come parte del diritto ad un adeguato standard di vita.

Nel diritto internazionale dei diritti umani, il diritto all'abitazione è considerato un diritto indipendente; infatti il Commento Generale n.4/1991 sullo "adeguato alloggio" approvato dal Comitato delle Nazioni Unite sui diritti economici, sociali e culturali fornisce un'interpretazione autorevole in termini legali e ai sensi del diritto internazionale.

I Principi di Yogyakarta sull'applicazione del diritto internazionale dei diritti umani in materia di orientamento sessuale ed identità di genere afferma che "ognuno ha il diritto ad un alloggio adeguato, compresa la protezione dallo sfratto, senza discriminazioni e che gli Stati membri devono

prendere tutte le necessarie misure legislative, amministrative e di altro tipo per garantire la sicurezza del possesso e per l'accesso a prezzi convenienti per case abitabili, accessibili, culturalmente appropriate e sicure, comprese i ripari ed altri alloggi di emergenza, senza discriminazioni derivanti dall'orientamento sessuale, identità di genere o dallo status materiale o familiare;
adottare tutti i provvedimenti legislativi, amministrativi e altre misure per vietare l'esecuzione di sfratti che non siano conformi agli obblighi internazionali sui diritti umani e garantire che i rimedi legali idonei siano adeguati, efficaci e disponibili per colui che ritenga che il diritto alla protezione contro gli sfratti forzati è stato violato o è sotto la minaccia di violazione, compreso il diritto di reinsediamento, che include il diritto ad una alternativa di migliore o uguale qualità e ad un alloggio adeguato, senza discriminazioni.
Il diritto alla casa è altresì sancito anche dall'articolo 28 della Convenzione ONU per i diritti delle persone con disabilità, dall'articolo 16 della Carta sociale europea (articolo 31 della Carta sociale europea riveduta) e nella Carta africana dei diritti dell'uomo e dei popoli.

Secondo il Comitato delle Nazioni Unite sui diritti economici, sociali e culturali, gli aspetti del diritto alla casa includono: la sicurezza legale del possesso; la disponibilità di servizi, materiali, strutture e infrastrutture; l'accessibilità; l'abitabilità; l'adeguatezza della posizione e della culturale.

Come obiettivo politico, il diritto alla casa è stato dichiarato nel celebre discorso del 1944 di Franklin Delano Roosevelt sul Second Bill of Rights, ed è sostenuto da varie associazioni di cittadini.

La disciplina francese e tedesca della locazione abitativa costruiscono dagli anni '80 un modello di locazione a tempo indeterminato con recesso del locatore solo per giusta causa, in cui il diritto all'abitazione è trattato come un diritto soggettivo perfetto, essendo il locatario destinato a essere maggiormente tutelato quale parte contrattuale debole rispetto al locatore.

La Corte europea dei diritti dell'uomo ha considerato che la perdita dell'abitazione costituisce una violazione al diritto al rispetto del(la libertà di) domicilio (Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea art. 7) e che qualsiasi persona che rischi di esserne vittima avrebbe diritto, in linea di principio, a poter far esaminare la proporzionalità di tale misura (v. sentenze Corte EDU, McCann c. Regno Unito, n. 19009/04, § 50, CEDU 2998, e Rousk c. Svezia, n. 27183/04, § 137).

In Italia
Nella Costituzione italiana il diritto all'abitazione è richiamato all'art. 47 e in ripetute sentenze della Consulta:

<<è doveroso da parte della collettività intera impedire che delle persone possano rimanere prive di abitazione>> (n. 49/1987);
<<Il diritto all'abitazione rientra infatti, fra i requisiti essenziali caratterizzanti la socialità cui si conforma lo Stato democratico voluto dalla Costituzione>> (Corte cost., sent. n. 217 del 1988.);
<<il diritto a una abitazione dignitosa rientra, innegabilmente, fra i diritti fondamentali della persona>>(Corte cost. sent. n. 119 del 24 marzo 1999);
<<Creare le condizioni minime di uno Stato sociale, concorrere a garantire al maggior numero di cittadini possibile un fondamentale diritto sociale, quale quello all'abitazione, contribuire a che la vita di ogni persona rifletta ogni giorno e sotto ogni aspetto l'immagine universale della dignità umana, sono compiti cui lo Stato non può abdicare in nessun caso>> (Corte cost. sent. n. 217 del 25 febbraio 1988);
<<indubbiamente l'abitazione costituisce, per la sua fondamentale importanza nella vita dell'individuo, un bene primario che deve essere adeguatamente e concretamente tutelato dalla legge>> (sentenza n. 252 del 1983)
Con sentenze 310/03 e 155/04 il blocco degli sfratti è dichiarato giustificato solo in quanto di carattere transitorio e per <<esigenze di approntamento delle misure atte ad incrementare la disponibilità di edilizia abitativa per i meno abbienti in situazioni di particolari difficoltà>>, senza che esso possa tradursi in una eccessiva compressione dei diritti del proprietario, interamente onerato dei costi relativi alla soddisfazione di tale diritto.


24 dicembre 2017

Atm, allo studio l'aumento del biglietto a 2 euro a corsa



Atm, pronto il "caro biglietto": dal 2019 si pagheranno 2 euro

Allo studio l'aumento del costo del biglietto urbano. 

Sala: "Stiamo valutando, sono aumentati i costi di gestione"

Biglietto Atm in aumento?



Il sindaco di Milano Giuseppe Sala ha "aperto" alla possibilità dell'aumento del biglietto di Atm. Non dal 2018 ma dal 2019. E non è ancora una certezza, ma le simulazioni e gli studi sono già in essere. Il biglietto ordinario a corsa semplice è fermo a 1,50 euro dopo l'ultimo aumento appena si era insediato Giuliano Pisapia, a settembre 2011, aumentando però la durata da 75 a 90 minuti. Fino a quel momento il biglietto costava un euro, con l'ultimo aumento avvenuto con il passaggio dalla lira all'euro. Era il 2002.

Il rincaro (fino a 2 euro) è motivato dal fatto che i costi per mantenere il trasporto pubblico salgono. Soprattutto per le nuove linee della metropolitana, ora la M5 e in futuro la M4 (ancora in costruzione). Secondo quanto spiega il sindaco, è anche la "formula" con cui sono state costruite le nuove linee a portare costi "significativi" ogni anno d'esercizio. In aggiunta, "non è che il governo ci dia molto una mano", stuzzica il primo cittadino.

Soprattutto questa frase non piace molto alle opposizioni, in testa Riccardo De Corato (Fdi) e Silvia Sardone (Fi), che suggeriscono allora a Sala di lamentarsi con l'esecutivo, che ha lo stesso "colore" della maggioranza a Palazzo Marino. Ma, al di là delle schermaglie da teatrino della politica, è anche evidente che ogni tanto il biglietto del trasporto pubblico ha bisogno di un ritocco nella tariffa. Il dibattito è aperto.

Redazione

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