20 novembre 2017

Morto Charles Manson, il serial killer satanico che fece uccidere Sharon Tate


Charles Manson è nato il 12 novembre 1934 a Cincinnati (Ohio). Sua madre, Kathleen Maddox, conduceva una vita sregolata (Manson stesso dichiarò che era una prostituta), e aveva sedici anni quando diede alla luce il figlio. La ragazza dovette rivolgersi alle autorità giudiziarie che riconobbero in un certo “colonnello Scott” il padre del bimbo. Dopo avere convissuto per un certo periodo con un tale William Manson (da cui Charles ricevette il cognome), la Maddox continuò nella sua vita irregolare, compiendo anche reati gravi che le procurarono la carcerazione per qualche anno. Durante il periodo della detenzione, il figlio – che all’inizio venne affidato temporaneamente a dei vicini di casa – andò ad abitare con degli zii in West Virginia, poi dal 1942 seguì la madre nelle sue peregrinazioni per sordidi motel fino al 1947, anno in cui venne inserito in un istituto per l’infanzia in Indiana.

Dimostratosi ribelle alle regole in vigore nella scuola, scappò cominciando a compiere furti d’auto e rapine nei negozi, reati minori per i quali trascorse qualche settimana a Indianapolis in un istituto di correzione; dopo altri crimini e un fallimentare tentativo d’inserimento nella “Città dei Ragazzi” gestita da padre Flanagan, venne in seguito mandato all’Indiana School for Boys. Fuggito anche da quell’istituto di rieducazione, Manson compì il suo primo reato federale a sedici anni, trasportando oltre confine un’auto rubata e ciò comportò per lui la detenzione in una serie di riformatori.

Il carcere. Manson entrò nel riformatorio del Natural Bridge Honor Camp, nel riformatorio federale di Petersburg (Virginia) e in quello di Chillicothe in Ohio, nei quali alternò tentativi di fuga e aggressioni a periodi di buona condotta. Al Natural Bridge Honor Camp perse l’opportunità della libertà condizionata per avere sodomizzato un giovane detenuto puntandogli una lama alla gola.

Ottenuta la libertà condizionata a metà del 1954, tornò a vivere dai parenti in West Virginia e lì conobbe un’infermiera, Rosalie Jean Willis, con cui si sposò. Assieme a qualche lavoretto irregolare come benzinaio e parcheggiatore, continuò la propria carriera delinquenziale insistendo nel furto di auto e nel loro trasporto oltre il confine di stato. Per il reato federale venne arrestato in California, ma le capacità oratorie e di convincimento di Manson e la condizione della moglie che lo accompagnava, in stato di gravidanza, riuscirono ad ammorbidire lo psichiatra che lo esaminava e che suggerì al giudice la libertà vigilata, misura a cui il malvivente non si sottopose dileguandosi per l’ennesima volta. Riacciuffato, venne spedito nel penitenziario di Terminal Island per scontare una pena di tre anni.

Nel penitenziario di Terminal Island venne a contatto con detenuti incalliti da cui con interesse fu messo a parte dei metodi per avviare alla prostituzione e gestire le donne squillo, conoscenze che Manson mise a frutto in un periodo di libertà in cui reclutò alcune ragazze per diventarne il protettore. Denunciato per quest’attività, il 27 aprile 1960 Manson fu incriminato per “trasporto di donne da uno stato all’altro ai fini di prostituzione”. Assieme alla falsificazione di un assegno, al furto di auto e alla violazione delle norme sulla libertà vigilata, dopo due mesi fu condannato a scontare dieci anni di reclusione nel penitenziario di McNeil Island, nello Stato di Washington.

Durante gli anni trascorsi dietro le sbarre, in particolare a McNeil Island, Manson ebbe occasione di costruirsi un bagaglio culturale inquietante, necessario negli anni successivi per elaborare e mettere in pratica i perversi disegni criminali e per controllare e manipolare le persone con cui veniva a contatto. Studiò avidamente necromanzia, magia nera, esoterismo massonico, chirosemantica, scientologia, motivazione subliminale e ipnotismo. In carcere imparò da un detenuto a suonare la chitarra, e nell’ultimo periodo di detenzione si dedicò in modo ossessivo alla musica e alla composizione di canzoni.

La famiglia. Manson fu rilasciato su cauzione nel marzo 1967 e, una volta uscito, decise di divenire un musicista hippy, forte del riscontro positivo che questo movimento aveva a quei tempi e mettendo a frutto le capacità musicali acquisite in carcere; dichiarò in seguito di essere stato un fan dei Beatles. In tempo per la Summer of Love, si trasferì a San Francisco dove raccolse intorno a sé un gruppo di giovani – in particolare di sesso femminile – soggiogati dal suo carisma, dalla sua chitarra e dalle sue capacità oratorie. Reclutò fra le prime Mary Brunner, Lynette “Squeaky” Fromme, Patricia Krenwinkel, Susan Atkins (alle quali si sarebbero aggregate l’anno successivo Sandra Good e Leslie Van Houten) che gli sarebbero rimaste a fianco ben oltre le macabre notti estive del 1969. Alla brigata si unirono anche Bruce Davies e Bobby Beausoleil. Per la fine del 1967 il gruppo si mise a vagabondare in un autobus scolastico dipinto di nero. Durante un anno e mezzo Charles Manson e una decina di accoliti girovagarono a bordo del bus: dapprima giunti a Mendocino, si spinsero più a nord fino all’Oregon e allo stato di Washington, poi il mezzo invertì la rotta dirigendosi a sud e attraversando Messico, Nevada, Arizona e New Mexico, prima di rientrare in California e insediarsi in zone isolate che circondavano Los Angeles.

Presero il nome di The Family (“La Famiglia”), o anche The Manson Family, sebbene Manson abbia sempre negato di aver dato egli stesso quel nome al gruppo. L’uomo riuscì a raccogliere un cospicuo numero di adepti, circa cinquanta persone: molti di loro erano ragazzi che avevano avuto una vita dura come Charles, con problemi familiari e spesso di disadattamento sociale. Manson era da questi considerato un leader religioso oltre che morale: affermava infatti di essere la reincarnazione di Gesù Cristo e di Satana insieme e i suoi adepti gli erano molto devoti. Oltre che per la connotazione religiosa, il suo gruppo differiva dalle “comuni” hippy per il palese e dichiarato disprezzo che nutriva nei confronti dei neri. Manson profetizzava infatti che ci sarebbe stata una guerra interrazziale che avrebbe visto prevalere i neri; ma essendo questi inferiori rispetto ai bianchi da cui avevano appreso tutte le loro conoscenze, non avrebbero potuto mantenere il potere e a quel punto i prescelti della Famiglia avrebbero assunto il comando.

The Family, sotto la sua attenta guida, sopravviveva grazie a furti e altre attività criminali. Tra una rapina e l’altra, i membri della setta suonavano la chitarra, praticavano sesso di gruppo e facevano uso di stupefacenti, in particolare hashish e LSD. Le loro attività criminali con il tempo non si limitarono ai furti, ma si estesero agli omicidi. Manson fondò anche un movimento ambientalista chiamato ATWA (acronimo di “Air, Trees, Water, Animals”), che si batteva per salvaguardare la natura e le sue creature e del quale facevano parte alcuni membri della “Famiglia”.

Charles Manson voleva diventare un musicista famoso come i suoi idoli e nell’estate del 1968 tentò di realizzare il suo sogno musicale, recandosi in uno studio discografico di Los Angeles, con il supporto economico di Dennis Wilson, batterista dei Beach Boys, che aveva conosciuto dopo che questi aveva dato un passaggio a due ragazze della Famiglia che facevano autostop.

L’insuccesso non fece altro che accrescere l’ossessione di Manson di diventare un musicista. Un suo brano, Cease to Exist, fu riarrangiato dai Beach Boys e inserito nell’album 20/20 (1969) con un nuovo titolo (Never Learn Not to Love), testi modificati e un differente bridge, cosa che suscitò in Manson non poca rabbia nei confronti dell’ex amico.

Gli omicidi. Il 9 agosto 1969, meno di due settimane dopo aver ordinato l’omicidio di Gary Hynman (materialmente commesso da Bobby Beausoleil) Manson pianificò e realizzò un’intrusione a Cielo Drive, un ricco quartiere di Los Angeles, con l’obiettivo di penetrare nella villa al momento abitata da Roman Polanski e Sharon Tate, attrice e moglie del regista, incinta di otto mesi, e quella sera frequentata anche da alcuni loro amici, tra cui Jay Sebring, parrucchiere dell’attrice, Abigail Folger, figlia dell’imprenditore del caffè “Folger”, Voityck Frykowski, il fidanzato della Folger. La villa era di proprietà di Terry Melcher (allora fidanzato con la modella e attrice Candice Bergen, con la quale fino a poco tempo prima aveva abitato la villa), artista e produttore musicale nonché figlio di Doris Day che aveva espresso inizialmente interesse nei riguardi di alcune canzoni composte da Manson, ma che successivamente si era rifiutato di scritturarlo come musicista per la Columbia Productions; la villa divenne per Manson il simbolo di tutti coloro che l’avevano rifiutato. Manson si era recato in quella villa in precedenza col desiderio di incontrare nuovamente Melcher per fargliela pagare, ma era stato allontanato da un fotografo amico della Tate che gli aveva rivelato che la villa adesso era abitata dai coniugi Polanski. Manson ebbe comunque modo di vedere per alcuni secondi una delle future vittime della sua follia omicida.

La notte in cui si consumarono gli omicidi, Polanski non era presente: si trovava infatti a Londra per motivi di lavoro (aveva appena finito di girare Rosemary’s Baby). Manson rimase nel ranch dove risiedeva l’organizzazione; coloro che materialmente eseguirono gli ordini furono Charles “Tex” Watson (a cui Manson diede il comando dell’operazione stragista), Susan Atkins, Patricia Krenwinkel e Linda Kasabian. Questi si diressero verso la villa armati di coltelli, un revolver e una corda di nylon lunga 13 metri. Giunti sul posto, i quattro tagliarono i fili del telefono per impedire che venisse dato l’allarme. A eccezione di Linda Kasabian, che doveva coprir loro le spalle, gli altri tre scavalcarono la recinzione che circondava il parco della villa. In quel momento si accingeva a uscire in macchina un amico in visita al guardiano della villa, Stephen Earl Parent, il quale venne ucciso immediatamente a colpi di revolver da Tex Watson. Entrati nella villa, i membri della “Famiglia” non ebbero nessuna pietà.

Il primo a morire fu il parrucchiere Jay Sebring, che implorò di lasciar in vita Sharon Tate in quanto incinta, ma fu ferito con un colpo di revolver all’ascella e finito con una serie di coltellate. La successiva vittima fu Voityck Frykowski, che fu accoltellato da Susan Atkins. Stessa sorte anche per la Folger, accoltellata ripetutamente. L’ultima vittima fu Sharon Tate, 26 anni, incinta di otto mesi. Con uno straccio intriso del sangue dell’attrice, la Atkins scrisse sulla porta da cui avevano fatto irruzione “PIG”, maiale in lingua inglese: maiale è anche il termine statunitense con cui si designa in tono spregiativo un poliziotto, e Piggies è il titolo di una canzone dei Beatles. Sullo specchio del bagno venne scritto “Helter Skelter”, espressione inglese che significa “confusione” o “alla rinfusa”, interpretata da Manson come “arrivo del caos” e “fine del mondo”; anche questa è il titolo di una canzone dei Beatles. Non ci furono sopravvissuti alla strage.

I massacri dell’organizzazione non si placarono e il giorno seguente vennero uccisi l’imprenditore Leno LaBianca e sua moglie Rosemary; i due furono colpiti da più di quaranta colpi alla testa con una forchetta e il cadavere di Leno LaBianca fu ritrovato con un forchettone conficcato nello stomaco. Su una parete interna venne scritto “Death to Pigs” (Morte ai maiali) col sangue delle vittime e sul frigorifero in cucina furono tracciate le parole Healter Skelter, con una svista ortografica inconscia. Un’ulteriore vittima di Manson fu un insegnante di musica, Gary Hinman, che qualche mese prima aveva dato ospitalità alla Family finendo, poi, per cacciarli. Anche Hinman venne accoltellato: sulla parete fu tracciata la scritta “Political Piggy”, ovvero “Porco politico”; tali scritte vennero ordinate da Manson ai suoi seguaci per cercare di depistare le indagini e far accusare dell’omicidio i neri. L’ultimo assassinio attribuito a “The Family” fu quello di un membro stesso della setta, Donald Shea (soprannominato “Shorty”), colpevole di aver sposato una donna nera e di tramare lo sfratto della banda di Manson dal rifugio dello Spahn Ranch – ma più probabilmente per essere a conoscenza di elementi che riguardavano le due stragi Tate-LaBianca. Il 26 agosto 1969, dopo l’omicidio, il suo cadavere fu fatto a pezzi e questi vennero impacchettati e seppelliti nel letto di un torrente.

Il porcesso. Nel 1970 cominciò il processo contro Charles Manson. Egli si presentò con una X incisa sulla fronte: in seguito, dopo diversi anni di prigione, Manson stesso modificò l’incisione sulla fronte facendola diventare una svastica. Il processo è entrato nella storia degli Stati Uniti per la sua incredibile lunghezza: il solo dibattimento preliminare durò quasi un anno. Charles non confessò gli omicidi della sua banda, né le altre azioni criminali; Susan Atkins invece, rivelò che Manson aveva programmato di uccidere in seguito nomi noti nello show business come Liz Taylor, Steve McQueen, Richard Burton e Frank Sinatra, pur non avendo prove materiali a sostegno. Il 29 marzo 1971 il processo si chiuse con la condanna a morte di tutti i componenti della “Famiglia”, ma nel 1972 lo Stato della California abolì la pena di morte e Manson e la sua setta vennero spostati dal braccio della morte al carcere, con pena commutata in ergastolo.

Il 25 maggio 2007, presso il carcere di Corcoran, l’undicesima udienza richiesta da Manson per ottenere la libertà vigilata è stata respinta. L’uomo, 72 anni a quel tempo (di cui quarantadue trascorsi in carcere), non era presente all’udienza, ma dichiarò alla stampa per il tramite del proprio avvocato che nel 2012 avrebbe presentato puntualmente la sua dodicesima domanda di rilascio. Anche quest’ultima richiesta di scarcerazione anticipata è stata rifiutata nell’aprile 2012 dalle autorità della California.

Fonte: wikipedia

Redazione: Enzo Vincenzo Sciarra

Carlo Tavecchio in lacrime a Le Iene: “Non dormo da 4 giorni, colpa di Ventura”


Mentre oggi si decide il destino di Carlo Tavecchio, presidente della Federcalcio, ieri sera è andata in onda l’intervista della ‘Iena’ Nicolò De Devitiis. Il presidente non riesce a trattenere le lacrime, poi accusa Ventura: “Sbagliata la formazione e le scelte tecniche. Non dormo da quattro giorni”.

Ma chi è Carlo Tavecchio? Diplomato in ragioneria ed ex dirigente bancario presso la Banca di Credito Cooperativo dell’Alta Brianza, all’età di 33 anni si candida a sindaco nel suo comune di nascita, Ponte Lambro (CO) nelle liste della Democrazia Cristiana. Viene eletto e conserva la carica per quattro mandati consecutivi, dal 1976 al 1995. Nel 1974 è tra i fondatori della Polisportiva di Ponte Lambro e, in ambito calcistico, per sedici anni diventa presidente dell’ASD Pontelambrese, società dilettantistica che durante la sua gestione arriva a disputare anche il campionato di Prima Categoria. La sua carriera dirigenziale all’interno di Federcalcio inizia con l’incarico di consigliere del Comitato Regionale Lombardia della Lega Nazionale Dilettanti (LND) mantenuto dal 1987 al 1992, diventando poi nei successivi quattro anni vice presidente della LND e venendo eletto nel 1996 al vertice del medesimo Comitato Regionale Lombardia.

Il 29 maggio 1999, a seguito delle dimissioni del suo predecessore Elio Giulivi a causa dell’affaire Rieti – Pomezia, è votato presidente della LND. Dal maggio 2007 diventa vice presidente della Federazione Italiana Giuoco Calcio assumendone la funzione di vice presidente vicario nel 2009.

Durante la sua carriera Tavecchio è stato anche consulente del Ministero dell’Economia e delle Finanze per le questioni di natura fiscale e tributaria relative all’attività sportiva dilettantistica, nonché componente della commissione ministeriale, presso il Ministero della Salute, per i problemi relativi all’impiantistica nazionale. Inoltre, nel biennio 2002/2004 è stato esperto in materia di calcio dilettantistico e giovanile e ai campi in erba artificiale e, dal 2007, è designato dall’UEFA membro effettivo della Commissione per il calcio dilettantistico e giovanile. Scrive anche un libro per spiegare il calcio ai più piccoli, dedicandolo alla nipote Giorgia, dal titolo «Ti racconto… il calcio».

Dopo le dimissioni di Giancarlo Abete nell’estate del 2014, Tavecchio si candida alla presidenza della FIGC, forte anche dell’appoggio di diciotto club di Serie A. La sua candidatura perde però consensi per una frase pronunciata il 25 luglio dello stesso anno, durante l’assemblea estiva della Lega Dilettanti, ritenuta offensiva nei confronti dei giocatori extracomunitari. I presidenti di Assocalciatori e Assoallenatori Tommasi e Ulivieri ne mettono in dubbio l’idoneità al ruolo di presidente federale, mentre i presidenti delle Leghe A, B e Pro Beretta, Abodi e Macalli lo difendono e attenuano la portata delle sue parole.

Il 28 luglio 2014 la FIFA chiede alla FIGC di aprire un’indagine sul caso, interessando anche la propria Task Force contro la discriminazione e ottenendo l’appoggio del funzionario europeo Dennis Abbott. Gli avversari di Tavecchio riesumano anche sue frasi precedenti che suscitano contrasti e polemiche, mentre a loro volta i sostenitori di Tavecchio intervengono in sua difesa. Tra questi Gigi Riva, che ne ricorda l’impegno costante per l’integrazione e la solidarietà, Adriano Galliani, che non condivide l’accusa di razzismo e invita a non dare peso eccessivo ad una frase infelice, Marco Tardelli, secondo cui l’accusa di razzismo è un pretesto che nasconde l’intento di impedirne l’elezione ed Enrico Preziosi, che accusa di falso moralismo chi attacca Tavecchio.

L’11 agosto 2014 Tavecchio viene eletto presidente della FIGC con il 63,63% dei voti, prevalendo sull’altro candidato Demetrio Albertini. Sulla frase pronunciata a luglio da Tavecchio si svolgono tre inchieste ai diversi livelli del governo del calcio. Quella della FIGC termina il 25 agosto 2014 con l’archiviazione, non avendo il Procuratore federale riscontrato nell’episodio aspetti di rilevanza disciplinare. Il procedimento avviato dall’UEFA si conclude invece il 6 ottobre successivo con la comminatoria di una sospensione per sei mesi di Tavecchio da tutti gli incarichi di rilievo europeo. Il 5 novembre successivo la FIFA estende a livello mondiale la squalifica comminata dall’UEFA.

Sostenuto da Lega A, Lega D, AIAC e AIA, il 6 marzo 2017 viene riconfermato presidente della FIGC con il 54,03% dei voti, prevalendo sull’altro candidato Andrea Abodi (45,97%). Il 21 aprile dello stesso anno è nominato commissario della Lega Serie A.

Redazione: Enzo Vincenzo Sciarra


In difesa degli stereotipi


Gli stereotipi sono davvero così brutti e cattivi? E soprattutto, sono davvero falsi?

Quando mia madre era in ospedale, in attesa che io nascessi, si mise a parlare con un’infermiera.

-“Che lavoro fa tuo marito?” chiese l’infermiera.
-“L’operaio edile.”
-“E tu sei casalinga?”
-“No, insegnante elementare.”

L’improvvida infermiera era caduta nello “stereotipo di genere” secondo cui una donna non può fare un lavoro “intellettualmente superiore” a quello del marito, per cui, secondo lei, un gradino sotto l’operaio c’era solo la casalinga. Ma quelli erano gli anni ’70 e la gente era ancora incivile e ignorante. Oggi una cosa del genere non potrebbe mai accadere e, semmai accadesse, l’infermiera in questione verrebbe prontamente indirizzata a un corso di rieducazione sugli stereotipi di genere, magari tenuto dalla Boldrini in persona, e chissà, la puerpera potrebbe anche ricevere un indennizzo per l’oltraggio subito.

Come sappiamo, oggi è in atto una vera lotta senza quartiere contro gli stereotipi, non solo quelli “di genere” ma anche quelli relativi a qualsivoglia minoranza (pensiamo, ed esempio, a “gli zingari rapiscono i bambini”).

Ma gli stereotipi sono davvero così brutti e cattivi? E soprattutto, sono davvero falsi?

Immaginiamo che, dopo averli tanto attesi, finalmente gli extraterrestri sbarchino tra noi.

Poiché sono dei tipi a cui piace bere (ovviamente sono tutti maschi: le femmine sono rimaste a casa a lucidare i vetri dei dischi volanti) vi chiedono quali sono le bevande tipiche europee, e voi rispondete: “Nel nord Europa bevono birra, nel sud vino e in Russia la vodka.” È uno stereotipo? Certo. Io ad esempio il vino non lo bevo quasi per niente, mentre la birra e la vodka alla frutta mi piacciono molto, e com’è noto il vino italiano e francese vengono esportati in tutto il mondo (segno evidente che anche in posti fuori del sud Europa lo gradiscono) e anche in Italia vengono prodotte birre molto rinomate. Ma è uno stereotipo falso? Non mi pare, non fosse altro che per il fatto che coltivare la vite al di sopra delle Alpi comincia ad essere un po’ difficile, e sappiamo tutti dove si trova una distilleria famosa in tutto il mondo come quella della Guinness.

Gli extraterrestri poi vi rivelano di essere dei grandi amanti delle donne rosse, e voi cosa gli consigliate? Andate in Scozia e in Irlanda! È anche questo uno stereotipo? Temo di sì. A dispetto di quello che si può pensare, infatti, l’irlandese tipo ha i capelli neri (pensate a Pierce Brosnan o a Colin Farrell) e gente con i capelli rossi la si trova in tutto il mondo. Tuttavia, è forse sbagliato dire che, statisticamente parlando, sono quelli i paesi con la più alta percentuale di rossi?

Alla fine, gli extraterrestri vi chiedono di parlargli un po’ della flora italiana, e voi gli spiegate, tra le altre cose, che alberi come il pino marittimo e la palma crescono lungo le coste. Anche questo, purtroppo, è uno stereotipo. Il mio paese si trova a 50 chilometri dal mare, a 254 metri d’altezza, eppure qui ci sono sia pini marittimi che palme. Ci sono palme persino a Sulmona, sotto la Maiella. Tuttavia, dire che il pino marittimo deve il suo nome e la sua forma al fatto che il suo habitat naturale siano le zone costiere non è errato, così come non è errato dire che le palme sono tipiche dei climi tropicali.

Quindi cos’è lo stereotipo? Lo stereotipo non è altro che un modo per classificare la realtà in modo generalizzato, basandosi su occorrenze statistiche dovute a fenomeni naturali o culturali. Gli stereotipi ci permettono di conoscere il mondo nelle sue linee generali, ed è per questo che non potranno mai essere eliminati. Per eliminarli bisognerebbe fare tabula rasa della mente delle persone, e infatti è esattamente questo che si sta facendo con le nuove generazioni. Gli si dice che evidenziare delle differenze o delle particolarità, nelle culture o nelle persone, è “offensivo”, per cui non esistono differenze tra maschi e femmine, svedesi e nigeriani, cinesi e brasiliani, cristiani, musulmani e ebrei. E quindi poi si arriva a eccessi tipo questo: un ristorante messicano all’interno di un campus universitario inglese è stato costretto a rimuovere i sombrero appesi nel locale, perché, secondo un sindacato studentesco, erano “razzisti” e si trattava di “appropriazione culturale”. Il sindacato studentesco ha poi lasciato una lista di punti sui quali non avrebbe tollerato “discriminazioni”: età, colore, disabilità, origine etnica, sesso, sieropositività, stato civile, nazionalità, fede politica, religione, razza, orientamento sessuale, pena carceraria scontata o irrilevante, appartenenza a un sindacato di lavoratori, identificazione sottoculturale (qualunque cosa sia). In pratica, secondo questo ragionamento, se un sardo vuole aprire un ristorante di specialità sarde all’estero non potrà, ed esempio, far indossare ai camerieri il costume tradizionale, sennò c’è il rischio che i clienti sardi lo percepiscano come uno stereotipo e si offendano.

Insomma, fecero il deserto e lo chiamarono pace.

Il problema degli stereotipi, dunque, non è che essi sono falsi, ma il fatto di aspettarsi che tutti quelli che fanno parte di quella certa categoria si debbano conformare a quella categoria. Ma io non lo definirei neanche “problema”. È semplicemente un po’ irritante, tutto qui. Mia madre s’infastidì quando l’infermiera le chiese se era casalinga, ma non mi risulta che ne abbia riportato danni permanenti (e il parto si svolse in modo naturale e senza complicazioni).

Tutti noi, ad esempio, siamo piuttosto irritati da quei film stranieri in cui gli italiani o gli italoamericani vengono rappresentati come mangiaspaghetti dall’accento siciliano, latin lover o mafiosi. Ci irritiamo perché non siamo tutti così (anche se probabilmente è difficile trovare un italiano a cui non piacciano gli spaghetti) e magari sarebbe bello che i registi variassero un po’, ma nessuno può negare che quegli stereotipi abbiano un fondo di verità. Molto probabilmente quando i nostri nonni e bisnonni emigrarono all’estero, gli abitanti dei paesi in cui si recarono non ebbero modo di studiare tutti i dialetti, i piatti tipici e le occupazioni degli italiani, e quindi supposero che tutti gli italiani dovevano essere come quelli emigrati lì. D’altronde non è la stessa cosa che facciamo noi? A meno che non abbiamo una conoscenza diretta e approfondita di uno stato estero, ce lo immaginiamo attraverso immagini stereotipate: gli svizzeri sono precisi, i giapponesi gentili ed educati e gli inglesi con la puzza sotto il naso. Dal momento che conoscere direttamente e in modo approfondito tutti i paesi del mondo è impossibile, penso che uno stereotipo sia meglio di niente, e non penso che per questo si debba essere ritenuti dei retrogradi ignoranti. Quando mi trovavo a Dublino, i turisti mi fermavano per strada chiedendomi indicazioni su vie e monumenti: ignorando il fatto che la maggioranza degli irlandesi ha i capelli neri, erano vittime dello stereotipo per cui una persona coi capelli rossi dovesse essere irlandese.

Più che eliminare gli stereotipi, dunque, bisognerebbe semplicemente essere consapevoli del fatto che certe nostre conoscenze sono superficiali e incomplete, in modo da essere pronti ad approfondirle non appena se ne presenti l’occasione (il che, ovviamente, richiede una buona dose di umiltà). Per cui forse è questo quello che dovremmo insegnare ai ragazzi, insieme alla capacità di non “offendersi” se qualcuno, senza volerlo, gli appiccica uno stereotipo nel quale non si riconoscono.

Non entrerò nella vicenda degli “stereotipi di genere”, poiché già altri hanno dimostrato che anch’essi hanno un fondo di verità: alle donne piace fare lavori da donna e agli uomini piace fare lavori da uomini e fin da piccoli i bambini scelgono giochi corrispondenti al loro sesso (suggerisco anche il libro di Steven Rhoads Uguali mai). Quante donne conoscete che fanno il pompiere o il tornitore? Negli ultimi tre anni ho preso quattro volte al mese il taxi a Roma. Sapete quante tassiste mi sono capitate? Due. Evidentemente le cooperative dei tassisti devono essere prigioniere del maschilismo più becero, altrimenti non si spiega la presenza di così poche donne tassiste.

Ritengo quindi abbastanza aberrante che una bambina che da grande vuole fare la ballerina sia ritenuta vittima degli stereotipi di genere, mentre se a voler fare il ballerino è un bambino allora vuol dire che è libero dagli stereotipi di genere (manco gli avessero fatto un esorcismo). E trovo invece ridicole le proteste contro quegli spot pubblicitari che mostrano donne che cucinano o servono in tavola marito e figli, spot ritenuti “sessisti” perché mostrerebbero le donne in maniera stereotipata. C’è persino chi è arrivato a scrivere che se delle adolescenti stanno parlottando tra di loro e un insegnante chiede “State parlando” di ragazzi?”, le adolescenti si potrebbero offendere.

La prova che lo stereotipo non sia una cosa falsa, ma solo un “modello” ce la dà anche l’etimologia della parola. Il sostantivo “stereotipo” era in origine un aggettivo e deriva dal greco stereòs, solido, e da typos, tipo, impronta, e significa “relativo alla stereotipia”, cioè l’arte di stampare con caratteri incisi su tavolette, cioè mediante caratteri mobili saldati insieme, oppure con lastre fuse sopra pagine di caratteri mobili .

Chiudo con una domanda. Se dico “Sto andando dall’estetista”, alla parola “estetista” a voi viene in mente un uomo o una donna?

Ecco, lo sapevo: anche voi siete vittime degli stereotipi di genere.


Redazione: Enzo Vincenzo Sciarra

Le facce del potere


di Gianni Petrosillo

E’ morto Totò Riina, lo chiamavano il Capo dei capi. Probabilmente, definirlo tale è troppo ma fu sicuramente uno dei leader della criminalità organizzata siciliana, con le sue ramificazioni nazionali e internazionali. I giudici lo hanno incriminato per quasi tutto, stragi, omicidi, traffici ed altre attività illecite con cui generalmente si sopravvive nel mondo della illegalità.

E’ stato accusato dai pentiti di essere dietro ogni trama della mafia, dalla sua ascesa, negli anni ’70, fino alla sua caduta, nel gennaio 1993 (anno in cui viene arrestato). Lo si ritiene responsabile anche degli attentati dinamitardi successivi, tentati o riusciti, (a Firenze, Milano e Roma) finalizzati ad intimidire i magistrati che lo avrebbero giudicato o inviare messaggi in più alto loco politico.

Non ci interessa, in questa sede, fare la storia criminale di questo individuo che non ha mai rivelato nulla ai togati e che ha sempre respinto le accuse di altri malavitosi, passati dall’altra parte della barricata. Nella sua tetragonicità, non scalfita nemmeno dal carcere duro, c’è già l’Uomo. Il potere, nella sua espressione più alta, si manifesta proprio attraverso questi personaggi che ne incarnano adeguatamente ruoli e finalità. Uno come Riina avrebbe potuto guidare un Paese per capacità strategica e attitudine al comando.

Del resto, come afferma La Grassa, la criminalità organizzata è l’altra faccia della legalità “organizzata”. Potere e contropotere (o contropoteri) sono sempre Potere che si declina nelle sue varianti e variabili. O anche a diversi livelli, perché ci sono poteri che possono sussistere solo negli interstizi della società. La mafia, per esempio, non potrebbe mai lanciare l’assalto allo Stato, come afferma qualche sciocco. Per esistere necessita di un quadro legale che la qualifichi come antilegalità, limitata ad alcuni settori o estensioni (marginalità) territoriali. Lo Stato (i suoi apparati) “appaltano” questi spazi che gruppi criminali si conquistano confliggendo tra loro. La linfa del potere è, infatti, il conflitto per primeggiare ma ci sono anche conflitti che si esauriscono in una mera pressione, verso un Potere superiore che non è scalabile per la sua natura storica (egemonia della coercizione), al fine ottenere un certo riconoscimento o magari fette di torta più grandi nell’esercizio di determinate attività. La lotta tra legalità e antilegalità si riproduce costantemente perché hanno bisogno una dell’altra per esistere. Senza la prima non ci sarebbe la seconda e viceversa. Ma c’è un aspetto ancor più interessante da sottolineare. Gli uomini di potere sono agiti dal potere, pur sentendosene attori indipendenti. Scrive al proposito Carl Schmitt: “Il potere è una grandezza oggettiva ed autonoma rispetto a qualsivoglia individuo umano, che, di volta in volta, lo detenga nelle proprie mani…La realtà del potere passa sopra la realtà dell’uomo. Io non dico che il potere dell’uomo su un altro è buono. Non dico neanche che è cattivo. Dico però che è neutro. E mi vergognerei come essere pensante di dire che è positivo, se sono io ad averlo e negativo se a possederlo è il mio nemico. Mi limito ad affermare soltanto che il potere è per tutti, anche per il potente, una realtà a sé stante e lo trascina nella propria dialettica. Il potere è più forte di ogni volontà di potere, più forte di ogni bontà umana e fortunatamente anche di ogni malvagità umana”. Qui, ovviamente, non si tratta di scagionare gli individui dai loro atti ma un soggetto che occupa un determinato ruolo (di potere) si troverà invischiato nella sua logica. Un presidente darà, dunque, l’ordine di sganciare la bomba atomica, un mafioso quello di fare una strage. Oppure, un Capo di governo varerà un provvedimento per concedere le cure gratuite ai non abbienti ed un capo cosca distribuirà stipendi alle famiglie dei carcerati. Di cattiverie e di buone azioni è lastricata la strada del potere e dei suoi strumenti-umani.

Detto ciò, molto grossolanamente, lo ammetto, mi disturba leggere sui giornali che a Riina debba essere negata persino la dignità umana. Sallusti che scrive “uno di meno” o “non riposi in pace” al boss è un abietto. Fu lui, qualche tempo fa, ad invocare l’omicidio di Kim Jong Un. Ciò vuol dire che, se egli avesse potuto, avrebbe dato l’ordine di ammazzare un uomo per preservare un ordine da lui ritenuto superiore. Non è questa la cosa spregevole che si rimprovera a Riina, di uccidere per mantenere il controllo? Feltri, invece, scrive oggi che un analfabeta come Riina, con la 5° elementare, non poteva essere un vero capintesta. Per esercitare il potere, o per comprenderlo intimamente, ci vuole la laurea? E che dire di quegli imprenditori che hanno il fiuto degli affari senza aver mai studiato marketing? Questi giornalisti sono davvero ridicoli. Loro sì che senza capire nulla del mondo che li circonda pretendono di dare lezioni a tutti su tutto lo scibile umano e disumano.

Gianni Petrosillo

Fonte: www.conflittiestrategie.it


Redazione: Enzo Vincenzo Sciarra

Torino, addestratore cinofilo sbranato dal cane di un amico nel giardino di casa


Il corpo è stato trovato ieri sera da un ragazzo di 16 anni: non è ancora chiaro se la vittima sia morta a causa dei morsi di un cane, o se questi siano stati inflitti sul corpo solo in seguito a un decesso provocato da un malore.

Tragedia a Monteu, in provincia di Torino, dove nella serata di ieri all’interno del giardino di un condominio è stato trovato il corpo senza vita di un addestratore cinofilo. Il cadavere dell’uomo, Davide Lobue, 27 anni, si presentava parzialmente sbranato, con segni di graffi e morsi profondissimi. Stando a quanto rende noto La Stampa ad aggredire il giovane esperto potrebbe essere stato il bull terrier di un anno e mezzo che gli era stato dato in affido poche ore prima da un amico di Chivasso, per iniziare un percorso di addestramento. Il cadavere è stato rinvenuto da un ragazzo di 16 anni, un vicino di casa del proprietario del cane che ha sentito l’animale abbaiare.

Sul caso stanno cercando di fare luce i carabinieri della compagnia di Chivasso e il medico dell’Asl: il lavoro investigativo cerca di comprendere se l’uomo sia deceduto a causa dei morsi del cane su testa, collo, polpacci, coscia e braccia, oppure per un’altra causa, e l’animale l’abbia azzannato solo successivamente. Un’ipotesi, quest’ultima, che al momento non può essere esclusa, poiché vicino al corpo di Lobue – secondo il primo esame del medico legale – non ci sarebbe stato molto sangue, a dimostrazione che il cane potrebbe essersi accanito sul corpo di Davide quando il cuore del giovane addestratore era già fermo, stroncato forse da un malore.

Quella di Lobue per i cani era una vera e propria passione, come testimonia anche un recente post sulla sua pagina Facebook: “Hanno sempre fatto parte della mia vita, dal giorno che sono arrivato a casa dall’ ospedale quando sono nato”. Dopo aver compiuto 18 anni, si legge sempre sul suo profilo pubblico di Facebook, aveva partecipato a un corso per educatore ed istruttore cinofilo: “Da quel giorno non ho mai smesso di imparare, studiare libri articoli pubblicazioni, partecipare a stage e soprattutto lavorare in campo con cani e padroni”.

Fonte: Fanpage

Redazione: Enzo Vincenzo Sciarra

Macron e Trump si mettono d’accordo per unirsi nella campagna contro l’Iran ed Hezbollah


Nel corso di una conversazione telefonica, i mandatari Emmanuel Macron e Donald Trump hanno affrontato le questioni concernenti il Medio Oriente, tra le quali spiccano quelle che si riferiscono al Libano, alla Siria ed a Hezbollah.

Secondo il comunicato della Casa Bianca, il presidente Trump si è intrattenuto a conversare con il suo omologo francese circa la situazione del Libano e della Siria ed hanno convenuto la necessità di cooperare con gli alleati per fare fronte alle attività destabilizzanti che, secondo loro, conducono l’Iran ed Hezbollah nella regione.

A giudizio degli esperti, le ostilità e la retorica anti iraniana, una vera ossessione per Trump, non sorprendono, tuttavia le recenti affermazioni del presidente francese circa il paese persiano e le accuse che menziona Parigi comtro Teheran hanno in parte sorpreso quest’ultima. Le autorità iraniane hanno respinto queste dichiarazioni e le hanno qualificate come “infondate”.
In questo senso le autorità iraniane hanno messo in rilievo che “intromettersi nelle questioni strategiche dell’Iran non è una buona cosa per Macron e che l’Iran non permette a nessuno di mettere in questione le proprie difese missilistiche e quanto concerne la sua difesa nazionale”, come ha dichiarato il ministro degli Esteri iraniano.

Nello stesso giorno di Sabato, Macron aveva avuto conversazioni telefoniche con altri leaders del mondo, incluso il presidente del Libano, Michel Aoun; il presidente dell’ Egitto, Abdel Fatah al-Sisi, il principe ereditario saudita Mohamed bin Salman ed il segretario generale dell’ONU, Antonio Guterres.

Le consultazioni, come informa l’Eliseo, si sono focalizzate sulla “situazione del Medio Oriente, sugli interessi comuni e sulle misure per stabilizzare la situazione e ripristinare la pace nella regione”, oltre ad indicare che Macron esaminerà queste tematiche con altri leaders internazionali nei prossimi giorni.

Nel frattempo non è da trascurare la dichiarazione rilasciata dall’ L’ambasciatore russo in Libano, Alexander Zasipkin, il quale aveva dichiarato che “la formazione di un governo libanese senza la presenza di Hezbollah, come reclama l’Arabia Saudita, è un qualche cosa di inconcepibile”.
Inoltre lo stesso diplomatico aveva sostenuto che la rivendicazione dell’Arabia Saudita di formare un governo in Libano senza la presenza di Hezbollah “sarebbe inaccettabile”, dimostrando l’appoggio che la Russia continua a prestare al movimento Hezbollah che ha compartecipato alla lotta contro i gruppi terroristi takfiri in Siria e Libano.


Soldati iraniani in parata

Da notare che il presidente libanese Aoun ed i membri del Parlamento libanese si sono tutti pronunciati contro le ingerenze indebite dell’Arabia Saudita nelle questioni interne libanesi ed lo stesso presidente libanese ha dichiarato che potrà accettare le dimissioni del primo ministro Hariri soltanto se questi verrà personalmente a rassegnarle nelle sue mani, come prevede la Costituzione.

Si sono quindi creati due fronti contrapposti: da un lato Israele e l’Arabia Saudita che fanno pressioni su Washington e sulle capitali europee per avere il via libera per una operazione militare contro Hezbollah (che coinvolgerebbe anche la Siria ed l’Iran), dall’altro la Russia, l’Iran e la Siria che sono disposti a difendere ad ogni costo Hezbollah ed il Libano dalle ingerenze di Arabia Saudita Israele e gli USA.

I commenti di vari analisti mettono in evidenza come la dirigenza dell’Arabia Saudita voglia cercare di aprire un nuovo fronte sul Libano per rifarsi delle sconfitte subite in Siria, da parte dei miliziani patrocinati da Rijad e nello Yemen dove le forze saudite hanno subito vari rovesci nella loro campagna militare contro il movimento Houthi che ha spodestato il presidente fantoccio di Rijad.

La poszione dei monarchi sauditi è condivisa da Israele che ha rivendicato la possibilità di condividere le informazioni di intelligence e le strategie militari con Rijad per fronteggiare i nemici comuni: l’Iran, Hezbollah e la Siria di Assad.

Una alleanza di fatto è stata quindi uffcializzata tra l’Arabia Saudita e Israele e si vedrà molto presto se questo porterà a riaccendere il conflitto nello scenario medio orientale. A Beirut si aspetta e ci si prepara al peggio.

Analisi di Luciano Lago


Dietro le baby-modelle si cela la perversione degli adulti?

  • di Silvia Lucchetti
Nella Giornata Mondiale dei diritti dell’Infanzia e dell’Adolescenza la nostra intervista a Flavia Piccinni autrice di un libro-denuncia sul mondo dei baby modelli
Il libro di Flavia Piccinni Bellissime. Baby miss, giovani modelli e aspiranti lolite” (Fandango editore) ci aiuta ad aprire gli occhi su una realtà del mondo infantile a molti di noi completamente sconosciuta. Quello delle bambine e dei bambini sotto il metro e trenta di altezza “arruolati”, loro malgrado, nell’esercito della moda, e intrappolati in casting stancanti, lunghi provini, servizi fotografici, sfilate interminabili. Di solito questo fenomeno lo immaginiamo presente essenzialmente negli Stati Uniti, con le loro baby reginette, dal trucco marcato, gli abiti di paillettes, i tacchi alti, gli sguardi caricaturalmente ammiccanti, accompagnate e spronate in queste assurde competizioni da genitori agguerritissimi, soprattutto mamme, purtroppo. E invece scopriamo che anche il nostro Bel Paese non è da meno.
L’autrice, vincitrice del Premio Campiello Giovani e coordinatrice editoriale della casa editrice Atlantide, ha studiato e osservato questo fenomeno per quattro anni andando in giro per l’Italia  – dalle periferie più estreme a Milano, capitale per antonomasia della moda –  a seguire le baby performance: sfilate nei centri commerciali, casting presso le agenzie fotografiche, concorsi di bellezza. Tutte le sue interviste, le numerose testimonianze raccolte nel libro raccontano di un fenomeno inquietante: l’adultizzazione precoce di minori che rischiano di venire espropriati del loro mondo, spinti ad esprimersi e comportarsi come i grandi e sottoposti, al pari di un lavoro vero e proprio, a notevole stress, lunghe attese, ritmi intensi. Spesso senza poter fare pause, oltre che con poco cibo ed acqua, (per non sgualcire gli abiti, rovinare il trucco, perdere la concentrazione…), “forzati” a distorcere la propria immagine ed identità infantile, abusando di fatto del loro tempo libero, del bisogno di spensieratezza e di gioco. Il gioco spontaneo, per divertirsi in libertà, e non quello subdolamente imposto vestendo impropriamente i panni degli adulti.
Le pagine di questo libro colpiscono davvero, sconvolge soprattutto l’atteggiamento di quelle madri disposte a tutto pur di vedere la propria figlia o il proprio figlio sfilare, magari a Pitti Bimbo, o girare una pubblicità per la televisione.
Dobbiamo ringraziare davvero l’autrice per il suo lavoro prezioso, per aver raccontato un mondo sconosciuto ai più, rinunciando al facile obiettivo di puntare il dito, cercare il colpevole, ma con l’unico proposito di mostrarci una realtà da conoscere e riflettere attentamente. In occasione della Giornata Mondiale dei diritti dell’Infanzia e dell’Adolescenza che ricorre oggi, ho avuto il piacere di intervistare Flavia Piccinni.
Cara Flavia non ritieni che il linguaggio usato dai fotografi e dai manager, per interagire con questi bambini, così apparentemente sdolcinato e infantilizzato, sia solo uno strumento per “manipolarli” e di fatto farli lavorare senza incorrere in inconvenienti e resistenze?
C’è un lessico precostituito che punta a illudere i bambini che sia un gioco, mentre i bambini hanno molto chiaro che si tratta di un lavoro. I bambini vengono fortemente adultizzati, passano tantissimo tempo con i grandi, percepiscono chiaramente di trovarsi in un ambiente con adulti che lavorano. È molto diverso trascorrere giornate con genitori, zii, cugini, nonni, piuttosto che rapportarsi ad un adulto estraneo come un fotografo, una parrucchiera o una truccatrice. Parlando con un fotografo mi sono sentita gelare quando gli ho chiesto: “Questi bambini come li tratti?” E lui: “Sono sì bambini, ma nel momento in cui vengono pagati per me sono lavoratori”. Quindi è chiaro che il bambino quando viene di fatto contrattualizzato diventa un lavoratore che deve svolgere un preciso compito, portandolo a termine nel più breve tempo possibile con il massimo risultato.
La storiella che ci viene raccontata “per loro è un gioco”, “c’è un clima di gioco”, è una balla allora?
Io credo si tratti della retorica con cui gli adulti e gli addetti ai lavori ammantano di accattivante e luminosa leggerezza questo mondo. Ho percepito chiaramente fin dall’inizio l’enorme divario tra quanto dicono e ciò che realmente pensano. Infatti, essendo consapevoli di muoversi su un terreno facilmente criticabile e attaccabile, la loro strategia è quella di presentare questa realtà come un gioco, un divertimento, una passione, mentre di fatto si tratta di un vero e proprio business. Perché i corpi di questi bambini, ridotti a manichini in movimento per essere fotografati o ripresi, diventano proficui testimonial di brand, apprezzati protagonisti delle pubblicità più varie, conquistando attraverso la loro immagine il ruolo di lavoratori a tempo determinato.
FashionStock.com – Shutterstock
I genitori, in particolare le mamme, percepiscono che la mancanza di controllo sui figli che rimangono per lunghe ore da soli a contatto con adulti estranei possa esporli al rischio di abusi sessuali?Il fantasma della pedofilia rimane sempre sotto traccia: infatti quando ne parlavo con le mamme esse rispondevano sempre: “no, questo è un mondo pulito è un mondo dove non c’è nessun tipo di problema”. La sintesi perfetta di questa fittizia auto-rassicurazione me l’ha fornita una mamma quando le ho chiesto: “Quando lasci tua figlia da sola per le prove degli abiti non sei preoccupata? Non hai paura? Io non ho figli, ma se avessi una figlia avrei paura, non la lascerei sola”. La mamma mi ha candidamente risposto: “Io le raccomando sempre che se qualcuno le chiede di togliersi le mutandine lei non lo deve fare, deve gridare, scappare e venire da me”. Di fronte a questa risposta, quantomeno opinabile, mi viene da riflettere che questi genitori si trovino all’interno di un meccanismo di potere: vedono che tutti fanno così, e pertanto non si azzardano a fare resistenza per non essere esclusi, per non venire emarginati. Quando sono stata a Pitti dove i bambini vengono tenuti un pomeriggio intero senza acqua, e i genitori sono informati di ciò, nessuno prende il bambino e lo porta via. Perché? Perché temono di non essere più chiamati dagli organizzatori, di non essere più protagonisti di manifestazioni così prestigiose attraverso la partecipazione dei loro figli.Se quindi tendono ad escludere il rischio di abusi sessuali, non temono comunque che la circolazione delle immagini dei loro figli possa nutrire le fantasie di soggetti malati e contribuire ad alimentare il circolo della pedofilia?
Ho iniziato a sondare questo argomento sottolineando che l’80% del dark web si nutre delle fotografie dei minori frutto della condivisione sui social network dei loro genitori. A questo punto chiedevo se non fossero preoccupati per l’utilizzo che poteva essere fatto degli scatti del loro figlio, della loro figlia. A questa domanda normalmente ribattevano che erano problemi che non si ponevano. Alla base di ciò vi è ovviamente il fatto che hanno un obiettivo preciso perseguito ad ogni costo che li rendi sordi e ciechi rispetto alle considerazioni che vengono proposte loro al riguardo.
Al di là del ritorno economico e di immagine, vi sono altre motivazioni che spingono questi genitori a incamminare i loro figli su questa strada?
In alcuni casi i figli, in particolare per le loro madri, diventano strumento per una qualche forma di riscatto. Non sempre fortunatamente, perché ci sono molte mamme che si affacciano a questo mondo con leggerezza, mentre altre utilizzano questa occasione per entrare a far parte di una vetrina agognata in cui non erano state ammesse da giovani. Ad esempio ho intervisto una mamma che tutte le settimana partiva dalla Sicilia per Milano per i casting del proprio figlio. Quando le chiesi il perché rispose: “Sai, io da sempre desideravo entrare a far parte del mondo della moda, poi sono rimasta incinta e questo sogno è svanito.  Oggi posso dire che questa è un’occasione per me molto importante: in Sicilia non c’è niente di simile e poi a mio figlio questa cosa piace”. E il figlio aveva un anno e mezzo.
Dobbiamo concludere quindi che questi genitori sono adulti immaturi?
La risposta me l’ha data Giuseppe Saggeseprofessore ordinario di pediatria all’Università di Pisapast president della Società Italiana di Pediatria e fondatore, nonché presidente, della Società Italiana di Medicina dell’Adolescenza. Egli afferma che molto spesso si tratta di adulti non completi che vedono i figli come un prolungamento della loro vita, e quindi sfruttano l’opportunità di andare avanti attraverso di loro in quello che essi non sono riusciti a raggiungere.
Questo a mio parere si inserisce in un discorso molto più ampio, perché dobbiamo constatare che gli adulti non adulti non sono semplicemente le mamme delle baby modelle o aspiranti tali: questi sono solo i casi eclatanti e più visibili.
Molto spesso sono mamme che ambivano ad un ruolo e ad una dimensione che non si fonda sul valore intrinseco della persona ma si basa su elementi secondari: l’aspetto fisico, la visibilità, l’apparenza, il successo, la riconoscibilità, che sono tutte caratteristiche difficilmente presenti nei valori di una madre di famiglia. I padri in tutta questa storia sono spesso assenti, in secondo piano, rassegnati di fronte alle scelte delle mogli, e ritenendo che si tratti di una fatto transitorio, che durerà fino a quando il bambino non raggiunge il metro e trenta, lasciano correre.
Questi genitori non chiamano i figli con i loro nomi, ma usano dire: “il bimbo”, “la bimba”, e poi li inglobano in un “noi” come quando affermano per esempio: “noi andiamo a fare il servizio fotografico”, evidenziando chiaramente il proprio bisogno di essere protagonisti che viene agito attraverso i minori.
La classe sociale e culturale di appartenenza è spesso medio bassa, anche se ho avuto modo di intervistare una madre architetto con il marito avvocato che mi ha confessato: “Sa in famiglia noi siam tutti belli, la bimba è una bella bimba e quindi abbiamo pensato bene di farle cominciare questo percorso”.
Cara Flavia, dopo aver letto il tuo libro è stato impossibile non riflettere che proprio in questi giorni Netflix, il colosso della distribuzione sul web di film, ha annunciato la produzione di  una serie basata sul recente fatto di cronaca romano delle Babysquillo dei Parioli.
Non vi è dubbio che sul piano del business, dell’interesse che può suscitare presso il grande pubblico sia una strategia molto azzeccata, perché dentro la trama ci sarà il sesso, i soldi, il ricatto e questi argomenti tirano molto oggi. A livello di contenuti bisogna però considerare il rischio dell’emulazione che è molto frequente e pervasivo come ci raccontano le cronache di questi tempi. Nella fattispecie bambini e ragazzini che guardando Netflix fossero esposti all’esempio di Baby squillo che vendono il loro corpo, rischierebbero di ricevere involontariamente un messaggio allucinante, considerando le loro minime capacità di discernimento per la giovane età. A mio parere questo tipo di scelte dovrebbe essere effettuato, anche nel caso di un operatore privato come quello citato, nel contesto di una riflessione più ampia in cui chiedersi se deve prevalere l’etica e il futuro delle giovani generazioni piuttosto che il successo economico e di pubblico di un format.
Qual è il messaggio più importante che intendevi trasmettere attraverso l’impegno che hai profuso per realizzare il tuo libro?
Il libro fondamentalmente affronta la questione del trattamento che i minori subiscono all’interno dei contesti che abbiamo raccontato, fatto in barba alle normative vigenti. Grazie a questo sono state prodotte due interrogazioni parlamentari che non hanno al momento ricevuto risposta alcuna, e presentata una proposta di legge a firma dalla senatrice Anitori incardinata come emendamento alla legge di stabilità.
Mi auguro due cose: la prima che l’emendamento nella legge di stabilità presentato dalla senatrice Anitori trovi riscontro in quanto abbraccia sia la questione dei baby modelli che quella della gestione nel suo complesso del lavoro dei minori impegnati nel mondo dello spettacolo. E poi mi piacerebbe se oggi tutte noi, mamme, donne, ragazze, per questa giornata facessimo un esercizio. Prendendo un giornale di moda e iniziando a scomporre le pubblicità dei bambini, esaminandone lo sguardo, il naso, la posizione del corpo, le labbra, i capelli, ci domandassimo: ma questi bambini quanti anni hanno? Questa bambinache guardandola nell’insieme dimostra sette anni, se io ne scompongo le singole parti dell’immagine, quanti anni ha? 25, 30? Tutto questo è normale? Non ci stiamo forse pericolosamente abituando a questo oltraggio subdolamente perpetrato contro i nostri bambini?

Fandango editore


Redazione: Enzo Vincenzo Sciarra

Usa: ok della commissione alla prima pillola digitale


di Milena Castigli

Dopo l’ingestione invia un segnale di conferma a un’applicazione

La Food and drug administration (Fda) – l’ente governativo statunitense che si occupa della regolamentazione dei prodotti alimentari e farmaceutici – ha approvato la prima pillola ‘digitale’.
Sensore interno

Secondo gli esperti, dice Ansa, la cosiddetta ‘non-aderenza’ ai trattamenti ordinati dai medici causa costi pari a 100 milioni di dollari negli Usa. Sviluppato dall’azienda farmaceutica giapponese Otsuka Pharmaceutical, il medicinale invia un segnale a un’applicazione quando viene ingerito, rendendo possibile un migliore controllo delle abitudini dei pazienti nel corso di una terapia.

Il farmaco posside un sensore interno – progettato in California dalla Digital Health – costruito con piccole parti di rame, magnesio e silicio che a contatto con i succhi gastrici dello stomaco producono un segnale elettrico a bassa intensità, captato da un cerotto indossato sul lato sinistro della cassa toracica. I dati poi vengono inviati tramite bluetooth a un’applicazione che può essere integrata anche da altre informazioni del paziente, come i livelli di attività fisica, le ore di sonno, gli stati d’animo etc.
Abilify

La prima pasticca a ricevere l’ok dell’Agenzia Usa è “Abilify MyCite”, un prodotto anti-psicotico a base di ‘aripiprazole’ normalmente prescritto per depressione, disordini bipolari e schizofrenia. La decisione, secondo molti, solleva dubbi di carattere etico. Alle perplessità sulla privacy, i responsabili hanno risposto ricordando che il sistema è completamente su base volontaria e che spetterà a medici e pazienti decidere insieme se adottarlo o meno.

Fonte: interris

Redazione: Enzo Vincenzo Sciarra

Sbaglia il gender dello studente, sospeso dalla scuola


di Caterina Giojelli

Joshua Sutcliffe, 27 anni, è un insegnante di matematica alla Cherwell School, una scuola secondaria statale nell’Oxfordshire, in Inghilterra. O meglio, era: al momento è stato infatti sospeso dalle sue mansioni per aver approvato il lavoro di un gruppo di studenti con un «Ben fatto, ragazze!». Che c’è di male? C’è che in questo gruppo di ragazze è presente anche un transgender, una ragazza cioè che si identifica con un ragazzo e che subito s’infuria correggendo l’insegnante. Sutcliffe si scusa, dice che è stato un incidente, del resto è sempre stato attento a riferirsi a lei/lui col nome proprio maschile che aveva adottato, pur non avendo mai ricevuto istruzioni formali in questo senso.

Sembrava finita così; invece, il giorno seguente a una riunione di genitori, Sutcliffe viene convocato dal preside, interdetto dall’insegnamento e gli viene comunicato che è stata aperta un’indagine sul suo comportamento in attesa di un’udienza disciplinare. L’insegnante è incredulo e prova a difendersi spiegando ancora una volta che non c’è stato nulla di intenzionale e che si è corretto subito.

Tuttavia, non trova un errore così «irragionevole chiamare “ragazza” una persona che è nata tale». Apriti cielo: da quando ha iniziato ad insegnare Sutcliffe ha infatti cercato sempre di bilanciare le sue convinzioni, in contrasto con la “fluidità di genere”, «con la mia responsabilità, di insegnante e di cristiano, di trattare ciascun alunno con rispetto e dignità. Non ho mai cercato di imporre le mie convinzioni agli altri, cerco solo di vivere seriamente il vangelo della pace».

Invece è stato processato per “misgendering”: l’accusa è che abbia violato le politiche sull’uguaglianza facendo riferimento all’allievo per nome per evitare di usare i pronomi maschili “he” and “him”. Un peccato aberrante anche per i media: «Torneremo allo show e torneremo al 2017 anziché alla Gran Bretagna medievale», così il presentatore televisivo Phillip Schofield ha terminato un’intervista all’insegnante trovando «ripugnanti» le sue convinzioni.

Sutcliffe non ha potuto affermare altro se non che «il modo aggressivo in cui l’ideologia transgender viene imposta sta sminuendo la mia libertà di credo e di coscienza così come quella di chiunque in questo paese ritenga che il genere venga assegnato alla nascita». Dopo la società post-religiosa e post-razziale l’Inghilterra sembra candidarsi infatti a fare da apripista alla società post-sessuale: attualmente ogni settimana circa cinquanta fra bambini e bambine dai 4 agli 11 anni alle prese con un’identità sessuale ancora “indefinita” vengono portati dai loro genitori nei centri specializzati in terapia-gender del Regno Unito, dove è possibile bloccare artificialmente la pubertà (arrestare il ciclo mestruale o la maturità del seme) per consentire loro un ulteriore “periodo di riflessione”. Negli ultimi sei mesi sono stati oltre 1.300 i bambini messi in stand by sessuale e si prevede un raddoppio della cifra per il prossimo anno.

Sutcliffe insegna alla Cherwell School dal 2015, secondo i media britannici frequentata da almeno sei studenti transgender. Insegna matematica, quella disciplina per cui 2+2 fa sempre 4, tranne in Inghilterra, dove non conta più il risultato ma l’azzeramento di ogni buonsenso.

Fonte: Tempi

Redazione: Enzo Vincenzo Sciarra

Il Papa contro l’accanimento terapeutico. Qual è la novità?


di Chiara Mantovani

A leggere solo i titoli dei giornali di stamattina, come del resto ogni giorno fanno davvero in tanti, il Convegno a inviti della World Medical Association tenutosi ieri, 16 novembre 2017, nell’Aula Vecchia del Sinodo in Vaticano sulle questioni del cosiddetto “fine-vita”, sarà sembrato un avvenimento epocale. Tanto per avere una piccola misura, ecco una carrellata: la Repubblica, Fine vita, svolta del Papa: “Evitare accanimento terapeutico non è eutanasia”; La Stampa, Fine vita, l’apertura di papa Francesco ; il Giornale, Anche la Chiesa può cambiare ; e La Gazzetta del Sud, Fine vita, papa Francesco: “Moralmente lecito stop a cure sproporzionate”.

Peccato che nulla di quello che c’è scritto nel messaggio di saluto del Santo Padre ai convegnisti presenti il benché minimo accenno di novità o di cambiamento rispetto al pensiero cattolico di sempre: ogni ammalato, quali che siano la sua condizione di gravità o il tipo di malattia, ha nella propria dignità di persona il titolo per essere accudito, rispettato, aiutato, ascoltato, soccorso e, fino in fondo, amato.

Che il cosiddetto “accanimento terapeutico” sia una condotta deplorevole e illecita è stato scritto nel Codice deontologico dei medici da molto tempo, e comunque successivamente all’ampia e competente disamina del Venerabile Papa Pio XII (1876-1958). Siamo sinceri e mettiamo da parte la faziosità stessa della denominazione: i nostri amici, i nostri cari, noi stessi talvolta, siamo stati più facilmente subissati di cure non volute o abbiamo arrancato per ottenere ciò che ci era necessario, in termini sia quantitativi sia qualitativi?

Non è il caso che i senatori a vita tifino per la proposta di legge appoggiandosi ai titoloni dei giornali su Papa Francesco: va bene che ora, con l’Italia fuori dai Mondiali di calcio, bisognerà pure tifare spasmodicamente per qualcosa. Ma il DDL in discussione sulle problematiche di fine-vita non è la traduzione legislativa del messaggio papale. Tutt’altro. L’autodeterminazione là contemplata è la mortificazione del rapporto paziente-medico, che si vorrebbe stabilito sul contratto stipulato attraverso la firma di un consenso.

Nelle parole del Pontefice è ribadito che l’atto medico è fondato su una relazione umana che ascolta, spiega, si prende cura e non abbandona nessuno. Possiamo interrogarci sull’unità di misura dell’unico termine “difficile”, quel proporzionato che da un po’ facciamo fatica a spiegare, ma che non ha cambiato senso, se abbiamo qualche dimestichezza con il magistero bioetico. Messa da parte la rivendicazione di fare ciò che ci pare a prescindere, che è un tema importante ma che esula dalla competenza clinica e che non deve coinvolgere la medicina, se il nostro fine è sinceramente tutto il bene di chi soffre, la misura è data dall’armonizzazione tra sollievo dal dolore, speranza di salute (e di salvezza), reali traguardi raggiungibili, disponibilità delle risorse, desiderio di condivisione e di riservatezza insieme, bisogno di senso.

Quel miscuglio, inestricabile nell’umano, di “qui e subito” nonché di “oltre e per sempre”.


Redazione: Enzo Vincenzo Sciarra

17 novembre 2017

L'onestà intellettuale



E' chiaro che il pensiero dà fastidio...il pensiero come l'oceano non lo puoi bloccare, non lo puoi recintare.
Così stanno bruciando il mare. Così stanno uccidendo il mare. Così stanno umiliando il mare. Così stanno piegando il mare.

- Com'è profondo il mare-

L’importanza dell’onestà intellettuale?! Una virtù nobile e in estinzione, quotidianamente sopraffatta dalla comune e banale idea di onestà. Ma è sufficiente comportarsi onestamente per essere definito un uomo onesto?

Onestà, infatti, è una parola abusata. Dovrebbe essere una virtù attiva e non passiva. Onestà dovrebbe essere solo ciò che è figlio di una volontà consapevole, figlio di una ragione, non figlio di una costrizione o peggio ancora di un timore. Insomma non si può definire onesto uno studente che è incapace a copiare, come non si può definire onesto un politico che è incapace a rubare. Non si può definire onesto il lavoratore dipendente che paga le tasse sul lavoro, poiché non ha alcun modo di evaderle. Di certo non si può nemmeno pensare che tutti gli uomini siano corruttibili di fronte a “un’occasione”.

Se dunque è fuorviante misurare l’onestà di un uomo sulla base dei suoi comportamenti, quale altro aspetto ci può aiutare? In realtà quello che ci può aiutare è una virtù più nobile, più completa e più importante della stessa onestà: l’onestà intellettuale.

L’onestà intellettuale è “l’onestà libera dal contesto“, ovvero atteggiamenti e comportamenti coerenti al di là di situazioni e persone, è la fedeltà ad un principio, non assoluto e magari anche sbagliato, ma pur sempre un cardine. 

L’onestà intellettuale è uno studente che non copia sia quando il professore è in aula sia quando questo si assenta per rispondere al telefono. E’ un politico che non ruba anche quando sarebbe impossibile scoprirlo. E’ un uomo che non parla con frasi di comodo e di circostanza ma dice sempre quello che pensa. 

E’ un mondo nel quale non esiste la parola convenienza. E’ una donna che esce di casa ben vestita, truccata e profumata pur non avendo appuntamenti. Un fiore bello e colorato nel più arido dei deserti dove nessuno può ammirarlo. E’ intelligenza. E’ una coerenza salda tra pensieri e comportamenti.

La banalità, la superficialità, i mezzi di informazione assolutamente scadenti, ci inducono ad analizzare i fatti in modo populista e parziale e ci inducono a parlare di onestà anche laddove c’è solo convenienza e opportunità. Ad esempio: pagare le tasse è sinonimo di onestà, ce lo ripetono continuamente. 

Ma se con quei soldi vengono acquistati aerei F35 per bombardare altri paesi nelle “missioni di pace”, allora pagare le tasse è onesto? Se vengono dispensate pensioni da 30.000€ al mese a fronte di pochissimi anni di lavoro, è onesto pagare le tasse? Non sto dicendo che non lo sia, ma sto dicendo che per rispondere a tutto ciò dovremmo analizzare meglio le cose, guardarle più da vicino. Ancora. 

Negli anni 1939-45 in Germania i soldi delle tasse hanno consentito lo sterminio di milioni di persone. Chi in quegli anni, tra un contribuente tedesco ed un evasore tedesco è stato più onesto? Anche qui la risposta è: dipende. Dipende dalle motivazioni (dal principio!) per cui il tedesco evasore era tale; se lo era per protesta contro il Terzo Reich, allora la sua disobbedienza fiscale è uno degli atti più coraggiosi e intellettualmente onesti della storia. Se invece era evasore per pura convenienza, altro non era che un ladro, come ce ne sono tanti oggi.

Per questo credo che il solo termine onestà non dica nulla, poiché questa non discende per forza da un principio e dunque non garantisce la propria genuinità. A volte è una semplice questione di educazione e di tradizione. Altre volte è una forma mentis vigliacca, per evitare di andare incontro a guai peggiori. Niente di sbagliato, ma nemmeno nulla di così nobile e rilevante. Tutt’altra storia se parliamo di onestà intellettuale. In quel caso un principio, anche se sbagliato per qualcuno, garantisce una linea di pensiero, e conseguentemente un comportamento, univoco, tracciabile, valutabile. Pretendere dall’altro onestà è poca cosa, dobbiamo pretendere onestà intellettuale. Nelle scuole, all’università, al lavoro, a casa, in parlamento. Ecco, sarebbe proprio il caso che in parlamento andasse una classe dirigente onesta intellettualmente, ammesso che esista, perché farebbe tanto bene.

Redazione: Enzo Vincenzo Sciarra

16 novembre 2017

Padre e figlio percorrono più di 26.000 chilometri su una sedia a rotelle


di Kèvin Boucaud-Victorie

Negli Stati Uniti sono famosi, in Europa molto meno, ma la loro storia è straordinaria

Il 2 novembre scorso, il mezzo di comunicazione online Kapaw ha diffuso sulla sua pagina di Facebook un video autoprodotto per riferire l’epopea della Squadra Hoyt. Cos’è? È la storia di un padre e di suo figlio tetraplegico che appassiona gli statunitensi da ormai 40 anni.

Rick Hoyt, di 55 anni, soffre di paralisi cerebrale dalla nascita e non è in grado di muoversi. Nel 1977, quando aveva 15 anni, chiese a suo padre, Dick Hoyt, ex tenente colonnello della Guardia Nazionale degli Stati Uniti, se potevano correre insieme a beneficio di un giocatore di lacrosse (una specie di hockey) della sua scuola che era diventato disabile. L’adolescente voleva mostrare al suo compagno di classe che la vita continua, indipendentemente dall’handicap. Padre e figlio hanno quindi corso insieme, il primo spingendo il secondo sulla sedia a rotelle.

“Papà, quando corriamo è come se non fossi disabile”, avrebbe affermato allora Rick. Dopo quel primo sforzo hanno portato avanti l’avventura formando il Team Hoyt e iniziando a correre in tutto il Paese. 40 anni dopo hanno partecipato a più di mille corse insieme, anche maratone di 42 chilometri. In totale hanno percorso oltre 26.000 chilometri. Hanno anche partecipato a gare di triathlon (nuoto, ciclismo e corsa).

Dick ha dovuto sottoporsi a un vero allenamento per riuscire a offrire dei momenti di felicità al figlio e dimostrare alle persone che questi sforzi sono possibili. Guardando questo video è inevitabile commuoversi di fronte all’impegno e all’energia di un padre con il figlio. Non stupisce che sia stato visionato da più di 880.000 internauti in meno di una settimana.

Il duo è diventato molto popolare, e nel 1989 ha lanciato The Hoyt Foundation per promuovere la fiducia e l’autostima tra i giovani statunitensi disabili. Attualmente circa 30.000 persone partecipano alle attività della fondazione.

Nel 2013 la catena sportiva ESPN ha conferito al Team Hoyt un riconoscimento per le sue imprese. La storia di questa coppia ha anche ispirato il film francese De tous nos forces (2014), di Nils Tavernier, con Jacques Gamblin, Alexandra Lamy e Fabien Héraud.


Fonte: Aleteia

Redazione: Enzo Vincenzo Sciarra

Italia sconfitta: non solo calcio, è il paese a non vincere più

  • di Davide
FONTE: LIBREIDEE.ORG
Campane a morto per l’Italia: «Personalmente vedo l’uscita dal girone finale dei mondiali di calcio come la Nemesi, la giusta punizione per un paese cantato da Dante quale regno dell’ignavia».
Mai definizione fu più azzeccata, per Mitt Dolcino, che ricorda: nel 1996 la sconfitta con la Corea fermò l’invasione dei calciatori stranieri in Italia, concentrandosi sugli italiani e portando in dote il mondiale 15 anni dopo. Che farà l’Italia, ora che anche i giovani italiani scappano? Dettaglio: queste note profetiche, Dolcino le ha scritte (su “Scenari Economici”) prima di conoscere l’esito del catastrofico match di San Siro, conclusosi a reti inviolate tra le lacrime dell’eroe nazionale Buffon. Calcio a parte: un segnale sinistro, simbolico e inquietante, per un’Italia che non riesce più a vincere. Fuor di metafora: «C’è una regola abbastanza affidabile: vittorie ricorrenti nello sport arrivano quando un paese funziona, nel caso del calcio quando l’economia “tira” almeno in certi settori in cui il paese rappresentato eccelle». Questo vale certamente per l’Italia, assicura Dolcino: i 4 mondiali di calcio vinti dalla nazionale azzurra «sono arrivati a seguito di grandi miglioramenti differenziali a livello economico». Anche il mitico “mundial” spagnolo del 1982, quello di Bearzot (con Pertini al seguito) arrivò dopo l’aggancio della ripresa Usa spinta da Reagan.
Stesso discorso per i mondiali pre-bellici, continua Dolcino, in cui «la crescita innescata dalle conquiste fasciste – prima di fare la follia di seguire Hitler – aveva dato nuova linfa alla speranza italica». La stessa “ratio” vale anche per il mondiale del 2006, quando l’Italia «era il darling europeo degli anglosassoni, con la proficua guerra in Iraq, mentre Germania e Francia arrancavano nel Vecchio Continente, incazzate con gli italiani troppo filo-Usa». Tutto sommato «anche per Italia ’90 si poteva vincere», visto che «l’economia italiana pre-Tangentopoli tirava alla grande». Dolcino ricorda anche «i trionfi sportivi del venerato Moro di Venezia figlio di Montedison, azienda poi svenduta ai francesi per via di una tangente pagata alla magistratura milanese». Agli sfortunati mondiali Usa 2000 «si poteva vincere sulle ali dell’illusione speranzosa – mal riposta – della scellerata entrata nell’euro». Oggi, invece, «l’Italia è letteralmente annichilita dallo schema che la Germania ha imposto attraverso l’euro, un piano per affossare il più grande alleato Usa non-anglosassone in Europa».
Peggio: «L’Italia è prossima al fallimento economico». Nei piani franco-tedeschi «il prossimo anno arriverà la Troika per disporre degli asset nazionali più preziosi, in presenza di una classe politica nazionale non-eletta che, da 4 governi, fa gli interessi stranieri e non quelli italiani». Non poteva conoscere il risultato di Italia-Svezia, Dolcino, quando scriveva: «Pensate davvero che possa vincere i mondiali un paese al collasso, prossimo al fallimento, con l’Inps che deve attingere per oltre 100 miliardi di euro annui ai bilanci statali per non fallire?». Pensate davvero che possa farcela, un paese «con crescita del Pil nulla o quasi, con centinaia di migliaia di disperati che arrivano sulle coste», quelli che per la sinistra «saranno il futuro»? Questo è un paese «con le tasse più alte d’Europa per le imprese». In altre parole: così, non si va da nessuna parte (nemmeno ai mondiali di calcio, infatti). Il parallelo con il pallone è suggestivo e impietoso: «Il Milan del Cavaliere vinceva perchè l’economia tirava, perchè il Cavaliere fu un grande condottiero sportivo, perchè c’erano delle nicchie con enorme valore associato che permettevano al calcio italiano di eccellere».
Oggi c’è qualcosa o qualcuno che eccelle in Italia? Voi direte, la Ferrari o qualcosa del genere. Vero, ma allora dovreste tifare Olanda, visto che la sede è là». Colpa delle delocalizzazioni? Certo, «imposte da tasse altissime, come conseguenza del rigore euro-imposto». La fuga delle aziende ormai ha lasciato «il deserto economico (e sociale)», vale a dire «un paese con bassi stipendi, dormitorio di vecchi, a forte emigrazione di italiani capaci e formati, serbatoio di manodopera a basso costo, con masse consumanti ma non risparmianti in quanto il valore aggiunto deve rimanere per forza oltre Gottardo. E tutto questo per preciso volere euro-tedesco». Come non far giungere il nostro sentito grazie agli ultimi quattro premier, tutti rigorosamente non-eletti? Monti e Letta, Renzi e Gentiloni: grazie, «per non aver difeso il paese». Scriveva Dolcino, alla vigilia di Italia-Svezia: «Sappiate che non gioirò per l’eventuale mancata qualifica, spero anzi che l’Italia possa farcela. Ad ogni modo non tutto il male vien per nuocere: se la mancata qualifica potesse essere utile a farvi capire che l’Italia è davvero nella cacca fino al collo – al contrario di quello che i media cooptati al potere europeo vogliono farvi credere, per tenervi tranquilli – beh, questo sarebbe davvero un ottimo risultato. Meglio di una vittoria sportiva».
Fonte: www.libreidee.org
Link:http://www.libreidee.org/2017/11/italia-sconfitta-non-solo-calcio-e-il-paese-a-non-vincere-piu/
Redazione: Enzo Vincenzo Sciarra

Facebook Seguimi