13 gennaio 2017

Padre Samir Khalil Samir ci svela tutto sull’Isis


Padre Samir Khalil Samir è un gesuita, filosofo, teologo, orientalista ed un esperto islamista che in quest’intervista esclusiva ci aiuterà a capire meglio il movimento chiamato “Isis” che già da un po’ di tempo sta seminando terrore e paura nel mondo. Approfondiremo anche l’islamismo ed il Corano, 2 realtà lontane da ciò che l’Isis professa, in nome di un Dio che uccide.

Padre Samir, il terrorismo islamico da chi e da cosa dipende?
Il terrorismo è frutto delle varie tendenze fondamentaliste islamiche. Le più importanti di questa linea sono il Salafismo, che cerca la riproduzione di tutte le usanze del settimo secolo; e il Wahhabismo, che è nato alla fine del 700 e che si è diffuso essenzialmente in Arabia, ed è diventato la forma giuridica dello Stato della Arabia Saudita e del Qatar, due paesi ricchissimi grazie al petrolio.
Il terrorismo è frutto di questo pensiero radicale dell’Islam. Senza l’Arabia Saudita e il Qatar, il terrorismo islamico non potrebbe far nulla.

Qual è l’obiettivo del terrorismo?
L’obiettivo del terrorismo è di imporre una visione radicale dell’Islam, considerata da loro autentica e la più materialmente identica, a ciò che si faceva 14 secoli fa, al tempo di Maometto il fondatore dell’Islam.
Tornando al passato desertico dell’Arabia e alle usanze di allora, prendendo alla lettera il Corano, considerato come testo increato, cioè divino. Questa è la caratteristica dell’Islamismo: il letteralismo.

Il credo dei musulmani ha qualcosa in comune con ciò che professa l’Isis?
Il credo dell’Islam è basato su 5 punti: a) credere in un unico Dio cioè Allah (parola araba usata dagli Ebrei e i Cristiani arabi già prima dell’Islam) e che Maometto è Suo profeta; b) la preghiera recitata 5 volte al giorno in orari prestabiliti; c) il digiuno durante il mese di Ramadan dall’alzar del sole fino al tramonto; d) pagare una specie di tributo alla comunità che si chiama la zakāt; e) ed infine, se è possibile per chi può, fare il pellegrinaggio alla Mecca una volta nella vita.
Per diventare musulmano basta recitare questa frase in arabo in presenza di testimoni musulmani: “Sono testimone che non c’è altro Dio che Dio e che Maometto è il Suo profeta”.
In un certo senso, il terrorismo è frutto del Corano, nel senso che ogni musulmano ha l’obbligo di diffondere l’Islam, con tutti i mezzi possibili, fino all’estremità della terra. Il problema sta proprio in questo obiettivo, visto dall’Isis come uno scopo dell’umanità, per il quale tutti i mezzi sono ammessi se sono stati praticati, suggeriti o ammessi da Maometto.

Il Corano ha qualcosa in comune con la Bibbia cristiana?
Il Corano è nato in un ambiente dove c’erano dei cristiani alla Mecca e degli ebrei a Medina. Maometto è nato alla Mecca, dove c’erano sia cristiani etiopi (che erano i protettori della città), sia cristiani arabi che non appartenevano alla grande Chiesa ma che erano un gruppo speciale cristiano.
Maometto, fece un’esperienza spirituale, e cominciò a diffondere quest’esperienza nel 610. Nel 622, fuggì a Medina dove c’erano 3 tribù giudaiche arabe. Per cui il Corano contiene delle allusioni esplicite al cristianesimo, per esempio tutta la storia dell’annunciazione, della nascita di Gesù, la figura di Maria provengono direttamente dalla tradizione cristiana autentica.
Ciò che i musulmani dicono di Gesù e Maria è molto bello, ispirato sia al Vangelo che agli apocrifi. Però non hanno capito il messaggio cristiano su Cristo.
Perciò, il Corano nega assolutamente la crocifissione di Cristo, e dunque tutto ciò che il Cristianesimo chiama “la redenzione”, cioè il fatto che Cristo salva l’umanità liberando chi lo vuol seguire dal suo peccato; questo è negato nel Corano.
Il Corano nega la Trinità , perché la intende come un triteismo e pensa che la Trinità sia costituita da Dio, che ha generato fisicamente Gesù, e da Maria. Ecco perché considerano la Trinità come un offesa a Dio, come un politeismo. Dunque non rimane praticamente niente del dogma cristiano.
Inoltre negano la divinità di Cristo, il quale è per loro un uomo perfetto, ma pur sempre uomo.
Per riassumere, il Corano nega: la Trinità, l’incarnazione e la Redenzione, cioè tutti i dogmi fondamentali del cristianesimo. Inoltre, aggiunge un dogma islamico, cioè che Muhammad (Maometto) è il “sigillo dei profeti” (khātam al-nabiyyīn = Corano 33:40).

Quello che sta accadendo nel mondo per mezzo dell’Isis, è uno scontro religioso o uno scontro politico?
Il problema è che la religione e la politica non si distinguono nell’Islam. L’islam è un progetto globale: politico, economico, militare, sociale, culturale e spirituale.
L’Isis vuole tutto questo! Nel 7° secolo questo pensiero era comune a molte religioni.
L’Isis non è diretto contro i cristiani, in primo luogo è composto da un gruppo maggioritario che sono i Sunniti contro un gruppo minoritario che sono gli Sciiti.
Gli Sciiti sono nel mondo circa il 15% e i Sunniti sono 85%. Il Governo Iracheno è governato da una maggioranza di sciiti, lo stesso vale per la Siria che è governata dagli Alawiti che sono un ramo degli sciiti.

Perché L’Isis ha un accanimento contro i luoghi storici e di radice cristiana, ed infatti ha minacciato più volte Roma ed il Vaticano?
L’Isis in primo luogo è contro i musulmani sciiti e secondariamento è contro l’Occidente che è identificato da loro con i cristiani.
Quando loro parlano contro l’Occidente, intendono il potere e l’aspetto politico dell’America, della Francia … da loro quell’aspetto dell’Occidentale è visto come il potere nemico. Secondo l’Isis, a governare il mondo dovrebbe essere l’Islam!
Inoltre considerano tutta la modernità come un male, perché va contro le tradizioni islamiche, in particolare per l’etica sessuale, ma anche a causa del potere economico, politico e militare.
Allo stesso tempo, l’Isis combatte la modernità, con tutti i mezzi moderni, cioè con le bombe e con gli aerei che vengono dall’occidente. Per cui c’è una contraddizione interna all’interno di questo movimento islamico.

Secondo lei, L’Isis farà mai un dietrofront?
Credo che accadrebbe questo nel caso in cui ci sarebbe un altro Stato più forte capace di fermarlo.

Essendo anche un gesuita ed un teologo, possiamo paragonare l’Isis alla figura di Satana?
Certamente no! L’Isis è una deformazione umana, basata su una volontà di conquistare il mondo per farlo entrare, per forza se necessario, nel “campo” islamico. Per questi motivo “positivo” (per loro), tutti i mezzi anche disumani sono validi.
La maggioranza dei musulmani non è favorevole all’Isis, ma sono corrotti dai soldi e non hanno il coraggio di criticare un loro fratello religioso.
Inoltre molte cose che fa l’Isis si trovano più o meno nel Corano e nelle parole attribuite a Maometto, per cui nessuno ha il coraggio di ribellarsi.
Come l’ho detto prima, il problema maggiore è teologico, cioè il modo di considerare il Corano. Se lo vedo come “parola increata da Dio”, allora non l’ho posso toccare né interpretarlo. Bisogna prenderlo alla lettera. Ma è da ricordare che, molti secoli fa, tanti musulmani dicevano che il Corano non era la parola stessa di Dio, ma era ispirato da Dio a Maometto. Prima c’era un dibattito, oggi il Corano è considerato divino … e la porta dell’interpretazione è chiusa, come si dice spesso oggi: ughliqa bāba l-igtihād. E questo è la tragedia dell’Islam, che ha dato nascita ad Isis e a tante guerre.

Servizio di Rita Sberna

Il segretario di Stato USA Kerry svela che Obama favoriva lo Stato islamico


Wikileaks ha pubblicato un audio sull’incontro del segretario di Stato degli USA John Kerry con i membri dell’opposizione siriana, comprovante l’affermazione che Obama è il fondatore dello Stato islamico. Wikileakspubblicava altre prove dell’asserzione di Donals Trump secondo cui Barack Obama è il fondatore dello SIIL: un audio dell’incontro del segretario di Stato John Kerry con i membri dell’opposizione siriana presso la missione olandese delle Nazioni Unite, il 22 settembre. L’audio è anche la prova che i media ufficiali sono collusi con l’amministrazione Obama sostenendone la narrazione del cambio di regime in Siria e nascondendo la verità su chi arma e finanzia lo SIIL dagli Stati Uniti, svelati nei 35 minuti di conversazione nascosti dalla CNN.


Kerry ammette che l’obiettivo principale dell’amministrazione Obama in Siria era il cambio di regime e la rimozione del Presidente Bahar al-Assad, ma che Washington non aveva calcolato che Assad si rivolgesse alla Russia. Per raggiungere l’obiettivo, la Casa Bianca permise l’ascesa dello Stato islamico (IS). L’amministrazione Obama sperava che il crescente potere dello SIIL in Siria avrebbe costretto Assad a cercare una soluzione diplomatica secondo le condizioni degli Stati Uniti, costringendolo a cedere il potere. A sua volta, al fine di raggiungere tali obiettivi, Washington armò intenzionalmente il gruppo terroristico ed attaccò un convoglio governativo siriano cercando di fermare l’attacco strategico allo SIIL, uccidendo 80 soldati siriani. “E noi sapevamo che lo SIIL avanzava, stavamo a guardare, vedevamo lo SIIL rafforzarsu e pensammo che Assad ne fosse minacciato“, diceva Kerry durante l’incontro. “Pensammo, tuttavia“, continuava: “Potremmo probabilmente costringere Assad a negoziare, ma invece di negoziare ebbe l’aiuto di Putin“. “Persi l’argomento dell’uso della forza in Siria“, concludeva Kerry.

Secondo Wikileaks, “l’audio illumina su ciò che accade al di fuori delle riunioni ufficiali. Si noti che rappresenta la narrazione degli Stati Uniti e non necessariamente l’intera verità“. L’audio fu già pubblicato da New York Times e CNN, tuttavia ne scelsero solo qualche parte, riportando alcuni aspetti ed omettendo i commenti schiaccianti di Kerry. In realtà, cercarono di nascondere le dichiarazioni che permettevano al pubblico di capire ciò che effettivamente avviene in Siria. L’audio completo non fu mai pubblicato dal New York Times, ma scelse solo dei frammenti. La CNN ha cancellato l’audio, spiegandolo come richiesta di alcuni partecipanti preoccupati della loro sicurezza personale.

Fonte: South Front

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

L’incredibile storia di papà Lamar: perde il lavoro per assistere al parto della moglie. E riceve centinaia di offerte di lavoro


L’amore per il suo terzo piccolo è stato più forte dei vincoli del contratto. Così è scattata la solidarietà.

Avrebbe dovuto garantire la reperibilità per 90 giorni 24 ore su 24, ma quando a sua moglie si sono rotte le acque Lamar Austin non ha voluto abbandonarla. Le è rimasto accanto e ha assistito alla nascita di suo figlio, chiedendo due giorni di permesso dal lavoro.

Per questo è stato licenziato e dal web è partita una campagna di solidarietà per non lasciare sola questa famiglia (La Repubblica, 11 gennaio).

TUTTO IN UN GIORNO

«Ho fatto semplicemente quello che ritenevo giusto per la mia famiglia», precisa Austin, un padre come molti altri, che ha voluto semplicemente assistere di persona al parto di sua moglie.

Ha gioito e si è disperato nello stesso giorno, nello stesso giro di ore. La gioia immensa per la nascita del terzo figlio – arrivato a 30 anni – e la delusione per la vera e propria discriminazione subita nel luogo lavorativo. Il tutto è successo il primo gennaio (Huffington Post, 12 gennaio).


LA RICHIESTA DI PERMESSO

Il travaglio della moglie Lindsay è iniziato il 31 dicembre e Lamar ha deciso di accompagnarla nell’ospedale di Condor, nel New Hampshire. L’uomo, per stare accanto alla moglie, ha avuto bisogno quindi di prendersi due giorni di permesso e così ha chiesto al responsabile della Salerno Protective Services, una società di sicurezza che lo teneva sotto contratto.

90 GIORNI DI PROVA

Non essendo un dipendente stabile non poteva usufruire di alcune garanzie e quindi i datori di lavoro hanno deciso di interrompere il rapporto lavorativo ponendo fine ai 90 giorni di prova. Così, all’una di notte del primo gennaio ha ricevuto una mail in cui gli veniva comunicato l’interruzione del rapporto lavorativo (Leggo.it, 11 gennaio).

CENTINAIA DI OFFERTE

Il piccolo Calman, invece, è nato alle 7:44 di mattina. Quando la notizia del suo licenziamento ha cominciato a girare sui media, tuttavia, Lamar è stato travolto dalla solidarietà e dall’affetto di sconosciuti, che gli facevano forza, ma soprattutto da centinaia di offerte lavorative. Non sono mancate poi offerte in denaro, per coprire le spese inevitabili con l’arrivo del nuovo nato.

SEIMILA DOLLARI

In particolare, scrive ancora Huffington Post, Sara Persechino, membro dell’associazione GoFundMe – che raccoglie soldi per diverse cause – ha avviato una campagna di raccolta fondi per la famiglia Austin, mettendo da parte già 6mila dollari. «Nessuno dovrebbe essere costretto a scegliere tra famiglia e lavoro», specifica la donna. «Sono d’accordo con lei», dichiara Lamar, «e infatti rifarei tutto ciò che ho fatto in quei bellissimi giorni».


Fonte: Aleteia

La “giusta” violenza


- di Federico Cavalli per Motoretrogrado

Durante la 74esima edizione dei Golden Globe, Meryl Streep ha attaccato il neoeletto presidente Donald Trump; chi se lo sarebbe mai aspettato da una delle più influenti alleate nello star system, durante la campagna elettorale, di Hillary Clinton?. L’attrice, tre volte premio Oscar, l’ha criticato pur non citandolo mai apertamente dicendo che l’esibizione più straziante dell’anno è stata proprio quella del tycoon. “La persona che chiede di occupare il posto più rispettato del nostro paese ha preso in giro un giornalista disabile. Se i potenti usano il proprio potere per bullizzare gli altri perdiamo tutti: la mancanza di rispetto porta altra mancanza di rispetto e la violenza invita ad altra violenza”; queste sono le esatte parole pronunciate dall’ambasciatrice Hollywoodiana che, come prevedibile, è stata ampiamente applaudita in sala.

Naturalmente, essendo l’evento trasmesso in mondovisione, il discorso ha fatto il giro del mondo venendo prontamente condiviso da tutti quei noti sostenitori dell’ex first lady che, nonostante la clamorosa sconfitta elettorale, non hanno mai smesso di supportarla denigrando il loro avversario dal ciuffo biondo tinto; sostenitori che possono essere tranquillamente riconosciuti in tutti i principali media occidentali. Non a caso, infatti, tutte le più importanti testate giornalistiche, così come i vari telegiornali nazionali, hanno dato grande eco alla notizia mettendola in primo piano.

Davanti a tutto ciò una sola domanda mi è sorta spontanea: dove era Meryl Streep quando il 3 gennaio scorso a Chicago, è stato sequestrato e torturato da quattro afroamericani (due ragazzi e due ragazze) un diciottenne disabile? la sua colpa? Avere i genitori che hanno votato per Donald Trump. Il video con le torture, della durata di oltre 30 minuti, è stato pubblicato su Facebook per poi essere successivamente tolto dalle autorità competenti.

Nel filmato i quattro giovani torturatori mettono un cerotto sulla bocca all’indifesa vittima e la legano per poi tagliarle una parte di cuoio capelluto; come se non bastasse, il povero ragazzo viene preso a calci e gli vengono spente sigarette sul corpo. Perché per questo atto di incredibile violenza non si è assistito a nessuna condanna pubblica da parte di personaggi dello star system? Perché i media non hanno evidenziato la notizia? La violenza, l’ignoranza, la brutalità sono caratteristiche che vengono sempre e solo attribuite all’elettorato che ha votato il nuovo Presidente, eppure i fatti hanno dimostrato come questi atteggiamenti siano un tratto distintivo dei fan di Hillary.


I volti dei quattro giovani torturatori che, al grido di “fuck Trump, fuck white people” hanno seviziato il diciottenne disabile

Le manifestazioni post 9 Novembre, tanto evidenziate dai nostri telegiornali, dove la violenza e l’intolleranza per gli avversari politici sono state mascherate da un certo tipo di informazione, vennero organizzate e portate avanti da i votanti democratici o dai supporter di Donald Trump? Chi ha contestato, in tutti i modi possibili ed immaginabili, il risultato elettorale tanto da arrivare a pagare milioni per il riconteggio dei voti in alcuni stati chiave? (riconteggi che sono finiti attribuendo ulteriori voti al candidato Repubblicano ma, naturalmente, la notizia doveva essere il riconteggio per sospetti brogli, non il risultato).
Tutto ciò non deve sorprendere nessuno, d’altronde quel che ha detto Meryl Streep è veritiero, la mancanza di rispetto porta altra mancanza di rispetto, la violenza porta altra violenza; potrebbero forse i democratici comportarsi in altra maniera se, in piena campagna elettorale, la loro candidata presidente disse: “Gli elettori di Trump? Un branco di miserabili”.

Banche: cifre e nomi dei grandi debitori (e insolventi)


MARCEGAGLIA, CALTAGIRONE, IL SOCIO DI VERDINI, DE BENEDETTI E LE COOP ROSSE. TUTTE LE CIFRE E NOMI DEI GRANDI DEBITORI DI MPS E DELLE ALTRE BANCHE

TRA I CATTIVI PAGATORI CI SONO ANCHE LE SOCIETÀ DELLA FAMIGLIA FUSI, TERME CHIANCIANO, ACEA, METRO C, ATAC ROMA, ALFIO MARCHINI E LA FAMIGLIA FUSILLO


Camera e Senato discuteranno la richiesta che viene dalle opposizioni (M5s a Palazzo Madama e Forza Italia a Montecitorio) di accelerare sull’istituzione di una commissione d’inchiesta che faccia chiarezza sulle crisi bancarie e sulle vicende che hanno portato al salvataggio pubblico di Mps mentre la stessa banca si dice pronta, se le norme lo permettono, a pubblicare la lista dei suoi principali debitori insolventi. Al momento ci sarebbero infatti ostacoli normativi che riguardano tutti gli istituti di credito a dare seguito al suggerimento arrivato dal presidente dell’Abi, Antonio Patuelli, che già aveva scatenato ampio dibattito. Intanto la direzione risorse umane di Mps, proprio mentre aumenta il pressing per avere la lista dei debitori, ha ricordato ai dipendenti gli obblighi di condotta, legati anche a normative, per garantire uniformità e correttezza nella diffusione di informazioni.

I NOMI DEGLI INSOLVENTI E LE CIFRE

Se l’istituto di credito e una parte del nostro mondo politico tentenna, la stampa italiana è da tempo alla ricerca di nomi e cifre. Libero e La Verità sono in prima linea in questa caccia all’uomo. E proprio queste testate hanno cominciato a fare i primi nomi eccellenti e le cifre che costoro non avrebbero ai restituito non solo a Mps, ma anche a Popolare di Vicenza, Veneto Banca, Popolare Etruria, Banca delle Marche e Unicredit. I primi nomi li aveva fatti Libero il 28 dicembre scorso in un articolo firmato Giuliano Zulin. Stando ai dati diffusi dal giornale diretto da Vittorio Feltri, il 70% dei cattivi debitori di Mps non sarebbero commercianti o artigiani, ma grandi gruppi industriali. Tra questi si distinguono la Sorgenia della famiglia De Benedetti e i Marcegaglia. La “prima tessera del Pd” ha chiesto e ottenuto senza mai restituirli 650 milioni di euro. I secondi, lo scorso marzo hanno beneficiato di un nuovo finanziamento da circa 500 milioni nonostante abbiano già debiti per 1,5 miliardi di euro. Nella stessa situazione si trovano altri importanti gruppi industriali del nostro Paese.

IL SOLDI PRESTATI E MAI RESTITUITI

Uno dei casi più significativi si insolvenza è stato quello del gruppo Sansedoni Siena spa, cui Mps, spiega Libero, che proprio grazie ai soldi non restituiti è divenuto “parte correlata” della Mps. La banca ha infatti trasformato il credito vantato, 25.9 milioni, nei confronti della capogruppo nel 21.75 del capitale. La stessa cosa, ha spiegato il giornalista Franco Bechis, è accaduto per le società controllate a valle: Marinella Spa che non ha mai restituito 26,9 milioni. Lo stesso è accaduto con le controllate della Sansedoni: alla Sviluppo e Interventi è stata congelata la cifra di 48.4 milioni di euro. Lo stesso trattamento era stato riservato alle Robinie Spa, diventata proprio per questo proprietà Mps. Altre risorse, 20 milioni di euro, sono state inghiottite dalla fallita NewColle srl. Così è andata anche con gli 11,3 milioni prestati al gruppo Fenice della famiglia Fusi e alle relative controllate come Una spa, quella degli hotel, Euro srl e Il Forte spa. Non si sa neppure che fine faranno i soldi prestati a Menarini, per il quale è in corso un’inchiesta.

IL SETTORE PUBBLICO NON È DA MENO DI QUELLO PRIVATO

Il settore pubblico non è da meno di quello privato. A non restituire il maltolto, fra le insolventi ci sono infatti le municipalizzate e società regionali toscane: la Fidi Toscana spa, che lo scorso agosto ha ricevuto un altro prestito da 98 milioni di euro, con Mps già al 27,46% del capitale. Nella lista le Terme di Chianciano, esposte per 10 milioni, e i 4,8 dell’Interporto Toscano A. Vespucci spa. Negli elenchi spuntano anche i nomi delle romane Atac e Metro C. Nei confronti della società di trasporto locale il Montepaschi, che nel 2013 aveva partecipato ad un pool di banche che concessero un finanziamento per oltre 200 milioni, poi rischedulato a 163 milioni, rischia circa 30 milioni. Altri nomi eccellenti li ha fatti La Verità. Colpiscono in particolare i nomi della Tassara di Romain Zalenski (un buco di 200 milioni), il Sole 24 Ore, i costruttori romani Toto, Luigi Zunino.

ECCO LE ALTRE BANCHE FRODATE

La Verità ha anche fatto i nomi degli insolventi delle altre banche in crisi. La Popolare di Vicenza, che ha bruciato dall’oggi al domani ben 6 miliardi e mezzo, si era fidata delle imprese di Alfio Marchini che ai vicentini aveva chiesto 76 milioni di euro. Cinquanta non li ha invece restituiti il gruppo pugliese Fusillo, che ha anche un debito di 120 milioni con la Popolare di Bari. La Degennaro costruttori avrebbe dovuto restituire 27.5 milioni. La Veneto Banca ha, d’altro canto, sbagliato a fidarsi di Antonio Casale, l’immobiliarista bolognese ha incassato 78 milioni. Altri 50 milioni li ha introitati Francesco Bellavista Caltagirone. Somme importanti sono finite nelle tasche dei cementifici Federici e nelle finanziarie dei fratelli Landi (crac Eutelia). La Banca delle Marche piange i soldi versati a Davide De Gennaro (70 milioni), il gruppo costruzioni Lanari (110 milioni), Minardi (130), Ciccolella (80). Il capitolo Unicredit si apre con i nomi di Rcs (54.4 milioni), Alitalia (20), Tassara (119), i costruttori Parnasi (650 milioni di debiti). Il governo Gentiloni ha una bella gatta da pelare.

10 gennaio 2017

Il ginecologo abortista ammette la crisi: «ho la nausea, vorrei diventare obiettore»


Ogni tanto compaiono articoli che lasciano letteralmente scioccati. Quello del Corriere della Sera del novembre scorso è uno di questi, si tratta dell’intervista al dott. Massimo Segato, vice primario di Ginecologia all’ospedale di Valdagno (Vi).

L’oggetto delle domande è l’aborto e l’obiezione di coscienza, ma sono le parole del ginecologo abortista a lasciare esterrefatti. Da radicale, socialista e ateo (ma rispettoso), il dott. Segato inizia con il ricordo di un’interruzione di gravidanza non riuscita: «Avevo aspirato qualcosa che non era l’embrione, avevo sbagliato. Una mattina ritrovai quella donna, aveva appena partorito. Mi fermò e mi disse: si ricorda di me dottore? Lo vede questo?Questo è il suo errore». «La madre sorrideva», ricorda il ginecologo, che al tempo procurava 300 aborti all’anno. «Fu lì che ho avuto la mia prima crisi di coscienza». E ripete: «L’errore più bello della mia vita. Il bambino cresceva intelligente e vivace. Un giorno la signora arrivò anche a ringraziarmi del mio errore. Cioè, ringraziò il Cielo. Quando nacque invece voleva denunciarmi».

E’ il destino di tutte le madri, nessuna si è mai pentita di aver deciso di portare a termine la gravidanza e non uccidere la vita nel suo grembo. Quel giorno ha segnato la vita del ginecologo abortista: «Ogni volta che uscivo dalla sala operatoria avevo un senso di nausea. Cominciavo a chiedermi se stavo facendo davvero la cosa giusta. Quanti bambini mai nati potevano essere come quel piccolo? Ma mi rispondevo che sì, che era giusto. Lo era per quelle donne». E’ il problema delle leggi che legittimano l’aborto: una vita umana vale meno del (presunto) diritto della donna a non voler portare avanti la gravidanza (diritto inesistente, come affermato dal giurista Vladimiro Zagrebelsky).

«Continuavo solo per impegno civile, per coerenza», afferma nell’intervista. «Qualcuno doveva fare il lavoro sporco e io ero uno di quelli e lo sono ancora. É come per un soldato andare in guerra. Se lo Stato decide che si deve partire ci dev’essere chi parte». Se lo Stato decide, bisogna obbedire. Parole terribili. Oggi il dott. Segato non opera quasi più aborti, «se posso evito e sono contento. Lo so, dovrei diventare anch’io obiettore ma non lo faccio per non avvilirmi rispetto alla decisione iniziale. La verità è che più vado avanti con gli anni e più sto male e intervengo così solo per emergenze. Se succede però non sono sereno. Come non lo sono le mamme che in tanti anni sono passate dal mio reparto. Non ne ho mai vista una felice del suo aborto. Anzi, molte sono divorate per sempre dal senso di colpa. Quando le ritrovo mi dicono “dottore, ho sempre quella cicatrice, me la porterò nella tomba”. Poi pensi e ripensi e ti dici che per molte di loro sarebbe stato peggio non farlo e vai avanti così, autoassolvendoti». Un’assoluzione illusoria, però, perché sopprimere una vita umana per soddisfare un desiderio a non avere un bambino è un crimine morale, e lo dimostra proprio il profondo disagio di questo ginecologo.

Le parole e l’onestà del medico vicentino sono quasi commoventi per chi si batte per i diritti dei bambini non ancora nati. Ci sentiamo di ringraziarlo, così come un ringraziamento va al giornalista Andrea Pasqualetto che lo ha intervistato. Le sue parole ricordano molto quelle di una sua collega, anche lei abortista, Alessandra Kustermann, ginecologa e primario di ostetricia e ginecologia della Mangiagalli di Milano: «So benissimo che sto sopprimendo una vita. E non un feto, bensì un futuro bambino», ha ammesso nel 2011. «Ogni volta provo un rammarico e un disagio indicibili».

Rammarico, disagio, disgusto, nausea…queste le sensazioni sperimentate dai medici abortisti quando interrompono una vita umana. Questa è l’unica risposta a chi domanda, maliziosamente, il perché quasi l’80% dei ginecologi ha deciso di non praticare più l’aborto, sospettando chissà quale guadagno economico o ipocrisia nascosta. No, è pura consapevolezza: «che sto sopprimendo una vita. E non un feto, bensì un futuro bambino», secondo le parole della ginecologa Kustermann. Vanno avanti, tuttavia, convinti di fare il bene di qualcuno anche se -ha ammesso il dott. Segato-, «non ne ho mai vista una felice del suo aborto. Anzi, molte donne sono divorate per sempre dal senso di colpa».

Fonte: UCCR

«RAGAZZI CHE HANNO TUTTO E AL PRIMO NO UCCIDONO»


«Ciò che colpisce in questa vicenda», spiega lo psichiatra, «sono due cose: l’ incapacità di reggere la frustrazione da parte di una generazione abituata sempre e soltanto ai sì e che al primo no perde la trebisonda. E il ruolo dell’ amico che partecipa al massacro di persone che neanche conosceva e che probabilmente non aveva motivo per uccidere. È spaventoso, siamo al deserto educativo totale»
– di Antonio Sanfrancesco per Famiglia Cristiana
Frequenti contrasti familiari, dovuti in particolare al cattivo rendimento scolastico del figlio che prendeva brutti voti a scuola. Sarebbe questo il movente del duplice delitto di Pontelangorino, paesino di mille anime in provincia di Ferrara, dove sono stati massacrati nel sonno dal figlio 16 enne della coppia, aiutato da un amico, Salvatore Vincelli, 59 anni, e la moglie Nunzia Di Gianni, 45, entrambi originari di Torino dove vive l’ altro figlio di 25 anni. Il contesto è quello di provincia: la coppia gestiva il ristorante La Greppia di San Giuseppe di Comacchio. Il figlio, secondo gli inquirenti, aveva progettato da tempo di uccidere i genitori e aveva chiesto aiuto a un amico promettendogli una ricompensa di mille euro. Spiegazioni plausibili? «Non ce ne sono», taglia corto lo psichiatra Paolo Crepet, autore, tra gli altri libri, di Baciami senza rete, in cui analizza i rapporti interpersonali giovanili nel mondo digitale. «Siamo di fronte a un problema educativo generale che non spiega il caso di Pontelangorino», afferma. «Ciò che colpisce in questa vicenda è l’ incapacità di reggere la frustrazione, una generazione di ragazzi abituata sempre e soltanto ai sì, al primo no perde la trebisonda. Questo è lo sfondo in cui si inserisce questo delitto. Colpisce molto anche l’ amico di questo giovanotto perché fatico a capire il motivo per cui ha partecipato all’ omicidio. Il figlio aveva una relazione con i genitori che lo rimproveravano per i brutti vuoti presi a scuola, ma l’ amico? Forse è solo l’ ebbrezza di fare parte di questo progetto di morte uccidendo persone che neanche conosceva. È ancora più spaventoso, siamo al deserto totale».


Crepet colloca il massacro di Pontelangorino, che richiama alla memoria quello di Novi Ligure e di Pietro Maso, nel contesto familiare in cui è avvenuto: «È un mondo particolare: famiglie che pensano solo a lavorare e basta, come si faccia a tirare su un figlio così non lo sa nessuno. È un contesto tipico di un certo mondo dove non è vero che manca il lavoro, anzi ce n’ è pure troppo, o i soldi. Il ristorante di questa coppia andava bene. Poi è un contesto dove la scuola è implosa, se per scuola si intende un luogo dove il disagio di un ragazzo viene intercettato. Se oggi in Italia qualcuno trascorre una settimana in un istituto tecnico qualsiasi torna a casa vecchio di tre anni. È un luogo di vuoto assoluto, in passato l’ istituto tecnico insegnava un mestiere, adesso tutto questo è saltato, uno si iscrive ma senza neanche sapere il perché. Siamo alla follia totale. E gli insegnanti non c’ entrano, hanno una vita grama, non possiamo addossare loro colpe che non hanno».
«CHI DOVEVA INTERCETTARE IL DISAGIO DI QUESTO RAGAZZO?»

Era prevedibile questo delitto? «Forse sì», risponde Crepet, «se ci fosse un osservatorio permanente sulla giovinezza. Ma mi chiedo: chi doveva accorgersi di questo ragazzo? I genitori erano impegnati a lavorare 24 ore su 24, la scuola è un vuoto totale, cosa resta? La parrocchia. Che però negli ultimi anni come presenza è un po’ saltata, non credo che questo giovanotto frequentasse l’ oratorio, magari l’ avesse fatto! Alla fine è stato intercettato da gente come lui, che viaggia in un iperuranio digitale. La digitalizzazione», sottolinea Crepet, «ha aumentato questo disagio, ha acuito questo vuoto. Ci sono ragazzini che per sei ore al giorno giocano alla Play Station dove guadagni punti se schiacci una prostituta sotto un automobile, sono scuole di violenza i cui effetti sono devastanti e resi ancor più pericolosi dallo stato di abbandono in cui vivono questi ragazzi. Non faccio discorsi moralistici però dobbiamo prendere atto che a fronte di questa desertificazione educativa totale il fatto che succedano tragedie come questa è il minimo».

Secondo Crepet queste cose «possono e devono essere intercettate» ma, si chiede, «da chi?». E conclude: «Come dissi dopo il caso di Novi Ligure, almeno che tragedie come questa insegnino, siano occasione di pensiero e di riflessione. Non possiamo risolvere tutto con una scrollata di spalle o con un sensazionalismo che dura qualche giorno e poi si spegne».

Yemen, conseguenze dell’aggressione saudita : da marzo 2015, 1.400 bambini uccisi, nel totale silenzio dei media


SANA’A (Pars Today Italian) – “È stato confermato che ieri, nel corso di una bombardamento dell’aviazione saudita , un bambino è stato ucciso e altri quattro feriti in due attacchi vicino alla scuola al-Falah, nel distretto di Nihm, che si trova fuori dalla capitale Sana’a”: lo afferma Meritxell Relano, rappresentante Unicef in Yemen.

A colpire l’istituto scolastico è stato un ennesimo bombardamento compiuto dalla coalizione militare a guida saudita, riferisce la tv yemenita Al Nasyriah. L’Unicef ha reso noto noto che “con l’intensificarsi del conflitto, da marzo 2015 (quando è intervenuta contro lo Yemen la coalizione a guida saudita ndr.) le Nazioni Unite hanno verificato che circa 1.400 bambini sono stati uccisi e oltre 2.140 sono stati feriti.


Ma probabilmente i numeri reali sono molto più elevati”. “Gli attacchi alle aree civili continuano a uccidere e ferire sempre più bambini in Yemen. Invece di studiare, questi bambini stanno assistendo a morte, guerra e distruzione” aggiunge Relano. “Circa 2.000 scuole in Yemen non possono più essere utilizzate perché distrutte, danneggiate, utilizzate come rifugi per famiglie sfollate o per scopi militari.

Le scuole devono essere luoghi di pace sempre, un santuario in cui i bambini possano imparare, crescere, giocare ed essere al sicuro. I bambini non dovrebbero mai rischiare le loro vite solo per andare a scuola”. “L’Unicef rinnova il suo invito a tutte le parti in conflitto in Yemen e a coloro che hanno influenza, a proteggere i bambini e fermare gli attacchi sulle infrastrutture civili, comprese le scuole e le strutture per l’istruzione, secondo il diritto Internazionale Umanitario” conclude Relano.


Nota: La denuncia dell’UNICEF sui crimini contro l’umanità commessi nello Yemen non viene raccolta dai governi occidentali che, direttamente (cone gli USA e la Gran Bretagna) appoggiano l’aggressione saudita o indirettamente (come l’Italia, la e Francia la Germania) forniscono armi e componenti bellici all’Arabia Saudita che poi li utilizza contro la popolazione yemenita.

I bombardamenti indiscriminati dell’aviazione saudita in questi mesi hanno colpito scuole, abitazioni civili, ospedali ed infrastrutture del paese arabo, il più povero del Medio Oriente, causando migliaia di vittime civili e creando una situazione di emergenza umanitaria nel paese con mancanza di alimenti, acqua potabile e medicianali per la popolazione stremata e sottoposta anche ad un blocco aereo e navale da parte delle unità navali di USA ed Arabia Saudita.
Tanto meno questa denuncia dell’UNICEF viene raccolta dalla grande maggioranza dei media europei ( gli stessi che denunciavano i presunti crimini della Russia per i bombardamenti ad Aleppo) , che rimangono silenti e non riferiscono di questo conflitto volutamente dimenticato in quanto sono coinvolti gli interessi delle potenze occidentali.

La realtà dei crimini commessi contro la popolazione yemenita dalla Monarchia Saudita, con la complicità dell’Occidente, rimarrà scritta nella Storia come una delle peggiori vergogne da ascrivere ai governi dei paesi occidentali ed in particolare ai paesi europei che hanno favorito ed occultato questi crimini o sono arrivati perfino a negarne l’esistenza (come fatto dal governo Britannico).

Fonte: Pars Today

Nota: L. Lago per Controinformazione

INTERFERENZE NELLE ELEZIONI? GLI STATI UNITI L’HANNO GIÀ FATTO IN 45 PAESI NEL MONDO


Mentre infuriano le polemiche per le (del tutto presunte) interferenze russe nelle elezioni presidenziali americane,Vocativ commenta una recente ricerca in cui si contano almeno 81 casi di interventi americani in 45 paesi, dal dopoguerra ad oggi, volti a condizionare l’esito delle elezioni politiche (senza contare i colpi di stato militari). Il motivo per cui — fingiamo pure che il fatto sussista — un certo establishment americano sta gridando allo scandalo e rialzando una cortina di ferro, non è altro che quello che lo stesso establishment americano ha sempre fatto verso il resto del mondo.

di Shane Dixon Kavanaugh, 30 dicembre 2016

Una nuova ricerca mostra che l’America ha una lunga storia di ingerenze nelle elezioni in paesi stranieri.

Il tentativo della Russia di influenzare le elezioni del 2016 continua ad ossessionare i politici americani, e intanto l’amministrazione Obama ha contrattaccato con una serie di azioni punitive contro i servizi segreti e i diplomatici russi. Giovedì [29 dicembre] la Casa Bianca ha deciso di espellere 35 diplomatici sospettati di essere agenti dell’intelligence russa operanti negli Stati Uniti, e ha deciso di imporre sanzioni alle due maggiori agenzie di intelligence del Cremlino, in risposta a ciò che gli USA ritengono essere una serie di cyber-attacchi condotti dalla Russia durante la campagna presidenziale. Per il momento il presidente russo Vladimir Putin ha indicato che non ci saranno rappresaglie, ma la situazione potrebbe cambiare.

Tutta questa storia di attacchi e contrattacchi, e dell’interferenza nelle elezioni, è alla ribalta sotto i riflettori nazionali, fomentata ulteriormente dalla convinzione delle agenzie di intelligence americane che la Russia abbia voluto aiutare Donald Trump a conquistare la presidenza. Eppure, nessuno dei due paesi può dirsi estraneo a tentativi di ingerenza nelle elezioni di altri paesi. Gli Stati Uniti, infatti, hanno una storia lunga e impressionante di tentativi di influenzare le elezioni presidenziali in altri paesi, come mostrato dal recente studio di un ricercatore in scienze politiche, Dov Levin.


Levin, ricercatore all’Istituto di Politica e Strategia dell’Università Carnegie-Mellon, ha riportato come gli USA abbiano cercato di influenzare le elezioni in altri paesi per ben 81 volte tra il 1946 e il 2000. Spesso agendo sotto copertura, questi tentativi includono di tutto: da agenti operativi della CIA che hanno portato a termine con successo campagne presidenziali nelle Filippine negli anni ’50, al rilascio di informazioni riservate per danneggiare i marxisti sandinisti e capovolgere le elezioni in Nicaragua nel 1990. Facendo la somma, gli USA avrebbero condizionato le elezioni in un totale di 45 paesi in tutto il mondo durante il periodo considerato. Nel caso di alcuni paesi come l’Italia e il Giappone gli USA avrebbero cercato di intervenire in quattro o più distinte elezioni . 


I dati di Levin non includono i colpi di stato militari o i rovesciamenti di regime che hanno seguito l’elezione di candidati contrari agli Stati Uniti, come ad esempio quando la CIA ha contribuito a rovesciare Mohammad Mosaddeq, il primo ministro democraticamente eletto in Iran nel 1953. Il ricercatore ha definito un’interferenza elettorale come “un atto che comporta un certo costo ed è volto a stabilire il risultato delle elezioni a favore di una delle due parti“. Secondo la ricerca di Levin, questo includerebbe: diffondere informazioni fuorvianti o propaganda, creare materiale utile alla campagna del partito o del candidato favorito, fornire o ritirare aiuti esteri e fare annunci pubblici per minacciare o favorire un certo candidato. Spesso questo prevede dei finanziamenti segreti da parte degli USA, come è avvenuto in alcune elezioni in Giappone, Libano, Italia e altri paesi.

Per costruire il suo database Levin dice di essersi basato su documenti declassificati della stessa intelligence americana, come anche su una quantità di report del Congresso sull’attività della CIA. Ha poi esaminato ciò che considera resoconti affidabili della CIA e delle attività americane sotto copertura, ricerche accademiche sull’intelligence americana, resoconti di diplomatici della Guerra Fredda e di ex funzionari della CIA. Gran parte delle ingerenze americane nei processi elettorali di altri paesi sono ben documentate, come quelle in Cile negli anni ’60 o ad Haiti negli anni ’90. Ma che dire di Malta, 1971? Secondo lo studio di Levin gli USA avrebbero cercato di condizionare la piccola isola mediterranea strozzandone l’economia nei mesi precedenti all’elezione di quell’anno.

I risultati della ricerca suggeriscono che molte delle interferenze elettorali americane sarebbero avvenute durante gli anni della Guerra Fredda, in risposta all’influenza sovietica che andava espandendosi in altri paesi. Per essere chiari, gli USA non sarebbero stati gli unici a cercare di determinare le elezioni all’estero. Secondo quanto riportato da Levin lo avrebbe fatto anche la Russia per 36 volte dalla fine della Seconda Guerra Mondiale alla fine del ventesimo secolo. Il numero totale degli interventi da parte di entrambi i paesi sarebbe stato dunque, in quel periodo, pari a 117.

Eppure anche dopo il crollo dell’Unione Sovietica, avvenuto nel 1991, gli USA hanno continuato i propri interventi all’estero, prendendo di mira elezioni in Israele, nella ex Cecoslovacchia e nella stessa Russia nel 1996, secondo quanto trovato da Levin. Dal 2000 a oggi gli USA avrebbero interferito con le elezioni in Ucraina, Kenia, Libano e Afghanistan, per citarne solo alcuni.

Banche in paradiso, contribuenti all’inferno: salvate dallo Stato eludono il fisco


DALL’ISTITUTO DI SIENA A INTESA, DA UNICREDIT A MEDIOLANUM: ECCO COME I GRANDI GRUPPI DEL CREDITO ELUDONO IL FISCO ITALIANO ATTRAVERSO LE LORO CONTROLLATE IN LUSSEMBURGO,?A BERMUDA E NELLE CAYMAN. ?MA QUANDO LE COSE VANNO ?MALE, LO STATO DEVE INTERVENIRE CON MILIARDI DI SOLDI PUBBLICI
- di Stefano Vergine per L’Espresso -

Hanno incassato all’estero decine di milioni di euro. Hanno gonfiato di profitti filiali registrate nei più aggressivi paradisi fiscali. Uffici senza nemmeno un dipendente. Eppure, lo Stato italiano corre in loro soccorso. Le aiuta mettendo a disposizione denaro pubblico. Soldi di chi ha pagato le tasse in Italia usati per salvare chi le tasse le ha pagate spesso fuori dai confini nazionali. È il paradosso di Monte dei Paschi di Siena, Veneto Banca e Popolare di Vicenza. Too big to fail, direbbero gli americani. Troppo importanti per essere lasciate al loro naturale destino, è l’argomentazione del governo italiano. Fatto sta che le tre grandi banche salvate al grido di «tuteliamo i risparmiatori» fanno parte della lista degli istituti con il vizietto dell’offshore. Big del credito che per anni hanno dichiarato buona parte dei propri guadagni in Stati o Staterelli dove le imposte sono basse, bassissime, a volte addirittura inesistenti. Dai grandi classici europei come Irlanda e Lussemburgo ai paradisi esotici a sovranità britannica tra cui Cayman e Bermuda. Fino a Singapore ed Emirati Arabi, le nuove piazze asiatiche tax-free.

Premessa. La tendenza a fatturare offshore non è una specificità tricolore. Lo fanno un po’ tutte le banche d’Europa. Per dire: l’anno scorso la francese Bnp Paribas ha incassato in nazioni a fiscalità agevolata o nulla il 12 per cento dei suoi utili, la tedesca Deutsche Bank è arrivata a un quarto del totale. Per l’Italia, però, la questione è oggi decisamente più rilevante. Il Fondo Atlante, finanziato in parte con i soldi della Cassa depositi e prestiti, è infatti diventato proprietario della Popolare di Vicenza e di Veneto Banca. E dalle casse dello Stato arrivano direttamente anche i 20 miliardi di euro messi recentemente a disposizione dal governo di Paolo Gentiloni per salvare le altre a rischio, prima fra tutte Mps. Con il conseguente aumento del debito pubblico nazionale, già altissimo rispetto a quello dei concorrenti europei. Ecco perché è importante sapere se finora le banche hanno pagato le tasse in Italia, soprattutto quelle che resteranno in piedi grazie al denaro dei contribuenti.

I dati emergono da un’analisi dei bilanci condotta da l’Espresso. Un’inchiesta possibile grazie all’obbligo, imposto dall’Unione europea a partire dal 2015, di pubblicare il rendiconto dei principali dati finanziari relativi a tutti i Paesi in cui l’istituto ha delle attività. Novità assoluta a livello mondiale, il cui scopo è proprio quello di limitare il trasferimento di utili verso Paesi dove la pressione fiscale è più bassa. Contrastare l’elusione fiscale, insomma, fenomeno che toglie alle finanze pubbliche del Vecchio Continente dai 50 ai 70 miliardi di euro ogni anno, secondo le stime della stessa Commissione.

I risultati dell’indagine dell’Espresso dimostrano che l’obbligo di trasparenza ha portato alla chiusura di alcune filiali offshore, ma il ricorso ai paradisi fiscali rimane fondamentale per i protagonisti della finanza nostrana. «Una situazione preoccupante soprattutto adesso che vengono usati soldi pubblici per aiutare le banche», sottolinea Tommaso Faccio, esperto di fiscalità internazionale e docente di Economia aziendale alla Nottingham University Business School, in Inghilterra. Il timore del professore «è che questi fondi possano essere spostati all’estero invece che tornare nelle casse dello Stato, tramite utili tassati in Italia, una volta che le banche si saranno rimesse in carreggiata».

Partiamo da Mps, la grande malata d’Europa. I bilanci dimostrano che fra il 2014 e il 2015 il gruppo ha chiuso due società in Irlanda e una in Olanda. Offshore, però, ne rimangono aperte ancora parecchie: due controllate in Lussemburgo, una in Irlanda e ben otto nel Delaware, rifugio tax-free a stelle e strisce. Risultato? Gli utili pre-tasse registrati in paradisi fiscali l’anno scorso sono stati 107 milioni di euro. Equivalenti a quasi un terzo del totale: il 27,9 per cento. Che una grande azienda abbia filiali in tutto il mondo, e paghi perciò una fetta delle imposte all’estero, è più che normale. A sorprendere, però, è la sproporzione fra attività economica e numero di lavoratori. Prendiamo la Mps Preferred Capital I Llc, società del gruppo con base fiscale nel Delaware. L’anno scorso ha fatto 44,9 milioni di euro di utili. Con zero dipendenti. Praticamente un miracolo.

Più limitato il ricorso ai paradisi da parte della Popolare di Vicenza. L’istituto per anni presieduto da Gianni Zonin, ora finito sotto il cappello del Fondo Atlante, a fine 2015 aveva una sola filiale all’estero, in Irlanda. È la Bpv Finance International Plc, cinque impiegati in tutto. Dopo aver macinato utili per anni, ha chiuso l’ultimo bilancio con un rosso di 99,8 milioni di euro. «Cesserà di esistere definitivamente all’inizio del 2017», assicurano da Vicenza. Clamoroso il caso dell’altro istituto salvato dal Fondo Atlante: Veneto Banca. A differenza dei cugini vicentini, l’istituto guidato per anni da Vincenzo Consoli ha aperto filiali in diverse nazioni. Albania, Croazia, Romania, Moldavia. Un tentativo di allargarsi nei promettenti mercati nell’Est Europa, dove sono state assunte oltre 600 persone. Al contempo sono state aperte succursali anche in mercati non proprio emergenti: Svizzera e Irlanda. E dalla patria di James Joyce sono arrivati gli unici guadagni consistenti incamerati negli ultimi due anni: 103 milioni di euro in totale, incassati grazie ai soli sei dipendenti della filiale. Gli irlandesi, evidentemente, sono dei gran lavoratori.

A fatturare offshore sono però soprattutto i grandi istituti italiani, quelli più in salute. Le prime tre banche commerciali convogliano nei paradisi fiscali quote dei loro guadagni che variano da un sesto fino alla metà del totale. Per un totale, nel solo 2015, di quasi 2 miliardi di euro. Intesa Sanpaolo, il principale istituto del nostro Paese per capitalizzazione di Borsa, ha registrato in Paesi a fiscalità agevolata il 23 per cento degli utili pre-tasse del gruppo. Eppure in quei posti è impiegato solo lo 0,5 per cento dei dipendenti totali. Emblematico il caso di Dubai. Nell’Emirato più famoso al mondo, il gruppo guidato da Carlo Messina ha fatturato 49 milioni di euro (senza versare un euro di tasse) con solo 18 dipendenti. Una produttività da record. Significa che ogni lavoratore in media ha fatto incassare alla banca 2,7 milioni. In Italia, per capirci, la media fatturata da ogni impiegato è di 315 mila euro. Quasi nove volte meno.

Ancora più evidente la sproporzione in casa Unicredit. Le controllate di Bermuda, Cayman e Jersey non hanno nemmeno un dipendente all’attivo. Stesso discorso per le succursali domiciliate a Malta e nel Regno Unito, altre nazioni in cui il carico fiscale per le imprese può arrivare a livelli minimi. A cosa servono allora delle società in quei luoghi? Attività finanziarie, è la generica spiegazione fornita nel documento ufficiale. Di certo c’è un dato. Nei Paesi a fiscalità agevolata Unicredit ha incassato l’anno scorso circa il 15 per cento dei suoi utili pre-tasse. La fetta più grande appartiene a Irlanda e Lussemburgo, paradisi nel cuore del Vecchio Continente. Una tendenza valida per quasi tutte le banche italiane, comprese Ubi e Banca Generali, che nei due Stati europei piazzano spesso le società che gestiscono obbligazioni e fondi comuni.

Proprio cavalcando questo fenomeno Mediolanum è diventata già da anni, come raccontato più volte dall’Espresso, la regina italiana dell’offshore. Il gruppo controllato da Ennio Doris e Silvio Berlusconi non ha filiali a Panama o alle British Virgin Islands. La “banca costruita intorno a te”, come si presenta negli spot pubblicitari, punta tutto sugli evergreen europei: Irlanda e Lussemburgo, appunto. Da qui l’anno scorso è arrivato infatti il 52,5 per cento degli utili pre-tasse del gruppo. Vuol dire che oltre la metà dei guadagni di Mediolanum non è stato tassato in Italia. Come succede all’irlandese Mediolanum International Funds Ltd, che si occupa di gestione di fondi d’investimento ed è la vera gallina dalle uova d’oro del gruppo. Con soli 26 lavoratori a tempo pieno, la succursale di Dublino ha un fatturato di 531 milioni di euro e un utile pre imposte di 527 milioni. Nessun costo, in pratica. E grazie al regime fiscale locale, che tassa normalmente le imprese al 12,5 per cento contro il 30 per cento italiano, la finanziaria dei Doris a fine anno ha guadagnato 461,9 milioni di euro netti. Una redditività da record. Con tanti saluti all’Agenzia delle Entrate.

Dov’era Meryl Streep quando Obama andava a caccia degli informatori e bombardava le feste di matrimonio ?


DI DANIELLE RYAN

Bene, prima di rischiare qualche malinteso, premetto una cosa: io adoro Meryl Streep. potete dire tutto quello che volete, ma “Il diavolo veste Prada” è un classico e non dovrò mai pentirmi di averlo detto ed il discorso anti-Trump della Streep nella notte di Domenica ai Golden Globes è stata un’altra performance sublime, recitata con emozione e con grazia. Un vero e proprio strappalacrime per tutti quelli che si sentono preoccupati per l’inizio della prossima epoca-Trump.

Eppure … si sentiva un cattivo odore. In effetti qualcosa puzzava: era vera ipocrisia allo stato puro. Perché la Streep, purtroppo, viene da una razza di ipocriti della Hollywood- Liberal. Parlo di quelli che, quando l’inquilino della Casa Bianca è un democratico, che si è appena fatto un giretto con Beyoncè, non sentono che il loro cuore sanguina, anzi, diventano improvvisamente introvabili.


Nel suo discorso appassionato, la Streep ha invitato colleghi e fan ad unirsi a lei nel fare una donazione al Comitato per la protezione dei giornalisti: “Abbiamo bisogno di una stampa che abbia dei valori, che sappia chiedere al potere di rendere conto del proprio comportamento, che sappia metterli all’angolo ogni volta che si fa un sopruso. E’ per questo motivo che i padri fondatori della nostra Costituzione sancirono la libertà di stampa”.

Ha ragione, naturalmente. Ma ci si chiede se la Streep sia stata almeno a conoscenza, per esempio, che l’amministrazione Obama ha perseguito più informatori – whistleblowers di quanti ne abbiano mai perseguito tutti i suoi predecessori messi insieme? E’ una tradizione questa, che Trump probabilmente continuerà, ma è piuttosto strano che un un pensiero del genere, finora, non le fosse ancora passato per la mente.

Dove stava la Streep – quella che all’improvviso si preoccupa del fatto che ” violenza chiama violenza” – quando Obama aiutava l’ Arabia Saudita a radere al suolo lo Yemen, bombardando funerali e feste di matrimonio? O quando con un “intervento umanitario” in Libia ha prodotto tanti di quei disastri da trasformare la Libia in uno stato fallito, permettendo ai terroristi dell’ ISIS di crescere e prosperare? O quando il grande unificatore si guadagnava il soprannome di ‘The Drone King- Il Re dei Droni’ , quando decideva di espandere il programma dei droni americani, fino a portare 10 volte più attacchi di quanti ne faceva George W. Bush? Un ‘altra tradizione che anche Trump probabilmente sarà ben felice di mantenere.

Meryl Streep, one of the most over-rated actresses in Hollywood, doesn’t know me but attacked last night at the Golden Globes. She is a…..

— Donald J. Trump (@realDonaldTrump) January 9, 2017

Dove era la Streep quando il Premio Nobel per la Pace bombardava non uno, due o tre – ma sette paesi diversi? Per correttezza nei confronti della Streep, probabilmente non se ne poteva accorgere perché neanche la “stampa che difende i valori” sembrava essersene accorta. La cosa divertente anche su questo punto è che – dal momento che la Streep e i suoi amici sembrano preoccupati per l’apparente disprezzo che manifesta Trump verso gli stranieri: Tutti i paesi bombardati dall’amministrazione Obama erano paesi musulmani.

E dove stava la Streep quando l’amministrazione Obama, in Siria, negoziava a nome dei ” ribelli moderati” legati a Al Qaeda? Certo dove stavano tutti quelli ipocriti seduti in sala, quando Obama nel corso del solo 2016 ha fatto buttare 26.171 bombe?

Oh, è vero, stavano tutti festeggiando a casa sua!

Attenzione, queste persone hanno tutto il diritto di fare tutte le rimostranze contro Trump che vogliono fare- e devono farle. E’ legittimo fare rimostranze. Ma non si meritano né gli applausi, né l’adulazione dalle masse, se mettono la testa sotto la sabbia per non vedere e non sentire, quello che meritano è che qualcuno le scuota e le svegli.

La loro indignazione morale è vuota e senza senso, a meno che non siano – loro stessi – sempre coerenti.

Per quanto riguarda Trump, è facile leggere tutto il suo livore nella risposta al discorso della Streep, quando l’ha definita un’attrice “sopravvalutata” – cosa che difficilmente ha ferito i sentimenti dell’attrice, quanto le parole della Streep hanno ferito lui. Per lui, il Presidente-eletto, questo potrebbe essere il momento giusto per rendersi conto che, durante i prossimi quattro anni, riuscirà a fare molto poco, se continuerà a rispondere ad ogni insulto, anche poco importante scrivendo ogni volta su Twitter.

Il fatto è che, molte delle offese subite – contro cui la Streep e tutta l’elite di Hollywood stanno combattendo – non sono specificamente dirette contro Trump, non sono nuove offese. Sono oltraggi che la gente sta già subendo. Obama, l’eroe di Hollywood, è quello che si è messo di traverso con i giornalisti e gli informatori ed è quello che ha bombardato degli innocenti, se questo è il percorso migliore che trovato, ha reso ancora più facile il compito di Trump. E’ ora di svegliarsi.

Sei grande una grande attrice Meryl. Molti dicono che tu sia la migliore. Potresti far finta di pensare solo a questo, e lasciar perdere tutto il resto.

Danielle Ryan è una freelance irlandese, scrittrice, giornalista e analista dei media. Ha vissuto e viaggiato in USA, Germania, Russia e Ungheria. Ha pubblicato su RT, The Nation, Rethinking Russia, The BRICS Post, New Eastern Outlook, Global Independent Analytics e altri, oltre a lavorare su numerosi altri progetti di copywriting e editing.Website www.danielleryan.net.

Fonte: https://www.rt.com

Link : https://www.rt.com/op-edge/373182-meryl-streep-obama-bombing-golden-globes/

Il testo di questo articolo è liberamente utilizzabile a scopi non commerciali, citando la fonte comedonchisciotte.org e l’autore della traduzione Bosque Primario

11 gennaio 2017

Pio XII, le storiche scuse della Bbc: «abbiamo detto il falso, aiutò gli ebrei»


- di Federico Cenci per Zenit -

Un nuovo piccolo ma significativo passo verso la verità storica della seconda guerra mondiale è stato compiuto in Gran Bretagna, ad opera della prestigiosa Bbc. Con un gesto di onestà intellettuale, l’emittente inglese ha ammesso che un suo servizio televisivo che accusava la Chiesa cattolica di essere rimasta inerte dinanzi alle persecuzioni degli ebrei da parte dei nazisti, era basato su false notizie.

Il servizio in questione è andato in onda lo scorso 29 luglio, nel tg serale, durante la visita di Papa Francesco ad Auschwitz in occasione della Giornata Mondiale della Gioventù. Il giornalista che stava seguendo l’evento per conto della Bbc ha così commentato: “Il silenzio fu la risposta della Chiesa cattolica quando la Germania nazista demonizzò la popolazione ebraica e poi tentò di sradicare gli ebrei dall’Europa”.

Questa narrazione dei fatti è stata contestata con una denuncia formale da lord David Alton, parlamentare cattolico tra le fila dei liberali, e da padre benedettino Leo Chamberlain, storico ed ex direttore dell’Ampleforth College. Lord Alton ha fatto presente alla Bbc che, ironia della sorte, parte del servizio di approfondimento sulla visita di Bergoglio è stato girato presso la cella di Auschwitz in cui fu internato San Massimiliano Kolbe, il quale, da sacerdote cattolico, fu arrestato dai nazisti per la sua opera di accoglienza di profughi e feriti sia cristiani che ebrei nonché per aver denunciato le atrocità del Terzo Reich sulla rivista che lui stesso fondò: Il Cavaliere dell’Immacolata.

Lo stesso deputato inglese ha poi sottolineato che diversi storici hanno lodato Papa Pio XII per le sue iniziative nel corso della seconda guerra mondiale. Lo storico ebreo Pinchas Lapide ha scritto che Papa Pacelli “è stato determinante nel salvare almeno 700mila ebrei, ma più probabilmente 860mila ebrei da morte certa per mano dei nazisti”. L’impegno del Pontefice fu anche l’impegno delle istituzioni vaticane e della base cattolica. Come si può parlare di complicità quando circa 8mila dei 31mila preti cattolici presenti in Germania nel 1931, furono eliminati dal regime?

La domanda retorica coincide poi con una constatazione. La Santa Sede – rileva lord Alton – aiutò gli ebrei a sfuggire alle persecuzioni in Europa orientale, fornendo loro certificati di battesimo e nascondendoli dentro la Città del Vaticano. Inoltre – prosegue il parlamentare – oltre 6mila polacchi, quasi tutti cattolici, sono stati riconosciuti in Israele come “Giusti tra le Nazioni” per il ruolo svolto nel loro Paese al fine di salvare ebrei.

Ebrei che nel dopoguerra ringraziarono pubblicamente Pio XII per il suo aiuto nei loro confronti. Leo Kubowitzki, allora segretario del World Jewish Congress, il 23 settembre 1945 presentò la pubblica gratitudine dell’associazione che rappresentava. E il 30 novembre successivo, l’Osservatore Romano riportò la cronaca di un incontro tra il Santo Padre e circa 80 sopravvissuti ebrei ai campi di concentramento che espressero il grande onore di poterlo ringraziare “per la generosità verso coloro che sono stati perseguitati nel periodo nazifascista”.

Alla luce di queste e di altre testimonianze, non usa mezzi termini lord Alton per definire il servizio della Bbc del luglio scorso: “Uno sciatto, pigro, commento buttato via – indicativo del tipo di analfabetismo religioso che può causare tanta offesa; e parte di un offuscamento tra la cronaca in diretta e il desiderio di aggiungere un po’ di melodramma”. Ma “meno caritatevolmente – aggiunge – il servizio della Bbc può essere visto come l’ultimo esempio di un annoso tentativo di riscrivere la storia”.

Nei giorni scorsi, dopo oltre quattro mesi dalla messa in onda del servizio e dopo aver studiato la documentazione storica fornita da lord Alton e da padre Chamberlain circa l’impegno della Chiesa a favore degli ebrei durante la seconda guerra mondiale, l’emittente britannica ha fatto un pubblico mea culpa. Ha ammesso in una nota inviata a lord Alton che il giornalista autore del servizio non ha dato “il giusto peso alle dichiarazioni pubbliche dei Papi successivi e agli sforzi compiuti da Pio XII per salvare gli ebrei dalla persecuzione nazista, ed ha perpetuato così una visione che contrasta con l’equilibrio delle prove”.

Del resto, come lo stesso San Massimiliano Kolbe scrisse nell’ultimo numero de Il Cavaliere dell’Immacolata, “nessuno al mondo può cambiare la verità”.

Tratto da: UCCR

Yemen: otto milioni di bambini senza cure mediche


- di Vincenza Lugnano per Il Faro Sul Mondo

A quasi due anni dallo scoppio della guerra, l’emergenza sanitaria in Yemen si aggrava. A pagare sono soprattutto i bambini, che non ricevono le cure mediche di base necessarie. Il sistema sanitario yemenita, ormai allo stremo, è ad oggi incapace di far fronte a malattie infantili prevenibili e curabili.
È questa la denuncia dell’ultimo rapporto di Save The Children sul Paese più a sud del Golfo Persico, già prima dell’aggressione saudita tra i più poveri al mondo. Questo conflitto, dimenticato dall’Occidente, ha portato all’implosione di un sistema sanitario da tempo precario. La situazione tragicamente statica degli scontri e la instabilità da questi generata, si ripercuotono sulle fasce della popolazione più deboli, con un tasso di 100mila morti in più all’anno. Morti prevedibili, dovute a malattie come infezioni delle vie respiratorie, diarrea o malnutrizione, facili da debellare con una risposta medica adeguata.

L’organizzazione riporta dati allarmanti: otto milioni di bambini non hanno accesso alle cure mediche e l’incremento della mortalità infantile, già drammatico prima dell’inizio della guerra, ha raggiunto i mille decessi a settimana. Tra le cause, la povertà dilagante che impedisce ai pazienti di raggiungere gli ospedali e alle stesse strutture di riparare o sostituire macchinari fondamentali come le incubatrici. Molti ospedali sono stati chiusi o distrutti dalle bombe saudite e altri, allo stato attuale, sono parzialmente funzionanti.

La crisi economica e l’aumento delle tasse che sono ormai in pochi a pagare, sono elementi non trascurabili. Alla base della crisi sanitaria c’è infatti un aumento dei costi. Da quando è iniziato il conflitto il prezzo della maggior parte dei farmaci è aumentato del 300%, secondo Hilel Mohammed al-Bahri, vice-direttore dell’ospedale Al-Sabeen Hospital di Sana’a.

Per far fronte a questa crisi, la richiesta a tutte le parti coinvolte nel conflitto è di permettere l’accesso di aiuti umanitari che possano permettere il rifornimento degli ospedali, per arginare i danni di questa devastante guerra che sta devastando lo Yemen.

PERCHÉ IL GOVERNO ITALIANO NON RIESCE A RISOLVERE IL PROBLEMA DEI TRAFFICANTI DI IMMIGRATI? PERCHÉ NON VUOLE FARLO


Un’analisi fattuale – riportata da Zero Hedge – di quanto sta accadendo intorno alla questione immigrati, porta a conclusioni sconvolgenti. Si è consolidata una prassi che coinvolge trafficanti di persone, organizzazioni non governative e istituzioni italiane e che lucra in tutti i modi possibili su questo dramma umanitario. A partire dal recupero dei disperati in acque territoriali libiche, agli appalti pilotati per costruire i centri di assistenza, fino allo sfruttamento degli immigrati stessi nelle campagne per salari da fame, la crisi umanitaria si è trasformata in un affare colossale per le organizzazioni malavitose e mafiose. Il tutto viene reso possibile dalla sospensione di fatto dello stato di diritto per tutto quello che concerne la questione dei migranti provenienti dall’Africa.

da ZeroHedge, 2 gennaio 2017

Lo stato di diritto viene spesso evocato come uno dei valori occidentali che i movimenti “populisti” vogliono distruggere, eppure sull’immigrazione la classe dirigente al governo ha già da tempo sospeso quello stesso stato di diritto. L’esempio più evidente è la politica di immigrazione iniziata dal governo Letta nel 2013 e proseguita poi sotto il governo Renzi. Nell’ottobre 2013 il governo Letta, trovandosi ad affrontare ondate di profughi in fuga dalla Libia per il caos provocato dalla primavera araba sostenuta dall’occidente – che più tardi si è rivelata niente più che un’insurrezione di gruppi radicali islamici – lanciò l’operazione “Mare Nostrum“, che consisteva nell’utilizzo della Marina italiana vicino alle acque libiche in operazioni di salvataggio dei rifugiati dalle coste africane.

Per quanto nobile potesse essere la motivazione, un effetto collaterale dell’operazione è stato quello di incoraggiare sempre più persone ad intraprendere viaggi via mare, perché ormai erano certe che la Marina italiana le avrebbe salvate (1). Il risultato è stato un aumento del 224% del numero di imbarcazioni in partenza dalla Libia, che si è tradotto in un costo medio di quasi 10 milioni di euro al mese per il governo italiano (1).

Nel novembre 2014 Mare Nostrum è stato sostituito dall’operazione Triton, finanziata e coordinata dall’Ue, che copre una parte più piccola del Mediterraneo, al costo di 3 milioni di euro al mese. La ragione ufficiale per l’operazione Triton è il controllo delle frontiere, tuttavia, se guardiamo i fatti, l’obiettivo dell’operazione è semplicemente quello di portare in Italia quante più persone possibile, indipendentemente se siano rifugiati, migranti economici, legali o illegali. Da allora i canali del contrabbando di persone, invece di essere fermati, si sono moltiplicati.

Una pratica consolidata, a partire dall’operazione Mare Nostrum e poi continuata sotto Triton, è che i contrabbandieri lanciano un segnale di soccorso ai mezzi della Marina in perlustrazione e richiedono assistenza. Intanto le ONG, che perseguono le politiche delle “frontiere aperte”, li aiutano, assistendo chiunque – legali, illegali, rifugiati – voglia raggiungere l’Europa (2) (3) (4).


La Commissione europea, responsabile di Frontex, e che segue i controlli alle frontiere, ha una chiara opinione in materia. Il Commissario per gli affari interni, la Migrazione e la Cittadinanza – Dimitris Avramopoulos – ha dichiarato: “un altro elemento importante che è emerso con forza dalle discussioni sulla lotta al contrabbando è che le ONG – e le autorità locali e regionali – che forniscono assistenza ai migranti clandestini non dovranno essere criminalizzate. Sono pienamente d’accordo, naturalmente, come sono anche d’accordo sulla necessità di tutelare i diritti fondamentali di coloro che vengono introdotti clandestinamente. Quelli che dobbiamo punire sono i contrabbandieri!” (5)

Punire i contrabbandieri, a meno che non facciano parte delle ONG, significa che il problema non può essere e non sarà risolto, perché le ONG saranno sempre libere di contrabbandare i migranti. Con ciò si porta avanti una tradizione ben consolidata; durante il governo Monti nel 2011-12 fu creato un Ministero per l’Integrazione e assegnato ad Andrea Riccardi della “Comunità di Sant’Egidio”, una famosa ONG italiana favorevole alle frontiere aperte. La “Comunità di Sant’Egidio” gestisce progetti come i “Corridoi umanitari”. Il progetto finanzia un itinerario alternativo per portare la gente in Italia. Andrea Riccardi ha detto ai media francesi di essere convinto che l’Europa deve aprire le sue frontiere.(6)

Il Ministero è stato poi assegnato a Cecile Kyenge, una donna di colore nata nella Repubblica democratica del Congo, che si è data come obiettivo quello di ridurre drasticamente i requisiti per l’acquisto della cittadinanza italiana. La Kyenge propone una legge che darebbe la cittadinanza ai figli degli immigrati a condizione di esser nati sul suolo italiano. Sotto Renzi, il ministero è stato ridotto a un dipartimento all’interno del Ministero per gli Affari Interni e consegnato a Mario Morcone, ancora una volta affiliato alla “Comunità di Sant’Egidio”.

Cosa succede una volta che i migranti di tutti i tipi raggiungono il suolo italiano? Vengono inviati ai centri per i profughi, dove possono chiedere lo status di rifugiati. Va fatto notare che l’Italia ha da tempo esaurito i posti per i richiedenti asilo, e così il governo sta pagando alberghi, ostelli o cittadini in generale per ospitare le persone.


Una pratica comune per coloro che sanno che la loro domanda verrà respinta, è di distruggere i loro documenti in anticipo (7), in questo modo il tempo necessario per identificarli aumenta in modo esponenziale. L’esperienza ha dimostrato che i centri alla fine diventano sovraffollati, il che offre l’occasione ai migranti di organizzare una rivolta, distruggere parte dei centri e infine fuggire e diventare illegali. (8) (9) (10) (11) (12) Se invece non scappano e la loro domanda viene rigettata, vengono espulsi. L’espulsione tuttavia è volontaria e i dati mostrano che solo il 50% circa dei migranti espulsi se ne va davvero, probabilmente in un altro paese Ue-Schengen, mentre gli altri diventano clandestini.

Come ha dimostrato lo scandalo Mafia Capitale (13), una collusione tra i membri del Partito Democratico al governo che controllano le istituzioni statali italiane dell’immigrazione tra cui i centri profughi, le ONG e il crimine organizzato, assicura che i migranti siano impiegati a spese dei contribuenti italiani e per una paga oraria insignificante, in modo da garantire ingenti profitti illegali al racket. Una famigerata frase di un membro della criminalità organizzata, che spesso viene citata, ha rivelato che l’immigrazione è al momento un business più redditizio del traffico di droga.

“Hai idea di quanto guadagno con questi immigrati?” ha detto Salvatore Buzzi, un affiliato della mafia, in un’intercettazione di 1.200 pagine ad inizio 2013. “Il traffico di droga non è così proficuo“. “Abbiamo chiuso quest’anno con un fatturato di 40 milioni, ma… i nostri profitti vengono tutti dagli zingari (ROM), dall’emergenza abitativa e dagli immigrati” ha detto Buzzi. Questo nel 2013, quando erano arrivati in Italia 20.000 immigrati. Nel 2016 ne sono arrivati 180.000.

Politici corrotti come Giuseppe Castiglione (NCD, partner di governo del Partito Democratico), che lavora per il Ministero degli Interni con la missione ufficiale di “favorire l’integrazione delle persone bisognose di protezione internazionale”, in realtà si adoperano per trarre profitto dalla crisi.

Le attività illegali associate spaziano dall’assegnazione della costruzione dei centri per i rifugiati alle cooperative legate al PD in cambio di tangenti, al trasferimento dei richiedenti asilo e dei clandestini nelle campagne italiane per impiegarli in agricoltura con salari da 1 a 3 euro all’ora. Per quel che riguarda le donne, gli immigrati stessi organizzano giri di prostituzione nei centri profughi o le vendono perché lavorino lungo le strade italiane. (14)

L’immigrazione è una storia di attuazione volontariamente lassista dello stato di diritto, di contrabbando, di disonestà, di schiavitù e, in definitiva, di distruzione dell’Europa.

Riferimenti
Immigrazione: il flop di Mare Nostrum, Il Sole 24 Ore
Colte in flagrante: le ONG sono parte del traffico di migranti, Gefira
L’armata delle ONG che opera sulle coste della Libia, Gefira
Gli americani di MOAS traghettano migranti in Europa, Gefira
Come potrebbe essere più efficace l’azione della UE contro i trafficanti di migranti? European Commission
Andrea Riccardi, un’anima per l’Europa, Lavie
Stabilire l’identità per la protezione internazionale, European Migration Network
Migranti, in 40 fuggono dall’hotel nel Sulcis e bloccano la Statale, Corriere
Rivolta nel Cie di Milano: scappano tre irregolari, gd-notizie
Rivolta al Cie, agenti contusi. Scappano in 22, 10 arresti MigrantiTorino
Lampedusa, via ai trasferimenti. fuga di immigrati al Cie di Torino, RAI
I clandestini restano in Italia anche dopo essere espulsi, Il Giornale
Mafia capitale, Buzzi: “Con gli immigrati si fanno molti più soldi che con la droga”, Il Fatto Quotidiano
La mafia siciliana guadagna sulle spalle degli immigrati disperati, La Stampa

“Abbiamo fatto tremare il sistema come mai prima”…


Dopo la colossale figura di palta, anziché una letterina di scuse per avere esposto tutto il Movimento 5 Stelle al pubblico ludibrio, a un fallimento politico colossale e avere rovinato irrimediabilmente i rapporti nel Gruppo Politico dove M5S Europa risiede, l’Efdd, arriva questo testo sul blog di beppe grillo:

“L’establishment ha deciso di fermare l’ingresso del MoVimento 5 Stelle nel terzo gruppo più grande del Parlamento Europeo. Questa posizione ci avrebbe consentito di rendere molto più efficace la realizzazione del nostro programma. Tutte le forze possibili si sono mosse contro di noi. Abbiamo fatto tremare il sistema come mai prima. Grazie a tutti coloro che ci hanno supportato e sono stati al nostro fianco. La delegazione del MoVimento 5 Stelle in Parlamento Europeo continuerà la sua attività per creare un gruppo politico autonomo per la prossima legislatura europea: il DDM (Direct Democracy Movement)“.

Per una volta lasciatelo gridare a me: Gombloddoh! (e per scriverne io, ce ne vuole… eh?). I poteri forti non vi hanno permesso di vendervi ai poteri forti! Ma ve l’ha scritto Crozza?

L’establishment ha deciso? Si chiama politica. Quella che evidentemente qualcuno lì dentro ha cercato di fare e che ha fallito miseramente. Ma davvero pensavate di poter fare una trattativa con gli squali più accaniti dell’euro-fanatico ultraliberismo che sono espressione di quel mondo che ha stritolato la Grecia e che ha posseduto ogni Governo italiano, come L’esorcista, dal 2011 in poi? Siete ragazzi partiti dai banchetti, siete lì per difendere e rappresentare quelli che ai banchetti ci sono ancora, non per stringere la mano a Mario Monti sperando che gente che possiede più think-tank di quanti capelli abbia in testa non ve la sbrani.

Questa posizione vi avrebbe consentito di rendere molto più efficace la realizzazione del vostro programma?Ma credete che continuare a recitare una farsa insostenibile fino alla fine servirà a limitare i danni? Il vostro programma contiene 7 punti, dovreste saperli a memoria! Tra questi sette punti, per dirne due, c’è l’abolizione del fiscal compact e c’è il referendum sull’euro. Davvero pensavate che entrare nell’Alde vi avrebbe consentito, seduti nel banchetto insieme a Mario Monti, di abolire “meglio” il Fiscal Compact? Davvero pensavate che fare comunella con quelli che “l’euro è irreversibile” vi avrebbe consentito di perseguire “meglio” la storiella del referendum sull’euro? Ma c’è un limite all’idea che gli attivisti M5S siano completamente deficienti?

Avete fatto tremare il sistema come mai prima? Avete fatto ridere il sistema come mai prima! Avete fatto la figura dei cioccolatai, dei dilettanti allo sbaraglio. Siete andati da Monti in ginocchio sui ceci e vi siete fatti rispondere un “Vaffa”! E avete cercato di venderla come se 17 vergini stessero per trasferirsi al Castello di Dracula, perché così almeno avrebbero tutelato meglio il loro sangue. Avete fatto scrivere al povero Grillo, che vi è stato a sentire, un papello per convincere sprovveduti attivisti che “entrare nell’Alde” era la cosa migliore, perché “l’EFDD sarebbe morto”, quando l’EFDD, il gruppo politico dove state e che è frutto del grande lavoro del 2014, è lì tranquillo tranquillo fino al 2019 e nessuno lo tocca, quindi avevate tutto il tempo. E adesso invece sì, che l’EFDD è morto. E voglio proprio vedere con che faccia ci ritornate, da Nigel Farage, dopo avere spernacchiato l’uomo che, al contrario di voi, ha vinto la sua battaglia politica e ha portato tutto il Regno Unito fuori dalla UE, nonostante minacce di morte e attentati cui è scampato per miracolo. Con che faccia lo saluterete, lassù, tra i corridoi del piano del gruppo, dopo che Grillo gli ha dato il ben servito questa mattina sul bog? Gli direte “Hi Nigel… of course, you know… it was a joke“? E se non starete più nell’EFDD perché ormai sareste ridicoli a sedere negli stessi banchi, cosa farete? Andrete nei “non attached“, il gruppo dei non iscritti? Allora sì che non avrete più niente, soldi.. uffici.. tempi di parola.. diritto di esprimere relatori nelle commissioni… Bravi! Complimenti! Grande successo politico. Vi siete condannati al nullaper i prossimi due anni almeno! E dovrete magari anche licenziare della gente, che fuori da un gruppo i soldi per gli stipendi sono meno…

Dovevate chiedere scusa. E per una volta, chi si è reso responsabile di questa tragicommedia che ha tutto il sapore di aspirazioni personali fatte passare per una interesse collettivo, si dimetta!

Fonte: ByoBlu

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