21 gennaio 2017

Terremoto: i 28 milioni di euro donati dagli italiani non sono mai arrivati



– di Davide Romano per Il Primato Nazionale

Roma, 19 gen – La terra torna a tremare nelle zone già colpite dal terremoto nell’agosto e nell’ottobre scorso, in una situazione resa ancora più emergenziale dal freddo e dalle abbondanti nevicate. In tutto questo si viene a scoprire che i 28 milioni di euro donati già dagli italiani attraverso gli sms al 45500 e bonifici bancari per l’emergenza terremoto, sono ancora fermi presso la Tesoreria Centrale dello Stato. Dopo le ultime scosse di ieri in molti sui social network hanno iniziato a chiedersi dove fossero finiti quei soldi. Questa la risposta della protezione civile: “le donazioni al numero solidale 45500 e i versamenti sul conto corrente bancario attivato dal Dipartimento della Protezione Civile confluiranno nella contabilità speciale del Commissario straordinario alla ricostruzione e saranno gestite secondo le modalità previste dal Protocollo d’intesa per l’attivazione e la diffusione di numeri solidali”.

Anche il MoVimento 5 Stelle ha chiesto conto al governo dei soldi raccolti durante il question time alla Camera tra la deputata grillina Laura Castelli e la neo ministro dei Rapporti con il Parlamento, Anna Finocchiaro, che ha spiegato che i soldi ci sono ma non si possono toccare nel rispetto del “protocollo d’intesa per l’attivazione e la diffusione dei numeri solidali“. Gli accordi con le società di telefonia, le banche e la burocrazia non sembrano tener conto del freddo, dello sciame sismico infinito e della neve a volte alta anche due metri. “Prima si deve predisporre un’analisi dei danni nelle singole regioni e poi si sottopone a un comitato di garanti, che deve verificare il rispetto delle norme nell’utilizzo dei fondi”, ricorda la Finocchiaro. Alla faccia del’emergenza, di popolazioni allo stremo e della solidarietà di chi ha donato, con l’idea che quei fondi servissero nell’immediato.

“Una procedura incredibilmente lenta che stride rispetto all’emergenza – spiega la deputata M5S Castelli – il paradosso è che la solidarietà resta ostaggio della burocrazia”. I 28 milioni sono arrivati in diverse tranche, la raccolta è iniziata il 24 agosto scorso con il sisma che causò quasi 300 morti tra amatrice, Accumoli e Arquata del Tronto. Solo con quella raccolta, terminata il 9 ottobre, le donazioni ammontarono a 15 milioni di euro. Dunque da almeno 3 mesi quei soldi sono bloccati, fondi che avrebbero dovuto godere senza ombra di dubbio di una maggiore flessibilità, in previsione di una stagione invernale rigida ampiamente prevedibile e delle difficoltà connesse. Vedendo gli appelli di chi è rimasto senza casa, degli allevatori con gli animali che muoiono di freddo e del sindaco di Amatrice che invoca le turbine anti neve, probabilmente quei soldi potevano essere impiegati più rapidamente e non rimanere ostaggio della burocrazia. Anche perché 3 mesi, per chi ha perso tutto, pesano come 3 anni.

20 gennaio 2017

Nuova guerra nel cuore dell’Africa



- di Mauro Indelicato per Gli Occhi Della Guerra -

Una nuova crisi africana, una nuova miccia in una regione che sembra destinata a non trovare mai pace; questa volta il pericolo per la stabilità dell’Africa arriva dallo Stato più piccolo dell’intero continente: grande poco più dell’Umbria e conosciuto in occidente per le sue spiagge e per la quantità enorme di arachidi che esporta ogni anno, il Gambia rischia adesso di subire una guerra che andrebbe ulteriormente a ledere la sua fragile economia, oltre che a causare importanti conseguenze sul piano regionale. Tutto nasce dalle elezioni dello scorso dicembre, che hanno visto la sconfitta del presidente Yahya Jammeh e la vittoria del rivale, l’imprenditore del settore immobiliare Adama Barrow; dopo l’iniziale ammissione della sconfitta, il leader del Gambia ha fatto marcia indietro annunciando la verifica dei voti e la dichiarazione dello stato di emergenza, oltre ad una proroga di ulteriori tre mesi del suo mandato.
Chi è Yahya Jammeh

Per capire le origini della nuova crisi africana, bisogna in primo luogo osservare una cartina geografica: il Gambia è una lingua di terra che circonda l’omonimo fiume e che interamente confina con il Senegal, sia a nord che soprattutto a sud, con la regione senegalese Casamance in cui opera da anni un gruppo indipendentista che trova appoggio proprio nel governo gambiano. Uno Stato piccolo quindi, che però si differenzia da Dakar per via delle diverse origini coloniali: mentre il Gambia è stato un possedimento inglese, il Senegal è stato invece francese ed attualmente è ancora un paese francofono, è da qui che nel corso dei decenni si sono venute a creare due distinte identità nazionali a dispetto del più classico e banale tratto di penna sulla carte geografica che contraddistingue i quasi impercettibili confini tra i due paesi.

Nel 1965 questo lembo di terra anglofono diventa indipendente e da quell’anno fino al 1994 la presidenza è in mano a Dawda Jawara, il quale viene spodestato da un colpo di stato di Yahya Jammeh, all’epoca ventinovenne. Da allora, il Gambia non ha mai più cambiato leadership fino alle recenti presidenziali; personaggio controverso, Jammeh legittima il suo potere con diverse elezioni giudicate da molti però soltanto come dei meri plebisciti senza validità, pur tuttavia a spaventare maggiormente i propri vicini e l’occidente è l’autonomia con la quale il presidente gambiano agisce in politica estera. La vita privata di Jammeh ad un certo punto si unisce con le proprie posizioni politiche: sul finire degli anni 90, egli infatti si converte all’Islamed attua delle scelte conservatrici sul piano interno, mentre a livello internazionale si posiziona sempre di più al fianco dei paesi arabi e viene ritenuto essere molto vicino alle posizioni di Muhammar Gheddafi.

E’ soprattutto negli ultimi anni che Jammeh si discosta sempre più dall’occidente: nel 2013 fa infatti uscire il Gambia dal Commonwealth, nel 2014 toglie l’inglese dal novero delle lingue ufficiali e per le scuole ed i documenti istituzionali sceglie invece l’arabo, infine nel 2015 proclama la nascita della Repubblica Islamica del Gambia. Un affrancamento a tutto tondo dal periodo coloniale, con richiami alla volontà di tutelare l’identità nazionale soprattutto dalle velleità, mai segrete e mai sopite, del Senegal di creare con il paese una federazione; un progetto questo, che in ambito occidentale e continentale avrebbe non poche benedizioni, ma contro cui Jammeh si è sempre opposto, arrivando a dare appoggio, dall’altro lato, anche agli indipendentisti della Casamance. Ma, come detto, una situazione economica solo in parte migliorata negli ultimi anni ed una percezione di corruzione elevata tra i cittadini, oltre che a dispute etniche mai tramontate nel paese, hanno determinato la sconfitta elettorale e dicembre per Jammeh a favore del rivale Barrow.

L’ultimatum del Senegal

E’ una guerra degli estremi e ‘dei paradossi’ quella che potrebbe sorgere nelle prossime ore in Africa: prima l’ok alla transizione da parte di Jammeh, poi l’improvviso dietrofront al riconoscimento della sconfitta, poi il paradosso di un presidente eletto che giurerà come capo di Stato nella capitale del paese confinante (la cerimonia di insediamento di Barrow è infatti prevista nelle prossime ore a Dakar), infine il paradosso di minacce di interventi armati da parte di due nazioni, come il Senegal e la Nigeria, che al proprio interno hanno non pochi problemi tra povertà e contrasti poco efficienti all’estremismo islamico (pochi giorni fa l’aviazione nigeriana ha bombardato profughi in fuga scambiandoli per una colonna di miliziani di Boko Haram). Al rifiuto di Jammeh di lasciare il potere, il Senegal ha imposto un ultimatum al presidente uscente del Gambia, scaduto la mezzanotte del 18 gennaio: da quel momento, truppe senegalesi hanno iniziato ad ammassarsi presso il confine e risultano già alcuni interventi diretti in territorio gambiano.

Non solo il Senegal, come detto, sta pensando ad una vera e propria guerra per deporre Jammeh: con Dakar è schierata la Nigeria, ma anche gran parte degli eserciti dell’ECOWAS, l’organizzazione di stati centrafricani. In generale, sembra esserci una grande spinta internazionale a favore di un intervento di terra del Senegal e questo per almeno un duplice motivo: da un lato, si potrebbe assistere all’ingresso di Dakar nel novero delle potenze regionali (e questa è una circostanza molto gradita all’occidente ed a diversi paesi dell’area), dall’altro lo stesso Senegal potrebbe dare parecchio impulso al progetto di federazione con il Gambia, eliminando anche un governo ostile ad esso e che supporta gli indipendentisti interni. Attualmente la situazione è tesa, anche se appare chiaro come l’esercito di Jammeh difficilmente ostacolerà un’eventuale decisa avanzata senegalese.

Sul conflitto e sul futuro della regione gravano però alcune incognite: da un lato, c’è in ballo il sacrosanto diritto di un presidente eletto di insediarsi e garantire il rispetto della volontà popolare, dall’altro però vi è l’esigenza di rispettare la sovranità del Gambia e ad accompagnare il paese verso una risoluzione pacifica dei propri problemi interni. Se Jammeh risulta un personaggio controverso, l’intromissione con la minaccia delle armi del Senegal, con il via libera di parte della comunità africana ed internazionale, appare però strumentale per il raggiungimento di scopi e fini diversi da quelli dal rispetto della democrazia nel piccolo paese africano. Per di più, la crisi in atto sta già compromettendo seriamente la fragile economia del Gambia, con il rischio del collasso dei settori turistici e primari, spina dorsale della società gambiana.
Turisti occidentali intrappolati

All’aeroporto di Banjul, capitale del Gambia, sono centinaia i turisti occidentali presi di sorpresa dalla situazione; giorno 17 il governo gambiano ha proclamato lo stato d’emergenza e, in vista di una possibile escalation militare, ha dato ordine di evacuazione per tutti gli stranieri presenti. Olandesi, inglesi, ma anche tedeschi e francesi, le spiagge calde e miti affacciate sull’Atlantico attraggono ogni anno gli europei che vogliono evitare le temperature rigidi del vecchio continente in inverno; sono previsti voli speciali, ma è corsa contro il tempo: diverse foto mostrano l’aeroporto della capitale invaso da centinaia di cittadini stranieri che fremono per potersi imbarcare nel primo volo utile a disposizione.

Fonte: Gli Occhi Della Guerra

Conflitto in Yemen, morti 1400 bambini e distrutte fino a 2mila scuole



Almeno 1400 bambini morti e fino a 2mila scuole inutilizzabili: è il bilancio, drammatico, della guerra in Yemen tracciato dal fondo Onu per l’infanzia, nel corso di una conferenza che si è tenuta la scorsa settimana nella capitale, Sana’a. Meritxell Relano, rappresentante Unicef nel Paese arabo, teatro dal marzo 2015 di un sanguinoso conflitto, ha riferito che “oltre ai 1400 bambini morti” gli esperti delle Nazioni Unite contano “più di 2140 feriti” fra i più piccoli.

“Almeno 2000 scuole in Yemen – ha aggiunto l’esperta Onu – non possono essere utilizzate perché sono state distrutte, danneggiate, usate per accogliere le famiglie degli sfollati o sfruttate con finalità militari”. La portavoce delle Nazioni Unite ha confermato la morte, nei giorni scorsi, di bambini rimasti colpiti da un raid aereo della coalizione araba a guida saudita a nord della capitale, che ha colpito un mercato situato nei pressi di una scuola. Altri quattro studenti sono rimasti feriti.

“Le scuole devono essere zone di pace – avverte la portavoce Unicef – dei santuari in cui i bambini possono imparare, crescere, giocare e sentirsi sicuri”. Per questo la donna rilancia l’appello del Fondo a tutte le parti coinvolte nel conflitto, perché “proteggano i bambini e mettano fine agli attacchi contro infrastrutture civili”.

Alla condanna dell’organismo Onu si unisce quella dell’Ente yemenita per la protezione dell’infanzia, che parla in modo esplicito di aggressione saudita che continua a mietere vittime innocenti. In una nota rilanciata dall’agenzia Saba, vicina al movimento ribelle sciita Houthi, l’associazione chiede che gli attacchi aerei della coalizione araba guidata da Riyadh siano equiparati a crimini di guerra contro il popolo yemenita.

Dal gennaio 2015 la nazione del Golfo è teatro di un sanguinoso conflitto interno che vede opposte la leadership sunnita dell’ex presidente Hadi, sostenuta da Riyadh, e i ribelli sciiti Houthi, vicini all’Iran. Nel marzo 2015 una coalizione araba a guida saudita ha promosso raid contro i ribelli, finiti nel mirino delle Nazioni Unite per le vittime che hanno provocato, anche bambini.

Ad oggi sono morte circa 7.350 persone, più di 39mila i feriti e tre milioni gli sfollati. Per l’Arabia Saudita gli Houthi, alleati alle forze fedeli all’ex presidente Ali Abdullah Saleh, sono sostenuti sul piano militare dall’Iran; un’accusa che Teheran respinge. Nel Paese sono inoltre attivi gruppi estremisti legati ad al Qaeda e milizie jihadiste legate allo Stato islamico, che hanno contribuito ad aumentare la spirale di violenza e terrore.

Da Asianews.it

Quale deve essere la caratteristica fondamentale di un animale da allevamento?
La prima caratteristica deve essere quella di potersi riprodurre a piacimento e secondo le specifiche desiderate dall’allevatore.

Quando una razza animale da cortile ha raggiunto una richiesta tale per cui diventa necessario l’allevamento e lo sfruttamento massivo ce ne accorgiamo dal fatto che vengono industrializzate le tecniche di riproduzione.

Una delle prime specie ad essere massicciamente impiegata in questo senso è stata quella bovina tanto che ad un certo punto non è più stato necessario l’accoppiamento naturale ma è bastato che un toro da monta si accoppiasse con un simulacro di mucca fatto di metallo e plastica perché il suo sperma fosse disponibile per la fecondazione di decine di mucche che garantissero una discendenza eugeneticamente selezionata.
A questi inganno i tori notoriamente si sono prestati senza opporre alcuna resistenza, ma ad un occhio ancora abituato alla naturalezza delle fattorie questa è parsa una tecnica così innaturale che nella Biennale di Venezia del 1978 un artista, Antonio Paradiso, propose una opera denuncia nella quale vi era proprio l’accoppiamento di un toro con una finta mucca sintetica fatta di tubolari metallici montati su ruote e rivestiti di una pelle (da frisona olandese sembra):

Il toro Pinco



L’opera è stata commentata così su un sito online di arte (Fondazione Noesi):


Spetta ad un altro artista pugliese attivo in quegli anni, Antonio Paradiso, evidenziare in termini più strettamente drammatici (e traumatici), surreali eppure assolutamente effettivi, le mortificazioni inflitte alla natura dalle ragioni del profitto, turbando la quiete pubblica con uno spettacolo che, a distanza di oltre trent’anni, nel corso dei quali si assiste ad un progressivo incremento delle ricerche sugli organismi geneticamente modificati e si perviene di conseguenza alla brevettabilità del vivente, non può che apparire nella sua valenza precorritrice, quello fornito dal possente toro Pinco in atto di montare una vacca meccanica per l’inseminazione artificiale nell’ambito della Biennale di Venezia del 1978. «Sono decenni che i tori non vedono più una femmina vera», commenta all’epoca lo stesso Paradiso esplicitando il senso della vicenda.

La pena di vedere il povero toro incapace di distinguere una mucca vera da una di plastica, o forse la capacità di distinguerla ma l’incapacità di rifiutarla, da parte del toro, indussero l’artista a fare l’opera di denuncia.

Eppure già all’epoca tra gli esseri umani c’era già chi cominciava ad esercitarsi con una femmina di plastica emulando il malcapitato Toro, va detto che quello delle bambole di gomma era un fenomeno alquanto limitato e forse nella quasi totalità dei casi poco più che uno scherzo goliardico. Ma Sembra adesso che nuovi orizzonti si schiudono alla specie umana che finalmente comincia a disporre di sue proprie “mucche” di plastica, ma attenzione si tratta di mucche umane e tori umani di plastica degni delle ben più sofisticate richieste rispetto a quelle della stirpe bovina. Infatti sono adesso disponibili nuovi robot sessuali altamente performanti che potranno soddisfare le voglia di ogni uomo o donna desiderosi di accoppiarsi senza il fastidio di relazionarsi con un altro essere umano, come documentato il seguente breve documentario:


Ma per non essere da meno del Toro Pinco, dobbiamo riuscire a non distinguere il partner finto da uno vero, ecco dunque che una volta che la bioetica ha abbattuto qualunque significato del termine persona, si potranno attribuire ai robot le caratteristiche delle persone umane così che sarà anche possibile contrarre matrimonio con tali robot che, secondo la logica corrente, saranno quindi equiparati ha un rapporto tra due esseri umani, il Parlamento europeo sembra infatti intenzionato a prendere in esame l’idea di riconoscere ai robot lo status di esseri umani (natural persons) con un documento intitolato “DRAFT REPORT“.



Del resto i primi casi di “vero amore” tra una donna e il suo robot sono già sui giornali, come questo di una donna francese riferito sul Mail-online.

Il 19 e 20 dicembre scorsi si è inoltre svolto presso l’Università Goldsmiths di Londra il Secondo Congresso Internazionale su “Love and Sex with Robots”, le unioni omosessuali in confronto sembreranno una pratica antiquata degna di vecchi inguaribili romantici e tradizionalisti.
E la riproduzione?
Una volta separata la riproduzione dal sesso e dal matrimonio, mentre gli uomini /donne bovini sì accoppieranno con pezzi di silicone, ferro e plastica, i nuovi esseri umani da allevamento potranno essere selezionati da individui geneticamente desiderabili in base alle classi sociali di destinazione e coltivati in apposite incubatrici come prefigurato in questo video:

Certamente ci sono ancora delle difficoltà da superare ma l’allevamento umano presto si potrà avviare ad essere completo.

A questo punto scegliete se volete essere dei capi di questo futuro (ma già presente) allevamento e poi, se volete, domandatevi chi sono gli allevatori.

#je_ne_suis_Pinco

Fonte: Critica Scientifica

19 gennaio 2017

Il ministro Padoan non chiederà a Mps i nomi dei 100 debitori che hanno provocato il buco.


Il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan non chiederà al Monte dei Paschi di Siena la pubblicazione della lista dei primi 100 debitori che non hanno restituito i prestiti ricevuti causando in parte i 47 miliardi di sofferenze lorde registrate in Bilancio. Lo ha fatto capire con un contorto giro di parole durante l’ultima audizione alle commissioni finanze riunite di Camera e Senato.
Solo qualche esponente del M5s a dire il vero gli ha fatto quella domanda, mentre la maggiore parte dei deputati e senatori degli altri partiti sembrano girare prudentemente al largo dalla patata bollente di quella lista di debitori vip. Padoan si è prima tirato indietro sostenendo che la pubblicazione di quei dati non è affare suo, e che “ci possono essere questioni di legittimità e legali che ovviamente non dipendono da me”.

Come opinione personale (e quindi non da ministro) Padoan dice che “in principio penso che la trasparenza sia importante”, ma aggiunge subito che “ evidentemente questo va inserito in un contesto più ampio: ci vuole trasparenza, e un contesto di fiducia. Non dico altro su questa proposta, secondo me bisogna fare un ragionamento più ampio su come si arriva a identificare comportamenti sfortunati da comportamenti scorretti”. Ecco, il governo dice di non essere in grado di distinguere nel caso Mps chi non ha restituito i soldi dovuti perché gli affari sono andati male (quelli “sfortunati”), da quelli che non l’hanno fatto perché si sono comportati male (quelli “scorretti”).

Quindi né le richieste esplicite di giornali come Libero, né quelle ufficiali del presidente dell’Abi,Antonio Patuelli, trovano ascolto nelle stanze del governo. Con queste premesse è assai probabile allora che l’esecutivo non dia parere positivo a un eventuale emendamento al decreto salva banche che imponga la pubblicazione di quella lista, destinata a restare nei cassetti dell’amministratore delegato di Mps, Marco Morelli. L’atteggiamento pilatesco è emerso per altro in più passaggi della audizione del ministro dell’Economia.

Anche a proposito dei risparmiatori truffati con le obbligazioni sia di Mps che delle quattro banche in risoluzione (Etruria e le altre), e del diverso livello di rimborsi previsti dai decreti dell’esecutivo dello scorso anno e del recente salva-banche. Per Padoan le banche sono state un po’ colpevoli, ma lo sono stati soprattutto i risparmiatori, magari per assenza di una necessaria “educazione finanziaria”. Secondo il ministro dell’Economia infatti “chi corre un rischio si pone nella condizione di assorbire una eventuale perdita. Tuttavia sappiamo che alcune banche hanno venduto prodotti a risparmiatori che per il loro profilo non avrebbero dovuto investire in quei prodotti. Si è trattato di comportamenti impropri e in alcuni casi illeciti”.

Purtroppo questa uscita del ministro ha dato subito il destro a buona parte dei parlamentari di maggioranza per il lancio di improbabili disegni di legge o addirittura di emendamenti allo stesso decreto su Mps per imporre l’educazione finanziaria ai risparmiatori e probabilmente trovare un’occupazione così a una parte consistente del personale della Banca d’Italia che con le attuali funzioni ridotte si troverebbe altrimenti in esubero. Ma questa considerazione si basa su una sostanziale bugia, come è stato più volte dimostrato dai numeri. Le obbligazioni subordinate piazzate più o meno correttamente ai piccoli risparmiatori (la clientela retail) non erano affatto prodotti di investimento ad alto rischio, e non attraevano la pancia degli speculatori per il semplice fatto che erano stati travestiti con un tranquillissimo abito da titolo di Stato.

Tutte- nessuna esclusa- le obbligazioni subordinate di Etruria & c avevano rendimenti identici e nella maggiore parte dei casi addirittura inferiori a quelli dei Btp di identica durata emessi dallo Stato in quegli stessi giorni. Quindi non è necessaria alcuna educazione finanziaria ai risparmiatori, che nel caso non si sono affatto comportati da maleducati. Ma sono semplicemente stati truffati da chi aveva la guida di quegli istituti, e sarebbe ora che il ministro dell’Economia la smettesse di confermare nei suoi interventi ufficiali una leggenda metropolitana di questo tipo, o una post-verità come di questi di tempi va di moda chiamare.

A proposito dei rimborsi, Padoan ha riconosciuto la fondatezza di una critica avanzata sul suo decreto sia da Libero che da alcuni parlamentari del M5s: la decisione di rimborsare le obbligazioni subordinate Mps al nominale certamente farebbe riavere il dovuto ai risparmiatori cui sono state piazzate in portafoglio il giorno stesso dell’emissione, ma consentirebbero guadagni anche notevoli a chi le ha acquistate successivamente sul mercato secondario: “Dovremmo però distinguere ogni investitore dall’altro”, si è difeso il ministro dell’Economia, “e questo non è materialmente possibile”.Padoan ha poi corretto il tiro sulle polemiche con la Bce che lui stesso aveva innestato accusando la banca centrale europea di scarsa trasparenza. “Ho detto una cosa molto banale”, ha ieri minimizzato il ministro, “quando, a mercati chiusi, è arrivata dalla Bce una notifica di pochi numeri che diceva che i miliardi necessari per Mps erano 8,8 invece di 5, questa informazione ha lasciato perplesso il mercato. Questa comunicazione non era pienamente trasparente. E siccome la trasparenza, soprattutto quando viene da una istituzione autorevole come la Bce, aiuta e rende più efficace la sua stessa azione, mi sono permesso di dire che la politica di comunicazione della Bce poteva essere migliorata”. Infine Padoan, rispondendo a una sfilza di domande di Massimo Mucchetti, si è detto tranquillo sulla situazione di Unicredit e “ottimista” su quella di Ubi banca. Non è la prima volta che il ministro lo dice. Era assai ottimista anche su Mps nei mesi scorsi…

Fonte: limbeccata.it

Otto miliardari ricchi quanto mezzo pianeta. L’incubo del capitalismo è realtà



- DI DIEGO FUSARO –

Il noto non è conosciuto. Così diceva Hegel. E non è conosciuto perché lo diamo per scontato o rinunciamo a ragionarvi serenamente, complice la distrazione di massa che regna a ogni latitudine. Lo sappiamo da anni. Anche da prima che ce lo ricordasse Thomas Piketty nel suo studio sul capitalismo nel ventunesimo secolo.

Il mondo post-1989 non è il mondo della libertà, come ripetono i suoi ditirambici cantori: a meno che per libertà non si intenda quella del capitale e dei suoi agenti. Per il 99% della popolazione mondiale il post-1989 è e resta un incubo: un incubo di disuguaglianza e miseria.

Ce l’ha ancora recentemente ricordato Forbes, la Bibbia dei sacerdoti del monoteismo del mercato deregolamentato. Otto super-miliardari – meticolosamente censiti da Forbes – detengono la stessa ricchezza che è riuscita ad accumulare la metà della popolazione più povera del pianeta: 3,6 miliardi di persone. L’1% ha accumulato nel 2016 l’equivalente di quanto sta nelle tasche del restante 99%.

Insomma, ci sia consentito ricordarlo, a beneficio di quanti non l’avessero notato o, più semplicemente, facessero ostinatamente finta di non notarlo: il mondo è sempre più visibilmente diviso tra un’immensa massa di dannati – gli sconfitti della mondializzazione – e una ristrettissima classe di signori apolidi dell’oligarchia finanziaria transnazionale e postmoderna, post-borghese e post-proletaria.
Non vi è più il tradizionale conflitto tra la borghesia e il proletariato nel quadro dello Stato sovrano nazionale: il conflitto – meglio, il massacro a senso unico – è oggi tra la nuova massa precarizzata globale e la nuova “aristocrazia finanziaria” (Marx) cosmopolita e liberal-libertaria, nemica giurata dei diritti sociali e delle sovranità economiche e politiche.

La massa degli sconfitti della globalizzazione è composta dal vecchio proletariato e dalla vecchia borghesia: il vecchio proletariato è divenuto una massa senza coscienza di erogatori di forza lavoro sottopagata, supersfruttata e intermittente. La vecchia borghesia dei piccoli imprenditori è stata essa stessa pauperizzata dall’oligarchia finanziaria, mediante rapine finanziarie, truffe bancarie e competivitismo transnazionale. L’oligarchia sempre più ristretta governa il mondo secondo la logica esclusiva della crescita illimitata del proprio profitto individuale, a detrimento del restante 99% dell’umanità sofferente.

Diego Fusaro

Fonte: www.ilfattoquotidiano.it

17 gennaio 2017

L’EROINA DI STATO E LA GENERAZIONE PERDUTA


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di Fabio TiraboschiGenoa News Chronicle / Io, reporter
Anni ’70, esistenze bruciate in trincea
C’era chi fuggiva su un’isola greca in cerca del libero amore, chi scendeva in piazza con la P38 alla cintura, chi si perdeva nel ‘buco’. . Anni di chitarre e pistole, partecipazione politica ed emarginazione, sogni infranti e viaggi artificiali, assemblee e rassegne di cinema d’autore, comunicazione facile e sesso finalmente libero, stragi di stato e lotta armata, febbre del sabato sera e ragazzi dello zoo di Berlino, indiani metropolitani e sanbabilini, Fiorucci e Studio 54, Clarks e Camperos, monokini e censura.
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EROINA DI STATO, L’OPERAZIONE ‘BLUE MOON’
L’eroina venne lanciata sul mercato illegale della droga con una vera e propria operazione di marketing.  Recenti inchieste giornalistiche, rese possibili grazie alla de-classificazione di alcuni documenti finora secretati, hanno alzato il velo sull’azione congiunta di trafficanti, governo italiano e servizi segreti americani.  L’intento era quello di indebolire e ‘addormentare’ i movimenti antagonisti favorendo al loro interno il consumo di eroina.
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Tanti caddero inconsapevolmente nella trappola e la cosiddetta generazione impegnata fu, di fatto,  condannata all’emarginazione e all’annientamento. L’operazione denominata Blue Moon’ ebbe l’effetto di un coltello infilzato nel burro. I movimenti giovanili più radicali (figli della contestazione esplosa nel ’68), ritenuti scomodi, sovversivi, potenzialmente rivoluzionari, culturalmente ribelli, e peraltro già inclini al consumo di droghe a scopo ricreativo (hashish e Lsd), rappresentavano una minaccia per gli Ordini Costituiti del ‘blocco’ occidentale. Occorreva sedarli e metterli in condizione di non nuocere. In che modo? Gettando un’esca assolutamente devastante: l’eroina, appunto.
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Per imporla si tagliarono gli approvvigionamenti delle altre sostanze. La carenza di morfina, ad esempio,  costrinse i suoi consumatori a virare verso l’eroina, sempre più abbondante e reperibile sulla piazza a prezzi decisamente calmierati. Nel giro di pochi mesi, attraverso una sistematica alterazione dell’offerta, la nuova droga conquistò il mercato imprigionando nella dipendenza un numero crescente di consumatori. A quel punto i narcotrafficanti cavalcarono l’onda e il prezzo dell’eroina schizzò alle stelle. Il cerchio si era chiuso.
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Negli Anni ’70, in Italia, tutto è ammantato dalla politica. L’eroina è considerata di destra e nei quartieri popolari gli spacciatori vengono combattuti, attraverso attività di sorveglianza e ‘inchieste’, dai giovani proletari di sinistra, soprattutto militanti di Autonomia Operaia. Occhi attenti che, tuttavia, dovranno arrendersi di fronte alla diffusione accelerata e dilagante del traffico.
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Interessante e istruttivo ripassare le cronache di ‘nera’ dei primi Anni ’70: gli arresti per droga riguardano quasi sempre spacciatori o consumatori di narcotici diversi dall’eroina. Il giro di vite è connesso soprattutto  alla morfina, all’hashish e alla cocaina. Ricordate la madre di tutte le retate nella quale caddero gli artisti Walter Chiari e Lelio Luttazzi (risultato poi completamente estraneo alla vicenda) finiti nel tritacarne di  un’indagine su un giro di cocaina? Era il 1970. L’eroina no. Scorre nella sostanziale impunità, tra complicità e silenzi. Le prime partite della sostanza vengono introdotte a Roma presumibilmente tra il 1973 e il 1974. La zona dello spaccio è Campo dei Fiori dove un manipolo di poveri diavoli (facilmente ricattabili) piazzano, indisturbati, piccole dosi di ottima qualità. E’ il debutto in Italia dell’operazione ‘Blue Moon’.
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Uomini dei ‘Servizi’ e ‘infiltrati’ dell’Arma dei Carabinieri – la cui presenza a Campo dei Fiori è ampiamente documentata – vegliano sui traffici. Il flusso di eroina non doveva incontrare ostacoli e c’è un episodio che lo dimostra. A Roma, durante tutto il 1975, ci fu un solo sequestro di eroina, una partita di circa 2 chili. Il commissario che lo effettuò, Ennio Di Francesco, non solo non ricevette encomi, ma il giorno stesso venne incredibilmente allontanato dalla Squadra Mobile e trasferito ad altro incarico. Un’operazione antidroga, insomma, amputata sul nascere, senza conseguenze penali per i detentori di quella partita. Chi ordinò la rimozione del commissario Di Francesco? Chi diede l’altolà alla sua indagine? Gli interrogativi rimangono sospesi, ma il sospetto di un intervento delle alte sfere coinvolte nel programma di diffusione dell’eroina è più che lecito.
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Un altro episodio segna quegli anni. A Milano, due militanti del Centro Sociale Leoncavallo, Fausto Tinelli e Lorenzo “Iaio” Iannucci, nel corso di un’attività di controinformazione, scoprono che il traffico di eroina nel quartiere Casoretto e nelle vicine zone di Lambrate e Città Studi,  è gestito da una coalizione formata da pezzi importanti della malavita organizzata e dell’estrema destra milanese. I due ragazzi, registrando una serie di interviste tra i tossicodipendenti di Parco Lambro, raccolgono prove e indizi. Il dossier è scottante perché tocca nervi scoperti e ambienti feroci; alleanze criminali e affari sporchi; identità di burattinai e mercanti di morte.
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Il 18 marzo del 1978, mentre l’opinione pubblica è ancora sotto choc per il rapimento  di Aldo Moro, avvenuto un paio di giorni prima, Fausto e Iaio cadono in strada, uccisi a colpi di pistola da un commando di sicari.
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L’agguato viene rivendicato a Roma dal gruppo neofascista dei NAR, brigata combattente Franco Anselmi, di cui faceva parte Massimo Carminati, componente della Banda della Magliana (sì proprio lui, lo stesso personaggio arrestato nel 2014 nell’ambito delle indagini sugli scandali di Roma Capitale).  Cosa avevano scoperto i due attivisti del Leoncavallo? Non si saprà mai con esattezza.  I nastri registrati e gli appunti della loro ricerca con le informazioni sui traffici di eroina, i nomi e i cognomi degli spacciatori attivi sulla piazza milanese e chissà cos’altro ancora, sono stati recuperati solo in parte. Un’inchiesta giornalistica, realizzata qualche anno fa nell’ambito del programma investigativo ‘Chi l’ha visto?’,  ha gettato nuova luce sul caso, aprendo la riflessione su scenari spaventosi.
A riprova dell’esistenza dell’operazione ‘Blue Moon e delle manovre della CIA mirate alla diffusione di eroina tra i militanti della sinistra extraparlamentare europea ed italiana, vi sono le dichiarazioni, rese agli inquirenti, da  Roberto Cavallaro, estremista di destra e personaggio-chiave  della ‘strategia della provocazione’ (il disordine crea la necessità di riportare ordine; destabilizzare per instaurare un regime autoritario). Dopo aver vissuto l’esperienza del ’68 francese, Cavallaro, per un breve periodo, diventa sindacalista, prima nella Cisl e poi nella Cisnal. Nel 1972, dopo un breve idillio con l’MSI, abbraccia posizioni più oltranziste: assieme ad altri fascisti forma una squadra di picchiatori della “Milano bene”, il famigerato ‘Gruppo Alfa‘ radicato soprattutto all’Università Cattolica dove si distingue per i pestaggi e le  spedizioni punitive contro chiunque odori di sinistra. Sostenuto e protetto dal SID, Cavallaro scivola rapidamente negli ambienti occulti popolati da estremisti di destra, militari nostalgici, bombaroli stragisti, piduisti provocatori e spie dei servizi deviati: è la ‘zona plumbea’ dove si intrecciano le trame della strategia della tensione. Il suo nome figura, non a caso, tra i partecipanti del tentato golpe ordito dalla ‘Rosa dei Venti’.  
A Cavallaro si deve, tuttavia, il primo brandello di verità sull’introduzione ‘pilotata’ dell’eroina in Italia. Arrestato ed inquisito nell’ambito dell’indagine sul fallito colpo di stato della ‘Rosa dei Venti’, decide di collaborare. In particolare riferisce ai magistrati che nel 1972, durante un addestramento in Francia, era stato informato su un’operazione segreta che la CIA stava per attuare nel nostro paese; un’operazione denominata ‘Blue Moon che si poneva un duplice obiettivo: la penetrazione dell’eroina negli ambienti sociali vicini all’area della contestazione studentesca per “fiaccarne le velleità rivoluzionarie”, e più in generale la diffusione del consumo di eroina tra i giovani delle principali città italiane per sviluppare disgregazione sociale.
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Ma chi tira le fila dell’operazione ‘Blue Moon‘ in Italia? Chi è la figura cruciale del piano? I documenti de-secretati dalla Presidenza Clinton conducono a un nome: Ronald Stark, l’Amerikano, enigmatico personaggio implicato nelle trame più bieche del terrorismo internazionale. La sua biografia è un distillato di storia del rock. Ronald Stark frequenta a lungo gli ambienti della cultura psichedelica californiana. Alcune fonti riferiscono anche di una sua amicizia con Jim Morrison, il frontman dei ‘Doors‘.
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Aspetto da hippy, orecchino, capelli lunghi e sguardo allucinato, Stark è un uomo ricchissimo e camaleontico (arriva ad esibire venti identità diverse).  Risulta titolare di due fattorie in California e di un oscuro laboratorio in Belgio dove si producono milioni di pastiglie di Lsd smerciate in tutto il mondo. Nella prima metà degli anni 70, si trasferisce in Italia ed entra in contatto con il capo del Servizio Segreto Militare Vito Miceli e con Salvo Lima, andreottiano di ferro e uomo-cerniera  tra mafia e politica. Nella sua vita avventurosa non mancano gli inciampi creati ad arte. Stark viene arrestato a Bologna nel 1975 con l’accusa di traffico internazionale di stupefacenti, ma gli Stati Uniti, che formalmente lo ricercavano da anni, non richiedono la sua estradizione. Anzi, durante la sua prigionia Stark intrattiene rapporti continui ed amichevoli con il consolato Usa e funzionari della polizia italiana. In carcere conquista anche la fiducia di esponenti delle Brigate Rosse (sembra che finisca in cella con Renato Curcio ed Alberto Franceschini) e di alcuni autonomi.
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Nel 1978, addosso ad alcuni arrestati per fatti di terrorismo, vengono ritrovate le piantine di campi paramilitari ed arsenali situati in Libano, corredate di indirizzi a cui rivolgersi in caso di bisogno. Autore dei prontuari è proprio Stark che – primo cittadino americano – era stato raggiunto da un ordine di cattura per banda armata. Scontati alcuni mesi di pena in carcere, e appreso il suo ruolo di agente della Cia, viene scarcerato frettolosamente dalle autorità italiane con uno stratagemma giuridico, e condotto nella base americana di Camp Derby in Toscana. Da lì scompare nel nulla. Anche la sua presunta morte, nel 1985, è avvolta nel mistero: in alcuni rapporti dei servizi segreti si sostiene addirittura che la bara esibita al suo funerale, in realtà… fosse vuota.
La vicenda è stata rievocata in un documentario realizzato dalla Rai e dedicato all’operazione ‘Blue Moon’:
Ronald Stark, dunque, fu tra i principali referenti in Italia del piano ‘Blue Moon’, operazione già sperimentata con successo negli Usa. Non va dimenticato, peraltro, che nelle metropoli americane si verificarono alcune condizioni che, con le dovute differenze, si sarebbero ripresentate qualche anno dopo in Italia. Ad esempio, quando la penetrazione di eroina nei ghetti incontrò l’opposizione delle ‘Pantere Nere‘,  il governo degli Usa reagì con durezza, intensificando la repressione nei confronti del movimento di liberazione degli afroamericani. La stessa strategia sarà, di fatto, applicata in Italia attraverso la criminalizzazione del Movimento del ’77 e dei gruppi della sinistra extraparlamentare, vale a dire l’area più attiva nella lotta contro lo spaccio e il consumo di eroina. L’esperienza americana, insomma, fece scuola.
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I risultati della diffusione di eroina negli Stati Uniti furono impressionanti: nel 1973, l’anno della prima massiccia penetrazione, si contavano 626mila tossicomani, di cui circa 150mila nella sola New York. E la Polizia? Stava a guardare. Solo operazioni di facciata in un mare di corruzione. Emblematico, all’alba degli Anni ’70,  il caso del detective italo – americano Frank Serpico le cui denunce svelarono un sistema organizzato di abusi, negligenze e coperture all’interno del Dipartimento di Polizia di New York.
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L’operazione ‘Blue Moon‘ nel nostro Paese “era condotta dai servizi statunitensi utilizzando uomini e strutture che facevano capo alle rappresentanze ufficiali degli Usa, in Italia”. Eroina introdotta deliberatamente per stroncare il dissenso: pura strategia della tensione in versione narcotica. La stampa di destra offrì un tenace supporto. Vere e proprie campagne mediatiche, orchestrate soprattutto dai giornali del gruppo di Attilio Monti, in particolare da Il Tempo’, alimentando il falso mito della “marijuana assassina”contribuirono a indirizzare i consumatori verso le droghe pesanti.
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Dal ’75 agli anni Ottanta, il fenomeno in Italia diventa endemico. L’eroina insidia silenziosamente una generazione che non sa nulla dei reali effetti letali della sostanza. Nessuno ne parla in modo chiaro. Nessun giornale, nessuna tv, e tantomeno, le istituzioni. Il Servizio Sanitario intensifica i proclami contro la marijuana, ma nessuna informazione è diffusa capillarmente contro gli effetti dell’eroina. I giovani, allarmati dalle campagne di stampa contro le droghe leggere, si avvicinano senza troppe remore al buco in vena. A Roma nel ’70 non c’è nemmeno un tossicodipendente da eroina. Nel ’74, a Udine, muore il primo ragazzo; alla fine dell’anno, nel nostro Paese, saranno 8. Il bollettino è un crescendo di lutti. Nel ’75 le vittime sono 26. 31 nel 1976. 34 nel 1977 con 14 morti solo in Lombardia ed Emilia Romagna ed oltre 20mila consumatori abituali in tutto il Paese. I genitori assistono sgomenti al lento spegnersi dei figli. Non sanno che fare, le comunità di recupero sono pochissime. E’ un’escalation continua: 60 morti nel 1978; 126 nel 1979; 206 nel 1980. Da Bolzano a Palermo il Paese è invaso, la ‘roba’ è ovunque. Una bustina costa 20mila lire e tocca le 250mila lire al grammo. Un eroinomane necessita di 10 milioni di lire al mese per permettersi il minimo indispensabile che l’assuefazione impone.
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A metà degli anni ’80, i tossicodipendenti in Italia sono 300mila, con un giro d’affari annuo di 3mila miliardi di lire. Una piaga che lascia sulla strada centinaia di cadaveri, famiglie distrutte e decine di migliaia di disagiati. E’ una strage, una catastrofe dalla quale non si torna indietro. Il risultato è un esercito di zombie indifferenti a tutto, ma con  un solo pensiero nel cervello: procurarsi le dosi quotidiane. Annientati gli interessi per la politica e per lo studio; sedate le spinte critiche, stroncate le velleità sovversive.  L’operazione segreta ‘Blue Moon‘ aveva raggiunto i suoi obiettivi. Da quel momento una o più generazioni saranno totalmente tagliate fuori dal dibattito, dal confronto e dallo scontro politico in atto nel Paese; in parte verranno emarginate per sempre, perderanno visibilità, diventeranno appunto “invisibili”.
All’inizio degli anni ’90 il consumo di eroina ha già valicato il suo apice. Nella cerchia di ogni italiano c’è qualcuno segnato dal problema: figli propri o figli di amici, conoscenti, quel vicino di casa sempre più pallido, il parente quasi irriconoscibile, il compagno di scuola sempre assente, l’amico, la fidanzata, il collega di lavoro. La società italiana tradisce il suo affanno: da una parte migliaia di ragazzi folli e schiavi, famiglie irrimediabilmente distrutte. Dall’altra comunità di recupero cresciute come funghi, ognuna con i suoi metodi, tutte con il loro carico di dolore e speranze. In mezzo la politica volutamente e maledettamente lenta rispetto alle dimensioni dell’emergenza.
I giornalisti più coraggiosi si interessano al fenomeno. Celebre, in quegli anni, un servizio della Rai firmato da Joe Marrazzo, un documento sconvolgente nel quale i volti e i dialoghi dei giovani, che gravitavano su Verona per bucarsi dietro piazza Erbe, al pozzo di vicolo Mazzanti, erano parte della storia quotidiana della città. Si trattò, probabilmente, del primo ‘buco’ in diretta, un salto al 1980 quando Verona venne ribattezzata la “Bangkok” italiana.
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Nella trappola dell’eroina cadono alcuni dei talenti più sensibili di quel tempo. Andrea Pazienza, disegnatore geniale, una vita di meraviglie e di eccessi, matita magica dell’illustrazione, provocatore fantasioso, la voglia di vivere stroncata da un’overdose a 28 anni, quando è già un mito.
Mario Schifano, artista tra i più stimati, cade nella dipendenza dall’eroina e per un breve periodo viene rinchiuso in un manicomio.
Lilli Carati, icona del genere sexy e protagonista di commedie di successo e film di qualità. Ma oltre al cinema, gli anni 70′ e ’80 rappresentano per l’attrice la caduta nell’abisso, il periodo in cui comincia a drogarsi in modo compulsivo. “Le mie vicende sono il risultato degli anni ’70, di certi ambienti”, aveva spiegato in un’intervista. “La droga leggera era considerata un modo di essere. E io ero debole. Passare all’eroina è stato facile. Complice soprattutto un viaggio di Natale in Thailandia: lì ti riempivano di roba”. E ancora a Vanity Fair: “Giravo i porno per avere i soldi e comprarmi la droga. Mi facevo di eroina, cocaina, tutto”.  Lilli Carati ha lasciato questa terra il 20 ottobre 2014 dopo una vita estrema e dolorosa segnata da recuperi e cadute, tentativi di suicidio e malattia.
Finisce nel gorgo della droga pesante anche Carlo Rivolta, giornalista tra i più puri della sua generazione. Professionista nel 1971, a soli 22 anni, Rivolta colleziona collaborazioni con ‘Epoca, ‘Paese Sera (con Sandro Curzi vicedirettore), ‘il Manifesto, ‘Radio Città Futura, ‘la Repubblica‘, ‘Lotta Continua‘.
Dal libro Ali di Piombodi Concetto Vecchio – Edizioni Bur 2007:
“Un giorno, maggio del 1981, di ritorno da uno dei suoi trip, Carlo Rivolta racconterà a Enrico Deaglio, suo direttore a ‘Lotta Continua‘, di Fasano, nelle Puglie, dove, partendo dalla Calabria con la sua ragazza, ha scoperto un mercato di spaccio a cielo aperto. Propone un pezzo in terza persona, in realtà l’esperienza descritta è capitata proprio a lui. E’ un reportage che vale la pena di riproporre per intero. E’ una lezione di giornalismo. Una pagina di cronaca palpitante, coraggiosa e cruda. Carlo Rivolta intuisce il disegno, all’epoca ancora occulto, che regolava il traffico di eroina.
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Una gita a Fasano, così come me l’ha raccontata un ragazzo romano in villeggiatura nel Sud
Eravamo in due, io e la mia ragazza, e in quel fottuto paesino calabrese non riuscivamo a venire a capo della situazione. La roba, in un paesino piccolo che vive di vino e gazzosa, non sanno manco cos’è. Era il secondo giorno di rota (crisi di astinenza ndr), e mentre la ragazza che era con me reggeva, stringendo i denti, spingendosi sempre più vicina al caminetto nella speranza di sconfiggere i brividi, invincibili, che vengono da dentro, io ero arrivato proprio allo stremo. Mi sembrava assurdo che avendo i soldi, avendo un’automobile, fosse impossibile riuscire a trovare l’ero. Mi sono ricordato di aver letto su un giornale che nelle Puglie c’era un paesino, Fasano appunto, che è una sorta di regno di Bengodi per chi si fa.
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E’ stato così che ho letteralmente trascinato fuori di casa la mia ragazza, L’ho spinta a saltare in macchina. Lei protestava, che tanto quella voce che avevo raccolto poteva essere tranquillamente una fantasia. La strada è stata lunghissima, 150 chilometri che sembrava non dovessero finire mai, e con l’idea che magari era tutta una ‘sola’ e arrivato lì avrei trovato un bel niente, oppure m’avrebbero fregato, dandomi polvere di muro anziché roba. A Fasano ci siamo arrivati verso le sette di sera, il sole era appena tramontato. Lungo la strada avevamo preso su due autostoppisti, facce anonime, capelli lunghi, potevano saperne qualcosa, darci una dritta. L’unica cosa che abbiamo ottenuto è stata l’indicazione di un bar (si chiamava, forse Aquila). Io già mi sentivo meglio solo all’idea che si potesse finalmente trovare un po’ di ero. Arrivati davanti al bar, ho inchiodato i freni e io e la mia compagna di avventure – sventure, che aveva diviso con me tante situazioni drammatiche, per nulla intimidita dall’essere l’unica donna in un bar di soli uomini, siamo entrati nel locale. Tanto per essere sicuro, punto subito su quelli che il mio naso mi faceva fiutare come tossicomani. C’è un talento speciale che fa sì che ognuno riconosca l’altro. Dopo due tentativi andati a vuoto, mi hanno presentato un ragazzino che lavorava per un pusher, ed era un tipo preciso. Ma non si fidava troppo. Come sempre chi comanda è chi c’ha l’ero. E quello continuava ad esitare e a non muoversi mai, non si voleva decidere. E’ stato a questo punto che ho scoperto il braccio e gli ho fatto vedere le vene segnate, che non c’era più spazio neanche per un’altra pera soltanto. Quel gesto, quella manica tirata su, ci hanno fatto rischiare di brutto. Dopo neanche tre minuti è piombata in piazza la ‘madama’. Siamo scappati, noi in macchina, lui in motorino. L’ho incontrato più tardi. Aveva portato qualche busta. Eroina di primissima qualità.
La strada del ritorno è stata leggera e aerea. Sembrava finalmente di aver preso pace. E invece, come sempre, ci ha tradito l’ingordigia: il giorno dopo eravamo di nuovo a Fasano. Altre volte ancora, ho passato la giornata tra il paese e la grande selva, rifugio preferito di tutti quelli della zona che si fanno. Così ho cominciato a capire come stavano le cose. Il traffico è gestito dalla malavita, che usa dei piccoli corrieri per piazzare l’eroina al dettaglio. Questi pesci piccoli sono perennemente in giro per il paese, in macchina, sulle moto. Così non fai più di tre passi che incontri uno che vende l’eroina e, senza possibilità di dubbio, si tratta di eroina migliore di quella che vendono a Roma. Così il paese si divide tra quelli che vivono, crescono e prosperano intorno a questo traffico, e quelli che tengono la bocca cucita, perché hanno paura, per se stessi e per le loro famiglie. Fasano è un paesino piccolo, tutto bianco, un paese tipico della zona compresa fra Brindisi e Taranto. Sotto al paese, ai piedi del colle, il mare che si anima e si popola di turisti solo in estate. Per il resto dell’anno il grande gioco della città sono i traffici illegali. L’eroina per esempio è così pura perché arriva al largo di Brindisi, dove la raccolgono le motovedette dei contrabbandieri. E’ il secondo scalo: quello che il mercato palermitano non è riuscito ad assorbire arriva tutto qui, con le navi. Dietro c’è il solito giro di miliardi. Poi ci sono i rapinatori, la prostituzione e così via. Tutto è guardato con indifferenza da polizia, carabinieri e finanza. Un’incursione ogni tanto come mi ha raccontato il ragazzetto che aveva trovato la roba per noi. Una decina di persone spariscono per un po’ di tempo: in galera. Li rimettono fuori quasi subito, perché sono gente come me. Gente che si arrangia per trovare le ventimila per una busta , e che, per ‘mantenersi’ ha bisogno di vendere a loro volta. Ai capi, ai pesci grossi, a quelli che hanno fatto del paese il deposito permanente dell’eroina destinata alle Puglie, alla Basilicata e un po’ alla Calabria (laggiù c’è Crotone, altro porto d’attracco della roba), nessuno ha mai pensato. “Non gli importa nulla di chi tira le fila del traffico? Non sono al corrente della vastità di questo traffico? Non sanno che a fare da ‘cavalli’ sono solo ragazzini di 18 anni o poco più? Non hanno mai pensato che un’eroina così pura, da restarci secchi per overdose senza troppe difficoltà, può addirittura essere raffinata nella zona? Persino un miserabile drogato come me fiuta del marcio in questa tranquilla malavita”. “Adesso – conclude il mio informatore – tutti staranno buoni e zitti per un po’. Poi a Fasano tutto ritornerà come prima, nella sua splendida e miserabile illegalità”.    
Carlo Rivolta muore a Roma, dopo una lunga agonia, nella notte tra il 16 e il 17 febbraio 1982. Sei giorni prima, durante una violenta crisi d’astinenza, aveva rotto la finestra di casa, in Via dei Prestinari, ed era volato in strada. Aveva 32 anni.
EROINA, IL ‘TOXIC PARK’ DI ZURIGO
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Tra gli Anni ’80 e ’90, per circa un decennio, la ricca e tranquilla Svizzera scoprì, al suo interno, l’orrore delle cosiddette ‘scene aperte’, aree pubbliche popolate da migliaia di morti viventi accomunati da un solo famelico demone: il buco di eroina. A pochi metri dalle banche e  dalle vetrine scintillanti della Bahnhofstrasse di Zurigo, la droga scorreva a fiumi. Platzspitz, Needlepark (il parco delle siringhe), Letten, il ponte del Kornhaus, erano i gironi infernali frequentati dai tossicomani di mezza Europa.
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Zurigo, fu per alcuni anni, soprattutto tra l’89 e il ’95, il lugubre palcoscenico  della dannazione. Una ribalta animata da 4mila drogati con la manica del giubbotto arrotolata sulle braccia viola piagate dalle continue iniezioni. Di fronte agli uffici dei banchieri e dei broker, un’umanità dolente in coda, a qualsiasi ora del giorno, impegnata nel febbrile rituale del buco: le candele posizionate su cassette di frutta rovesciate. Sulle fiamme i cucchiaini che ondeggiano in cui si sciolgono le dosi. Sequenze di uno scempio descritte, in quegli anni, dai rari cronisti che si addentrano nella bolgia. I passaggi delle siringhe, il buco, la breve tregua e la ricerca spasmodica della razione successiva. Qualcuno barcolla sfatto e seminudo, con l’ultima siringa conficcata nell’avambraccio. Centinaia di siringhe, lacci e fogli di stagnola, fradici di sangue, abbandonati sui marciapiedi. Istantanee di morte nel cuore  di Zurigo, la capitale della finanza.
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Il Platzspitz fu ribattezzato ‘il  ghetto’ dove i tossicomani ricevevano siringhe gratuite e assistenza in caso di overdose. Il buco non era legale, ma tollerato, per superare l’emergenza Aids ed affrontare il problema droga in un modo diverso da quello repressivo. I risultati si sono visti: il contagio da Aids scese del 20 per cento, i morti a meno di 40 all’anno. Tuttavia la “liberalizzazione assistita” ebbe anche un effetto negativo: le siringhe distribuite ogni giorno, da 2mila, arrivarono ad essere 12mila, mentre i frequentatori divennero, all’85 per cento, extracittadini. Così Platzspitz degenerò rapidamente in un cancro d’importazione, infestato da microcriminalità e violenza tra bande. Una fabbrica di morte.
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La Svizzera, adottando – primo paese al mondo – un programma  di somministrazione controllata dell’eroina, cancellò la vergogna. Il provvedimento sostanziale per spianare il cammino alla nuova politica fu la chiusura, il 14 febbraio del 1995, del “supermercato internazionale della droga” del Letten, che segnò la fine dei grandi ammassi all’aperto di tossicomani e spacciatori. A Berna, Basilea, e più tardi nella stessa Zurigo, vennero allestiti i primi «Fixerräume» (locali di iniezione) dove i tossicomani potevano iniettarsi le dosi in condizioni igieniche accettabili.
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Oggi – a vent’anni di distanza dalla stagione degli sgomberi e delle chiusure – Platzspitz è un tranquillo parco, un’oasi di verde nel cuore della città,  frequentato soprattutto da  famiglie con bambini piccoli. Anche il Letten – sulle rive della Limmat – ritrovo abituale per gli appassionati dello skateboard,  riscopre d’estate la sua vocazione balneare.
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I luoghi della perdizione e dell’abbruttimento, sono diventati, per una sorta di trapasso rovesciato, gli angoli dello sport e del benessere. Dove ieri si trascinavano ragazzi dai lineamenti stravolti, oggi si ostentano fisici palestrati e si sfoggia eleganza.
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Berlino, anni ’70. Nel quartiere dormitorio di Gropiusstadt i ragazzi imparano solo a rompere e a distruggere quello che c’è, quasi a richiamare l’attenzione su quello che manca. Christiane Vera Felscherinow ha 12 anni, un padre violento e una madre spesso fuori casa. Inizia a fumare hashish e a prendere Lsd, efedrina e mandrax. A 14 anni per la prima volta si buca di eroina e comincia a prostituirsi. E’ l’inizio di una discesa nel gorgo della droga da cui risalirà faticosamente dopo due anni, per poi ricadere altre volte ancora. La sua storia, raccontata ai due giornalisti del settimanale ‘Stern‘, Kai Hermann e Horst Rieck, diventa un caso  dirompente.
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Agli articoli seguono un libro e, nel 1980, un film diventato immediatamente un  classico del dolore e dell’orrore.  ‘Christiane F. Noi, i ragazzi dello zoo di Berlinodiretto da Uli Edel, ha l’effetto di un terremoto. Spettatori sotto choc. Malori nelle sale. Rigurgiti di insostenibile disagio di fronte alla narrazione della discesa agli inferi di una tossicomane – bambina. Il primo buco dopo un concerto di David Bowie (il cui cameo, assieme alla colonna sonora, sono elementi determinanti per il successo planetario del film), le crisi di astinenza, il tunnel della prostituzione, la disfatta di una generazione: quella nata nei primi anni ’60. L’opinione pubblica e la società del benessere, che per un decennio avevano trattato il problema eroina alla stregua di un reato, sono costrette ad aprire gli occhi. Pugni dentro la coscienza di ciascuno. L’equazione drogato = delinquente inizia a sfaldarsi.
Christiane F. Noi i ragazzi dello zoo di Berlino’, è un film iper-realista che ebbe la forza di scuotere alle fondamenta l’indifferenza. Molte delle comparse erano dei veri tossicodipendenti berlinesi. Gli altri interpreti furono selezionati nelle scuole o ingaggiati nelle strade. Per la loro minore età e per il fatto di essere coinvolti in scene crude e notturne, ebbero bisogno del consenso dei genitori. Solo l’esordiente Natja Brunckhorst, interprete ispirata della vera Christiane, intraprese la carriera di attrice.
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Definita ‘il più grande spot a favore del consumo di eroina’ l’opera di Uli Edel fu bersagliata da critiche feroci e condanne senza appello. Secondo i critici, ‘Christiane F.’ glorificò l’estetica dell’eroinomane, un’accusa che come vedremo, ricadrà, anni dopo, sul mondo del fashion.
Ricordo ancora le proiezioni dell’epoca. Un altro mondo, un’altra Italia. Il pienone di ragazzi e ragazze nelle sale. Molti di loro erano eroinomani. Altri, tanti altri, lo sarebbero diventati dopo la visione del film.
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Lo psichiatra Vittorino Andreoli, in un saggio del 2004, pubblicato nelle riedizioni BUR del libro, scrive:
Christiane F. è un documento storico, una fotografia realistica di un teatro di vita che dominava gli anni dal ’75 al ’79 non solo a Berlino, ma in tutta l’Europa ricca. L’Europa dell’eroina e dunque della droga che porta alla tossicodipendenza e alla crisi di astinenza che spinge a continuare in una meccanica diabolica che sa di fine. Christiane comperava ogni mattina la ‘Bild Zeitung’. Per vedere i morti di droga e a poco a poco ritrova tutti gli amici e pensa a quando anche lei occuperà due righe. Giunge fino al ‘buco ultimo’, sola, in un cesso vicino allo zoo di Berlino (Bahnhof Zoo), e si spara una dose mortale. Sopravvive, e per questa fatalità (la sopravvivenza) racconta la sua storia, forse per parlare anche di quella  di chi è morto e di cui non rimane traccia…Vengono in mente l’Inferno di Dante, le storie narrate da Pasolini in Ragazzi di vita”.
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Il libro svela le ingannevoli sirene che animano e minacciano l’adolescenza: la discoteca, le nuove compagnie, i vizi comuni, le esperienze ‘forti’. Le parole e i pensieri della ragazzina tedesca rappresentano il corredo psicologico comune a milioni di tredicenni che si affacciano alla vita. Un patrimonio emotivo in cui coesistono grande forza e pericolosa debolezza; incoscienza e stupore: una tempesta di pulsioni che condiziona gesti e rapporti.  ‘Christiane F.’, insomma,  è un documento che serve alla memoria e aiuta a comprendere le storie analoghe di oggi.
Così, Christiane racconta il suo primo impatto col ‘Sound’, il luogo mitico dello sballo, “la musica da orgasmo, i tizi un sacco stupendi”:
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Andammo al Sound. Quando fui dentro mi prese quasi un colpo. Non aveva niente a che fare con quello che mi ero immaginata. La “Discoteca più moderna d’Europa” era una cantina con un soffitto bassissimo. Era rumorosa e sporca. Sulla pista da ballo ognuno per sé andava al tempo di musica. Non c’era assolutamente nessun contatto tra le persone. C’era un tanfo tremendo. Ogni tanto un ventilatore rimescolava l’aria viziata“.
Ma per Christiane, quel luogo, all’apparenza sgradevole, rappresenta l’iniziazione.
A poco a poco mi abituai al Sound. Dovevo andarci da sola. Il venerdì pomeriggio andai in farmacia e mi comprai un pacco di efedrina per 2 marchi e 95. Si poteva comprare senza ricetta. Adesso non prendevo più solo due efedrine, ma quattro o cinque. Quel giorno scroccai un chilom. Andai alla stazione della metropolitana e stavo proprio sballata bene. Stavo sospesa semplicemente in questo bellissimo mondo d’estasi. Nella metropolitana trovai eccitante che ad ogni fermata salisse gente che si vedeva benissimo che andava al Sound. Perfetti come si presentavano: capelli lunghi e stivaletti con le suole alte dieci centimetri. Le mie star, le star del Sound. Non avevo più strizza ad andare da sola al Sound. Ero proprio sballata bene”.
Il giro del Sound e l’eroina
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“L’eroina entrò come una bomba. Anche nel nostro gruppo si parlava ora continuamente di eroina. In fondo erano tutti contrari. Avevamo abbastanza esempi di gente fatta a pezzi dall’ero. Ma poi uno dopo l’altro provavano il primo buco e i più ci rimanevano incastrati. L’eroina distrusse il gruppo. Quelli che già ci avevano provato entravano subito a far parte di tutt’altro giro. Avevo un orrore tremendo dell’ero. Quando si trattava di ero mi tornava improvvisamente in mente che avevo solo tredici anni. D’altra parte sentivo di nuovo ammirazione per i gruppi dove ci si bucava. Per me questi gruppi erano gruppi che stavano più avanti, i bucomani ci guardavano, noi fumati e impasticcati, con un disprezzo incredibile. L’hashish loro lo chiamavano la droga dei bambini. Mi deprimeva pensare che nel gruppo dei bucomani, nel giro vero, non sarei mai entrata, cioè che per me non c’era più modo di andare avanti, perché avevo un vero orrore di quella droga, che portava alla fine”.
Christiane e l’eroina. La prima sniffata
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“Il concerto di David Bowie, nella mia immaginazione di allora, rappresentava uno degli avvenimenti più importanti della mia vita. Il giorno del concerto mi incontrai con Pollo nella Hermannplatz. Lui era lungo lungo e magro magro. Che era così non me ne ero mai accorta. Glielo dissi. Mi disse che pesava solo 63 chili. Si era pesato da poco all’emoteca. Pollo si guadagnava una parte dei soldi che gli servivano per la roba facendo il donatore di sangue. Malgrado avesse l’aspetto di un cadavere e le sue braccia fossero crivellate dai buchi, e malgrado i bucomani abbiano assai spesso l’epatite, per le donazioni di sangue lo accettavano sempre…. Quindi come un lampo mi venne un pensiero: adesso che hai rimediato i soldi per la roba, per lo meno ti va di provarne un po’. Vedere se questa roba è davvero così buona, come sembra a guardare i bucomani che dopo una pera hanno un’aria così felice. Mi ero preparata sistematicamente ad essere matura per l’ero…. Io non sarò mai così dipendente. Mi so controllare benissimo. La provo una volta e poi chiudo“.
“Tirai immediatamente la polvere su per il naso. Tutto quello che sentii fu un gusto amaro, pungente. Dovetti reprimere un conato di vomito e poi risputai fuori una parte della roba. Ma poi l’effetto arrivò rapidissimo. Le membra mi si fecero pazzescamente pesanti, ma nello stesso tempo erano anche leggerissime. Ero terribilmente stanca e questa era una sensazione terribilmente eccitante. Tutta la merda era di colpo sparita. Mi sentivo bene come non mai. Era il 18 aprile 1976, un mese prima del mio quattordicesimo compleanno. Questa data non la dimenticherò mai”.
Christiane e l’eroina. Il primo buco
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“Lo volevo a tutti i costi. C’era un altro bucomane nella toilette che si era appena fatto una pera. Un tizio completamente distrutto, del tutto a pezzi. Gli chiesi se poteva prestarmi i suoi attrezzi. Lo fece. Ma a quel punto avevo un orrore folle di infilzarmi l’ago nella vena sull’avambraccio. Ci provavo, ma non ci riuscivo affatto, benché avessi visto farlo spesso agli altri…Dovetti chiedere aiuto a quel tizio rovinato. Lui capì subito che lo facevo per la prima volta. Disse che lo trovava una merda, ma poi prese la siringa. Siccome le mie vene non si vedono ebbe delle difficoltà a centrarne una. Dovette infilzare l’ago tre volte prima di aspirarne un po’ di sangue e sapere così che era in vena. Continuava a borbottare che lo trovava una merda e mi sparò dentro tutto il quartino. L’effetto arrivò davvero come una martellata. Ma un vero orgasmo me lo ero immaginato diversamente. Subito dopo ero completamente abbruttita. Non percepivo quasi più nulla e non pensavo a niente”.
HEROIN CHIC, IL MITO DI GIA CARANGI
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La relazione pericolosa tra il mondo  del fashion e la droga esplode all’inizio degli anni ’80, quando la modella americana Terry Broome, in preda alla cocaina, uccide nella ‘Milano da bere’ il playboy Francesco D’Alessio. Una vicenda dalle tinte forti che suona come una conferma. Tutti sanno da tempo che ero e coca scorrono nei backstage delle sfilate, ma nessuno nell’ambiente prende davvero le distanze. Agenzie, stilisti e uffici stampa non fanno nulla per allontanare i sospetti. La trasgressione e il culto dell’eccesso sono fattori di formidabile attrazione, cliché sinistramente glamour, appena scalfiti dai cori di condanna. Sulle passerelle domina lo stile ‘heroin chic’, lo stile da ‘eroinomane chic’, imposto dai creativi ed esaltato da indossatrici-fenicottero, sempre più magre e tormentate. Le confidenze sul ‘vizio’ si moltiplicano e finiscono per rafforzare l’immagine di un mondo scintillante e maledetto. Modelle schiave dell’eroina, fotografi morti di overdose, spacciatori fidati che si muovono tra le quinte, come fossero parrucchieri o truccatori. Polvere di stelle.
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Nel maggio del ’94 Andie Mac Dowell, ex modella e oggi diva di Hollywood, ammette di aver fatto abbondante uso di cocaina quando sfilava. “La usavo per non ingrassare e restare sempre bella. Ecco perché soffro a vedere quelle ragazzine emaciate sulle riviste e in passerella. Altro che dieta: si fanno di eroina”.
Nel ’96 Zoe Fleischauer, modella appena ventenne, racconta al prestigioso ‘Newsweek i tre anni da incubo passati a iniettarsi eroina a Milano, Parigi e New York: “Lavorare come modella è il nulla. Forse la droga colmava questo vuoto. Quando mi bucavo lo facevo sui piedi, per non rovinarmi le braccia. Nel nostro mondo  circola molta droga“.
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Siamo tutte drogate” confessa in quegli anni Kirsy Hegel, ragazza copertina newyorchese. “E’ una cosa che viene fatta alla luce del sole. Le indossatrici siedono al tavolo del trucco, dietro le quinte di una sfilata, e sniffano sino a saziarsi. A quasi tutte le maggiori sfilate girano spacciatori per soddisfare le nostre richieste“, racconta Kirsy. Ma è l’eroina, la droga che va per la maggiore: “Alcune di noi la prendono per raggiungere quell’aspetto emaciato e di magra sofferenza che tanto attira. La maggior parte sniffa, ma ci sono modelle che non hanno alcuna remora nel bucarsi”.
Il modello di riferimento per le più giovani è Gia Carangi, l’indossatrice italo-americana uccisa dall’Aids nel 1986 dopo anni di eroina. “Guardiamo Gia e pensiamo: era favolosa. E’ duro ammetterlo, ma anche la sua autodistruzione era sexy“.
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Tra il 1977  e il 1986, lo ‘Studio 54‘ è la mecca dello star system. Mark Fleischman, co-fondatore della discoteca più famosa del mondo, ha raccontato il dietro le quinte del locale nel libro di memorie ‘The Studio 54 Effect’. Un viaggio  tra sesso, droga ed eccessi. Fleischman rilevò il club nel 1981, con l’idea di intrattenere le più grandi star, da John Belushi a Andy Warhol, “a base di champagne e cocaina”. “Dal mio punto di vista, lo Studio 54 fu l’epicentro della cultura della droga a New York“. I vip entravano nel suo ufficio, dove c’era così tanta polvere bianca che aveva dovuto assumere un’assistente specializzata a tagliare strisce perfette: “C’erano così tante persone davanti la lunga scrivania, che dovevamo allineare fino a 40 botte di coca. Richiedeva molto tempo perché non potevamo fare dosi impari“.
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E’ in questo ambiente che gravita Gia Carangi, musa di grandi fotografi come Richard Avedon e Francesco Scavullo. Origini italiane, modella tra le più richieste degli anni ’80, bruna e magnetica, orgogliosamente lesbica. In Gia convivono i tratti che connotano molti ventenni di quel tempo.
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Anime fragili, che dopo aver assorbito le scorie del decennio precedente (lo sballo, le collezioni disordinate di esperienze, le inclinazioni ribelli, la cupa violenza)   vengono inghiottite dalle luci accecanti dell’edonismo sfrenato, ‘religione’ imperante dei nuovi anni.  I ragazzi dell’epoca sono costretti a vivere due passaggi: l’uscita, sempre critica, dall’adolescenza e l’ingresso in un decennio votato al culto dell’estetica, al primato dell’apparire sull’essere, dell’artificioso sul complesso. Gli orpelli ideologici entrano in crisi. Un intero sistema di valori e convinzioni viene ribaltato. Effetti di una rivoluzione profonda che in molti ventenni genera disadattamento e disagio. L’eroina, intanto, è sempre lì…pronta ad accogliere e a distruggere.
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Osannata dalle più importanti riviste, da ‘Vogue a ‘Cosmopolitan, ricercata da tutti i più grandi fotografi, Gia Carangi cresce ad ogni flash e con lei anche la sua dipendenza dall’eroina, una prigione che non la lascerà mai libera. Il mondo era il suo palcoscenico e la sua vita un grande ottovolante: feste, droga e sesso. Amava le donne e senza pudore le corteggiava. Fan di David Bowie, viveva senza regole rompendo gli schemi e distinguendosi. Il suo modo di posare era un mix travolgente di naturalezza e istinto, che conquistò i guru dell’immagine e del marketing. Con Gia nasce e si afferma l’heroin chic’, lo stile incarnato e sublimato, anni dopo, da Kate Moss. L’accostamento al vizio non danneggia; anzi, come insegna la vicenda della stessa Kate (immortalata nel 2005 mentre sniffa cocaina), moltiplica gli introiti.
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Ma Gia Carangi, la splendida Gia,  va oltre, si abbandona all’eroina. Provata dagli abusi e dagli eccessi, non riesce più a lavorare, si addormenta davanti agli obiettivi, ha continui scatti di rabbia, mentre le sue braccia e il volto portano i primi segni della dannazione. Le attenzioni si affievoliscono, l’ambiente la isola. Una nuova generazione di ragazze è già pronta sul trampolino di lancio. Si chiamano Claudia Schiffer, Cindy Crawford, Naomi Campbell, Kate Moss, Linda Evangelista. Saranno le prime ‘top model’, le regine delle sfilate, le star più pagate di sempre. Gia Carangi, intanto, precipita sempre di più nell’abisso.  Minata dall’Aids verrà trasferita in ospedale, seguita dalla madre che la proteggerà da tutto e da tutti preservando il suo ricordo. Gia Carangi, la tormentata mannequin che ha spalancato le porte a tutte coloro che sono venute dopo,  morirà a soli 26 anni,  il 18 novembre del 1986.
ANNI ’70, L’AFFRESCO
Un mirabile scritto di Alessandro Schwed (tratto da ‘IL SECOLO XIX’ del 6 marzo 2007) restituisce atmosfere, linguaggi, simboli e scenari di quegli anni inquieti:
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“A me il ’77 cominciò nel ’76. A luglio mi trovavo all’isola di Mykonos – barcuzza di roccia sull’Egeo, con sopra una ciurma di mercanti del Peloponneso col Rolex finto; poi giocatori di scacchi; omosessuali di tutto il mondo, e hippies in arrivo dall’India che  prendevano il respiro prima di tornare a casa, ognuno a fare il bagno e mangiare pesce fritto con un bicchiere di Renzina, un mondo marinaro a poche dracme.
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Io ero arrivato con un mio amico, un ex cultore di Gramsci  sulla via di Kerouac, lui aveva proseguito per la Turchia. Gli dissi: “Dove vai ?” Mi rispose: “Adesso vedo“. Io dovevo essere ospite di una ‘pasionaria’ italiana che diceva di amarmi, ma le era passata e stetti dall’altra parte dell’isola, sulla riva dei pescatori, col sacco a pelo sotto a un albero.
Questa Qui era una specie di ex attrice, protagonista della cultura liberata, l’avevo conosciuta a Firenze tra le elezioni di giugno e la scomparsa subitanea della sinistra extraparlamentare. In quei giorni giravo contento sulla moto senza preoccuparmi della deriva sociale annunciata dal ‘Manifesto‘. Perciò ero fermo davanti alla Facoltà di Lettere e mi pavoneggiavo sul mio Aermacchi 350 rosso, quando passa Questa Qui, con uno di Architettura. Questa Qui aveva i capelli corti, camicia e pantaloni verdi come un ‘barbudocubano.  Mi sorrise chiudendo gli occhi. Non so se dissi qualcosa, in ogni caso lei salì in sella, e mi strinse. Era pacata come un assolo di batteria. Misi in moto.
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Dopo poco, l’oca guerrigliera parte per le Cicladi e mi arriva un telegramma che la devo raggiungere, c’è una luna enorme, stop, bacissimi. Sarebbe bastato bacissimi per diffidare. Quando dopo tre giorni arrivo a Mykonos, lei sta con un chitarrista da tre giorni. La trovo all’ora di cena davanti a casa, sotto un colonnato dorico come si vedono nel Mediterraneo.  Lei su un divano di paglia, in piedi un ragazzo zigano, bello, che suona la chitarra acustica come un lampo con le dita. Questa Qui fa: “Ti presento…”, lui nel frattempo suonava come se la chitarra avesse i brividi. Poi, senza una parola, andarono via a piedi nudi per campi e pietre. Si tenevano per mano.
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Decisi di andarmene all’alba…Ci fu un’altra ragazza, così come dopo le tre del pomeriggio vengono le quattro. La chiamarono a Roma per un lavoro: andai via anch’io senza pensare alla tesi in musicologia…pensavo alla solita libertà… A marzo, un giorno, facevo un giro col mio cane giallo, Vaniglia. L’aria era cupa. A Largo Argentina, in mezzo alla folla sui marciapiedi passavano persone con la pistola infilata nei pantaloni e la maglietta a righe come per un molto segreto riconoscimento. Ci fu qualcosa, non ricordo, un’esplosione, o spari, e grida. La gente scappava.
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Presi il cucciolo giallo in braccio, mi pare che mi venisse da piangere. La gente continuava a scappare. Fui al Ponte Garibaldi, si vedeva la sinagoga; sotto c’era un’isola bellissima a forma di nave, e si sentiva sparare. Sul ponte dei ragazzi facevano una barricata. Altri stavano con le facce pallide e dicevano no, no. In terra c’era una ragazza. Era Giorgiana Masi. Morta.
The End
di Fabio TiraboschiGenoa News Chronicle / Io, reporter

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