24 febbraio 2017

Mercanti di uomini – Loretta Napoleoni



È un business sofisticato quello che ogni giorno fa approdare migliaia di rifugiati sulle nostre coste. Chi lo controlla? Una nuova categoria di criminali, nata dalle disastrose risposte occidentali alla tragedia dell’11 settembre e dal collasso economico e politico di molti Stati-chiave in Africa e Medioriente. Tutto è cominciato con il traffico di cocaina, trasportata dalla Colombia in Europa lungo le rotte transahariane. Le stesse rotte sono servite per far perdere le tracce di decine di ostaggi occidentali, rapiti per finanziare gruppi terroristici e bande criminali, dopo la destabilizzazione della Siria e dell’Iraq e l’ascesa dell’Isis.

Oggi su quelle piste viaggia un’altra merce: esseri umani, a milioni, in fuga da guerre e povertà verso un Occidente che credono più accogliente e più ricco di quanto non sia. Un commercio che costa migliaia di vite, e che vale miliardi.

In una ricostruzione che si avvale di interviste esclusive a negoziatori, membri dei servizi segreti, esperti del contrasto al terrorismo e alla pirateria, ex ostaggi e molti altri, Loretta Napoleoni ci porta nel mondo complesso dei mercanti di uomini, spiegando come le vite umane vengono “valutate” in termini economici e come alcune scellerate politiche occidentali alimentino tanto il mercato dei riscatti quanto il traffico dei clandestini.

Proprio il circolo vizioso tra economia ufficiale ed “economia canaglia”, che rischia di portare l’Europa alla rovina ma che arricchisce molti, sta producendo uno tsunami di migranti e un’escalation di incertezza che lascia spazio ai populismi, a fenomeni come la Brexit o l’ascesa di Trump negli Usa. L’Occidente riuscirà a sopravvivere al rovinoso fallimento della globalizzazione?

Il racconto di Loretta Napoleoni, nella video-intervista di Claudio Messora in cima a questo post, e nel libro “Mercanti di uomini“, che si può leggere qui:



Loretta Napoleoni è già stata ospite altre volte del blog. Per esempio qui: “Democrazia vendesi!”

Fonte: byoblu - Da Claudio Messora -

CHE SIATE NAZIONALISTI ECONOMICI, POPULISTI, CONSERVATORI, LIBERTARI, VOGLIAMO POTER CONTARE SU DI VOI (STEPHEN BANNON)


Stephen K. Bannon, capo della strategia della Casa Bianca ed esponente della "Destra alternativa" statunitense ("Alt-Right"), ritenuto il vero ispiratore di molte posizioni espresse dal presidente Usa Donald Trump, ha vissuto il suo vero debutto pubblico ieri, sul palco della Conservative Political Action Conference, la piu' importante rassegna annuale del conservatorismo statunitense.

A sole cinque settimane dall'insediamento della nuova amministrazione presidenziale, la reputazione di Bannon ha assunto proporzioni quasi mitiche, sottolinea polemicamente il New York Times, anche per effetto dei media, che lo ritengono una sorta di "eminenza grigia" all'interno della Casa Bianca.

Rivolgendosi ai conservatori, l'ex ad del sito d'informazione di destra "Breitbart" ha voluto lanciare un messaggio rassicurante e un richiamo all'unita'. L'elettorato conservatore, ha detto Bannon, non deve credere alla menzogne del "circolo mediatico globalista e corporativista", che "piangeva e si disperava" la notte delle elezioni e che "continua ad aver completamente torto" in merito all'operato dell'amministrazione in carica.

Bannon ha ribadito quanto affermato da Trump nel corso di una recente conferenza stampa: alla Casa Bianca tutto procede secondo i piani, e "lo smantellamento dello Stato amministrativo" e' appena all'inizio. Le parole di Bannon rievocano le promesse elettorali di Trump di "drenare la palude" di Washington, ridimensionando gli ambiti di intervento dello Stato nella vita dei cittadini, riducendo lo strapotere degli interessi particolari e dei gruppi di pressione e combattendo l'autoreferenzialita' della classe burocratica. Deformazione che affligge anche altre caste, al di qua dell'Atlantico, come quella di Bruxelles della Ue.

Bannon ha fatto leva su concetti forti: "Che siate populisti, che siate conservatori che sostengono la teoria dello Stato minimo, che siate libertari o nazionalisti economici, vogliamo poter contare sul vostro sostegno", ha dichiarato il Capo della strategia all'uditorio del Cpac. Al suo fianco, sul palco, uno dei volti dell'amministrazione Trump forse piu' distanti dal conservatorismo populista incarnato dal braccio destro del presidente: Rence Priebus, capo dello staff presidenziale, che nelle ultime settimane alcune indiscrezioni davano prossimo all'allontanamento dalla Casa Bianca.

I due hanno preferito scherzare in merito alle loro divergenze di opinioni, smentendole. "A volte ho la tendenza a scaldarmi un po'", ha detto Bannon, elogiando Priebus per la sua moderazione.

Sotto la superficie, pero', le diverse anime del Conservatorismo Usa che erano distanti da Trump, ora invece si aspettano risultati tanto quanto i populisti che sono certi che Trump sapra' davvero tener testa ai "poteri forti" di Washington e concretizzare il cambiamento loro promesso.

Superati finalmente i tempi nei quali l'establishment repubblicano era pronto ad approfittare di ogni passo falso di Trump per rigettarlo come un corpo estraneo. Questo fatto ovviamente non è accettato dal New York Times, che cerca ad ogni costo la rissa, scrivendo che sono passati solo pochi anni da quando gli organizzatori del Cpac negarono a Trump un invito all'evento, accusandolo di voler solamente promuovere la propria immagine, e quanto a Bannon, "l'establisment repubblicano lo ha bandito da questa riunione a lungo, proprio in quanto rappresentante di quella Destra alternativa che ora vede in Trump il proprio campione, tanto che lo stesso Bannon, in passato, aveva inaugurato una conferenza annuale alternativa presso un albergo vicino, battezzata "I non invitati". 

Già, caro New York Times. I tempi sono cambiati. La Destra alternativa ha vinto le elezioni, Trump è presidente e il partito Repubblicano grazie a lui ha vinto in entrambi i rami del Parlamento. Peggio di così, per il giornale dei democratici, non poteva andare.

Redazione Milano

FINITO IL PROCESSO A VERDINI (PIU' ALTRI 45 IMPUTATI) CON LE RICHIESTE DI CONDANNA: PER ''L'AMICO DI RENZI'' 11 ANNI



Quarantacinque imputati, di cui 43 persone e 2 societa', 70 udienze e oltre 3.600 pagine processuali di impianto accusatorio. Sono alcuni dei numeri del processo per il crac dell'ex Credito cooperativo fiorentino, la banca che Denis Verdini ha guidato dal 1990 al 2010, fallita nel 2012.

Il senatore di Ala, gruppo i cui senatori reggono da almeno due anni la maggioranza che ha consentito a Renzi di rimenere a Palazzo Chigi e ora a Gentiloni che fare altrettanto, come quasi tutti gli altri accusati, devono rispondere di associazione a delinquere, bancarotta fraudolenta, appropriazione indebita, truffa e irregolarita' rispetto alle normative bancarie.

Tra gli imputati anche il collega di partito Massimo Parisi e i costruttori Riccardo Fusi e Roberto Bartolomei verso le cui societa' la banca si sarebbe, secondo l'accusa, eccessivamente esposta. Imputati anche membri dei cda della banca e sindaci revisori.

Udienza dopo udienza la pm Giuseppina Mione, che ha coordinato l'inchiesta dei Carabinieri del Ros con il procuratore aggiunto Luca Turco, ha disegnato la rete di rapporti esistente tra il Credito cooperativo fiorentino e i due imprenditori Riccardo Fusi e Roberto Bartolomei, soci della holding Hbf che controllava decine di societa', fra cui l'impresa di costruzioni Btp, la catena di alberghi Una, la Immobiliare Ferrucci, 'scrigno' del comparto immobiliare del gruppo.

Secondo l'accusa, la banca avrebbe erogato decine di finanziamenti a societa' riconducibili a interessi di Riccardo Fusi (gia' condannato per l'inchiesta sulla 'cricca' degli appalti, capitolo Scuola Marescialli di Firenze), Roberto Bartolomei e altri imputati su contratti preliminari basati su operazioni fittizie o comunque viziati da irregolarita' di vario tipo. Un sistema che nel tempo avrebbe favorito una galassia di societa' - alcune fallite - contribuendo a svuotare il patrimonio del centenario istituto di credito.

Nel processo i pubblici ministeri hanno evidenziato anche carenze nei controlli della governance della banca, con mancate verifiche di operazioni quanto meno incaute o comunque estranee alla prassi del sistema creditizio.

Al crac sarebbe stato collegato pure il complesso meccanismo ideato per accedere senza averne diritto - sulla base di una sorta di fatturazione circolare tra le varie societa' per prestazioni e servizi - ai contributi per l'editoria di alcune testate locali. In questo filone processuale entra infatti la vicenda della bancarotta della Ste (Societa' Toscana Edizioni), che editava 'Il Giornale della Toscana', pubblicato dal 1998 al 2014 in abbinamento con 'Il Giornale', della societa' Sette Mari e di altre societa' 'service' collegate tra loro nella 'galassia' editoriale e mediatica promossa a Firenze dallo stesso Verdini. 

Imputati, oltre a Denis Verdini, come già detto anche alcuni suoi fedelissimi tra cui il parlamentare e collega di partito, Massimo Parisi. Verdini avrebbe percepito, tramite cooperative che la procura di Firenze ritiene fittizie, contributi del Fondo per l'Editoria, istituito presso la presidenza del Consiglio dei Ministri, oltre venti milioni di euro.

I guai dell'ex Credito cooperativo fiorentino iniziarono nel 2010, con una prima ispezione della Banca d'Italia. La situazione economica dell'istituto era traballante: dopo due anni di amministrazione straordinaria, nel 2012 il tribunale di Firenze ne sentenzio' il fallimento. Ma mentre l'attivita', a garanzia dei risparmiatori, venne rilevata da Chianti Banca, i pm Luca Turco e Giuseppina Mione aprirono un'inchiesta.

Secondo i pm, Verdini avrebbe usato la banca come un 'bancomat' personale. Le indagini a questo punto si allargarono anche all'altra attivita' di Verdini: il quotidiano 'Il giornale della Toscana', dorso regionale de 'Il Giornale', e i settimanali locali Metropoli.

A editare questi giornali erano delle cooperative (la Societa' Toscana Edizioni srl e la Sette Mari scarl) che, sempre secondo le accuse, sarebbero servite a drenare i fondi pubblici. Piu' di 4 milioni all'anno di contributi vennero ad esse erogati dal Fondo per l'editoria, tra il 2005 e il 2009. Il 15 luglio del 2014, il gup Fabio Frangini dispose il rinvio a giudizio di tutti gli imputati.

I pubblici ministeri hanno chiesto pene pesanti. Per Verdini, i pm Mione e Turco, hanno chiesto undici anni di condanna. Nove anni richiesti per gli imprenditori Riccardo Fusi e Roberto Bartolomei. Sei anni chiesti per l'ex direttore del Credito cooperativo fiorentino, Piero Italo Biagini. Sei anni chiesti anche per il parlamentare Massimo Parisi, imputato nel filone che riguarda i finanziamenti ricevuti dai giornali di cui era l'amministratore.

Cospicui, infine, anche i risarcimenti chiesti dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri e dal Monte dei Paschi di Siena. Lo Stato "rivuole" circa 42 milioni per i contributi erogati, comprensivi di interessi. La Banca senese chiede 48 milioni agli imprenditori Fusi e Bartolomei che beneficiarono di prestiti da un pool di istituti per la ristrutturazione dei debiti delle loro aziende.

Verdini ha partecipato a molte udienze e proprio nella giornata in cui e' stata chiesta la sua condanna e' stato protagonista di un diverbio con i magistrati. Dopo essere stato ripreso dal presidente della giuria, Mario Profeta, il senatore di Ala ha preso la parola in aula e ha chiesto pubblicamente scusa. 

I giudici del tribunale, Profeta, Bonelli e Scinicariello, sono entrati in camera di consiglio. La sentenza, e' stato comunque comunicato dalla Corte a chiusura dell'udienza, non dovrebbe arrivare prima di martedi' prossimo. Per la camera di consiglio, i giudici hanno scelto l'aula bunker, un complesso completamente distaccato dal palazzo di giustizia di Firenze. 

Redazione Milano


Una fetida e costosa dark room di Stato Il caso Unar svela la perversione dei circoli gay


DI ANDREA ZAMBRANO

Lo Stato italiano sta pagando un’enorme dark room, dal Piemonte alla Sicilia passando per Roma e Milano, in cui il proibito del sesso gay diventa realtà, persino la prostituzione, lo scambismo e la promiscuità più sfrenata. Lo scoop delle Iene, che ha portato alla luce lo spettro della prostituzione gay e l’esistenza di circoli only gay affiliati ad un’associazione beneficiata da oltre 55mila euro dell’Unar, l’ufficio anti discriminazioni della Presidenza del Consiglio, ha mostrato una scomoda verità: con la scusa della battaglia contro la discriminazione degli omosessuali, per la quale l’Unar ha emesso un bando, si fanno vivere quei privé mascherati da circolo culturale per non pagare le tasse.

Ma il problema non è meramente economico. Ieri la vicenda andata in onda con tanto di telecamera nascosta sulle reti Mediaset ha coinvolto la politica, e non poteva essere altrimenti. Con il senatore di Idea Carlo Giovanardi che ha tuonato contro l’Unar pretendendo dal Governo spiegazioni su come i soldi dei contribuenti vengono elargiti a tutte quelle associazioni che con la scusa dell’antidiscriminazione verso i gay, in realtà si occupano di ben altro. Fratelli d’Italia con Giorgia Meloni ha chiesto addirittura la chiusura dell’ufficio governativo, nato per combattere le discriminazioni razziali ma che negli anni ha preso via via una precisa connotazione omosessualista e gender oriented con la scusa della promozione culturale. M5S, Forza Italia e altri partiti hanno protestato. Ma anche i movimenti pro family di Gandolifni e pro life come Pro Vita. Così la Boschi ha sospeso in autotutela il finanziamento e Spano si è dimesso. Ma la vicenda, è chiaro, non può finire qui.

Secondo Giovanardi è il Sottosegretario Maria Elena Boschi a doversi presentare in Aula per spiegare come sia possibile che la Presidenza del Consiglio tramite l’Unar finanzi Circoli dove si “pratica la prostituzione e ogni tipo di aberrazioni sessuali” chiedendo “nel frattempo di bloccare i finanziamenti pubblici se non ancora erogati”. Il riferimento è ai 55mila euro ottenuti a novembre da un’associazione di area, la Anddos, Associazione Nazionale contro le discriminazioni di orientamento sessuale. Anche perché l’Unar per legge dovrebbe occuparsi soltanto di discriminazioni razziali ed etniche, ma nel tempo ha iniziato anche a seguire il filone omo. E Anddos è beneficiaria di quei soldi erogati dall’Unar sulla base di specifici progetti presentati con la scusa dell’antidiscriminazione. Il servizio delle Iene invece mostra che in uno dei circoli affiliati alla Anddos si pratica la prostituzione gay. Ma andiamo con ordine.

Si tratta di un bando di oltre 900mila euro dell’Unar diviso per categorie. La prima si riferisce a progetti nel campo dell’accoglienza ai migranti per la prevenzione delle discriminazioni etnico-razziali, la seconda a progetti riservati ai rom e ad altre minoranze. Ma è con il terzo settore, quello classificato come C che l’Unar si apre al finanziamento a quelle realtà che promuovono l’omosessualismo in chiave di affermazione dei diritti Lgbt. All’Arcigay di Roma vanno 20.000 euro, alla lista Lesbiche Italiane 13.000 Euro, l’Arcigay nazionale 74.430, l’Lgbt Mit 75.000, il Cirses, finanziato pure dalla Regione Lazio, con altri 75.000, tutte associazioni collegate al mondo Lgbt. E nell’elenco compare anche la Anddos beneficiaria di 55mila euro. Con quale progetto? Questo sarà l’interpellanza apposita a chiarirlo con una richiesta di acceso agli atti.

Intanto si chiarisce qual è il nesso tra la Anddos e le dark room del sesso gay. Di fatto la Anddos funziona come “collettore”, affiliando tutti quei locali per gay che hanno tutti una caratteristica comune: sono circoli culturali e vengono presentati spesso come saune. Sul portale di Anddos alla voce circoli si vede in primo piano due uomini nudi in sauna e la scritta accattivante e per nulla ambigua: “I circoli Anddos sono luoghi sicuri, pensati per il tuo benessere, dove potrai condividere esperienze, trovare accoglienza, manifestare appieno la tua sessualità ed essere pienamente te stesso“. Che cosa ci sia di culturale in una “dark sauna” è presto detto. Manifestare appieno la sessualità è frase abbastanza esplicita per un sito del genere. Ci manca solo il cartello: “qui, sesso gay!”.

Nel portale della Anddos compaiono, divisi per regione tutti i circoli del proibito. I quali in questo modo svolgono un’attività ludico-commerciale con la scusa dell’attività culturale. Per pagare meno tasse, certo. Ma anche perché, come detto dall’anonimo intervistato dalle Iene “qui le donne non entrano e neanche la Polizia e l’unica cultura e quella che si fa col cul…”. Bisogna soltanto associarsi, cioè iscriversi all’Anddos, che è dunque l’unico lasciapassare per entrare nel club del proibito gay. Tutti circoli, presentati con nomi altisonanti e accattivanti, hanno l’obbligo di essere associati ad Anddos e così anche i loro fruitori. Insomma: gay e soprattutto iscritti ad Anddos. Ed è in uno di questi circoli sparsi in tutt’Italia che la Iena Filippo Roma è entrata constatando come al suo interno l’unica attività culturale sia quella del sesso, promiscuo o a pagamento. Pizzicando qua e là, dalla Liguria alla Campania infatti tutti i circoli vengono presentati in questi modi:


Iscriviti al nostro circolo per divertirti, rilassarti, conoscere altri ragazzi, in un luogo sicuro e privo di discriminazione di ogni genere. Il nostro circolo offre 800 mq di locale ricavato da una vecchia fabbrica situata nel semi interrato al centro della città, offre un ambiente molto soft illuminato con candele e luci soffuse che avvolgono chi la frequenta in un’atmosfera calda e accogliente. Ambienti con musica diffusa curata e scelta in modo minuzioso da un cultore del settore. 400 mq di labirinto molto curioso e una serie di cabine e dark sparse per la struttura, due sling room e… . L’ingresso è riservato ai soci Anddos.

A che cosa servono i labirinti? Che cosa siano invece le dark, è presto detto. Trattasi di stanze buie dove all’insegna della promiscuità più perversa ci si incontra, si fa sesso e neanche ci si saluta. Mentre per quanto riguarda le sling room, rimandiamo alla prudenza del lettore dopo una semplice ricerca su Google. Così come, rivolgersi a internet, (qui siamo in un circolo del sud Italia) il “mega lettone glory hall”, dove la pratica, oscena, è spesso frequentata. In sostanza: non è la Anddos che pratica la prostituzione, come si potrebbe pensare, ma la Anddos è l’etichetta sotto la quale si celano centinaia di piccoli club privati, che fanno business col sesso gay. Nel frattempo, mentre la Anddos “garantisce” ai club il timbro della antidiscriminazione, l’associazione presenta la sua faccia istituzionale come benemerita per la causa omo. Si tratta di un’associazione giovane, nata nel 2012 nata da una costola dell’Arcigay che con Arcigay è affiliata e collabora, ma che ha al suo attivo già una 70ina di circoli sparsi per l’Italia. In pratica chi ha la tessera di Anddoss può entrare nei circoli Arcigay e viceversa.

Ma Andoss è anche molto attiva sul fronte istituzionale e politico. Ne è prova la vicinanza tra la stessa Anddos e il direttore dell’Unar, quel Francesco Spano che nel servizio con le Iene nega di essere iscritto all’associazione beneficiata dal suo stesso ente, ma che alla domanda, se la svigna senza dare ulteriori spiegazioni. Ieri, dopo la messa in onda del servizio Spano non ha replicato, si è solo dimesso, ma se non si ha ancora la certezza che il funzionario non sia iscritto, di sicuro conosce questa realtà. Lo dimostra la foto scovata da Mario Adinolfi del Popolo della Famiglia, che per primo l’anno scorso aveva denunciato l’esistenza di dark room mascherate da centri massaggi. L’immagine raffigura lo stesso Spano con il presidente della Anddos nel corso dell’inaugurazione della nuova sede dell’associazione la scorsa primavera. Spano, si legge nell’articolo, aveva visitato i locali nella sua veste di direttore dell’Unar.

Ma i sospetti sull’ormai ex direttore non si fermano qui. Giovanardi ha chiesto al Governo con quali criteri sia stato scelto Spano alla guida dell’Ufficio. Anche perché non è dipendente pubblico, ma esterno alla Presidenza del Consiglio. Per quali credenziali Spano è stato scelto? Se lo chiedono in molti ora anche a giudicare dal suo curriculum. Avvocato presso il foro di Grosseto, Spano ha collezionato numerosi incarichi in ambito universitario come docente di Master alla Sapienza di Roma, responsabile del Dipartimento per le politiche per il dialogo interculturale, consulente dell’agenzia dell’Onu Unicri e coordinatore della consulta giovanile nazionale per il pluralismo religioso e culturale.

Ma è nell’ambito religioso che ha collezionato il maggior numero di incarichi: oltre ad essere stato direttore del centro culturale della sua Diocesi di Pitigliano e Orbetello, Spano si è occupato di corsi di liturgia e pastorale del matrimonio, di diritto ecclesiastico, di pastorale liturgica e libertà religiosa. Dal curriculum sembra provenire dal mondo cattolico. Eppure da direttore dell’Unar sostiene le tesi dell’omosessualismo. “Sembra di rivedere in fotocopia – è lo stesso sospetto di Giovanardi – la vicenda di Benedetto Zacchiroli chiamato recentemente a ricoprire l’incarico di responsabile dei rapporti con il mondo cattolico, notoriamente militante del circolo Gay il Cassero di Bologna” e che in una intervista a l’Espresso si è definito teologo gay.

Insomma: soldi, incarichi, prebende, diffusione di ideologie mascherate da diritti. Ce n’è abbastanza per una storiaccia tipica all’italiana. Senza dimenticare il ruolo svolto dall’Unar che sta acquisendo sempre più potere nella diffusione della gender theory e dell’omosessualismo, ma che in realtà, come ampiamente dimostrato dallo stesso Giovanardi e da Eugenia Roccella non avrebbe nessun titolo per occuparsi di diritti gay e cultura Lgbt. Se è un regolamento di conti all’interno del mondo gay o l’inizio di uno scandalo sarà il tempo a dirlo. Quel che è certo è che il Governo quest’anno ha dato almeno 400mila euro di finanziamento a realtà che, almeno nel caso di Anddos, mostrano tutta la loro ambiguità e nel caso di lista Lesbiche Italiane, che di soldi ne ha ricevuti 13mila, tra le altre cose si occupa anche di cruising, cioè fare agenzia di incontri tra le Saffo che frequentano il portale. Anche questa sarà cultura?


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21 febbraio 2017

LA STAMPA FRANCESE SCHIANTA IL JOBS ACT DI RENZI: ''HA INTRODOTTO I CONTRATTI-STAGE PER I GIOVANI, LI USANO GLI OVER 45''



PARIGI - Se in Italia trovare lavoro fisso e' molto difficile, non e' cosi' per i contratti da stagista il cui numero e' letteralmente esploso: e' questo l'aspetto degli ultimi dati sul mercato del lavoro italiano diffusi dal ministero del Lavoro che il quotidiano economico francese Les Echos sottolinea in una analisi del suo corrispondente da Roma, Olivier Tosseri, che da' il titolo alla rubrica di prima pagina "Succede in Europa".

"I nuovi contratti di stagisti nel 2016 sono stati 143 mila contro i 114 mila del 2015 e gli appena 63 mila nel 2012: un aumento del 116 per cento. I dati del ministero del Lavoro offrono una fotografia interessante per non dire preoccupante, del mercato del lavoro italiano, - scrive Les Echos - o piuttosto della sua assenza".

"Il 44 per cento degli stagisti hanno dai 15 ai 34 anni, un'eta' in cui le persone dovrebbero gia' avere un impiego stabile; i minori di 24 anni, che sono i primi destinatari di questo istituto contrattuale introdotto dalla riforma renziana detta Jobs Act, sono solo il 41,2 per cento del totale. Ma la vera sorpresa risiede nel fatto che ben il 14,4 per cento degli stagisti ha piu' di 45 anni, una vera assurdità"

"Per Maurizio del Conte, presidente dell'Associazione Nazionale del Lavoro (Anpal) - sentito da Les Echos -quest'ultimo dato dimostra che lo stage, invece di essere il primo contatto dei giovani con il mondo del lavoro, si e' sostituito alle vere forme contrattuali".

Ed è una vera distorsione del mercato del lavoro in Italia avvenuta per colpa di una riforma lacunosa e dilettantesca, che non ha preso in considerazione l'utilizzo distorto di questo genere di "rapporto" col mondo dell'impresa. O forse, sì, che sarebbe perfino peggio. 

"Lo stagista tipo non e' quindi lo studente alla ricerca di una prima esperienza professionale - sottolinea l'articolo di Les Echos - ma il disoccupato che attraverso lo stage tenta di trovare un posto di lavoro".

"Il presidente dell'Anpal tuttavia - precisa Olivier Tosseri, autore dell'analisi - non vuole demonizzare una realta' che permette a molti di entrare comunque nel mercato del lavoro. Invece di irrigidire le regole di accesso al sistema degli stage suggerisce semmai di rendere piu' rigorosi i controlli per evitare ad esempio abusi come il cumulo dei contratti di stage o la loro riproposizione anno dopo anno che per il lavoratore non portano mai ad un vero contratto, come spesso accade".

"L'Italia - conclude il giornalista francese Olivier Tosseri - detiene il triste primato europeo dei Neet (Not in Education, Employment or Training): ben il 26 per cento dei suoi giovani dai 15 ai 29 anni, cioe' oltre 2 milioni, hanno ormai rinunciato a proseguire gli studi ed a cercarsi un lavoro o persino semplicemente uno stage". La riforma voluta a tutti i costi da Renzi presidente del Consiglio non ha neppure sfiorato l'enorme problema della disoccupazione giovanile in Italia che anzi, è aumentata. Soprattutto la giovanile, quindi, proprio quella che avrebbe dovuto "beneficiare" dei contratti-stage introdotti dal Jobs Act.

Redazione Milano.

MOODY'S: ''L'USCITA DELL'ITALIA DALL'EURO NON LA PORTEREBBE AL DEFUALT'' (DEUTSCHE BANK: EURO, ITALIA RISCHIO PRINCIPALE)



BERLINO - "L'Italia e' il 'rischio principale' della stabilita' dell'euro". Lo scrive il senior economist di Deutsche Bank Marco Stringa in un report, secondo quanto riporta l'agenzia internazionale Bloomberg, notizia passata "inosservata" dalla stampa italiana, come se fosse un fatto da nulla che Deutsche Bank accusi l'Italia di essere la principale minaccia alla tenuta dell'euro.

"La possibile divisione del Pd va monitorata con attenzione - prosegue l'economista di Deutsche Bank - poiche' una spaccatura del partito avvantaggerebbe gli euroscettici. Inoltre il mercato potrebbe interpretare una scissione del Pd negativamente, facendo aumentare lo spread. Secondo l'analisi, la possibilita' di uno sviluppo negativo in Italia nel breve e medio termine e' maggiore di quello di una vittoria del Front National di Marine Le Pen alle presidenziali francesi. Comunque, anche se dovesse vincere la Le Pen, e' difficile immaginare un risultato che non porti ad un contagio in Italia".

E oltre alla Deutsche bank, anche le grandi agenzie di rating puntano i fari sul possibile "Italexit", che però, nel caso di Moody's non porterebbe per forza il Paese al default.

La settimana scorsa l'agenzia di rating Moody's ha pubblicato un report dal titolo "Governo italiano: il rischio di uscita dall'euro rimane molto basso, ma le dinamiche politiche non sono prevedibili". Moody's ritiene molto bassa la probabilità che l'Italia esca effettivamente dall'euro, ma si noti bene: "non tanto per i sentimenti anti-euro ormai molto diffusi nell'elettorato, quanto piuttosto per la complessità della procedura di uscita dalla moneta unica".

"L'elettorato italiano è il più euroscettico della zona Euro dopo Cipro - scrive Moody's -: a dicembre del 2016 la Commissione europea ha pubblicato un'indagine basata su 17.535 interviste nei 19 Paesi membri per capire se l'euro venisse valutato come dannoso o positivo, e in Italia ben il 47% degli intervistati ha risposto di ritenerlo dannoso. Se aggiungiamo che i partiti no-euro, secondo un sondaggio pubblicato il 23 gennaio 2017, raggiungerebbero quasi il 50% (M5s a 29.3%, Lega Nord a 13.6% e Fratelli d'Italia al 3,5%), si vede come anche le prospettive elettorali diano un larghissimo consenso ai partiti che esplicitamente si dichiarano favorevoli all'uscita dall'euro o all'indizione di un referendum sulla permanenza dell'Italia nella moneta unica".

Per contro, Moody's ritiene poco probabile l'uscita dell'Italia dall'euro poiché ci sono dei vincoli istituzionali che andrebbero superati. "In particolare, - spiega Moody's - sarebbero necessari i seguenti passaggi: una maggioranza favorevole al referendum anti-euro in entrambi i rami del Parlamento; una riforma costituzionale ad hoc che autorizzi l'indizione di un referendum consultivo (oggi i referendum sui trattati internazionali non sono ammessi, specifica Moody's); un referendum che ratifichi la modifica della carta costituzionale e quindi un referendum consultivo sulla permanenza dell'Italia nell'euro".

"Una procedura complessa, quindi, non impossibile da portare a termine ma comunque piuttosto difficile. Forse, comunque, ancor più che l'analisi, colpisce la conclusione del rapporto di Moody's: "Euro area withdrawal would be likely, though not certain, to lead to Italy's default" che tradotto letteralmente significa: l'uscita dall'area euro porterebbe probabilmente - ma non sicuramente - l'Italia al default. Cioè, se l'improbabile serie di eventi sopra descritti avesse luogo, il risultato finale per il nostro Paese potrebbe essere un default, ma anche no. Non è automatico che accada..

Questa è la prima ammissione in assoluto fatta da uno dei principali attori della scena fiannziaria mondiale al riguardo del fatto che l'uscita dell'Italia dall'euro non sarebbe equivalente all'immediata bancarotta del Paese. Che detto da chi - come Moody's - è uno dei punti di riferimento globali dei mercati, non è davvero poco.

Insomma: secondo Moody's arrivare all'Italexit è complesso, contorto e rischioso, ma si può fare.

Redazione Milano

20 febbraio 2017

INCHIESTA / FRANCIA: 82% CONTRO LA UE. GERMANIA: 81% HA PAURA DELLA UE. POLONIA E SVEZIA: 1° PERICOLO MIGRANTI ISLAMICI



LONDRA - Che l'opposizione all'Unione Europea sia in crescita e' un dato di fatto riconosciuto anche dai parassiti di Bruxelles ma come stanno realmente le cose?

Alcuni giorni fa il centro studi Demos ha rilasciato un rapporto d'inchiesta ricco di sondaggi di ben 485 pagine sottolineando come in cinque dei sei paesi presi in esame l'opposizione all'Unione Europea sia piuttosto forte e questo e' importante, visto che il centro studi Demos non e' affatto euroscettico, anzi era contrario alla Brexit.

E cosi' questo studio rivela che i cittadini di Francia, Germania, Polonia e Svezia credono che per il prossimo anno le condizioni dei loro paesi saranno destinate a peggiorare e solo in Spagna c'e' piu' ottimismo. Mentre in Gran Bretagna chi è "timoroso" per il futuro è la parte di elettorato che aveva votato contro la Brexit. 

In Francia il Jacques Delors Institute - citato da Demos - ha scoperto che l'82% della popolazione non ha fiducia nelle istituzioni comunitarie, il 33% vorrebbe ridurre i poteri della UE tornando alla precedente Comunità Economica Europea, mentre il 22% vorrebbe uscire ora dalla UE e l'81% dei francesi crede che nei prossimi sei mesi ci sara' un altro attacco terroristico.

Questi dati sono improtanti visto che la Francia e' uno dei paesi fondatori della UE e dimostrano che per certi versi i francesi sono piu' euroscettici dei britannici.

Anche in Germania pero' l'euroscetticismo e' in forte crescita tant'e che l'81% dei tedeschi teme di dover versare piu' soldi alla UE mentre il 72% teme che la UE possa portare a un aumento della disoccupazione e il 79% e' preoccupato per eventuali perdite della sicurezza sociale nazionale per ciò che riguarda pensioni e welfare.

Questo euroscetticismo ha portato molti tedeschi in passato a protestare contro le politiche migratorie della Merkel e sicuramente avranno un impatto sulle elezioni che saranno tenute il prossimo settembre, con risultati ben diversi da quelli che "preannunciano" i soliti sondaggi addomesticati, come fu per la Brexit e per la vittoria di Donald Trump negli Stati Uniti, entrambe negate fino all'ultimo, salvo poi doverlo ammettere ma invocando ridicole "intererenze esterne" o addirittura accusando - come avvenuto in Gran Bretagna - la maggioranza dei cittadini che hanno detto sì alla Brexit d'essere "ignoranti, poveri, disgraziati, emarginati, xenofobi e quant'altro di peggio possa esistere", tranne che desiderosi di riconquistare la libertà dal dispotico potere della Ue. Come in effetti sono riusciti democraticamente a fare.

In Polonia, continuando l'analisi dei dati di Demos, emerge che la principale preoccupazione e' rappresentata dal terrorismo islamico mentre in Svezia il 45% dei cittadini vede nell'immigrazione africana e islamica il principale problema nazionale.

Per chi fosse interessato, qui c'e' il link del rapporto originale: https://www.demos.co.uk/wp-content/uploads/2017/02/Demos-Nothing-To-Fear-But-Fear-Itself.pdf

Questo rapporto - molto più ricco di dati di quanti ne siano riferiti in questo articolo che ne dà notizia, ha avuto ampia copertura sulla stampa britannica ma e' stato completamente censurato in Italia perche' si vuole far credere che tutti gli europei siano a favore della Ue e speranzosi nel "radioso futuro" che la Ue sta "preparando" per loro...

Noi ovviamente non ci stiamo e abbiamo riportato questa notizia per dimostrare che gli italiani che si oppongono alla UE non sono affatto soli.



GIUSEPPE DE SANTIS - Londra.

Mediobanca e Corriere, le chiavi del salotto che impastano Italcementi


di Costanza Iotti – 

Non solo cemento negli affari della famiglia Pesenti. Se, infatti, a far parlare è il sequestro, a Colleferro, per eccessive emissioni nocive, di uno dei più importanti impianti di produzione di Italcementi, la galassia del gruppo bergamasco, che ha come capofila Italmobiliare, è piuttosto un coacervo di interessi che vanno dalle banche all’editoria con partecipazioni chiave nella finanza e nel cosiddetto salotto buono italiano come Mediobanca, Unicredit e Rcs, l’editore de Il Corriere della Sera.

Un impero che viene da lontano, costruito da nonno Carlo, classe 1907, che entra nel ’34 all’Italcementi, società che prospera nel periodo fascista grazie allo zio Antonio, senatore del Regno e amico personale di Benito Mussolini. Dopo la Guerra Carlo torna sulla scena nel 1942 come direttore generale del gruppo e si accredita di fronte alla Costituente come anti-fascista smentendo i legami con il regime. Stringe legami con il Vaticano e la potente Curia bergamasca attraverso cui riesce a ottenere nel ’72 un prestito dallo Ior di Paul Marcinkus.

Ma i debiti pesano su Italcementi su cui tenta la scalata il bancarottiere Michele Sindona. In quegli anni, però Carlo è un uomo potente: è vicino alla Dc e ha già la passione per i giornali come La notte, Il tempo e Il giornale di Bergamo. Così Sindona è costretto a rinunciare alla preda. Pesenti, più forte, inizia a muovere i primi passi nella finanza con un salvataggio bancario che gli permette di diventare socio dell’Istituto bancario italiano. Compra poi il Credito Commerciale, la Provinciale Lombarda e la compagnia assicurativa Ras, ma soprattutto entra nel salotto buono della finanza, la Bastogi, alleandosi con Eugenio Cefis, presidente dell’Eni dopo la morte di Enrico Mattei e nelle liste della loggia massonica P2.


E’ in quel periodo che Pesenti decidere di custodire meglio le attività nel cemento e di riorganizzare il proprio impero attorno a Italmobiliare in cui, oltre alla quota di controllo di Italcementi, concentra anche le diverse partecipazioni finanziarie ed editoriali. La ristrutturazione del gruppo però costa cara tanto da rendere indispensabile l’alleanza conRoberto Calvi nella Centrale e nel Banco Ambrosiano di cui Pesenti compra il 3 per cento. Una mossa azzardata quest’ultima che porta il gruppo a doversi disfare di numerose partecipazioni per ripianare i bilanci: ad iniziare da Ibi per arrivare ad Efibanca, alla Provinciale lombarda e, in tempi più recenti, anche alla cessione della Ras.

Nonostante le difficoltà, la famiglia mantiene le relazioni che contano e così riesce ad essere nel salotto buono di Gemina, creata dalla Mediobanca di Enrico Cuccia per custodire pacchetti di partecipazioni strategici, fino ad arrivare direttamente nel capitale di Piazzetta Cuccia, crocevia del disastrato capitalismo italiano dei tempi nostri. Ma che cosa è rimasto oggi dell’impero di nonno Carlo? Di certo il cemento, ma anche un portafoglio di partecipazioni in società quotate che, a causa della crisi, stanno perdendo valore affossando i risultati della società come testimonia la perdita di 51,3 milioni registrata nel primo semestre da Italmobiliare dopo rettifiche di valore di titoli bancari ed editoriali per una quarantina milioni.

Nonostante i tempi difficili, i Pesenti hanno però deciso di restare nel capitale di Mediobanca con cui hanno un rapporto incrociato: da un lato infatti ne possiedono una quota del 2,62%, dall’altro ne subiscono l’influenza dal momento che l’istituto di Pizzetta Cuccia possiede l’8,14% di Italmobiliare. E anche di partecipare, alla fine del 2011, all’aumento di capitale di Unicredit, anch’essa socia di Mediobanca con l’8,7 per cento, mantenendo in portafoglio lo 0,2% della banca guidata da Federico Ghizzoni. Non solo: in Italmobiliare è custodita anche una piccola quota della Mittel, holding di cui è stato presidente a lungo il numero uno del consiglio di sorveglianza di Banca Intesa, Giovanni Bazoli, e la partecipazione del 7,47% di Rcs, del cui patto di sindacato, che regola i rapporti fra i soci più rilevanti del Corriere della Sera, è stato per anni presidente Giampiero, figlio del fondatore Carlo. Come del resto in passato lo era stato per Gemina. Oggi a vigilare sulla partecipazioni sensibili c’è il 49enne Carlo, che siede nel cda di Rcs. Tutte, secondo il bilancio, partecipazioni disponibili per la vendita. Potenziali dismissioni per far cassa, come ai vecchi tempi, e ridurre così il miliardo e duecento milioni di debiti a breve e lungo termine nei confronti delle banche, con il risvolto però di perdere peso nei salotti.

Sorgenia, De Benedetti con 1,7 miliardi di debiti si affida a banche e politica


Il boom delle energie rinnovabili e il successivo crollo della domanda hanno trasformato gli investimenti in perdite. Ma con le pressioni sul governo Letta arrivano i sussidi dal ministero dello Sviluppo


Galeotta fu la privatizzazione delle Genco. E chissà cosa sarebbe successo se invece di aggiudicarsi una fetta della più piccola, Carlo De Benedetti fosse entrato come voleva anche nelle sorelle maggiori. Da sola la ex Interpower, in cui l’editore di Repubblica puntò 145 milioni nel 2002 per possederne il 39 per cento in scia al decreto Bersani approvato dal governo D’Alema (Enrico Letta all’Industria), sta mettendo a dura prova i piani energetici di famiglia. Da una parte incombe l’inchiesta per disastro colposo sulla centrale di Vado Ligure della partecipata Tirreno Power, la ex Interpower. Dall’altra ci sono 1,7 miliardi di debiti di Sorgenia da mesi oggetto di trattativa con le banche (Mps, Intesa, Unicredit e Mediobanca in testa) alle quali viene chiesto un riscadenziamento, uno stralcio e una boccata d’ossigeno da 100 milioni di garanzie. La partita più urgente è quella dei debiti della Tirreno: i revisori si rifiutano di certificare i bilanci. Il totale qui supera 800 milioni con tasso all’1,5% ripartiti tra Unicredit, Bnp, Credit Agricole, Bbva, Intesa, Mediobanca, Mps eCassaDepositiconquote tra 80 e 115 milioni.

La parabola industriale di Sorgenia si può riassumere in un decennio di sforzi per un posto al sole nell’energia, conquistato al momento sbagliato. La società dei De Benedetti ha investito molto, forse troppo. Dal 2000 a oggi ha speso oltre 2 miliardi per diventare una piccola Enel: 4 nuove centrali a gas e il 39% di Tirreno Power. Per una piena indipendenza nella produzione elettrica e anche nel gas, con un maxi contratto Eni per il metano libico. Un simile equipaggiamento nei primi anni duemila sarebbe stato una miniera d’oro. Peccato che la controllata di Cir ci sia arrivata a fine decennio, quando dai soldi facili si è passati ai conti in rosso. Il crollo dei consumi ha falcidiato i volumi mentre gli alti prezzi del gas e la concorrenza di solare ed eolico tagliano i margini mettendo a riposo le centrali a gas. Per Sorgenia ha già significato mezzo miliardo di svalutazioni e un rosso di 434,3 milioni nei 9 mesi del 2013 (incluso l’azzeramento del valore della quota Tirreno).

Sfortuna, ma non solo. Costruire quattro centrali da 400 milioni è stato un grosso rischio. L’ultima, quella di Aprilia, riautorizzata ad aprile 2008 da un governo Prodi già sfiduciato, iniziò i lavori nel tardo 2009. Ossia a crisi conclamata e con l’Italia piena di impianti. Energia Concorrente, associazione di categoria fondata da Sorgenia, chiama spesso “sconsiderati” gli incentivi alle rinnovabili, ma la società ha partecipato alla festa con centinaia di MegaWatt. Fonti della società replicano che il problema non riguarda solo Sorgenia ma l’intero settore termoelettrico, che ha investito quando tutti gli scenari prevedevano domanda in crescita esponenziale. La società non critica le rinnovabili ma il loro sviluppo caotico. Ora Sorgenia capeggia, con Enel, un gruppo di imprese che fa lobby sul governo per il capacity payment, un sussidio salva-conti pagato dalle bollette: un primo tentativo già nel 2012 con una norma inserita nel dl 83/12 dal Pdl. Oggi un nuovo emendamento dei relatori in Senato alla legge di Stabilità, corretto dal Nuovo Centro Destra, che mette il sussidio a carico delle fonti verdi. La norma, ribattezzata “ammazza-rinnovabili” – 500 milioni di cui un centinaio per Sorgenia – provoca una rivolta tra gli ambientalisti. Anche i ministri Zanonato e Orlando la criticano. Il 4 dicembre rappresentanti di Enel e Sorgenia incontrano il presidente della commissione Bilancio della Camera Francesco Boccia (Pd) per chiedere di mantenere l’emendamento. Lunedì notte il compromesso: salta l’ammazza-rinnovabili e il sussidio lo deciderà il ministero dello Sviluppo su proposta dell’Autorità. Resta il nodo copertura: i consumatori sono i maggiori indiziati.

Intanto arrivano altri conti da pagare. A Tirreno Power, riferiscono i revisori in calce al bilancio 2012, manca “evidenza del supporto da parte degli azionisti (i francesi di Gdf al 50% prima di Cir che è al 39%, ndr) per assicurare la continuità aziendale”. Gli stessi amministratori avevano ammesso che i primi risultati del 2013 non lasciavano presagire nulla di buono sul rispetto dei covenants, poi sforati, con il rischio di una richiesta di rientro dalle banche, aggiungendo che, “in ogni caso i flussi finanziari generati attualmente dalla società […] non consentono la restituzione del finanziamento in un’unica soluzione alla prevista scadenza del 30 giugno 2014”. Da allora la trattativa col pool capitanato da Unicredit non ha fatto grandi passi in avanti. Meno urgente, ma più rilevante, l’intesa con i creditori per la partita da 1,7 miliardi (metà scadono nel biennio) che vede maggiormente esposta Mps nel doppio ruolo di creditore e socio di Sorgenia. Un primo round è per oggi, con la presentazione del piano del nuovo ad, Andrea Mangoni. Qualcuno ipotizza per Sorgenia anche il salvataggio di sistema con i francesi di Edison-Edf in prima linea. In cambio, avrebbero dal governo Letta l’avallo a comprare asset italiani della tedesca E.On. Con i francesi l’ingegnere vanta storiche relazioni cordiali come riferiva la stessa Repubblica il 13 novembre 2002 evidenziando il ruolo degli ottimi rapporti tra De Benedetti e Gérard Méstrallet di Gdf nella riuscita dell’operazione Interpower.

da il Fatto Quotidiano del 18 dicembre 2013

Chi sarebbe De Benedetti senza aiuti di Stato



DE BENEDETTI, BURATTINAIO DI RENZI, MILIONARIO CON I SOLDI DEGLI ITALIANI. CONOSCI LA STORIA DELLE SUE “AVVENTURE” IMPRENDITORIALI? SAI QUANTO SONO COSTATE AGLI ITALIANI?

In questi giorni l’Ingegnere ha attaccato tutti, da Google all’avvocato Agnelli, con tanto di immancabile affondo al Cav. Lui però non è certo un esempio di imprenditoria: dall’Olivetti a Sorgenia, piccola galleria degli orrori consociativi.

Nei giorni scorsi Carlo De Benedetti ha sparato su tutti. Da Google, a cui ha dedicato un editoriale sul fedelissimo (è suo) Huffington Post, a Gianni Agnelli che ha criticato in occasione del festival della tv di Dogliani, vicino al gruppo L’Espresso. E poi ovviamente il Cav. che, ha detto con mezza ironia, nelle sue cliniche (il gruppo Kos) «non sarebbe uscito vivo». Una dichiarazione da far dubitare della qualità delle sue cliniche private, se solo non conoscessimo la cura e l’attenzione che l’Ing. dedica alle sue aziende, come Sorgenia. Aziende che, a differenza di Google (che lui ha definito simbolo del «monopolio privato dell’accesso digitale alla conoscenza è uno strumento di omologazione senza precedenti nella storia»), nata in un’università da due giovani spiantati ma geniali come Larry Page e Sergey Brin, hanno beneficiato di continui auti e sussidi di Stato. Ecco dunque che di seguito abbiamo deciso di raccontarvi chi sarebbe stato (o meglio cosa non sarebbe stato) Carlo De Benedetti in un Paese che al contrario dell’Italia…

Tempo fa, su Facebook, girava un post che chiedeva cosa sarebbe stato Steve Jobs nell’Italia delletasse, della burocrazia, dei controlli e – in una frase – dell’omicidio sistematico della creatività individuale. La risposta, dopo una lunga analisi, era semplice: sarebbe fallito o rimasto un uomo qualunque. E di sicuro non avrebbe creato la Apple.

L’idea del post di qualche bontempone ci dà lo spunto per porci noi una domanda a rovescio: che imprenditore sarebbe stato Carlo De Benedetti fuori dall’Italia? Chi sarebbe diventato l’Ingegnere di Ivrea, in un Paese liberista come gli Stati Uniti, la Svizzera o la Gran Bretagna o anche socialdemocratico come Svezia e Norvegia dove – al contrario di noi – il consociativismo fra impresa e politica è ridotto ai minimi termini? Quei luoghi in cui l’imprenditore investe i suoi soldi, rischiando, se va bene guadagna e se va male perde, dove lo Stato non si occupa delle imprese, non le costringe ad andar male (con imposte troppo alte) o bene (coi sussidi). Lande dove un capitano di azienda può avere successo come Jobs o fallire per poi magari tornare di nuovo alla ribalta, come il re dei giocattoli Harold Mattson, della Mattel.

De Benedetti è ricco di famiglia. I suoi anni di gioventù, in uno dei Paesi sopracitati, non sarebbero stati molto diversi: gli studi in un’università prestigiosa (al Politecnico di Torino negli anni ’50 ci andavano in pochi), il lavoro nella società del padre e poi la fondazione di un’azienda propria insieme al fratello Franco (Debenedetti, per un errore dell’anagrafe). La vita di De Benedetti fra gli anni ’70 e oggi, però, non sarebbe probabilmente andata allo stesso modo. Che dire di Olivetti? La società di cui l’Ing. è stato presidente per molti anni e che gli ha permesso di far molti soldi pur senza prodotti particolarmente all’avanguardia (non è mai stata la Apple). La chiave erano le commesse pubbliche, come quella delle Poste che – non lo diciamo noi, l’ha ammesso lo stesso De Benedetti con un memoriale durante Mani Pulite – fu comprata con una tangente di dieci miliardi di lire. In America una cosa del genere non sarebbe stata possibile e, in ogni caso, una volta scoperta avrebbe dato vita a un processo ai danni dei protagonisti. In Italia, invece, il processo fu lentissimo tanto che alla fine De Benedetti fu prosciolto perché i termini erano prescritti.

Negli anni ’80 Olivetti venne salvata di nuovo dall’obbligo per i negozianti di introdurre iregistratori di cassa (prodotti da Olivetti). Una legge che portava la firma del ministro delle Finanze Bruno Visentini, guarda caso membro del board di Olivetti. Ma l’azienda non riuscì ad andare bene lo stesso. Così – come riporta Libero – De Benedetti tentò di rifilare 1.500 cassintegrati allo Stato (gliene riuscì di piazzarli solo 414) con l’aiuto di Andreotti, per poi chiedere un altro aiuto a Giovanni Goria nel 1993. Però, sia chiaro, l’Ingegnere è un editore imparziale che di politica non s’interessa.


E che dire della vicenda Sme, l’azienda statale gestita dall’Iri di Romano Prodi (futuro leader del centrosinistra) che doveva andare proprio nelle mani di De Benedetti (futura tessera n°1 del Pd). Casi della vita, così come casuali sono i ripetuti tentativi del centrosinistra di inserire nella legge distabilità una clausola “salva-Sorgenia”, sempre di De Benedetti.

A conti fatti De Benedetti all’estero sarebbe stato lo stesso un’imprenditore, magari anche grosso grazie ai soldi di famiglia, ma non sarebbe certo diventato uno dei pesci più grossi dell’imprenditoria italiana. Sempre che di imprenditore italiano si possa parlare visto che dal 2009 ha preso la cittadinanza svizzera. Paese da cui invoca la patrimoniale per chi è rimasto qui.


Tratto da: Basta Casta

Il massone De Benedetti incontra Renzi a Palazzo Chigi. E Sorgenia aveva già preso 600 milioni


Il #massone #CarloDeBenedetti, patron della #Repubblica che – secondo quanto rivelato da Fabrizio Barca nella famosa “intercettazione” con il finto #Vendola – avrebbe manovrato per formare il governo #Renzi, ha incontrato ieri il premier a Palazzo Chigi. “È uno scandalo”, l’accusa più soft. Anche perché, appena qualche settimana fa, Sorgenia aveva ricevuto la mancetta di 600 milioni, come riportato da Libero Quotidiano.

Quello di Matteo Renzi è “il governo dell’Ingegnere”, inteso come Carlo De Benedetti? Se già era legittimo avere qualche sospetto, quanto successo nelle ultime ore va a rafforzare le convinzioni di chi, dietro l’ascesa dell’uomo di Pontassieve, ci vede lo zampino dell’editore di Repubblica (che più di tutti gli altri quotidiani nazionali gli ha tirato la volata). Già, perché nel pomeriggio di mercoledì 9 aprile, De Benedetti si è recato a Palazzo Chigi. Una visita che ha fatto letteralmente infuriare il senatore di Forza Italia Maurizio Gasparri, che ha tuonato su Twitter: “De Benedetti a Palazzo Chigi da Renzi per dare ordini sulle nomine? Vergogna?”.

LEGITTIMI SOSPETTI – Nel cinguettio, Gasparri, avanza un sospetto: ovvero che l’editore di Repubblica voglia dire la sua sull’imminente giro di nomine ai vertici delle società pubbliche, tra le quali anche Eni, Enel, Finmecanica e Poste. Secondo le ultime indiscrezioni, i nomi potrebbero essere svelati già domenica: un particolare in grado di alimentare ogni dietrologia sul colloquio tra l’Ingegnere e il premier. Su quanto si siano detti i due non è trapelato alcun dettaglio ufficiale. Si può anche ipotizzare che nel faccia a faccia si sia affrontato il nodo dei debiti di Sorgenia nonché quello dei guai giudiziari della Tirreno Power di Vado Ligure. Una visita inopportuna, quella di De Benedetti a Renzi. E’ davvero “il governo dell’Ingegnere”?


IL SALVAGENTE – Le banche lanciano un salvagente da seicento milioni per salvare Sorgenia, la società elettrica che, attraverso Cir fa capo alla famiglia De Benedetti: quattrocento milioni sotto forma di aumento di capitale e altri duecento come obbligazioni convertibili. È questo il costo che i ventidue creditori dovranno accollarsi per tirare fuori dai guai la società elettrica e, di riflesso, l’intero gruppo guidato da Rodolfo, il figlio dell’Ingegnere, e da Monica Mondardini. Non è nemmeno da escludere che la fatica della trattativa abbia incrinato i rapporti interni visto che, secondo le indiscrezioni riportate dal Corriere della Sera, la Mondardini sarebbe entrata nel vortice delle nomine pubbliche. Viene indicata per il vertice di Poste Italiane. Concorre con Francesco Caio, anch’egli con un passato nel gruppo dell’Ingegnere: è stato sostanzialmente l’ultimo amministratore delegato di Olivetti e poi ha guidato Omnitel.

Il piano delle banche per Sorgenia è stato sintetizzato in una lettera che partirà nelle prossime ore. Manca solo la firma di Banca Marche. Un ritardo dovuto forse al fatto che, date le condizioni di sostanziale insolvenza dell’istituto, non c’è nessuno che voglia assumersi la responsabilità di una firma tanto impegnativa.

Tanto più che per le banche non è proprio un’operazione semplicissima da digerire. Non a caso il dossier è finito sui tavoli più alti: Fabrizio Viola (Mps), Gaetano Miccichè (Intesa Sanpaolo), Federico Ghizzoni e Alessandro Decio (Unicredit), Victor Massiah (Ubi), Giuseppe Castagna (Bpm), Pierfrancesco Saviotti (Banco Popolare). L’ultimo vertice si è svolto due giorni fa senza risultati. Le banche hanno deciso di andare avanti da sole. Secondo il piano l’azionariato di Sorgenia avrà questa composizione: Mps al 22%, Ubi 18%, Banco Popolare l’11,5%, Intesa il 9,8%, Unicredit il 9,7% e Bpm il 9 per cento. Complessivamente l’80% del capitale che metterà la Cir ai margini della governance. La perdita del controllo è compensata dal fatto che, in questa maniera la dinastia si toglie dai guai. Tanto più che alle banche non viene certo ceduto un gioiello. Sorgenia ha debiti per 1,9 miliardi e deve anche fronteggiare il problema della centrale di Vado Ligure di cui è azionista al 39% (il 50% fa capo ai francesi di Gaz de France). L’impianto è sotto sequestro per disastro ambientale. La scelta di cedere la patata elettrica alle banche se da una parte evita guai molto gravi, dall’altra non sarà priva di conseguenze. Facile immaginare che, da ora in avanti i rapporti di Rodolfo De Benedetti con il sistema bancario saranno piuttosto complessi. Sorgenia, per esempio, aveva ottenuto un extra-fido di seicento milioni. Tutto lascia pensare che da ora in avanti, le altre società del gruppo smetteranno di avere un trattamento di favore. Tanto più che le banche, sempre oculate nei confronti delle imprese minori, sono state veramente generose verso la famiglia dell’Ingegnere.

Per non farsi estromettere Rodolfo aveva tentato un ultimo rilancio: metteva sul piatto 100 milioni e chiedeva alle banche di partecipare per altri 190. Voleva però la gestione e il privilegio sui futuri dividendi. La proposta è stata respinta. Sorgenia andrà avanti con la protezione dell’articolo 182bis, lo scudo che mette al riparo dai creditori. La gestione resta affidata all’attuale ceo Andrea Mangoni. A lui il compito di trovare una soluzione.

Napolitano intercettato al telefono col banchiere inquisito


UBI BANCA, SCOOP DI PANORAMA: NAPOLITANO GARANTÌ A BAZOLI: TI FARÒ INCONTRARE MATTARELLA.

Se qualcuno ancora pensava che Giorgio Napolitano fosse stato arbitro e garante imparziale della vita democratica del paese, la smentita – persino brutale nella sua chiarezza – arriva da una raffica di intercettazioni della Guardia di finanza.
La voce di Napolitano è nei file audio, le sue parole trascritte nei brogliacci. E questa volta non potranno venire distrutte o cancellate, come Napolitano pretese e ottenne quando a intercettarlo furono i pm palermitani dell’inchiesta sulla trattativa tra Stato e mafia.
Nessuna immunità, stavolta: uno scoop di Panorama rende di pubblico dominio quanto senza clamori era stato depositato agli atti di una inchiesta. E che inchiesta: l’indagine della Procura di Bergamo sui trucchi e le bugie che Giovanni Bazoli, il più importante banchiere italiano, presidente emerito di Banca Intesa, avrebbe messo in atto per indirizzare a suo piacimento la vita di Ubi Banca, il gruppo bancario nato dagli accordi tra finanza bresciana e bergamasca. Di queste manovre si è parlato ampiamente nel novembre scorso, quando i pm bergamaschi hanno comunicato a Bazoli e altri 38 indagati la chiusura delle indagini per ostacolo alla vigilanza della Banca d’Italia e illecita influenza sull’assemblea.Ora Panorama scopre che Bazoli è stato intercettato a lungo dalla Guardia di finanza, e che quelle telefonate raccontano di una rete impressionante di rapporti politici e istituzionali gestiti dal grande banchiere cattolico: Bazoli parla con gli uomini di Enrico Letta e con quelli di Renzi, con direttori di giornali e con ministri, determina o ostacola a suo piacimento nomine e scelte cruciali del governo. In questo instancabile (a dispetto degli 84 anni suonati) attivismo, Bazoli ha un punto di riferimento costante: Giorgio Napolitano.
L’intercettazione Bazoli-Napolitano depositata agli atti porta la data del 19 marzo 2015, quando l’ex leader della destra Pci ha lasciato il Quirinale da poco più di un mese. Ma il rapporto tra i due, tra il vecchio comunista e il banchiere cattolico, è di ben più antica data. Secondo quanto risulta al Giornale, telefonate tra Bazoli e Napolitano sono state intercettate anche mentre il secondo era Presidente della Repubblica, ma non sono state registrate in ossequio alle prerogative della massima carica dello Stato. Poi il 3 febbraio Sergio Mattarella entra al Quirinale, e da quel momento le chiacchiere di Napolitano non sono più inviolabili.
Ed ecco, il brogliaccio delle «fiamme gialle», che racconta come Napolitano si adoperi per creare un asse anche tra Bazoli e il suo successore, Mattarella. «Napolitano specifica di avere fatto riferimento (parlando con Mattarella) anche al dialogo di questi anni tra loro, e prima ancora con Ciampi. Napolitano dice che questi (Mattarella) ha apprezzato, ed ha detto che considera naturale avviare uno stesso tipo di rapporto, schietto, informativo e di consiglio. Bazoli dice che lo cercherà per canali ufficiali nei prossimi giorni, Napolitano dice speriamo bene anche perché ha sentito fare un nome folle, ovvero di quel signore che si occupa o meglio è il factotum della 7». È un chiaro riferimento a Urbano Cairo, che punta in quei giorni a conquistare il Corriere della Sera, di cui la banca di Bazoli è azionista: la scalata riuscirà, nonostante l’opposizione di Napolitano, ma intanto Bazoli ha ottenuto che Napolitano gli aprisse un canale anche con il suo successore: il 27 marzo Bazoli, che in quel momento è già indagato, viene accolto da Mattarella al Quirinale con tutti gli onori.



Governi non eletti, Parlamento illegittimo: questa è l’Italia


Della sentenza della Corte Costituzionale che boccia l’Italicum non mi colpisce tanto la contorta architettura del dispositivo, atta a renderne meno traumatico possibile l’impatto sul sistema politico, ma il pronunciamento in quanto tale. Che è di una gravità inaudita per un paese che voglia restare una democrazia. Per la seconda volta di seguito, la legge elettorale votata dal Parlamento della Repubblica viene dichiarata incostituzionale. E, si badi bene, questo pronunciamento della Consulta non avviene a seguito di una iniziativa delle forze politiche o per qualche pentimento istituzionale, ma per l’azione puntuale e tenace di un manipolo di valorosi giuristi democratici. Sono loro che con il Porcellum prima, con l’Italicum ora, sono andati dal giudice avviando il percorso che ha portato alla dichiarazione di incostituzionalità delle leggi elettorali. Nelle istituzioni invece silenzio e complicità. Tre presidenti della Repubblica hanno avuto un ruolo decisivo in queste leggi incostituzionali. Ciampi ha firmato il Porcellum senza obiezioni, come ha poi fatto Mattarella con l’Italicum, mentre Napolitano, eletto due volte da parlamenti frutto dell’incostituzionalità, quando era in carica mai ha messo in discussione la legge elettorale, semmai ha solo cercato di non far votare.

Nel 2006, nel 2008 e nel 2013 ben tre volte i cittadini italiani sono stati chiamati a eleggere i propri rappresentanti sulla base di una legge elettorale incostituzionale, cioè che non avrebbe dovuto esserci. Prodi, Berlusconi, Monti, Letta, Renzi hanno tranquillamente governato dopo aver ricevuto il voto di fiducia da un Parlamento illegittimo. Un Parlamento che ha preso decisioni che influiscono pesantemente sulle nostre vite, dalla legge Fornero, alla Buona Scuola, al Jobs Act, all’acquisto degli F-35, alle missioni militari in giro per il mondo. Un Parlamento che ha approvato il Fiscal Compact vincolando per i prossimi venti anni l’Italia alle politiche di austerità della Unione Europea e che lo ha addirittura inserito nella Costituzione, stravolgendone l’articolo 81. Un Parlamento incostituzionale che infine ha approvato una completa controriforma della Costituzione, corredata da una corrispondente legge elettorale, passata, è bene ricordarlo, con il voto di fiducia. Sono stati il popolo, con il suo No referendario, e le sentenze della suprema magistratura dello Stato a fermare questa deriva del sistema istituzionale verso la totale illegittimità.

Il popolo, la magistratura, i giuristi e i cittadini democratici, loro hanno fermato il disastro e non le altre istituzioni, né quelle italiane, né tantomeno quelle europee, che della distruzione della nostra Costituzione hanno assoluto bisogno, per imporci il loro volere. È una situazione senza precedenti, per una democrazia, quella di operare nella illegittimità delle sue istituzioni da più di dieci anni, e se non si vuole riprendere a precipitare nella china alla fine della quale c’è solo la formale dittatura, bisogna fermare tutto qui e ora. Altro che affidare a un Parlamento squalificato e soprattutto incostituzionale il varo di una terza legge elettorale, magari incostituzionale anch’essa! Altro che il teatrino della politica! Si vada a votare subito, anche con il pasticcio che è venuto fuori dalle sentenze e di cui le varie maggioranze politiche, non le sentenze, hanno colpa. Si metta punto fermo alla catena delle illegittimità e si ricominci a parlare di contenuti materiali delle scelte politiche, e non ancora una volta della governabilità. Principio che da noi ha sviluppato appieno tutte le sue potenzialità antidemocratiche e che ha finito per produrre il suo esatto opposto: lo stato confusionale di un sistema illegittimo. Basta, al voto subito.

(Giorgio Cremaschi, “Solo il voto subito ferma la deriva di un sistema illegittimo”, dall’“Huffington Post” del 27 gennaio 2017).

Tratto da: www.libreidee.org

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