10 marzo 2017

ECCO LA SENTENZA CHE INTRODUCE LA PEDOFILIA


– di Tommaso Scandroglio –

Quello che nei giorni scorsi davamo in forma dubitativa, non avendo il testo della sentenza, ora lo possiamo dire con certezza: la Corte di Cassazione ha aperto la strada per il riconoscimento della pedofilia in Italia. La sentenza, che ora abbiamo in mano e riportiamo in fondo a questo articolo, è purtroppo inequivocabile.

Il caso è quello del 60enne, impiegato nei servizi di assistenza sociale del suo comune, condannato in appello a 5 anni di reclusione perché trovato in atteggiamenti intimi con una bambina di 11 anni a lui affidata. Come noto i giudici di Cassazione hanno parzialmente annullato la sentenza della Corte di Appello. Per capire perché ci soffermiamo sul numero 6 dei “Motivi della sentenza”. La Cassazione vuole che al caso si applichi l’«attenuante del fatto di minore gravità di cui all’art. 609 quater, comma 4». Nello specifico l’attenuante dovrebbe essere ravvisata nel consenso prestato dalla bambina, cioè dal fatto che – come vedremo più in dettaglio tra qualche riga – la piccola non subì coartazione alcuna perché “innamorata”. In sintesi la Cassazione giudicava erroneo che per i magistrati dell’Appello “non rilevava che l’imputato non avesse adottato forme di violenza e coartazione verso la vittima. Erano poi irrilevanti [per la Corte di Appello] il consenso della vittima e la circostanza che i rapporti sessuali si erano innestati nell’ambito di una relazione amorosa”.

La corte di Appello invece stabilì che “l’attenuante in questione non poteva essere riconosciuta perché vi era stata congiunzione carnale e perché si trattava di una ragazza minore di anni quattordici, il cui consenso non rilevava”. In altri termini ciò che è importante per i giudici d’Appello e per il Codice Penale ai fini della configurazione dell’ipotesi delittuosa è il fatto in sé, con o senza consenso della vittima. La minore gravità inoltre non si può ravvisare perché appare evidente che se l’imputato si fosse fermato a qualche bacio la situazione – pur sempre aberrante – sarebbe stata oggettivamente di minore gravità rispetto a rapporti completi e pure reiterati nel tempo. Ma così non è stato e dunque non si può configurare un minor grado di gravità del reato.

In merito poi al “consenso” prestato dalla undicenne – consenso che secondo la Cassazione dovrebbe mitigare la pena – l’art. 609 quater configura l’illecito anche se la vittima è consenziente proprio per evitare attenuanti in casi dove, per l’immaturità del soggetto coinvolto, un valido consenso non si può ipotizzare essendo questi facilmente manipolabile dall’adulto e non in grado comunque di comprendere appieno la portata del gesto intimo che andrà a compiere. Ciò non toglie che se ci fosse stata violenza, la pena sarebbe stata ancor più grave (art. 609 ter comma 1, n. 1). Insomma la Corte di Appello si è limitata ad applicare la legge. Ed invece cosa ti scrivono i giudici di Roma? “L’attenuante è stata quindi esclusa sulla base di elementi in realtà non voluti e non previsti dal legislatore”.

Infatti gli ermellini della Cassazione individuano “ragioni mitigatorie attenuative”. La prima sarebbe che “l’atto sessuale si inseriva nell’ambito di una relazione amorosa; e che […] lo stesso nel caso di specie non poteva ritenersi invasivo allo stesso modo dell’ipotesi in cui avvenga con forza e violenza e al di fuori di una relazione amorosa”. Sul punto ci sono da rilevare almeno due critiche. La prima: come ha detto la Corte di Appello parlare di “amore” tra un sessantenne e una undicenne è “innaturale” e ciò che è insano come fa ad essere un’attenuante? Ai giudici di Roma invece appare cosa normale, tanto da poter attenuare la pena inflitta.

In secondo luogo laddove la Cassazione considera la mancanza di violenza come un motivo di attenuazione della pena, il Codice Penale invece la considera come fattispecie a se stante. Non è una sottigliezza da legulei, ma è un problema di sostanza. La legge ti dice che se tu adulto hai rapporti con una minore di anni 14 che non si ribella a te è molto grave (art. 609 quater). Se invece c’è stata violenza è ancor più grave e la pena è maggiorata (art. 609 ter comma 1, n. 1). Le norme del Codice Penale non parlano di attenuanti laddove non c’è violenza, bensì parlano di atto grave (senza violenza) e ancor più grave (con violenza), distinguendoli in due reati separati. L’attenuante infatti rimanda ad un elemento in sé buono da applicarsi ad un reato, capace di suscitare nei giudici non giustificazione dell’atto ma tuttalpiù comprensione. Chi plaudirebbe il reo perché, sebbene abbia abusato della piccola, non l’ha fatta oggetto di violenza? Ed è proprio per il fatto che la mancanza di violenza nei rapporti con una minore di anni 14 non è considerata un’attenuante che questa fattispecie trova una sua norma ad hoc, per ribadire il suo carattere comunque delittuoso, stante un presunto consenso da parte della vittima.

Se invece seguiamo la logica della sentenza della Cassazione allora dovremmo abrogare l’art. 609 quater perché la stessa sentenza ne vuole sopprimere proprio la sua peculiarità: l’illiceità degli atti sessuali compiuti con minore di anni 14 anche se questo è consenziente. La cifra caratteristica di questo articolo è il fatto in se stesso, cioè l’avere avuto atti intimi con un bambino, nulla rilevando la personale maturità psicologica, gli stati d’animo, il consenso, la mancanza di violenza, etc. Forse che la Cassazione vuole cancellare il reato di pedofilia?

Invece i magistrati capitolini vanno per la loro strada e si appellano a precedenti pronunciamenti dei loro colleghi in Cassazione. Ma andando a leggere gli stralci riportati di queste sentenze, si comprende che il rimando non è pertinente. Infatti i giudici semplicemente tengono a puntualizzare che le attenuanti di minore gravità ex art. 609 quater ultimo comma possono applicarsi anche laddove la vittima è davvero piccola. Ma non scrivono da nessuna parte che un’attenuante da tenere in considerazione è la mancanza della violenza sessuale o una relazione “amorosa” tra vittima e carnefice. “I casi di minore gravità” di cui parla l’art. 609 quater devono essere ravvisati ex art 133 cp in alcuni elementi oggettivi della condotta quali la natura, la specie, i mezzi, l’oggetto, il tempo, il luogo e ogni altra modalità dell’azione che costituisce reato. Nel caso in esame il reo non si è “limitato” a toccamenti e carezze ma si è spinto ben più oltre e dunque, come abbiamo già visto, queste attenuanti non si possono tenere in conto.

Sempre ex art 133 la gravità del reato deve essere giudicata in base alla “gravità del danno o del pericolo cagionato alla persona offesa dal reato”. E’ di palmare evidenza che una bambina violata nella propria intimità porterà per moltissimi anni nella sua psiche danni gravissimi e forse irreparabili. E’ proprio perché la presunzione è certa che il Parlamento ha novellato la materia con la legge n. 38/2006 sanzionando sempre questi particolari illeciti.

Infine la quantità di pena da comminare deve tenere conto della “intensità del dolo” o del “grado della colpa”. Nel nostro caso il dolo è stato assai “intenso” dato che c’è stata reiterazione dell’atto illecito come rilevato dalla Corte di Appello che ha ravvisato la continuazione di reato ex art. 81 cp. Insomma nessuno dei criteri previsti dall’art. 133 e richiamati dalla stessa Cassazione per mitigare la pena può essere applicato a questo caso.

Ed invece i giudici della Cassazione rinvengono una “minore lesività del fatto in concreto” nei seguenti elementi oggettivi: “la qualità dell’atto compiuto (più che la quantità di violenza fisica)”. Traduciamo: l’ “affetto” tra vittima e reo è un aspetto qualitativo importante da tenere in considerazione per essere equi, più che la mera mancanza di violenza fisica. Peccato che il nostro ordinamento giuridico disapprova anche il solo “affetto” perché lo considera insano – tentando di reprimere anche le sole avances dei pedofili – nonché pericoloso perché può aprire la porta ad azioni più lesive.

Poi la Cassazione trova un’attenuante anche nel “grado di coartazione esercitato sulla vittima”, scordandosi che una undicenne non comprende quasi per nulla quale sia il reale significato dell’atto sessuale e che la sua libertà è minima nelle mani di una persona adulta.

I giudici inoltre fanno riferimento alle “condizioni (fisiche e mentali)” della vittima e alle sue “caratteristiche psicologiche (valutate in relazione all’età)” sempre nell’intento di mitigare la pena. Ma è proprio tenendo in considerazione queste caratteristiche che è stato introdotto il reato di “atti sessuali con minorenne”. Se escludiamo tali aspetti di natura fisiologica e psicologica dobbiamo mandare in soffitta lo stesso reato di “atti sessuali con minorenne”.

Infine si fa menzione, come altro motivo attenuante, all’“entità della compressione della liberà sessuale” e al “danno arrecato alla vittima anche in termini psichici”. Sulla questione del consenso e del danno ci siamo soffermati più sopra ricordando che una undicenne non può esprimere un consenso davvero valido in relazione a rapporti intimi e che i danni ci saranno sicuramente in futuro nella psiche di questa bambina. Ed invece la Cassazione rimbrotta i propri colleghi dell’Appello perché “il turbamento e le conseguenze patite dalla vittima anche in un’ottica futura” sono solo ipotesi non verificate, perché mancherebbe la “prova di aver ancorato il proprio asserto su emergenze specifiche (sì che l’assunto si propone quasi come un’affermazione di principio frutto di mera supposizione)”. Avete compreso bene: un rapporto pedofilo non è di suo dannoso, sempre e comunque. Si deve dare prova contraria per sostenerlo. Ci deve essere inoltre un’emergenza specifica per attivarsi, altrimenti lasciamo correre. Perché il danno – per la Cassazione – se si è verificato, è stato comunque mitigato da fattori quali “il ‘consenso’, l’esistenza di un rapporto amoroso, l’assenza di costrizione fisica, l’innamoramento della ragazza”.

E quindi la Corte rimanda l’incartamento di nuovo in Appello perché quest’ultima non ha spiegato il motivo per cui tutti gli elementi suddetti non configurano una minore gravità dell’atto. E tutto questo in nome del Popolo italiano, cioè a nome nostro.

Tratto da: Lo Sai

L’Europa legalizza la pedofilia con un trucco: e l’Italia esegue gli ordini


di Gianni Lannes – Per l’Europa dei banchieri, dei politicanti prezzolati e dei burocrati, la nuova regola – verniciata con un sedicente ideale – da imporre a tutti i popoli del vecchio
continente è inquietante: è lecito il sesso tra adulti e bambini. Non ci credete? Allora provate a leggere nell’idioma che preferite la Raccomandazione CM/Rec (2010) 5 del Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa. All’articolo 18 c’è scritto testualmente:

«Gli Stati membri dovrebbero assicurare l’abrogazione di qualsiasi legislazione discriminatoria ai sensi della quale sia considerato reato penale il rapporto sessuale tra adulti consenzienti dello stesso sesso, ivi comprese le disposizioni che stabiliscono una distinzione tra l’età del consenso per gli atti sessuali tra persone dello stesso sesso e tra eterosessuali; dovrebbero inoltre adottare misure appropriate al fine di abrogare, emendare o applicare in modo compatibile con il principio di non discriminazione qualsiasi disposizione di diritto penale che possa, nella sua formulazione, dare luogo a un’applicazione discriminatoria».

Detto e fatto. L’Italia ha aderito prima di tutti. Infatti, l’Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali (UNAR), istituito all’interno del Dipartimento per le Pari Opportunità, ha pubblicato le linee guida di una Strategia Nazionale LGBT per l’applicazione dei princìpi contenuti nella suddetta Raccomandazione. Protagonista indiscussa dell’operazione, il ministro del Lavoro con deleghe per le Pari opportunità Elsa Fornero che ha disposto due Direttive (2012 e 2013).

Ora, secondo il nostro ordinamento (articolo 606 quater codice penale), l’età del consenso (fissato in Italia a 14 anni) è la determinazione dell’età minima per disporre validamente della propria libertà sessuale e vi sono alcune condotte per le quali è dirimente il suo raggiungimento al fine di configurare o meno una condotta penalmente rilevante: minore di 13 anni: il consenso non viene considerato valido, indipendentemente dall’età dell’autore dei fatti; tra i 13 e i 14 anni: il consenso non è ancora considerato pienamente valido, ma esiste una causa di non punibilità nel caso in cui gli atti sessuali vengono compiuti consenzientemente con un minore di 18 anni, purché la differenza di età tra i due soggetti non sia superiore a tre anni; tra i 14 e i 16 anni: viene considerato validamente espresso il consenso, salvo che l’autore dei fatti sia l’ascendente, il genitore, anche adottivo, o il di lui convivente, il tutore ovvero conviva con il minore, o che il minore gli sia stato affidato per ragioni di cura, educazione, istruzione, vigilanza o custodia; tra i 16 e i 18 anni: viene considerato validamente espresso il consenso, salvo che il fatto venga compiuto con abuso di potere relativo alla propria posizione da una delle figure citate nel punto precedente.

La ratio della legge e di tutta la relativa giurisprudenza è pertanto quella secondo cui al di sotto di una certa soglia d’età minima (14 anni) «la violenza (da parte del maggiorenne) è presunta in quanto la persona offesa è considerata immatura ed incapace di disporre consapevolmente del proprio corpo a fini sessuali». Ora questa Raccomandazione europea, prontamente recepita dal, governo tricolore, auspica l’azzeramento di ogni distinzione d’età – in Italia come negli altri Paesi – col grave rischio di considerare domani lecite condotte oggi costituenti reato in un progressivo scivolamento culturale e giuridico verso il basso.

Se il criterio per considerare lecito e normale – e pertanto generatore di diritti – qualsiasi tipo di unione sessuale ed affettiva è la libertà ed il libero consenso delle parti, dopo aver sdoganato penalmente e quindi culturalmente i rapporti tra maggiorenni e minori anche di anni 14, si passerà a sdoganare l’incesto (che già oggi è reato solo in caso di pubblico scandalo) e la poligamia, in modo tale da richiedere per entrambi il riconoscimento giuridico con relativi diritti.

Se, infatti, l’ unico imperativo morale è la libertà che non può essere conculcata da nessun principio o legge naturale, non si vede perché un domani, in base a tali presupposti, due o tre donne consenzienti non potranno sposarsi con un uomo o viceversa (e quindi pretendere gli stessi diritti delle obsolete e banali famiglie monogamiche ed eterosessuali tradizionali) o un nonno sposarsi con la nipote consenziente o un padre con la figlia. Ciò che può apparire una provocazione, ma che sul piano logico-giuridico non lo è affatto, si spera sia sufficiente ad evidenziare la folle antropologia che sta alla base di tali documenti.

Per adeguarsi a questi deliranti programmi, il documento dell’UNAR impone l’obbligo di considerare l’omosessualità equivalente all’eterosessualità in tutto e per tutto, senza ammettere alcun dubbio. Anzi, tutto ciò che non rimanda a una piena approvazione di ogni diritto richiesto dalla comunità di lesbiche, gay, bisessuali e trans (LGBT) è automaticamente considerato omofobia, rientra cioè in quei “pensieri dell’odio” che la legge punisce severamente. In pratica è obbligatorio – per legge – pensare che le relazioni omosessuali siano una pratica assolutamente naturale e, perciò, sia anche sacrosanto il matrimonio tra persone dello stesso sesso, perché come radice dell’omofobia viene indicato l’eterosessismo, vale a dire il pensare che solo il rapporto eterosessuale sia naturale.

Paradossalmente siamo all’inversione per legge di ogni diritto naturale. Siamo arrivati al punto che gli eterosessuali, coloro che giudicano innata e regolare la sessualità praticata tra individui di genere diverso, sono diventati soggetti malati o da rieducare.

“Gli omofobi sono cittadini meno uguali degli altri”. Lo ha detto Piero Grasso, presidente del Senato, partecipando ad una iniziativa in Senato in occasione della giornata internazionale contro l’omofobia e la transfobia.
“Una corretta educazione su questi temi – ha sostenuto l’ex magistrato – la dobbiamo fare soprattutto per chi soffre di questa “malattia”, per chi vive male, sopraffatto da un’irrazionale paura, dal terrore di uscire di casa, dall’ansia di avere tra i suoi compagni di scuola, di lavoro, tra i suoi amici, i suoi familiari, una persona omosessuale. Diciamocelo, sono cittadini meno uguali degli altri, sono chiusi nel loro guscio, si frequentano solo tra loro, non allargano i loro orizzonti né il loro cerchio di amicizie. Temono i viaggi all’estero, le feste, gli studentati all’università, gli spogliatoi delle palestre. E’ un problema sociale che dobbiamo affrontare davvero, da subito, a partire dai più giovani. Dobbiamo farlo insieme, le istituzioni con le associazioni”.

Affermazioni farneticanti? Sono forse l’inquietante segnale di quanto sia degenerata la situazione e di quanto sia diffusa ormai l’irragionevolezza su tale questione a tutti i livelli, istituzionali, politici e massmediatici. Non a caso si fa riferimento a “incitamenti all’odio e alla discriminazione che permangono nelle dichiarazioni provenienti dalle autorità pubbliche e da alcuni rappresentanti delle istituzioni politiche ed ecclesiastiche veicolate costantemente dai media italiani” che violerebbero spesso e volentieri questo punto, solo in quanto costoro rimangono fermi nella preferenza verso una sessualità non deviata e non uniformante a quella gay. E si preannunciano restrizioni alla libertà di esprimere opinioni non conformi, ovvero persino alla libertà di “avere opinioni” proprie.

La scuola sarà il principale teatro di operazioni per la creazione del nuovo cittadino con una nuova coscienza antidiscriminatoria mediante il cambiamento dei programmi scolastici e l’indottrinamento forzato per promuovere lo stile di vita LGBT. I cardini di questa iniziativa sono, ad esempio, l’ampliamento delle conoscenze e delle competenze di tutti gli attori della comunità scolastica sulle tematiche LGBT; il favorire l’empowerment delle persone LGBT nelle scuole, sia tra gli insegnanti che tra gli alunni; il contribuire alla conoscenza delle nuove realtà familiari, per superare il pregiudizio legato all’orientamento affettivo dei genitori e per evitare discriminazioni nei confronti dei figli di genitori omosessuali; la realizzazione di percorsi innovativi di formazione e di aggiornamento per dirigenti, docenti e alunni sulle materie antidiscriminatorie, con un particolare focus sul tema LGBT e sui temi del bullismo omofobico e transfobico; l’integrazione delle materie antidiscriminatorie nei curricula scolastici; il riconoscimento presso il Ministero dell’Istruzione delle associazioni LGBT; corsi di approfondimento che daranno crediti formativi. Inutile dire che è previsto che siano direttamente le associazioni LGBT a gestire i corsi di istruzione sul tema. Le scuole divengono in tal modo campi di rieducazione in chiave omosessuale e di sdoganamento della pedofilia, le palestre dell’umanità del terzo millennio decadente e promiscua.

Per quanto riguarda il mondo del lavoro il discorso è analogo, con l’aggiunta di corsie preferenziali per l’assunzione e la formazione di personale LGBT (dopo le quote rosa anche quelle arcobaleno) e di formazione per tutti i lavoratori sul tema per cancellare ogni residua resistenza. Corsi di formazione e iniziative varie che saranno finanziate con i fondi strutturali europei, vale a dire con i soldi, in massima parte, della Commissione Europea, ossia le nostre tasse. Questo indottrinamento è previsto poi per categorie specifiche che svolgono nel sociale particolari attività, dai giornalisti, ai tutori dell’ordine pubblico, al personale carcerario.
Inoltre, è prevista un’inquietante “cabina di regia”: il “Sistema integrato di governance”, composto da UNAR, organizzazioni di gay e lesbiche, diversi ministeri, Ordine dei Giornalisti, sindacati. In tal modo il 20 novembre 2012 è stato costituito il Gruppo Nazionale di Lavoro LGBT.

La Raccomandazione del Consiglio d’Europa che è alla base della Strategia Nazionale è infatti un protocollo cui si aderisce su base volontaria; non c’è alcun obbligo politico di recepirlo. E quindi è possibile per un nuovo governo ritirarsi dal progetto in qualsiasi momento. Il ministro delle Pari Opportunità, tuttavia, Josefa Idem, nel suo breve mandato, aveva già sposato la visione più radicale degli omosessuali, dichiarando di voler procedere nella direzione del matrimonio gay e di volerlo fare anche rapidamente. Nessuna meraviglia perciò se prossimamente tra i problemi reali che affliggono il Paese, tra la disperazione dei cittadini e degli imprenditori che arrivano al suicidio, tra i drammi delle famiglie e dei lavoratori travolti dalla crisi, tra le difficoltà dell’economia e le incertezze sul futuro degli italiani, la sinistra cercherà di inserire con manovre ricattatorie e ipocrite le problematiche (dell’immigrazione e quelle) dei gay. Saremo aggrediti dalla propaganda anti-omofoba, contro gli argini tradizionali della eterosessualità additata come colpa e malattia e martellati dalle richieste per i presunti diritti degli omosessuali a sposarsi, a ottenere riconoscimenti genitoriali per adozioni o “uteri in affitto” e a porsi in concorrenza sul terreno delle tutele e delle agevolazioni con le famiglie tradizionali, senza “discriminazioni” sessiste collegate ai concetti di normalità e naturalità. L’obiettivo ultimo è intuibile: permettere che gay e lesbiche possano sposarsi tra loro, costituire delle famiglie, adottare dei bambini e un domani (molto prossimo) poter avere dei figli propri accedendo all’inseminazione artificiale in “combinato disposto” con l’utero in affitto.

Ma cosa vuol dire discriminare? Vuol dire distinguere, differenziare, scegliere. Allora la discriminazione non è un male in sé, ma lo diventa quando essa è priva di valide ragioni e di senso. Se ad esempio impediamo ad un non vedente di pilotare un aereo noi lo stiamo discriminando ma, facendolo per una più che sacrosanta ragione, quella discriminazione sarà giusta. Altrettanto non si potrebbe dire se impedissimo allo stesso soggetto di salire a bordo del velivolo come passeggero. In questo caso la discriminazione sarebbe irragionevole e quindi ingiustificata. Come comportarci, quindi, con il non vedente?

Concedendogli tutto, forzando e piegando la verità delle cose per permettergli, a discapito degli altri, anche ciò che non può fare per una presa di posizione ideologica (ovvero costruita, artificiale, creata dall’uomo) o assecondando e sottomettendoci tutti alla realtà dei fatti e della natura? Perché allora non permettere che una coppia omosessuale possa sposarsi, adottare o avere dei propri figli? Perché discriminarli? Perché la “scelta”, la “distinzione”, la “discriminazione” è stata operata dalla natura? Essa ha scelto che un bambino possa nascere unicamente dall’unione di un uomo e una donna e che quell’ambiente familiare sia l’unico adeguato ad uno sviluppo ed una crescita psichica sana, positiva.

Cosa fare allora? Coartare, forzare, sottomettere la natura per dare a tali soggetti anche ciò che non gli appartiene, per permettergli ciò che non possono, o adeguarsi alla verità del concreto e del reale?
La storia ha più volte tragicamente insegnato che quando l’essere umano ha tentato di azzerare la realtà e la natura stessa dell’uomo per piegarla e sottometterla a una sua idea e visione del mondo “perfetto” ha dato vita ai peggiori abomini e crimini dell’umanità. Al contrario dell’omofilia, la pedofilia viene invece vista, giustamente, come un crimine spaventoso. A causa di questa contrapposizione tra un’omofilia (teorica e pratica) “buona” e una pedofilia “cattiva”, diventa difficile riflettere su un dato lampante: gran parte degli atti di pedofilia sono atti di pedofilia omosessuale. Sono cioè molto più frequenti le violenze subite da bambini maschi di quelle subite da bambine (in un rapporto, secondo le ricerche di Philip Jenkins sulla pedofilia di preti e pastori protestanti negli Usa, di circa 8 a 2). Mentre spesso si sottolinea il legame tra celibato ecclesiastico e pedofilia (che non è particolarmente significativo, dato che moltissimi pedofili sono sposati), si parla pochissimo di quello tra omosessualità – o bisessualità – e pedofilia, perché il conformismo dell’ideologia dominante e il “terrorismo intellettuale” di un movimento omosessuale sempre più aggressivo impediscono una seria riflessione al riguardo.

Eppure, basterebbe rileggere alcune delle affermazioni, passate e presenti, di numerosi esponenti del movimento omosessuale, per renderci conto che questo rapporto c’è, ed è significativo. Uno dei fondatori e teorici del movimento omosessuale italiano, Mario Mieli, così scriveva nel suo libro, del 1977, “Elementi di critica omosessuale” (pubblicato da Feltrinelli):
“Noi checche rivoluzionarie sappiamo vedere nel bambino non tanto l’Edipo, o il futuro Edipo, bensì l’essere umano potenzialmente libero. Noi, sì, possiamo amare i bambini. Possiamo desiderarli eroticamente rispondendo alla loro voglia di Eros, possiamo cogliere a viso e a braccia aperte la sensualità inebriante che profondono, possiamo fare l’amore con loro. Per questo la pederastia è tanto duramente condannata: essa rivolge messaggi amorosi al bambino che la società invece, tramite la famiglia, traumatizza, educastra, nega, calando sul suo erotismo la griglia edipica”.

In tanta lucida follia, è stato quindi lo stesso Mieli a descrivere, oscenamente ma sinceramente, il rapporto che lega “le checche”, “i pederasti”, alla pedofilia. A questo signore, che tra l’altro si definiva anche “coprofago” (amava nutrirsi di escrementi) è intitolato un noto circolo di “cultura omosessuale” a Roma. Ciò ci spiega come ancora oggi il movimento omosessuale lo ritenga un pioniere e un punto di riferimento teorico.
Forse meno influente di Mieli, ma senz’altro più popolare alla platea televisiva, è Aldo Busi, lo scrittore omosessuale dichiarato e militante. Qualche anno fa, sulla rivista omosessuale Babilonia, il gayBusi pubblicò un articolo intitolato “Scusi mi dà una caramella?” in cui, tra le altre cose, chiosava le seguenti affermazioni:

«Che sarà mai se un ragazzino di 5 o 10 o 12 anni fa una sega a uno più in là negli anni o se la fa fare?… Un bambino senza curiosità sessuali è un bambino già subnormale… All’offerta sessuale del bambino bisogna che l’adulto responsabile dia una risposta sensuale e non una risposta astratta a base di rimproveri, ammonizioni e di sfiducia… Se per fare questo gli prende in mano il pisello o le si accarezza la passerina – gesti che io non ho mai fatto comunque con nessuno: sarà per questo che tutti i bambini e le bambine della mia vita mi hanno girato le spalle per sempre – che sarà mai?».

Parole rivoltanti, che affermano forse l’estraneità dell’omosessuale militante Busi dalla pratica pedofilica, ma anche la sua disgustosa giustificazione del fenomeno. Non solo di giustificazione teorica della pedofilia, ma anche della sua orribile pratica dà testimonianza è il libro Gran bazar, un volume pubblicato nel 1975 da Daniel Cohn Bendit, protagonista del Maggio francese, bisessuale, strenuo difensore dei “diritti gay”, già capogruppo dei Verdi al parlamento europeo.
http://sulatestagiannilannes.blogspot.it/search?q=cohn+bendit

Argomenta così Cohn Bendit, narrando delle sua esperienze di maestro in un asilo autogestito:
«… Il mio costante flirt con tutti i bambini assunse presto connotazioni erotiche. Potevo veramente sentire come all’età di 5 anni le piccole avevano già imparato a corteggiarmi. La maggior parte delle volte mi sentivo senza difese. Mi accadde diverse volte che i bambini mi aprissero la patta dei pantaloni e cominciassero ad accarezzarmi… Ma quando continuavano e insistevano io cominciavo ad accarezzarli».

Era la Francia degli anni Settanta, in cui Sartre, la de Beauvoir, Foucault (il filosofo omosessuale che teorizzava la “pedofilia dolce”), Jack Lang e altri firmavano petizioni a favore della liberalizzazione dei rapporti sessuali con i minori.
Certo, non tutti i teorizzatori della “normalità” della pedofilia sono omosessuali. In Italia Daniele Capezzone, già portavoce del Pdl, così commentava nel 1998 la decisione dei radicali di promuovere il convegno “Pedofilia e Internet”:
«Al pari di qualunque orientamento e preferenza sessuale, la pedofilia non può essere considerata un reato».

Nichi Vendola in una memorabile intervista a La Repubblica (“Il gay della Fgci”, pubblicata il 19 marzo 1985, – giorno della festa del papà – a pagina 4) così si era espresso:
«Non è facile affrontare un tema come quello della pedofilia, cioè del diritto dei bambini ad avere una loro sessualità, ad avere rapporti tra loro o con gli adulti – tema ancora più scabroso – e trattarne con chi la sessualità l’ha vista sempre in funzione della famiglia e della procreazione».
La rileggiamo. Dice esattamente così: «diritto dei bambini ad avere una sessualità tra loro o con gli adulti».

Possibile? In realtà il ragionamento non è nuovo, si trova in tutti i siti di pedofilia. Primo: nei bambini la sessualità si sviluppa molto prima di quanto non si creda. I più coraggiosi fissano anche l’età: 10-11 anni. Dunque, se la sessualità infantile si sviluppa così presto, è lecito considerare i bambini, anche a livello sessuale, al pari degli adulti. E parlarne. Semplice e chiaro. La dichiarazione, riportata da un quotidiano nazionale non da un bollettino qualunque, non suscita scalpore.
http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/1985/03/19/il-gay-della-fgci.html

Solo Vittorio Feltri sul quotidiano Libero ha colto nel segno quando ha scritto: «C’è una lobby che difende i pedofili. Non immaginiamoci una massoneria segreta. La ragione sociale di questa combriccola è far sì che l’attrazione verso i bambini sia considerata, almeno giuridicamente, un orientamento sessuale lecito come un altro. In Parlamento o altrove, dovunque si è missionari di questa idea. A questo livello, oggi, si gioca la battaglia. Il modo è semplice: visto che l’omosessualità è socialmente – e giuridicamente – riconosciuta, basta assimilare ad essa la pedofilia e il gioco è fatto. Non c’entrano destra o sinistra. Si tratta di solidarietà tra chi la pensa allo stesso modo. Chi denuncia queste trasversalità, viene zittito».

Vendola ai giorni nostri ha negato pubblicamente di aver pronunciato quella frase, però La Repubblica non ha mai ricevuto né pubblicato una lettera di smentita o comunque di rettifica da parte di Vendola. Comunque pochi mesi dopo, ovvero il 6 maggio 1985 (pagina 4), la rivista Nuova Solidarietà riporta la stessa frase e sempre attribuita a Nichi Vendola. Citiamo di nuovo e la fonte, questa volta, non è La Repubblica: «diritto dei bambini ad avere una loro sessualità, ad avere rapporti sessuali con gli adulti».
L’avrebbe pronunciata davanti all’assemblea dei militanti della Fgci quando, nel marzo del 1985, venne eletto membro della segreteria nazionale. Dunque due testi, diversi e indipendenti tra loro, riportano lo stesso episodio. Evidentemente non fu solo il giornalista di Repubblica a capire male. Poco tempo fa lo stesso Vendola – fidanzato con un compagno canadese – ha dichiarato in un’intervista a Luca Telese: “Voglio un figlio”. Ma voi l’affidereste un bambino a Nichi Vendola?

Non è tutto. Ecco il fil rouge. Dopo: il 24 ottobre del 1996 viene presentata in Parlamento una proposta di legge (numero 2551). Chi è il primo firmatario? Nichi Vendola. Il testo è agli atti. Si chiede di modificare la legge del 25 giugno 1993 «in materia di discriminazione». In pratica si propone di estendere le norme anti-discriminatorie già presenti per quanto riguarda la razza, l’etnia, la nazionalità e la religione, all’«orientamento sessuale». L’intento è nobile. Vuol dire non discriminare chi ha propensioni sessuali diverse dalla media. E chi non è d’accordo? Peccato che tra le righe passi un concetto pericoloso. Non a caso, quando in commissione venne discusso il testo, si scatenò una feroce polemica proprio su questa definizione: «orientamento sessuale». Un parlamentare di An accusò: in questo, modo si finisce per legalizzare la pedofilia.

E ancora: c’è la politicante Rosi Bindi appena nominata presidente della commissione parlamentare antimafia, e le sue relazioni con la comunità del Forteto in Toscana, dove minori hanno subito violenze e abusi sessuali.
Per la cronaca, secondo i dati ufficiali (sottostimati) del ministero dell’Interno in Italia scompaiono circa 2 mila bambini ogni anno, tanti dei quali oggetto di merce sessuale per adulti depravati che spesso, risiedono indisturbati e impuniti ai piani alti del potere. e delle gerarchie militari nonché giudiziarie.


Riferimenti:

Everyone, i diritti umani come impegno politico


Tuesday, March 8, 2011, di Stefano Bolognini – Pegaso, il Blog di Arcigay

Roma, 7 marzo 2011. Migranti, rom, gay… i diritti civili e umani sono quotidianamente calpestati in tutto il mondo. Roberto Malini co-presidente del Gruppo EveryOne ci racconta cosa si può fare per arginare la barbarie, e a che punto siamo in Italia.


L’associazione Everyone si si sta imponendo all’attenzione della comunità Lgbt italiana. Ci racconti qualcosa dell’associazione di cui sei co-presidente?


Alcuni anni fa Matteo Pegoraro, Dario Picciau e io abbiamo deciso di unire le nostre esperienze di difensori dei diritti umani e di fondare il Gruppo EveryOne. Il nome del gruppo è stato scelto in base a una parola-simbolo dei diritti fondamentali della persona. “EveryOne” infatti è il pronome con cui inizia la maggior parte degli articoli della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani.

Matteo e Dario hanno una visione dei diritti umani molto simile alla mia, che inquadra l’impegno a tutela delle minoranze perseguitate come una strategia nonviolenta, ma direttamente sul campo, accanto alle vittime di abuso.

Il nostro gruppo basa ogni azione a difesa dei diritti di un individuo o di un gruppo sociale colpiti da violazioni su un’analisi preventiva degli aspetti umanitari e giuridici che riguardano il caso e su un’indagine delle dinamiche che hanno condotto all’evento discriminatorio, che può essere violento, vessatorio o anche una forma di persecuzione poliziesca, politica o giudiziaria.

A noi tre fondatori si sono poi aggiunti numerosi difensori dei diritti umani di tutte le nazionalità, che hanno arricchito l’organizzazione con le loro diverse esperienze e competenze. I nostri attivisti corrono grandi rischi, ma studiano attentamente la tattica umanitaria da applicare di volta in volta, spesso implementandola in una strategia ad ampio raggio. Per quanto mi riguarda, mi occupo di diritti umani da quand’ero adolescente. Ricordo perfettamente l’anno 1980, quando Arcigay si costituì a Palermo, in seguito alla tragica morte dei giovani gay Giorgio e Toni.

Non vi era tutela per le persone Lgbt, a quei tempi, che venivano regolarmente pestate da fascisti, uomini in divisa e gruppi omofobi. Nella seconda metà degli anni ’70 e negli anni ’80 ho partecipato alle prime manifestazioni gay e ho conosciuto i più importanti attivisti, da Jean Le Bitoux ad Angelo Pezzana, da Toni Duvert a Beppe Ramina, dagli attivisti del Gay Liberation Movement a Pina Bonanno, fondatrice del Movimento Italiano Transessuali.

Il Gruppo EveryOne nasce con radici molto profonde, che affondano proprio nel terreno di quelle esperienze, e i suoi attivisti hanno affrontato innumerevoli sfide. Riguardo alle persone Lgbt, siamo intervenuti in decine di casi di discriminazione, violenza e abuso, salvando vite umane – specie nei casi riguardanti violazioni da parte dei governi del diritto di asilo dei profughi omosessuali – e interrompendo fenomeni persecutori, come il Trattamento Sanitario Obbligatorio, che colpiscono gay, lesbiche e trans in Italia e nel mondo. Come il razzismo, l’antisemitismo e la ziganofobia, anche l’omofobia è spesso sottovalutata ed è per questo che in molti paesi, anche nel mondo democratico, esistono ancora gravi discriminazioni contro le minoranze, discriminazioni gravi che permeano la cultura, la struttura sociale e le leggi. E’ per questo che EveryOne pone sempre in primo piano gli aspetti informativi, educativi e culturali connessi ai diritti umani.

Lavorate quasi esclusivamente in ambito internazionale. Come?

Operiamo sia in Italia che in àmbito internazionale.

Paradossalmente, siamo più conosciuti negli Stati Uniti, nel Regno Unito, in Francia, in Canada e in altre nazioni estere che in Italia, anche se siamo una delle organizzazioni per i diritti umani più attive, nel nostro paese, nel campo dei diritti delle persone Lgbt, del popolo Rom, dei profughi e dei migranti, delle vittime di TSO o di persecuzione nelle carceri.

Ogni anno collaboriamo, in questi delicati settori dei diritti umani, con l’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Rifugiati, con l’Alto Commissario per i Diritti Umani, con il Parlamento europeo e con le principali Ong.

Nell’àmbito della cultura dei diritti umani, lavoriamo con la Lgbt Historical Society dei San Francisco, il Museo della Deportazione di Parigi, i musei Yad Vashem e Beit Lohamei Haghetaot in Israele e molte altre istituzioni internazionali. In Italia, però, siamo combattuti dalle istituzioni, da quando si è diffusa in tutto il paese una cultura razzista, xenofoba e omofoba sempre più violenta e priva di scrupoli.

E’ una cultura che ormai ha inquinato politica, informazione, giustizia e scuola, trasformandosi in un’atroce propaganda dell’odio che si pone di fronte ai difensori dei diritti umani con arroganza e ben pochi scrupoli. A causa delle nostre campagne nonviolente a tutela dei Rom, dei migranti e dei gay, noi fondatori del gruppo siamo stati colpiti solo negli ultimi due anni da ben otto procedimenti penali, gravi intimidazioni da parte di autorità, minacce e agguati da parte di gruppi neonazisti e intolleranti nonché da una stretta censura da parte dei media.

I nostri attivisti di etnia Rom hanno subito pestaggi, minacce e gravi forme di repressione che li hanno costretti ad abbandonare l’Italia. L’Alto Commissario Onu per i Diritti Umani, il Parlamento Ue e l’organizzazione FrontLine – che tutela i difensori dei diritti umani soggetti a persecuzione e in pericolo di vita – hanno preso in carico il caso che riguarda il nostro gruppo, chiedendo al governo, alla magistratura e ad alcune istituzioni locali di interrompere la persecuzione nei confronti dei nostri attivisti e di consentirci di operare senza intimidazioni e vessazioni.

Noi teniamo duro e non arretriamo di un passo. Difendere i diritti umani è un aspetto fondamentale della nostra vita e continueremo a farlo. Nonostante le difficili condizioni in cui siamo costretti a lavorare, però, conduciamo decine di azioni a tutela di persone e gruppi sociali perseguitati e attualmente possiamo contare su una rete internazionale di Ong e difensori dei diritti umani che sostengono le nostre campagne e collaborano con noi.

Dal punto di vista culturale a quali discriminazioni è più o meno sensibile l’opinione pubblica e a che punto siamo con il rispetto dei diritti umani e la lotta contro le discriminazioni razziali in Italia?

Negli ultimi dieci anni il tasso di discriminazione verso i gruppi sociali di minoranza si è progressivamente innalzato, mentre le forze politiche si sono uniformate su posizioni di intolleranza, dopo aver constatato che la propaganda xenofoba, l’odio verso il popolo Rom e l’indifferenza verso i diritti delle persone Lgbt sono posizioni gradite all’elettorato di maggioranza.

Non a caso la Lega Nord, partito anti-immigrazione, anti-gay e antieuropeo è il più prezioso alleato del Pdl ed è già stato corteggiato dal Pd in vista del dopo-Berlusconi.

L’intolleranza consente di guadagnare consensi e la propaganda discriminatoria – che solo in Italia è consentita, praticamente senza limiti, durante le campagne elettorali – è un poderoso cavallo di battaglia per i politici. Sbattere il Rom, lo straniero o il gay in prima pagina è anche l’imperativo di quasi tutti i direttori dei media, perché nel clima attuale gran parte del popolo italiano si sente unito nell’ostilità nei confronti di chi è diverso.

Rispetto alla discriminazione dei Rom, i principali esperti in campo internazionale indicano l’Italia come il paese in cui vi è la più grave repressione. L’ex europarlamentare Rom ungherese Viktoria Mohacsi, dopo aver visitato gli insediamenti Rom e Sinti di tutta l’Unione europea, ha scritto in un dossier per il Consiglio Ue che la condizione dei Rom in Italia è di gran lunga la peggiore che abbia riscontrato nelle sue ispezioni.

Basti pensare che i Rom di nazionalità non italiana nel nostro paese sono 14 mila, secondo l’ultimo censimento della Croce Rossa, mentre nel 2006 erano 150 mila. Riguardo ai profughi e ai migranti dall’Africa o comunque da paesi poveri, l’Italia purtroppo si distingue per le politiche xenofobe, limitate solo grazie alle campagne lanciate da noi e da altre Ong e raccolte dalle istituzioni sovrannazionali. Per fermare i respingimenti in Libia, per esempio, siamo stati a Ginevra, presso le Nazioni Unite e abbiamo presentato denunce e dossier agli organismi europei deputati al rispetto della carta dei diritti fondamentali nell’Ue. Anche l’omofobia ha raggiunto proporzioni preoccupanti nel nostro paese e i casi di violenza contro persone omosessuali hanno toccato una quota preoccupante, se confrontata con i dati degli altri stati dell’Unione europea.

E nel mondo quali sono i paesi più problematici e perché?

La Francia di Sarkozy ha attuato politiche ostili verso i Rom romeni, ma non si può ignorare che accoglie 400 mila Rom. I Rom sono soggetti a discriminazione e apartheid anche nei paesi dell’Europa dell’est, in Grecia, Germania e Regno Unito. E’ un problema che l’Unione europea non ha saputo affrontare con efficacia, nonostante abbia stanziato per la loro integrazione miliardi di euro: denaro che è andato sprecato o impiegato per altri fini.


Profughi e stranieri provenienti dall’Africa o comunque da paesi poveri subiscono una grave discriminazione nell’Ue, dove la Convenzione di Ginevra è rispettata solo nel 20/30 per cento dei casi in cui vi sarebbe diritto alla protezione internazionale o all’asilo politico.

Il mancato rispetto della Convenzione di Ginevra è tuttavia un fenomeno che riguarda tutto il pianeta ed è alla base di fenomeni altrettanto gravi, come il traffico di migranti, il mercato degli schiavi, quello dei bambini e delle donne destinati alla prostituzione, il mercato nero degli organi umani. L’integralismo islamico – che è una componente molto forte e diffusa nel mondo arabo, perché fa leva sul desiderio del popolo di migliorare le proprie condizioni economiche – porta con sé gravi violazioni dei diritti umani e pone in stato di persecuzione e a rischio di pena capitale omosessuali, donne, dissidenti e liberi pensatori.

Riguardo alle persone Lgbt, se nei paesi fondamentalisti vengono perseguitate quali “nemiche di Dio”, anche in Occidente sono colpite da intolleranza ed emarginazione. Persino negli Usa, dove le battaglie per i diritti civili hanno consentito ai gay di ottenere leggi favorevoli, la parità è ancora lontana e nelle città in cui non vi sono comunità Lgbt molto forti, omosessuali e lesbiche tendono a nascondersi, temendo atteggiamenti ostili e aggressioni. L’influenza del cristianesimo è ancora notevole sia nel Nordamerica che in Europa, dove spesso si parla e scrive dello stile di vita Lgbt come di un comportamento che si pone in contrasto con la struttura-famiglia, che è considerata il fondamento della società umana, minacciandone la posizione dominante.

Obama, per fortuna, sta andando in controtendenza e ha posto in rilievo la grave differenza sociale che esiste, ancora oggi, fra persone omosessuali e persone eterosessuali, essendo negato alle prime un diritto fondamentale dell’essere umano, che è quello di veder tutelata e riconosciuta la propria scelta di unione affettiva. Amare e sentire la propria unione amorosa come un valore difeso dalla società è un diritto primario, come il diritto a respirare, a nutrirsi, ad avere una casa, a spostarsi da un luogo all’altro, a godere di piena libertà di espressione. Ecco perché Obama ha detto la sola cosa giusta, sull’argomento: “Le leggi che vietano i matrimoni gay sono incostituzionali”. E’ importante sensibilizzare su questo tema l’opinione pubblica. E’ importante che si torni a parlare e scrivere di diritti umani, perché parlarne e scriverne contro è – parimenti – incostituzionale, incivile, immorale.

Le vostre campagne web sono molto efficaci. Come lavorate?

Di volta in volta, secondo le caratteristiche del caso, studiamo accuratamente il fenomeno persecutorio e le condizioni sociali e giuridiche che l’hanno prodotto.

Quindi elaboriamo documenti che dimostrano l’abuso in base alle leggi internazionali e a quelle che vigono nel paese in cui il fatto si è verificato. Quindi cerchiamo di coinvolgere gli organismi preposti alla tutela del diritto violato, sia all’interno della nazione in cui risiede la persona perseguitata, sia negli àmbiti internazionale e sovrannazionale.

E’ facile denunciare una violazione dei diritti umani, mentre è molto difficile indurre magistrati e governi a modificare decisioni già prese: un asilo negato, la deportazione di un essere umano o di un gruppo sociale verso un paese in crisi umanitaria o un regime persecutorio, una detenzione o una pena ingiuste, la sottoposizione a trattamenti inumani o degradanti, gli abusi psichiatrici, la sottrazione di un minore a una famiglia in condizioni di esclusione ecc.

Internet, se usato con intelligenza, è lo strumento ideale per creare un movimento di opinione, una rete di organizzazioni e attivisti, una manifestazione in piazza su scala internazionale.

Un’azione documentata, originale ed efficace, diviene ben presto mediatica e tanto più lo diviene, tanto più si aprono spiragli importanti per salvare vite umane o evitare ingiustizie irreparabili.

La Campagna dei Fiori con cui salvammo la lesbica iraniana Pegah Emambakhsh, insieme ai nostri partner (fra cui Arcigay) e l’attuale Campagna delle Mani Rosse per tentare di evitare la deportazione del giovane gay Alvin Gahimbaze, a rischio di trasferimento coatto dal Regno Unito al Burundi, sono esempi del nostro modo di agire nel campo dei diritti umani.

Quali successi avete ottenuto?

Navigando nel sito www.everyonegroup.com si possono vedere le nostre principali azioni e le diverse fasi che hanno condotto al risultato positivo. Naturalmente abbiamo ritenuto di divulgare solo alcuni casi, mentre molte altre campagne sono state condotte in segreto, a tutela delle vittime di violazione e delle loro famiglie.

Nel campo del diritto all’asilo, riportiamo nel sito almeno una decina di casi, da Pegah Emambakhsh a Mehdi Kazemi, da Annociate Nimpagaritze a Kiana Firouz, da Vahid Kian Motlag a Saba Gdey.

Contemporaneamente, in base ai nostri dossier, il Parlamento europeo e le Nazioni Unite hanno emanato importanti risoluzioni e alcuni governi, in primis il Regno Unito, hanno modificato le leggi sull’accoglienza dei profughi o rivisto le loro posizioni riguardo ad alcune nazioni in cui avvenivano deportazioni.

Nelle campagne a tutela dei Rom e delle minoranze etniche e razziali abbiamo – sempre in sinergia con i nostri partner – evitato sgomberi ed espulsioni da paesi dell’Unione europea, fermato o limitato politiche di espulsione di massa o respingimento di profughi, ci siamo opposti con successo a gravi abusi giudiziari o psichiatrici e abbiamo effettuato importanti interventi umanitari, mettendo in salvo persone e famiglie in pericolo di vita. Ma siamo ugualmente orgogliosi dei casi singoli, come i due più recenti che abbiamo condotto insieme alla Croce Rossa Italiana: l’inserimento in lista trapianti di una giovane ucraina, cui era stato negato il trapianto di fegato a causa del suo status di “clandestina”, nonostante le fossero state diagnosticate due settimane di vita, qualora non avesse ricevuto le cure adeguate; l’intervento agli occhi che ha restituito la vista a una bambina Rom romena, altrimenti condannata a trascorrere nel buio l’intera esistenza.

A vostro parere come si sta muovendo Arcigay in Italia nella battaglia per i diritti umani?

Il lavoro di Arcigay è fondamentale e non a caso l’associazione è un punto di riferimento per tutto il popolo Lgbt italiano. Trovo molto valida la scelta, che risale al 2002, di articolare le azioni in specifiche aree sociali: giuridico, salute, esteri, immigrazione, comunicazione, giovani.

Ho molta fiducia nel nuovo presidente, che rinverdisce le radici siciliane del primo Arcigay. Patané è un attivista nel vero senso della parola e ha dimostrato di non sottovalutare aspetti forse un po’ trascurati dall’associazionismo italiano che si occupa di diritti umani, a partire dalla necessità di fornire alle persone Lgbt un supporto legale serio e preparato e non più generico.

Mi sembra che gli obiettivi possano finalmente diventare più ambiziosi, in linea con le conquiste che le recenti parole di Obama fanno intuire come finalmente raggiungibili. Se il nuovo presidente sarà circondato dal consenso che merita, Arcigay potrà crescere ancora.

Alcune ambasciate, sollecitate da Arcigay, hanno stigmatizzato dichiarazioni omofobe di politici italiani. Che altro si può fare?

Arcigay può essere ancora più forte e propositivo se perfezionerà una rete di collaborazioni, sia a livello nazionale che internazionale.

Bisogna tornare ad alcune delle intuizioni che furono alla base della costituzione stessa di Arcigay, che nacque con il proposito di avvalersi delle esperienze diversificate dei principali circoli di cultura e azione gay italiani.

Ne parlai con Beppe Ramina, tanti anni fa, poco prima della storica assemblea di Bologna e fummo d’accordo: la forza del movimento poteva dipendere solo dalla coesistenza di culture e strategie diversificate, con grande attenzione alla nascita di fenomeni culturali o artistici e un’attenzione privilegiata ai casi singoli, perché ogni gay, lesbica o trans percepisse l’associazione come un luogo protetto, dove i diritti dei singoli contassero ancora più delle ambizioni politiche o di sviluppo.

Quell’anno partecipai alle Giornate dell’Orgoglio di Bologna insieme al mio gruppo di poeti e musicisti (in cui vi erano anche Dario Bellezza, Christopher White, Paola Astuni e il maestro Aldo Bernardi).

Lessi di fronte alla folla che gremiva piazza Maggiore una poesia che iniziava con questi versi: “Questi giorni d’orgoglio passeranno / come un carnevale di maschere bianche / se non ci lasceranno dentro / una traccia anche lieve / e nella traccia un seme. / Un seme grande come un desiderio, / grande come un’idea, forse l’idea / di una nazione di coscienze da fondare (…)”.

Sono convinto che, nonostante la lunga strada già percorsa da allora a oggi, quella “nazione di coscienze da fondare” rimanga una priorità, se non vogliamo accontentarci di limitare la discriminazione, ma desideriamo conseguire l’esatta parità sociale e la piena libertà di espressione per le persone Lgbt.

Nella foto, Roberto Malini al Gay Pride 2010 di Milano

Una fetida e costosa dark room di Stato Il caso Unar svela la perversione dei circoli gay


DI ANDREA ZAMBRANO

Lo Stato italiano sta pagando un’enorme dark room, dal Piemonte alla Sicilia passando per Roma e Milano, in cui il proibito del sesso gay diventa realtà, persino la prostituzione, lo scambismo e la promiscuità più sfrenata. Lo scoop delle Iene, che ha portato alla luce lo spettro della prostituzione gay e l’esistenza di circoli only gay affiliati ad un’associazione beneficiata da oltre 55mila euro dell’Unar, l’ufficio anti discriminazioni della Presidenza del Consiglio, ha mostrato una scomoda verità: con la scusa della battaglia contro la discriminazione degli omosessuali, per la quale l’Unar ha emesso un bando, si fanno vivere quei privé mascherati da circolo culturale per non pagare le tasse.

Ma il problema non è meramente economico. Ieri la vicenda andata in onda con tanto di telecamera nascosta sulle reti Mediaset ha coinvolto la politica, e non poteva essere altrimenti. Con il senatore di Idea Carlo Giovanardi che ha tuonato contro l’Unar pretendendo dal Governo spiegazioni su come i soldi dei contribuenti vengono elargiti a tutte quelle associazioni che con la scusa dell’antidiscriminazione verso i gay, in realtà si occupano di ben altro. Fratelli d’Italia con Giorgia Meloni ha chiesto addirittura la chiusura dell’ufficio governativo, nato per combattere le discriminazioni razziali ma che negli anni ha preso via via una precisa connotazione omosessualista e gender oriented con la scusa della promozione culturale. M5S, Forza Italia e altri partiti hanno protestato. Ma anche i movimenti pro family di Gandolifni e pro life come Pro Vita. Così la Boschi ha sospeso in autotutela il finanziamento e Spano si è dimesso. Ma la vicenda, è chiaro, non può finire qui.

Secondo Giovanardi è il Sottosegretario Maria Elena Boschi a doversi presentare in Aula per spiegare come sia possibile che la Presidenza del Consiglio tramite l’Unar finanzi Circoli dove si “pratica la prostituzione e ogni tipo di aberrazioni sessuali” chiedendo “nel frattempo di bloccare i finanziamenti pubblici se non ancora erogati”. Il riferimento è ai 55mila euro ottenuti a novembre da un’associazione di area, la Anddos, Associazione Nazionale contro le discriminazioni di orientamento sessuale. Anche perché l’Unar per legge dovrebbe occuparsi soltanto di discriminazioni razziali ed etniche, ma nel tempo ha iniziato anche a seguire il filone omo. E Anddos è beneficiaria di quei soldi erogati dall’Unar sulla base di specifici progetti presentati con la scusa dell’antidiscriminazione. Il servizio delle Iene invece mostra che in uno dei circoli affiliati alla Anddos si pratica la prostituzione gay. Ma andiamo con ordine.

Si tratta di un bando di oltre 900mila euro dell’Unar diviso per categorie. La prima si riferisce a progetti nel campo dell’accoglienza ai migranti per la prevenzione delle discriminazioni etnico-razziali, la seconda a progetti riservati ai rom e ad altre minoranze. Ma è con il terzo settore, quello classificato come C che l’Unar si apre al finanziamento a quelle realtà che promuovono l’omosessualismo in chiave di affermazione dei diritti Lgbt. All’Arcigay di Roma vanno 20.000 euro, alla lista Lesbiche Italiane 13.000 Euro, l’Arcigay nazionale 74.430, l’Lgbt Mit 75.000, il Cirses, finanziato pure dalla Regione Lazio, con altri 75.000, tutte associazioni collegate al mondo Lgbt. E nell’elenco compare anche la Anddos beneficiaria di 55mila euro. Con quale progetto? Questo sarà l’interpellanza apposita a chiarirlo con una richiesta di acceso agli atti.

Intanto si chiarisce qual è il nesso tra la Anddos e le dark room del sesso gay. Di fatto la Anddos funziona come “collettore”, affiliando tutti quei locali per gay che hanno tutti una caratteristica comune: sono circoli culturali e vengono presentati spesso come saune. Sul portale di Anddos alla voce circoli si vede in primo piano due uomini nudi in sauna e la scritta accattivante e per nulla ambigua: “I circoli Anddos sono luoghi sicuri, pensati per il tuo benessere, dove potrai condividere esperienze, trovare accoglienza, manifestare appieno la tua sessualità ed essere pienamente te stesso“. Che cosa ci sia di culturale in una “dark sauna” è presto detto. Manifestare appieno la sessualità è frase abbastanza esplicita per un sito del genere. Ci manca solo il cartello: “qui, sesso gay!”.

Nel portale della Anddos compaiono, divisi per regione tutti i circoli del proibito. I quali in questo modo svolgono un’attività ludico-commerciale con la scusa dell’attività culturale. Per pagare meno tasse, certo. Ma anche perché, come detto dall’anonimo intervistato dalle Iene “qui le donne non entrano e neanche la Polizia e l’unica cultura e quella che si fa col cul…”. Bisogna soltanto associarsi, cioè iscriversi all’Anddos, che è dunque l’unico lasciapassare per entrare nel club del proibito gay. Tutti circoli, presentati con nomi altisonanti e accattivanti, hanno l’obbligo di essere associati ad Anddos e così anche i loro fruitori. Insomma: gay e soprattutto iscritti ad Anddos. Ed è in uno di questi circoli sparsi in tutt’Italia che la Iena Filippo Roma è entrata constatando come al suo interno l’unica attività culturale sia quella del sesso, promiscuo o a pagamento. Pizzicando qua e là, dalla Liguria alla Campania infatti tutti i circoli vengono presentati in questi modi:


Iscriviti al nostro circolo per divertirti, rilassarti, conoscere altri ragazzi, in un luogo sicuro e privo di discriminazione di ogni genere. Il nostro circolo offre 800 mq di locale ricavato da una vecchia fabbrica situata nel semi interrato al centro della città, offre un ambiente molto soft illuminato con candele e luci soffuse che avvolgono chi la frequenta in un’atmosfera calda e accogliente. Ambienti con musica diffusa curata e scelta in modo minuzioso da un cultore del settore. 400 mq di labirinto molto curioso e una serie di cabine e dark sparse per la struttura, due sling room e… . L’ingresso è riservato ai soci Anddos.

A che cosa servono i labirinti? Che cosa siano invece le dark, è presto detto. Trattasi di stanze buie dove all’insegna della promiscuità più perversa ci si incontra, si fa sesso e neanche ci si saluta. Mentre per quanto riguarda le sling room, rimandiamo alla prudenza del lettore dopo una semplice ricerca su Google. Così come, rivolgersi a internet, (qui siamo in un circolo del sud Italia) il “mega lettone glory hall”, dove la pratica, oscena, è spesso frequentata. In sostanza: non è la Anddos che pratica la prostituzione, come si potrebbe pensare, ma la Anddos è l’etichetta sotto la quale si celano centinaia di piccoli club privati, che fanno business col sesso gay. Nel frattempo, mentre la Anddos “garantisce” ai club il timbro della antidiscriminazione, l’associazione presenta la sua faccia istituzionale come benemerita per la causa omo. Si tratta di un’associazione giovane, nata nel 2012 nata da una costola dell’Arcigay che con Arcigay è affiliata e collabora, ma che ha al suo attivo già una 70ina di circoli sparsi per l’Italia. In pratica chi ha la tessera di Anddoss può entrare nei circoli Arcigay e viceversa.

Ma Andoss è anche molto attiva sul fronte istituzionale e politico. Ne è prova la vicinanza tra la stessa Anddos e il direttore dell’Unar, quel Francesco Spano che nel servizio con le Iene nega di essere iscritto all’associazione beneficiata dal suo stesso ente, ma che alla domanda, se la svigna senza dare ulteriori spiegazioni. Ieri, dopo la messa in onda del servizio Spano non ha replicato, si è solo dimesso, ma se non si ha ancora la certezza che il funzionario non sia iscritto, di sicuro conosce questa realtà. Lo dimostra la foto scovata da Mario Adinolfi del Popolo della Famiglia, che per primo l’anno scorso aveva denunciato l’esistenza di dark room mascherate da centri massaggi. L’immagine raffigura lo stesso Spano con il presidente della Anddos nel corso dell’inaugurazione della nuova sede dell’associazione la scorsa primavera. Spano, si legge nell’articolo, aveva visitato i locali nella sua veste di direttore dell’Unar.

Ma i sospetti sull’ormai ex direttore non si fermano qui. Giovanardi ha chiesto al Governo con quali criteri sia stato scelto Spano alla guida dell’Ufficio. Anche perché non è dipendente pubblico, ma esterno alla Presidenza del Consiglio. Per quali credenziali Spano è stato scelto? Se lo chiedono in molti ora anche a giudicare dal suo curriculum. Avvocato presso il foro di Grosseto, Spano ha collezionato numerosi incarichi in ambito universitario come docente di Master alla Sapienza di Roma, responsabile del Dipartimento per le politiche per il dialogo interculturale, consulente dell’agenzia dell’Onu Unicri e coordinatore della consulta giovanile nazionale per il pluralismo religioso e culturale.

Ma è nell’ambito religioso che ha collezionato il maggior numero di incarichi: oltre ad essere stato direttore del centro culturale della sua Diocesi di Pitigliano e Orbetello, Spano si è occupato di corsi di liturgia e pastorale del matrimonio, di diritto ecclesiastico, di pastorale liturgica e libertà religiosa. Dal curriculum sembra provenire dal mondo cattolico. Eppure da direttore dell’Unar sostiene le tesi dell’omosessualismo. “Sembra di rivedere in fotocopia – è lo stesso sospetto di Giovanardi – la vicenda di Benedetto Zacchiroli chiamato recentemente a ricoprire l’incarico di responsabile dei rapporti con il mondo cattolico, notoriamente militante del circolo Gay il Cassero di Bologna” e che in una intervista a l’Espresso si è definito teologo gay.

Insomma: soldi, incarichi, prebende, diffusione di ideologie mascherate da diritti. Ce n’è abbastanza per una storiaccia tipica all’italiana. Senza dimenticare il ruolo svolto dall’Unar che sta acquisendo sempre più potere nella diffusione della gender theory e dell’omosessualismo, ma che in realtà, come ampiamente dimostrato dallo stesso Giovanardi e da Eugenia Roccella non avrebbe nessun titolo per occuparsi di diritti gay e cultura Lgbt. Se è un regolamento di conti all’interno del mondo gay o l’inizio di uno scandalo sarà il tempo a dirlo. Quel che è certo è che il Governo quest’anno ha dato almeno 400mila euro di finanziamento a realtà che, almeno nel caso di Anddos, mostrano tutta la loro ambiguità e nel caso di lista Lesbiche Italiane, che di soldi ne ha ricevuti 13mila, tra le altre cose si occupa anche di cruising, cioè fare agenzia di incontri tra le Saffo che frequentano il portale. Anche questa sarà cultura?

08 marzo 2017

La globalizzazione, analisi, interrogativi e riflessioni! Globalizzazione, sì o no?


L'analogia tra i termini "globale" e "universale" è fuorviante. L'Universalizzazione ha a che fare con i diritti umani: la libertà, la cultura e la democrazia. Al contrario, la Globalizzazione è sulla tecnologia, il mercato, il turismo e l'informazione.

Qualsiasi cultura che diventa universale, perde la sua singolarità e muore. Questo è quello che è successo a tutte quelle culture che sono state distrutte dalla forza d'urto dell'assimilazione. 

Ma è anche vero per la nostra cultura, nonostante la sua pretesa di essere universalmente valida. L'unica differenza è che le altre culture sono morte per la loro singolarità, che è una bella morte. La nostra, invece, sta morendo perché stiamo perdendo la nostra singolarità distruggendo tutti i nostri valori. E questa è una morte molto più brutta.

La tendenza alla globalizzazione, però, dovrebbe essere valutata da due opposti punti d'osservazione.

Dal punto di vista dei paesi ricchi (Europa occidentale, Stati Uniti), il rapido processo a cui abbiamo partecipato o assistito passivamente, si è rivelato un boomerang: ha prodotto la perdita di occupazione nel mondo del lavoro e un impoverimento generale delle classi meno abbienti, partendo però dalla media borghesia.

Dal punto di vista, invece, dei paesi più poveri il fenomeno rappresenta una fase evolutiva verso un maggiore benessere, che era senza speranza solo pochi decenni addietro.

Noi occidentali abbiamo spinto la globalizzazione pensando che l'apertura verso altri paesi più poveri (visti solo come "mercati") avrebbe rappresentato un enorme ampliamento dei nostri profitti. E ciò è risultato vero, ma solo per quei pochi imprenditori o specialisti che hanno fatto fortuna esportando il loro know how e macchinari produttivi in quei paesi. 

Per tutti gli altri abitanti delle nazioni ricche, invece, ha rappresentato, assieme al fenomeno dell'immigrazione, una doppia perdita di potere economico, trasformatosi poi in maggiori debiti pubblici, maggiori tasse e drastica riduzione dei posti di lavoro. Data l'ingestibile competizione del minor costo di manodopera, la bilancia tra importazioni ed esportazioni sarà sempre di più a nostro sfavore.


Quindi, sul piano umanistico generale, i paesi ricchi, impoverendosi e perdendo un poco del loro sfrenato benessere consumistico, hanno compiuto (involontariamente!) una vera e propria opera di bene, aiutando ad emergere quei paesi che fino a ieri non avevano lavoro e/o morivano di fame e malattie.

Oggi un'operaia indiana, guadagnando 45 dollari al mese, si ritiene fortunata e vive molto meglio di prima. E' sfruttata in modo vergognoso, ma prima non aveva niente del tutto.

Noi dobbiamo decidere se sentirci orgogliosi di questo fatto e dunque non lamentarci, oppure pentirci di non avere saputo imboccare strade diverse per cercare di porvi rimedio, rallentando se non altro il fenomeno.

Del resto gli aiuti che davamo al terzo mondo finivano in gran parte male e non giungevano alle popolazioni povere, ma arricchivano trafficanti d'ogni genere.
L'errore stava nel fornire mezzi di sussistenza e non conoscenza.

Nessuno ha capito che aprire le frontiere significava aprirsi ai viaggi nel tempo.

In questo preciso momento sul nostro pianeta esistono popolazioni che vivono come si viveva diecimila anni fa, altre come nel medioevo ed altre ancora come verso la fine del nostro Ottocento.
Questo stato di cose è rimasto immutato fino a quando non è diventato molto più rapido e semplice viaggiare, trasportare merci e mostrare, tramite i mezzi di comunicazione, che esisteva una possibilità di vivere meglio.

Abbattere le dogane e superare l'ostacolo del trasporto ha consentito agli agricoltori sud americani, così come a quelli orientali, per esempio, di esportare i loro prodotti nel nostro continente.
Ciò ha provocato la crisi del nostro analogo settore. E così è successo per tanti altri settori produttivi e commerciali.

Di contro, se da una parte abbiamo aiutato così facendo le popolazioni povere, dall'altra parte si è incrementato l'inquinamento e il consumo di carburanti non rinnovabili. Pensate a quanto costi trasportare via nave un container di prodotti che sarebbero facilmente coltivabili a chilometri zero da dove abitiamo o che venivano realizzati in una piccola fabbrica del nostro paese.

L'Europa è stata imprevidente anche sotto questo punto di vista ed ancora oggi non si parla neppure di introdurre almeno una tassa ecologica motivata proprio dal consumo energetico e inquinamento prodotto dal trasporto su lunghe distanze.

Il processo, inoltre, sta introducendo, o ha già introdotto, il modello dello stile di vita consumistica in molte parti del globo, di cui stiamo comprendendo i limiti.

La Cina soffre già di problemi d'inquinamento, ovvero sta percorrendo rapidamente tutte quelle fasi che hanno trasformato la nostra civiltà contadina dell'inizio del ventesimo secolo, in società prima industriale e poi consumistica.

Allora la globalizzazione non è un bene, neppure sotto questo profilo.

Ma che fare?

Il processo non può essere arrestato, non dipende più da nessuno, dipendendo da tutto il sistema.


Quindi non c'è soluzione. I nostri figli e nipoti sono destinati a vivere sempre di più in una crescente povertà.

I posti di lavoro saranno sempre di meno. La media borghesia lascerà il posto ad una popolazione più misera e poche persone saranno ricche. Si tratterà di grossi imprenditori e di speculatori dell'alta finanza, verso la quale pure non abbiamo posto limiti.

Non ci sarà più spazio per la piccola impresa, che sarà (come avviene già oggi) sempre più soffocata dalle grandi compagnie internazionali, che detteranno legge.

Oggi un'azienda che si appoggi al web per il proprio business, ad esempio, è già in balia dei capricci dei motori di ricerca, che possono spazzarla via dalla presenza, decretandone l'inevitabile fine.

Così come l'adozione di semenze OGM crea dipendenza dalla compagnia che ne detiene il brevetto a livello mondiale.

Linee guida per le riforme del futuro: 
Dobbiamo imparare a vivere meglio, ad essere meno vincolati dalla grande distribuzione ed affascinati dagli inutili o superflui acquisti di prodotti tecnologici o comunque facilmente rinunciabili.

Dobbiamo sincronizzare la formazione scolastica con le nostre reali esigenze lavorative, garantendo così un posto di lavoro sicuro ai nostri figli.

Dobbiamo concedere in uso vasti territori nelle periferie delle nostre città e paesi a famiglie o cooperative che ne realizzino coltivazioni e piccoli allevamenti ad uso personale (ortaglia e animali d'allevamento).

Dobbiamo diffondere maggiormente il risparmio energetico e sfruttare sempre di più il recupero dei rifiuti.

Dobbiamo incentivare al massimo la costituzione di nuove cooperative in tutti i vari settori (fenomeno già spontaneamente in atto), perché queste strutture abbattono il divario economico-decisionale tra datore di lavoro e forze impiegate, quindi è un sistema più equo e reattivo.

Dobbiamo introdurre forme di prestazione gratuita di servizi (volontariato), introducendo il criterio di scambi a costo zero, in previsione dell'auspicabile definitiva e completa abolizione del sistema monetario (vedi Zeitgeist).

Dobbiamo vincolare le aziende produttrici al rispetto delle norme di qualità dei prodotti, affinché non sia più programmata la loro obsolescenza o rottura per garantire maggiori profitti (certificazioni).

Dobbiamo ottimizzare al massimo la struttura sanitaria, affinché i servizi restino di alto livello, ma a costi inferiori, abbattendo sprechi, corruzione e incapacità.

Dobbiamo aiutare tutti i settori del lavoro autonomo, fornendo loro informazioni su tecnologie, prodotti, esigenze dei mercati, cooperazione, concorrenza e supporto gestionale (molto carente).

Dobbiamo introdurre a livello europeo una tassa proporzionale ai chilometri di trasporto delle merci importate.

E chissà quante altre iniziative e riforme orientate al nuovo assetto anti-consumistico si potrebbero attuare, nel rispetto del merito, della qualità, della durata, dell'economia, del benessere dei cittadini.

In una parola sola dobbiamo uscire dall'era consumistica, dal governo dei mercati e dell'alta finanza speculativa ed abbattere il profitto di pochi per inventarci l'era successiva, basata sul reciproco sostegno sociale, riducendo i nostri consumi, ma incrementando la nostra sicurezza e tranquillità economica.

Se il futuro prenderà questa direzione, anziché ridurci a guerre tra poveri, allora potrà anche affiorare la speranza e fiducia verso una società migliore di quella attuale, meno avida, meno ignorante, meno sprecona ed egoistica, meno corrotta e depravata e più sensibile anche ai problemi del nostro pianeta, per nulla trascurabili!

Autore: Enrico Riccardo Spelta

06 marzo 2017

Apparire & Identità "senza voce"

Codice Identità: istruzioni per la lettura [Foto Wikipedia]

Appaio, dunque sono?

Il riconoscimento sociale della propria specificità culturale è un elemento fondamentale nel processo di costruzione identitaria, e assume un'ulteriore rilevanza nell’adolescenza, che non a caso è stata chiamata anche “l’età dell’incertezza”. Anche l’epoca in cui viviamo è segnata dall’incertezza. Ciascuno deve lottare con gli altri per vedere riconosciuta la propria identità, la quale si presenta come il risultato del rapporto tra la consapevolezza di sé, che ognuno si costruisce nel corso di un cammino interiore, e le identità che socialmente ci vengono attribuite.

E allora, ecco il bisogno di molti di apparire per essere. Siamo addirittura arrivati al paradosso che è necessario apparire per essere, indossare una mascheraogni volta che usciamo di casa e ci relazioniamo con gli altri.

Purtroppo la società oggi si aspetta da qualsiasi persona che essa si comporti secondo schemi prestabiliti e secondo modelli che non possono essere diversi dall'avere una buona posizione sociale, un buon reddito economico, un bell'aspetto ecc. Tutte cose indispensabili per non essere considerati anormali, strani, ‘out' o 'diversi' da questa nostra società. Molte persone oggigiorno vivono esclusivamente secondo questi modelli e pongono molte cose che la società si aspetta in cima alla lista delle priorità della loro vita : si sposano e fanno figli anche se ci sono problemi con il partner, acquistano una macchina costosa da mettere in bella mostra anche se non se lo possono permettere, si mostrano sempre con una faccia sorridente per piacere ed essere cordiali, ecc.

In realtà queste persone si presentano con una faccia diversa di come realmente la loro sia. Il risultato è che queste individui avranno sempre più problemi, poiché tutti questi mezzi per ottenere la propria realizzazione danno in fondo sono l'illusione di stare bene. Mostrarsi agli altri come gli altri vogliano che tu sia, sarà sempre una causa di sofferenza e di disequilibrio. In realtà molte persone hanno paura di sentirsi sole ed emarginate.

Ma chi ripone la propria identità e il proprio valore nell’apparenza è destinato ad essere un deluso e un fallito: presto o tardi percepisce la lontananza tra ciò che è e ciò che vuole apparire; le maschere dell’apparenza sono destinate a cadere.

una maschera con cui si appare

Daft Punk: non si sono mai fatti vedere in pubblico senza i loro caschi [Foto Dreamstime]


Maschera: Una persona può nascondersi dal pubblico con una maschera per vari motivi. Di solito una persona che si nasconde dietro una maschera, lo fa per preservare la sua persona o per apparire trasgredendo gli schemi della normalità.

Come maschera si intende anche un ladro o una persona cupa e oscura, a meno che non la metta durante festività come carnevale o halloween: se si gira per la strada con una maschera si può essere fermati. Insomma, una persona con la maschera di solito si vergogna di come appare e quindi vuole nascondersi dal mondo, ma questo è sbagliato perché tutti siamo diversi, e questo è un pregio. Se fossimo tutti belli e perfetti, il mondo sarebbe da snob e non si parlerebbe altro che di moda diete e cose varie. In conclusione, sul tema Apparire abbiamo scelto la maschera proprio perché con la maschera si appare e ci si nasconde allo stesso momento.

Apparenza: Oggi ci sono molte altre forme dell’apparire. Ad esempio, negli ultimi tempi, si sta difondendo sempre più la moda di fotografarsi in modo "appariscente" facendo la faccina provocante, inscenando abbracci esagerati, esibendo la fisicità e la sensualità. Su imitazione della televisione, che ha insegnato a tutti la voglia di farespettacolo, la voglia di apparire come modelle o come modelli, mostrare le proprie forme agli altri.

Identità: L’uomo sotto un a luce migliore
Spiderman [Foto Dreamstime]


Per identità si può intendere il ruolo che abbiamo noi nella nostra vita. Tutti noi rivestiamo più ruoli, di conseguenza abbiamo un'identità multipla.

L'identità contemporanea, infatti, non va intesa come una sorta di status da raggiungere e fissare una volta per tutte, ma come un progetto che ognuno di noi è chiamato a portare avanti e a modificare nel tempo.

Nei fumetti o nei film, l’identità multipla, il doppio, la crisi d'identità sono sempre presenti: si tratta di una delle ragioni che affascinano gli adolescenti, che si identificano nei personaggi.

Prendiamo ad esempio i supereroi: hanno una doppia personalità e molto spesso indossano un costume che gli identifica.

Quando si ha una doppia personalità, succede che queste siano diverse una dall’altra; molto spesso una può essere buona e l’altra cattiva.

Un esempio di vita quotidiana: un ragazzo che in casa si comporta in modo adeguato, può comportarsi in modo totalmente contrario o vandalo quando esce con amici. Dr. Jekkyll & Mr. Hide?




Dr. Jekill e Mr. Hyde [Foto Wikipedia]


Jekyll miscela varie sostanze ed ottiene una pozione dagli effetti straordinari, che sperimenta su di sé, subendo una trasformazione tale da far emergere la sua seconda natura, quella delle sue inclinazioni attratte dal male, soppiantando completamente la propria identità personale. Finché dura l'effetto, diventa un altro essere, con diverso corpo e diversa psiche: Mr. Edward Hyde. Tanto con la prima identità egli è alto, educato, di buoni principi morali e solidale con i suoi concittadini, quanto, con la seconda identità egli è tozzo e istintivo, con l'intelligenza e tutte le energie inclinati gioiosamente al male, alla propria soddisfazione egoistica, sfrenata, violenta e asociale.

diventa ciò che sei

Nel raro video che proponiamo, composto con alcuni fotogrammi degli ultimi giorni di vita di Friedrich Nietzsche, arricchito con aforismi tratti da "La gaia scienza" e musica di Albinoni, il filosofo Nietzsche indica il percorso per essere se stessi.

[Video Youtube]
Enrico P. e Bojan R.

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