29 aprile 2017

LE TRE SORELLE E I LORO PECCATI



– di Paolo Cardenà-

Fanno parte insieme alle banche d’affari e ai fondi speculativi, di quella oligarchia finanziaria che sta facendo tremare il mondo. I loro giudizi si abbattono su borse, mercati, titoli e anche istituzioni e enti governativi, giudicandoli e assegnando loro un “voto”. Fanno il buono e il cattivo tempo, prive di un controllo idoneo a stabilirne l’autonomia e l’imparzialità. Standard & Poor’s, Moody’s e Fitch.

Sono queste, quelle che in gergo vengono definite le “tre sorelle”, le agenzie che hanno il compito di esprimere giudizi sulla qualità del debito, di uno Stato, di una istituzione o di una società.
Sebbene, al mondo, si possano contare almeno una dozzina di società di rating, le tre sorelle, sono quelle che si dividono la fetta di mercato più ampia. Il loro compito, tra l’altro, è quello di fornire informazioni sul merito creditizio di un soggetto che ricorre al mercato per potersi finanziare. In altre parole, le agenzie di rating fungono principalmente da intermediari di informazioni tra coloro che emettono titoli e gli investitori, riassumendo, dopo le dovute analisi (non sempre), le indicazioni fondamentali del merito creditizio in una semplice lettera, che sta ad indicare una precisa classe di rating, dunque, un giudizio più o meno positivo, in base ad una scala espressa con lettere dell’alfabeto, ovviamente dietro pagamento di un certo ammontare da parte dell’emittente.

Con il proprio giudizio, riescono a catalizzare l’interesse degli investitori a favore di una società o di uno stato, il quale, godendo magari di un merito creditizio di elevato standing, potrà finanziare il proprio debito con rilevanti flussi di denaro, a costi tanto più ridotti quanto più alto sarà il merito creditizio goduto. 
In tal senso, proprio perché tali agenzie, con il loro operato e il loro giudizio, riescono ad influenzare in maniera predominante, non solo l’interesse o meno degli investitori, ma anche politiche economiche e fiscali di intere nazioni – che chiaramente auspicheranno elevati giudizi di merito creditizio al fine di attrarre investimenti a bassi costi, varando così politiche fiscali ed economiche propedeutiche a tal fine- godono di un grande potere che è quello di influenzare non poco scelte economiche, fiscali e anche politiche, “imponendo”, talvolta, dei veri e propri cambi di governo.
Proprio per questo, le società dovrebbero svolgere il proprio operato in regime di assoluta imparzialità e autonomia, in assenza di qualsiasi conflitto di interesse e certamente immuni da errori che possono compromettere la stabilità finanziaria di un area geografica o, ancora peggio, portare a soluzioni governative non espressione della volontà popolare.

Queste, abusando del proprio status, talvolta, assumono un vero e proprio ruolo politico che si manifesta proprio nell’espressione del proprio giudizio.

Evidenziata quindi l’importanza che viene attribuita a questi enti nell’esprimere le proprie pagelle, il cui significato può essere anche politico, appare del tutto evidente ed indispensabile che queste debbano operare in regime di assoluta imparzialità, autonomia e lontane da conflitti di interesse che ne possano, in qualche modo, influenzare la formazione di meriti o demeriti creditizi, immuni dal commettere, con ragionevole aspettativa, qualsivoglia errore di valutazione. Ma in realtà ciò non avviene.

Queste agenzie, con le loro valutazioni, concorrono alla formazione dei prezzi delle attività finanziarie in tutto il mondo, favorendo e facilitando l’attività di speculatori pronti ad avventarsi sulla loro preda, acquistando aziende a prezzi svalutati, mettendo sotto pressione i prezzi dei titoli governativi e impoverendo l’intera collettività. A conferma della tesi che ho appena descritto, vale la pena ricordare che gli azionisti delle tre sorelle, nella maggior parte dei casi, sono riconducibili più o meno indirettamente sempre alle stesse banche o fondi di investimento. Sono infatti questi ultimi, godendo di masse di denaro imponenti, a trarre il maggior vantaggio dal lavoro delle agenzie. Ma chi sono, in sintesi, i proprietari di queste società? Basta ben poco per accertarcene, e una semplice indagine ci riconduce a tutti i nomi noti della finanza e della speculazione mondiale.

Prendiamo ad esempio Sandard & Poor’s che ha una quota di mercato del 39% ed è presente in 23 paesi. La proprietà è del colosso delle comunicazioni , dell’editoria e delle costruzioni McGraw-Hill Companies Inc. Questa società a sua volta è partecipata per il 10.26% da Capital Word Investors, per il 4.47% da Black Rock Fund Advisor, il 4.25% da State Street Global Advisor, per il 4.04% da Oppenheimer Funds Inc, per il 4.58% da The Vanguard Group inc. e da decine di altri investitori.

Ma Capital Words Investors non solo è azionista di S&P attraverso la partecipata McGraw-Hill; è anche il primo azionista della concorrente Moody’s insieme Berckshire Hathaway Inc (di proprietà di Warren Buffet) e al fondo americano State Street Corp che a sua volta, allargando l’orizzonte, è partecipato da Barclays Plc, Citigroup Co., Invesco International, Northern Trust Corp., Putnam LLC.
E che dire dell’altro fondo di investimento BlackRock che è l’undicesimo socio di Moody’s e il sesto di Standard & Poor’s.

Black Rock a sua volta è partecipato dalla banca di investimento Merrill Lynch che nel 2008,dopo il fallimento di Lehman Brothers, è stata acquisita da Bank of America i cui azionisti sono: Barclays Plc., di nuovo State Street Corporation, Axa, Putnam LLC e altri fondi.
Analogo discorso si puo’ osservare anche per la terza sorella: Fictc Ratings. Qest’ultima è di proprietà di Ficth Group che a sua vota è partecipata per il 40% dalla francese Fimalac e peril 60% da Hearst Corporation. Queste ultime due società sono a loro volta partecipate da un gruppo di fondi comuni britannici e americani.
Insomma, nel groviglio di partecipazioni incrociate, si potrebbe andare avanti per ore riconducendoci sempre ai nomi noti dell’oligarchia finanziari, figlia della deregolamentazione intervenuta nel mondo della finanza americana (ma non solo) per circa un ventennio. 

Sicuramente questi nomi, se non conoscete il mondo della finanza, vi diranno ben poco. Ma in realtà, la maggior parte di loro, rappresentano i maggiori fondi di investimento al mondo, con dotazioni finanziarie impressionanti e alla costante ricerca di qualche buon affare a prezzi di saldo. Riescono a muovere centinaia di miliardi di dollari con grande flessibilità e tempismo, speculando su azioni, bond, titoli governativi e adottando tecniche di investimento e speculazione sofisticatissime e, talvolta, con l’ausilio delle società di rating di cui sono proprietari.

In altre parole, si ritrovano sempre gli stessi nomi che controllano gruppi bancari o fondi di investimento che a loro volta controllano le agenzia di rating. I fondi USA (ma non solo), sono da un lato gli investitori, e dall’altro sono anche gli azionisti delle agenzie che stilano le pagelle. 
Giova ricordare che, la maggior parte di questi gruppi bancari, nel corso del 2008 e negli anni successivi, inghiottiti dalla tempesta finanziaria scoppiata a seguito dell’esplosione della crisi dei mutui subprime, che loro stessi hanno creato, hanno ottenuto miliardi e miliardi di dollari di aiuti pubblici per essere salvati, favorendo un considerevole aumento del debito pubblico, pressoché in tutti gli stai occidentali, che sono intervenuti per coprire le perdite derivanti dalla crisi finanziaria del 2008. Ora queste stesse banche speculano su debiti governativi che hanno contribuito a formare, fino a renderli insostenibili per la collettività. Banchieri senza patriottismo e senza decoro, direbbe il buon Napoleone.
Ciò considerato, non resta affatto complesso intuire il regime di conflitto di interesse che avvolge le società di rating e le banche di investimento che, giorno dopo giorno, speculano sul nostro futuro. Pur considerando di interesse generale il lavoro che una società di rating dovrebbe svolgere, al fine di colmare la naturale asimmetria informativa esistente tra investitore (risparmiatore) e chi, invece, ha bisogno di denaro per piani di sviluppo economico, siano essi stati o industrie, sono del tutto evidenti le criticità che caratterizzano il mondo della finanza, al punto di rischiare un impoverimento sistemico di intere economie e aree geografiche.

Ma i limiti delle agenzie di rating non si esauriscono nel conflitto di interessi in cui sono avvolte.
Sono innumerevoli gli errori che commettono e che hanno commesso nel recente passato al punto da screditare, talvolta, il loro operato.
Errori che in qualche modo hanno influenzato comportamenti e scelte di istituzioni finanziare e risparmiatori, determinando, talvolta, la perdita di tutti i risparmi di migliaia di persone che avevano ponderato le proprie scelte in base ai rating elaborati dalle agenzie.
I più clamorosi sono riconducibili proprio al periodo della scoppio della crisi finanziaria iniziata con il collasso dei mutui sub-prime. In effetti, la crisi del 2008, ha portato allo scoperto le carenze dei metodi e dei modelli utilizzati dalle agenzie di rating. Secondo la Proposta di regolamento del Parlamento Europeo e del Consiglio relativo alle agenzie di rating, “tali carenze, sarebbero attribuibili in buona misura al carattere oligopolistico del mercato entro cui le suddette agenzie operano e alla conseguente mancanza di incentivi a competere sulla qualità del rating” .

In sintesi, le agenzie di rating, nell’ambito della crisi finanziaria del 2008, sono state messe sotto accusa sia per aver valutato in origine troppo favorevolmente il rating delle obbligazioni riconducibili ai mutui di scarsa qualità, sia per non aver osservato, con la dovuta sollecitudine, la revisione di tali giudizi. Ma in realtà gli errori delle società di rating partono da ben più lontano.

Era il 2001 quando il sistema finanziario americano veniva scosso dal caso Enron. In tale circostanza le società sbagliarono clamorosamente al punto che, fino a tre giorni dal crack il rating era assolutamente positivo. E anche nelle ore immediatamente precedenti al default, benché declassate, le valutazioni apparivano comunque rassicuranti. Due anni dopo fu la volta della Parmalat in cui furono coinvolti 50.000 risparmiatori. Alla Parmalat era stata assegnato un giudizio che identificava la società come non speculativa.

Nel 2008 si consumano una vera e propria infinità di errori così sintetizzati:

Il 15 settembre 2008 la banca d’affari Lehman Brothers dichiara fallimento nonostante, sembrava godere di ottimo merito creditizio con una qualità del credito più che buona.

Lo stesso giorno le agenzie declassano AIG, colosso mondiale delle assicurazioni, portando il rating da AA- a livello A-. Un ottimo giudizio quest’ultimo, se si pensa che a distanza di soli 2 giorni la Federal Reserve è costretta a concedere un prestito di 85 miliardi di dollari allo scopo di salvarla dalla Bancarotta.

L’anno precedente è la volta di Bear Stearns. Era il 15 novembre 2007 quando le agenzie tagliarono il giudizio da A+ ad A. Nonostante il merito creditizio risultasse eccellente, nel marzo 2008 la banca sfiora il fallimento e viene salvata da un massiccio intervento governativo.

Nel 2008 è anche la volta della Fraddie Mac. Fino al 22 agosto la società godeva del livello A1 e fu solo a seguito di un intervista di Warren Buffet trasmessa dal canale finanziario CNBC, che Moody’s declassò la banca al rating Baa3. Un livello molto generoso se si pensa che l’8 settembre dello stesso anno Fraddie Mac venne nazionalizzata con un altro intervento governativo al fine di scongiurare il fallimento.

Nello stesso giorno fu nazionalizzata anche Fannie Mae con il più grande salvataggio effettuato nella storia americana. Sempre Moody’s, nel febbraio precedente, aveva assegnato un rating Aaa con out look stabile. Il massimo del merito creditizio.

Sono questi, alcuni degli errori di cui si sono macchiate le società di rating nel corso dell’ultimo decennio. Ho cercato di elencare quelli più clamorosi ma la lista è ancora lunga. In questo senso, sorge spontanea una domanda inquietante: errore o malafede? Nonostante un numero considerevole di procure di vari Paesi stiano tutt’ora indagando, forse non lo sapremo mai. Ma è evidente che è più che legittimo ipotizzare un intreccio di interessi che non favoriscono né il mercato, i risparmiatori e forse neanche le stesse agenzie di rating.

Non credo alle teorie cospirazionistiche che narrano di un complotto dell’asse angloamericano a discapito dell’eurozona. Al tempo stesso, penso all’utilità derivante da agenzie di rating che agiscano in modo autonomo, lontane da conflitti di interesse e che contribuiscano all’efficienza dei mercati diffondendo giudizi idonei a colmare, in maniera professionale ed imparziale, l’asimmetria informativa esistente tra chi ha necessità di risorse finanziarie e chi è investitore, sia esso istituzionale o, a maggior ragione, piccolo risparmiatore. Il fallimento della Leadership europea è manifesto anche in quest’ambito, ovvero nella mancata ricerca di soluzioni favorevoli a dirimere ogni sorta di criticità delle agenzie di giudizio. Ma non c’è affatto da stupirsi se si considera il limitato quadro normativo in cui la stessa Banca Centrale Europea è tenuta ad operare (o per meglio dire a non operare) a difesa della moneta unica.

Le prostitute della finanza



Si impiegano le lodi come i soldi, purché ci siano restituite con gli interessi
(Jules Renard)

Spesso sentiamo parlare di agenzie di rating che retrocedono un giudizio da AAA ad AA+ nel confronti di società o addirittura dell’operato di un Paese e del suo debito pubblico. Cos’è il rating? Chi sono queste agenzie di rating? E, soprattutto, a chi giovano? 

Tratto da: “Non è crisi, è truffa!” (Edizioni SI)

Iniziamo a rispondere alla prima domanda: il rating è una classificazione del rischio creditizio legato a un titolo obbligazionario o a un’impresa. Viene assegnato attraverso un voto espresso con una o più lettere. I giudizi con la ‘A’ indicano un’elevata capacità di ripagare il debito, quelli con la ‘B’ indicano un’adeguata capacità di rimborso, che però potrebbe peggiorare ed, infine, i voti contenenti le lettere ‘C’ o ‘D’ rappresentano un debito altamente speculativo o una società insolvente. In sostanza, se il rating diminuisce il rischio di rimborso aumenta e quindi l’emittente il titolo dovrà promettere una remunerazione più elevata.
Succede così che, se un’agenzia abbassa il rating di uno Stato da A- a BBB+ e comunica che potrebbe ribassarlo ulteriormente. Così innesca una grave crisi, poiché afferma che le obbligazioni emesse da quel Paese hanno un rischio più elevato di prima e, quindi, il capitale investito potrebbe non essere più rimborsato. A questo punto, gli investitori di quel Paese non investiranno più in titoli statali e per il Paese diventa molto più oneroso avere soldi in prestito per finanziare la propria, e tutto ciò a lungo andare potrebbe portarlo alla bancarotta.

Tra le più famose agenzie di rating troviamo Moody’s, Standard & Poor’s,Fitch, le quali hanno svolto un ruolo cruciale nel funzionamento dei mercati finanziari internazionali. In tutto il mondo i loro rating sono una delle principali preoccupazioni di debitori sovrani (Stati), autorità municipali, banche e imprese. Una attività che si è dimostrata molto utile nel valutare il merito dei debitori ma che, talora, specie con il verificarsi delle crisi finanziarie, è stata messa in discussione: sono arrivate in ritardo e sono state ‘procicliche’ durante la crisi asiatica, non hanno previsto per tempo i mega-fallimenti di imprese come Enron, WorldCom e Parmalat.
Negli ultimi anni, con la crisi dei subprime e del debito pubblico della Grecia, tali accuse si sono riaccese e amplificate(9).
Dopo la crisi del ’29 il rating sulle obbligazioni diventa obbligatorio: le banche, cioè, possono acquistare solo obbligazioni certificate dalle tre agenzie. È l’inizio di un’ascesa che non si è mai più arrestata: da decenni,chiunque voglia piazzare sul mercato un’obbligazione per autofinanziarsi (un’azienda, una banca, una compagnia di assicurazione, un fondo comune, uno Stato) deve cercare di strappare un voto positivo alle tre agenzie; senza quel voto, è sostanzialmente impossibile raccogliere denaro sul mercato(10).
Esse, quindi, col tempo hanno acquisito un notevole potere ed è indispensabile che ne venga garantita una solida e duratura indipendenza ed imparzialità. Un loro giudizio, indipendentemente da quanto sta realmente accadendo nella situazione economica dell’emittente, è in grado di modificare sostanzialmente le condizioni di accesso al credito da parte delle società, dato che orienta le scelte degli investitori.
E’ pur vero però che in alcuni casi, verificatisi con troppa frequenza negli ultimi anni, il declassamento di una società (e quindi l’abbassamento del rating) avviene tardivamente, successivamente al deterioramento dell’equilibrio finanziario della società emittente l’obbligazione, sancendo quindi un cambiamento già avvenuto, e non anticipandone le evoluzioni come invece ci si aspetterebbe. Questo spiazza profondamente gli investitori, specie quelli più piccoli ed inesperti, mettendo a rischio la validità di queste, pur importanti, agenzie. Per fare un esempio, è come se il proprietario chiudesse a chiave la cassaforte quando i ladri l’hanno già derubato. Per passare invece ad un esempio pratico citiamo il caso
della Lehman Bank. Il fallimento di Lehman è il più grande nella storia delle bancarotte mondiali. Ha superato infatti il crac di WorldCom, il gruppo telefonico che finì in amministrazione controllata nel 2002. La Lehman Bank ha realizzato un debito pari a circa 613 miliardi di dollari. Come si comportarono le agenzie di rating in quel frangente?
Il rating applicato alla banca dei fratelli Lehman poco prima del suo fallimento era di notevole affidabilità: ‘A2’ per Moody’s, ‘A’ per Standard & Poor’s, ‘A’ per Fitch. Ciò ha tratto in inganno tantissimi investitori.
Il 2 agosto 2011, negli Stati Uniti, scadeva il termine per decidere circa il ‘debt ceiling’, ossia la soglia del debito americano fissata per legge: se non si fosse trovato un accordo politico tra Democratici e Repubblicani, gli USA sarebbero finiti in default. Le tre agenzie già annunciavano l’apocalisse e un taglio netto del rating americano. Il 2 agosto la farsa del debt ceiling ebbe fine, si autorizzò un nuovo debito per 2.100 miliardi e tagli di spesa per quasi 2.500 miliardi. L’accordo passò alla Camera dei Rappresentanti degli Stati Uniti con 269 voti a favore e 161 contrari, e passò al Senato con 74 sì e 26 no.
La legge adesso garantisce immediatamente al Tesoro la possibilità di aumentare di 400 miliardi l’indebitamento. Il giorno stesso l’agenzia Moody’s, che nei giorni precedenti aveva minacciato un declassamento del rating americano, conferma invece una tripla A sul debito(11) proprio per premiare Obama che aveva concesso ai banchieri di indebitare gli americani oltre la soglia dei 14,3 trilioni di dollari.
Con la deregolamentazione dell’economia, queste agenzie sono diventate il grande fratello finanziario e hanno progressivamente accumulato un potere immenso, determinando le decisioni di tutti gli attori economici.
Adesso, persino i debitori pagano per avere un ‘voto’ prima di emettere un’obbligazione o attingere a qualsiasi altra forma di credito. Insomma,per poter comprare o vendere, per prendere o dare in prestito, bisogna pagare il ‘pizzo’ per ricevere la protezione, o il semplice riconoscimento da parte di questi nuovi potentati economici che, dopo aver provocato la più grande bolla speculativa mondiale, continuano indisturbati con i parametri del loro tornaconto a manovrare i mercati.

Chi sono queste tre sorelle capaci di acquisire tanto potere nel corso di questi anni ed essere le corresponsabili di tanti giudizi che si sono poi rivelati così distanti dalla realtà economica-finanziaria?
Prima di tutto va sottolineato che le tre sorelle sono delle entità private strutturate come società per azioni, e quindi parte della logica di mercato, e sottoposte al principio del massimo profitto possibile(12). Inoltre, e risulterà chiaro da una sintetica analisi delle loro strutture dirigenziali, hanno partecipazioni dirette, anche attraverso i membri dei loro consigli direttivi, Board of Directors, nelle più grandi corporations internazionali e delle più grandi banche internazionali, pesantemente coinvolte nelle operazioni di finanza derivata, cioè in quelle speculazioni finanziarie principalmente responsabili delle bolle, appunto. speculative e dell’attuale crisi finanziaria sistemica globale.
La Standard & Poor’s (S&P) è sussidiaria della multinazionale McGraw-Hill Companies, con sede centrale a New York, colosso delle comunicazioni, dell’editoria, delle costruzioni e presente in quasi tutti i settori economici. La multinazionale, proprietaria anche di Business Week, nel 2005 vantava un fatturato di 6 miliardi e un profitto di 844 milioni di dollari. Il presidente di McGraw-Hill è Harold McGraw III che è, tra le altre cose, contemporaneamente membro del Board of Directors della United Technology (multinazionale degli armamenti) e della ConocoPhillips (petrolio ed energia). È stato anche membro del Transition Advisory Committe on Trade,sotto il governo di George W. Bush.
Tra i membri del Board of Directors della McGraw-Hill, che decidono quindi anche dell’attività della S&P, troviamo: Sir Winfried Bishoff, presidente della Citigroup Europa e uomo di punta della Henry Schroder Bank di Londra; Dougals N. Daft, presidente della Coca-Cola Co.; Hilde Ochoa-Brillenmbourg, alto responsabile della Credit Union del FMIWorld Bank; James H. Ross, della British Petroleum; Edward B. Rust Jr., presidente dell’assicurazione State Farm Insurance Company (gigante del settore assicurativo, bancario e immobiliare, criticato per le politiche troppo disinvolte dopo l’urgano Katrina), direttore della Helmyck & Payne,colosso del settore petrolifero e già membro del Transition Advisory Team Committee on Education della presidenza di George W. Bush (padre); Sidney Taurel, presidente della farmaceutica Eli Lilly (che in passato ha vantato tra i suoi dirigenti anche Kenneth Lay, condannato per la bancarotta della Enron) e direttore dell’IBM, già membro nel 2002 dell’Homeland Security Advisory Council (l’apparato dell’antiterrorismo).
L’agenzia di rating Fitch di New York è sussidiaria della multinazionale dei servizi finanziari Fimalac, con sede centrale a Parigi. Nel 2005 lamultinazionale americana delle comunicazioni Hearst Corporation ha rilevato il 20% del pacchetto azionario. Il suo presidente è Marc Ladreit
de Lacharriere, uomo della Renault e della Banque Suez. Benché si sia sviluppata con molte acquisizioni, Fitch rimane la più piccoladelle tre sorelle. La sua quota di mercato è intorno al 16%, contro il 40% di Standard & Poor’s e il 39% di Moody’s.
Tra i membri del Board of Directors troviamo: David Dautresme della banca Lazard Freres; Philippe Lagayette della JPMorgan & Cie; Bernard Mirat della Cholet-Dupont (finanza); Bernard Pierre della Fremapi (metalli preziosi). La Fimalac vanta anche un International Advisory Board per dare più lustro e potere alla multinazionale, che nel 2002 annoverava, tra gli altri: Felix Rohatyn della Lazard Freres, l’uomo che ha smantellato l’industria americana dell’auto, Sholley della UBS Warburg, Reimnits della Kommerz Bank, Peberan della Parisbas, rappresentanti della Nestlè, della Bentelsmann e anche l’ex presidente della Federal Reserve americana Paul Volker e l’italiano Lamberto Dini. Moody’s è sussidiaria della Moody’s Corporation, con sede centrale a New York. Il presidente è Raymond W. McDaniel Jr.
Tra i membri del Board of Directors troviamo: Basil L. Anderson della Stables Inc. e della Hasbro Inc (due giganti del settore vendite e servizi);Robert Glauber della ING Group (settore bancario e assicurativo con base in Olanda), già sottosegretario del ministero delle finanze americano nel periodo 1989-92; Henry Mc Kinnell, della multinazionale farmaceutica Pfizer e della Exxon Mobil (petrolio); Nancy S. Newcomb della Citigroup e della Sysco Corporation (settore alimentare); John K. Wulff, della multinazionale chimica Herculer, della KPMG (la multinazionale di consulenza finanziaria e di certificazione dei bilanci), della Sunoco (petrolio) e della Fannie Mae (che, insieme alla Freddie-Mac, detiene quasi per intero il pacchetto ipotecario immobiliare americano).
Le tre sorelle quindi, non sono solamente l’espressione dell’intreccio dominante delle multinazionali ma, in particolar modo, sono una struttura organizzata delle principali banche del pianeta che controllano il sistema finanziario e debitorio delle nazioni e tutti i settori dell’economia sia privata che pubblica. Tuttavia, la cosa che si vuole con precisione sottolineare è l’influenza determinante esercitata sulle tre sorelle da quella finanza altamente speculativa che è responsabile della gigantesca bolla in derivati finanziari che ha precipitato il mondo intero in un processo di crisi sistemica(13). Inoltre, le tre sorelle ormai sembrano formare una sorta di oligopolio del rating, visto che di recente la SEC(14), ossia la Consob americana, ha respinto la richiesta dell’agenzia di rating cinese Dagong Global Credit Rating (interamente detenuta dal governo cinese) di essere registrata come un’organizzazione di rating riconosciuta ufficialmente (Nrsro15). Dagong sostiene che la Cina, in qualità di maggior creditore degli Usa, deve condividere il potere nel settore del rating sul mercato americano, proprio alla luce del rilevante livello delle riserve cinesi che ammontano a 2.450 miliardi di dollari.
Perché parlando di rating si parla ormai costantemente anche di conflitto di interessi? Per rispondere a questo quesito occorre farsi un’altra domanda: chi paga le agenzie di rating?
Il loro capitale azionario è in mano a fondi di investimento o emanazioni di banche d’affari, ma a remunerarle sono gli stessi soggetti (aziende, banche, fondi, Stati) che aspirano a immettere obbligazioni sul mercato finanziario. Un po’ come se uno studente universitario pagasse il suo
professore prima di sostenere l’esame. Al di là del palese conflitto di interessi, vi è l’effetto bolla, cui le tre agenzie sembrano a loro volta soggette: quando le Borse vanno a gonfie vele,quando tutti comprano e si indebitano, le tre agenzie tendono a regalare voti alti a tutti; quando la tendenza si inverte, declassano senza pietà.

Ma accade anche il contrario, ovvero il sospetto ritardo nell’abbassare il rating o, peggio, la manifesta complicità nel dare pagelle eccellenti a titoli spazzatura truffando gli investitori a beneficio delle banche d’affari. La magistratura italiana ha aperto un’inchiesta sulla speculazione nei mercati borsistici e nel mercato secondario dei titoli di Stato seguita alla diffusione di rating sull’Italia.
Sulla manovra correttiva approvata nel luglio 2011. Il pm di Trani Michele Ruggiero, che aveva già aperto un’ inchiesta sulle agenzie di rating nel passato, l’ha ampliata anche alla possibile speculazione avvenuta tra giugno\luglio 2011: la procura pugliese dal giugno 2010 indaga su Moody’ s, a causa di un report diffuso nel maggio 2010, su denuncia di Adusbef e Federconsumatori, e dal maggio 2011 ha aperto un’indagine anche su Standard & Poor’s. Ruggiero, che intende coordinarsi anche con le procure di Milano e Roma, alle quali Adusbef
e Federconsumatori avevano fatto recapitare analoghi esposti denunce, sta cercando di fare luce sull’intera vicenda e capire se dietro le manovre speculative su Piazza Affari esista un disegno preciso di hedge fund e di altri soggetti non identificati che possa collegarsi in qualche modo ai giudizi negativi espressi sui conti pubblici italiani dalle agenzie di rating(16).
Anche dalle Istituzioni italiane è sembrata arrivare una stretta all’azione delle agenzie(17), accusate di aver contribuito ad acuire la crisi finanziaria, spaventando i mercati. Il consiglio dei ministri, in attuazione del regolamento comunitario 1060 del 2009, ha varato il decreto che attribuisce alla Consob(18) le competenze sulla vigilanza delle agenzie dirating che operano in Italia, con uno scambio diretto di informazioni con le autorità del settore (Bankitalia, Isvap e Covip).
La Consob quindi avrà potere di indagine e sanzionatorio su Standard&Poor’s, Fitch, Moody’s. Scatta, inoltre, l’obbligo di registrazione per coloro che intendono rilasciare pagelle su operatori del mercato europeo. Le agenzie di rating dovranno registrarsi presso la Consob ed
adeguare le proprie procedure interne. Cambiano anche le sanzioni: per chi non rispetta le condizioni dettate dai regolamenti europei per l’emissione del rating, o svolge abusivamente le attività riservate, ci sarà una multa da 5mila fino a 500mila euro.
Dobbiamo credere che queste sanzioni verranno veramente applicate?
Finché vige l’attuale situazione in conflitto di interessi, in cui l’emittente del titolo paga chi lo giudica, si presume che l’applicazione delle sanzioni sarà pura utopia. La realtà dei fatti è la seguente: le agenzie di rating altro non sono che delle ‘prostitute’ del sistema bancario. Gli Stati, avendo ceduto il potere di emettere moneta alle banche centrali private, sono costrette a emettere Titoli di Stato (bot, cct), gravati di interessi in cambio di moneta necessaria al soddisfacimento della spesa pubblica. Se uno Stato riceve, quindi, un rating negativo, sarà costretto a piegarsi ad un tasso di rendimento più elevato per rendere più ‘appetibile’ l’asta dei titoli venduti sul mercato ed evitare che l’asta di compravendita vada deserta. E’ quanto è avvenuto in un Paese come la Grecia sommerso dal peso del debito pubblico, che nel mese di aprile 2011 (19) ha raggiunto il 23% di rendimento sui titoli a due anni (20). A settembre 2011 i rendimenti degli stessi bond a due anni erano al 55,77%, e a novembre 2011, dopo l’annuncio di Atene di indire un referendum popolare sulle misure anticrisi, schizzò al record storico del 96,70% per i timori di un probabile default, portando il paese ad indebitarsi maggiormente col sistema bancario e a tagliare drasticamente la spesa pubblica a danno dei cittadini.
Stessa sorte toccherà a Portogallo, Irlanda, Spagna e Italia.

Salvatore Tamburro

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note:

9) “Le agenzie di rating” , Ferri Speranza e Lacitignola Punziana, Ed. Il Mulino (2009)

10) “Agenzie di rating: ecco chi muove i mercati” su l’Avvenire del 07/05/2010

11) Moody’s Affirms US AAA Rating , articolo di Mark Gongloff sul Wall Street Journal del 02/08/2011

12) “La crisi della fiducia. Le colpe del rating nel crollo della finanza globale”, Dacrema P., Ed. Etas (2008)

13) Comunicato stampa Adusbef dal titolo: Agenzie di rating: il monopolio delle “tre sorelle” USA della finanza, in prevalenza controllate dalle banche, esposte e coinvolte pesantemente nella finanza derivata.

14) SEC: La Securities and Exchange Commission (Commissione per i Titoli e gli Scambi) è l’ente governativo statunitense preposto alla vigilanza della borsa valori, analogo all’italiana Consob.

15) Nrsro: Nationally recognized statistical rating organization , riconoscimento offerto dalla Securities and Exchange Commission

16) Articolo da Il Giornale del 18/07/2011, intitolato: Possibile speculazione dopo il rating sull’Italia: aperta un’inchiesta.

17) Articolo da Il Sole 24 Ore del 17/09/2010, intitolato: A Consob la vigilanza sulle agenzie di rating che operano in Italia.

18) Consob: Commissione Nazionale per le Società e la Borsa

19 ) 23/04/11 data in cui scrivo questo capitolo; rendimenti titoli greci a 2 anni al 23%

20) http://it.finance.yahoo.com/notizie/Odissea-Grecia-rendimenti-due-wallstreetitalia-3521261922.html?x=0

IL DIRETTORE DI FRONTEX DENUNCIA - SULLA STAMPA TEDESCA... - I TRAFFICI DELLE MAFIE LIBICHE IN COMBUTTA CON LE ONG

IL DIRETTORE DI FRONTEX DENUNCIA - SULLA STAMPA TEDESCA... - I TRAFFICI DELLE MAFIE LIBICHE IN COMBUTTA CON LE ONG

I giornali e l'informazione in Italia ignorano la notizia, ma è di una estrema gravità. Così, ecco che per apprenderla bisogna leggere i quotidiani tedeschi, benchè riguardi l'Italia.

"Circa 28.000 immigrati clandestini dalla Libia sono arrivati ​​in Italia tra gennaio e metà aprile, con un incremento del 30% anno su anno", secondo l'agenzia di frontiera Frontex.

E' Frontex, si noti bene, a scrivere che si tratta di clandestini.

Il direttore di Frontex, Fabrice Leggeri, riconosce in un intervista con il giornale tedesco "Passauer Neue Presse", pubblicata oggi che "sta aumentando sensibilmente il flusso di persone che arrivano in Europa attraverso la cosiddetta rotta del Mediterraneo centrale, rispetto al calo sperimentato sulla cosiddetta rotta orientale che passava da Grecia, Paesi balcanici, per arrivare in Europa"

" Tra gennaio 2017 e la metà di aprile solo 6.000 persone hanno potuto arrivare in Europa attraverso il Mar Egeo tra la Turchia e la Grecia, con un calo del 94% rispetto allo stesso periodo del 2016 - sottolinea il direttore di Frontex".

Fabrice Leggeri attribuisce questo forte calo all'accordo tra l'UE e la Turchia, per il quale l'Unione europea finanzia la Turchia di Erdogan fino a 6.000 milioni di euro, in cambio dei quali la Turchia ha chiuso il confine con la Grecia trattenendo nel suo territorio i migranti mediorientali.

"In base a tale accordo - sottolinea il direttore di Frontex - la Ue ovvero la Grecia ha rispedito in Turchia oltre un migliaio di migranti irregolari".

Leggeri ha detto nell'intervista al giornale tedesco che non vede segni che Ankara non rispetti l'attuazione del patto, nonostante le minacce in questo senso governo turco.

Leggeri sottolinea anche che "la maggior parte degli immigrati dalla rotta del Mediterraneo centrale non sono cittadini siriani, come accadeva nella rotta orientale, ma africani provenienti da Costa d'Avorio, Guinea, Nigeria, Marocco, Tunisia, Egitto, e asiatici provenienti dal Bangladesh".

"Le mafie - dichiara il diettore di Frontex - che contrabbandano migranti verso l'Italia continuano a beneficiare della situazione caotica della Libia, devastata da una guerra civile".

Leggeri ha anche denunciato nell'intervita che "le barche intercettate nel trasporto di africani nel Mediterraneo centrale hanno a bordo sempre più persone e non hanno quasi mai a disposizione abbastanza carburante per il viaggio. I trafficanti, le mafie libiche, caricano su gommoni una media di circa 170 persone per imbarcazione, di solito senza abbastanza carburante per fare più di qualche miglio dalla riva e senza alcuna fornitura di salvataggio. Due anni fa la media era di circa 100 migranti. e le barche erano adatte a medie attraversate. Oggi, evidentemente i trafficanti non si preoccupano più di usarle"

La ragione di tutto ciò è molto semplice da spiegare: i trafficanti inviano gommoni stracarichi di africani sicuri che là dove arriveranno, a poche miglia dalla costa, c'è una nave Ong pronta a caricarli. La verità è questa. E la svela Frontex.

Redazione Milano


EMERGENCY PROTESTA PER LE ''IGNOBILI POLEMICHE'' SULLE ONG (LEI INCLUSA). MA I SUOI FINANZIAMENTI ISLAMICI DAL SUDAN?


"Le polemiche di questi giorni sui soccorsi in mare sono ignobili". Lo afferma Emergency che in una nota spiega che "sono ignobili perche' vengono dal mondo della politica che per primo dovrebbe sentire la responsabilita' di affrontare la questione delle migrazioni in modo sistematico, aprendo possibilita' sicure di accesso all'Europa, invece che costringere migliaia di persone a mettere a rischio la propria vita per attraversare il Mediterraneo". "Sono ignobili perche' colpevolizzano alcuni tra i soggetti che stanno cercando di dare il loro aiuto nella piu' grande tragedia che l'Europa si e' trovata ad affrontare dal dopoguerra e che, peraltro, lo fanno in strettissima collaborazione con lo Stato italiano, la Marina e il ministero dell'Interno. Sono ignobili - prosegue Emegency - perche' ignorano l'urgenza e il dovere morale di salvare delle vite in pericolo prima di aprire qualsiasi dibattito sui modi e sugli strumenti di accoglienza: lo scorso anno 5.098 persone sono morte in mare. Dall'inizio di quest'anno anno sono 1.092".

Bene. Leggiamo insieme questo articolo:

Quello che ha suscitato più polemiche sono i finanziamenti arrivati dal Governo del Sudan, il cui presidente Omar Al-Bashir è inseguito ormai dal 2009 da un mandato di cattura internazionale per crimini di guerra e contro l’ umanità commessi durante il conflitto del Darfur.

Il fatto che un’ associazione come Emergency, che si professa indipendente e neutrale e che in passato aveva rifiutato i finanziamenti della cooperazione italiana per i suoi ospedali in Afghanistan perché il nostro Paese stava partecipando all’ operazione militare contro i talebani, accetti milioni di euro di contributi dal regime islamista di Khartoum è cosa che desta da tempo parecchie perplessità.

Ma se si scorre il bilancio 2014 dell’ associazione fondata da Gino Strada, che a favore del presidente sudanese si era schierato quando era uscito il mandato di cattura internazionale nei suoi confronti, a colpire è anche la mancanza di dettagli che riguarda i contributi che arrivano nelle casse dell’ associazione da donazioni di privati cittadini all’ estero e in Italia oltre che da lasciti e donazioni.

Posto che la presenza dell’ associazione e la realizzazione dei suoi progetti negli angoli più disastrati del pianeta, dall’Iraq all’Afghanistan, dal Sudan alla Sierra Leone, fino alla Repubblica Centraficana garantisce un sostegno importantissimo alle popolazioni locali, e che quindi ricevere contributi economici dai Governi locali può far parte del gioco, stupisce che accanto al racconto dettagliato di ciò che il gruppo fa e dei costi che sostiene per i vari interventi non ci sia la trasparenza su chi sostiene le attività di Emergency.

Se da un lato nel bilancio dell’ associazione, certificato da un organismo indipendente a conferma della serietà del gruppo, viene illustrato nel dettaglio quanto viene speso per gli interventi nei singoli Paesi, comprese le voci destinate a cancelleria, carburanti, utenze e attività ricreative, dall’ altro tanta meticolosità va almeno in parte persa quando si parla delle entrate.

Certo, su questa voce di bilancio è possibile sapere che circa un quarto delle entrate arriva dal 5 per mille, che nel 2014 ha fruttato 10.360.132 euro, pari al 26,6% del totale, in calo rispetto agli 11.023.415 euro del 2013. O anche sapere come si compongono le entrate derivate dalle attività commerciali.

Dei 2.313.524 euro di ricavi nel 2014, il 17% è proveniente dall’ attività dei Gruppi territoriali, il 41% dai negozi di Natale, il 32% circa dai siti di e-commerce. Quando però si arriva alle donazioni di privati cittadini, che hanno fruttato 7.901.467 euro, ai “lasciti e donazioni in natura”, dai quali lo scorso anno sono arrivati 2.903.347 euro, e ai 5.998.820 euro che arrivano da privati e persone giuridiche all’ estero, i dettagli scompaiono. La più assoluta trasparenza non guasterebbe.

L’ associazione nata nel 1994 per offrire «cure medico-chirurgiche gratuite e di elevata qualità alle vittime delle guerre, delle mine antiuomo e della povertà», fa infatti della neutralità un valore cardine.

Sapere quali famiglie, gruppi o organizzazioni private la sostengono, contribuendo a un bilancio che conta complessivamente 38.848.588 euro di contributi, sarebbe utile a dimostrare che quella linea di imparzialità viene mantenuta a tutti i livelli.

D’altra parte, se si considera la posizione del fondatore di Emergency, Gino Strada, e della sua associazione rispetto ai fatti più recenti di cronaca, qualche scricchiolio rispetto all’ impegno di indipendenza e neutralità si avverte.

«Vediamo accadere in Europa quello che da anni accade in Afghanistan, in Iraq, in Siria: le nostre scelte di guerra ci stanno presentando il conto di anni di violenza e di distruzione», è stato il commento all’indomani degli assalti nella capitale francese. Gli assalti e le vittime innocenti sarebbero quindi il prezzo inevitabile delle politiche europee.

Pubblicato dal quotidiano Libero a firma Dino Bondivalli.

A ciò segue quanto mandato in onda da “tvilfattoquotidiano.it”:

"Sono le parole pronunciate a La Zanzara (Radio24) dall’editorialista dell’Unità, Fabrizio Rondolino, che spiega il contestato tweet, da lui pubblicato sul noto social all’indomani degli attentati a Parigi. “Su twitter ho scritto che Emergency è un’organizzazione politica antioccidentale mascherata da ospedale ambulante” – continua – “e che va isolata e boicottata. Confermo tutto.

Quando dico che Emergency va boicottata, intendo che non bisogna darle i soldi. I suoi grandi sponsor come Fabio Fazio? Ahimè, sono succubi di questa cultura che io definisco ‘terzomondista’, che vorrebbe farci credere che l’Occidente ha un senso di colpa inestinguibile per cui tutti i mali vengono da noi”.

E aggiunge: “Chi finanzia Emergency? Non lo so, vorrei chiederlo a Gino Strada. Non è indicato: 10 milioni di euro provengono dal cinque per mille, poi ci sono quasi 6 milioni provenienti da ‘privati e persone giuridiche’ e non sappiamo chi sono. Ci sono altri 5 milioni che vengono da ‘autorità pubbliche estere’.

Mi piacerebbe” – prosegue – “che Emergency motivasse tutte queste entrate. Sono tante: 38 milioni di euro, di cui 10 relative al cinque per mille. Non credo che questi 28 milioni di euro li abbiano raccolti vendendo le spillette. Vorrei una lista dei finanziatori”.

Nessuna di queste richieste di delucidazioni ha avuto spiegazione.

Redazione Milano

I GENITORI DI MACRON DECISERO DI NON SPORGERE DENUNCIA CONTRO L'INSEGNANTE BRIGITTE TROGNEUX PER CORRUZIONE DI MINORE



Articolo apparso sul dailymail.co.uk

"A 39 anni Emmanuel Macron sta ancora tentando di dimostrare che i suoi genitori avevano torto ad ostacolare la sua relazione con Brigitte, di 64 anni, sua ex insegnante. A raccontarlo è il professor Christian Manjou, ex docente di inglese di Macron, il quale a 17 anni fu esiliato da Parigi dai genitori, furiosi per lo scandalo. Avvisarono Brigitte, allora sposata e già madre, di stare alla larga finché lui non avesse compito almeno 18 anni.

Dice Manjou: «Emmanuel voleva dimostrare ai genitori di non aver sbagliato ad innamorarsi della sua insegnante, e voleva dimostrare a Brigitte che non aveva sbagliato a stravolgere la sua vita per stare insieme a lui. Macron aveva la determinazione per riuscire perché ha dovuto lottare per ogni riconoscimento».

Studente brillante alla scuola privata di Amiens, gestita da gesuiti, si ritrovò a scrivere un copione teatrale con la sua insegnante, sposata con un dirigente di banca. Il marito di lei era abituato, il venerdì sera, a ricevere studenti in casa che portavano champagne e fiori.

La stampa locale ricorda che la relazione fra Emmanuel e Brigitte fu un enorme scandalo, nonostante la Francia fosse piuttosto aperta di mentalità sulle questioni di sesso. Ma qui si trattava di una donna con tre figli che mollava tutto per stare con un suo alunno minorenne.

Ricorda una ex compagna di classe: «Sapevo che erano molto vicini, pensavo fosse un amore platonico». Non si sa in quale preciso momento siano diventati intimi. Resta un segreto di coppia. I genitori di Macron, entrambi medici, decisero di non sporgere denuncia per corruzione di minore. La madre disse: «Non potevo crederci. Chiaramente non potevamo reagire con contentezza».

Affrontò Brigitte, che aveva quasi la sua età, le disse che lei aveva già avuto la sua vita e che non avrebbe nemmeno potuto dare figli a Emmanuel. Le chiese di lasciar stare suo figlio almeno fino alla maggiore età. Brigitte rispose che non poteva prometterglielo.

Il padre di Macron a quel punto spedì il figlio a Parigi, per allontanarlo da Brigitte. Emmanuel le giurò: «Non importa, un giorno io ti sposerò». A sostenerlo c’era la nonna Manette. Molto più tardi, arrivò la benedizione della madre.

Il marito di Brigitte se ne andò di casa, le tre figlie, ex compagne di classe di Emmanuel, restarono con la madre. Fu uno scandalo anche per la sua famiglia, la più famosa e facoltosa di Amiens. Con tutta quella pressione, Emmanuel non riuscì a passare l’esame per “Ecole Normale Superior”, equivalente di Oxford o Cambridge.

Articolo apparso sul dailymail.co.uk


Link dell'articolo in lingua inglese: http://www.dailymail.co.uk/news/article-4446466/Emmanuel-Macron-exiled-Paris-escape-Brigitte.html 




26 aprile 2017

DATI UFFICIALI DEI FALLIMENTI IN ITALIA NEL 1° TRIMESTRE 2017: SONO TERRIFICANTI, 2 FALLIMENTI OGNI ORA, +36% DAL 2009


Fallimenti delle imprese italiane, numeri da spavento. Nei primi tre mesi del 2017 sono state infatti 2.998 le aziende italiane che hanno portato i libri in tribunale, il 16,8% in meno rispetto ad un anno fa, il 20,2% rispetto al 2015, il 20,3% rispetto al 2014. Buoni numeri? No: i fallimenti segnano nel primo trimestre del 2017 un +36% rispetto il 2009, inizio della catstrofe economica italiana. 

Giusto per capire le dimensioni attuali del disastro produttivo italiano bisogna considerare che nel nostro Paese complessivamente, nel primo trimestre di quest'anno, sono fallite in media 47 imprese al giorno, circa 2 ogni ora. Sabati, domeniche e festività incluse. Giorno e notte.

Malgrado il progressivo ripiegamento del fenomeno va sottolineato come il numero dei fallimenti registrati risulti decisamente più elevato rispetto al 2009, quando la crisi strutturale dell'eurozona esplose.

Rispetto il 2009, quando i fallimenti erano 2.200, i fallimenti registrano un + 36,3%. Questi dati sconfortanti oltre che terrificanti emergono dall'ultimo aggiornamento dell'analisi dei fallimenti in Italia realizzato da Cribis. Per Marco Preti, ad di Cribis "i dati emersi parlano chiaro. Se paragoniamo i dati di fine marzo 2017 con quelli del 2016 emerge infatti una diminuzione del 16,8% del numero dei fallimenti. Percentuale che sale al 20,3% se paragonata a fine 2014, ma nonostante queste buone notizie il confronto con il 2009 rimane ancora critico. Dal 2009 ad oggi infatti la percentuale dei fallimenti è cresciuta del 36,3%, e del 10,9% rispetto al 2010. Rimane ancora critica la situazione del commercio, uno dei settori più strategici ma anche più colpito: nei primi tre mesi del 2017 ha visto fallire 1.020 imprese. Meglio invece - si fa per dire - lo stato di salute del settore dei servizi con 210 casi". 

La distribuzione sul territorio nazionale dei fallimenti - ricordiamo ancora che i dati si riferiscono solo al 1° trimestre 2017 - è correlata alla densità di imprese attive nelle diverse aree del Paese. La Lombardia, con 641 casi e una incidenza sul totale Italia del 21,4%, si conferma la regione con il maggior numero di fallimenti nel 1° trimestre di quest'anno. Dal 2009 ad oggi si contano 22.883 imprese lombarde fallite, un numero che dire impressionante è davvero poco.

La seconda regione più colpita - sempre nel 1° trimestre 2017 - è stata il Lazio, con 386 casi e un'incidenza sul totale Italia del 12,9%, seguita dalla Campania, con 275 casi e relativa incidenza del 9,2%. Nelle prime dieci posizioni della graduatoria si trovano anche il Veneto (con 261 fallimenti), la Toscana (242), l'Emilia Romagna (205), il Piemonte (173), la Sicilia (164), la Puglia (148) e le Marche (84).

Entrando maggiormente nel dettaglio, dall'analisi emerge che il settore che nel corso del 2017 ha fatto registrare il maggior numero di casi è stato, ancora una volta, quello del commercio, con 1.020 fallimenti. Seguono il comparto dell'industria (con 759 casi complessivi), l'edilizia (611) e i servizi (210). Tutti i restanti settori hanno fatto complessivamente registrare 398 casi.

I dati evidenziano che l'economia italiana continua ad affondare. E che nè i tassi di interesse portati a zero dalla Bce nè la caduta dell'euro nei cambi, svalutato del 20% nel 2015 rispetto dollaro e franco svizzero, hanno portato benefici, anzi, hanno continuato ad aggravare la situazione.

Redazione Milano

IL DIRETTORE DI FRONTEX DENUNCIA - SULLA STAMPA TEDESCA... - I TRAFFICI DELLE MAFIE LIBICHE IN COMBUTTA CON LE ONG



I giornali e l'informazione in Italia ignorano la notizia, ma è di una estrema gravità. Così, ecco che per apprenderla bisogna leggere i quotidiani tedeschi, benchè riguardi l'Italia.

"Circa 28.000 immigrati clandestini dalla Libia sono arrivati ​​in Italia tra gennaio e metà aprile, con un incremento del 30% anno su anno", secondo l'agenzia di frontiera Frontex.

E' Frontex, si noti bene, a scrivere che si tratta di clandestini.

Il direttore di Frontex, Fabrice Leggeri, riconosce in un intervista con il giornale tedesco "Passauer Neue Presse", pubblicata oggi che "sta aumentando sensibilmente il flusso di persone che arrivano in Europa attraverso la cosiddetta rotta del Mediterraneo centrale, rispetto al calo sperimentato sulla cosiddetta rotta orientale che passava da Grecia, Paesi balcanici, per arrivare in Europa"

" Tra gennaio 2017 e la metà di aprile solo 6.000 persone hanno potuto arrivare in Europa attraverso il Mar Egeo tra la Turchia e la Grecia, con un calo del 94% rispetto allo stesso periodo del 2016 - sottolinea il direttore di Frontex".

Fabrice Leggeri attribuisce questo forte calo all'accordo tra l'UE e la Turchia, per il quale l'Unione europea finanzia la Turchia di Erdogan fino a 6.000 milioni di euro, in cambio dei quali la Turchia ha chiuso il confine con la Grecia trattenendo nel suo territorio i migranti mediorientali.

"In base a tale accordo - sottolinea il direttore di Frontex - la Ue ovvero la Grecia ha rispedito in Turchia oltre un migliaio di migranti irregolari".

Leggeri ha detto nell'intervista al giornale tedesco che non vede segni che Ankara non rispetti l'attuazione del patto, nonostante le minacce in questo senso governo turco.

Leggeri sottolinea anche che "la maggior parte degli immigrati dalla rotta del Mediterraneo centrale non sono cittadini siriani, come accadeva nella rotta orientale, ma africani provenienti da Costa d'Avorio, Guinea, Nigeria, Marocco, Tunisia, Egitto, e asiatici provenienti dal Bangladesh".

"Le mafie - dichiara il diettore di Frontex - che contrabbandano migranti verso l'Italia continuano a beneficiare della situazione caotica della Libia, devastata da una guerra civile".

Leggeri ha anche denunciato nell'intervita che "le barche intercettate nel trasporto di africani nel Mediterraneo centrale hanno a bordo sempre più persone e non hanno quasi mai a disposizione abbastanza carburante per il viaggio. I trafficanti, le mafie libiche, caricano su gommoni una media di circa 170 persone per imbarcazione, di solito senza abbastanza carburante per fare più di qualche miglio dalla riva e senza alcuna fornitura di salvataggio. Due anni fa la media era di circa 100 migranti. e le barche erano adatte a medie attraversate. Oggi, evidentemente i trafficanti non si preoccupano più di usarle"

La ragione di tutto ciò è molto semplice da spiegare: i trafficanti inviano gommoni stracarichi di africani sicuri che là dove arriveranno, a poche miglia dalla costa, c'è una nave Ong pronta a caricarli. La verità è questa. E la svela Frontex.

Redazione Milano

23 aprile 2017

I SOLDATI EBREI DI HITLER. UNA STORIA CHE I SIONISTI VOGLIONO NASCONDERE



di Diego Siragusa

Lo studioso inglese Bryan Mark Rigg ha fatto un lavoro prezioso. Le leggi razziali di Hitler non colpirono tutti gli ebrei. Fu applicata una certa flessibilità verso coloro che erano di sangue misto (Mischling). Figli di padre ebreo e di madre tedesca. I soldati ebrei di Hitler furono circa 150.000 ed erano rappresentati in tutte le armi: esercito, marina e aeronautica. Molti di loro occuparono anche alti gradi e ricevettero da Hitler riconoscimenti e onorificenze.




La ricerca di Rigg è stata lunga e rigorosa. Il libro è ricco di documentazione fotografica, interviste, elenchi di nomi e di certificati rigorosamente riprodotti dagli archivi militari. 
Perché Hitler accordava queste esenzioni? Si chiede Rigg. Perché anche questi ebrei Mischlinge non sono stati deportati ed eliminati? Rigg lo spiega così:





Qualcuno ha affermato che Hitler effettuasse delle esenzioni a favore dei Mischlinge a causa del suo passato "ebreo". Visto che questa faccenda è emersa frequentemente durante le discussioni relative alla presente ricerca, è bene analizzarlo nei dettagli. I fatti sembrano indicare che Hitler temesse che il suo nonno paterno fosse ebreo. Il dottor Fritz Redlich, autore dell'opera Hitler: Diagnosis of a Destructive Prophet, disse: "Hitler era confuso riguardo alle proprie origini. Egli era assolutamente terrorizzato dalla possibilità di avere un nonno ebreo". Tuttavia, non sono emersi documenti che abbiano confermato o smentito questa ipotesi. (pag. 224)*


Gli ebrei sionisti insinuano, pur di sostenere la loro professione razzistica e suprematista, che i palestinesi hanno combattuto nelle file dell'esercito nazista. In verità, molti arabi hanno combattuto tra le truppe alleate, come mi conferma il mio amico Salameh Ashur, presidente della comunità palestinese di Roma e del Lazio. Ashur mi dice di aver visitato le loro tombe in una zona nei pressi della Camilluccia, a Roma, e in un cimitero presso Cassino dove vi sono i resti di 3.700 arabi


Chi di spada ferisce di spada perisce!


* Il libro di Rigg è pubblicato in Italia da Newton Compton Editori

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