30 aprile 2017

Chomsky: “Stati Uniti la più grande minaccia per la pace nel mondo, non l’Iran”


Redazione 

Il mondo è concorde. Non è l’Iran la più grande minaccia per la pace nel mondo, ma gli Stati Uniti. Da tempo lo sostiene Noam Chomsky, il dissidente politico di fama mondiale, linguista, autore di un centinaio di libri, professore emerito presso il Massachusetts Institute of Technology, dove ha insegnato per più di mezzo secolo. Nel corso dei primi 75 giorni dell’Amministrazione Trump, la Casa Bianca ha imboccato più passaggi per aumentare la possibilità di una guerra degli Stati Uniti con l’Iran. Trump ha incluso il Paese del Golfo in entrambi i divieti di viaggio per i Paesi musulmani. Come candidato alla presidenza, Trump ha minacciato di smantellare l’accordo nucleare con l’Iran.

A settembre del 2015, in un discorso alla New School di New York, Noam Chomsky, spiegando il motivo per cui egli riteneva gli Stati Uniti la più grande minaccia alla pace nel mondo, parlava degli Usa come di “uno Stato canaglia, indifferente al diritto e alle convenzioni internazionali, con il diritto a ricorrere alla violenza a volontà”. In questi giorni in uno show televisivo, Democracy Now, condotto dal giornalista Juan González, Chomsky ha ripreso il tema dei rapporti statunitensi con l’Iran, sulla questione: “Perché gli Stati Uniti insistono su come impostare le potenziali cause di guerra con l’Iran?”.

E’ una vecchia questione che va avanti da molti anni. Proprio nel corso degli anni di Obama, l’Iran è stato considerato come la più grande minaccia alla pace nel mondo. “Tutte le opzioni sono aperte”, frase di Obama, che significa, se vogliamo usare le armi nucleari, siamo in grado, a causa di questo terribile pericolo per la pace. I motivi di preoccupazione vengono articolati molto chiaramente e ripetutamente da alti funzionari e dai commentatori negli Stati Uniti.

Ma esiste un mondo là fuori che ha le sue opinioni, che sono facilmente rintracciabili da fonti standard, come la principale agenzia di sondaggi statunitense; la Gallup che raccoglie sondaggi regolari di opinioni internazionali. Alla domanda: quale Paese pensi sia la più grave minaccia per la pace nel mondo? La risposta è inequivocabile: gli Stati Uniti con un margine enorme, rispetto agli altri Paesi. Molto distanziato il Pakistan, gonfiato sicuramente dal voto indiano. Ancora più distanziato l’Iran, appena accennato. Questa è una di quelle cose che non vanno dette, infatti i risultati che si trovano nella principale agenzia di sondaggi statunitense, non vengono riportati in quella che chiamiamo stampa libera.

Allora, perché l’Iran viene considerato la più grande minaccia alla pace nel mondo?

La risposta ci viene – afferma Chomsky – da una fonte autorevole di un paio di anni fa, la comunità di intelligence che fornisce valutazioni periodiche al Congresso sulla situazione strategica globale. Al centro del loro rapporto, naturalmente, c’è sempre l’Iran con relazioni abbastanza coerenti. Riferiscono che Teheran ha spese militari molto basse, anche per gli standard della regione, molto più basse dell’Arabia Saudita, di Israele e di altri Paesi. La sua strategia è di difesa. Vogliono scoraggiare gli attacchi abbastanza a lungo, perché siano trattati dalla diplomazia. La conclusione dell’intelligence, che è di un paio di anni fa, é la seguente: “Se si stanno sviluppando armi nucleari, che noi non conosciamo, sarebbero parte della loro strategia di dissuasione”.

Ora, quale è il motivo per cui gli Stati Uniti e Israele sono ancora più preoccupati per un deterrente?

Chi è preoccupato per un deterrente? Coloro che vogliono usare la forza. Coloro che vogliono essere liberi di usare la forza sono profondamente preoccupati per un potenziale deterrente. Quindi, “Sì, l’Iran è la più grande minaccia alla pace nel mondo, potrebbe scoraggiare il nostro uso della forza”, conclude Chomsky.

di Cristina Amoroso

Abusi sessuali su minori: la vergogna dei caschi blu dell’Onu


Redazione 

Nel corso degli ultimi 12 anni circa duemila denunce di abusi sessuali e sfruttamento sono state rivolte alle forze di pace e ad altri membri del personale Onu, lo riporta un’indagine svolta dall’Agenzia Associated Press (Ap) sulle missioni di pace dell’Onu, la quale segnala anche che la crisi è molto più grande di quanto precedentemente noto. In più di trecento delle accuse sono coinvolti minori, come i bambini di Haiti sottoposti ad abusi sessuali e sfruttamento da 134 caschi blu dello Sri Lanka, ma l’Onu, nonostante le prove schiaccianti, fatica a punire i suoi dipendenti colpevoli.

La lista è molto lunga: sedici missioni che coinvolgono 120mila addetti, centomila tra caschi blu e militari, il resto civili, che sono tenuti a proteggere la popolazione, non a dare prova di machismo, di senso di onnipotenza e razzismo, di mancanza di regole, di abusi di potere che assumono la forma di abusi sessuali. E con la presenza dei militari che facciano la guerra o portino la pace, che siano dell’Onu o della Nato, aumentano gli stupri, la prostituzione e gli abusi sui minori. In Cambogia come in Mozambico, in Bosnia e in Kosovo, in Sudan, nella Repubblica Centrafricana e nella Repubblica Democratica del Congo.

Ad Haiti gli abusi sessuali più recentemente scoperti

Qui sotto il sole dei Caraibi attirare un bambino affamato con uno snack o con pochi spiccioli è un’impresa facile per i 134 peacekeepers della Sri Lanka in missione di pace in Haiti che hanno abusato dei bambini. Ma il prezzo era alto, gli uomini duri dello Sri Lanka volevano sesso da minori di età inferiore ai 12 anni. Non aveva neppure il seno quella bambina che Ap ha chiamato V01, Vittima n.1. Ha detto agli investigatori delle Nazioni Unite che nel corso dei successivi tre anni, dai 12 ai 15 anni, ha fatto sesso con quasi 50 caschi blu, tra cui un “comandante” che le ha dato i suoi 75 centesimi.

La seconda vittima, V02, aveva 16 anni quando la squadra Onu l’ha intervistata, ha riferito che aveva avuto rapporti sessuali con un comandante dello Sri Lanka, descrivendolo come sovrappeso con i baffi e un grande anello d’oro al dito medio. V03 ha identificato 11 soldati attraverso le fotografie. V04 aveva avuto rapporti sessuali con i soldati ogni giorno in cambio di denaro, biscotti o succhi di frutta. Il ragazzo V08 ha riferito di avere fatto sesso con più di 20 soldati dello Sri Lanka. V09 con più di cento peacekeepers in tre anni, una media di circa quattro al giorno.

Secondo la legge haitiana, fare sesso con qualcuno sotto i 18 anni è stupro, inoltre i codici di condotta Onu vietano lo sfruttamento. “Gli atti sessuali descritti dalle nove vittime sono semplicemente troppi per essere presentati in modo esaustivo in questa relazione, in particolare più partner sessuali in vari luoghi in cui i contingenti dello Sri Lanka sono stati dispiegati in tutta Haiti per diversi anni”, riferisce il rapporto. Gli investigatori hanno mostrato ai bambini più di mille fotografie che includevano le immagini di truppe dello Sri Lanka e le posizioni in cui i bambini hanno avuto rapporti sessuali con i soldati.

Delle duemila denunce di abusi sessuali e sfruttamento rivolte alle forze di pace e ad altri membri del personale Onu, solo una piccola frazione dei presunti colpevoli è finita in carcere. Legalmente, l’Onu è in un vicolo cieco. Non ha giurisdizione su forze di pace, lasciando la punizione ai Paesi che forniscono le truppe.

L’Ap ha intervistato presunte vittime, i funzionari e gli investigatori Onu attuali ed ex ed hanno cercato risposte da 23 Paesi sul numero di forze di pace che hanno affrontato queste accuse e quello che eventualmente è stato fatto per indagare. Con rare eccezioni, poche nazioni hanno risposto alle ripetute richieste, mentre i nomi di quelli trovati colpevoli sono mantenuti confidenziali, rendendo impossibile determinarne la responsabilità. Senza un accordo per la riforma diffusa e la responsabilità degli Stati membri dell’Onu le soluzioni rimangono vaghe e sfuggenti.

In Haiti, almeno 134 caschi blu dello Sri Lanka hanno abusato sessualmente di nove bambini, tra il 2004 e il 2007, secondo un rapporto interno dell’Onu, ottenuto da Ap. Sulla scia del rapporto 114 caschi blu sono stati mandati a casa, ma nessuno è stato imprigionato. Nel mese di marzo, il segretario generale dell’Onu, Antonio Guterres ha annunciato nuove misure per affrontare gli abusi sessuali e lo sfruttamento da parte delle forze di pace e di altro personale Onu.

Ma l’annuncio suona tristemente familiare: più di un decennio fa, le Nazioni Unite hanno commissionato un rapporto che ha promesso di fare giustizia, ma la maggior parte delle riforme promesse non si è mai materializzata. Ben due anni dopo che sono state fatte quelle promesse, i bambini di Haiti sono stati passati in giro da soldato a soldato. E negli anni successivi, le forze di pace sono state accusate di abusi sessuali in varie parti del mondo.

Un caso particolarmente triste di Haiti riguarda un’adolescente violentata nel 2011 da forze di pace uruguaiane che hanno riservato la stessa sorte a decine di ragazze haitiane, chiamata eufemisticamente “sesso di sopravvivenza” in un Paese dove la maggior parte della gente vive con meno di due dollari al giorno. L’avvocato haitiano Mario Joseph ha cercato di ottenere un risarcimento per le vittime di un ceppo di colera mortale, legato a peacekeeper nepalesi, che ha ucciso circa 10mila persone. Ora, si sta anche cercando di ottenere il mantenimento dei figli per circa una dozzina di donne haitiane lasciate incinte dalle forze di pace.

“Immaginate se le missioni di pace dell’Onu stazionassero negli Stati uniti, e le forze di pace stuprassero i bambini, violentassero le ragazze portando un ceppo mortale di colera che ha ucciso circa 10mila persone come è successo in Haiti nel 2011″, ha dichiarato l’avvocato Joseph a Port-au-Prince.

di Cristina Amoroso

Houthi: “Stati Uniti e Israele due facce della stessa medaglia”


Il Leader del movimento Houthi Ansarullah dello Yemen, Abdul-Malik al-Houthi Badreddin, ha dichiarato che gli Stati Uniti e il regime israeliano sono due facce della stessa medaglia e insieme cercano di distruggere lo Yemen attraverso una brutale campagna militare lanciata dall’Arabia Saudita.

Nel corso di una video conferenza, Houthi ha dichiarato domenica che gli Stati Uniti, Israele e i loro alleati stanno cercando di imporre i propri valori su nazioni della regione, aggiungendo che i nemici vedono il popolo yemenita ostile ai loro interessi nella regione.

“I Paesi indipendenti nella regione dallo Yemen alla Siria, al Libano e l’Iraq sono considerati canaglia dal punto di vista americano, e la simpatia per gli oppressi in questi Paesi è vista come un crimine”, ha riferito al-Houthi.

Il leader yemenita ha anche osservato che la collusione nelle atrocità commesse contro il popolo yemenita non è un problema agli occhi dei leader americani, ma quando le forze oppresse e indipendenti cooperano tra loro, per gli Stati Uniti diventa un crimine. Egli ha invitato tutti gli yemeniti a stare uniti contro gli aggressori e difendere il loro Paese.

“Quando qualcuno dice Israele è una minaccia per la nostra nazione, gli Usa e i suoi alleati affermano che sono sostenitori dell’Iran, e con l’aiuto di questa falsa giustificazione, essi (Washington e gli alleati) prendono di mira coloro che non accettano l’adozione di un atteggiamento ostile verso l’Iran”, ha aggiunto il leader yemenita.

Egli ha anche affermato che l’unico peccato commesso dall’Iran, dal punto di vista degli Stati Uniti, è che si è liberato dall’essere un Paese fantoccio grazie alla Rivoluzione islamica del 1979. Houthi ha riferito che la nazione yemenita, compresi tutti i ceti sociali, dovrebbero aumentare la loro consapevolezza degli sviluppi regionali e usarla come strumento per combattere la propaganda statunitense contro il Paese arabo. L’ignoranza, ha aggiunto, rende le persone un facile bersaglio per gli Stati Uniti e i sionisti.

Houthi ha dichiarato che solo gli yemeniti possono decidere il loro futuro e gli affari interni del loro Paese, e nessun altro Paese od organizzazione, anche le Nazioni Unite e la Lega Araba, possono imporre le loro cosiddette soluzioni alla crisi in Yemen.

Il leader sciita ha ribadito che la Resistenza della nazione yemenita contro gli attacchi incessanti da parte del regime di Riyadh è stata profondamente radicata negli ordini religiosi e ha lo scopo di salvaguardare la sovranità nazionale e la libertà.

di Redazione

Gentiloni-Trump: il servo alla corte del nuovo padrone


Salvo Ardizzone

Giovedì c’è stato l’incontro Gentiloni-Trump, un faccia a faccia di circa mezzora assolutamente inutile, ma formalmente necessario in vista del G7 di Taormina.

Trump, dopo aver passato la campagna elettorale a tuonare contro i pilastri della tradizionale politica atlantista ed antirussa, sotto l’offensiva di Agenzie Federali, Congresso e lobby è stato costretto a liquidare i suoi collaboratori più controversi (Flynn e Bannon su tutti) e rivedere totalmente la sua posizione ufficiale verso Russia, Nato e Medio Oriente.

In questo caotico rimescolarsi della politica estera della nuova Amministrazione, nel recarsi a Washington il premier italiano non sapeva bene cosa si sarebbe trovato dinanzi; aveva solo la certezza che i Governi che si sono succeduti a Roma, e il suo da ultimo, hanno adempiuto a tutti i “compiti” assegnati da Washington con puntiglioso impegno, e forte di questo è giunto alla corte del nuovo padrone della Casa Bianca per fare una richiesta: un aiuto sul teatro libico, il dossier estero più importante per l’Italia.

Laggiù, il Governo di Al-Serraj, ufficialmente appoggiato da tutti e su cui l’Italia si è scommessa, nei fatti è lasciato allo sbaraglio e tutte le potenze interessate stanno giocando le proprie carte per prendere una fetta della posta, il petrolio e gas che abbonda sotto quelle sabbie e che intendono strappare al tradizionale controllo dell’Eni.

Ma a parte i ringraziamenti di rito per l’impegno dell’Italia in Afghanistan, Iraq e altrove, ovunque interessi allo Zio Sam, e la consueta tirata d’orecchie perché Roma aumenti lo stanziamento per la Difesa (leggi: la sua partecipazione alle spese della Nato), l’incontro Gentiloni-Trump è stato come ovvio fallimentare: un secco no alla richiesta di un preciso impegno Usa per stabilizzare la Libia (“Nessun ruolo specifico in Libia, siamo già impegnati su troppi fronti” è stata la risposta) ed una discreta attività diplomatica per propiziare finalmente una trattativa fra Al-Serraj ed il suo avversario, quel Generale Haftar appoggiato dal Cairo ed ora da Mosca.

Si starebbe infatti preparando un incontro a giugno fra al-Serraj ed Haftar sotto l’egida di Washington, ma dietro questa trattativa non ci sono affatto gli interessi di Roma, trovatasi come sempre sola quando prova a tutelare le proprie ragioni; i motivi messi in campo nel vertice Gentiloni-Trump sono al massimo serviti da pretesto per un summit che, con tutta probabilità, avrà al centro gli affari fra Exxon e Rosneft, e dunque i giacimenti libici e del Mediterraneo e gli intrecci con Egitto, Israele e Mosca.

Per convincersene basta vedere la richiesta avanzata dalla Exxon, proprio tramite il suo ex top manager Rex Tillerson ora Segretario di Stato, di poter aggirare le sanzioni verso la Russia per stringere i suoi accordi con la Rosneft. Accordi che non sono e non saranno certo gli unici ad essere conclusi, mentre l’Europa è tenuta in piena isteria antirussa da Baltici, Polacchi e compagnia, su istigazione di quell’establishment Usa che ribalta il costo della contrapposizione con la Russia sui satelliti europei, mentre guadagna trafficando con Mosca.

In tutto questo l’Italia come sempre resta inchiodata al patetico biascicare del politicamente corretto, alla paurosa pochezza dei suoi rappresentanti (particolarmente pietosa la figura di Alfano quale Ministro degli Esteri), alla totale mancanza di peso sulla scena internazionale, all’inconsistenza delle sue politiche che, visti i presupposti, quando prova ad articolare divengono velleitarie.

Nell’incontro Gentiloni-Trump, un premier impalpabile rappresentante di un Paese storicamente suddito di Washington, si è recato a rendere omaggio al nuovo padrone recapitando la propria supplica e ricevendo un ovvio no. Come sempre le decisioni, anche e soprattutto quelle che riguardano gli interessi del Sistema Italia, verranno prese altrove.

di Salvo Ardizzone

La tacita alleanza tra Israele e Daesh


L’ex ministro sionista degli Affari militari, Moshe Ya’alon, ha ammesso una tacita alleanza con Daesh (acronimo arabo per indicare il gruppo terroristico dell’Isis/Isil), affermando che il gruppo Takfiri “si è immediatamente scusato” con Tel Aviv dopo avere sparato “una volta” contro il territorio di Israele. Mentre i media internazionali hanno già riferito ampiamente sulle missioni dei commandos “israeliani” all’interno della Siria per salvare i miliziani feriti, è senza precedenti il riconoscimento di un legame con Daesh da parte di un alto funzionario del regime.

La rivelazione esplosiva di Ya’alon è avvenuta durante un’intervista rilasciata sabato sul sito web di Israele Canale 10, il portale Mako, che funge da gateway per i media e siti web sionisti.
Mako ha anche ripreso il filmato della manifestazione nella città settentrionale di Afula, durante la quale è stato visto l’ex capo degli Affari militari che descrive un’occasione in cui i terroristi Daesh dalla Siria hanno sparato nelle alture del Golan (territorio siriano che Tel Aviv ha occupato dal 1967).

Salvo alcuni rari attacchi di razzi dalla penisola del Sinai in cui Daesh ha dichiarato di essere responsabile, il gruppo si è generalmente rifiutato di indirizzare razzi verso i territori sotto occupazione israeliana. Tuttavia, Ya’alon ha affermato che dopo aver aperto il fuoco sul Golan, Daesh si è rivolto a Tel Aviv con rapide scuse, indicando l’alleanza tra i due e la prova che il gruppo aveva accettato di non colpire gli interessi israeliani.

I mezzi di comunicazione israeliani hanno rifiutato di denunciare gli “errori” di Daesh, probabilmente a causa di un blackout o di una censura militare, ha riferito Tikun Olam, un blog liberale basato su Seattle dedicato a “gli eccessi dello Stato di sicurezza nazionale israeliano”.

“Tra le lamentele della minaccia islamista per Israele e il mondo, Bibi (Benjamin) Netanyahu dimentica convenientemente che il suo Paese gode di un’alleanza tacita con l’Isis in Siria”, ha dichiarato il dottor Richard Silverstein, che gestisce il blog, aggiungendo che questa è un’alleanza di comodità per essere sicuri”. “Ma ha rivelato quanto Israele sia strettamente legato all’Isis in Siria”, ha scritto il blogger, che ha anche documentato la collaborazione israeliana con il Fronte al-Nusra.

Nel giugno del 2015, il blog ha pubblicato una storia che racconta gli interventi di Israele a favore dei terroristi in Siria. Ha affermato che Tel Aviv e al-Nusra avevano forgiato un’alleanza con terroristi, tenendo riunioni regolari con i comandanti dei gruppi terroristici e fornendo loro ogni tipo di fornitura militare e sanitaria.
Nel documento c’è un video che mostra l’assistenza sanitaria da parte di Israele ai terroristi che erano stati feriti in Siria. Ha anche citato un incidente in cui gli abitanti della zona hanno intercettato un’ambulanza israeliana che trasportava due feriti Takfiri, costringendo i medici a fuggire e a colpire a morte uno dei terroristi e ferire l’altro, salvato dall’intervento delle forze militari del regime sionista.

di Cristina Amoroso

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